Come von der Leyen ha sposato il movimento dei coloni israeliani

David Cronin  

19 agosto 2025 – The Electronic Intifada

La Palestina viene fatta a pezzi e l’Unione Europea risponde con frasi vuote.

Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze di Israele dichiaratamente fascista, sta ripristinando il progetto E-1 che rilancerà la colonizzazione nell’area che connette Gerusalemme est con il resto della Cisgiordania. Smotrich non fa segreto del fatto che il suo piano è seppellire la prospettiva di uno Stato palestinese.

Lo sta facendo nel momento in cui diversi paesi occidentali vanno verso il riconoscimento di una cosa chiamata Stato di Palestina.

Lo strangolamento delle comunità palestinesi che Smotrich sta promuovendo in Cisgiordania non va considerato prescindendo da come si è vantato di aver annientato ogni speranza per la popolazione di Gaza.

Lui ed altri ministri del governo hanno massacrato l’intero corpo delle leggi internazionali entrate in vigore in seguito all’Olocausto. Le convenzioni dell’ONU che mettono fuori legge il furto delle terre e sanciscono la necessità di impedire e punire il genocidio sono state formulate nella seconda parte degli anni ’40 del novecento.

Invece di richiamare Israele alle sue responsabilità, Kaja Kallas, la responsabile della politica estera dell’UE, ha emesso un blando richiamo a Israele a “desistere” dal portare avanti la decisione sul progetto E-1. Il richiamo si basa sulla “necessità di agire per tutelate la fattibilità della soluzione dei due Stati.”

Se Kallas crede davvero in queste fesserie, allora dovrebbe consultare qualche mappa geografica. La semplice realtà è che l’incessante inglobamento da parte di Israele della terra palestinese significa che la soluzione dei due Stati è da tempo insostenibile.

La devozione dell’UE alla soluzione dei due Stati ha le caratteristiche della fantasia. Ma la politica realmente perseguita è un inganno.

Ripetendo l’espressione “soluzione dei due Stati” come fosse un mantra del buon senso, i politici di Bruxelles vorrebbero ingannare l’opinione pubblica facendole credere contro ogni plausibilità che stanno lavorando per la pace.

Inoltre la soluzione dei due Stati è sempre stata pensata per perpetuare l’apartheid. È una ricetta presuntamente progressista per preservare Israele come Stato legato alla supremazia ebraica, confinando i palestinesi in un frammento della loro patria storica.

Adeguamento

In tutti i loro discorsi su una soluzione a due Stati i rappresentanti dell’UE si adeguano totalmente al movimento dei coloni israeliani.

Nel gennaio 2024 Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha accolto a Bruxelles Dani Dayan, un dirigente di spicco del movimento dei coloni.

Avvalendomi delle norme sulla libertà di informazione, ho finalmente ottenuto la richiesta che l’ambasciata di Israele a Bruxelles ha inviato a von der Leyen quando la visita di Dayan era in corso di preparazione.

La richiesta – vedi sotto– sottolinea che Dayan è stato capo dello Yesha Council. Mentre l’ambasciata israeliana non ha esplicitato quel che fa tale organizzazione, una veloce ricerca su internet da parte dello staff di von der Leyen sarebbe stato sufficiente a chiarire che lo Yesha Council è un’organizzazione che riunisce le principali colonie israeliane in Cisgiordania.

In quel ruolo Dayan ha affermato che è “grande interesse di Israele sviluppare il progetto E-1”

La “filosofia” di Dayan è stata sintetizzata in un suo articolo del 2012 per il New York Times. “La nostra presenza in tutta la Giudea e Samaria (la Cisgiordania) – non solamente nei cosiddetti blocchi di insediamenti – è un fatto irreversibile,” ha affermato, bollando come “vani” i tentativi di fermare l’espansione delle colonie

Dato che Dayan sostiene l’esatto contrario di ciò che predicano i rappresentanti dell’UE, perché l’anno scorso Ursula von der Leyen lo ha accolto a Bruxelles?

La risposta sta nel suo attuale incarico. Oggi Dayan è a capo dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Israele a Gerusalemme.

Come non pochi politici tedeschi, von der Leyen insiste molto sull’Olocausto, mentre permette un olocausto attuale a Gaza.

A ottobre 2023 è andata in visita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli ha garantito che avrebbe potuto “contare sul” sostegno dell’UE nella guerra contro Gaza. Se aveva intenzione di appoggiare tanto calorosamente un genocidio, è logico che non debba avere scrupoli ad abbracciare Dayan.

Adesso che lui ha raggiunto una posizione di rilievo gestendo un museo dell’Olocausto con cui l’UE collabora abitualmente, la dirigenza di Bruxelles è pronta a chiudere un occhio sul sostegno di Dayan all’espansione delle colonie, una posizione che non ha mai rinnegato.

Il tappeto rosso offerto a Dayan non è stato un incidente isolato. Lo staff alle dipendenze della citata Kaja Kallas ha di recente accolto a Bruxelles Elie Pieprz, un altro veterano dello Yesha Council.

Intanto nei giorni scorsi la Francia ha affermato di “condannare fermamente” la distruzione da parte di Israele di una scuola nel nord della Cisgiordania. La scuola era stata finanziata dalla Francia, congiuntamente all’Unione Europea.

Come ha sottolineato Gerard Araud, un ex diplomatico francese, una simile distruzione è “un classico” dell’occupazione israeliana. La risposta dell’UE agli attacchi ad una infrastruttura da essa finanziata non ha mai comportato azioni concrete contro Israele.

L’ultima protesta francese è in linea con un modello ben consolidato da cui gli Stati e le istituzioni dell’UE raramente si allontanano.

Mostrare orrore per gli effetti della violenza israeliana – violenza che l’Occidente permette – è obbligatorio. Punire Israele non è mai contemplato.

David Cronin è un redattore di The Electronic Intifada. Tra i suoi libri: Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Zionism and Israel  [L’ombra di Balfour: un secolo di sostegno britannico al sionismo e a Israele] e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation [L’alleanza dell’Europa con Israele: aiuto all’occupazione].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La persona più pacifica: Umm Al-Khair piange l’attivista assassinato da un colono israeliano

Basel Adra, Yuval Abraham e Oren Ziv
29 luglio 2025- +972 Magazine

Contrariamente al racconto del colono, le testimonianze oculari e l’analisi dei filmati mostrano che Awdah Hathaleen è stato assassinato a sangue freddo.

Ieri sera [lunedì 28 luglio] un colono israeliano ha ucciso a colpi d’arma da fuoco l’attivista palestinese Awdah Hathaleen nella sua comunità di Umm Al-Khair, nella Cisgiordania meridionale occupata. Noto a molti attivisti internazionali e diplomatici stranieri per la sua ferma resistenza non violenta alla pulizia etnica israeliana delle comunità palestinesi di Masafer Yatta, il trentunenne è stato gravemente ferito da un proiettile che gli ha trapassato un polmone ed è morto prima di raggiungere l’ospedale.

Anche il presunto assassino di Hathaleen, Yinon Levi, è ben noto ai palestinesi e agli attivisti della regione. Fondatore dell’avamposto coloniale di Meitarim Farm e proprietario di un’impresa di movimento terra regolarmente incaricata dalle autorità israeliane di demolire proprietà palestinesi, Levi è stato più volte protagonista di violenti attacchi a comunità palestinesi con l’obiettivo di cacciarle dalle loro terre, tra cui Khirbet Zanuta, uno dei numerosi villaggi i cui abitanti sono stati espulsi dai coloni nelle prime settimane della guerra di Gaza.

Levi ha ricevuto sanzioni dall’UE, dal Regno Unito, dalla Francia e dal Canada; anche l’amministrazione Biden lo ha sanzionato l’anno scorso, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump subito dopo il suo ritorno in carica ha revocato tutte le sanzioni ai coloni israeliani.

Levi ha affermato di aver aperto il fuoco a Umm Al-Khair perché sarebbe stato aggredito da “decine di rivoltosi” che lanciavano pietre, e Honenu, un’organizzazione di estrema destra che gli fornisce supporto legale, ha descritto l’incidente come un tentativo di “linciaggio”. Un portavoce dell’insediamento coloniale di Carmel, per conto del quale sembra che Levi stesse svolgendo lavori di scavo, ha affermato che “se lui non si fosse difeso sarebbe potuto finire con l’omicidio di un ebreo.”

Tuttavia un’analisi di circa 20 video dell’incidente da parte di +972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] chiarisce che sono stati i coloni ad attaccare gli abitanti palestinesi, non il contrario.

I dettagli del filmato mostrano che la sparatoria è avvenuta alle 17:29. Quattro minuti prima Levi era entrato in un terreno privato palestinese a Umm Al-Khair, accompagnato dal conducente di un escavatore. L’autista ha travolto gli ulivi, distrutto la recinzione del villaggio e la conduttura principale dell’acqua e ha tentato di investire il cugino di Hathaleen, Ahmad, colpendolo alla testa con il braccio dell’escavatore e facendogli perdere i sensi. Solo allora diversi altri abitanti hanno iniziato a lanciare pietre contro l’escavatore.

La ruspa non ha percorso la strada asfaltata, è entrata nella proprietà privata della nostra famiglia, che avevamo recintato e coltivato ad ulivi”, ha raccontato Alaa, cugino di Hathaleen, a +972 e Local Call. “Abbiamo cercato di dire loro in modo pacifico di fermarsi, ma non ci hanno ascoltato. Alcuni abitanti hanno cercato di mettersi davanti all’escavatore per bloccarlo, ma questo ha travolto la recinzione e ha usato il [braccio] per colpire Ahmad. La gente [ha lanciato pietre] per difendersi”.

Secondo le immagini del filmato le pietre lanciate dagli abitanti palestinesi non hanno colpito Levi, che si trovava a diversi metri di distanza dalla pala meccanica . Ma poco dopo Levi è corso verso di loro, ha colpito alla testa con il calcio della pistola un palestinese che lo stava filmando e ha sparato due colpi in direzione delle case del villaggio.

Sei testimoni oculari hanno confermato a +972 e Local Call che l’assassino era Levi; a parte lui e il conducente dell’escavatore, che non ha sparato, non erano presenti altri coloni.

Un’analisi dei video, che catturano il momento della sparatoria da tre diverse angolazioni, incrociata con una visita sul posto effettuata oggi, indica che il primo colpo di Levi ha colpito Hathaleen mentre cercava di documentare l’accaduto e si trovava a 35 metri di distanza sul campo da basket all’interno del centro comunitario del villaggio. Il secondo proiettile era diretto verso un folto gruppo di persone, tra cui almeno quattro bambini piccoli, ma non ha colpito nessuno.

“Tre quarti delle persone contro cui ha sparato erano minori”, ha detto a +972 e Local Call Connor Reese, un volontario internazionale che attualmente vive nella zona e ha assistito all’attacco. Ha sparato verso il parco giochi”.

Tynan Kavanaugh, un altro volontario internazionale e studente di medicina all’Università di Limerick, è corso verso il punto in cui Hathaleen era stato colpito e ha cercato di prestargli i primi soccorsi. “Ho visto che era stato colpito al torace”, ha raccontato. “Il polso non era rilevabile, quindi gli abbiamo praticato la rianimazione cardiopolmonare”.

“Abbiamo portato Awdah all’ingresso dell’insediamento e abbiamo implorato [i coloni] di evacuarlo con un’ambulanza”, ha spiegato Alaa. Un’ambulanza è arrivata e Hathaleen è stato trasportato al Soroka Medical Center nella città di Be’er Sheva, nel sud di Israele, dove all’arrivo ne è stato constatato il decesso.

Dopo l’incidente, secondo quattro testimoni oculari e in base alle riprese video, Levi è rimasto nella zona mentre arrivavano i soldati israeliani e ha indicato quali palestinesi voleva che arrestassero. Secondo Haaretz, un attivista israeliano-americano presente sul posto ha dichiarato che “Levi gli ha detto di essere ‘felice’ di aver ucciso [Hathaleen]”. I soldati hanno arrestato cinque abitanti di Umm Al-Khair, quattro dei quali al momento della stesura di questo articolo sono ancora detenuti in Israele.

Anche Levi è stato arrestato e portato oggi [29 luglio] davanti a un giudice a Gerusalemme, non con l’accusa di omicidio [volontario, ndt.], ma di omicidio colposo dovuto ad imprudenza. In tribunale il suo avvocato ha sostenuto che non ci sarebbero prove che i colpi da lui sparati abbiano colpito Hathaleen e che quest’ultimo si trovava troppo lontano (ha affermato, erroneamente, che la distanza fosse superiore a 50 metri) per poter essere stato colpito da un proiettile della pistola di Levi. Il giudice ha deciso di porre Levi agli arresti domiciliari, in attesa di ulteriori procedimenti.

“Per un essere umano come Awdah dovremmo piangere tutti”

Hathaleen collaborava con +972 Magazine dal 2021 e le riprese da lui girate sono apparse nel documentario premio Oscar “No Other Land”. I tre autori di questo articolo, due dei quali hanno co-diretto il film, lo conoscevano personalmente. Basel, anche lui residente a Masafer Yatta, lo considerava un fratello e fatica a credere che se ne sia andato.

Oltre a essere un attivista, Hathaleen era un insegnante di inglese e padre di tre bambini piccoli. All’inizio di quest’anno, era stato invitato a parlare in diverse sinagoghe e altre organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti, ma il suo visto è stato revocato al suo arrivo.

“C’è così tanto da dire su Awdah”, ha detto oggi Alaa, cugino di Hathaleen, ai giornalisti a Umm Al-Khair. “Aveva il cuore più gentile e generoso che avreste mai potuto conoscere nella vostra vita. È una persona che ha servito la sua comunità in modo straordinario, più di chiunque altro. Ogni singolo giorno si è impegnato per i nostri diritti. Ha pagato per questo servizio con il suo sangue, e ora con la sua vita.

La sue frasi più ricorrenti erano: ‘Voglio vivere in pace. Voglio crescere i miei figli in pace. Non voglio che vivano l’occupazione. Non voglio che soffrano come me’. Vogliamo solo vivere con la nostra dignità, libertà e diritti, senza soffrire. Quando finirà tutto questo?”

Nel 2022 lo zio di Hathaleen, Haj Suleiman, fu travolto con conseguenze letali da un carro attrezzi della polizia israeliana entrato a Umm Al-Khair per confiscare auto non registrate. Icona della resistenza non violenta nella regione per diversi decenni, la sua uccisione fu compianta non solo dall’intero villaggio, ma da migliaia di persone giunte da tutta la Cisgiordania per il suo funerale.

“Viviamo in costante pericolo”, scrisse Hathaleen mentre dopo l’incidente suo zio lottava ancora tra la vita e la morte. “In qualsiasi momento, mentre svolgiamo le nostre attività quotidiane, potremmo ritrovarci a perdere un arto o a rimanere paralizzati per sempre.” Dopo la morte di Haj Suleiman per le ferite riportate, avvenuta pochi mesi dopo, Hathaleen aiutò a dipingere un murale in suo onore, che ora adorna la facciata del centro comunitario del villaggio.

Stamattina gli abitanti hanno allestito una tenda funebre fuori dallo stesso centro comunitario per onorare Hathaleen. La pozza di sangue fuoriuscito dal petto di Hathaleen dopo l’impatto del proiettile era circondata da pietre e nascosta dietro delle sedie, ma alcuni parenti si sono seduti di fronte, con gli occhi pieni di lacrime.

Questo pomeriggio è intervenuto l’esercito israeliano e ha ordinato agli abitanti di smantellare la tenda, minacciando di rimuoverla con la forza. Come tutti i villaggi palestinesi in questa parte della Cisgiordania, Israele si rifiuta di rilasciare permessi di costruzione per Umm Al-Khair e demolisce regolarmente qualsiasi nuova costruzione.

Sembra che ora l’esercito abbia deciso che questo divieto totale di costruzione si estenda anche all’erezione di lapidi: oggi i soldati hanno detto ai familiari di Hathaleen che il suo corpo non verrà consegnato finché non accetteranno di non seppellirlo all’interno del villaggio. Successivamente i soldati hanno usato granate stordenti per cacciare amici e attivisti giunti a Umm Al-Khair per porgere le condoglianze.

Il cugino di Hathaleen, Eid, che si era recato con lui negli Stati Uniti all’inizio di quest’anno prima che i loro visti venissero revocati, lo ha descritto come un convinto sostenitore della resistenza non violenta e come un eccezionale calciatore. “Mi dispiace molto per aver perso il mio amico, il ragazzo cresciuto insieme a me”, ha detto. “Io ho 42 anni, lui ne aveva 31. Lo conosco da quando ero bambino. Era un attivista per i diritti umani, una persona che amava tutti”.

L’anno scorso, dopo un’ondata particolarmente brutale di demolizioni israeliane a Umm Al-Khair, Hathaleen ha riflettuto su come l’occupazione condanni i palestinesi a un trauma multigenerazionale. “In mezzo a tutta questa ingiustizia spesso ci sentiamo dimenticati, persi o senza speranza”, ha scritto. “A volte ci chiediamo: perché gli israeliani ci vedono come terroristi e nemici? Perché il mondo non agisce per ottenere giustizia per i palestinesi?

“Ma il più delle volte ci sentiamo stanchi”, ha continuato. “Gli attacchi, i raid, le demolizioni: ci pensiamo continuamente. Dico sempre che vorrei che il destino non ci avesse portati fino a questo punto. Ma ora siamo bloccati qui; non c’è modo di andarcene.”

“Hanno sparato ad Awdah, l’uomo della resistenza pacifica”, si lamentava oggi Alaa. “Un insegnante, un padre, un cugino, un marito. Tre figli rimasti senza padre. Questo è quanto soffriamo ogni giorno.

“Per Awdah gli uomini dovrebbero piangere con le donne”, ha continuato. “Per un essere umano come Awdah, dovremmo piangere tutti. Abbiamo perso Awdah, la persona più umana di chiunque altro. La persona più pacifica. Più pacifica di quanto possiate immaginare. Che Dio lo accolga.”

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter per Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

 




Escrementi di soldati israeliani nelle pentole: quando l’IDF si è impossessato di centinaia di case in Cisgiordania

Amira Hass

28 luglio 2025 – Haaretz

Durante la guerra di Israele con l’Iran l’esercito ha occupato circa 250 case ed appartamenti in tutta la Cisgiordania, convertendoli in basi improvvisate e centri di interrogatori. Quando i soldati se ne sono andati gli abitanti sono tornati nelle case ridotte nel caos

Porte scardinate, armadi rotti, scaffali ribaltati col loro contenuto sparso sul pavimento, bagni sudici, serbatoi rotti, mucchi di vestiti e materassi in disordine e coperte imbrattate di feci – è questo lo scenario che ha accolto la famiglia Amouri quando è tornata nella sua casa a Balata, il più grande campo profughi della Cisgiordania. Erano stati costretti ad andarsene dopo che soldati israeliani avevano trasformato casa loro in una base temporanea.

Ho dovuto far andare la lavatrice per 24 ore consecutive”, afferma Dalal Amouri, la madre della famiglia. “Ho dovuto buttar via alcuni vestiti, erano troppo sporchi. Abbiamo trovato della carne presa dal freezer e buttata sul pavimento. Il bagno era così sporco che non potevamo nemmeno entrarci.”

La loro casa non era l’unica in quelle condizioni. Nelle ultime due settimane di giugno, durante la guerra Israele-Iran, l’esercito ha occupato circa 250 case e appartamenti nei campi profughi, nei villaggi e in alcuni quartieri delle città in tutta la Cisgiordania. In queste case abitano almeno 1.350 persone. La maggior parte di loro sono state scacciate, di solito in piena notte. In alcuni casi l’esercito è rimasto nelle case solo per qualche ora; nella maggior parte dei casi l’occupazione è durata ovunque dai due agli 11 giorni.

In questi periodi i soldati hanno condotto brevi incursioni nelle case vicine. Interi villaggi o specifici quartieri al loro interno sono stati sottoposti a coprifuoco o a severe restrizioni di movimento.

Solo poche delle case occupate erano vuote. In alcuni casi le famiglie sono state confinate in una sola stanza mentre soldati armati controllavano la porta. Più spesso gli abitanti sono stati costretti ad andarsene tutti e l’esercito ha usato le case come basi e, in molti casi, come centri di detenzione e interrogatorio per decine di uomini.

I soldati hanno strappato strisce di vestiti per usarle per bendare i detenuti”, dice Subhiya Hamadeh, anche lei abitante di Balata. Uno dei suoi vicini, che è stato arrestato, le ha detto di essere stato chiuso in una toilette con altre sei o sette persone per due o tre ore prima di essere interrogato e rilasciato.

L’esercito israeliano da lungo tempo è solito convertire le case in postazioni militari, avamposti e postazioni di cecchini. Ma l’occupazione di un così gran numero di case simultaneamente in così tante zone della Cisgiordania è un fatto senza precedenti. Secondo un rapporto preliminare dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) e informazioni ottenute da Haaretz, la maggior parte delle case coinvolte, circa 150, si trovavano in cittadine e villaggi del distretto di Jenin e circa 800 persone hanno dovuto abbandonarle.

In base allo stesso rapporto a Hebron, compresa l’area H2 (sotto totale controllo israeliano), l’esercito ha occupato almeno 25 unità residenziali e il tetto di una scuola. In quelle proprietà vivevano circa 300 persone.

In ciascuna casa occupata si sono posizionati decine di soldati. Secondo testimonianze raccolte dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, da ricercatori dell’ONU e da Haaretz, le famiglie che sono tornate a casa hanno trovato i loro effetti personali rotti, i mobili rovesciati o distrutti e le porte scardinate. Materassi, lenzuola e coperte erano stati usati o insudiciati. Alcuni hanno raccontato che prodotti per l’igiene e cibo sono stati consumati o danneggiati.

Alcune famiglie hanno riferito che la loro riserva di acqua era stata completamente consumata. A causa delle quote di acqua imposte da Israele, le municipalità e le compagnie palestinesi le forniscono ai quartieri a rotazione e le famiglie le immagazzinano in taniche sul tetto. Ad altezze maggiori o nei mesi estivi spesso le famiglie devono comprare l’acqua dalle cisterne a un prezzo tre volte superiore a quello comunale. “Non abbiamo trovato neanche una goccia d’acqua nelle nostre taniche sul tetto”, afferma Dalal Amouri.

La famiglia Amouri ha documentato tutto al momento del suo ritorno: “Abbiamo saputo dai vicini che quando sono andati via, la notte del 19 giugno, i soldati hanno dato fuoco alla loro immondizia proprio fuori alla nostra porta d’ingresso”, dice Ahmed, il figlio di Dalal. “Se le squadre di difesa civile (i vigili del fuoco) non fossero arrivate in fretta l’intera casa sarebbe bruciata.”

All’interno la famiglia ha scoperto una decina di ventilatori elettrici che i soldati avevano raccolto dalle case dei vicini. Quando Ahmed li ha riportati ai loro proprietari un vicino gli ha riferito che un soldato aveva detto: ‘Avete l’aria condizionata, non avete bisogno dei ventilatori.’”

Il figlio di Ahmed, di due anni, ha visto i soldati ed è scoppiato a piangere, chiedendo di giocare con uno dei loro fucili. “Tutti i nostri figli sanno che cosa sono le armi,” afferma Ahmed. Sua madre aggiunge: “La prima parola che dicono i nostri bambini è ‘takh’, sparare. Eravamo abituati a conoscere gli ebrei e volevamo vivere con loro. Ma i piccolini? Loro conoscono solo quelli che sparano.”

Come altre, anche la famiglia Amouri riferisce che mancavano oggetti di valore: due anelli d’oro, sei orologi costosi (i più economici li hanno trovati buttati a terra), pietre preziose, una penna d’oro e dei profumi.

In alcune case con contatori elettrici prepagati, una volta esaurito il credito i soldati pare abbiano chiamato le famiglie sfollate chiedendo loro di ricaricare da remoto il conto in modo che i soldati potessero continuare ad usare l’elettricità.

Diversi testimoni hanno descritto scene di immondizia e sudiciume abbandonati – compresi escrementi dentro a pentole e sulle coperte e bottiglie piene di urina sul pavimento. I palestinesi (e chi scrive questo articolo) hanno riscontrato per la prima volta queste pratiche durante la seconda Intifada in Cisgiordania e nuovamente durante la guerra del 2009 a Gaza.

In ogni casa le famiglie hanno impiegato giorni per pulire e rimuovere i rifiuti dopo che i soldati se ne sono andati. Come gli Amouri, altre famiglie hanno riferito di furti di denaro, gioielli e oggetti personali.

Una bandiera israeliana su un cavo elettrico”

La ricerca di Haaretz ha scoperto che le prime case occupate dall’esercito israeliano durante l’operazione di giugno erano nel villeggio di Nazlet Zeid, parte del governatorato di Jenin. Nel pomeriggio di venerdì 13 giugno le jeep dell’esercito sono entrate nel villaggio e i soldati hanno ordinato agli abitanti di due ville di evacuare “entro dieci minuti”.

Secondo il consiglio del villaggio i soldati sono rimasti 11 giorni, durante i quali il villaggio è stato sotto coprifuoco. Secondo i dati del Dipartimento Affari Negoziali (NAD) dell’OLP a Zeita, parte del governatorato di Tulkarem, i soldati sono restati in tre case per 10 giorni, fino al 24 giugno. Nella cittadina di Ya’bad tra il 24 e il 25 giugno tre case sono state trasformate in postazioni militari, mentre i soldati hanno fatto irruzione in 113 case durante un coprifuoco imposto sulla cittadina.

In base ai dati di B’Tselem e dei Comitati di Servizi Popolari dei campi (PSC) nei campi profughi di New Askar e Balata, nell’area di Nablus, l’esercito ha occupato almeno 24 case. Il 16 giugno alle 2 di notte massicce forze militari sono entrate a New Askar, che ospita circa 6.500 abitanti. Membri dei PSC hanno riferito a Haaretz che i soldati sono arrivati a piedi dalla direzione della colonia Elon Moreh ad est, mentre altri sono entrati su veicoli attraverso i due principali ingressi del campo.

Oltre a sette appartamenti residenziali l’esercito ha occupato anche un edificio pubblico che ospita gli uffici dei PSC.

Abbiamo saputo dai vicini che i soldati erano nell’edificio ed hanno anche issato una bandiera israeliana su uno dei cavi elettrici”, ha detto Talal Abu Kishek. Quando due giorni dopo i soldati sono andati via si sono lasciati dietro “incredibili quantità di immondizia. Sudiciume dovunque”, afferma.

Il suo collega Mohammed Abu Kishek aggiunge: “Evidentemente i soldati hanno utilizzato tutto ciò che potevano per sedersi o sdraiarsi, anche le barelle che tenevamo di scorta. Tre porte sono state scardinate e tutti i nostri documenti sparpagliati. Ci è voluta una settimana per riorganizzare tutto.”

Durante quei due giorni i soldati hanno fatto irruzione in circa 100 case del campo.

Nella casa di Khadijah e A’atef Kharoushi, a New Askar, 12 membri di una famiglia vivono sotto lo stesso tetto. Secondo Khadijah “i soldati sono arrivati appena prima della chiamata per la preghiera del mattino. Ci hanno buttati fuori casa. Siamo andati dai vicini, ma i soldati non ci hanno lasciati stare neanche là.”

Allora hanno chiesto che suo marito telefonasse al loro figlio, che abita a Nablus, dicendogli di venire subito. È arrivato con sua moglie e i loro quattro figli. I soldati hanno interrogato lui, uno dei figli e un altro dei nipoti dei Kharoushi.

Il nipote dice a Haaretz che gli hanno chiesto di qualcuno che era stato ucciso dai soldati. “Dato che non sapevo rispondere il soldato mi ha picchiato”, afferma.

Come ad altre famiglie di Askar, ai Kharoushi è stato ordinato di lasciare il campo.

Siamo tornati solo quando i vicini ci hanno detto che i soldati erano andati via”, dice A’atef, conosciuto anche come Abu al Abed. “Quel che abbiamo dovuto buttar via dalla casa avrebbe potuto riempire un camion intero. Abbiamo anche gettato i materassi che hanno usato. Hanno scardinato tre porte. Hanno usato tutto quel che potevano, in cucina e nel bagno.”

Lui e sua moglie si sono risparmiati le scene del sudiciume: “Mio figlio e i suoi amici sono venuti a pulire prima che ci fosse permesso di rientrare”, racconta.

Si è riscontrata la mancanza di qualche centinaio di shekel e di un cardellino in gabbia – anche se Abu al-Abed si astiene dall’incolpare direttamente i soldati. Tuttavia una cosa che tutti hanno notato è il modo in cui sono stati trattati gli animali di casa. “Si sono presi cura del cavallo, delle colombe e delle galline che teniamo fuori dalla casa,” sostiene. “I vicini li hanno visti uscire a dargli da mangiare.”

Anche Abd al-Rahim Amouri, un ex dipendente dell’ospedale governativo di Nablus, ha notato che i soldati hanno trattato con cura i conigli della sua famiglia, che stavano sul tetto della loro casa a Balata. “Eravamo preoccupati per loro, ma quando siamo tornati abbiamo visto che i soldati gli avevano dato cibo e acqua”, dice.

Il modo in cui i soldati hanno trattato la casa e i suoi abitanti è stata tutt’altra cosa.

Quando la mattina presto del 18 giugno hanno cominciato a colpire e prendere a calci la porta gli sono andato incontro”, ricorda Amouri. “Ho chiesto a loro di entrare con calma. Ho cercato di essere ragionevole, di dialogare. Gli ho persino offerto un caffè.”

Ma i soldati sono entrati in modo aggressivo e hanno iniziato a distruggere gli oggetti della casa.

Forse era la prima volta che facevano una cosa del genere e sentivano di dover dimostrare qualcosa”, dice Amouri, aggiungendo che l’ufficiale responsabile ha cercato di calmare i soldati.

Ha chiesto come stavo. Gli ho detto: ‘Mi avete cacciato da casa mia sia 20 anni fa che 50 anni fa. Avete espulso la mia famiglia 78 anni fa. Come pensi che mi senta?’”

Una delle prime cose che i soldati hanno fatto è stata appendere una bandiera israeliana fuori dalla porta d’ingresso. Suo figlio Ahmed ricorda che cosa è successo dopo: “Ci hanno dato due opzioni: o restare tutti noi 13 chiusi insieme in una stanza per 72 ore oppure lasciare la casa.”

Dove andrò?”

In un’altra casa a Balata di proprietà della famiglia Hamadeh, in cui 17 persone vivono su due piani, i soldati israeliani hanno preso il controllo dell’edificio alle 3 di notte di mercoledì 18 giugno.

Abbiamo sentito suonare il campanello della porta. Ho detto a mio marito che c’era l’esercito. Eravamo appena usciti dalla stanza quando hanno sfondato la porta ed erano già dentro”, racconta Subhiya, in origine Haj Yahya, nativa della città del triangolo [la zona in cui si concentrano i palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] di Taybeh, nella Cisgiordania israeliana, che ha parlato ai soldati in ebraico.

A quanto dice, un soldato ha dato un pugno in faccia a suo marito Ali. Decine di soldati hanno invaso la casa. Alcuni erano mascherati, altri no. “C’era un giovane soldato al piano terra e uno più anziano è salito al secondo piano”, afferma.

Ali, che ha lavorato per 21 anni in una lavanderia a Herzliya [città costiera israeliana, ndt.], capiva tutto quello che dicevano i soldati.

Quando sono entrati si sono rivolti a me dicendo: ‘Ascolta, dovete lasciare la casa.’ Io ho chiesto: ‘Dove dovrei andare?’ Uno di loro ha detto: ‘Andate dove volete, tornate venerdì.’ Io ho detto: ‘Lasciatemi portare qualcosa con me.’ L’ufficiale ha detto: ‘Veloci, veloci, avete due minuti.’ Io ho detto: ‘Che cosa intendete? I bambini sono di sopra’. Lui mi ha detto: ‘Vieni con me dai bambini’.

Quando Ali è andato di sopra alcuni dei figli e dei nipoti dormivano ancora. Afferma di aver visto un ufficiale dare un calcio in testa col piede ad una delle sue nipoti addormentate. Ali ha svegliato con gentilezza i bambini dicendo loro di non aver paura e di portarsi via un cambio di vestiti. Sua moglie, ancora al piano di sotto, li ha sentiti piangere.

Quando la famiglia è uscita nell’oscurità una telecamera di sorveglianza ha filmato il momento: il bagliore dei fari della jeep militare, soldati armati posizionati lungo la stradina accanto a porte di ferro chiuse – e nel centro uno dei figli di Subhiya e Ali con due dei loro nipoti, uno dei quali con un gatto in braccio.

I soldati hanno lasciato la casa giovedì alle 22. La famiglia è tornata il mattino seguente presto, venerdì, dopo aver passato la notte distribuita in tre case vicine fuori dal campo.

Stiamo ancora soffrendo per la presenza dei soldati qui”, ha affermato Ali ad Haaretz due settimane fa. “Ci hanno rubato del cibo. Abbiamo trovato topi in casa. Dopo qualche giorno abbiamo iniziato a sentire prurito. Sono venuti degli operatori dell’UNRWA ed hanno disinfestato le nostre camere da letto.”

Da un armadietto che appartiene alla sorella di Ali, che abita con loro, sono spariti 3.000 shekel [circa 700 euro]. Il denaro era stato messo da parte per un’organizzazione di beneficenza di cui lei fa parte e doveva essere distribuito a persone bisognose. Fortunatamente la famiglia era riuscita a portare con sé i gioielli d’oro quando è stata cacciata.

Quando Haaretz ha chiesto all’esercito quanti edifici e appartamenti sono stati convertiti in basi militari temporanee, il portavoce ha rifiutato di rispondere direttamente. Invece l’ufficio ha rilasciato la seguente dichiarazione:

In accordo con le direttive del comando ed entro i limiti consentiti dalla legge, le forze dell’IDF hanno temporaneamente preso possesso di diverse proprietà, inclusi edifici e case privati, per brevi periodi di tempo. Queste azioni sono state condotte per chiari motivi operativi, seguendo le corrette procedure e con l’approvazione degli ufficiali autorizzati, impegnandosi a ridurre al minimo per quanto possibile la perturbazione della vita quotidiana degli abitanti.

L’IDF non è a conoscenza di denunce di danni alla proprietà, comportamenti anti-igienici, uso improprio di beni privati o danni fisici agli abitanti. Se fossero inoltrate specifiche denunce, comprendenti informazioni dettagliate circa luoghi e tempi, esse verranno accuratamente esaminate. Simili incidenti sono in contraddizione con i valori dell’IDF e, se risultasse che siano avvenuti, saranno trattati con severità.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




[Yair] Golan: “gli ebrei commettono massacri sistematici in Cisgiordania, Ben Gvir è un criminale”

Redazione di MEMO

22 luglio 2025 – Middle East Monitor

Yair Golan, capo del Partito Democratico [partito di centro israeliano, ndt.], ha dichiarato in una intervista al programma Shefa che gli ebrei stanno portando avanti “massacri” contro i palestinesi in Cisgiordania con cadenza regolare e sistematica.

Golan, le cui dichiarazioni sono state riferite dal canale ebraico Kan, ha confermato che, diversamente dal passato, ora tali atti sono commessi da ebrei. Ha criticato le autorità israeliane per aver fallito nella risposta e non aver arrestato neppure un aggressore, puntualizzando che questi atti avvengono senza alcuna difficoltà.

Golan ha aggiunto che “il governo israeliano ha perso il controllo,” sottolineando che nel Paese non non ci sono né legge né ordine.

Durante l’intervista Golan ha anche criticato il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir, affermando:

Non c’è né legge né ordine nello Stato di Israele perché un criminale sta guidando il ministero della Sicurezza Nazionale. Quando cedi le chiavi dell’applicazione delle leggi ad un criminale, questo è il risultato.”

Ha anche fatto affermazioni sulla violenza in corso nella società araba, accusando il governo di Israele di essere arrendevole riguardo a questa questione.

Golan ha continuato ad esprimere preoccupazione per il fatto che le prossime elezioni potrebbero essere le ultime tenute “liberamente e in modo equo,” dichiarando che ci sono tentativi deliberati del governo per impedire [lo svolgimento di] libere elezioni. Egli ha sottolineato l’importanza di libere elezioni per ogni democrazia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Aumentano irruzioni nelle case e violenze: a Hebron è in corso il trasferimento “volontario” dei palestinesi

Gideon Levy e Alex Levac

11 luglio 2025 https://archive.is/yzTdM

Mentre la guerra infuria, le incursioni di coloni e soldati israeliani nelle case palestinesi della Città Vecchia di Hebron diventano sempre più frequenti e violente

La piazza del mercato è vuota, come recita la famosa canzone su un’altra Città Vecchia, quella di Gerusalemme. Il mercato principale di Hebron è quasi completamente deserto da anni. Per capirne il motivo, basta alzare lo sguardo: appesi alle grate metalliche installate dai palestinesi per proteggere le bancarelle dai coloni, pendono sacchetti di spazzatura ed escrementi che questi ultimi lanciano ai passanti.

Le case dei coloni nel Quartiere Ebraico di Hebron incombono sul mercato morto e vi si affacciano. Oltre il checkpoint, in quel quartiere, non è rimasto un solo negozio o bancarella palestinese. Più avanti, anche la parte ancora aperta del mercato questa settimana era semideserta. Non mancano prodotti e bancarelle colorate, ma i clienti sono pochi.

I palestinesi non hanno soldi, in una città che un tempo, prima dello scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, era il centro economico della Cisgiordania. Volete sapere perché? Guardate il cancello d’ingresso principale. Questa settimana era sprangato. Una città di un quarto di milione di abitanti è chiusa a chiave. Esiste qualcosa di simile in un altro luogo del pianeta?

I soldati israeliani controllano l’ingresso principale a Hebron. A volte aprono il cancello, a volte no. Non si può mai sapere quando sarà sbloccato. Lunedì scorso, durante la nostra visita, non l’hanno aperto. Ci sono percorsi alternativi, alcuni tortuosi e collinari, ma è impossibile vivere così. Proprio per questo il cancello viene chiuso: perché è impossibile vivere così. Non c’è altra ragione se non il bisogno dell’esercito israeliano di vessare gli abitanti, cosa che fanno ancora più violentemente dopo il 7 ottobre, per spingerli alla disperazione, e forse oltre. In modo permanente.

Forse alcuni sceglieranno finalmente di andarsene, realizzando così il sogno di alcuni dei loro vicini ebrei. Da parte sua, l’esercito israeliano collabora con entusiasmo a questi piani satanici, lavorando a braccetto con i coloni al tanto agognato trasferimento di popolazione. Sotto la copertura della guerra nella Striscia, anche qui le vessazioni hanno avuto un’accelerazione e sono quasi senza freni.

Nessun luogo lo dimostra meglio dell’Area H2, sotto controllo israeliano, che include l’insediamento ebraico nella città e gli antichi quartieri che lo circondano. Qui il trasferimento non striscia, galoppa. Gli unici palestinesi ancora visibili sono quelli che non hanno i mezzi per abbandonare questa vita infernale, sotto il terrore dei coloni e dell’esercito, in uno dei centri dell’apartheid in Cisgiordania. Qui si trovano antichi edifici in pietra, adornati di archi, in un quartiere che potrebbe essere un tesoro culturale, un sito patrimonio dell’umanità, ma che giace abbandonato e semidistrutto, tra la spazzatura dei coloni e i loro graffiti d’odio ultranazionalista.

Dopo aver parcheggiato (ora c’è abbondanza di spazio nel mercato desolato) imbocchiamo una scala stretta e buia. Attraverso la finestra con le sbarre si vedono cumuli di rifiuti; dietro di essi, le istituzioni dei coloni: Beit Hadassah, il centro religioso di studi Yona Menachem Rennart e l’edificio del Fondo Joseph Safra. Le case dei coloni sono a portata di mano. Basta allungare un braccio.

Questa è Shalalah Street, in parte sotto controllo palestinese. L’antico edificio in pietra che abbiamo visitato è stato ristrutturato negli ultimi anni dal palestinese Comitato per la Riabilitazione di Hebron, e non si può non ammirarne la bellezza, nonostante le deprimenti condizioni dei dintorni. A poche decine di metri dal checkpoint che conduce al Quartiere Ebraico, questa struttura stretta su tre piani ospita cinque famiglie. La famiglia allargata Abu Haya, genitori, figli e nipoti, inclusi 15 tra bambini e neonati, rimane qui per l’affitto basso.

Attraversando una ressa di bambini saliamo al terzo piano, nell’appartamento di Mahmoud Abu Haya e sua moglie Naramin al-Hadad. Mahmoud ha 46 anni, Naramin 42, hanno cinque figli, alcuni dei quali già con famiglia propria. Naramin aveva 15 anni quando si è sposata, racconta con un sorriso.

Il padre di famiglia, un tempo muratore ad Ashkelon, è disoccupato da quando è scoppiata la guerra, il 7 ottobre 2023. Naramin cucina a casa e vende il cibo agli abitanti del luogo. Questa è l’unica fonte di reddito della famiglia al momento. Prima della guerra, era anche volontaria nell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Con una videocamera fornita dell’ONG nell’ambito del suo Camera Project, documentava ciò che accadeva nella zona. Ma ora Naramin non osa più partecipare al progetto. È troppo pericoloso possedere una videocamera qui. L’ultima volta che l’ha usata, l’unica durante la guerra, è stato circa cinque mesi fa, quando ha documentato un incendio appiccato dai coloni sulla tettoia sovrastante il mercato. Circa un mese e mezzo fa, i soldati sono venuti nell’appartamento, hanno mostrato a Naramin una foto di suo figlio Nasim di 7 anni, e poi sono andati via portandolo con sé – se lo sono portato via. L’hanno rilasciato, terrorizzato, circa mezz’ora dopo.

Le incursioni notturne nelle case palestinesi sono diventate molto più frequenti negli ultimi 21 mesi. Da una volta al mese, in media, l’esercito ora irrompe nelle loro case almeno una volta a settimana, dice Naramin, quasi sempre nel cuore della notte.

Nessun israeliano conosce una realtà in cui, per anni, in qualsiasi momento, ti svegli di soprassalto al rumore e alla vista di decine di soldati armati e mascherati che invadono la tua casa, a volte con i cani, per poi spingere tutti gli occupanti storditi, inclusi i bambini terrorizzati, in una sola stanza. In alcuni casi gli invasori picchiano e perquisiscono violentemente i locali, lasciando una scia di distruzione dietro di sé; in tutti i casi insultano e umiliano.

In passato, queste incursioni sembravano avere uno scopo: l’arresto di un sospettato, la ricerca di materiale bellico. Ma dall’inizio della guerra si ha l’impressione che l’unica ragione dei raid sia seminare paura e panico, e inasprire la vita dei palestinesi. Chiaramente non hanno altro scopo.

L’ultimo episodio che ha coinvolto la famiglia Abu Haya è avvenuto una settimana fa. Nelle prime ore di giovedì scorso, Maher, figlio di Naramin, 24 anni, sposato con Aisha di 18 e padre di due bambini piccoli, è uscito di casa ma è tornato indietro dopo aver visto i soldati avvicinarsi alla porta d’ingresso.

Le telecamere di sicurezza installate dalla famiglia mostrano Maher innocentemente in piedi in strada e i soldati che appaiono all’improvviso. Gli hanno ordinato di farli entrare e guidarli nell’edificio. Maher li ha portati all’altro ingresso, che conduce all’appartamento di suo fratello Maharan, 23 anni, sposato e padre di una bimba di 6 settimane, per evitare di svegliare tutti gli altri numerosi bambini nell’edificio.

Ma a Maher è stato ordinato di svegliare tutti e radunare gli occupanti di ogni piano in una stanza. I soldati non hanno detto nulla sul motivo dell’operazione. Maharan aveva appena cercato di mettere a dormire la figlia quando i soldati hanno fatto irruzione. Maher ha bussato alla porta dell’appartamento dei genitori e li ha svegliati. Suo zio Hamed, 35 anni, è stato tirato giù dal letto; nonostante fosse stato spiegato ai soldati che era in convalescenza dopo un intervento alla schiena è stato afferrato per la gola e trascinato fuori.

Le tre famiglie del terzo piano sono state concentrate nel piccolo soggiorno in cui siamo stati ospitati questa settimana. Naramin ricorda che era preoccupata per ciò che accadeva ai piani inferiori. Hanno sentito Maher urlare, come se venisse picchiato.

Un soldato ha strappato la tenda all’ingresso del soggiorno di Naramin, poi i suoi compagni hanno fracassato gli oggetti di vetro nella credenza. Senza motivo. I bambini hanno cominciato a piangere. Naramin voleva aprire una finestra, perché dentro si soffocava, ma un soldato, più giovane della maggior parte dei suoi figli, glielo ha impedito.

Il giorno dopo, la ricercatrice sul campo di B’Tselem Manal al-Ja’bri ha raccolto la testimonianza della moglie di Maharan. Ha raccontato che la bimba piangeva e che voleva allattarla, ma i soldati non glielo permettevano. Anche le richieste di acqua sono state rifiutate.

Dopo circa un’ora, le truppe hanno ordinato a Naramin e agli altri della sua famiglia di spostarsi in un altro appartamento dell’edificio. Il pavimento era cosparso di vetri rotti e lei aveva paura per i suoi bambini scalzi. Poi ha sentito il rumore di stoviglie che si rompevano nella sua casa. I soldati hanno anche gettato a terra il ventilatore, rompendolo.

Ja’bri dice di aver già documentato circa 10 casi simili di distruzione fine a se stessa nella stessa zona, popolata da palestinesi economicamente svantaggiati.

Qual era lo scopo dell’incursione della scorsa settimana? Ecco la risposta dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano questa settimana: “Il 2 luglio 2025, l’IDF ha operato nella città di Hebron, che è sotto la supervisione della Brigata Ebraica, in seguito a informazioni di intelligence. L’attività si è svolta senza eventi eccezionali, e le accuse di distruzione di proprietà non sono note.”

Verso le 2 di notte è scesa la quiete sull’edificio. Naramin ha osato guardare fuori per vedere se i soldati se ne fossero andati; avevano lasciato la casa senza avvisare gli occupanti. A chi importava? I palestinesi potevano rimanere dove erano fino al mattino. Maher era ferito ma non ha voluto dire a sua madre cosa gli avessero fatto. Le tre auto della famiglia erano state vandalizzate; le chiavi sono state trovate nel cassonetto.

Mentre ci servivano il caffè, la famiglia ha scoperto che anche il vetro del tavolo era incrinato. Stanno pensando di andarsene? Naramin sobbalza come morsa da un serpente, e risponde con un secco “No”.

La scorsa settimana quattro famiglie hanno lasciato il vicino quartiere di Tel Rumeida. Non ce la facevano più. In totale, Ja’bri stima che almeno 10 famiglie abbiano abbandonato il quartiere dall’inizio della guerra. La scorsa settimana a quanto pare non c’erano problemi di sicurezza da investigare e a Tel Rumeida, dove ai palestinesi non è permesso introdurre alcun tipo di veicolo, nemmeno un’ambulanza, è stato concesso l’ingresso a un veicolo commerciale per rimuovere le proprietà delle famiglie in partenza. Alcuni fini, a quanto pare, giustificano tutti i mezzi.

Siamo poi saliti sul tetto, per vedere il panorama. Antichi edifici in pietra piantati sul pendio. Ma il tetto era soffocato su tutti i lati dagli edifici dei coloni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Morte di un villaggio

Yigal Bronner

11 luglio 2025, London Review of Books

Quando i coloni sono entrati nel villaggio palestinese di Mu’arrajat, tutti sapevamo che cosa sarebbe successo subito dopo. Quello che è successo tante e tante volte in Cisgiordania. Invasione, molestie, furti e terrore, fino al raggiungimento dell’obiettivo non nascosto: ripulire l’area dai non-ebrei. Io e gli altri attivisti che erano con me però non potevamo smettere di tentare. Quindi alle 22.30 del 2 luglio alcuni di noi sono partiti da Gerusalemme e hanno percorso la strada tortuosa che scende verso la valle del Giordano. Mu’arrajat prende il nome da quelle curve. O lo prendeva.

Verso sera diverse decine di coloni dai vicini avamposti illegali si sono radunati nel villaggio. Alcuni sono arrivato con materiale da campeggio, altri hanno portato un gregge di pecore. Poi hanno fatto irruzione nelle case dei palestinesi. In una hanno spostato i mobili nella veranda, si sono seduti e hanno fatto come se fossero a casa propria. Un altro gruppo ha fatto uscire un gruppo di sessanta capre e pecore dal recinto di Ibahim e le ha portato via dal villaggio. Nessuno ha più rivisto quegli animali. Un terzo gruppo ha tagliato la corrente a una delle case. Dentro c’erano donne e bambini. Terrorizzati che venisse dato fuoco alla loro casa sono scappati portando con sé solo i vestiti che avevano addosso. I coloni sono entrati e hanno rubato soldi e oggetti di valore.

I leader di questo attacco ben orchestrato, uomini provenienti dalle colonie e dagli avamposti intorno al villaggio, erano sul posto e davano ordini. Ma la maggior parte degli aggressori erano degli adolescenti, i cosiddetti “giovani delle colline” che sono alla testa del crescente movimento di supremazia ebraica in Israele.

Siamo arrivati al villaggio dopo che il gregge di pecore era stato rubato ma prima dell’attacco alla casa a cui era stata tagliata la corrente. La polizia era stata chiamata ma non si vedeva da nessuna parte. L’ho chiamata alle 23.48. Hanno detto che stavano arrivando. L’ho chiamata di nuovo a mezzanotte e 34 minuti, spiegando in dettaglio il pericolo che correvano le famiglie palestinesi, gli attivisti (i coloni stavano lanciando pietre ai miei colleghi e li colpivano con delle mazze) e le proprietà. “Cosa state aspettando” ho chiesto. “Che succeda qualche disgrazia? Perché non mandate una macchina della polizia? Vi abbiamo chiamato molte volte!” Mi è stato rimproverato di avere un tono isterico e mi hanno detto di aspettare pazientemente, perché le forze di sicurezza stavano arrivando. Anche altri avevano chiamato e ricevuto risposte simili. La polizia non è mai arrivata.

A Gerusalemme un’avvocata che rappresenta il villaggio stava preparando una richiesta urgente alla Corte Suprema di Israele di emettere un ordine che imponesse alla polizia e l’esercito di rimuovere i coloni invasori. Ci mandava continue richieste di aggiornamento. Le mandavamo continue risposte. La richiesta è stata presentata il giorno seguente, ma il giudice della Corte Suprema Alex Stein ha detto che non c’era motivo di intervenire, data che si presumeva che le forze di sicurezza avrebbero agito per preservare l’ordine. L’avvocata ha fatto ricorso, che è stato nuovamente respinto. Non ci sarebbe stato nessun intervento della polizia, dell’esercito o dei tribunali, come i leader dei coloni ben sapevano. Hanno detto ai palestinesi che avevano 24 ore per andarsene, o sarebbe stato peggio per loro.

I residenti conoscevano la procedura. La stessa che avevano visto in tutta la Cisgiordania. Alla fine di maggio la stessa cosa era successa a Mahayer al-Dir: i coloni avevano stabilito un avamposto nel villaggio, avevano attaccato i residenti e svaligiato le loro case; anche lì la polizia e i tribunali non erano intervenuti quando i coloni avevano dato i loro ultimatum. Gli abitanti del villaggio che avevano tardato a fare i bagagli erano stati picchiati dai coloni, e diversi tra loro erano finiti in ospedale con ferite gravi. I residenti di Mu’arrajat, che avevano amici e familiari a Maghayer al-Dir, non hanno aspettato fino alla mattina per andarsene. L’ultimatum dei coloni è stato rispettato entro le 24 ore. Le case erano state smantellate, i beni di prima necessità impacchettati e portati via, la scuola svuotata. Tutti i 250 residenti se ne sono andati.

Ne ho conosciuto bene alcuni durante gli ultimi cinque anni. Ho parlato con Alia ogni volta che iniziavo il turno di notte, di modo che sapesse chi chiamare in caso di emergenza. Suliman mi chiamava quasi tutte le notti, quando i coloni prendevano a pugni la sua porta di casa. Erano vessati, invasi e terrorizzati; i coloni hanno dato fuoco alla moschea del villaggio; nonostante questo hanno mantenuto la loro dignità. Ho visto i villaggi intorno a loro cadere uno dopo l’altro, ma loro continuavano a resistere. Adesso anche loro sono dispersi, senza casa, sradicati.

I coloni, nel frattempo, stanno celebrando un’altra vittoria nei social media: l’espulsione di un’altra comunità di “nemici” o “invasori”, come chiamano le persone la cui terra e le cui case hanno invaso e occupato. L’intera valle del Giordano è stata ebraicizzata.

Quando una persona muore, ci sono dei rituali che ci aiutano a piangerne la scomparsa, e persone che ci guidano nell’elaborazione del lutto. Ma cosa possiamo fare quando un intero villaggio è cancellato, quando la vita di un’intera comunità viene distrutta? Specialmente quando nessuno intorno a noi sembra farci caso, quando a nessuno sembra importare nulla?

Mu’arrajat non esiste più.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Troppe persone sono complici del vergognoso trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane

7 luglio 2025, Haaretz

Il quadro che emerge dalla prigione di Megiddo è davvero terrificante. Un ragazzo di 16 anni che è stato scarcerato era così sottopeso da essere in pericolo di vita, e aveva lesioni da scabbia su tutto il corpo. Questo è successo poco dopo che un ragazzo di 17 anni è morto a Megiddo, con il sospetto che la causa del decesso sia stato il grave stato di malnutrizione.

Un’indagine della giornalista di Haaretz Hagar Sheraf ha messo in luce che entrambi questi casi che coinvolgono minorenni sono parte di un quadro sistemico di inedia, malattie, violenze e incuria sanitaria nei confronti di detenuti e prigionieri palestinesi a Megiddo sotto la responsabilità del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Ma la responsabilità non è solo di Ben-Gvir. Il commissario del Servizio Carcerario Israeliano e i direttori delle carceri mettono in pratica le sadiche direttive di Ben-Gvir. È sotto il loro controllo che ai prigionieri vengono serviti pasti insufficienti e di pessima qualità. È nelle prigioni sotto il loro comando che i prigionieri non ricevono abiti e lenzuola pulite, e sono i prigionieri di cui loro sono responsabili che sono malati e non ricevono cure. E sono sempre loro che permettono che i prigionieri siano sottoposti a violenze quotidiane.

Questa politica crudele è sotto gli occhi di tutti. Anzi, Ben-Gvir se ne vanta. Alcuni gruppi di difensori dei diritti umani stanno cercando di portare alcuni di questi casi all’Alta Corte di Giustizia, ma la Corte sta permettendo questa vergogna perché non si affretta a intervenire. In pratica, secondo le testimonianze pubblicate nel rapporto, perfino i pasti insufficienti che il servizio carcerario dice di fornire non vengono di fatto somministrati ai detenuti, che perdono peso mentre la loro salute si deteriora.

La prigione di Megiddo è forse una delle peggiori, ma non certo l’unica. Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, dall’inizio della guerra 73 prigionieri e detenuti palestinesi sono morti in carcere e nelle strutture di detenzione militari. Il più alto numero di decessi è avvenuto presso la prigione di Ketziot. Un ex detenuto, un residente del Negev che è diventato portavoce dei prigionieri appartenenti ad Hamas, ha descritto nei particolari la situazione nella prigione di Ketziot: pugni in faccia e pasti inadeguati, spesso non cotti a sufficienza, sono la realtà quotidiana anche lì.

Tali condizioni sono inaccettabili, chiunque siano i detenuti. Sfortunatamente troppe persone sono complici di questa condotta vergognosa senza doverne rispondere di fronte alla legge. Anche i sistemi che dovrebbero controllarle hanno paura, permettendo che la situazione si perpetui.

La responsabilità non è solo di Ben-Gvir, del capo del servizio carcerario Kobi Yaakobi e di Meweed Sbeiti e Yaakov Oshri, rispettivamente attuale e precedente direttore di Megiddo. Anche i giudici della Corte Suprema e qualsiasi altro giudice israeliano che riceve ripetuti reclami da parte dei prigionieri e non fa nulla sono ugualmente responsabili.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




L’avanzata dei gruppi paramilitari di coloni nella strategia israeliana per la Cisgiordania

Meron Rapoport da Tel Aviv, Israele

4 luglio 2025 – Middle East Eye

In Cisgiordania milizie composte da coloni e sostenute da leader politici israeliani stanno intensificando gli sforzi per espellere i palestinesi e impadronirsi delle terre.

La scorsa settimana, pochi giorni dopo l’uccisione di tre palestinesi da parte delle forze israeliane intervenute per proteggere dei coloni che assaltavano violentemente il villaggio palestinese di Kafr Malik nella Cisgiordania occupata, un’insolita ondata di condanna ha travolto la politica e i media israeliani.

Ma l’indignazione non era rivolta all’uccisione dei palestinesi. È scaturita solo dopo che i coloni si sono rivoltati contro i soldati israeliani.

Venerdì sera dei coloni, comunemente noti in Israele come “Giovani delle Colline”, hanno attaccato i soldati di stanza in un avamposto coloniale vicino a Kafr Malik, a nord-est di Ramallah. Il giorno seguente, lo stesso gruppo ha assaltato una base militare vicina.

Per un esercito da tempo abituato a scortare i coloni durante le incursioni nelle comunità palestinesi, l’aggressione da parte dei loro usuali alleati è stata inaspettata e inquietante.

Il termine “Giovani delle Colline” non potrebbe descrivere in modo più appropriato questa organizzazione. La loro struttura, le tattiche e la crescente sicurezza con cui agiscono indicano che ora agiscono più come una formazione paramilitare che come un insieme informale di giovani coloni radicalizzati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz ed esponenti di tutto lo spettro politico israeliano, tra cui membri sia della coalizione che dellopposizione, hanno immediatamente condannato gli attacchi contro i soldati.

Eppure le attività violente di questi gruppi di coloni contro i palestinesi continuano da anni senza apprezzabili conseguenze politiche o legali.

Violenza autorizzata dallo Stato

L’ascesa delle milizie di coloni non è un fenomeno nuovo.

Durante gli scontri del maggio 2021 tra ebrei e palestinesi, milizie di coloni condussero attacchi coordinati e simultanei contro villaggi palestinesi in tutta la Cisgiordania.

Queste milizie non agiscono in modo spontaneo, ma operano allinterno di una struttura organizzata che comprende diverse centinaia di uomini armati.

Ciò che è cambiato è la palese ufficializzazione delle loro operazioni sotto lattuale governo israeliano.

Da quando Bezalel Smotrich, che è anche ministro delle Finanze israeliano, ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania, queste milizie sembrano operare in stretta connessione con un obiettivo strategico più ampio: espandere il controllo israeliano sull’Area C [area dei territori occupati sotto totale controllo israeliano, ndt.], che costituisce circa il 60% della Cisgiordania, ostacolando di fatto la possibilità di istituire un futuro Stato palestinese.

Un elemento centrale di questa strategia è la proliferazione delle cosiddette “fattorie dei pastori”, un modello di insediamento che consente ai coloni di impossessarsi di vaste aree di terreno senza l’approvazione formale del governo e con scarsa, se non nessuna, resistenza militare. Queste fattorie nascono in genere con pochi coloni, a volte anche solo due o tre, ma si espandono rapidamente su vaste aree.

Attraverso questi avamposti piccoli gruppi di coloni, spesso collegati ai Giovani delle Colline, riescono ad affermare il controllo su ampie distese di terreno. I coloni che gestiscono queste fattorie minacciano ed espellono con la forza pastori e abitanti palestinesi, creando di fatto zone di esclusione senza annessione ufficiale.

Per i palestinesi che vivono in Cisgiordania la violenza e l’espropriazione inflitte da queste milizie non sono né nuove né sporadiche.

Ma i recenti attacchi ai soldati israeliani hanno improvvisamente attirato l’attenzione su questi gruppi, esponendo una realtà che i palestinesi subiscono da tempo: frange del movimento dei coloni si stanno evolvendo in forze organizzate e militarizzate che perseguono un programma di estorsioni territoriali con crescente impunità.

Strategia post-Smotrich

Sotto la guida di Smotrich molte di queste fattorie vengono ora legalizzate. Allo stesso tempo sono aumentati gli attacchi (esplicitamente intenzionali e coordinati) contro pastori palestinesi e comunità beduine a est della strada Alon [componente strategica del piano Alon, che dopo la guerra del 1967 prevedeva l’annessione di una striscia di terra lungo il confine orientale della Cisgiordania, inclusa appunto la strada Alon, ndt.] e in particolare nella Valle del Giordano.

Lo scopo di questi attacchi sembra essere chiaro: cacciare i palestinesi dalla zona.

Di recente le milizie di coloni hanno iniziato a spingersi ad ovest della Alon Road, avvicinandosi alle regioni di Nablus e Ramallah. Non è ancora chiaro se le milizie ricevano ordini diretti dallo stesso Smotrich, ma è evidente che i loro obiettivi collimano.

Entrambi lavorano per un obiettivo comune: consolidare il controllo israeliano sull’Area C e liberarla dai suoi abitanti palestinesi.

Un esempio di questa tacita cooperazione è emerso in seguito agli eventi di venerdì scorso.

Smotrich ha dichiarato che sparare agli ebrei costituisce una “linea rossa” che non deve essere oltrepassata, affermando in modo inequivocabile la proibizione di aprire il fuoco contro gli ebrei.

Inizialmente i coloni avevano affermato che un ragazzo [ebreo] di 14 anni era stato colpito dai soldati israeliani, sebbene in seguito sia emerso che il ragazzo era rimasto ferito mentre lanciava pietre contro i soldati in un luogo completamente diverso. Ciononostante Smotrich ha scelto di schierarsi con la versione dei fatti dei Giovani delle Colline.

L’attacco alla base militare del giorno successivo ha costretto il ministro delle Finanze a condannare pubblicamente le azioni dei coloni, ma gli interessi strategici condivisi dalle due parti rimangono intatti.

L’aumento negli ultimi tempi della frequenza degli attacchi contro i palestinesi potrebbe derivare dalla preoccupazione del ministro delle Finanze israeliano che il governo possa cadere o che lui possa non fare parte del prossimo esecutivo. Nella maggior parte dei sondaggi il Partito Sionista Religioso di Smotrich non supera la soglia di sbarramento.

Smotrich è uno dei politici più abili e scaltri d’Israele e possiede una profonda conoscenza storica.

L’aggressiva espansione delle milizie armate di coloni in Cisgiordania non consiste semplicemente in una serie di attacchi isolati; fa parte del più ampio sforzo di Smotrich per stabilire “fatti sul campo” irreversibili in caso di un cambio di governo.

Potrebbe benissimo aver ragione nei suoi calcoli. È altamente improbabile che un futuro governo israeliano intervenga per smantellare fattorie o avamposti di pastori in Cisgiordania, e ancora meno probabile che agisca per restituire ai palestinesi sfollati le terre da cui sono stati espulsi.

Smotrich potrebbe anche avere in mente la linea del piano per il Medio Oriente dell’amministrazione Trump, da lui pubblicamente criticato. Secondo tale piano, gran parte dell’Area C verrebbe annessa a Israele, mentre ci sarebbe uno Stato palestinese spezzettato sotto forma di enclavi separate sparse in tutta la Cisgiordania.

L’evidente obiettivo di Smotrich è garantire che le aree annesse siano il più possibile prive di palestinesi, riducendo il numero di palestinesi che potrebbero rivendicare la cittadinanza o pieni diritti all’interno dello Stato israeliano.

La guerra in corso a Gaza sta anche plasmando il pensiero delle milizie dei coloni, oltre a rafforzare Smotrich e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. La guerra ha creato un ambiente permissivo che sembra incoraggiare questi attori ad accelerare i loro programmi in Cisgiordania.

La fantasia dei coloni

I coloni hanno a lungo coltivato l’ambizione di svuotare la Cisgiordania della sua popolazione palestinese. Per anni questa aspirazione è stata ampiamente intesa, persino tra gli stessi coloni, come una fantasia irrealizzabile.

Tuttavia, la distruzione quasi totale di Gaza e la crescente percezione che la pulizia etnica della Striscia di Gaza sia diventata, almeno in modo semi-esplicito, uno degli obiettivi di guerra del primo ministro Netanyahu, hanno incoraggiato i gruppi di coloni a credere che un simile scenario possa essere possibile anche in Cisgiordania.

La pulizia etnica in Cisgiordania presenterebbe però sfide logistiche e politiche ben più complesse rispetto a Gaza. A differenza di Gaza, infatti, in Cisgiordania la popolazione palestinese e quella dei coloni è molto più intrecciata sul territorio.

Inoltre, la Giordania (situata appena oltre il confine) reagirebbe quasi certamente con molta meno indulgenza dell’Egitto nel caso di un tentativo israeliano di espellere nel suo territorio con la forza centinaia di migliaia di palestinesi.

Tuttavia alcuni dei metodi attualmente impiegati dall’esercito israeliano a Gaza sembrano gradualmente estendersi anche in Cisgiordania, seppur su scala minore.

Negli ultimi mesi ampi settori dei campi profughi di Tulkarem e Jenin, insieme ad altre aree, sono stati rasi al suolo con i bulldozer e centinaia di case sono state demolite dalle forze israeliane. Le immagini relative a questi siti assomigliano sempre di più a quelle provenienti da Gaza.

Anche se la Cisgiordania non sta ancora vivendo una completa riproduzione della campagna di Gaza, ciò che si sta verificando potrebbe essere visto come la preparazione di un più ampio sforzo da parte di Smotrich e delle milizie dei coloni per “sgomberare” aree chiave dai palestinesi.

Una sfida tra criminali

L’attacco di venerdì scorso all’esercito israeliano da parte delle milizie dei coloni ha segnato una rara trasgressione delle regole non scritte che da tempo governano il rapporto tra coloni ed esercito in Cisgiordania. Questa violazione ha suscitato alcune critiche all’interno di Israele.

Tuttavia è improbabile che tali critiche abbiano un impatto significativo sulle operazioni delle milizie o sulla più ampia direttiva di espansione degli insediamenti ed espulsione dei palestinesi.

Il ministro della Difesa Israel Katz, che ha recentemente revocato l’uso di ordini di detenzione amministrativa contro coloni ebrei (indebolendo così i poteri esecutivi della Divisione Controterrorismo Ebraico dello Shin Bet), ha ora annunciato la formazione di una nuova unità di polizia incaricata di affrontare la violenza dei coloni.

Secondo Katz l’esercito israeliano e lo Shin Bet saranno in qualche modo coinvolti ma l’unità sarà guidata principalmente da agenti di polizia.

In pratica, tuttavia, non c’è dubbio che per la nomina del comandante dell’unità sarà richiesta l’approvazione di Ben Gvir, che sovrintende alla polizia ed è ampiamente considerato un alleato del movimento dei coloni.

In tali termini, la creazione di questa unità non appare un autentico tentativo di arginare la violenza dei coloni quanto piuttosto una manovra politica per gestire la percezione dell’opinione pubblica. Probabilmente mira a deviare le critiche piuttosto che ad affrontare seriamente gli attacchi in corso.

Le aggressioni pubbliche contro i soldati israeliani sono generalmente impopolari in Israele, e persino gli israeliani di centro e centro-destra si oppongono alla violenza dei coloni contro i palestinesi. Questi fattori rappresentano una potenziale minaccia al progetto politico portato avanti da Smotrich e dalle milizie dei coloni.

Tuttavia, nonostante queste tensioni interne, è improbabile che il progetto venga fondamentalmente bocciato.

Smotrich e Ben Gvir, i rappresentanti più in vista del movimento dei coloni alla Knesset, sono ormai profondamente integrati all’interno del governo israeliano, il che rende difficile immaginare uno scenario in cui questo programma venga significativamente messo in discussione dall’interno.

Tuttavia, come spesso accade in movimenti violenti di questa natura, potrebbero esserci elementi più estremisti che percepiscano Smotrich e Ben Gvir come troppo moderati o non sufficientemente impegnati nella causa. Ma questa è in definitiva una competizione tra fazioni alimentata dal crescente radicalismo. È una sfida tra criminali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il rapporto delle Nazioni Unite elenca le aziende complici del genocidio di Israele: chi sono?

Federica Marsi

1 luglio 2025 – Al Jazeera

La Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese ha pubblicato un rapporto che fa il nome di diverse grandi aziende statunitensi che sostengono l’occupazione israeliana e la guerra contro Gaza. Ci sono anche diverse aziende di altri Paesi, dalla Cina al Messico.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ha pubblicato un nuovo rapporto che traccia una mappa delle aziende che sostengono Israele nell’espulsione dei palestinesi e nella guerra genocida contro Gaza, in violazione del diritto internazionale.

L’ultimo rapporto di Francesca Albanese, presentato il 3 luglio durante una conferenza stampa a Ginevra, fa il nome di 48 aziende multinazionali, tra cui i giganti tecnologici statunitensi Microsoft, Alphabet Inc. (la casa madre di Google) e Amazon. Come parte dell’indagine è stata inoltre creata una banca dati di più di 1000 aziende.

L’occupazione perenne [di Israele] è diventata il terreno di prova ideale per i produttori di armi e per le grandi aziende tecnologiche, con un’offerta e una domanda significative, poco controllo e zero responsabilità, consentendo a investitori e istituzioni pubbliche e private di trarne profitto liberamente” si legge nel rapporto.

Le aziende non sono più semplicemente implicate nell’occupazione, potrebbero essere coinvolte in un’economia di genocidio”, si legge, in riferimento all’attacco in corso contro la Striscia di Gaza da parte di Israele. Lo scorso anno, in un parere tecnico, Albanese aveva detto esserci “ragionevoli motivi” per ritenere che Israele stesse commettendo un genocidio nell’enclave palestinese assediata.

Nel rapporto si sostiene che i risultati dell’indagine illustrano “il motivo per cui il genocidio di Israele continua”, ovvero “perché è economicamente vantaggioso per molti”.

Quali aziende di armi e tecnologie sono identificate nel rapporto?

L’acquisto da parte di Israele di aerei da combattimento F-35 fa parte del più ampio programma di approvvigionamento di armi al mondo, che coinvolge almeno 1600 aziende in otto Stati. Fa capo all’azienda statunitense Lockheed Martin, ma i componenti degli F-35 sono costruiti in tutto il mondo.

L’azienda italiana Leonardo S.p.A. è indicata come quella che offre il principale contributo al settore militare, mentre l’azienda giapponese FANUC fornisce i macchinari automatizzati per le linee di produzione delle armi.

Nel contempo il settore tecnologico ha consentito la raccolta, la conservazione e l’uso governativo di dati biometrici dei palestinesi, “in sostegno alla politica discriminatoria dei permessi di Israele”, si legge nel rapporto. Microsoft, Alphabet e Amazon consentono a Israele “un accesso governativo virtualmente illimitato alle loro tecnologie cloud e di IA” potenziando le sue capacità di elaborazione dati e sorveglianza.

L’azienda tecnologica statunitense IBM è anche responsabile dell’addestramento di personale militare e dei servizi segreti, oltre a gestire la banca dati centrale dell’autorità per la Popolazione, l’Immigrazione e le Frontiere (PIBA) di Israele che contiene i dati biometrici dei palestinesi, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto sin dall’inizio della guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 la piattaforma software statunitense Palantir Technologies ha ampliato il suo sostegno all’esercito Israeliano, e vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che l’azienda fornisca la tecnologia automatizzata di controllo predittivo usata per l’automazione delle decisioni durante le operazioni militari, per elaborare dati e produrre elenchi di obiettivi come quelli generati da sistemi di intelligenza artificiale come “Lavender”, “Gospel” e “Where’s Daddy?”

Le società complici che supportono Israele

Quali altre aziende sono identificate nel rapporto?

Il rapporto elenca anche numerose aziende che sviluppano tecnologie civili utilizzate come “strumenti a doppio uso” per l’occupazione di territorio palestinese da parte di Israele. Tra queste vi sono Caterpillar, Rada Electronic Industries di proprietà di Leonardo, HD Hyundai della Corea del Sud e il gruppo Volvo svedese, che forniscono macchinario pesante per la demolizione di abitazioni e la costruzione di colonie illegali in Cisgiordania.

Anche le piattaforme Booking e Airbnb sostengono le colonie illegali perché promuovono stanze d’albergo e altre proprietà in affitto nei territori occupati da Israele. Il rapporto indica la statunitense Drummond Company e la svizzera Glencore come i principali fornitori di carbone, importato principalmente dalla Colombia, per produrre l’elettricità per Israele.

Nel settore agricolo, la cinese Bright Dairy & Food è proprietaria della maggioranza di Tnuva, la più grande azienda alimentare israeliana, che trae beneficio dalla terra sottratta ai palestinesi dagli avamposti coloniali illegali di Israele. Netafim, un’azienda che fornisce tecnologia di irrigazione a goccia e che è per l’80 % di proprietà della messicana Orbia Advance Corporation, fornisce infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse idriche nella Cisgiordania occupata.

Anche i buoni del tesoro hanno svolto un ruolo cruciale nel finanziamento dell’attuale guerra contro Gaza. Secondo il rapporto alcune delle più grandi banche del mondo, tra cui la francese BNP Paribas e la Barclays del Regno Unito sono intervenute per permettere a Israele di contenere il premio sui tassi di interesse nonostante il declassamento del credito.

Chi sono i principali investitori dietro queste aziende?

Il rapporto identifica le aziende di investimento multinazionali BlackRock e Vanguard come i principali investitori di diverse tra le aziende elencate.

BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, è il secondo più grande investitore istituzionale in Palantir (8,6 %), Microsoft (7,8 %), Amazon (6,6 %), Alphabet (6,6 %) e IBM (8,6 %), e il terzo in Lockheed Martin (7,2 %) e Caterpillar (7,5 %).

Vanguard, il secondo gestore patrimoniale al mondo, è il primo investitore in Caterpillar (9,8 %), Chevron (8,9 %) e Palantir (9,1 %), e il secondo investitore in Lockheed Martin (9,2 %) e nel produttore di armi israeliano Elbit System (2 %).

Le aziende traggono profitto dai rapporti con Israele?

Nel rapporto si legge che “le imprese coloniali e i genocidi a queste associate sono state nel corso della storia promosse e favorite dal settore aziendale”. L’espansione di Israele in terra palestinese è un esempio di “capitalismo coloniale razziale”, in cui le aziende traggono profitto da un’occupazione illegale.

Da quando Israele ha lanciato la guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 “le entità che prima avevano permesso e tratto profitto dall’eliminazione e cancellazione dei palestinesi in un’economia di occupazione, invece di disimpegnarsi sono ora coinvolte nell’economia di genocidio”, sostiene il rapporto.

Per le aziende di armi straniere la guerra è stato un affare lucroso. La spesa militare di Israele tra il 2023 e il 2025 è aumentata del 65 %, salendo a 46,6 miliardi di dollari, una delle più alte al mondo pro capite.

Diverse imprese quotate in borsa, in particolare nei settori delle armi, della tecnologia e delle infrastrutture, dall’ottobre 2023 hanno registrato un aumento dei profitti. Anche la borsa di Tel Aviv è salita come mai prima, del 179 %, con un aumento di valore di mercato di 157,9 miliardi di dollari.

Le compagnie di assicurazione internazionali, tra cui Allianz e AXA, hanno investito ingenti somme in azioni e obbligazioni legate all’occupazione israeliana, si legge nel rapporto, in parte come riserve di capitali ma in primo luogo per generare profitti.

Anche Booking e Airbnb continuano a trarre profitto da proprietà date in affitto nelle terre occupate da Israele. Airbnb per un breve periodo nel 2018 ha tolto dagli annunci le proprietà nelle colonie illegali, ma è poi tornata a donare i profitti da lì derivati a cause umanitarie, una pratica che nel rapporto viene definita di “humanitarian-washing” [un tentativo di migliorare la propria reputazione distogliendo l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani di cui si rende complice, N.d.T.].

Le aziende private sono responsabili secondo il diritto internazionale?

Secondo il rapporto di Albanese, sì. Le aziende hanno l’obbligo di non violare i diritti umani attraverso azioni dirette o dei loro partner commerciali.

Gli Stati hanno la principale responsabilità di assicurarsi che le aziende rispettino i diritti umani e devono prevenire, indagare e punire gli abusi del settore privato. Le aziende devono però rispettare i diritti umani anche se gli Stati in cui operano non lo fanno.

Secondo il rapporto, un’azienda deve quindi valutare se le attività o le relazioni lungo la sua catena di approvvigionamento rischiano di causare violazioni dei diritti umani o di contribuirvi.

Il non agire in linea con il diritto internazionale può comportare una responsabilità penale. I singoli dirigenti possono essere ritenuti penalmente responsabili, anche davanti ai tribunali internazionali.

Il rapporto invita tutte le aziende a disinvestire da tutte le attività legate all’occupazione da parte di Israele del territorio palestinese, che è illegale secondo il diritto internazionale.

Nel luglio 2014 la Corte Internazionale di Giustizia  ha emesso un parere consultivo che stabilisce che la presenza di Israele nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est deve cessare “il più rapidamente possibile”. Alla luce di questo parere consultivo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto a Israele di porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati entro settembre 2025.

Secondo il rapporto di Albanese la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia “qualifica di fatto l’occupazione come un atto di aggressione… Di conseguenza, qualsiasi accordo che sostenga o appoggi l’occupazione e l’apparato ad essa associato può costituire una complicità secondo il diritto internazionale ai sensi dello statuto di Roma.

Gli Stati non devono fornire aiuti o assistenza o partecipare ad accordi economici o commerciali e devono prendere provvedimenti per prevenire relazioni commerciali o finanziarie che aiutino a mantenere la situazione illegale creata da Israele nei territori palestinesi occupati”.

(traduzione di Federico Zanettin)




“Fa parte del territorio”: come gli archeologi israeliani legittimano l’annessione

Dikla Taylor-Sheinman

1 luglio 2025 – +972 Magazine

La militarizzazione delle antichità è connessa all’eredità coloniale di Israele, afferma Rafi Greenberg, i cui colleghi sono rimasti in gran parte in silenzio sulla distruzione di Gaza.

Il 2 aprile l’Israel Exploration Society ha improvvisamente annullato quello che sarebbe stato il più grande e prestigioso raduno annuale di archeologi del Paese. Il Congresso Archeologico, un appuntamento fisso da quasi 50 anni, è stato annullato dagli organizzatori in seguito alle pressioni del Ministro del Patrimonio di estrema destra Amichai Eliyahu perché venisse escluso il docente dell’Università di Tel Aviv Raphael (Rafi) Greenberg. “Non permetterò che le erbacce del mondo accademico che si adoperano per promuovere il boicottaggio dei loro colleghi archeologi sputino nel pozzo del patrimonio da cui il popolo di Israele beve”, ha scritto il ministro su X.

Agli occhi di Eliyahu e delle ONG di destra che si sono battuti per l’esclusione di Greenberg l’ultimo affronto da parte del professore era stata una lettera aperta scritta un mese prima. In essa esortava i colleghi israeliani e internazionali a boicottare la “Prima Conferenza Internazionale di Archeologia e Conservazione dei Siti di Giudea e Samaria” presso il lussuoso Dan Jerusalem Hotel, nella parte orientale della città, la prima del suo genere ospitata in un territorio occupato riconosciuto come tale a livello internazionale.

Sebbene il Congresso Archeologico si sia svolto online la scorsa settimana con la partecipazione di Greenberg, le controversie che circondano entrambe le conferenze sollevano interrogativi morali e politici più profondi sul ruolo della comunità archeologica israeliana mentre Israele intensifica il suo attacco al patrimonio culturale e ai siti religiosi palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e il governo si muove verso l’annessione della Cisgiordania, in parte attraverso la militarizzazione dell’archeologia stessa.

A maggio il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali israeliano ha ufficialmente avviato gli scavi di Sebastia, a nord di Nablus, in Cisgiordania, con l’obiettivo di trasformare il sito nel “parco nazionale di Samaria“, separando l’acropoli e l’antico villaggio dalla città palestinese a cui è collegato.

Ma lo sviluppo più significativo è iniziato nel luglio 2024, quando il parlamentare Amit Halevi del Likud di Netanyahu ha proposto un emendamento legislativo rivolto ad applicare alla Cisgiordania le leggi israeliane sulle antichità. Nello specifico, la proposta di legge estenderebbe la giurisdizione dell’Autorità per le Antichità Israeliane (IAA) da Israele propriamente detto all’Area C [in base agli accordi di Oslo la parte dei territori palestinesi occupati sotto totale ma temporanea giurisdizione israeliana, ndt.] della Cisgiordania, che copre circa il 60% del territorio palestinese occupato da Israele.

Il disegno di legge rappresenta il culmine di una campagna quinquennale condotta dai consigli regionali dei coloni e dai gruppi di estrema destra rivolta a dipingere i palestinesi come una minaccia esistenziale per i cosiddetti siti del patrimonio “nazionale” (cioè ebraico) in Cisgiordania. La ONG israeliana di sinistra Emek Shaveh ha definito la legge un “tentativo di ottenere l’annessione attraverso le antichità“.

La resistenza dell’IAA alla volontà di estendere la sua competenza alla Cisgiordania potrebbe aver rallentato lo slancio, ma non ha cancellato l’obiettivo più ampio. In quella che sembra essere una svolta strategica, durante le recenti riunioni di commissione i parlamentari hanno proposto di istituire un nuovo organismo sotto il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali per gestire le attività in tutta la Cisgiordania, non solo nell’Area C. Questa mossa aggira la controversia pur mirando allo stesso risultato: imporre la legge civile israeliana sulle antichità della Cisgiordania.

In effetti la soluzione alternativa ha incontrato reazioni molto meno negative da parte dell’establishment archeologico. Ad eccezione di Emek Shaveh, co-fondato da Greenberg, la resistenza all’interno della comunità archeologica alla proposta di legge si è concentrata principalmente sulle sue implicazioni per l’archeologia israeliana e la reputazione internazionale di Israele.

+972 Magazine ha intervistato Greenberg per discutere sul significato di questa nuova legge per i palestinesi in Cisgiordania — una questione che gran parte dell’opposizione pubblica ha completamente ignorato — i quali già subiscono livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni sostenuti dallo Stato. Tra i vari temi affrontati abbiamo esplorato il rapporto problematico tra gli archeologi israeliani e i palestinesi, la politicizzazione” dellarcheologia israeliana, gli appelli progressisti alla libertà accademica e il motivo per cui larcheologia israeliana abbia così poco da dire sulla distruzione di Gaza.

L’intervista ha subito dei tagli per ragioni di brevità e chiarezza.

Per iniziare, lei considera il rinvio del Congresso Archeologico di aprile, dopo che il Ministro dei Beni Culturali si è dato da fare per bloccare la sua partecipazione, uno sviluppo positivo o negativo?

Ho avuto un rapporto complicato con la comunità archeologica per decenni perché sono stato molto critico nei confronti di quella che chiamo l’eredità coloniale dell’archeologia israeliana. Ma questa conferenza è stata organizzata da un gruppo di archeologi più giovani. In realtà, è stata l’occasione per parlare – almeno per qualche minuto – di alcune questioni delicate in un contesto prettamente archeologico.

Avrei voluto parlare di quella che [l’archeologo greco e professore della Brown University] Yanis Hamilakis e io chiamiamo la “archeologizzazione” di Grecia e Israele. Si tratta di due Paesi che l’Occidente ha apprezzato fin dal XVIII e XIX secolo quasi esclusivamente per il loro passato. E storicamente, questo ha portato l’Occidente, e in seguito il movimento sionista, a sottovalutare chiunque vivesse nel Paese, presupponendo che fosse privo di una reale conoscenza del passato.

La mia denuncia nell’intervento che avrei letto alla conferenza era che l’archeologia ha avuto un ruolo in questa [disumanizzazione dei palestinesi] e che tutto è iniziato non con l’archeologia israeliana, ma con la vera e propria archeologia coloniale del XIX secolo: archeologia britannica, tedesca, francese. Gli israeliani hanno poi ereditato quel patrimonio e, in quanto colonia di insediamento, è stato conveniente continuare a sostenere questo punto di vista.

Questo tipo di approccio originario all’archeologia è quello che anima i gruppi di coloni e persone come il Ministro del Patrimonio israeliano. [Secondo loro], solo le persone che si legano a specifiche antichità di determinate epoche e culture hanno diritto al Paese, mentre gli altri non hanno alcun diritto alla terra, alle sue antichità, a nulla.

Quindi da un lato sono stato piacevolmente sorpreso che il mio articolo sia stato accettato; questa è stata l’occasione per presentarlo alla comunità archeologica, che in generale non vuole parlare di questo problema. E allo stesso tempo, ha innescato questo scontro tra gli organizzatori della conferenza e gli agitatori di destra, che mi avevano da tempo inserito nella loro lista nera.

Ma il contesto dello scontro tra il Ministro dei Beni e gli organizzatori della conferenza era tale da riecheggiare una lotta più ampia in Israele tra le cosiddette forze filo-democratiche e le cosiddette forze autoritarie o etnocratiche. E una pluralità molto significativa di archeologi appartiene al campo liberaldemocratico, quindi per loro la conferenza è diventata una questione di libertà accademica e di espressione.

Per questo motivo è stato facile per la maggior parte dei miei colleghi archeologi [e per gli organizzatori della conferenza] schierarsi dalla mia parte. O, come mi ha scritto uno dei miei ex studenti su WhatsApp, “insistono nel dire di avere il diritto di non ascoltarti, di poter scegliere di ignorarti”. Non avrebbero permesso al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali di fare quella scelta al posto loro.

Sebbene la sessione in cui ho presentato il mio ultimo intervento la settimana scorsa sia stata molto partecipata, con oltre 120 presenze, si è trattato di un breve intermezzo di 15 minuti in quella che altrimenti sarebbe stata una bolla isolata. Sono stati letti circa 12 articoli sugli scavi in ​​Cisgiordania e a Gerusalemme Est, presentati dall’Università di Tel Aviv e da altri ricercatori o da studiosi dell’Università di Ariel [nell’insediamento coloniale di Ariel in Cisgiordania, ndt.], articoli che sarebbero stati esclusi dalla maggior parte delle sedi internazionali. Durante la stessa settimana la Conferenza Archeologica Mondiale ha cancellato l’invito a uno studioso dell’Università di Ariel.

Nelle loro argomentazioni a favore dell’estensione della giurisdizione dell’IAA alla Cisgiordania, le ONG di destra dei coloni sostengono che i palestinesi in Cisgiordania non solo non hanno idea di come prendersi cura delle antichità presenti, ma le stanno attivamente distruggendo, vandalizzando e depredando. Può parlare delle iniziative legislative attualmente in corso alla Knesset per estendere la giurisdizione dell’IAA? Qual è il rapporto con l’annessione?

Il luogo comune che ha menzionato, secondo cui le popolazioni locali non si prendono cura dei reperti o li distruggono, è antico quanto larcheologia stessa. E qui, in Israele, si aggiunge un ulteriore livello: quello del presunto diritto divino e storico alla terra, rivendicato dai colonizzatori.

Ma l’atto in sé di estendere la giurisdizione dell’IAA alla Cisgiordania è in gran parte una mossa politica, perché i coloni non hanno un vero interesse per l’archeologia. In effetti in Israele il sionismo è stato piuttosto lento ad adottare l’archeologia come mezzo per [stabilire un legame ebraico con la terra] perché le antichità [ebraiche] qui in Israele non sono tanto maestose o imponenti e presenti solo in piccola quantità.

Non è come con i templi greci che, come dice il mio collega Yanis Hamilakis, sono come scheletri sparsi in tutta la Grecia: ovunque si vedono colonne e marmi bianchi. Invece in Israele la maggior parte delle antichità visibili probabilmente non è ebraica. Se cammini per le campagne e ti imbatti in un edificio in rovina o in un castello, è molto più probabile che sia islamico, cristiano o di altro tipo.

Quindi larcheologia non offre ai coloni un legame immediato con il paesaggio. Eppure i coloni sostengono che tutta la Cisgiordania, sotto la superficie, sia fondamentale per la storia ebraica — che è lì che è stata scritta la Bibbia.

Quando ero effettivamente impegnato a catalogare tutti i siti archeologici conosciuti, esaminati e sottoposti a scavi in Cisgiordania e successivamente ho cercato di tradurli in una mappa dei punti di interesse storico, solo una piccola minoranza di siti poteva essere effettivamente attribuita con pochi dubbi a uno specifico gruppo etnico o religioso. La maggior parte dei siti è eclettica, presenta reperti che precedono l’ebraismo di migliaia di anni. O altri posteriori all’epoca dell’indipendenza ebraica nell'[antica] Palestina, risalenti a diverse dinastie islamiche e al dominio cristiano.

Se prendiamo un qualsiasi frammento della storia di Israele-Palestina, in qualsiasi momento, non troveremo una cultura univoca e omogenea in tutto il territorio. Non c’è mai stata un’epoca in cui in questo Paese fossero tutti ebrei, musulmani, cristiani o altro. L’archeologia, nella sua essenza, non fornisce quel tipo di certezza e purezza che i ministri etnocratici di destra potrebbero desiderare. Quindi devono inventarsela. E poi dicono che i palestinesi stanno danneggiando quel [patrimonio esclusivamente ebraico] e quindi useremo questo come pretesto per accaparrarci altra terra.

Quindi [i coloni] hanno questa visione molto strumentale di ciò che l’archeologia può offrire loro. Non si tratta assolutamente di antichità, ma di una strumentalizzazione delle antichità come ulteriore modalità di espropriazione di proprietà immobiliari. Noi di Emek Shaveh la chiamiamo la militarizzazione dell’archeologia o “modello Elad”, dopo quanto accaduto nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est. Lì i coloni ebrei non solo si sono impossessati di case [palestinesi], ma anche di ampie aree archeologiche vuote. E collegando le case sottratte alle aree archeologiche hanno ottenuto il controllo di tutta Silwan, o almeno del quartiere di Wadi Hilweh. Il modello Elad è ciò che i coloni stanno cercando di replicare in Cisgiordania.

Sembra che larcheologia venga strumentalizzata nello stesso modo in cui nei decenni successivi alla guerra del 1967 e alloccupazione israeliana della Cisgiordania sono stati usati contro i palestinesi i poligoni militari, le riserve naturali e le dichiarazioni di proprietà statale.

Esattamente

Emek Sheveh inquadra questi atti legislativi come un ulteriore passo verso l’annessione della Cisgiordania. Per controbattere un po’ a questo, Israele non ha forse già annesso di fatto la Cisgiordania? I siti archeologici in Cisgiordania sono oggi sotto la competenza dell’Amministrazione Civile (un ramo dell’esercito israeliano), quindi esiste già un ente israeliano che si occupa delle antichità in Cisgiordania. E l’IAA, che dovrebbe operare solo in Israele, si è infiltrata in Cisgiordania. Questa spinta legislativa è per lo più simbolica? In che modo rappresenta un cambiamento sostanziale rispetto allo status quo?

Il modo in cui le cose hanno funzionato finora – quindi il fatto che l’Amministrazione Civile israeliana abbia una propria struttura archeologica nell’Area C della Cisgiordania, separata da Israele – è tornato molto comodo per i miei amici accademici israeliani [progressisti]. Tutti i lavori archeologici israeliani nella Cisgiordania occupata vengono svolti nell’ambito di un quadro giuridico per cui ricevono di volta in volta il timbro di approvazione dell’Alta Corte israeliana, sulla base dell’asserzione che l’occupazione israeliana è una situazione temporanea e che l’Amministrazione Civile è incaricata solo di promuovere gli interessi delle persone che vivono in quel territorio fino al raggiungimento di un accordo sullo status definitivo. Quindi studiosi dell’Università Ebraica, dell’Università di Tel Aviv e dell’Università di Haifa possono sostenere che il loro lavoro in Cisgiordania è legale perché conforme ai vincoli imposti dall’Amministrazione Civile israeliana.

Ora, questa iniziativa di consegnare la Cisgiordania all’IAA sta facendo saltare la loro copertura. L’Autorità per le Antichità Israeliane sta sostanzialmente annettendo le antichità della Cisgiordania a Israele, e quindi la legge israeliana si applicherà a quei siti e, di conseguenza, qualsiasi cosa si faccia [in Cisgiordania], si riconoscerà sostanzialmente questa legge annessionista. Questo mette gli accademici e l’IAA in una situazione molto scomoda.

Nir Hasson ha scritto su Haaretz che l’attuale disegno di legge per estendere la giurisdizione dell’IAA “trasforma ufficialmente l’archeologia israeliana in un piccone con cui scavare per promuovere l’apartheid”. Lei ha scritto estesamente sull’archeologia israeliana in Cisgiordania dal 1967. Qual era il rapporto dell’archeologia israeliana con questo territorio occupato prima degli ultimi decenni?

Penso che questa [visione dell’archeologia israeliana] appartenga in realtà alle fondamenta coloniali del sionismo e di Israele stesso. Una delle cose date per scontate in questa visione coloniale del mondo è [l’idea che] “se amiamo le antichità e tutto ciò che vogliamo fare è scoprire gli ultimi 3.000 o 10.000 anni, allora perché non dovremmo poterlo fare? Rappresentiamo la scienza, la cultura, il progresso”.

Insisto nel dire questo perché [durante il XVIII e il XIX secolo] gli studiosi o gli addetti ai lavori di scavo che arrivavano erano sprezzanti nei confronti sia degli abitanti musulmani che cristiani o ebrei che qui incontravano, rappresentanti di un passato che doveva essere superato dalla scienza. [Per loro], la cosa giusta da fare [era semplicemente] portare alla luce le antichità, ovunque.

Voglio sottolineare che [l’espropriazione dei palestinesi per mano dell’archeologia israeliana] viene troppo spesso presentata come se gli archeologi israeliani stessero portando alla luce reperti ebraici per sostenere l’appropriazione ebraica di terre. Ma la questione è più complessa: qualsiasi lavoro da noi eseguito, che si tratti di un sito dell’età del bronzo o del neolitico, è considerato valido perché lo stiamo facendo per il bene della scienza.

La recente legge è imbarazzante per coloro che condividono questa visione perché ora improvvisamente l’archeologia viene “politicizzata”, come se fino ad ora non lo fosse stata. Ho cercato sempre più di dimostrare ai miei colleghi, e in generale, che questa posizione presuntuosa, apparentemente apolitica, è politica. Non è che ci si svegli pensando: come posso strumentalizzare l’archeologia per impossessarmi di questa collina o di questa valle? È più simile a questo: se il confine con la Siria viene aperto e c’è un meraviglioso sito dell’antica età del bronzo dove scavare, allora l’archeologo attraverserà il confine nel fine settimana per vedere le antichità vicino a Quneitra. Parlo ipoteticamente, ma non mi sorprenderei se fosse già successo.

In ebraico si dice po’al yotseh: “fa parte del territorio”. È quello che succede: quando Israele occupa un posto, gli archeologi lo seguono subito, a volte nel giro di pochi giorni.

Quindi sembra che quello a cui stiamo assistendo ora sia una strategia dei coloni molto sfrontata per impossessarsi di altri territori in Cisgiordania.

Sì, se prendiamo in considerazione la Valle del Giordano, ad esempio, troveremo il coinvolgimento dell’archeologia. Anche in questo caso quegli archeologi sono lì solo per fare ricerca. È semplicemente comodo che la ricerca agisca proprio accanto a un avamposto di coloni. Quindi diventa parte della recinzione [della terra palestinese], del circondare questi pastori e piccoli villaggi palestinesi con strutture che rappresentano le autorità israeliane.

Ci sono alcuni siti archeologici sorvegliati nella Valle del Giordano, e sono sicuro che se chiedete a chi esegue gli scavi, vi dirà: “Oh, questo sito è stato esplorato 20 anni fa e hanno trovato delle ceramiche dell’età del ferro. È proprio questo che mi interessa. E faccio parte dell’Università di Ariel [situata nella Cisgiordania occupata], ma non siamo politici, stiamo solo studiando le antichità“.

A un certo punto posso capire che il mio collega dell’Università di Tel Aviv che studia il periodo romano e non si occupa di teoria sociale o politica possa non comprendere il ruolo del suo specifico interesse per l’archeologia romana nel colonialismo, ma può una persona che insegna all’Università di Ariel e che effettua scavi in ​​Cisgiordania fraintendere il suo ruolo? Credo che si dovrebbe essere volontariamente ignoranti.

Dato che l’elemento coloniale dell’archeologia israeliana è antecedente all’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza, può parlarci un po’ dell’archeologia all’interno di Israele propriamente detto e di come gli archeologi israeliani si siano confrontati con la storia palestinese negli ultimi secoli?

L’Università Ebraica di Gerusalemme ha avuto il monopolio dell’archeologia fino al 1967. A quel tempo esisteva un protocollo consolidato che divideva l’archeologia in preistorica, biblica e classica. Tutti gli archeologi israeliani erano d’accordo di operare all’interno di tale cornice teorica, e quando negli anni ’70 furono istituite le nuove università di ricerca, adottarono lo stesso programma di base, che arrivava più o meno fino all’epoca bizantina. Ogni studente poteva scegliere due specializzazioni, una delle quali doveva essere il periodo biblico.

Ciò significava che l’archeologia biblica era la ragion d’essere dell’archeologia israeliana. Non esisteva un’archeologia islamica; all’Università Ebraica c’era [solo] un piccolo laboratorio artigianale di arte islamica.

Questa attenzione verso l’archeologia biblica, i racconti biblici con i siti menzionati nella Bibbia e la geografia biblica rende irrilevanti il ​​presente e le ultime centinaia di anni. Fino a 30-40 anni fa questo significava che quando si effettuavano scavi in ​​siti antichi si procedeva rapidamente attraverso gli strati più superficiali, o talvolta li si rimuoveva completamente senza documentarli. Questa non è più considerata una buona pratica.

Ho sempre interpretato questo [l’omissione della storia recente dalla documentazione archeologica] sul piano teorico, ma grazie a due progetti a cui ho partecipato di recente sono giunto a una comprensione molto più concreta del suo significato. Il primo era un progetto a cui ho collaborato con lo storico dell’arte e archeologo dell’Università Ebraica Tawfiq Da’adli a Beit Yerach, o Asinabra [vicino al Mar di Galilea]. Il sito era stato oggetto di scavi e ripetutamente identificato erroneamente come romano o ebraico, ma Tawfiq e io siamo riusciti a reidentificarlo come un palazzo omayyade del VII-VIII secolo d.C. Solo le fondamenta del palazzo erano state conservate, quindi esistevano ostacoli oggettivi alla comprensione del sito.

Abbiamo effettuato due brevi campagne di scavo. Tutti i lavoratori retribuiti erano palestinesi di lingua araba provenienti dalla Galilea, quindi l’arabo era la lingua di lavoro sul sito, e il mio arabo è molto elementare. Ma insieme a Tawfiq e a un altro archeologo di Chicago, Donald Whitcomb, ho approfondito il periodo omayyade e come potrebbe apparire una moschea di quel periodo. Quello è stato il mio primo tentativo di uscire dal mio guscio di sicurezza.

Il tentativo più recente è il lavoro che sto svolgendo a Qadas, un villaggio palestinese spopolato nel 1948, quando fu occupato a intermittenza dall’esercito israeliano e dalle truppe dell’Esercito Arabo di Liberazione. Gli abitanti fuggirono e diventarono rifugiati in Libano. Per capire cosa stessi facendo lì a Qadas ho dovuto interagire con un gran numero di persone con cui non avevo mai parlato prima: studiosi del Medio Oriente, abitanti sciiti di quella zona della Galilea e persone che potevano raccontarmi delle battaglie del 1948 e dell’Esercito Arabo di Liberazione. Abbiamo aperto gli archivi [israeliani], il che ha consentito uno studio molto approfondito dell’intero contesto di questo scavo.

Questa è stata una spiegazione molto prolissa del perché, quando non si ha un curriculum accademico o basi teoriche per procedere allo scavo esso non ha senso. Solo quando lo trasformo in un oggetto di studio acquista un significato archeologico.

Inoltre le leggi israeliane sull’antichità si applicano solo a siti o oggetti risalenti a prima del 1700. Qualsiasi rinvenimento risalente a periodi più recenti, anche se frutto di scavi rispettosi dell’etica, non è mai stato oggetto di studi o interventi conservativi rilevanti.

Tornando al presente, come interpreta la dissonanza tra l’opposizione alla legge che estende l’autorità dell’IAA alla Cisgiordania e la partecipazione alla conferenza al Dan Jerusalem Hotel, nella parte occupata della città?

Quando qualcuno della mia università interviene a quella conferenza magari sta promuovendo un dottorando che ha partecipato a degli scavi lì, oppure vuole farsi strada e pubblicare [la propria ricerca]. Oppure ha ricevuto finanziamenti dal governo e vuole dimostrare di non essere in contrasto con esso — così da continuare a ottenere supporto.

L’archeologia è un’attività costosa. Ha bisogno di sostegno esterno e le persone sono riluttanti ad andare contro il governo. Basti pensare a ciò che sta accadendo in Nord America. Noi della sinistra israeliana siamo sbalorditi dalla rapidità del crollo del fronte progressista nelle università dell’Ivy League [rete che comprende i più famosi atenei internazionali, a partire dalle otto università americane più prestigiose, ndt.] che sono tra le ventitré migliori università del mondo; dalla rapidità con cui le persone abbandonano tutte le loro convinzioni e cercano di ingraziarsi il governo [degli Stati Uniti]. È in realtà lo stesso meccanismo [in Israele]. È lì che sta il potere.

E le persone trovano compromessi dicendo: Ok, il mio nome comparirà nella conferenza, ma non sarò io a tenere lintervento. Non parteciperò fisicamente, ma darò comunque unapprovazione tacita facendo parte dellevento. È per il bene della scienza.” Credo che solo una piccola minoranza direbbe apertamente: sì, siamo a favore dellannessione e degli insediamenti ebraici illegali.

Non credo che la conferenza nella Gerusalemme Est occupata sia così importante. Sono rimasto più scioccato dalla partecipazione di persone dell’Accademia Austriaca delle Scienze e del Manitoba che da quella degli israeliani.

Come ha reagito la comunità archeologica israeliana alla distruzione di Gaza nellultimo anno e mezzo? E ora che, almeno tra i progressisti israeliani, la narrazione si è spostata da un sostegno incondizionato a quella di una guerra voluta — una guerra per la sopravvivenza politica di Netanyahu — latteggiamento è cambiato?

Non ha reagito affatto. Non c’è stata alcuna risposta ufficiale da parte di nessuna organizzazione, a parte Emek Shaveh. All’inizio della guerra abbiamo istituito un gruppo di risposta, che includeva alcuni aderenti a Emek Shaveh, Dotan Halevy e Tawfiq Da’adli, e abbiamo cercato di documentare la distruzione del patrimonio culturale. Poi, il mio co-direttore di Emek Shaveh, Alon Arad, e io abbiamo pubblicato un editoriale sull’intero fenomeno della distruzione e su come noi, in quanto archeologi, vediamo il perseguimento dal 1948 della totale e ubiquitaria distruzione del patrimonio culturale palestinese.

Alcuni archeologi hanno partecipato pubblicamente al recupero forense di resti umani nei kibbutz, nei luoghi attaccati il ​​7 ottobre. Si trattava di una sorta di sforzo della società civile in assenza di qualsiasi tipo di risposta governativa. Quindi gli archeologi hanno usato la loro competenza per dare un contributo positivo, ma questo è stato anche strumentalizzato da alcuni membri della comunità per sostenere la posizione israeliana e la propaganda di guerra anti-Hamas.

Persone con cui avevo lavorato — che avevano partecipato a discussioni accademiche sul libro mio e di Yanis Hamilakis — si sono tirate indietro e sono entrate a far parte di quel gruppo di accademici israeliani profondamente turbati dalla reazione della sinistra globale e del movimento pro-palestinese dopo il 7 ottobre. Questi archeologi si collocavano un po’ nellarea che potremmo definire alla Eva Illouz” [sociologa franco israeliana, ndt.], se posso usarla come esempio-tipo: dicevano cose come Pensavamo di essere di sinistra, ma dopo aver visto cosa rappresenta oggi la sinistra, non lo siamo più.” Erano piuttosto irritati dal mio prendere posizione in modo aperto, ma non me lo hanno mai detto chiaramente — il che, purtroppo, è abbastanza normale.

Lo scorso novembre, poche settimane dopo l’inizio del semestre autunnale all’Università di Tel Aviv, ho dato inizio a uno sciopero giornaliero in cui io e altre persone ci piazzavamo sul prato dell’università con cartelli contro la guerra. In seguito altri si sono uniti, ma non siamo mai stati più di 20 o 30. Questo era contrario ai regolamenti universitari. Sono stato avvicinato dalla sicurezza e da contro-manifestanti. Questo ha creato una piccola ma rumorosa resistenza.

Un paio di dottorandi mi ha detto che quello che stavo facendo era terribile: che alcuni dei miei studenti prestavano servizio nell’esercito, nella riserva, e che li stavo accusando di crimini di guerra. Spesso chiedevo: chi rappresenti? Perché sei così sicuro di rappresentare tutti gli ufficiali della riserva?

Ma la situazione è cambiata con la recente ripresa dei bombardamenti [a metà marzo]. Credo che sia stato questo il punto di svolta: il fatto che Israele non abbia portato a termine l’accordo di cessate il fuoco. E credo che da quel momento in poi la reazione accademica sia cresciuta esponenzialmente. Le persone sono disposte a dichiararsi contrarie alla guerra. Quindi, fino al cessate il fuoco, nel campus non si poteva chiedere pubblicamente la fine della guerra. Era considerata una violazione dei regolamenti universitari.

Poi il tono è cambiato, ma l’opposizione alla guerra è effettivamente incentrata sui palestinesi e sulla distruzione di Gaza? E tra i suoi colleghi archeologi, qual è l’opinione sulla completa distruzione di tutte le moschee e di molte chiese a Gaza?

È una domanda che pongo ai miei colleghi: siete sconvolti per lo smantellamento di un antico muro in Cisgiordania, eppure non avete detto nulla delle centinaia di siti distrutti a Gaza.

Di recente ho ricevuto un libro da un collega tedesco, un archeologo biblico più o meno della mia età. Non credo che abbia rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla guerra a Gaza, ma ha scritto una monografia di 850 pagine che raccoglie tutto ciò che si sa sulle antichità di Gaza. Non contiene alcuna dichiarazione all’inizio, se non che non sappiamo cosa sia successo a tutti questi siti, ed esprime una generica speranza per il benessere di tutti i soggetti coinvolti. E questo in Germania [dove la repressione anti-palestinese si è intensificata].

Questo tipo di risposta umanistica è una cosa grandiosa da fare. È una risorsa, un servizio alla comunità. Illustra l’importanza di quel tratto di terra, la sua storia, la sua profondità, tutto ciò che gli israeliani vogliono ignorare. Ma l’ha fatto un tedesco, non un israeliano.

Dikla Taylor-Sheinman è una borsista per la giustizia sociale presso il NIF/Shatil [il New Israel Fund è una fondazione israeliana indipendente per il sostegno dei diritti umani e l’uguaglianza sociale; Shatil significa piantina, ndt.] e collabora con +972 Magazine. Attualmente residente ad Haifa, ha trascorso l’anno scorso ad Amman e i sei anni precedenti a Chicago.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)