Due palestinesi feriti dai soldati israeliani durante un attacco dei coloni ebrei

Redazione, WAFA e Social Media

26 settembre 2020 – Palestine Chronicle

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, oggi (26 settembre) due palestinesi sono stati feriti dalle forze di occupazione israeliane durante gli scontri scoppiati nel villaggio di Qusra, vicino a Nablus in Cisgiordania, in seguito a un attacco di coloni ebrei contro due allevamenti di pollame di proprietà palestinese.

Ghassan Daghlas, che monitora le attività delle colonie ebree nella Cisgiordania settentrionale, ha riferito a WAFA che un gruppo di coloni ha attaccato le aziende situate alla periferia di Qusra, saccheggiandole e distruggendone il contenuto.

I coloni hanno anche incendiato un trattore parcheggiato in una delle fattorie e danneggiato dei serbatoi dell’acqua.

Daghlas ha detto che, mentre gli abitanti correvano per proteggere le loro proprietà, dei soldati israeliani che erano in zona sono intervenuti, ma solo per proteggere i coloni, attaccando i palestinesi.

Nel corso degli scontri i militari israeliani hanno sparato proiettili di gomma verso gli abitanti del villaggio, ferendone due.

La violenza dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania è di routine e raramente viene perseguita dalle autorità israeliane.

La violenza dei coloni non dovrebbe essere vista separatamente da quella inflitta dall’esercito israeliano, ma inquadrata nel più ampio contesto della violenta ideologia sionista che domina tutta la società israeliana,” scrive il palestinese Ramzy Baroud, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle.”

Secondo B’tselem, gruppo [israeliano] per i diritti umani, “la violenza dei coloni ormai da lungo tempo fa parte della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione. Le forze di sicurezza israeliane permettono queste azioni, in alcuni casi fanno persino da scorta armata o partecipano agli attacchi che finiscono con il ferimento o la morte di palestinesi, oltre a danni a terreni e proprietà.

Tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania occupata vivono tra i 500.000 e i 600.000 israeliani in colonie per soli ebrei in violazione delle leggi internazionali.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Rapporto OCHA del periodo 8 – 21 settembre 2020

Nei governatorati di Jenin e Qalqiliya, in due episodi separati, le forze israeliane hanno lanciato granate assordanti e sparato contro lavoratori palestinesi che cercavano di entrare in Israele attraverso varchi aperti nella Barriera.

Nel primo episodio, avvenuto il 18 settembre, un uomo di 54 anni è morto di infarto mentre cercava di fuggire dalla zona; nel secondo caso, un uomo è stato ferito con arma da fuoco. Dallo scorso marzo, in seguito alla diffusione del COVID-19, gli attraversamenti non autorizzati di lavoratori, attraverso i varchi aperti nella Barriera, sono in aumento. Da allora, in questo contesto, le forze israeliane hanno ferito almeno 66 palestinesi, di cui 23 con armi da fuoco.

Complessivamente, in Cisgiordania, durante il periodo in esame, nove palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane [segue dettaglio]. Tre dei feriti sono minori (13, 14 e 16 anni), colpiti da proiettili di gomma sparati durante scontri nella città di Hebron e nel vicino Campo Profughi di Al Arrub. Le forze israeliane hanno condotto 161 operazioni di ricerca-arresto; due di queste, svolte nel villaggio di Kafr Dan (Jenin) e nella città di Tulkarm, hanno portato a scontri e al ferimento di due persone. Altri tre palestinesi sono rimasti feriti durante la protesta settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel corso di un altro scontro verificatosi nella stessa area.

Il 15 settembre, un gruppo armato palestinese ha lanciato diversi razzi contro il sud di Israele, ferendo tre israeliani nella città di Ashdod. I lanci sono stati effettuati mentre, a Washington DC, venivano firmati gli accordi di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain. Successivamente, l’aviazione israeliana ha effettuato molteplici attacchi aerei contro siti militari di Gaza, senza provocare feriti. Queste nuove ostilità sopraggiungono dopo gli accordi del 31 agosto, che avevano messo fine a tre settimane di ostilità intermittenti.

Nella Striscia di Gaza, presumibilmente per far rispettare ai palestinesi le restrizioni loro imposte sia sull’accesso alle aree adiacenti la recinzione perimetrale israeliana, sia al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno otto occasioni; non sono stati registrati feriti. In quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate [nella Striscia di] Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale. Inoltre, al valico di Erez, le autorità israeliane hanno arrestato un paziente [palestinese] in viaggio per cure e, nei pressi della recinzione perimetrale, almeno altre cinque persone che, a quanto riferito, tentavano di infiltrarsi in Israele.

A Gaza, un uomo di 44 anni, intento a coltivare la propria terra, è stato ferito dall’esplosione di un residuato bellico (ERW). Dall’inizio del 2020, almeno due persone sono state uccise e altre cinque sono rimaste ferite da detonazioni di ordigni bellici.

Per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, ventidue strutture di proprietà palestinese sono state demolite o sequestrate, sfollando 50 palestinesi e diversamente riguardando circa 200 persone. Dodici delle demolizioni (di cui otto eseguite dai proprietari delle strutture) sono state registrate a Gerusalemme Est. Da queste [12] sono derivati tutti gli sfollamenti registrati in questo periodo [50]. Poco più della metà di tutte le demolizioni eseguite a Gerusalemme Est dall’inizio dell’anno a seguito di ordini di demolizione (134), sono state effettuate dai proprietari per evitare multe e commissioni più elevate. Le altre dieci strutture [delle 22] si trovavano in Area C. Cinque di queste sono state demolite ad At Taybe (Hebron) e Beit Sira (Ramallah), sulla base di “Ordini militari 1797”, che consentono le demolizioni entro 96 ore dall’emissione degli ordini medesimi. Il 10 settembre, il Coordinatore Umanitario [dell’ONU] ha espresso preoccupazione per il forte aumento delle demolizioni concomitante con l’inizio della pandemia ed ha invitato le autorità israeliane a porre immediatamente fine a questa pratica illegale.

In tre episodi diversi, circa 550 alberi di proprietà palestinese sono stati sradicati o vandalizzati in vario modo ad opera, secondo quanto riferito, di coloni israeliani. L’episodio più grave è avvenuto su un terreno coltivato da tre famiglie del villaggio di Biddya (Salfit), dove coloni sono intervenuti con una ruspa ed hanno distrutto 445 alberi da frutto, una struttura agricola, 1,7 km di muri in pietra e recinzioni in ferro. Secondo fonti israeliane, nonostante la mancanza di permessi di costruzione o approvazione ufficiale, i coloni rivendicano la proprietà della terra e intendono stabilirvi un nuovo insediamento. Gli altri due episodi si sono verificati in aree B e C, prossime al villaggio di As Sawiya (Nablus), dove circa 100 ulivi sono stati abbattuti o, in vario modo, vandalizzati. Dall’inizio dell’anno, quasi 5.000 alberi di proprietà palestinese, principalmente ulivi, sono stati distrutti o danneggiati. La stagione annuale della raccolta delle olive inizierà ufficialmente il 7 ottobre e, vicino agli insediamenti colonici e dietro la Barriera, si svolgerà con gravi restrizioni di accesso alla terra.

In Cisgiordania, secondo fonti israeliane, aggressori, ritenuti palestinesi, hanno aggredito fisicamente e ferito due israeliani, ed hanno rubato i loro veicoli. Secondo quanto riferito, altre sette auto israeliane, in transito sulle strade della Cisgiordania, hanno subito danni da lancio di pietre.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina:https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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La Corte Penale Internazionale esclude l’indagine sulla Freedom Flottiglia a Gaza

Maureen Clare Murphy 

19 Settembre 2020 – Electronic Intifada

Una giuria della Corte Penale Internazionale ha respinto il ricorso contro la decisione della procuratrice capo di non procedere nell’indagine sull’attacco mortale di Israele a una nave in acque internazionali nel 2010.

I soldati israeliani avevano ferito a morte 10 persone a bordo della Mavi Marmara  dopo aver fatto irruzione sulla nave, che era parte di una flottiglia civile intenzionata a rompere l’assedio in corso a Gaza.

La decisione della camera preliminare di questa settimana sembra porre fine a sette anni di procedimenti legali e di botta e risposta tra la procuratrice Fatou Bensouda e il collegio dei giudici che le hanno ripetutamente chiesto di riconsiderare la sua decisione di non indagare.

Bensouda ha riconosciuto che “c’è un ragionevole margine di dubbio per credere che siano stati commessi crimini di guerra” dalle forze israeliane quando sono salite a bordo della Mavi Marmara.

Ma ha insistito sul fatto che l’attacco israeliano in alto mare non è “sufficientemente grave” da giustificare un procedimento giudiziario.

I giudici hanno identificato una serie di errori che è stato chiesto a Bensouda di correggere.

Nella loro decisione di questa settimana, i giudici affermano che Bensouda “non ha veramente riconsiderato” la sua decisione del 2014 di eludere l’indagine. Secondo i giudici, ha anche “commesso nuovi errori” lo scorso anno nel riaffermare le proprie decisioni.

Gli errori includono la valutazione del pubblico ministero della gravità dell’eventuale causa derivante dai fatti.

Nella sua conferma del 2019 della decisione di non perseguire, Bensouda ha affermato che i commando israeliani che hanno preso d’assalto la Mavi Marmara sembrano essere i principali responsabili dei presunti crimini e sarebbero perciò stati al centro di qualsiasi indagine.

Ha ritenuto non esserci basi ragionevoli per credere che gli alti comandi israeliani e i leader civili non presenti sulla Mavi Marmara fossero responsabili.

Come riassumono i giudici, Bensouda ha sostenuto che l’ambito dell’eventuale causa [giudiziaria] sarebbe probabilmente limitato e che l’identificazione degli autori dei crimini di omicidio intenzionale e lesioni gravi sarebbe difficile data la “situazione caotica” durante l’attacco alla Mavi Marmara.

I giudici sottolineano che la procuratrice ha “essenzialmente escluso dall’ambito” di un’eventuale indagine, “a parte gli stessi responsabili, altre categorie di persone, dai comandanti diretti… agli alti comandi [militari] e leader israeliani”.

I giudici aggiungono che una valutazione iniziale “non dovrebbe mai portare all’esclusione di alcune categorie di persone ancor prima che le indagini siano iniziate”.

La procuratrice ha dichiarato di essere stata incaricata in fase istruttoria non di “valutare se l’indagine si sarebbe estesa” a comandanti e funzionari di alto livello, “ma se si potesse portarla avanti per i principali responsabili, chiunque fossero”.

Non considerate le nuove prove

Bensouda inoltre si è basata solo sulle informazioni messe a sua disposizione al novembre del 2014. Ciò escluderebbe le prove derivanti tra l’altro dalle testimonianze a una commissione pubblica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di Ehud Barak, ministro della Difesa israeliano al momento dell’attacco alla Mavi Marmara.

Le affermazioni di Bensouda sono state contestate dal governo delle Comore, di cui la Mavi Marmara batte bandiera. In un appello presentato nel marzo di quest’anno, le Comore hanno sostenuto che le prove “dimostrano che l’intera operazione è stata attentamente pianificata e diretta da diversi ministeri e dai vertici” dell’esercito israeliano.

Le richieste della camera preliminare affinché Bensouda riconsiderasse la sua decisione, tuttavia, sostenevano che la cosa “avrebbe dovuto essere condotta sulla base delle informazioni già in possesso della procuratrice.

La quale era già in possesso di informazioni che “possono ragionevolmente suggerire che ci fosseroro un’intenzione e un piano preesistenti di uccidere i passeggeri”, notano i giudici. Si tratta dell’uso di armi da fuoco da parte dei militari israeliani deciso prima dell’assalto alla Mavi Marmara.

I giudici hanno anche criticato come “prematura” la decisione della procuratrice secondo cui il presunto maltrattamento dei passeggeri sulla Mavi Marmara da parte dei soldati israeliani non si qualifica come trattamento disumano.

“La procuratrice avrebbe dovuto riconoscere che c’era una ragionevole base per credere che fosse stato commesso il crimine di guerra di tortura o di trattamento disumano”, affermano i giudici.

Aggiungono che “il deliberato rifiuto di cure mediche nella giurisprudenza della Corte e di altri tribunali [israeliani] è da considerarsi equivalente a un trattamento crudele che costituisce un crimine di guerra … o altri atti disumani costituiscono un crimine contro l’umanità”.

I soldati israeliani e la polizia negano abitualmente cure mediche ai palestinesi colpiti da colpi di arma da fuoco in quelli che Israele sostiene siano attacchi ai suoi militari, ma che in molti casi non sono altro che uccisioni illegali.

I giudici accusano inoltre la procuratrice di aver introdotto considerazioni irrilevanti ai fini della valutazione della gravità dell’eventuale causa facendo riferimento alla “resistenza violenta dei passeggeri” sulla Mavi Marmara, ipotizzando addirittura che i soldati israeliani possano aver agito per legittima difesa.

Nella sua decisione del 2014 di non indagare, Bensouda comunque ha stabilito che i passeggeri a bordo della Mavi Marmara fossero protetti dalle Convenzioni di Ginevra e che la loro uccisione o lesioni fossero crimini di guerra.

Bensouda considerava che vi fosse un margine ragionevole per credere che fosse stato commesso un crimine che rientrasse nella giurisdizione della Corte. Per questo motivo, affermano i giudici, “non è appropriato che faccia affidamento su incertezze o sull’esistenza di diverse spiegazioni plausibili in merito alla presunta attuazione dei crimini”.

I giudici incolpano il pubblico ministero anche di non aver “dichiarato come abbia valutato il danno subito dalle vittime”, portandoli a concludere che “non ha attribuito alcun peso all’impatto dei presunti crimini sulle vittime dirette e indirette”.

Questo è altro rispetto all’entità dei crimini, che “si riferisce al numero delle vittime, all’area geografica colpita e alla durata e ‘intensità nel tempo dei presunti crimini “.

Secondo i giudici l’impatto è in relazione all’entità del danno subito dalle vittime, sia esso fisico, psicologico o materiale, e affermano che il numero delle vittime registrate per partecipare al procedimento relativo all’assedio di Mavi Marmara “è vicino a 500”.

Altri casi “di gravità paragonabile o minore” rispetto alle circostanze della Mavi Marmara erano stati riconosciuti tali da giustificare ulteriori azioni da parte della Corte, notano i giudici.

La “mancata e coerente applicazione del requisito di gravità” da parte di Bensouda …. “sottopone la Corte alle critiche di doppio standard e di arbitrio”, affermano.

Conclusione scioccante

I giudici, tuttavia, alla fine hanno respinto l’appello del governo delle Comore perché si proceda nell’indagine perché non è chiaro “se e in quale misura si possa chiedere alla procuratrice di correggere gli errori individuati dalla camera (preliminare)”.

Meno di 10 paragrafi nelle 51 pagine dell’istanza sono dedicati a spiegare il rigetto.

È una conclusione scioccante, viste le critiche alla procuratrice di non aver considerato in modo soddisfacente gli errori nel resto dell’istanza.

Il rifiuto della Corte Penale Internazionale ad indagare su quei crimini di guerra sarà senza dubbio frustrante per le vittime di Mavi Marmara che invocano giustizia da più di un decennio. Ancora una volta, Israele non deve farsi carico di conseguenze durature per presunti crimini di guerra.

Ma non si è liberato della CPI.

Nel dicembre dello scorso anno, dopo una lunga indagine preliminare, Bensouda ha raccomandato al tribunale di indagare sui presunti crimini di guerra perpetrati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

La stessa camera preliminare dei giudici che hanno liquidato la vicenda della Mavi Marmara presso la CPI sta attualmente valutando se il tribunale internazionale eserciti giurisdizione sul territorio palestinese occupato.

L’amministrazione Trump a Washington ha adottato una misura senza precedenti imponendo sanzioni economiche a Bensouda e a un altro membro della Corte Penale Internazionale a causa delle indagini della Corte in Afghanistan, che potrebbero portare all’incriminazione di personale statunitense, così come nella situazione in Palestina.

Nonostante le Comore abbiano portato il caso della Mavi Marmara alla Corte Penale Internazionale, si ipotizza che l’isola dell’Oceano Indiano sarà tra le prossime nazioni della Lega Araba a normalizzare le relazioni con Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




COVID-19 in Palestina: annessione nella Valle del Giordano

Yumna Patel

17 settembre 2020 – Mondoweiss

Se seguite le notizie su Israele e Palestina, avrete probabilmente sentito parlare della Valle del Giordano.

È l’area del territorio palestinese che si trova al confine tra la Giordania e la Cisgiordania occupata. È un’enorme superficie di terra, che si estende per oltre 100 chilometri e costituisce quasi un terzo dell’intera Cisgiordania.

È inoltre una delle principali aree di cui Israele ha previsto l’annessione – una politica che vedrebbe il governo israeliano imporre unilateralmente la sua sovranità su migliaia di ettari di terra palestinese occupata.

Si dà il caso che in base al diritto internazionale questa politica sia illegale e che sia stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale.

Nell’ambito della serie di puntate sul COVID-19 in Palestina ci siamo recati nella Valle del Giordano per vedere com’è lì la vita per i palestinesi mentre combattono due battaglie: una contro il coronavirus e una contro l’annessione.

Mentre attraversiamo la Valle del Giordano è possibile notare decine di gruppi di piccoli villaggi e accampamenti.

Molti palestinesi qui sono in realtà beduini e comunità di pastori che dipendono per il loro stile di vita dall’agricoltura. Ma a causa dei piani di annessione di Israele sono minacciati di sfollamento forzato, minaccia che affermano si sia effettivamente accentuata durante il periodo della pandemia di coronavirus.

“La pandemia da coronavirus è ovunque nel mondo ma nelle aree palestinesi, in particolare nella Valle del Giordano abbiamo due pandemie: la pandemia dell’occupazione [israeliana] e poi il coronavirus”, dice a Mondoweiss Motaz Bisharat, un attivista palestinese che abita nel nord della Valle del Giordano.

In quest’area l’occupazione – afferma – è per noi persino peggiore della pandemia da coronavirus. Le forze di occupazione hanno approfittato della pandemia da coronavirus per impossessarsi di altre porzioni del territorio della Valle del Giordano”.

Secondo Bisharat durante l’epidemia da coronavirus Israele ha confiscato nella valle del Giordano settentrionale oltre 1800 ettari di terra di proprietà palestinese e l’ha posta sotto il controllo dello Stato.

Abdelrahim Abdallah, abitante di al-Hadidiya, un piccolo borgo nella valle del Giordano settentrionale, è uno delle centinaia di palestinesi della zona a cui nel corso della pandemia da coronavirus è stata confiscata la terra e che hanno subito la minaccia di demolizione delle loro case.

L’assistenza sanitaria è un diritto dell’uomo. Il governo israeliano dovrebbe avere un po’ di umanità a ragione di questa emergenza e della pandemia che ha attaccato il mondo intero”, afferma Abdallah a Mondoweiss dall’interno della sua casa – una piccola tenda di incerata appoggiata su una lastra di cemento.

“Invece hanno accentuato i loro attacchi e le pressioni su di noi: raid notturni, arresti, divieti di pascolo e attacchi ai terreni agricoli”, aggiunge Abdallah. “Questo è ciò che stanno facendo le forze di occupazione.”

Dall’inizio della pandemia Abdallah e suo figlio, insieme ad altri uomini del villaggio, sono stati arrestati in varie occasioni dalle forze israeliane.

Abdallah afferma che in una circostanza le forze israeliane lo hanno accusato di “aver rubato l’acqua” da una sorgente naturale posta nel territorio palestinese, ma sottratta dai coloni israeliani durante la pandemia.

All’una del mattino sono arrivati più di 100 soldati e ci siamo svegliati con loro in piedi davanti a noi”, afferma. “Ci hanno arrestati e ci hanno ammanettati, ci hanno coperto gli occhi e ci hanno portato in una base militare a pochi chilometri di distanza”.

“Ci hanno tenuti lì dall’una di notte alle nove – racconta Abdallah – senz’ acqua, senza liberarci le mani e senza nemmeno permetterci di usare il bagno”.

Oltre ad affrontare le aggressioni quotidiane da parte dei militari israeliani, le comunità palestinesi della Valle del Giordano vivono senza avere accesso ai beni di prima necessità come l’elettricità, l’acqua corrente e all’assistenza sanitaria.

L’ospedale o la clinica più vicini dove fare il test per COVID-19 si trova a circa 25 chilometri da al-Hadidiya e per arrivarci si impiegano 30 minuti in auto.

Anche se i residenti potessero avere la disponibilità di un veicolo privato dovrebbero percorrere strade non asfaltate e superare lungo il percorso una serie di posti di blocco e insediamenti militari israeliani.

“Per tutta la nostra esistenza non abbiamo certo avuto una vita decente perché l’occupazione ci ha negato tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere”, dice Abdallah.

“L’unica cosa che non possono negarci è l’aria che respiriamo. Se potessero negarcela, lo farebbero”.

Motaz Bisharat sottolinea il fatto che “la Quarta Convenzione di Ginevra prevede che lo Stato occupante si assuma la responsabilità dell’area occupata”.

“Dovrebbero fornire assistenza sanitaria, istruzione, acqua e tutto il resto“, afferma. “Ma ciononostante l’occupazione non offre assolutamente nulla”.

Ad agosto Israele ha raggiunto un accordo con gli Emirati Arabi Uniti, il che ha reso gli Emirati il terzo Paese arabo a normalizzare le relazioni con Israele.

Come parte dell’accordo gli Emirati Arabi Uniti hanno rivendicato la responsabilità di aver fermato l’annessione. Ma i palestinesi della Valle del Giordano affermano che nella realtà l’annessione è in corso da anni, specialmente durante la pandemia da coronavirus, ed è una politica che Israele probabilmente non smetterà mai di cercare di applicare.

“Il presupposto secondo cui gli Emirati Arabi Uniti avrebbero stipulato questo accordo con Israele per fermare l’annessione è una totale assurdità“, sostiene Bisharat. “Qualsiasi civile, qualsiasi leader, qualsiasi politico nel mondo che afferma che l’occupazione ha fermato l’annessione sta delirando“.

Le forze di occupazione hanno fatto l’opposto. Hanno accentuato gli attacchi e hanno scoperto che il coronavirus rappresenta la migliore occasione per portare a termine il loro piano di annessione sul campo”.

“Il nostro messaggio al mondo, alle persone libere del mondo, è di mettere il loro Paese al posto della Palestina”, dice Abdallah. “Accetteresti che i tuoi figli vivano come vivono i bambini palestinesi? Accetteresti di perdere i tuoi diritti come i palestinesi, che non hanno (più) diritti?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I palestinesi indicono la “giornata della rivolta” contro l’accordo di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain

Shatha HammadMohammed al-Hajjar

15 settembre 2020 – Middle East Eye

Un nuovo gruppo della società civile palestinese costituito da diverse fazioni ha protestato martedì contro la firma dei controversi accordi.

I palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata sono scesi in piazza per denunciare gli accordi di normalizzazione firmati martedì a Washington tra Israele, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti (EAU).

Sia l’Autorità Palestinese (ANP) che il movimento di Hamas, che governa la Striscia di Gaza, hanno condannato gli accordi mediati dagli Stati Uniti come una “pugnalata alle spalle” al loro popolo.

Dalla prima mattina di martedì si sono svolte manifestazioni nella Cisgiordania occupata a Ramallah, Tulkarem, Nablus, Gerico, Jenin, Betlemme e Hebron, in altre località più piccole nonché a Gaza.

I manifestanti hanno cantato ed esposto cartelli che denunciavano la normalizzazione e si appellavano all’unità araba contro l’occupazione israeliana. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli alti diplomatici degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain hanno firmato gli accordi per normalizzare le loro relazioni, senza alcun progresso verso un accordo israelo-palestinese.

Ismail Haniyeh, leader di Hamas, che martedì era a Beirut per un incontro con i segretari delle fazioni palestinesi, ha detto al presidente Mahmoud Abbas al telefono che tutte le fazioni palestinesi erano unite contro l’accordo e “non permetteranno che la causa palestinese sia un ponte per il riconoscimento e la normalizzazione della potenza occupante a scapito dei nostri diritti nazionali, della nostra Gerusalemme e del diritto al ritorno”.

Lunedì, il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha descritto gli accordi come un altro “giorno nero” per il mondo arabo.

“Un’altra data da aggiungere al calendario della disgrazia palestinese”, ha detto, aggiungendo che l’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe “rettificare” le proprie relazioni con la Lega Araba a causa del rifiuto di condannare i due accordi di normalizzazione conclusi nel mese scorso.

Il ministro degli Esteri del Bahrain Abdullatif al-Zayani e il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan sono arrivati a Washington domenica, mentre Netanyahu è arrivato lunedì nel pieno delle molte richieste in Israele di dimissioni per le indagini in corso sulla sua corruzione e la cattiva gestione del suo governo della pandemia di coronavirus.

Il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti non hanno combattuto guerre contro Israele, a differenza di Egitto e Giordania, che hanno firmato trattati di pace con Israele rispettivamente nel 1979 e nel 1994.

“Giornata di rivolta popolare”

Un nuovo gruppo della società civile, costituito da varie fazioni, ha chiamato martedì a una “giornata di rivolta popolare” in coincidenza con la firma dell’accordo.

Il gruppo, chiamato Leadership Palestinese Unita per la Resistenza Popolare (UPLPR), si è formato la scorsa settimana dall’incontro tra i leader di tutte le fazioni politiche palestinesi nella capitale libanese Beirut.

Nella sua prima dichiarazione, il gruppo ha lanciato un appello per manifestazioni nazionali –definite “il giorno nero” – in tutti i territori palestinesi per chiedere la cancellazione del cosiddetto “accordo del secolo” e dell’occupazione israeliana. 

Ha lanciato anche un altro giorno di protesta – denominato “giorno di lutto” – per venerdì, durante il quale dovranno essere issate bandiere nere per esprimere il rifiuto dell’accordo di normalizzazione.

Martedì, le proteste sono iniziate alle 11 in tutta la Cisgiordania occupata.

A Hebron, secondo un corrispondente di Middle East Eye, a Bab al-Zaweya, al termine di una manifestazione sono scoppiati piccoli scontri tra giovani palestinesi e forze israeliane.

Fahmy Shaheen, rappresentante delle forze nazionali e islamiche a Hebron, ha affermato che le proteste in città riflettono la rabbia per i conflitti praticamente quotidiani tra gli abitanti, i coloni israeliani e le forze dell’esercito a causa della continua espansione degli insediamenti nella città storica.

“Stiamo manifestando il nostro rifiuto alla normalizzazione perché avviene a scapito dei diritti e dei sacrifici del popolo palestinese”, ha detto Shaheen a MEE.

“È anche un omaggio gratuito a Stati Uniti e Israele, offerto a scapito delle aspirazioni arabe alla libertà. Non contiamo sui regimi arabi che stanno svendendo le aspirazioni dei loro popoli e la nostra causa palestinese. Contiamo piuttosto sul popolo arabo che è unito [nella sua convinzione] che la causa della Palestina sia fondamentale”.

Anche Jamal Zahalka, a capo del partito Assemblea Nazionale Democratica, che martedì stava prendendo parte a una protesta a Wadi Ara, ha descritto la firma dell’accordo di normalizzazione come “un regalo pericoloso dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein a Trump e Netanyahu, vittime di una soffocante crisi politica nei loro paesi”.

“Oggi, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain dichiarano di sostenere l’occupazione israeliana contro il popolo palestinese. Ciò che si sta discutendo non è la normalizzazione, ma piuttosto un’alleanza strategica”, ha detto.

“Chiunque stringa alleanza con Israele non potrà mai stare con il popolo palestinese e con i suoi giusti diritti”.

Faisal Salameh, capo del comitato popolare di Tulkarem, ha detto a MEE che le manifestazioni hanno portato “un messaggio di amore e rispetto per tutti i popoli arabi”, nonostante le critiche ai governi degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain.

Razzi e proteste da Gaza

Appena firmati gli accordi a Washington, sono giunte notizie di diversi razzi lanciati verso Israele dalla Striscia di Gaza. Sebbene non sia chiaro quale fosse il gruppo responsabile del lancio di razzi, Israele ritiene il movimento di Hamas responsabile di tutti gli attacchi dall’enclave.

Si sono viste a Gaza anche manifestazioni per tutto il giorno, con centinaia di persone che marciavano contro l’accordo di normalizzazione.

I manifestanti si sono radunati davanti al palazzo dell’Unesco a Gaza per esprimere la loro disapprovazione all’accordo.

Abdel-Haq Shehadeh, membro della più alta leadership del movimento di Fatah a Gaza, ha criticato gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain per non aver rispettato l’Iniziativa di Pace araba del 2002, che delineava tutti i passi per porre fine al conflitto israelo-palestinese.

Shehadeh ha detto che vorrebbe chiedere a qualsiasi paese stia pensando di seguire le orme degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain di fermarsi e riconsiderare, sottolineando di non credere che la gente nel mondo arabo sia d’accordo con una scelta simile – messaggio rimbalzato martedì durante le proteste palestinesi.

Durante la manifestazione Ismail Radwan, alto funzionario di Hamas, ha definito l’iniziativa guidata dagli Stati Uniti “un pugnalata alle spalle del popolo palestinese” e ha assicurato che si stava organizzando “una strategia globale e unificata di tutte le fazioni palestinesi per contrastare Israele”.

“Ai governanti degli Emirati e del Bahrain: avete dismesso il sostegno al popolo palestinese ma le generazioni palestinesi non dimenticheranno le vostre scelte”, ha detto Radwan, lodando i cittadini che nei due paesi si erano espressi contro le decisioni dei loro governi.

A Washington, 50 ONG hanno lanciato una protesta davanti alla Casa Bianca durante la cerimonia della firma per esprimere la loro opposizione.

Martedì anche le fazioni palestinesi in Libano hanno organizzato proteste per condannare l’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rapporto OCHA del periodo 25 agosto – 7 settembre 2020

In due distinti episodi, palestinesi hanno ucciso un civile israeliano ed hanno ferito un ufficiale di polizia israeliano e un soldato

Il 26 agosto, nella città israeliana di Petah Tikva, un palestinese ha accoltellato mortalmente un israeliano. Il sospetto aggressore, un uomo di 46 anni della zona di Nablus, a quanto riferito in possesso di un permesso di lavoro, è stato successivamente arrestato. In Cisgiordania, al checkpoint di Za’atra, nel governatorato di Nablus, un palestinese ha guidato la sua auto contro forze israeliane, causando lievi ferite a un soldato e ad un ufficiale di polizia. Secondo quanto riferito, l’aggressore è poi sceso dall’auto e, brandendo un coltello, è corso verso i militari; questi hanno sparato, ferendolo ed arrestandolo. Il 6 settembre, nei pressi dell’insediamento di Ariel (Salfit), un palestinese ha tentato di accoltellare un soldato israeliano ed è stato arrestato.

In Cisgiordania, nel corso di vari scontri, sono rimasti feriti settanta palestinesi e due soldati israeliani [segue dettaglio]. La maggior parte dei feriti palestinesi sono stati registrati in scontri scoppiati durante cinque operazioni di ricerca-arresto. Altri otto palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e feriti nel nord della Cisgiordania, in vari tentativi di entrare in Israele attraverso varchi aperti nella Barriera. Tre palestinesi e due soldati israeliani sono rimasti feriti durante scontri nella città di Hebron. Dei settanta palestinesi feriti, dieci sono stati colpiti con armi da fuoco, due sono stati colpiti da proiettili di gomma, due sono stati aggrediti fisicamente; i rimanenti hanno necessitato di cure mediche per aver inalato gas lacrimogeno.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno complessivamente svolto 152 operazioni di ricerca-arresto, arrestando 117 palestinesi [seguono dettagli]. Nella notte del 7 settembre, nel governatorato di Hebron, si è svolta un’operazione su vasta scala, conclusa con l’arresto di almeno 30 palestinesi. Un’altra grande operazione è stata effettuata il 26 agosto, a Gerusalemme Est, in più quartieri contemporaneamente: dieci persone sono state arrestate, secondo quanto riferito, per aver lavorato per l’Autorità Palestinese a Gerusalemme Est, in violazione della legge israeliana. Sempre a Gerusalemme Est, nel quartiere Al ‘Isawiya, sono continuate le consuete attività di polizia, con relative tensioni: un giornalista è stato arrestato e la sua attrezzatura è stata confiscata.

Il 31 agosto, a Gaza e nel sud di Israele, dopo oltre tre settimane di ostilità intermittenti, è ritornata una relativa calma ed Israele ha revocato le restrizioni di accesso imposte durante la situazione precedente. Durante le fasi di tensione, sono rimasti feriti 12 palestinesi e sei israeliani, e da entrambe le parti sono stati registrati estesi danni alle proprietà. A seguito della riduzione delle tensioni, Israele ha nuovamente autorizzato l’ingresso di merci, compresi materiali da costruzione e carburante; le interruzioni di corrente si sono così ridotte a 12-16 ore giornaliere; le zone di pesca consentite sono state ripristinate [da Israele] al livello pre-crisi, cioè fino a 15 miglia nautiche dalla riva meridionale [di Gaza].

Nella Striscia di Gaza, presumibilmente per far rispettare ai palestinesi le restrizioni loro imposte sia sull’accesso alle aree adiacenti la recinzione perimetrale israeliana, sia al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 17 occasioni; non sono stati registrati feriti. Inoltre, in tre occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

Il 31 agosto, mentre raccoglievano rottami metallici nei pressi del villaggio di Khuza’a (Khan Younis), due minori palestinesi di 8 e 12 anni, sono stati feriti dalla esplosione di un residuato bellici (ERW) che essi stavano maneggiando. A Gaza, dal 2014, data della fine dell’ultimo conflitto,19 palestinesi sono stati uccisi e 172 sono stati feriti da residuati bellici.

Trentatré strutture di proprietà palestinese sono state demolite o sequestrate per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sfollando 98 palestinesi, di cui oltre la metà minori, e diversamente coinvolgendo circa 100 persone [segue dettaglio]. La maggior parte delle demolizioni e degli sfollamenti sono stati registrati in Area C: il più alto numero di sfollati (45 persone) si è avuto, in due momenti diversi, nella Comunità beduina di Wadi As Seeq (Ramallah). Inoltre, 12 persone sono state sfollate a seguito della demolizione di cinque strutture nella Comunità di pastori di Jinba (Hebron), situata in un’area designata [da Israele] “zona per esercitazioni a fuoco” e destinata all’addestramento dell’esercito israeliano. A Ras at Tin, presso un’altra Comunità di pastori dell’area di Ramallah, situata anch’essa in una “zona per esercitazioni a fuoco”, sono state sequestrate parti di una scuola in costruzione, finanziata da donatori, insieme ad attrezzature e materiali da costruzione. A Gerusalemme Est, quattro demolizioni hanno provocato lo sfollamento di 39 persone; in tre di questi episodi le demolizioni sono state eseguite dai proprietari, costretti a farlo per evitare costi aggiuntivi e multe.

In azioni compiute da coloni, due palestinesi sono rimasti feriti e proprietà palestinesi sono state vandalizzate [segue dettaglio]. Palestinesi di Kafr Malik (Ramallah) si sono scontrati con coloni israeliani mentre questi ultimi tentavano di creare un nuovo avamposto colonico sul terreno del villaggio; forze israeliane intervenute sul posto hanno sparato, ferendo un palestinese. In un’altra circostanza, una donna palestinese, che transitava sulla Strada 60, nel governatorato di Nablus, è stata colpita con pietre e ferita; altre tre auto hanno subito danni dal lancio di pietre. Nel villaggio di At Tuwani (Hebron meridionale) un pastore ha riferito che un colono ha speronato con l’auto le sue pecore, uccidendone dieci e ferendone cinque. In tre episodi distinti, coloni hanno vandalizzato quattro veicoli in Asira al Qibliya e Huwwara (entrambi in Nablus), dove hanno anche spruzzato graffiti su muri di case, e nel governatorato di Hebron, sulla strada 60. Inoltre, nella zona H2 di Hebron, una scalinata che porta ad un asilo è stata danneggiata da coloni.

Secondo fonti israeliane, tre israeliani sono rimasti feriti e 12 veicoli sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di aggressori ritenuti palestinesi. Le pietre sono state lanciate contro veicoli israeliani che percorrevano strade della Cisgiordania.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Aggrapparsi ai corpi dei martiri è il modo in cui Gantz sfugge a questioni imbarazzanti

Ahmed El-Komi

10 settembre 2020 – Middle East Monitor

Due giorni dopo che la scorsa settimana i gruppi della resistenza palestinese e le autorità dell’occupazione israeliana hanno raggiunto un accordo per il cessate il fuoco, il ministro israeliano della Difesa Benny Gantz ha chiesto al gabinetto per la Sicurezza dello Stato di continuare a trattenere i corpi dei martiri palestinesi. Lo scorso mercoledì, in un momento accuratamente valutato da Israele, il gabinetto ha dato la sua approvazione.

Gli israeliani trattengono decine di corpi di palestinesi e rifiutano di restituirli alle loro famiglie, sostenendo che sono stati uccisi mentre compivano o cercavano di compiere attacchi contro lo Stato occupante. Sono tenuti in refrigeratori speciali e tombe circondate da pietre, ma senza lapidi. Su ogni tomba viene lasciata invece una placca metallica con un numero specifico, per cui sono chiamati “cimiteri di numeri”, in quanto alle tombe vengono assegnati numeri invece dei nomi dei martiri.

L’Autorità di Vigilanza israeliana ha informato dell’approvazione della richiesta di Gantz da parte del gabinetto anche nel caso in cui i martiri non fossero affiliati ad Hamas. È come se il ministro, e primo ministro in alternanza, volesse attirare l’attenzione sulla sua vendetta contro il movimento. Ciò gli consente anche di agire da leader e limitare la sua guerra a un solo avversario.

La mancata restituzione dei corpi di terroristi è parte del nostro impegno per la sicurezza dei cittadini israeliani,” ha spiegato Gantz, “e ovviamente per far tornare a casa i ragazzi.” Quest’ultimo è un riferimento ai quattro soldati israeliani catturati da Hamas nel 2014.

La decisione del gabinetto fa seguito a quella presa esattamente un anno fa, il 9 settembre, dalla Corte Suprema israeliana, che ha dato alle autorità dell’occupazione il permesso di continuare a trattenere i corpi dei palestinesi. Ciò fa di Israele l’unico Paese al mondo che continua ad adottare una politica di vilipendio dei cadaveri, con una chiara e provocatoria sfida alla comunità internazionale e in spregio ad ogni norma legale e sociale.

La tempistica dell’ultima decisione è servita a coprire il fallimento di Gantz contro la resistenza palestinese e come tentativo di placare i cittadini israeliani ed evitare le loro domande e critiche. Qualche settimana fa aveva affermato in modo arrogante: “Nel sud, Hamas continua a consentire che vengano lanciati attacchi con palloni esplosivi nello Stato di Israele. Non siamo disposti ad accettarlo e in seguito a ciò abbiamo chiuso il valico di Kerem Shalom.

Farebbero meglio a non violare l’incolumità e la sicurezza di Israele. Se ciò non avverrà, noi dovremo rispondere, e con la forza.” Tuttavia non ha osato toccare un solo ragazzo palestinese che lancia i palloni da Gaza.

Gantz ha fatto seguito alla sua decisione di trattenere i corpi con l’appoggio alla costruzione di 5.000 unità abitative nelle colonie illegali della Cisgiordania occupata, dimostrando che stava cercando un’immaginaria vittoria che gli fornisse una via d’uscita per evitare imbarazzanti domande dopo il suo fallimento. Vuole preservare la sua immagine di ministro forte di fronte al pericolo e di uomo politicamente “pulito” nel corrotto contesto politico di Israele.

Questo non è un comportamento tipico da parte di Gantz, diplomato alla scuola della leadership militare di Israele; è più adeguato a chi cerca una via d’uscita, come quelle utilizzate dagli ex-generali e ministri israeliani sempre in cerca di una vittoria di altro genere. Sfuggono al dovere di dare spiegazioni e risposte sulle sconfitte.

Nel caso di Gantz sembra che cinque mesi di lavoro con il primo ministro Benjamin Netanyahu gli abbiano insegnato come cavarsela da situazioni complicate bluffando. Tuttavia molte delle decisioni prese da Netanyahu e Gantz, entrambi abili nelle menzogne, sono condizionate dalle posizioni che impongono loro i gruppi della resistenza palestinese. L’unica risposta che un ministro del livello di Gantz può escogitare è mostrare i muscoli…e aggrapparsi ai corpi dei martiri palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Lega Araba rifiuta di appoggiare i palestinesi nella critica dell’accordo Israele-EAU

Redazione di Al-Monitor

9 settembre 2020 – Al-Monitor

L’organo pan-arabo ha lasciato cadere una risoluzione che avrebbe condannato il recente accordo di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti.

La Lega Araba ha respinto una richiesta palestinese di condannare il recente patto, mediato da Washington, tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. 

Mercoledì in una videoconferenza i Ministri degli Esteri dei 23 membri della Lega hanno respinto una risoluzione di denuncia dell’accordo Israele – EAU. Il piano palestinese di condannare i due Paesi aveva poche probabilità di essere approvato nell’organo pan-arabo in cui Paesi come Egitto, Oman e Bahrein hanno ben accolto l’accordo e gli hanno offerto sostegno.

C’è stata molta discussione su questo punto. È stata esaustiva ed ha richiesto tempo. Ma alla fine non ha portato ad un accordo sulla bozza di comunicato proposta da parte palestinese”, ha affermato l’alto funzionario della Lega Araba Hussam Zaki.

Il rifiuto della Lega Araba di condannare l’accordo è l’ultimo colpo inferto ai palestinesi, la cui richiesta di una discussione d’urgenza sul patto Israele – EAU è stata respinta il mese scorso.

In quello che è stato chiamato “accordo di Abramo”, Israele ha accettato di sospendere l’annessione di vaste aree della Cisgiordania in cambio della normalizzazione dei rapporti con gli Emirati Arabi Uniti. La prossima settimana i dirigenti dei due Paesi si recheranno alla Casa Bianca per la firma ufficiale.

I dirigenti palestinesi affermano che l’accordo mediato dagli USA, che fa degli EAU il terzo Paese arabo a stabilire rapporti con Israele, è “una coltellata alla schiena”. In risposta, Ramallah ha richiamato il suo ambasciatore negli EAU.

Affermano inoltre che l’accordo di normalizzazione viola l’iniziativa di pace araba del 2002 guidata dall’Arabia Saudita, che chiede a Israele di ritirarsi dalle terre occupate dal 1967 prima di ottenere un riconoscimento da parte degli Stati Arabi.

Gli EAU hanno descritto l’accordo come favorevole alla causa palestinese, in quanto costringe Israele a rinunciare all’annessione di terre che i palestinesi considerano parte del loro futuro Stato.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’eminente astrofisico palestinese Imad Barghouthi condannato alla detenzione amministrativa da Israele

Scientists for Palestine  

8 settembre 2020 – Mondoweiss

” Ai sensi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani il ripetuto arresto di uno degli scienziati più attivi e importanti della Palestina è un attacco diretto ai diritti dei palestinesi “, afferma George Smith, premio Nobel per la chimica. “La violazione del diritto alla scienza in qualunque luogo è un attacco agli scienziati ovunque”.

Nota redazionale: la seguente dichiarazione è stata rilasciata il 4 settembre 2020 da Scientists for Palestine [organizzazione internazionale che promuove la scienza e l’integrazione dei palestinesi nella comunità scientifica internazionale, ndtr.]. Mondoweiss pubblica occasionalmente comunicati stampa e dichiarazioni di organizzazioni nel tentativo di attirare l’attenzione su questioni trascurate

Il 2 settembre il dottor Imad Barghouthi, professore di fisica presso l’Università Al-Quds in Palestina, è stato condannato a detenzione amministrativa fino al 15 novembre per ordine di un comandante militare israeliano in Cisgiordania, ordine che è arrivato appena poche ore prima del suo rilascio su cauzione.

Il prof. Barghouthi è stato arrestato una prima volta il 16 luglio a un check-point israeliano, poi trattenuto senza accuse per oltre due settimane e infine accusato per la sua attività su Facebook. Dopo che migliaia di studiosi in tutto il mondo hanno chiesto che il prof. Barghouthi venisse liberato dalla prigione, il suo avvocato ha richiesto con successo il rilascio su cauzione, che è stato concesso il 2 settembre dal giudice incaricato della sua causa. Dopo di che, contraddicendo la decisione del giudice, è stato emesso un ordine militare israeliano che conferma a tempo indeterminato la detenzione illegale del prof. Barghouthi.

La famiglia e i figli sentono la sua mancanza e sono in ansia per il suo rilascio. Il prolungamento della sua prigionia, col ricorso illegale alla detenzione amministrativa per impedire il rilascio su cauzione, “ […] viola i diritti dei miei studenti, la mia ricerca e le mie attività scientifiche”, scrive lo stesso prof. Barghouthi in una lettera dal carcere diffusa dall’organizzazione internazionale Scientists for Palestine.

“Il ripetuto arresto di uno degli scienziati più attivi e importanti della Palestina è un attacco diretto al diritto dei palestinesi alla scienza, tutelato dall’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, di cui Israele è firmatario, così come dall’articolo 15 della Convenzione internazionale ONU sui diritti economicisociali e culturali“, afferma George Smith, Premio Nobel per la Chimica nel 2018. “La violazione del diritto alla scienza in qualsiasi luogo è un attacco agli scienziati ovunque”.

Non è la prima volta che le forze militari israeliane arrestano il professor Barghouti, uno dei più eminenti scienziati palestinesi. Nel 2014 era stato sottoposto a detenzione amministrativa per due mesi e nel 2016 è stato nuovamente detenuto per sei mesi. In entrambi i casi il suo arresto ha scatenato una forte condanna da parte della comunità scientifica internazionale. E l’arresto del Prof. Barghouthi non è un evento isolato, ma fa parte di un modello più ampio di disturbo e repressione della cultura e della società civile palestinesi.

“In qualità di membro interessato della comunità scientifica internazionale, condanno con la massima fermezza la detenzione arbitraria e illegale del professor Imad Barghouthi”, ha dichiarato Franz Ulm, professore di ingegneria civile e ambientale al MIT. “Si tratta di un attacco insensato al prof. Barghouthi e alla sua famiglia, così come ai suoi studenti e alla comunità scientifica di tutto il mondo”.

La detenzione amministrativa, una procedura impiegata dalle autorità israeliane per incarcerare a tempo indeterminato senza processo e senza accuse e usata regolarmente contro i palestinesi, è stata condannata dalle Nazioni Unite ed è in aperta violazione dell’articolo 14 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. “È davvero spaventoso che le autorità israeliane possano perseguitare in modo così arbitrario un illustre collega palestinese, utilizzando pratiche riconosciute come illegali a livello internazionale. È necessaria una forte risposta da parte della comunità scientifica internazionale!” ha detto Mario Martone, fisico teorico e portavoce di Scientists for Palestine.

Per reagire alla detenzione del prof. Imad Barghouthi, Scientists for Palestine ha lanciato una petizione sostenuta da studiosi tra cui il linguista Noam Chomsky, il premio Nobel George Smith, il Field Medalist [Medaglia Field, premio assegnato ogni 4 anni al miglior matematico con meno di 40 anni, ndtr.] David Mumford e molti altri, invitando le persone a chiedere un trattamento giusto per il prof. Barghouthi firmando la petizione a questo link: https://actionnetwork.org/petitions/demand-an-end-to-the-harassment-of-palestinian-scientists-and-academics-and-an-immediate-release-of-prof -imad-barghouthi /

(traduzione dallinglese di Luciana Galliano)




Gaza entra nella seconda settimana di isolamento tra le difficoltà per il controllo dell’epidemia

DALLA REDAZIONE DI Mondoweiss

4 SETTEMBRE 2020 Mondoweiss

Gli ultimi dati:

32.817 palestinesi sono risultati positivi per COVID-19; 24.445 in Cisgiordania; 697 a Gaza; 7.675 a Gerusalemme Est; 192 morti

126.419 israeliani sono risultati positivi per COVID-19; 993 morti;

mercoledì Israele ha registrato il maggior numero di nuovi casi con 3.074 persone risultate positive

Per la seconda settimana di seguito la maggior parte della Striscia di Gaza resta sotto isolamento mentre le autorità sanitarie, nel tentativo di rallentare la diffusione del coronavirus, si affrettano ad incrementare rapidamente i test e impongono ai palestinesi di restare nelle loro case. La scorsa settimana l’intera Striscia di Gaza è stata isolata, quando sono stati scoperti i primi casi di trasmissione all’interno della comunità. Questa settimana gli isolamenti sono stati limitati a 19 focolai.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo ultimo rapporto sulla situazione ha fatto una descrizione del coprifuoco a più livelli di Gaza, riferendo che a nord non c’è “nessun movimento tranne che per motivi di emergenza fino a nuovo avviso”, e nel centro e nel sud le persone sono costrette nelle loro case durante la notte tra le 20:00 e le 8:00.

Allo stesso tempo i test, che erano circa 18.000 la scorsa settimana, sono aumentati nel corso della settimana successiva, quando l’OMS, in collaborazione con l’Agenzia austriaca per lo sviluppo, ha consegnato altri 50 kit di test, sufficienti per sottoporre a screening quasi 5.000 persone, e ulteriori 4.000 tamponi. Dal 24 agosto più di 7.000 persone sono state sottoposte al test e quasi 500 sono risultate positive.

Nello stesso momento in cui venivano emessi gli ordini di isolamento a Gaza è stato interrotto il servizio idrico, lasciando molti palestinesi in quarantena nelle loro case con circa quattro ore di elettricità al giorno e senza acqua dal rubinetto. Torniamo un po’ indietro per fare chiarezza:

In concomitanza con la pandemia c’è stata un’escalation tra Hamas e Israele che ha avuto poca copertura mediatica. I palestinesi di Gaza hanno rilasciato dei palloncini che trasportavano dispositivi incendiari e lanciato razzi su Israele, e Israele ha sferrato quasi ogni notte attacchi aerei contro Gaza. Nel contesto di queste ostilità Israele ha fermato il trasferimento di carburante, il che ha fatto interrompere il funzionamento dell’unica centrale elettrica di Gaza. Ciò ha di punto in bianco lasciato i palestinesi in una crisi energetica che poi è sfociata in una crisi idrica.

A Gaza il servizio idrico comunale dipende dal flusso costante di energia verso gli impianti di desalinizzazione al fine di depurare l’acqua che viene pompata da pozzi che attingono da una falda acquifera. L’intera operazione collassa se manca la corrente.

Per una famiglia l’interruzione si è rivelata fatale.

Omar al-Hazeen ha usato delle candele per illuminare la sua casa nel campo profughi di al-Nuseirat, nella parte centrale della striscia di Gaza. Mercoledì è scoppiato un incendio nella camera da letto condivisa da tre dei suoi figli che sono rimasti tragicamente uccisi nell’incendio.

Niente elettricità, niente acqua, l’isolamento priva i più poveri di Gaza del sostentamento essenziale

Tareq S. Hajjaj ha riportato sul nostro sito le conseguenze devastanti parlando con le famiglie del quartiere di Shujaiyeh, nel nord-est di Gaza.

Abbiamo sentito e visto i pericoli di questa pandemia, ma restare a casa costituisce un ulteriore pericolo mortale. Potremmo morire di fame, ha detto Baker Mousa, 52 anni, ad Hajjaj che lo ha intervistato davanti alla sua casa, dove il soggiorno è stato trasformato in un piccolo negozio di alimentari. “Giorni fa ho dovuto bussare alla porta del mio vicino per prendere dell’acqua.”

Hajjaj ha scoperto che a Shujaiyeh molte persone, essendo loro impedito di lasciare le loro case a causa delle misure di isolamento e restando bloccate in casa con i rubinetti asciutti, hanno dovuto fare la difficile scelta di acquistare l’acqua al posto del cibo.

Hajjaj racconta:

Majeda al-Zaalan, 49 anni, siede al tavolo della sua cucina con i suoi tre figli adolescenti e organizza le loro razioni per la giornata. Divide una singola porzione di pane e formaggio da condividere in quattro. Successivamente fa le razioni dell’acqua, dando a ciascuno tre litri al giorno per uso personale. Nel corso dell’ultima settimana ha fatto il bucato per la casa una volta e a ciascuno è stata concessa una doccia.

Afferma: “In questi tempi l’acqua è la cosa più preziosa e deve esserci in ogni casa ma sfortunatamente di solito non l’abbiamo per nulla”.

Al – Zaalan prosegue: ‘La famiglia viveva con una piccola entrata del mio figlio maggiore Ahmed, che vendeva boccette di profumo in una strada principale. Ma da lunedì nessuno di noi ha attraversato la porta per uscire”. Ora la sua unica fonte di reddito proviene da una sovvenzione dell’organizzazione benefica britannica Oxfam International che le fornisce la modesta cifra di 30 euro al mese.

“Ho solo la mia famiglia – prosegue – e non ho intenzione di perdere nessuno di loro.”

Cosa ha portato all’epidemia?

Il dottor Yasser Jamei, responsabile del Gaza Community Mental Health Program, il più grande istituto palestinese della Striscia di Gaza per la salute mentale, ha raccontato come i funzionari siano venuti a conoscenza della diffusione inosservata del coronavirus abbastanza per caso.

Jamei riporta una sinossi dal tracciamento dei contatti,

lunedì 24 agosto 2020 drammatiche notizie per la popolazione nella Striscia di Gaza. Quel giorno, l’ospedale Makassed di Gerusalemme ha informato le autorità sanitarie che una donna di Gaza che era presente all’ospedale è risultata positiva al COVID-19. La donna era lì per fare compagnia alla figlia malata che aveva ricevuto un permesso per uscire da Gaza per motivi umanitari. Erano arrivate a Gerusalemme sei giorni prima. Il ministero della salute di Gaza ha contattato la famiglia della donna che vive nel campo profughi di Maghazi, nella parte centrale della Striscia, e ha sottoposto al test i suoi familiari. Quattro di loro sono risultati positivi, di cui uno è proprietario di un supermercato. Un altro lavora in una scuola.

Poco prima di lasciare Gaza, la donna risultata positiva a Gerusalemme aveva partecipato a un matrimonio. Le grandi feste erano state vietate, ma poche settimane prima [della sua partenza, ndtr.] le autorità locali hanno adottato misure diverse al fine di allentare le restrizioni. Ciò era stato giustificato dal fatto che Gaza veniva considerata libera da COVID. Le moschee sono state riaperte. Sono state permesse le riunioni e nella prima settimana di agosto gli studenti sono rientrati a scuola”.

Subire la pandemia sotto l’occupazione

Per buona parte dell’estate abbiamo riferito dello sbalorditivo aumento del numero di nuovi casi giornalieri in Cisgiordania, dove si è verificata una seconda ondata più virulenta del coronavirus. L’OMS riferisce che, soltanto in agosto, il numero totale di coloro che sono risultati positivi in tutti i territori palestinesi occupati è raddoppiato da 15.201 a 31.929. La maggior parte dell’incremento interessa la Cisgiordania.

Questa settimana la corrispondente di Mondoweiss, Yumna Patel, ha pubblicato un secondo video della sua serie in cinque parti che racconta come i palestinesi stanno subendo la pandemia sotto l’occupazione. La sua ultima puntata ci porta al villaggio di al-Walaja, nei pressi di Betlemme, che si trova nell’Area C della Cisgiordania [area sotto esclusivo controllo israeliano, ndtr.], e osserva che “all’Autorità Nazionale Palestinese è stato qui impedito di portare aiuto con interventi di contenimento” e che il governo israeliano “non ha fornito nulla” ai palestinesi “in termini di test, trattamento o contenimento del coronavirus”.

Patel riferisce:

Immagina di essere lasciato a difenderti da solo contro il coronavirus mentre la tua casa è minacciata di demolizione e la tua famiglia vive sotto l’occupazione militare.

Questa è la realtà per i palestinesi che vivono nel villaggio di Al-Walaja, annidato tra le colline di Betlemme e Gerusalemme, nel sud della Cisgiordania occupata”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)