L’esercito israeliano e i coloni uniti nella punizione collettiva di Al-Mughayyir

Oren Ziv e Shatha Yaish 

27 agosto 2025 – +972 Magazine

L’assedio del villaggio della Cisgiordania e la distruzione dei suoi uliveti sono stati un esercizio congiunto di intimidazione e modificazione dello spazio palestinese

Venerdì 22 agosto una colonna di bulldozer è entrata negli uliveti di Al-Mughayyir, un villaggio a est di Ramallah nella Cisgiordania occupata. Molti erano macchinari civili guidati da coloni, supportati da vari bulldozer blindati dell’esercito. Domenica migliaia di ulivi, molti vecchi di decenni e di proprietà di famiglie locali, sono stati sradicati.

L’ordine è venuto dal generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano. Ufficialmente la distruzione è parte di una caccia all’uomo per trovare un palestinese armato che avrebbe aperto il fuoco contro coloni israeliani che pascolavano le pecore sulla terra del villaggio, ferendone uno prima di scappare. L’esercito ha sostenuto che la distruzione degli alberi intendeva evitare che il ricercato vi si potesse nascondere. Eppure lo stesso Bluth ha subito rivelato che la vera intenzione era un’altra.

“Ogni villaggio e ogni nemico devono sapere che se attaccano gli abitanti (i coloni), pagheranno un prezzo pesante,” ha dichiarato Bluth durante una conferenza informativa sul posto. “Faranno l’esperienza del coprifuoco, di un assedio e di operazioni di modificazione del territorio.”

“Operazioni di modificazione del territorio” è un eufemismo dell’esercito per indicare una politica di riprogettazione fisica di aree in cui è presente la resistenza palestinese. All’inizio di quest’anno la tattica è stata applicata a campi profughi in tutto il nord della Cisgiordania, dove i soldati hanno demolito centinaia di case, espulso decine di migliaia di abitanti e raso al suolo edifici per agevolare l’accesso all’esercito, lasciando tre campi, uno a Jenin e due a Tulkarem, praticamente deserti.

Ad Al-Mughayyir le parole di Bluth sono state rapidamente messe in pratica. I bulldozer hanno raso al suolo gli uliveti mentre i soldati hanno imposto un assedio e fatto irruzione nelle case. “Ora abbiamo il controllo assoluto del villaggio,” ha detto Bluth. “La prima missione è dare la caccia (all’aggressore)… Il secondo è effettuare qui un’operazione preliminare e garantire che chiunque sia scoraggiato, non solo questo villaggio, ma ogni villaggio che cerchi di alzare una mano contro gli abitanti (i coloni).”

In seguito alle affermazioni di Bluth, due importanti associazioni israeliane per i diritti umani, Yesh Din e l’Association for Civil Rights in Israel [Associazione per i Diritti Civili in Israele, ACRI, ndt.], hanno chiesto che la procura generale militare apra un’indagine penale contro il generale per sospetti crimini di guerra. Nel suo ricorso al tribunale Yesh Din ha sostenuto che l’ordine di Bluth era palesemente illegale “perché contraddice direttamente le disposizioni delle leggi internazionali che proibiscono di danneggiare la proprietà privata e le punizioni collettive,” e perché agli abitanti “non è stata data l’opportunità di presentare appello (contro l’azione).”

Nel contempo ACRI ha affermato che “i crimini di guerra e contro l’umanità (sono diventati) un problema giornaliero in Cisgiordania,” ed ha avvertito che “la dottrina dell’esercito secondo cui ‘non ci sono (persone) non coinvolte’ messa in atto prima a Gaza è arrivata in Cisgiordania ed è stata denominata ‘operazioni di modificazione del territorio’”

Poiché le critiche si sono moltiplicate, il portavoce dell’esercito ha cercato di ridurre il danno. In una dichiarazione rilasciata domenica ha difeso Bluth, insistendo che “l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] condanna i commenti inappropriati contro il capo del comando centrale che sta agendo in base a considerazioni operative e in accordo con la legge.”

Eppure le parole dello stesso Bluth, insieme alla decisione dell’esercito di sradicare intere coltivazioni invece di limitarsi a potare gli alberi, hanno rafforzato la sensazione che ciò riguardi meno considerazioni immediate in merito alla sicurezza e più una punizione collettiva. Questa impressione si è ulteriormente rafforzata dopo che ha circolato sulle reti sociali un video che mostra l’autista di un bulldozer dell’esercito che ha preso parte all’operazione e che si vanta: “Voi figli di puttana, non scocciatemi. Nel prossimo attacco raderò al suolo una casa.”

Il loro obiettivo è espellerci”

Da giovedì a domenica mattina Al-Mughayyir è stato sottoposto a un blocco completo: agli abitanti è stato impedito di uscire dalle proprie case e i soldati hanno chiuso entrambi gli ingressi del villaggio. La porta orientale verso Alon Road [strada che attraversa la Cisgiordania da nord a sud, ndt.] è rimasta chiusa fin dall’inizio della guerra, e durante l’assedio anche quella orientale è stata chiusa, obbligando gli abitanti a cercare di rientrare a casa con deviazioni di molte ore [su strade] che erano anch’esse bloccate. Secondo i racconti di persone del posto giovedì numerosi lavoratori che cercavano di tornare attraverso le colline circostanti sono stati fermati e picchiati da coloni e soldati.

Nel corso dei tre giorni di assedio l’esercito ha arrestato dieci abitanti, tra cui cinque fratelli e il capo del consiglio di villaggio, Amin Abu Alia. L’esercito ha sostenuto che uno degli arrestati è l’uomo armato sospettato di aver sparato al colono. Nel contempo stelle di David e le iniziali “MTA” e “MH”, in riferimento alle squadre di calcio Maccabi Tel Aviv e Maccabi Haifa, sono state scritte con lo spray sui muri di parecchie case.

In un video postato nella pagina Facebook del consiglio Abu Alia ha spiegato perché ha deciso di consegnarsi. “Durante l’incursione in casa hanno arrestato mio figlio e mi hanno detto che dovevo costituirmi,” ha detto. “Hanno collegato l’assedio al villaggio al fatto che mi consegnassi.”

La mattina del 24 agosto finalmente le forze israeliane si sono ritirate, lasciando dietro di sé vaste distruzioni. Solo allora gli abitanti hanno potuto lasciare le loro case e verificare i danni. “Non è stato il primo attacco, ma il più violento,” ha affermato il membro del consiglio Marzouk Abu Naim. “La loro giustificazione è che è stato attaccato un colono. La gente ha perso i suoi alberi, alberi antichi, sradicati lontano da Alon Road (dove è avvenuta la sparatoria). Alcune case sono state invase e perquisite. Le persone sono rimaste scioccate dal numero di soldati e dal livello di odio. Hanno saccheggiato decine di case, lanciato granate stordenti. Lo hanno fatto a casa mia mentre mia moglie ed io eravamo dentro. (In altre case) hanno persino rubato denaro e oggetti in oro.”

In piedi sulla sua terra accanto a Alon Road il cinquantacinquenne Abd al-Latif Abu Alya guarda i resti di 350 ulivi abbattuti. “Il loro obiettivo è mandarci via, sradicarci dalla nostra terra e distruggerla,” dice a +972. “Ma noi siamo radicati qui, saldi sulla nostra terra e vi rimarremo per tutta la vita. Se Dio vuole ripianterò sulla mia terra con rinnovata determinazione. Nessuna distruzione mi spezzerà.”

L’attivista locale Rabeah Abu Naim ripete la stessa opinione, descrivendo come i soldati hanno fatto irruzione nelle case, distrutto beni e si sono impossessati di oggetti di valore: “Hanno assediato il villaggio perché è l’ultimo a est di Ramallah prima della Valle del Giordano. Controllano già la valle e le aree circostanti, ora è il turno dei villaggi più vicini.” Aggiunge che i soldati hanno picchiato il suo fratello minore perché ha filmato i bulldozer e poi hanno arrestato il capo del consiglio “su richiesta dei coloni, per placarli.”

Abd al-Latif Abu Alya, in piedi accanto a uno delle migliaia di ulivi sradicati dall’esercito israeliano a Al-Mughayyir, il 24 agosto 2025. Foto Oren Ziv

Alle domande di +972 su questi avvenimenti il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che i militari hanno avviato “un’intensa attività operativa nella zona” in risposta a “un grave attacco armato nei pressi del villaggio di Al-Mughayyir e alla fuga del terrorista dal luogo del delitto nel villaggio,” così come “una serie di attacchi terroristici che hanno avuto origine nello stesso villaggio.”

Il portavoce ha aggiunto che le forze israeliane hanno posto in atto nei pressi di Alon Road “operazioni di pulizia del terreno”, che lo sparatore potrebbe aver usato per nascondersi, definendo l’intervento “immediatamente necessario per impedire una minaccia mortale.” Ha confermato che i soldati hanno condotto detenzioni e perquisizioni, durante le quali il sospetto aggressore è stato arrestato. Rispondendo alle denunce degli abitanti secondo cui i soldati hanno confiscato denaro, oro e un’auto, il portavoce ha detto che i militari hanno agito per sequestrare “macchine e armi rubate”.

Gli ulivi sradicati, continua la dichiarazione, “sono stati lasciati ai bordi della zona ripulita; non verranno venduti e l’IDF non intende usarli.” Accuse di furto, ha aggiunto, “sono state esaminate e non confermate.”

Finalmente l’IDF sta agendo a dovere”

Negli ultimi anni, e soprattutto dall’inizio della guerra a Gaza, alcuni coloni si sono impossessati di tutti i pascoli a est della Alon Road, molti dei quali di proprietà di abitanti di Al-Mughayyir. Ora sembrano intenzionati a occupare anche le radure a ovest della strada e a quanto pare l’esercito fa tutto quello che può per assecondarli.

Secondo Dror Atkes, dell’ong israeliana Kerem Navot, dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023 attorno ad Al-Mughayyir sono stati creati quattro nuovi avamposti dei coloni e uno è stato fondato in precedenza quello stesso anno. In totale ora accerchiano il villaggio otto avamposti, tra cui uno all’interno della zona B (territorio sottoposto [in base agli accordi di Oslo, ndt.] all’autorità civile palestinese ma sotto il controllo militare israeliano). Il più importante, Adei Ad, legalizzato nel 2022 e riconosciuto formalmente come colonia lo scorso maggio, funziona come centro per gli altri.

Venerdì Zvi Sukkot, presidente della sottocommissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] per gli Affari di Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.] ha visitato il luogo in cui sono stati sradicati gli alberi. “Finalmente l’IDF sta agendo a dovere,” ha dichiarato. “Ogni villaggio da cui è uscito un terrorista per colpire i nostri abitanti deve sapere che pagherà un prezzo salato.”

Elisha Yered, che si autodefinisce “giovane delle colline” [gruppo di coloni particolarmente violenti, ndt.] ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Limor Son Har-Melech, ha descritto nel dettaglio le azioni dell’esercito e le loro motivazioni in un video filmato sul posto: “Per circa 24 ore i bulldozer hanno lavorato per spianare tutti gli alberi ai lati della strada. Al villaggio è stato imposto un blocco, i soldati stanno andando casa per casa e l’esercito ha promesso che è solo l’inizio. Il comandante Bluth parla pubblicamente per la prima volta di punizione collettiva, in modo che (questo villaggio) e i suoi amici capiscano che colpire gli ebrei non paga.”

Yered ha chiesto che la campagna non si fermi ad Al-Mughayyir: “Le case degli assassini nel villaggio devono continuare ad essere demolite, la casa del terrorista deve essere distrutta oggi (indipendentemente dalla posizione della) Corte Suprema e (dell’associazione per i diritti umani) B’Tselem, e il modello deve essere replicato in ogni villaggio che osi metterlo alla prova.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




ONU: da gennaio registrati oltre 1000 attacchi israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania

Amira Haas

28 agosto 2025 Haaretz

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, che includono solo gli attacchi che hanno provocato morti, feriti o danni alle proprietà, nel 2025 sono stati finora uccisi 11 palestinesi e 696 sono rimasti feriti. I dati indicano una continua tendenza al rialzo nel numero di incidenti violenti da parte di israeliani in Cisgiordania

Nei primi otto mesi di quest’anno le Nazioni Unite hanno registrato oltre 1.000 aggressioni perpetrate da civili israeliani contro palestinesi e le loro proprietà in decine di località in Cisgiordania. Undici palestinesi sono stati uccisi durante questi attacchi mentre cercavano di proteggere le loro case, i greggi di pecore o campi e boschi contro gli aggressori militari e civili. Altri 696 sono rimasti feriti.

Queste cifre attestano la crescente tendenza alla violenza esercitata dai civili israeliani contro i palestinesi dal 2021, anno in cui sono stati documentati 532 casi di questo tipo. Nel 2024 si sono verificati 1.449 simili episodi di violenza, in cui soldati e civili israeliani hanno ucciso 11 palestinesi e ne hanno feriti altri 486.

Tutti questi attacchi sono stati e sono perpetrati in aree sotto la piena responsabilità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ovvero nelle aree B e C (una definizione che ha diviso arbitrariamente il controllo in Cisgiordania tra le Forze di Difesa Israeliane e l’Autorità Nazionale Palestinese, una divisione che avrebbe dovuto terminare nel 1999). Secondo il diritto internazionale questo significa che l’esercito deve proteggere le popolazioni locali, le loro vite, i loro mezzi di sussistenza e le proprietà.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNHCR), che documenta questi attacchi, non include nei suoi rapporti bisettimanali gli attacchi che non si concludono con morti, feriti o danni alle proprietà.

Il dipartimento per gli affari negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che documenta tutti gli incidenti legati al controllo israeliano in Cisgiordania (da uccisioni e ferimenti a incursioni, detenzioni, espropriazioni di terreni ed erezione di posti di blocco permanenti o mobili), include nei suoi rapporti anche gli attacchi dei coloni che non si concludano con feriti, e tali attacchi si verificano quotidianamente.

Tra questi rientrano le incursioni [nelle proprietà palestinesi, n.d.t.], le minacce con armi e cani, il blocco delle strade, l’intimidazione dei pastori e il disturbo delle loro greggi, l’impedimento dell’accesso agli uliveti, il bagno – spesso con l’accompagnamento dell’esercito – nelle sorgenti dei villaggi e le molestie agli abitanti.

I dati pubblicati da questo dipartimento indicano anche un netto aumento: a luglio 2021 erano stati registrati 51 attacchi e episodi di molestie di varia intensità da parte di cittadini israeliani mentre a luglio di quest’anno ne sono stati registrati 369. A titolo di confronto, nel luglio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha segnalato 163 attacchi.

Il più grave di questi ultimi attacchi si è concluso con l’uccisione di Awdah Hathaleen del villaggio di Umm al-Kheir. Il presunto assassino è Yinon Levi, un colono di uno degli avamposti della zona. Secondo quanto riportato da palestinesi e organizzazioni israeliane per i diritti umani due giorni fa i coloni hanno allestito roulotte proprio accanto alle case del villaggio, a pochi metri dal luogo in cui si trovava Levi quando ha iniziato a sparare con la sua pistola.

Anche ad agosto si sono verificati decine di attacchi. Solo tra il 12 e il 18 agosto le Nazioni Unite hanno documentato 29 attacchi in 23 comunità della Cisgiordania da parte di civili israeliani contro palestinesi conclusasi con lesioni personali o danni alle proprietà. Undici persone sono rimaste ferite in questi attacchi, nove delle quali da parte dei coloni e due da parte di soldati. Tra i feriti ci sono un uomo anziano, un bambino e tre donne. La documentazione mostra che sono stati danneggiati anche 700 alberi.

I danni agli ulivi e alle aree agricole sono uno degli aspetti più odiosi di tali attacchi. Secondo le prove accumulate nel corso degli anni e documentate da Haaretz in numerose occasioni, i metodi sono vari: includono incendi, tagli, sradicamenti, segatura di rami e, durante la stagione della raccolta delle olive, furto del raccolto. Il danno arrecato pregiudica i ricavi previsti da queste colture. Ogni albero abbattuto o sradicato vanifica anni di lavoro, insieme agli investimenti nelle risorse utilizzate per la loro cura, tra cui acqua e insetticidi.

Gli agricoltori palestinesi sentono una vicinanza emotiva e personale in particolare con i loro ulivi, poiché questi rappresentano la continuità delle generazioni e del loro modo di vivere. Gli alberi sono sia un bene familiare che si trasmette per eredità, sia un simbolo nazionale che attesta l’esistenza di un popolo e il suo legame con la terra. Danneggiare questi alberi non è percepito come vandalismo fine a se stesso, ma come un deliberato intento di cancellare i legami familiari e nazionali delle persone che li possiedono e li coltivano.

Così, quando la scorsa settimana, su ordine del comandante del Comando Centrale delle IDF maggior generale Avi Bluth l’esercito ha sradicato migliaia di ulivi con frutti quasi maturi nel villaggio di al-Mughayyir, lo shock e l’orrore sono stati immensi. Lo sradicamento di massa in pieno giorno è riuscito a fare in due o tre giorni ciò che i civili israeliani “riescono” a fare di nascosto in molti attacchi. Bluth ha presentato questo massiccio sradicamento come la risposta a una sparatoria in cui era rimasto ferito un civile israeliano nei pressi dell’avamposto di Adei Ad; il presunto attentatore proveniva da quel villaggio.

Solo ad al-Mughayyir ci sono stati da gennaio 2023 83 attacchi da parte di civili israeliani. Tra questi l’incendio di auto e case e danni agli alberi. Due abitanti del villaggio che stavano proteggendo le loro case e i loro alberi sono stati uccisi dai soldati nell’aprile 2024 e a metà agosto di quest’anno. Quasi la metà degli attacchi, 39, è stata perpetrata da gennaio di quest’anno. Il numero più alto, 11, si è registrato a maggio.

Secondo B’Tselem almeno 40 comunità di pastori palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro residenze negli ultimi tre anni a causa dell’aumento degli attacchi. In molti villaggi si segnala la presenza di israeliani armati che impediscono agli abitanti di raggiungere i loro appezzamenti di terra. I palestinesi affermano che gli aggressori provengono solitamente da avamposti di pastori, che si sono moltiplicati notevolmente negli ultimi anni sia che vi risiedano, che siano in visita o vi lavorino per curare le greggi.

Gli abitanti di questi avamposti si vantano di controllare vaste aree di terreni agricoli e pascoli. Così, ad esempio, in un video pubblicato sui social media questa settimana allo scopo di raccogliere donazioni per questi avamposti, la persona che ha fondato un avamposto a est di al-Mughayyir, Eliav Libi, racconta al rabbino Shmuel Eliyahu che 12 avamposti agricoli ora controllano 90.000 dunam (22.240 acri) tra la catena montuosa centrale e la valle del Giordano.

In un gruppo WhatsApp di sostenitori degli avamposti si possono trovare messaggi come: “Gli arabi riferiscono che degli ebrei festanti hanno incendiato due veicoli nel villaggio di Abu Falah, vicino all’insediamento di Shilo”, oppure “Arabi piagnoni riferiscono che ebrei felici hanno incendiato diversi veicoli nel villaggio di Silwad, vicino all’insediamento di Ofra”. Entrambi sono apparsi il 31 luglio.

Anche i palestinesi hanno gruppi WhatsApp pensati per segnalare in tempo reale attacchi e molestie da parte dei coloni. Lo scorso lunedì mattina uno di questi gruppi ha riferito che un anziano contadino di Halhul è stato picchiato duramente dagli israeliani, che da un mese impediscono alle famiglie di accedere ai loro vigneti. Più tardi nello stesso giorno è stata segnalata la presenza di pastori israeliani con le loro pecore nei vigneti e negli uliveti nei villaggi di Asira al-Qibliya (a sud-ovest di Nablus) e di Atara, a nord di Ramallah.

Quella sera sono stati pubblicati video di due fuoristrada e di un gregge di pecore che invadevano il territorio della comunità di pastori palestinesi di al-Tiran, a sud di Dahariya. Nel 2024 i residenti della vicina Khirbet Zanuta sono stati costretti ad abbandonare le loro case con i loro greggi a causa di molestie simili, sempre più frequenti.

Al portavoce delle IDF è stato chiesto se queste statistiche indichino il fallimento dell’esercito e di commentare la conclusione che gli attacchi sono coerenti con la politica israeliana di accaparrarsi quanta più terra palestinese possibile.

In risposta, il portavoce ha dichiarato: “Le forze delle IDF, l’Amministrazione Civile e la Polizia Israeliana stanno lavorando per prevenire la violenza e mantenere l’ordine pubblico nel settore di Giudea e Samaria. Le IDF prendono molto seriamente, rifiutano e condannano qualsiasi comportamento illegale e agiscono con risolutezza in conformità con gli ordini e i valori delle IDF.

“Le IDF stanno adottando le misure a loro disposizione, inclusi arresti e ordini di espulsione. La missione delle IDF è quella di mantenere la sicurezza di tutti i residenti della regione e di lavorare per prevenire il terrorismo e le attività che mettono in pericolo i cittadini dello Stato di Israele, e questa violenza distoglie l’attenzione delle forze di sicurezza dalla loro missione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele approva la colonizzazione del progetto E1 per “eliminare” lo Stato palestinese con “azioni e non con slogan”

Rayhan Uddin e Lubna Masarwa

20 agosto 2025 – Middle East Eye

La commissione per la colonizzazione autorizza 3.400 unità abitative che secondo il ministro delle Finanze lascerà “gli ipocriti dirigenti europei senza niente da riconoscere”

Con un’iniziativa che un ministro ha descritto come la “cancellazione” di uno Stato palestinese “non con slogan ma con azioni concrete”, Israele ha autorizzato la costruzione del progetto di colonizzazione E1 nella Cisgiordania occupata.

Mercoledì la sottocommissione per la colonizzazione dell’Amministrazione Civile [l’organismo militare che governa i territori palestinesi occupati, ndt.] ha approvato la costruzione di 3.400 nuove unità abitative sul territorio palestinese occupato.

La maggior parte di esse verrà costruita nei pressi della colonia già esistente di Maale Adumim, in una zona che intende collegare alcune colonie in Cisgiordania con Gerusalemme est occupata.

Il progetto include 342 unità in una nuova colonia ad Asael, nel sud della Cisgiordania. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato: “Oggi abbiamo definito una storica situazione di fatto. Con l’E1 abbiamo finalmente realizzato quello che è stato promesso da anni. È un momento fondamentale per la colonizzazione, per la sicurezza e per tutto lo Stato di Israele.”

Per la seconda volta negli scorsi giorni il ministro ha collegato direttamente il progetto con la fine della soluzione a due Stati.

“Lo Stato palestinese sta per essere tolto di mezzo non con degli slogan ma con i fatti. Ogni colonia, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa,” ha detto Smotrich.

Il ministro, che guida il partito Sionismo Religioso [dell’estrema destra nazionalista religiosa, ndt.], ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di “completare l’operazione mettendo in pratica la piena sovranità su Giudea e Samaria, qui e ora,” facendo riferimento all’annessione formale della Cisgiordania, che Israele ha occupato dal 1967 in violazione delle leggi internazionali.

Il progetto edilizio E1 risale alla fine degli anni ’90, ma la sua messa in pratica è stata rimandata a causa dell’opposizione internazionale.

Sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno messo in guardia i successivi governi israeliani dal portare avanti il progetto facendo riferimento al suo impatto sulla soluzione a due Stati.

I governanti europei non avranno niente da riconoscere”

L’accelerazione dei progetti sembra essere una risposta all’annuncio da parte di Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia di aver intenzione di riconoscere lo Stato palestinese durante un incontro alle Nazioni Unite del mese prossimo.

La scorsa settimana Smotrich ha dichiarato che ogni Stato che “cerchi di riconoscere uno Stato palestinese riceverà da noi una risposta sul campo,” non nella forma di documenti o dichiarazioni, ma attraverso la costruzione di “case, quartieri (e) strade”.

Mercoledì ha ripetuto lo stesso concetto affermando: “É venuto il momento di lasciare per sempre nel dimenticatoio l’idea di dividere la terra e di garantire che entro settembre gli ipocriti politici europei non avranno niente da riconoscere.”

Il progetto E1 intende tagliare fuori le comunità palestinesi tra Gerusalemme e la Valle del Giordano, che include una zona storica nota come al-Bariyah o “Deserto di Giudea”, che la Palestina ha presentato alla lista provvisoria dell’Unesco per l’inclusione tra i siti patrimonio dell’umanità.

“Ciò significa anche che la principale strada storica da Gerico a Gerusalemme, esistita per più di 3.000 anni e percorsa da Gesù, verrà totalmente chiusa ai palestinesi,” ha detto la settimana scorsa a Middle East Eye Jamal Juma, coordinatore della campagna “Stop the Wall” [Fermare il Muro, movimento contro la costruzione del muro di separazione costruito da Israele in Cisgiordania, ndt.]

L’isolamento di Gerusalemme est da alcune parti della Cisgiordania obbligherà i palestinesi a fare lunghe deviazioni per viaggiare da varie città e centri urbani.

Il progetto è stato messo in relazione con la frammentazione della Palestina occupata in “bantustan”, un riferimento ai ghetti per soli neri creati nel Sudafrica dell’apartheid.

“Hebron e Betlemme diventeranno altre Gaza, una striscia isolata dalla Cisgiordania. Lo stesso succederà a Ramallah,” ha affermato Juma.

Strada dell’apartheid

A marzo il gabinetto israeliano per la sicurezza politica ha approvato una strada separata per i palestinesi a sud dell’Area E1 che colleghi il nord e il sud della Cisgiordania.

La strada è vista come un passo previo per l’estensione della costruzione di colonie nella zona. In base al progetto il transito dei palestinesi verrebbe deviato lontano dalla Route 1, la principale autostrada che collega Gerusalemme a Maale Adumim, riservandola principalmente per l’uso da parte di israeliani.

“Il governo israeliano sta annunciando apertamente l’apartheid,” sostiene Aviv Tatarsky, ricercatore dell’associazione israeliana per i diritti umani Ir Amim. “Afferma esplicitamente che i progetti dell’E1 sono stati approvati per “seppellire” la soluzione a due Stati e rafforzare la sovranità di fatto. Una conseguenza immediata potrebbe essere l’espulsione di oltre una decina di comunità palestinesi che vivono nell’Area E1.”

Circa 700.000 coloni israeliani vivono in approssimativamente 300 colonie illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme est, tutte costruite da quando Israele si è impossessato dei territori nella guerra del 1967.

In base alle leggi internazionali la costruzione di colonie su un territorio occupato è illegale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come von der Leyen ha sposato il movimento dei coloni israeliani

David Cronin  

19 agosto 2025 – The Electronic Intifada

La Palestina viene fatta a pezzi e l’Unione Europea risponde con frasi vuote.

Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze di Israele dichiaratamente fascista, sta ripristinando il progetto E-1 che rilancerà la colonizzazione nell’area che connette Gerusalemme est con il resto della Cisgiordania. Smotrich non fa segreto del fatto che il suo piano è seppellire la prospettiva di uno Stato palestinese.

Lo sta facendo nel momento in cui diversi paesi occidentali vanno verso il riconoscimento di una cosa chiamata Stato di Palestina.

Lo strangolamento delle comunità palestinesi che Smotrich sta promuovendo in Cisgiordania non va considerato prescindendo da come si è vantato di aver annientato ogni speranza per la popolazione di Gaza.

Lui ed altri ministri del governo hanno massacrato l’intero corpo delle leggi internazionali entrate in vigore in seguito all’Olocausto. Le convenzioni dell’ONU che mettono fuori legge il furto delle terre e sanciscono la necessità di impedire e punire il genocidio sono state formulate nella seconda parte degli anni ’40 del novecento.

Invece di richiamare Israele alle sue responsabilità, Kaja Kallas, la responsabile della politica estera dell’UE, ha emesso un blando richiamo a Israele a “desistere” dal portare avanti la decisione sul progetto E-1. Il richiamo si basa sulla “necessità di agire per tutelate la fattibilità della soluzione dei due Stati.”

Se Kallas crede davvero in queste fesserie, allora dovrebbe consultare qualche mappa geografica. La semplice realtà è che l’incessante inglobamento da parte di Israele della terra palestinese significa che la soluzione dei due Stati è da tempo insostenibile.

La devozione dell’UE alla soluzione dei due Stati ha le caratteristiche della fantasia. Ma la politica realmente perseguita è un inganno.

Ripetendo l’espressione “soluzione dei due Stati” come fosse un mantra del buon senso, i politici di Bruxelles vorrebbero ingannare l’opinione pubblica facendole credere contro ogni plausibilità che stanno lavorando per la pace.

Inoltre la soluzione dei due Stati è sempre stata pensata per perpetuare l’apartheid. È una ricetta presuntamente progressista per preservare Israele come Stato legato alla supremazia ebraica, confinando i palestinesi in un frammento della loro patria storica.

Adeguamento

In tutti i loro discorsi su una soluzione a due Stati i rappresentanti dell’UE si adeguano totalmente al movimento dei coloni israeliani.

Nel gennaio 2024 Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha accolto a Bruxelles Dani Dayan, un dirigente di spicco del movimento dei coloni.

Avvalendomi delle norme sulla libertà di informazione, ho finalmente ottenuto la richiesta che l’ambasciata di Israele a Bruxelles ha inviato a von der Leyen quando la visita di Dayan era in corso di preparazione.

La richiesta – vedi sotto– sottolinea che Dayan è stato capo dello Yesha Council. Mentre l’ambasciata israeliana non ha esplicitato quel che fa tale organizzazione, una veloce ricerca su internet da parte dello staff di von der Leyen sarebbe stato sufficiente a chiarire che lo Yesha Council è un’organizzazione che riunisce le principali colonie israeliane in Cisgiordania.

In quel ruolo Dayan ha affermato che è “grande interesse di Israele sviluppare il progetto E-1”

La “filosofia” di Dayan è stata sintetizzata in un suo articolo del 2012 per il New York Times. “La nostra presenza in tutta la Giudea e Samaria (la Cisgiordania) – non solamente nei cosiddetti blocchi di insediamenti – è un fatto irreversibile,” ha affermato, bollando come “vani” i tentativi di fermare l’espansione delle colonie

Dato che Dayan sostiene l’esatto contrario di ciò che predicano i rappresentanti dell’UE, perché l’anno scorso Ursula von der Leyen lo ha accolto a Bruxelles?

La risposta sta nel suo attuale incarico. Oggi Dayan è a capo dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Israele a Gerusalemme.

Come non pochi politici tedeschi, von der Leyen insiste molto sull’Olocausto, mentre permette un olocausto attuale a Gaza.

A ottobre 2023 è andata in visita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli ha garantito che avrebbe potuto “contare sul” sostegno dell’UE nella guerra contro Gaza. Se aveva intenzione di appoggiare tanto calorosamente un genocidio, è logico che non debba avere scrupoli ad abbracciare Dayan.

Adesso che lui ha raggiunto una posizione di rilievo gestendo un museo dell’Olocausto con cui l’UE collabora abitualmente, la dirigenza di Bruxelles è pronta a chiudere un occhio sul sostegno di Dayan all’espansione delle colonie, una posizione che non ha mai rinnegato.

Il tappeto rosso offerto a Dayan non è stato un incidente isolato. Lo staff alle dipendenze della citata Kaja Kallas ha di recente accolto a Bruxelles Elie Pieprz, un altro veterano dello Yesha Council.

Intanto nei giorni scorsi la Francia ha affermato di “condannare fermamente” la distruzione da parte di Israele di una scuola nel nord della Cisgiordania. La scuola era stata finanziata dalla Francia, congiuntamente all’Unione Europea.

Come ha sottolineato Gerard Araud, un ex diplomatico francese, una simile distruzione è “un classico” dell’occupazione israeliana. La risposta dell’UE agli attacchi ad una infrastruttura da essa finanziata non ha mai comportato azioni concrete contro Israele.

L’ultima protesta francese è in linea con un modello ben consolidato da cui gli Stati e le istituzioni dell’UE raramente si allontanano.

Mostrare orrore per gli effetti della violenza israeliana – violenza che l’Occidente permette – è obbligatorio. Punire Israele non è mai contemplato.

David Cronin è un redattore di The Electronic Intifada. Tra i suoi libri: Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Zionism and Israel  [L’ombra di Balfour: un secolo di sostegno britannico al sionismo e a Israele] e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation [L’alleanza dell’Europa con Israele: aiuto all’occupazione].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La persona più pacifica: Umm Al-Khair piange l’attivista assassinato da un colono israeliano

Basel Adra, Yuval Abraham e Oren Ziv
29 luglio 2025- +972 Magazine

Contrariamente al racconto del colono, le testimonianze oculari e l’analisi dei filmati mostrano che Awdah Hathaleen è stato assassinato a sangue freddo.

Ieri sera [lunedì 28 luglio] un colono israeliano ha ucciso a colpi d’arma da fuoco l’attivista palestinese Awdah Hathaleen nella sua comunità di Umm Al-Khair, nella Cisgiordania meridionale occupata. Noto a molti attivisti internazionali e diplomatici stranieri per la sua ferma resistenza non violenta alla pulizia etnica israeliana delle comunità palestinesi di Masafer Yatta, il trentunenne è stato gravemente ferito da un proiettile che gli ha trapassato un polmone ed è morto prima di raggiungere l’ospedale.

Anche il presunto assassino di Hathaleen, Yinon Levi, è ben noto ai palestinesi e agli attivisti della regione. Fondatore dell’avamposto coloniale di Meitarim Farm e proprietario di un’impresa di movimento terra regolarmente incaricata dalle autorità israeliane di demolire proprietà palestinesi, Levi è stato più volte protagonista di violenti attacchi a comunità palestinesi con l’obiettivo di cacciarle dalle loro terre, tra cui Khirbet Zanuta, uno dei numerosi villaggi i cui abitanti sono stati espulsi dai coloni nelle prime settimane della guerra di Gaza.

Levi ha ricevuto sanzioni dall’UE, dal Regno Unito, dalla Francia e dal Canada; anche l’amministrazione Biden lo ha sanzionato l’anno scorso, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump subito dopo il suo ritorno in carica ha revocato tutte le sanzioni ai coloni israeliani.

Levi ha affermato di aver aperto il fuoco a Umm Al-Khair perché sarebbe stato aggredito da “decine di rivoltosi” che lanciavano pietre, e Honenu, un’organizzazione di estrema destra che gli fornisce supporto legale, ha descritto l’incidente come un tentativo di “linciaggio”. Un portavoce dell’insediamento coloniale di Carmel, per conto del quale sembra che Levi stesse svolgendo lavori di scavo, ha affermato che “se lui non si fosse difeso sarebbe potuto finire con l’omicidio di un ebreo.”

Tuttavia un’analisi di circa 20 video dell’incidente da parte di +972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] chiarisce che sono stati i coloni ad attaccare gli abitanti palestinesi, non il contrario.

I dettagli del filmato mostrano che la sparatoria è avvenuta alle 17:29. Quattro minuti prima Levi era entrato in un terreno privato palestinese a Umm Al-Khair, accompagnato dal conducente di un escavatore. L’autista ha travolto gli ulivi, distrutto la recinzione del villaggio e la conduttura principale dell’acqua e ha tentato di investire il cugino di Hathaleen, Ahmad, colpendolo alla testa con il braccio dell’escavatore e facendogli perdere i sensi. Solo allora diversi altri abitanti hanno iniziato a lanciare pietre contro l’escavatore.

La ruspa non ha percorso la strada asfaltata, è entrata nella proprietà privata della nostra famiglia, che avevamo recintato e coltivato ad ulivi”, ha raccontato Alaa, cugino di Hathaleen, a +972 e Local Call. “Abbiamo cercato di dire loro in modo pacifico di fermarsi, ma non ci hanno ascoltato. Alcuni abitanti hanno cercato di mettersi davanti all’escavatore per bloccarlo, ma questo ha travolto la recinzione e ha usato il [braccio] per colpire Ahmad. La gente [ha lanciato pietre] per difendersi”.

Secondo le immagini del filmato le pietre lanciate dagli abitanti palestinesi non hanno colpito Levi, che si trovava a diversi metri di distanza dalla pala meccanica . Ma poco dopo Levi è corso verso di loro, ha colpito alla testa con il calcio della pistola un palestinese che lo stava filmando e ha sparato due colpi in direzione delle case del villaggio.

Sei testimoni oculari hanno confermato a +972 e Local Call che l’assassino era Levi; a parte lui e il conducente dell’escavatore, che non ha sparato, non erano presenti altri coloni.

Un’analisi dei video, che catturano il momento della sparatoria da tre diverse angolazioni, incrociata con una visita sul posto effettuata oggi, indica che il primo colpo di Levi ha colpito Hathaleen mentre cercava di documentare l’accaduto e si trovava a 35 metri di distanza sul campo da basket all’interno del centro comunitario del villaggio. Il secondo proiettile era diretto verso un folto gruppo di persone, tra cui almeno quattro bambini piccoli, ma non ha colpito nessuno.

“Tre quarti delle persone contro cui ha sparato erano minori”, ha detto a +972 e Local Call Connor Reese, un volontario internazionale che attualmente vive nella zona e ha assistito all’attacco. Ha sparato verso il parco giochi”.

Tynan Kavanaugh, un altro volontario internazionale e studente di medicina all’Università di Limerick, è corso verso il punto in cui Hathaleen era stato colpito e ha cercato di prestargli i primi soccorsi. “Ho visto che era stato colpito al torace”, ha raccontato. “Il polso non era rilevabile, quindi gli abbiamo praticato la rianimazione cardiopolmonare”.

“Abbiamo portato Awdah all’ingresso dell’insediamento e abbiamo implorato [i coloni] di evacuarlo con un’ambulanza”, ha spiegato Alaa. Un’ambulanza è arrivata e Hathaleen è stato trasportato al Soroka Medical Center nella città di Be’er Sheva, nel sud di Israele, dove all’arrivo ne è stato constatato il decesso.

Dopo l’incidente, secondo quattro testimoni oculari e in base alle riprese video, Levi è rimasto nella zona mentre arrivavano i soldati israeliani e ha indicato quali palestinesi voleva che arrestassero. Secondo Haaretz, un attivista israeliano-americano presente sul posto ha dichiarato che “Levi gli ha detto di essere ‘felice’ di aver ucciso [Hathaleen]”. I soldati hanno arrestato cinque abitanti di Umm Al-Khair, quattro dei quali al momento della stesura di questo articolo sono ancora detenuti in Israele.

Anche Levi è stato arrestato e portato oggi [29 luglio] davanti a un giudice a Gerusalemme, non con l’accusa di omicidio [volontario, ndt.], ma di omicidio colposo dovuto ad imprudenza. In tribunale il suo avvocato ha sostenuto che non ci sarebbero prove che i colpi da lui sparati abbiano colpito Hathaleen e che quest’ultimo si trovava troppo lontano (ha affermato, erroneamente, che la distanza fosse superiore a 50 metri) per poter essere stato colpito da un proiettile della pistola di Levi. Il giudice ha deciso di porre Levi agli arresti domiciliari, in attesa di ulteriori procedimenti.

“Per un essere umano come Awdah dovremmo piangere tutti”

Hathaleen collaborava con +972 Magazine dal 2021 e le riprese da lui girate sono apparse nel documentario premio Oscar “No Other Land”. I tre autori di questo articolo, due dei quali hanno co-diretto il film, lo conoscevano personalmente. Basel, anche lui residente a Masafer Yatta, lo considerava un fratello e fatica a credere che se ne sia andato.

Oltre a essere un attivista, Hathaleen era un insegnante di inglese e padre di tre bambini piccoli. All’inizio di quest’anno, era stato invitato a parlare in diverse sinagoghe e altre organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti, ma il suo visto è stato revocato al suo arrivo.

“C’è così tanto da dire su Awdah”, ha detto oggi Alaa, cugino di Hathaleen, ai giornalisti a Umm Al-Khair. “Aveva il cuore più gentile e generoso che avreste mai potuto conoscere nella vostra vita. È una persona che ha servito la sua comunità in modo straordinario, più di chiunque altro. Ogni singolo giorno si è impegnato per i nostri diritti. Ha pagato per questo servizio con il suo sangue, e ora con la sua vita.

La sue frasi più ricorrenti erano: ‘Voglio vivere in pace. Voglio crescere i miei figli in pace. Non voglio che vivano l’occupazione. Non voglio che soffrano come me’. Vogliamo solo vivere con la nostra dignità, libertà e diritti, senza soffrire. Quando finirà tutto questo?”

Nel 2022 lo zio di Hathaleen, Haj Suleiman, fu travolto con conseguenze letali da un carro attrezzi della polizia israeliana entrato a Umm Al-Khair per confiscare auto non registrate. Icona della resistenza non violenta nella regione per diversi decenni, la sua uccisione fu compianta non solo dall’intero villaggio, ma da migliaia di persone giunte da tutta la Cisgiordania per il suo funerale.

“Viviamo in costante pericolo”, scrisse Hathaleen mentre dopo l’incidente suo zio lottava ancora tra la vita e la morte. “In qualsiasi momento, mentre svolgiamo le nostre attività quotidiane, potremmo ritrovarci a perdere un arto o a rimanere paralizzati per sempre.” Dopo la morte di Haj Suleiman per le ferite riportate, avvenuta pochi mesi dopo, Hathaleen aiutò a dipingere un murale in suo onore, che ora adorna la facciata del centro comunitario del villaggio.

Stamattina gli abitanti hanno allestito una tenda funebre fuori dallo stesso centro comunitario per onorare Hathaleen. La pozza di sangue fuoriuscito dal petto di Hathaleen dopo l’impatto del proiettile era circondata da pietre e nascosta dietro delle sedie, ma alcuni parenti si sono seduti di fronte, con gli occhi pieni di lacrime.

Questo pomeriggio è intervenuto l’esercito israeliano e ha ordinato agli abitanti di smantellare la tenda, minacciando di rimuoverla con la forza. Come tutti i villaggi palestinesi in questa parte della Cisgiordania, Israele si rifiuta di rilasciare permessi di costruzione per Umm Al-Khair e demolisce regolarmente qualsiasi nuova costruzione.

Sembra che ora l’esercito abbia deciso che questo divieto totale di costruzione si estenda anche all’erezione di lapidi: oggi i soldati hanno detto ai familiari di Hathaleen che il suo corpo non verrà consegnato finché non accetteranno di non seppellirlo all’interno del villaggio. Successivamente i soldati hanno usato granate stordenti per cacciare amici e attivisti giunti a Umm Al-Khair per porgere le condoglianze.

Il cugino di Hathaleen, Eid, che si era recato con lui negli Stati Uniti all’inizio di quest’anno prima che i loro visti venissero revocati, lo ha descritto come un convinto sostenitore della resistenza non violenta e come un eccezionale calciatore. “Mi dispiace molto per aver perso il mio amico, il ragazzo cresciuto insieme a me”, ha detto. “Io ho 42 anni, lui ne aveva 31. Lo conosco da quando ero bambino. Era un attivista per i diritti umani, una persona che amava tutti”.

L’anno scorso, dopo un’ondata particolarmente brutale di demolizioni israeliane a Umm Al-Khair, Hathaleen ha riflettuto su come l’occupazione condanni i palestinesi a un trauma multigenerazionale. “In mezzo a tutta questa ingiustizia spesso ci sentiamo dimenticati, persi o senza speranza”, ha scritto. “A volte ci chiediamo: perché gli israeliani ci vedono come terroristi e nemici? Perché il mondo non agisce per ottenere giustizia per i palestinesi?

“Ma il più delle volte ci sentiamo stanchi”, ha continuato. “Gli attacchi, i raid, le demolizioni: ci pensiamo continuamente. Dico sempre che vorrei che il destino non ci avesse portati fino a questo punto. Ma ora siamo bloccati qui; non c’è modo di andarcene.”

“Hanno sparato ad Awdah, l’uomo della resistenza pacifica”, si lamentava oggi Alaa. “Un insegnante, un padre, un cugino, un marito. Tre figli rimasti senza padre. Questo è quanto soffriamo ogni giorno.

“Per Awdah gli uomini dovrebbero piangere con le donne”, ha continuato. “Per un essere umano come Awdah, dovremmo piangere tutti. Abbiamo perso Awdah, la persona più umana di chiunque altro. La persona più pacifica. Più pacifica di quanto possiate immaginare. Che Dio lo accolga.”

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter per Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

 




Escrementi di soldati israeliani nelle pentole: quando l’IDF si è impossessato di centinaia di case in Cisgiordania

Amira Hass

28 luglio 2025 – Haaretz

Durante la guerra di Israele con l’Iran l’esercito ha occupato circa 250 case ed appartamenti in tutta la Cisgiordania, convertendoli in basi improvvisate e centri di interrogatori. Quando i soldati se ne sono andati gli abitanti sono tornati nelle case ridotte nel caos

Porte scardinate, armadi rotti, scaffali ribaltati col loro contenuto sparso sul pavimento, bagni sudici, serbatoi rotti, mucchi di vestiti e materassi in disordine e coperte imbrattate di feci – è questo lo scenario che ha accolto la famiglia Amouri quando è tornata nella sua casa a Balata, il più grande campo profughi della Cisgiordania. Erano stati costretti ad andarsene dopo che soldati israeliani avevano trasformato casa loro in una base temporanea.

Ho dovuto far andare la lavatrice per 24 ore consecutive”, afferma Dalal Amouri, la madre della famiglia. “Ho dovuto buttar via alcuni vestiti, erano troppo sporchi. Abbiamo trovato della carne presa dal freezer e buttata sul pavimento. Il bagno era così sporco che non potevamo nemmeno entrarci.”

La loro casa non era l’unica in quelle condizioni. Nelle ultime due settimane di giugno, durante la guerra Israele-Iran, l’esercito ha occupato circa 250 case e appartamenti nei campi profughi, nei villaggi e in alcuni quartieri delle città in tutta la Cisgiordania. In queste case abitano almeno 1.350 persone. La maggior parte di loro sono state scacciate, di solito in piena notte. In alcuni casi l’esercito è rimasto nelle case solo per qualche ora; nella maggior parte dei casi l’occupazione è durata ovunque dai due agli 11 giorni.

In questi periodi i soldati hanno condotto brevi incursioni nelle case vicine. Interi villaggi o specifici quartieri al loro interno sono stati sottoposti a coprifuoco o a severe restrizioni di movimento.

Solo poche delle case occupate erano vuote. In alcuni casi le famiglie sono state confinate in una sola stanza mentre soldati armati controllavano la porta. Più spesso gli abitanti sono stati costretti ad andarsene tutti e l’esercito ha usato le case come basi e, in molti casi, come centri di detenzione e interrogatorio per decine di uomini.

I soldati hanno strappato strisce di vestiti per usarle per bendare i detenuti”, dice Subhiya Hamadeh, anche lei abitante di Balata. Uno dei suoi vicini, che è stato arrestato, le ha detto di essere stato chiuso in una toilette con altre sei o sette persone per due o tre ore prima di essere interrogato e rilasciato.

L’esercito israeliano da lungo tempo è solito convertire le case in postazioni militari, avamposti e postazioni di cecchini. Ma l’occupazione di un così gran numero di case simultaneamente in così tante zone della Cisgiordania è un fatto senza precedenti. Secondo un rapporto preliminare dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) e informazioni ottenute da Haaretz, la maggior parte delle case coinvolte, circa 150, si trovavano in cittadine e villaggi del distretto di Jenin e circa 800 persone hanno dovuto abbandonarle.

In base allo stesso rapporto a Hebron, compresa l’area H2 (sotto totale controllo israeliano), l’esercito ha occupato almeno 25 unità residenziali e il tetto di una scuola. In quelle proprietà vivevano circa 300 persone.

In ciascuna casa occupata si sono posizionati decine di soldati. Secondo testimonianze raccolte dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, da ricercatori dell’ONU e da Haaretz, le famiglie che sono tornate a casa hanno trovato i loro effetti personali rotti, i mobili rovesciati o distrutti e le porte scardinate. Materassi, lenzuola e coperte erano stati usati o insudiciati. Alcuni hanno raccontato che prodotti per l’igiene e cibo sono stati consumati o danneggiati.

Alcune famiglie hanno riferito che la loro riserva di acqua era stata completamente consumata. A causa delle quote di acqua imposte da Israele, le municipalità e le compagnie palestinesi le forniscono ai quartieri a rotazione e le famiglie le immagazzinano in taniche sul tetto. Ad altezze maggiori o nei mesi estivi spesso le famiglie devono comprare l’acqua dalle cisterne a un prezzo tre volte superiore a quello comunale. “Non abbiamo trovato neanche una goccia d’acqua nelle nostre taniche sul tetto”, afferma Dalal Amouri.

La famiglia Amouri ha documentato tutto al momento del suo ritorno: “Abbiamo saputo dai vicini che quando sono andati via, la notte del 19 giugno, i soldati hanno dato fuoco alla loro immondizia proprio fuori alla nostra porta d’ingresso”, dice Ahmed, il figlio di Dalal. “Se le squadre di difesa civile (i vigili del fuoco) non fossero arrivate in fretta l’intera casa sarebbe bruciata.”

All’interno la famiglia ha scoperto una decina di ventilatori elettrici che i soldati avevano raccolto dalle case dei vicini. Quando Ahmed li ha riportati ai loro proprietari un vicino gli ha riferito che un soldato aveva detto: ‘Avete l’aria condizionata, non avete bisogno dei ventilatori.’”

Il figlio di Ahmed, di due anni, ha visto i soldati ed è scoppiato a piangere, chiedendo di giocare con uno dei loro fucili. “Tutti i nostri figli sanno che cosa sono le armi,” afferma Ahmed. Sua madre aggiunge: “La prima parola che dicono i nostri bambini è ‘takh’, sparare. Eravamo abituati a conoscere gli ebrei e volevamo vivere con loro. Ma i piccolini? Loro conoscono solo quelli che sparano.”

Come altre, anche la famiglia Amouri riferisce che mancavano oggetti di valore: due anelli d’oro, sei orologi costosi (i più economici li hanno trovati buttati a terra), pietre preziose, una penna d’oro e dei profumi.

In alcune case con contatori elettrici prepagati, una volta esaurito il credito i soldati pare abbiano chiamato le famiglie sfollate chiedendo loro di ricaricare da remoto il conto in modo che i soldati potessero continuare ad usare l’elettricità.

Diversi testimoni hanno descritto scene di immondizia e sudiciume abbandonati – compresi escrementi dentro a pentole e sulle coperte e bottiglie piene di urina sul pavimento. I palestinesi (e chi scrive questo articolo) hanno riscontrato per la prima volta queste pratiche durante la seconda Intifada in Cisgiordania e nuovamente durante la guerra del 2009 a Gaza.

In ogni casa le famiglie hanno impiegato giorni per pulire e rimuovere i rifiuti dopo che i soldati se ne sono andati. Come gli Amouri, altre famiglie hanno riferito di furti di denaro, gioielli e oggetti personali.

Una bandiera israeliana su un cavo elettrico”

La ricerca di Haaretz ha scoperto che le prime case occupate dall’esercito israeliano durante l’operazione di giugno erano nel villeggio di Nazlet Zeid, parte del governatorato di Jenin. Nel pomeriggio di venerdì 13 giugno le jeep dell’esercito sono entrate nel villaggio e i soldati hanno ordinato agli abitanti di due ville di evacuare “entro dieci minuti”.

Secondo il consiglio del villaggio i soldati sono rimasti 11 giorni, durante i quali il villaggio è stato sotto coprifuoco. Secondo i dati del Dipartimento Affari Negoziali (NAD) dell’OLP a Zeita, parte del governatorato di Tulkarem, i soldati sono restati in tre case per 10 giorni, fino al 24 giugno. Nella cittadina di Ya’bad tra il 24 e il 25 giugno tre case sono state trasformate in postazioni militari, mentre i soldati hanno fatto irruzione in 113 case durante un coprifuoco imposto sulla cittadina.

In base ai dati di B’Tselem e dei Comitati di Servizi Popolari dei campi (PSC) nei campi profughi di New Askar e Balata, nell’area di Nablus, l’esercito ha occupato almeno 24 case. Il 16 giugno alle 2 di notte massicce forze militari sono entrate a New Askar, che ospita circa 6.500 abitanti. Membri dei PSC hanno riferito a Haaretz che i soldati sono arrivati a piedi dalla direzione della colonia Elon Moreh ad est, mentre altri sono entrati su veicoli attraverso i due principali ingressi del campo.

Oltre a sette appartamenti residenziali l’esercito ha occupato anche un edificio pubblico che ospita gli uffici dei PSC.

Abbiamo saputo dai vicini che i soldati erano nell’edificio ed hanno anche issato una bandiera israeliana su uno dei cavi elettrici”, ha detto Talal Abu Kishek. Quando due giorni dopo i soldati sono andati via si sono lasciati dietro “incredibili quantità di immondizia. Sudiciume dovunque”, afferma.

Il suo collega Mohammed Abu Kishek aggiunge: “Evidentemente i soldati hanno utilizzato tutto ciò che potevano per sedersi o sdraiarsi, anche le barelle che tenevamo di scorta. Tre porte sono state scardinate e tutti i nostri documenti sparpagliati. Ci è voluta una settimana per riorganizzare tutto.”

Durante quei due giorni i soldati hanno fatto irruzione in circa 100 case del campo.

Nella casa di Khadijah e A’atef Kharoushi, a New Askar, 12 membri di una famiglia vivono sotto lo stesso tetto. Secondo Khadijah “i soldati sono arrivati appena prima della chiamata per la preghiera del mattino. Ci hanno buttati fuori casa. Siamo andati dai vicini, ma i soldati non ci hanno lasciati stare neanche là.”

Allora hanno chiesto che suo marito telefonasse al loro figlio, che abita a Nablus, dicendogli di venire subito. È arrivato con sua moglie e i loro quattro figli. I soldati hanno interrogato lui, uno dei figli e un altro dei nipoti dei Kharoushi.

Il nipote dice a Haaretz che gli hanno chiesto di qualcuno che era stato ucciso dai soldati. “Dato che non sapevo rispondere il soldato mi ha picchiato”, afferma.

Come ad altre famiglie di Askar, ai Kharoushi è stato ordinato di lasciare il campo.

Siamo tornati solo quando i vicini ci hanno detto che i soldati erano andati via”, dice A’atef, conosciuto anche come Abu al Abed. “Quel che abbiamo dovuto buttar via dalla casa avrebbe potuto riempire un camion intero. Abbiamo anche gettato i materassi che hanno usato. Hanno scardinato tre porte. Hanno usato tutto quel che potevano, in cucina e nel bagno.”

Lui e sua moglie si sono risparmiati le scene del sudiciume: “Mio figlio e i suoi amici sono venuti a pulire prima che ci fosse permesso di rientrare”, racconta.

Si è riscontrata la mancanza di qualche centinaio di shekel e di un cardellino in gabbia – anche se Abu al-Abed si astiene dall’incolpare direttamente i soldati. Tuttavia una cosa che tutti hanno notato è il modo in cui sono stati trattati gli animali di casa. “Si sono presi cura del cavallo, delle colombe e delle galline che teniamo fuori dalla casa,” sostiene. “I vicini li hanno visti uscire a dargli da mangiare.”

Anche Abd al-Rahim Amouri, un ex dipendente dell’ospedale governativo di Nablus, ha notato che i soldati hanno trattato con cura i conigli della sua famiglia, che stavano sul tetto della loro casa a Balata. “Eravamo preoccupati per loro, ma quando siamo tornati abbiamo visto che i soldati gli avevano dato cibo e acqua”, dice.

Il modo in cui i soldati hanno trattato la casa e i suoi abitanti è stata tutt’altra cosa.

Quando la mattina presto del 18 giugno hanno cominciato a colpire e prendere a calci la porta gli sono andato incontro”, ricorda Amouri. “Ho chiesto a loro di entrare con calma. Ho cercato di essere ragionevole, di dialogare. Gli ho persino offerto un caffè.”

Ma i soldati sono entrati in modo aggressivo e hanno iniziato a distruggere gli oggetti della casa.

Forse era la prima volta che facevano una cosa del genere e sentivano di dover dimostrare qualcosa”, dice Amouri, aggiungendo che l’ufficiale responsabile ha cercato di calmare i soldati.

Ha chiesto come stavo. Gli ho detto: ‘Mi avete cacciato da casa mia sia 20 anni fa che 50 anni fa. Avete espulso la mia famiglia 78 anni fa. Come pensi che mi senta?’”

Una delle prime cose che i soldati hanno fatto è stata appendere una bandiera israeliana fuori dalla porta d’ingresso. Suo figlio Ahmed ricorda che cosa è successo dopo: “Ci hanno dato due opzioni: o restare tutti noi 13 chiusi insieme in una stanza per 72 ore oppure lasciare la casa.”

Dove andrò?”

In un’altra casa a Balata di proprietà della famiglia Hamadeh, in cui 17 persone vivono su due piani, i soldati israeliani hanno preso il controllo dell’edificio alle 3 di notte di mercoledì 18 giugno.

Abbiamo sentito suonare il campanello della porta. Ho detto a mio marito che c’era l’esercito. Eravamo appena usciti dalla stanza quando hanno sfondato la porta ed erano già dentro”, racconta Subhiya, in origine Haj Yahya, nativa della città del triangolo [la zona in cui si concentrano i palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] di Taybeh, nella Cisgiordania israeliana, che ha parlato ai soldati in ebraico.

A quanto dice, un soldato ha dato un pugno in faccia a suo marito Ali. Decine di soldati hanno invaso la casa. Alcuni erano mascherati, altri no. “C’era un giovane soldato al piano terra e uno più anziano è salito al secondo piano”, afferma.

Ali, che ha lavorato per 21 anni in una lavanderia a Herzliya [città costiera israeliana, ndt.], capiva tutto quello che dicevano i soldati.

Quando sono entrati si sono rivolti a me dicendo: ‘Ascolta, dovete lasciare la casa.’ Io ho chiesto: ‘Dove dovrei andare?’ Uno di loro ha detto: ‘Andate dove volete, tornate venerdì.’ Io ho detto: ‘Lasciatemi portare qualcosa con me.’ L’ufficiale ha detto: ‘Veloci, veloci, avete due minuti.’ Io ho detto: ‘Che cosa intendete? I bambini sono di sopra’. Lui mi ha detto: ‘Vieni con me dai bambini’.

Quando Ali è andato di sopra alcuni dei figli e dei nipoti dormivano ancora. Afferma di aver visto un ufficiale dare un calcio in testa col piede ad una delle sue nipoti addormentate. Ali ha svegliato con gentilezza i bambini dicendo loro di non aver paura e di portarsi via un cambio di vestiti. Sua moglie, ancora al piano di sotto, li ha sentiti piangere.

Quando la famiglia è uscita nell’oscurità una telecamera di sorveglianza ha filmato il momento: il bagliore dei fari della jeep militare, soldati armati posizionati lungo la stradina accanto a porte di ferro chiuse – e nel centro uno dei figli di Subhiya e Ali con due dei loro nipoti, uno dei quali con un gatto in braccio.

I soldati hanno lasciato la casa giovedì alle 22. La famiglia è tornata il mattino seguente presto, venerdì, dopo aver passato la notte distribuita in tre case vicine fuori dal campo.

Stiamo ancora soffrendo per la presenza dei soldati qui”, ha affermato Ali ad Haaretz due settimane fa. “Ci hanno rubato del cibo. Abbiamo trovato topi in casa. Dopo qualche giorno abbiamo iniziato a sentire prurito. Sono venuti degli operatori dell’UNRWA ed hanno disinfestato le nostre camere da letto.”

Da un armadietto che appartiene alla sorella di Ali, che abita con loro, sono spariti 3.000 shekel [circa 700 euro]. Il denaro era stato messo da parte per un’organizzazione di beneficenza di cui lei fa parte e doveva essere distribuito a persone bisognose. Fortunatamente la famiglia era riuscita a portare con sé i gioielli d’oro quando è stata cacciata.

Quando Haaretz ha chiesto all’esercito quanti edifici e appartamenti sono stati convertiti in basi militari temporanee, il portavoce ha rifiutato di rispondere direttamente. Invece l’ufficio ha rilasciato la seguente dichiarazione:

In accordo con le direttive del comando ed entro i limiti consentiti dalla legge, le forze dell’IDF hanno temporaneamente preso possesso di diverse proprietà, inclusi edifici e case privati, per brevi periodi di tempo. Queste azioni sono state condotte per chiari motivi operativi, seguendo le corrette procedure e con l’approvazione degli ufficiali autorizzati, impegnandosi a ridurre al minimo per quanto possibile la perturbazione della vita quotidiana degli abitanti.

L’IDF non è a conoscenza di denunce di danni alla proprietà, comportamenti anti-igienici, uso improprio di beni privati o danni fisici agli abitanti. Se fossero inoltrate specifiche denunce, comprendenti informazioni dettagliate circa luoghi e tempi, esse verranno accuratamente esaminate. Simili incidenti sono in contraddizione con i valori dell’IDF e, se risultasse che siano avvenuti, saranno trattati con severità.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




[Yair] Golan: “gli ebrei commettono massacri sistematici in Cisgiordania, Ben Gvir è un criminale”

Redazione di MEMO

22 luglio 2025 – Middle East Monitor

Yair Golan, capo del Partito Democratico [partito di centro israeliano, ndt.], ha dichiarato in una intervista al programma Shefa che gli ebrei stanno portando avanti “massacri” contro i palestinesi in Cisgiordania con cadenza regolare e sistematica.

Golan, le cui dichiarazioni sono state riferite dal canale ebraico Kan, ha confermato che, diversamente dal passato, ora tali atti sono commessi da ebrei. Ha criticato le autorità israeliane per aver fallito nella risposta e non aver arrestato neppure un aggressore, puntualizzando che questi atti avvengono senza alcuna difficoltà.

Golan ha aggiunto che “il governo israeliano ha perso il controllo,” sottolineando che nel Paese non non ci sono né legge né ordine.

Durante l’intervista Golan ha anche criticato il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir, affermando:

Non c’è né legge né ordine nello Stato di Israele perché un criminale sta guidando il ministero della Sicurezza Nazionale. Quando cedi le chiavi dell’applicazione delle leggi ad un criminale, questo è il risultato.”

Ha anche fatto affermazioni sulla violenza in corso nella società araba, accusando il governo di Israele di essere arrendevole riguardo a questa questione.

Golan ha continuato ad esprimere preoccupazione per il fatto che le prossime elezioni potrebbero essere le ultime tenute “liberamente e in modo equo,” dichiarando che ci sono tentativi deliberati del governo per impedire [lo svolgimento di] libere elezioni. Egli ha sottolineato l’importanza di libere elezioni per ogni democrazia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Aumentano irruzioni nelle case e violenze: a Hebron è in corso il trasferimento “volontario” dei palestinesi

Gideon Levy e Alex Levac

11 luglio 2025 https://archive.is/yzTdM

Mentre la guerra infuria, le incursioni di coloni e soldati israeliani nelle case palestinesi della Città Vecchia di Hebron diventano sempre più frequenti e violente

La piazza del mercato è vuota, come recita la famosa canzone su un’altra Città Vecchia, quella di Gerusalemme. Il mercato principale di Hebron è quasi completamente deserto da anni. Per capirne il motivo, basta alzare lo sguardo: appesi alle grate metalliche installate dai palestinesi per proteggere le bancarelle dai coloni, pendono sacchetti di spazzatura ed escrementi che questi ultimi lanciano ai passanti.

Le case dei coloni nel Quartiere Ebraico di Hebron incombono sul mercato morto e vi si affacciano. Oltre il checkpoint, in quel quartiere, non è rimasto un solo negozio o bancarella palestinese. Più avanti, anche la parte ancora aperta del mercato questa settimana era semideserta. Non mancano prodotti e bancarelle colorate, ma i clienti sono pochi.

I palestinesi non hanno soldi, in una città che un tempo, prima dello scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, era il centro economico della Cisgiordania. Volete sapere perché? Guardate il cancello d’ingresso principale. Questa settimana era sprangato. Una città di un quarto di milione di abitanti è chiusa a chiave. Esiste qualcosa di simile in un altro luogo del pianeta?

I soldati israeliani controllano l’ingresso principale a Hebron. A volte aprono il cancello, a volte no. Non si può mai sapere quando sarà sbloccato. Lunedì scorso, durante la nostra visita, non l’hanno aperto. Ci sono percorsi alternativi, alcuni tortuosi e collinari, ma è impossibile vivere così. Proprio per questo il cancello viene chiuso: perché è impossibile vivere così. Non c’è altra ragione se non il bisogno dell’esercito israeliano di vessare gli abitanti, cosa che fanno ancora più violentemente dopo il 7 ottobre, per spingerli alla disperazione, e forse oltre. In modo permanente.

Forse alcuni sceglieranno finalmente di andarsene, realizzando così il sogno di alcuni dei loro vicini ebrei. Da parte sua, l’esercito israeliano collabora con entusiasmo a questi piani satanici, lavorando a braccetto con i coloni al tanto agognato trasferimento di popolazione. Sotto la copertura della guerra nella Striscia, anche qui le vessazioni hanno avuto un’accelerazione e sono quasi senza freni.

Nessun luogo lo dimostra meglio dell’Area H2, sotto controllo israeliano, che include l’insediamento ebraico nella città e gli antichi quartieri che lo circondano. Qui il trasferimento non striscia, galoppa. Gli unici palestinesi ancora visibili sono quelli che non hanno i mezzi per abbandonare questa vita infernale, sotto il terrore dei coloni e dell’esercito, in uno dei centri dell’apartheid in Cisgiordania. Qui si trovano antichi edifici in pietra, adornati di archi, in un quartiere che potrebbe essere un tesoro culturale, un sito patrimonio dell’umanità, ma che giace abbandonato e semidistrutto, tra la spazzatura dei coloni e i loro graffiti d’odio ultranazionalista.

Dopo aver parcheggiato (ora c’è abbondanza di spazio nel mercato desolato) imbocchiamo una scala stretta e buia. Attraverso la finestra con le sbarre si vedono cumuli di rifiuti; dietro di essi, le istituzioni dei coloni: Beit Hadassah, il centro religioso di studi Yona Menachem Rennart e l’edificio del Fondo Joseph Safra. Le case dei coloni sono a portata di mano. Basta allungare un braccio.

Questa è Shalalah Street, in parte sotto controllo palestinese. L’antico edificio in pietra che abbiamo visitato è stato ristrutturato negli ultimi anni dal palestinese Comitato per la Riabilitazione di Hebron, e non si può non ammirarne la bellezza, nonostante le deprimenti condizioni dei dintorni. A poche decine di metri dal checkpoint che conduce al Quartiere Ebraico, questa struttura stretta su tre piani ospita cinque famiglie. La famiglia allargata Abu Haya, genitori, figli e nipoti, inclusi 15 tra bambini e neonati, rimane qui per l’affitto basso.

Attraversando una ressa di bambini saliamo al terzo piano, nell’appartamento di Mahmoud Abu Haya e sua moglie Naramin al-Hadad. Mahmoud ha 46 anni, Naramin 42, hanno cinque figli, alcuni dei quali già con famiglia propria. Naramin aveva 15 anni quando si è sposata, racconta con un sorriso.

Il padre di famiglia, un tempo muratore ad Ashkelon, è disoccupato da quando è scoppiata la guerra, il 7 ottobre 2023. Naramin cucina a casa e vende il cibo agli abitanti del luogo. Questa è l’unica fonte di reddito della famiglia al momento. Prima della guerra, era anche volontaria nell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Con una videocamera fornita dell’ONG nell’ambito del suo Camera Project, documentava ciò che accadeva nella zona. Ma ora Naramin non osa più partecipare al progetto. È troppo pericoloso possedere una videocamera qui. L’ultima volta che l’ha usata, l’unica durante la guerra, è stato circa cinque mesi fa, quando ha documentato un incendio appiccato dai coloni sulla tettoia sovrastante il mercato. Circa un mese e mezzo fa, i soldati sono venuti nell’appartamento, hanno mostrato a Naramin una foto di suo figlio Nasim di 7 anni, e poi sono andati via portandolo con sé – se lo sono portato via. L’hanno rilasciato, terrorizzato, circa mezz’ora dopo.

Le incursioni notturne nelle case palestinesi sono diventate molto più frequenti negli ultimi 21 mesi. Da una volta al mese, in media, l’esercito ora irrompe nelle loro case almeno una volta a settimana, dice Naramin, quasi sempre nel cuore della notte.

Nessun israeliano conosce una realtà in cui, per anni, in qualsiasi momento, ti svegli di soprassalto al rumore e alla vista di decine di soldati armati e mascherati che invadono la tua casa, a volte con i cani, per poi spingere tutti gli occupanti storditi, inclusi i bambini terrorizzati, in una sola stanza. In alcuni casi gli invasori picchiano e perquisiscono violentemente i locali, lasciando una scia di distruzione dietro di sé; in tutti i casi insultano e umiliano.

In passato, queste incursioni sembravano avere uno scopo: l’arresto di un sospettato, la ricerca di materiale bellico. Ma dall’inizio della guerra si ha l’impressione che l’unica ragione dei raid sia seminare paura e panico, e inasprire la vita dei palestinesi. Chiaramente non hanno altro scopo.

L’ultimo episodio che ha coinvolto la famiglia Abu Haya è avvenuto una settimana fa. Nelle prime ore di giovedì scorso, Maher, figlio di Naramin, 24 anni, sposato con Aisha di 18 e padre di due bambini piccoli, è uscito di casa ma è tornato indietro dopo aver visto i soldati avvicinarsi alla porta d’ingresso.

Le telecamere di sicurezza installate dalla famiglia mostrano Maher innocentemente in piedi in strada e i soldati che appaiono all’improvviso. Gli hanno ordinato di farli entrare e guidarli nell’edificio. Maher li ha portati all’altro ingresso, che conduce all’appartamento di suo fratello Maharan, 23 anni, sposato e padre di una bimba di 6 settimane, per evitare di svegliare tutti gli altri numerosi bambini nell’edificio.

Ma a Maher è stato ordinato di svegliare tutti e radunare gli occupanti di ogni piano in una stanza. I soldati non hanno detto nulla sul motivo dell’operazione. Maharan aveva appena cercato di mettere a dormire la figlia quando i soldati hanno fatto irruzione. Maher ha bussato alla porta dell’appartamento dei genitori e li ha svegliati. Suo zio Hamed, 35 anni, è stato tirato giù dal letto; nonostante fosse stato spiegato ai soldati che era in convalescenza dopo un intervento alla schiena è stato afferrato per la gola e trascinato fuori.

Le tre famiglie del terzo piano sono state concentrate nel piccolo soggiorno in cui siamo stati ospitati questa settimana. Naramin ricorda che era preoccupata per ciò che accadeva ai piani inferiori. Hanno sentito Maher urlare, come se venisse picchiato.

Un soldato ha strappato la tenda all’ingresso del soggiorno di Naramin, poi i suoi compagni hanno fracassato gli oggetti di vetro nella credenza. Senza motivo. I bambini hanno cominciato a piangere. Naramin voleva aprire una finestra, perché dentro si soffocava, ma un soldato, più giovane della maggior parte dei suoi figli, glielo ha impedito.

Il giorno dopo, la ricercatrice sul campo di B’Tselem Manal al-Ja’bri ha raccolto la testimonianza della moglie di Maharan. Ha raccontato che la bimba piangeva e che voleva allattarla, ma i soldati non glielo permettevano. Anche le richieste di acqua sono state rifiutate.

Dopo circa un’ora, le truppe hanno ordinato a Naramin e agli altri della sua famiglia di spostarsi in un altro appartamento dell’edificio. Il pavimento era cosparso di vetri rotti e lei aveva paura per i suoi bambini scalzi. Poi ha sentito il rumore di stoviglie che si rompevano nella sua casa. I soldati hanno anche gettato a terra il ventilatore, rompendolo.

Ja’bri dice di aver già documentato circa 10 casi simili di distruzione fine a se stessa nella stessa zona, popolata da palestinesi economicamente svantaggiati.

Qual era lo scopo dell’incursione della scorsa settimana? Ecco la risposta dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano questa settimana: “Il 2 luglio 2025, l’IDF ha operato nella città di Hebron, che è sotto la supervisione della Brigata Ebraica, in seguito a informazioni di intelligence. L’attività si è svolta senza eventi eccezionali, e le accuse di distruzione di proprietà non sono note.”

Verso le 2 di notte è scesa la quiete sull’edificio. Naramin ha osato guardare fuori per vedere se i soldati se ne fossero andati; avevano lasciato la casa senza avvisare gli occupanti. A chi importava? I palestinesi potevano rimanere dove erano fino al mattino. Maher era ferito ma non ha voluto dire a sua madre cosa gli avessero fatto. Le tre auto della famiglia erano state vandalizzate; le chiavi sono state trovate nel cassonetto.

Mentre ci servivano il caffè, la famiglia ha scoperto che anche il vetro del tavolo era incrinato. Stanno pensando di andarsene? Naramin sobbalza come morsa da un serpente, e risponde con un secco “No”.

La scorsa settimana quattro famiglie hanno lasciato il vicino quartiere di Tel Rumeida. Non ce la facevano più. In totale, Ja’bri stima che almeno 10 famiglie abbiano abbandonato il quartiere dall’inizio della guerra. La scorsa settimana a quanto pare non c’erano problemi di sicurezza da investigare e a Tel Rumeida, dove ai palestinesi non è permesso introdurre alcun tipo di veicolo, nemmeno un’ambulanza, è stato concesso l’ingresso a un veicolo commerciale per rimuovere le proprietà delle famiglie in partenza. Alcuni fini, a quanto pare, giustificano tutti i mezzi.

Siamo poi saliti sul tetto, per vedere il panorama. Antichi edifici in pietra piantati sul pendio. Ma il tetto era soffocato su tutti i lati dagli edifici dei coloni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Morte di un villaggio

Yigal Bronner

11 luglio 2025, London Review of Books

Quando i coloni sono entrati nel villaggio palestinese di Mu’arrajat, tutti sapevamo che cosa sarebbe successo subito dopo. Quello che è successo tante e tante volte in Cisgiordania. Invasione, molestie, furti e terrore, fino al raggiungimento dell’obiettivo non nascosto: ripulire l’area dai non-ebrei. Io e gli altri attivisti che erano con me però non potevamo smettere di tentare. Quindi alle 22.30 del 2 luglio alcuni di noi sono partiti da Gerusalemme e hanno percorso la strada tortuosa che scende verso la valle del Giordano. Mu’arrajat prende il nome da quelle curve. O lo prendeva.

Verso sera diverse decine di coloni dai vicini avamposti illegali si sono radunati nel villaggio. Alcuni sono arrivato con materiale da campeggio, altri hanno portato un gregge di pecore. Poi hanno fatto irruzione nelle case dei palestinesi. In una hanno spostato i mobili nella veranda, si sono seduti e hanno fatto come se fossero a casa propria. Un altro gruppo ha fatto uscire un gruppo di sessanta capre e pecore dal recinto di Ibahim e le ha portato via dal villaggio. Nessuno ha più rivisto quegli animali. Un terzo gruppo ha tagliato la corrente a una delle case. Dentro c’erano donne e bambini. Terrorizzati che venisse dato fuoco alla loro casa sono scappati portando con sé solo i vestiti che avevano addosso. I coloni sono entrati e hanno rubato soldi e oggetti di valore.

I leader di questo attacco ben orchestrato, uomini provenienti dalle colonie e dagli avamposti intorno al villaggio, erano sul posto e davano ordini. Ma la maggior parte degli aggressori erano degli adolescenti, i cosiddetti “giovani delle colline” che sono alla testa del crescente movimento di supremazia ebraica in Israele.

Siamo arrivati al villaggio dopo che il gregge di pecore era stato rubato ma prima dell’attacco alla casa a cui era stata tagliata la corrente. La polizia era stata chiamata ma non si vedeva da nessuna parte. L’ho chiamata alle 23.48. Hanno detto che stavano arrivando. L’ho chiamata di nuovo a mezzanotte e 34 minuti, spiegando in dettaglio il pericolo che correvano le famiglie palestinesi, gli attivisti (i coloni stavano lanciando pietre ai miei colleghi e li colpivano con delle mazze) e le proprietà. “Cosa state aspettando” ho chiesto. “Che succeda qualche disgrazia? Perché non mandate una macchina della polizia? Vi abbiamo chiamato molte volte!” Mi è stato rimproverato di avere un tono isterico e mi hanno detto di aspettare pazientemente, perché le forze di sicurezza stavano arrivando. Anche altri avevano chiamato e ricevuto risposte simili. La polizia non è mai arrivata.

A Gerusalemme un’avvocata che rappresenta il villaggio stava preparando una richiesta urgente alla Corte Suprema di Israele di emettere un ordine che imponesse alla polizia e l’esercito di rimuovere i coloni invasori. Ci mandava continue richieste di aggiornamento. Le mandavamo continue risposte. La richiesta è stata presentata il giorno seguente, ma il giudice della Corte Suprema Alex Stein ha detto che non c’era motivo di intervenire, data che si presumeva che le forze di sicurezza avrebbero agito per preservare l’ordine. L’avvocata ha fatto ricorso, che è stato nuovamente respinto. Non ci sarebbe stato nessun intervento della polizia, dell’esercito o dei tribunali, come i leader dei coloni ben sapevano. Hanno detto ai palestinesi che avevano 24 ore per andarsene, o sarebbe stato peggio per loro.

I residenti conoscevano la procedura. La stessa che avevano visto in tutta la Cisgiordania. Alla fine di maggio la stessa cosa era successa a Mahayer al-Dir: i coloni avevano stabilito un avamposto nel villaggio, avevano attaccato i residenti e svaligiato le loro case; anche lì la polizia e i tribunali non erano intervenuti quando i coloni avevano dato i loro ultimatum. Gli abitanti del villaggio che avevano tardato a fare i bagagli erano stati picchiati dai coloni, e diversi tra loro erano finiti in ospedale con ferite gravi. I residenti di Mu’arrajat, che avevano amici e familiari a Maghayer al-Dir, non hanno aspettato fino alla mattina per andarsene. L’ultimatum dei coloni è stato rispettato entro le 24 ore. Le case erano state smantellate, i beni di prima necessità impacchettati e portati via, la scuola svuotata. Tutti i 250 residenti se ne sono andati.

Ne ho conosciuto bene alcuni durante gli ultimi cinque anni. Ho parlato con Alia ogni volta che iniziavo il turno di notte, di modo che sapesse chi chiamare in caso di emergenza. Suliman mi chiamava quasi tutte le notti, quando i coloni prendevano a pugni la sua porta di casa. Erano vessati, invasi e terrorizzati; i coloni hanno dato fuoco alla moschea del villaggio; nonostante questo hanno mantenuto la loro dignità. Ho visto i villaggi intorno a loro cadere uno dopo l’altro, ma loro continuavano a resistere. Adesso anche loro sono dispersi, senza casa, sradicati.

I coloni, nel frattempo, stanno celebrando un’altra vittoria nei social media: l’espulsione di un’altra comunità di “nemici” o “invasori”, come chiamano le persone la cui terra e le cui case hanno invaso e occupato. L’intera valle del Giordano è stata ebraicizzata.

Quando una persona muore, ci sono dei rituali che ci aiutano a piangerne la scomparsa, e persone che ci guidano nell’elaborazione del lutto. Ma cosa possiamo fare quando un intero villaggio è cancellato, quando la vita di un’intera comunità viene distrutta? Specialmente quando nessuno intorno a noi sembra farci caso, quando a nessuno sembra importare nulla?

Mu’arrajat non esiste più.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Troppe persone sono complici del vergognoso trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane

7 luglio 2025, Haaretz

Il quadro che emerge dalla prigione di Megiddo è davvero terrificante. Un ragazzo di 16 anni che è stato scarcerato era così sottopeso da essere in pericolo di vita, e aveva lesioni da scabbia su tutto il corpo. Questo è successo poco dopo che un ragazzo di 17 anni è morto a Megiddo, con il sospetto che la causa del decesso sia stato il grave stato di malnutrizione.

Un’indagine della giornalista di Haaretz Hagar Sheraf ha messo in luce che entrambi questi casi che coinvolgono minorenni sono parte di un quadro sistemico di inedia, malattie, violenze e incuria sanitaria nei confronti di detenuti e prigionieri palestinesi a Megiddo sotto la responsabilità del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Ma la responsabilità non è solo di Ben-Gvir. Il commissario del Servizio Carcerario Israeliano e i direttori delle carceri mettono in pratica le sadiche direttive di Ben-Gvir. È sotto il loro controllo che ai prigionieri vengono serviti pasti insufficienti e di pessima qualità. È nelle prigioni sotto il loro comando che i prigionieri non ricevono abiti e lenzuola pulite, e sono i prigionieri di cui loro sono responsabili che sono malati e non ricevono cure. E sono sempre loro che permettono che i prigionieri siano sottoposti a violenze quotidiane.

Questa politica crudele è sotto gli occhi di tutti. Anzi, Ben-Gvir se ne vanta. Alcuni gruppi di difensori dei diritti umani stanno cercando di portare alcuni di questi casi all’Alta Corte di Giustizia, ma la Corte sta permettendo questa vergogna perché non si affretta a intervenire. In pratica, secondo le testimonianze pubblicate nel rapporto, perfino i pasti insufficienti che il servizio carcerario dice di fornire non vengono di fatto somministrati ai detenuti, che perdono peso mentre la loro salute si deteriora.

La prigione di Megiddo è forse una delle peggiori, ma non certo l’unica. Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, dall’inizio della guerra 73 prigionieri e detenuti palestinesi sono morti in carcere e nelle strutture di detenzione militari. Il più alto numero di decessi è avvenuto presso la prigione di Ketziot. Un ex detenuto, un residente del Negev che è diventato portavoce dei prigionieri appartenenti ad Hamas, ha descritto nei particolari la situazione nella prigione di Ketziot: pugni in faccia e pasti inadeguati, spesso non cotti a sufficienza, sono la realtà quotidiana anche lì.

Tali condizioni sono inaccettabili, chiunque siano i detenuti. Sfortunatamente troppe persone sono complici di questa condotta vergognosa senza doverne rispondere di fronte alla legge. Anche i sistemi che dovrebbero controllarle hanno paura, permettendo che la situazione si perpetui.

La responsabilità non è solo di Ben-Gvir, del capo del servizio carcerario Kobi Yaakobi e di Meweed Sbeiti e Yaakov Oshri, rispettivamente attuale e precedente direttore di Megiddo. Anche i giudici della Corte Suprema e qualsiasi altro giudice israeliano che riceve ripetuti reclami da parte dei prigionieri e non fa nulla sono ugualmente responsabili.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]