Durante una sparatoria in Cisgiordania forze dell’Autorità Palestinese hanno ucciso una bambina e un adolescente

Mera Aladam

16 febbraio 2026 – Middle East Eye

Un poliziotto ha ucciso due fratelli cercando di arrestare il loro padre ricercato dall’esercito israeliano.

Domenica forze dell’Autorità Palestinese hanno sparato e ucciso una bambina di tre anni e il suo fratello adolescente nella città di Tubas, nella Cisgiordania occupata.

Secondo media locali forze di sicurezza palestinesi hanno aperto il fuoco contro l’auto di Samer Samara, che pare fosse ricercato dall’esercito israeliano, mentre stava viaggiando con sua moglie e i figli. Suo figlio, il sedicenne Yazan, è rimasto ucciso sul colpo. La figlia di tre anni, Ronza, è deceduta in seguito per le gravissime ferite alla testa.

Samara è stato ferito alle gambe e in seguito arrestato dalle forze dell’AP. Le sue attuali condizioni rimangono sconosciute.

In seguito alle uccisioni sono scoppiate proteste contro l’ANP fuori dall’ospedale turco, che si trova nella città. Il Comitato delle Famiglie dei Detenuti Politici, che rappresenta le famiglie di palestinesi arbitrariamente detenuti dall’ANP, ha condannato gli omicidi, affermando che il “grave crimine” è parte di una politica sistematica indirizzata contro palestinesi ricercati da Israele, anche al prezzo di “versare sangue palestinese”.

Il Comitato ha affermato che le uccisioni segnano una “pericolosa deviazione”, accusando i servizi di sicurezza dell’ANP di rivolgere le proprie armi contro il loro stesso popolo invece di proteggerlo.

In un comunicato anche Hamas ha condannato l’incidente, affermando che l’attacco contro Samara e l’uccisione dei suoi figli “rappresenta una nuova macchia nera” sulle forze dell’ANP, che accusa di opprimere i palestinesi invece di garantirne la sicurezza.

Il movimento ha affermato che l’attacco riflette “pericolose politiche repressive” perseguite dall’ANP, in particolare in un momento che descrive come [caratterizzato da] una violenza israeliana senza precedenti in Cisgiordania. “Mettiamo in guardia dalle ripercussioni del fatto di continuare con questo pericoloso approccio al tessuto nazionale e consideriamo la dirigenza dell’Autorità Palestinese pienamente responsabile delle conseguenze di questi crimini,” ha aggiunto Hamas. “Il sangue del nostro popolo è una responsabilità di tutti noi e versarlo non può essere accettato per nessuna ragione.”

Ahmed Asaad, governatore di Tubas, ha descritto l’incidente come “sfortunato” e ha affermato che deve essere aperta un’inchiesta.

In seguito alla sparatoria l’ANP avrebbe inviato rinforzi supplementari di sicurezza nell’area. Anwar Rajab, portavoce delle forze di sicurezza dell’ANP, ha affermato che “mentre il sistema di sicurezza esprime il suo profondo rammarico per le vittime durante la missione, conferma che le circostanze dell’incidente sono ancora sotto indagine attenta e accurata.”

L’ANP affronta critiche

L’ANP deve affrontare crescenti critiche a causa del coordinamento per la sicurezza con Israele.

A dicembre un’organizzazione di base palestinese ha avvertito che le recenti decisioni politiche e amministrative dell’ANP rischiano di approfondire le divisioni interne in un momento che descrive come “una sfida esistenziale” che i palestinesi devono affrontare a Gaza, nella Cisgiordania occupata e nella diaspora.

“La dirigenza ufficiale (dell’ANP), sotto la pressione di Israele e dall’estero, continua a emanare decreti, misure e decisioni che contraddicono chiaramente la volontà popolare, sono prive di ogni consenso nazionale o popolare e approfondiscono ulteriormente le divisioni all’interno del campo palestinese,” ha affermato il forum.

L’associazione ha anche manifestato preoccupazione per la sospensione, all’inizio dell’anno, dei pagamenti alle famiglie di “martiri, palestinesi feriti e incarcerati” da parte dell’ANP.

Afferma che i pagamenti non erano misure di welfare discrezionali ma “un dovere nazionale, morale e popolare” radicato nella legge palestinese e un obbligo collettivo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Netanyahu revoca la cittadinanza a due palestinesi con cittadinanza israeliana e ne ordina la deportazione a Gaza

Redazione di MEMO

10 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato un ordine di revoca della cittadinanza israeliana a due palestinesi che secondo l’emittente pubblica israeliana saranno deportati a Gaza con un’iniziativa senza precedenti.

Scrivendo su X, la società statunitense dei social media, Netanyahu ha affermato che “questa mattina ho firmato la revoca della cittadinanza e gli ordini di deportazione per due terroristi israeliani.”

Netanyahu, lui stesso ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra a Gaza, ha dichiarato che i due “hanno effettuato accoltellamenti e sparatorie contro civili israeliani.”

Molti altri come loro subiranno la stessa sorte,” ha avvertito, minacciando misure aggiuntive contro i palestinesi nei territori occupati da Israele nel 1948 [cioè in Israele, ndt.].

L’emittente pubblica israeliana ha affermato che i due palestinesi verranno deportati a Gaza.

La Striscia di Gaza sta soffrendo conseguenze catastrofiche da quando Israele, sostenuto dagli Stati Uniti, da ottobre 2023 ha avviato una guerra genocida, che è durata due anni, con circa 2,4 milioni di palestinesi che vivono nell’enclave.

Secondo l’emittente israeliana Channel 12 i due palestinesi obiettivo della misura sono Mahmoud Ahmed e Mohammed Ahmed Hussein Halasi.

Su oltre 10 milioni [di abitanti] i palestinesi all’interno di Israele sono più del 20% della popolazione e sostengono di dover affrontare discriminazione e marginalizzazione e di essere stati presi di mira dai successivi governi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un palestinese di 14 anni è stato lasciato morire dissanguato per 45 minuti mentre i soldati israeliani stavano lì accanto

Amira Hass

8 febbraio 2026 – Haaretz

Jadallah Jadallah è stato colpito da un’unità di paracadutisti nel campo profughi di Far’a. I video lo mostrano abbandonato chiedendo aiuto, mentre la sua famiglia guardava impotente a distanza. Al momento Israele trattiene il suo corpo. Secondo l’IDF “è stato identificato un terrorista che costituiva una minaccia immediata, i militari gli hanno sparato e hanno fornito i primi soccorsi.”

Un ragazzo di 14 anni ferito da arma da fuoco è disteso sulla schiena in un vicolo del campo profughi di al-Far’a nel nordest della Ciasgiordania. Un folto gruppo di soldati gli gira intorno o si ferma accanto, a volte a meno di un metro di distanza. Ogni tanto gli lanciano un’occhiata, ma in genere stanno vicino senza guardarlo, come se sul terreno ci fosse un oggetto anziché un essere umano.

Si gira di lato e piega le gambe mentre le sue ginocchia ricadono in avanti. Allunga una mano e poi l’altra. Queste sanguinano e poi lui alza ancora una o due mani. I vicini guardano dalle finestre delle case accanto, impossibilitati a fare alcunché.

Con un altro movimento che sembra una richiesta di attenzione e di aiuto getta il suo cappello verso i soldati. Uno di loro lo scalcia indietro. Lui lancia nuovamente il cappello. Questa volta un soldato lo scalcia delicatamente in modo che sia fuori dalla portata del ragazzo. Ogni tanto i soldati sparano in aria. Una volta sparano verso sua madre. Quando lei capisce che il ragazzo ferito è suo figlio corre fuori dalla casa distante 200 metri, cercando di raggiungerlo e implorare per la sua vita.

Diverse pallottole colpiscono il muro vicino alla porta di entrata, costringendola a rientrare. Il ragazzo ferito è Jadallah Jadallah (Jad per i suoi familiari), nato a maggio 2011. Il 16 novembre la sua famiglia si è ritrovata in due dolorosi elenchi: Jad è diventato uno dei 55 minori in Cisgiordania uccisi dai soldati israeliani nel 2025 e uno dei 77 minori uccisi i cui corpi sono trattenuti dall’esercito – molti di questi nelle celle frigorifere dell’obitorio – per ordine del governo. Poiché il suo corpo non è stato restituito per la sepoltura la famiglia si aggrappa ancora alla speranza che sia vivo, anche se quattro inquietanti video ottenuti da Haaretz documentano l’ora finale della sua breve vita. Alcuni minuti di quell’ora sono descritti più sopra.

Secondo il sito web del portavoce dell’esercito postato alle 18,12 di quel giorno si è trattato di “un’operazione offensiva del battaglione di Tzanhanim) nel campo di Far’a al comando della Brigata Menashe.”

Gli abitanti del campo dicono che i soldati stavano cercando un latitante. Non è stato arrestato nel corso dell’operazione e in seguito si è consegnato. Un video precedente, che precede cronologicamente gli altri, ottenuto da Haaretz, mostra tre persone all’incrocio di un vicolo nel campo che si recano verso la casa di Jadallah. Spiano da dietro l’angolo di un edificio alla fine del vicolo, guardando nella strada alla loro sinistra. Dal filmato è difficile determinare se siano dei minori, ma retrospettivamente sappiamo che sono Jad e i suoi amici.

Uno di loro corre nella stradina. Qualche secondo dopo un altro ragazzino si avvicina. L’amico che aveva corso con lui improvvisamente si dirige anch’egli verso ovest. Poi altre due persone entrano in scena da nord. Dal loro linguaggio del corpo – imbracciano e puntano i fucili – si può dedurre che sono soldati. Il terzo ragazzo corre verso ovest dando loro la schiena.

Appare un altro soldato e il ragazzino scompare alla vista. Un leggero cambiamento nei toni di grigio del video è dovuto probabilmente alla polvere sollevata quando qualcosa cade a terra. I vicoli sono sabbiosi dopo che l’anno scorso l’esercito ha divelto l’asfalto. I testimoni completano ciò che il video non mostra: due dei ragazzi riescono a scappare; Jad cade. I soldati lo trascinano per diversi metri nel vicolo.

La dichiarazione del portavoce dell’esercito afferma che durante l’attività dell’unità di ricognizione nel campo profughi i soldati “hanno identificato un terrorista che stava tentando di ferire i soldati. Questi gli hanno sparato e hanno eliminato il terrorista. Non ci sono stati danni alle nostre forze.”

La dichiarazione omette il fatto che i soldati hanno sparato a Jad quando non vi era pericolo per le loro vite e che egli non è stato immediatamente “eliminato”. Il terzo video mostra Jad che solleva il busto con difficoltà, ancora una volta stendendo una mano verso i soldati, per poi collassare. Si vede una manica coperta di sangue. I soldati continuano a muoversi intorno lui. Almeno due si avvicinano, sembra per filmarlo. Uno spara in aria. Un altro si avvicina, si china e fa cadere al suo fianco ciò che sembra una pietra. Gli abitanti del campo hanno interpretato questo come la costruzione di una prova e la predisposizione di una giustificazione per lo sparo.

Gli abitanti affermano che i soldati hanno impedito ad un’ambulanza palestinese di raggiungere la scena. “Mio figlio non aveva un fucile, non teneva in mano una granata, niente”, ha detto la settimana scorsa suo padre Jihad nella loro casa. Sua moglie Safaa ha aggiunto: “Se anche fosse stato così, avrebbero dovuto prenderlo e curarlo. Hanno fatto in modo che sembrasse che lui fosse uscito per compiere un attacco terroristico.

I famigliari descrivono Jad come timido e prudente, uno che corre sempre via quando arrivano i soldati e che raramente esce di casa. Ricordano tra l’altro che, come circa la metà degli abitanti del campo, sono stati costretti a lasciare le loro case per sei mesi l’anno scorso nel corso di una prolungata operazione dell’esercito, e hanno dovuto affittare un appartamento a Salfit, nella Cisgiordania nordoccidentale.

Dicono che Jad abbia detto ai soldati ‘Sono un bambino’”, dice sua madre, il viso contorto dal dolore. Sua sorella Shahed aggiunge: “Una soldatessa si è arrabbiata con i suoi colleghi e ha detto ‘Perché avete sparato? E’ un bambino’”. Le case nel campo sono sovraffollate. La gente si chiude dentro per paura dei soldati, può vedere e sentire tutto attraverso le finestre. Molti di loro hanno lavorato in Israele e capiscono bene l’ebraico. Se quelle parole sono state davvero pronunciate c’era chi poteva sentirle e capirle.

Shahed ha detto che dopo che i soldati hanno portato via suo fratello la famiglia ha ricevuto una telefonata dal comitato di collegamento palestinese locale in cui si diceva che era vivo. Circa dieci minuti dopo il comitato ha riferito di aver ricevuto un messaggio dalla sua controparte, il comitato di collegamento israeliano, che affermava che era morto.

Il fratello maggiore Qusay ha detto: “Mio fratello non è stato ucciso. Noi non crediamo che sia stato ucciso. Se lo è stato, vogliamo il corpo.” La madre ha detto che “i suoi fratellini mi chiedono se è in un frigorifero.” La figlia ha detto di temere che un organo sia stato espiantato dal suo corpo. Suo padre, un ufficiale delle forze di sicurezza nazionale palestinesi, ha risposto: “Se è morto e se gli hanno prelevato un organo per salvare un altro bambino, agli occhi di Dio questa è una gran cosa.”

A metà del quarto video ottenuto da Haaretz, che dura circa sei minuti, si vede la porta di una jeep color kaki. La stella rossa di David la contrassegna come un’ambulanza militare. Ma Jad aveva smesso di muoversi almeno due minuti prima. Alcuni secondi dopo l’arrivo dell’ambulanza un soldato si china su di lui, a quanto pare per controllare le sue pulsazioni e tastare varie parti del suo corpo. Indossa guanti blu. Se abbia fatto qualcosa dopo di ciò, non lo si può vedere nel filmato.

Verso la fine del video si vede un altro soldato che regge un panno bianco, forse una coperta termica di alluminio. Un altro porta un tappeto preso da una delle case. Poi il video si spegne. I testimoni dicono che i soldati hanno trasportato Jad sul tappeto e lo hanno caricato sull’ambulanza. Jad è stato portato via sul tappeto circa alle 17,35. Secondo i familiari fino alle 17,28 non ha ricevuto aiuto, cosa che hanno visto anche suo padre e sua sorella che guardavano dal secondo piano, sconvolti per l’impossibilità di salvarlo. Per quanto tempo è stato lasciato a terra sanguinante? Alcuni dicono circa 90 minuti, sostenendo che è stato colpito poco prima delle 16. Altri dicono che è stato colpito intorno alle 16,45, il che significa che sono trascorsi circa 45 minuti critici mentre lui sanguinava senza soccorso. 11 di quei minuti sono documentati in tre dei video in possesso di Haaretz.

Nella sua risposta a Haaretz il portavoce dell’esercito ha ampliato la stringata dichiarazione pubblicata sul sito web: “E’ stato identificato un terrorista che ha lanciato un blocco di cemento contro i soldati ed ha posto una minaccia immediata. I soldati hanno sparato al terrorista per eliminare la minaccia e di conseguenza è stato ferito. Dopo aver verificato che il terrorista non avesse sul corpo alcun congegno esplosivo, i soldati gli hanno prestato il primo soccorso. L’accusa che essi non gli abbiano fornito cure mediche è falsa. E’ stato inviato al giornalista un video che prova l’erogazione di cure mediche. Non siamo a conoscenza dell’accusa che i soldati abbiano posto delle pietre accanto alla testa del terrorista. L’incidente è oggetto di riesame.”

Il video fornito dal portavoce dell’esercito dura sette secondi. Il portavoce non ha spiegato come i soldati abbiano verificato che Jad non portava un ordigno esplosivo o perché, se temevano che ne facesse esplodere uno, siano rimasti così vicini a lui tanto a lungo.

Questa è esattamente la domanda della famiglia dopo aver sentito da Haaretz la spiegazione dell’esercito. Nella loro piccola casa è un dolore dopo l’altro: che i soldati non gli hanno permesso di salvare Jad; che lui ha sanguinato davanti ai loro occhi mentre i soldati gli camminavano intorno con indifferenza; e che Israele trattiene il suo corpo.” Ci hanno fatto doppiamente del male”, dice il padre Jihad. “Quando lo hanno ucciso ed ora che lo trattengono. Io vago nel cimitero del campo e penso tra di me: se solo mio figlio fosse qui.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’espulsione finale dei palestinesi è in corso e la vostra indifferenza lo permette

Amira Hass

27 gennaio 2026 – Haaretz

I cambiamenti in Cisgiordania, attuati nel quadro della risolutezza, sono devastanti e avvengono a velocità della luce. L’opposizione israeliana resta in silenzio

Il colpo di stato governativo che ci sta riportando indietro ha una sorella maggiore nel Piano Decisivo di espulsione volontaria del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che sta spingendo Israele verso nuovi abissi, giorno dopo giorno. Eppure l’opposizione sionista, che ha concesso il suo appoggio nella forma di ulteriori riservisti, sangue e slogan alla guerra di sterminio e vendetta nella Striscia di Gaza, continua ad ignorare l’intrinseca connessione tra loro.

Quindi che cosa succederà quando i discendenti di Giosuè entreranno nelle città palestinesi in Cisgiordania, vi appiccheranno il fuoco, spareranno contro le case e colpiranno i passanti coi loro bastoni? Voi, membri e sostenitori dei democratici e di Yesh Atid (partito politico israeliano di centro, ndtr.), correrete ad arruolarvi nell’esercito per proteggere questi santi guerrieri dai palestinesi della Cisgiordania che rifiutano di arrendersi?

I cambiamenti che vengono realizzati nella cornice della determinatezza sono devastanti e avvengono alla velocità della luce. Sono di proporzioni bibliche. Le armate ufficiali di Dio e i loro mercenari sono impegnati nelle espulsioni e nell’annientamento, emulando le gesta a Gaza. Queste legioni di santi guerrieri espellono una comunità pastorizia dopo l’altra, attaccano villaggio dopo villaggio e scuole e moschee.

Una sorgente, una piana fertile e un uliveto…l’accesso ad essi è stato vietato a coloro che ne sono stati proprietari per secoli. Le entrate dell’Autorità Nazionale Palestinese sono in mano al nostro Ministro delle Finanze. Le piante di sabra [dalla parola ebraica tzabur, che designa una pianta simile al fico d’india, ndt.] e la bellezza della terra sono solamente nostre. Ci sono ancora qua e là esigue comunità pastorizie palestinesi, o villaggi le cui strutture furono costruite prima del 1967, ma nessun problema. Stanno diventando sempre più povere, sempre più stremate.

L’area C della Cisgiordania, che ci é stata tramandata dal monte Sinai, è piena di allevamenti di pecore da carne rigorosamente kosher, che producono profitti ingenti e richiedono finanziamenti e sostegno del governo. Adesso si sono già allargati nell’area B. Poi sarà la volta dell’area A e delle sue città. (le aree create dagli accordi di Oslo del 1993: la A sotto controllo palestinese, la B sotto  controllo sia israeliano che palestinese, la C sotto totale controllo israeliano, ndt.). Gli eletti dell’armata di Dio non conoscono paura, non esiste forma di violenza che non intendano impiegare. Ogni battaglione aggiunto, ogni comandante di brigata e compagnia, ogni detective della polizia e ogni capo di stato maggiore sono suoi partner operativi. I vostri fratelli armati in Giudea e Samaria (come viene chiamata la Cisgiordania, ndt.) prendono di mira le città palestinesi. Non ci sarebbero riusciti se non fosse per la vostra indifferenza.

Dopo che i palestinesi sono stati concentrati in enclave urbane strutturate dai nostri migliori capi militari, sarà tempo di programmare la loro espulsione finale. In Giordania? Un’altra guerra? Quisquilie per l’armata dell’Onnipotente.

Il progetto di Smotrich è in atto dagli ultimi tre anni, condotto apertamente e sistematicamente. Le sue fondamenta erano già state poste dai suoi predecessori spirituali in Cisgiordania a partire dalla metà degli anni ’90 del 1900, dalle circonvallazioni di Yitzhak Rabin all’appello di Ariel Sharon ai coloni di “andare sulle colline” e la voluta impotenza delle forze dell’ordine di fronte alla violenza organizzata dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà.

Simili avvertimenti sono stati fatti più di una volta e le probabilità che ora vengano ascoltati con le orecchie e con il cuore dall’ opposizione, che si definisce liberale e democratica, sono scarse. Inoltre due delle sue colonne portanti, Yisrael Beiteinu (‘Israele casa nostra’, partito di destra nazionalista sionista e laica, ndt.) e Naftali Bennet [ex primo ministro di Israele dal 13 giugno 2021 al 1º luglio 2022, ndt.] ed il suo misterioso partito, hanno condotto parti del programma decisionale prima che il suo attuale autore entrasse in carica.

Per di più il glorioso sistema legale che siete corsi a difendere negli scorsi tre anni ha permesso e facilitato “piccole” deportazioni, da Umm al-Hiran nel Negev a al-Hadidiya nel nord della Valle del Giordano. Non resta che esprimere frustrazione e rabbia, finché il regime ce lo permette.

Il silenzio auto imposto e l’intimidazione degli ebrei; lo svuotamento del Paese dalla sua popolazione palestinese; una dittatura per gli ebrei dopo che è stata imposta con successo sui palestinesi, cosa che non siamo riusciti a completare nel 1948; e una nuova incarnazione del Regno di Giudea e della regola della ‘halakha’ (legge ebraica, che si basa sui testi sacri, ndt.). “Due persone potranno camminare insieme, se prima non si sono messe d’accordo?”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il governo israeliano informa la Corte Suprema che non permetterà ai pazienti di Gaza di ricevere cure in Cisgiordania o a Gerusalemme

Redazione di MEMO

27 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Secondo il quotidiano Haaretz nella versione in ebraico, Israele ha informato la Corte Suprema che non permetterà l’evacuazione di pazienti gravemente ammalati dalla Striscia di Gaza verso ospedali nella Cisgiordania o a Gerusalemme Est occupate, citando quelli che ha definito come problemi di sicurezza.

La posizione del governo è stata inviata lunedì in risposta all’esposto presentato da organizzazioni israeliane per i diritti umani che cercano di costringere le autorità a permettere ai pazienti di Gaza di accedere alle cure mediche negli ospedali della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Secondo Haaretz il governo ha detto alla Corte che “continua a rifiutare” di approvare il trasferimento di abitanti di Gaza gravemente malati per cure in quelle aree, argomentando che i loro spostamenti potrebbero rappresentare rischi per la sicurezza, incluso il presunto trasferimento di informazioni e “l’esportazione di una struttura terroristica.”

Nonostante il mantenimento di un blocco contro Gaza, le autorità israeliane hanno suggerito che invece i pazienti dovrebbero viaggiare verso un Paese terzo per ricevere le cure.

Il governo ha dichiarato che migliaia di palestinesi di Gaza sono già stati trasferiti all’estero per cure mediche in nazioni tra cui Emirati Arabi Uniti, Romania, Giordania, Turchia, Francia, Italia, Belgio, Egitto, Lussemburgo, Malta e Norvegia.

Attivisti per i diritti umani hanno avvertito che tale politica nega di fatto cure salvavita a molti pazienti a Gaza, dove il settore della sanità è stato devastato e deve affrontare gravi carenze di medicine, strumentazione e servizi specializzati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia

Mariam Barghouti

20 gennaio 2026 Al Jazeera

Nella Cisgiordania occupata Israele ha mobilitato tutte le sue risorse militari e coloniali per rendere impossibile la vita ai palestinesi

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.

Negli ultimi due anni Israele ha intensificato le sue “operazioni di controinsurrezione” in Cisgiordania per “contrastare il terrorismo palestinese”. L’uso di termini come “operazioni di controinsurrezione” non è casuale. Israele sfrutta termini militari per nascondere le intenzioni e manipolare la realtà. Dall’Operazione Muro di Ferro all’Operazione Campi Estivi e all’Operazione Cinque Pietre fino alla più recente operazione “antiterrorismo” ad al-Khalil (Hebron), le azioni vengono presentate e riportate come temporanee, mirate e di risposta.

Ma non lo sono. L’intensificazione dell’aggressione militare – insieme alla violenza delle milizie dei coloni, alla distruzione delle infrastrutture, alle demolizioni di case e al crescente numero di posti di blocco e checkpoint – mira a creare dati di fatto sul campo che rendano la vita impossibile ai palestinesi, proprio come a Gaza.

Le zone di guerra in Cisgiordania

Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi abbiano mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case.

L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.

Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari.

In tutto il distretto migliaia di famiglie sono state private sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.

Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) e a Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che operano impunemente.

Questa settimana l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione su larga scala ad al-Khalil (Hebron) con il pretesto di riportare la legge e l’ordine. L’intera città è stata messa sotto assedio con carri armati israeliani a pattugliare le strade, mentre uomini e ragazzi vengono arrestati, sottoposti a interrogatori sul campo e trattenuti in condizioni brutali.

Ma la violenza israeliana non si limita alle incursioni e alle operazioni dell’esercito. Dove va l’esercito, seguono i coloni. Con vero spirito coloniale, l’esercito funge da apripista e accompagna gli attacchi delle milizie dei coloni israeliani contro la popolazione e le proprietà palestinesi e dà il via all’annessione delle terre dei pastori. Negli ultimi due anni gli israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania sono stati dotati di armi di livello militare che vanno dagli M16 di fabbricazione statunitense alle pistole e ai droni, e le usano a loro piacimento.

È ormai chiaro che le operazioni di “controinsurrezione” di Israele non mirano a ottenere la vittoria “sul campo di battaglia”. Sono uno sforzo coordinato con i coloni per riprogettare l’ambiente territoriale e sociale in Cisgiordania in modo che non possano esserci dissenso o resistenza.

Quando una logica di controinsurrezione viene applicata a una popolazione civile occupata è un modo di trasformare case, strade e pratiche quotidiane in strumenti di controllo.

L’infrastruttura della paura

Lo scorso gennaio i coloni israeliani hanno affisso manifesti sulle strade principali della Cisgiordania. Recavano scritto a caratteri cubitali: “Non c’è futuro in Palestina”. I palestinesi hanno capito quello che era: una dichiarazione di guerra. Siamo ora nel pieno svolgimento.

Ogni settimana, in media, nove palestinesi vengono uccisi, altri 88 feriti, 180 arrestati, una dozzina torturati in interrogatori sul campo, a cui si aggiungono una media di 100 attacchi di coloni israeliani, 300 raid e assalti militari e 10 demolizioni di case e proprietà palestinesi. Tutto questo è fatto in una sola settimana.

Questi dati non riflettono solo l’aumento del livello di violenza, ma anche la sua frequenza. L’obiettivo di questa intensificazione è erodere qualsiasi senso di normalità per i palestinesi.

Migliaia di raid nel corso di un anno, uniti all’espansione delle colonie, alle nuove tangenziali, a centinaia di nuovi posti di blocco militari e alla sorveglianza sistemica, non sono episodici; hanno trasformato la violenza da eccezione a routine, normalizzando la disgregazione in condizione dell’amministrazione.

La violenza coloniale dei coloni detta legge nella vita dei palestinesi; determina quando le persone dormono, dove giocano i bambini, quando possono andare a scuola, se le attività commerciali aprono e come viene immaginato il futuro. Impone la necessità di una costante ricalibrazione. Prosciuga ed esaurisce.

In tutta la Cisgiordania la vita quotidiana palestinese è strutturata attorno a violente interruzioni. Israele non solo sta ridisegnando la mappa attraverso l’annessione di fatto, ma sta usando la paura come infrastruttura per ridisegnare i confini di dove i palestinesi possano vivere in sicurezza.

Questo influenza ogni aspetto della vita. Come giornalista palestinese, ogni volta che mi metto in viaggio mi ritrovo ad affrontare una familiare e paralizzante ansia per ciò che potrebbe accadere. Raramente percorro la stessa strada due volte. Un giorno è chiuso un villaggio; il giorno dopo un’intera città. Un viaggio di un’ora si trasforma in un viaggio di tre ore, a volte quattro. Devio continuamente attraverso le montagne, mentre cancelli e posti di blocco israeliani compaiono a ogni entrata e uscita di ogni villaggio e città palestinese.

La nostra vita in Cisgiordania si misura in deviazioni. Che non solo evidenziano il furto sistematico e accelerato di territorio e risorse vitali da parte di Israele, ma servono anche a rubare tempo e a impoverire le capacità socioeconomiche. Israele non solo ha interrotto la continuità territoriale in Cisgiordania, ha distrutto anche la vita sociale, il radicamento psicologico e le possibilità politiche.

E così, mentre alcuni palestinesi vengono cacciati sotto la minaccia delle armi, gli altri vengono cacciati attraverso l’infrastruttura della paura.

Israele è riuscito a creare un ambiente ostile in cui persino le case possono trasformarsi in campi di battaglia in pochi minuti. Allo stesso tempo, la violenza delle milizie armate israeliane e la proliferazione di avamposti soffocano aree urbane come Nablus, Ramallah, Betlemme e al-Khalil (Hebron).

L’esercito israeliano ha persino iniziato a saccheggiare sistematicamente i negozi di cambiavalute e a rubare oggetti di valore, come oro e argento, dalle case. Questo è importante quanto il terrore quotidiano, perché Israele non solo sta distruggendo le infrastrutture fisiche, ma sta anche rendendo impossibile la ripresa e la ricostruzione.

Frammentare un popolo

Una terra disconnessa è un popolo disconnesso. Le città palestinesi in Cisgiordania si stanno riducendo e vengono inglobate in uno Stato coloniale israeliano in continua espansione.

L’anno scorso Israele ha formalizzato i piani per sviluppare il progetto della colonia illegale E1 e quest’anno si prevede che porterà avanti il ​​piano di espansione delle colonie vicino a Gerusalemme, nella Valle del Giordano e attorno a Ramallah. Questi sviluppi separerebbero di fatto Gerusalemme Est occupata dalla Cisgiordania e il nord dal sud. I coloni israeliani stanno ora issando bandiere israeliane su strade e case palestinesi come simbolo di conquista.

La Cisgiordania è fondamentale per comprendere che la guerra non arriva solo con le bombe; a volte arriva con posti di blocco, permessi, restrizioni urbanistiche, violenza sponsorizzata dallo Stato e il dirottamento di risorse vitali dai palestinesi alle colonie. Non si tratta semplicemente della frammentazione del territorio in preparazione della colonizzazione, ma del lento degrado della capacità della popolazione nativa di esistere come collettività. La Cisgiordania è il luogo in cui la guerra si scatena sotto la soglia delle notizie, senza alcuna linea del fronte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana residente a Ramallah.

I commenti politici di Barghouti sono apparsi, tra gli altri, sull’International Business Times, sul New York Times e su TRT-World.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede a Israele di porre fine al “sistema di apartheid” in Cisgiordania

Redazione MEE

8 gennaio 2026 – Middle East Eye

Il commento segue la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite che documenta l’intensificarsi della “discriminazione” israeliana nei confronti dei palestinesi

Mercoledì, in un nuovo rapporto, le Nazioni Unite hanno affermato che Israele sta violando il diritto internazionale con l’attuazione di un sistema assimilabile all’apartheid e hanno avvertito che le pratiche discriminatorie hanno subito una forte accelerazione dalla fine del 2022, in un contesto di crescente violenza, repressione e impunità nella Cisgiordania occupata.

Nel rapporto, intitolato “Amministrazione discriminatoria da parte di Israele della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est”, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha sostenuto che la “discriminazione sistematica” multi-decennale contro i palestinesi si sta intensificando e ha invitato il Paese a porre fine al suo “sistema di apartheid”.

In una dichiarazione, l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato: “Esiste un sistematico soffocamento dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania”.

Il rapporto di 42 pagine tratta i seguenti argomenti: uccisioni illegali di palestinesi; restrizioni discriminatorie alla libertà di movimento; aumento del numero di detenzioni di palestinesi e torture sui detenuti; espansione degli insediamenti e appropriazione delle risorse palestinesi; repressione della libertà di espressione; demolizione di abitazioni; trasferimenti forzati di palestinesi.

Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione che ricorda il genere di sistema di apartheid già visto in passato, ha affermato Turk.

Sebbene molti esperti indipendenti affiliati alle Nazioni Unite abbiano descritto la situazione nella Cisgiordania occupata come “apartheid”, questa sarebbe la prima volta che un responsabile dell’ONU per i diritti umani utilizza questo termine. Si riferisce alla politica di segregazione razziale e discriminazione che il governo della minoranza bianca in Sudafrica ha applicato contro la popolazione a maggioranza non bianca del paese dal 1948 fino all’inizio degli anni ’90.

Il rapporto afferma che le autorità israeliane “trattano i coloni israeliani e i palestinesi residenti in Cisgiordania sulla base di due distinti corpi di leggi e politiche”.

“I palestinesi continuano a essere sottoposti a confische di terre su larga scala e alla privazione dell’accesso alle risorse”, si legge.

Il rapporto afferma che i palestinesi sono perseguiti dai tribunali militari, dove i diritti a un processo equo e a un giusto procedimento sono sistematicamente violati, mentre i coloni israeliani beneficianodel sistema, godendo degli stessi diritti di cui godono gli israeliani all’interno di Israele.

Turk ha chiesto a Israele di “abrogare tutte le leggi, le politiche e le pratiche che perpetuano la discriminazione sistemica contro i palestinesi basata su razza, religione o origine etnica”.

La missione israeliana a Ginevra ha respinto il rapporto definendolo assurdo e distortoe ha affermato che esso esemplifica la fissazione intrinsecamente politica dell’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite … nel diffamare Israele”.

Uccisione di palestinesi

Il rapporto rileva che il governo israeliano ha “ulteriormente ampliato” l’uso illegale della forza, le detenzioni arbitrarie e la tortura, la repressione della società civile e le indebite restrizioni alla libertà di stampa, le gravi restrizioni alla circolazione, l’espansione degli insediamenti coloniali e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, che è stata riconosciuta come genocidio dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli studiosi del genocidio.

Le Nazioni Unite hanno inoltre documentato una continuazione e unescalation della violenza dei coloni [israeliani], in molti casi con lacquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane (ISF)”.

Il rapporto afferma che tra il 2005 e il 20 settembre 2025 l’esercito israeliano ha ucciso 2.321 palestinesi (1.760 uomini, 65 donne e 496 bambini) nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est occupata, e ne ha feriti migliaia, in molti casi causando ferite e disabilità permanenti.

Nello stesso periodo, sono stati uccisi 205 israeliani (148 uomini, 32 donne e 25 bambini). Più di un terzo di loro, 69, erano membri dell’esercito israeliano, e gli attacchi si sono verificati durante tensioni o in seguito ad attacchi da parte di singoli palestinesi.

Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, le truppe e i coloni israeliani hanno ucciso più di 1.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata, registrando un forte aumento.

Le Nazioni Unite hanno anche documentato un aumento delle esecuzioni extragiudiziali da parte dell’esercito israeliano, con “impunità quasi totale”, in Cisgiordania. Secondo il rapporto su oltre 1.500 uccisioni di palestinesi registrate tra gennaio 2017 e settembre scorso, le autorità israeliane hanno aperto solo 112 indagini, che hanno portato a una sola condanna.

La relazione menziona anche uccisioni gratuite con uso di forza letale. Nel novembre 2023 i soldati di un convoglio blindato si sono fermati per sparare alla nuca di Adam Samer Othman al-Ghoul, un bambino di otto anni che stava scappando, e per centrare due volte al petto Basil Suleiman Tawfiq Abu al-Wafa, quindicenne, mentre cercava di accendere un piccolo ordigno non identificato che, secondo il rapporto, non avrebbe rappresentato alcuna minaccia per un veicolo blindato”.

I soldati non hanno fornito assistenza medica ai ragazzi, lasciandoli incustoditi mentre morivano.

In Cisgiordania vivono circa 3,3 milioni di palestinesi, mentre circa 700.000 coloni israeliani risiedono in insediamenti illegali secondo il diritto internazionale.

Restrizioni alla circolazione

Dall’inizio della guerra israeliana a Gaza le autorità israeliane “hanno esteso e intensificato le restrizioni esistenti” alla circolazione dei palestinesi nei territori occupati.

L’ONU afferma che le restrizioni sembrano “perseguire illegalmente due obiettivi principali: frammentare ulteriormente il territorio e la società palestinese per facilitarne il controllo da parte dell’esercito israeliano e creare ed espandere aree riservate alle forze di sicurezza israeliane e ai coloni, comprese le strade, per garantire la ‘sicurezza’ dei coloni”.

Le restrizioni discriminatorie alla circolazione hanno avuto un impatto negativo sui diritti economici, sociali e culturali dei palestinesi, violando il loro diritto al lavoro e impedendo l’accesso alle loro terre, causando gravi difficoltà finanziarie e ostacolando il loro diritto a un adeguato tenore di vita.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha rilevato che al 31 gennaio 2024 le misure imposte dalle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata hanno causato la perdita di 306.000 posti di lavoro. Nel primo trimestre del 2025 il tasso di disoccupazione in Cisgiordania si attestava al 31,7% per gli uomini e al 33,7% per le donne.

Secondo il Global Education Cluster [coordinamento umanitario attivato dalle Nazioni Unite per garantire laccesso allistruzione in situazioni di emergenza, ndt.] l’aumento delle restrizioni alla circolazione, le operazioni militari israeliane e la violenza dei coloni hanno causato una riduzione dell’85% della mobilità in tutta la Cisgiordania occupata, colpendo almeno 782.000 studenti da ottobre 2023 ad agosto 2024 e causando la cancellazione delle lezioni e il ricorso all’apprendimento a distanza, non accessibile a tutti.

La chiusura di 12 scuole ONU nella Gerusalemme Est occupata e nei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale ha avuto un impatto su 6.630 studenti palestinesi.

Donne e ragazze sono state colpite in modo sproporzionato, poiché le famiglie hanno smesso di mandare le bambine a scuola, soprattutto durante i periodi di violenza intensificata, temendo violenze di genere e umiliazioni durante le estese perquisizioni ai posti di blocco.

Detenzione

Le Nazioni Unite rilevano inoltre che le autorità israeliane hanno utilizzato la detenzione arbitraria come mezzo di controllo sulla popolazione palestinese.

È emerso che le autorità israeliane hanno deliberatamente sottoposto i palestinesi a condizioni disumane di detenzione, a maltrattamenti e torture, tra cui violenze sessuali e di genere su larga scala contro uomini e donne, come stupri e minacce di stupro; percosse sui genitali e altre torture a sfondo sessuale; ripetute, inutili e umilianti perquisizioni corporali; nudità forzata; e contatti fisici inappropriati.

Il rapporto cita il caso di due detenuti maschi rilasciati alla fine di settembre, i quali hanno riferito all’ONU di essere stati sottoposti, insieme ad altri detenuti, a uno stupro anale con un oggetto.

Il rapporto conclude di aver trovato motivi ragionevoli per ritenere che tale separazione, segregazione e subordinazione intendano essere permanenti… al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi”.

L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha esortato Israele a porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati, smantellando tutti gli insediamenti ed allontanando tutti i coloni, e a rispettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sono tornati in Cisgiordania i coloni che Israele aveva evacuato nel 2005

Majd Jawad

5 gennaio 2026 Mondoweiss

Israele ha iniziato a ricostruire le quattro colonie evacuate nel 2005 dalla Cisgiordania settentrionale. I coloni e l’esercito stanno cercando di espellere i palestinesi che vivono nella zona, rendendo la terra “impossibile da abitare”, affermano gli abitanti.

Muhammad Jaradat non avrebbe mai immaginato che il 2025 sarebbe stato l’ultimo anno in cui avrebbe potuto visitare le colline della Cisgiordania settentrionale con il suo gruppo di escursionisti.

“Tornavamo una o due volte l’anno, colpiti dalla bellezza dei carrubi e delle querce”, ha detto con pacato dolore.

Jaradat, fondatore del gruppo Tijawal wa Tirhal di Jenin, racconta che con i suoi compagni di escursione si erano presi la libertà di esplorare le ondulate pianure e le foreste che punteggiano il paesaggio che si estende intorno a Jenin. “La nostra prima escursione è stata nelle terre di Umm al-Tout quasi 13 anni fa”, ha raccontato a Mondoweiss. “Eravamo soliti esplorare anche le terre di Jenin, Sanur e Raba”.

“Non camminiamo solo per svago”, ha detto Jaradat. “Camminiamo per affermare il nostro diritto su queste colline. Ogni carrubo ha un nome. Ogni collina porta con sé una storia”. Le aree visitate da Jaradat e dal suo gruppo erano occupate illegalmente dalle quattro colonie israeliane di Ganim, Kadim, Homesh e Sa-Nur, prima che Israele le evacuasse unilateralmente nel 2005, in seguito all’approvazione della cosiddetta Legge sul Disimpegno.

Ma le colonie ci sono di nuovo e l’accesso alle terre palestinesi circostanti è stato progressivamente limitato dalle autorità israeliane a partire dal 2023, quando la Knesset israeliana ha avviato il processo di ri-legalizzazione delle colonie attraverso successivi emendamenti alla Legge sul Disimpegno del 2005.

Da allora, il governo israeliano ha legalizzato retroattivamente 19 avamposti di insediamento in ​​Cisgiordania, incluse le quattro colonie evacuate nel nord. Sul piano giuridico Israele ha di fatto annullato la Legge sul Disimpegno avendola revocata del tutto nel luglio 2024. Dopo un anno Israele ha annunciato l’intenzione di costruire 22 nuove colonie a giugno, anche dove un tempo si trovavano Sa-Nur e Homesh.

L’obiettivo di questa mossa fa parte dell’intenzione più ampia complessiva di Israele di annettere ampie zone della Cisgiordania dopo aver costretto i suoi abitanti ad abbandonare le loro terre. Intende farlo rendendo la vita insopportabile ai palestinesi nelle aree destinate alla ri-colonizzazione, finché non se ne andranno “volontariamente”.

Sanur e Homesh: le colline sopra Nablus e Jenin

Il villaggio palestinese di Sanur, situato in cima a Tal al-Tarsala, da tempo ricopre un’importanza strategica per l’esercito israeliano. Situato su un terreno elevato nella Cisgiordania settentrionale, domina le principali strade che collegano Jenin e Nablus. La vicina ex colonia israeliana di Sa-Nur, che ha preso il nome dal villaggio palestinese, in precedenza profittava della presenza di un’importante base militare che controllava ampie zone della regione prima del disimpegno del 2005.

A seguito della recente decisione del governo israeliano di rioccupare l’area, un reparto militare è stato schierato nell’area intorno a Sanur, in preparazione della creazione di una base militare permanente e per facilitare il ritorno delle famiglie dei coloni.

L’operazione fa parte del piano più ampio di trasferire il quartier generale della Brigata Menashe, l’unità militare israeliana responsabile della Cisgiordania settentrionale, dall’interno di Israele al territorio occupato.

Un’altra parte dei preparativi riguarda la costruzione della cosiddetta “Variante di Silat”, una strada finanziata con circa 20 milioni di shekel [circa 5 milioni e mezzo di euro] dal Ministero delle Finanze israeliano sotto la direzione di Bezalel Smotrich del Partito del Sionismo Religioso.

La scorsa settimana Smotrich ha annunciato l’avvio dei piani per la costruzione di 126 nuove unità abitative nell’ambito della rinata colonia di Sa-Nur, descrivendo l’iniziativa come “correzione di un’ingiustizia storica” ​​e “l’attuazione di una visione sionista sul campo”. Ha sottolineato che il ritorno a Sa-Nur non avverrà attraverso slogan, ma attraverso “piani, budget, strade e passi concreti”.

Unaltra colonia destinata a rinascere è Homesh, costruita su terreni appartenenti ai villaggi palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya. Homesh occupa una collina altrettanto strategica tra Jenin e Nablus, e la sua evacuazione nel 2005 è stata fortemente osteggiata dai coloni. Da allora, il sito è rimasto un punto di costante scontro tra palestinesi e coloni, spesso sostenuti dall’esercito.

Ma oggi le schermaglie con i coloni non sono più necessarie perché i palestinesi delle vicinanze si sentano minacciati: il semplice fatto di avvicinarsi ai propri terreni agricoli è spesso sufficiente per provocare l’arrivo dei soldati israeliani.

Negli ultimi anni gli abitanti di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya hanno documentato decine di episodi in cui contadini e pastori sono stati oggetto di aggressioni verbali e fisiche.

Ahmad Abu Fahd, un contadino di Silat al-Dhahr, afferma che negli ultimi anni l’accesso alla sua terra è stato fortemente limitato. “Ogni mattina ci poniamo la stessa domanda: ci sarà permesso oggi raggiungere la nostra terra o i coloni ci bloccheranno di nuovo?”, dice mentre scruta le colline che dominano i suoi campi. “Da quando [la colonia di] Homesh è tornata, ogni passo verso le nostre terre è diventato un azzardo. A volte arrivano con la protezione dell’esercito. A volte ci inseguono, lanciano pietre e ci costringono ad andarcene a mani vuote”.

Per le comunità che circondano Homesh la minaccia va oltre le ferite fisiche o i danni ai raccolti. L’imprevedibilità stessa – non sapere mai quando la terra sarà accessibile, quando arriveranno i soldati o quando scoppierà la violenza – è diventata uno strumento di dominio.

“Non hanno bisogno di espellerci tutti in una volta”, ha detto a Mondoweiss un abitante che ha preferito rimanere anonimo. “Rendono semplicemente invivibile la terra.”

Kadim e Ganim: il fianco scoperto di Jenin

A metà dicembre gli abitanti di Jenin sono rimasti sorpresi dalle luci intense che brillavano sulle colline di Ganim e Kadim. Non si trattava degli accampamenti temporanei che i coloni avevano occasionalmente eretto in precedenza, ma di celebrazioni organizzate da gruppi di coloni in occasione di festività religiose ebraiche, che chiedevano apertamente una rinnovata presenza ebraica in loco.

La cosa è accaduta solo pochi giorni dopo la decisione di Israele di consentire loro di tornare sul posto, segnando il primo passo verso il ripristino del controllo con due colonie situate a poche centinaia di metri dalle case palestinesi nei quartieri orientali di Jenin.

Nelle ultime settimane l’area di Jenin e altre parti della Cisgiordania settentrionale sono state sottoposte a un’ampia operazione militare israeliana volta a creare una “nuova realtà di sicurezza” nell’area, che avrebbe consentito il ripristino delle colonie già evacuate. La campagna militare ha suscitato la condanna internazionale dopo uno specifico episodio a Jenin in cui soldati israeliani sono stati ripresi dalle telecamere mentre giustiziavano due uomini palestinesi che si erano già arresi all’esercito.

Prima del 2005 le colonie di Ganim e Kadim erano state fondate con uno scopo sia di sicurezza che agricolo e in seguito si sono gradualmente evolute in comunità residenziali permanenti che ospitavano famiglie di coloni religiosi e nazionalisti. L’esercito israeliano forniva protezione e infrastrutture essenziali, strade, elettricità e acqua, contribuendo a consolidare la presenza delle colonie sul territorio.

Prima della decisione di ritirarsi, gli abitanti palestinesi della zona ricordano che l’attività militare su queste colline e nei dintorni precedeva spesso le incursioni a Jenin. Secondo loro le colonie non erano mai semplicemente siti civili, ma luoghi in cui la presenza di soldati spesso segnalava un raid imminente.

Con la chiusura delle strade dirette, in assenza di percorsi alternativi accessibili, spostamenti che un tempo coprivano solo quattro chilometri si sono tramutati in deviazioni di decine di chilometri. Quando le colonie furono evacuate nel 2005, le loro strutture prefabbricate furono smantellate e rimosse, lasciando il terreno bonificato ma ben lungi dall’essere restituito ai proprietari palestinesi.

I tentativi dei coloni di tornare a Ganim, Kadim, Homesh e Sanur hanno perseguito una strategia deliberata e cumulativa. Tutto è iniziato con ripetute incursioni nei siti evacuati, in particolare a Homesh, dove negli ultimi anni i coloni si accampavano per la notte e erigevano tende temporanee sotto la protezione dell’esercito.

I ripetuti tentativi di rioccupare la cima della collina hanno portato nel 2007 alla formazione dei gruppi di coloni “Homesh First”, che periodicamente tornavano sulla cima con l’aiuto di reti di coloni che fornivano cibo, acqua e assistenza logistica, consentendo a un gruppo consistente, sebbene ufficialmente illegale, di radicarsi.

Questa presenza si è poi espansa attraverso la fondazione di istituzioni religiose ed educative, in particolare la yeshiva [scuola religiosa, ndt.] di Homesh. Ciò che era iniziato con le tende si è gradualmente evoluto in roulotte, segnando un chiaro passaggio verso una colonia civile permanente e segnalando la trasformazione di Homesh da sito militare formalmente evacuato a una colonia civile di fatto.

Secondo un rapporto di Yesh Din Volunteers for Human Rights, tra il 2015 e il 2018 la presenza di coloni in zone soggette a restrizioni è stata documentata più di 40 volte, talora in gruppi di decine o centinaia. Le indagini della polizia sulla presenza di coloni su terreni palestinesi privati ​​sono state sistematicamente chiuse, a dimostrazione della tolleranza istituzionale per queste violazioni della legge.

Tra il 2017 e il 2020 Yesh Din ha documentato 21 episodi di violenza scoppiati nel sito di Homesh, contro palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr, al-Funduqomiya e Bazariya.

Sul campo sono state tracciate nuove strade per le colonie e nei quattro siti sono state installate infrastrutture temporanee. Amir Dawud, ricercatore della Commissione per la Resistenza al Muro e alle Colonie dell’Autorità Nazionale Palestinese, spiega che queste strade sono progettate per impedire agli agricoltori l’accesso alle loro terre, interrompere la continuità geografica nel nord e frammentare lo spazio palestinese in preparazione di nuove colonie non solo come enclave civili, ma anche come zone militari.

Resistenza popolare e continui ritorni

Nonostante la dura realtà, i palestinesi continuano ad affermare la loro presenza. Muhammad Jaradat racconta delle iniziative guidate dai giovani per ripiantare gli alberi sradicati dai coloni e organizzare campagne di pulizia nelle aree evacuate prima di nuove chiusure.

“Prima della decisione di ricostituire le colonie usavamo queste terre come spazi condivisi”, ricorda Jaradat. “Le famiglie venivano per i picnic, i bambini giocavano a calcio e la comunità si riuniva per piccoli eventi. Abbiamo anche lavorato per restaurare vecchie case vicino a Ganim e Kadim e organizzato attività culturali e sportive. Era un lavoro silenzioso, ma ogni passo manifestava l’intenzione di confermare la nostra presenza e il nostro legame con la terra nonostante le restrizioni militari”.

A Homesh, il più conteso dei quattro siti, i proprietari terrieri del villaggio palestinese di Burqa hanno presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana chiedendo il pieno e illimitato accesso ai loro terreni privati ​​nell’ex colonia. I ricorrenti chiedevano non solo il ripristino dei loro diritti di proprietà, ma anche garanzie per la loro sicurezza, avviando una lunga serie di procedimenti legali volti a garantire sia l’accesso ai loro terreni che la protezione da potenziali minacce.

La battaglia legale si è rivelata un successo che esiste però solo sulla carta. L’ordinanza di sequestro è stata revocata e l’area è stata rimossa dall’elenco delle località elencate nei consigli regionali [che gestiscono dal punto di vista amministrativo le colonie, ndt.], ma nella pratica permane la presenza israeliana in una colonia illegale e non autorizzata.

Lo stesso vale per le altre colonie, che creano di fatto una presenza di coloni che colpisce direttamente i proprietari terrieri palestinesi: intorno a Sanur gli agricoltori che tentano di coltivare i loro terreni o raccogliere le olive sono regolarmente soggetti a complessi regimi di permessi e a frequenti dinieghi di accesso.

Secondo Dawud la ricostruzione delle colonie di Homesh, Sa-Nur, Ganim e Kadim è un microcosmo della visione più ampia di Israele per la Cisgiordania.

“Israele cerca di creare cantoni isolati circondati da insediamenti e basi militari”, spiega, aggiungendo che ciò creerebbe una “cintura di sicurezza” che separa la Cisgiordania settentrionale e centrale e mina ogni possibilità di sovranità palestinese.

Tuttavia i contadini continuano a tornare.

“Le foreste di Umm al-Tout e le colline di Tal al-Tarsala continueranno ad assistere a questa lotta tra volontà diverse”, ha detto Jaradat. ” Aspettano il giorno in cui l’escursionismo tornerà senza il timore del proiettile di un cecchino o della pietra di un colono. Allora i carrubi e le querce torneranno ai loro legittimi custodi”.

Majd Jawad è un giornalista e ricercatore di Jenin, Palestina, con un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e una laurea triennale in giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata la situazione oggi (II parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione pervasiva di sconforto e che la resistenza sta lentamente diventando un ricordo.

A circa 16 km da Hebron c’è il villaggio collinare di Umm al-Khair, tristemente noto come teatro di violenti scontri con i coloni. Eid Siliman Hathaleen, un beduino palestinese e attivista di comunità del villaggio, ha sostenuto che i beduini comprarono quella terra nel 1952, ma i coloni e l’esercito israeliano stanno conducendo un’intensa campagna contro di loro. Alcune case palestinesi sono state demolite mentre i coloni estendono la loro presenza. A ottobre sette nuove case mobili sono comparse di notte in mezzo al villaggio, mentre è giunto un ordine israeliano di demolizione per altre 14 case palestinesi.

Come il resto della Cisgiordania il villaggio è sotto il costante controllo di telecamere, veicoli militari e droni. Mentre stavamo chiacchierando sono arrivati dei soldati israeliani. Hathaleen ha affermato che un’ora prima i pacifisti israeliani che si erano presentati per manifestare solidarietà con gli abitanti del villaggio erano stati portati via dopo che i soldati avevano dichiarato il posto una zona militare chiusa. I soldati ci hanno detto che anche il luogo in cui ci trovavamo era stato dichiarato ora una zona militare chiusa.

Mentre Hathaleen e i giovani soldati discutevano sull’ordine militare ci ha raggiunti un ufficiale di alto grado, pesantemente armato, con un passamontagna nero e occhiali scuri. Esasperato dalla conversazione alla fine ha detto: “Avete 4 minuti. Andatevene. Addio.” Hathaleen, secondo cui i soldati erano arrivati su richiesta dei coloni, ha filmato il battibecco con il telefonino, una provocazione potenzialmente pericolosa, ma che è finita in modo pacifico. Hathaleen ha affermato che suo padre, Siliman Hathleen, anche lui un attivista di comunità che lottava contro le demolizioni, è morto nel 2022 dopo essere stato investito da un camion della polizia israeliana. Suo cugino, Siliman Hathleen, un consulente del documentario che ha vinto l’Oscar No Other Land, a luglio è stato colpito a morte nel villaggio da un colono.

Nei villaggi palestinesi a sud di Nablus rappresentanti delle cooperative agricole e delle organizzazioni femminili ci hanno raccontato degli attacchi dei coloni che scendono dalla cima delle colline per picchiarli, distruggere le proprietà e spargere una polvere bianca velenosa per uccidere le greggi. In un villaggio i contadini, escogitando modi ingegnosi per contrastarli, hanno iniziato a coltivare verdure in barili pieni di terra non contaminata.

È possibile che la rabbia contro le incursioni dell’esercito israeliano e gli attacchi dei coloni, per non parlare della distruzione di Gaza, provochi una risposta su vasta scala, una terza intifada, in Cisgiordania? In un sondaggio di ottobre il Palestinian Center for Policy and Survey Research ha scoperto che il 49% dei palestinesi della Cisgiordania, e il 30% a Gaza, sono ancora favorevoli alla lotta armata come il modo più efficace per arrivare a uno Stato palestinese.

Abdaljawad Omar, assistente in filosofia all’università di Birzeit, che scrive con lo pseudonimo di Abboud Hamayel, è scettico riguardo a questa possibilità. Ha scritto un libro di imminente pubblicazione sulla resistenza palestinese. Egli non sostiene un ritorno alla violenza ma lamenta la fatica e paralisi prevalenti, quello che chiama lo “svuotamento emotivo”. Sostiene: “La rabbia si è trasformata in un risentimento impotente. Oggi in Cisgiordania di rado si lanciano pietre. È una novità… La resistenza sta lentamente diventando un ricordo.”

Nella Seconda Intifada i focolai di resistenza furono i campi profughi, molti dei quali risalgono al 1948, quando circa 750.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle proprie case [che si trovavano] in quello che diventò lo Stato di Israele. All’ingresso del campo profughi di Aida, a Betlemme, c’è un arco sopra il quale poggia una enorme chiave che simboleggia la speranza che un giorno i suoi abitanti potranno tornare in Israele a riprendersi le loro vecchie case. Attorno alle mura del campo ci sono murales che vanno da una commemorazione degli eroi palestinesi, come i giovani lanciatori di pietre e la guerrigliera Leyla Khaled, fino a un poco lusinghiero ritratto del presidente USA Donald Trump. Affrettandosi per andare a pregare un venerdì a mezzogiorno gli abitanti avevano poco tempo per parlare ma erano sprezzanti riguardo al cessate il fuoco a Gaza – Quale cessate il fuoco? – e hanno ridicolizzato il progetto di Trump di una Gaza Riviera.

La chiave di metallo da una tonnellata fissata sull’arco e i murales che celebrano la resistenza sembrano simboli di un tempo passato, un’era che sta sfuggendo, non da ultimo a causa del fatto che il sogno dei profughi di un ritorno alle proprie case d’origine in Israele quasi sicuramente non verrà mai realizzato. Durante la Seconda Intifada in un altro campo profughi a Betlemme avevo intervistato un padre che era fermamente convinto che lui, come gli altri abitanti, non avrebbe lasciato il campo se non per tornare alla sua casa d’origine. Esiste ancora questa irriducibile ostinazione? Un ex-abitante dei campi si è sorpreso sentendo che famiglie che erano state tra le più irremovibili per la prima volta stavano prendendo in considerazione la possibilità di andarsene, logorate, in parte, da disoccupazione, povertà e debiti.

L’esercito israeliano non sta aspettando che se ne vadano. All’inizio dell’anno l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha demolito vaste zone dei tre campi che erano stati all’avanguardia della resistenza durante la Seconda Intifada e fino al 2023, tutti e tre nel nord della Cisgiordania. Israele li descrive come “fulcri del terrorismo”: Tulkarem, Nur Shams e Jenin. I palestinesi dicono che l’esercito israeliano, con volantini e altoparlanti, ha avvertito gli abitanti di Aida e di altri campi che anche questi saranno distrutti, a meno che si comportino bene.

Quando nel 2002 gli israeliani organizzarono un attacco nel campo profughi di Jenin incontrarono una feroce resistenza. All’epoca intervistai un sergente israeliano, Israel Kaspi, un veterano che aveva combattuto durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 e in Libano nel 1982 e che mi disse che gli scontri a Jenin erano stati i più intensi a cui avesse mai partecipato. Disse che i palestinesi avevano trasformato il campo profughi in una fortezza. Israele perse 23 soldati mentre combattevano di strada in strada, casa per casa e stanza per stanza, in mezzo a trappole esplosive, ordigni nascosti nei vicoli e in bidoni della spazzatura, dinamite inserita nei muri e palestinesi che sparavano da postazioni ben preparate.

All’inizio dell’anno, quando hanno attaccato i campi a Jenin, Tulkarem e Nur Shams, gli israeliani hanno perso tre soldati ma sono riusciti a svuotare i campi per un totale di 30.000 abitanti, frammentando comunità molto coese e disperdendole in sistemazioni temporanee altrove in Cisgiordania. Si stima che nei tre campi siano state distrutte 850 case e altri edifici.

Il mese scorso durante una visita ai campi di Tulkarem e Mur Shams ho potuto vedere tracce di carrarmati o bulldozer nella strada fangosa ma nessuno all’interno, in parte perché era buio, ma anche perché avventurarsi ulteriormente era pericoloso. L’esercito israeliano aveva avvertito che chiunque cercasse di entrare nei campi sarebbe stato colpito. Non si è trattato di una vana minaccia: tre giorni dopo un cameraman, Fady Yasmeen, è stato ferito nei pressi dell’ingresso durante una protesta.

Sono andato a Tulkarem con Aseel Tork, che lavora per il Bisan Centre for Research and Development, un’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce progetti comunitari in zone rurali, in particolare per donne e giovani. Nel 2021 è stata definita da Israele un’organizzazione terrorista, iniziativa condannata, tra gli altri, dall’ufficio dell’alto commissario per i diritti umani dell’ONU.

Tork mi ha detto di credere che una terza intifada in questo momento è impossibile: “Quando sono avvenute la Prima e la Seconda Intifada la comunità palestinese nel suo complesso era coesa. C’erano poche divisioni tra di noi: ideologicamente, politicamente, geograficamente. Ora non possiamo, e non abbiamo, difeso il popolo di Gaza come avremmo dovuto. Se ci fosse stata un’intifada, sarebbe avvenuta dopo il 7 e l’8 ottobre.”

In novembre, durante un evento intitolato Poetry after Gaza [Poesia dopo Gaza] a Ramallah, nella conversazione tra un europeo e un palestinese è saltata fuori una citazione di Kafka. L’avrei sentita due volte in una settimana da palestinesi in altri contesti: “C’è tanta speranza – per Dio, un’infinità quantità di speranza – solo non per noi.”

Dove possono cercare speranza i palestinesi? Ci sono a disposizione poche risposte. Un rinnovamento dell’Autorità Palestinese? Le elezioni sono attese da tempo, ma sono problematiche da un punto di vista internazionale, dato il livello di appoggio dichiarato ad Hamas. È possibile una soluzione a due Stati, una Palestina indipendente e Israele fianco a fianco, data la quantità di territorio occupata ora dai coloni in Cisgiordania? Una soluzione a uno Stato unico, con Israele come Stato di apartheid allargato in cui i palestinesi potrebbero lottare per avere uguali diritti, sostenuti dalla comunità internazionale, come in Sud Africa? Uno stanco scrittore palestinese, dopo aver dichiarato morta la soluzione a due Stati, ha detto che si accontenterebbe della soluzione a uno Stato anche solo se ciò significasse che potrebbe finalmente spostarsi liberamente.

Il mese scorso è iniziata una campagna globale per la liberazione di Marwan Barghouti, generalmente visto come la figura più adatta ad unificare i palestinesi. Barghouti, accusato da Israele di essere il leader dei miliziani di Fatah in Cisgiordania durante la Seconda Intifada, è in un carcere israeliano dal 2002, condannato per cinque omicidi, che lui nega. La speranza di lunga data dei palestinesi è che possa uscirne come un Nelson Mandela palestinese. Benché sia di Fatah, è popolare tra i sostenitori di Hamas e delle altre fazioni. Intervistai Barghouti a Ramallah l’anno prima che venisse catturato e all’epoca scrissi che pensavo potesse essere un futuro leader. Colpiva, però non aveva il calore umano di Mandela e mi sembrò, forse ingiustamente, che fosse più un combattente da strada che un politico con una visione. Ma forse in prigione è cambiato, come fece Mandela.

Dall’attacco del 7 ottobre Barghouti è stato tenuto in isolamento ed è stato picchiato quattro volte dalle guardie carcerarie, l’ultima nel settembre scorso, secondo suo figlio Arab fino a perdere conoscenza.

Barghouti era su una lista di prigionieri che Hamas ha presentato a Israele perché venisse liberato come parte dell’accordo di cessate il fuoco di ottobre. Benché Israele abbia liberato altri condannati per omicidio si rifiuta di rilasciare Barghouti. La sua decisione potrebbe riflettere la preferenza israeliana per un leader palestinese debole e manipolabile, Abbas, rispetto a una figura potenzialmente più forte.

Basem Ezbidi, un importante politologo e membro del centro studi Al-Shabaka, che ha fatto l’università con Barghouti, mette in guardia dall’aspettarsi un salvatore politico. “In tempi di disperazione la gente tende a creare miti in cui un supereroe arriva a salvarla,” ha detto. “La gente vede Marwan Barghouti in quel modo. Ma non è un uomo che fa miracoli. Può essere più puro di altri, ma non è sufficiente essere puri: devi avere capacità politiche e la giusta visione.”

Con una mancanza di alternative dall’interno, molti palestinesi vedono nella comunità internazionale la loro maggiore speranza, credendo che si sia raggiunto un punto di svolta a causa dell’indignazione mondiale per la distruzione di Gaza. Alla conferenza di Birzeit Saleh Hijazi, un coordinatore politico del Comitato Nazionale del [movimento per] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) palestinese, ha detto che si devono fare più pressioni su Israele ponendo fine ai rapporti militari, applicando i mandati d’arresto contro gli israeliani accusati di crimini di guerra, disinvestendo dalle imprese complici ed espellendo Israele dalle istituzioni internazionali come l’ONU, la FIFA e il Comitato Olimpico. Ha detto che a livello di Stati, come in Malaysia, che ha chiuso i porti alle navi israeliane, e persino in Europa, sono state intraprese iniziative: “Ora possiamo iniziare a veder arrivare il nostro momento Sud Africa. Ma è necessaria un’intensificazione del BDS.”

Queste campagne possono funzionare sul lungo termine, come in Sud Africa. Ma a breve o medio termine non cambieranno la vita dei palestinesi in Cisgiordania, intrappolati tra l’Autorità Palestinese che non è in grado di proteggerli e Israele, con la sua repressione militare e i suoi coloni fuori controllo. Mentre in Cisgiordania durante la Seconda Intifada il conto dei morti era molto più alto, la vita è assolutamente peggiore ora per ogni altro aspetto, ha affermato Budour Hassan, un ricercatore giuridico di Amnesty International. Hassan, che è di Nazareth, ha affermato: “Persino allora c’era speranza, forse. Ora la gente sembra completamente disperata. Si sentono totalmente abbandonati.”

Negli ultimi due anni piazza Manger a Betlemme è stata deliberatamente lasciata al buio e in silenzio nel periodo di Natale per dimostrare solidarietà con Gaza. Il 6 dicembre di fronte a migliaia di palestinesi, musulmani e cristiani, e a un pugno di turisti il sindaco di Betlemme ha riacceso l’albero di Natale. Canawati sperava che la ripresa dei festeggiamenti avrebbe rilanciato il turismo. Considerava la riaccensione dell’albero un simbolo di speranza e resilienza.

“Quelli che hanno perso la speranza se ne sono andati,” mi ha detto Canawati (dal 2023 un numero stimato di 4.000 palestinesi ha lasciato Betlemme per andare all’estero). “Io non me ne andrò mai, indipendentemente da quello che succeda. So che ci sono molti come me,” ha affermato Canawati. Descrivendosi come un ottimista, spera che la reazione per Gaza spingerà i leader del mondo ad appoggiare la causa palestinese e che i negoziati avviati da Trump porteranno a un accordo di pace e a uno Stato palestinese sovrano.

Ma ha moderato questo ottimismo con sgomento nei confronti degli estremisti del governo israeliano e tra i coloni. Ribadendo la disperazione che ho trovato in tutta la Cisgiordania il sindaco ha detto: “Gli estremisti non vogliono una soluzione a due Stati o a uno Stato. Gli estremisti non vogliono darci il nostro Stato o che facciamo parte del loro Stato. Vogliono la terra senza il popolo. Vogliono solo che ce ne andiamo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)