Perché la Cisgiordania non si solleva – per ora

Qassam Muaddi

5 luglio 2014 – Mondoweiss

La Cisgiordania rimane stranamente calma mentre Israele porta avanti il genocidio a Gaza. Ma se la repressione israeliana ha dissuaso una rivolta nelle strade, le placche tettoniche sottostanti continuano a muoversi

Mentre la guerra infuria a Gaza e lungo il confine libanese la Cisgiordania ha occupato una posizione mediatica di secondo piano a fronte dell’incessante genocidio di Israele. A parte la proliferazione di piccole sacche di resistenza armata nei campi profughi e nei centri urbani del nord, la Cisgiordania ha mantenuto un’insolita tranquillità.

Questo silenzio è inusuale. In anni precedenti i palestinesi in Cisgiordania hanno reagito ai crimini dell’occupazione con una serie di mobilitazioni di massa, scontri quotidiani con le truppe israeliane, scioperi generali e campagne di disobbedienza civile. La prima Intifada del 1987, anche se iniziò a Gaza, fu condotta da un movimento unitario e organizzato in Cisgiordania, un ruolo che essa ha continuato a ricoprire nella seguente trentina d’anni.

Ciò include l’ “Intifada dell’Unità” nel maggio 2021, quando i palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme e della Palestina del ’48 insorsero in una reazione collettiva ai tentativi di Israele di espellere le famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme. L’ondata di proteste di massa in tutte le città della Cisgiordania fu più ampia che mai, raggiungendo il culmine il 18 maggio, quando uno sciopero generale venne attuato in tutta la Palestina storica, dal fiume al mare.

Tutto questo è cambiato dopo il 7 ottobre. Negli scorsi nove mesi la mobilitazione di massa è stata praticamente assente, nonostante gli orrori senza precedenti della guerra genocidaria di Israele a Gaza, che è costata la vita di oltre 37.000 palestinesi. 

Anche se la memoria degli eventi passati di rivolta popolare è ancora viva nella mente delle persone, l’attuale mancanza di mobilitazione in Cisgiordania ha portato molti a concludere che Israele la ha effettivamente neutralizzata come terreno di lotta.

Prima di ottobre: tutt’altro che neutralizzata

Scorrendo le notizie nei mesi ed anni prima del 7 ottobre un osservatore poteva pensare che la Cisgiordania fosse un fronte attivo nella guerra. Le quotidiane incursioni israeliane nelle città palestinesi e nei campi profughi si trovavano ad affrontare palestinesi che sempre più spesso usavano armi invece di pietre per far fronte alle truppe che invadevano le loro case. Gruppi locali di resistenza armata hanno iniziato a proliferare in diverse città, da Jenin a Nablus, Tulkarem, Tubas e Gerico.

Il fenomeno ha attirato analisti e giornalisti, che parlavano di una “nuova generazione di resistenza palestinese”. I mezzi di informazione occidentali riferivano della rivolta armata dei “combattenti della generazione Z della Cisgiordania” su giornali come The Economist, Wall Street Journal e Vice. Molti si sono trovati a chiedersi se ciò che avveniva in Cisgiordania si potesse definire una terza Intifada.

Questa situazione di sollevazione si stava sviluppando da almeno due anni. Nel 2021 l’evasione di sei prigionieri palestinesi dl carcere di massima sicurezza di Gilboa scatenò un’ondata di resistenza armata a Jenin, dove si erano rifugiati due degli evasi. Le forze israeliane li ricatturarono dopo uno scontro con un piccolo gruppo di uomini armati. Dopo la cattura altri giovani iniziarono ad unirsi al gruppo finché nacque la Brigata Jenin. Le fecero seguito la Fossa dei Leoni a Nablus, la Brigata Tulkarem a Tulkarem e la Brigata Tubas a Tubas. Queste città e i campi profughi adiacenti divennero rifugi per i gruppi di resistenza armata.

Contemporaneamente movimenti locali di resistenza civile crescevano in diverse località dove le terre venivano minacciate dall’espansione dei coloni, come a Kufr Qaddoum, Salfit e Nabi Saleh. In alcuni posti la resistenza civile era continuata per oltre un decennio. In altri era stata assente dopo la prima Intifada, ma ora tornava a rivivere. Uno dei casi più famosi è il villaggio di Beita a sud di Nablus, dove gli abitanti hanno manifestato contro l’avamposto dei coloni israeliani di Eyyatar sul Monte Sabih per tre anni. Le forze israeliane hanno imposto e continuano ad imporre ripetute chiusure del villaggio, pattugliando l’ingresso, facendo sistematiche incursioni, revocando i permessi di lavoro delle migliaia di capifamiglia che lavorano in Israele, arrestando e ferendo centinaia di abitanti ed uccidendo finora almeno dieci dei giovani di Beita.

Dopo ottobre: nuovi livelli di repressione

Se qualunque cosa impallidisce a confronto della campagna genocidaria a Gaza, la repressione israeliana contro la resistenza in Cisgiordania ha assunto un significato completamente differente dopo il 7 ottobre. Israele ha revocato decine di migliaia di permessi di lavoro ai palestinesi, ha bloccato decine di strade che i palestinesi utilizzavano per muoversi tra le città e i villaggi in Cisgiordania ed ha drasticamente intensificato la campagna di arresti contro i palestinesi.

Nei primi due mesi dopo il 7 ottobre Israele ha raddoppiato il numero di prigionieri palestinesi, raggiungendo oltre i 10.000 prigionieri. Il numero di detenuti amministrativi – quelli detenuti senza accuse né processo – ha raggiunto i 3.600, mentre prima della guerra erano 1.300.

Anche l’ambito degli arresti è stato ampliato, allargandosi a comprendere palestinesi di tutti i generi, compresi molti non politicamente attivi. Molti degli arrestati sono leader di comunità, giornalisti e attivisti della società civile con scarsi o deboli legami con la politica. All’interno delle prigioni rapporti sui diritti umani e testimonianze di palestinesi rilasciati hanno rivelato livelli senza precedenti di umiliazioni, violenze e torture, che di fatto estendono il genocidio dei palestinesi ai prigionieri sotto custodia israeliana.

Secondo un portavoce dell’Associazione di Sostegno ai Prigionieri Addameer, che ha chiesto di rimanere anonimo, “gli arresti israeliani prendono di mira sistematicamente membri attivi della comunità che sono in grado di mobilitarla, soprattutto quelli che hanno dei trascorsi a riguardo”, ed ha aggiunto che “questo si può vedere chiaramente negli arresti di persone che lavorano nella società civile, nel settore accademico, nei media e nell’ambito dei diritti umani.”

Fuori dalle città la violenza dei coloni israeliani si è scatenata in modo esponenziale, di fatto espellendo circa 20 comunità rurali in Cisgiordania con attacchi violenti e minacce di morte. I coloni israeliani hanno anche aumentato le aggressioni contro palestinesi in viaggio sulle strade cisgiordane, in aggiunta ai rischi di pestaggi e arresti ai posti di blocco militari israeliani.

Queste azioni israeliane negli scorsi nove mesi hanno provocato l’uccisione di 554 palestinesi e l’arresto di 9.400 in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est.

Il motivo dell’intensità della repressione israeliana non è un mistero. Essa è preventiva, con lo scopo di traumatizzare e dissuadere i palestinesi in Cisgiordania dall’aprire un secondo fronte nella battaglia “tempesta di Al-Aqsa”.

L’impatto nelle strade

Nelle città del nord di Jenin e Tulkarem l’escalation impressionante dei raid israeliani, sia nel numero che nella portata delle violenze e distruzioni, ha portato ad un aumento dell’intensità degli scontri armati con i combattenti della resistenza palestinese. Almeno sette soldati israeliani, compresi due ufficiali, sono stati uccisi dal 7 ottobre durante i raid in Cisgiordania, inclusa la morte di un ufficiale e il ferimento di 17 soldati a Jenin solo la scorsa settimana.

Eppure, mentre i gruppi armati in Cisgiordania sono riusciti finora a contrastare l’aggressione, la mobilitazione civile nella sua forma tradizionale in Cisgiordania è rimasta ampiamente assente.

Il 17 ottobre, dieci giorni dopo l’inizio del genocidio a Gaza, palestinesi in diverse città della Cisgiordania sono scesi in strada in seguito alle notizie del bombardamento israeliano dell’ospedale al-Ahli Baptist a Gaza, che ha ucciso 500 persone. A Jenin e Ramallah alcuni manifestanti hanno gridato slogan contro ciò che ritenevano l’inazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Le proteste si sono trasformate in scontri con la polizia palestinese e cinque manifestanti sono stati uccisi. Nelle settimane seguenti i manifestanti hanno evitato di scontrarsi con l’ANP, in quanto il loro numero diminuiva e sono state arrestate da Israele altre figure di primo piano delle proteste.

Il 30 marzo, Giornata della Terra palestinese, la città di Ramallah ha vissuto un momento speciale di risveglio. In migliaia hanno marciato nelle strade della città, comprese persone di ogni età, per circa due ore, con grida in sostegno dei palestinesi a Gaza e denunce di genocidio. Poi è finito tutto.

Dopo la marcia un manifestante ha detto a Mondoweiss che “la gente vi ha visto l’opportunità di esprimersi dopo essere stati costretti per mesi al silenzio, ecco perché il numero dei partecipanti è stato più alto rispetto ad altre marce dall’inizio della guerra ed anche perché è durata così a lungo.”

Tradizionalmente la marcia dovrebbe dirigersi all’ingresso della città (vicino alla colonia Beit El) e finire con alcuni manifestanti che si scontrano con i soldati dell’occupazione, ma questa volta tutti sapevano che ciò non sarebbe accaduto, per questo motivo la marcia ha vagato nel centro della città così a lungo”, ha detto il manifestante.

Il 15 maggio, giorno della Nakba, decine di palestinesi in maggioranza giovani hanno corso il rischio e sono andati all’entrata nord di Ramallah e al-Bireh, protestando di fronte al posto di blocco di Beit El. Parecchi sono stati feriti e un manifestante palestinese è stato ucciso.

Aysar Safi, di 20 anni, era studente al secondo anno di educazione fisica all’università Birzeit e proveniva dal campo profughi di Jalazone a nord di Ramallah. E’stato il sesto palestinese di Jalazone ad essere ucciso dalle forze israeliane dopo il 7 ottobre.

Il fratello maggiore e il padre di Aysar sono entrambi detenuti nelle carceri israeliane. Dopo il loro arresto Aysar si era occupato del negozio di alluminio del padre, lavorando e studiando contemporaneamente. Suo zio lo ha descritto come “il braccio destro di sua madre”. Intanto la madre era troppo soffocata dal lutto per poter parlare.

Aysar era molto colpito dal genocidio a Gaza e diceva che noi dovevamo fare di più qui in Cisgiordania per aiutare il nostro popolo laggiù”, ha detto a Mondoweiss un amico di Aysar. “Era sempre presente all’accoglienza dei prigionieri rilasciati e ai funerali dei martiri.”

La sua uccisione non è stata casuale. I soldati occupanti hanno mirato al suo ventre”, ha sottolineato l’amico. “Hanno usato proiettili veri, non pallottole rivestite di gomma. Intendevano mandare il messaggio che non avrebbero tollerato alcuna protesta, perché vogliono tenere la gente nella paura e mantenere passiva la Cisgiordania.”

Ma per lo storico palestinese Bilal Shalash, che studia la storia della resistenza palestinese, “La Cisgiordania è tutt’altro che passiva.”

Storicamente in Palestina c’è un modello secondo cui quando in una regione si verificano forti ondate di resistenza, al ritorno della calma si riprende in un’altra regione”, dice Shalash a Mondoweiss. “L’occupazione teme un contagio da Gaza alla Cisgiordania, specialmente a nord, ed ecco perché intensifica in modo così brutale la repressione.”

Quanto alla mobilitazione civile, Shalash ritiene che dipenda molto dalla geografia. “Non è del tutto assente”, dice. “Nei villaggi vicini al muro di annessione o alle strade dei coloni israeliani la mobilitazione di massa può variare. Alcuni villaggi hanno sviluppato il proprio movimento di massa locale negli scorsi anni o decenni e continuano le proteste settimanalmente, mentre in altri villaggi una manciata di giovani si scontra con le forze di occupazione e con i coloni quando fanno incursioni.”

Nelle città la gente spesso protesta all’interno dei propri centri urbani senza scontrarsi con l’occupazione, conseguenza della separazione spaziale dei palestinesi dagli occupanti dovuta al regime di Oslo. Ciò ha portato molti ad astenersi dal partecipare a queste azioni, sottolinea Shalash. “Non ne vedono lo scopo”, spiega. “Alcuni ancora partecipano perché vogliono mandare un messaggio all’ANP relativamente alla politica interna palestinese.”

L’ANP ha mostrato l’intenzione di reprimere un sollevamento di massa in Cisgiordania, ma Shalash pensa che vi siano limiti a quanto l’ANP possa impedire le proteste senza rischiare una più vasta reazione. “Per questo esse possono ancora verificarsi”, dice.

Inoltre la mobilitazione di massa in Palestina dipendeva in parte dal coinvolgimento della classe media, che costituiva una parte dell’intellighenzia politica e del movimento popolare. Quella stessa classe media è stata ora risucchiata in uno stile di vita consumistico e spoliticizzato, che viene mantenuto solamente dal flusso di denaro dall’estero – sia verso l’ANP che verso il settore delle ONG.

Però proprio quella stabilità adesso è compromessa da Israele. 

Con il rifiuto di Israele di terminare la guerra a Gaza e l’aumento delle tensioni in tutta la regione tutti i precedenti sintomi di stabilità in Cisgiordania sono scomparsi uno dopo l’altro. Israele non ha fatto che rispondere con sempre maggior repressione, sperando di impedire una grossa scossa di ribellione almeno a livello superficiale. Il problema è che in profondità le placche tettoniche non hanno smesso di muoversi.

Qassam Muaddi è il redattore dello staff sulla Palestina per Mondoweiss.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Coloni israeliani gettano rifiuti in una fonte d’acqua palestinese vicino a Gerico

Redazione di Middle East Monitor

2 luglio 2024 – Middle East Monitor

Oggi coloni israeliani hanno inquinato la fonte d’acqua di Al-Auja, a nord della città di Gerico, in Cisgiordania occupata, gettandovi dei rifiuti.

Il supervisore generale dell’organizzazione Al-Baydar per la difesa dei diritti dei beduini, Hassan Malihat, ha riferito che l’obiettivo dei coloni era di contaminare l’acqua della sorgente, privando i palestinesi locali di acqua pulita da bere.

Inoltre, secondo l’agenzia di notizie Wafa, le autorità di occupazione israeliana hanno comminato sanzioni contro i beduini provenienti dalle comunità vicine che con i trattori stavano cercando di raccogliere acqua da bere e per il bestiame.

Malihat ha sottolineato il fatto che gettare rifiuti in una fonte d’acqua provoca rischi immediati e futuri per la salute degli abitanti del posto ed anche importanti minacce ambientali. Ha sottolineato che questa azione è una violazione delle norme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e delle leggi umanitarie internazionali. Negli ultimi anni i villaggi di Al-Auja hanno subito campagne di demolizioni, persecuzioni e ripetuti attacchi e violazioni da parte di coloni e soldati occupanti.

A causa del fatto che si trovano ‘nell’Area C’ della Cisgiordana occupata, che è territorio palestinese sotto il controllo amministrativo e militare israeliano, le autorità occupanti vietano ai suoi abitanti l’accesso ai servizi di base.

Dalla Naksa del 1967, Israele ha occupato la sponda ovest del fiume Giordano [la Cisgiordania, ndt.] che i palestinesi vedono come il cuore di uno stato indipendente.

Israele ha aumentato le incursioni nella Cisgiordania da quando è cominciata la guerra a Gaza a ottobre. Dati delle Nazioni Unite mostrano che dal 7 ottobre nel territorio palestinese sono state uccise almeno 553 persone, un quarto delle quali sono minori.

Secondo il diritto internazionale sia la Cisgiordania sia Gerusalemme Est sono territori occupati. Pertanto la costruzione di tutte le colonie è illegale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le violenze che non fanno mai notizia

Adam Horowitz

23 giugno 2024 – Mondoweiss

 

Le morti quotidiane e il numero delle vittime che abbiamo conteggiato da ottobre si riferiscono solo a coloro che sono stati uccisi direttamente dall’offensiva militare israeliana. E quelli che sono stati uccisi dalla distruzione di una società? Questa è una domanda che mi ha perseguitato per mesi. Cosa è successo ai pazienti oncologici? Come hanno fatto i palestinesi con altri problemi di salute a ottenere le cure di cui hanno bisogno?

Parte della risposta è stata chiarita da una storia di Tareq Hajjaj che abbiamo pubblicato questa settimana sulle condizioni del settore medico a Gaza. I momenti di violenza più scioccanti di cui siamo stati testimoni nei passati 8 mesi, l’assedio degli ospedali, il massacro dei palestinesi che cercavano di ricevere aiuti, lo sfollamento forzato di oltre 2 milioni di persone sotto la minaccia delle armi sono solo la punta dell’iceberg della violenza a cui sono stati sottoposti i palestinesi di Gaza.

Tareq racconta la storia di Nabil Kuhail, un paziente di 3 anni affetto da leucemia che semplicemente non ha potuto ricevere le cure mediche necessarie perché gli ospedali di Gaza sono stati distrutti. “La storia di Nabil è una di tante,” scrive Tareq. “Sono innumerevoli i pazienti che lottano per avere i trattamenti per varie malattie, quelle comuni spesso più mortali di quelle serie.”

Tale distruzione della vita palestinese è la prova dell’intento genocida di Israele a Gaza. E, come Jonathan Ofir ci ha aiutato a confermare questa settimana, il sostegno per queste politiche si estende a tutto lo spettro politico israeliano, inclusi quelli spesso lodati in Occidente come i campioni più progressisti della “democrazia” israeliana.”

Naturalmente questa violenza quotidiana che i palestinesi affrontano oltre a quella riportata nei titoli dei giornali non è solo nella Striscia di Gaza. Shatha Hanaysha ci ha riferito del caso di sadismo dei soldati israeliani che hanno usato un palestinese ferito come scudo umano durante un attacco a Jenin in Cisgiordania questo fine settimana. 

Shatha racconta:

Un testimone oculare che preferisce rimanere anonimo ha detto a Mondoweiss che i soldati israeliani hanno deliberatamente maltrattato il ferito.

Sembrava che lo facessero per divertirsi,” ha detto il testimone, aggiungendo che l’uomo non era né ricercato né un combattente della resistenza, ma un civile disarmato. Ciò era evidente dal fatto che i militari israeliani non l’hanno arrestato, ma l’hanno consegnato all’ambulanza palestinese dopo che era rimasto legato sul cofano del veicolo per parecchi minuti nel caldo estivo.

Questa storia probabilmente non arriverà sulle testate internazionali ma ci dice di più sulla realtà dell’occupazione israeliana e l’apartheid che testimoniano molte relazioni sui diritti umani. 

E le minacce di violenza sembrano solo aumentare. Leggete questa relazione di Qassam Muaddi sulla crescente minaccia di un attacco israeliano su larga scala contro il Libano. Come chiarisce Qassam, probabilmente spetterà all’amministrazione Biden fermare un attacco israeliano che potrebbe avere conseguenze regionali gigantesche e devastanti. Sfortunatamente sembra che gli USA non vogliano opporsi a Israele. 

Tuttavia gli sforzi della politica statunitense continuano con molti occhi puntati sulle imminenti elezioni USA. Questa settimana Michael Arria ha delineato due importanti tentativi di sfidare lo status quo politico. 

Da quando la campagna “Uncommitted” per esprimere disapprovazione verso l’amministrazione Biden ha cominciato a comparire a sorpresa sui titoli dei giornali durante le primarie del partito Democratico la domanda è: cosa succederà dopo? Questa settimana Michael ha parlato con Lexis Zeidan, co-direttore di Listen to Michigan, per scoprirlo. Michael ha anche parlato con Usamah Andrabi, portavoce di Justice Democrats, sulla coalizione Reject AIPAC [Contro AIPAC, principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndt.] per un podcast di Mondoweiss. Per favore, prestategli ascolto.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Le forze israeliane uccidono sei palestinesi in una incursione in Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

11 giugno 2024 – Al Jazeera

L’attacco a Kafr Dan vicino a Jenin avviene mentre l’esercito israeliano intensifica i suoi attacchi mortali nella Cisgiordania occupata.

Il ministero palestinese della Sanità ha affermato che le forze israeliane hanno ucciso sei palestinesi durante una incursione nel villaggio di Kafr Dan, vicino a Jenin, nella Cisgiordania occupata mentre Israele intensifica gli attacchi sul territorio durante la guerra contro Gaza.

L’agenzia di notizie ufficiale palestinese Wafa ha riferito che martedì una unità di forze speciali israeliane è entrata nel villaggio ed ha assediato una casa prima di bombardarla.

Secondo il ministero della Sanità i sei uomini assassinati avevano un’età compresa tra i 21 e i 32 anni,. Uno di loro, Ahmad Smoudi, era il fratello di un ragazzo di 12 anni ucciso dalle forze israeliane a Jenin nel 2022.

Il battaglione di Jenin delle brigate al-Quds – l’ala militare della Jihad islamica palestinese – ha affermato già nella giornata di martedì di essere stato impegnato in un “agguerrito” combattimento contro le truppe israeliane a Kafr Dan.

L’esercito israeliano ha sostenuto di aver portato avanti un’operazione di “controterrorismo” nel villaggio, uccidendo quattro palestinesi armati. L’esercito ha aggiunto di aver usato nell’attacco elicotteri da combattimento e di non aver avuto vittime.

Lunedì l’esercito israeliano aveva ucciso quattro palestinesi ad ovest di Ramallah e altri tre a Jenin venerdì.

L’esercito israeliano ha condotto regolarmente incursioni mortali in Cisgiordania negli ultimi anni – un trend che è aumentato con l’inizio della guerra contro Gaza.

Secondo le autorità palestinesi della sanità da ottobre, quando a Gaza è scoppiata la violenza, Israele ha ucciso in Cisgiordania 544 palestinesi, inclusi 133 minori.

I palestinesi in Cisgiordania hanno anche affrontato violenti attacchi da parte dei coloni israeliani, che nei mesi passati hanno aggredito gli agricoltori e hanno effettuato incursioni nelle città palestinesi, spesso con la protezione dell’esercito israeliano.

Rawhi Fattouh, del Consiglio Nazionale Palestinese, ha affermato che le incursioni israeliane nella Cisgiordana sono la “continuazione dei massacri, della pulizia etnica e del genocidio che hanno come obiettivo il popolo palestinese a Gaza.

Questo governo razzista [israeliano] cerca con tutti i mezzi di far scoppiare la situazione in Cisgiordania e nella regione e di trasformare il conflitto in una lotta religiosa e ideologica che trascinerebbe la regione in una spirale di violenza, uccisioni e massacri,” ha affermato Fattouh in una dichiarazione.

Egli chiede alla comunità internazionale di intervenire e di “porre fine a questa follia.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Mentre Gaza subisce un genocidio fisico, la Cisgiordania ne affronta uno economico

Fareed Taamallah

10 giugno 2024 – Middle East Monitor

Mentre il mondo si preoccupa dell’orribile genocidio nell’assediata Striscia di Gaza, Israele sta uccidendo centinaia di palestinesi, espropriando altra terra e strangolando economicamente la Cisgiordania. Il 22 maggio, in seguito alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia contro Israele e al riconoscimento della Palestina da parte di tre Paesi europei, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha preso “severe misure punitive” contro l’Autorità Nazionale Palestinese. Tra queste c’è il blocco dei trasferimenti a favore dell’ANP delle tasse riscosse da Israele, che potrebbe portare al crollo dell’Autorità.

Dalla sua creazione in base agli accordi di Oslo del 1993 l’ANP è stata vincolata agli accordi politici, di sicurezza ed economici imposti da Israele e dai suoi alleati. Uno dei più importanti è l’Accordo Economico di Parigi del 1994, che avrebbe dovuto essere temporaneo e durare 5 anni. Stabiliva la dipendenza dell’economia palestinese da quella israeliana e concedeva allo Stato dell’occupazione i mezzi per rendere permanente questo accordo temporaneo. Essenzialmente il trattato ha integrato l’economia palestinese in quella israeliana attraverso un’unione doganale, e Israele ha avuto il controllo di ogni confine, sia dei propri che di quelli dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ciò significa che la Palestina rimane senza frontiere indipendenti verso l’economia globale. Secondo l’accordo il governo israeliano è responsabile di riscuotere le tasse sui beni importati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che trasferisce alle casse dell’ANP in cambio di una commissione del 3%.

Si presume che questo denaro venga trasferito regolarmente all’ANP a una media tra i 190 e i 220 milioni di dollari al mese. L’ANP si basa su questi fondi per pagare gli stipendi dei suoi dipendenti e adempiere ai propri obblighi riguardo alle spese correnti delle sue istituzioni.

La decisione di Smotrich non è la prima presa dal governo israeliano contro l’ANP e l’economia palestinese in generale. È un’estensione di una serie di passi espliciti e impliciti per danneggiare l’Autorità, a causa del fatto che l’ANP rappresenta il potenziale governo di un futuro Stato palestinese a cui si sono sempre opposti i successivi governi israeliani, di destra come di sinistra.

I trasferimenti sono stati bloccati in base a molti pretesti, compresa la punizione dell’ANP per ogni passo politico intrapreso, come ad esempio l’adesione alla Corte Penale Internazionale nel 2015. In effetti dal 2019 lo Stato occupante ha sistematicamente dedotto parte dei fondi con il pretesto che l’ANP paga sussidi alle famiglie dei prigionieri e dei martiri palestinesi, che Israele descrive come “appoggio al terrorismo”.

Dal 7 ottobre il governo israeliano di occupazione ha anche detratto dalle entrate fiscali l’ammontare di quanto l’ANP normalmente paga alle sue istituzioni nella Striscia di Gaza, che rappresenta circa 75 milioni di dollari al mese, portando a una gravissima crisi economica. È chiaro che Israele vuole separare completamente la Cisgiordania da Gaza, benché entrambe siano territori palestinesi occupati e parte dell’auspicato Stato di Palestina indipendente.

Lo scorso anno a settembre il ministro delle Finanze palestinese Shukri Bishara ha annunciato che Israele ha trattenuto 800 milioni di dollari dell’ANP. Secondo dati dello scorso mese del ministero delle Finanze a Ramallah, l’ammontare totale dei pagamenti delle entrate fiscali trattenuto da Israele è di 1,6 miliardi di dollari, equivalenti al 25-30% del bilancio annuale totale dell’ANP.

Ciò ha portato a un deficit finanziario senza precedenti nelle casse dell’ANP, che ha minato la sua possibilità di fornire servizi fondamentali come sanità, educazione e sicurezza e il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici che per anni hanno ricevuto solo parte dello stipendio. A causa di queste ritenute dal novembre 2021 il governo palestinese non è stato fondamentalmente in grado di pagare salari interi ai suoi dipendenti ed è stato obbligato a pagare l’80-85% fino allo scoppio della guerra contro i palestinesi a Gaza. Questa percentuale è gradualmente scesa fino al 50% negli ultimi due mesi. I dipendenti pubblici ora non sono in grado di rispettare i propri impegni finanziari mensili con banche e scuole.

Per risparmiare denaro le istituzioni pubbliche palestinesi hanno ridotto le ore di lavoro, e ciò ha portato a una riduzione dei servizi, soprattutto sanitari ed educativi nelle scuole e nelle università. L’insegnamento è impartito per lo più a distanza.

I dipendenti pubblici palestinesi, di cui io faccio parte, non hanno ricevuto un salario intero dal 2021 e gli arretrati totali dovuti equivalgono a 6 mesi di salario completo. Collettivamente ciò ammonta a circa 750 milioni di dollari, oltre ai debiti dovuti al settore privato, 800 milioni di dollari, che hanno avuto un gravissimo effetto sugli ospedali privati e sulle compagnie farmaceutiche. Incapace di far fronte ai propri obblighi finanziari e con un ridotto potere d’acquisto di beni e servizi, il settore commerciale e dei servizi è rimasto paralizzato.

Oltre che sulla spesa pubblica, soprattutto sui salari di 147.000 dipendenti pubblici, l’economia palestinese si basa su due altri pilastri gravemente danneggiati dal 7 ottobre: il mercato del lavoro israeliano e il settore privato. Israele ha vietato l’ingresso nello Stato dell’occupazione ai lavoratori palestinesi, e di conseguenza 200.000 di loro hanno perso l’unica o la principale fonte di reddito e sono disoccupati.

A sua volta ciò ha ridotto il potere d’acquisto delle famiglie palestinesi, il che ha avuto un effetto a catena sulle attività economiche del settore privato e aumentato la disoccupazione. Si stima che 500.000 palestinesi ora siano disoccupati nella Cisgiordania occupata in quanto sono stati persi migliaia di posti di lavoro.

Il declino del sostegno finanziario all’ANP da parte degli Stati arabi ha peggiorato ulteriormente le cose. Oltretutto l’Autorità ha raggiunto il tetto di indebitamento con le banche, il che ha reso ancora più difficile che i salari dei dipendenti vengano pagati, e quindi il ciclo di spesa continua a scendere. Tutto ciò ha portato alla quasi totale paralisi dell’economia palestinese e ha messo sotto enorme pressione i cittadini comuni che non possono più trovare lavoro e hanno pochi risparmi, o non ne hanno affatto, per coprire le necessità fondamentali. Ciò minaccia di scatenare una gravissima crisi sociale, politica ed economica.

A tutto questo si deve aggiungere il fatto che Israele da ottobre ha ucciso in Cisgiordania più di 500 palestinesi e ne ha arrestati 9.000, molti dei quali senza accuse né processo. Campi profughi e città nei territori occupati hanno visto la distruzione di infrastrutture vitali con azioni brutali di punizione collettiva intesa a danneggiare le legittime attività contro l’occupazione.

Noi palestinesi della Cisgiordania occupata ci vergogniamo di parlare delle nostre disgrazie a causa degli orrori del genocidio senza precedenti che avviene davanti ai nostri occhi a Gaza. Preferiamo rimanere in silenzio per non distogliere l’attenzione da quello che sta avvenendo là. Comprendiamo che Israele intende separare Gaza dalla Cisgiordania per spazzare via ogni livello di solidarietà all’interno di una società palestinese unita. Il fatto è che noi in Cisgiordania preferiremmo morire di fame insieme ai nostri fratelli della Striscia di Gaza piuttosto che vedere l’Autorità Nazionale Palestinese smettere di rispettare i propri obblighi verso di loro e verso le famiglie dei martiri e dei feriti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Diversi palestinesi feriti in seguito ai nuovi attacchi dei coloni in Cisgiordania

Fayha Shalash , Ramallah

13 aprile 2024 – Middle East Eye

Gli attacchi sono avvenuti il giorno dopo che centinaia di coloni hanno devastato il villaggio di al-Mughayyir, uccidendo un palestinese e ferendone altri 25.

Sabato coloni israeliani hanno attaccato dei villaggi nella Cisgiordania occupata, ferendo diversi palestinesi e dando fuoco a case e automobili, con la totale protezione dell’esercito israeliano.

L’attacco è avvenuto il giorno dopo che centinaia di coloni, molti dei quali armati, hanno devastato il villaggio di al-Mughayyir, a nordest di Ramallah, dopo che venerdì un adolescente israeliano era scomparso da una vicina colonia.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sabato ha detto che il ragazzo israeliano scomparso è stato trovato morto in Cisgiordania.

Barakat Dawabsha, un abitante di Duma, a sud di Nablus, ha detto a Middle East Eye che più di 500 coloni armati hanno attaccato il villaggio dai lati nord, ovest e sud.

Ha detto che parecchie persone sono state ferite da proiettili veri e decine di case e veicoli sono stati bruciati. I coloni hanno anche assalito le persone con bastoni e pietre, causando ulteriori traumi. Dawabsha afferma: “L’esercito israeliano protegge i coloni. Ho visto con i miei occhi un soldato dare fuoco ad un veicolo. La situazione è molto difficile e le persone cercano di proteggere le loro case e proprietà con i loro corpi”.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha detto che i soldati israeliani hanno impedito alle sue squadre di entrare nel villaggio per curare i feriti. Alla fine un’ambulanza è stata lasciata entrare dopo tre ore.

Secondo Dawabsha decine di palestinesi abitanti del villaggio non hanno potuto ritornare alle loro case da venerdì sera a causa delle chiusure imposte dall’esercito israeliano in diversi villaggi a sud di Nablus e a nord di Ramallah per condurre le ricerche del colono scomparso.

Decine di veicoli e autobus pieni di coloni stanno ancora arrivando agli ingressi di Duma per partecipare al feroce attacco.

Secondo la Wafa [agenzia stampa ufficiale dell’Autorità Palestinese, ndt.]

da sabato mattina i coloni israeliani hanno attaccato anche le cittadine di Silwad, Turmus Aya, Sinjil e Deir Dibwan.

Il più terribile attacco negli ultimi anni’

Centinaia di coloni spalleggiati da soldati venerdì pomeriggio hanno attaccato al-Mughayyir, sparando agli abitanti e bruciando proprietà palestinesi. Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese, un palestinese, identificato come il 26enne Jihad Abu Alia, è stato ucciso e altri 25 sono stati feriti, inclusi otto con pallottole vere.

Kazem al-Hajj, uno degli attivisti che si oppongono alle colonie israeliane nel villaggio, ha detto a Middle East Eye che l’attacco è stato “il più terribile degli ultimi anni.”

Appena gli abitanti del villaggio hanno sentito dell’attacco dei coloni hanno cercato di contrastarli dirigendosi verso la zona a nord. Jihad Abu Alia era uno di loro, ma è stato colpito alla testa dai proiettili dei coloni ed è caduto immediatamente a terra”, dice Hajj.

Abu Alia è morto dissanguato perché i soldati israeliani hanno impedito alle ambulanze di raggiungere il ferito.

Durante l’assalto i coloni hanno dato fuoco a più di 40 strutture palestinesi e a 50 veicoli ad al-Mughayyr, provocando incendi anche nei terreni agricoli vicini.

La scena era terribile, nuvole di fumo riempivano il villaggio e il suono delle ambulanze non cessava in mezzo alle intense e continue sparatorie”, dice Hajj.

I coloni provenivano dall’avamposto Mallahi, creato negli ultimi due anni sopra il campo dell’esercito israeliano Jabeit, originariamente costruito su terra palestinese a nord di Ramallah.

Hajj ha detto che il villaggio ha subito attacchi quotidiani da parte dei coloni “che perseguivano una politica di insediamento pastorizio per controllare i terreni del villaggio”, con la palese protezione dei soldati israeliani.

In isolamento

Diverse ore dopo l’inizio dell’attacco l’esercito israeliano si è ritirato dal villaggio, ma è rimasto ai suoi ingressi imponendo una chiusura totale e installando posti di blocco.

Le forze israeliane hanno anche devastato parecchi villaggi palestinesi vicini e hanno condotto operazioni di ricerca con il sostegno di un elicottero.

Durante la notte cinque palestinesi sono stati feriti in un altro attacco dei coloni nel villaggio di Abu Falah vicino a Ramallah, come riferito dall’agenzia stampa ufficiale palestinese Wafa.

Il giornalista Mohammed Turkman ha detto che i soldati hanno deliberatamente attaccato i giornalisti mentre documentavano l’attacco dei coloni a al-Mughayyir.

Uno dei soldati mi ha preso di mira e un altro mi ha sparato direttamente. Fortunatamente il proiettile è finito vicino a me, ma avrei potuto essere uno dei feriti”, ha detto Turkman a MEE.

Turkman ha detto che il vasto attacco è stato condotto dai coloni da un lato e dai soldati dall’altro, mentre veniva totalmente impedito alle ambulanze di avvicinarsi.

I giornalisti non hanno potuto lasciare il villaggio dopo che l’esercito israeliano si è ritirato e ha isolato al-Mughayyir e sono stati costretti a rimanere a casa di Hajj.

Due auto bruciate durante il pogrom dei coloni al villaggio al-Mughayyir. Foto Mohammed Turkman

Non è la prima volta che abbiamo subito aggressioni durante il nostro lavoro. Durante ogni reportage i soldati cercano di attaccarci, soprattutto se intorno ci sono dei coloni”, dice Turkman.

Al-Mughayyr è rimasto isolato sabato e le forze israeliane hanno impedito che il corpo di Abu Alia fosse portato nel villaggio per il funerale, costringendo a rimandarlo fino a quando l’esercito non rimuoverà i posti di blocco.

(Traduzione dall’inglese di cristiana Cavagna)




Gli spudorati raid israeliani su Jenin alimentano una più accanita resistenza palestinese

Mariam Barghouti

27 febbraio 2024 +972 Magazine

Dal 7 ottobre le continue incursioni israeliane nel campo profughi di Jenin hanno ucciso quasi 100 palestinesi, tra cui molti civili. Ma mentre aumenta la repressione i figli della Seconda Intifada stanno imbracciando le armi

Nelle prime ore del 23 febbraio le forze armate israeliane hanno bombardato un veicolo nel campo profughi di Jenin, uccidendo tre residenti palestinesi del campo. L’obiettivo dell’attacco operato con i droni era il 27enne Yasser Mustafa Hanoun, comandante sul campo della Brigata Jenin – ufficialmente il braccio armato della Jihad islamica palestinese (PIJ), ma che negli ultimi anni ha operato come gruppo ombrello per una varietà di giovani palestinesi che vanno dal PIJ a Hamas, Fatah e persino al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), di sinistra e laico. Hanoun è stato ucciso sul colpo, in un attentato che ha ucciso anche Saeed Jaradat, 17 anni, e Majdi Nabhan, 20 anni, ferendo altri 15.

Negli ultimi mesi e in concomitanza con il continuo bombardamento israeliano della Striscia di Gaza, la Cisgiordania ha subito un forte aumento delle violente incursioni da parte delle forze israeliane. Se il 2023 è stato in Cisgiordania l’anno più mortale in circa due decenni con più di 500 vittime, almeno un quinto proveniva dalla sola Jenin.

Con la stessa tendenza dal 7 ottobre soldati e coloni israeliani hanno ucciso nel territorio 410 palestinesi, di cui 93 solo a Jenin. L’anno scorso la città ha dovuto spianare un appezzamento di terreno appena fuori dal campo profughi per farne un nuovo cimitero, poiché il cimitero comune era diventato troppo pieno e troppo in fretta.

Il campo profughi di Jenin è un microcosmo degli attacchi israeliani ai palestinesi che osano resistere alle sue politiche di esproprio e sfollamento. Mentre l’esercito israeliano sta pianificando un’operazione di “controinsurrezione” a lungo termine a Gaza come fase successiva alla guerra, Jenin getta luce su ciò che potrebbe esserci in serbo.

Il punto sono i palestinesi, non i palestinesi che resistono

Le incursioni dell’esercito israeliano a Jenin e nel suo campo profughi si sono susseguite quasi ininterrottamente dal 7 ottobre. L’invasione di gran lunga più vasta si è verificata tra il 12 e il 15 dicembre, quando i soldati israeliani hanno assediato l’intero campo per 60 ore: il raid più lungo e violento del suo genere da quando il campo fu quasi distrutto durante l’“Operazione Scudo Difensivo” nel 2002, nel pieno della Seconda Intifada.

Dopo aver portato a termine l’offensiva, il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato di aver arrestato 14 persone ricercate e “eliminato 10 terroristi” nel campo. Ma secondo testimoni oculari e residenti, almeno 12 palestinesi sono stati uccisi – 10 dei quali erano civili e non combattenti, compreso un bambino – mentre almeno altri 42 sono rimasti feriti da colpi di arma da fuoco, gas lacrimogeni e droni d’attacco israeliani.

Non esiste qualcosa come ‘questo è un combattente e questo no’ ”, ha detto a +972 Sami, un uomo sulla trentina che ha scelto di usare uno pseudonimo per paura di misure punitive da parte dell’esercito israeliano, in merito all’incursione che ha avuto luogo la sera del 13 dicembre. “Siamo tutti un bersaglio”, ha aggiunto, mentre le jeep militari pattugliavano le strade appena fuori dal campo profughi.

Alcune ore dopo il ritiro dell’esercito, la mattina del 15 dicembre, Umm Imad Ghrayeb, 72 anni, camminava per le strade fangose e in rovina del campo per la prima volta da tre giorni. Non sapeva da dove cominciare a raccontare le ore di orrore che aveva dovuto sopportare.

Eravamo solo noi anziani e mio marito non riusciva nemmeno ad alzarsi”, ha raccontato Ghrayeb a +972. “[L’esercito] ha sfondato la porta di casa nostra, anche se l’avevamo lasciata aperta per dimostrare che non abbiamo nulla da nascondere”.

Come è successo a molte altre famiglie, i soldati hanno chiuso Ghrayeb e suo marito in una stanza mentre l’esercito ha trasformato la casa in una base militare. Nel frattempo, intorno alle case continuavano spari e bombardamenti. “Tutto quello che potevamo sentire erano colpi forti, uno dopo l’altro”, ha ricordato Ghrayeb.

L’attacco di dicembre non è stata una semplice operazione di ricerca e arresto, e nemmeno un’operazione contro i combattenti della resistenza come affermato dall’esercito israeliano. Secondo quanto riferito, almeno 1.000 palestinesi – tutti uomini e ragazzi, per lo più giovani, comprese persone con malattie croniche – sarebbero stati arrestati nel corso delle 60 ore di invasione. La maggior parte è stata infine rilasciata, ma non prima di essere portata al campo militare di Salem a nord-ovest di Jenin o sottoposta a brutali interrogatori sul campo.

Quelli sottoposti a quest’ultima pratica venivano spesso bendati, spogliati e lasciati in faticose posizioni da seduti spesso all’aperto al freddo e alla pioggia. Alcuni detenuti hanno riferito che mentre erano detenuti i soldati li hanno coperti con la bandiera israeliana; i video hanno successivamente confermato queste testimonianze.

Da una casa del campo i soldati hanno pubblicato video sui loro account TikTok e sui social media in cui si mostravano fumare allegri il narghilè in un soggiorno con uomini palestinesi bendati costretti a star seduti sul pavimento.

Più che voler descrivere gli abusi subiti, gli abitanti del campo continuano a porsi la stessa domanda: “Perché?” Tenendo i palmi uniti e riuscendo comunque a mantenere un sorriso, Ghrayeb ha ricordato con voce tremante: “Tutto quello che abbiamo fatto è stato pregare: ‘Oh caro Dio, aiutaci’. Cos’altro potevamo fare?”

Se ce ne andiamo, chi resta?”

Mentre i residenti del campo di Jenin stavano subendo una campagna del terrore, i combattenti della resistenza palestinese hanno affrontato i soldati israeliani all’esterno del campo. Si sono radunati anche giovani disarmati provenienti da zone vicine, alcuni lanciando pietre, altri facendo la guardia e altri ancora imprecando ad alta voce contro i soldati.

Quando ho chiesto ad alcuni giovani palestinesi perché fossero in strada durante l’incursione pur sapendo che non avrebbero potuto entrare nel campo assediato, molti hanno risposto con un sentimento collettivo: “Almeno ci stiamo provando” e “Forse potremmo attirare l’attenzione dei soldati su di noi, per contribuire a mitigare la forza della violenza sul campo”.

Con i combattenti della resistenza armata non più all’interno del campo la popolazione dei rifugiati è rimasta senza protezione e alla mercé dei soldati israeliani. L’esercito ha assediato la zona, bloccato la circolazione delle merci e tagliato la fornitura di elettricità e acqua. “Non è consentito l’ingresso dei beni di prima necessità per esseri umani”, ha detto a +972 Eli, che ha scelto anche lui di usare uno pseudonimo, mentre osservava da lontano le jeep militari.

Guarda il campo”, diceva Sami mentre la sera del 13 dicembre si faceva più fredda, con i militari che si avvicinavano a un gruppo di giovani riuniti vicino a una clinica adiacente al campo. “Nessuno può entrare. Nessuna ambulanza. Niente latte per i neonati. Nemmeno il pane”, diceva.

Oltre a ciò, i soldati israeliani, compresi i cecchini, hanno ostacolato l’ingresso nel campo dei giornalisti e delle ambulanze nel campo. Ogni tentativo di avvicinarsi al campo veniva accolto dagli israeliani con violenta ostilità, incluso il lancio di proiettili veri direttamente contro il personale medico e i giornalisti.

Nel frattempo all’interno del campo le forze israeliane hanno danneggiato gravemente numerosi edifici imperversando di strada in strada. Nash’at Samara, insieme alla moglie e ai figli, si trovava a casa di suo fratello fuori dal campo quando è iniziata l’incursione; ha potuto rientrare nel suo quartiere solo dopo il ritiro dell’esercito. Non è tornato a una casa, ma alle rovine di una casa: era stata fatta saltare in aria, le piastrelle della cucina erano staccate dai muri e gli averi della famiglia erano stati saccheggiati.

“Perché hanno distrutto la nostra casa?” chiedeva a +972 mentre camminava tra le macerie della sua cucina. Guardando il cibo sul pavimento, diceva con una voce addolorata: “La resistenza si combatteva nelle strade, o fuori, non nelle case, e certamente non nel frigorifero”.

Il punto era umiliarci”, ha detto dell’invasione Walid Abu el-Fahed, 45 anni, il giorno che le forze israeliane si sono ritirate, percorrendo la scia di distruzione che avevano lasciato nel campo.

Più che umiliazione, tuttavia, queste pratiche servono a cacciare i palestinesi. Per l’esercito israeliano, le invasioni e le operazioni militari nelle case civili, negli ospedali o nelle scuole, oltre alle demolizioni di case e ai pogrom dei coloni, sono diventate una pratica sempre più comune che contribuisce all’espropriazione deliberata e allo sfollamento dei palestinesi.

Nell’arco di 116 giorni, tra ottobre 2023 e gennaio di quest’anno, Israele ha sfollato in Cisgiordania 2792 palestinesi. Si tratta di un aumento del 775% delle persone rimaste senza casa rispetto al numero dei palestinesi sfollati in tutti i primi nove mesi del 2023. Inoltre, come a Gaza, la maggioranza dei palestinesi uccisi in Cisgiordania non sono combattenti della resistenza ma civili, di cui quasi un terzo sono bambini e minori.

Tuttavia, nonostante le difficoltà, molte famiglie scelgono ancora di rimanere nelle proprie case. “Restiamo perché dobbiamo restare nella nostra patria”, spiega Abu el-Fahed guidando per le strade demolite dai bulldozer del campo profughi di Jenin mentre i suoi figli giocano sul sedile posteriore dell’auto. “Se io me ne vado con i miei figli, e lei se ne va con i suoi figli, e lui se ne va con i suoi figli”, comincia a chiedere Abu el-Fahed, “allora chi rimane?”

Nascita della resistenza

Sono nato con l’occupazione e i soldati, e morirò con l’occupazione e i soldati”, ha detto Eli mentre l’invasione e l’assedio continuavano per la terza notte. “Sparare, uccidere, sangue: questa è la vita dell’intera popolazione palestinese”, ha continuato depresso.

L’ultima volta che Israele ha condotto un’operazione così massiccia, tuttavia, è stato al culmine della Seconda Intifada, nel 2002. I danni di quell’incursione – parte dell’“Operazione Scudo Difensivo”, durante la quale le forze israeliane hanno invaso diverse città palestinesi in Cisgiordania nel corso di un mese –, la distruzione delle infrastrutture e delle istituzioni palestinesi ammonta secondo la Banca Mondiale ad una cifra stimata in più di 330 milioni di euro.

Oltre alle perdite materiali, l’incursione ha creato una generazione di palestinesi traumatizzati che non solo sono stati profondamente scossi dagli eventi di quell’anno, ma da allora hanno dovuto crescere con ulteriori violenze militari israeliane. All’epoca, le associazioni per i diritti umani avevano avvertito dell’impatto negativo che l’invasione del 2002 avrebbe avuto su quei bambini.

Più di due decenni dopo l’esercito israeliano continua ancora a effettuare raid regolari e intensi nelle città palestinesi della Cisgiordania. Anche la costruzione di colonie è in aumento, e con esse il tasso e la gravità degli attacchi ai palestinesi dei coloni che continuano a godere di un’impunità quasi totale ai sensi del sistema giudiziario israeliano. Gli arresti arbitrari e le umiliazioni dei palestinesi ai posti di blocco militari israeliani restano la norma, e gli omicidi extragiudiziali sono diventati il modus operandi degli ultimi anni.

Per i palestinesi in Cisgiordania l’intensificarsi degli attacchi israeliani è avvenuto soprattutto all’indomani dell’“Intifada dell’Unità” del maggio 2021, durante la quale i palestinesi tra il fiume e il mare si sono ribellati contro il governo israeliano e le forze di occupazione. Successivamente Israele ha lanciato l’“Operazione Break the Wave” (Spezzare l’onda), una serie di operazioni militari in tutta la Cisgiordania che hanno visto l’uso di forza letale contro i civili e missioni di assassinio extragiudiziale, illegali secondo il diritto internazionale.

Non sorprende, quindi, che la determinazione dei giovani palestinesi a prendere parte agli scontri militari con l’esercito israeliano non abbia fatto che crescere. Dopo l’Intifada dell’Unità un gran numero di palestinesi ha preso a impegnarsi nella resistenza armata, spesso unendosi a battaglioni locali non allineati con i tradizionali partiti politici palestinesi.

Ricordatevi, i ragazzi del 2002 ora sono la resistenza”, ha detto a +972 Abu el-Fahed, residente a Jenin, alcune ore dopo il ritiro dei militari dell’incursione di dicembre. Ricorda ancora la brutalità e la paura di quelle settimane. “[Israele] ha cercato di spostarci nel 2002”, dice. “Ci hanno distrutto la casa sopra la testa, ci hanno detenuti in massa e ci hanno ucciso”.

Questa inevitabile realtà non è né segreta né nuova per i palestinesi in generale, e per quelli di Jenin in particolare. “Ciò che distruggono lo ricostruiremo e i nostri figli saranno dei leader”, ha detto Abu el-Fahed.

Tuttavia, per poter crescere leader i bambini devono rimanere in vita. Israele ha portato avanti l’operazione di dicembre con il pretesto di prendere di mira sospetti combattenti palestinesi, usando gli attacchi di Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele come scusa per giustificare l’incursione letale, ma almeno un quinto delle persone uccise a Jenin sono bambini e minorenni.

“Veniamo uccisi comunque”

Continuando la tendenza, il 30 gennaio le forze israeliane sotto copertura hanno effettuato un omicidio mirato nell’ospedale Ibn Sina di Jenin. Poco dopo l’alba, i soldati della famigerata unità Duvdevan – travestiti da personale medico e pazienti palestinesi – sono entrati nell’ospedale, hanno estratto le armi davanti al vero personale e ai pazienti e hanno marciato verso il terzo piano dell’ospedale.

Lì le forze sotto copertura hanno assassinato extragiudizialmente Basel al-Ghazzawi, un combattente di 18 anni della Brigata Jenin che stava ricevendo cure per le ferite riportate in un precedente attacco a Jenin dell’esercito israeliano. Da un anno e mezzo Israele cercava di assassinarlo.

Sono stati uccisi anche altri due uomini che erano in visita ad al-Ghazzawi: suo fratello Mohammed al-Ghazzawi, di 23 anni, uno dei cofondatori della Brigata Jenin, e il loro amico Mohammad Jalamnah, 27 anni, che è un combattente senior della Brigata. Secondo giornalisti locali sul posto, l’unità israeliana sotto copertura ha ucciso i tre uomini con pistole silenziate.

Nonostante gli uomini fossero combattenti attivi nella Brigata Jenin, il loro assassinio all’ospedale Ibn Sina non solo è illegale perché si tratta di un omicidio extragiudiziale, ma viola anche la Convenzione di Ginevra. Ancora più allarmante, questo attacco segnala un’escalation degli spudorati crimini di Israele in Cisgiordania.

Nell’ottobre 2022 ho intervistato un protagonista combattente della resistenza palestinese, Nidal Khazem, chiedendogli perché avesse scelto di imbracciare le armi nonostante il rischio che ciò rappresenta per la sua vita. Khazem ha detto con molta calma: “[L’esercito israeliano] viene qui, uccide i nostri amici e la nostra famiglia, abusa e umilia le donne e ci nega l’accesso [al culto] ad Al-Aqsa”. Questo sentimento è condiviso dalla maggior parte dei combattenti della resistenza che ho intervistato negli ultimi due anni in Cisgiordania, e tutti ripetevano la stessa opinione: “Verremo uccisi comunque”.

Khazem è stato ucciso diversi mesi dopo, nel marzo 2023, in un assassinio extragiudiziale compiuto da forze israeliane sotto copertura appartenenti a Duvdevan. Anche Yousef Shriem, un altro combattente della resistenza e amico intimo di Khazem, è stato ucciso. Anche un terzo ragazzo di 13 anni è stato ucciso mentre attraversava Jenin in bicicletta durante l’operazione.

Nel luglio 2023, appena tre mesi dopo l’uccisione di Khazem e Shreim, Israele ha effettuato un’altra incursione distruttiva nel campo di Jenin utilizzando droni, un elicottero armato e artiglieria pesante a terra. Nel corso di due giorni l’esercito israeliano ha provato, senza riuscirci, a mantenere il pieno controllo del campo profughi, finendo sotto il fuoco dei combattenti della resistenza con una frazione delle loro capacità e risorse militari. Durante i raid letali contro campi profughi palestinesi, paesi, città e villaggi, l’esercito israeliano ha ucciso più civili che militanti palestinesi. Israele non solo non è stato in grado di fermare la crescita dei gruppi di resistenza armata nel campo profughi di Jenin, ma ha provocato l’ascesa di una maggiore resistenza armata in diversi distretti tra cui Tulkarem, Nablus, Ramallah, Hebron, Tubas e Gerico.

L’unica difesa che sembrano avere i palestinesi sono i gruppi di resistenza armata, nonostante le loro piccole dimensioni e la mancanza di armi. Nel tentativo di sradicarli, Israele sta aprendo la strada alla creazione di una comunità palestinese completamente indifesa – composta da anziani, minori e malati – che resta un bersaglio facile per uno degli eserciti più avanzati del mondo. Incapace di limitare la resistenza o di prendere di mira efficacemente i combattenti, tuttavia, l’esercito israeliano si è ridotto a tentativi di omicidio extragiudiziale nei momenti in cui i combattenti sono più vulnerabili e non impegnati in battaglia.

Quello che hanno fatto nel campo è una replica di Gaza: dall’umiliazione degli uomini spogliati nudi all’attacco alla moschea e alla distruzione di case”, ha riassunto Abu El-Fahed, indicando gli edifici grigi che un tempo erano case del campo.

L’obiettivo è uno: liberare la Palestina”

A differenza di Gaza, tuttavia, i gruppi armati palestinesi in Cisgiordania non dispongono di un unico organismo organizzato per lo scontro armato. Sono invece gruppi di uomini della comunità, vicini di casa, parenti e amici d’infanzia che si ritrovano ad affrontare non solo un esercito potente, ma anche un esercito che opera con politiche discriminatorie che producono persecuzioni e apartheid.

Cosa pensi che significhi essere [affiliato a] Hamas o Jihad islamica palestinese?” chiede un combattente di Hamas sulla trentina, che chiameremo “A”, seduto a metà ottobre in un piccolo soggiorno nel campo profughi di Jenin. E dice: “Significa poter acquistare un’arma”, mentre un altro combattente accanto a lui annuisce in segno di approvazione.

L’altro uomo, “B”, all’inizio dell’anno scorso aveva disertato dalle forze di sicurezza palestinesi dell’Autorità Palestinese – di cui era ufficiale. Sebbene i due appartengano a fazioni politiche rivali, uno di Fatah e l’altro di Hamas, sono insieme in un unico battaglione sotto l’egida della Brigata Jenin.

“Per la Jihad islamica palestinese non è una questione di potere o denaro”, ha detto a +972 un terzo combattente “C”, che ha appena 20 anni ed è il più giovane del gruppo, seduto accanto ai due uomini. “L’obiettivo è uno: liberare la Palestina per poter vivere liberamente. Ecco perché combatto con [la Jihad], ma non per loro.

Tutti gli uomini hanno sottolineato che, si tratti di Hamas, Fatah, PIJ o qualsiasi altra fazione, alla fine fanno tutti parte della stessa comunità che cerca di difendersi dai continui e intensi attacchi alla loro vita da parte delle autorità, dell’esercito e dei coloni israeliani.

Capisci che per noi sono queste le vie di confronto”, spiega A. “Siamo persone umili, dobbiamo racimolare i soldi per permetterci un’arma con cui reagire”.

Per i combattenti della resistenza palestinese a Jenin e altrove in Cisgiordania, l’affiliazione politica come procedura per tracciare linee di divisione è cosa del passato. Non si tratta più del quadro Hamas contro Israele o di attacchi di lupi solitari, ma di una comunità riunita sotto l’ombrello dell’opposizione all’occupazione israeliana che ha raggiunto l’apice delle sue pratiche violente nel genocidio in corso dei palestinesi.

Anche se la linea politica è diversa da quella di Gaza, alla fine Israele tratta i palestinesi ovunque allo stesso modo. “Siamo una serie di bersagli per [il Ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar] Ben Gvir e [il primo ministro Benjamin] Netanyahu”, ha spiegato “D”, un combattente sulla quarantina che teneva d’occhio le due jeep israeliane nelle vicinanze, pronte a caricare il centro città in qualsiasi momento.

L’esercito israeliano sta fallendo a Gaza ed è venuto a ottenere risultati a Jenin”, ha continuato. “È così che i media israeliani possono mostrare alla gente che stanno raggiungendo gli obiettivi”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Nuovi rapporti confermano mesi di torture, abusi e violenze sessuali da parte di Israele contro i prigionieri palestinesi

Yumna Patel

27 febbraio 2027 Mondoweiss

Per mesi i prigionieri palestinesi hanno dato testimonianze di torture per mano delle autorità militari e carcerarie israeliane. Nuovi rapporti fanno luce sugli abusi perpetrati all’interno dei centri di detenzione israeliani, in particolare sulla violenza sessuale.

La settimana scorsa sono apparsi due nuovi rapporti riguardanti la tortura e il crudele trattamento dei palestinesi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani dopo il 7 ottobre, comprese testimonianze di violenza sessuale contro donne e ragazze palestinesi. I rapporti hanno rinnovato il dibattito sulle dure condizioni dei palestinesi prigionieri in Israele, sulle quali gli stessi detenuti palestinesi e alcune associazioni per i diritti umani lanciano l’allarme da mesi.

Il 19 febbraio esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno espresso il loro allarme per quelle che hanno descritto come “vergognose violazioni dei diritti umani” perpetrate dalle forze israeliane contro donne e ragazze palestinesi a Gaza. Oltre alle esecuzioni extragiudiziali e arbitrarie di donne e bambini a Gaza, gli esperti delle Nazioni Unite hanno sottolineato il trattamento delle detenute palestinesi nelle carceri israeliane.

Secondo quanto riferito, molte sono state sottoposte a trattamenti inumani e degradanti, sono state private di assorbenti mestruali, cibo e medicine e sono state duramente picchiate. In almeno un’occasione, le donne palestinesi detenute a Gaza sarebbero state tenute in gabbia sotto la pioggia e al freddo, senza cibo”, si legge nella nota.

Siamo particolarmente angosciati dalle notizie secondo cui le donne e le ragazze palestinesi in detenzione sono state sottoposte anche a molteplici forme di violenza sessuale, come essere spogliate nude e perquisite da ufficiali maschi dell’esercito israeliano. Almeno due detenute palestinesi sarebbero state violentate, mentre altre sarebbero state minacciate di stupro e violenza sessuale”, hanno detto gli esperti, aggiungendo che foto di detenute palestinesi in “circostanze degradanti” sarebbero state scattate dall’esercito israeliano e caricate online.

Nel loro insieme, questi presunti atti possono costituire gravi violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario, e rappresentare crimini gravi ai sensi del diritto penale internazionale che potrebbero essere perseguiti ai sensi dello Statuto di Roma”, hanno detto gli esperti. “I responsabili di questi presunti crimini devono essere incriminati e le vittime e le loro famiglie hanno diritto a pieno risarcimento e giustizia”, hanno aggiunto.

Lo stesso giorno delle dichiarazioni degli esperti delle Nazioni Unite, Physicians for Human Rights Israel (PHRI, Medici per i Diritti Umani di Israele) ha pubblicato un rapporto di 41 pagine sulla condizione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane dal 7 ottobre, che l’organizzazione ha detto essere diventate “un apparato di vendetta e punizione.”

Il rapporto PHRI descrive nel dettaglio le estese violazioni dei diritti dei prigionieri da parte del Servizio penitenziario israeliano (IPS) e di altri organismi di sicurezza israeliani a partire dal 7 ottobre, compreso l’isolamento dei prigionieri dal mondo esterno, la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria, la negazione della luce del giorno o dell’ora d’aria e il sovraffollamento delle celle prive di arredi e risorse di base come materassi e coperte, nonché di acqua ed elettricità.

Oltre a tali condizioni, il PHRI descrive nel dettaglio anche il “trattamento crudele, inumano e degradante” dei prigionieri, comprese le molestie sessuali e la violenza. “In decine di casi… le guardie sono entrate in uno o due alla volta nelle celle e hanno picchiato brutalmente [i prigionieri] con i manganelli… le persone in carcere hanno anche riferito di aggressioni fisiche che includevano pugni, schiaffi e calci quando uscivano dalle loro celle o mentre venivano trasferiti in un’altra struttura, anche contro persone malate e disabili”, afferma il rapporto PHRI.

Persone entrate di recente in detenzione hanno raccontato che le guardie dell’IPS li hanno costretti a baciare la bandiera israeliana e chi si rifiutava veniva violentemente aggredito”.

Similmente a decine di rapporti redatti in precedenza da associazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi e da esperti in diritti umani, il rapporto PHRI sottolinea che i modelli di abuso e tortura indicano che “non si tratta di episodi isolati di guardie ribelli, ma di modelli di violenza sistematica”.

Dopo il 7 ottobre vengono alla luce gli abusi

All’indomani degli attacchi di Hamas del 7 ottobre, mentre Israele iniziava la sua campagna militare su Gaza, un’altra campagna è partita nella Cisgiordania occupata. I raid militari israeliani, consueti eventi notturni nel territorio, sono diventati molto più frequenti.

Nel giro di poche settimane migliaia di palestinesi, compresi i lavoratori giornalieri di Gaza intrappolati [in Israele], sono stati arrestati nel cuore della notte. Con la stessa rapidità con cui la popolazione carceraria ha cominciato ad aumentare, hanno cominciato ad arrivare le testimonianze dei palestinesi di soldati israeliani violenti che picchiavano i fermati e le loro famiglie e saccheggiavano le case.

Allo stesso tempo ha iniziato ad emergere una tendenza inquietante. Sui social media hanno iniziato a circolare video e foto che mostravano le forze israeliane sottoporre detenuti palestinesi ad abusi fisici, sessuali e verbali. Le riprese sono state filmate e pubblicate online con orgoglio dagli stessi soldati.

Il 31 ottobre uno dei primi video di questo tipo ha iniziato a circolare sui social media.

Mostrava un gruppo di uomini palestinesi distesi a terra, bendati con mani e piedi legati, molti dei quali parzialmente o completamente nudi. Gli uomini venivano portati in giro, presi a calci e picchiati da soldati militari israeliani in uniforme. Alcuni uomini piangevano di dolore, altri giacevano inerti, i corpi nudi ammucchiati uno sopra l’altro.

L’allarmante video ha provocato un’onda d’indignazione all’interno della comunità palestinese. Molti utenti online hanno paragonato le scene inquietanti alle famigerate foto dei corpi ammucchiati dei prigionieri iracheni torturati dalle forze armate statunitensi nella prigione di Abu Ghraib in Iraq quasi 20 anni fa.

Sono emerse voci contrastanti su dove siano avvenute le torture: alcuni indicavano che avessero avuto luogo nella Cisgiordania occupata, mentre altri dicevano che fossero scene di palestinesi detenuti nelle aree fuori dalla Striscia di Gaza. Mondoweiss non ha potuto verificare il luogo esatto dei fatti. Tuttavia, due associazioni per i diritti dei prigionieri hanno verificato che si tratta di un video autentico, girato in Cisgiordania dopo il 7 ottobre.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, gli uomini palestinesi torturati erano lavoratori della Cisgiordania arrestati nella zona delle colline a sud di Hebron dopo aver presumibilmente tentato di entrare in Israele senza permesso.

In una rara ammissione di colpa l’esercito israeliano ha affermato di stare indagando sull’incidente, dichiarando: “la condotta [dei soldati] che emerge da queste scene è grave e non corrisponde ai valori dell’IDF”.

Ma la montagna di prove di torture, abusi e molestie nei confronti dei detenuti palestinesi per mano delle forze israeliane accumulata negli ultimi mesi continua a contraddire chiaramente le dichiarazioni dell’esercito israeliano sui suoi “valori” e sulla moralità dei suoi soldati. .

Secondo gli ultimi dati di Addameer, un’organizzazione per i diritti dei prigionieri palestinesi con sede a Ramallah dal 7 ottobre, l’esercito israeliano ha rastrellato e arrestato più di 6.000 palestinesi.

Video e denunce di abusi fisici e torture hanno cominciato ad emergere già alla fine di ottobre ma le denunce non sono cessate e hanno continuato ad accumularsi sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. Mentre un gran numero di palestinesi vengono sottoposti a detenzione arbitraria, coloro che sono potuti uscire hanno condiviso varie testimonianze di derisioni e molestie sino alle percosse fisiche e alle aggressioni sessuali.

Dal 7 ottobre almeno otto prigionieri palestinesi sono morti nelle carceri israeliane. Le associazioni per i diritti umani sospettano fortemente che si tratti di crimini, anche se è impossibile confermarlo poiché Israele si rifiuta di rilasciare i loro corpi.

Questo è il momento più pericoloso e violento degli ultimi anni per essere arrestati in Cisgiordania”, ha detto a Mondoweiss Abdullah al-Zghari, portavoce dell’Associazione dei prigionieri palestinesi. “Loro [Israele] stanno arrestando tutti, persone di età diverse, giovani e anziani, bambini, donne, ragazze, ex prigionieri, tutti”.

È evidente dal modo in cui arrestano le persone, dal tipo di aggressioni e abusi a cui abbiamo assistito, che questa è una campagna di vendetta”, ha detto al-Zghari.

Stanno portando avanti la loro vendetta per quanto accaduto il 7 ottobre”.

In un rapporto approfondito di gennaio, Addameer ha dipinto un quadro simile, affermando che gli arresti di massa e l’intensificarsi della brutalità contro i prigionieri palestinesi in risposta ad atti di resistenza palestinese sono tattiche comuni utilizzate da Israele fin dall’inizio della sua occupazione.

Con il tempo, l’intensità della brutalità e degli arresti non fa che aumentare come forma di

punizione e come modo per sopprimere la resistenza, con l’obiettivo di controllare tutti gli aspetti della vita palestinese e punire un’intera società”, ha affermato Addameer.

Arresto arbitrario e abusi: “Sono stato picchiato per cent’anni della mia vita”

Comune a tutti i resoconti sulla campagna di arresti e incarcerazioni di massa di Israele delle organizzazioni per i diritti umani è la natura del tutto arbitraria con cui i palestinesi vengono presi di mira, arrestati e maltrattati.

Mentre Israele considera tutti i palestinesi sotto detenzione come “prigionieri di sicurezza”, quasi 3.500 dei circa 9.000 prigionieri sono detenuti nelle carceri israeliane senza essere mai stati accusati di un crimine o sottoposti a processo. Quel numero comprende persone comuni nonché attivisti, giornalisti e operatori per i diritti umani.

Altre centinaia di palestinesi arrestati ma poi rilasciati hanno raccontato di essere stati arbitrariamente fermati ai posti di blocco e successivamente arrestati e maltrattati fisicamente e verbalmente.

Questo è il caso del diciannovenne Mahmoud Dweik, un adolescente palestinese della città di Hebron nel sud della Cisgiordania occupata.

Il 4 novembre Dweik era in giro con i suoi amici per Hebron quando una jeep militare israeliana ha fermato la loro macchina. I soldati israeliani hanno iniziato a perquisire il veicolo e i telefoni dei ragazzi.

La perquisizione dei soldati ha portato alla luce prove sufficienti per arrestare i tre giovani: un bastone e un taglierino trovati in una cassetta degli attrezzi nel bagagliaio dell’auto e la foto di un posto di blocco israeliano sul telefono di Mahmoud, scattata più di un anno prima.

I soldati hanno poi portato Mahmoud e i suoi due amici in un accampamento militare in cima alla collina che domina la città di Hebron. E allora sono iniziate le violenze.

Circa 40 soldati, in gruppi, si sono alternati a picchiarci dall’inizio del nostro sequestro, dalle 19:00 fino alle 5 del mattino”, si legge in una testimonianza scritta da Mahmoud, condivisa con Mondoweiss da suo padre Badee. Il giovane adolescente l’ha descritta come una “festa di botte”.

“Sono stato picchiato [abbastanza] per cent’anni della mia vita”, ha detto Mahmoud, aggiungendo che i soldati hanno usato mani, piedi, fucili e bastoni per picchiare i ragazzi. Dopo circa otto ore di abusi i ragazzi sono stati portati in una stazione di polizia israeliana nell’insediamento illegale di Kiryat Arba, nel cuore della città vecchia di Hebron. I ragazzi hanno trascorso un’ora alla stazione di polizia prima di essere trasportati nuovamente al campo militare dove erano stati picchiati.

Abbiamo dormito per terra senza coperte o altro per proteggerci. Abbiamo semplicemente dormito all’aperto”, ha detto Mahmoud. Poche ore dopo, i ragazzi sono stati riportati alla stazione di polizia di Kiryat Arba. Ogni speranza di essere rilasciati e tornare a casa è stata delusa quando, poco dopo, i tre amici sono stati portati nella prigione militare di Ofer fuori Ramallah, nella Cisgiordania centrale.

Un viaggio che avrebbe dovuto durare due ore è stato tirato per le lunghe sino a più di 12 ore, ha detto Mahmoud, descrivendo il trasporto in “gabbie” all’interno di veicoli militari israeliani, dove stavano seduti su massacranti panche di ferro. Non è stato dato loro alcun cibo e l’acqua è stata fornita solo una volta.

Quando è arrivato in prigione è stato spogliato dei suoi vestiti e perquisito dalle guardie carcerarie, che lo hanno costretto a “piegarsi su e giù più volte con la faccia rivolta al muro”, ha detto Mahmoud.

Alla fine Mahmoud è stato accusato di “possesso di materiale sul telefono che minaccia la sicurezza dello Stato di Israele”. Il materiale in questione era la foto del posto di blocco militare che Mahmoud aveva scattato con il suo cellulare più di un anno e mezzo prima. Dopo 12 giorni di prigione, è stato rilasciato dietro pagamento di una cauzione di 1.000 shekel (250 euro).

Mahmoud dice di essere stato rilasciato a un posto di blocco vicino alla città di Ramallah nel cuore della notte senza telefono, con indosso solo i boxer e un paio di pantaloni da carcerato troppo grandi.

Grazie alla gentilezza di sconosciuti Mahmoud si è potuto vestire e prendere in prestito un telefono per chiamare suo cugino che viveva a Ramallah. Ha trascorso la notte a casa di suo cugino prima di tornare a Hebron il giorno successivo dove si è ricongiunto con i genitori.

“Sono stati i giorni più infernali della mia vita”, ha detto.

Di tendenza sui social media: i soldati documentano i propri abusi

Quando un palestinese viene arrestato dalle forze israeliane spesso passano diversi giorni prima che la sua famiglia venga a conoscenza di dove e in quali condizioni il congiunto è detenuto.

Questo rimane un dato di fatto, ma dal 7 ottobre sempre più famiglie palestinesi sono venute ad avere notizie dei loro cari attraverso i social media, imbattendosi in foto e video di membri della loro famiglia degradati, torturati e umiliati, registrati e pubblicati dai soldati israeliani.

Wajd Jawabreh, 33 anni, è madre di tre ragazze di età inferiore ai 10 anni e residente in un campo profughi nella zona di Betlemme. Il 31 ottobre Jawabreh era a casa e dormiva con suo marito, Khader Lutfi e le figlie, quando le forze israeliane hanno fatto irruzione in casa e arrestato suo marito.

Circa 30 minuti dopo il suo arresto a Wajd, già sconvolta, è stato inviato il link a un video sui social media. Ciò che ha visto è stato un colpo al cuore.

Nel video si vedeva suo marito, Khader, bendato e con le mani legate, in ginocchio davanti a un soldato israeliano, e si può sentire il soldato, che sembra essere quello che ha filmato il video, urlare imprecazioni a Khader, dicendo in arabo: “Buongiorno stronzo”, mentre gli dà un calcio nello stomaco.

Sono rimasta scioccata e sopraffatta. Mi ha spezzato il cuore. Non riuscivo a smettere di piangere”, ha detto Wajd a Mondoweiss a dicembre, più di un mese dopo l’arresto di Khader. “È davvero difficile vedere la persona con cui hai condiviso la vita in quelle condizioni.”

Wajd ha detto a Mondoweiss che il video è stato “girato con uno scopo”, ovvero umiliare suo marito, che è molto stimato nella loro comunità. “Da quando ho visto il video fino ad ora ho cercato di non lasciare che il video spezzasse la mia determinazione, perché è ciò che vuole l’occupazione”.

Il video di Khader è stato ampiamente diffuso sui social media, accumulando centinaia di migliaia di visualizzazioni. Wajd ha detto che ha cercato più di ogni altra cosa di assicurarsi che le sue figlie non lo vedessero mai, e che ogni nuova visione e condivisione del video la feriva ancora di più.

Non voglio che mio marito venga visto o ricordato in questo modo. Voglio che venga ricordato come la persona gentile e forte che è”, ha detto.

L’umiliazione e la vergogna che Wajd ha provato guardando il video di suo marito picchiato e umiliato sono proprio l’obiettivo di quei contenuti, dicono le associazioni per i diritti dei palestinesi.

Gli israeliani stanno cercando di umiliare i prigionieri e i detenuti dopo quello che è successo a Gaza [il 7 ottobre]. Li stanno mettendo alla prova in modi disgustosi, li spogliano dei loro vestiti, li picchiano nudi a terra, li rilasciano senza vestiti in modo che provino vergogna e umiliazione nelle loro comunità”, ha detto Abdullah al-Zghari a Mondoweiss.

Anche questo fa parte della tortura e della paura collettive instaurate dall’occupazione nella popolazione palestinese: far sì che le persone abbiano paura di essere arrestate. Questa è la prova di quanto ci disumanizzino e non ci considerino come esseri umani”, ha detto.

Torture e violenze sessuali nelle carceri

Se gli abusi sui detenuti palestinesi iniziano al momento dell’arresto, i rapporti delle associazioni per i diritti umani e degli stessi prigionieri indicano che alcune delle peggiori torture e maltrattamenti avvengono mentre i palestinesi sono chiusi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani.

Testimonianze strazianti sono ripetutamente emerse da parte dei palestinesi di Gaza che sono stati imprigionati durante l’invasione di terra da parte di Israele, con i detenuti che hanno raccontato di essersi visti negare l’accesso al cibo, all’acqua e ai bagni. Video e foto hanno mostrato segni profondi e tagli sui polsi e le caviglie dei detenuti di Gaza rilasciati, che hanno affermato di essere stati legati per giorni senza alcun sollievo o riposo. In alcuni casi, secondo quanto riferito, le forze israeliane hanno utilizzato i cani dell’esercito per minacciare i detenuti.

A gennaio, durante una visita a Gaza, Ajith Sunghay, capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, ha dichiarato di aver visitato un certo numero di detenuti palestinesi che erano stati detenuti “in luoghi sconosciuti” per un periodo compreso tra 30 e 55 giorni.

Hanno raccontato di essere stati picchiati, umiliati, sottoposti a maltrattamenti e a ciò che può costituire tortura. Hanno riferito di essere stati bendati per lunghi periodi, alcuni di loro per diversi giorni consecutivi”, ha detto Sunghay. “Un uomo ha detto di aver avuto accesso a una doccia solo una volta durante i 55 giorni di detenzione. Ci sono segnalazioni di uomini che sono stati successivamente rilasciati ma solo in mutande e senza indumenti adeguati per questo clima freddo”.

Si stima che circa 600 palestinesi di Gaza siano detenuti nelle carceri israeliane. Di contro altre centinaia sono trattenute nei campi di detenzione israeliani, anche se il numero esatto di quest’ultima categoria è sconosciuto. Nei campi di detenzione Haaretz ha riferito che i prigionieri dormono praticamente nudi ed esposti al rigido freddo invernale, sono costantemente bendati e sottoposti a continue torture quasi ad ogni ora del giorno.

Nel dicembre 2023, è stato riferito, un numero non dichiarato di detenuti di Gaza “è morto” all’interno dei campi di detenzione israeliani. Tali rapporti non includevano gli almeno altri otto palestinesi non originari di Gaza che sono morti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre.

Mentre i prigionieri di Gaza stanno probabilmente affrontando torture e abusi estremi a causa della loro identità, pratiche simili di tortura e abusi di ogni tipo, inclusa la violenza sessuale, sono stati impiegati anche contro palestinesi provenienti da altre parti dei territori occupati che sono detenuti nelle carceri israeliane.

Citando un avvocato palestinese che ha visitato i detenuti palestinesi ogni settimana dal 7 ottobre Amnesty International ha affermato: “Ai detenuti palestinesi è stato negato il diritto all’attività fisica all’aperto e una delle forme di umiliazione a cui sono sottoposti durante il conteggio dei detenuti è di essere costretti a inginocchiarsi sul pavimento.”

L’avvocato Hassan Abadi ha aggiunto che ai palestinesi detenuti “sono stati confiscati e talvolta bruciati tutti gli effetti personali inclusi libri, diari, lettere, vestiti, cibo e altri oggetti. Le autorità carcerarie hanno confiscato gli assorbenti alle detenute palestinesi nel carcere di al-Damon”. Secondo Abadi, una cliente da lui difesa gli ha detto che quando è stata arrestata e bendata un ufficiale israeliano “l’ha minacciata di stupro”.

Nel suo rapporto di gennaio, Addameer ha dettagliato diversi casi di minacce sessuali e violenze da parte delle forze israeliane contro uomini e donne palestinesi in detenzione. L’associazione ha affermato che tale violenza è strutturalmente impiegata dall’occupazione israeliana che è “ben consapevole dello stigma nei confronti degli uomini e delle donne palestinesi e dell’importanza dell’integrità e dell’onore del loro corpo. Ciò è particolarmente importante nelle società arabe”.

Molte testimonianze provenienti da donne vittime includono aspetti di molestie sessuali, minacce di stupro e perquisizioni forzate delle donne all’interno delle carceri e spesso persino

davanti ai propri figli durante le intrusioni domestiche. Questi sono tutti metodi di coercizione attuati per far sentire le donne impotenti e dare all’occupazione un senso di controllo sulle donne e sul loro corpo. È un abuso di potere e di autorità e gioca sulla paura delle vittime”, ha affermato l’associazione.

Addameer ha segnalato il caso di un prigioniero maschio di Gerusalemme, denominato “O.J.” nel rapporto, il quale afferma di essere stato sottoposto ad una perquisizione durante la quale gli agenti israeliani “hanno accarezzato ripetutamente le sue parti intime con la scusa di una perquisizione approfondita. Una volta denudato lo avrebbero fatto sedere e alzarsi più volte. Inoltre, mentre era nudo e veniva perquisito, l’ambiente in cui era tenuto aveva finestre senza vetri, così che il vento freddo entrava nella stanza.”

In un altro caso documentato da Adammeer, le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di una donna a Gerusalemme, l’hanno minacciata di stupro, le hanno sputato in faccia e l’hanno costretta a spogliare del tutto la sua nipotina appena nata di due settimane.

Questi atti di costrizione di uomini e donne a denudarsi toccandoli in modo inappropriato con la scusa della perquisizione di sicurezza sono compiuti con l’intento di mettere in imbarazzo e molestare sessualmente uomini e donne palestinesi”, ha detto Addameer.

Nel rapporto di Medici per i Diritti Umani, un prigioniero di nome “A.G.” che è stato detenuto nella prigione israeliana di Ktzi’ot, ha detto che le forze speciali israeliane sono entrate nella loro cella e hanno picchiato tutti, urlando insulti sessualmente espliciti tra cui “voi puttane”, “vi scoperemo tutti”, “scoperemo le vostre sorelle e mogli”, ecc. A.G. è stato poi portato in un bagno dove le forze israeliane urinavano su di loro.

A.G. ha anche descritto dettagliatamente episodi di perquisizioni violente, in cui le guardie carcerarie “bloccavano insieme individui nudi e infilavano un dispositivo di ricerca in alluminio nelle natiche. In un caso, le guardie hanno fatto passare una tessera magnetica fra le natiche di una persona. Ciò è avvenuto davanti agli altri detenuti e alle guardie, che hanno espresso il loro divertimento”.

Con il pretesto della guerra a Gaza, il Ministero della Sicurezza Nazionale, il suo ministro e il Ministero della Difesa, con il sostegno attivo e passivo di altri membri e ministri della Knesset, hanno promosso abusi senza precedenti dei diritti dei palestinesi in custodia militare e in detenzione. ” conclude il rapporto PHRI.

Lo Stato ha ripetutamente insistito sul fatto che si tratta di misure necessarie adottate nell’ambito delle ordinanze di emergenza per mantenere la sicurezza nazionale. Eppure, in realtà, queste misure violano il diritto locale e internazionale, nonché i trattati internazionali”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Amnesty International: l’“agghiacciante disprezzo” di Israele per la vita nella Cisgiordania occupata

Redazione Al Jazeera

5 febbraio 2024 – Al Jazeera.

Durante la guerra a Gaza Israele ha scatenato una violenza mortale illegale contro i palestinesi in Cisgiordania, afferma l’organizzazione per i diritti umani.

Israele ha scatenato una forza mortale al di fuori della legge contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata, commettendo uccisioni illegali e mostrando “un agghiacciante disprezzo per le vite dei palestinesi”, afferma Amnesty International.

L’organizzazione per i diritti umani ha affermato in un rapporto pubblicato lunedì che le azioni di Israele nel territorio si sono intensificate durante la guerra a Gaza e che il suo esercito e altri corpi armati stanno commettendo numerosi atti illegali di violenza che costituiscono chiare violazioni del diritto internazionale.

Gli occhi del mondo sono puntati soprattutto sulla Striscia di Gaza, dove l’esercito israeliano ha ucciso più di 27.000 palestinesi, soprattutto donne e bambini, dall’inizio della guerra il 7 ottobre. Ma Amnesty ha scritto nel suo rapporto che le forze israeliane stanno commettendo uccisioni illegali anche nei territori palestinesi occupati.

Il documento è stato redatto mediante interviste a distanza con testimoni, primi soccorritori e residenti locali, nonché video e foto verificati.

Sotto la copertura degli incessanti bombardamenti e delle atrocità commesse a Gaza, le forze israeliane hanno scatenato la loro mortale violenza in contrasto con le norme internazionali contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata, compiendo uccisioni illegali e mostrando un agghiacciante disprezzo per le vite dei palestinesi”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttore della ricerca globale, del patrocinio e delle linne guida di Amnesty International.

Questi omicidi illegali sono in palese violazione del diritto umano internazionale e sono commessi impunemente nel contesto del mantenimento del regime istituzionalizzato di oppressione e dominio sistematici di Israele sui palestinesi”.

Già prima della guerra i palestinesi in Cisgiordania erano sottoposti regolarmente a raid israeliani mortali, ma da ottobre si è verificato un aumento esponenziale nel numero di attacchi.

Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), nel 2023 Israele ha ucciso almeno 507 palestinesi nella Cisgiordania occupata, tra cui almeno 81 minori, rendendolo l’anno più letale da quando l’organizzazione ha iniziato a registrare vittime nel 2005.

I numeri delle Nazioni Unite mostrano anche che 299 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra fino alla fine del 2023, un aumento del 50% rispetto ai primi nove mesi dell’anno. Almeno altri 61 palestinesi, tra cui 13 minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane a gennaio, ha detto l’ONU.

Uccisioni deliberate”

L’analisi di Amnesty International di un raid israeliano durato 30 ore nel campo profughi di Nour Shams a Tulkarem, avvenuto il 19 ottobre, dimostra le tattiche impiegate dall’esercito israeliano.

In quel raid i soldati israeliani hanno utilizzato un gran numero di veicoli militari e soldati per assaltare più di 40 case. Hanno distrutto effetti personali, praticato buchi nei muri per le postazioni dei cecchini, tagliato acqua ed elettricità al campo profughi e usato bulldozer per distruggere strade pubbliche, reti elettriche e infrastrutture idriche.

Alla fine del raid avevano ucciso 13 palestinesi, tra cui sei minori, quattro dei quali sotto i 16 anni, e avevano arrestato 15 palestinesi.

Un agente della polizia di frontiera israeliana è stato ucciso dopo che un ordigno esplosivo improvvisato è stato lanciato contro un convoglio militare.

Tra le persone uccise durante il raid c’era un quindicenne disarmato di nome Taha Mahamid, a cui le forze israeliane hanno sparato uccidendolo davanti a casa sua mentre usciva per verificare se le forze israeliane avevano lasciato l’area, ha affermato Amnesty.

Non gli hanno dato alcuna possibilità”, ha detto Fatima, la sorella di Taha. “In un attimo mio fratello è stato eliminato. Tre proiettili sono stati sparati senza alcuna pietà. Il primo proiettile lo ha colpito alla gamba. Il secondo nello stomaco il terzo in mezzo agli occhi. Non ci sono stati scontri. … Non c’è stato alcun conflitto.”

Il padre di Taha, Ibrahim, ha cercato di portare in salvo suo figlio e nonostante fosse disarmato è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco e ha riportato gravi lesioni interne.

“Questo uso non necessario della forza letale dovrebbe essere indagato come possibile crimine di guerra in quanto omicidio volontario o intenzione di cagionare grandi sofferenze o gravi lesioni al corpo o alla salute”, ha affermato Amnesty.

Ma questo per quella famiglia non è stata la fine dell’operazione israeliana. Circa 12 ore dopo l’omicidio di Taha l’esercito israeliano ha fatto irruzione nella casa e ha rinchiuso i familiari, compresi tre bambini, in una stanza sotto la supervisione di un soldato per circa 10 ore.

Hanno anche praticato dei fori nei muri di due stanze per posizionare i cecchini con vista sul quartiere. Un testimone ha detto che i soldati hanno perquisito la casa, picchiando un membro della famiglia, e uno è stato visto urinare sulla soglia.

Gli estesi danni arrecati dai bulldozer israeliani alle strette strade del campo profughi hanno impedito il passaggio delle ambulanze, ostacolando l’evacuazione medica dei feriti.

Prendere di mira le ambulanze, uccidere i manifestanti

Amnesty ha anche documentato casi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco direttamente su ambulanze e personale medico.

Impedire l’assistenza medica ai palestinesi è ormai “una pratica di routine” da parte delle forze israeliane, ha affermato l’organizzazione per i diritti umani.

Ha documentato un caso in cui i soldati israeliani hanno impedito alle ambulanze di raggiungere le vittime che hanno finito col morire dissanguate.

“Le vittime sono state successivamente raccolte da un’ambulanza militare israeliana e i loro corpi devono ancora essere restituiti alle famiglie”, ha detto Amnesty.

L’organizzazione ha anche documentato come l’esercito israeliano reprima sparando proiettili veri e lacrimogeni sulla folla le proteste pacifiche dei palestinesi tenute in solidarietà con il popolo di Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Voci dalla Cisgiordania occupata: “Continuerò a parlare con amore”

Dylan Hollingsworth

30 gennaio 2024 al Jazeera

Cisgiordania occupata – Proseguendo le conversazioni di Al Jazeera con persone della Cisgiordania occupata, su come considerino le infinite tragiche notizie dalla Striscia di Gaza assediata e bombardata, e sulle circostanze del tentare di rifarsi una vita come palestinese sotto occupazione, ecco quattro storie di palestinesi:

Un giovane cristiano sconcertato per come il messaggio di pace e di perdono nato con Cristo in Palestina possa essere dimenticato così barbaramente.

Un difensore dei diritti umani il cui lavoro di una vita è stato di proteggere il popolo palestinese dalla negazione dei suoi diritti.

Un padre che si sveglia ogni giorno nell’angoscia perché ha il terrore che uno dei suoi figli a Gaza sia stato ucciso durante la notte.

E una madre il cui figlio ha compiuto il sacrificio estremo della sua giovane vita perché ha intrapreso l’unica strada che gli è sembrata possibile per combattere contro l’ingiustizia.

Nota: le interviste sono state modificate per motivi di lunghezza e chiarezza.

Abu Ghazaleh, cristiano palestinese, Ramallah

Siamo palestinesi.

Siamo rimasti qui nel corso della storia, musulmani, ebrei o cristiani… la [nostra] prima identità è palestinese.

E anche se sono cristiano palestinese… questo non mi pone fuori dall’ambito del conflitto palestinese. Non consideriamo la religione come la forza trainante o il motivo per difendere la mia terra o rivendicare i miei diritti.

Per me la religione è un modo per contattare Dio, mentre il mio diritto di esistere su questa terra è un mio diritto come palestinese, indipendentemente dalla mia religione.

Questa è la terra di Gesù, la terra dove Cristo ha predicato, dove Gesù è venuto e da qui il cristianesimo si è diffuso nel mondo.

Se vogliamo parlarne dal punto di vista religioso noi cristiani siamo più legati a questa terra di chiunque altro, musulmani o ebrei.

Ma non facciamo distinzioni in base alla religione, piuttosto se si crede nel diritto di vivere in libertà, pace e felicità.

“Le due cose che amo di più nella Bibbia sono: ‘Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono.’ Dio dice che anche se il tuo nemico ti augura la morte e ti odia, devi amarlo perché attraverso l’amore gli insegnerai la strada giusta.

‘Ma con la violenza non gli insegnerai la retta via. Se tu uccidi e lui uccide, le uccisioni continueranno. Se ami, l’amore crescerà.’

Questa frase… è magnifica. Significa che ami qualcuno che ti augura la morte e molte cose orribili.

Non importano le nostre divergenze con gli israeliani, continuerò a parlar loro con amore, affetto e pace.

Ma questo non significa che se un israeliano mi uccide io rimango in silenzio. Se mi uccide l’accuserò, ma il mio obiettivo principale non sarà toglierlo di mezzo, ucciderlo o eliminarlo, come fa lui con me”.

Shawan, direttore generale di Al-Haq [ONG palestinese indipendente per i diritti umani fondata nel 1979, ndt.], Ramallah

“I funzionari americani, l’amministrazione, posso dire che stanno aiutando e sono complici dei crimini di guerra che avvengono in Palestina. Siamo uccisi dalle armi americane.

Noi veniamo uccisi e gli israeliani godono dell’impunità, perché gli americani usano il veto per non ritenere responsabile Israele della sua prolungata occupazione e delle atrocità che accadono quotidianamente contro i palestinesi.

Come l’uccisione di palestinesi. Come espandere qui gli insediamenti o le colonie. Come la confisca delle terre. Come le demolizioni di case. Come il saccheggio delle nostre risorse naturali… come l’acqua, i minerali, la terra, tutto. Gli israeliani non ci hanno lasciato nulla.

Ora molti delle giovani generazioni americane sono più consapevoli della situazione rispetto a prima. E per questo motivo credo che dagli Stati Uniti venga una speranza, nonostante questa orribile situazione.

Ma il nostro caso non è iniziato il 7 ottobre. Il nostro caso ha ormai 75 anni.

Metà della nostra gente è rifugiata in tutto il mondo. L’80% della popolazione della Striscia di Gaza. Gaza misura 360 km quadrati. Si tratta di 2,3 milioni di persone in un luogo molto piccolo e densamente popolato.

E comunque gli israeliani attaccano e uccidono i civili. E l’hanno dichiarato fin dall’inizio, hanno detto: ‘Sono animali umani’, proprio per disumanizzare da subito i palestinesi.

“E hanno detto: ‘Taglieremo l’acqua’, e lo hanno fatto. ‘Taglieremo l’assistenza umanitaria’, e lo hanno fatto.

Che cosa possono ottenere gli israeliani se non seminare sempre più odio nelle menti del popolo palestinese? Questo non porterà la pace. Ciò che porterà la pace è se godiamo del nostro diritto fondamentale all’autodeterminazione.

Questo è il vostro risultato, il risultato americano. Ma sei il principale sostenitore di Israele e non dici al tuo amico: “Ehi, ragazzi, questo non va bene e non è giusto”. Perché se sei un vero amico devi dire ai tuoi amici di evitare di commettere atti illeciti. L’America, in questo momento, non lo sta facendo”.

Raed, palestinese di Gaza con permesso di lavoro israeliano, Ramallah

“Questa guerra non è né la prima né l’ultima per me.

Ho perso metà della mia famiglia nella guerra del 2014 in al-Wehda Street, vicino all’ospedale al-Shifa, quando più di 100 persone furono uccise in una sola zona.

Bambini innocenti sono stati presi di mira dagli aerei israeliani. Sostenevano che ci fossero dei tunnel sotto le case. Mia madre era lì, la moglie di mio fratello e i figli di mio fratello sono stati uccisi.

Ogni corpo che ho recuperato era mutilato, ognuno peggio del precedente. Alcuni erano stati decapitati…

“Soffriamo moltissimo, non riusciamo a dormire e siamo perseguitati dagli incubi. I miei figli soffrono e la maggior parte delle volte preferisco spegnere il telefono per evitare di parlare con loro.

«Dicono: ‘Papà, eri qui con noi prima del 7 ottobre’. Ma io non posso, sento morire i miei figli e non posso fare niente per loro.

Questa non è solo la mia sofferenza, ma quella di tutti i giovani qui. Capita di perdere un amico carissimo una volta in 20 o 30 anni, ma qui ogni giorno perdi le persone più care.

E non siamo responsabili di questa guerra. Siamo lavoratori rispettabili e i nostri figli sono innocenti. Non hanno niente a che fare con questa faccenda. Israele prende di mira coloro che sono coinvolti e coloro che non lo sono. Cerca vendetta sui bambini.

“Perché? O è per annientarci una volta per tutte oppure per non permetterci di piangere gli uni per gli altri. È difficile, come padre, svegliarsi e guardare il telefono per controllare come sta tuo figlio solo per scoprire che è morto, o sapere che tua moglie o tuo fratello sono morti.

Dammi un motivo per cui uno qualsiasi dei nostri figli debba essere coinvolto in questo atto barbarico.

Sono d’accordo, Hamas ha ucciso centinaia di persone il 7 ottobre, ma non puoi annientare un’intera nazione… stanno distruggendo l’intero Paese”.

Amal, madre in lutto e casalinga, Dair Jarir

“Qais era di buon cuore ed era molto colpito dalle cose che accadevano intorno a lui.

Tutti i giovani qui, quando hanno visto cosa stava succedendo ad Al-Aqsa… quelle madri e quelle donne trascinate dagli israeliani, gli si è spezzato il cuore e si sono sentiti impotenti.

Quando sono comparse a Nablus la Fossa dei Leoni e a Jenin le Brigate Jenin, i giovani hanno cominciato a credere di avere uno spazio per agire.

Certo, non ne sapevamo nulla, non ne avevamo idea. Ci raccontava che era con i suoi amici. Non sapevamo che avrebbe fatto quello che ha fatto.

Non poteva sopportare di vedere i giovani martirizzati a Jenin, Nablus, e gli assalti ad Al-Aqsa sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso… riposi in Dio la sua anima. Non abbiamo ancora ricevuto il suo corpo.

Qais ha portato la vita nella nostra casa, lui e suo fratello. Ci prendeva in giro e qualche volta era testardo, ma la nostra casa era piena di vita.

Adesso siamo come zombi, non c’è più vita in casa nostra. Se avessimo avuto il suo corpo fin da subito e lo avessimo seppellito sarebbe più facile.

Non penso ad altro che a come è Qais, che aspetto ha, cosa hanno prelevato dal suo corpo e cosa gli hanno lasciato.

A volte mio marito viene e mi trova congelata, con il corpo così freddo anche se fa caldo e mi copre con delle coperte. Ma non riesco a scaldarmi. Dico: ‘Qais è gelato’.

So, e nella nostra religione tutti sappiamo, che l’anima è con Dio, ma… non lo so. Le madri non vogliono mai seppellire i propri figli, ma in questa situazione preferiremmo poterli seppellire.

Quando sarà sepolto, potrò recitare il Corano per lui, visitare la sua tomba e piangere accanto ad essa.

Vogliono torturare le famiglie detenendo i corpi dei martiri… una punizione collettiva per le famiglie”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)