Cisgiordania: anziano palestinese-americano muore dopo l’arresto violento da parte delle forze israeliane

 Shatha Hammad

12 gennaio 2022 – Middle East Eye

Testimoni oculari dicono che Omar Muhammad Asaad, ottantenne, stava tornando a casa in auto quando è stato fermato dai soldati, trascinato fuori dall’auto, percosso e abbandonato a terra privo di sensi

Cisgiordania occupata, riferisce la sua famiglia. 

Stando a quanto detto alla famiglia da testimoni oculari Omar Muhammad Asaad, ottantenne, stava tornando a casa in auto dopo la mezzanotte quando i soldati l’hanno fermato, trascinato fuori dall’auto e percosso per poi abbandonarlo a terra privo di sensi. 

Abd al-Ilah Asaad, cugino di Omar, ha riferito a Middle East Eye di aver passato la serata con Omar in una casa di famiglia. Verso le 2 di notte Omar se ne è andato per far ritorno nel suo villaggio, dove è stato fermato dall’esercito israeliano.

Due giovani arrestati nello stesso posto in cui è stato preso Omar hanno detto alla famiglia che lui è stato tirato fuori dall’auto e trascinato per circa 200 metri. Hanno aggiunto che i soldati hanno trattato Omar in modo aggressivo, l’hanno ammanettato, imbavagliato e costretto a sdraiarsi a terra a pancia in giù. 

In seguito quando i soldati si sono ritirati, i due ragazzi hanno trovato Omar per terra che “non dava segni di vita” con le manette di plastica slacciate.

I due giovani hanno portato Omar all’ambulatorio del villaggio dove i medici hanno tentato di rianimarlo, ma era ormai troppo tardi e poco dopo è stato dichiarato morto. 

(L’esercito israeliano) è il solo responsabile (della morte di Omar),” dice Abd al-Ilah a MEE

“È morto di infarto per il terrore causatogli dall’aggressione dell’esercito israeliano,” aggiunge.  

Abd al-Ilah dice che Omar soffriva di cuore, pressione alta e diabete e non era in grado di fare nessuno sforzo fisico.

“Quello che gli è successo è un grave crimine contro l’umanità commesso senza la minima considerazione per la sua età e condizione di salute,” aggiunge Abd al-Ilah. 

Omar, che era cittadino americano, aveva sette figli che vivono negli Stati Uniti. Vi era emigrato negli anni ’70 e lì si era stabilito con la famiglia. Nel 2012 era ritornato a vivere in Palestina. 

In un comunicato inviato a MEE l’esercito israeliano ha confermato che Omar era stato arrestato durante la notte e poi rilasciato, precisando che aprirà un’indagine sulla sua morte.

‘A chi reclamare?’  

Fuad Qatoum, capo del consiglio del villaggio di Jaljulia, riferisce a MEE che per due giorni il paese ha subito ripetuti attacchi da parte dell’esercito israeliano con grande impiego di truppe. 

Ieri decine di soldati hanno preso d’assalto il villaggio, si sono schierati vicino al suo ingresso meridionale dove hanno teso un’imboscata, dice Qatoum. 

“Quello che è successo è un altro crimine che va ad aggiungersi a quelli che l’esercito israeliano commette quotidianamente contro di noi in quanto palestinesi,” dice Qatoum a MEE. 

[La morte di Omar] rispecchia le politiche del governo israeliano che pensa di poter violare impunemente le nostre vite e la nostra dignità,” commenta.

Secondo Qatoum la morte di Omar ha suscitato la rabbia degli abitanti Jaljulia dove ieri è stato annunciato un giorno di lutto. 

La processione funebre per Omar è stata rimandata a giovedì in attesa dell’autopsia disposta dai medici nonostante le riserve della famiglia. 

Le famiglie palestinesi spesso si oppongono alle autopsie di chi è stato ucciso dall’esercito israeliano, specialmente quando le cause della morte sono chiare. 

In seguito alle pressioni da parte della procura palestinese, che sostiene che l’autopsia di Omar sarà una prova importante per avviare un’azione legale contro Israele, la famiglia ha acconsentito.

A chi reclamare per il nostro dolore e le nostre sofferenze?” dice Abd al-Ilah. 

Sappiamo che non saranno né ritenuti responsabili né processati per le loro azioni contro noi palestinesi,” conclude. “Ci uccidono ogni giorno.” 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Rapporto OCHA del periodo 21 dicembre 2021- 10 gennaio 2022

Secondo quanto riferito, in tre episodi separati, avvenuti in Cisgiordania, tre palestinesi hanno tentato di pugnalare o speronare con l’auto o aprire il fuoco contro forze israeliane o coloni; i tre sono stati colpiti ed uccisi dalle forze israeliane

[seguono dettagli]. Il 21 dicembre, secondo fonti ufficiali israeliane, un palestinese di 22 anni ha cercato di investire soldati israeliani in servizio al checkpoint di Mevo Dotan, ad ovest di Jenin. I soldati hanno aperto il fuoco contro l’auto, che si è schiantata contro un veicolo militare, provocando l’incendio di entrambi. Secondo fonti israeliane, il 31 dicembre, ad un incrocio vicino all’insediamento israeliano di Ariel (Salfit), un palestinese di 32 anni ha cercato di accoltellare soldati e coloni israeliani, prima di essere ucciso a colpi di arma da fuoco. Fonti palestinesi contestano l’accusa di tentato accoltellamento di israeliani. Il 22 dicembre, vicino al campo profughi di Al ‘Amari (Ramallah), un palestinese di 26 anni è stato ucciso dalle forze israeliane. Secondo il ministero della Salute palestinese, l’uomo è stato colpito alla schiena con arma da fuoco, all’interno della propria auto, durante scontri scoppiati all’ingresso del Campo. Media israeliani riferiscono che le forze israeliane hanno colpito l’uomo mentre inseguivano un veicolo palestinese dal quale, nei pressi dell’insediamento di Psagot (Ramallah), avevano sparato contro di loro. Nessun israeliano è rimasto ferito in questi episodi.

In Cisgiordania, durante operazioni di ricerca-arresto, un altro palestinese è stato ucciso e altri sei sono stati feriti dalle forze israeliane [seguono dettagli]. Il 6 gennaio, le forze israeliane hanno condotto una di tali operazioni nel Campo profughi di Balata (Nablus), dove hanno avuto uno scambio a fuoco con palestinesi armati: un palestinese di 21 anni è rimasto ucciso. Altri sei palestinesi sono stati feriti durante tre operazioni di ricerca-arresto condotte a Gerusalemme, Hebron e Ramallah. In totale, le forze israeliane hanno effettuato 88 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 109 palestinesi. Il maggior numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Hebron (32), seguito da Betlemme (28) e Gerusalemme (15).

Nei pressi dei villaggi di Sinjil e Beit Sira (Ramallah), una donna palestinese di 63 anni e un uomo di 25 sono morti dopo essere stati investiti da veicoli di coloni israeliani, rispettivamente il 24 dicembre e il 5 gennaio 2021. Secondo quanto riferito, entrambi i conducenti israeliani si sono consegnati alla polizia israeliana, che ha avviato accertamenti. Il 5 gennaio, a Umm al Kheir (Hebron), un anziano palestinese è stato gravemente ferito dopo essere stato investito da un camion della polizia israeliana che stava sequestrando veicoli non immatricolati; secondo fonti israeliane, nel momento in cui l’uomo è stato investito, venivano lanciate pietre contro il camion.

In Cisgiordania, complessivamente, 693 palestinesi, inclusi 177 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane [seguono dettagli]. La maggior parte dei ferimenti si sono avuti in cinque episodi accaduti a Burqa, Sabastiya e Deir Sharaf (Nablus), dove 490 persone, tra cui 124 minori, sono rimaste ferite dalle forze israeliane, in seguito a scontri, con lancio di pietre, tra residenti palestinesi e coloni israeliani; questi ultimi avevano fatto irruzione e attaccato le Comunità palestinesi (vedi sotto). Il 25 dicembre, 26 palestinesi hanno avuto bisogno di cure mediche per aver inalato gas lacrimogeni sparati dalle forze israeliane nel corso di scontri tra coloni e palestinesi durante una manifestazione organizzata da coloni israeliani; questi si erano radunati all’ingresso di Sabastiya (Nablus), e lanciavano pietre contro veicoli palestinesi. Altri 181 palestinesi sono rimasti feriti durante le proteste contro gli insediamenti vicino a Beita (126) e Beit Dajan (55) nel governatorato di Nablus, e uno a Dura (Hebron), durante le manifestazioni di solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. A Hebron, durante una demolizione (vedi sotto), tre donne sono state aggredite fisicamente e ferite dalle forze israeliane. Il 29 dicembre 2021, a Tuqu’ (Betlemme), le forze israeliane hanno aggredito e ferito fisicamente un insegnante che cercava di impedire il loro ingresso in una scuola superiore; il 10 gennaio, nella Università di Birzeit (Ramallah), uno studente è stato colpito con arma da fuoco ed arrestato insieme ad altri tre studenti. Complessivamente, 28 palestinesi sono stati feriti da proiettili veri, 107 da proiettili di gomma e la maggior parte dei rimanenti ha necessitato di cure mediche per aver inalato gas lacrimogeni.

Nella Striscia di Gaza, il 29 dicembre, il membro di un gruppo armato palestinese ha sparato e ferito un israeliano che lavorava sul lato israeliano della recinzione perimetrale; conseguentemente le forze israeliane hanno sparato proiettili di carro armato contro Gaza, ferendo quattro contadini palestinesi, tra cui un minore. In un caso, gruppi armati palestinesi hanno lanciato razzi contro Israele e le forze israeliane hanno effettuato attacchi aerei prendendo di mira, a quanto riferito, postazioni di gruppi armati e campi aperti.

Vicino alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa di Gaza, in almeno 66 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, apparentemente per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi]. Non sono stati segnalati feriti. Per due volte, bulldozer militari israeliani, entrati all’interno di Gaza, hanno spianato terreni prossimi alla recinzione perimetrale

In Cisgiordania, nel corso di due episodi, coloni israeliani hanno ferito tre palestinesi e, in 25 altri episodi, persone conosciute come coloni israeliani, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi [seguono dettagli]. A Susiya (Hebron), due contadini palestinesi, al lavoro sulle proprie terre, sono stati colpiti con pietre da coloni israeliani. Ad Azmut (Nablus), un palestinese è stato aggredito fisicamente, spruzzato con peperoncino, ferito e ammanettato per due ore da coloni israeliani, prima di essere liberato dalle forze israeliane e portato in ospedale. Più di 550 alberi sono stati vandalizzati in otto episodi accaduti nei governatorati di Hebron, Nablus e Salfit; inclusi due casi nel sud di Hebron, in aree designate dalle autorità israeliane come “zone di tiro”. A Qalqiliya, Nablus, Salfit e nell’area H2 della città di Hebron, almeno sei veicoli di proprietà palestinese sono stati danneggiati in quattro casi di lancio di pietre. A Qaryut e Bizzariya (entrambi a Nablus) ed a Hebron, in tre episodi, un impianto idrico, un negozio e un muro in pietra sono stati vandalizzati ad opera di coloni israeliani che avevano fatto irruzione nelle Comunità. Nella zona H2 di Hebron, coloni hanno lanciato pietre contro una casa palestinese, danneggiando finestre e mobili.

Nei governatorati di Gerusalemme, Nablus e Gerico, persone conosciute, o ritenute, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani, ferendo undici coloni. In Cisgiordania, secondo fonti israeliane, il lancio di pietre ha danneggiato circa 50 auto israeliane.

Dopo la sparatoria in cui, il 16 dicembre 2021, venne ucciso un colono israeliano e altri due rimasero feriti [vedi Rapporto precedente], sono stati segnalati lunghi ritardi ai posti di blocco e le forze israeliane hanno imposto nuove chiusure agli ingressi di tre villaggi vicini al luogo della sparatoria (nel governatorato di Nablus), perturbando l’accesso ai servizi ed ai mezzi di sussistenza. Le forze israeliane hanno continuato a presidiare, ad intermittenza, un posto di blocco vicino all’insediamento israeliano di Shavei Shomron, controllando e perquisendo i veicoli palestinesi, causando così lunghi ritardi. Il 6 e 8 gennaio, le forze israeliane hanno collocato cumuli di terra per sbarrare sei strade che collegano i villaggi di Sabastiya ed Al Mas’udiya (Nablus) con la Strada 60.

Adducendo la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o costretto i proprietari a demolire 63 strutture di proprietà palestinese. Di conseguenza, 62 persone sono state sfollate, inclusi 35 minori, e i mezzi di sussistenza di altre 216 sono stati danneggiati [seguono dettagli]. In Area C sono state demolite 44 strutture; 19 di queste, inclusi sette rifugi abitativi, erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Nella valle del Giordano settentrionale, nella Comunità di pastori di Ibziq (Tubas), situata all’interno di una “zona di tiro” e di una “riserva naturale” [così dichiarate da Israele], tre famiglie composte da 16 persone, tra cui cinque minori, sono state sfollate per due volte. Diciannove delle strutture demolite si trovavano a Gerusalemme Est, di cui quattro erano case demolite dai proprietari palestinesi per evitare tasse municipali e possibili danni ad altre strutture ed effetti personali.

Tra il 27 dicembre e il 2 gennaio, nell’area di Ibziq, nella Valle del Giordano, per consentire esercitazioni militari israeliane, almeno sei famiglie palestinesi sono state costrette a evacuare le loro case, per la maggior parte della giornata. La costrizione ha riguardato 38 persone, di cui 17 minori. Dopo questi episodi, l’Alta Corte di Giustizia di Israele avrebbe emesso una ingiunzione per fermare le demolizioni e le esercitazioni militari nell’area in cui vivono queste famiglie. Inoltre, il 22 dicembre, nella valle del Giordano settentrionale, le forze israeliane hanno condotto esercitazioni militari in un’area (designata [da Israele] come “zona di tiro”), circostante le Comunità pastorali di Al Farisiya, Ein al Hilwa e Hammamat al Maleh, interrompendo i mezzi di sussistenza e l’accesso ai servizi.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Israele teme di essere paragonato al regime di apartheid

10 gennaio 2022 – Middle East Monitor

Gli allarmi recentemente espressi da Yair Lapid, Ministro degli Esteri israeliano, riguardo all’insistenza di coloro che ha descritto come nemici dell’occupazione in quanto descrivono la politica israeliana nei confronti dei palestinesi “uno Stato di apartheid”, che equivale a dire “regime di apartheid”, stanno tuttora provocando ulteriori reazioni interne ad Israele ed anche malumori che si stanno diffondendo nella comunità diplomatica israeliana.

Gli israeliani sono spaventati da ciò che considerano una politica adottata dalle organizzazioni per i diritti umani per stravolgere la reputazione dello Stato di occupazione e paragonarlo al sistema di apartheid dominante in Sudafrica decenni fa, basato sull’etnicità e sulla separazione tra bianchi e africani neri, che erano la grande maggioranza. Questo sistema è stato predominante per oltre 40 anni in una situazione di disprezzo, poiché i neri erano privati del diritto al voto e di altre libertà.

Dan Perry, che scrive sul sito “The Times of Israel” [principale quotidiano israeliano in lingua inglese, ndtr.] ed è capo dell’Associazione Stampa Estera, ha affermato nel suo articolo tradotto da “Arabi 21” che “i timori israeliani sono dovuti agli sforzi delle organizzazioni giuridiche internazionali per i diritti umani di paragonare la politica israeliana verso i palestinesi a ciò che è avvenuto in passato ai neri in Sudafrica. Oggi essi sono perseguitati negli Stati Uniti; sono privati della maggior parte dei diritti e vengono considerati vittime di apartheid da parte di un gruppo etnico di minoranza.”

Ha aggiunto che “le posizioni delle forze anti-israeliane ritengono che vi sia un’ampia base originaria comune tra i Paesi che praticano l’apartheid, come il precedente regime sudafricano ed ora gli Stati Uniti insieme a Israele, che pratica la stessa politica verso i palestinesi in Cisgiordania, attuando una politica genocidaria e collegando i palestinesi al termine ‘illegale’ senza alcun riferimento alle colonie israeliane.”

Prendendo in esame le statistiche, gli israeliani sono preoccupati dal fatto che la maggioranza della popolazione mondiale è nata dopo il crollo del regime di apartheid in Sudafrica. Perciò le persone si affrettano a descrivere Israele con la stessa immagine, cosa che richiede che Israele si attivi per impedire l’uso dell’espressione “sistema di apartheid”, anche se controlla le terre palestinesi da 54 anni. Non si prevede che modificherà la sua politica ostile verso di loro. Adesso costruisce colonie per ebrei e crea delle università in quei luoghi, nonostante il biasimo del mondo.

Al tempo stesso ciò che rafforza la riproposizione a livello mondiale del concetto di governo di apartheid è il fatto che le terre dell’Autorità Nazionale Palestinese sono diventate delle isole circondate da territori sotto il controllo totale dell’esercito israeliano. Ciò provoca un deprimente riconoscimento dei bantustan, che ricordano a tutto il mondo la situazione dominante negli anni ’70 e ’80 sotto il regime sudafricano. Forse la politica praticata dalle forze di occupazione contro i palestinesi è razzismo.

Vale la pena di ricordare che le pessimistiche previsioni israeliane ipotizzano che nel nuovo anno 2022 si assisterà ad una campagna da parte delle organizzazioni internazionali e dell’ONU per scegliere termini e parole collegati all’apartheid in relazione alle politiche israeliane verso i palestinesi, cosa che ha spinto il Ministero degli Esteri israeliano e le rappresentanze diplomatiche in tutto il mondo a lanciare un allarme per contrastare ciò che ritengono uno tsunami politico contro di loro.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Tre progetti di Israele per il 2022

Tawfiq Abu Shomar

27 dicembre 2021 – Monitor de Oriente

Il primo progetto: gli israeliani progettano di assorbire una possibile nuova ondata di immigrati dall’Ucraina e si aspettano che la Russia scateni una guerra contro quel Paese all’inizio del 2022, perché la Russia ha mobilitato 100 battaglioni sulla frontiera dell’Ucraina. Gli esperti raccomandano di prepararsi per questa grande massa di immigrati, per cui devono essere approvati finanziamenti speciali destinati a loro. Esiste anche la possibilità che ciò venga accompagnato da un’altra ondata di immigrati dalla stessa Russia, perché gli Stati Uniti e l’Europa applicheranno sanzioni economiche contro di essa, il che spingerà a emigrare anche migliaia di ebrei russi.

Lo scrittore Micha Levinson il 19 dicembre ha scritto sul Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndtr.]: “Secondo l’American Jewish Year Book 2019 [annuario della comunità ebraica nordamericana, ndtr.], circa 200.000 ucraini possono essere ammessi all’alyià [la salita, ossia l’immigrazione in Israele, ndtr.] in base alla legge del Ritorno [norma che stabilisce i requisiti per aver diritto alla cittadinanza israeliana in quanto ebrei, ndtr.]. Benché la maggioranza non si identifichi come ebrea né lo sia in base alle leggi religiose, decine di migliaia di rifugiati potrebbero chiedere la cittadinanza israeliana.” Quindi, secondo Levinson, il governo di Naftali Bennett suggerisce di eliminare il monopolio dell’ebraizzazione imposto dal Gran Rabbinato, ortodosso, per concedere ai rabbini moderni e riformisti la possibilità di ottenerne l’ebraizzazione in modo rapido, perché c’è mezzo milione di immigrati dell’ex-Unione Sovietica e di altri Paesi che non sono ebrei in base ai criteri rabbinici, compreso il Gran Rabbino sefardita [di origine araba o di altri Paesi musulmani, ndtr.] Yitzhak Yosef, che l’anno scorso li ha definiti “comunisti ostili alla religione”. Secondo l’analisi del più importante demografo [israeliano], Sergio della Pergola, docente dell’Università Ebraica, essi rappresentano il 5% degli ebrei israeliani.

Il secondo progetto è comparso il 19 dicembre sul giornale Israel Hayom [quotidiano gratuito israeliano di estrema destra, ndtr.] e riguarda il metodo di repressione delle manifestazioni e delle rivolte del popolo palestinese che continua a resistere sulla sua terra dal 1948. Yoav Limor ha scritto: “Dopo l’operazione Guardiano delle Mura [l’attacco israeliano contro Gaza del maggio 2021, ndtr.] le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] e la polizia israeliani hanno lavorato per ricavare lezioni dal conflitto per il futuro. Si è immediatamente deciso di trasferire alla polizia il comando delle unità della polizia di frontiera dell’esercito, così come di far ricorso alle truppe del comando del fronte interno per sostituire la polizia nella sicurezza delle basi e dei convogli delle IDF. Quanto alle nuove unità della polizia di frontiera, esse saranno formate da riservisti che finora prestavano servizio soprattutto nelle unità militari “regolari”, in genere di fanteria o nella difesa delle frontiere.

L’unità parteciperà alle attività operative in corso in Giudea e Samaria (la Cisgiordania occupata) e a Gerusalemme e, se necessario, opererà sotto il controllo della polizia israeliana per missioni di sicurezza interna, come la prevenzione di disordini violenti nelle città miste.” Queste città miste includono, tra le altre, Lydda, Nazaret, Haifa e San Giovani d’Acri.

Questa unità ha effettuato il suo primo addestramento qualche giorno fa nella città palestinese di Umm Al-Fahm e realizzerà interventi rapidi con il pretesto di mantenere la sicurezza e combattere il terrorismo palestinese e gli assassini giornalieri. Tuttavia l’obiettivo non dichiarato è di opprimere i palestinesi.

Quanto al terzo progetto, viene applicato fuori da Israele dal principale gruppo di pressione a favore di Israele negli Stati Uniti, il Comitato delle Questioni Pubbliche Americano-Israeliane (AIPAC). L’organizzazione progetta di trasformarsi nella lobby israeliana di appoggio ai candidati al Congresso, finanziando la campagna dei membri del Congresso e dei candidati alle elezioni favorevoli a Israele. Li appoggerà finanziariamente e logisticamente per attrarre i sostenitori di Israele sia del partito Democratico che di quello Repubblicano.

La presidentessa dell’AIPAC, Betsy Berns Korn, ha affermato: “In tutta la storia dell’AIPAC il consiglio di amministrazione ha adeguato costantemente la nostra strategia politica per garantire che potessimo continuare ad avere successo in una Washington in continuo mutamento. Il contesto politico del Distretto Federale ha conosciuto un profondo cambiamento. L’esasperazione nei rapporti tra i partiti, il notevole ricambio nel Congresso e la crescita esponenziale dei costi delle campagne elettorali ora dominano il panorama. Perciò il Consiglio ha deciso di introdurre questi due nuovi strumenti.” Ha aggiunto che il PAC [Piano di Accumulo del Capitale] dell’AIPAC “metterà in risalto e appoggerà gli attuali parlamentari democratici e repubblicani, così come i candidati al Congresso, che sostengono Israele. La creazione dei PAC fa parte di varie iniziative nuove che l’AIPAC ha lanciato negli ultimi due anni, inclusa una maggiore presenza sulle reti sociali, un’iniziativa digitale e una prossima applicazione dell’AIPAC. Finora le iniziative hanno aumentato significativamente il numero dei nostri aderenti a 1.5 milioni di membri e sta crescendo.”

L’ex-presidente democratico dell’AIPAC, Steven Grossman, ha commentato questo cambiamento affermando: “Avendo visto le modifiche e l’evoluzione della politica statunitense in quest’ultimo decennio circa, appoggio quello che ha detto l’AIPAC perché darà all’organizzazione e ai suoi membri un’opportunità ancora più significativa di svolgere un ruolo attivo nella vita politica statunitense nel momento in cui ciò è fondamentale.”

Concludo dicendo che mi piacerebbe che potessimo beneficiare dei sistemi israeliani nella pianificazione e nella preparazione del futuro, modificando la nostra lotta, ammettendo in primo luogo i nostri errori e poi facendo progetti per il futuro adeguati per cambiare la nostra strategia.

Ricordate: la politica è una partita a scacchi e si può vincere solo conoscendo i piani dell’avversario.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necesariamente la política editoriale di Monitor de Oriente.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 7 – 20 dicembre 2021

Il 16 dicembre, nei pressi dell’insediamento di Homesh (Jenin), un colono israeliano di 25 anni è stato ucciso a colpi di arma da fuoco e altri due sono rimasti feriti ad opera di palestinesi che avevano teso loro un’imboscata.

Successivamente, coloni israeliani hanno bloccato strade, aggredito palestinesi e danneggiato abitazioni ed altre proprietà (vedi sotto). Il 19 dicembre, forze israeliane sono entrate nel villaggio di Silat al Harthiyah (Jenin) e hanno arrestato sei palestinesi sospettati di essere coinvolti nell’imboscata. Inoltre, le forze israeliane hanno preso le misure delle case di famiglia di quattro fra i sospettati: [poiché tale procedura viene di solito effettuata prima delle “demolizioni punitive”] gli abitanti di tali case (decine di persone) sono pertanto da considerare a rischio di sfollamento.

In Cisgiordania, in due distinti episodi, due palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane: uno nel corso di manifestazioni in cui i dimostranti palestinesi avrebbero lanciato pietre contro forze israeliane e l’altro nel contesto di un’operazione di ricerca-arresto [seguono dettagli]. Il 10 dicembre, nel villaggio di Beita (Nablus), durante le perduranti proteste palestinesi contro gli insediamenti colonici, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, uccidendo un 31enne palestinese. Dall’inizio di maggio 2021, quando ebbero inizio le periodiche proteste, a Beita e Beit Dajan, sono stati uccisi nove palestinesi e oltre 5.700 sono stati feriti: 218 con proiettili veri, 1.083 con proiettili di gomma, altri 4.341 hanno avuto bisogno di cure mediche per aver inalato gas lacrimogeni. Il 13 dicembre, a Nablus, nel corso di un’operazione di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno avuto uno scontro a fuoco con palestinesi armati; un palestinese di 31 anni è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti in circostanze non chiare.

In Cisgiordania, durante il periodo in esame, nel corso di proteste e in scontri seguiti a operazioni di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno ferito 348 palestinesi, tra cui 109 minori [seguono dettagli]. La maggior parte dei feriti è stata segnalata in tre distinti episodi accaduti a Burqa e Beita, dove 204 persone, tra cui 80 minori, sono rimaste ferite dalle forze israeliane durante scontri seguiti all’ingresso di coloni israeliani nei villaggi palestinesi. Altri 133 sono rimasti feriti nel governatorato di Nablus, vicino a Beita (114) e Beit Dajan (19), durante proteste contro gli insediamenti colonici. Altri sette palestinesi sono rimasti feriti durante tre operazioni di ricerca-arresto condotte a Nablus, Ramallah e Hebron. Nel complesso, 44 palestinesi sono stati feriti da proiettili di gomma, otto sono stati aggrediti fisicamente e 296 sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni necessitante cure mediche.

Due coloni israeliani sono stati feriti da palestinesi: uno a Gerusalemme Est e l’altro nella Zona H2 della città di Hebron [seguono dettagli]. Il 18 dicembre, a Hebron, un colono israeliano di Kiryat Arba è stato accoltellato e ferito, secondo quanto riferito, da una donna palestinese di 65 anni. Il 10 dicembre, una colona israeliana è stata accoltellata e ferita nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est; è stata accusata dell’accoltellamento, e arrestata, una ragazza palestinese dello stesso quartiere, la cui famiglia rischia lo sgombero forzato. Successivamente, a Sheikh Jarrah, per un solo giorno, le forze israeliane hanno re-imposto le restrizioni di movimento, bloccandone l’accesso (fatta eccezione per i palestinesi residenti) ed hanno smantellato una tenda che era stata collocata in solidarietà con le famiglie a rischio sfratto. Coloni israeliani hanno danneggiato case e automobili palestinesi (vedi sotto). Il 19 dicembre, vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme, la polizia israeliana ha arrestato un palestinese sospettato di aver tentato di accoltellare un israeliano.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 112 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 197 palestinesi. Il maggior numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Hebron (27), seguito da Ramallah (22) e Gerusalemme (17).

A causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o costretto i proprietari a demolire un totale di 15 strutture palestinesi. Di conseguenza, 64 persone sono state sfollate, tra cui 30 minori, e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di circa altre 52 [seguono dettagli]. Otto delle 15 strutture (una struttura abitativa e sette strutture di sussistenza) erano in Area C, in quattro Comunità di Gerusalemme, Hebron, Betlemme e Nablus. Le altre sette strutture, comprese cinque case demolite dai proprietari per evitare di pagare le multe, si trovavano in Gerusalemme Est.

A Gerusalemme Est, nell’area di Um Haroun del quartiere di Sheikh Jarrah, una famiglia di rifugiati palestinesi di 11 persone, tra cui quattro minori, è a forte rischio di sgombero forzato dalla propria casa. Ciò fa seguito all’emissione di un ordine di sfratto del 7 dicembre. La famiglia dichiara di abitare la casa dal 1951, e di averla avuta in affitto inizialmente dal “Custode Giordano delle Proprietà del Nemico” [ente istituito durante la guerra arabo-israeliana del 1948 per gestire le proprietà sottratte agli ebrei in Cisgiordania] con un contratto di “locazione tutelata”. A Gerusalemme Est, un totale di 218 famiglie palestinesi, composte da 970 persone, tra cui 424 minori, stanno affrontando casi di sgombero forzato, avviati soprattutto da organizzazioni di coloni. Il 15 dicembre, coloni israeliani hanno recintato il terreno antistante la casa. Il 17 dicembre sono stati segnalati scontri tra residenti palestinesi e coloni israeliani. Le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni e granate assordanti ed hanno aggredito fisicamente residenti, attivisti e giornalisti. Almeno un giornalista e un poliziotto di frontiera israeliano sono rimasti feriti e tre palestinesi sono stati arrestati.

In Cisgiordania, in due casi, coloni israeliani hanno ferito tre palestinesi e, in 20 casi, persone note come coloni, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi [seguono dettagli]. Nei villaggi di Burqa e Qaryut (Nablus), in cinque episodi verificatisi in due giorni consecutivi, due anziani palestinesi sono rimasti feriti e almeno 20 case di proprietà palestinese e sei auto e altre proprietà sono state vandalizzate. Nella Città Vecchia di Gerusalemme un altro palestinese è stato aggredito fisicamente da israeliani e spruzzato in faccia con spray al peperoncino. Circa 400 alberi sono stati vandalizzati a Deir Istiya (Salfit), Kafr Ni’ma (Ramallah), Deir Sharaf (Nablus) e Khallet Athaba’, e nel governatorato di Hebron. A Gerusalemme Est, in seguito all’accoltellamento in Sheikh Jarrah descritto sopra, in sette episodi di lancio di pietre, sono stati danneggiati almeno otto veicoli palestinesi, e altre dieci auto sono state vandalizzate. A Nablus e Hebron sono state vandalizzate strutture agricole. Nella zona H2 di Hebron, un colono israeliano ha lanciato pietre, danneggiando una casa palestinese.

Nei governatorati di Gerusalemme, Nablus e Gerico, persone note come palestinesi, o ritenute tali, hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani, ferendo 11 coloni. Secondo fonti israeliane, in Cisgiordania, il lancio di pietre ha danneggiato 33 auto israeliane.

Vicino alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa di Gaza, in almeno 36 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento [verso palestinesi], apparentemente per far rispettare le restrizioni di accesso [a loro imposte]; non sono stati segnalati feriti. Due pescatori palestinesi sono stati arrestati e una barca è stata confiscata dalle forze israeliane. All’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, bulldozer militari israeliani hanno condotto due operazioni di spianatura del terreno. In due casi, le forze israeliane hanno arrestato quattro palestinesi di Gaza mentre, secondo quanto riferito, stavano cercando di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale.

Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 21 dicembre, nei pressi dell’insediamento di Mevo Dotan, un palestinese avrebbe tentato di speronare con il suo veicolo forze israeliane: è stato colpito con arma da fuoco ed ucciso.

Il 22 dicembre, vicino al Campo profughi di Al Am’ari, un palestinese è stato ucciso a colpi di arma da fuoco: avrebbe aperto il fuoco contro forze israeliane.

Il 24 dicembre, vicino al villaggio di Sinjil (Ramallah), una donna palestinese è stata investita da un’auto guidata da un colono israeliano ed è morta per le ferite riportate. Secondo i media israeliani, l’autista si è consegnato alla polizia israeliana che ha avviato un’indagine sull’accaduto.




L’esercito israeliano modifica le regole di ingaggio riguardo a quando sparare, ora chi lancia pietre è un bersaglio

Redazione di PC

21 dicembre 2021– Palestine Chronicle

Media israeliani hanno informato che l’esercito ha modificato le regole per aprire il fuoco, consentendo ai soldati di sparare a manifestanti palestinesi che lancino pietre contro auto dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata anche se non rappresentano più una minaccia immediata.

Questa politica sarebbe stata inaugurata circa un mese fa, ma all’epoca l’esercito israeliano aveva evitato di renderla pubblica.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha confermato lunedì le modifiche al quotidiano Times of Israel [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndtr.] solo dopo notizie riguardo alle regole per aprire il fuoco pubblicate dai media.

Citando media israeliani RT [Russia Today, rete televisiva russa finanziata dallo Stato, ndtr.] ha informato che, in base alle nuove norme, le forze di occupazione israeliane hanno il permesso di mettere in atto l’intero protocollo di arresto, compreso l’uso di forza letale contro palestinesi “sospetti”, se li vedono lanciare pietre e bottiglie molotov contro veicoli, anche se non hanno più alcun oggetto in mano.

In precedenza ai soldati israeliani dell’occupazione era consentito in teoria sparare a palestinesi solo quando, durante l’arresto, stavano ancora lanciando pietre o bombe incendiarie. Tuttavia nella pratica spesso i giovani palestinesi sono stati colpiti in vario modo e si è indagato ben poco riguardo a vittime palestinesi uccise o ferite dall’esercito israeliano.

RT ha anche informato che, secondo il portavoce militare israeliano, le modifiche sono state necessarie perché in molti casi le precedenti regole di ingaggio consentivano a presunti aggressori palestinesi di evitare di pagare per le proprie azioni.

I cambiamenti introdotti dall’esercito israeliano sono già stati contestati da alcuni giuristi. Liron Libman, ex-capo della procura militare, ha detto a Times of Israel che “una persona che sta scappando non rappresenta una minaccia” e che l’uso della forza letale dovrebbe “essere solo una misura estrema.”

Eliav Lieblich, docente di diritto all’università di Tel Aviv, afferma che le nuove regole contravvengono alle leggi internazionali sui conflitti armati dato che non è in corso un conflitto in Cisgiordania, così come le leggi sui diritti umani, in quanto non rispondono alle esigenze di autodifesa.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I coloni hanno un nuovo obiettivo da attaccare: le scuole palestinesi

Gideon Levy, Alex Levac

 16 dicembre 2021 Haaretz

I soldati israeliani impediscono con la forza ai bambini palestinesi di raggiungere la scuola e sparano lacrimogeni nelle aule. I coloni li maledicono, li picchiano e umiliano i loro insegnanti. Immaginate che specie di sentimenti vi ribollano.

Nessuno riceve lezioni migliori sulle teorie dell’occupazione e dell’apartheid dei bambini di Lubban al-Sharqiyah, un villaggio di 4.000 persone situato a 15 chilometri a sud di Nablus. Non è difficile indovinare che tipo di sentimenti vi si stiano sviluppando e quali generazioni usciranno in futuro dalle due scuole elementari, una maschile e una femminile, di Lubban e di altri due villaggi. Gli edifici si trovano entrambi vicino all’autostrada 60, la strada più trafficata della Cisgiordania, utilizzata sia dai coloni che dai palestinesi, dove si sono verificati molti incidenti con lancio di pietre da parte di bambini palestinesi.

I bambini di questo villaggio hanno visto di tutto. Hanno visto soldati israeliani impedirgli con la forza di raggiungere la scuola e coloni che li maledicevano e li picchiavano. Hanno patito il soffocamento a causa dei gas lacrimogeni e sono stati colpiti da proiettili di metallo ricoperti di gomma sulla strada per la scuola e ritorno. Hanno visto i loro insegnanti umiliati – secondo le testimonianze, i soldati hanno costretto più volte di fronte ai loro alunni gli insegnanti a inginocchiarsi– e hanno visto soldati lanciare lacrimogeni nelle aule e nei cortili delle scuole.

A Lubban al-Sharqiyah, i genitori mandano a scuola i figli la mattina senza sapere in quale stato torneranno. In verità il capo del Consiglio locale, Yakub Iwassi, racconta che arriva all’ingresso del villaggio ogni mattina alle 6:30 per accompagnare i bambini a scuola e garantire loro sicurezza. Sebbene si siano verificati incidenti con lancio di pietre sull’autostrada, secondo il capo del Consiglio, sono un ricordo del passato. Non ci sono stati incidenti da più di due settimane, aggiunge Iwassi, e lui e il suo staff stanno facendo tutto il possibile per prevenirli. Recentemente gruppi di genitori si sono offerti volontari per filmare e documentare ciò che accade vicino alle scuole.

L’insegnante di religione della scuola femminile, Iman Daragme, è madre di Ziyad, 14 anni, che frequenta la scuola maschile. L’alunno frequenta la terza media ed è stato ferito ad un occhio durante l’ultimo giorno di disordini vicino alla scuola, il 17 novembre. Quella mattina, racconta Ziyad, è uscito come al solito ma quando è arrivato all’incrocio appena fuori dal villaggio, ha visto dozzine di coloni lungo la strada che porta alle scuole – pensa che fossero in 200 – e soldati dell’Esercito Israeliano in piedi accanto a loro. I coloni stavano protestando contro il lancio di pietre sull’autostrada e i soldati hanno impedito ai bambini di avanzare. Ma Ziyad dice che quel giorno non c’era stato alcun lancio di pietre.

Sua madre si occupa molto di lui. Al momento ha un braccio fasciato, ma non a causa degli eventi di quel giorno: domenica se l’è rotto cadendo dalla bicicletta.

Erano le 7:30 di quel mercoledì mattina, qualche settimana fa. La situazione iniziava a surriscaldarsi. I bambini si sono affrettati verso la scuola, i coloni hanno continuato la loro manifestazione e i soldati hanno iniziato a sparare lacrimogeni e proiettili ricoperti di gomma per disperdere i bambini e costringerli a tornare al villaggio. Per quanto lo riguarda Ziyad è sicuro che i coloni stiano rendendo impossibile la vita agli scolari come parte di un piano: “I coloni vogliono chiudere la scuola in modo da impadronirsene”, ci dice. “Hanno già occupato il vecchio mercato vicino al villaggio”.

Gli scontri sono continuati sulla strada per la scuola sino al tardo pomeriggio. La maggior parte degli abitanti del villaggio è arrivata all’incrocio, il posto sembrava un campo di battaglia. Secondo un membro del Consiglio del villaggio, Falastin Noubani, quel giorno 60 bambini hanno patito in qualche modo il gas lacrimogeno e non sono mai arrivati a scuola; 40 sono stati feriti da proiettili ricoperti di gomma, quasi tutti in modo non grave. Ma un ragazzo, Ziyad Salame, 11 anni, è stato colpito alla testa da un proiettile di metallo rivestito di gomma. Inizialmente si è temuto per la sua vita, a causa di un ematoma cerebrale. Alla fine l’emorragia si è fermata e il pericolo è passato. E Ziyad Daragme, il figlio dell’insegnante, è stato colpito all’occhio da una scheggia o da qualcos’altro. È stato portato a Salfit all’ospedale governativo Yasser Arafat Martire, e da lì è stato inviato all’ospedale oftalmico Hugo Chavez a Turnus Aya, vicino a Ramallah, dove è stato curato.

L’Unità Portavoce dell’Esercito Israeliano in settimana ha emanato questa vaga risposta sulla situazione di Lubban al-Sharqiya: “Alla luce dei recenti eventi di scontri e disordini nelle vicinanze del villaggio, che ricade sotto la giurisdizione della Brigata territoriale Binyamin, alcune misure sono state prese dall’Esercito Israeliano in coordinamento con i rappresentanti del villaggio per arginare il problema. A seguito di queste misure, gli scontri nell’area sono notevolmente diminuiti”.

Le due scuole di Lubban sono vicine l’una all’altra ed entrambe si trovano proprio a ridosso della Strada Statale 60, a circa due chilometri dal centro del paese. Nel 2014 l’Amministrazione Civile, un ramo del governo militare in Cisgiordania, ha costruito una barriera lungo l’autostrada per proteggere gli scolari dalle auto in corsa, e per loro ha costruito anche un marciapiede. Ai palestinesi è proibito costruire qualsiasi cosa in quest’area: l’autostrada è nell’Area C, amministrata da Israele. Prima di queste migliorie, nel corso degli anni circa 20 bambini erano stati uccisi in incidenti stradali sulla strada per la scuola e ritorno.

Gli alunni iscritti alle due scuole sono 661: 421 nella scuola maschile e 240 nella femminile. La scuola maschile è stata costruita nel 1944, quella femminile nel 1971, molto prima di tutti gli insediamenti che stanno ora soffocando il paese da ogni lato; alcuni sono stati costruiti su terreni di proprietà del villaggio.

In una conversazione nel suo ufficio, Iwassi, capo del Consiglio, un uomo d’affari di 58 anni tornato nella sua casa in Cisgiordania dopo aver trascorso 15 anni a Tampa in Florida, ci racconta che negli ultimi mesi è stato minacciato dai soldati dell’Esercito Israeliano che brandivano fucili mentre accompagnava i bambini a scuola. Dice che è stato colpito due volte con proiettili rivestiti di gomma e aggiunge che due settimane fa i soldati hanno afferrato un ragazzo che stava andando a scuola e lo hanno arrestato. Quando Iwassi ha protestato, i soldati gli hanno detto che il ragazzo, Muayid Hussam, 11 anni, aveva lanciato pietre sull’autostrada tre giorni prima mentre andava a scuola. Hussam è stato preso in custodia e rilasciato quattro ore dopo. Iwassi ha indagato sulla vicenda e ha scoperto che il giovane sospettato quel giorno non era nemmeno andato a scuola.

Il capo del Consiglio ci dice che per salvaguardare i bambini ha messo un insegnante ogni 100 metri lungo il percorso che porta alle scuole. In alcuni casi, dice, i coloni si piazzano sul ciglio della strada e minacciano i ragazzi. Gli hanno riferito, per esempio, che un colono aveva gridato che le loro scuole sarebbero passate ai coloni, e addirittura diceva ai bambini che erano stati scelti nuovi nomi: “Brooklyn” per la scuola femminile, “Bnei Yisrael” per quella maschile.

Issawi conserva nel suo cellulare le informazioni che ha raccolto nell’ultimo anno. L’esercito ha fatto irruzione nelle scuole otto volte mentre si teneva lezione; le truppe hanno impedito agli alunni di raggiungere le scuole 76 volte. I droni sono stati avvistati nell’area cinque volte: non è chiaro se li abbiano lanciati l’esercito o i coloni, ma hanno disturbato e spaventato i bambini. Sono stati lanciati gas lacrimogeni nelle aule sette volte e ogni volta gli edifici hanno dovuto essere evacuati. Gli alunni sono stati picchiati 13 volte, ma non hanno riportato ferite. Tredici alunni sono stati fermati per qualche ora o per alcuni giorni. L’Esercito Israeliano ha chiuso i cancelli delle scuole 15 volte. I coloni hanno attaccato violentemente gli alunni sette volte. E ci sono stati circa 100 incidenti, dice Issawi, in cui soldati o coloni stavano minacciosamente vicino agli ingressi delle scuole.

“Con quale diritto i coloni armati vengono al cancello di una scuola?” chiede il capo del Consiglio. “Sai, se mi capitasse di camminare per strada armato, verrei arrestato immediatamente. In tutto il mondo i civili non possono andare in giro armati, solo la polizia e le forze di sicurezza. Allora perché i coloni possono farlo? A volte i coloni urinano davanti alle ragazze. Ho parlato con i soldati, ma non hanno fatto nulla. I coloni gridano ai bambini: ‘Questa è la nostra terra. Qui vivranno solo ebrei. Siete degli animali. Siete cani. Questa terra appartiene solo a noi. Morte agli arabi!’ “

“Questa non è vita”, continua. “I nostri figli non pensano ad imparare, ma solo a tornare a casa sani e salvi. Gli insegnanti hanno paura per gli alunni. Questa non è vita”. Noubani, membro del Consiglio, aggiunge: “I nostri figli hanno il diritto di camminare lungo il ciglio della strada per andare a scuola. Nessuno ci può dettare dove debbano camminare i nostri figli”.

Verso la scuola, da un’altra direzione, c’è anche un sentiero sterrato ma non raggiunge tutti gli abitanti del villaggio.

Iwassi: “Dobbiamo salvaguardare questo percorso, perché ci sono bambini che vengono dall’altra parte della strada. L’esercito può dirmi quali bambini stanno creando problemi e io mi occuperò di loro. Tutto ciò che vogliamo è che i nostri figli possano studiare in pace”.

Noubani racconta che negli ultimi anni gli attacchi da parte dei coloni sono stati continui, ma non erano mai arrivati alle scuole: “Che i coloni vadano lì è una novità. Vengono da tutta la zona, non solo dalle colonie vicine. Eravamo abituati al fatto che abbattessero i nostri alberi, ma gli attacchi ai nostri figli sono una novità”.

Iwassi è d’accordo, e osserva che anche se ci sono sempre stati attacchi da parte di soldati e coloni, non sono mai stati tanti quanti nell’anno passato. Perché pensa che la situazione sia peggiorata, gli chiediamo. “Perché questo governo è un governo di coloni. Questo è il problema. Quando il primo ministro è amico dei coloni, questo è il risultato. Questa è la direttiva. Il governo precedente era meno un governo dei coloni di questo”.

Nel corso degli anni, sono stati sottratti a Lubban circa 5.000 dunam (1.250 acri) di terra con la costruzione delle vicine colonie di Ma’aleh Levona, Eli, Shiloh e Givat Harel.

“Tagliano i nostri alberi e bruciano i campi”, dice Iwassi. “Ti alzi la mattina e tutti i tuoi ulivi sono stati abbattuti. Vogliono una scuola vuota e un villaggio vuoto e un paese senza palestinesi”.

L’ultimo giorno del Ramadan di quest’anno Ahmed Daragme, 34 anni, residente nel villaggio, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dai soldati all’incrocio di Tapuah mentre tornava a casa dopo aver acquistato dei dolci per la festa. I soldati pensavano che avesse in mano una pistola, ma non ce n’era traccia. Il suo amico Mohammed Noubani, 28 anni, che era con lui in macchina, è stato ferito gravemente e da allora è su una sedia a rotelle.

Abbiamo chiesto a Iman, insegnante di religione, qual è la cosa peggiore degli incidenti nelle scuole: “Le maledizioni che i nostri alunni si sentono lanciare dai coloni. E anche quando i soldati a volte stanno vicino alle finestre delle aule. Questo spaventa i bambini”.

Sul muro della scuola femminile c’è il disegno di un’insegnante con degli alunni. “Insegnaci l’aritmetica e non le botte”, dicono gli alunni all’insegnante con un gioco di parole in arabo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni aggrediscono alcuni villaggi palestinesi dopo un’uccisione in Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

17 dicembre 2021 – Al Jazeera

Il giorno dopo che palestinesi armati hanno ucciso un israeliano nella Cisgiordania occupata sono avvenuti attacchi da parte di coloni.

Fonti ufficiali palestinesi hanno affermato che coloni ebrei hanno fatto irruzione in alcuni villaggi della Cisgiordania occupata danneggiando case e automobili e picchiando almeno due persone.

Gli attacchi di venerdì sono avvenuti il giorno dopo che palestinesi armati hanno ucciso un israeliano in un’imboscata nei territori.

La morte del colono Yehuda Dimentman, ucciso quando giovedì uomini armati hanno aperto il fuoco contro la sua auto nei pressi di un avamposto illegale nella Cisgiordania occupata, minaccia di infiammare ulteriormente la violenza tra gli abitanti palestinesi e i coloni israeliani.

Giovedì gli altri due passeggeri dell’auto di Dimentman sono rimasti lievemente feriti.

Ghassan Daghlas, funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese che controlla le attività di colonizzazione, ha affermato che venerdì mattina gruppi di coloni sono entrati in alcuni villaggi nei pressi della città settentrionale di Nablus danneggiando macchine e case. Due palestinesi feriti sono stati portati in ospedale.

Secondo Daghlas, alcuni coloni si sono introdotti in una casa nel villaggio palestinese di Qaryout e hanno cercato di rapire un abitante, Wael Miqbel.

Foto diffuse sulle reti sociali mostrano Miqbel con lividi ed ematomi sul volto, mentre altri video e fotografie pubblicati in rete mostrano scontri tra coloni armati e abitanti palestinesi.

Parlando all’agenzia di notizie [turca] Anadolu, Jihad Salah, capo del villaggio di Burqa, nel nord-ovest della provincia di Nablus, ha affermato che i coloni hanno attaccato il villaggio con armi da fuoco.

Ha aggiunto che hanno dato fuoco a baracche del villaggio e lanciato pietre contro parecchie case palestinesi. L’agenzia di notizie palestinese Wafa ha informato che i coloni hanno attaccato la città di Sebastia, a nord di Nablus, e vandalizzato un certo numero di veicoli di proprietà di palestinesi e l’officina meccanica.

I dirigenti israeliani si sono impegnati a trovare gli aggressori responsabili della sparatoria di giovedì e l’esercito ha schierato truppe aggiuntive nella zona.

Secondo la Wafa almeno tre uomini di Burqa sono stati arrestati in incursioni notturne.

Venerdì l’esercito ha affermato che era in corso una caccia all’uomo per trovare i palestinesi armati, ma non ha dato ulteriori dettagli.

L’auto di Dimentman è stata colpita dopo che aveva lasciato un seminario ebraico nell’avamposto illegale di Homesh, una ex-colonia evacuata come parte del ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza nel 2005. Gli ultimi attacchi sono giunti nel contesto di un’impennata di violenze tra israeliani e palestinesi in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

All’inizio del mese un ebreo ultra-ortodosso è stato gravemente ferito dopo essere stato accoltellato da un aggressore palestinese fuori dalle mura della Città Vecchia a Gerusalemme.

Una settimana prima un membro di Hamas ha aperto il fuoco nella Città Vecchia, uccidendo un israeliano. Entrambi gli aggressori sono stati uccisi dalle forze israeliane.

Questa settimana durante un’incursione nella zona di Ras al-Ain a Nablus, nella Cisgiordania occupata, truppe israeliane hanno colpito a morte un altro palestinese.

All’inizio di questo mese soldati israeliani hanno ucciso un palestinese anche nel villaggio di Beita, nella Cisgiordania occupata, durante una protesta contro le colonie illegali. Forze israeliane hanno ucciso un minorenne palestinese dopo un presunto tentativo di investimento presso un posto di controllo militare nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata.

Israele ha conquistato Gerusalemme est e la Cisgiordania durante la guerra del 1967 in Medio Oriente. I territori sono ora abitati da più di 700.000 coloni ebrei che vivono in 164 colonie e 116 avamposti, che i palestinesi rivendicano come parte del loro futuro Stato indipendente.

In base alle leggi internazionali, tutte le colonie ebraiche nei territori occupati sono considerate illegali. I palestinesi, insieme a quasi tutta la comunità internazionale, ritengono che le colonie siano un gravissimo ostacolo alla pace.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




HRW: a maggio poliziotti israeliani si sono accordati con ultranazionalisti ebrei per reprimere manifestanti palestinesi

Redazione di PC

14 dicembre 2021 – Palestine Chronicle

Un rapporto di Human Rights Watch (HRW) sulle politiche brutali e discriminatorie ha rilevato che durante la rivolta civile di maggio nella città di Lydda funzionari israeliani si sono accordati con ultra-nazionalisti ebrei di estrema destra.

Il rapporto, rilasciato martedì, evidenzia che a Lydda le forze dell’ordine israeliane hanno fatto uso di una forza eccessiva per disperdere proteste pacifiche da parte di palestinesi e invita la commissione d‘inchiesta dell’ONU a indagare sulle pratiche discriminatorie dello Stato occupante.

Queste prassi includono il modo opposto di trattare manifestanti ebrei e palestinesi; l’evidente appoggio e la collaborazione con gli ultranazionalisti ebrei di estrema destra; la diffusione di disinformazione da parte di funzionari governativi per fomentare la rivolta civile e un trattamento discriminatorio dei cittadini palestinesi di Israele nei tribunali dopo il loro arresto.

In maggio Lydda e altre città in Israele e nella Cisgiordania occupata hanno assistito a rivolte sullo sfondo dei tentativi discriminatori di cacciare palestinesi dalle proprie case nella Gerusalemme est occupata, dell’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza israeliane contro i manifestanti e i fedeli nella moschea di Al-Aqsa e dello scatenamento di un’aggressione israeliana contro Gaza il 10 maggio.

Nel corso di circa due settimane di rivolta le forze di sicurezza hanno arrestato 2.142 persone in Israele e a Gerusalemme est in operazioni di “deterrenza” che le autorità hanno definito “Legge e Ordine”. Secondo Amnesty International circa il 90% degli arrestati sono cittadini palestinesi di Israele e abitanti di Gerusalemme est occupata.

In giugno un rapporto di Amnesty International sulle azioni repressive ha rilevato che suprematisti israeliani di estrema destra hanno condiviso selfie in cui si sono messi in posa con armi da fuoco e messaggi come “Stanotte non siamo ebrei, siamo nazisti.”

Tra i molti esempi di discriminazione citati da HRW nel rapporto c’è l’evidente collaborazione tra poliziotti israeliani e ultranazionalisti ebrei. Il 12 maggio parecchi ultranazionalisti ebrei che non vivono a Lydda, alcuni dei quali armati, sono entrati in città violando la dichiarazione dello stato di emergenza del governo, emanato ore prima, che vietava l’ingresso a non-residenti.

Nel rapporto viene citato un giornalista israeliano che, nel suo servizio da Lydda, ha affermato che le autorità municipali avevano ospitato durante la notte ultranazionalisti ebrei arrivati da fuori in un edificio di proprietà del Comune nei pressi di un cimitero palestinese. Benché la città abbia negato di essere stata informata di questa iniziativa o di averla approvata, questi gruppi sono andati a prendere di mira palestinesi. Durante la notte hanno lanciato pietre contro case e negozi palestinesi e contro la moschea di Al-Omari. Video di alcuni incidenti mostrano, schierati vicino a facinorosi ebrei, poliziotti che non intervengono mentre questi lanciano pietre.

Durante gli scontri sono stati attaccati proprietà e luoghi di culto palestinesi. Molti sono stati feriti, un cimitero musulmano è stato vandalizzato e decine di auto sono state date alle fiamme. HRW afferma che le forze dell’ordine schierate per garantire la sicurezza a Lydda sono rimaste a guardare o non hanno agito in tempo per proteggere abitanti palestinesi di Lydda dalle violenze da parte di ultra-nazionalisti ebrei che si trovavano vicino a loro o nel loro campo visivo.

Evidenziando la prassi discriminatoria dei tribunali israeliani, HRW mette in luce il netto contrasto del modo diverso in cui sono stati trattati l’assassinio di un palestinese e quello di un ebreo israeliano. Per l’assassinio di Musa Hassuna, un palestinese, le autorità israeliane hanno rilasciato su cauzione in meno di 48 ore dall’omicidio tutti gli ebrei sospettati, dopo che essi avevano invocato la legittima difesa, ed ha chiuso le indagini meno di sei mesi dopo.

Per l’assassinio di Yigal Yehoshua, un ebreo, otto palestinesi sospettati sono stati in carcere per mesi, in attesa di essere processati per vari reati, compreso l’“omicidio come atto di terrorismo”.

Sembra che a Lydda la polizia e le autorità israeliane abbiano trattato i cittadini in modo diverso a seconda che si trattasse di ebrei o di palestinesi,” afferma Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina di Human Rights Watch.

La commissione d’inchiesta ONU dovrebbe cogliere l’opportunità senza precedenti di contrastare la discriminazione ed altre violazioni che i palestinesi affrontano in Israele esclusivamente a causa della loro identità.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 16 novembre – 6 dicembre 2021

Durante il periodo in esame, in quattro attacchi perpetrati da palestinesi, un civile israeliano è stato ucciso, mentre altri due civili e cinque membri delle forze di sicurezza israeliane sono rimasti feriti [seguono dettagli]. I quattro aggressori palestinesi, di cui due minorenni, sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane.

Gli episodi includono un’aggressione con arma da fuoco, due aggressioni con coltello nella Città Vecchia di Gerusalemme ed uno speronamento con auto a Tulkarm. ll 17 novembre, nella Città Vecchia di Gerusalemme, un ragazzo palestinese di 16 anni di Al ‘Isawiya (Gerusalemme Est) ha accoltellato e ferito due agenti della polizia di frontiera israeliana ed è stato ucciso dalla polizia israeliana. Il 21 novembre, un palestinese del Campo profughi di Shu’fat (Gerusalemme est) ha sparato uccidendo un civile israeliano e, a quanto riferito, ferendone un altro e ferendo due agenti della polizia di frontiera israeliana. È stato ucciso sul posto dalle forze israeliane. Inoltre, il 4 dicembre, fuori dalla Città Vecchia di Gerusalemme, vicino alla Porta di Damasco, un palestinese di 25 anni di Salfit ha accoltellato e ferito un civile israeliano ed ha cercato di accoltellare un poliziotto di frontiera israeliano. Le forze israeliane hanno sparato e ucciso il palestinese sul posto. Per quanto riguarda tali uccisioni sul posto, l’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR) ha sollevato preoccupazioni di possibili esecuzioni extragiudiziali. Secondo le autorità israeliane, gli agenti hanno agito in linea con il protocollo di sicurezza stabilito e hanno adottato le misure appropriate per limitare ulteriori perdite di vite umane. Il 6 dicembre, al checkpoint di Kafriat (Tulkarm), un altro sedicenne palestinese si è lanciato, in auto, contro una cabina di sicurezza, ferendo una guardia di sicurezza israeliana. Le altre guardie hanno sparato e ucciso l’aggressore. I corpi dei quattro palestinesi sono stati trattenuti dalle autorità israeliane.

A seguito degli attacchi di cui sopra, in tre diverse occasioni, le forze israeliane hanno chiuso per diverse ore sia i cancelli che conducono alla Moschea di Al Aqsa, sia le strade che conducono alla Città Vecchia di Gerusalemme, impedendo ai residenti di raggiungere le loro case. Le forze israeliane hanno anche effettuato molteplici operazioni di ricerca-arresto nel Campo profughi di Shu’fat e Al ‘Isawiya, dove vivevano due degli autori, arrestando diversi parenti. In entrambe le località sono seguiti scontri tra residenti palestinesi e forze israeliane, con almeno quattro palestinesi feriti. Coloni e altri israeliani sono scesi nelle strade della Città Vecchia di Gerusalemme e nei principali incroci stradali della Cisgiordania per protestare contro gli attacchi: alcuni di essi hanno lanciato pietre contro auto e case palestinesi e provocato danni alle proprietà.

A Tammun (Tubas), in scontri scoppiati durante un’operazione di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno sparato ed ucciso un palestinese 26enne e ne hanno ferito un altro. Inoltre, in Cisgiordania, gli scontri con le forze israeliane hanno provocato il ferimento di 441 palestinesi, tra cui 97 minori [seguono dettagli]. La maggior parte dei ferimenti è stata segnalata durante scontri legati alle manifestazioni settimanali tenute contro le attività di insediamento nei pressi di Beita (319) e Beit Dajan (51), entrambe nel governatorato di Nablus. Altri 26 feriti sono stati segnalati in scontri scoppiati con le forze israeliane conseguenti all’ingresso di israeliani in un luogo religioso della città di Nablus; 11 durante cinque operazioni di ricerca-arresto a Tubas, Gerusalemme e Ramallah; 28 in sette episodi verificatisi nell’area H2 della città di Hebron e a Nablus (vedi sotto). I rimanenti ferimenti sono stati registrati in tre diversi episodi accaduti nel Governatorato di Hebron e nella Città Vecchia di Gerusalemme (vicino alla Porta di Damasco), dove i palestinesi hanno lanciato pietre e le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni e proiettili di gomma. Tra i feriti: 3 sono stati colpiti da proiettili veri, 59 da proiettili di gomma, 364 sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni e i restanti 15 sono stati aggrediti fisicamente o colpiti da bombolette di gas lacrimogeno.

I 28 palestinesi feriti citati sopra (18 dei quali alunni) hanno inalato gas lacrimogeni o sono stati aggrediti fisicamente e feriti da forze israeliane nel corso di 7 episodi che hanno coinvolto scuole di Al Lubban ash Sharqiya (Nablus) e dell’area H2 della città di Hebron [seguono dettagli]. In H2, secondo quanto riferito, studenti palestinesi hanno lanciato pietre contro le forze israeliane e queste ultime hanno sparato candelotti lacrimogeni contro il vicino complesso scolastico; 15 ragazze sono state curate per inalazione di gas lacrimogeno e gli studenti di tre scuole vicine sono stati evacuati a causa dell’intensità del gas. In Al Lubban ash Sharqiya, in cinque episodi, le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni e bombe assordanti agli studenti, interrompendo le lezioni e costringendo gli studenti a lasciare la scuola: 13 palestinesi sono rimasti feriti, tra cui tre studenti, mentre altre 70 persone circa hanno inalato gas lacrimogeno, ma non hanno avuto bisogno di cure mediche. Questi episodi si sono verificati dopo che coloni israeliani si erano radunati vicino alla scuola per protestare di essere stati colpiti da pietre lanciate dai locali della scuola.

A Gaza, vicino alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa, in almeno 35 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento [verso palestinesi], verosimilmente per far rispettare le restrizioni all’accesso. Non sono stati segnalati feriti. Sette pescatori palestinesi sono stati arrestati e due barche sono state confiscate dalle forze israeliane. Bulldozer militari israeliani hanno condotto cinque operazioni di spianatura del terreno all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale. Le autorità israeliane hanno arrestato due uomini al valico di Erez, compreso uno che accompagnava la moglie per cure mediche a Gerusalemme Est. Altre tre persone, tra cui un minore, sono state arrestate mentre, secondo quanto riferito, cercavano di entrare [illegalmente] in Israele attraverso la recinzione perimetrale.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 100 operazioni di ricerca-arresto, arrestando 132 palestinesi. La maggior parte delle operazioni è stata svolta in Gerusalemme Est (33) e nel governatorato di Hebron (31), seguite da Betlemme (19) e Ramallah (14). Tra il 18 novembre e il 1° dicembre, le forze israeliane hanno chiuso rispettivamente gli ingressi principali di Mantiqat Shi’b al Butum (Hebron) e Deir Nidham (Ramallah), costringendo i residenti palestinesi a fare lunghe deviazioni e creando loro gravi difficoltà ad accedere ai servizi ed ai mezzi di sussistenza.

Il 30 novembre, nell’area di Ibziq della Valle del Giordano, almeno sei famiglie palestinesi sono state costrette, per otto giorni, ad evacuare le loro residenze per consentire gli addestramenti militari israeliani. Di conseguenza, 38 persone, tra cui 17 minori, sono state temporaneamente sfollate, senza che fossero fornite loro sistemazioni alternative.

In Cisgiordania, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o costretto i proprietari a demolire, un totale di 62 strutture di proprietà palestinese, di cui undici donate come assistenza umanitaria [seguono dettagli]. In totale, 55 persone sono state sfollate, inclusi 18 minori, e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di altre 3.000 persone circa. Quarantaquattro delle strutture erano situate in Area C (tra esse le undici donate come assistenza umanitaria). Nella Comunità Mirkez di Massafer Yatta (Hebron), le autorità israeliane hanno demolito otto case, cisterne e strutture legate al sostentamento. Questa zona è designata come “zona di tiro” per l’addestramento militare e i suoi 1.300 residenti sono sottoposti ad un contesto coercitivo che li mette a rischio di trasferimento forzato. A Khirbet Atuf, situata nell’Area C del governatorato di Tubas, le autorità israeliane hanno smantellato e confiscato circa 1.800 metri di un acquedotto finanziato da donatori. Tredici delle strutture si trovavano a Gerusalemme Est: sei di esse sono state demolite dai proprietari palestinesi per evitare tasse comunali e possibili danni ad altre strutture [adiacenti] e ad oggetti personali. Altre cinque strutture sono state demolite a seguito di una sentenza della Corte Suprema Israeliana che fa riferimento a un ordine militare del 2011; tale ordine individua, sul “versante Gerusalemme” della Barriera, una zona cuscinetto di sicurezza, dove la costruzione è vietata. Tale zona interessa Sur Bahir in Area A e la Comunità di Al Khas (Betlemme) in Area B. Tre famiglie composte da nove persone, tra cui tre minori e una donna anziana, sono state sfollate.

Il 28 novembre, il Tribunale Distrettuale di Gerusalemme ha respinto il ricorso dei residenti contro 58 ordini di demolizione emessi dalle autorità israeliane contro decine di strutture di proprietà palestinese situate nell’area Wadi Yasul di Silwan (Gerusalemme Est), mettendo centinaia di persone a rischio imminente di sfollamento. Wadi Yasul ospita circa 700 palestinesi, ma è stato destinato dalle autorità israeliane a diventare “area verde”. Negli ultimi 15 anni sono stati sempre respinti gli sforzi dei residenti per cambiare in “residenziale” la destinazione dell’area.

In Cisgiordania, 25 attacchi di coloni hanno provocato quattro feriti palestinesi e danni alle proprietà [seguono dettagli]. Otto di questi episodi hanno visto il lancio di pietre contro veicoli e case palestinesi nelle aree di Ramallah, Nablus e Hebron, con conseguente ferimento di due palestinesi, uno dei quali minore, e danni ad almeno 13 veicoli palestinesi. A Sheikh Jarrah sono state forate le gomme di 13 auto di proprietà palestinese. Altri tre attacchi sono stati registrati a Shufa (Nablus), Khirbet Sarura e Ash Shyukh (entrambi a Hebron), comprendenti l’irruzione in case, il furto di attrezzi agricoli, il danneggiamento di tre serbatoi d’acqua e il taglio di parte di una conduttura dell’acqua. Nella Comunità di Ein al Hilwa, nella Valle del Giordano settentrionale (Tubas), coloni israeliani hanno attaccato pastori palestinesi e le loro mucche, uccidendo tre mucche. Nei pressi dei villaggi di Yanun e Jalud (entrambi in Nablus) e Khallet Athaba’ a Hebron sono stati danneggiati oltre 130 alberi e alberelli.

Nei governatorati di Gerusalemme, Nablus e Gerico palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani, ferendo dieci coloni. Secondo fonti israeliane, in Cisgiordania il lancio di pietre ha danneggiato 35 auto israeliane. In un altro episodio accaduto il 1° dicembre, due israeliani, di cui uno colono, dopo essere entrati nel centro di Ramallah, sono stati attaccati e la loro auto è stata data alle fiamme da palestinesi; sono stati soccorsi dalle forze di sicurezza palestinesi.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

L’8 dicembre, nel quartiere di Sheikh Jarrah, in Gerusalemme Est, una colona israeliana è stata accoltellata e ferita. La presunta autrice, una ragazza palestinese, è stata arrestata.

Il 10 dicembre, nel contesto delle proteste settimanali contro l’attività di insediamento colonico a Beita (Nablus), le forze israeliane hanno ucciso un palestinese.

Il 13 dicembre, a Nablus, durante scontri seguiti ad un’operazione di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno ucciso un 30enne palestinese.