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Riluttante e incapace: Israele insabbia le indagini sulle proteste della Grande Marcia del Ritorno

Sintesi del rapporto congiunto con il PCHR

dicembre 2021 B’Tselem

Sintesi del rapporto congiunto con il PCHR

Il 30 marzo 2018, Giornata della Terra, i palestinesi della Striscia di Gaza iniziarono a organizzare regolari proteste lungo la barriera perimetrale, chiedendo la fine del blocco che Israele impone sulla Striscia dal 2007 e il rispetto del diritto al ritorno. Le proteste, che si svolgevano principalmente il venerdì con decine di migliaia di partecipanti, tra cui bambini, donne e anziani, proseguirono fino alla fine del 2019.

Israele si affrettò a definire le proteste illegittime ancor prima che iniziassero. Fece vari tentativi per impedire le manifestazioni e dichiarò in anticipo che avrebbe disperso i manifestanti con la violenza. I militari schierarono lungo la barriera decine di cecchini e vari ufficiali chiarirono che le regole di combattimento avrebbero consentito di far fuoco contro chiunque tentasse di avvicinarsi alla barriera o di danneggiarla. Quando gli abitanti di Gaza proseguirono comunque le manifestazioni, Israele tenne fede alle sue minacce e adottò regole di combattimento che consentivano l’uso di armi da fuoco contro i manifestanti disarmati. Di conseguenza 223 palestinesi, 46 dei quali di età inferiore ai 18 anni, vennero uccisi e circa 8.000 feriti. La stragrande maggioranza delle persone uccise o ferite era disarmata e non rappresentava alcuna minaccia per i soldati ben armati che si trovavano dall’altra parte della barriera.

Israele rispose alle critiche internazionali sul bilancio delle vittime dicendo che avrebbe indagato sugli incidenti. Eppure oggi, a più di quaranta mesi dalla prima manifestazione, è chiaro che le indagini dei militari relative alle proteste di Gaza non hanno mai avuto lo scopo di assicurare giustizia alle vittime o di dissuadere le truppe da azioni simili. Queste indagini, proprio come le indagini condotte dal sistema giudiziario dell’esercito in altri casi in cui i soldati hanno recato danno a palestinesi, fanno parte del meccanismo di copertura da parte di Israele e il loro scopo principale rimane quello di mettere a tacere le critiche esterne, in modo da poter continuare ad attuare in maniera immutata la propria politica.

La principale lacuna: la mancanza di indagini sulle politiche riguardanti l’uso delle armi da fuoco

La responsabilità di aver adottato la politica delluso delle armi da fuoco, di avere impartito ordini illegali ai soldati, con gli esiti letali che ne derivano, ricade sui politici. Tuttavia, le persone principalmente responsabili delle conseguenze e della definizione di tali politiche i funzionari di livello governativo che le hanno modellate, sostenute e incoraggiate, e il procuratore generale che ne ha confermato la legalità – non sono mai state indagate. Le indagini non hanno preso in esame i regolamenti e le politiche adottate durante le proteste, ma si sono concentrate interamente su casi isolati considerati “eccezionali”.

Dei funzionari statali hanno ammesso che una delle ragioni del frettoloso annuncio di Israele che sarebbero state condotte indagini è dovuta al fatto che la Corte Penale Internazionale dell’Aia stava e sta tuttora conducendo procedimenti contro Israele. Uno dei principi guida per il lavoro della CPI è la complementarità, il che significa che la CPI afferma la [propria] giurisdizione solo quando lo Stato in questione è “riluttante o incapace” di svolgere le proprie indagini. Una volta che uno Stato intraprende delle indagini sugli incidenti, la CPI non interviene.

Tuttavia dichiarare che un’indagine è in corso non è sufficiente per evitare l’intervento della Corte Penale Internazionale. L’indagine deve essere efficace e deve esaminare la responsabilità dei funzionari di grado più elevato che hanno concepito le politiche e, se necessario, condurre a delle azioni contro di loro. Le indagini di Israele in relazione alle proteste di Gaza non soddisfano questi requisiti: consistono interamente in indagini militari sulla propria condotta. Si concentrano esclusivamente su soldati di rango inferiore e agli investigatori viene assegnato un mandato ristretto, che si limita a chiarire se i regolamenti sono stati violati, ignorando completamente la questione della loro liceità e della stessa regolamentazione sull’uso delle armi da fuoco.

Non si può neppure sostenere come hanno fatto i funzionari israeliani che la politica del fuoco aperto sia stata sostenuta dalla Corte Suprema israeliana, che ha esaminato petizioni presentate contro di loro. I giudici possono anche aver respinto le petizioni, permettendo ai militari di continuare con quella politica, ma la corte non ha difeso i regolamenti attuati sul campo, poiché questi non sono mai stati presentati ai giudici. La corte ha sì approvato i regolamenti che secondo lo Stato stavano seguendo i militari, ma lo ha fatto ignorando l’evidente discrepanza tra le informazioni presentate ai giudici e la realtà sul campo – divario evidente in tempo reale, mentre la corte esaminava la petizione.

Qual’è loggetto delle indagini secondo Israele?

Le indagini sono state affidate al Military Advocate Generals Corps (il MAG Corps) [l’Avvocatura Generale Militare è l’organo responsabile dell’attuazione dello stato di diritto all’interno dell’esercito israeliano, ndtr.] con l’assistenza di uno speciale organismo dello Stato Maggiore introdotto dopo l’operazione Protective Edge [nome in codice della campagna militare iniziata l’8 luglio 2014 dall’esercito israeliano contro i palestinesi di Hamas e altri gruppi nella Striscia di Gaza, ndtr.] (l’organismo FFA). Questo apparato è stato incaricato di una missione limitata: indagare su incidenti isolati in cui i soldati fossero sospettati di aver violato gli ordini loro impartiti. Le indagini si sono concentrate su soldati di basso rango sul terreno. In queste circostanze, anche se l’organismo avesse eccelso nel suo lavoro investigativo e avesse svolto con successo la sua missione, il contributo all’applicazione del diritto sarebbe stato limitato. Tuttavia un esame delle operazioni di tale organismo rivela che esso non si è sforzato di raggiungere neanche questo obiettivo limitato.

L’esercito ha indagato solo sui casi in cui i palestinesi sono rimasti uccisi dalle forze di sicurezza, nonostante il gran numero di persone ferite, compresi i casi in cui le vittime sono rimaste paralizzate o costrette ad amputazioni. Nel corso delle proteste sono stati feriti in totale più di 13.000 palestinesi: circa 8.000 da proiettili veri, circa 2.400 da proiettili di metallo ricoperti di gomma e quasi 3.000 da candelotti lacrimogeni che li hanno colpiti direttamente. Dei feriti, 156 hanno perso gli arti. Nessuno di questi casi è stato indagato.

Le indagini che hanno avuto luogo non sono state indipendenti, in quanto condotte interamente dai militari, senza il coinvolgimento di civili. Inoltre, sia il Mag che l’FFA funzionano molto a rilento. Secondo i dati forniti dal portavoce dell’esercito a B’Tselem, al 25 aprile 2021 l’FFA aveva ricevuto 234 pratiche riguardanti l’uccisione di palestinesi. Questa cifra comprende anche palestinesi rimasti uccisi durante il periodo in cui si sono svolte le proteste, ma senza alcun collegamento con esse. L’organismo ha completato la sua revisione in 143 di questi casi e li ha trasferiti al MAG. Il MAG ha ordinato all’Unità investigativa della polizia militare (MPIU) di indagare su 33 casi, nonché su altri tre casi non di competenza dell’ apparato FFA. In quattro casi l’inchiesta è stata chiusa senza che fossero presi provvedimenti. Per un’altra indagine del MPIU, sull’uccisione del quattordicenne ‘Othman Hiles, che è stata completata, un soldato è stato accusato di abuso di autorità al punto di mettere in pericolo la vita o l’incolumità e condannato a un mese di servizio militare comunitario. Il MAG ha deciso di non indagare penalmente su 95 casi in cui il FFA aveva completato la sua revisione e ha archiviato i casi senza ulteriori provvedimenti. Tutti gli altri casi trasferiti al MAG sono in corso di esame.

* * *

La condotta di Israele riguardo alle indagini sulle proteste a Gaza non è né nuova né sorprendente. È radicata nel sistema israeliano di applicazione della legge, come si è visto ad esempio dopo i combattimenti nel corso dell’Operazione Piombo Fuso del gennaio 2009 e nell’Operazione Margine di Protezione dell’agosto 2014. Anche allora Israele ha violato il diritto internazionale, ha rifiutato di riformare la sua politica nonostante le conseguenze letali e deviato le critiche promettendo di indagare sulla propria condotta. Ma anche allora tale promessa non ha condotto a nulla. Salvo una manciata di casi non rappresentativi nessuno è stato ritenuto responsabile per gli orribili risultati di politiche sull’uso delle armi da fuoco illegali e immorali.

Un reale cambiamento di politica avverrà solo quando Israele sarà costretto a pagare un prezzo per la propria condotta, azioni e politiche. Quando la cortina fumogena delle indagini interne sarà rimossa e sarà costretto a fare i conti con le sue violazioni dei diritti umani e delle leggi internazionali, Israele dovrà decidere: ammettere apertamente di non riconoscere che i palestinesi abbiano diritti politici e meritino di essere tutelati, e di non avere quindi nessuna intenzione di assumersi la responsabilità di aver violato i diritti umani dei palestinesi, oppure cambiare la propria politica.

(traduzione dallinglese di Aldo Lotta)




Dopo che i cecchini israeliani hanno ucciso 40 palestinesi in 3 mesi, il capo dell’esercito ha detto: ‘così non va, rilassatevi’

Dopo che i cecchini israeliani hanno ucciso 40 palestinesi in 3 mesi, il capo dell’esercito ha detto: ‘così non va, rilassatevi’

Dopo che i soldati israeliani hanno ucciso “come se nulla fosse” più di 40 palestinesi in 2 mesi, il capo di stato maggiore dell’esercito ha detto: “Così non va bene” ed ha ordinato ai cecchini di “rilassarsi”. Ma quando il giornalista Ohad Hemo ha riportato l’accaduto al Forum della Politica Israeliana, la presidentessa Susie Gelman ha subito espresso le sue preoccupazioni riguardo all’evasione dei prigionieri palestinesi da un carcere israeliano.

 Philip Weiss

17 settembre 2021 – Mondoweiss

 

Tre giorni fa un’associazione filoisraeliana ha tenuto un dibattito che ha rivelato la sua totale indifferenza nei confronti delle vite dei palestinesi. Il giornalista israeliano Ohad Hemo ha detto al Forum della Politica Israeliana, un’organizzazione lobbistica israelo-americana, che, dopo che i soldati israeliani hanno ucciso “come se nulla fosse” più di 40 palestinesi in Cisgiordania in due mesi, il capo dell’esercito ha detto: “Questo non va bene” ed ha ordinato ai cecchini di “rilassarsi”.

Susie Gelman, la presidentessa del Forum della Politica Israeliana, non ha risposto alla scioccante notizia, ma ha riportato la discussione sui suoi “motivi di preoccupazione” – l’evasione dei prigionieri palestinesi da un carcere israeliano.

Ecco la descrizione secondo Hemo di questa furia omicida:

Nelle ultime settimane è successo qualcosa in Cisgiordania. Posso dirvi che negli ultimi due mesi ci sono stati più di 40 palestinesi uccisi con armi da fuoco da Israele. E siamo arrivati al punto che il capo dell’esercito ha convocato tutti i comandanti impegnati in Cisgiordania e ha detto loro: ‘Aspettate un momento, così non va bene. Voglio dire che vengono uccise facilmente persone in incursioni, manifestazioni o altro. Perciò per favore parlate ai vostri cecchini. Parlate alla vostra gente nell’esercito. Solo questo, perché si rilassino’.

Hemo, il giornalista che si occupa della questione palestinese per il Canale 12 israeliano, ha preso spunto da un notiziario del 10 agosto. Dopo che i soldati israeliani avevano ucciso più di 40 palestinesi in tre mesi, compresi “civili…uccisi per errore”, Aviv Kochavi, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha richiesto dei cambiamenti.

Il Forum della Politica Israeliana palesemente non si preoccupa di queste uccisioni. Si stava svolgendo una discussione sull’evasione del 6 settembre in cui sei palestinesi sono fuggiti attraverso un tunnel dal carcere di Gilboa, e Gelman, che stava intervistando Hemo, ha ripetutamente espresso preoccupazione riguardo alle “conseguenze” di questa grave violazione della sicurezza”.

“Parlaci di questi sei prigionieri”, ha detto Gelman. “Voglio dire, questo genere di cose non dovrebbero proprio accadere. Vi sono ovviamente moltissime domande e sicuramente ci sarà un’indagine su che cosa sia andato storto…Come è mai possibile? …. Probabilmente alcune persone a causa di questo fatto perderanno il lavoro.”

Hemo ha detto: “Quattro di loro sono condannati all’ergastolo per aver ucciso degli israeliani o aver preso parte ad attacchi terroristici …. Mahmoud al-Arda è un killer, credetemi, è un vero terrorista della Jihad islamica.”

Hemo ha ripetutamente definito i palestinesi dei terroristi. Nessuno dei 4.500 palestinesi prigionieri di Israele sono prigionieri politici, ha detto Hemo, sono tutti “terroristi.”

“Stiamo parlando di circa 4.500 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Non parlo di prigionieri politici, parlo di terroristi.”

Gelman e Hemo non si sono mai posti l’ovvia domanda: ci sono state delle conseguenze per gli assassini israeliani degli oltre 40 palestinesi? La risposta è sicuramente ‘no’. L’associazione (israeliana) per i diritti umani B’Tselem ha documentato che solo “in casi molto rari” i soldati israeliani sono accusati di reato per aver ucciso o ferito dei palestinesi. E quando lo sono, raramente vengono condannati. Al contrario i palestinesi in Cisgiordania vengono condannati ad un tasso di quasi il 100% nei tribunali militari – che è uno dei motivi per cui Human Rights Watch lo scorso aprile ha affermato che Israele pratica l’apartheid.

Hemo si presenterà il mese prossimo ad un’altra associazione filoisraeliana.

Philip Weiss

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net ed ha fondato il sito nel 2005-06.

 

      (Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)