Quindici articoli al giorno: la portata dell’ingerenza dell’esercito israeliano sui media

Haggai Matar

17 giugno 2026 – +972 Magazine

Nel 2015 la censura militare ha vietato o modificato oltre 5.000 articoli di informazione, con un incremento delle cancellazioni durante la guerra di Israele con l’Iran

Lo scorso anno la censura militare israeliana ha bloccato la pubblicazione di una media di 2 articoli al giorno sui mezzi di informazione in Israele, interferendo nel contempo sui contenuti di altri 13. Ciò rende il 2025 il secondo anno, superato solo dal 2024, con il maggior numero di interventi censori in Israele da quando +972 Magazine ha iniziato a monitorarli 15 anni fa.

Secondo i dati limitati forniti in risposta a una richiesta sulla libertà di informazione da parte di +972 e del Movimento per la Libertà di Informazione, lo scorso anno il censore, un’unità all’interno della Direzione Generale dell’Intelligence Militare israeliana, ha richiesto cambiamenti su 4.974 articoli di informazione. Questo dato è inferiore ai 6.265 casi dell’anno precedente, ma è significativamente più alto della media dei circa 2.300 annui tra il 2011 e il 2023.

Inoltre la censura ha totalmente vietato la pubblicazione di 753 articoli, meno del record di 1.635 del 2024, al di sopra tuttavia della precedente media annuale di circa 320. In totale durante il 2025 l’esercito israeliano ha impedito di rendere pubbliche informazioni in media più di 15 volte al giorno.

In base alle “norme regolatorie d’emergenza” messe in atto in seguito alla creazione di Israele e rimaste tuttora in vigore, la legge israeliana prevede che i mezzi di informazione sottopongano alla censura articoli che riguardano questioni relative alla “sicurezza” per un controllo prima della pubblicazione. Il numero totale di notizie che i mezzi di informazione hanno sottoposto alla censura nel 2025 è stato di 17.176, rispetto alla media annuale precedente di oltre 12.000 e al livello senza precedenti di 20.770 nel 2024. 

Alla censura viene concesso di intervenire solo quando ci sia la “quasi certezza che verranno provocati reali danni alla sicurezza dello Stato” dalla pubblicazione di un articolo. Ma la lista del censore degli argomenti che ricadono sotto la definizione di sicurezza è ampia e include informazioni relative al traffico segreto di armi, alla detenzione amministrativa [senza accuse né processo, applicata quasi solo ai palestinesi, ndt.], alle attività di intelligence, alla dislocazione delle truppe e agli obiettivi di attacchi missilistici.

La legge concede al censore l’autorità di incriminare giornalisti e multare, sospendere, chiudere o persino presentare denunce penali contro organi di informazione che non rispettino le sue decisioni. È responsabilità di ogni editore di mezzi di informazione decidere cosa sottoporre al controllo prima della pubblzione, benché la censura possa intervenire anche retroattivamente e richiedere la rimozione di articoli pubblicati senza la sua approvazione (come ha fatto per esempio l’anno scorso con un articolo di Haaretz che descriveva gli obbiettivi degli attacchi missilistici iraniani a Tel Aviv).

Ai mezzi di informazione è vietato anche rivelare al proprio pubblico se e quanto il censore abbia interferito in un articolo. Nel caso di notizie televisive un rappresentante dell’autorità censoria spesso è presente negli studi per controllarne dal vivo i contenuti.

La scatola nera della censura

Come parte dell’apparato dell’intelligence militare israeliana la censura è esente dalla Legge sulla Libertà di Informazione. Di conseguenza non è obbligata a divulgare dati su richiesta e rifiuta invariabilmente di rispondere alla maggior parte delle nostre domande per avere informazioni specifiche.

Quest’anno persino richieste relativamente generiche, il cui rischio potenziale per la sicurezza nazionale è decisamente discutibile, sono rimaste senza risposta, comprese petizioni da parte di mezzi di informazione di una drastica riduzione degli interventi, una definizione generale dei motivi di censura parziale o totale e informazioni o misure di intervento prese contro violazioni delle regole censorie. Tuttavia, per la prima volta da quando abbiamo iniziato a raccogliere dati un decennio fa, quest’anno la risposta del censore ha indicato due nuove categorie della sua interferenza sui media: ha reso noto che la pubblicazione di un articolo è stata “rinviata”, mentre 92 articoli sono stati “rimandati senza interventi”. Non ha fornito alcuna ulteriore informazione sul senso di queste nuove categorie.

Abbiamo ricevuto anche poche informazioni riguardo all’archivio nazionale di Israele (noto come l’Israel State Archive, o ISA). Da quando l’ISA ha iniziato nel 2016 un processo di digitalizzazione ed è passato a una visualizzazione degli articoli per lo più in rete, la censura militare è intervenuta per definire quali documenti scannerizzati vengono caricati. In seguito a ciò sono spariti documenti che l’ISA ha da molto tempo deciso di rendere pubblici. Rispondendo alle nostre richieste riguardo alla portata di questa operazione il censore ha rivelato che nel 2025 l’ISA ha sottoposto a revisione 3.422 file e che “la grande maggioranza di questi è stata approvata senza correzioni o censure.” Alla nostra richiesta di informazioni più precise non c’è stata risposta.

Mentre i dati indicano un generale incremento della censura dal 7 ottobre, l’interferenza più pesante è stata in certi momenti della guerra contro l’Iran. La polizia, ispettori municipali e a volte privati cittadini hanno messo in atto gravi restrizioni sui resoconti dei luoghi degli attacchi missilistici iraniani, impedendo a volte la presenza sul campo di giornalisti e fotografi, soprattutto arabi e stranieri.

I due uomini responsabili dell’incremento della censura negli ultimi due anni, Kobi Mandelblit, che fino all’aprile 2025 ha ricoperto l’incarico di capo censore, e Netanel Kula, che lo ha sostituito, sono entrambi parenti di importanti giuristi nominati dal movimento sionista religioso [di estrema destra, ndt.]: Mandelblit è cugino dell’ex-procuratore generale Avichai Mandelblit, mentre Kula è figlio del difensore civico della magistratura israeliana, Asher Kula. Tre mesi dopo che Kula ha sostituito Mandelblit come capo censore, sono trapelate notizie secondo cui avrebbe bloccato articoli riguardanti il figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu che avrebbe segretamente acquistato una casa all’estero. La vicenda è comunque emersa.

Ci sono stati tuttavia vari casi noti di mezzi di informazione che hanno trasgredito alla censura, in particolare nell’estrema destra. L’ultranazionalista Canale 14 varie volte ha reso pubblici piani di combattimento riservati e strumenti di intelligence militare nonostante funzionari della sicurezza abbiano stabilito che ciò ha provocato “concreti danni” alla sicurezza nazionale, eppure non è stato sanzionato neppure una volta. Ironicamente sono stati i progressisti israeliani che hanno invocato la censura della libertà di espressione del Canale invece di amplificare le crescenti voci contro questa pratica nel suo complesso.

Nell’attuale epoca di giornalismo digitale che supera le frontiere, in cui i giornalisti israeliani stessi spesso pubblicano articoli su mezzi di informazione stranieri per aggirare la censura, l’antica istituzione è sia illiberale che obsoleta.

Le vicende non raccontate

In periodi di emergenza è particolarmente importante ricevere informazioni attendibili su modifiche relative alle attività censorie,” afferma Or Sadan, un avvocato del Movimento per la Libertà di Informazione e direttore della Freedom of Information Clinic [Centro per la Libertà di Informazione] presso il College of Management Academic Studies [Facoltà di Management – Studi Accademici]. “Benché ci sia stato un lieve calo rispetto all’anno scorso, è difficile non notare l’allarmante incremento nel numero di notizie che sono state nascoste all’opinione pubblica.”

E aggiunge “La democrazia si basa sul trasferimento di informazioni dal governo all’opinione pubblica e ogni violazione a questo riguardo è una violazione diretta della democrazia.”

Tuttavia, mentre la censura militare costituisce un attacco estremo ed eccezionale alla libertà di stampa in Israele, la violazione più grave di tale libertà non viene dall’esercito israeliano. In primo luogo lo è l’uccisione dal 7 ottobre di oltre 250 giornalisti, alcuni dei quali direttamente presi di mira, in attacchi aerei che hanno colpito anche i soccorritori, a Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iran.

Contemporaneamente l’esercito continua a colpire, picchiare ed arrestare giornalisti in Cisgiordania e tortura quelli imprigionati, spesso senza accuse. All’interno dei confini di Israele nuove ondate di disegni di legge tendono a minare l’indipendenza dei media israeliani e il governo continua a cercare di prendere il controllo di mezzi di informazione, attribuire potere ai giornalisti compiacenti e danneggiare i loro avversari. Non è quindi un caso che Israele continui a scendere bruscamente nell’indice internazionale della libertà di stampa, e di recente ha raggiunto un misero centosedicesimo posto su 180 Paesi.

Eppure in Israele i giornalisti sono ancora largamente liberi di raccontare le vicende che considerano più importanti e la maggior parte non lo fa, rendendo l’autocensura la più grave forma di censura che avviene in Israele.

Come ha recentemente dimostrato il mio collega Sebastian Ben Daniel (John Brown), durante gli ultimi due anni e mezzo i più importanti e rispettati programmi investigativi sui canali commerciali, prodotti dai cosiddetti giornalisti progressisti, non hanno affrontato neppure una volta le politiche dell’esercito a Gaza o in Cisgiordania. Né hanno dato informazioni sulla morte di decine di migliaia di minori e altri palestinesi innocenti a Gaza, sulla carestia e la distruzione deliberata di intere città di Gaza o su molti altri crimini di guerra che Israele sta commettendo.

Niente di tutto questo si deve alla censura militare. È una scelta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Editoriale Haaretz. La libertà di stampa in Israele è sotto attacco con il pretesto della guerra con l’Iran

Editoriale Haaretz

23 giugno 2025 Haaretz

Dietro al pretesto della guerra anche la libertà di stampa in Israele è sotto attacco. Lunedì Haaretz ha riferito che il consulente legale della polizia ha inviato ai dirigenti nuove direttive che danno loro il potere di arrestare e anche imprigionare giornalisti, se ritengono che questi stiano documentando la posizione di lanci di missili “vicini o interni a siti di difesa strategica.”

Ma le indicazioni non si riferiscono solo a strutture segrete. Come attestato dal documento, esse sono anche, “in determinati casi, soggette a discrezionalità individuale” – cioè alla personale interpretazione –di ogni singolo agente di polizia, di qualunque grado.

Sono direttive draconiane. E’ sufficiente per un agente il timore che il sito in questione sia “sensibile”, anche se non lo è, per esercitare ampi poteri contro i giornalisti – dal fermarli per interrogarli al sospettarli di gravi reati contro la sicurezza.

Col pretesto di tutelare la sicurezza nazionale è stato in tal modo dato semaforo verde all’uso della forza arbitraria contro i giornalisti. Il sindacato dei giornalisti di Israele ha giustamente definito le nuove direttive “l’ultimo chiodo sul feretro della libertà di stampa in Israele” e ha richiesto che il capo della polizia Danny Levy le revocasse immediatamente.

Queste direttive non sono spuntate dal nulla. Precedentemente il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il Ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi hanno cercato di richiedere ai media esteri di ottenere l’approvazione preventiva da parte della censura militare per pubblicare fotografie della scena dello schianto di un missile.

Questa iniziativa non ha alcuna base legale, ma è stata temporaneamente bloccata solo grazie all’intervento della procuratrice generale Gali Baharav-Miara. Tuttavia, dato il ritmo dei recenti eventi e con l’incalzare dei tamburi di guerra, sembra che sia solo questione di tempo perchè anche lei venga destituita, insieme a chiunque altro si azzardi a frenare l’incontenibile impulso di potere di questo governo in nome della “sicurezza nazionale”.

Dall’inizio della guerra i giornalisti esteri, soprattutto dei media arabi, hanno riferito di un trattamento ostile da parte della polizia, compreso il divieto di accedere a determinati luoghi. Ben-Gvir ha addirittura chiesto che il capo del servizio di sicurezza Shin Bet prendesse iniziative contro i media che, secondo lui, “mettono a rischio la sicurezza nazionale” attraverso i loro reportage.

Anche le milizie semiufficiali che Ben-Gvir ha alimentato non hanno abbassato la guardia. Domenica uno squadrone della sicurezza locale guidato dal rapper di destra noto come ‘l’ombra’ (Yoav Eliassi) ha eretto una barricata sul luogo di un attacco missilistico a Tel Aviv ed ha fermato violentemente dei giornalisti stranieri.

Solo un intervento del portavoce del distretto di polizia di Tel Aviv ha permesso ai giornalisti di accedere al sito. In seguito la polizia ha detto di aver “chiarito le direttive” e che gli squadroni di sicurezza erano stati avvertiti di non interagire con i giornalisti.

La guerra è un tempo difficile quando si tratta di diritti civili. Ma quando è condotta sullo sfondo di un tentato colpo di stato che è stato temporaneamente bloccato in seguito all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 la minaccia alla democrazia è raddoppiata. La procuratrice generale, le organizzazioni della società civile, gli stessi media e l’opposizione politica – se si ricorda ancora di esserlo – devono stare in guardia.

Il presente articolo è l’editoriale di apertura di Haaretz, come pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La censura militare israeliana blocca il più alto numero di articoli in oltre un decennio

Haggai Matar

20 maggio 2024 – +972 Magazine

Il brusco aumento della censura nei media nel 2023 si verifica mentre il governo israeliano pregiudica ulteriormente la libertà di stampa, soprattutto durante la guerra a Gaza.

Nel 2023 la censura militare israeliana ha bloccato la pubblicazione di 613 articoli di organi di informazione in Israele, segnando un nuovo record a partire da quando +972 Magazine ha iniziato a raccogliere dati nel 2011. La censura ha anche eliminato parte di ulteriori 2.703 articoli, la cifra più alta dal 2014. Complessivamente l’esercito ha impedito la pubblicazione di informazioni in media 9 volte al giorno.

Questi dati sulla censura sono stati forniti dal censore militare in risposta ad una richiesta sulla libertà di informazione avanzata da +972 Magazine e dal Movimento per la Libertà di Informazione in Israele.

La legge israeliana impone a tutti i giornalisti che lavorano in Israele o per una pubblicazione israeliana di sottoporre ogni articolo che abbia a che fare con “questioni di sicurezza” alla censura militare per il controllo preventivo alla pubblicazione, come previsto dai “regolamenti di emergenza” promulgati dopo la creazione di Israele e tuttora in vigore. Questi regolamenti consentono alla censura di eliminare totalmente o parzialmente gli articoli ad essa sottoposti, come anche quelli già pubblicati senza il suo controllo. In nessun’altra “democrazia occidentale” che si definisca tale esiste una simile istituzione.

Per evitare interferenze arbitrarie o politiche l’Alta Corte nel 1989 ha stabilito che la censura può intervenire solo quando vi sia “una quasi certezza che possa derivare un reale danno alla sicurezza dello Stato” dalla pubblicazione di un articolo. Tuttavia la definizione da parte della censura di “questioni di sicurezza” è molto ampia, dettagliata in 6 pagine fitte di sottotemi relativi all’esercito, alle agenzie di intelligence, al commercio di armi, ai detenuti amministrativi, ad aspetti degli affari esteri di Israele, ed altro ancora. Come riferito da The Intercept (agenzia no profit americana di informazioni online, ndtr.), all’inizio della guerra la censura ha distribuito linee guida più specifiche riguardo a quali tipi di nuovi argomenti debbano essere sottoposti al controllo prima della pubblicazione.

Cosa sottomettere alla censura è una scelta del direttore di una pubblicazione e gli organi di informazione non possono rivelare l’interferenza della censura – per esempio segnalando dove un articolo è stato censurato – cosa che lascia nell’ombra la maggior parte della sua attività. La censura ha l’autorità di incriminare i giornalisti e di multare, sospendere, chiudere o addirittura sporgere denunce penali contro organi di informazione. Tuttavia non vi sono casi conosciuti di tale attività negli ultimi anni e la nostra richiesta al censore di specificare le denunce presentate lo scorso anno non ha ricevuto risposta.

Per ulteriori informazioni sulla censura militare israeliana e sulla posizione di +972 Magazine nei suoi confronti si può leggere la lettera che abbiamo indirizzato ai nostri lettori nel 2016.

L’informazione relativa alla censura è di particolare importanza, soprattutto in periodi di emergenza”, ha detto a +972 l’avvocato Or Sadan del Movimento per la Libertà di Informazione. “Durante la guerra abbiamo osservato l’ampio divario tra gli organi di informazione israeliani e internazionali, come anche tra i media tradizionali e i social media. Benché sia ovvio che vi siano informazioni che non possono essere rivelate al pubblico in periodi di emergenza, è opportuno per il pubblico essere a conoscenza dell’ampiezza delle informazioni tenute nascoste.

La rilevanza di tale censura è chiara: c’è una gran quantità di informazioni che i giornalisti hanno ritenuto adatte alla pubblicazione, riconoscendo la loro importanza per il pubblico, che la censura ha scelto di non autorizzare”, continua Sadan. “Speriamo e crediamo che la rivelazione di questi numeri, anno dopo anno, creeranno qualche disincentivo all’uso incontrollato di questo strumento.”

Una tendenza in tempo di guerra

Anche se il censore ha respinto la nostra richiesta di fornire un’analisi delle cifre della censura per mese, per organo di informazione e per ambiti di interferenza, è chiaro che la ragione del picco dell’ultimo anno è l’attacco di Hamas del 7 ottobre e il conseguente bombardamento israeliano di Gaza. L’unico anno in cui vi è stato un analogo livello di censura è il 2014, quando Israele scatenò quello che allora fu il più vasto attacco alla Striscia: in quell’anno la censura intervenne in un numero maggiore di articoli (3.122), ma ne eliminò leggermente meno (597) rispetto al 2023.

L’anno scorso i rappresentanti della censura hanno anche effettuato visite di persona negli studi televisivi di notizie, come è accaduto precedentemente in periodi in cui il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e continuava a monitorare le reti di informazione e social per violazioni della censura. Il censore ha rifiutato di dettagliare l’ampiezza del proprio coinvolgimento nelle produzioni televisive e il numero degli interventi retroattivi effettuati riguardo ad articoli pubblicati in precedenza.

Sappiamo comunque, grazie alle informazioni rivelate da The Seventh Eye (l’unica rivista israeliana indipendente che monitorizza la libertà di informazione, ndtr.), che nonostante l’attiva accondiscendenza dei media israeliani – il numero delle presentazioni alla censura è quasi raddoppiato l’anno scorso fino a 10.527 – il censore ha identificato ulteriori 3.415 articoli contenenti informazioni che avrebbero dovuto essere sottoposte a controllo e 414 che sono stati pubblicati in violazione delle sue disposizioni.

Anche prima della guerra il governo israeliano aveva sviluppato una serie di misure per indebolire l’indipendenza dei media. Questo ha portato Israele ad una discesa di 11 posti nell’annuale Indice Mondiale della Libertà di Stampa per il 2023, seguita da un’ulteriore discesa di quattro posti nel 2024 (adesso si trova al posto 101 su 180).

Da ottobre la libertà di stampa in Israele è peggiorata ulteriormente e il censore si è trovato nel mirino di battaglie politiche. Secondo i rapporti dell’emittente pubblica di Israele, Kan, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha spinto per una nuova legge che obbligherebbe il censore a bloccare in maniera più estesa le notizie ed ha anche suggerito che i giornalisti che pubblicano rapporti sul gabinetto di sicurezza senza l’approvazione della censura dovrebbero essere arrestati. Il capo della censura militare, general maggiore Kobi Mandelblit, ha anche sostenuto che Netanyahu gli aveva fatto pressione perché ampliasse la censura sui media, persino in casi che non avevano alcuna giustificazione in termini di sicurezza.

In altri casi le misure restrittive del governo israeliano sui media hanno interamente bypassato la censura e le sue attività. A novembre il ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi ha escluso Al-Mayadeen dalla diffusione sulla TV israeliana e in aprile la Knesset ha approvato una legge per vietare le attività di media stranieri su raccomandazione delle agenzie per la sicurezza. Il governo ha applicato la legge all’inizio di questo mese quando il gabinetto ha votato all’unanimità per chiudere Al Jazeera in Israele e la chiusura sembra che sarà estesa anche alla Cisgiordania. Lo Stato sostiene che il canale qatariota metta in pericolo la sicurezza dello Stato e collabori con Hamas, cosa che il canale nega.

La decisione non danneggerà l’operatività di Al Jazeera al di fuori di Israele, né impedirà interviste con israeliani via Zoom (rivelazione: a volte chi scrive rilascia interviste a Al Jazeera via Zoom) e gli israeliani possono ancora accedere al canale tramite reti private virtuali e antenne satellitari. Ma i giornalisti di Al Jazeera non potranno più inviare corrispondenze dall’interno di Israele, cosa che ridurrà la possibilità del canale di dare rilievo a voci israeliane nei suoi reportage.

L’Associazione per i Diritti Civili in Israele e Al Jazeera hanno presentato una petizione all’Alta Corte contro la decisione e anche l’Unione dei Giornalisti ha rilasciato una dichiarazione contro la decisione del governo (rivelazione: chi scrive è membro del consiglio di amministrazione dell’Unione).

Nonostante questi attacchi ai media, le minacce più gravi poste dal governo e dall’esercito israeliano, in particolare durante la guerra, sono quelle ai giornalisti palestinesi. I dati sul numero di giornalisti palestinesi a Gaza uccisi dagli attacchi israeliani dal 7 ottobre vanno da 100 (secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti) a oltre 130 (secondo il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi). Quattro giornalisti israeliani sono stati uccisi negli attacchi del 7 ottobre.

L’aumentata interferenza del governo nei media israeliani non assolve la stampa ufficiale dalla mancanza di informazione sulla campagna dell’esercito di distruzione di Gaza. La censura militare non impedisce alle pubblicazioni israeliane di descrivere le conseguenze della guerra per i civili palestinesi a Gaza o di presentare il lavoro dei giornalisti palestinesi all’interno della Striscia. La scelta di negare al pubblico israeliano le immagini, le voci e le storie di centinaia di migliaia di famiglie in lutto, orfani, feriti, senza casa e persone affamate è una scelta che i giornalisti israeliani fanno in prima persona.

In collaborazione con Local Call

Haggai Matar è un giornalista israeliano vincitore di premi e un attivista politico ed è direttore esecutivo di +972Magazine.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli ebrei fondamentalisti sono più pericolosi di quelli laici? Chiedetelo alle loro vittime palestinesi

Joseph Massad

12 aprile 2023 – Middle East Eye

Non c’è nulla di quello che hanno chiesto gli ebrei sionisti fondamentalisti che i sionisti laici non abbiano già promesso o propugnato.

Per decenni i sionisti laici e persino gli antisionisti ci hanno messo in guardia contro il pericolo del fondamentalismo sionista ebraico. Le loro voci sono diventate più aspre negli ultimi mesi con la salita al potere del governo di destra di Benjamin Netanyahu, che include il maggior numero di ebrei fondamentalisti di sempre in un gabinetto israeliano.

La maggior parte dei laici sionisti pensa che gli ebrei fondamentalisti siano molto pericolosi per gli ebrei israeliani, altri che lo siano anche per i palestinesi, mentre alcuni, inclusi gli antisionisti laici, sostengono che sono una minaccia anche per tutto il mondo dei non ebrei.

Eppure sono sempre stati i sionisti laici a commettere i più orrendi massacri di palestinesi, che hanno conquistato e colonizzato le loro terre, discriminato gli ebrei mizrahi, [ebrei originari di Paesi arabi o musulmani, ndt.] che continuano ad essere amici di forze e regimi antisemiti in tutto il mondo, dall’Ungheria di Viktor Orbán e altri movimenti politici europei di destra ai fondamentalisti evangelici americani.

Sono i sionisti laici a continuare anche ad applicare in Israele la censura militare su tutti i media e che dal 1948 hanno continuato a governare il Paese con norme di emergenza. Sono i laici ad aver anche emanato le leggi razziste per cui Israele è tristemente noto.

Allora cosa rende gli ebrei sionisti fondamentalisti più pericolosi dei sionisti laici?

Il fondamentalismo laico

In realtà, molte delle disquisizioni fondamentaliste antiebraiche sono simili nei toni e nella faziosità agli scritti antimusulmani, per non parlare di quelli anti-islamisti, pubblicati dagli occidentali islamofobi e dai laici arabi e musulmani.

Sicuramente quello che i pamphlet fondamentalisti antiebraici hanno in comune con le tirate anti-musulmane e anti-islamiste è un impegno incondizionato al laicismo liberale dei bianchi protestanti europei usato come il principale punto di riferimento “illuminato” con cui islam, islamismo ed ebraismo fondamentalista (se non proprio l’ebraismo stesso) sono sempre paragonati e che lascia indietro tutti gli altri.

Un esempio rilevante è la lunga intervista che il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un paio di settimane fa sull’influenza di Yitzchak Ginsburgh, rabbino americano fondamentalista di origini israeliane. L’intervista è condotta da Motti Inbari, formatosi in Israele e ora docente di religione negli USA, studioso di Ginsburgh e del suo movimento. Da sionista laico Inbari avverte i suoi lettori che Ginsburgh vorrebbe trasformare Israele in un “Iran”, poiché cercherebbe di:“sradicare lo spirito sionista laico e di rovesciare il governo per poter instaurare un regime basato sulla Torah. La Corte Suprema, con le sue decisioni criminali, deve essere annientata. Non c’è bisogno di annientare l’esercito, non deve essere annientato, basta sottometterlo. In questo contesto è importante stabilire dei paragoni e va detto esplicitamente: l’ISIS e Al-Qaida la pensano allo stesso modo.”

Inbari aggiunge che Ginsburgh è pericoloso anche per i palestinesi e gli altri non-ebrei poiché crede che “il sangue ebraico valga più di quello dei gentili”, e che “gli ebrei siano al di sopra della natura e di conseguenza, nel caso in cui un gentile intenda uccidere un ebreo, il gentile deve essere liquidato per proteggere l’ebreo”.

Questi non sono affatto avvertimenti nuovi. In un libro pubblicato trent’anni fa sul fondamentalismo ebraico in Israele, Ian Lustick, lo studioso americano di scienze politiche filoisraeliano che si oppose all’occupazione del 1967 e sostenitore di negoziati per la pace, affermava che “il sistema di valori” degli ebrei fondamentalisti era “radicalmente diverso dall’ethos liberale umanitario condiviso dalla maggioranza di israeliani e americani”.

Lustick identificava i fondamentalisti come “l’ostacolo maggiore” a quello che lui definiva “negoziati seri”.  Egli sosteneva che, a differenza degli ebrei laici che si opporrebbero alla “pace” basandosi sulla “sicurezza”, i fondamentalisti lo fanno basandosi sull’”ideologia”. Sembrerebbe che i sionisti laici non abbiano un’ideologia a guidarli.

Lustick, preoccupato che le relazioni degli USA con Israele si sarebbero indebolite se al potere in Israele fosse andato il fondamentalismo ebraico, avvertiva che tale regime fondamentalista “avrebbe distrutto la relazione speciale con gli Stati Uniti” che si basa sulla “percezione di scopi etici, politici e culturali comuni”.

Questo Israele fondamentalista che possiede “un ampio e sofisticato arsenale nucleare”, concludeva Lustick, sarebbe una minaccia per gli interessi USA quanto la “rivoluzione islamica in Iran”.

L’adesione di Lustick e Inbari alla propaganda ufficiale USA riguardo al fatto che la struttura dello Stato iraniano sia “fondamentalista” o che costituisca una minaccia per gli USA, non viene messa in discussione, motivo per cui gli ebrei fondamentalisti sono paragonati da entrambi all’Iran, il peggior spauracchio dei laici occidentali.

Più pericoloso?

Per non essere da meno il defunto Shahak, attivista antisionista israeliano, è stato ancora più diretto nei suoi disperati attacchi anti-fondamentalisti. In un libro sull’argomento del 1999 di cui fu coautore aveva annunciato che gli ebrei fondamentalisti sono un pericolo non solo per i palestinesi, ma per “tutti i non ebrei “.    

Shahak, allo stesso modo di Inbari più recentemente, ha spiegato come il giudaismo fondamentalista consideri gli ebrei unici, per razza e genetica, con sangue ebraico speciale e DNA ebraico che quindi rendono la vita ebraica speciale e di maggior valore della vita dei non ebrei. Mentre Shahak era al corrente del razzismo laico sionista anti-arabo, radicato nel razzismo laico europeo, non è chiaro perché egli rappresenti il razzismo dei fondamentalisti ebrei come in un certo modo più pericoloso per palestinesi o altri gentili.

Inoltre Shahak si era spinto ad attribuire il razzismo laico sionista all’ebraismo stesso e non al razzismo laico europeo. Perciò l’atteggiamento suprematista ebraico prevalente fra i fondamentalisti, ci viene detto, è percolato nel sistema di pensiero degli ebrei laici al punto che i manifestanti israeliani contro il coinvolgimento militare israeliano in Libano non avevano mai citato i morti libanesi.

Ma tale omissione può essere spiegata in modo adeguato solo dal fondamentalismo ebraico? Negli USA, per esempio, si fa spesso riferimento ai circa 58.000 soldati americani uccisi in Vietnam senza citare gli oltre tre milioni di indocinesi uccisi dai soldati americani.

Quindi sarebbe anche colpevole non solo il fondamentalismo ebraico che privilegia le vite degli ebrei, ma anche un nazionalismo razzista laico e sciovinista che privilegia la vita dei bianchi europei, in vesti sioniste in Israele e camuffato da anticomunista e anti-asiatico negli USA a danno delle vite dei non-bianchi?     

Fin dall’inizio le opinioni di Shahak, simili a quelle di Lustick e Inbari, si basano su una griglia di paragoni fra l’ebraismo fondamentalista, da un lato e l’Europa protestante laica liberale e i suoi imitatori laici israeliani dall’altro. È all’interno di questo schema mentale che molti autori simili raccontano le loro storie di uno spaventoso fondamentalismo ebraico.

Il libro di Shahak continua come la maggioranza dei più recenti pamphlet occidentali sull’islamismo che esotizzano i musulmani e l’Islam per poi proseguire tirando le conclusioni più oltraggiose su di loro.

Ovviamente la differenza principale è che, a differenza degli esperti anti-Islam che fanno parte della propaganda egemonica occidentale contro i musulmani, il libro di Shahak sfida la riscrittura sionista egemonica e distorta della storia ebraica. Ciò che il libro condivide con i molti scritti anti-Islam è però la valutazione positiva a priori dell’Occidente protestante progressista e laico.

Shahak arriva al punto di affermare: “Le tensioni fra israeliani fondamentalisti e laici, perciò, derivano per la maggior parte dal fatto che questi due gruppi vivono in periodi temporali diversi”.

Tali rappresentazioni evoluzioniste e di darwinismo sociale sono caratteristiche di molti autori occidentali e di alcuni musulmani che scrivono sull’Islam e in generale sul Terzo mondo.

Razzismo ‘illuminato’

Il laico Shahak confonde devozione religiosa con fondamentalismo. A differenza dei laici ashkenaziti [discendenti degli ebrei provenienti dall’Europa centrale e orientale, ndt.] che sull’argomento dell’ebraismo e dell’autorità rabbinica sono rappresentati come “illuminati”, ci viene rifilata la descrizione paternalistica secondo cui “quasi tutti i politici [ebrei] orientali, incluse le Pantere Nere [gruppo di ebrei sefarditi che lottava contro il razzismo dell’élite ashkenazita e cercava un’alleanza con i palestinesi, ndt.] degli inizi degli anni ’70 e i membri dei minuscoli movimenti per la pace degli ebrei orientali, normalmente si inchinano e baciano le mani dei rabbini in pubblico”.

A parte la somiglianza tra questi pii gesti di questi non-fondamentalisti con i pii gesti con cui i pii musulmani arabi e cristiani trattano il loro clero, in Shahak questo panico orientalista è accostato alla descrizione dei movimenti per la pace mizrahi come “minuscoli” (come storicamente infatti sono stati), a suggerire che i movimenti per la “pace” ashkenaziti costituiscano movimenti popolari di massa (cosa che non sono mai stati).

Shahak aveva per lungo tempo predetto una guerra civile in Israele che non si è mai materializzata durante la sua vita. In questo libro aveva da fare previsioni ancora più allarmanti : “Non è irragionevole presumere che, se avesse il potere e il controllo, (il movimento dei coloni ebrei fondamentalisti) Gush Emunim userebbe armi nucleari in guerra per tentare di raggiungere i suoi scopi.”

Questo corrisponde esattamente alla propaganda USA sugli islamisti e alla presunta prontezza degli Stati “canaglia” a usare contro l’Occidente armi nucleari che non hanno, a differenza di Israele, specialmente perché, come Shahak ci spiega in gran dettaglio, i gentili non includono solo gli arabi, ma “tutti i non ebrei”.

In questo racconto manca il fatto che i primi ministri israeliani Levi Eshkol e Golda Meir, sionisti laici, nel 1967 e 1973 stavano per usare armi nucleari contro Egitto e Siria. Shahak, che ha scritto della potenzialità nucleare di Israele, certamente era a conoscenza di questi fatti.

Il punto non è che Gush Emunim negli anni ’90 o i fondamentalisti ebrei di oggi non userebbero armi nucleari (che Israele ha in abbondanza), ma che non le userebbero solamente basandosi sulla propria interpretazione fondamentalista dell’ebraismo, ma sulle convinzioni sioniste che caratterizzano in primo luogo la loro idea di ebraismo.

La cosa più straordinaria è che Shahak, Lustick e Inbari non vedano il colonialista fondamentalista ebreo-americano Baruch Goldstein che nel 1994 ha massacrato i palestinesi alla moschea al-Ibrahimi in occasione della festa di Purim, nel contesto di un sionismo laico razzista e colonialista e della miriade di massacri di palestinesi dagli anni ’30, ma piuttosto come parte di un impegno fondamentalista ebraico.  

Per contestualizzare il massacro, Shahak, per esempio, parla persino di “casi ben documentati di [ebrei che hanno commesso] massacri di cristiani e crocifissioni parodistiche di Gesù in occasione del Purim, la maggior parte avvenuta nel periodo tardoantico o nel Medioevo”.

Tuttavia, a differenza di tali eventi, massacri di palestinesi da parte di sionisti e israeliani laici sono continui e, piuttosto di alcune pratiche ebraiche medievali, offrono esempi più recenti da emulare per gente come Goldstein. Invocando alcuni esempi di uccisioni di cristiani da parte di ebrei durante il Purim, l’antisionista Shahak involontariamente discolpa il sionismo laico.

A oggi non c’è nulla che gli ebrei sionisti fondamentalisti chiedano che non sia stato già commesso o invocato dal sionismo laico. Probabilmente questo è stato espresso al meglio dal ministro della Sicurezza Nazionale di Israele, l’ebreo fondamentalista Itamar Ben Gvir nel 1994. quando era giovane.

In un’intervista rimproverava i suoi ipocriti interlocutori ebrei, laici di sinistra, che lo accusavano di sostenere i massacri per aver difeso Goldstein.

Alle loro urla di orrore, Ben Gvir astutamente e con sincera onestà ricordò ai suoi accusatori laici che tutti gli eroi dell’esercito israeliano e dell’Haganah, la milizia sionista precedente all’insediamento dello Stato, erano tali perché avevano assassinato dei palestinesi. Non si sbagliava.

Per quanto riguarda l’attuale campagna di propaganda, secondo cui gli ebrei fondamentalisti sono in un certo senso più pericolosi o violenti o sanguinari dei laici, basta chiedere alle vittime palestinesi sopravvissute che prontamente ribadiranno le giuste considerazioni di Ben Gvir.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è docente di storia politica e intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di diversi libri e articoli, sia accademici che giornalistici. Fra i suoi libri: ‘Colonial effects: the making of national identity in Jordan’, ‘Desiring Arabs’ e ‘The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians’. Più di recente ha pubblicato ‘Islam in Liberalism’. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)