B’Tselem pubblica un video che mostra un soldato israeliano che spara ad un neonato palestinese in Cisgiordania

Redazione di MEMO

10 giugno 2026 – Middle East Monitor

Un nuovo video pubblicato martedì dal Centro di Informazioni Israeliano per i Diritti Umani B’Tselem mostra un soldato israeliano che spara quattro giorni fa ad un neonato palestinese di sette mesi mentre era tra le braccia di sua madre ad Hebron, nel sud della Cisgiordania.

B’Tselem ha affermato di aver ottenuto il video che mostra i colpi di arma da fuoco di cui è stata oggetto la famiglia Abu Hikal e che hanno ucciso il neonato Sam Abu Hikal e ferito i suoi genitori.

Il video mostra chiaramente che il soldato israeliano ha sparato all’auto che stava per fermarsi, mentre era ancora distante dai soldati e non poneva alcuna minaccia.

Il video mostra anche il padre che tiene il bambino e cerca di fermare l’emorragia alla testa, e la madre, anche lei colpita mentre teneva in braccio il figlio, siede sulla strada vicino all’auto di famiglia.

B’Tselem ha aggiunto che l’incidente è occorso venerdì 5 giugno mentre la famiglia palestinese stava tornando da una visita a parenti a Tel Rumeida, un quartiere di Hebron.

La sparatoria è accaduta dopo che il padre, alla guida dell’auto, ha visto i soldati sulla strada e ha rallentato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un bambino palestinese di 10 anni è stato arrestato, violando persino le prassi dell’IDF

Amira Hass

8 giugno 2026 – Haaretz

Guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.” L’ufficiale decide di arrestare sia il padre che il figlio.

Cos’hai fatto nell’esercito oggi, mio caro?”

Ho arrestato un bambino di 10 anni, mamma.”

Dove?”

A Hizma, a nordest di Gerusalemme.”

Nella serata di giovedì scorso una coppia e il loro figlio di 10 anni hanno fatto visita al nonno del bambino, che vive da qualche altra parte nel villaggio. Il bambino è sceso a comprare qualcosa nel negozio di alimentari. Erano circa le 23: tardi, è vero, ma tra giovedì e venerdì la gente passa il tempo in famiglia fino a tardi. Dopotutto il giorno dopo è vacanza.

Poi, mentre il bambino era ancora giù, sono arrivati dei vicini ed hanno detto al padre che un ufficiale lo stava cercando. E’ risultato che una forza militare armata su due jeep stava facendo irruzione nel villaggio, come succede quotidianamente.

Tuo figlio mi ha tirato una pietra,” ha sostenuto l’ufficiale. “Come?” ha protestato il padre, 46 anni. “Ha 10 anni. E’ semplicemente andato a comprare qualcosa al negozietto. E guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.”

L’ufficiale ha deciso di arrestarli entrambi. I soldati hanno messo il bambino nella jeep. Hanno ammanettato il padre con le mani dietro la schiena e lo hanno bendato. Il video di una telecamera vicina lo mostra quando viene messo nella jeep dell’esercito mentre passano le auto.

Dopo che per ore i due non sono tornati, la famiglia terrorizzata ha cercato di trovarli. La polizia israeliana ha detto di non averli presi. Nella mente di ogni membro della famiglia sono balenate ipotesi orribili. Ognuno di loro ha sentito testimonianze in prima persona che descrivono soldati, sia di leva che commando del fronte interno (cioè coloni), che picchiano palestinesi per divertimento.

Venerdì, poco prima delle 7 e dopo una notte insonne, uno dei familiari, che è anche mio amico, mi ha chiamata: “Vogliamo sapere dove sono e stiamo anche cercando un avvocato per far rilasciare il bambino,” ha detto. Ho fatto una rapida ricerca e un ufficiale della sicurezza mi ha detto che i due erano stati arrestati dall’esercito e che l’esercito stava ancora cercando di capire dove fossero.

In quanto giornalista ho ricordato all’ufficiale della sicurezza che il bambino ha 10 anni e che questo arresto era illegale. Come descritto nel 2015 da una pubblicazione dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele “l’età della responsabilità penale nei territori (in Cisgiordania) è 12 anni. Ciò significa che è vietato arrestare o incarcerare bambini con meno di 12 anni.”

Tuttavia l’esercito insiste che gli è consentito arrestare questi bambini per un tempo massimo di 3 ore e fino a 6 con l’approvazione di un tenente colonnello. Questa è stata la risposta dell’unità del portavoce dell’esercito israeliano a una richiesta di informazioni inviata alla fine del 2014 dall’associazione per i diritti civili.

Tuttavia alle 8 del mattino di venerdì le 3 ore di arresto di un bambino sotto i 12 anni consentite dalla stessa prassi dell’esercito erano passate da molto, anche con l’estensione speciale di altre 3 ore. Persino secondo le pratiche permissive dichiarate dall’esercito il tempo massimo per l’arresto era finito, l’istituzione che deteneva ancora il bambino lo stava facendo senza alcuna autorità.

L’esercito li sta cercando,” ho detto al mio amico. Ha risposto: “Se sono stati arrestati dall’esercito devono essere in una delle due basi militari della zona, quella di Anata o quella di Al-Ram.” L’ho detto all’ufficiale della sicurezza, che ha promesso di verificare. Alle 9,57 il mio amico mi ha telefonato dicendo che il padre aveva appena chiamato per far sapere che erano stati rilasciati dalla base di Anata e stavano tornando ad Hizma. E, come se rispondesse a una domanda che avevo paura di fare, il mio amico mi ha informata: non sono stati picchiati.

Non erano stati picchiati ma, secondo la testimonianza del padre ad Haaretz, ecco come sono stati trattati: quando sono arrivati alla base e sono stati fatti scendere dalla jeep, secondo quanto ha capito il padre una soldatessa ha chiesto a qualcuno in ebraico se fosse consentito ammanettare e bendare un bambino di 10 anni. Ha ricevuto una risposta positiva e ciò è quello che hanno fatto i soldati: hanno ammanettato il bambino di 10 anni e gli hanno messo sugli occhi una borsa di plastica.

Entrambi sono stati fatti sedere all’aperto, sull’asfalto. Hanno avuto freddo. Il bambino piangeva e ha chiesto a suo padre: “Quando ci lasceranno andare?” Il tempo passava lentamente. Ovviamente non riuscivano ad addormentarsi. Il padre ha chiesto che gli venisse consentito di andare in bagno. Il bambino non è più riuscito a trattenersi ed ha bagnato i pantaloni. Il padre ha continuato a gridare che aveva bisogno di andare in bagno. Una soldatessa che li sorvegliava ha gridato in arabo “Stai zitto! Stai zitto!” Alla fine è arrivato un soldato e ha portato il padre dietro a un rimorchio nella base, gli ha tolto le manette e l’ha avvertito di non muoversi da lì o gli avrebbe sparato. In seguito il padre è stato di nuovo ammanettato, e le manette sono state messe più strette. Ha detto che gli facevano male, e il soldato ha risposto in arabo di stare zitto.

Il tempo continuava a passare lentamente. Qualcuno è arrivato e ha puntato su di loro una torcia elettrica e poi li ha fotografati. E’ stata data loro dell’acqua. Il tempo continuava a passare mentre rimanevano svegli. Al sorgere del sole le manette facevano sempre più male. Il calore del sole ha iniziato a dare fastidio. Alla fine sono stati rilasciati alle 9,30 senza essere stati interrogati, indagati o citati in giudizio.

L’unità del portavoce dell’IDF mi ha risposto come segue: “Giovedì, durante un’attività operativa nel villaggio di Hizma forze dell’IDF hanno identificato un sospetto e un minore palestinesi che avrebbero tentato di lanciare pietre su una strada. Il sospetto e il minore sono stati in arresto durante alcune ore per essere interrogati e sono stati rilasciati immediatamente dopo l’interrogatorio.”

Un sacco di bugie in una sola breve risposta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Molte fonti affermano che USA e Israele ‘lavorano attivamente’ per strappare alla Giordania la custodia di Al-Aqsa.

Faisal Edroos, Londra – Sean Mathews, Atene – Lubna Masarwa, Gerusalemme

25 maggio 2026 Middle East Eye 

Il piano ha sollevato il timore che il ruolo della Giordania a Gerusalemme possa essere messo da parte a favore di un nuovo accordo in linea con gli interessi di Israele.

Diverse fonti hanno riferito a Middle East Eye che USA e Israele stanno “lavorando attivamente” per strappare alla Giordania la sua storica custodia del complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme e stanno perseguendo un nuovo accordo che vedrebbe la gestione del venerato sito musulmano strettamente allineata agli interessi di Israele.

Funzionari USA, giordani e palestinesi, come anche fonti occidentali e del Golfo arabo, hanno detto a MEE che secondo il piano, sostenuto dal genero del presidente Donald Trump Jared Kushner, che non ricopre un ruolo ufficiale nell’amministrazione, e dall’ambasciatore degli USA in Israele Mike Huckabee, l’autorità del Waqf islamico [fondazione pia col fine di conservare il bene inalienabile, ndt.] appoggiato dalla Giordania terminerebbe rapidamente e un nuovo ente creato dal governo israeliano dichiarerebbe la moschea di Al-Aqsa un “centro multiconfessionale”. Secondo i funzionari, che hanno richiesto l’anonimato per discutere questioni sensibili, il “nuovo accordo” garantirebbe agli ebrei “uguale accesso” al sito musulmano e consentirebbe formalmente di pregare ad un vasto gruppo di ebrei.

Inoltre Israele avrebbe un’importante voce in capitolo nella nomina degli imam, dei predicatori e degli alti funzionari della moschea e sarebbe anche coinvolto nell’approvazione dei contenuti dei sermoni del venerdì.

Due funzionari USA hanno riferito a MEE che Washington ha stilato una bozza su come concepiscono il futuro della moschea. Hanno detto che l’amministrazione Trump gradirebbe vedere la moschea di Al-Aqsa disgiunta dalla propria identità musulmana e il sito trasformato in un monumento di attrazione turistica che ospita tutte le tre religioni abramitiche.

Un funzionario occidentale ed una fonte informata del governo giordano hanno detto a MEE che, in base alla proposta che avevano visionato, i Paesi arabi avrebbero la garanzia di una supervisione “a rotazione” del complesso della moschea di Al-Aqsa.

Hanno detto che sia il Bahrein, l’Egitto e il Marocco che gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono stati informati della proposta statunitense.

Secondo le due fonti del Golfo arabo e un’altra fonte vicina alle posizioni del governo giordano l’Arabia Saudita, che condivide con la Giordania un’antica storia ed una forte alleanza, è contraria alla proposta.

Le fonti hanno affermato che inizialmente Israele aveva ventilato l’idea insieme all’amministrazione Trump circa dieci anni fa ma che, subito dopo che Huckabee l’anno scorso ha assunto l’incarico di ambasciatore USA, ha “ripetutamente” chiesto a Washington di dare seguito al piano.

Il rappresentante degli USA, un devoto cristiano evangelico ed ex ospite di talk show, è da tempo un sostenitore di Israele che ha fermamente appoggiato le colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

La fonte vicina alle posizioni del governo di Amman ha detto a MEE che “gli americani si sono arrabbiati per il fatto che i giordani reclamino la propria custodia e sollevino proteste contro le azioni israeliane ad Al-Aqsa.”

Proprio questo mese il parlamento giordano ha condannato le iniziative di Israele di impadronirsi delle proprietà palestinesi e dei possedimenti islamici in un’area adiacente alla moschea di Al-Aqsa.

Tutte le fonti con cui MEE ha parlato hanno affermato che la nuova proposta lascia nell’incertezza il destino dei luoghi santi cristiani di Gerusalemme.

La monarchia hascemita è custode anche della chiesa del Santo Sepolcro e della chiesa dell’Ascensione. Inoltre la Giordania ha un effettivo diritto di veto sulla nomina del Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme.

Questo piano non dice niente riguardo ai siti cristiani, cosa che solleva una nuova serie di preoccupazioni.”, ha detto una delle fonti.

Un funzionario del governo giordano ha sottolineato che la posizione di Amman su Gerusalemme ed i suoi luoghi santi “resta ferma” e ha detto che la custodia hascemita è riconosciuta a livello internazionale in base a trattati e accordi, compreso l’art. 9 del trattato di pace tra Giordania e Israele del 1994.

Ha aggiunto che la Giordania sta coordinandosi con i partner palestinesi, arabi e internazionali per preservare “l’identità araba, islamica e cristiana” dei siti e impedire qualunque alterazione dello status quo storico e giuridico.

Cardine della stabilità’

La moschea di Al-Aqsa è stata gestita per decenni in base ad uno status quo, o accordo internazionale, che preservava il suo status religioso come sito esclusivamente islamico.

In base ad accordi stipulati dopo la guerra del 1967 la Giordania e Israele hanno concordato che il Waqf islamico avrebbe amministrato le questioni interne al complesso, mentre Israele avrebbe controllato la sicurezza esterna.

Ai non musulmani è consentito visitare il sito in determinati orari, ma non possono pregarvi.

Per gli ebrei il sito è conosciuto come il Monte del Tempio, dove molti credono che un tempo sorgessero due antichi templi ebraici: il tempio costruito da re Salomone (Suleiman in arabo), distrutto dai babilonesi e il secondo tempio, distrutto dai romani.

Funzionari giordani e palestinesi hanno affermato che l’accordo proposto sembrava vagamente ispirato alle politiche di Israele nella moschea Ibrahimi di Hebron, dove le restrizioni imposte dopo il massacro del 1994 da parte di un colono israeliano condussero infine ad una divisione formale del sito tra musulmani ed ebrei.

Dopo il massacro Israele ha destinato il 63% al culto ebraico e il 37% ai musulmani, nonostante il sito fosse venerato da musulmani, cristiani ed ebrei come luogo di sepoltura del profeta Abramo ed altri patriarchi.

Per la Giordania la custodia della moschea di Al-Aqsa e del più ampio complesso è centrale per la legittimità stessa della monarchia hashemita.

La famiglia regnante giordana fa risalire la propria custodia dei luoghi sacri musulmani e cristiani a Gerusalemme al 1924, quando la Palestina si trovava sotto il mandato britannico.

La Gran Bretagna e la Francia si spartirono gran parte del Levante dopo aver sconfitto l’impero ottomano durante la prima guerra mondiale, il che portò al crollo formale del Califfato islamico nel 1924.

Agli hascemiti fu concessa la custodia in Gerusalemme dopo aver perduto il controllo delle due città più sacre dell’islam, Mecca e Medina, a favore della famiglia Al Saud.

Il ruolo della Giordania come custode fu in seguito riconosciuto nel trattato di pace con Israele del 1994, che riconobbe il “ruolo speciale” di Amman nei luoghi sacri islamici di Gerusalemme.

Ma per anni funzionari giordani e dirigenti palestinesi hanno segnalato che l’accordo è stato costantemente compromesso da successivi governi israeliani incitati da gruppi di estrema destra che cercavano di ottenere un più ampio controllo ebraico sul complesso.

Incursioni della polizia israeliana all’interno del complesso della moschea, sempre più numerose visite da parte di attivisti ebrei ultranazionalisti e ripetuti inviti di ministri israeliani al diritto degli ebrei di pregare nel sito hanno alimentato le accuse che Israele stia gradualmente cambiando lo status quo.

Anche funzionari del Waqf hanno più volte riferito a MEE che, oltre ad imporre severe restrizioni ai fedeli palestinesi, Israele ha reso difficile al Waqf eseguire i necessari lavori di manutenzione e riparazione.

Mustafa Abu Sway, vicecapo del consiglio del Waqf, non ha voluto commentare il declino dell’influenza della Giordania nella Città Vecchia, ma ha detto che la custodia hascemita è “un pilastro della stabilità nella regione.”

Ha detto che i palestinesi ritengono la custodia “un’ancora di salvezza a livello strategico” e ha sottolineato che la Giordania ha sistematicamente difeso lo storico status quo presso le sedi internazionali, compresa l’Unesco.

La custodia hascemita è un pilastro della stabilità nella regione, metterla a rischio significa mettere a rischio i principi stessi della pace.”

Da parte sua il Governatorato di Gerusalemme ha detto di non essere stato informato di alcuna proposta del genere, ma ha affermato di “respingerla totalmente”.

Ha dichiarato che vi era stato un “pericoloso incremento” dell’interferenza israeliana nel lavoro del Waqf, comprese restrizioni ai custodi e allo staff e crescenti incursioni dei coloni all’interno del complesso.

La Giordania pianifica una soluzione alternativa

Due fonti del golfo arabo hanno riferito a MEE che il governo della Giordania sostenuto dagli USA sta probabilmente contando sull’appoggio regionale per contrastare la proposta statunitense-israeliana.

Nonostante il crescente avvicinamento di Amman agli EAU, le fonti asseriscono che è inconcepibile che Riyad resti in silenzio o rifiuti di contrastare pubblicamente una tale proposta.

L’Arabia Saudita capisce bene che se venissero prese iniziative contro la custodia hascemita si infiammerebbe l’intera regione”, ha affermato una fonte del Golfo arabo. Un’altra fonte del Golfo ha detto che Riyad considera la custodia come “un pilastro della stabilità regionale”, aggiungendo: “I sauditi possono essere in disaccordo con la Giordania su alcune questioni, ma riguardo a Gerusalemme e Al-Aqsa comprendono le conseguenze di uno smantellamento dell’attuale accordo.”

Secondo queste fonti il Principe della Giordania Hussein Bin Abdullah negli ultimi anni ha sviluppato un “buon rapporto” con la sua controparte saudita, il Principe Mohammed Bin Salman, e i legami si sono approfonditi da quando un gruppo di Paesi arabi ha normalizzato i rapporti con Israele.

Ma entrambe le fonti hanno detto che non è chiaro come risponderà il regno nel caso gli EAU o il Bahrein appoggiassero pubblicamente la proposta.

Dopo la firma degli Accordi di Abramo nel 2020 sia Abu Dhabi che Manama hanno costantemente approfondito i legami politici, economici e di sicurezza con Israele, anche se l’irritazione della regione riguardo alle azioni di Israele a Gerusalemme e Gaza è aumentata.

In particolare gli EAU si sono posti come il partner arabo più vicino a Israele, ampliando la cooperazione nel commercio, nella tecnologia, nell’energia e nella difesa.

Le iniziative religiose e diplomatiche legate agli Emirati hanno anche incoraggiato l’idea di una “coesistenza multi-confessionale” con modalità che i funzionari palestinesi e giordani temono possano essere usate per legittimare cambiamenti nello storico status quo della moschea di Al-Aqsa.

Nel 2023 gli EAU hanno creato il proprio centro multi-confessionale che include una chiesa cattolica, una sinagoga ebraica e una moschea islamica.

Analogamente il Bahrein ha mantenuto stretti rapporti con Israele e ha difeso il proprio impegno a fianco di Israele ove necessario per contrastare l’Iran.

I funzionari del Bahrein inoltre hanno generalmente evitato di criticare pubblicamente le politiche israeliane a Gerusalemme, una posizione che ha alimentato preoccupazioni sulla possibilità che siano sempre più inclini ad accettare le richieste israeliane sui siti sacri.

Gli EAU e il Bahrein capiscono quanto sia esplosiva questa questione nel mondo arabo e musulmano”, ha dichiarato una delle fonti.

Dato che sono strettamente allineati a Israele, dovrebbero essere cauti nel sostenere pubblicamente i cambiamenti dello status quo”, hanno aggiunto.

MEE ha contattato i ministri degli esteri di Bahrein, Egitto, Marocco, Arabia Saudita e EAU per avere un commento, ma al momento non ha ricevuto risposte.

Dopo la pubblicazione di questo articolo un funzionario USA ha emesso una concisa dichiarazione negando che la Casa Bianca stia attivamente lavorando per togliere alla Giordania la sua custodia, definendo il rapporto “totalmente falso.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La guerra di Israele in Cisgiordania prende di mira le serre palestinesi.

Meron Rapoport

7 maggio 2026 – +972 Magazine

A Jayyous e nei villaggi limitrofi agli agricoltori palestinesi sono stati notificati decine di nuovi ordini di demolizione con l’obiettivo di costringerli ad abbandonare le proprie terre.

Hakam Salim si trovava nella sua serra di peperoni sul territorio di Jayyous, un villaggio a est di Qalqilya i cui terreni agricoli si trovano in parte nella cosiddetta «zona di confine» — la striscia di territorio della Cisgiordania situata tra la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] e la barriera di separazione israeliana. La realizzazione della serra gli è costata più di 30.000 Shekel (8.798 euro), a cui si aggiungono altre decine di migliaia di Shekel investiti nella preparazione del terreno.

Una serra tipica a Jayyous genera un reddito annuo di 50.000-60.000 shekel, al lordo delle spese. Per Salim e suo fratello questo reddito sostiene le loro famiglie e contribuisce a pagare le tasse universitarie dei loro quattro figli.

Ora tuttavia un recente ordine di sospensione dei lavori emesso dall’Amministrazione Civile israeliana [organismo militare-amministrativo israeliano che gestisce le questioni civili palestinesi nei territori occupati, ndt.] minaccia di spazzare via tutto ciò che Salim ha costruito, insieme al sostentamento della sua famiglia.

L’Amministrazione Civile, un ramo dell’esercito, afferma che le serre sono state costruite senza permessi, nonostante siano presenti da molti anni, alcune da oltre vent’anni. “Quando sono state costruite, non c’è stato alcun problema con l’esercito, nessuno è venuto a dire ‘non costruite qui'”, ha dichiarato Salim a +972. “Il comune le ha persino allacciate alla rete elettrica”.

Salim non è certo un caso isolato. A Jayyous nelle ultime settimane le autorità israeliane hanno emesso ordini di sospensione dei lavori – il primo passo prima della demolizione – per 52 serre situate a est della barriera di separazione. Almeno due di queste sono già state demolite. Inoltre questa settimana decine di altre serre situate dalla parte opposta del muro hanno ricevuto ordini di demolizione.

Il fatto che gli ordini si applichino alle strutture entro 300 metri da entrambi i lati della barriera e non citino alcuna specifica motivazione di sicurezza suggerisce che il loro obiettivo sia quello di eliminare completamente la presenza agricola palestinese dall’area. «Ci perseguitano, noi abitanti dei villaggi, per costringerci a trasferirci nelle città e, da lì, allestero», spiega Salim a +972. «Vogliono rendere la vita più difficile agli agricoltori palestinesi. Il loro obiettivo è politico».

Tagliare il “granaio” della Cisgiordania

Jayyous sorge su una collina che domina la pianura costiera israeliana, con la città di Netanya visibile in lontananza. Le sue serre sono così vicine alla barriera di separazione che durante la recente guerra con l’Iran gli agricoltori che vi lavoravano potevano sentire sia le sirene antimissili in Israele sia le esplosioni delle intercettazioni che spesso si verificavano sopra la Cisgiordania.

I terreni agricoli del villaggio si estendono in una delle zone più ricche d’acqua della Cisgiordania al di fuori della Valle del Giordano. Estendendosi da sud di Qalqilya a nord di Tulkarem, la regione è spesso descritta come il “granaio” della Cisgiordania.

All’inizio degli anni 2000 Israele ha costruito lungo queste terre fertili quello che i palestinesi locali chiamano il “muro dell’apartheid”. In molti punti la barriera corre vicino alle case più occidentali dei villaggi palestinesi, lasciando ampie zone di terreno agricolo sul lato occidentale, tra la Linea Verde e il muro.

Gli agricoltori possono accedere ai loro terreni solo attraverso cancelli che vengono aperti quotidianamente per brevi periodi, e solo pochi membri delle famiglie ottengono i permessi necessari. Un attivista palestinese di lunga data contro la barriera di separazione, che ha scelto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni da parte delle autorità israeliane, ha dichiarato a +972 che Israele ha stabilito il tracciato “deliberatamente per impedire ai palestinesi di accedere a questa falda acquifera”.

Tuttavia sebbene la barriera limiti severamente l’accesso degli agricoltori di Jayyous ai propri terreni non impedisce all’esercito di entrare regolarmente nel villaggio. Il giorno prima del mio arrivo a Jayyous Sabriya Amin Shamasneh, di 68 anni, è morta per un attacco di cuore mentre i soldati facevano irruzione nella sua casa nel cuore della notte.

Le restrizioni hanno anche portato a situazioni assurde. Un agricoltore di Jayyous, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha raccontato di come la polizia israeliana abbia arrestato dei volontari israeliani per aver “rubato” olive dai suoi alberi oltre la recinzione, nonostante le stessero raccogliendo su sua richiesta.

Per Salim la prova che l’esercito e l’amministrazione civile israeliani non vedessero alcun problema nella costruzione delle serre risiede nel fatto che fino al 2014 queste si trovavano in un’area sul lato occidentale del muro di separazione. “Accedevamo alle nostre serre attraverso il cancello con un permesso”, ricorda Salim. “Portavamo attrezzature, archi di ferro, teli di plastica e ortaggi. Non c’era alcun problema”.

Tuttavia a seguito di una sentenza della Corte Suprema di quell’anno la barriera è stata spostata verso ovest, riportando il terreno sul lato della Cisgiordania. Ecco perché gli ordini di sospensione dei lavori sono stati uno shock. “A volte dicono che è perché non c’è il permesso, a volte dicono che è per motivi di sicurezza, ma non c’è stato alcun problema di sicurezza in quest’area”, afferma.

«Un attacco all’agricoltura in generale»

Sebbene l’agricoltura rappresenti solo il 6% del PIL palestinese la sua importanza va oltre l’aspetto economico. «Storicamente la cultura palestinese è una cultura agricola e abbiamo preservato la nostra identità agricola», ha dichiarato a +972 l’economista Raja Khalidi, ex direttore del Palestine Economic Policy Research Institute. «Se hai soldi compri terra: fa parte della cultura. È il modo in cui le persone mangiano, il modo in cui vivono».

Le politiche israeliane, afferma, hanno accelerato la proletarizzazione della società palestinese, in parte perché la concorrenza con i prodotti israeliani ha impedito alle famiglie palestinesi di guadagnarsi da vivere con l’agricoltura. Allo stesso tempo, si sta verificando un processo contrario: i palestinesi che hanno perso il lavoro in Israele si sono dedicati all’agricoltura su piccola scala, coltivando cibo per uso personale e per il commercio informale.

Gli agricoltori più anziani di Jayyous ricordano ancora i terreni che appartenevano al villaggio prima del 1948, ora parte della città israeliana di Kochav Yair-Tzur Yigal. «Questa terra apparteneva ai nostri nonni», dice Salim. “Una volta qui coltivavamo grano, angurie e cetrioli, ma nel corso degli anni si è sviluppata l’agricoltura [in serra].”

«Negli anni ’70 e ’80 gli agrumi venivano esportati da lì in Giordania, negli Stati del Golfo e persino in Iran», afferma Khalidi. Ma dopo la prima Guerra del Golfo, il processo di Oslo e la liberalizzazione economica il settore è entrato in crisi. Gli agricoltori si sono adattati dedicandosi a colture come avocado, guava, nespole e litchi, costruendo al contempo serre per peperoni, pomodori e cetrioli. «Questo dimostra l’elevata capacità imprenditoriale degli agricoltori palestinesi», aggiunge Khalidi.

Ora l’intero sistema agricolo è minacciato. Come a Jayyous, sono stati emessi ordini di sospensione dei lavori nel vicino villaggio di Falamya e più a nord in villaggi come Deir al-Ghusun, Shweika e Attil.

Nel villaggio di Irtah, appena a sud di Tulkarem, l’agricoltore Faiz Taneeb ha ricevuto ordini di sospensione dei lavori per nove dunam [9.000 mq., ndt.] di serre che coltivava da 35 anni. «Dopo il 7 ottobre, i soldati hanno tagliato i teli di plastica delle serre vicino alla recinzione», ha raccontato. Per un certo periodo gli operai si sono tenuti alla larga. Ma non appena sono tornati per riparare i danni Taneeb ha ricevuto un ordine di sospensione dei lavori con la motivazione che la serra era stata costruita senza permesso.

«È la prima volta che sentiamo dire che serve un permesso per costruire delle serre», afferma. «L’esercito vuole perseguitarci, vuole che andiamo in città. Il problema non sono solo le serre: questo è un attacco all’agricoltura in generale in Cisgiordania».

«Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento»

Ad eccezione di due o tre già demolite, la maggior parte delle serre a Jayyous è ancora in piedi in attesa dei procedimenti legali. Tuttavia altrove in Cisgiordania i danni si fanno già sentire.

Nella parte orientale in particolare nella Valle del Giordano, ricca di risorse idriche, e in seno alle comunità di pastori che vivono ai suoi margini le milizie dei coloni hanno guidato la campagna di espulsione contro agricoltori e pastori palestinesi, avvalendosi di avamposti coloniali e pascoli per appropriarsi delle terre, mentre l’esercito svolge un ruolo di supporto.

Laddove la terra non viene coltivata attivamente Israele può rivendicarla come proprietà statale. Khalidi e altri ricercatori hanno individuato una “zona vulnerabile” di questo tipo nell’area di Auja, nella Valle del Giordano. “Israele vuole che queste terre siano vuote”, afferma.

Nella parte settentrionale della Valle del Giordano gli agricoltori hanno segnalato gravi disagi, anche per quanto riguarda l’allevamento e l’industria della carne. L’ottanta per cento della carne di capra proviene dalle comunità beduine della Cisgiordania meridionale, così come lo yogurt e il formaggio. Tutto ciò è stato messo a repentaglio dagli attacchi dei coloni.

Allo stesso tempo le strade agricole in tutta la Cisgiordania sono state sistematicamente distrutte mentre l’accesso ad esse è stato ostacolato dai coloni e dall’esercito. “Quest’anno il raccolto di olive è stato quasi inesistente”, ha dichiarato Hagit Ofran dell’ONG anti-occupazione Peace Now a +972.

Ma mentre gli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi in altre parti della Cisgiordania hanno ricevuto una notevole attenzione pubblica l’assalto all’agricoltura nella Cisgiordania occidentale è passato in gran parte inosservato.

A Jayyous, Irtah e in altri villaggi della zona non ci sono milizie di coloni. Sono invece circondati da insediamenti “borghesi” che offrono un’elevata qualità della vita, come Tzofin e Sal’it, ai cui residenti era stato promesso che avrebbero potuto vivere “a 15 minuti da Tel Aviv”. Qui, il compito di sfrattare i palestinesi dalle loro terre è svolto principalmente dall’Amministrazione Civile e dall’esercito.

Oltre che dagli ordini di demolizione Salim afferma che gli agricoltori palestinesi sono schiacciati dall’evoluzione delle dinamiche del mercato. In passato, dice, lui e molti altri agricoltori vendevano i loro prodotti a Israele; oggi, i prodotti israeliani dominano i mercati della Cisgiordania. Solo durante i periodi di carenza in Israele, come nel caso della penuria di pomodori dopo il 7 ottobre, i prodotti palestinesi vengono temporaneamente ammessi, spesso facendo lievitare i prezzi nei mercati della Cisgiordania.

Con l’interruzione delle attività lavorative in Israele dal 7 ottobre e l’Autorità Palestinese che riesce a malapena a pagare gli stipendi, gli abitanti del villaggio dicono di vedere poche possibilità di guadagnarsi da vivere. “Non c’è più lavoro nel villaggio; metà degli uomini lavorava in Israele. Ora la gente non ha nemmeno 20 shekel [6 euro, ndt.] per riattivare l’elettricità nelle proprie case”, ha dichiarato a +972 Yaqoub Asfour, funzionario dell’Autorità Palestinese per Jayyous. “Centinaia di famiglie vivono grazie a queste serre. Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento”.

Asfour afferma che i giovani di Jayyous stanno sempre più cercando di emigrare, sebbene andarsene, per non parlare di stabilirsi in luoghi come l’Europa o gli Stati Uniti, sia tutt’altro che semplice. “Credo che questo faccia parte di un piano israeliano per cacciarci da qui”, conclude.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Lo strangolamento finanziario dei palestinesi da parte di Israele fa il paio con il terrorismo dei coloni

Amira Hass

7 maggio 2026 – Haaretz

Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele ha intrapreso contro i palestinesi e la loro leadership

Ogni mese Israele ruba centinaia di milioni di shekel all’Autorità Palestinese. Si tratta dei dazi doganali sui beni importati destinati ai palestinesi che transitano nei porti israeliani, e delle tasse e tariffe su carburante, sigarette e cemento che Israele vende ai palestinesi. Invece di trasferire questi introiti ai funzionari del Tesoro dell’AP come è richiesto, deposita i fondi su alcuni conti bancari israeliani.

I fondi rubati hanno ormai raggiunto la cifra di 14 miliardi di shekel (4,8 miliardi di dollari). Certo sono pochi soldi per la nazione ad alta tecnologia che con una sola bomba intelligente distrugge in pochi secondi ciò che libanesi, iraniani e palestinesi hanno costruito in centinaia di anni. E grazie a dio Israele possiede molte bombe.

Ma il denaro è fondamentale per realizzare i nostri obbiettivi di dominio ebraico assoluto ed esclusivo dal fiume al mare, a prescindere che il primo ministro sia Benjamin Netanyahu o Naftali Bennett. L’importo non arricchirà necessariamente Israele, ma trattenerlo impoverisce sia le famiglie palestinesi che l’intera società palestinese. L’AP è sommersa fino al collo di debiti verso le banche e i fornitori di beni e servizi e verso i dipendenti del suo settore pubblico. A differenza del passato questa volta l’agricoltura e il lavoro in Israele non possono salvare l’economia palestinese; anch’essi sono proibiti, o quasi, da una direttiva israeliana.

Il furto del denaro palestinese è una delle più antiche pratiche di Israele e nel corso degli anni ha assunto svariate forme. In questo caso è un saccheggio esteso, organizzato ed esplicito a livello ufficiale, con forti entrate che crescono di mese in mese. I ladri non sono mascherati, non sparano un colpo e non hanno bisogno di decifrare il codice della cassaforte. La possiedono già e possono entrarvi e prendere ciò che contiene come vogliono. Il bottino è il reddito del governo palestinese, con il quale vengono pagati gli insegnanti, i medici e gli addetti alla manutenzione, con cui vengono acquistati i farmaci e costruite le scuole e sì, vengono anche pagati i salari del personale delle forze di sicurezza palestinesi.

Quelle stesse forze che gli ufficiali dell’esercito israeliano elogiano per il loro ruolo nel garantire la calma in Cisgiordania nonostante le quotidiane incursioni dell’esercito, alcune delle quali mortali, nonostante gli attacchi quotidiani da parte di civili ebrei armati e nonostante la crescente povertà e disoccupazione.

Israele ha condotto il suo lavoro di predatore delle entrate dell’AP in tre fasi. Esse mostrano il progresso della riforma giudiziaria, poiché le decisioni a riguardo si sono sempre più concentrate nelle mani di un singolo ente, senza intervento della Knesset (il parlamento) o dei tribunali.

La persona che per prima ha attirato la mia attenzione su questo aspetto è stato l’economista Muayyad Afaneh, un consulente del Ministero delle Finanze palestinese, che per molto tempo ha segnalato la gravità della situazione. In una prima fase, nel 2018, fu la Knesset ad approvare una legge per confiscare i fondi corrispondenti approssimativamente ai salari e alle indennità che l’AP elargisce ai prigionieri palestinesi, agli ex prigionieri e alle loro famiglie, e alle famiglie delle persone uccise, che aumentano quotidianamente. Vi è stata una discussione, il cui risultato era chiaro fin dall’inizio, ma almeno vi è stata una parvenza di un procedimento che rispettava la separazione dei poteri. La legge è entrata in vigore nel 2019.

Nell’ottobre 2023 il governo ha deciso di appropriarsi delle entrate dell’AP corrispondenti all’importo destinato alla Striscia di Gaza. Per la maggior parte si tratta di indennità destinate a famiglie tradizionalmente contrarie a Hamas: cioè ai dipendenti del settore pubblico dell’AP, per la maggior parte fedeli a Fatah che, su ordine di Mahmoud Abbas (il presidente dell’AP, ndtr.), hanno smesso di lavorare dal 2007 fino alla pensione. L’importo comprende anche il pagamento delle cure mediche per gli abitanti della Striscia di Gaza all’estero e in Cisgiordania e il pagamento di circa 15 milioni di m3 di acqua potabile che Israele fornisce a Gaza dopo le critiche internazionali per aver chiuso i rubinetti all’inizio della guerra.

Questa quantità di acqua non può soddisfare il bisogno della popolazione, né si conosce quanto di essa raggiunga veramente i punti di distribuzione dell’acqua, poiché le condutture sono danneggiate e i carrarmati continuano a distruggere le infrastrutture. Ma ciò che importa qui è che l’AP paga Israele per l’acqua.

E a maggio 2026 il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha deciso di sua propria autorità che verrà sottratto anche ciò che resta nelle casse, dopo tutte le confische e le trattenute per i servizi che Israele vende ai palestinesi. Tutto ciò come punizione perché l’AP si è rivolta alle istituzioni internazionali chiedendo che si interrompa il genocidio e che Israele rispetti la legge. Queste tre fasi indicano che non c’è limite alla corsa alla vendetta collettiva.

Il furto organizzato e sistematico delle entrate palestinesi è simile al terrorismo dei devoti coloni. Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele sta conducendo contro i palestinesi e la loro leadership. Tutto ciò in aggiunta alla guerra di annientamento, che si serve di bombe, tortura e morte di fame nelle carceri.

Il logoramento ha il suo braccio ufficiale di governo e il suo braccio pirata, l’esercito terroristico dell’impresa coloniale. Entrambi hanno lo stesso obbiettivo. Il braccio ufficiale giustifica le sue azioni con lo stato di diritto e la lotta contro la resistenza palestinese all’occupazione. Il braccio pirata parla apertamente e liberamente di espellere i palestinesi dal Paese, quella fase B del piano decisionale del ministro delle finanze che egli definisce con l’eufemismo di “migrazione volontaria”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Le guardie della notte”: uno sguardo alla rete popolare che si oppone agli attacchi dei coloni israeliani

Majd Jawad  

27 aprile 2026 Mondoweiss

Parliamo della rete di volontari palestinesi che, organizzandosi dal basso, trascorrono le notti a difendere i loro villaggi in Cisgiordania dalla crescente violenza dei coloni israeliani

Sotto la luna di mezzanotte, in cima alla montagna nel villaggio di Sinjil, gli abitanti puntano le torce segnalando la loro presenza alle colline dall’altra parte della valle. I fasci di luce, insieme alle luci attorno a una piccola tenda di guardia solitamente usata come arredo durante il Ramadan, fungono da tempestivo sistema di allarme. Il segnale che il villaggio è sveglio e in allerta.

“Vedi quella luce?” chiede a bassa voce uno dei giovani, indicando un bagliore sulla collina di fronte. Annuisco. Per un attimo, nessuno parla. Il vento è pungente a quest’altitudine e sotto di noi il villaggio è completamente buio.

“Significa che sono lì”, dice. “In allerta, come noi.”

Mentre il ritmo degli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi raggiunge livelli senza precedenti in un contesto di debole risposta ufficiale ai crescenti rischi in tutta la Cisgiordania occupata, i gruppi di volontari locali, noti come comitati di protezione o “guardie della notte” sono emersi come prima linea di difesa contro la violenza quasi quotidiana. Il gruppo di giovani che organizza pattuglie notturne a Sinjil è uno di questi.

La tenda stessa è un semplice telo sottile teso su pali di metallo, i cui bordi sono appesantiti da pietre per resistere al vento. Eppure è diventata la prima linea del villaggio.

Sedie di plastica ne fiancheggiano i lati e un caricabatterie per cellulari condiviso pende da un collegamento elettrico improvvisato, alimentando i dispositivi che mantengono il villaggio connesso durante la notte. Come tutti quelli che si riuniscono qui, gli uomini oscillano tra stanchezza e vigilanza, barcamenandosi fra il lavoro diurno e l’obbligo di rimanere svegli fino all’alba.

«Dall’inizio dello scorso anno e a seguito dell’intensificarsi degli attacchi a Sinjil abbiamo ritenuto necessario formare un comitato composto principalmente da volontari», afferma R.M., un partecipante abituale del villaggio. «Avevamo bisogno di organizzare il servizio di guardia in modo più efficace e di passare da un modello di faz’a a un sistema più organizzato».

Quello che R.M. chiama faz’a con un’espressione colloquiale palestinese è quando un gruppo di persone accorre in aiuto di altri membri della comunità, incarnando l’espressione organica e spontanea di mutuo soccorso tra palestinesi. Nel contesto dell’escalation dei pogrom dei coloni, i membri della comunità rappresentano praticamente l’unica protezione che i palestinesi hanno contro i violenti coloni ebrei israeliani che continuano a uccidere palestinesi nelle città della Cisgiordania.

Dall’inizio dell’anno oltre 260 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi da parte di coloni israeliani secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), un aumento di tre volte rispetto alla media mensile di 30-105 feriti al mese registrata nel 2023.

R.M. afferma che a Sinjil questi attacchi sono diventati quasi quotidiani. “Non era più logico continuare con il vecchio approccio per difendere la nostra gente e le nostre terre”, spiega.

Nel luglio 2025 un attacco su larga scala dei coloni vicino alla città ha causato la morte di due palestinesi e il ferimento di almeno altri 58. Da allora i resoconti locali indicano un drastico incremento nella frequenza degli attacchi, da circa un episodio al mese prima del 7 ottobre ad assalti quasi quotidiani al villaggio.

“Quanto spesso accade adesso?”, chiedo.

R.M. accenna a una breve risata. “Non si contano più in quel modo”, dice. “Si contano le notti tranquille”. Fa una pausa. “E non ce ne sono molte”.

In precedenza i volontari si affidavano a un faz’a individuale ogni volta che si verificava un attacco, interpellando vicini e conoscenti. Ma con l’intensificarsi degli attacchi, sempre più violenti e frequenti, è diventato essenziale istituire comitati centrati sull’allerta precoce, il monitoraggio e l’osservazione, consentendo al villaggio di riunirsi e difendere gli abitanti disarmati.

«Appena avvistiamo i coloni che attaccano avvisiamo gli abitanti tramite WhatsApp o makhshir (walkie-talkie)», spiega R.M. precisando che il meccanismo di protezione si basa semplicemente sulla sicurezza data dal numero di persone. «La missione principale della tenda non è di attaccare; non possediamo strumenti o armi paragonabili a quelli dei coloni. Piuttosto ci assicuriamo che delle persone siano sempre presenti nelle zone potenzialmente a rischio, per scoraggiare un attacco prima ancora che inizi».

L’improvviso suono di una notifica rompe il silenzio. Uno degli uomini prende il telefono, legge velocemente, poi alza lo sguardo.

«Movimento», dice.

Nessuno si fa prendere dal panico, ma l’atmosfera cambia. Due di loro prendono delle torce e escono nell’oscurità.

Tornano e parlano a lungo delle difficoltà e dei pericoli che li circondano. “Gli attacchi arrivano sempre all’improvviso”, aggiunge R.M. “I palestinesi spesso dormono, di solito dopo mezzanotte, oppure sono al lavoro, fuori dal villaggio o impegnati nei campi. Gli aggressori sono generalmente pesantemente armati e la nostra reazione è del tutto improvvisata”.

La prima notte di Ramadan il comitato di Sinjil è stato colto di sorpresa da un attacco di circa 20 coloni, che ha provocato il ferimento di un membro e l’arresto di altri per una settimana, durante la quale sono stati picchiati brutalmente. E nel contempo l’esercito ha smantellato e confiscato la tenda del comitato, secondo il racconto di R.M.

In seguito i volontari hanno continuato il loro lavoro con turni notturni all’aperto per diversi mesi, esposti al freddo e all’oscurità, finché gli abitanti del villaggio non hanno fatto una colletta e contribuito a ricostruire un’altra tenda per riprendere l’attività di guardia. Il loro lavoro è ancora in corso, così come gli attacchi dei coloni.

Una tradizione rinnovata

La nascita di comitati di protezione popolare nei villaggi palestinesi non presenta semplicemente delle somiglianze con forme passate di azione collettiva, ma è la continuazione di una tradizione profondamente radicata di auto-organizzazione comunitaria che risale alla Prima Intifada, seppur in condizioni politiche profondamente diverse.

“Nonostante il diverso contesto politico, la nostra storica esperienza della Prima Intifada è simile all’esperienza dei comitati di oggi”, ha dichiarato a Mondoweiss R.S., donna membro di un comitato popolare del campo profughi di Jenin. Ora vive nel quartiere di al-Jabriyat a Jenin, dopo che gli abitanti del campo profughi sono stati espulsi con la forza e non è stato loro permesso farvi ritorno.

Tra il 1987 e il 1993 la Prima Intifada fu combattuta nella vita quotidiana. Sotto coprifuoco, blocchi e la costante minaccia di arresto, i palestinesi costruirono i propri sistemi di sopravvivenza. Nei quartieri, nei villaggi e nei campi profughi nacquero comitati locali che organizzavano la distribuzione di cibo, tenevano corsi clandestini quando le scuole erano chiuse e fornivano assistenza medica di base quando l’accesso alle cure era bloccato.

R.S. approfondisce quel ricordo: “Ha offerto molti esempi di lavoro comunitario e resilienza. Nessuno soffriva la fame allora; chiunque avesse bisogno di aiuto trovava qualcuno disposto a dare una mano. Molti abitanti offrivano le loro case, le moschee e i circoli a coloro che erano stati sfollati dai campi. Nessuno dormiva all’aperto”.

“Ora è diverso”, aggiunge a bassa voce. “Ma anche uguale”.

Secondo la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro, un organismo ufficiale allineato all’Autorità Palestinese che documenta l’attività degli insediamenti israeliani, l’origine della più recente costituzione dei comitati di protezione risale al 2015, in gran parte a seguito del devastante incendio doloso di Duma. Nell’attentato persero la vita alcuni membri della famiglia Dawabsheh, tra cui il piccolo Ali di 18 mesi e i suoi genitori.

“La necessità di guardie notturne è emersa chiaramente come mezzo per prevenire gli attacchi dei coloni”, ha dichiarato a Mondoweiss Amir Daoud, direttore della documentazione presso la Commissione. “In quella fase era stato avviato un coordinamento con le forze locali e studentesche, e un numero limitato di comitati si era formato nei villaggi più vulnerabili agli attacchi con un semplice supporto logistico come degli strumenti di comunicazione”.

Un esempio noto è rappresentato dalle unità di “vigilanza notturna” in luoghi come il villaggio di Beita o nella battaglia di Jabal Sabih. Il modello tuttavia è rimasto circoscritto fino al 7 ottobre quando, secondo Daoud, la violenza dei coloni è aumentata drammaticamente in tutta la Cisgiordania, ridefinendo il ruolo di questi comitati. Quelle che erano iniziative locali di vigilanza notturna si sono trasformate in un sistema più ampio di protezione comunitaria, in particolare contro i ripetuti tentativi di incendio doloso notturno ai danni delle abitazioni. “Questo ha contribuito alla diffusione del modello dei comitati in molte comunità”, ha aggiunto.

Ma il loro ruolo, sottolinea Daoud, va oltre la protezione immediata. In un contesto in cui la violenza è spesso sottovalutata o contestata, questi comitati sono diventati una forma di documentazione sul campo e di responsabilità pubblica. “Questi comitati ci raccontano la situazione così com’è, momento per momento, direttamente dai villaggi e dalle zone minacciate, il che ci permette di agire con rapidità ed efficacia sia a livello legale che mediatico. Senza questa presenza popolare molte violazioni rimarrebbero invisibili o difficili da dimostrare. Per noi sono parte integrante del sistema di resilienza, non un semplice strumento organizzativo.”

La loro struttura, osserva, è volutamente disomogenea e adeguata al contesto locale piuttosto che centralizzata. Ogni villaggio si organizza in base alla geografia e alle specifiche minacce che deve affrontare, che si tratti di strade costruite dai coloni, della vicinanza agli avamposti o delle modalità delle incursioni. Alcune comunità operano con supporto esterno e strumenti di coordinamento più avanzati, mentre altre si affidano a risorse minime, a testimonianza di un sistema di protezione frammentato ma adattabile.

Eppure, sebbene l’etica della cura collettiva e del sumud rimanga intatta, gli strumenti si sono evoluti radicalmente. Ciò che un tempo veniva organizzato tramite volantini, scioperi e mobilitazioni di persona si è ora spostato su infrastrutture digitali che consentono il coordinamento in tempo reale e la documentazione immediata. Questa trasformazione ha introdotto una nuova essenziale dimensione: la capacità di tradurre le esperienze locali di violenza in narrazioni visibili a livello globale.

“I social media hanno rimodellato la natura del lavoro collettivo all’interno dei comitati di protezione”, afferma R.S. del comitato di Jenin. “Si basano in gran parte su app come WhatsApp e Telegram per il coordinamento immediato, sia per segnalare i movimenti dei coloni che per organizzare le ronde notturne”. Questo tipo di comunicazione istantanea conferisce ai comitati un’elevata capacità di risposta rapida e riduce la necessità di strutture organizzative complesse. “Chiunque può far parte della rete”, aggiunge.

Operare con meno risorse e condividere il peso

Nonostante usino abilmente le tecnologie digitali, i comitati di protezione locali rimangono ostacolati da risorse limitate e da un territorio imprevedibile.

Uno studio condotto da una ONG locale, la Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy Foundation, evidenzia le difficoltà che affrontano i club giovanili, le organizzazioni di base e i comitati di quartiere e di volontariato, tra cui la mancanza di risorse logistiche, dispositivi di protezione individuale e attrezzature avanzate, ciò che pone i volontari in una posizione di notevole svantaggio.

I gruppi hanno anche subito molestie e attacchi da parte dei coloni e dell’esercito, inclusi episodi di sparatorie dirette contro i volontari delle pattuglie notturne. Nel villaggio di Beit Lid, a est di Tulkarem, che ha subito ripetuti attacchi da parte dei coloni, i comitati si sono trovati ad affrontare una forma inaspettata di disturbo. Alcuni giovani del villaggio hanno riferito di aver ricevuto improvvisamente messaggi nei loro gruppi WhatsApp che sembravano provenire dal telefono di un altro volontario, arrestato quella stessa notte dalle forze israeliane. I messaggi mettevano in guardia dal riunirsi o tentare di mobilitarsi in risposta all’attacco.

«I messaggi hanno creato un momento di confusione ed esitazione tra i gruppi, poiché i membri cercavano di capire se fossero autentici o inviati sotto costrizione», afferma A.S., membro dei comitati. «In seguito è risultato evidente a tutti i coinvolti che il telefono era stato usato mentre il proprietario era detenuto, trasformando uno strumento di coordinamento in un canale di intimidazione».

Nonostante questa interruzione i comitati hanno gradualmente ripreso il coordinamento, adattando le proprie pratiche di comunicazione a maggiore cautela e verifica. L’episodio ha messo in luce non solo i rischi fisici che i volontari affrontano, ma anche i metodi in continua evoluzione utilizzati per interferire con la risposta collettiva, intralciandola.

Aiuto reciproco

Un altro modo in cui i comitati operano è quello di impegnarsi in attività di mutuo soccorso per affrontare le conseguenze di un attacco dei coloni. Invece di lasciare che le famiglie colpite sopportino individualmente l’intero peso dei danni, il comitato distribuisce il carico all’intera comunità, considerando la perdita un onere sociale ed economico condiviso.

Un esempio è la città di Qaryut, che ha istituito un fondo di risarcimento comunitario per coloro che sono stati colpiti dagli attacchi dei coloni. “Abbiamo creato un comitato di otto persone e diviso i compiti tra loro”, afferma S.A., un membro del comitato. “Alcuni membri sono responsabili del monitoraggio e dell’organizzazione, altri della valutazione dei danni causati dagli attacchi per facilitare il risarcimento, e altri ancora del sistema di allerta precoce per gli abitanti del villaggio.”

Il meccanismo di risarcimento, spiega, è stato creato per garantire che le perdite non ricadano esclusivamente sulle vittime. “L’idea era che nessuno dovesse pensare che ciò che è accaduto riguardi solo lui”, afferma, spiegando che l’iniziativa, interamente autofinanziata, è pensata per fornire sostegno economico per i danni alle proprietà, ai terreni agricoli bruciati e ai familiari colpiti.

Questo sistema è stato attivato a Qaryut in risposta ai ripetuti attacchi dei coloni, tra cui un raid del settembre 2024 in cui due palestinesi sono rimasti feriti e un attacco del marzo 2026 in villaggi vicini che ha causato il ferimento di tre persone e l’incendio di diversi veicoli e proprietà comunali. Gli abitanti affermano che la violenza dei coloni coniuga ripetutamente aggressioni fisiche a danni ingenti all’agricoltura e alle proprietà. Oltre al risarcimento finanziario, il fondo fornisce anche materiale medico e sanitario di base ai feriti nei continui attacchi, rafforzando un sistema più ampio di resilienza comunitaria di fronte alla continua violenza dei coloni.

In tutta la Cisgiordania ogni comunità ha improvvisato la propria versione di questo sistema, utilizzando strumenti diversi, in terreni diversi e assumendosi rischi diversi. Ma la logica è la stessa ovunque: in assenza di protezione dall’alto, l’unica cosa che si frappone tra un villaggio palestinese e il prossimo attacco è il villaggio stesso. Il fondo di compensazione a Qaryut, le reti WhatsApp a Beit Lid, le pattuglie notturne a Sinjil: ogni villaggio ha trovato la propria risposta alla stessa domanda: come proteggere ciò che è tuo quando nessun altro lo fa?

Mentre lascio il sito di Sinjil, un turno sta per terminare e ne inizia un altro. Un piccolo gruppo si riunisce all’interno della tenda per un breve passaggio di consegne, durante il quale un giovane consegna il registro di servizio e aggiorna la squadra entrante su quanto osservato nelle ore precedenti. Il gruppo uscente si fa da parte mentre il nuovo turno si insedia; alcuni arrivano con bottiglie di energy drink e sigarette, che posano sul tavolo. La notte, come ogni notte, non è ancora finita.

Majd Jawad è giornalista e ricercatore originario di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni israeliani uccidono due palestinesi, tra cui uno studente, in un attacco ad una scuola di Ramallah

Mohammed Turkman e Fayha Shalash, Ramallah, Palestina occupata

21 aprile 2025 – Middle East Eye

Il Ministero della Sanità afferma che ci sono stati altri quattro feriti quando i coloni hanno sparato ai palestinesi

Martedì coloni israeliani hanno sparato uccidendo due palestinesi, tra cui uno studente adolescente, nel corso di un attacco ad una scuola nella Cisgiordania occupata.

Le vittime sono state identificate come Aws Hamdi al-Nassan e Jihad Marzouk Abu Naiem. Secondo il Ministero della Sanità palestinese avevano rispettivamente 14 e 32 anni.

L’attacco è avvenuto contro una scuola nel villaggio di al-Mughayyr, a nordest di Ramallah. I medici hanno detto che sono stati feriti dagli spari almeno altri quattro palestinesi, compresi tre studenti.

L’organizzazione per i diritti umani Al-Baidar ha detto che poco prima dell’attacco coloni vestiti in uniformi simili a quelle dell’esercito israeliano avevano tentato di espellere degli agricoltori dal terreno a sud di al-Mughayyr.

L’organizzazione ha affermato che i coloni sono entrati nel terreno agricolo e hanno cercato di impedire ai contadini di lavorarvi, facendo salire la tensione nell’area.

Il racconto di un testimone oculare che ha parlato con Middle East Eye ha specificato che i coloni erano protetti da soldati della fanteria israeliana che li hanno accompagnati in cima alla collina prima che attaccassero la scuola e i suoi studenti, cercando di farvi irruzione.

Quando gli abitanti del villaggio hanno provato a fermarli, i coloni hanno iniziato a sparare proiettili veri.

Bilal Abu Aliya, un abitante del villaggio e testimone oculare della scena, ha confermato a MEE che i coloni vestiti con uniformi militari hanno aperto il fuoco direttamente contro la scuola e i suoi studenti senza alcuna giustificazione.

Hamed Abu Naim, che abita vicino alla scuola, ha detto che la situazione si è aggravata rapidamente. Lui e Jihad, una delle vittime, stavano lavorando in un villaggio vicino quando è iniziato l’attacco.

Quando sono tornato la situazione era terribile. Ho trovato il ragazzo Aws coperto di sangue nel cortile della scuola, insieme ad altre persone ferite”, ha detto.

Mentre cercavano di raggiungere gli altri membri della famiglia bloccati in casa, uno dei coloni ha sparato in testa a Jihad.

Si sono poi verificate scene di panico quando gli abitanti hanno provato a portare via i feriti sotto una grandine di colpi di arma da fuoco.

La scena era tragica. Più di 500 studenti erano terrificati dall’intensa sparatoria e i loro genitori cercavano di salvarli e portarli fuori dalla scuola”, ha detto a MEE Hamed.

Gli spari non si sono interrotti neanche un momento. Era una guerra nel vero senso della parola.”

Secondo lo zio di Nassan, Faraj, l’attacco è durato solo pochi minuti ma è stato “estremamente violento”.

Ha detto che l’assalto sembrava premeditato, con l’obbiettivo di “provocare quante più vittime possibile.”

Adesso Aws si riunisce a suo padre”, ha detto, riferendosi all’uccisione del padre di Nassan in un attacco simile nel 2019.

Era un bambino a quel tempo e ha detto addio a suo padre con molto dolore, senza che lui avesse alcuna colpa, e oggi viene ucciso nello stesso modo.”

Si intensifica la violenza dei coloni

Haniya Nazzal, direttrice dell’educazione per i distretti settentrionale e orientale di Ramallah, ha affermato che l’area ha assistito ad un aumento della violenza dei coloni.

Ha detto che gli studenti non avevano che “quaderni e penne” quando sono stati attaccati.

L’occupazione israeliana ha ucciso l’innocenza di Nassan e il cortile della scuola si è intriso del suo sangue”, ha detto a MEE.

L’attacco avviene nel contesto di un forte aumento della quotidiana violenza dei coloni in tutta la Cisgiordania occupata.

Martedì in un altro luogo i coloni, sotto la protezione dell’esercito israeliano, hanno bloccato un camion nella zona di Khirbet Samra nel nord della Valle del Giordano.

Il veicolo è stato fermato mentre attraversava la zona e gli è stato impedito di proseguire, interrompendo il trasporto.

Martedì le forze israeliane hanno anche demolito la scuola primaria di al-Maleh nel nord della Valle del Giordano.

Questo attacco non è nuovo nel nostro villaggio”, ha detto Abu Aliya, aggiungendo che i coloni cercano di prendere di mira gli abitanti e mandarli via dalle loro case.

Ma noi non abbandoneremo il nostro villaggio e lo difenderemo sempre.”

La violenza dei coloni, pur ricorrente, si è molto intensificata da ottobre 2023, includendo un maggiore impiego di proiettili veri e il sistematico sfollamento forzato delle comunità nomadi palestinesi.

La Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti ha affermato che i coloni a marzo hanno condotto 497 attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà nella Cisgiordania occupata, che hanno provocato nove morti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un rapporto afferma che Meta “favorisce dal punto di vista finanziario” la violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi

Mera Aladam

14 aprile 2026 – Middle East Eye

I dati pubblicati da 7amleh rivelano la tendenziosità di Meta nel controllo dei contenuti di israeliani e palestinesi

Il nuovo rapporto di un osservatorio sulle reti sociali ha scoperto che Meta [ex-Facebook, ndt.] sta “favorendo dal punto di vista finanziario” contenuti di incitamento all’odio contro i palestinesi da parte di pagine israeliane favorevoli alle colonie.

Secondo 7amleh, l’ Arab Center for the Advancement of Social Media [Centro Arabo per il Miglioramento delle Reti Sociali], Meta ha consentito ad account affiliati ai coloni e a mezzi di comunicazione estremisti di generare introiti sulle proprie piattaforme nonostante i loro contenuti violino le sue stesse linee di politica aziendale, comprendendo materiale violento, razzista e che incita all’odio contro i palestinesi.

I risultati sono stati pubblicati domenica in un rapporto intitolato Monetising Occupation: Meta’s Financial Enablement of Settlement Activity and Violent Rhetoric Against Palestinians [Monetizzare l’occupazione: il favoreggiamento finanziario di Meta a favore delle attività di colonizzazione e dei discorsi violenti contro i palestinesi].

L’organizzazione ha affermato che il gigante tecnologico statunitense “non solo tollera discorsi violenti che incitano all’odio, ma incentiva attivamente la loro produzione e diffusione,” violando le sue stesse politiche aziendali riguardo allo sfruttamento economico e ai contenuti.

7amleh aggiunge che consentire che tali contenuti si sviluppino mina le responsabilità di Meta in base ai principi dell’ONU e delle leggi internazionali umanitarie e sui diritti umani.

I contenuti che in base alla politica aziendale di Meta dovrebbero essere esclusi dalla monetizzazione includono la promozione di avamposti illegali, la giustificazione della violenza dei coloni, lo scherno nei confronti dei palestinesi, gli appelli all’espulsione forzata, i discorsi genocidi e l’esaltazione delle distruzioni a Gaza.

Il rapporto ha scoperto che di contro le voci palestinesi “sulle piattaforme di Meta restano complessivamente escluse dalla possibilità di essere redditizie unicamente in base alla loro collocazione geografica” nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Ciò significa che ai giornalisti, agli autori di contenuti, ai mezzi di comunicazione e alle organizzazioni della società civile palestinesi viene strutturalmente negato l’accesso a strumenti economici disponibili ad altri persino quando i loro contenuti sono professionali e conformi alle regole.”

Nadim Nashif, direttore esecutivo di 7amleh, ha detto a Middle East Eye che Meta ha mantenuto per un decennio quello che ha descritto come un comportamento discriminatorio e di eccessivo controllo su contenuti, giornalisti e media palestinesi.

Questa censura ha incluso rimozione di post, restrizioni, ridotta visibilità e sospensione di account che hanno preso di mira autori e pagine palestinesi.

Al contrario, durante tutto il decennio [Meta] ha consentito espliciti discorsi genocidi e violenti in ebraico contro i palestinesi,” ha detto Nashif, aggiungendo che il problema si è intensificato in seguito al genocidio di Israele contro Gaza.

Ha aggiunto che, nonostante “molti allarmi e avvertimenti” da parte di 7amleh e di altre organizzazioni di controllo, l’impresa ha fatto molto poco per contrastare l’incremento di contenuti di incitamento all’odio in ebraico.

Secondo Nashif ora non ci sono solo “pregiudizi nel sistema di controllo [dei contenuti]”, ma anche la diffusa circolazione e monetizzazione di tali contenuti che, afferma, incentivano la produzione di altro materiale violento.

Stiamo assistendo a un circolo vizioso,” ha affermato. “È qualcosa che Meta ha il dovere di bloccare.”

MEE ha contattato Meta per un commento ma al momento della pubblicazione di questo articolo non ha ricevuto alcuna risposta.

I palestinesi “vengono strutturalmente esclusi”

Questo rapporto giunge nel contesto di un incremento della violenza dei coloni e dell’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata insieme ai continui bombardamenti israeliani a Gaza.

Dall’inizio del genocidio, nell’ottobre 2023, Israele ha ucciso più di 72.336 palestinesi a Gaza. Nello stesso periodo le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.050 palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Lama Nazeeh, responsabile delle politiche di sostegno di 7amleh, ha affermato che Meta non solo sta consentendo che rimangano in rete discorsi antipalestinesi, ma sta anche “trasformando una parte di quel sistema integrato in una fonte di profitto.” Nel contempo i palestinesi “rimangono strutturalmente esclusi” da programmi di che originano introiti, ha detto a MEE.

Fra gli esempi citati nel rapporto, i post del rapper israeliano Yoav Eliasi, che si fa chiamare The Shadow [L’Ombra], contengono messaggi politici estremisti e violenti contro i palestinesi, tra cui esortazioni a festeggiare le distruzioni a Gaza e appoggio alle colonie.

Secondo il rapporto l’account è coinvolto in vari programmi che generano introiti. Al contrario in precedenza Human Rights Watch [una delle principali ong per i diritti umani al mondo, ndt.] ha scoperto che Meta è responsabile di “censurare sistematicamente contenuti palestinesi”, attribuendo ciò a “politiche scorrette di Meta e alla loro applicazione incoerente ed errata, all’uso eccessivo di strumenti elettronici per moderare i contenuti e indebite influenze governative per la rimozione di contenuti.”

L’impresa ha anche rimosso account di molti individui e associazioni palestinesi e filo-palestinesi.”

Non si tratta solo di una questione di censura, ma di discriminazione, oppressione ed esclusione economica: i palestinesi vengono silenziati e viene loro negato l’accesso, mentre a quanti promuovono la loro spoliazione e disumanizzazione è consentito trarre profitto,” ha detto Nazeeh.

Ha aggiunto che ciò che avviene ha conseguenze sia sul terreno che a livello internazionale.

Meta sta contribuendo a costruire un’economia digitale attorno all’apartheid, alla violenza dei coloni, agli attacchi, all’incitamento al razzismo e all’impunità, marginalizzando nel contempo il giornalismo, il sostegno e la testimonianza dei palestinesi,” ha spiegato.

Nazeeh ha chiesto che Meta “ponga immediatamente fine al suo sistema discriminatorio” e smetta di agevolare la narrazione israeliana di estrema destra, in particolare nel bel mezzo di quello che ha descritto come un contesto complessivo di “guerra, occupazione e violenza di colonialismo di insediamento.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un’organizzazione per i diritti umani afferma che da ottobre 2023 Israele ha arrestato in Cisgiordania 1.700 minori palestinesi

Redazione di MEMO

15 aprile 2026 – Middle East Monitor

Il Centro Palestinese per la Difesa dei Prigionieri ha riferito che Israele da ottobre 2023 ha arrestato 1.700 minori palestinesi nella Cisgiordania occupata illegalmente oltre ad altre decine a Gaza, con scarse informazioni disponibili riguardo alla sorte di alcuni detenuti.

In un rapporto intitolato “La realtà della detenzione dei minori palestinesi nelle prigioni israeliane”, il centro ha documentato più di 55.500 arresti di minori dal 1967, osservando che circa 350 sono tuttora in prigione, tra cui alcuni che scontano una condanna ed altri trattenuti in detenzione amministrativa [cioè senza accuse né processo, ndt.].

Nel rapporto si afferma che gli arresti sono spesso effettuati mediante incursioni notturne e nelle case, e i minori verrebbero arrestati in manette e bendati.

[Il centro] cita testimonianze secondo cui durante il trasporto e la detenzione i minori sono sottoposti a pestaggi e abusi, così come a lunghi interrogatori senza la presenza di avvocati o familiari.

Secondo il centro i detenuti sono trattenuti in celle di isolamento, sottoposti a minacce, privazione del sonno e tentativi di intimidazione che, afferma, sono usati per esercitare pressione su di loro.

Nel rapporto si aggiunge che ai minori malati vengono negate adeguate cure mediche, con ritardi nell’assistenza chirurgica e nel ricorso a cure temporanee per alleviare il dolore.

Si evidenziano inoltre preoccupazioni riguardanti la malnutrizione e le pessime condizioni di vita, inclusa la diffusione di malattie della pelle dovute a mancanza di igiene e limitata assistenza medica dentro le strutture carcerarie.

L’organizzazione ha descritto queste condizioni come parte delle violazioni sistematiche riguardanti minori durante fasi critiche del loro sviluppo.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La chiusura del Santo Sepolcro da parte di Israele dimostra che nessuna fede è al sicuro dall’occupazione.

Ismail Patel

31 marzo 2026 – Middle East Eye

Concedere al Patriarca latino l’accesso alla chiesa non risolve il problema fondamentale di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza cristiana palestinese.

A Gerusalemme la Chiesa del Santo Sepolcro è al centro del culto cristiano. È il luogo in cui si commemora la crocifissione e la resurrezione.

Negare l’accesso a questo luogo non è un semplice atto amministrativo. È una violenta interruzione di legami religiosi ancestrali, un’imposizione coloniale che separa i cristiani palestinesi dal cuore della loro vita spirituale e comunitaria.

La perdita non è solo loro. Ogni atto di esclusione da uno spazio sacro è una lezione sull’occupazione israeliana in corso, un monito che la logica del dominio governa ancora Gerusalemme.

Israele ha chiuso la Chiesa del Santo Sepolcro il 28 febbraio, impedendo al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, di entrarvi la Domenica delle Palme.

Questo ha avuto un impatto notevole. Si ritiene che sia la prima volta in secoli che a figure di spicco della Chiesa sia stato impedito di partecipare alla Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro. Il Patriarcato Latino ha definito la decisione “un grave precedente e una mancanza di rispetto per la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la decisione solo dopo aver ricevuto critiche da tutto il mondo, tra cui quelle di uno dei suoi più stretti alleati, Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, il quale ha affermato che negare l’accesso alla chiesa al cardinale era “difficile da comprendere o giustificare”.

Lunedì, la polizia israeliana ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con i leader cristiani per consentire “una preghiera limitata” all’interno della chiesa.

Architettura di controllo

Questa inversione di rotta non è una soluzione, ma una messinscena, una manovra per placare l’opinione pubblica internazionale mentre l’architettura coloniale di controllo rimane intatta.

La vera libertà di culto non può esistere sotto occupazione. La libertà esige lo smantellamento delle strutture che consentono a Israele di dettare l’accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme. Le sole parole, senza la fine dell’occupazione, non fanno altro che perpetuare il danno, alimentando la violenza dell’esclusione e della cancellazione.

Il pretesto della “sicurezza” non giustifica la chiusura.

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri israeliano ha affermato che un missile è caduto a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, vicino alla Moschea di al-Aqsa e alla Chiesa del Santo Sepolcro.

I funzionari israeliani hanno indicato la guerra contro l’Iran come motivo della chiusura dei luoghi sacri della Città Vecchia.

Tuttavia, la sicurezza non dovrebbe significare che il culto possa essere interrotto a capriccio delle autorità di occupazione. Le norme già limitavano gli assembramenti a 50 o 100 persone con accesso ai rifugi antiaerei, dimostrando che erano possibili precauzioni più mirate.

La chiusura totale della chiesa con il pretesto della “sicurezza” e l’ostruzionismo nei confronti del Patriarca latino sono state quindi una scelta politica, mascherata da gestione dell’emergenza.

Non si tratta di episodi isolati. Sono manifestazioni di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza palestinese autoctona nascondendosi dietro al linguaggio della neutralità amministrativa.

Questa non è sicurezza. È l’esercizio del potere che mira a normalizzare l’esclusione.

Il Santo Sepolcro è da tempo governato dallo Status Quo, un assetto di epoca ottomana. Era concepito per mantenere l’equilibrio tra le comunità cristiane attraverso la custodia condivisa.

La sua sospensione sotto il dominio israeliano non rafforza la sicurezza; al contrario, afferma il potere statale sugli spazi sacri e trasforma i luoghi di culto in campi di battaglia per il dominio e l’espropriazione.

Un gesto temporaneo.

Per i cristiani palestinesi, e per tutti gli altri palestinesi, questo non è un affronto isolato, ma il sintomo di un più ampio regime coloniale che controlla la libertà di movimento, il culto, l’istruzione e il diritto stesso di esistere a Gerusalemme.

A gennaio i leader delle chiese palestinesi hanno avvertito che la violenza dei coloni israeliani minaccia la presenza cristiana in Terra Santa.

L’anno scorso Israele ha imposto ripetute restrizioni all’accesso dei cristiani alle celebrazioni della Settimana Santa, mentre un rapporto del Consiglio Ecumenico delle Chiese ha rilevato che l’aumento della violenza, le difficoltà economiche e le restrizioni al culto minacciano le comunità cristiane in tutta la Terra Santa.

Questa realtà quotidiana non comporta solo la perdita di terra, ma anche la regolamentazione del tempo, dei rituali e della dignità. Si tratta di un attacco al tessuto stesso della vita palestinese.

L’inversione di rotta di Netanyahu è un gesto temporaneo e non risolve il problema fondamentale dell’occupazione illegale.

Concedere al patriarca il diritto di accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro solo sotto pressione internazionale non è responsabilità. È gestione dell’immagine.

I cristiani palestinesi della Cisgiordania e di Gaza occupate rimangono esclusi da Gerusalemme e i loro spostamenti limitati da checkpoint ed espulsioni.

Il Santo Sepolcro rimane sotto occupazione. Senza smantellare l’ordine coloniale, tali tregue servono solo a deviare le critiche e a consolidare il controllo.

Libero accesso a tutte le fedi

Questa logica di esclusione non si limita ai luoghi cristiani. I fedeli musulmani, a cui è ancora vietato l’accesso alla moschea di Al-Aqsa, sono stati costretti a trascorrere gran parte del Ramadan e dell’Eid separati da uno dei loro luoghi più sacri.

Coloro che hanno osato pregare fuori dalle mura di Al-Aqsa sono stati dispersi violentemente dalle forze israeliane.

Gerusalemme è governata da un regime di eccezione, dove l’accesso ai luoghi sacri dipende dai capricci della potenza occupante.

Questa non è neutralità. È la gestione coloniale della fede, dove la sicurezza diventa il linguaggio del controllo.

La comunità internazionale deve andare oltre le suppliche ai leader israeliani di aprire i luoghi sacri. Ciò che serve è la garanzia di un accesso libero ed equo ai luoghi sacri per tutte le fedi.

L’apertura del Santo Sepolcro e la richiesta di riapertura della Moschea di Al-Aqsa non sono un favore, ma un imperativo legale, un passo verso il ripristino della dignità e l’affermazione della sovranità palestinese sul proprio patrimonio spirituale e materiale.

Se Gerusalemme vuole rimanere una città di fedi i suoi luoghi sacri devono essere liberati dalla morsa amministrativa dell’occupazione israeliana. Solo allora la città potrà incarnare la promessa di appartenenza condivisa e di giustizia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)