La piattaforma virale araba che cela legami con Israele

Yossi Bartal e Amin Al Magrebi 

13 luglio 2026 +972 Magazine

Jusoor News dice di riportare le voci di strada dal mondo arabo. Tuttavia i documenti trapelati suggeriscono legami con l’intelligence israeliana e un’agenda con profonde radici filo-israeliane

Nel maggio del 2024 l’offensiva israeliana contro Gaza aveva provocato una grave crisi alimentare. Nel sud dell’enclave l’esercito israeliano aveva bloccato le vie di accesso essenziali agli aiuti umanitari. Nel nord il 30% dei neonati soffriva di malnutrizione acuta, un tasso raddoppiato in poche settimane.

Con centinaia di migliaia di palestinesi già sfollati, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite riferiva che le scorte di cibo e carburante di Gaza si sarebbero esaurite entro pochi giorni. “La minaccia della carestia a Gaza non è mai stata così incombente”, segnalava.

E nello stesso mese un redattore senior della piattaforma mediatica in lingua araba Jusoor News contattava un attivista anti-Hamas di Gaza, chiedendogli di inviare filmati di specifiche scene dalle strade.

La testata richiedeva filmati di “mercati di Gaza” che mostrassero “frutta, verdura e altri alimenti”, nonché “persone che facevano la spesa (incluse madri con neonati che acquistavano latte artificiale o altri alimenti per bambini)”. Il referente chiedeva anche dei video di persone che “cucinavano”, “mangiavano”, “riempivano secchi d’acqua” e “bambini che giocavano con l’acqua”, secondo i messaggi visionati da +972 Magazine.

Nonostante la crescente preoccupazione internazionale per la situazione umanitaria a Gaza sempre più disperata, Jusoor sembrava cercare filmati che ritraessero esattamente il contrario, da utilizzare poi per respingere le accuse di una carestia imminente. (La fonte non ha fornito a Jusoor il materiale richiesto e +972 non è riuscita a trovare alcun filmato di questo tipo risalente a quel periodo sui canali dell’emittente).

Sul suo sito web Jusoor si descrive come una “piattaforma mediatica indipendente” che “non è affiliata ad alcuna entità politica”, che cerca storie che “rispecchino il sentire di tutte le società e popoli” del Medio Oriente e del Nord Africa. Il notiziario principale consiste in brevi video diffusi principalmente attraverso i social media, dove il suo pubblico è cresciuto rapidamente: solo su Facebook ha recentemente superato il milione di follower.

Ma Jusoor nasconde più di quanto mostri. Comunicazioni trapelate di recente da un think tank israeliano sulla sicurezza suggeriscono un collegamento tra la testata e i servizi segreti israeliani. Un esame dell’organizzazione e dell’individuo che la gestisce svela inoltre il ruolo di Jusoor all’interno di una vasta operazione segreta estesa nel tempo volta a manipolare l’opinione pubblica del mondo arabo a favore di Israele e dei suoi alleati.

Di chi è la voce?

Lanciata nel marzo 2024, Jusoor (che in arabo significa “Ponti”) si occupa di storie provenienti da tutto il mondo arabo, e tratta di politica, questioni sociali, cultura e sport. I suoi primi contenuti spaziavano dai corsi di autodifesa per donne in Egitto, al reclutamento di bambini da parte degli Houthi in Yemen fino alle difficoltà affrontate dai rifugiati siriani in Libano. In poco più di due anni la testata ha pubblicato su YouTube quasi 6.000 video, accumulando oltre 80 milioni di visualizzazioni e 150.000 iscritti alla piattaforma.

In una recente intervista ad Haaretz la caporedattrice di Jusoor ha attribuito il successo della testata alla sua attenzione nel dare voce “al pubblico”, spiegando: “Un video di una giovane donna [che parla] per strada in un paese arabo a volte riceve più visualizzazioni e più attenzione di un programma politico prodotto nei più moderni studi televisivi”. In effetti molti dei video di Jusoor sono proprio questo: presentano le opinioni di persone apparentemente scelte a caso nelle città arabe, molte delle quali esprimono sostegno ai negoziati con Israele o frustrazione nei confronti di soggetti ad essi ostili come Hamas o Hezbollah.

All’inizio una delle principali fonti del successo di Jusoor è stata la sua copertura della Siria durante e dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad. Il sito è riuscito a realizzare interviste non solo con celebrità siriane di spicco ma anche con ministri, governatori e altre figure politiche di rilievo di fresca nomina, nonché con detenuti rilasciati dalle famigerate prigioni di Assad. Pubblicava reportage da diverse aree del paese, sia sotto il controllo della nascente struttura di potere a Damasco sia sotto il controllo delle milizie curde o druse nel sud e nell’est del paese. (Il sito non sembra essere collegato a diverse altre ONG in Siria, tra cui un altro sito di notizie con lo stesso nome).

Gran parte della crescente visibilità di Jusoor è stata tuttavia raggiunta verso la fine del 2025, quando ha iniziato a pubblicare regolarmente reportage dall’interno di alcune zone di Gaza dove l’esercito israeliano aveva deportato la popolazione palestinese ad eccezione dei gruppi di miliziani anti-Hamas che lo stesso esercito arma e sostiene.

È singolare che a una rete araba sia permesso di operare liberamente in un’area sotto il pieno controllo dell’esercito israeliano e interdetta ai media palestinesi, internazionali e persino alla maggior parte dei media israeliani. Eppure nell’ultimo anno l’emittente ha regolarmente trasmesso filmati esclusivi da quella che è ora nota come Rafah orientale, sede della Milizia delle Forze Popolari (più comunemente chiamata Abu Shabab dal nome del suo leader, ucciso l’anno scorso). Il video di Jusoor più visto su YouTube mostra una visita guidata dall’attuale leader del gruppo Ghassan Duhine lo scorso dicembre.

Jusoor ha pubblicato l’anno scorso anche un reportage video che metteva a confronto diretto le pratiche di detenzione e tortura nelle prigioni gestite da Hamas a Gaza e quelle della Siria di Assad. Il reportage includeva le testimonianze di tre attivisti anti-Hamas con il titolo “Non è diverso da Saydnaya”, riferendosi alla prigione di Assad che Amnesty International ha definito un “mattatoio umano”.

La testata non ha mai denunciato le diffuse torture e gli abusi che palestinesi e siriani subiscono nelle carceri e nei centri di detenzione militari israeliani. E anche questo non è un caso.

Collaborazioni ricercate e acquisite

Negli ultimi due anni alcuni hacker presumibilmente affiliati all’intelligence iraniana hanno diffuso pubblicamente milioni di file e comunicazioni dalle caselle di posta elettronica di politici, ministeri e altre importanti istituzioni e organizzazioni israeliane.

Uno di questi recenti attacchi informatici, reso accessibile ai giornalisti tramite l’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, ha preso di mira il principale think tank israeliano in materia di sicurezza, l’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS), che collabora strettamente con la comunità dell’intelligence israeliana – composta da Mossad, Shin Bet e dalla Direzione dell’Intelligence Militare – e i cui membri provengono spesso direttamente dai quei ranghi.

L’istituto gestisce un programma di ricerca su quello che definisce “asse sciita”, che comprende l’Iran e i suoi alleati tra cui Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e, prima del suo crollo, il regime di Assad in Siria. Tra le migliaia di file e messaggi trapelati da questo programma sono emersi indizi su chi si cela realmente dietro Jusoor e quale sia la sua vera missione.

Nell’ottobre del 2024 un’e-mail inviata al team del programma invitava i membri a una riunione su Zoom con Joseph Braude. L’e-mail presentava Braude come il fondatore del Center for Peace Communications (CPC), il cui lavoro, si leggeva nel messaggio, “contrasta le narrazioni estremiste in Medio Oriente”.

Secondo l’e-mail, a questo scopo il CPC “utilizza piattaforme mediatiche di contrasto a quelle narrazioni e gestisce stazioni radiofoniche in regioni sensibili come la Siria, con l’obiettivo di influenzare le popolazioni locali”, aggiungendo che Braude “cerca collaborazioni con entità politiche e di sicurezza in Israele per sostenere le attività del CPC”. Un altro messaggio trapelato afferma che l’organizzazione mira a “gestire campagne creative di sensibilizzazione contro i nemici di Israele, con una recente attenzione ad Hamas e Hezbollah”.

Sebbene non sia emerso alcun verbale dell’incontro, un documento separato che descrive dettagliatamente le attività del programma ne illustra così l’esito: “Ha messo in contatto Joseph Braude con le fonti pertinenti all’interno dei servizi segreti” al fine di sostenere il lavoro del CPC “nel promuovere il pensiero filo-occidentale e filo-israeliano nei paesi dell’Asse [sciita]”.

I nomi delle piattaforme utilizzate dal CPC per promuovere il “pensiero filo-israeliano” non sono specificati. Tuttavia, un altro documento trapelato dall’attacco hacker all’INSS indica che Jusoor è attore primario di questo progetto.

Un incontro segreto

Nel settembre 2025 si è tenuto a Cipro un incontro segreto a cui hanno partecipato un membro dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale e diversi giornalisti, ricercatori e personalità influenti provenienti da Israele e Giordania. Era presente anche il vice ambasciatore israeliano in Giordania.

Secondo un resoconto dell’incontro, redatto da un membro dell’INSS e poi trapelato, l’attenzione si è concentrata sulle “azioni nei media necessarie a migliorare le relazioni tra Israele e Giordania”. Il workshop, prosegue il resoconto, “è stato organizzato dal Center for Peace Communications e dal canale Jusoor sotto la guida di Joseph Braude e del suo team”.

Il resoconto afferma inoltre che la maggior parte dei partecipanti giordani “prende parte, apertamente o segretamente, alle attività di Jusoor”. Aggiunge che il gruppo ha concordato di creare un team per progetti futuri, in particolare per supportare “video che saranno prodotti dal CPC e trasmessi sul canale Jusoor” con l’obiettivo di “smentire le teorie di un complotto anti-israeliano” e di presentare oratori israeliani “che esprimono apprezzamento per la casa reale giordana”.

In quel periodo Jusoor iniziò a pubblicare video che mostravano milizie filo-israeliane all’interno delle aree della Striscia di Gaza controllate da Israele. Poco dopo i giornalisti israeliani che avevano partecipato all’incontro di Cipro pubblicarono servizi sui propri canali televisivi elogiando il lavoro di Jusoor e difendendolo dagli attacchi.

Lo scorso dicembre Lior Ben Ari, corrispondente per il mondo arabo di Ynet [la maggior fonte israeliana in inglese, ndt.] ha intervistato Hadeel Oueis, caporedattrice di Jusoor, per un articolo sulle minacce di Hamas ai giornalisti di Jusoor a Gaza. “Ogni volta che vedono qualcuno intervistato da Jusoor contro Hamas, lo inseguono e mandano le Brigate Al-Qassam a chiedere chi ha condotto l’intervista”, ha raccontato Oueis. “Alcuni dei nostri reporter si nascondono, spostandosi di tenda in tenda”.

E dopo che Jusoor è stato temporaneamente bandito dal governo siriano nel marzo di quest’anno (con la motivazione che operava senza la necessaria licenza), Roi Kais, corrispondente per il mondo arabo dell’emittente pubblica israeliana Kan, ha presentato un servizio in difesa della rete, descrivendola come “un organo di informazione che ha essenzialmente sede a Washington, ma il cui obiettivo è combattere tutte le manifestazioni di estremismo nella regione, come l’asse filo-iraniano e l’asse dei Fratelli Musulmani… e che cerca di sostenere anche… le milizie che contrastano Hamas”.

Né l’INSS, né Ben Ari, né Kais hanno risposto alle richieste di commento di +972.

La mano non così nascosta

Secondo i documenti fiscali statunitensi il Center for Peace Communications è un’organizzazione relativamente piccola con sede a Long Island, New York, e un budget annuale ufficiale di circa 1,5 milioni di dollari. Tutti i suoi donatori, una lista pubblica, sostengono iniziative ebraiche e filo-israeliane.

Fondata nel 2019, l’organizzazione è guidata da Braude, studioso di Medio Oriente e scrittore di origini ebraico-irachene, che si descrive come uno che ha “lavorato per 30 anni nel campo della promozione dei legami [tra Israele e il mondo arabo]”. Braude aveva pianificato una carriera al Pentagono prima di essere condannato nel 2004 per furto di antichità irachene. In seguito ha lavorato per think tank come il neoconservatore Foreign Policy Research Institute e l’emiratino Al-Mesbar Studies and Research Center, e ha collaborato intensamente con il Washington Institute for Near East Policy (WINEP), affiliato all’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, lobby americana di pressione filo-israeliana, ndt.]

Nel 2019 Braude ha pubblicato con WINEP un libro intitolato Reclamation: A Cultural Policy for Arab-Israeli Partnership [Riconquista: una politica culturale per il partenariato arabo-israeliano], descritto in quarta di copertina come il “primo passo per la creazione del Center for Peace Communications”. Nel libro propone “una massiccia campagna di riconquista dello spazio culturale della regione a favore dei sostenitori di un partenariato arabo-israeliano”, attraverso un “think tank d’azione”.

In 160 pagine il libro delinea il piano di una vasta campagna di propaganda, ispirata alla ormai defunta U.S. Information Agency [agenzia governativa statunitense di propaganda attiva 1953-1999 in collaborazione con regimi autocratici e i loro apparati di sicurezza, ndt.] Braude suggerisce che i governi degli Stati Uniti e di Israele possano perseguire sistematicamente questa strategia “aiutando e mettendo in contatto gli attori non statali che già operano sul campo”.

Nel 2023 il CPC ha iniziato a collaborare con The Free Press, una testata americana di destra considerata vicina al presidente Donald Trump. Da allora il CPC ha co-prodotto decine di articoli per la testata riguardanti Gaza, la Siria e il Libano, tra cui poco più di un anno fa un video-ritratto molto favorevole a Yasser Abu Shabab, all’epoca leader della Milizia filo-israeliana Forze Popolari a Gaza.

In quel video, assumendo un ruolo a metà tra quello di esperto e quello di portavoce di Abu Shabab, Braude stesso spiega come “la presenza di una milizia apertamente anti-Hamas a Gaza rappresenti una minaccia diretta alla pretesa di Hamas di essere l’unico organo di governo nella Striscia”, e presenta il gruppo come “un serio esperimento politico di autogoverno a Gaza dopo la caduta di Hamas”.

L’anno scorso CPC ha persino tentato – seppur senza successo – di stabilire contatti tra Abu Shabab e alcuni parlamentari tedeschi, evidenziando il ruolo di Braude come agente non ufficiale di pubbliche relazioni della Milizia. E mentre Braude e CPC lavorano per amplificare la visibilità in Occidente delle milizie filo-israeliane e anti-Hamas di Gaza, Jusoor ha svolto un’analoga attività di pubbliche relazioni nel mondo arabo.

Negli ultimi mesi la testata ha pubblicato interviste esclusive e filmati con altri leader di milizie a Gaza le cui bande ricevono aiuti e supporto militare da Israele, tra cui Shawqi Abu Nusaira e Hussam Al-Astal. (Jusoor ha talvolta descritto quest’ultimo come un “coordinatore della zona umanitaria” o un “coordinatore della zona sicura”, adottando la terminologia israeliana per le aree sotto il controllo delle milizie).

Sebbene gran parte di ciò che Braude e CPC condividono sui social media sia costituito da filmati raccolti da Jusoor, la saldezza del legame è sotto gli occhi di tutti. Dai registri di trasparenza sulla pagina Facebook di Jusoor emerge che l’account è stato originariamente creato nel 2019 con il nome di Consiglio Arabo per l’Integrazione Regionale, e che rappresentava la prima grande iniziativa del CPC. (L’account ha cambiato nome in Jusoor News solo nel marzo 2024.)

Non più attivo e ormai per lo più dimenticato, il Consiglio Arabo – composto da 35 personalità pubbliche – criticava le iniziative del movimento BDS contribuendo al contempo a gettare le basi per gli Accordi di Abramo. Nonostante le dimensioni modeste godeva di accesso a influenti circoli politici: alla fine del 2019 l’allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo elogiò pubblicamente il Consiglio per aver promosso “una visione regionale di pace e coesistenza”; in un videomessaggio pubblicato nell’agosto successivo sull’account YouTube del CPC l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair si congratulava con il Consiglio alla sua riunione inaugurale.

La caporedattrice di Jusoor Hadeel Oueis è assunta direttamente dal CPC che sul suo sito web la descrive come “responsabile della comunicazione in lingua araba per conto del Centro”. Originaria della Siria e ora residente negli Stati Uniti, è salita alla ribalta con il nome di Hadeel Kouki all’inizio della rivolta siriana nel 2011; all’epoca studentessa diciannovenne, apparve sui media arabi e internazionali per denunciare il regime di Assad.

Nel 2012, ancora con il nome di Kouki, fu invitata dal gruppo filo-israeliano UN Watch [ONG statunitense con sede a Ginevra, nata nel 1993 per “monitorare le Nazioni Unite”, ndt.] a una conferenza da questo co-organizzata, nonché a una riunione del Consiglio per i Diritti Umani. Da lì, secondo la biografia di Oueis sul sito web del Washington Institute for Near East Policy, incontrò una delegazione statunitense che la aiutò a trasferirsi negli Stati Uniti.

Una delle ultime iniziative di Oueis è un programma settimanale sulla piattaforma mediatica recentemente lanciata Al-Janoub Al-Youm (“Il Sud Oggi”). La piattaforma online è dedicata alla copertura del sud dello Yemen, un’area strategicamente importante dove i movimenti separatisti – sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti e disposti ad aderire agli Accordi di Abramo – hanno recentemente acquisito importanza. La prima edizione di “The American Window”, condotta da Oueis, ha presentato un’intervista con un ex direttore del Dipartimento della Difesa statunitense sui “gruppi filo-iraniani”. (Braude e Oueis non hanno risposto alle richieste di informazioni in merito a un eventuale collegamento tra la nuova testata yemenita e Jusoor e il CPC).

Dissenso di un solo tipo

Nella regione il lavoro sul campo di Jusoor si basa su interviste e riprese video effettuate da persone del posto. Tuttavia alcuni collaboratori che hanno lavorato per la testata sia in Siria che a Gaza hanno dichiarato a +972 di non essere a conoscenza dei legami di Jusoor con il CPC, con gruppi di pressione filo-israeliani o con l’intelligence israeliana, e di aver operato nella convinzione di contribuire a una testata indipendente che condivideva i loro valori di pace e democrazia.

Fonti in Siria hanno riferito a +972 che per i collaboratori di Jusoor la norma era uno stipendio mensile di 600 dollari e un compenso di 100 dollari a pezzo per i freelance. A Gaza le tariffe variano dai 200 ai 400 dollari per ogni reportage video.

Un collaboratore di Jusoor in Siria ha dichiarato a +972 che la testata “pubblicava contenuti che rischiavano di intensificare le divisioni in una società già lacerata da anni di guerra”. Come esempio ha citato un’intervista di strada in cui un uomo criticava la presenza nella capitale di persone provenienti da fuori Damasco. “Questi contenuti a volte diventano virali, ma tendono ad aggravare le tensioni sociali esistenti”, ha spiegato la fonte.

Una fonte a Gaza che ha collaborato con la testata ha espresso obiezioni anche sulle scelte editoriali di Jusoor, che, secondo la fonte, rappresentano una severa repressione del dissenso contro Israele e i suoi alleati. “Esprimere a Jusoor la propria opinione contro la condotta sia di Israele che di Hamas a Gaza potrebbe significare che le proprie parole vengano filtrate, lasciando intatta solo una delle due critiche”, ha spiegato la fonte.

A differenza della Siria, dove i giornalisti di Jusoor spesso portano con sé microfoni con il logo della testata, i reporter che lavorano a Gaza per la testata non lo fanno. Di conseguenza, ha spiegato una fonte che ha lavorato con Jusoor nella Striscia, le persone intervistate non sono sempre consapevoli di parlare con Jusoor, cosa che è stata ripetutamente stigmatizzata da Hamas. Quindi gli intervistati vengono inconsapevolmente messi a rischio quando i miliziani di Hamas cercano le persone apparse nei reportage di Jusoor, interrogandole per identificare i giornalisti che lavorano per la testata.

In una recente intervista con Haaretz Oueis si è rifiutata di rispondere a una domanda sulle fonti di finanziamento di Jusoor e ha respinto le critiche alla sua “iniziativa mediatica non convenzionale” come proveniente da siti di notizie affiliati ad Hamas. “Gran parte degli attacchi sono di natura personale, diretti contro di me come donna e non come giornalista o caporedattrice di una piattaforma di notizie”, ha affermato. “Qualsiasi posizione che si discosti dalla generale ‘linea di resistenza’ araba è accusata di essere essenzialmente uno ‘strumento’ [degli israeliani]”.

Il rifiuto di Jusoor di rivelare i suoi finanziamenti e la sua insistenza nell’essere visto come un media indipendente impegnato nella libertà di stampa si scontra con l’approccio del suo apparente fondatore e leader nei confronti di altri media critici nei confronti di Israele. Il libro di Braude del 2019, che delineava un progetto per quello che sarebbe diventato Jusoor, parlava dell’importanza di “denigrare le affermazioni di soggetti ostili”. Questo, ha continuato, “comporterebbe la preparazione di dossier su ciascun canale preso di mira, inclusa non solo una trattazione del suo contenuto ma anche un’indagine sulla proprietà, la struttura gestionale e il personale”.

Questo approccio si riflette anche nella partnership del CPC con The Free Press, con la ripresa di materiale dell’organizzazione in un rapporto video contro Al Jazeera pubblicato nel settembre 2025, condiviso da Oueis su X insieme all’ambasciata americana di Israele. Il video, basato su testimonianze anonime, ipotizzava che i giornalisti che lavorano per Al Jazeera a Gaza abusino del loro presunto status protetto e siano in realtà agenti attivi di Hamas.

Il video proseguiva difendendo l’assassinio di Anas Al-Sharif di Al Jazeera e dei suoi tre colleghi in un attacco israeliano alla tenda dei media fuori dal cancello principale dell’ospedale Al-Shifa a Gaza City, affermando senza prove che “tali tende spesso fungono anche da centri di comando di Hamas”.

Joseph Braude e Hadeel Oueis non hanno risposto a nessuna delle specifiche domande di +972 riguardanti i documenti dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale trapelati o la natura del rapporto di Jusoor e del CPC con The Free Press e le milizie filo-israeliane a Gaza.

Oueis ha inviato un’e-mail di una sola frase: “Jusoor News è orgoglioso di amplificare le voci messe a tacere in tutto il mondo arabo; confermiamo tutti i nostri resoconti”. Braude ha seguito pochi minuti dopo con una risposta altrettanto secca: “Mentre voi elaborate teorie del complotto, il CPC lavora instancabilmente per promuovere lo sviluppo umano e la pace tra i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa”.

Yossi Bartal è un giornalista investigativo con sede a Berlino, in Germania. Il suo ultimo progetto, #Israelfiles, sulla guerra legale israeliana contro i diritti umani, sostenuto dalla rete European Investigative Collaboration (EIC), è stato pubblicato da numerose testate in tutta Europa.

Amin Al Magrebi è un giornalista indipendente con sede a Berlino, nato e cresciuto nel campo profughi di Yarmouk a Damasco.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)