Israele arresta due palestinesi sospettati di un accoltellamento mortale

Redazione di Al-Jazeera

8 maggio 2022-Al Jazeera

I due sospetti sono stati arrestati in un’area boschiva vicino al luogo dell’attacco nell’insediamento di Elad, dopo una caccia all’uomo durata tre giorni.

Le forze israeliane hanno arrestato due palestinesi sospettati di aver ucciso tre persone in un attacco a coltellate la scorsa settimana nell’insediamento di Elad vicino a Tel Aviv.

I due palestinesi, identificati come Asad Yussef al-Rifai, 19 anni, e Subhi Imad Sbeihat, 20 anni, sono stati arrestati nei pressi di una cava non lontano da Elad a seguito di una vasta caccia all’uomo.

Domenica la polizia, l’esercito e l’agenzia di sicurezza interna in una dichiarazione congiunta hanno affermato “I due terroristi che hanno ucciso tre civili israeliani nell’attacco omicida a Elad sono stati catturati”.

Il primo ministro Naftali Bennett ha dichiarato: “Abbiamo detto che avremmo catturato i terroristi e così abbiamo fatto”.

Testimoni oculari hanno riferito al sito di notizie Maan che in seguito forze israeliane dotate di veicoli militari hanno fatto irruzione nelle loro case nel villaggio di Rummaneh a ovest di Jenin.

Giovane palestinese ucciso

Secondo il Ministero della Salute palestinese domenica sera le forze israeliane hanno ucciso a colpi di arma da fuoco un giovane palestinese vicino al posto di blocco militare di Jabara a sud di Tulkarem nella Cisgiordania occupata.

Il giovane è stato identificato come Mahmoud Sami Khalil, secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa.

Gli accoltellamenti di giovedì sono avvenuti in quello che Israele celebra come il suo Giorno dell’Indipendenza.

Per i palestinesi l’anniversario della dichiarazione di indipendenza di Israele nel 1948 segna la Nakba, o catastrofe, quando almeno 750.000 persone furono espulse violentemente dalle loro case e dai loro villaggi nella Palestina storica.

Elad, una città ebraica ultra-ortodossa, è costruita sui resti del villaggio palestinese al-Muzayriyah, che fu etnicamente ripulito e distrutto nel luglio 1948.

Le forze israeliane affermano che almeno altri quattro sono rimasti feriti nell’attacco con ascia e coltello.

Stefanie Dekker di Al Jazeera, che riporta da Gerusalemme Ovest, ha detto che sono stati trovati in una zona boscosa di Elad.

Non è la prima volta che questo tipo di attacchi viene effettuato in una città israeliana. Ce ne sono stati sei, sette negli ultimi due mesi”, ha detto Dekker.

“La valutazione delle forze di sicurezza interna israeliane è che questo tipo di attacchi sono effettuati a livello individuale, il che li rende molto più difficili da prevenire”, ha affermato.

“Questa è sicuramente una preoccupazione che si trascinerà nel futuro”.

Aumento delle tensioni

L’accoltellamento è stato l’ultimo di una serie di assalti mortali nel cuore del Paese durante ultime settimane. È accaduto quando le tensioni israelo-palestinesi erano già state acuite dalla violenza e dalle ripetute incursioni delle forze israeliane nel complesso della moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam.

In una dichiarazione il Ministro della Pubblica Sicurezza Omer Barlev ha affermato: “Continueremo a dare la caccia con determinazione in ogni momento a quelli che vogliono farci del male e li prenderemo.”

Mentre le forze armate perlustravano l’area alla ricerca degli uomini, la polizia ha invitato la gente a liberare l’area e ha esortato gli israeliani a denunciare veicoli o persone sospette.

La polizia ha detto che gli attaccanti provenivano dalla città di Jenin nella Cisgiordania occupata, la città è riemersa come un punto focale [era stata protagonista della seconda intifada, ndtr.] nell’ultima ondata di violenza, la peggiore che Israele abbia visto da anni. Molti aggressori arrivavano da Jenin.

Quasi 30 palestinesi sono morti nelle violenze succedute da marzo, tra cui una donna disarmata e due passanti. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che Israele usa spesso una forza eccessiva con poca o nessuna responsabilità.

Almeno 18 israeliani sono stati uccisi in cinque attacchi, tra cui un altro accoltellamento nel sud di Israele, due sparatorie nell’area di Tel Aviv e colpi di armi da fuoco lo scorso fine settimana in un insediamento israeliano nella Cisgiordania occupata.

Gli insediamenti israeliani sono considerati illegali secondo le leggi internazionali. I successivi governi israeliani hanno costruito e ampliato insediamenti nei territori palestinesi occupati – una mossa che secondo i palestinesi è mirata al cambiamento demografico.

Ci sono tra 600.000 e 750.000 coloni israeliani che vivono in almeno 250 insediamenti nella Cisgiordania occupata ed a Gerusalemme est.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le forze di sicurezza israeliane uccidono un palestinese in un’incursione nella Cisgiordania occupata

Redazione di Al Jazeera

26 aprile 2022, Al-Jazeera

Il Ministero della Sanità palestinese ha annunciato che Ahmad Owaidat, di 20 anni, è stato ucciso durante una incursione israeliana a Gerico.

Secondo il Ministero della Sanità palestinese le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso un palestinese durante una incursione nel campo profughi di Aqabet Jaber a Gerico, nella Cisgiordania occupata.

L’uomo è stato identificato come Ahmad Ibrahim Owaidat di 20 anni. Il Ministero della Sanità ha affermato che è stato colpito alla testa nelle prime ore di martedì.

Owaidat è stato trasferito nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Ramallah ed è rimasto lì per diverse ore prima che ne fosse dichiarato il decesso.

Le forze di sicurezza israeliane hanno effettuato una incursione nel campo prima dell’alba e hanno arrestato almeno due palestinesi.

In risposta all’uccisione, il movimento di Fatah a Gerico e nella valle del Giordano ha annunciato uno sciopero generale per martedì.

Altri due palestinesi sono stati uccisi durante la scorsa settimana nella Cisgiordania; Lutfi al-Labadi di 21 anni e Hanan Khdour di 18 anni sono stati colpiti durante una incursione dell’esercito israeliano nella zona di Jenin.

La tensione è alta a Gerusalemme e in Cisgiordania.

Un incremento degli attacchi da parte dei palestinesi ha portato all’uccisione di 14 persone in Israele dal 22 marzo. Nel frattempo dall’inizio dell’anno gli israeliani hanno ucciso almeno 46 palestinesi residenti nella Cisgiordania.

Le incursioni dei coloni scortati dalla polizia durante la scorsa settimana, quando la festività della Pasqua ebraica e il Ramadan, il mese sacro per i mussulmani, si sono sovrapposti, ha provocato scontri giornalieri con i palestinesi nell’area della moschea di Al-Aqsa, con molti palestinesi feriti e arrestati.

Lo scorso anno settimane di protesta contro le deportazioni di palestinesi a Gerusalemme Est occupata e incursioni delle forze di sicurezza israeliane ad Al-Aqsa durante il Ramadan sono sfociate in una diffusa sollevazione in Israele e nei territori palestinesi occupati e in una offensiva di 11 giorni contro Gaza assediata.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Quello che gli ebrei israeliani non capiscono di Al-Aqsa

Hanin Majadli

26 aprile 2022 – Haaretz

Chi controlla la montagna governa il paese,” scrisse il poeta nazionalista israeliano Uri Zvi Greenberg. E gli abitanti di Gerusalemme Est rispondono che chi governa Al-Aqsa governa Gerusalemme. Non c’è un posto in Israele più chiaramente palestinese di Gerusalemme Est. Gli arabi in Israele hanno subito un processo di israelizzazione e istitutizionalizzazione, i palestinesi in Cisgiordania sono soggetti al dominio militare e a Gaza vivono come in una prigione.

In effetti gli unici palestinesi senza “israelianità” in tutte le sue forme sono i gerosolomitani orientali. Non solo in termini di consapevolezza, ma nella realtà, nelle loro vite quotidiane che sono rimaste legate, sotto quasi tutti gli aspetti, alla Cisgiordania più che a Gush Dan, l’area metropolitana di Tel Aviv.

Entro le mura della Città Vecchia gli abitanti di Gerusalemme Est si sentono padroni o almeno pari persino ai loro padroni. Qui i palestinesi riescono, in un modo o in un altro a essere liberi dalle catene del dominio israeliano, che sia a causa dello status quo, per l’esplosività del posto, per l’opinione pubblica internazionale o per l’assenza di governo – scegliete voi la risposta giusta. Ecco perché non sono disposti a essere privati delle abitudini essenziali della propria identità comunitaria, religiosa e nazionale, nella propria casa, nella propria città e nella propria moschea.

Recentemente ho sentito parecchie persone, non necessariamente quelle la cui massima priorità è incoraggiare la visita al Monte del Tempio (anzi proprio il contrario), dire che anche se capiscono che il Ramadan è un mese particolarmente sacro e nonostante il proprio sostegno all’idea che il governo dovrebbe impedire agli ebrei di andare ad Al-Aqsa durante tale mese, non comprendono perché debba essere un problema anche quando gli ebrei si recano al Monte del Tempio per pregare. In silenzio, nella parte orientale del complesso.

Secondo loro, dopotutto, è un luogo sacro per entrambe le parti. I palestinesi non devono rinunciare a nulla e gli ebrei non “distruggono la moschea di Al-Aqsa” né “ci costruiscono il [Terzo] Tempio,” e allora dove sta il problema nel permettere anche agli altri di esprimere il proprio legame religioso? Dove sta il problema quando si prega insieme?

Se stiamo già parlando di un legame, allora ecco le domande: “Perché Israele non dovrebbe permettere a tutti i palestinesi di avere la disponibilità dei propri legami?. Dopotutto i palestinesi hanno anche un forte legame con ogni luogo di questo Paese, quindi perché impedire loro di viverci? Perché abbiamo bisogno di una legge razzista sulla cittadinanza che vieta loro di metter su famiglia e vivere ad Haifa o a Be’er Sheva [Biʾr al-Sab in arabo, la più grande città nel deserto del Negev, nel sud del Paese, ndtr.]?”.

Perché? Per il contesto. È sempre “il contesto.” O, detto in altre parole: l’occupazione e la lotta nazionale palestinese. Ecco ciò di cui ha paura Israele, la fonte di restrizioni e preclusioni. Per lo stesso motivo, e come se fosse una risposta a tutto ciò, Al-Aqsa negli ultimi anni è diventata un simbolo nazionale palestinese.

Non è più solo una normale moschea e il legame con essa non è solo più religioso. Rappresenta il simbolo della vittoria nazionale palestinese sull’ultranazionalismo ebraico. Questa vittoria si è ottenuta poiché l’area di Al-Aqsa è l’unico luogo in cui Israele si astiene dall’esercitare il controllo totale e tale situazione è sancita dalla legge. Persino per un regime occupante e oppressivo come quello israeliano la complessità è troppo grande. Il mondo musulmano osserva e minaccia di intervenire.

La determinazione dei gerosolomitani orientali e la loro battaglia contro i manganelli e i lacrimogeni delle forze di polizia sono diventate un simbolo di resistenza effettiva e anche un modo per comunicare un messaggio chiaro: “Noi non vi permetteremo di controllare Al-Aqsa perché è l’ultimo pezzo rimasto sotto il controllo palestinese e nessun palestinese ci rinuncerà.”

E visto che nel mese di Ramadan i palestinesi arrivano da varie località, sia religiosi osservanti che persone che non pregano, musulmani e cristiani (sì, persino loro), sia il Ramadan che Al-Aqsa sono ormai non solo simboli religiosi, ma anche emblemi nazionali. L’anno prossimo nella Palestina ricostruita. [riferimento ironico all’augurio con cui gli ebrei concludono la Pasqua “L’anno prossimo a Gerusalemme, ndt.]

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Perché una portavoce israeliana per la lotta all’antisemitismo diffonde la documentazione delle indagini contro un bambino palestinese?

Oren Ziv

26 aprile 2022 – +972 Magazine

La celebre attivista israeliana Noa Tishby ha diffuso foto inedite di un’indagine dell’esercito per giustificare l’arresto di un palestinese di 14 anni.

Le autorità responsabili della sicurezza israeliane stanno consegnando il materiale investigativo alle personalità di spicco online della hasbara [parola ebraica che indica la propaganda a favore dello Stato di Israele attraverso la diffusione di informazioni positive, ndtr.] per guadagnare consensi sui social media? Sembra proprio di sì.

Venerdì scorso l’attrice israeliana Noa Tishby, che questo mese è stata nominata prima portavoce speciale di Israele per la lotta all’antisemitismo e alla delegittimazione di Israele, ha pubblicato un video sulla sua pagina personale di Instagram in risposta a un post della top model palestinese-americana Bella Hadid. Hadid aveva condiviso una testimonianza su Athal al-Azzeh, un ragazzo palestinese di 14 anni arrestato due settimane fa dall’esercito israeliano con l’accusa di aver lanciato pietre, un’accusa che Athal ha categoricamente negato.

Nel suo video di risposta Tishby mostra due foto di un palestinese mascherato che fa rotolare un pneumatico, che sembra facciano parte del fascicolo investigativo dell’esercito israeliano su Athal – dato confermato da sua madre, Jinan, che afferma che le foto le sono state mostrate nel corso di un interrogatorio da agenti israeliani diversi giorni prima del post di Tishby. Il fascicolo dell’indagine, che non è pubblico, è stato molto probabilmente consegnato a Tishby dalle autorità.

Athal è stato arrestato il 15 aprile vicino al Checkpoint 300 a Betlemme, nella Cisgiordania occupata, mentre si dirigeva verso la casa di sua nonna nel campo profughi di Aida, vicino al muro di separazione. Sul luogo non erano in corso proteste ma nelle vicinanze, mentre lui passava, alcuni adolescenti stavano lanciando delle pietre contro la barriera di separazione.

Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”, ha detto a +972 il padre di Athal, Ahmad, che svolge la professione di avvocato. Ahmad fa presente che sono passate poche ore prima che la famiglia ricevesse finalmente la notizia dal distretto palestinese dell’Ufficio di Coordinamento e Collegamento (DCO) [Uffici di coordinamento militare israelo-palestinese istituiti nell’ambito dell’accordo Gaza-Gerico del 1994 tra Israele e l’Autorità palestinese, ndtr.] che il loro figlio era stato arrestato, dopodiché hanno ricevuto una telefonata da un investigatore militare israeliano.

“Eravamo felici che fosse vivo, che almeno non l’avessero ucciso, soprattutto in un momento in cui sentiamo costantemente parlare di uso di armi da fuoco contro adolescenti”, dice Ahmad.

L’arresto di Athal ha attirato l’attenzione internazionale dopo che Bella Hadid ha condiviso un commento sul caso da parte dell’attivista israeliano di sinistra Yahav Erez, che ha ricevuto oltre 16.000 ‘mi piace’. Il post di Erez, che mostrava una foto di al-Azzeh mentre suonava il violino e cercava di convincere le autorità israeliane a rilasciarlo, riportava che Athal era “tenuto in ostaggio dall’apartheid israeliana”.

In risposta al post di Erez, Tishby sostenitrice di Israele di vecchia data, la cui nuova posizione di portavoce ricade sotto la competenza del ministero degli Esteri ha sostenuto su Instagram che Hadid stesse “propagandando antisemitismo”.

“Non è vero”, ha detto Tishby ai suoi follower. Non è stato rapito né è tenuto in ostaggio. È stato processato il 16 [aprile], ha visto un giudice due volte e ne è previsto il rilascio il 24. Athal è stato arrestato per aver lanciato sassi e bruciato pneumatici, cosa per cui sarebbe stato arrestato negli Stati Uniti o in qualsiasi altro Paese del mondo rispettoso della legge”.

Nel condividere il post, continua Tishby, Hadid sta “diffondendo odio e disinformazione, che demonizza lo stato ebraico e fa divampare – sì, Bella – divampare l’antisemitismo”, aggiungendo che Athal dovrebbe “concentrarsi maggiormente sul suo violino piuttosto che sulla violenza contro gli ebrei.

Il video di Tishby includeva foto di palestinesi mascherati che sembrano essere state scattate dalle telecamere di sicurezza israeliane posizionate lungo la barriera di separazione, presumibilmente durante gli scontri con le forze israeliane. Jinan, la madre di Athal, ha detto che mercoledì scorso, diversi giorni prima che Tishby pubblicasse il suo video, dopo essere stata condotta alla stazione di polizia di Atarot, gli agenti israeliani che la interrogavano le hanno mostrato, tra l’altro, le due foto viste nel pezzo postato da Tishby.

“Ho visto le foto che sono apparse su Instagram”, ricorda. Sono esattamente le stesse foto [che mi hanno mostrato]. Mi hanno mostrato le due immagini e volevano che dicessi che era mio figlio, ma ho detto loro che non lo era. Mi hanno chiamata bugiarda”.

Dal momento del suo arresto Athal ha affrontato quattro udienze presso il tribunale militare di Ofer, una delle quali si è svolta martedì scorso. È stato accusato di lancio di pietre e di aver dato fuoco a pneumatici. “Mio figlio non ha fatto nulla e ha negato tutte le accuse contro di lui”, afferma Jinan. “Nel corso delle indagini hanno continuato a fare pressioni su di lui con l’uso di tattiche psicologiche per costringerlo a confessare”.

Ahmad ha detto che quando ha incontrato suo figlio a Ofer Athal gli ha riferito che gli agenti che conducevano l’interrogatorio lo hanno minacciato di tenerlo in prigione “per sempre”, ma Athal si è rifiutato di ammettere le accuse. “Ciò li disturba”, ha aggiunto Ahmad. Io stesso sono un avvocato e molto spesso in casa abbiamo parlato della legge. Lui lo sa”. Athal ha anche detto ai suoi genitori che se si fosse rifiutato di confessare, anche loro sarebbero stati sottoposti ad interrogatorio. Le autorità hanno mantenuto la loro promessa e la scorsa settimana hanno convocato Jinan.

Violazione del diritto ad un procedimento equo

Non sorprende che, nonostante le affermazioni di Tishby, Athal non sia stato rilasciato il 24 aprile, ma al contrario sia stato portato per un’udienza a Ofer, dove la sua custodia cautelare è stata prolungata.

Ho visto il post [di Tishby]. Speravo che riportasse la verità e che sarebbe stato rilasciato, ma sfortunatamente non è stato così”, dice Ahmad. Non ho alcuna speranza, ma chissà. Voglio continuare a credere che Dio lo aiuti e che il giudice ordini il rilascio di [Athal]”.

Lo stesso Ahmad ha pubblicato due commenti sul video di Tishby su Instagram prima e dopo l’indicazione da parte sua della data di rilascio. Tra le altre osservazioni ha scritto (riformulato per maggiore chiarezza): Ti permetti di essere poco professionale e di parlare a nome dell’intelligence israeliana. Stai diffondendo bugie su un ragazzo innocente di 14 anni”. Trascorso il 24 aprile, ha pubblicato un’ulteriore risposta: “Athal è stato torturato dal tuo esercito e la madre di Athal è stata sottoposta a un inferno di interrogatori che volevano costringerla a condannare suo figlio – hai qualche risposta in merito? Mentre ti godi l’abbronzatura sulla spiaggia noi palestinesi veniamo torturati dal tuo governo”.

In un’udienza tenutasi martedì presso il tribunale militare di Ofer il giudice Noam Breiman ha ordinato il rilascio di Athal su una cauzione di 4.000 NIS [nuovi shekel israeliani, 1147 euro, ndtr.], nonché una cauzione sulla responsabilità di terzi di 5.000 NIS [1433 euro, ndtr.]. I procedimenti legali continueranno e Athal rischia di essere giudicato alla fine di maggio.

Il giudice ha stabilito che il lancio di pietre avvenuto durante il passaggio di Athal non era diretto ai soldati israeliani ma piuttosto a una torre di guardia e che a causa della sua taglia fisica è dubbio che le pietre possano aver causato danni significativi.

L’arresto di minori palestinesi, compresi adolescenti, è una pratica israeliana comune nella Cisgiordania occupata. Secondo Addameer, un’organizzazione impegnata a favore dei diritti dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e palestinesi, Israele detiene attualmente in prigione 160 minori palestinesi.

Proprio questa settimana Haaretz ha riferito che, secondo i dati dell’esercito, tra il 2018 e l’aprile 2021, il 96% dei processi nei tribunali militari israeliani si è concluso con una condanna e il 99,6% di tali condanne è stato ottenuto tramite un patteggiamento. Questa tendenza dominante è evidente nel caso di Athal, poiché l’esercito e il sistema giudiziario militare cercano chiaramente di fare pressioni su di lui affinché confessi le accuse durante gli interrogatori, aprendo la strada a un patteggiamento.

Riham Nassra, un avvocato che rappresenta i detenuti palestinesi nei tribunali militari, ha affermato che la pubblicazione di materiale investigativo prima che venga emessa un’accusa, come ha fatto Tishby, è illegale e indica che il materiale è effettivamente trapelato. “Anche se quei materiali sono stati in qualche modo presentati all’udienza del tribunale, era illegale che venissero diffusi: ciò viola il diritto a un processo equo, soprattutto quando si tratta di un minore la cui udienza si tiene a porte chiuse e può anche interrompere o danneggiare l’indagine”.

Il ministero degli esteri israeliano, che sovrintende al ruolo di Tishby come portavoce speciale per la lotta all’antisemitismo, ha dichiarato: “Il video di Noa Tishby è stato pubblicato in risposta a un video ingannevole pubblicato sui social media con informazioni deliberatamente false sull’arresto di un giovane palestinese, al fine di offuscare l’immagine di Israele e delegittimare le sue azioni. In coordinamento con vari organismi abbiamo condotto un esame dei fatti che hanno costituito la base per la risposta di Noa Tishby. Le foto pubblicate non rivelano il volto del detenuto e quindi non vi è alcun impedimento alla loro pubblicazione. In particolare, il ministero degli Esteri non ha negato esplicitamente di aver consegnato i materiali per la pubblicazione da parte di Tishby.

Il portavoce dell’IDF [esercito israeliano, ndtr.] deve ancora rispondere alla nostra richiesta di commento.

Oren Ziv è un fotoreporter e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [organizzazione internazionale di fotografi e fotoreporter che utilizzano l’immagine fotografica come strumento contro ogni forma di oppressione, razzismo e discriminazione, in particolare nel territorio palestinese, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Per scongiurare una grave crisi alimentare la Palestina richiede un’attenzione immediata

Ramzy Baroud

19 aprile 2022 – Middle East Monitor

Mohammed Rafik Mhawesh, un giovane giornalista di Gaza e mio amico, mi ha detto che nel territorio assediato nelle ultime settimane il costo del cibo è salito alle stelle. Le famiglie già impoverite faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Ha spiegato che “I prezzi dei generi alimentari hanno subito una notevole impennata, specialmente dall’inizio della guerra Russia-Ucraina.”

Il costo di alimenti essenziali come grano e carne è raddoppiato. Quello dei polli, per esempio, che comunque solo una piccola frazione degli abitanti Gaza poteva permettersi, è aumentato da 20 shekel (circa 5.70 euro) a 45 shekel (quasi 13 euro).

Tale impennata sarebbe forse gestibile in alcune parti del mondo, ma in una società già poverissima che da 15 anni subisce un assedio ermetico da parte dell’esercito israeliano si tratta di una imminente e grave crisi alimentare.

L’ong internazionale Oxfam l’ha segnalata l’11 aprile, quando ha comunicato che i prezzi dei generi alimentari nella Palestina occupata erano saliti del 25% e, cosa più allarmante, le scorte di farina nei Territori Palestinesi Occupati potrebbero “esaurirsi in tre settimane “.

L’impatto della guerra Russia-Ucraina si fa sentire in tutto il mondo, in alcuni luoghi più che in altri. I Paesi africani e mediorientali che da anni combattono contro povertà, fame e disoccupazione sono i più colpiti.

Comunque la Palestina è tutta un’altra storia. È un Paese occupato che dipende quasi interamente dai provvedimenti della potenza occupante, Israele, che si rifiuta di rispettare il diritto internazionale e quello umanitario. Il problema dei palestinesi è complesso, ma, in un modo o nell’altro, quasi ognuno dei suoi vari aspetti è collegato a Israele.

Da molti anni Gaza è soggetta al blocco economico imposto da Israele. La quantità di cibo a cui Israele permette di entrare nella Striscia è razionata e manipolata dallo Stato occupante e usata come punizione collettiva. Amnesty International nel suo rapporto sull’apartheid in Israele pubblicato a febbraio ha dettagliato le restrizioni israeliane sulle derrate palestinesi e le riserve di carburante. Secondo l’organizzazione dei diritti umani Israele usa “formule matematiche per determinare quanto cibo far entrare a Gaza”, limitando le provviste a ciò che Tel Aviv giudica “essenziale per la sopravvivenza della popolazione civile”.

A parte i molti problemi infrastrutturali derivanti dall’assedio, come la quasi totale mancanza di acqua potabile, elettricità e attrezzature agricole, Gaza ha per esempio anche perso gran parte della sua terra coltivabile, destinata ad essere una zona di esclusione militare israeliana stabilita lungo il confine nominale intorno alla Striscia.

La Cisgiordania non sta molto meglio. La maggior parte dei palestinesi nei Territori Occupati, oltre all’impatto devastante della pandemia da Covid-19 e alle debolezze strutturali nell’Autorità Palestinese, afflitta da corruzione e malgoverno, sta patendo l’oppressione crescente dell’occupazione israeliana.

Secondo Oxfam l’ANP importa il 95% del suo grano e non possiede nessuna struttura di stoccaggio. Tutte queste importazioni passano attraverso Israele, che controlla ogni accesso alla Palestina dal mondo esterno. Dato che Israele stesso importa quasi metà del suo grano e cereali dall’Ucraina, i palestinesi sono ostaggio di questo particolare meccanismo dell’occupazione.

Comunque Israele ha ammassato riserve di cibo ed è in massima parte indipendente per l’energia, mentre i palestinesi sono in difficoltà a tutti i livelli. Mentre l’ANP ha parte della colpa per aver investito nel suo elefantiaco apparato di “sicurezza” a spese della sicurezza alimentare, Israele ha in mano quasi tutte le chiavi della sopravvivenza dei palestinesi.

A causa delle centinaia di checkpoint nella Cisgiordania occupata posti dall’esercito israeliano e che separano le comunità una dall’altra e i contadini dalle proprie terre, in Palestina l’agricoltura sostenibile è quasi impossibile. Questa complessa situazione è ulteriormente aggravata da due grossi problemi: gli oltre 700 kilometri del cosiddetto “Muro di Separazione” che non “separano” per niente gli israeliani dai palestinesi, ma privano illegalmente i palestinesi di ampie aree delle loro terre, quasi tutte zone agricole, e il vero e proprio furto di acqua palestinese dalle falde acquifere della Cisgiordania. Mentre molte comunità palestinesi in estate non hanno acqua potabile, Israele non ha mai scarsità di acqua in nessun periodo dell’anno.

La cosiddetta Area C determinata dagli Accordi di Oslo costituisce quasi il 60% dell’area totale della Cisgiordania ed è sotto completo controllo militare israeliano. Sebbene sia relativamente poco popolata, contiene la maggior parte dei terreni agricoli dei Territori Palestinesi Occupati, specialmente le zone della fertilissima valle del Giordano. A causa della pressione internazionale Israele ha rimandato la sua annessione ufficiale dell’Area C, ma essa è comunque praticamente avvenuta e i palestinesi sono lentamente cacciati via e rimpiazzati da una popolazione crescente di coloni illegali ebrei-israeliani.

I prezzi dei generi alimentari in rapida crescita stanno danneggiano proprio quei contadini e allevatori che sono impegnati a riempire l’enorme voragine causata dall’insicurezza alimentare globale risultante dalla guerra. Secondo Oxfam, in Cisgiordania i costi dei mangimi sono saliti del 60%, problema che va ad aggiungersi al “presente fardello” che gli allevatori devono affrontare, come l’”inasprimento dei violenti attacchi dei coloni israeliani” e “lo sfollamento forzato”, un eufemismo usato per definire la pulizia etnica, parte delle politiche di annessione di Israele.

La fine della guerra Russia-Ucraina probabilmente porterebbe un parziale miglioramento, ma persino questo non porrebbe fine all’insicurezza alimentare della Palestina dato che il problema è provocato e prolungato da specifiche politiche israeliane. Nel caso di Gaza infatti la crisi è totalmente creata da Israele con in mente specifici obiettivi politici. L’infame commento dell’ex consigliere del governo israeliano Dov Weisglass che nel 2006 spiegava i motivi dell’assedio di Gaza resta il principio guida dell’atteggiamento di Israele verso la Striscia: “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma di non farli morire di fame.”

Perciò, per scongiurare una grave crisi alimentare, la Palestina ha bisogno di un’attenzione immediata. L’estrema e prolungata povertà e l’elevata disoccupazione a Gaza non lasciano alcun margine per altre disastrose limitazioni. Comunque qualsiasi cosa si faccia ora sarebbe solo un rimedio a breve termine. Si deve tenere un dibattito serio, che coinvolga i palestinesi, i Paesi arabi, la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e altri organismi per discutere e risolvere l’insicurezza alimentare palestinese. Per la gente della Palestina occupata questa è la vera e concreta minaccia esistenziale.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La prossima crisi di Gaza potrebbe essere la peggiore mai vista

Ramzy Baroud

30 marzo 2022 – Palestine Chronicle

“È tornata l’acqua”, annunciava un membro della famiglia con un misto di eccitazione e panico, spesso a tarda notte. Nel momento in cui veniva fatto un tale annuncio, tutta la famiglia iniziava a correre in tutte le direzioni per riempire ogni tanica, recipiente o bottiglia disponibile. Molto spesso, l’acqua durava pochi minuti, lasciandoci un senso collettivo di sconfitta, preoccupati per la possibilità stessa di sopravvivere.

Questa la nostra vita sotto l’occupazione militare israeliana a Gaza. La tattica di tenere i palestinesi ostaggio dell’elemosina israeliana di acqua era così diffusa durante la prima Intifada, o rivolta, palestinese che negare l’approvvigionamento idrico a campi profughi, villaggi, città o intere regioni era la prima misura adottata per sottomettere la popolazione ribelle. La cosa era spesso seguita da incursioni militari, arresti di massa e violenze omicide, ma quasi sempre iniziava con l’interruzione delle forniture d’acqua ai palestinesi.

La guerra dell’acqua di Israele contro i palestinesi è cambiata da quei primi giorni, soprattutto perché la crisi del cambiamento climatico ha accelerato la necessità per Israele di prepararsi per fosche evenienze future. Naturalmente, questo avviene largamente a spese dei palestinesi occupati. In Cisgiordania il governo israeliano continua a usurpare le risorse idriche palestinesi dalle principali falde acquifere della regione: la falda acquifera montana e quella costiera.

Cosa molto frustrante, la principale compagnia idrica israeliana, Mekorot, rivende a villaggi e città palestinesi a prezzi esorbitanti l’acqua palestinese rubata, specialmente nella regione settentrionale della Cisgiordania.

A parte il costante profitto derivato dal furto d’acqua, Israele continua a usare l’acqua come forma di punizione collettiva in Cisgiordania, molto spesso negando ai palestinesi, specialmente dell’Area C [oltre il 60% della Cisgiordania, in base agli accordi di Oslo sotto totale controllo israeliano, ndt.], il diritto di scavare nuovi pozzi per aggirare il monopolio idrico di Israele.

Secondo Amnesty International i palestinesi della Cisgiordania occupata consumano in media 73 litri di acqua al giorno a persona. Fate il paragone con un cittadino israeliano, che consuma circa 240 litri di acqua al giorno, e, peggio ancora, con un colono ebreo israeliano illegale, che consuma oltre 300 litri al giorno. La quota d’acqua palestinese non solo è molto al di sotto della media consumata dagli israeliani, ma è anche sotto il minimo giornaliero raccomandato di 100 litri pro capite indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Per quanto difficile possa essere la situazione per i palestinesi in Cisgiordania, a Gaza la catastrofe umanitaria è già in atto. Il 22 marzo, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, l’Autorità per la Qualità dell’Acqua e dell’Ambiente di Gaza ha messo in guardia da una “grave crisi” se le forniture idriche di Gaza continueranno ad esaurirsi al pericoloso ritmo attuale. Il portavoce dell’Autorità, Mazen al-Banna, ha detto ai giornalisti che il 98% delle riserve idriche di Gaza non sono adatte al consumo umano.

Le conseguenze di questo terrificante dato sono ben note ai palestinesi e, di fatto, anche alla comunità internazionale. Lo scorso ottobre, Muhammed Shehada, di Euro-Med Monitor [ong per i diritti umani con sede in Svizzera, ndt.], ha dichiarato alla 48a sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che circa un quarto di tutte le malattie a Gaza sono causate dall’inquinamento dell’acqua e che circa il 12% dei decessi tra i bambini di Gaza sono “collegati alle infezioni intestinali legate all’acqua contaminata.”

Ma come è arrivata a questo Gaza?

Il 25 maggio [2021, ndt.], quattro giorni dopo la fine dell’ultima guerra israeliana contro Gaza, l’organizzazione benefica Oxfam ha annunciato che 400.000 persone nella Gaza assediata non avevano avuto accesso alle normali forniture d’acqua. Il motivo è che le campagne militari israeliane iniziano sempre con il prendere di mira le reti elettriche, i servizi idrici e altre strutture vitali pubbliche dei palestinesi. Secondo Oxfam, “11 giorni di bombardamenti … hanno avuto un grave impatto sui tre principali impianti di desalinizzazione della città di Gaza”.

È importante tenere a mente che la crisi idrica a Gaza è in corso da anni e ogni aspetto di questa prolungata crisi è legato a Israele. Con infrastrutture danneggiate o malandate, gran parte dell’acqua di Gaza contiene livelli di salinità pericolosamente elevati o è estremamente inquinata dalle acque reflue o per altri motivi.

Anche prima che Israele schierasse di nuovo i suoi militari fuori da Gaza nel 2005 per imporre un assedio da terra, mare e aria alla popolazione della Striscia, Gaza era in crisi idrica. La falda acquifera costiera di Gaza era interamente controllata dall’amministrazione militare israeliana, che dirottava acqua di qualità alle poche migliaia di coloni ebrei, mentre occasionalmente assegnava acqua ad alta salinità all’allora 1,5 milioni di palestinesi, sempre che i palestinesi non protestassero né resistessero in alcun modo contro l’occupazione israeliana.

Circa 17 anni dopo la popolazione di Gaza è cresciuta a 2,1 milioni e la falda acquifera di Gaza, già in una situazione critica, è in condizioni molto peggiori. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha riferito che l’acqua dalla falda acquifera di Gaza si sta esaurendo a causa dell'”eccessiva estrazione (perché) le persone non hanno altra scelta”.

Peggio ancora, l’inquinamento e l’afflusso di acqua di mare significano che solo il 4% dell’acqua della falda acquifera è potabile. Il resto deve essere purificato e dissalato per renderlo potabile”, ha aggiunto l’UNICEF. In altre parole, il problema di Gaza non è la mancanza di accesso alle riserve di acqua dolce esistenti poiché queste ultime semplicemente non esistono o si stanno rapidamente esaurendo, ma la mancanza di tecnologia e carburante che darebbero ai palestinesi di Gaza la capacità di rendere la loro acqua perlomeno potabile. Anche questa non è però una soluzione a lungo termine.

Israele sta facendo tutto quello che può per distruggere ogni possibilità palestinese di riprendersi da questa crisi in corso. Sembra inoltre che Tel Aviv abbia investito solo nel peggiorare la situazione, per mettere ulteriormente a repentaglio le possibilità di sopravvivenza dei palestinesi. Ad esempio, l’anno scorso i palestinesi hanno accusato Israele di aver inondato deliberatamente migliaia di dunum [unità di misura terriera: 10 dunum = 1 ettaro] palestinesi a Gaza quando Israele ha svuotato le sue dighe meridionali, che usa per raccogliere l’acqua piovana. Questo rituale praticamente annuale di Israele continua a devastare le sempre più ridotte aree agricole di Gaza, spina dorsale della sopravvivenza palestinese sotto l’ermetico assedio di Israele.

La comunità internazionale presta attenzione a Gaza praticamente solo durante i periodi delle guerre israeliane, e anche in quel caso l’attenzione è per lo più negativa, con i palestinesi solitamente accusati di aver provocato le presunte guerre difensive di Israele. La verità è che anche quando finiscono le campagne militari di Israele, Tel Aviv continua a fare la guerra agli abitanti della Striscia.

Sebbene sia militarmente potente, Israele afferma di dover affrontare una “minaccia esistenziale” in Medio Oriente. In realtà, è l’esistenza palestinese che è in vero pericolo. Se quasi tutta l’acqua di Gaza non è idonea al consumo umano a causa di una deliberata strategia israeliana, si può capire perché i palestinesi continuino a reagire come se le loro vite dipendessero da essa – perchè è proprio così.

Ramzy Baroud è giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo saggio, curato insieme a Ilan Pappé, è La nostra visione di liberazione: parlano i leader palestinesi coinvolti e gli intellettuali. Il dr. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele: due persone uccise * e parecchie ferite in una sparatoria nel centro di Tel Aviv

Lubna Masarwa

7 aprile 2022 – Middle East Eye

La polizia di Giaffa ha affermato di avere in seguito colpito e ucciso l’aggressore, che ha identificato come un ventottenne palestinese di Jenin.

Gerusalemme – Giovedì almeno due persone * [al momento tre ndt] sono state uccise e molte altre ferite in una sparatoria nel centro di Tel Aviv, l’ultimo di una serie di attacchi in Israele nelle ultime settimane. Dieci persone, almeno quattro delle quali in condizioni critiche, sono state ferite e sono state ricoverate in ospedale.

La sparatoria ha avuto luogo in vari punti di via Dizengoff, un frequentatissimo viale pieno di ristoranti e bar.

Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, ha affermato che in seguito agenti di polizia hanno trovato l’aggressore nascosto nei pressi di una moschea a Giaffa, appena a sud di Tel Aviv.

L’agenzia ha detto che l’attentatore è stato ucciso durante uno scontro a fuoco.

Lo Shin Bet ha identificato l’uomo come un ventottenne palestinese di Jenin, nella Cisgiordania occupata, che secondo quanto affermato era in Israele illegalmente.

Sabato forze israeliane hanno ucciso tre palestinesi durante una sparatoria a Jenin, che ore prima aveva commemorato i 20 anni da un brutale attacco israeliano contro il campo profughi della città, diventato emblematico dell’occupazione israeliana.

Itai Niger, che vive a Tel Aviv nei pressi del luogo dell’attacco ha detto a Middle East Eye che c’era una notevole presenza di polizia in città e che la paura era palpabile.

“Sono sorpreso e spaventato. Non riesco a capirlo. Non so come sarà la mia vita nei prossimi giorni e in futuro,” ha detto Niger.

“È terribile. Dopo quello che è successo gli abitanti di Tel Aviv avranno di fronte una nuova realtà.”

Il fotogiornalista Oren Ziv ha informato dal luogo dell’attacco di un’immediata caccia all’uomo che ha coinvolto centinaia di soldati, agenti di polizia e unità d’élite dell’esercito.

Ziv ha descritto una scena di tensione in città dato che gli abitanti erano intimoriti perché l’aggressore non era ancora stato preso.

Dopo la sparatoria le forze di sicurezza hanno bloccato le uscite di Tel Aviv per effettuare le operazioni di ricerca.

Il collaboratore di MEE Mohammed Wated ha riferito che in un primo tempo le forze di sicurezza hanno piazzato posti di blocco a Wadi Ara, una zona a 60 km da Tel Aviv abitata per lo più da cittadini palestinesi di Israele, e hanno iniziato a interrogare gli automobilisti.

Secondo il suo ufficio il primo ministro Naftali Bennett ha monitorato la situazione dal quartier generale dell’esercito israeliano, che si trova anch’esso nel centro di Tel Aviv.

Timori di un’escalation

L’attacco di giovedì giunge solo una settimana dopo che tre diversi attacchi hanno ucciso 11 israeliani, tra cui dei poliziotti.

Tre dei quattro attentatori, tutti in seguito uccisi, erano palestinesi cittadini di Israele. Il quarto era un palestinese della Cisgiordania occupata.

In seguito alle violenze l’esercito e la polizia israeliani hanno portato l’allerta al livello più alto dal maggio dello scorso anno, con migliaia di soldati e di agenti schierati in tutto Israele e lungo le barriere con la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

Da allora in Cisgiordania sono stati uccisi dal fuoco israeliano sei palestinesi, di cui uno colpito da un colono.

Il picco di violenze coincide con avvertimenti che la prossima settimana le tensioni potrebbero aumentare, in quanto coloni israeliani e attivisti di estrema destra hanno annunciato piani per fare irruzione nella moschea di al-Aqsa durante le festività della Pasqua ebraica per pregare all’interno del sito.

Per sei notti di seguito a Gerusalemme est occupata forze israeliane hanno attaccato i palestinesi presso la Porta di Damasco, un punto di incontro molto frequentato dai palestinesi per riunirsi e socializzare durante il mese sacro del Ramadan. Più di 30 persone, inclusi minorenni, sono state arrestate negli scontri.

Nonostante le tensioni le autorità israeliane all’inizio di questa settimana hanno affermato che alleggeriranno le restrizioni per i palestinesi della Cisgiordania che visitano la moschea di al-Aqsa in vista del primo venerdì del Ramadan che spesso attira decine di migliaia di fedeli.

L’agenzia di notizie palestinese Wafa ha informato che il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha condannato l’attacco di giovedì e ha sottolineato i pericoli di “continuare le ripetute incursioni all’interno della moschea di al-Aqsa e le azioni provocatorie di gruppi di coloni estremisti.”

Durante lo scorso Ramadan la violenza si è acuita quando Israele ha cercato di espellere famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah, un quartiere della Gerusalemme est occupata, perché fossero sostituite da coloni israeliani.

Ciò ha suscitato proteste generalizzate nella Cisgiordania occupata e nella comunità palestinese in Israele e ha portato a una guerra di 11 giorni tra Israele e gruppi armati a Gaza. Secondo l’ONU l’operazione militare israeliana su vasta scala contro la Striscia assediata ha causato la morte di 256 palestinesi, tra cui 66 minorenni. In Israele ci sono state 13 vittime, uccise da razzi lanciati da Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per i palestinesi in Cisgiordania, [gli attacchi armati]sono eventi eccezionali, non un'”ondata di terrorismo”

Amira Hass

2 aprile 2022 Haaretz

Sebbene l’opinione pubblica palestinese comprenda le motivazioni degli aggressori, la stragrande maggioranza non sceglie questa strada, che non favorisce la loro causa, e ha delle riserve sul prendere di mira i civili. Ma condannare? Che prima gli israeliani condannino la violenza che esercitano contro i palestinesi

I tre atti di omicidio-suicidio perpetrati da quattro palestinesi – da entrambi i lati della Linea Verde – in meno di due settimane evidenziano solo l’assenza di un organo politico dirigente palestinese riconosciuto, con un’unica strategia chiara e unificante. Gli attacchi riflettono divisioni interne e la dolorosa consapevolezza della debolezza e dell’incapacità palestinese di agire di fronte alla potenza di Israele. D’altra parte, il fatto che così pochi scelgano questa strada, nonostante sia disponibile, indica una più ampia comprensione politica del fatto che tali attacchi non promuovono la causa palestinese.

La stragrande maggioranza sta “votando con i piedi sa che gli attacchi dei lupi solitari spinti dalla disperazione o dalla vendetta non hanno, né costituiscono in sé, un obiettivo e non porteranno a nulla. Non cambieranno l’equilibrio di potere. Il popolo palestinese in Cisgiordania lo capisce senza bisogno di direttive dall’alto, senza un discorso pubblico aperto sull’argomento e mentre le sue organizzazioni politiche, principalmente quelle dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e dell’Autorità Palestinese, sono al loro punto più basso in termini di potere e di fiducia della gente – e sono più che mai in conflitto e in competizione tra loro.

Ogni palestinese, su entrambi i lati della linea verde, ha molte ragioni per desiderare che gli israeliani provino dolore, perché sono loro e non solo il loro governo ad essere responsabili della difficile situazione dei palestinesi. È probabile che questo fosse il desiderio dei quattro assassini suicidi, indipendentemente dal loro background, dalle circostanze familiari o dal carattere di ciascuno di loro. Gli israeliani sanno subito, poiché esiste un intero apparato che diffonde tali informazioni, quali sono gli aggressori arrestati in precedenza, dopo quale attacco sono stati distribuiti dolci [per celebrare l’attacco, ndt] e accanto alla casa di quale assalitore i giovani hanno festeggiato (con totale mancanza di rispetto per il dolore della famiglia). Ma gli israeliani, nel complesso, non sono interessati alla misura in cui Israele, e loro stessi, in quanto suoi cittadini, hanno costantemente e per molti decenni causato sofferenza ai palestinesi, come individui e come popolo.

Questo enorme divario tra conoscenza specifica [dei palestinesi, ndt] e ostinata mancanza di conoscenza [degli israeliani, ndt] è sufficiente a spiegare perché l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sia indifferente ai recenti attacchi da parte di individui, siano essi commessi da cittadini israeliani o da abitanti della Cisgiordania, e non obbedisca alle richieste israeliane di condannare gli omicidi. Ciò che è degno di nota non è che gli aggressori siano sfuggiti all’attenzione dello Shin Bet, ma che, nonostante la loro comprensione delle motivazioni degli assalitori, la stragrande maggioranza dei palestinesi non scelga di intraprendere questa strada.

Migliaia di palestinesi senza permesso di lavoro entrano apertamente in Israele ogni giorno attraverso molteplici varchi nel muro di separazione. Questo va avanti da anni, con la piena conoscenza dell’esercito e della polizia. Come tutti sanno, c’è una notevole quantità di armi e munizioni tra i palestinesi in Israele e in Cisgiordania. Questi due fatti avrebbero potuto portare molti altri attacchi per vendetta da parte di individui che non potevano essere scoperti in anticipo, sia cittadini palestinesi di Israele che residenti in Cisgiordania. Anche se nelle prossime settimane si verificheranno alcune imitazioni, come l’attacco con il cacciavite di giovedì, per i palestinesi il numero di questi attacchi impallidisce rispetto all’entità e alla natura sistematica dell’ingiustizia inflitta loro da Israele.

Ogni palestinese ha buone ragioni per desiderare di infrangere la falsa normalità di cui godono i cittadini ebrei, che in generale ignorano il fatto che il loro Stato agisce instancabilmente, giorno e notte, per espropriare un maggior numero di palestinesi delle loro terre e dei loro diritti storici e collettivi come popolo e società. Per raggiungere questo obiettivo, Israele mantiene un regime continuo di oppressione. Ciò include: la violenza burocratica come i divieti di costruzione, sviluppo e movimento che discriminano i palestinesi a favore degli ebrei, nel Negev, in Galilea e in Cisgiordania, la violenza disciplinare attraverso la sorveglianza, le incursioni notturne e gli arresti e violenze fisiche come torture durante gli interrogatori e la detenzione, attacchi regolari da parte dei coloni e lesioni e morte per mano principalmente di soldati e poliziotti, ma anche per mano di civili israeliani. Il fatto che gli autori siano lo Stato, le sue istituzioni e i cittadini, non rende questa violenza accettabile, legittima o giustificata agli occhi dei palestinesi, che costituiscono metà della popolazione che vive tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

Al contrario. La natura meticolosamente pianificata di questa violenza e il numero infinito di israeliani che vi prendono parte danno ai palestinesi un diverso senso delle proporzioni quando un’azione violenta è intrapresa dai loro compatrioti. Quella che è considerata un'”ondata di terrorismo” dagli ebrei israeliani è vista dai palestinesi come un’eccezione, composta da pochi giovani che si sono stufati dell’impotenza di tutti, compresi se stessi, scegliendo invece di uccidere e farsi uccidere. Molti più giovani diventano dipendenti da antidolorifici e altri farmaci per le stesse ragioni, oppure seguono i propri sogni ed emigrano.

In conversazioni private i palestinesi in Cisgiordania e a Gaza esprimono dolore per la morte di civili. Sembra che gli attacchi con il coltello e l’omicidio di donne e anziani, come accaduto a Be’er Sheva, siano più scioccanti degli spari contro i passanti, che includono poliziotti e soldati in uniforme. Alcune persone sottolineano il fatto che gli assalitori ad Hadera hanno sparato solo contro gli agenti della polizia di frontiera e, secondo testimoni israeliani, hanno deliberatamente evitato di sparare contro donne e bambini. In un rapporto in arabo questa distinzione tra persone in uniforme e civili è attribuita – per errore o apposta, chi può dirlo – all’aggressore [che ha agito] a Bnei Brak, anche se ha sparato indiscriminatamente contro i civili.

Per vari motivi, il dolore e le riserve personali non si traducono in condanna pubblica (tranne che da parte di Mahmoud Abbas, che è così impopolare che la sua opinione non conta). Innanzitutto perché gli attacchi di un “lupo solitario” non rappresentano la collettività in generale, che non ne è responsabile, ma anche perché l’uso delle armi ha un’aura di santità e legittimità storica difficile da scrollarsi di dosso. In secondo luogo, nasce dalla compassione istintiva per un palestinese che ha scelto di essere ucciso. Terzo, non vi è alcuna condanna pubblica da parte di Israele dopo ogni atto di violenza da parte dello stato o da parte di elementi ufficiali o privati ​​contro i palestinesi. Una condanna palestinese appare quasi collaborazionista perché non tiene conto di un equilibrio di potere così sbilanciato.

La facciata di normalità israeliana potrebbe essersi incrinata per alcuni giorni, con l’isteria e la paura alimentate dai media israeliani e da Hamas, dalla Jihad islamica e da Hezbollah, che lodano questi attacchi per il loro tornaconto politico. Anche le persone consapevoli dell’inutilità e dell’inefficacia di tali atti di disperazione e vendetta non lo affermano pubblicamente per non offendere le famiglie degli aggressori uccisi. In ogni caso l’attenzione dei palestinesi si è concentrata sugli attacchi dei coloni e dell’esercito e l’istigazione di destra contro tutti gli arabi scatenata subito dopo gli attacchi dei lupi solitari.

Nonostante il tradizionale sostegno emotivo alla resistenza armata, la stragrande maggioranza sa che per ora, anche se questo tipo lotta dovesse riprendere (e non solo da parte di singoli), e anche se dovesse essere meglio pianificata rispetto al precedente della seconda Intifada, non potrebbe  sconfiggere Israele o migliorare la sorte dei palestinesi. Proprio come la diplomazia, il movimento BDS e le sanguinose dimostrazioni a Beita e Kafr Qaddum non sono riusciti e non stanno riuscendo a bloccare la costante e quotidiana acquisizione di spazio da parte degli ebrei israeliani e l’espulsione dei palestinesi verso enclave sovraffollate che possono essere chiuse in un attimo da un pugno di soldati.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Rapporto OCHA del periodo 8 – 21 marzo 2022

1). Nel contesto di due operazioni di ricerca-arresto, nel corso delle quali alcuni palestinesi hanno aperto il fuoco o lanciato bottiglie incendiarie, o pietre contro forze israeliane, queste hanno sparato, uccidendo due palestinesi, tra cui un minore, e ferendone altri tre.

[seguono dettagli]. Il 15 marzo, nel Campo profughi di Balata (Nablus), un ragazzo di 16 anni è stato ucciso con arma da fuoco; secondo fonti israeliane, il giovane aveva aperto il fuoco contro le forze israeliane impegnate nella cattura di un palestinese del Campo; nel corso dell’operazione altri due palestinesi sono rimasti feriti. Le prime indagini delle Organizzazioni per i Diritti Umani indicano che il ragazzo non era coinvolto nello scontro a fuoco. Lo stesso giorno, nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme), un palestinese 21enne è stato ucciso con arma da fuoco e un altro è rimasto ferito; secondo un funzionario israeliano citato dai media israeliani, da parte palestinese vi erano stati lanci di ordigni esplosivi contro le forze israeliane che avevano fatto irruzione nel Campo per arrestare un altro uomo. Un altro palestinese è rimasto ferito nel Campo profughi di Ad Duhaishe (Betlemme), sempre durante un’operazione di ricerca-arresto. In nessuno dei tre episodi è stato riportato alcun ferimento di israeliani. In totale, le forze israeliane hanno effettuato 95 operazioni di questo tipo, arrestando 143 palestinesi, inclusi dodici minori.

2). Un palestinese di 23 anni è morto per le ferite riportate il 2 marzo vicino a Burqa (Nablus); le forze israeliane l’avevano colpito con arma da fuoco nel corso di una protesta in solidarietà con i prigionieri palestinesi. Ciò porta a 18 il numero totale di palestinesi uccisi dalle forze israeliane in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) dall’inizio dell’anno; sono inclusi tre palestinesi autori o presunti autori di attacchi contro israeliani.

3). Complessivamente, in Cisgiordania, sono stati feriti dalle forze israeliane 222 palestinesi, inclusi 37 minori, con un incremento del 60% rispetto al precedente periodo di riferimento [seguono dettagli]. La maggior parte dei feriti (190) sono stati registrati vicino a Beita e Beit Dajan (entrambi a Nablus) e Kafr Qaddum (Qalqiliya), in manifestazioni contro gli insediamenti [colonici]. Nella città di Nablus, 20 persone sono rimaste ferite in seguito all’ingresso di coloni israeliani in un sito religioso (La Tomba di Giuseppe), accompagnati da forze israeliane. Secondo fonti della locale Comunità palestinese, le forze israeliane hanno sparato in aria bombe assordanti, innescando scontri con i residenti locali, che hanno lanciato pietre contro le forze israeliane. Altri otto palestinesi, tra cui due minori, sono rimasti feriti durante il lancio di pietre contro forze israeliane in servizio presso un checkpoint collocato tra le aree H1 e H2 della città di Hebron; queste ultime hanno sparato proiettili veri e proiettili di gomma. Altri quattro feriti sono stati segnalati in operazioni di ricerca-arresto (vedi sopra). Del totale di feriti palestinesi, nove sono stati colpiti da proiettili veri, 28 da proiettili di gomma e la maggior parte dei rimanenti sono stati curati per aver inalato gas lacrimogeno.

4). A Gerusalemme sono avvenuti due accoltellamenti ad opera di palestinesi [seguono dettagli]. Il 19 marzo, a Gerusalemme Ovest, un palestinese di Gerusalemme Est ha accoltellato e ferito un civile israeliano ed è stato successivamente colpito e ferito da forze israeliane. Il 20 marzo, nel quartiere di Ras al ‘Amud a Gerusalemme Est, un altro palestinese ha accoltellato e ferito due poliziotti israeliani ed è stato successivamente arrestato.

5). Nella Striscia di Gaza, un ragazzo palestinese di 15 anni è stato ferito dall’esplosione di un residuato bellico trovato a terra. Il ragazzo ha riportato gravi ferite che hanno reso necessaria l’amputazione di una mano.

6). In diverse località della Cisgiordania le forze israeliane hanno continuato a limitare il movimento dei palestinesi [seguono dettagli]. Gli ingressi principali ai villaggi di Burqa e Al Mas’udiya (entrambi a Nablus) sono rimasti bloccati da cumuli di terra e blocchi di cemento; in prossimità di questi due villaggi, il 16 dicembre 2021, un colono israeliano fu ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato da palestinesi. Queste misure hanno costretto circa 8.000 palestinesi a ricorrere a lunghe deviazioni, rendendo difficoltoso il loro accesso ai mezzi di sussistenza ed ai servizi. Il 13 e 19 marzo, le forze israeliane hanno bloccato l’ingresso principale del villaggio di Sinjil (Ramallah) e chiuso un cancello stradale posto tra il villaggio di An Nabi Salih (Ramallah) e la strada 60, interrompendo l’accesso diretto di circa 7.000 palestinesi ai mezzi di sussistenza e ai servizi e costringendoli a lunghe deviazioni. Queste chiusure sono presumibilmente collegate al lancio di pietre, da parte palestinese, contro i veicoli di coloni israeliani. Nell’area H2 di Hebron, in seguito al lancio di pietre da parte di palestinesi contro una torre militare presidiata da soldati israeliani, forze israeliane hanno impedito ai pedoni ed ai residenti palestinesi di entrare ed uscire dalla Città Vecchia di Hebron e, per cinque giorni consecutivi, hanno costretto i proprietari di negozi a chiudere per diverse ore.

7). In Area C ed a Gerusalemme Est, adducendo la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, confiscato o costretto i proprietari a demolire nove abitazioni ed altre strutture palestinesi. Di conseguenza, undici persone sono state sfollate, tra cui sette minori, e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di oltre 70 altre. Otto delle strutture erano in Area C e una a Gerusalemme Est.

8). Coloni israeliani hanno ferito due palestinesi e persone conosciute come coloni israeliani, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi in 20 casi [seguono dettagli]. I ferimenti si sono verificati vicino a Kisan (Betlemme), dove coloni hanno aggredito fisicamente e spruzzato liquido al peperoncino su donne palestinesi che pascolavano il bestiame. In quattro episodi verificatisi vicino agli insediamenti israeliani prossimi ad Al Mughayyir (Ramallah), Kafr ad Dik e Yasuf (entrambi a Salfit), circa 155 alberi e alberelli di proprietà palestinese sono stati sradicati o vandalizzati. A Far’ata (Qalqiliya) e Qaryut (Nablus), i pneumatici di venti auto di proprietà palestinese sono stati forati e sui muri di tre case sono state dipinte scritte ingiuriose, secondo quanto riferito, ad opera di coloni di Gilad Farm e Shilo. Quattro episodi accaduti a Nablus, Salfit e Ramallah, includono l’irruzione in una casa e in un terreno agricolo, il furto di attrezzature agricole e il danneggiamento di raccolti. Nell’area H2 di Hebron, coloni hanno lanciato pietre contro pedoni e case palestinesi, danneggiando almeno tre case.

9). Persone conosciute come palestinesi, o ritenute tali, hanno ferito tre israeliani e danneggiato diversi veicoli israeliani. Oltre al civile israeliano che è stato accoltellato a Gerusalemme Ovest (vedi sopra), due coloni israeliani sono rimasti feriti dal lancio di pietre contro veicoli in transito su strade della Cisgiordania, nei governatorati di Hebron e Gerusalemme. In dodici episodi, veicoli israeliani sono stati danneggiati dal lancio di pietre o bottiglie incendiarie.

10). Vicino alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa di Gaza, in almeno 24 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, secondo quanto riferito, per far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [loro imposte da Israele]. Non sono stati segnalati feriti. In due casi, cinque palestinesi di Gaza, compreso un minore, sono stati arrestati dalle forze israeliane mentre, a quanto riferito, tentavano di entrare in Israele attraverso la recinzione. Un palestinese di Gaza è stato arrestato dalle forze israeliane al valico di Erez. In due occasioni, le forze israeliane, [entrate] all’interno di Gaza, hanno spianato terreni prossimi alla recinzione, danneggiando almeno 1,9 ettari di colture.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina:https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

 



Diversi palestinesi tra cui un adolescente uccisi dalle forze israeliane

Al Jazeera e agenzie di stampa

15 marzo 2022, Al Jazeera

L’adolescente Nader Rayan e due uomini uccisi in raid nella Cisgiordania occupata e in Israele.

Le forze israeliane hanno ucciso tre palestinesi, tra cui un adolescente, in due diversi incidenti nella Cisgiordania occupata e nel deserto di Naqab (Negev).

Il Ministero della salute palestinese afferma che martedì in un raid israeliano nel vasto campo profughi di Balata, nella città settentrionale di Nablus, il diciassettenne Nader Rayan è morto dopo essere stato colpito alla testa, al torace e alla mano.

Inoltre riporta che altri tre palestinesi sono rimasti feriti di cui uno è in condizioni critiche.

Un portavoce della polizia di frontiera israeliana ha confermato che un palestinese è stato ucciso. “Un terrorista ha sparato contro le nostre truppe che hanno risposto e lo hanno ucciso”, ha detto il portavoce.

Il raid israeliano su Balata ha portato all’arresto di un palestinese ricercato, Ammar Arafat, che è stato arrestato dopo che la sua casa era stata presa d’assalto dalle forze armate.

Secondo i media palestinesi, Arafat era ricercato da Israele da diversi mesi. La sua casa è stata perquisita molte volte e la sua famiglia è stata minacciata che sarebbe stato ucciso se non si fosse consegnato.

Dopo il suo arresto sono scoppiati scontri, e le truppe israeliane e uomini armati palestinesi hanno scambiato colpi di arma da fuoco.

Il ventenne Alaa Shaham è stato ucciso da un proiettile alla testa, ha detto il Ministero. Altri sei palestinesi sono stati feriti da pallottole vere.

Qalandiya ospita il principale checkpoint tra la Gerusalemme Est annessa e la Cisgiordania.

I raid delle forze israeliane nei sovraffollati campi profughi sono frequenti, spesso provocano morti e sono visti dai palestinesi come un mezzo per mantenere l’occupazione israeliana.

Gerusalemme est esclusa, la Cisgiordania vede la presenza circa 475.000 israeliani che vivono in colonie considerate illegali dalla comunità internazionale.

Palestinese ucciso da un’unità sotto copertura

Nella città di Rahat, all’interno del deserto del Naqab [Negev, ndtr.] un’unità israeliana sotto copertura che si era travestita da palestinesi ha ucciso Sanad Salem al-Harbed, un ventisettenne padre di tre figli.

In una dichiarazione la polizia israeliana ha detto che si stava sparando contro la sua unità sotto copertura che si trovava in città per arrestare due sospetti

L’unità israeliana afferma di “aver neutralizzato l’uomo armato che rappresentava una minaccia” e di non aver subito perdite.

La polizia comunica di aver trovato una pistola e munizioni e ha pubblicato una foto di quella che secondo loro era una pistola in possesso di al-Harbed.

Il Naqab ospita 300.000 beduini palestinesi cittadini israeliani, la maggior parte dei quali vive in villaggi “non riconosciuti”. Di conseguenza, soffrono della mancanza di servizi di base come acqua ed elettricità, in netto contrasto con le vicine città ebraiche.

I partiti politici palestinesi hanno condannato le uccisioni di martedì. In una dichiarazione, il partito di sinistra Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) afferma: “Una resistenza globale è il modo più efficace per resistere al nemico sionista”.

“La costanza del nostro popolo nell’affrontare le forze di occupazione israeliane nei campi, nei villaggi e nelle città palestinesi costituisce un richiamo ad una maggiore unità di fronte a questa continua aggressione sionista”, afferma il FPLP.

In una dichiarazione pubblicata sulla sua pagina Facebook, il portavoce di Hamas Abdullatif al-Qanou afferma: “Il sangue dei martiri continuerà ad alimentare la rivoluzione del nostro popolo contro l’occupante sionista”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)