Un medico palestinese detenuto in un carcere israeliano descrive l’incuria medica, le botte e le umiliazioni

Amira Hass

2 agosto 2026 – Haaretz

Il dottor Mazen Rantisi, 71 anni, trattenuto in una struttura carceraria per prigionieri in detenzione amministrativa, ha descritto le violenze delle guardie, il grave sovraffollamento, le squallide condizioni igieniche e il cibo immangiabile. Il Servizio Carcerario: ‘Le accuse sono false’.

Un medico di Ramallah detenuto per più di un mese ha descritto le dure condizioni del carcere di Ofer, una struttura carceraria per detenuti in regime amministrativo in Cisgiordania. Ha rapidamente perso peso a causa del cibo che ha definito non adatto al consumo umano, ha passato i primi dieci giorni senza le sue regolari medicazioni e tuttora gli viene negata una di esse. Le sue richieste di vedere un medico sono rimaste senza risposta, e ha detto, e solo una volta un medico gli ha sentito il polso, attraverso una fessura nella porta.

Il dottor Mazen Rantisi ha reso il suo racconto ad un avvocato del Comitato pubblico contro la Tortura in Israele, che lo ha visitato martedì scorso. La sua testimonianza corrisponde ai risultati di un rapporto dell’Ufficio del Difensore Pubblico che ha evidenziato il degrado delle condizioni di detenzione, e ricalca i racconti di altri detenuti e prigionieri palestinesi.

Il dottor Rantisi, di 71 anni, è conosciuto come il “dottore dei poveri”: fa pagare solo 30 shekel (10 dollari) a visita nella sua piccola clinica e spesso rinuncia al compenso. E’ stato arrestato a casa sua nelle prime ore del 21 giugno e accusato di essere a capo del consiglio dell’Unione dei Comitati dei Lavoratori della Sanità.

L’ONG, fondata nel 1985 da attivisti palestinesi di sinistra, fornisce cure mediche ogni anno a migliaia di palestinesi soprattutto in zone lontane dai centri urbani, ed è legalmente registrata presso il Ministero dell’Interno dell’Autorità Palestinese.

Nel 2020 Israele ha dichiarato l’associazione un’ “associazione illegale”ai sensi dei Regolamenti di Difesa (Emergenza) del periodo del mandato britannico, adducendo che questa ed altre associazioni avessero fatto arrivare denaro al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: un’accusa che esse hanno veementemente respinto. Lo hanno definito un pretesto per ostacolare il lavoro di organizzazioni che operano a favore dei palestinesi. Altri sette abitanti della Cisgiordania sono stati arrestati dopo il 21 giugno per i loro incarichi nell’Unione dei Comitati dei Lavoratori della Sanità. Quattro sono stati rilasciati, di cui tre donne; una di loro, che è stata incriminata come il dottor Rantisi, è stata rilasciata su cauzione.

Saja Misherqi Baransi è stata la prima avvocata ad aver incontrato il dottor Rantisi di persona dopo il suo arresto, sebbene attraverso un vetro divisorio. Altri avvocati hanno parlato con lui solo per telefono o lo hanno visto su uno schermo video nel tribunale militare, dove i giudici hanno più volte prorogato la sua detenzione.

Quando il dottor Rantisi è stato condotto nella sala visite Misherqi Baransi, che lo conosceva da anni, ha constatato quanto fosse diventato magro e debole. Ha detto a Haaretz che due guardie mascherate lo hanno fatto entrare con la schiena curva, la testa china verso il pavimento e le mani ammanettate dietro. La benda sugli occhi era stata rimossa appena prima, ha detto.

Il dottor Rantisi le ha detto che quella era la posizione imposta ai detenuti quando escono dalla cella: per andare in cortile, per spostarsi da un braccio all’altro o verso la stanza dove guardano su uno schermo le loro udienze presso il tribunale militare. Ognuno di questi spostamenti è una tortura, ha detto; quando prova a raddrizzarsi anche di poco le guardie gli spingono la testa di nuovo in basso. Una volta, ha raccontato, la guardia ha cercato di fargli sbattere la testa contro una porta.

Una grata di ferro separa la stanza dove ha avuto luogo l’incontro da quella dove sono posizionate le guardie. Alla base della grata c’è una piccola apertura attraverso cui i detenuti sporgono le mani perchè le guardie rimuovano le manette metalliche. Misherqi Baransi ha visto che il dottor Rantisi faticava a curvarsi e allungare le braccia dietro di lui; ha detto alle guardie che dovevano tenere conto della sua età. Le hanno risposto di non interferire con la procedura, ha detto.

Il dottor Rantisi le ha detto che durante le quattro conte quotidiane del carcere – la prima alle 5 del mattino – i detenuti devono inginocchiarsi contro il muro con la testa china. Ha anche detto che spesso le guardie li insultano e li umiliano.

La cella del dottor Rantisi ha sei letti, ma ospita 10 persone; quattro dormono a turno su materassi sul pavimento. Tutti sono molto più giovani del dottor Rantisi, che ha detto che gli lasciano sempre un letto. Diverse volte a settimana, ha detto, le squadre del Servizio Penitenziario israeliano fanno incursione nelle celle e picchiano i detenuti: loro la chiamano qam’a (soppressione in arabo). Haaretz ha ricevuto simili racconti da altre carceri.

I giovani mi proteggono, mi circondano e si prendono le botte”, ha detto il dottor Rantisi. Durante un’incursione le guardie hanno sparato gas lacrimogeni nella cella. L’esperienza di soffocamento è stata straziante per lui.

Da quando è stato incarcerato il dottor Rantisi ha indossato gli stessi indumenti forniti dal Servizio Penitenziario israeliano, lavandoli con un sapone che, come ha detto, “puzza terribilmente”. Un’unica saponetta viene usata da tutti i detenuti sia per lavarsi che per lavare i vestiti e si esaurisce prima che ne arrivi una nuova. Poichè non gli è permesso di stendere i panni ad asciugare in cella durante le conte, a volte sono costretti a rimettersi camicie e pantaloni bagnati o umidi.

Il dottor Rantisi ha detto alla sua avvocata che il Servizio Penitenziario israeliano non fornisce detersivi, scope o stracci per pavimenti e che la stanza è torrida e piena di pulci e zanzare. Il problema è peggiorato dal fatto che le guardie portano i materassi nel cortile, li lavano e li riportano dentro bagnati. L’umidità produce muffa.

Il cibo viene portato in cella tre volte al giorno, ma il dottor Rantisi dice che è immangiabile e le porzioni sono scarse. Nei primi giorni non è riuscito a toccarlo. L’hummus non è cotto, ha detto, il riso puzza, i pomodori sono quasi marci e le uova non sono fresche. Poco a poco ha iniziato a mangiare un po’ di pane, anche se era ammuffito. Ai detenuti non vengono dati libri da leggere, nè penne o quaderni.

In risposta il Servizio Penitenziario israeliano ha affermato: “Le accuse descritte sono false, non sono basate su fatti e fanno parte di una campagna di denigrazione contro lo Stato di Israele e le sue legittime istituzioni. Il Servizio Penitenziario agisce in base alla legge e sotto costante supervisione giuridica. Tutti coloro che sono sotto custodia del Servizio Penitenziario sono detenuti nel rispetto della legge e dei diritti e del trattamento richiesti dalla legge.”

Ma il rapporto dell’Ufficio del Difensore Pubblico, pubblicato il 1° luglio, afferma che nel 2025 le condizioni di detenzione in Israele sono significativamente peggiorate, con ciò che viene definita una violazione senza precedenti dei diritti di detenuti e prigionieri. Il rapporto punta il faro sul sovraffollamento, la scarsa pulizia e igiene, le infestazioni di insetti, la carente aereazione e la mancanza di dotazioni di base per i detenuti. Sottolinea che il sovraffollamento è tuttora peggiore tra i detenuti e i prigionieri e riporta le loro lamentele circa grave mancanza di cibo, inadeguate cure mediche e costante violenza. Secondo il rapporto questi problemi sono stati portati all’attenzione del procuratore generale e del commissario del Servizio Penitenziario israeliano.

Dichiarazione: chi scrive è amica personale del dottor Rantisi e di sua moglie.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Le uccisioni di Tell: il diritto all’autodifesa si applica solo agli ebrei?

Ahmad Tibi

26 luglio 2026 – Middle East Eye

Coloni armati hanno attaccato un villaggio della Cisgiordania, eppure la società israeliana ha accusato dell’atto violento i palestinesi. Quando l’autodifesa dipende dalla nazionalità l’uguaglianza di fronte alla legge smette di esistere.

C’è qualcosa di sorprendentemente prevedibile nel modo in cui la società israeliana si racconta delle storie. Avviene un incidente e nel giro di qualche minuto i ruoli vengono assegnati: ci sono una vittima e un aggressore, il giusto e il colpevole. Solo più tardi, semmai, vengono esaminati con attenzione i fatti. Nel frattempo l’opinione pubblica ha già emesso il suo verdetto.

È quello che è successo venerdì a Tell, un villaggio palestinese a sud di Nablus nella Cisgiordania occupata, dove coloni e soldati israeliani hanno ucciso quattro palestinesi dopo che la mattina presto decine di coloni armati avevano fatto irruzione in case e terreni agricoli alla periferia del villaggio.

Anche due israeliani, una guardia di sicurezza di una colonia e un ufficiale dell’esercito, sono stati colpiti a morte.

All’inizio le prime pagine dei media israeliani hanno parlato di un “escursionista israeliano” ucciso in uno scontro a fuoco; in poche ore sono seguite le parole “attacco terroristico” e “terroristi”. Di fatto tutto il villaggio è stato accusato prima che avesse inizio una qualunque indagine seria.

Ma la vicenda non è iniziata con la morte dei due israeliani.

Secondo testimoni e riprese video condivise in rete i coloni armati sono entrati nel villaggio arrivando da Havat Gilad, un avamposto coloniale israeliano illegale con una lunga storia di scontri e attacchi contro le vicine comunità palestinesi. Un video che è ampiamente circolato sembra mostrare un colono che estrae un’arma da fuoco e minaccia di sparare.

Ne sarebbe seguita una colluttazione terminata con un colpo letale di arma da fuoco. Le autorità israeliane hanno presentato una versione diversa degli eventi. Le discrepanze tra i racconti sottolineano la necessità di un’indagine accurata e indipendente invece di accogliere immediatamente una sola narrazione. Eppure non è stata quasi per nulla posta una domanda ovvia: in primo luogo, cosa stavano facendo coloni armati all’interno di un villaggio palestinese?

Questa domanda mette in discussione uno dei presupposti più radicati nel discorso pubblico israeliano: i coloni ebrei godono di un diritto pressoché illimitato a spostarsi attraverso le comunità palestinesi mentre si pretende che i palestinesi giustifichino persino il loro diritto basilare di vivere in sicurezza nei loro villaggi.

Gli abitanti di Tell non si sono svegliati cercando lo scontro. Si sono svegliati in una situazione ormai consolidata nella Cisgiordania occupata, documentata ripetutamente dalle organizzazioni israeliane per i diritti umani e da osservatori internazionali: gruppi di coloni armati che invadono terreni coltivati, zone di pascolo e, a volte, villaggi palestinesi.

Eppure ogni volta che questa violenza finisce in tragedia il contesto generale scompare e ogni cosa è ridotta a una sola parola: terrorismo.

Ma il terrorismo non è una categoria etnica.

Se civili armati terrorizzano un’altra popolazione civile con pesanti intimidazioni, cercando di cacciare le famiglie dalla propria terra, questo come dovrebbe essere chiamato? La definizione cambia semplicemente perché i responsabili sono ebrei?

Due sistemi

La Cisgiordania occupata è governata da due sistemi di diritti e la divisione è più profonda della legge. Separa due criteri riguardo al valore degli esseri umani.

I coloni ebrei godono di una maggiore libertà di movimento, una maggiore protezione dall’applicazione delle leggi e, troppo spesso, in pratica dell’impunità. Nel contempo i palestinesi spesso vengono trattati come sospetti persino prima che si sia stabilito quali siano stati i fatti.

Il suprematismo ebraico è spesso liquidato come uno slogan. In pratica è un sistema di dominio in cui l’identità nazionale determina la protezione che si riceve, i diritti di cui si gode e le supposizioni della società riguardo alla colpevolezza e all’innocenza.

La violenza dei coloni è diventata un metodo per operare la pulizia etnica. La campagna quotidiana di intimidazioni è ben documentata: intrusioni in terreni privati, invasioni di zone di pascolo, blocchi delle strade, sradicamento di ulivi, incendi di case e campi e aggressioni di agricoltori e pastori.

L’obiettivo è rendere impossibile la vita quotidiana finché i palestinesi abbandonano le proprie case e terre. Quando la gente se ne va perché giunge alla conclusione che nessuna autorità la proteggerà si tratta di espulsione forzata.

Nel linguaggio ufficiale tutto questo è ripulito con una parola innocua: “frizione”. È lo stesso eufemismo utilizzato dall’esercito israeliano riguardo alla violenza che circonda gli avamposti dei coloni e anche gli osservatori dell’ONU elencano come le “crescenti frizioni” tra le forme di pressione per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

Le conseguenze sono già visibili. Secondo i dati dell’ONU dall’inizio del 2023 nella Cisgiordania occupata 117 comunità di pastori palestinesi e beduini sono state totalmente o parzialmente espulse da attacchi dei coloni e relative restrizioni e circa 6.000 persone sono state obbligate a lasciare le proprie case.

Chiamiamola per quello che è: la sistematica espulsione di una popolazione civile dalla propria terra.

Questi incidenti non possono più essere sminuiti come le azioni di “qualche estremista”. Quando lo stesso modello si ripete in tutta la Cisgiordania mentre importanti dirigenti politici invocano apertamente l’espansione delle colonie, la fondazione di nuovi avamposti e la riduzione della presenza palestinese sulla terra, non è più credibile spiegare tutto ciò come una coincidenza.

Il test di Dromi

Immaginiamo per un momento lo scenario contrario: 20 palestinesi armati entrano a Havat Gilad. Non sparano neanche un colpo, camminano semplicemente nella comunità e si scontrano con i suoi abitanti. Quanto ci vorrebbe prima che ogni studio televisivo dichiarasse che si tratta di un attacco terroristico? Quanti politici chiederebbero una rappresaglia militare? Quanti commentatori metterebbero in discussione il diritto dei coloni a difendersi?

Tutti sappiamo la risposta.

Il che ci porta ad un’altra domanda. Per anni i politici israeliani hanno difeso orgogliosamente quella che è nota come la Legge Dromi, una norma che estende la protezione legale concessa ad individui che difendono le proprie case, fattorie e proprietà contro gli intrusi.

Ma questo principio è universale o si applica solo agli ebrei? Quando coloni armati entrano in un villaggio palestinese gli abitanti palestinesi hanno lo stesso diritto legale e morale di difendersi? O il principio che sta dietro la Legge Dromi si applica solo quando l’intruso è arabo e il proprietario è ebreo?

Questa è una domanda etica quanto giuridica. Se il diritto all’autodifesa dipende dall’identità nazionale l’uguaglianza di fronte alla legge cessa di esistere.

C’è una legge per gli ebrei e un’altra per i palestinesi. Molti nel mondo danno un nome a questo sistema: apartheid sotto occupazione.

Nessuna democrazia può resistere se la legge smette di essere cieca rispetto all’identità e distingue invece tra le persone in base alla nazionalità.

Lo stesso valore

Il rifiuto della violenza poggia su una semplice premessa: ogni vita umana ha lo stesso valore. Venerdì due israeliani hanno perso la vita; anche quattro palestinesi hanno perso la loro. Ognuna di queste morti avrebbe dovuto essere evitata. Una società morale non decide quali vittime meritano empatia e quali spariscono dalla consapevolezza pubblica.

Anche qui quelli che sostengono di rappresentare il campo democratico in Israele hanno fallito. Mi aspettavo che Yair Golan, il leader del Partito dei Democratici, all’opposizione, e i suoi colleghi chiedessero un’inchiesta complessiva e riconoscessero che la violenza dei coloni fa parte del quadro. Invece hanno rapidamente adottato la narrazione che proviene da Havat Gilad.

Quando persino i partiti politici israeliani di centro e della sinistra adottano il quadro concettuale dell’estrema destra il disaccordo politico diventa una questione di gradazione e non di principio. Nel contempo il governo più estremista nella storia di Israele continua a legittimare un discorso di incitamento all’odio, suprematismo e disumanizzazione.

A poche ore dalle uccisioni di venerdì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha detto che Tell e due villaggi vicini “devono diventare come i campi profughi di Nablus e Tulkarem,” in riferimento a quelli distrutti dalle forze israeliane lo scorso anno.

Quando ministri e parlamentari parlano di cancellare villaggi, espellere popolazione o imporre punizioni collettive le loro parole danno forma alla realtà. Legittimano la violenza ed erodono lo stato di diritto.

Spesso Israele si descrive come “l’unica democrazia” del Medio Oriente. Ma la vera misura di una democrazia è se ogni vita umana ha lo stesso valore, comprese le vite palestinesi.

Il filosofo ebreo Abraham Joshua Heschel ha scritto che in una società libera “alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili.”

Oggi in Israele i diritti sono ineguali. La protezione giuridica è ineguale. A volte persino il riconoscimento fondamentale dell’umanità condivisa sembra ineguale.

Il villaggio di Tell è diventato un test per verificare se la società israeliana vuole affrontare la realtà così com’è invece che come la vuole vedere.

Se Israele continua a descrivere la violenza dei coloni come “frizione”, il suprematismo ebraico come un diritto naturale e l’autodifesa palestinese come terrorismo potrebbe scoprire un giorno che l’occupazione non ha rovinato solo l’occupato, ma anche l’occupante.

La storia non ricorderà chi ha vinto il diverbio su Tell, ma se Israele sceglie l’uguaglianza davanti alla legge o una legge che protegge solo alcuni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Il dottor Ahmad Tibi è il presidente del partito Ta’al [partito della sinistra arabo-israeliana, ndt.] e membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Seconda Parte)

Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Prima parte

Ricompense per le espulsioni

Un’analisi sui dati delle colonie rivela alcuni sviluppi già visti in precedenza ma che Israele ha evitato per decenni, come la legalizzazione di sette insediamenti su terreni utilizzati come basi militari e la creazione di 44 colonie su terre non riconosciute come statali, compresi appezzamenti di proprietari privati palestinesi. Oltre a questi sono stati identificati altri sviluppi senza precedenti: l’approvazione di colonie in zone di tiro, la legalizzazione di avamposti coinvolti nell’espulsione di comunità [palestinesi] e la creazione di insediamenti coloniali su terreni che sono stati soggetti a pulizia etnica.

Questo ultimo dato emerge dall’esame della posizione delle colonie confrontata con la mappa delle comunità espulse stilata da B’Tselem [ong israeliana, ndt.]. In 19 casi su 103 il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione di avamposti nei pressi dei quali dal 2022 le comunità [palestinesi, ndt.] sono state espulse, in molti casi con il notorio coinvolgimento diretto dei coloni nelle espulsioni. In altri due casi è stato approvata la creazione di un nuovo insediamento coloniale nei pressi di comunità espulse. Decine di colonie sono già state definite zone con autonomia amministrativa, benché ciò non sia stato attribuito alle strutture abbandonate delle comunità espulse, molte delle quali si trovavano su terre il cui status era stato riconosciuto come proprietà privata palestinese.

In coordinamento con i vertici politici e militari sono stati creati avamposti agricoli e a questi sono state concesse a pascolo terre pubbliche in modo non trasparente. Un rapporto del 2024 di Peace Now e Kerem Navot [ong israeliana che monitora la colonizzazione della Cisgiordania, ndt.] rivela che la maggior parte della terra occupata dagli avamposti agricoli, che rappresentano centinaia di migliaia di dunam, non è affatto terra dello Stato e non è stata assegnata in modo legale agli allevamenti. Dallinizio della guerra [contro Gaza, ndt.] decine di comunità sono scappate a causa del terrorismo inflitto loro da questi abitanti.

La colonia di Mitzpeh Eretz, ad esempio, è la legalizzazione dell’avamposto di Netzah Harel, fondato nel 2023 tra le aree della comunità beduina di Mu’arrajat al-Markaz. Le strutture di questa comunità si trovavano su terre palestinesi riconosciute come di proprietà privata, mentre l’avamposto agricolo era su un vicino appezzamento di terra statale e terrorizzava i suoi vicini. Nel dicembre di quell’anno la comunità beduina è stata obbligata a scappare. Una foto satellitare del 2023 mostra la fattoria incastonata nel complesso della comunità, mentre una foto del 2025 la mostra nei pressi delle strutture abbandonate.

La stessa cosa è successa nellinsediamento coloniale di Kanfei Hashahar. E’ nato come avamposto agricolo di Gaon Yarden, fondato nel 2020 su una piccola porzione di terra statale a nord della comunità di Ein Samiya e a ovest di quella di Ras al-Tin, entrambe su terreni palestinesi riconosciuti come proprietà privata. Nel luglio 2022 gli abitanti di Ras al-Tin sono stati espulsi e nel maggio 2023 anche quelli di Ein Samiya. Non lontano da lì nel 2023 è stata creata anche la fattoria HaTeena, a nord dellavamposto agricolo di Malchei Hashalom, che è stato riconosciuto come colonia lo stesso anno. Tra le due fattorie cera la comunità di al-Qabun, espulsa nellagosto 2023.

Malachei Hashalom, creata nel 2015, è considerata la fattoria madre” della zona. La sua prima emanazione, lavamposto agricolo Harashash, è stata fondata nel 2020 e ha occupato vaste aree di pascolo. Nellottobre 2023 è stata espulsa la vicina comunità di Ein al-Rashash, e due mesi dopo anche quella di Khirbet Jabait. Altre comunità nei dintorni di Duma e di al-Mughayyir sono state espulse dopo continue vessazioni da parte di altri avamposti agricoli legati a Malachei Hashalom, tra cui quello di Giborei David, la cui legalizzazione è stata approvata lo scorso marzo, lo stesso mese in cui ha espulso la comunità di Kaabneh.

Mentre gli abitanti di al-Kaabneh discutevano se cercare di tornare alle proprie case, che si trovano su terreni riconosciuti come di proprietà privata palestinese e che ora sono state denominate terre in fase di indagine” [letteralmente survey lands” definizione previa alla denominazione come terre dello Stato, ndt.], il gabinetto di sicurezza aveva già approvato la creazione lì di una nuova colonia.

La legalizzazione di Malachei Hashalom incarna ogni ramificazione del meccanismo di erosione delle terre palestinesi. Si trova su terreni privati palestinesi di proprietà del villaggio di al-Mughayyir, per i quali alla fine degli anni 70 lesercito emise un ordine di esproprio. Le leggi internazionali in effetti stabiliscono che tali ordini potrebbero essere imposti solo per scopi militari e in forma provvisoria, ma in quegli anni fungevano da principale mezzo per fondare colonie, che lo Stato allora sosteneva servissero per uno scopo temporaneo di sicurezza.

Nel 1979, in seguito a un ricorso della colonia di Elon Moreh allAlta Corte, in cui i coloni chiarirono che per loro si trattava di un insediamento permanente, lapproccio cambiò. Il governo approvò la Risoluzione 145, che stabiliva che da allora in poi la creazione di colonie sarebbe avvenuta su terre dello Stato”.

Molti degli ordini militari imposti rimasero in vigore e sulle terre di al-Mughayyir venne creato un avamposto della brigata Nahal dellIDF [l’esercito israeliano, ndt.] e trasformato in una base dellartiglieria. Nel corso degli anni essa si ridusse di dimensioni e nel 2015 alcuni coloni occuparono la parte abbandonata. Dopo otto anni, nel febbraio 2023, il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione dellavamposto [dei coloni, ndt.]. Tuttavia su tali terreni, di proprietà privata palestinese in unarea teoricamente espropriata per scopi militari, non possono essere approvati progetti edilizi.

Per risolvere il problema è stata tirata fuori una vecchia soluzione: lo scorso giugno 750 dunam sono stati dichiarati terra dello Stato per legalizzare retroattivamente la colonia. Da allora la zona è stata dichiarata territorio amministrativamente autonomo e la sua piena legalizzazione è imminente.

Si prevede che questo trucco verrà utilizzato a favore di altri 43 insediamenti su terre che non sono state approvate come terreni delle Stato per la costruzione. Come Malachei Hashalom, 15 di essi si trovano su terreni che l’Amministrazione Civile ha definito terre private palestinesi.

Malachei Hashalom è anche una delle 7 colonie approvate in basi militari dismesse. A tale proposito si tratta di un caso particolarmente estremo: un insediamento fondato su terra privata sottoposta a un ordine di esproprio militare e attorno al quale sono state operate massicce espulsioni della comunità viene legalizzato attraverso la dichiarazione che si tratta di terreni statali.

E’ un caso estremo, ma non eccezionale. Nel corso dei decenni successivi alla Risoluzione 145 in Cisgiordania centinaia di migliaia di dunam sono stati dichiarati terre dello Stato, cioè terre pubbliche. Secondo le Convenzioni dellAia è previsto che il potere occupante (Israele) preservi le risorse del territorio della popolazione occupata a titolo provvisorio e le gestisca a favore di questultima. Ma nel 2018, in seguito a un ricorso da parte dellong [israeliana] Bimkom e dellAssociazione per i Diritti Civili in Israele, è risultato chiaro che più del 99% dei terreni dello Stato destinati allo sviluppo civile è stato ceduto per la colonizzazione.

Oltre a queste, sette insediamenti sono stati approvati in zone di tiro, dove è vietato lingresso ai civili, un divieto applicato ai palestinesi ma non ai coloni che lo violano. Questo è un fenomeno nuovo, ma chiunque abbia anche solo una vaga conoscenza della storia non dovrebbe essere sorpreso. Negli anni successivi al 1967 circa il 20% del territorio della Cisgiordania, compresi terreni riconosciuti come proprietà privata palestinese, è stato dichiarato zona di tiro.

Nel verbale di una discussione della Commissione Ministeriale Congiunta sulle Questioni delle Colonie del 1979 lallora ministro dellAgricoltura Ariel Sharon, che aveva dato il via a questa pratica nel 1967, spiegò che le zone di tiro erano state tutte ideate per uno scopo: fornire unopportunità per la colonizzazione ebraica nella zona.”

Da allora nel corso degli anni lo Stato ha continuato a legare il preteso scopo securitario con l’intenzione meno dibattuta di impedire lo sviluppo palestinese nella zona. Tra le varie questioni, nel 2014 un importante ufficiale del Comando Centrale [dell’esercito israeliano, ndt.] affermò che l’addestramento nelle zone di tiro intendeva ridurre il numero di palestinesi che vi vivevano e nel 2022 l’Alta Corte ha consentito l’espulsione di otto villaggi dalla Zona di Tiro 918 a Masafer Yatta dopo che l’esercito aveva sostenuto che ciò era fondamentale per mantenere l’efficienza operativa [delle truppe].

Da allora vi sono stati creati circa 10 avamposti, compresi tre aziende agricole nate in coordinamento con i vertici politici e militari; ciò non ha impedito allesercito di sostenere ancora una volta, nel giungo 2025, che le costruzioni palestinesi interferiscono con le sue attività di addestramento. Recentemente il capo del Comando Centrale ha firmato ordini per escludere terreni da varie zone di tiro in Cisgiordania dopo che degli avamposti [di coloni, ndt.] avevano invaso il loro territorio, un passo che si prevede accelererà la loro legalizzazione.

Smuovere le acque

Vasti settori dell’opinione pubblica israeliana si augurano che ci siano cambiamenti se il governo di Netanyahu verrà sostituito in seguito alle imminenti elezioni. Ma sarà possibile rovesciare la rivoluzione che lo Stato ha messo in atto in Cisgiordania negli ultimi anni? “Alcune delle iniziative sono revocabili. Poteri che sono stati trasferiti possono essere restituiti, allocazioni finanziarie possono essere cancellate. Molte cose possono essere radicalmente cambiate, ma ciò richiede passi concreti con un altissimo costo politico, soprattutto riguardo all’evacuazione (di colonie),” afferma Ofran.

Il prossimo governo sarà in grado di annullare la costituzione di nuove colonie, ma mentre stiamo parlando sono già state fondate illegalmente sul terreno a un ritmo accelerato e con uno stanziamento di denaro destinato a questo scopo. Ogni passo che viene fatto (la pubblicazione di un bando di gara, un contratto firmato, una struttura occupata) richiederà uno sforzo politico molto maggiore se lo si vuole annullare. Più ci allontaniamo da un accordo politico più alto sarà il suo prezzo.”

Secondo Ofran la questione cruciale non è solo quanto potere avranno quelli che si oppongono alle colonie, ma anche cosa faranno a questo riguardo. Se, con il fine di garantire la coesione della coalizione, non decidono di smuovere le acque, come negli ultimi 20 anni, non cambierà niente. E altrettanto succederà se agiranno come il governo del cambiamento(il breve governo Bennett-Lapid) che disse di non aver intenzione di modificare lo status quo. Riguardo a tutte le colonie che sono state approvate diranno: Non è una cosa nuova, è già stato deciso.”

Il dottor Shaul Arieli, che guida il gruppo di ricerca Tamrur-Politography che si concentra sul conflitto israelo-palestinese, propone unopinione diversa: A breve termine le 103 nuove colonie sono in buona misura un bluff burocratico, un tentativo di creare infrastrutture nel futuro. Molte di queste sono derivazioni di quartieri e avamposti che sono stati legalizzati, non nuove costruzioni o un incremento di popolazione,” afferma.

In pratica nel corso degli ultimi 20 anni c’è stato un graduale declino nel bilancio migratorio complessivo delle colonie e durante il mandato dell’attuale governo è diventato negativo: se ne sono andate più persone di quante siano arrivate. Quindi a medio termine, anche se il prossimo governo non cambiasse la politica e questi insediamenti venissero popolati, si prevede che vi andranno a vivere solo alcune centinaia di abitanti, mentre esse creano un pesante fardello per la sicurezza. Militarmente più una comunità è piccola più è facile evacuarla. La questione è prendere una decisione e agire in modo complessivo e sistematico, e per fare ciò è necessario un contesto politico diverso rispetto all’attuale.”

Arieli insiste sul fatto che una soluzione a due Stati è ancora fattibile: Il territorio consente ancora una separazione a un prezzo politico ragionevole per entrambe le parti. Con uno scambio di terre del 4% del territorio l80% della popolazione israeliana al di là della Linea Verde può rimanere sotto sovranità israeliana,” sostiene, ma ci risulta difficile trasmettere questo dato allopinione pubblica. La sensazione che una soluzione politica non sia realistica è una vittoria cognitiva dei coloni sullopinione pubblica israeliana.”

E a lungo termine? Secondo Arieli se le 103 colonie vengono realizzate e Israele si muove verso un accordo politico il prezzo nazionale che dovrà pagare sarà maggiore, in parte a causa della necessità di evacuarle. Al contrario, se sceglie di non perseguire un accordo politico ma di annettere i territori, questi 103 insediamenti non cambieranno la perdita della maggioranza ebraica o, alternativamente, la perdita del regime democratico in Israele.”

Dror Etkes, di Kerem Navot, non è ottimista. Echiaro che quello che è stato fatto in Cisgiordania nel corso degli ultimi tre anni e mezzo è irreversibile,” afferma. Uno Stato che non riesce e si rifiuta di evacuare avamposti nelle zone dell’Autorità Nazionale Palestinese che sono stati creati per provocare il collasso degli Accordi di Oslo e non riesce e si rifiuta di sanzionare i propri soldati sicuramente non evacuerà oltre 200 avamposti fondati durante il mandato dellattuale governo, che ha stretto unalleanza con nazionalisti criminali.

Levacuazione di questi avamposti e colonie, la cui dislocazione è stata accuratamente scelta, o anche solo di una piccola parte di essi richiederà che lo Stato eserciti la propria autorità e violenza che non sono mai state utilizzate contro i coloni in Cisgiordania, neppure durante il disimpegno. È difficile immaginare che lex-direttore del Yesha Council delle colonie [organizzazione dei consigli municipali dei coloni, ndt.] Naftali Bennett entri in conflitto con i suoi amici e collaboratori, e altrettanto Gadi Eisenkot, che è stato fotografato qualche mese fa in uno degli avamposti più violenti della Cisgiordania. Nei prossimi anni Israele continuerà a intensificare il proprio coinvolgimento nel pantano dellapartheid che ha creato e alimentato con le proprie mani.”

(traduzione dallinglese di Amedeo Rossi)




Quasi metà del governo israeliano si unisce alla marcia che promette insediamenti a Gaza

Oren Ziv

20 luglio 2026 – +972 Magazine

Migliaia di attivisti di destra hanno attraversato una zona militare chiusa fino alla barriera di Gaza, cantando inni genocidi mentre i soldati distribuivano bottiglie d’acqua

Difficilmente la “Marcia dei mille” potrebbe essere definita una manifestazione o una protesta. Simili azioni vengono di solito intraprese in opposizione al governo o per chiedere qualcosa dall’esterno. Ma quando domenica alcune migliaia di attivisti di destra hanno marciato fino alla barriera che circonda Gaza chiedendo che Israele ristabilisse gli insediamenti nella Striscia lo hanno fatto con la partecipazione di quasi metà del governo e sotto gli auspici della polizia – nonostante l’area fosse stata dichiarata dall’esercito zona militare chiusa, l’ingresso nella quale è un reato passibile di arresto.

La marcia aveva l’obiettivo dichiarato di esercitare pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché promuovesse la costruzione di insediamenti a Gaza, cosa che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva promesso a giugno sarebbe avvenuta “non appena il Primo ministro avesse dato la sua approvazione”. Ma l’evento intendeva anche dimostrare chi comanda, chi sta al di sopra della legge e può ottenere ciò che vuole, come hanno già fatto a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, con o senza il Primo ministro.

I manifestanti, molti dei quali erano stati portati in autobus dagli insediamenti della Cisgiordania occupata, sono partiti dalla spiaggia di Zikim, appena a nord della Striscia di Gaza. A poche centinaia di metri dalla spiaggia la polizia militare aveva allestito un posto di blocco e i soldati, con impassibile serietà, presentavano ai partecipanti l’ordinanza in base alla quale l’accesso all’area era precluso in quanto zona militare e cercavano di costringere i veicoli a tornare indietro.

Ma le orde giunte sul posto non avevano alcuna intenzione di desistere: hanno proseguito la marcia, superando un posto di blocco dopo l’altro e incontrando scarsa resistenza. Come già in occasioni precedenti, l’obiettivo era raggiungere un punto di ritrovo vicino alla barriera perimetrale di Gaza, un luogo dove al pubblico è generalmente vietato l’accesso.

Per un momento è sembrato che la polizia – che aveva schierato agenti in tenuta antisommossa e unità equipaggiate con sofisticati veicoli fuoristrada tipicamente impiegati in operazioni contro i beduini palestinesi nel vicino Naqab (o Negev) – stesse davvero cercando di respingere i manifestanti. Ma l’esito finale e la presenza tra i manifestanti del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir hanno chiarito che si trattava soltanto di una messinscena, dato che è lui ad avere il comando della polizia. Per tutta la durata dell’evento, protrattosi fino a dopo il tramonto, la folla ha continuato ad affluire nella zona vicino alla barriera.

Solo un anno fa gli attivisti di sinistra che manifestavano vicino alla barriera venivano aggrediti violentemente e arrestati. Ieri l’atmosfera era diversa: era evidente che la polizia e l’esercito temevano scontri con i manifestanti ed evitavano di intraprendere azioni serie per impedire loro di avvicinarsi alla barriera.

“Cosa possono farci?” ha chiesto retoricamente una giovane donna alla sua amica, mentre i veicoli della polizia avanzavano verso di loro. Altri si chiedevano se sarebbero effettivamente riusciti a entrare a Gaza. Lungo tutto il percorso della marcia, le case distrutte di Beit Lahiya erano chiaramente visibili.

Nemmeno quando centinaia di manifestanti sono scesi sulla strada a uso esclusivamente militare proprio accanto alla barriera, mentre danzavano e cantavano il popolare canto genocida che invoca vendetta contro i palestinesi, nessuno ha tentato di allontanarli. Gli organizzatori del movimento di coloni Nachala [movimento oltranzista e ultranazionalista israeliano fondato nel 2005, ndt.] hanno chiesto educatamente ai partecipanti di tornare in cima, dove si sarebbe tenuto il comizio, ma nessuno ha dato loro ascolto.

È stato sconcertante vedere come, nonostante il caos generale, l’esercito distribuisse grandi bottiglie d’acqua minerale ai presenti all’interno di una zona militare chiusa, proprio accanto alla barriera, e per tutta la durata dell’evento diversi soldati si fermassero a dire ai manifestanti “bravi”. Con il calare del buio, i veicoli militari hanno riportato alcuni delle centinaia di partecipanti giunti fino alla barriera al punto di raccolta delle navette.

Nel corso degli anni ho documentato centinaia di proteste in tutto il territorio israelo-palestinese. Ma in nessuna di esse i manifestanti hanno mai ricevuto trasporto se non verso la stazione di polizia dopo essere stati fermati, e l’unica “bevanda” offerta loro dall’esercito e dalla polizia è sempre stata “acqua skunk” [liquido maleodorante usato per disperdere i manifestanti, ndt.] o gas lacrimogeno.

“Non ci saranno più arabi a Gaza”

La richiesta specifica dell’evento era quella di stabilire tre insediamenti nel nord di Gaza “ancora prima delle elezioni”, secondo la portavoce di Nachala Daniela Weiss, che si è rivolta alla folla rimasta sulla strada sopra la barriera. “Siamo qui per rendere Gaza di nuovo ebraica” ha dichiarato. “Ventun anni fa, 10.000 ebrei sono stati espulsi (un riferimento al piano di ‘disimpegno’ del governo israeliano del 2005) e il luogo si è trasformato in una tana di mostri.

“La gente mi chiede: ‘Cosa succederà agli arabi a Gaza?’ Non ci saranno più arabi a Gaza – punto e basta” – ha detto Weiss, tra gli applausi.

“Questa è casa mia; io c’ero. Torneranno tutti” – ha detto Mazal Haniya, che viveva nell’insediamento di Neve Dekalim prima del disimpegno. Alla domanda su cosa ne sarebbe stato dei palestinesi a Gaza, ha risposto: “Ci ho vissuto per 20 anni e non ho mai infastidito nessuno; loro hanno attaccato me e ucciso i miei amici. Sarei felice se decidessero che non vale la pena restare in un posto così difficile. Dovrebbero andarsene perché stanno soffrendo.”

Alcune magliette dei manifestanti recavano lo slogan “Occupazione, Espulsione, Insediamenti”, accompagnato dall’immagine di un bulldozer. Altre magliette proclamavano: “Ebrei di Gaza: non è un sogno, è realtà.”

Durante la marcia Ben Gvir ha osservato con orgoglio che “se tre anni fa qualcuno avesse detto che avremmo controllato il 70% della Striscia di Gaza nessuno ci avrebbe creduto”. Non ha fatto menzione, naturalmente, del genocidio che ha reso possibile l’occupazione israeliana dell’enclave.

Nir Barkat, ministro dell’Economia e dell’Industria israeliano, ha ringraziato Weiss per i suoi sforzi costanti volti a favorire la creazione di nuovi insediamenti ebraici a Gaza, osservando che lo stava facendo “in coordinamento con il governo israeliano”.

Dopo il 7 ottobre, le attività degli attivisti di destra vicino alla barriera – tra cui un’irruzione a Gaza e una conferenza a Gerusalemme, dove migliaia di persone ballavano ed esultavano mentre la maggior parte del pubblico era ancora sotto shock – avevano suscitato inquietudine e persino indignazione. Oggi persino questo si è normalizzato, nell’ambito della campagna elettorale della destra, ufficialmente iniziata ieri.

+972 Magazine ha contattato la polizia e l’esercito israeliani per un commento. L’ufficio del portavoce della polizia ci ha rimandati all’ufficio del portavoce dell’esercito, il cui commento verrà aggiunto qui non appena ricevuto.

Oren Ziv

Oren Ziv è fotogiornalista, reporter per Local Call [edizione israeliana di +972, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi impegnati nella copertura di lotte sociali e politiche in Israele-Palestina, spesso legate ai diritti umani e al conflitto israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele minaccia di impadronirsi dell’antico bacino idrico vicino a Betlemme

Julian Borger e Quique Kierszenbaum 

Artas, Cisgiordania

domenica 19 luglio 2026 The Guardian

Le Piscine di Salomone risalgono al II secolo a.C. e sono diventate un luogo di svago per la vicina Betlemme

La minaccia di Israele di impadronirsi degli antichi bacini idrici vicino a Betlemme rappresenterebbe una significativa escalation nell’intensificarsi della campagna per il controllo della terra in Cisgiordania e della narrazione storica del Medio Oriente.

Da quando a maggio il ministro Finanze di Israele, l’estremista Bezalel Smotrich, ha minacciato esplicitamente di “cancellare” l’accordo che, oltre 30 anni fa, ha confermato la proprietà palestinese delle Piscine di Salomone, coloni e esercito israeliano hanno incrementato la loro presenza intorno allo spettacolare sito.

Le piscine risalgono al II secolo a.C. anche se la costruzione principale fu attuata dai romani un secolo dopo, parte di un imponente progetto ingegneristico composto da due bacini, acquedotti e canali per rifornire d’acqua Gerusalemme che dista 13 km.

Un terzo bacino monumentale fu aggiunto sotto il dominio ottomano quando fu costruito anche un forte per proteggere la fornitura d’acqua. Durante il periodo mandatario dal 1923 al 1948 le autorità britanniche modernizzarono il sistema usando condutture metalliche e pompe.

Ora la stazione di pompaggio in pietra chiara sulle colline boscose della zona dell’era mandataria è abbandonata e le piscine, in alcuni punti profonde oltre 10 metri, non convogliano più l’acqua a Gerusalemme, ma sono diventate la fonte principale di intrattenimento nell’area.

Un pomeriggio, di recente, dei bambini dei vicini villaggi di Artas e al-Khader hanno cominciato a buttarsi dai muri di pietra nell’acqua verde della piscina di mezzo, mentre dall’altro lato un gruppetto di pescatori pescava tra le canne dei bastioni.

Di venerdì e durante le vacanze le famiglie vengono da Betlemme, quasi quattro chilometri a nord-est, per passare la serata, nuotare e fare un picnic. Poiché la città è accerchiata da tutti i lati da nuove colonie le piscine sono diventate sempre più un rifugio per gli abitanti.

In tutta Betlemme è l’unico posto dove si può trovare un posto per sedersi e godersi l’acqua, l’ombra, gli spazi verdi – e ora stanno cercando di portarcelo via,” dice Mahmoud Jaber, un attivista del posto e orticultore ad Artas, che usa l’acqua delle sorgenti locali per coltivare verdure.

Anche se un distretto della colonia di Efrat incombe sopra le piscine, a maggio esse sono state direttamente minacciate quando Smotrich e Zvi Sukkot, un altro politico estremista israeliano, hanno fatto sgombrare i palestinesi dalla polizia per farsi filmare mentre nuotavano nella piscina di mezzo.

Questa è la nostra terra,” ha dichiarato Smotrich e Sukkot ha ripetuto il suo appello affinché Israele occupi il sito. Da allora le incursioni da parte dei coloni sono diventate più frequenti e il 10 luglio i soldati israeliani hanno compiuto un raid senza precedenti, lanciando gas lacrimogeni mentre i bambini nuotavano nelle piscine.

La campagna di pressione ha scatenato sdegno in Palestina, non solo per l’importanza archeologica delle tre piscine rettangolari che, con una capacità totale di 250.000 metri cubi, costituiscono uno dei sistemi idrici più vasti sopravvissuti dal mondo antico. Rappresenta anche un nuovo assalto frontale contro l’Autorità Palestinese (AP).

In base al secondo Accordo di Oslo del 1995, le Piscine di Salomone sono incluse nell’area di Betlemme classificata come Area A, sotto il controllo civile e militare palestinese. La divisione della Cisgiordania in aree A e B (controllo civile palestinese e controllo militare israeliano), e C (totalmente sotto controllo amministrativo israeliano) era intesa come fase intermedia in vista del ritiro israeliano dal territorio occupato per creare uno Stato palestinese.

Un obiettivo da molto tempo abbandonato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dalla sua coalizione di estrema destra, che hanno anzi accelerato l’ampliamento delle colonie israeliane su tutta la Cisgiordania tentando di strangolare alla nascita una Palestina indipendente.

L’Area A nel corso di questa annosa campagna è stata quasi sempre considerata inviolabile, fino a che un editto del gabinetto di sicurezza a febbraio di quest’anno ha stabilito il controllo israeliano sul sito storico della Tomba di Rachele a Betlemme. L’occupazione delle Piscine di Salomone costituirebbe un altro precedente a suggerire che parti dell’Area A possono essere confiscate a piacimento e con decisioni ad hoc da parte dei ministri.

A maggio, nel corso della sua visita alle piscine, Smotrich ha detto che lasciare tale “magnifico e antico bacino idrico” al controllo palestinese è stato “uno dei terribili errori” degli Accordi di Oslo.

Stiamo lavorando duro per porre rimedio ai tremendi danni causati dal disastro degli Accordi di Oslo,” ha detto.

Si sta usando questo sito come arma per erodere e praticamente cancellare gli Accordi di Oslo,” ha detto Alon Arad, un archeologo israeliano direttore esecutivo di Emek Shaveh, un’organizzazione fondata per proteggere i siti antichi. E ha aggiunto: “Ci sono 6.000 siti antichi in Cisgiordania e solo una minima parte ha un legame con il retaggio ebraico.”

Non è chiaro se e quando la coalizione israeliana cercherà di impadronirsi delle Piscine di Salomone, ma gli archeologi e i palestinesi del posto si preparano ad altre incursioni con l’avvicinarsi della data delle elezioni di ottobre in Israele. Nel frattempo la giustificazione per l’occupazione è stata fornita dai propagandisti estremisti israeliani che sostengono che l’AP ha permesso che le Piscine di Salomone cadessero in rovina. Il sito si sta sgretolando e in alcuni punti, in un angolo della piscina di mezzo, si vedono montagnole di bottiglie d’acqua buttate via e altra immondizia.

Il Waqf dell’AP, l’istituzione religiosa che ha la proprietà del sito, ambiva a svilupparlo quale meta turistica, ma queste aspirazioni sono andate in frantumi quando Smotrich ha trattenuto i proventi di tasse e accise dell’AP prosciugandone i fondi.

L’altra motivazione avanzata per un’occupazione israeliana è che le Piscine di Salomone sono esclusivamente ebraiche. Il tenente colonello riservista Maurice Hirsch, scrivendo all’inizio di questo mese sul sito del Centro di Gerusalemme per la Sicurezza e gli Affari Esteri, ha detto del sito che “il significato e l’importanza storica sono ebraici già solo per suo nome”.

Tuttavia ‘Piscine di Salomone’ è una denominazione storica fuorviante. Il re Salomone, qualora fosse esistito (tema dibattuto), si pensa abbia regnato su Israele e Giudea circa 800 anni prima che si iniziassero i lavori dei bacini.

La prima delle due piscine fu costruita sotto un altro re ebraico, Erode il Grande, un governatore sotto il protettorato di Roma, ma come molti siti antichi in Israele e Palestina, le piscine di Salomone mostrano tracce sovrapposte di ere e imperi successivi.

I palestinesi del posto mantennero il nome per secoli, ma Eman al-Titi, il direttore del dipartimento del turismo e delle antichità di Betlemme, ha detto che si riferisce al sultano ottomano Solimano il Magnifico che nel sedicesimo secolo restaurò le mura di Gerusalemme e la fornitura idrica.

I siti archeologici non dovrebbero mai diventare strumenti di conflitti politici,” ha detto al-Titi. “Questo problema va oltre il controllo della terra stessa. Comporta anche il tentativo di rimodellare la storia e promuove un unico modello della narrazione storica che non riflette le evidenze archeologiche o le molte civiltà che hanno contribuito per migliaia di anni alla ricca eredità culturale palestinese.”

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Prima Parte)

Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Il governo israeliano ha approvato decine di colonie collocate strategicamente in tutta la Cisgiordania. L’obiettivo: creare sul terreno una situazione irreversibile.

Oggi stiamo creando eventi storici sul terreno. Lo Stato palestinese è stato tolto di mezzo, non con degli slogan ma con fatti concreti. Ogni comunità [ebraica, ndt.], ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa.” Il ministro Bezalel Smotrich ha fatto queste affermazioni l’agosto scorso, in seguito all’approvazione del piano E1, che consente di costruire tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim. “Questo è un passo significativo che cancella di fatto l’illusione dei ‘due Stati’,” ha aggiunto.

L’approvazione del progetto, inteso a separare il nord della Cisgiordania dal sud e rinviato da anni a causa delle pressioni internazionali, ha attirato l’attenzione pubblica in tutto il mondo e in Israele.

Ma lontano dall’attenzione dei media, durante il mandato dell’attuale governo è in corso un’iniziativa ben più ampia che sta escludendo sempre più la possibilità in cui molti israeliani ancora credono: la separazione territoriale dai palestinesi. Ciò viene fatto attraverso l’approvazione di non meno di 103 colonie, uno sviluppo strategico che sta cambiando la mappa della Cisgiordania.

Dal 1967 [anno della Guerra dei Sei Giorni, con l’occupazione israeliana di Alture del Golan, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, ndt.] fino alla formazione dell’attuale governo, Israele ha creato e legalizzato 127 colonie in Cisgiordania. Dall’inizio dell’attuale legislatura quel numero è quasi raddoppiato, per ora sulla carta. Insieme ad esse ci sono più di 300 avamposti, più di metà dei quali creati durante la guerra [contro Gaza, ndt.] a differenti livelli di legalizzazione. Recentemente il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di un’iniziativa per legalizzarne circa 140.

Il risultato è che in Cisgiordania ora ci sono più di 470 punti di colonizzazione destinati a cancellare ogni possibilità di creazione di uno Stato palestinese. Smotrich l’ha affermato in vari modi, compreso un video dello scorso gennaio sulle reti sociali rivolto al presidente francese Emmanuel Macron, in cui ha dichiarato: “È così che si seppellisce l’idea palestinese.” Ha ricevuto il sostegno del primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo scorso settembre ha affermato che “non verrà mai creato uno Stato palestinese. Questa è una vera rivoluzione e sta passando totalmente inosservata,” afferma Hagit Ofran, dell’Osservatorio sulle Colonie di Peace Now [associazione israeliana contro l’occupazione, ndt.]. “La Cisgiordania non assomiglia a quello che era tre anni fa. Qui sono successe cose estremamente drammatiche: l’approvazione di nuove colonie, il ritiro dagli accordi di Oslo e in direzione di una situazione di annessione di fatto, un folle afflusso di fondi per infrastrutture e strade, il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’acquisizione di un milione di dunam (1 dunam corrisponde a circa 1.000m2) da parte di avamposti agricoli ed espulsioni che sono il risultato di uno sforzo comune dell’esercito israeliano e dei coloni, e non c’è alcun dibattito pubblico riguardo a tutto questo.”

Secondo Ofran questa è la ricetta per un disastro: “Le nuove colonie creeranno un’enorme fardello per il sistema della difesa, a cui non solo verrà chiesto di garantirne la sicurezza, ma anche di fare i conti con i loro effetti: l’assenza di un orizzonte politico e la crescente disperazione e pressione tra i palestinesi, indebolendo nel contempo la posizione politica di Israele.”

La sua opinione è condivisa dall’Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’università di Tel Aviv, che recentemente ha pubblicato un documento in cui sostiene che la trasformazione politico-ideologica che sta avvenendo in Cisgiordania, con al centro i nuovi insediamenti, crea allo Stato di Israele un grave rischio politico e di sicurezza

Tutto ciò ha anche un costo economico. Secondo i dati del monitoraggio di Peace Now l’attuale governo ha investito almeno 19,8 miliardi di shekel (5,79 miliardi di euro) nello sviluppo delle colonie e in infrastrutture. Questa cifra ovviamente non include l’aumento previsto nel bilancio della difesa se, come ha detto recentemente il maggior generale Avi Bluth [che vive in una colonia, ndt.], capo del Comando Centrale, “la gente deve capire che c’è meno denaro per lo sviluppo del Paese perché siamo impegnati a difendere tutte le zone al di fuori dei nostri confini e all’interno della popolazione palestinese,” afferma Ofran.

Un’analisi dei dati sulle 103 colonie approvate rivela una mossa attentamente pianificata. Include passi che Israele ha evitato per decenni, così come nuovi sviluppi, come la legalizzazione di colonie all’interno di zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e di avamposti impegnati nell’espulsione di comunità [palestinesi, ndt.]. Ma emerge soprattutto un chiaro obiettivo: le nuove colonie, alcune delle quali previste in zone che non hanno mai avuto una presenza israeliana, sono state pensate per frammentare le aree palestinesi in Cisgiordania.

E mentre Smotrich ha ripetutamente dichiarato che si tratta di una “rivoluzione”, sembra che l’opinione pubblica israeliana, che si è riversata in massa in piazza per protestare a favore del carattere democratico ed ebraico di Israele, sia ignara di quello che sta avvenendo, nonostante il chiaro rapporto tra l’impedire la soluzione a due Stati e il carattere dello Stato [di Israele].

Il fenomeno del terrorismo ebraico è effettivamente riuscito a penetrare nei principali media, ma è solo la punta dell’iceberg di un’iniziativa molto più ampia in direzione di un’annessione silenziosa della Cisgiordania. Quelli che la stanno guidando non sono “hilltop youth” [“giovani delle cime delle colline”, gruppo di coloni estremisti particolarmente violenti, ndt.] o coloni a capo di avamposti, ma il governo di Israele, e secondo esperti di organizzazioni accademiche e della società civile la cosa potrebbe già essere irreversibile. Questa annessione sta avvenendo non solo de facto, ma anche de jure.

Un livello allarmante di permessi

L’iniziativa più importante nella rivoluzione dell’annessione è stata siglata con l’accordo di coalizione, la nomina di Smotrich a ministro aggiunto nel ministero della Difesa e la creazione dell’Amministrazione degli Insediamenti, che è subentrata all’Amministrazione Civile [ente militare che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] riguardo alle competenze civili nell’Area C [in base agli accordi di Oslo sotto temporaneo controllo civile e militare israeliano, ndt.]. Quindi Smotrich è diventato l’autorità che gestisce l’attività dell’esercito riguardo a territorio, legalizzazione, pianificazione ed esecuzione delle decisioni, legislazione nelle aree civili attraverso ordini militari e altre questioni. Anche la consulenza legale su queste materie è stata trasferita dalla procura generale militare, che è vincolata alle leggi internazionali, a un consulente legale del ministero della Difesa.

Nel 2023 sono state prese due iniziative complementari: in febbraio il governo ha autorizzato il gabinetto di sicurezza a discutere la fondazione e legalizzazione delle colonie in vece sua e in giugno è stato approvato un emendamento che ha abbreviato il processo per ottenere licenze edilizie nelle colonie e ha trasferito l’autorità di concederle dal ministero della Difesa a Smotrich. Il risultato è stato da una parte una vertiginosa accelerazione nella promozione delle costruzioni in Cisgiordania e dall’altra la rapida approvazione di colonie senza il controllo dell’opinione pubblica.

Secondo i dati di Peace Now alla fine del 2025 in Cisgiordania sono state approvate più di 40.000 unità immobiliari (questo mese Smotrich ha annunciato che il numero è arrivato a 60.000), così come la creazione di 103 colonie. Per fare un confronto, nel decennio precedente al mandato dell’attuale governo erano state approvate solo sei colonie.

Tra febbraio 2023 e marzo 2025 il gabinetto di sicurezza si è riunito tre volte ed ha approvato 28 colonie, tutte avamposti o “quartieri” già creati che si sono separati dal territorio di competenza di colonie esistenti. Ma dal maggio 2025 la tendenza si è intensificata, sia come numero di insediamenti approvati (74 in meno di un anno) che come loro collocazione.

Lo scorso marzo il gabinetto di sicurezza ha legalizzato 34 nuove colonie, anche su terra di proprietà privata palestinese, in aree designate zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e in luoghi isolati in mezzo a comunità palestinesi. In quella stessa riunione il capo di stato maggiore ha avvertito che la mossa era in contraddizione con il fabbisogno di personale dell’esercito israeliano. Come risposta la coalizione lo ha rimproverato.

I 103 insediamenti approvati includono 48 avamposti legalizzati, 24 ampliamenti o separazioni da colonie esistenti e 31 nuove colonie, comprese 4 che erano state evacuate nel disimpegno del 2005.

Tuttavia il punto più significativo che emerge dall’analisi dei dati è la logica spaziale che guida i permessi: insieme all’ampliamento dei blocchi di insediamenti già esistenti, per esempio quelli di Shiloh e Talmonim, c’è un’iniziativa per concentrare i punti di colonizzazione lungo le strade dell’Area C e nei luoghi isolati, creando ostacoli tra aree sotto il controllo dell’ANP e interrompendo ogni contiguità territoriale.

Ciò è direttamente funzionale alla visione del “Piano Decisivo” di Smotrich per creare cantoni palestinesi isolati tra loro e porre fine alle aspirazioni nazionali dei palestinesi. Lo scorso settembre Smotrich ha chiarito che l’unico diritto di voto che verrebbe concesso ai palestinesi sarebbe per le elezioni municipali “nei loro cantoni, dove saranno amministrati” e non “per un parlamento sovrano”.

Secondo Ofran non si tratta di una visione del futuro. “Già oggi in Cisgiordania gli israeliani hanno diritti e i palestinesi no. Non per niente il mondo lo definisce apartheid,” afferma. “La concentrazione delle colonie tra le zone palestinesi e il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese sono mosse molto significative che impediscono concretamente un compromesso politico. Perchè? Per questa ragione: ci vuole un’entità con cui possa essere raggiunto un compromesso. Non puoi sviluppare un’entità e un’economia palestinesi se il suo territorio contiene centinaia di punti sotto il controllo di un altro Stato, comprese le strade circostanti. La cosa semplicemente non funziona.

Si consideri anche il messaggio che Israele sta inviando all’opinione pubblica palestinese”, aggiunge Ofran. “Stiamo chiarendo loro che non c’è motivo di tentare di risolvere pacificamente il conflitto, e di fatto li stiamo spingendo verso soluzioni radicali e violente. Smotrich sa che indebolendo l’ANP rafforza Hamas. E lo ha detto esplicitamente (nel 2015): ‘Hamas è una risorsa’.”

Agli occhi di molti israeliani che si definiscono progressisti il piano di “cantonalizzazione” di Smotrich è un’idea estremista e “deludente”. Ma in larga misura è già la situazione sul terreno. Benché esista ancora un’entità nazionale palestinese nella forma dell’ANP, il piano è di liberarsi anche di quella: lo scorso settembre, dopo che Netanyahu ha chiarito che non avrebbe esercitato la sovranità in Cisgiordania, il ministro delle Finanze ha affermato che avrebbe fatto uso di ogni mezzo a sua disposizione per far collassare la già vacillante ANP, compreso il suo sistema sanitario. “In pratica Israele controlla già tutta la Cisgiordania e l’ANP è diventata un subappaltatore che si occupa della raccolta dei rifiuti e paga gli stipendi dei docenti,” dice Ofran.

La pianificazione territoriale che sta dietro questa mossa è particolarmente evidente nella zona del Consiglio Regionale della Samaria, dove sono stati approvati 28 insediamenti, 12 dei quali nuovi e alcuni in zone in cui non c’è mai stata una presenza israeliana. Diciannove colonie si trovano nel nord della Cisgiordania, dove c’è la più estesa contiguità dell’Area A nella regione, frammentata da due lingue dell’Area C che fino al 2023 erano sottoposte alla Legge del Disimpegno [decisa dal governo Sharon nel 2005 e revocata nel 2023, ndt.] e in cui agli israeliani era vietato l’ingresso.

Le colonie approvate nella zona includono le quattro evacuate nel disimpegno [del 2005, ndt.] e nuovi insediamenti, tutti su terre che circondano o frammentano la contiguità palestinese. Per spostarsi tra di essi i coloni devono viaggiare attraverso l’Area A per evitare deviazioni che richiederebbero l’uscita nel territorio sotto sovranità israeliana e il ritorno in Cisgiordana attraverso un altro posto di blocco. In altre parole ciò significa ulteriore erosione degli Accordi di Oslo.

Questo obiettivo si rispecchia in altre aree della Cisgiordania. Sulle colline occidentali di Hebron sono stati approvati tre nuovi insediamenti, due dei quali su una stretta lingua dell’Area C in cui vivono palestinesi. Oggi nell’area si trova solo l’isolata colonia di Negohot, accessibile da ovest attraverso un posto di blocco che serve solo la colonia. Ma gli ulteriori insediamenti creeranno una contiguità [israeliana] che richiederà nuove strade e si prevede frammenterà la contiguità palestinese, isolerà i villaggi nei pressi della barriera nell’Area B e bloccherà la contiguità dell’Area A da ovest, tra Dahriyah ed Hebron.

Anche qui l’iniziativa sta procedendo a notevole velocità e questo mese sono già iniziati lavori di preparazione del terreno. Allo stesso modo a est di Efrat tra tre villaggi palestinesi è prevista la colonia di Ma’aleh Arugot, che funge da punto di connessione tra insediamenti sparsi a ovest e a est del blocco di Gush Etzion, che sono attualmente separati dalla contiguità palestinese.

A ovest di Ramallah le colonie sono state approvate in due sezioni separate, creando contiguità fino al muro di separazione e la Linea Verde [il confine riconosciuto di Israele, ndt.] e rendendo confusa la frontiera: tre colonie tra Beit Horon e Mevo Horon e cinque tra il blocco di Talmonim a est e la città palestinese di Ni’lin a ovest. Alla cerimonia di inaugurazione di Maoz Tzur, un insediamento legalizzato su terreni privati [palestinesi, ndt.] all’interno di una zona di tiro, Ze’ev “Zambish” Hever, direttore esecutivo dell’organizzazione di coloni Amana, l’ha definito un sogno che si è realizzato: “Stiamo ponendo fine alla separazione tra Modi’in e Beit Horon e nei prossimi mesi, se Dio vuole, saremo collegati anche con i blocchi di Talmonim e Dovel.” La cancellazione della Linea Verde sta avvenendo anche in altre aree, inclusa la legalizzazione di avamposti cuscinetto lungo la barriera.

Fine della Prima Parte

Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi




Notiziario palestinese: Israele attacca bambini e ospedali in una settimana di sangue a Gaza

Redazione di Al Jazeera

14 luglio 2026 Al Jazeera

La morsa di Israele sulla Cisgiordania occupata si rafforza con avamposti, demolizioni e incursioni di coloni appoggiati dall’esercito, mentre i militari uccidono operatori umanitari e bambini a Gaza

Nell’ultima settimana diversi bambini sono stati uccisi dagli attacchi israeliani a Gaza, portando il bilancio delle vittime dal cessate il fuoco di ottobre ad almeno 1.108.

Tra gli attacchi si annoverano i raid israeliani dell’8 luglio che hanno causato la morte di almeno otto persone tra cui un bambino di 10 anni, ucciso nell’attacco a una tenda nella “zona umanitaria” di al-Mawasi, e un bambino di sei anni colpito da un proiettile nel quartiere di Zeitoun a Gaza City, secondo quanto riferito da funzionari sanitari palestinesi. Il giorno dopo un autista della World Central Kitchen [ONG che fornisce aiuti alimentari fondata nel 2010 dallo chef José Andrés in seguito al terremoto di Haiti, ndt.], Ahmad Nasser Saleem, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre con le mani alzate trasportava aiuti concordati dal valico di Karem Abu Salem.

Il 12 luglio Tala Jumaa Abu Matar, una bambina di nove anni, è stata uccisa da fuoco israeliano vicino al campo profughi di Nuseirat, secondo fonti mediche citate da Wafa [agenzia di stampa ufficiale palestinese, ndt.]. L’attivista Hamza al-Masri, residente a Gaza, riferisce che per tutta la settimana si sono verificati attacchi contro le tende che ospitano gli sfollati di al-Mawasi.

Il 10 luglio un drone israeliano ha colpito il cortile dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza, ferendo membri del personale – nonostante la struttura si trovi all’interno della “zona verde” controllata da Israele; il Ministero della Sanità di Gaza l’ha definito parte della “campagna sistematica contro le strutture sanitarie” da parte di Israele.

La cifra totale delle vittime dall’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023 ha ora raggiunto la cifra di 73.231 morti e 173.686 feriti.

Dichiarazioni e realtà

Accanto a questi rapporti quotidiani dal campo il COGAT, l’organismo militare israeliano che coordina gli aiuti, ha pubblicato un rapporto in cui affermava che i rifornimenti umanitari entrati a Gaza fossero in quantità che “supera significativamente” i bisogni riconosciuti dalle Nazioni Unite. Il suo capo, il maggiore generale Yoram Halevy, ha dichiarato che chiunque contestasse le cifre pubblicate dal COGAT stava “amplificando la propaganda di Hamas”, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

Al contrario i dati delle Nazioni Unite, pubblicati il ​​giorno successivo, descrivevano la scarsità, voluta, di beni di prima necessità a Gaza. Nel suo rapporto del 10 luglio sulla situazione l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha affermato che i pacchi alimentari distribuiti a oltre 53.500 persone all’inizio di luglio coprivano solo il 75% del fabbisogno calorico minimo e che la fornitura di biscotti ad alto contenuto energetico era stata sospesa per preservare le scorte di emergenza in via di esaurimento.

Solo il 56% degli aiuti umanitari transitati attraverso il corridoio egiziano è stato scaricato con successo al valico di Karem Abu Salem. Il numero di famiglie che ricevono assistenza e rifugio è diminuito del 37% tra maggio e giugno a causa della carenza di fondi e delle restrizioni israeliane sui beni.

I servizi essenziali per circa 350.000 persone affette da malattie croniche continuano a essere gravemente irregolari a causa delle restrizioni all’ingresso. Di conseguenza in una sola settimana i partner del Coordinamento Sanitario dell’OCHA hanno registrato oltre 18.000 nuovi casi di varicella, infezioni cutanee e infestazioni parassitarie.

Sul campo le strutture mediche di Gaza sono rimaste al buio a causa della carenza di carburante, con 38 ospedali già distrutti o resi inutilizzabili e i chirurghi costretti a ridurre la durata degli interventi. Il Ministero della Salute ha avvertito che i suoi laboratori e le banche del sangue rischiano la chiusura totale.

Promesse nuove elezioni

Pochi giorni dopo che il governo di Gaza guidato da Hamas aveva annunciato le proprie dimissioni per lasciare spazio a un comitato tecnocratico non ancora entrato a Gaza, il 9 luglio il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha emanato un decreto che fissa al 28 novembre le elezioni legislative palestinesi – le prime in 20 anni. L’annuncio, ampiamente interpretato come risposta alle pressioni internazionali per una riforma dell’Autorità Palestinese, si scontra con notevoli ostacoli: Israele non ha ancora autorizzato il voto a Gerusalemme Est occupata, le infrastrutture di Gaza sono in rovina e il registro della popolazione è obsoleto.

Annessione in cifre

Un rapporto pubblicato il 7 luglio dai gruppi di ricerca e difesa israeliani Peace Now e Kerem Navot ha documentato quella che viene definita annessione di fatto della Cisgiordania, occupata a un ritmo senza precedenti: tra il 2023 e il 2025, si è scoperto, sono stati creati 185 nuovi avamposti e 118 comunità di pastori palestinesi sono state espulse, 102 nuovi insediamenti sono stati creati e gli avamposti agricoli illegali sono arrivati a controllare più di 1,1 milioni di dunam (110.000 ettari) di territorio – il 18% dell’intera Cisgiordania – il tutto nel contesto di “una politica governativa unica e sistematica”.

Gli sviluppi nell’intera Cisgiordania tracciano l’attuazione di questa politica nel suo complesso. Nella parte settentrionale della Valle del Giordano i bulldozer israeliani hanno sradicato più di 300 ulivi e viti vicino ad Atuf e hanno tagliato le condutture idriche che servivano circa 45.000 dunam [4.500 ettari, ndt.] di terreni agricoli nell’ambito del progetto di strade e muri militari denominato “Crimson Thread”, secondo quanto riferito da Mutaz Bisharat, funzionario di Tubas. A Zububa, vicino a Jenin, dall’inizio di luglio più di 1.500 ulivi sono stati distrutti dalle forze israeliane, secondo quanto riportato da Wafa.

Le demolizioni sono portate avanti in parallelo: nel corso della settimana le forze israeliane hanno raso al suolo case, strutture agricole e un edificio di quattro appartamenti a Shuqba, Jit, Nablus, Sur Baher, Khirbet al-Miyah e Bruqin, secondo quanto riportato da Wafa e da attivisti locali. Sempre secondo Wafa i coloni hanno demolito la scuola elementare di Yanun, che ospitava 15 bambini, circa otto mesi dopo la pulizia etnica della comunità. Il 13 luglio Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno costretto la famiglia Abu Tir ad auto-demolire la propria casa nella Gerusalemme Est occupata, multandoli di 80.000 shekel [23.187 euro, ndt.] e lasciando sette persone senza tetto.

La Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha affermato che nella prima metà del 2026 le autorità israeliane hanno emesso 49 ordini di esproprio militare di terreni – superando i 47 già emessi in tutto il 2025 – riguardanti 2.093 dunam (210 ettari ca), per lo più lungo le strade di circonvallazione dei coloni, tra cui la Strada Statale 60.

La violenza dei coloni continua – senza impedimenti

Gran parte delle violenze della settimana in Cisgiordania hanno seguito uno schema ben noto: coloni che attaccano sotto protezione militare israeliana. Per cinque giorni consecutivi, come riportato dall’attivista Osama Makhamreh, i coloni hanno attaccato la famiglia dell’anziano Ibrahim Ismail al-Jabour nella zona di Huwara a Masafer Yatta; i soldati sono intervenuti per proteggere gli aggressori e il 12 luglio hanno arrestato lo stesso al-Jabour, mentre sette suoi parenti, tra cui due bambini, sono stati feriti dai coloni. In quei giorni nessun colono è stato arrestato.

In altre zone il 9 luglio circa 150 coloni hanno attaccato Deir Jarir, a est di Ramallah, da quattro direzioni, mentre le forze israeliane bloccavano le ambulanze, secondo quanto riportato da Wafa. Ad al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, ripetuti raid hanno lasciato alcuni abitanti feriti da colpi d’arma da fuoco, proiettili di gomma e granate stordenti – tra cui un bambino di 10 anni colpito alla testa – mentre le forze israeliane confiscavano le chiavi delle ambulanze, secondo Wafa e fonti locali sul campo. Vicino a Jenin coloni e soldati insieme hanno espulso quattro famiglie da Khirbet Asaeed dove risiedevano da oltre 70 anni, ha riferito Wafa.

L’OCHA nel suo ultimo rapporto ha registrato in una sola settimana almeno 35 incidenti con coloni che hanno causato vittime o danni alle proprietà, portando il totale del 2026 a più di 1.200 attacchi in oltre 240 comunità – circa sei al giorno.

Più difficile da spiegare

Mentre dall’estero si intensifica il controllo sulle azioni di Israele, le controversie intorno alla realtà dei fatti sul terreno hanno coinvolto persino politici statunitensi in visita. Il deputato americano Ro Khanna ha affermato che durante una visita al villaggio abbandonato di Khirbet Zanuta in Cisgiordania lui e il suo gruppo sono stati bloccati per oltre un’ora dai coloni e che poi i soldati gli hanno impedito di andarsene. L’esercito israeliano ha dichiarato che al loro arrivo i soldati hanno “disperso” i coloni; “l’esercito israeliano sta mentendo”, ha detto Khanna alla NBC News.

Lo stesso apparente disprezzo per gli osservatori internazionali si è visto anche nei tribunali israeliani. Haaretz ha riportato che il Servizio Penitenziario Israeliano ha imposto nuove e drastiche restrizioni alle visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, nonostante la sentenza unanime dell’Alta Corte del mese scorso. Oded Feller dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha affermato che lo scopo della decisione era “continuare a nascondere gli abusi che avvengono nelle strutture del Servizio Penitenziario Israeliano”.

Persino la diplomazia di routine è stata messa in discussione; secondo Wafa Israele ha impedito al segretario generale della Lega Araba di entrare in Cisgiordania per incontrare il presidente Abbas – un’altra mossa che, insieme agli avamposti, alle demolizioni e alle sentenze dei tribunali disattese delinea una traiettoria che muove costantemente in un’unica direzione, con impudente disprezzo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo B’Tselem Israele in Cisgiordania sta uccidendo il maggior numero di minori palestinesi dal 1967

Redazione di MEE

29 giugno 2026 – Middle East Eye

L’associazione per i diritti umani afferma che, nonostante l’elevato numero di vittime, nessuno è stato incriminato per l’uccisione di minori palestinesi dall’ottobre 2023 nella Cisgiordania occupata

Lunedì B’Tselem ha detto che le forze israeliane stanno uccidendo il maggior numero di minori palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 1967, contando nel 2025 54 minori uccisi da colpi di arma da fuoco.

Il gruppo israeliano per i diritti umani ha affermato che quasi un palestinese su quattro ucciso dalle forze israeliane nei territori occupati dall’ottobre 2023 era minorenne, la percentuale più alta dall’inizio dell’occupazione.

Nonostante l’elevato numero di minori morti, nessuno è stato ritenuto responsabile e non sono note incriminazioni legate agli omicidi dall’ottobre 2023.

B’Tselem ha affermato che le morti non sono state “errori isolati o violazioni degli ordini militari”.

Al contrario, l’organizzazione ha affermato che tali uccisioni sono il risultato di una politica israeliana che consente regole di ingaggio permissive, etichetta sistematicamente i palestinesi come “terroristi” e protegge i soldati che fanno uso di forza letale.

“L’uccisione diffusa e senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania è il risultato di una più ampia politica israeliana che permette l’uccisione di palestinesi praticamente senza che i responsabili vengano chiamati a risponderne”, ha dichiarato Yuli Novak, direttore esecutivo di B’Tselem.

“Quando il comandante militare dell’area si vanta che Israele sta uccidendo palestinesi ‘come non si uccideva dal 1967’, sta confermando esattamente questo: il sistema non si limita a sostenere chi preme il grilletto, ma di fatto gli concede la licenza di uccidere”.

Via libera all’uccisione di minori

All’inizio di quest’anno il comandante militare israeliano della Cisgiordania occupata, Avi Bluth, ha affermato che l’esercito stava uccidendo palestinesi a livelli “mai visti dal 1967”.

Ha rilasciato queste dichiarazioni in un incontro riservato in cui ha anche difeso le regole di ingaggio più permissive che consentono alle truppe di aprire il fuoco su palestinesi disarmati.

Bluth ha riconosciuto un approccio discriminatorio in base al quale gli israeliani ebrei che lanciano pietre non vengono presi di mira, mentre i palestinesi che compiono azioni simili vengono uccisi.

“In tre anni abbiamo ucciso 1.500 terroristi”, ha detto, riferendosi ai palestinesi.

“Allora come mai non c’è un’intifada? Perché non scendono in piazza? Perché l’opinione pubblica palestinese è indifferente? Perché non ci sono disordini?”

Bluth, un colono che comanda le forze israeliane in Cisgiordania dal 2024, ha aggiunto: “Gli arabi capiscono che ‘se qualcuno si alza per ucciderti, uccidilo per primo’ fa parte delle regole in Medio Oriente, e quindi stiamo uccidendo come non facevamo dal 1967”.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno ucciso 1.105 palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, tra cui almeno 242 minori.

B’Tselem ha affermato che in quasi un quarto dei casi documentati le forze israeliane hanno “ritardato o impedito al personale medico” di raggiungere i minori feriti, contribuendo alla loro morte.

L’associazione ha anche affermato che Israele ha sequestrato decine di corpi di palestinesi uccisi. [Le salme di] almeno 18 minori uccisi nel 2025 sono ancora detenute dalle autorità israeliane.

Sebbene la dichiarazione di B’Tselem si concentri principalmente sulla Cisgiordania occupata, l’organizzazione afferma che le uccisioni sono collegate a quelle di Gaza. Una caratteristica particolare del genocidio israeliano a Gaza è stato che si sia concentrato in particolare sui minori.

“Le uccisioni in Cisgiordania non possono essere separate dall’uccisione da parte di Israele di oltre 21.000 minori palestinesi nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato B’Tselem.

“Permettendo a Israele di uccidere su tale scala a Gaza senza conseguenze, la comunità internazionale gli ha di fatto dato il via libera per perseguire la stessa politica mortale in Cisgiordania. Finché Israele continuerà a godere di un’impunità pressoché totale nel mondo, le vite dei palestinesi, compresi i bambini, rimarranno indifese e in pericolo”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Prima non c’erano innocenti a Gaza. Adesso l’IDF sta applicando la stessa politica in Cisgiordania

Gideon Levy

28 giugno 2026 – Haaretz

Il 7 ottobre, che ha giustificato un genocidio a Gaza, ha eliminato ogni ritegno anche in Cisgiordania. Adesso la sentenza che non ci sono civili innocenti è stata applicata anche ai palestinesi della Cisgiordania

Il 7 ottobre ha sconvolto la Cisgiordania.

Come in Israele, niente è come era prima del 7 ottobre tra Jenin e Hebron. E’ un’occupazione con nuove regole, più crudele di sempre. Il 7 ottobre non è stato sparato un solo colpo dai palestinesi in Cisgiordania, e neppure nella maggior parte dei tanti giorni seguenti, eppure vengono puniti da Israele come non lo sono mai stati dalla Nakba.

La sentenza secondo cui non ci sono civili innocenti nella Striscia di Gaza è stata applicata anche agli abitanti della Cisgiordania, cosa per cui è consentito e necessario fare loro violenza più che mai. La Cisgiordania da parte sua sta rispondendo con una totale impotenza, come accadde ai suoi abitanti nel 1967.

Dal 7 ottobre Israele ha adottato una politica di vessazioni continue e

crescenti, nonostante il lungo periodo trascorso da allora. La punizione della Cisgiordania si sta configurando come un ergastolo. I suoi abitanti si sono comportati perfettamente per quanto riguarda Israele, sottomessi, sanguinanti e senza leadership. Non hanno espresso alcuna significativa opposizione a ciò che si sta facendo ai loro fratelli a Gaza, ma questo non li ha aiutati. La loro colpa era e resta il fatto che sono palestinesi. Terrorismo o no, sono sempre colpevoli.

Il 7 ottobre, che ha reso possibile un genocidio a Gaza, ha anche spento ogni ritegno in Cisgiordania. Mentre Israele piangeva i suoi morti e i suoi ostaggi i coloni sono stati veloci a cogliere un’opportunità d’oro. Con la loro astuzia hanno capito che era arrivato il momento per cui avevano pregato per tutti quegli anni: una grande guerra motivata da un desiderio di vendetta, con la cui copertura si può fare qualunque cosa.

La rivoluzione in Cisgiordania è avvenuta lungo diversi binari, ben pianificati e coordinati, soffocando i suoi abitanti in tutti i modi. Ciò ha comportato mosse draconiane che non sono cambiate da allora e sono probabilmente destinate a restare per sempre. Da tutte le parti è un inferno e gli israeliani hanno distolto lo sguardo da ciò che accade a ovest della linea verde

La Cisgiordania è stata accerchiata quasi ermeticamente. Centinaia di cancelli gialli che erano stati installati all’entrata di ogni città e villaggio palestinese sono stati chiusi e sbarrati. Ad oggi non esiste una comunità in Cisgiordania che non sia sotto assedio almeno parziale. Le principali entrate in città come Nablus, Hebron e Ramallah sono state chiuse come le entrate ai villaggi e gli abitanti sono costretti a percorrere strade sterrate. Non ci sono più strade normali per i palestinesi.

Il folle assedio continua fino ad oggi. Non ha niente a che fare con la sicurezza. La settimana scorsa il consulente legale dell’esercito israeliano responsabile della Cisgiordania si è ricordato di rimarcare che l’esercito stava limitando illegalmente la libertà di movimento dei palestinesi (come ha riferito giovedì il giornalista di Haaretz Yaniv Kubovich). E’ gentile che se ne sia ricordato, ma la sua dichiarazione non cambierà nulla. I coloni vogliono strade su cui i palestinesi non possono circolare, ed è quello che otterranno.

La seconda disgrazia capitata ai palestinesi è stato il totale divieto di lavorare in Israele, che significa un totale divieto di guadagnarsi da vivere per quasi tre anni.

Anche le incursioni dell’esercito sono diventate più frequenti e arbitrarie di prima. Poi sono arrivati i pogrom. E poi le “squadre di sicurezza” dei coloni locali, un mistificante nome per le milizie dei coloni. Ogni coordinatore locale per la sicurezza è diventato un generale e ogni colono un re. Sono stati installati con la violenza circa 150 avamposti, che si sono impossessati di centinaia di migliaia di acri, più di qualunque altro programma “ufficiale” di insediamento.

E poi è arrivato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che ha trasformato le prigioni dove sono detenuti migliaia di prigionieri – alcuni dei quali innocenti, per la maggioranza prigionieri politici, molti altri detenuti senza processo – in terribili centri di tortura. Le persone vi muoiono di fame.

Inoltre l’esercito ha allentato le sue regole d’ingaggio. Dal 7 ottobre più di un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nella tranquilla Cisgiordania, compresi oltre 200 minori. Ben pochi di loro costituivano un pericolo, se poi lo costituivano, per qualcuno. I soldati che hanno combattuto nella Striscia di Gaza, i loro invidiosi amici e gli squilibrati coloni assetati di sangue hanno tutti abbracciato le uccisioni indiscriminate come un modus operandi anche in Cisgiordania.

Tutto questo è accaduto senza che vi fosse quasi nessuna attività terroristica in Cisgiordania. Tutto questo è accaduto per oltre tre anni, senza che se ne veda la fine. Forse è ora di dire basta?

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Coloni israeliani distruggono l’unica conduttura d’acqua che alimenta il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania occupata.

Redazione di MEMO

16 giugno 2026 – Middle East Monitor

Lunedì coloni israeliani hanno danneggiato l’unica conduttura d’acqua che rifornisce il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania centrale occupata.

Fonti locali hanno detto all’agenzia [turca] Anadolu che i coloni hanno distrutto la principale e unica conduttura, mentre passavano con un bulldozer sulla terra posseduta da palestinesi e costruivano una strada per la colonia vicino al villaggio, a nord-ovest di Ramallah.

Le fonti hanno affermato che il danno alla conduttura ha provocato l’interruzione totale della fornitura d’acqua al villaggio.

Il villaggio di Umm Safa sta assistendo a un inasprimento degli attacchi dei coloni lanciati dalle colonie circostanti e dagli avamposti in tutte le direzioni, impedendo ai palestinesi l’accesso alle loro terre.

La Cisgiordania occupata ha visto un incremento degli attacchi da parte dei coloni e dell’esercito israeliani contro i terreni agricoli palestinesi, inclusi incendi, deforestazione e azioni per impedire agli agricoltori l’accesso ai loro campi, in particolar modo nelle aree vicine alle colonie e agli avamposti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)