Per la prima volta associazioni israeliane per i diritti umani affermano che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza e chiedono l’intervento internazionale

Nir Hasson

28 luglio 2025 – Haaretz

Un tentativo di genocidio in corso”: secondo i rapporti di B’Tselem e di Physicans for Human Rights – Israel l’attacco israeliano contro Gaza ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Lunedì le associazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Physicians for Human Rights – Israel [Medici per i Diritti Umani – Israele] hanno pubblicato due rapporti secondo i quali nella Striscia di Gaza Israele sta commettendo contro i palestinesi il crimine di genocidio, come definito dalle leggi internazionali.

È la prima volta che associazioni per i diritti umani israeliane sostengono ufficialmente che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Le associazioni chiedono ora alla comunità internazionale di agire contro il governo israeliano per fermare queste atrocità.

Il rapporto di B’Tselem inizia con una forte condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele, notando che l’aggressione dell’organizzazione ha incluso numerosi crimini di guerra e probabilmente crimini contro l’umanità. Il rapporto afferma anche che la risposta di Israele è stata estremamente brutale, provocando indiscriminate uccisioni, distruzioni, espulsioni e privazione di cibo su vasta scala.

Secondo il rapporto di B’Tselem l’attacco israeliano ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Sostiene che gli attacchi israeliani contro Gaza hanno causato “uccisioni di massa, sia con attacchi diretti che attraverso la creazione di condizioni di vita catastrofiche che continuano a far crescere l’enorme bilancio di vittime; gravissimi danni fisici e mentali all’intera popolazione della Striscia; distruzioni su vasta scala di infrastrutture; distruzione del tessuto sociale, comprese le istituzioni educative e i siti culturali palestinesi.”

Secondo il rapporto Israele ha anche messo in pratica “arresti di massa e maltrattamenti di detenuti nelle prigioni israeliane, che sono di fatto diventate campi di tortura per migliaia di palestinesi detenuti senza processo,” così come “deportazioni di massa, compresi tentativi di pulizia etnica, diventata un obiettivo ufficiale della guerra; un attacco all’identità palestinese attraverso la distruzione deliberata di campi profughi e tentativi di sabotare l’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.].”

“Le dichiarazioni di importanti governanti israeliani riguardo alla natura dell’attacco contro Gaza hanno manifestato intenzioni genocidarie,” aggiunge.

Il rapporto cita le affermazioni dell’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant riguardo alla popolazione di Gaza come “animali umani”, la dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu del 28 ottobre 2023, secondo cui si tratta di una guerra contro “Amalec”, un riferimento alla vicenda biblica in cui Dio comanda agli israeliti di annichilire il popolo amalecita, così come affermazioni sul genocidio fatte da giornalisti e figure pubbliche.

Il rapporto conclude che l’insieme della situazione a Gaza e delle dichiarazioni di importanti politici israeliani porta “all’inequivocabile conclusione che Israele ha intrapreso azioni coordinate per distruggere intenzionalmente la società palestinese nella Striscia di Gaza … e sta commettendo un genocidio contro i palestinesi.”

Il rapporto di B’Tselem si basa su una serie di interviste con abitanti di Gaza e su rapporti di organizzazioni per i diritti umani, agenzie ONU, inchieste giornalistiche e opinioni di esperti internazionali. Riguardo ai dati sulle vittime il rapporto si basa sulle cifre del ministero della Sanità di Gaza gestito da Hamas.

Gli autori del rapporto notano che questi dati “sono universalmente considerati attendibili e sono stati adottati da numerose organizzazioni e ricercatori. Oltretutto sono generalmente considerati prudenziali rispetto al reale numero di vittime provocate dall’attacco (israeliano).”

Gli autori citano anche uno studio pubblicato a febbraio dalla rivista medica The Lancet, che ha rilevato come la speranza di vita durante il primo anno di guerra a Gaza sia caduta del 51% per gli uomini e del 38% per le donne, con l’età media di morte che ha raggiunto i 40 anni per gli uomini e i 47 per le donne.

Il rapporto include anche testimonianze estremamente strazianti di gazawi, compresa quella di una madre che ha visto i due figli e il marito schiacciati da un carrarmato, un padre che ha visto il figlio bruciato vivo e un paramedico che è stato obbligato ad abbandonare in un’ambulanza bombardata vari corpi, tra cui una donna e un neonato agonizzanti. Secondo il rapporto quando è tornato il giorno dopo il paramedico ha scoperto che cani randagi avevano mangiato parti dei cadaveri, ma il neonato era sopravvissuto.

Il rapporto include anche la testimonianza di Muhammad Ghrab, un abitante di Gaza City sfollato a Muwasi, a est di Khan Younis, nel sud della Striscia. In un racconto per B’Tselem Ghrab ha descritto un bombardamento aereo israeliano a cui ha assistito il 13 luglio 2024. L’attacco, che secondo Israele aveva preso di mira due importanti miliziani di Hamas, compreso Muhammed Deif [uno dei principali capi militari di Hamas, più volte preso di mira da Israele, ndt.], è consistito in due bombardamenti successivi ed è stato il più letale ad al-Mawasi durante quel periodo, uccidendo 90 gazawi e ferendone altri 300.

“Improvvisamente si è formato un anello di fuoco,” racconta Ghrab. “Il cielo era completamente coperto di nubi, polvere e terra. La gente ha iniziato a correre in ogni direzione […] Quando siamo entrati nelle tende rimaste in piedi abbiamo visto che erano piene di corpi, per lo più di donne e bambini.”

“Quello che abbiamo visto quel giorno, in quel momento, era come l’incarnazione della follia,” afferma. “Qualcosa di inconcepibile. Sembrava che pezzi di inferno fossero piovuti in terra. È davvero impossibile descriverlo. Mancano le parole. Non possono trasmettere gli orrori a cui abbiamo assistito. Quello che sto descrivendo è solo una piccola parte dell’orrore che è avvenuto […] Da quel giorno ho sempre paura. Continuo ad aspettarmi che le tende vengano bombardate e che io e la mia famiglia moriamo in un attacco simile.”

Gli autori del rapporto notano anche che l’alto numero di vittime a Gaza ha creato “la maggior crisi di orfani della storia contemporanea,” evidenziando che circa 40.000 minori hanno perso uno o entrambi i genitori e che il 41% delle famiglie ora si prende cura dei figli di altri.

Inoltre mettono in rapporto quelli che descrivono come atti genocidari di Israele a Gaza con l’incremento della violenza contro i palestinesi in Cisgiordania e persino all’interno di Israele, manifestando la profonda preoccupazione che il genocidio possa estendersi ad altre aree in cui vivono i palestinesi.

“Questo è il momento di salvare quelli che non sono ancora stati persi per sempre e usare ogni mezzo a disposizione in base al diritto internazionale per fermare il genocidio israeliano dei palestinesi,” conclude [il rapporto].

Un altro rapporto reso pubblico lunedì da Physicians for Human Rights –Israel presenta un’analisi giuridica degli aspetti dell’attacco israeliano contro Gaza relativi alla salute. Questo rapporto conclude che Israele sta commettendo il crimine di genocidio come definito dalla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio.

“Le prove dimostrano la deliberata e sistematica distruzione dei sistemi sanitari e vitali di Gaza attraverso attacchi mirati contro ospedali, intralcio al soccorso sanitario e alle evacuazioni e l’uccisione e detenzione di personale sanitario,” afferma il rapporto di PHRI.

Il rapporto aggiunge che le azioni di Israele “non sono connesse al conflitto ma parte di una politica deliberata che prende di mira i palestinesi come gruppo.”

PHRI identifica tre “azioni principali” che corrispondono ad altrettante azioni principali definite nella Convenzione sul Genocidio: “Uccidere membri di un gruppo, provocare loro gravi danni fisici e mentali e infliggere deliberatamente condizioni di vita concepite per determinare la distruzione parziale o totale del gruppo.”

“Nonostante sentenze legali internazionali, Israele non ha rispettato i suoi obblighi e la loro applicazione a livello internazionale rimane debole,” afferma il rapporto, aggiungendo che “PHRI sollecita le istituzioni internazionali e gli Stati a rispettare il loro obbligo di porre fine al genocidio in base all’Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.” Afferma che “l’organizzazione chiede anche alle comunità internazionali della salute e dei diritti umani di agire, in quanto la distruzione del sistema sanitario di Gaza non è solo una violazione delle leggi ma una catastrofe umanitaria che richiede un’urgente solidarietà e una risposta a livello mondiale.”

Finora numerose organizzazioni ed esperti di diritto hanno concluso che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Tra quanti sono giunti a questa conclusione ci sono Amnesty International, il Centro Europeo per i Diritti Umani, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani e Medici Senza Frontiere. Anche Human Rights Watch ha affermato in un rapporto che Israele sta commettendo il crimine di sterminio che può rappresentare un genocidio.

Sono arrivati a queste conclusioni anche vari giuristi e studiosi di genocidio israeliani, compresi tra gli altri gli esperti in Olocausto e genocidio Daniel Blatman, Omar Bartov, Shmuel Lederman, Amos Goldberg e Raz Segal, il giurista Itamar Raz e gli storici Lee Mordechai e Adam Raz.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il video della violenza sessuale nella prigione israeliana è l’ulteriore conferma che Sde Teiman è un luogo di torture

Jonah Valdez

9 Agosto 2024 – The Intercept

Le violenze sui palestinesi nella prigione militare israeliana sono denunciate da mesi. Gli Stati Uniti chiedono all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Sde Teiman, prigione israeliana militare segreta nel deserto del Negev, aveva allarmato l’avvocata per i diritti umani Roni Pelli e altri attivisti già dal primo mese di guerra israeliana contro Gaza.

Pelli e i suoi colleghi hanno cominciato a ricevere segnalazioni da informatori circa le pessime condizioni in cui si trovavano i palestinesi detenuti a Sde Teiman. Hanno sentito di casi di violenze commesse da soldati su detenuti palestinesi e, in un caso, di un palestinese che vi era morto.

Da allora i resoconti dei media sulla prigione si sono arricchiti delle testimonianze di palestinesi ex-detenuti e informatori israeliani, i quali raccontavano in maggior dettaglio le sconvolgenti condizioni all’interno della prigione. A Maggio un’inchiesta della CNN aveva rivelato che i detenuti palestinesi erano legati e bendati, costretti per l’intera notte a stare seduti, a volte in piedi, sotto i riflettori, che i palestinesi feriti erano legati ai letti, costretti a indossare pannoloni e nutriti con cannucce, che i soldati picchiavano i detenuti per vendicare gli attacchi del 7 Ottobre, che gli arti dei prigionieri venivano amputati a causa di ferite non medicate dovute ai dispositivi di contenimento e che tali operazioni erano eseguite senza anestesia.

Poco dopo, nello stesso mese di maggio, un’inchiesta dell’Intercept aveva rivelato la scomparsa di centinaia di medici palestinesi detenuti in Israele, riportando la testimonianza di un chirurgo che era stato picchiato e seviziato a Sde Teiman. Un mese dopo, un’ulteriore inchiesta di Haaretz rivelava che l’esercito israeliano stava indagando sulla morte di 48 palestinesi di Gaza che erano sotto custodia israeliana, di cui 36 detenuti a Sde Teiman. I media israeliani hanno cominciato a riferirsi alla prigione come alla “Guantanamo Israeliana”.

In seguito all’inchiesta della CNN Pelli, che rappresenta l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, su mandato di cinque organizzazioni per i diritti umani ha presentato istanza presso la Corte Suprema israeliana affinché il governo chiuda Sde Teiman. Sperano che, se accolta, la loro istanza possa stabilire un precedente che porti alla chiusura di tutte le prigioni militari israeliane.

“Era talmente enorme che non potevamo ignorarlo”, ha dichiarato Pelli a The Intercept.

Mentre in Israele le organizzazioni per i diritti umani e civili si spendevano senza riserve per difendere i diritti dei palestinesi detenuti sia nei campi militari che nelle prigioni del sistema carcerario ufficiale, sulla questione gli Stati Uniti hanno dimostrato scarsa sollecitudine.

Il Dipartimento di Stato [Ministero degli Esteri n.d.t.] statunitense ha commentato i fatti di Sde Teiman solo quando è stato incalzato dai giornalisti in seguito alla diffusione dell’inchiesta della CNN. A maggio il viceportavoce del Dipartimento Vedant Patel ha detto: “stiamo studiando queste e altre accuse di violenze contro detenuti palestinesi”. Questi ha aggiunto che gli Stati Uniti hanno comunicato in modo “chiaro e coerente a ogni nazione, incluso Israele, che deve trattare tutti i detenuti con umanità, dignità, in accordo con la legge internazionale e che deve rispettarne i diritti umani”. Egli ha poi dichiarato che gli Stati Uniti hanno chiesto allo stesso governo israeliano di indagare su tali accuse.

Dopo che l’inchiesta di Haaretz ha dato notizia di decine di morti non ci sono stati nuovi commenti. Più tardi, nella stessa settimana di giugno, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sulle condizioni detentive a Sde Teiman, nella quale sono riportate testimonianze di ex-detenuti secondo le quali i loro carcerieri israeliani li hanno sottoposti a stupro anale per mezzo di un’asta metallica, tra le altre torture. Queste rivelazioni esplosive erano sepolte nella parte finale di un articolo di quasi 4.000 parole, nell’introduzione del quale si menzionavano “pestaggi e altre violenze” e il cui titolo descriveva Sde Teiman come “la base dove Israele ha incarcerato migliaia di Gazawi”. Di nuovo, nemmeno una parola dal governo statunitense.

I funzionari statunitensi non hanno rilasciato ulteriori dichiarazioni su Sde Teiman fino a martedì, quando l’emittente televisiva israeliana Channel 12 ha mandato in onda un video di sorveglianza trapelato da Sde Teiman nel quale si vedono soldati israeliani perpetrare presumibilmente uno stupro di gruppo su di un detenuto palestinese.

Il Dipartimento di Stato ha reagito chiedendo all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Dieci soldati israeliani sono stati arrestati e sosterranno le accuse derivanti dal presunto stupro di gruppo. Il giorno successivo è stato arrestato un altro soldato, sospettato di aver pestato detenuti palestinesi mentre erano bendati e ammanettati. Sembra che durante l’episodio il soldato si sia filmato.

Un nuovo rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem, basato su anni di segnalazioni di violenze sui palestinesi nelle prigioni israeliane, dimostra che Sde Teiman non è l’unica prigione israeliana dove i palestinesi sono torturati.

Pubblicato questa settimana, un giorno prima che Channel 12 diffondesse il video trapelato [dalla prigione di Sde Teiman], il rapporto di B’Tselem sostiene che la maggior parte dei palestinesi detenuti ha dovuto sopportare violenze e torture sotto custodia israeliana. Il rapporto invita la Corte Penale Internazionale a “investigare e promuovere procedimenti penali contro gli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”. Lo stesso rapporto sostiene che “non ci si può aspettare che gli organismi investigativi israeliani” ritengano il loro stesso governo responsabile di potenziali violenze, poiché “tutti gli apparati di stato, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di tali campi di tortura”.

Quando durante una conferenza stampa mercoledì gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero chiesto un’indagine indipendente in riferimento al rapporto, il portavoce del Dipartimento di Stato Matt Miller ha rifiutato di discuterne e ha detto “Dovrei esaminare le specifiche indagini indipendenti richieste ed esprimere un giudizio nel merito”. Ha affermato che l’esercito israeliano deve indagare su sé stesso.

Un portavoce delle forze di difesa israeliane ha detto che l’esercito israeliano “respinge le accuse di violenza sistematica, incluse quelle di violenza sessuale, nelle proprie strutture detentive” e ha affermato che esso osserva la legge israeliana così come quella internazionale. L’esercito ha indicato l’arresto dei soldati sospettati nel caso delle violenze di Sde Teiman come prova del fatto che esso fa rispettare tali leggi quando esse vengono violate.

Il Dipartimento di Stato non ha risposto alle richieste di commenti.

Le prove di violenze in quella di Sde Teiman e in altre prigioni sono soltanto le ultimissime rivelazioni di violenze commesse dall’esercito israeliano, i cui comandanti sono accusati di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. Nonostante le prove, gli Stati Uniti continuano a finanziare la guerra di Israele contro Gaza, cui hanno contribuito con più di 15 miliardi di dollari dal 7 Ottobre.

Eitay Mack, un altro avvocato per i diritti umani israeliano, il quale ha rappresentato i palestinesi incarcerati dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per prevenire violazioni dei diritti umani come quelle che si sono viste a Sde Teiman.

Egli ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno il potere di emettere sanzioni contro singole unità dell’esercito. I 10 soldati israeliani arrestati nel caso del presunto stupro di gruppo di Sde Teiman fanno parte dell’unità dell’esercito israeliano Force 100. Gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni contro coloni israeliani che hanno commesso violenze contro i palestinesi in Cisgiordania. Mack ha anche menzionato la legge Leahy, una legge del 1997 che proibisce agli Stati Uniti di prestare assistenza a “qualsiasi unità delle forze di sicurezza di un paese straniero se il Segretario di Stato ha informazioni credibili che quell’unità ha commesso una grave violazione dei diritti umani”.

L’amministrazione del presidente Joe Biden ha mostrato una certa riluttanza a mettere condizioni agli aiuti militari, anche quando essa ha ammesso di aver fornito a Israele armi [tali] da commettere possibili violazioni della legge internazionale.

“Gli Stati Uniti dovrebbero applicare le proprie regole sugli aiuti militari – dovrebbero usarle per fare pressione su Israele”, ha detto Mack. “Io non credo che i governi del mondo agiscano secondo morale”, ha aggiunto, “ma gli Stati Uniti dovrebbero applicare la legge, la legge Leahy, se non altro per rispettare la procedura”.

Mack ha ammesso che punire singole unità coinvolte nelle violenze di Sde Teiman non risolverebbe il problema delle violenze capillarmente diffuse in tutto il sistema delle prigioni israeliane.

Le prigioni militari, come quella di Sde Teiman, sono strutture detentive costruite all’interno di basi militari israeliane, dove i detenuti sono spesso trattenuti in attesa di essere interrogati. Esse sono del tutto estranee al Servizio Carcerario Israeliano, le cui strutture sono gestite da guardie civili e funzionari. Che i secondini commettessero violenze sui palestinesi detenuti in entrambi i tipi di prigione era cosa nota ben prima del 7 Ottobre, e i prigionieri palestinesi provenienti dai territori palestinesi occupati sono soggetti a corti militari anziché civili – cosa che ha contribuito a orientare organizzazioni come la Corte di Giustizia Internazionale nel concludere che il sistema legale israeliano è una forma di apartheid.

Mack ha detto di aver rappresentato un palestinese della Cisgiordania occupata che mentre si trovava in una prigione del Servizio Carcerario Israeliano è stato afferrato per il collo da un agente israeliano, tirato su e scaraventato sul pavimento della sua cella, riportandone la frattura dello zigomo.

Nonostante questo, le strutture afferenti al Servizio Carcerario Israeliano tendenzialmente offrono condizioni migliori rispetto al loro equivalente militare, letti migliori, miglior cibo e maggiori possibilità di movimento. Dall’inizio della guerra a Gaza però, Mack e Pelli hanno notato che le prigioni del Servizio Carcerario Israeliano hanno precluso ai palestinesi ogni contatto con il mondo esterno. Ai detenuti è stato impedito di comunicare con le loro famiglie e con i loro avvocati, mentre è stata limitata la libertà di movimento all’interno delle strutture, poste in regime di isolamento.

Insieme al suo gruppo, ACRI, Pelli ha presentato un’ulteriore istanza alla Corte Suprema con l’obbiettivo di permettere alla Croce Rossa l’accesso all’interno di prigioni e campi militari, in modo da garantire ai detenuti adeguate cure mediche – il che è obbligatorio sia per la legge israeliana che per quella internazionale. Alla Croce Rossa è stato invece negato l’accesso a ogni prigione dall’inizio della guerra. L’istanza menziona le morti di almeno due detenuti in campi militari e altri sei nelle prigioni del Servizio Carcerario Israeliano, due dei quali mostravano “segni di gravi violenze” sui loro corpi. La corte deve ancora deliberare in materia, mentre il governo continua a chiedere proroghe nel procedimento.

Ad Aprile Pelli ha presentato ancora un’altra istanza, chiedendo che il Servizio Carcerario Israeliano mettesse fine a “una politica della denutrizione nei confronti dei prigionieri e detenuti palestinesi”, cosa che – ha argomentato – è di fatto una forma di tortura e viola la legge internazionale. Dal 7 di Ottobre, si legge nel documento, questa politica ha lasciato che i prigionieri soffrissero di una fame estrema e costante, oltre che di una pessima qualità del cibo. L’istanza riporta testimonianze di palestinesi ex detenuti che hanno perso decine di chili, tra i quali un diabetico che è stato costretto a mangiare dentifricio per alzare i livelli di zucchero nel proprio sangue.

Secondo l’ONG per i diritti umani HaMoked, che si occupa della popolazione carceraria israeliana ed è stata tra le organizzazioni che hanno presentato l’istanza per la chiusura di Sde Teiman, dal 7 Ottobre il numero di palestinesi imprigionati è quasi raddoppiato, dai 5.192 prima della guerra ai 9.623 di inizio luglio, cosa che ha esacerbato il già preesistente problema del sovraffollamento. Più di 4.000 detenuti palestinesi sono in detenzione amministrativa, detenzione che può essere prolungata indefinitamente e senza accuse. Molti sono rilasciati dopo settimane di detenzione senza accuse.

Il rapporto di B’Tselem cita le istanze presentate da Pelli e dalla sua organizzazione, dove le prigioni sono definite come “un buco nero normativo” in cui “i palestinesi non hanno diritti né protezioni”.

Il rapporto dice che gli incarcerati sono per la maggior parte uomini e ragazzi, anche se dal 7 Ottobre non mancano donne e bambini. “Alcuni sono in prigione semplicemente per aver espresso solidarietà per le sofferenze dei palestinesi”, si legge nel rapporto. “Altri sono stati presi in custodia nel corso delle attività militari nella Striscia di Gaza, per il solo motivo di ricadere sotto la vaga definizione di ‘uomini in età di combattimento’. Alcuni sono stati imprigionati perché sospettati, fondatamente o meno, di operare in organizzazioni armate palestinesi o di sostenerle”.

Lo stesso rapporto mette in luce le testimonianze dirette di 55 palestinesi che sono stati detenuti nelle prigioni israeliane, tra i quali 21 provenienti da Gaza e 4 con cittadinanza israeliana. Hanno denunciato “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazione e degradazione, deliberata denutrizione, condizioni forzosamente insalubri, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose; confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

Un palestinese che è stato detenuto a Sde Teiman ha riferito a B’Tselem di essere stato condotto insieme ad altri in un magazzino, dove è stato costretto a denudarsi e inginocchiarsi prostrato mentre i soldati lo interrogavano e picchiavano. Durante lo spostamento verso un’altra struttura, lui e altri venivano picchiati se parlavano o facevano qualche rumore. Durante i pestaggi è rimasto ferito alla gamba sinistra. Mentre il dolore alla gamba era in seguito andato intensificandosi per diversi giorni, i soldati hanno ignorato le sue lamentele e lo hanno colpito alla gamba ferita. La gamba dovette infine essere amputata. Ciò non è bastato a mettere fine alle torture, poiché l’uomo ha riferito di essere stato costretto a restare in piedi per ore sulla gamba rimastagli, in modo da impedirgli di dormire. É stato in seguito rilasciato e restituito alla sua famiglia a Gaza senza che nessuna accusa venisse formulata a suo carico, dice il rapporto.

B’Tselem sostiene nel suo rapporto che le violenze fanno parte di una politica sistematica intesa a torturare i palestinesi, implementata dal Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che supervisiona il Sistema Carcerario Israeliano, con il sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di tutto il governo israeliano.

“Il problema principale è che non si tratta solo delle strutture militari [come Sde Teiman]”, dice Pelli. “Oggi, sotto queste condizioni e con questo ministro, tutto è terribile”.

Sde Teiman è tornata al centro dell’attenzione a fine luglio, quando una folla di estremisti di destra ha fatto irruzione nella base dopo che inquirenti militari vi si sono recati per interrogare i soldati sospettati dello stupro di un prigioniero palestinese. La folla si è introdotta anche in un’altra base, dove i soldati erano stati condotti per essere interrogati. Ben Gvir ha definito “niente meno che vergognoso” lo “spettacolo” della polizia che andava a interrogare i soldati – che egli chiama “i nostri eroi migliori”. L’incidente ha messo in evidenza la crescente polarizzazione tra il governo di estrema destra del primo ministro e il comando militare del paese.

Gli arresti non sono un segnale di maggiore responsabilità da parte del governo, secondo Mack, ma sono decisioni politiche prese dal Generale Maggiore Yifat Tomer-Yerushalmi, procuratore capo militare in entrambe i casi. Anche prima della diffusione del video, la vittima dello stupro ha ricevuto cure mediche in un ospedale pubblico civile dove il personale medico ha riscontrato lesioni compatibili con la violenza sessuale, ha detto Mack, cosa che ha costretto l’esercito a indagare.

“È un fallimento totale”, dice, incolpando Tomer-Yerushalmi per quella che considera una risposta morbida alle precedenti accuse di violenze sui prigionieri durante la guerra.

Le udienze relative all’istanza di chiusura di Sde Teiman sono proseguite fino a mercoledì di questa settimana, quando i manifestanti di destra hanno interrotto i lavori. Nel corso del procedimento, i manifestanti hanno regolarmente criticato Pelli e i suoi colleghi come “traditori” o difensori dei militanti di Hamas, racconta Pelli.

Durante l’udienza, gli avvocati dell’esercito hanno sostenuto che non ci sono più problemi a Sde Teiman, poiché hanno ridotto la popolazione carceraria da più di 700 a meno di 30 detenuti temporanei a breve termine. I militari hanno affermato che i prigionieri rimanenti non rappresentano un rischio per la sicurezza e non sono più legati o bendati, a differenza dei precedenti detenuti della struttura.

Pelli ha argomentato che le loro condizioni di vita sono ancora in violazione del diritto internazionale, in quanto i prigionieri continuano a essere tenuti in gabbie senza letti o servizi igienici adeguati e viene ancora negato loro l’accesso alla Croce Rossa o agli avvocati. Ha anche avvertito che la popolazione carceraria potrebbe aumentare di nuovo in qualsiasi momento durante la guerra in corso.

“Non si può scattare un’istantanea di questa giornata, se è estremamente dinamica”, ha detto Pelli. “Perché se domani l’IDF entrerà [in un villaggio] a Gaza e tratterrà tutti gli uomini, prenderà 200 persone… quali sono i limiti? La guerra non è finita”.

Ultimo aggiornamento: 13 Agosto 2024

L’articolo è stato aggiornato per includere il commento di un portavoce dell’esercito israeliano ricevuto dopo la pubblicazione.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Secondo un’organizzazione non governativa Israele ha allestito strutture adibite alla tortura dei palestinesi

Redazione di Al Jazeera

6 Agosto 2024 – Al Jazeera

Secondo un rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem le testimonianze di 55 ex detenuti palestinesi rivelano che più di una dozzina di campi di prigionia israeliani allestiti dopo il 7 ottobre sono dedicati a violenze nei confronti delle persone in custodia

L’organizzazione non governativa israeliana che si occupa di diritti umani B’Tselem ha raccolto le testimonianze di 55 palestinesi, di cui 21 provenienti dalla Striscia di Gaza, che sono stati trattenuti in prigioni israeliane, che raccontano in dettaglio le torture cui sono stati sottoposti.

Il rapporto di B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”, ha rivelato martedì [6 agosto n.d.t.] che dall’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza più di una dozzina di strutture carcerarie israeliane sono state convertite in una rete di campi “dedicati alle violenze nei confronti dei detenuti”.

“Tali spazi, in cui ogni detenuto è deliberatamente condannato a subire sofferenze gravi e incessanti, operano di fatto come campi di tortura,” vi si legge.

Le violazioni includono “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazioni e degrado, fame deliberata, condizioni igieniche forzate, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose, confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

B’Tselem ha riferito che dal 7 ottobre almeno 60 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana, di cui circa 48 provenienti da Gaza.

Secondo il rapporto le testimonianze dei detenuti dimostrano “una politica istituzionale sistematica basata su maltrattamenti e torture costanti di tutti i prigionieri palestinesi”.

Questa politica, si legge, è applicata sotto la direzione del Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, con il pieno sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

“Data la gravità degli atti, l’entità delle violazioni della legge internazionale e il fatto che tali violazioni prendono di mira quotidianamente e per un prolungato periodo di tempo l’intera popolazione carceraria palestinese, l’unica possibile conclusione è che nel compiere questi atti Israele sta commettendo torture che equivalgono a un crimine di guerra e persino a un crimine contro l’umanità”, afferma il rapporto in conclusione.

Richiesta di indagine da parte della Corte Penale Internazionale

Il rapporto fa appello alla Corte Penale Internazionale affinché indaghi “i singoli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”, argomentando che tali indagini non sono state possibili in Israele “poiché tutti i sistemi statali, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di questi campi di tortura”.

B’Tselem ha anche osservato che dall’inizio della guerra contro Gaza il numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è raddoppiato, raggiungendo i 9.623.

“Ci appelliamo a tutte le nazioni e a tutte le istituzioni e gli organismi internazionali affinché facciano tutto ciò che è in loro potere per mettere immediatamente fine alle crudeltà inflitte ai palestinesi dal sistema carcerario israeliano, e affinché riconosca il regime israeliano che gestisce tale sistema come un regime di apartheid che deve finire”, conclude l’organizzazione.

Da parte delle autorità israeliane non c’è stata alcuna reazione immediata al rapporto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)