Tareq Zubeidi, rapito e torturato da una banda di coloni

Gideon Levy

30 agosto 2021 – Chronique de Palestine

La settimana scorsa nella colonia di Homesh, destinata ad essere evacuata, un adolescente palestinese è stato portato via da coloni e sottoposto a violenze fisiche per più di due ore. Si tratta di una prassi consueta in questo luogo, di cui da tempo il tribunale ha ordinato l’apertura ai palestinesi.

Tareq Zubeidi è disteso sul suo letto di ferro in un angolo della stanza debolmente illuminata, coperto fino al collo e con gli occhi fissi al soffitto. Questo ragazzo pallido di 15 anni, senza barba, ha un sorriso dolce e parla con un sussurro.

Se inavvertitamente gli si toccano le gambe, soprattutto le ginocchia, si solleva di scatto come morso da un serpente e il suo viso si sbianca dal dolore.

Sulla pianta dei piedi ha due grosse cicatrici rotonde, il che spiega perché non gli sia possibile stare in piedi. Quando i coloni gli hanno inflitto queste ferite aveva il viso coperto, ma è convinto che una di esse sia stata provocata da una bruciatura, probabilmente con un accendino tenuto sotto un piede fino a che la carne si è strinata, mentre sull’altro piede lo colpivano con una sbarra di ferro.

Tareq è costretto a letto da quel mattino di orrore ed è ancora traumatizzato da quell’evento.

Il villaggio di Silat al-Daher si trova sulla strada tra Nablus e Jenin, nel nord della Cisgiordania. E’sovrastato dall’alto di una collina dai resti della colonia di Homesh, destinata ad essere evacuata, che Israele ha smantellato in teoria nel quadro del processo detto di disimpegno del 2005.

Nel contempo l’Alta Corte di Giustizia ha ordinato allo Stato di annullare le ordinanze militari di sequestro e di chiusura che avevano vietato ai palestinesi di accedere al sito, ma tutto ciò non ha niente a che fare con la realtà.

Un gruppo chiamato “Homesh First” [Prima Homesh] ha creato una yeshiva (scuola religiosa ebraica) sul sito poco dopo le evacuazioni; i suoi studenti sono tra i coloni più violenti. Chiunque abbia provato ad avvicinarsi a Homesh sa di che cosa – e soprattutto di chi – si tratta.

La decisione dell’Alta Corte qui è stata da molto tempo calpestata e nessuno se ne preoccupa. Da marzo 2020 l’organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani B’Tselem ha registrato non meno di sette aggressioni violente contro palestinesi da parte dei coloni della yeshiva di Homesh.

In un’occasione hanno aggredito un gruppo di donne e un neonato, in un’altra hanno picchiato un contadino con bastoni e pietre, in una terza hanno rotto una gamba ad un pastore con delle pietre, e per due volte hanno attaccato case e veicoli nella periferia del villaggio.

Malgrado ciò, la scorsa settimana, il 17 agosto, un gruppo di giovani di Silat al-Daher ha deciso di organizzare un picnic e una grigliata vicino a Homesh, nel boschetto che costituisce il polmone verde del villaggio.

Secondo quanto ci ha raccontato Tareq – aveva già raccontato i fatti a Abdulkarim Sadi, ricercatore sul campo di B’Tselem, che lo ha incontrato il giorno dopo l’incidente ed è rimasto sconvolto dal trauma subito dal ragazzo – quel giorno il tutto è cominciato verso le 9, quando i giovani si sono incontrati davanti al liceo locale, dove il nuovo anno scolastico era iniziato un giorno prima.

Dei sei adolescenti, alcuni avevano lasciato la scuola ed altri avevano deciso di saltare un giorno di lezione a inizio anno. Tareq ha lasciato la scuola al settimo anno, quando aveva 13 anni, ed è andato a lavorare in una panetteria del villaggio di proprietà di suo zio.

Dopo aver comprato della carne di tacchino, sono saliti sulla collina a piedi. La strada per le auto è bloccata a causa dei coloni di Homesh che non lasciano avvicinarsi nessun palestinese.

Poco dopo essere arrivati al sito, dove si sono seduti sotto un albero a chiacchierare, il gruppo ha sentito d’improvviso delle voci in ebraico. Tareq si ricorda che lui e i suoi amici hanno subito avuto paura. A qualche decina di metri da loro è comparsa una macchina grigia argentata, con dentro quattro coloni, seguiti da due altri a piedi.

Solo qualche centinaio di metri separava il luogo del picnic da ciò che era Homesh, con la sua grande cisterna – suo segno di riconoscimento – che non era stata demolita al momento dell’evacuazione nel 2005.

I ragazzi si sono immediatamente alzati e si sono messi a correre per salvarsi la vita. Ogni idea di picnic era svanita. Ma durante la salita Tarek si era ferito ad una gamba e non poteva muoversi rapidamente.

La macchina lo ha seguito a tutta velocità, poi lo ha urtato e fatto cadere. I quattro coloni sono usciti dalla vettura e hanno cominciato a picchiarlo su tutto il corpo insultandolo. Avevano in testa grandi kippa [zucchetto rituale ebraico tipico dei coloni, ndtr.] e lunghi riccioli, racconta.

Uno di loro è tornato alla macchina per prendere una corda con la quale poi gli hanno legato le mani dietro la schiena ed anche le gambe. Tarek gridava di paura e di dolore. I coloni gli hanno dato dei calci, dice, mentre era steso a terra immobile.

Poi lo hanno sollevato e messo sul cofano della macchina, legandolo al veicolo con una catena di ferro perché non cadesse. La macchina ha viaggiato per qualche minuto finché ha raggiunto lo stagno di Homesh.

Il guidatore ha frenato bruscamente e Tarek è caduto, perché lungo il percorso i coloni avevano sganciato la catena. Due autobus di coloni sono arrivati al sito, ricorda Tarek, ma non è sicuro che abbiano preso parte alle violenze.

Qualcuno gli ha spruzzato sul viso dello spray urticante, un altro gli ha dato ancora dei calci. Steso al suolo, era sicuro che stesse per essere ucciso. Altri coloni si sono messi a prenderlo a calci, poi gli hanno bendato gli occhi con un fazzoletto. Tarek ha sentito che gli sputavano addosso e una raffica di insulti e di oscenità.

È stata un’esperienza orribile e terrificante”, dice, aggiungendo che pensa di essere rimasto steso così per circa un’ora e mezza.

Poi i coloni lo hanno trascinato fino a un albero e l’hanno appeso per le mani, in modo che le gambe rimanessero sospese. Con un’altra corda hanno legato il suo corpo al tronco dell’albero. Pensa di essere rimasto in quella posizione per circa cinque minuti. “Proprio in quel momento ho sentito che un colono mi picchiava la pianta di un piede con una sbarra di ferro ed un altro teneva qualcosa che bruciava sotto l’altro piede.”

Le cicatrici nei piedi di Tareq dovute alla tortura subita. Foto Alex Novac

Tareq ci mostra le ferite alle piante dei piedi. Dice di aver pianto e gridato per tutto il tempo e che i coloni non hanno mai smesso di insultarlo. Quando lo hanno staccato dall’albero, uno degli aggressori lo ha colpito alla testa con una mazza. Uno di loro gli gridava: “Sono pazzo, sono pazzo.” Tarek ha perso conoscenza.

Quando è rinvenuto si è ritrovato su una jeep dell’esercito israeliano. Un soldato gli ha dato il suo telefono cellulare perché potesse parlare con qualcuno in arabo, forse un agente dei servizi di sicurezza dello Shin Bet [servizi interni israeliani, ndtr.], che lo ha minacciato di fare arrestare i ragazzi se ci fossero stati lanci di pietre nel villaggio.

I soldati hanno chiesto la carta di identità di Tarek – lui ha risposto che era ancora troppo giovane per averne una.

Questa settimana l’unità del portavoce delle forze israeliane ha pubblicato su Haaretz il seguente comunicato riguardo all’incidente: “Martedì 17 agosto abbiamo ricevuto un rapporto relativo a palestinesi che hanno lanciato pietre contro dei coloni vicino alla colonia evacuata di Homesh, che si trova nel settore della brigata territoriale di Shomron (Samaria). Dopo aver ricevuto il rapporto, dei soldati dell’IDF (esercito israeliano, ndtr.) hanno raggiunto il sito ed hanno trovato dei coloni che tormentavano un giovane palestinese. Il comandante della forza si è occupato dell’accaduto ed ha riportato il giovane palestinese alla sua famiglia.”

Immediatamente dopo l’inizio dell’incidente, i cinque amici di Tarek hanno raggiunto Silat al-Daher ed hanno detto alla sua famiglia che lui era rimasto indietro. Suo fratello maggiore Hisham e suo zio Murwah si sono precipitati all’incrocio che si trova all’entrata di Homesh, ma hanno avuto paura di avventurarsi in macchina sulla strada che porta alla colonia.

Dopo un po’ di tempo hanno visto un ufficiale dell’IDF, lo hanno chiamato e gli hanno raccontato che cosa era successo. Poco dopo, una jeep dell’IDF gli ha riportato Tarek ferito. Un’ambulanza palestinese che passava sull’autostrada con un paziente uscito dall’ospedale di Nablus si è fermata e il paziente, che stava bene, ha proposto che l’ambulanza caricasse Tarek al suo posto. Tarek, con suo fratello e suo zio, è stato portato all’ospedale pubblico Khalil Suleiman di Jenin.

Secondo la cartella clinica dell’ospedale vi è arrivato alle 13,03, è stato sottoposto ad una serie di esami ed è stato riportato a casa il giorno successivo. Le ferite fisiche erano meno gravi di quanto sembrasse inizialmente, ma la ferita psicologica era chiaramente più grave.

Tarek racconta che dopo quel giorno non ha potuto dormire e che si sente molto angosciato, soprattutto al buio. Suo fratello e suo zio dormono nella stanza con lui.

Se resto solo al buio comincio a pensare a quell’incubo con i coloni. Ho l’impressione di sudare in tutto il corpo. Ho la sensazione che il mio cuore batta all’impazzata.”

Da allora Tarek non può camminare senza aiuto – lo accompagnano al bagno i suoi familiari. La pianta dei piedi è ferita e le sue ginocchia sono ancora gonfie.

Gideon Levy, nato nel 1955 a Tel Aviv, è un giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz. Vive nei territori palestinesi sotto occupazione. Ha ricevuto il premio Euro-Med Journalist nel 2008, il premio Leipzig Freedom nel 2001, il premio Israeli Journalists’Union nel 1997 ed il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele nel 1996. Ha scritto il libro The Punishment of Gaza [‘La punizione di Gaza’], che è stato tradotto in francese con il titolo Gaza, articoli per Haaretz, 2006-2009 [Gaza, articoli per Haaretz, 2006-2009], La Fabrique, 2009.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Marwan Barghouti presidente di tutti i palestinesi?

Gideon Levy

2 aprile 2021 – Chronique de Palestine

Marwan Barghouti è il solo dirigente che gode di una popolarità che va ben al di là delle divisioni politiche tra i palestinesi. Rappresentante della generazione successiva a quella dei dirigenti storici come Yasser Arafat, ha svolto un ruolo centrale durante la prima (1987) e seconda (2000) Intifada, prima di essere incarcerato dall’occupante israeliano nel 2001 e condannato a cinque ergastoli per le sue azioni di resistenza.

Se fossi palestinese voterei Marwan Barghouti per la carica di presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Se fossi un sionista israeliano che si ostina a credere in una soluzione a due Stati, farei ugualmente tutto il possibile per far vincere Barghouti. E anche come israeliano che non crede più nella soluzione a due Stati, sognerei davvero il momento in cui quest’uomo uscirà finalmente dalla prigione e diventerà il dirigente dei palestinesi.

Lui rappresenta attualmente l’unica possibilità di dare una nuova speranza al popolo palestinese agonizzante, e al cadavere appeso fuori, intendo dire il cadavere del processo di pace, che non è mai stato un processo di pace e non ha mai avuto l’intenzione di esserlo.

Non c’è più nient’altro ora che possa suscitare emozione, immaginazione e speranza, se non immaginare Barghouti liberato dalla prigione di Hadarim, così come un combattente per la libertà ancor più venerato fu liberato dalla prigione Victor Verster in Sudafrica l’11 febbraio 1990, parlo di Nelson Mandela, scarcerato dopo 27 anni.

Anche lui, come Barghouti, era stato condannato all’ergastolo. Come Barghouti, era stato riconosciuto colpevole di “terrorismo”.

Ma la controparte di Mandela era il coraggioso Frederik Willem de Klerk, mentre l’accanimento israeliano contro Barghouti non è nient’altro che istigazione all’odio, stupidità e vigliaccheria.

Non c’è prova più lampante del fatto che Israele non ha mai voluto raggiungere un accordo dell’incarcerazione senza fine e assolutamente stupida di Barghouti. Chiedete a qualunque membro del servizio di sicurezza dello Shin Bet o a qualunque uomo di Stato israeliano che conosca bene la questione, e vi diranno che Barghouti è l’ultima opportunità – l’ultima possibilità di unire i palestinesi e di fare la pace.

Mandela è stato eletto presidente del suo Paese e Barghouti potrebbe concorrere alla presidenza del suo popolo. Mandela lo ha fatto da uomo libero, e Barghouti lo farà da prigioniero che sconta una pena grottesca di cinque ergastoli – più 40 anni supplementari – che potrebbero non avere mai fine.

Barghouti è veramente l’ultima possibilità. E i responsabili israeliani lo sanno molto bene. Invece è proprio perché loro lo sanno meglio di me che non sarà mai liberato.

Tuttavia, immaginarsi questo piccolo uomo iperattivo con al polso un semplice orologio Casio, col suo sorriso ammaliante e il suo ebraico tutto particolare – pronuncia “kibush” (l’occupazione) come “kiyush” e “imma” (la madre) con l’accento sulla seconda sillaba invece che sulla prima – scarcerato e diventato presidente, accende l’immaginazione. A tal punto un piccolo passo potrebbe comportare un così grande cambiamento!

Ventiquattro anni fa, in questa settimana, la Giornata della Terra del 1997, mentre viaggiavamo sulla sua macchina attraverso i pneumatici che bruciavano nelle manifestazioni di Ramallah, mi ha detto: “Ciò che temo di più è che perdiamo la speranza.” Quel momento è arrivato. Solo Barghouti può ancora salvarci.

Chiunque voglia capire che cosa è successo ai palestinesi deve guardare ciò che è successo a Barghouti. Quest’uomo di pace trasformato in un cosiddetto “terrorista” è la dimostrazione che i palestinesi hanno già provato di tutto.

Che cosa non ha tentato? Ha bussato alle porte dei comitati centrali dei partiti sionisti alla fine degli anni ’90, supplicandoli di fare qualcosa prima che tutto esplodesse. Ma Israele non ha fatto niente e tutto è esploso.

Ha portato i suoi bambini allo Zoo Safari Ramat Gan [di Tel Aviv, ndtr.] e, durante un meraviglioso e indimenticabile viaggio parlamentare in Europa, ha fatto amicizia con deputati dei partiti Likud e Shas e anche delle colonie. Faceva il tifo per la squadra di calcio Hapoel di Tel Aviv. Ed era un uomo di pace, forse l’uomo di pace palestinese più determinato di sempre.

Fu solo quando si rese conto che niente avrebbe smosso Israele dalla sua arroganza e dal suo culto della forza, che profetizzò che tutto sarebbe esploso e raggiunse le fila della lotta armata – esattamente come Mandela, anche se il capitolo violento della sua lotta adesso viene rimosso.

Barghouti è ormai in carcere da una ventina d’anni. È stato riconosciuto colpevole di “terrorismo” contro uno Stato la cui occupazione è il peggiore e più crudele terrorismo tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.

L’ultima volta che l’ho visto indossava l’uniforme marrone del Servizio penitenziario israeliano. Era nell’aula di tribunale di Tel Aviv. Ora intende presentarsi alle elezioni palestinesi, elezioni sotto occupazione.

Se verrà eletto presidente, non saranno solo i palestinesi a trarne vantaggio. Se sarà eletto presidente, l’occupazione subirà un’altra terribile sfida nella sua storia: non solo un combattente per la libertà dietro le sbarre, ma un presidente ammanettato.

Gideon Levy, nato nel 1955, è un giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz. Vive nei territori palestinesi occupati.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Gaza: cronaca della pandemia, tra voci e verità

Asmaa Rafiq Kuheil

4 marzo 2021 – Chronique de Palestine

Il 25 agosto era previsto il mio colloquio per il lavoro dei miei sogni: insegnare inglese all’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati [palestinesi].

Ho lavorato sodo in vista di questo colloquio. Per quasi un mese mi sono rifiutata di consultare le reti sociali, che spesso non sono altro che perdite di tempo! Ho aperto Facebook per non più di cinque minuti al giorno per vedere gli aggiornamenti di ‘We Are Not Numbers’ (Non Siamo Numeri, sito in cui palestinesi di Gaza raccontano le proprie esperienze, ndtr.) e verificare la posta importante su Messenger.

Il giorno prima del colloquio sono andata a dormire alle 22, per svegliarmi all’una del mattino per continuare la mia preparazione. L’elettricità era interrotta. Il mio ventilatore aveva la batteria quasi scarica in quella notte molto calda e tutta la mia famiglia nella nostra casa “al buio” dormiva. Mi sono fatta una tazza di caffè solubile, ho recitato due Rakaat [preghiere islamiche), poi ho acceso la torcia del mio cellulare ed ho cominciato a studiare nel nostro ampio soggiorno.

Come al solito ero sola, con il piccolo fascio di luce sul mio quaderno in mezzo all’oscurità. L’unico rumore era la voce dei grilli che arrivava dalla finestra.

Non so perché, alle 4,20 ho improvvisamente pensato che potevo dare uno sguardo a Facebook usando una scheda internet comprata da mio fratello. La connessione non era molto buona, ma volevo controllare qualche consiglio relativo al mio colloquio, dato che esiste un gruppo su Messenger a tale scopo.

Mi sono connessa e davvero vorrei non averlo fatto. Tutti si affrettavano a parlare delle ultime notizie: quattro persone a sud della Striscia di Gaza erano risultate positive al coronavirus, di cui abbiamo timore da tanto tempo. (Io pensavo davvero che noi lo avessimo scampato, “grazie” al rigido blocco cui siamo sottoposti.)

Sul momento non volevo credere a ciò che leggevo…finché non ho ricevuto un messaggio dell’UNRWA che diceva che tutti i colloqui, compreso il mio, erano stati annullati. Subito mi sono sentita molto male, ma poi mi è venuta voglia di saperne di più sul modo in cui il coronavirus era entrato a Gaza e ho rapidamente messo da parte i miei problemi personali.

Ho letto la storia di Heba Abu Nadi, una gazawi che aveva attraversato il valico di Erez per andare a Gerusalemme con la sua figlioletta ammalata, che doveva essere operata all’ospedale El-Makassed in quella città.

Inizialmente le autorità israeliane di occupazione le hanno rifiutato il permesso di transito da quel posto di controllo e lei ha finito per tornare a casa dopo aver trascorso quattro ore a tentare di accompagnare sua figlia.

Immaginate quanto abbia potuto sentirsi disperata…

Il giorno dopo ha tentato nuovamente di attraversare il blocco e questa volta ha avuto il permesso di uscire. In seguito ha fatto il test ed ha saputo di avere il coronavirus….

Questa sfortunata donna si è ritrovata ovunque sulle reti sociali. Alcuni la insultano per aver infettato i membri della sua famiglia mettendo in pericolo tutta Gaza. Altri pregano per lei. Altri ancora fanno sgradevoli battute!….

Quanto a me, mi metto al suo posto. Come sta ora sua figlia? Come si sente Heba, quando tutti la criticano come se lei fosse la causa della disastrosa situazione di Gaza? O come se si trattasse di un complotto israeliano per distruggere Gaza di cui quindi lei non sarebbe che una vittima?

Oh, gente di Gaza! Smettetela di prendervela con questa povera madre! Noi non sappiamo tutto ciò che è accaduto. Lei deve essere molto infelice, preoccupata per sua figlia e forse si rimprovera terribilmente per aver messo in pericolo quattro membri della sua famiglia.

Anche prima di quest’ultima catastrofe la vita era molto peggiorata a Gaza. Non abbiamo più di quattro ore di elettricità al giorno e adesso siamo tutti in quarantena, il che aggiunge al danno anche la beffa.

Un messaggio su Facebook è stato come il sale su una ferita aperta: una ragazza di fuori Gaza ci diceva che ormai il COVID-19 è una cosa normale e che non c’è motivo di preoccuparsi.

Ma Gaza non è simile a nessun altro luogo! Gaza, questo punto minuscolo sulla mappa con due milioni di persone, non ha che un solo grande ospedale, dove recentemente sono state identificate molte persone contagiate, costringendo ad evacuare un intero reparto.

Sapete che i nostri medici rischiano la vita per un salario mensile di 300 dollari? Sì, cari lettori, 300 dollari, non 3.000. E migliaia di altri in questo periodo non ricevono alcun salario.

Il giorno dopo mio padre ha detto al mio fratellino Hamza di andare a comprare dell’acqua in bottiglia, perché ne avevamo poca. (L’acqua del rubinetto non è potabile in sicurezza). Ma mio padre ha ordinato a Hamza di restare poi in casa, dicendogli che gli avrebbe vietato di uscire se glielo avesse di nuovo chiesto. Rendendoci conto che era la nostra ultima occasione per molto tempo, tutti noi avevamo scritto un lungo elenco di altri prodotti di cui avevamo bisogno e che si trovavano nell’unico supermercato aperto nella nostra zona.

Per strada Hamza ha visto solo poliziotti che controllavano per impedire spostamenti non urgenti.

Intanto mio padre ascoltava la sua radiolina portatile accesa, cercando le notizie sul COVID. Mia sorella Walaa’, che studia per il Tawjihi (diploma di scuola secondaria generale) e che continua a studiare per gli esami finali, ha paura del prossimo futuro. Non sa se deve studiare, sedersi insieme a noi o parlare con i suoi amici di come hanno trascorso la giornata.

I miei fratelli e sorelle più giovani sono contenti che la scuola sia chiusa. Sono ancora troppo giovani per capire che cosa sia il coprifuoco.

Quanto a mia madre, cucina del manakish (la nostra versione della pizza, condita con timo e olio d’oliva). Lo fa sempre durante le guerre ed altre situazioni di emergenza. (E scommetto che non è la sola…in ogni casa ci sono tonnellate di timo e il manakish non costa molto se se ne cucinano grandi quantità). Le due cose sono diventate sinonimi.

Mi viene in mente improvvisamente il tema – che aveva vinto il premio – che avevo scritto per il concorso di scrittura We are not Numbers COVID-19. In questo testo affermavo che Gaza si è rivelata essere il luogo più sicuro al mondo per quanto riguarda la pandemia. Quando l’ho scritto pensavo paradossalmente che l’orrendo blocco israeliano di Gaza, che impedisce la maggior parte degli spostamenti all’interno e all’estero, per una volta ci avrebbe tenuti “al sicuro”, mentre gli altri avrebbero dovuto subire l’epidemia.

Il mio articolo stava per essere pubblicato, ma adesso ne vale la pena? E in caso affermativo, verrà letto? Oppure io sarò presa in giro e ridicolizzata come la povera Heba?

In ogni caso io mi atterrò alla mia convinzione che questi miserabili giorni finiranno – non semplicemente per la speranza, ma piuttosto per la mia fede profonda nel nostro dio e che tutto ciò che lui “scrive” è per il nostro bene, per quanto miserevole possa apparire a prima vista!

Asmaa’ Rafiq Kuheil, palestinese di Gaza, da tre anni è professoressa di inglese. Lavora come assistente di progetto presso l’UNRWA, dove contribuisce a costruire la propria Nazione con tutti i mezzi a sua disposizione. La sua arma è la scrittura.

27 août 2021 – WeAreNotNumbers – Traduction : Chronique de Palestine

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Dopo 20 anni ancora non c’è giustizia per Muhammad Al-Dura

Amjad Ayman Yaghi*

9 dicembre 2020 – Chronique de Palestine

Da qualche parte, nel centro del campo profughi di Bureij nel centro della Striscia di Gaza, Jamal al-Dura guarda una foto di suo figlio Muhammad.

Come altri genitori in lutto, questo vecchio operaio edile di 55 anni non si riprenderà mai dalla perdita di suo figlio.

Ma, diversamente da altri genitori in lutto, Jamal deve anche vivere con continui ricordi sui media o da parte di stranieri.

Sono ormai passati 20 anni da quando l’assassinio di Muhammad al-Dura è stato filmato.

E le immagini del ragazzino dodicenne rannicchiato dietro ai disperati, e alla fine vani, tentativi di suo padre di proteggerlo sono state una delle icone che hanno caratterizzato la seconda intifada.

Queste immagini echeggiano ancora oggi, in particolare a Gaza isolata ed assediata.

Servono a ricordare dolorosamente e simbolicamente che – anche se l’ONU esorta ancora una volta alla fine del blocco israeliano su Gaza, che ha visto più della metà della popolazione scendere sotto la soglia della povertà – i palestinesi sono senza protezione contro un’occupazione israeliana brutale ed implacabile.

Jamal ricorda ancora molto bene quell’ultimo fatidico giorno del settembre 2000.

Lui e suo figlio, a cui piacevano le macchine, erano andati a vedere delle automobili d’occasione in un mercato ad est della città di Gaza.

Il programma era che Muhammad scegliesse un’auto che gli piaceva per la famiglia, ha detto Jamal a The Electronic Intifada. Ma dato che nessuno dei due aveva trovato qualcosa di interessante, decisero di rientrare.

Al ritorno passarono dall’incrocio di Netzarim, un posto di controllo militare a Gaza, che al tempo era al servizio della colonia di Netzarim [composto da] una sessantina di famiglie israeliane, che separava il nord di Gaza dal resto della città.

Calunnie e menzogne

Quel giorno all’incrocio c’erano delle manifestazioni. Erano passati solo pochi giorni da quando il capo dell’opposizione israeliana dell’epoca, Ariel Sharon, aveva deciso di recarsi provocatoriamente addirittura sul luogo della moschea di Al-Aqsa, nel territorio occupato di Gerusalemme est.

Questo comportamento aggressivo di Sharon fu l’elemento scatenante di un’intifada che era già in gestazione, dal momento che diventava sempre più evidente che gli accordi di Oslo non erano riusciti a portare ad una vera pace.

L’autista del taxi di Muhammad e Jamal decise che non poteva andare oltre. Così, padre e figlio scesero incamminandosi per cercare un altro taxi per tornare a casa nel campo di Bureiji, dall’altro lato del checkpoint.

Ma mentre camminavano gli spari si fecero più vicini.

Ho afferrato Muhammad e ci siamo nascosti dietro ad un bidone”, dice Jamal.

La sua intenzione era di restare al riparo fino alla fine della sparatoria. Ma la sparatoria li prese in trappola.

Il resto venne filmato dal giornalista Talal Abu Rahma, che lavorava con Charles Enderlin [giornalista franco-israeliano ed esperto di Medio Oriente, ndtr.] di France 2, un canale della televisione pubblica [francese].

La violenta e tragica scena di un ragazzino ucciso dietro a suo padre privo di sensi fece il giro dei giornali di tutto il mondo. L’esercito israeliano non smentì la sua autenticità e presentò anche timide scuse.

Ma cinque anni più tardi, dopo che dei filoisraeliani appassionati di complotti tentarono di confondere le acque suggerendo sia che la sparatoria fosse una messa in scena dei palestinesi, sia che il ragazzo fosse morto sotto i colpi dei palestinesi, l’esercito ritrattò.

Non è stata mai presentata alcuna prova che suggerisse che il ragazzo fosse stato ucciso in modo diverso da come si era capito da subito, e né Abu Rahma né Enderlin, lui stesso nipote di ebrei austriaci fuggiti prima dell’invasione nazista del 1938, hanno mai espresso il minimo dubbio su quanto avevano reso pubblico.

Infatti nel 2013, dopo molte udienze in tribunale e l’annullamento di un ricorso, un tribunale francese ha sentenziato che uno di quegli appassionati di complotti, Phillipe Karsenty, capo dell’organizzazione filoisraeliana “Media Ratings”, era colpevole di diffamazione per aver accusato Enderlin e France 2 di aver messo in scena la sparatoria.

Nessuna giustizia

Per Jamal tutto ciò non fa che aumentare il suo dolore. Non soltanto suo figlio è stato ucciso proprio dietro di lui, ma deve anche affrontare gli “scettici” che girano il coltello nella piaga quando cercano di instillare dubbi circa quel che è successo.

Ed in fin dei conti di certo non c’è stata giustizia per suo figlio. Nessuno ha mai dovuto rendere conto dell’accaduto.

Jamal vuole andare in Francia per sostenere la propria causa nel processo contro Karsenty, ha dichiarato a The Electronic Intifada, nel tentativo di risvegliare l’interesse internazionale sull’assassinio di suo figlio.

Chiede anche che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) denunci Israele davanti alla Corte Penale Internazionale per l’omicidio di suo figlio.

Attualmente disoccupato e dipendente dall’assistenza sociale dell’ANP, continua a ricevere cure di fisioterapia a causa delle ferite subite quel giorno. Ma, dice, l’ANP non è stata di grande aiuto nei suoi tentativi di mantenere viva la questione.

Questo lo lascia perplesso.

L’uccisione di suo figlio, ha dichiarato, forse “non è il crimine più odioso compiuto dall’occupazione…ma è pienamente documentato”.

Mostra il lato più orribile dell’umanità, in cui non c’è alcuna pietà per un bambino e per un padre che cerca di proteggere suo figlio.”

La famiglia, come tutte le famiglie di Gaza, ha dovuto affrontare altre difficoltà. Dopo che Muhammad è stato ucciso, Gaza ha subito tre attacchi militari israeliani devastanti, nel 2008-2009, nel 2012 e nel 2014.

Durante il primo attacco la casa della famiglia Dura è stata bombardata. Jamal ricorda di aver ricevuto un avvertimento in piena notte da qualcuno che gli ha detto che doveva lasciare la casa entro cinque minuti.

Io ho detto ‘siete matti? Entro cinque minuti? Ci sono dei bambini in casa’”, ha dichiarato Jamal a The Electronic Intifada. Ha cercato di guadagnare tempo il più possibile mentre sua moglie Amal faceva uscire di casa i bambini.

Alla fine la persona dall’altra parte ha perso la pazienza ed ha gridato di uscire in meno di 15 minuti.

Questo è l’ IDF (l’esercito israeliano), stiamo per bombardare la casa sulla vostra testa”, ha detto Jamal.

Siamo andati in una casa accanto alla nostra ed abbiamo avvertito i vicini. Poi abbiamo sentito un missile di avvertimento sganciato da un aereo e la casa è stata bombardata.”

La famiglia di 10 persone ha ricostruito la casa. Ma durante l’attacco del 2014 è stata nuovamente danneggiata, questa volta da carri armati.

Ancora una volta la famiglia l’ha dovuta ricostruire.

Amal, la madre di Muhammad, dice di non riuscire a capire come le madri israeliane possano continuare a mandare i loro figli a combattere a Gaza.

Il vostro Paese è democratico. Come possono obbligare i vostri figli ad andare a Gaza a scatenare guerre e costruire barriere intorno a Gaza e alla Cisgiordania?”, ha detto Amal, rivolgendosi alle madri israeliane.

Se amate veramente i vostri figli teneteli a casa. Ogni guerra ne uccide molti come Muhammad.”

Oggi Muhammad avrebbe circa 30 anni.

Anche se suo figlio è morto, quest’anno Jamal ha nuovamente tirato fuori le foto di Muhammad per il suo compleanno, come ha fatto ogni anno dal 2001.

Jamal immagina un mondo diverso, in cui suo figlio è vivo e sposato, ed ha dei bambini.

* Amjad Ayman Yagh è un giornalista che vive a Gaza.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Lunga vita al (defunto) processo di pace”: Abbas dà la priorità ai rapporti con gli USA rispetto all’unità nazionale palestinese

Ramzy Baroud

9 dicembre 2020 – Palestine Chronicle

Nessuno più del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas pare entusiasta dell’elezione di Joe Biden come prossimo presidente degli Stati Uniti. Quando sembrava persa ogni speranza e Abbas si era ritrovato alla disperata ricerca di riconoscimento politico e finanziamenti, Biden è arrivato come un prode cavaliere su un cavallo bianco e ha trascinato in salvo il leader palestinese.

Abbas è stato uno dei primi leader mondiali a congratularsi con il presidente democratico eletto per la sua vittoria. Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyhua ha ritardato il suo comunicato di congratulazioni nella speranza che alla fine Donald Trump fosse in grado di ribaltare il risultato, Abbas non si è fatto illusioni. Considerando l’umiliazione subita dall’Autorità Nazionale Palestinese per mano dell’amministrazione Trump, Abbas non aveva niente da perdere. Per lui Biden, nonostante il suo lungo innamoramento con Israele, rappresentava ancora un barlume di speranza. Ma si può riportare indietro la ruota della storia? Nonostante il fatto che l’amministrazione Biden abbia messo in chiaro che non annullerà nessuna delle iniziative prese dall’uscente amministrazione Trump a favore di Israele, Abbas rimane fiducioso che almeno il “processo di pace” possa essere ripreso.

Questa potrebbe essere vista come una dicotomia impossibile perché, come può un “processo di pace” dare pace se tutte le componenti di una pace giusta sono già state tolte di mezzo?

È ovvio che non ci può essere alcuna vera pace se il governo USA insiste sul riconoscimento di tutta Gerusalemme come capitale “eterna” di Israele. Non ci può essere pace se gli USA continuano a finanziare illegali colonie ebraiche, foraggiare l’apartheid israeliano, negare i diritti dei rifugiati palestinesi, far finta di non vedere l’annessione di fatto in corso nella Palestina occupata e riconoscere come parte di Israele le Alture del Golan siriane illegalmente occupate, ed è probabile che ognuna di queste iniziative rimanga immutata anche sotto l’amministrazione Biden.

È improbabile che il “processo di pace” possa portare a un qualche tipo di pace giusta e sostenibile in futuro, quando ha già fallito negli ultimi 30 anni.

Eppure, nonostante le numerose lezioni del passato, Abbas ha deciso di nuovo di scommettere sul futuro del suo popolo e di mettere a repentaglio la sua lotta per la libertà e una pace giusta. Abbas non solo sta montando una campagna che coinvolge gli Stati arabi, ossia la Giordania e l’Egitto, per resuscitare gli “accordi di pace”, sta anche rimangiandosi tutte le promesse e decisioni di cancellare gli accordi di Oslo e di porre fine al “coordinamento per la sicurezza” con Israele. Così facendo Abbas ha tradito i colloqui per l’unità nazionale tra il suo partito, Fatah, e Hamas.

I colloqui per l’unità tra i gruppi palestinesi rivali sembravano aver preso una seria svolta lo scorso luglio, quando i principali partiti politici palestinesi hanno emesso un comunicato congiunto in cui dichiaravano la loro intenzione di sconfiggere l’“accordo del secolo” di Trump. Il linguaggio usato in quel comunicato ricordava il discorso rivoluzionario di questi gruppi durante la Prima e la Seconda Intifada (rivolta), di per sé un indicatore che Fatah si era finalmente riorientato riguardo alle priorità nazionali e allontanato dal discorso politico “moderato” forgiato dal “processo di pace” sostenuto dagli USA.

Persino quanti si sono stancati e sono diventati cinici riguardo ai trucchetti di Abbas e dei gruppi palestinesi si chiedevano se questa volta sarebbe stato diverso, se i palestinesi avrebbero finalmente trovato un accordo su una serie di principi con cui avrebbero espresso ed incanalato la loro lotta per la libertà. Paradossalmente i quattro anni di presidenza Trump sono stati la cosa migliore che sia avvenuta per la lotta nazionale palestinese. La sua amministrazione è stata uno stridente e indiscutibile promemoria che gli USA non sono, e non sono mai stati, “un leale mediatore per la pace” e che i palestinesi non possono orientare la propria agenda politica per soddisfare le richieste di USA e Israele e ottenere legittimazione politica e appoggio economico.

Con il taglio dei finanziamenti USA all’Autorità Nazionale Palestinese nell’agosto 2018, seguito dalla chiusura della missione diplomatica palestinese a Washington, Trump ha liberato i palestinesi dai tormenti di un’impossibile equazione politica. Senza la proverbiale carota americana, la dirigenza palestinese ha avuto la rara opportunità di riorganizzare la casa palestinese a beneficio del popolo palestinese.

Ahimé, questi sforzi hanno avuto vita breve. Dopo molteplici incontri e videoconferenze tra Fatah, Hamas e altre delegazioni che rappresentavano i gruppi palestinesi, il 17 novembre Abbas ha dichiarato la ripresa del “coordinamento per la sicurezza” tra la sua autorità e Israele. Ciò è stato seguito il 2 dicembre dall’annuncio israeliano della consegna di oltre un miliardo di dollari dei fondi palestinesi illegalmente trattenuti da Israele come forma di pressione politica.

Ciò riporta l’unità palestinese al punto di partenza. Ormai Abbas trova totalmente inutili i colloqui per l’unità con i suoi rivali palestinesi. Dato che Fatah domina l’Autorità Nazionale Palestinese, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), dare spazio o condividere il potere con altre fazioni palestinesi sembra autolesionista. Ora che Abbas è rassicurato del fatto che l’amministrazione Biden gli concederà, ancora una volta, il titolo di “partner per la pace”, alleato degli USA e moderato, il leader palestinese non trova più necessario cercare l’approvazione dei palestinesi. Poiché non ci può essere una via di mezzo tra adeguarsi a un piano di USA e Israele e rivendicare un progetto nazionale palestinese, il dirigente palestinese ha optato per il primo e, senza esitazione, ha abbandonato il secondo.

Mentre è vero che Biden non soddisferà mai nessuna delle richieste del popolo palestinese né annullerà nessuno dei passi sbagliati del suo predecessore, Abbas può ancora beneficiare di quello che vede come uno stravolgimento della politica estera USA, non a favore della causa palestinese ma personalmente di Abbas, un dirigente non eletto il cui principale successo è stato appoggiare lo status quo imposto dagli USA e tener tranquillo il popolo palestinese il più a lungo possibile.

Benché in molteplici occasioni il “processo di pace” sia stato dichiarato “morto”, Abbas sta ora cercando disperatamente di risuscitarlo, non perché lui, o qualunque palestinese sensato, creda che la pace sia a portata di mano, ma a causa del rapporto esistenziale tra l’ANP e il suo schema politico sponsorizzato dagli USA. Mentre la maggior parte dei palestinesi non ha niente da guadagnare da ciò, qualche palestinese ha accumulato benessere, potere e prestigio in quantità. Secondo tale cricca questa è l’unica causa per cui vale la pena lottare.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo lavoro è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle prigioni israeliane] (Clarity Press). Baroud è ricercatore non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA) e anche presso il Centro Afro-Mediorientale (AMEC).

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La studentessa palestinese Mays Abu Ghosh finalmente libera dopo 15 mesi di detenzione e trattamenti crudeli

Lina Alsaafin

4 dicembre 2020 – Chronique de Palestine

Mays Abu Ghosh, una studentessa di giornalismo, parla delle torture psicologiche e fisiche che ha subito durante il suo interrogatorio da parte delle forze israeliane di occupazione.

Abu Ghosh, studentessa di giornalismo all’università di Birzeit, è stata sequestrata nell’agosto 2019 ed accusata di far parte del Polo studentesco progressista democratico, un’organizzazione studentesca vietata dalle forze israeliane di occupazione, e di partecipare ad attività studentesche contro l’occupante.

È stata anche accusata di “comunicazione con il nemico” – ha partecipato ad una conferenza sul diritto al ritorno dei palestinesi – e di lavorare per un’agenzia di stampa che si ritiene affiliata al movimento Hezbollah (organizzazione della resistenza libanese).

Abu Ghosh è stata condannata ad una multa di 2.000 shekel (circa 500 euro) e rilasciata dal carcere di Damon al posto di controllo di Jalameh, a nord della città di Jenin in Cisgiordania illegalmente occupata, dove è stata accolta dalla famiglia e dagli amici.

Diverse associazioni di difesa dei diritti umani hanno dichiarato che Abu Ghosh ha rivelato loro le torture fisiche e psicologiche subite durante più di un mese nel tristemente celebre centro di interrogatori Maskobiyeh a Gerusalemme.

Queste associazioni hanno aggiunto che Mays è stata costretta a restare in diverse posizioni costrittive per lunghe ore ed è stata minacciata di tornare a casa paralizzata o disturbata mentalmente. È stata inoltre costretta ad ascoltare le grida e le urla di altri prigionieri sottoposti a interrogatorio ed è stata ripetutamente presa a schiaffi mentre i soldati israeliani le gridavano delle oscenità.

Voglio dire a tutti ciò che mi è successo durante la fase di interrogatorio e di tortura.”, ha dichiarato Abu Ghosh a Al Jazeera il giorno dopo la sua liberazione. “Non perché è qualcosa che è capitata personalmente a me, ma perché ogni palestinese sappia che cosa aspettarsi quando Israele lo arresterà.”

I tribunali militari israeliani, davanti ai quali vengono giudicati i palestinesi dei territori occupati, hanno un tasso di condanne del 99,74%.

La procura militare ha incriminato Ghosh per azioni legate alle sue attività sindacali studentesche all’università, oltre alla sua attività sui media”, ha dichiarato Addameer, un’associazione di difesa dei diritti dei prigionieri.

Tale prassi dimostra la criminalizzazione dei diritti umani più fondamentali da parte delle autorità di occupazione, attraverso ordini militari.”

Abu Ghosh ha aggiunto che il messaggio che vuole trasmettere da parte delle altre donne detenute è quello dell’“unità nazionale”.

Hanno anche richieste relative alle condizioni di vita, in particolare quelle che scontano lunghe pene”, ha dichiarato. “Le videocamere nel cortile del carcere funzionano in permanenza e violano la loro privatezza personale.”

La famiglia presa di mira

Nel gennaio 2016 il fratello maggiore di Abu Ghosh, Hussein, era stato ucciso dalle forze israeliane perché avrebbe compiuto un attacco all’arma bianca.

In seguito le forze israeliane avevano demolito la casa della famiglia.

Nell’agosto 2019 la casa di Abu Ghosh è stata oggetto di un’incursione all’alba da parte delle forze israeliane con cani dell’esercito.

Quella volta Mays era stata condotta in un luogo separato e le è stato ordinato di accendere il suo computer portatile e il suo telefono. In seguito al suo rifiuto le sono stati bendati gli occhi, è stata ammanettata e letteralmente presa in ostaggio.

Un mese dopo suo fratello Suleiman, di 17 anni, è stato arrestato per fare pressione su Abu Ghosh perché confessasse. Ha trascorso quattro mesi in detenzione amministrativa, incarcerato da Israele senza capi d’accusa né processo.

Anche i suoi genitori sono stati convocati per un interrogatorio.

Secondo Addameer sono detenute da Israele 40 donne palestinesi. La popolazione carceraria totale arriva attualmente a 4.500 persone, di cui 170 minori e 370 in detenzione amministrativa.

Nel carcere di Damon sette prigionieri hanno seguito corsi universitari, ma la scorsa settimana un’incursione nelle loro celle da parte del servizio penitenziario israeliano ha portato al sequestro dei loro libri.

Dopo la sua liberazione Abu Ghosh ha dichiarato di voler terminare i propri studi e proseguire la formazione professionale nell’ambito della comunicazione.

Le autorità penitenziarie hanno minacciato di mettere in isolamento i prigionieri che proseguono gli studi”, ha affermato Mays.

Insieme ad altri prigionieri abbiamo creato un piccolo programma per studiare filosofia, letteratura araba e poesia. Avevamo anche certi rituali che svolgevamo insieme, come prepararsi prima di una visita dei familiari”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Porre fine all’apartheid: uno Stato unico non è la soluzione ideale, ma è giusta e possibile

Ramzy Baroud

1 dicembre 2020 – Chronique de Palestine

Ancora una volta gli alti diplomatici europei hanno espresso la loro “profonda inquietudine” riguardo all’espansione in corso delle illegali colonie israeliane, evocando nuovamente la massima secondo cui le azioni israeliane “minacciano la praticabilità della soluzione a due Stati”.

Questa posizione è stata comunicata il 19 novembre dall’alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri Joseph Borrell, nel corso di una video-conferenza con il Ministro degli Affari Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese Riyad al-Maliki.

Tutte le colonie israeliane sono illegali in base al diritto internazionale e dovrebbero essere disconosciute a parole e nei fatti, che rappresentino o no un danno per la defunta soluzione a due Stati.

A parte il fatto che alla “profonda inquietudine” dell’Europa non hanno quasi mai fatto seguito misure concrete, enunciare una posizione morale e legale nel contesto di soluzioni immaginarie è notoriamente privo di senso.

Perciò la domanda che si pone è la seguente: “Perché l’Occidente continua ad utilizzare la soluzione a due Stati come parametro politico per la soluzione dell’occupazione israeliana della Palestina, pur evitando di prendere alcuna iniziativa significativa per garantirne la realizzazione?”

La risposta sta in parte nel fatto che fin dall’inizio la soluzione a due Stati non è mai stata concepita per essere attuata. Come il “processo di pace” ed altre affermazioni pretestuose, il suo scopo era promuovere l’idea, presso palestinesi ed arabi, che ci fosse un obbiettivo che valeva la pena di perseguire, pur essendo irraggiungibile.

Tuttavia anche questo obbiettivo fin dall’inizio era subordinato ad una serie di presupposti irrealistici. Storicamente i palestinesi hanno dovuto rinunciare alla violenza (la resistenza armata contro l’occupazione militare di Israele), dare il loro consenso a diverse risoluzioni dell’ONU (anche se Israele continua a ignorarle), accettare il “diritto” di esistere di Israele in quanto Stato ebraico, e via di seguito. Era anche previsto che questo Stato palestinese ancora da creare fosse demilitarizzato, diviso tra Cisgiordania e Gaza, ma senza la maggior parte della Gerusalemme est occupata.

Pertanto, nonostante gli ammonimenti secondo cui la possibilità di una soluzione a due Stati si stava sgretolando, pochi si sono premurati di comprendere la situazione dal punto di vista palestinese. Secondo un recente sondaggio, stanchi delle illusioni della propria direzione fallimentare, due terzi dei palestinesi adesso concordano che una soluzione a due Stati è attualmente impossibile.

Anche l’affermazione secondo cui una soluzione a due Stati è necessaria, non fosse che come anticipazione di una soluzione permanente di uno Stato unico, è assurda. Questo argomento solleva ancor più ostacoli sulla via della ricerca della libertà e dei diritti dei palestinesi. Se la soluzione a due Stati fosse mai stata realizzabile, lo sarebbe stata quando tutte le parti la difendevano, almeno pubblicamente.

Ormai gli americani non vi sono più legati e gli israeliani l’hanno superata e sono ora impegnati su una strada del tutto nuova, architettando l’annessione illegale e l’occupazione definitiva della Palestina.

La verità incontestabile è che milioni di arabi palestinesi (musulmani e cristiani) e di ebrei israeliani vivono tra il fiume Giordano e il mare. Camminano già sulla stessa terra e bevono la stessa acqua, ma non come persone uguali. Mentre gli ebrei israeliani sono dei privilegiati, i palestinesi sono oppressi, rinchiusi dietro muri e trattati come esseri inferiori.

Per mantenere il più a lungo possibile i privilegi degli ebrei israeliani Israele usa la violenza, utilizza leggi discriminatorie e, con le parole del professor Ilan Pappe, pratica un ‘graduale genocidio’ nei confronti dei palestinesi.

La soluzione di uno Stato unico mira a rimettere in discussione i privilegi degli ebrei israeliani, sostituendo l’attuale regime di apartheid razzista con un sistema politico rappresentativo, democratico ed equo che garantisca i diritti di tutte le popolazioni di ogni confessione, come avviene in tutti i sistemi di governo democratico nel mondo.

Perché questo diventi realtà non c’è bisogno di scorciatoie né di ulteriori illusioni riguardo ai due Stati.

Da molti anni noi colleghiamo la nostra lotta per la libertà dei palestinesi al concetto di giustizia, come negli slogan “nessuna pace senza giustizia”, “giustizia per la Palestina”, e via di seguito. Perciò conviene porre la domanda: la soluzione di uno Stato unico è una soluzione giusta?

La giustizia perfetta non è possibile perché la storia non può essere cancellata. Nessuna soluzione giusta può essere trovata quando generazioni di palestinesi sono già morte come rifugiati privati della loro libertà e senza aver mai potuto far ritorno alle proprie case. D’altra parte permettere all’ingiustizia di perpetuarsi col pretesto che non si può ottenere la giustizia ideale è altrettanto ingiusto.

Per anni molti di noi hanno perorato la causa di uno Stato unico come l’esito più naturale di circostanze storiche tremendamente ingiuste. Tuttavia io – e conosco altri intellettuali palestinesi che hanno fatto come me – ho evitato di farne una questione sotto i riflettori, semplicemente perché sono convinto che ogni iniziativa che riguardi l’avvenire del popolo palestinese debba essere difesa dal popolo palestinese stesso.

Questo è necessario per impedire il tipo di spirito fazioso e, come ha detto Antonio Gramsci, di intellettualismo, che ha forgiato Oslo e tutti i suoi danni.

Ora che l’opinione pubblica in Palestina si sta modificando, principalmente contro la soluzione a due Stati, ma anche, pur gradualmente, a favore di uno Stato unico, si può anche assumere pubblicamente questa posizione. Dovremmo sostenere lo Stato unico e democratico perché anche i palestinesi in Palestina stanno sempre più manifestando tale esigenza legittima e naturale.

Sono convinto che sia solo questione di tempo perché nel contesto del paradigma dello Stato unico uguali diritti divengano la causa comune di tutti i palestinesi.

Preconizzare delle “soluzioni” ormai defunte, come continuano a fare l’Autorità Nazionale Palestinese, l’UE ed altri, è una perdita di tempo e di energie preziose. Aiutare i palestinesi ad ottenere i loro diritti, tra cui quello al ritorno dei rifugiati palestinesi, e rendere Israele responsabile moralmente, politicamente e giuridicamente di non aver rispettato il diritto internazionale dovrebbe ora assorbire tutta l’attenzione.

Vivere come eguali in un solo Stato che abbatta tutti i muri, metta fine a tutti gli assedi e faccia cadere tutte le barriere è uno di quei diritti fondamentali che non dovrebbero essere oggetto di negoziati.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e caporedattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e difesa nelle prigioni israeliane” (Pluto Press). Baroud ha un dottorato in studi sulla Palestina presso l’università di Exeter ed è ricercatore associato presso il Centro Orfalea di studi mondiali e internazionali, università della California.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Un attacco contro l’Iran come ultimo regalo di Trump a Israele?

Abdel Bari Atwan

29 novembre 2020 – Chronique de Palestine

Forse Trump intende ritirarsi in una fiammata di “gloria militare”

L’assassinio venerdì 28 novembre del fisico nucleare Mohsen Fakhrizadeh – che era a capo dell’Organizzazione per la ricerca e l’innovazione del Ministero della Difesa[iraniano] – da parte dei servizi del Mossad israeliano rafforza i timori di un attacco dell’ultimo momento e di vasta portata contro l’Iran su iniziativa di Trump. Un ultimo “regalo” allo Stato sionista prima dell’uscita dalla Casa Bianca.

Nel momento in cui Donald Trump sembra cominciare ad accettare l’idea di aver perso le elezioni presidenziali, tutti si chiedono che cosa pensi di fare durante i due mesi che gli restano alla Casa Bianca prima della data di uscita prevista il 20 gennaio.

È possibile che cerchi di lasciare le proprie funzioni in un’esplosione di “gloria” militare, da uomo forte e determinato, ordinando attacchi aerei e lanci di missili devastanti contro le installazioni nucleari dell’Iran – dopo aver rapidamente ritirato le truppe americane dal Medio Oriente (in particolare da Afghanistan, Iraq e Siria) per evitare che siano obiettivi di rappresaglie.

L’allarme rispetto a queste prospettive si è accresciuto dopo che la scorsa settimana Trump ha iniziato una mini purga del Pentagono licenziando il Segretario alla Difesa Mark Esper ed altri funzionari, sostituendoli con figure di provata fedeltà.

Il suo rifiuto di consentire al presidente eletto Joe Biden l’accesso ai rapporti dei servizi di intelligence ha ulteriormente alimentato i sospetti. Potrebbe cercare di dissimulare i piani ed i preparativi di un simile attacco mentre il Segretario di Stato Mike Pompeo li mette a punto durante il suo viaggio di questa settimana in Israele, Arabia Saudita, EAU e Qatar.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che potrebbe anch’egli trovarsi presto disoccupato – attende disperatamente che Trump, prima di lasciare il suo incarico, prenda iniziative militari sia contro le installazioni nucleari dell’Iran che contro i depositi di missili di Hezbollah. Ciò rende la cosa ancor più probabile. L’esercito israeliano ha appena condotto manovre militari di vasta portata lungo la frontiera libanese.

Israele teme che Biden rinnovi l’impegno degli Stati Uniti nell’accordo nucleare iraniano e torni alla politica dell’era Obama, che mirava a “contenere” l’Iran. Ciò porterebbe all’annullamento o all’ alleggerimento di sanzioni economiche soffocanti, permettendo all’Iran di riprendere i movimenti finanziari internazionali e la vendita di petrolio, come anche gli aiuti ai suoi alleati paramilitari in Libano, Iraq, Yemen e altrove.

Anche l’Arabia Saudita è favorevole ad un attacco militare, come ha dimostrato la scorsa settimana il discorso del re Salman, che ha chiesto alle potenze mondiali di prendere una “posizione risoluta” contro la minaccia nucleare iraniana. È poco probabile che abbia lanciato un simile appello prima di avere avuto l’autorizzazione di Trump e dei suoi complici.

Il presidente uscente può anche scegliere di lasciare il segno a livello interno.

Potrebbe dare semaforo verde ai suoi più fidi seguaci per scendere in strada in massa per dimostrare l’ampiezza della sua popolarità – polarizzando ulteriormente la società americana, spaccando il partito repubblicano e portando alla formazione di un nuovo partito di estrema destra sotto la sua direzione. Ha incoraggiato attraverso i tweet le milizie armate ed i gruppi suprematisti bianchi che si sono radunati in diverse regioni del Paese contro il “furto” del suo secondo mandato.

Oppure Trump potrebbe effettivamente cominciare a fare campagna per la sua rielezione nel 2024, creando un gruppo di media favorevole a lui o lanciando un programma televisivo su uno dei canali esistenti a lui affini. Anche i suoi detrattori ammettono che ha dalla sua parte molti seguaci e un riconosciuto talento per mobilitarli e sostenerli.

Qualunque sia la strada che sceglierà, Trump non lascerà il suo posto in silenzio per affrontare, una volta persa l’immunità presidenziale, una possibile serie di azioni giudiziarie e di inchieste per evasione fiscale, frode e transazioni commerciali sospette. La sua uscita potrebbe essere burrascosa. Non è un buon perdente e non esiterà a fare danni per raggiungere i suoi obbiettivi.

I suoi quattro anni di mandato hanno lasciato gli Stati Uniti divisi sul piano interno e indeboliti e screditati a livello internazionale.

Ha promesso di rendere l’America “di nuovo grande”, ma ha trasformato la maggior parte dei suoi alleati – eccetto Israele, qualche Stato del Golfo e altri – in antagonisti. Si compiace di rendere ancor più difficile per il suo successore il compito di riparare ai disastri che si è lasciato alle spalle.

Se Trump mette in campo il proprio gruppo di media non mancherà di risorse finanziarie provenienti dai suoi amici del Golfo. Può anche darsi che li convinca o li ricatti perché garantiscano i fondi necessari. Trump è a conoscenza di molti segreti devastanti che li riguardano e potrebbe servirsene in questa impresa. Accetterà volentieri il loro denaro in cambio del suo silenzio.

Ma non avrà bisogno di fare appello alla loro competenza in materia di media per diffondere menzogne e inganni. In questo campo è già un esperto rinomato.

*Abdel Bari Atwan è caporedattore della rivista in rete Rai al-Yaoum. È autore di “L’histoire secrète d’al-Qaïda [La storia segreta di al-Qaida], delle sue memorie, A Country of Words” [Un Paese di parole], e di “Al-Qaida : la nouvelle génération [Al-Qaida: la nuova generazione].

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




La guerra di Israele contro la storia palestinese

Jonathan Cook

7 settembre 2020 – Chronique de Palestine

Lo Stato utilizza diversi mezzi per dare l’impressione che la sua politica nei confronti dei palestinesi sia motivata da preoccupazioni per la sicurezza.

Quando nel 2002 l’attore palestinese Mohammed Bakri realizzò un documentario su Jenin – facendo le riprese immediatamente dopo che l’esercito israeliano si era scatenato nella cittadina cisgiordana, lasciando una scia di morte e distruzione – scelse per la scena di apertura un protagonista insolito: un giovane palestinese muto.

Quando l’esercito israeliano rase al suolo il vicino campo profughi terrorizzando la sua popolazione, Jenin venne isolata dal mondo per quasi tre settimane.

Il film di Bakri, ‘Jenin’, mostra il giovane che si aggira in silenzio tra gli edifici in rovina, servendosi del proprio corpo per mostrare dove i soldati israeliani avevano ucciso dei palestinesi e dove i bulldozer avevano demolito delle case, che a volte erano crollate sui loro abitanti.

Il messaggio generale di Bakri non era affatto difficile da capire: quando si tratta della propria storia, i palestinesi non hanno voce in capitolo. Sono testimoni silenziosi della propria sofferenza ed oppressione e di quella del loro popolo.

Ironia vuole che lo stesso Bakri abbia subito un analogo destino dopo l’uscita del film, 18 anni fa. Oggi a malapena ci si ricorda del suo film o degli atroci crimini che lui aveva filmato, se non per la battaglia legale senza fine per impedire al film di essere proiettato.

Da allora Bakri è perseguito dai tribunali israeliani, accusato di diffamazione nei confronti dei soldati che hanno compiuto l’attacco. Sta pagando un alto prezzo personale. Minacce di morte, perdita del lavoro e infinite spese legali, che lo hanno praticamente mandato in rovina. La sentenza dell’ultimo processo contro di lui, intentato questa volta dal procuratore generale di Israele, è attesa nelle prossime settimane.

Bakri è una vittima particolarmente conosciuta della guerra che Israele conduce da tempo contro la storia palestinese. Ma ci sono moltissimi altri esempi.

Da decenni parecchie centinaia di palestinesi residenti nel sud della Cisgiordania lottano contro l’espulsione, poiché i rappresentanti israeliani li definiscono “squatters” [occupanti abusivi]. Secondo Israele i palestinesi sono dei nomadi che incautamente costruiscono case su terre di cui si sono appropriati all’interno di una zona di tiro dell’esercito.

Le confutazioni degli abitanti furono ignorate fino a quando la verità non è stata recentemente riesumata dagli archivi di Israele.

La presenza di queste comunità palestinesi infatti compare su carte geografiche precedenti l’esistenza di Israele. Documenti ufficiali israeliani presentati in tribunale il mese scorso mostrano che Ariel Sharon, generale diventato uomo politico, ha concepito una politica consistente nello stabilire delle zone di tiro (dell’esercito) nei territori occupati, per giustificare l’espulsione in massa di palestinesi, come le comunità sulle colline di Hebron.

Questi abitanti hanno la fortuna che le loro rivendicazioni sono state ufficialmente confermate, anche se comunque sono in balia di una giustizia aleatoria esercitata da un tribunale dell’occupante israeliano.

Attualmente gli archivi israeliani sono posti sotto sigillo proprio per impedire il rischio che i documenti possano confermare la storia palestinese, da molto tempo esclusa ed ignorata.

Il mese scorso il Controllore di Stato di Israele, un organo di sorveglianza, ha rivelato che oltre un milione di documenti archiviati erano ancora inaccessibili, benché la data per la loro declassificazione sia scaduta. Tuttavia alcuni di essi sono trapelati tra le maglie della rete.

Per esempio, gli archivi hanno confermato alcuni dei massacri su grande scala di civili palestinesi compiuti nel 1948, l’anno in cui Israele fu creato attraverso l’espulsione dei palestinesi dalla loro patria.

Durante uno di quei massacri a Dawaymeh, vicino al luogo in cui oggi i palestinesi lottano contro l’espulsione dalla zona di tiro, furono uccisi a centinaia, anche se non opponevano alcuna resistenza, per spingere l’intera popolazione a fuggire.

Altri documenti hanno confermato le affermazioni palestinesi secondo cui Israele in quello stesso anno distrusse più di 500 villaggi palestinesi nel corso di un’ondata di espulsioni di massa, allo scopo di dissuadere i profughi dal ritornare.

Documenti ufficiali hanno anche smentito l’affermazione di Israele secondo cui esso avrebbe chiesto ai 750.000 rifugiati di tornare alle loro case. Di fatto, come rivelano gli archivi, Israele ha nascosto il proprio ruolo nella pulizia etnica del 1948 inventando una storia di copertura che sostiene che siano stati i dirigenti arabi ad ordinare ai palestinesi di fuggire.

La battaglia per sradicare la storia palestinese non si svolge solo nei tribunali e negli archivi. Inizia nelle scuole israeliane.

Un nuovo studio di Avner Ben-Amos, docente di storia all’università di Tel Aviv, mostra che gli alunni israeliani non imparano quasi niente di vero sull’occupazione, anche se molti di loro la metteranno presto in pratica in quanto soldati di un esercito che si pretende “morale”, che domina sui palestinesi.

Le carte nei manuali di geografia eliminano la cosiddetta “Linea verde”, cioè la frontiera che delimita i territori occupati, per presentare il Grande Israele da tempo sognato dai coloni. I corsi di storia e di educazione civica evitano qualunque trattazione dell’occupazione, della violazione dei diritti umani, del ruolo del diritto internazionale o delle leggi nazionali sul modello dell’apartheid, che trattano i palestinesi in modo differente dai coloni ebrei che vi vivono illegalmente accanto.

La Cisgiordania, invece che come tale, è conosciuta con i suoi nomi biblici di “Giudea e Samaria” e la sua occupazione nel 1967 è definita “liberazione”.

Purtroppo la cancellazione dei palestinesi e della loro storia viene riproposta all’estero da giganti informatici come Google e Apple.

I militanti della solidarietà con la Palestina lottano da anni per ottenere dalle due piattaforme che includano centinaia di comunità della Cisgiordania assenti dalle loro mappe, attraverso l’hashtag “#heresmyvillage” (#ecco il mio villaggio). Quanto alle colonie ebree illegali, hanno la priorità su queste mappe informatiche.

Un’altra campagna, “#Showthewall” (#mostrate il muro), preme sui giganti dell’alta tecnologia perché indichino sulle loro mappe il tracciato del muro israeliano di cemento e acciaio lungo 700 km., di fatto utilizzato da Israele per annettere parti del territorio palestinese occupato in violazione del diritto internazionale.

Ed il mese scorso delle associazioni palestinesi hanno lanciato un’altra campagna ancora, “#GoogleMapsPalestine”, che chiede che i territori occupati siano identificati come “Palestina” e non solamente come Cisgiordania e Gaza. L’ONU ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel 2012, ma Google e Apple hanno rifiutato di farlo.

I palestinesi sostengono, a giusto titolo, che queste aziende riproducono il tipo di discriminazione dei palestinesi abituale nei manuali scolastici israeliani e che mantengono una “segregazione cartografica” che rispecchia le leggi di apartheid israeliane nei territori occupati.

I crimini dell’occupazione – demolizioni di case, arresto di militanti e di minori, violenze dei soldati ed espansione delle colonie – sono oggi documentati da Israele, come lo erano i suoi crimini precedenti.

Forse un giorno gli storici riesumeranno questi documenti dagli archivi israeliani e apprenderanno la verità, cioè che le politiche israeliane non erano motivate, come oggi pretende Israele, da preoccupazioni per la sicurezza, ma dalla volontà coloniale di distruggere la società palestinese e di spingere i palestinesi a lasciare la propria patria per far posto agli ebrei.

Le lezioni che i futuri studiosi impareranno non saranno diverse da quelle che hanno imparato i loro predecessori che hanno scoperto i documenti del 1948.

Ma in realtà non è necessario aspettare così tanti anni. Possiamo comprendere fin da ora quel che succede ai palestinesi, semplicemente rifiutando di contribuire a ridurli al silenzio. È tempo di ascoltarli.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale di giornalismo Martha Gellhorn. È l’unico corrispondente straniero che risiede in modo permamente in Israele (a Nazareth dal 2001). I suoi ultimi libri sono: “Israel and the clash of civilizations: Iraq, Iran and the paln to remake the Middle East” [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s experiments in human despair” [Far sparire la Palestina: esperimenti israeliani sulla disperazione umana] (Zed Books).

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Portare finalmente di fronte alla giustizia i criminali di guerra israeliani?

Dana Farraj, Asem Khalil

4 settembre 2020Chronique de Palestine

Le informazioni secondo cui Israele avrebbe stilato degli elenchi di responsabili che potrebbero essere arrestati se viaggiassero all’estero, nel caso in cui la Corte Penale Internazionale decidesse di indagare sui crimini di guerra in Palestina, mettono in evidenza il potere e le potenzialità della Corte. Gli analisti politici di Al-Shabaka Dana Farraj e Asem Khalil dissertano su tre indicatori chiave che confermano la seria possibilità di un intervento della CPI contro i presunti criminali di guerra.

In queste ultime settimane i media hanno parlato di elenchi segreti che Israele starebbe compilando, relativi a militari e agenti dei servizi di intelligence che potrebbero essere arrestati nel momento in cui si recassero all’estero, nel caso che la CPI [Corte Penale Internazionale, ndtr.] decidesse di indagare sui crimini di guerra nei territori palestinesi occupati (TPO) .

Infatti, nei cinque anni trascorsi da quando la procuratrice della CPI ha avviato l’esame preliminare sugli eventuali crimini di guerra nei TPO, l’esercito israeliano ha ucciso più di 700 palestinesi e ne ha feriti decine di migliaia.

Questi morti e questi feriti non sono incidenti isolati, ma fanno parte di una più ampia politica che mira a sopprimere la resistenza palestinese alla colonizzazione della terra. In conseguenza del furto delle terre da parte di Israele e delle sue colonie illegali e del trasferimento dei suoi cittadini nei TPO, le famiglie palestinesi sono state separate, sottoposte a detenzione arbitraria, poste in stato d’assedio e si sono viste negare, tra molti altri abusi, la libertà di movimento.

Si può quindi affermare che Israele è responsabile di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra, cosa che forse spiega perché essa [la CPI] non ha voluto indagare ulteriormente sulle denunce e le pratiche in suo possesso.

La CPI si fonda sul principio di complementarietà, il che significa che è autorizzata ad esercitare la propria competenza solo quando i sistemi giuridici nazionali non sono conformi alle norme internazionali. È tuttavia importante notare che ciò comprende le situazioni in cui questi sistemi asseriscono di agire, ma non vogliono e/o non possono attivare reali processi.

La persistente reticenza di Israele ad avviare procedimenti nazionali contro persone che si presume abbiano compiuto crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Palestina apre quindi la seria possibilità di un intervento della CPI.

In questo articolo gli analisti politici di Al-Shabaka Dana Ferraj e Asem Khalil pongono in evidenza parecchi indicatori che dovrebbero portare l’Ufficio della Procuratrice (d’ora in poi citato come Ufficio o UdP) a questa conclusione. In particolare lo scritto si concentra su tre indicatori coerenti che fanno riferimento al quadro giuridico e politico approvato dall’Ufficio nel suo documento di politica generale del 2013 che riguarda gli esami preliminari.

Questi indicatori devono essere perciò presi in considerazione dall’Ufficio quando esamina la reticenza di Israele a indagare sui crimini e ad avviare azioni penali (1).

Il primo indicatore è il numero di denunce e di pratiche che sono state archiviate senza indagini degne di tal nome, indipendenti e imparziali. Il secondo riguarda le inchieste fittizie contro soldati di basso rango che proteggono in realtà i decisori politici contro le incriminazioni. Il terzo è il persistente rifiuto di Israele di rispettare il diritto internazionale umanitario e le leggi internazionali sui diritti umani.

Inoltre il dossier si occupa del ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per quanto riguarda la CPI.

Mancanza di indipendenza, di imparzialità o di volontà

Durante l’offensiva militare contro Gaza del 2014, che Israele ha chiamato “Operazione Margine Protettivo”, molti osservatori indipendenti, tra cui una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ed organizzazioni locali e internazionali di difesa dei diritti umani, hanno documentato numerosi attacchi illegali, tra cui evidenti crimini di guerra.

Alcuni si sono spinti oltre ed hanno denunciato “l’incapacità e il rifiuto” di Israele di chiamarne a rispondere “coloro che sono sospettati di aver commesso crimini contro civili palestinesi”, indagando in modo imparziale sui presunti crimini di guerra. (2)

Durante l’offensiva israeliana sono stati uccisi oltre 1500 civili palestinesi, sono stati danneggiati ospedali e altre infrastrutture civili e sono state distrutte le case di più di 100.000 persone.

La vastità di queste distruzioni probabilmente non sarà mai conosciuta perché Israele ha impedito agli investigatori internazionali di entrare nella Striscia di Gaza (come anche in Cisgiordania e in Israele). Perciò dopo l’attacco del 2014 gli inquirenti militari israeliani hanno incriminato solo 3 soldati.

Ancor prima, nel 2011, un rapporto della Federazione internazionale dei diritti umani [che rappresenta 164 organizzazioni nazionali di difesa dei diritti umani in oltre 100 paesi, ndtr.] aveva denunciato il rifiuto di Israele di avviare indagini indipendenti, efficaci, rapide ed imparziali sui presunti crimini di guerra nei TPO e l’aveva descritto come una sistematica negazione di giustizia per le vittime. E qualche anno dopo Amnesty International ha constatato che, nei casi in cui dei palestinesi sarebbero stati uccisi illegalmente dalle forze di sicurezza israeliane (sia in Israele che nei TPO), Israele non aveva aperto inchieste o aveva archiviato quelle in corso.

Infatti indagini su moltissimi casi e violazioni che coprono un lungo periodo di tempo sono state archiviate. In un caso particolarmente importante, nell’agosto 2018 gli inquirenti militari hanno deciso di chiudere i fascicoli sulle morti del “venerdì nero”, durante il quale a Rafah, nei quattro giorni nel corso dell’attacco a Gaza del 2014, sono stati uccisi più di 200 civili palestinesi. Di fatto, tra il 2001 e il 2008 sono state trasmesse all’Ispettorato delle Denunce dell’Agenzia per la Sicurezza israeliana più di 600 denunce di comportamenti scorretti, ma nessuna di esse ha portato ad un’indagine penale. Inoltre, secondo le osservazioni conclusive della Commissione delle Nazioni Unite contro la tortura, “su 550 esami di denunce di tortura avviati dall’ispettore dei servizi di sicurezza generale tra il 2002 e il 2007, solo 4 hanno portato a misure disciplinari e nessuno ad azioni penali.”

Nel febbraio 2019 è stata creata una Commissione d’inchiesta dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite incaricata di indagare sulle circostanze relative alle manifestazioni del 2018 nella Striscia di Gaza di commemorazione della Nakba. (3) Dopo che la Commissione ha criticato la mancanza di volontà di Israele ad avviare dei processi, il governo israeliano ha denunciato l’esistenza stessa della Commissione ed ha affermato che ciò forniva una prova ulteriore del partito preso contro Israele da parte del Consiglio. Ha quindi vietato ai membri dell’equipe di tre persone di recarsi in Israele o nella Striscia di Gaza. Il documento di orientamento dell’Ufficio della Procuratrice del 2013 sulle indagini preliminari osserva che questo tipo di risposta è prevedibile, dal momento che gli stessi funzionari che hanno contribuito a redigere e firmare i regolamenti sono gli stessi che sono responsabili in ultima istanza di decidere se essi devono essere oggetto di un’indagine e di incriminazioni.

Le esperte di diritto internazionale Valentina Azarova e Sharon Weill parlano anche di “legami tra i presunti autori [dei crimini, ndtr.] e le autorità competenti incaricate dell’indagine, delle incriminazioni e/o di giudicare i crimini.” Sottolineano che in Israele l’avvocato generale dell’esercito “esercita i tre poteri – legislativo (definire le regole di condotta dell’esercito), esecutivo (fornire consulenze giuridiche “in tempo reale” durante le operazioni militari) e quasi giudiziario (decidere sulle indagini e le incriminazioni).” Ciò consente di evitare che i decisori debbano essere chiamati a risponderne e di evitare la minaccia di un’inchiesta o di incriminazioni da parte della CPI. I tribunali israeliani diventano di fatto “l’esempio per eccellenza di un sistema giuridico che ‘non vuole o non può’ indagare e perseguire i crimini di guerra commessi sotto la propria giurisdizione nazionale.”

Indagini fittizie e poco credibili e protezione dei responsabili

Quando si verificano violazioni di diritti nei TPO soltanto i soldati di basso livello sono tenuti a renderne conto, ricevendo solo una lieve reprimenda. Per esempio, il soldato israeliano il cui assassinio di un palestinese ferito a Hebron nel 2018 è stato ripreso da una videocamera è stato ritenuto colpevole di omicidio volontario e condannato ad una pena di 18 mesi di prigione. La condanna è stata confermata in appello, ma il capo di stato maggiore militare israeliano in seguito l’ha ridotta a 14 mesi. Senza tener conto della clemenza della pena, questa sentenza non riconosce il carattere strutturale o sistematico della violenza che Israele infligge ai palestinesi. Come fa notare Thomas Obei Hansen a proposito dell’approccio complessivo dell’Ufficio della Procuratrice:

In certe situazioni l’Ufficio della Procuratrice ha osservato che, quando le prove indicano crimini sistematici, non basta che un limitato numero di responsabili diretti siano perseguiti e, su questa premessa, ha chiesto alla Camera [per gli esami preliminari, ndtr.] di autorizzare un’inchiesta.”

Anche quando l’Avvocatura Generale dell’esercito ha condotto un’inchiesta sull’offensiva militare del 2014, si è concentrata in particolare su ciò che ha descritto in modo errato come “episodi fuori dalle regole” che avevano provocato un centinaio di denunce. (4) Benché in seguito siano state aperte 19 inchieste penali contro soldati sospettati di aver violato le leggi di guerra, la loro portata è stata limitata ed è parsa essere concentrata esclusivamente su responsabili di basso rango.

Nada Kiswanson, una rappresentante di Al-Haq [organizzazione palestinese per i diritti umani, ndtr.], ha sottolineato: “Nei rarissimi casi in cui un soldato israeliano di grado minore è stato oggetto di un’inchiesta e di incriminazioni, la pena infine comminata non è stata adeguata alla gravità del comportamento criminale.” Tuttavia il rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite è andato oltre, rilevando che la questione principale non sta nella portata limitata o nelle carenze di queste inchieste individuali: al contrario, “è la politica in sé che può violare le leggi di guerra”. (5)

L’accento posto sugli autori dei crimini ai livelli più bassi della gerarchia dimostra che Israele non è disposto a riconoscere, e ancor meno ad affrontare, questa impostazione. Al contrario, si intende implicitamente che queste prassi giudiziarie garantiscano che le persone che presumibilmente hanno commesso crimini di guerra e contro l’umanità non siano sottoposte a vere indagini interne e siano inoltre al riparo da ogni responsabilità. Questo aspetto è nuovamente chiarito dall’osservazione di Al-Haq secondo cui il fatto che le indagini si limitino agli “incidenti eccezionali” impedisce di indagare sulle decisioni prese a livello politico ed impedisce anche di intraprendere misure nei confronti degli alti comandi militari e civili le cui azioni ed omissioni provocano crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Per esempio, l’inchiesta politica condotta dalla Commissione Turkel [commissione israeliana incaricata di indagare sul massacro della nave turca Mavi Marmara nel 2010, ndtr.] nei suoi due rapporti del 2011 e 2013 ha constatato che i sistemi di indagine delle forze di sicurezza israeliane appaiono inadeguati, ma ciò non ha comportato cambiamenti significativi e nulla indica che le raccomandazioni dei rapporti verranno attuate. (6)

Rifiuto di rispettare le norme del diritto internazionale umanitario e delle leggi internazionali sui diritti umani

Israele ha costantemente negato l’applicabilità del diritto internazionale umanitario in Cisgiordania. Non definisce nemmeno la situazione come territorio occupato, perseguendo invece l’impresa di colonizzazione e le violazioni dei diritti umani dei palestinesi. Molti organismi delle Nazioni Unite e altre organizzazioni hanno pubblicato rapporti che dimostrano il mancato rispetto da parte di Israele del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani, che sono applicabili nella situazione di occupazione. Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia emesso nel 2004 [che ha condannato la costruzione del muro in Cisgiordania da parte di Israele, ndtr.] è particolarmente duro.

La Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 23 dicembre 2016, ha riaffermato lo status di occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza ed ha esplicitamente condannato “la costruzione e l’espansione delle colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca delle terre, la demolizione di case e l’espulsione di civili palestinesi.” Ha rimarcato che tali azioni “violano il diritto internazionale umanitario e le relative risoluzioni.” In risposta, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato la costruzione di nuove unità abitative in Cisgiordania e a Gerusalemme. La sua flagrante sfida al diritto internazionale ha portato alcuni analisti a suggerire che la Procuratrice potrebbe reagire trattando questa attività come crimine di guerra.

Israele nega che le sue attività di colonizzazione in Cisgiordania costituiscano un crimine di guerra, benché tali atti siano esplicitamente vietati dallo Statuto di Roma [costitutivo della CPI, ndtr.], in particolare il “trasferimento, diretto o indiretto, da parte della potenza occupante di una parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa” (art. 8 (2)(b)(viii)), come anche, su larga scala, “la distruzione e l’appropriazione di beni, non giustificate da necessità militari ed eseguite in forma illecita ed arbitraria” (art.8 (2)(a)(iv)).

Netanyahu ha chiaramente fatto sapere che Israele continuerà ad agire come vuole, nonostante il fatto che i suoi atti violino la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 ( a cui Israele ha aderito), come anche lo Statuto di Roma, di cui Israele è firmatario. Quest’ultimo fatto impone un “obbligo minimo di non contrastare l’oggetto e il fine del trattato”.

Per fare qualche esempio recente del modo in cui Israele continua a violare il diritto umanitario internazionale e le leggi internazionali sui diritti umani, tra agosto 2016 e settembre 2017 le autorità israeliane hanno confiscato e/o demolito 734 strutture appartenenti a palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, trasferendo 1029 persone, ed hanno perseguito i loro progetti di ricollocamento delle comunità di beduini e di altri contadini. Come citato precedentemente, il trasferimento forzato, l’appropriazione illecita, la distruzione di proprietà private e le demolizioni di case costituiscono crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. Questi crimini fanno parte di una politica di punizione collettiva sistematica contro i palestinesi.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali possono prendere delle posizioni o redigere dei rapporti che incoraggiano la CPI ad aprire un’inchiesta o almeno a non sospendere un’inchiesta già in corso. Tuttavia l’art.16 dello Statuto di Roma stabilisce che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può, a condizione che venga adottata una risoluzione in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite con un voto favorevole di nove membri senza diritto di veto, rinviare un’inchiesta o delle incriminazioni per un periodo rinnovabile di 12 mesi. Questo fornisce al Consiglio di Sicurezza uno strumento per impedire le inchieste nei conflitti in cui sono coinvolti Stati potenti, tanto più che queste risoluzioni possono essere rinnovate ogni anno.

Anche se il Consiglio di Sicurezza non ha ancora utilizzato questo potere di rinvio, la sua sussistenza rappresenta una minaccia permanente all’obbligo di rendere conto, soprattutto alla luce della posizione degli Stati Uniti sulla questione palestinese. È tuttavia immaginabile che il Consiglio di Sicurezza possa giocare un ruolo positivo in altre circostanze, come ha fatto nei confronti dell’apartheid in Sudafrica: il 4 febbraio 1972 ha fatto ricorso al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite in appoggio ad un embargo obbligatorio sulle armi destinate al regime sudafricano. Pur se molti esperti hanno sostenuto l’applicabilità del crimine di apartheid al contesto palestinese, in particolare un rapporto delle Nazioni Unite sull’apartheid israeliano contro il popolo palestinese, questo punto non compare all’ordine del giorno della CPI riguardante la Palestina.

Il potere di rinvio del Consiglio di Sicurezza deve essere considerato nel contesto della continua pressione degli Stati Uniti sulla CPI. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, per esempio, ha dichiarato che qualunque membro della CPI coinvolto in un’inchiesta penale riguardante israeliani avrà il divieto di ingresso negli Stati Uniti e potrebbe subire sanzioni finanziarie. È esattamente ciò che è già accaduto l’anno scorso al personale ufficiale della CPI che si occupava dell’apertura di un’inchiesta sulla questione dell’Afghanistan. Inoltre John Bolton, che è stato consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti fino al settembre 2019, ha parimenti affermato che gli Stati Uniti avrebbero utilizzato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per imporsi sulla CPI, e che avrebbero negoziato accordi bilaterali con gli Stati per impedire che dei cittadini americani siano portati davanti alla CPI. Gli attuali sforzi degli Stati Uniti per far fallire e delegittimare la CPI si inscrivono infatti in un attacco diretto contro l’indipendenza della Procura e del potere giudiziario.

Le prossime tappe per la Palestina e la CPI

Come dimostra questo dossier, è molto improbabile che Israele apra delle inchieste penali a livello nazionale. Nonostante la sua prolungata occupazione e la continua annessione de jure di territori nei TPO e le annessioni de facto della sua impresa di colonizzazione, e malgrado le tre offensive militari contro Gaza e molti altri crimini e violazioni del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani, Israele resta poco disponibile ad avviare delle indagini. Tuttavia un’inchiesta della CPI può utilizzare questa reticenza, che finora ha fatto il gioco di Israele, come un’opportunità per proseguire il suo lavoro. L’assenza di anche un solo atto di accusa per crimini di guerra ed il numero di morti civili che non sono oggetto di inchiesta dovrebbero essere presi in considerazione dalla CPI nella valutazione della complementarietà.

Inoltre, come sottolineato da Hanson, “le attività di colonizzazione non sono oggetto di alcuna inchiesta penale” in Israele e la decisione di indagare su questa tipologia di reati, contrariamente ad altri crimini rilevati, presenterebbe assai minori difficoltà per la procuratrice della CPI. È un fatto che dovrebbe essere ampiamente evidenziato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e dalla società civile palestinese, accompagnato da appelli all’azione.

Al momento attuale la CPI è l’unico organo giudiziario indipendente in grado di porre fine all’impunità dei crimini passati e di impedire che ne vengano commessi in futuro. Tenuto conto dell’impunità delle violazioni documentate e generalizzate del diritto umanitario internazionale da parte di Israele, oltre all’obbligo di informare la commissione su gravi crimini internazionali, la Procura della CPI deve proseguire la sua inchiesta mostrando le prove dei crimini e identificando le persone da perseguire, nel quadro di procedure credibili ed efficaci.

Inoltre l’OLP e l’Autorità Nazionale Palestinese, come anche la società civile palestinese, dovrebbero fare tutto il possibile per porre sul tavolo la responsabilità israeliana per il crimine di apartheid, in modo da poterlo inserire all’ordine del giorno della CPI.

Note :

1) Si noti che l’ufficio della procuratrice dispone di altri indicatori per definire la questione della complementarietà, ma questo dossier si concentra sugli aspetti rilevanti per le argomentazioni degli autori.

2) Nel dicembre 2017 sono stati presentati alla procura della CPI da parte di Al-Haq e della PHRC, oltre che da due altre organizzazioni palestinesi per la difesa dei diritti dell’uomo, dei documenti che sollecitano la sua attenzione su 369 denunce penali relative all’offensiva del 2014 che erano state depositate all’ufficio dell’avvocatura generale militare israeliana. Queste organizzazioni hanno notato che la stragrande maggioranza di queste denunce non erano state prese in considerazione e che non era stato emesso alcun atto di accusa.

3) La Nakba (Catastrofe) è il modo in cui i palestinesi si riferiscono alla guerra del 1947-48, quando le forze sioniste obbligarono più di 700.000 palestinesi a lasciare le loro case, creando in questo modo lo Stato d’Israele.

4) La definizione « fuori dalle norme » implica che per quanto riguarda tutti il resto la campagna militare era « regolare » (cioè conforme alle norme e obbligazioni stabilite). Ciò punta chiaramente ad evitare le inchieste internazionali indipendenti.

5) Si veda il « Rapporto delle conclusioni dettagliate della Commissione d’inchiesta indipendente creata in applicazione della risoluzione S-21/1 del Consiglio dei Diritti dell’Uomo », p. 640-41.

6) Israele ha creato la commissione nel 2010 per indagare sull’incursione contro la flottilla di Gaza.

* Dana Farraj è ricercatrice di diritto e avvocatessa iscritta dal 2019 all’Ordine degli avvocati palestinesi. Ha ottenuto il master in diritto internazionale presso l’universita di Aix-Marsiglia e la laurea in diritto all’università di Birzeit. Le sue ricerche riguardano il diritto dei rifugiati, la legislazione sui diritti umani e il diritto penale internazionale.

* Asem Khalil, membro della redazione politica di Al-Shabaka, è docente di diritto pubblico e titolare della cattedra di diritto costituzionale e internazionale S.A. Shaikh Hamad Bin Khalifa Al-Thani all’università di Birzeit. Khalil ha conseguito un dottorato in diritto pubblico all’università di Friburgo, in Svizzera, un master in amministrazione pubblica alla Scuola Nazionale di Amministrazione, in Francia, e un dottorato in Utriusque Juris [sia in diritto civile che ecclesiastico, ndtr.] presso la Pontificia Università Lateranense, in Italia. E’ stato ricercatore invitato alla Scuola di Diritto dell’università di New York (2009-2010 e 2015-2016) e all’Istituto Max Planck in Germania (estate 2015).

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna