Rapporto OCHA 5 – 18 giugno 2018 (due settimane)

Durante la manifestazione di massa dell’8 giugno, svolta lungo la recinzione israeliana attorno a Gaza, le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi, tra cui un ragazzo di 14 anni, e ferito altri 618.

Durante il periodo cui si riferisce questo rapporto, altri due palestinesi sono morti per le ferite riportate nelle manifestazioni delle settimane precedenti. Oltre il 40% dei feriti ha dovuto ricorrere a cure ospedaliere; tra questi, 117 persone colpite con armi da fuoco. Le dimostrazioni della “Grande Marcia del Ritorno” si sarebbero dovute concludere l’8 giugno, ma è possibile che continuino nei prossimi venerdì.

I palestinesi di Gaza hanno intensificato il lancio, verso il sud di Israele, di aquiloni di carta e palloni gonfiabili caricati con materiali infiammabili, provocando incendi di coltivazioni e boschi. Fonti israeliane hanno anche riferito che un certo numero di aquiloni e palloni erano stati caricati con ordigni esplosivi, ma sono stati neutralizzati prima che esplodessero. Secondo le autorità israeliane, dall’avvio di questa pratica (iniziata a fine aprile), i vigili del fuoco hanno dovuto affrontare più di 400 incendi che hanno bruciato più di 2.400 ha, con danni stimati in oltre 1,9 milioni di dollari.

A Gaza l’aviazione israeliana ha effettuato una serie di attacchi aerei contro siti militari, aree aperte e un veicolo vuoto, provocando due feriti. Secondo quanto riferito, gli attacchi sono stati effettuati in risposta al lancio di aquiloni e palloni incendiari. In tre diversi episodi, gruppi armati palestinesi hanno lanciato razzi contro Israele. Uno di questi è caduto all’interno di Gaza, i rimanenti sono caduti di Israele, in aree aperte; secondo i resoconti dei media israeliani, non sono stati registrati danni.

Sempre a Gaza, il 18 giugno, un missile israeliano ha ucciso un palestinese e ferito un minore: secondo quanto riferito, i due stavano tentando di danneggiare, presso l’ex valico merci di Karni [chiuso da Israele nel 2011], un impianto di sicurezza installato a ridosso della recinzione perimetrale.

Nelle Aree ad Accesso Riservato, di terra e di mare, di Gaza, in almeno dodici occasioni non collegate alle manifestazioni di massa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco, senza causare feriti. In due casi, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo ad est di Gaza e Khan-Yunis, nei pressi della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, durante numerosi scontri, le forze israeliane hanno ucciso un palestinese di 21 anni e ferito altri 69. L’uccisione (con arma da fuoco) si è verificata durante un’operazione di ricerca-arresto, svolta il 6 giugno, nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah). Secondo una dichiarazione israeliana, l’uomo aveva lanciato una pietra contro un soldato israeliano che, successivamente, gli ha sparato. Salgono così a cinque, dall’inizio del 2018, i palestinesi uccisi in Cisgiordania, nel corso di manifestazioni e scontri con le forze israeliane. La maggior parte dei ferimenti (60) sono stati segnalati in scontri verificatisi nel corso di dodici operazioni di ricerca-arresto. Il numero più alto di feriti è stato riportato in Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), seguito da quello dei feriti nel corso un’operazione nella città di Nablus e da un’altra operazione svolta nel Campo profughi di Al Am’ari (Ramallah). Altri due palestinesi sono stati feriti vicino a Betlemme, con armi da fuoco, in due diversi episodi, mentre cercavano di attraversare la Barriera senza permesso.

L’11 giugno, nella città israeliana di Afula (Israele), secondo quanto riferito, un palestinese ha ferito con coltello una israeliana di 18 anni; l’uomo è stato successivamente colpito e ferito dalle forze israeliane. Il presunto aggressore è stato arrestato; secondo quanto riferito, proverrebbe da Jenin e sarebbe entrato in Israele senza permesso.

Il 13 giugno, in scontri scoppiati durante una manifestazione tenutasi nella città di Ramallah, le forze di sicurezza palestinesi hanno ferito 22 palestinesi, tra cui due minori. I dimostranti protestavano contro le misure punitive imposte dall’Autorità palestinese alla Striscia di Gaza e chiedevano di porre fine alle divisioni interne tra palestinesi. Almeno 40 palestinesi e due giornalisti stranieri sono stati arrestati per un paio d’ore. Una dimostrazione simile si è tenuta nella Striscia di Gaza il 18 giugno, con un ferito. Tutti i ferimenti [di cui sopra] sono stati causati da aggressioni fisiche o inalazione di gas lacrimogeno.

Secondo dati ufficiali israeliani, circa 100.000 palestinesi in possesso di documenti di identità della Cisgiordania, sono entrati a Gerusalemme Est il quarto venerdì di Ramadan (l’8 giugno) attraverso i quattro checkpoints designati lungo la Barriera. Come nelle settimane precedenti, agli uomini sopra i 40 anni e alle donne di tutte le età è stato consentito entrare in Gerusalemme senza permesso. Nessuna autorizzazione è stata invece concessa per il Ramadan dei palestinesi di Gaza.

Il 13 e il 17 giugno, conformemente a quanto stabilito da sentenze della Corte Suprema israeliana, le autorità israeliane hanno evacuato, nei governatorati di Hebron e Salfit, due insediamenti “avamposto” di coloni israeliani [non autorizzati da Israele] e successivamente hanno demolito 28 strutture costruite su terreni privati palestinesi. Secondo quanto riportato dai media israeliani, gli scontri verificatisi nel corso delle evacuazioni hanno provocato il ferimento di 24 membri delle forze israeliane. A seguito delle proteste di gruppi di coloni, le forze israeliane hanno chiuso le strade vicine, costringendo i palestinesi locali a lunghe deviazioni ed interrompendo il loro accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza.

Nel periodo in esame non sono state registrate demolizioni o confische di strutture palestinesi da parte delle autorità israeliane. Così è stato fin dal 17 maggio (inizio del Ramadan), coerentemente con la prassi registrata negli anni precedenti, quando le demolizioni venivano per lo più interrotte in concomitanza con il Ramadan.

Nella Valle del Giordano settentrionale, per la quinta volta in sei settimane, le forze israeliane hanno sfollato cinque famiglie della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a per sei ore, per consentire esercitazioni militari. Questa comunità deve affrontare sistematiche demolizioni, restrizioni di accesso e sfollamenti temporanei che destano preoccupazioni sul rischio di trasferimento forzato. Le forze israeliane hanno anche condotto esercitazioni militari notturne nelle vicinanze, e all’interno, del villaggio di Yanun (Nablus); non sono stati segnalati feriti o danni.

In undici episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani, sei palestinesi sono stati feriti e quasi 1.200 alberi e cinque veicoli sono stati vandalizzati. Nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, hanno fatto irruzione nella casa di un attivista per i diritti umani; qui i coloni hanno aggredito fisicamente l’uomo e ferito la moglie; la sua macchina fotografica e il cellulare sono stati confiscati dalle forze israeliane. Altri quattro palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane, intervenute negli scontri tra palestinesi e coloni israeliani; gli scontri erano conseguenti all’ingresso di coloni nei villaggi di Burin (Nablus) e Kafr Laqif (Qalqiliya). Circa 1.200 tra ulivi e viti sono stati vandalizzati da coloni israeliani in cinque diversi episodi verificatisi a Turmus’aya (Ramallah), Sa’ir (Hebron) e Khalet Sakariya (Betlemme), dove, secondo fonti della comunità locale, su rocce e pareti sono stati trovate scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare”. Il numero di alberi danneggiati dai coloni, dall’inizio del 2018, arriva così quasi a 3.700. Inoltre, in cinque distinti episodi verificatisi sulle strade della Cisgiordania, cinque veicoli palestinesi, incluso uno scuolabus, hanno subito danni a causa del lancio di pietre da parte di coloni israeliani.

Secondo media israeliani, vicino a Hebron, Ramallah e Gerusalemme, ci sono stati almeno quattro casi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, con conseguente danneggiamento di due veicoli privati. Non sono stati segnalati feriti.

Il valico tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, durante l’intero periodo di riferimento, è rimasto aperto in entrambe le direzioni, consentendo l’ingresso in Gaza ad un totale di 2.083 persone e l’uscita ad altre 4.375. Il valico è stato continuativamente aperto dal 12 maggio: dal 2014, è il periodo di apertura più lungo. Secondo fonti locali di Gaza, Rafah rimarrà aperto fino a nuovo avviso.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Nella notte tra il 19 ed il 20 giugno c’è stata una progressione di attacchi aerei israeliani su Gaza e di lanci di razzi palestinesi verso il sud di Israele; le operazioni si sono concluse senza provocare vittime. Il 14 giugno, in una relazione presentata al Consiglio di Sicurezza, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha avvertito che la situazione a Gaza è “prossima al limite della guerra”.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




I bulldozer, i beduini e la pulizia etnica annunciano la morte della soluzione dei due Stati

Peter Oborne

Venerdì 15 giugno 2018, Middle East Eye

Gli abitanti del villaggio beduino di Khan al-Ahmar temono che la loro comunità in Cisgiordania, da tempo minacciata, possa essere demolita entro pochi giorni.

KHAN AL-AHMAR, Cisgiordania occupata – Ci vogliono circa 30 minuti per andare in macchina da Gerusalemme all’ormai condannata comunità beduina di Khan al-Ahmar, situata sull’autostrada per Gerico in Cisgiordania. Ma non c’è un’uscita sull’autostrada. Dobbiamo parcheggiare in una vicina piazzola, scavalcare la barriera metallica, evitare [di essere travolti dal] veloce traffico in arrivo e poi arrampicarci su un ripido pendio per raggiungere il villaggio.

A Khan al-Ahmar abitano 173 persone, molti sono pastori beduini che vivono nella zona da tempi immemorabili. Ma lo Stato di Israele è determinato a demolire il villaggio per fare spazio all’espansione della vicina colonia di Kfar Adumim.

Tre settimane fa, dopo anni di battaglie legali, il governo ha ricevuto dalla Corte Suprema l’autorizzazione a trasferire i beduini. I giudici hanno stabilito che la demolizione può essere effettuata perché i beduini non hanno le licenze edilizie. Ma questa è una mistificazione: i beduini non hanno modo di ottenere i permessi.

Per quanto riguarda i beduini, adesso a loro non resta che attendere l’arrivo dei bulldozer e dell’esercito israeliano che li portino via.

È stato loro assegnato un nuovo luogo per abitare vicino a una discarica a Gerusalemme est. In questa zona urbana, sulla quale non sono stati consultati, non c’è spazio per pascolare le loro greggi e quasi nessuna prospettiva di altri lavori. In realtà i beduini dicono che il luogo che è stato loro proposto per andarvi ad abitare è maleodorante, contaminato, tossico e inadatto perché vi vivano degli esseri umani.

Sono in viaggio con una guida dell’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Quando raggiungiamo il villaggio incontriamo Ibrahim Jahalin, un pastore. Sua figlia di 11 anni gioca lì accanto. Che cosa farà, gli domando, quando arriveranno i bulldozer?

Perché mai dovrei andare altrove?”, dice. “Sono nato qui. Loro sono arrivati dopo. Noi non ce ne andremo, qualunque cosa accada. Resteremo qui.”

Continue umiliazioni

Questa minaccia di trasferimento è solo l’ultima di una serie di umiliazioni inflitte dagli israeliani ai beduini palestinesi.

Jahalin appartiene ad una tribù espulsa dal deserto del Negev dall’esercito israeliano negli anni ’50. Si sono spostati dove ora c’è la vicina colonia di Kfar Adumim, ma sono stati espulsi anche di là.

Israele nega ai beduini l’accesso ai servizi pubblici e alle infrastrutture di base, come fa con la maggior parte dei palestinesi che vivono nell’area C della Cisgiordania [più del 60% della Cisgiordania, sotto completo controllo israeliano in base agli accordi di Oslo, ndtr.]. Non hanno accesso alla rete elettrica. Nel 2015 l’amministrazione civile israeliana ha confiscato 12 pannelli solari che erano stati donati ai beduini, anche se poi sono stati restituiti in seguito ad una causa legale.

Non vi è accesso all’autostrada Gerico-Gerusalemme, anche se si trova a circa 100 metri di distanza e mentre parliamo possiamo sentire le automobili che passano.

Ibrahim mi dice: “Ci vogliono dieci minuti per arrivare a Gerico in autostrada. Dato che noi non siamo collegati alla strada, ci impieghiamo mezz’ora.”

Questo isolamento ha conseguenze tragiche. Ibrahim ha perso la sua giovane figlia Aya per un incidente domestico. Attribuisce la responsabilità di ciò ai ritardi nel portarla in ospedale. “È morta, ma poteva essere salvata”, dice.

Io e Ibrahim chiacchieriamo nel cortile della vicina scuola, ascoltando i bambini che cantano nell’aula. E’ previsto che anche questo sito – che ospita oltre 150 alunni, molti dei quali delle comunità vicine – venga demolito.

Parlo a Ibrahim della crescente collera in Gran Bretagna e in Occidente riguardo ai piani di demolizione del suo villaggio. Boris Johnson, il ministro degli Esteri britannico, è “profondamente preoccupato”, e 100 deputati hanno scritto all’ambasciatore israeliano avvertendo che la demolizione potrebbe violare il diritto umanitario internazionale.

Ma i beduini sono comprensibilmente scettici riguardo a quest’ultima manifestazione di preoccupazione da parte dell’Occidente. Tutti sono troppo abituati alle dichiarazioni di sostegno dell’Occidente che non contano niente. Il libro dei visitatori del villaggio suona come un appello di persone importanti. Alistair Burt, sottosegretario agli Esteri per il Medio Oriente, il suo predecessore Tobias Ellwood, Ed Milliband, ex capo del partito Laburista, Valerie Amos, sottosegretaria delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari e coordinatrice degli aiuti di emergenza, Martin Shulz, ex capo del partito socialdemocratico tedesco, Emily Thornberry, ministra ombra degli Esteri [del partito Laburista, ndt.], William Hague, ex ministro degli Esteri, sono tra i 60 nomi presenti nel libro. Sono stati tenuti incontri all’ONU, al Parlamento britannico, al Parlamento europeo, in Svezia, in Norvegia. Tutto ciò non ha prodotto alcun effetto su Israele.

Se Israele procede con la demolizione, allora sarà un momento importante nella storia dell’occupazione della Cisgiordania. Nei decenni scorsi Israele ha condotto una politica che, in gran parte, ha evitato il trasferimento forzato della popolazione.

Le autorità hanno invece creato condizioni terribili per i palestinesi, nella speranza che alla fine se ne andassero di propria spontanea volontà. Adesso stanno optando per la deportazione: di fatto la sostituzione di un gruppo etnico con un altro attraverso la violenza.

Questa è pulizia etnica.

Con le parole di B’Tselem: “Questa non è una volgare o insignificante violazione del diritto umanitario internazionale, ma una violazione che costituisce un crimine di guerra.”

Cambio di passo’ nell’occupazione

Dopo la nostra visita a Khan al-Ahmar siamo ritornati sulla strada e siamo saliti alla vicina colonia di Kfar Adumim. Abbiamo costeggiato piccoli negozi, uno studio fotografico ed una scuola elementare. In plateale contrasto con il nostro viaggio al villaggio beduino, l’accesso è facile lungo strade asfaltate. I coloni vivono in confortevoli case distanziate tra loro, con vista spettacolare su un panorama dalle reminiscenze bibliche.

Parcheggiamo in cima alla collina e guardiamo giù verso il villaggio beduino. Mi sono chiesto: che cosa vedono i coloni quando guardano i beduini laggiù? Dei criminali? Dei terroristi? Una specie subumana di cui si può disporre a proprio piacimento?

Ibrahim mi ha parlato di quando alcuni coloni di Kfar Adumim si sono schierati con lui. Sono scesi nella notte a dormire nel suo accampamento in modo da poter essere d’aiuto se arrivavano i bulldozer. Un’ombra di umanità. Ma sono stati i coloni di Kfar Adumim a inviare la petizione per chiedere la distruzione della scuola del villaggio.

Ibrahim mi ha detto: “Temo che accadrà in questo fine settimana, quando c’è la festa per la fine del Ramadan.”

Sembra inevitabile che questa comunità verrà cacciata e diventerà un’altra vittima dell’occupazione. E che sarà un altro passo da gigante verso la creazione di un blocco di colonie urbane che separerà la parte sud e quella nord della Cisgiordania.

Significherà anche un cambio di passo nell’occupazione, in quanto Israele è orientato ad una politica di trasferimento forzato di altre comunità. E la soluzione dei due Stati apparirà sempre più come un sogno infranto.

Peter Oborne nel 2017 ha vinto il premio come miglior commentarista/blogger e nel 2016 è stato nominato giornalista freelance dell’anno del premio per i media online per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. E’ stato anche premiato come editorialista della stampa britannica dell’anno 2013. Nel 2015 si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph. I suoi libri includono: ‘The triumph of the political class’ [Il trionfo della classe politica], ‘The rise of political lying’ [La nascita delle menzogne in politica], ‘Why the West in wrong about nuclear Iran’ [Perché l’Occidente si sbaglia sul nucleare iraniano].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Rapporto OCHA del periodo 22maggio – 4 giugno (due settimane)

Durante manifestazioni di massa, svolte il 25 maggio e il 1 giugno lungo la recinzione perimetrale che separa Israele da Gaza, le forze israeliane hanno ucciso una donna e ferito altri 170 palestinesi.

Durante il periodo di riferimento di questo Rapporto [dal 22.5 al 4.6] altri sette palestinesi sono morti per le ferite subite durante le manifestazioni delle settimane precedenti. La donna uccisa il 1 giugno aveva 21 anni e stava prestando servizio come volontaria con la Società di Soccorso Medico Palestinese. Funzionari e Agenzie delle Nazioni Unite hanno espresso indignazione per l’omicidio. Un altro palestinese è morto il 5 giugno: il giorno prima era stato colpito dalle forze israeliane a Khan Yunis, vicino al recinto perimetrale. Il suo corpo è trattenuto dalle autorità israeliane. Le dimostrazioni della “Grande Marcia di Ritorno”, iniziata il 30 marzo, dovrebbero concludersi l’8 giugno.

A Gaza e nel sud di Israele, durante il periodo di riferimento, si è avuto un crescendo di violenza: la più grave dalle ostilità del 2014. In due distinti episodi, verificatisi il 27 e il 28 maggio, a est di Khan Yunis e a nord di Beit Lahia, le forze israeliane hanno aperto il fuoco con carri armati contro postazioni militari palestinesi, uccidendo quattro membri di gruppi armati e ferendone un altro. Nei giorni successivi, gruppi armati palestinesi hanno lanciato più di 150 tra razzi e colpi di mortaio contro Israele. Uno dei razzi è caduto nel nord di Gaza, all’interno di una casa, provocando lievi danni; secondo quanto riportato da media israeliani, la maggior parte dei rimanenti è caduta in aree aperte o è stata intercettata in aria. Tre soldati israeliani sono rimasti feriti e, all’interno di Israele, i danni sono stati limitati, compresi quelli ad un asilo nido. Le forze israeliane hanno effettuato decine di attacchi aerei contro siti militari e aree aperte di Gaza: è stato registrato un ferito e danni ai siti bersagliati; danneggiate anche sette barche da pesca, una struttura produttiva, terreni agricoli e una scuola. L’intensificarsi di violenza è terminata alla fine del periodo di riferimento [di questo Rapporto].

Durante il periodo di riferimento, in particolare nel corso delle dimostrazioni vicino alla recinzione, i palestinesi hanno fatto volare centinaia di aquiloni di carta e palloni gonfiabili caricati con materiali infiammabili che, nel sud di Israele, hanno danneggiato terreni agricoli e colture. Secondo il ministro della Difesa israeliano, le cui dichiarazioni sono state riportate da media israeliani, dei circa 600 aquiloni lanciati, due terzi sono stati intercettati in aria, mentre un terzo ha raggiunto Israele, provocando incendi su una superficie di circa 900 ha.

Il 5 giugno, per carenza di carburante, l’unica Centrale Elettrica di Gaza ha spento la turbina ancora operativa. La Centrale ha cessato di funzionare a causa di dispute irrisolte tra le Autorità palestinesi di Gaza e quelle della Cisgiordania, in merito al finanziamento e alla tassazione del carburante. A Gaza le carenze di energia elettrica comportano interruzioni di corrente di 20-22 ore al giorno, rendendo precaria l’erogazione di servizi, tra cui quelli sanitari, l’acqua potabile, il trattamento dei reflui e l’istruzione.

Per far rispettare le restrizioni di accesso a zone di terra e di mare, in almeno 28 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro agricoltori e pescatori. Hanno anche arrestato quattro pescatori e confiscato una barca. Il 29 maggio, le forze navali israeliane hanno intercettato e sequestrato un natante che, da Gaza, stava tentando di rompere il blocco navale ed hanno arrestato 17 persone presenti a bordo. In due casi, le forze israeliane sono entrate a Gaza, vicino a Beit Lahiya e Jabalia (a nord di Gaza), ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nei pressi della recinzione perimetrale.

Il 2 giugno, nell’area H2 della città di Hebron, controllata da Israele, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese 35enne che stava lavorando in un cantiere edile. Secondo fonti militari israeliane, l’uomo è stato colpito con armi da fuoco per aver tentato di investire i soldati con un bulldozer. Testimoni palestinesi respingono questa versione ed affermano che l’uomo non si era fermato all’intimazione dell’alt, a causa del forte rumore presente nel luogo in cui si è verificato l’episodio.

In Cisgiordania un soldato israeliano è stato ucciso e 33 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri scoppiati nel corso di operazioni di ricerca-arresto. I maggiori scontri si sono verificati il 26 maggio, durante un’operazione nel Campo Profughi di Al Amari (Ramallah), dove un palestinese ha lanciato una lastra di marmo su un soldato che è morto due giorni dopo per le ferite riportate. In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto, complessivamente, 114 operazioni di questo tipo, arrestando 207 palestinesi, tra cui sette minori. Il più alto numero di operazioni (42), è stato registrato nel governatorato di Hebron, seguito dai governatorati di Gerusalemme (17) e di Ramallah (15).

Durante manifestazioni e scontri, altri 12 palestinesi sono rimasti feriti. Un 15enne palestinese, colpito con arma da fuoco il 15 maggio, durante una manifestazione vicino a Beit El / DCPO, è morto in seguito al ferimento. In Cisgiordania questo è il quarto minore palestinese ucciso, dall’inizio del 2018, nel corso di manifestazioni ed episodi di lancio di pietre. La maggior parte dei ferimenti si è verificata durante scontri scoppiati nelle manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel villaggio di An Nabi Saleh (a Ramallah). In due diversi episodi, accaduti vicino a Tulkarem e vicino a Betlemme, altri due palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e feriti mentre stavano cercando di attraversare la Barriera senza permesso.

Secondo fonti ufficiali israeliane, il secondo e il terzo venerdì del Ramadan, le forze israeliane hanno consentito l’ingresso a Gerusalemme Est a circa 87.000 e 122.000 fedeli palestinesi rispettivamente. I maschi sopra i 40 anni e sotto i 12 anni e tutte le donne hanno potuto attraversare i posti di controllo senza permesso, mentre agli altri maschi erano stati concessi dei permessi. I residenti di Gaza non hanno avuto permessi per il Ramadan.

Il 24 maggio, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto le petizioni presentate dalla comunità palestinese beduina di Khan Al Ahmar – Abu al Helu (Governatorato di Gerusalemme), aprendo così la strada per la demolizione del villaggio, motivata dalla mancanza di permessi di costruzione, ed il trasferimento forzato dei suoi 180 residenti. La Comunità ha respinto il piano di trasferimento in un sito vicino, proposto dalle autorità israeliane. Tra le strutture a rischio c’è una scuola finanziata da donatori che serve le comunità beduine della zona. La comunità coinvolta è una delle 18 situate all’interno, o vicine, ad un’area parzialmente destinata ad un piano di insediamento strategico denominata E1. Il 1 giugno, il Coordinatore Umanitario e il Direttore delle operazioni dell’UNRWA, hanno invitato Israele a fermare i suoi piani di demolizioni di massa e di trasferimento della Comunità.

Nel periodo in esame non sono state registrate demolizioni o confische. Ciò è in accordo con la prassi, già riscontrata negli anni precedenti, di interrompere le demolizioni durante il mese del Ramadan.

In un caso, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato, per sei ore, cinque famiglie della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a, nella Valle del Giordano settentrionale. Questa comunità affronta sistematiche demolizioni, restrizioni di accesso e sfollamenti temporanei che sollevano preoccupazioni sul rischio di trasferimento forzato.

In Cisgiordania, in episodi che hanno visto coloni israeliani come protagonisti, tre palestinesi sono rimasti feriti e oltre 1.200 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati. In due distinti casi, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito tre uomini palestinesi nel quartiere di Sur Bahir, a Gerusalemme Est e vicino al villaggio di Urif (Nablus). Nell’ultima località, un gruppo di 30 coloni israeliani ha aggredito, con pietre e bastoni, un uomo di 71 anni che stava pascolando le pecore, innescando scontri con i residenti della zona. A seguito di tali scontri, sono intervenute le forze israeliane che hanno ferito due palestinesi. Secondo fonti della Comunità, in sei distinti episodi, sono stati vandalizzati da coloni israeliani circa 1.265 alberi e colture su terre appartenenti a palestinesi di Ein Samiya e Kafr Malik (entrambi a Ramallah), ‘Urif (Nablus), Khallet Sakariya (Betlemme), Bani Na’im ed Halhul (entrambi in Hebron).

I media israeliani hanno riportato nove episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani; non sono stati segnalati feriti, ma un veicolo è stato danneggiato.

Le autorità egiziane avevano annunciato l’apertura del valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto per tutto il mese del Ramadan. Tra l’apertura, avvenuta il 12 maggio, e la fine del periodo di riferimento [4 giugno] sono state registrate 8.786 uscite da Gaza e 1.587 ingressi. Dal 2014, questa è la più lunga apertura continuativa del valico di Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 6 giugno, nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah), durante scontri scoppiati nel corso di un’operazione di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno ucciso un palestinese di 21 anni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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La Palestina non è occupata, è colonizzata.

Ramzy Baroud

5 giugno 2018, Middle East Monitor

Il 5 giugno 2018 ricorre il 51° anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza.

Ma, a differenza della mobilitazione popolare di massa che ha preceduto l’anniversario della Nakba – la catastrofica distruzione della Palestina nel 1948 – il 15 maggio, è difficile che l’anniversario dell’occupazione generi una tale mobilitazione.

Il prevedibile fallimento del ‘processo di pace’ e l’inevitabile fine della ‘soluzione dei due Stati’ hanno spostato l’attenzione dal porre fine all’occupazione in sé al problema più ampio, e complessivo, del colonialismo israeliano in Palestina.

Le mobilitazioni dal basso a Gaza e in Cisgiordania, nonché tra le comunità beduine nel deserto del Negev, stanno di nuovo facendo crescere le aspirazioni nazionali nel popolo palestinese. Aspirazioni che per decenni, a causa della visione limitata della leadership palestinese, sono state confinate a Gaza e Cisgiordania.

In un certo senso, l’‘occupazione israeliana’ non è più un’occupazione secondo gli standard e le definizioni internazionali. È una semplice fase della colonizzazione sionista della Palestina storica, un processo che è iniziato più di 100 anni fa e continua ancora oggi.

Secondo il sito del Comitato della Croce Rossa Internazionale, “la legislazione sull’occupazione è innanzitutto motivata da considerazioni di tipo umanitario; sono esclusivamente la situazione sul campo a determinarne l’applicazione”.

È per motivi pratici che spesso utilizziamo il termine ‘occupazione’ in riferimento alla colonizzazione israeliana del territorio palestinese occupato dopo il 5 giugno 1967. Il termine consente l’enfasi costante sulle norme umanitarie che dovrebbero regolare il comportamento di Israele come potenza occupante.

Tuttavia, Israele ha già violato, e per diverse volte, la maggior parte delle condizioni di ciò che, da una prospettiva di diritto internazionale, viene considerata ‘occupazione’, come formulato nella Convenzione dell’Aia del 1907 (artt. 42-56) e nella Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.

Secondo tali definizioni, con ‘occupazione’ si intende una fase provvisoria, una situazione temporanea che dovrebbe terminare con l’applicazione del diritto internazionale in relazione a quella particolare situazione.

Occupazione militare’ non vuol dire sovranità dell’occupante sull’occupato; non può comprendere il trasferimento di cittadini dai territori della potenza occupante verso le terre occupate; non può includere la pulizia etnica, la distruzione delle proprietà, le punizioni collettive e le annessioni.

Spesso si sostiene che Israele è un occupante che ha violato le regole dell’occupazione come stabilite dal diritto internazionale.

Sarebbe stato questo il caso un anno, due o cinque dopo che è avvenuta l’occupazione iniziale, ma non dopo 51 anni. Da allora, l’occupazione si è trasformata in una colonizzazione a lungo termine.

Una dimostrazione evidente è l’annessione, da parte di Israele, di territori occupati, comprese le Alture del Golan siriano e la palestinese Gerusalemme Est nel 1981. Tale decisione non ha rispettato in alcun modo le leggi internazionali, il diritto umanitario o qualsiasi altra normativa.

I politici israeliani hanno, per anni, discusso pubblicamente dell’annessione della Cisgiordania, soprattutto di aree popolate da insediamenti ebraici illegali, costruiti in violazione del diritto internazionale.

Le centinaia di insediamenti che Israele ha costruito in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non sono considerati strutture temporanee.

La divisione della Cisgiordania in tre zone – area A, B e C [in base agli accordi di Oslo e a seconda dell’attribuzione all’ANP o a Israele del controllo amministrativo e militare, ndt.] – ognuna regolamentata secondo diversi dettami politici e norme militari, non ha precedenti nel diritto internazionale.

Israele sostiene, contrariamente al diritto internazionale, di non essere più potenza occupante a Gaza; tuttavia, sulla Striscia è imposto, da oltre 11 anni, un assedio israeliano terrestre, marittimo e aereo. Tra un susseguirsi di guerre israeliane che hanno ucciso migliaia [di palestinesi, ndt] e un blocco ermetico che ha spinto la popolazione palestinese sull’orlo della carestia, Gaza sopravvive in isolamento.

Gaza è ‘territorio occupato’ solo di nome, senza che nessuna delle leggi umanitarie venga applicata. Solo nelle ultime 10 settimane, sono stati uccisi oltre 120 manifestanti disarmati, giornalisti e medici e 13.000 sono stati feriti, eppure la comunità e il diritto internazionale restano inerti, non in grado di far fronte o sfidare i leader israeliani o di sconfiggere i veti americani ugualmente spietati.

I Territori Palestinesi Occupati hanno passato, già da molto, il confine tra l’essere occupati e l’essere colonizzati. Ma ci sono dei motivi per i quali noi restiamo prigionieri delle vecchie definizioni, il principale dei quali è l’egemonia americana nei discorsi legali e politici sulla Palestina.

Uno dei più importanti risultati giuridici e politici della guerra israeliana del giugno del 1967 contro molti Paesi arabi – guerra condotta con il pieno supporto degli USA – è la ridefinizione della terminologia giuridica e politica sulla Palestina.

Prima di quella guerra, il dibattito era per lo più dominato da questioni urgenti come il ‘diritto al ritorno’ dei rifugiati palestinesi, che dovevano poter tornare alle loro case e proprietà nella Palestina storica.

La Guerra dei sei giorni ha spostato completamente gli equilibri di potere, e ha consolidato il ruolo dell’America come principale sostenitore di Israele sulla scena internazionale.

Vennero approvate numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU per delegittimare l’occupazione israeliana: le risoluzioni n. 242, 338 e quella di cui si parla meno, ma ugualmente significativa, la n.497.

La Risoluzione 242 del 1967 chiedeva “il ritiro delle forze armate israeliane” dai territori da esse occupati nella Guerra dei sei giorni. La Risoluzione 338, che seguì alla guerra del 1973, accentuò e rese più chiara quella richiesta. La Risoluzione 497 del 1981 fu la risposta all’annessione israeliana delle Alture del Golan. Rese tale iniziativa ‘nulla, come non avvenuta e priva di effetti sul piano legale e internazionale’.

Lo stesso dicasi per l’annessione di Gerusalemme e per ogni altro insediamento coloniale o tentativo israeliano volto a cambiare lo status legale della Cisgiordania.

Ma Israele agisce secondo uno schema mentale totalmente differente.

Considerando che oggi ci sono tra i 600.000 e i 750.000 ebrei israeliani che vivono nei ‘Territori Occupati’, e che la più grande colonia, quella di Modi’in Illit [a nord di Gerusalemme, ndt.], ospita oltre 64.000 ebrei israeliani, bisognerebbe chiedersi che tipo di progetto di occupazione militare stia mai implementando Israele.

Israele è un progetto coloniale di insediamento, iniziato quando il movimento sionista aspirava a costruire una patria esclusiva per gli ebrei in Palestina, a spese degli abitanti nativi di quella terra alla fine del XIX° secolo.

Da allora non è cambiato niente. Solo la facciata, le definizioni legali e il discorso politico. La verità è che i palestinesi continuano a soffrire le conseguenze del colonialismo sionista e continueranno a portare questo fardello finché quel peccato originale non sarà coraggiosamente affrontato e rimediato con la giustizia.

Il punto di vista espresso in questo articolo appartiene all’autore e non riflette necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Elena Bellini)

 




‘Ringraziate di non essere gay a Gaza’

Noa Bassel

(tradotto in inglese Si Berrebi)

7 giugno 2018,  +972

Visto che i palestinesi sono privati dall’occupazione dei loro diritti, non si possono considerare le conquiste della comunità LGBTQ israeliana come un indice di tolleranza. Il nostro compito è di contrastare queste opinioni e continuare a chiedere eguali diritti per tutti.

Ogni anno a giugno, durante il “Mese dell’Orgoglio Gay”, il paradosso insito costruito all’interno del discorso politico israeliano raggiunge un’altissima intensità: più un gruppo sociale è oppresso, più ci si aspetta che sia grato per quello che è dato per scontato dal resto della popolazione.

I palestinesi dovrebbero essere grati di poter frequentare l’università, le femministe dovrebbero ringraziare Israele perché non vivono in Iran, gli immigrati ebrei dall’Etiopia dovrebbero essere felici di non trovarsi nella loro patria e le persone LGBTQ dovrebbero ringraziare di poter camminare per strada.

Questi gruppi sono sistematicamente attaccati o discriminati dalla polizia, dal sistema giuridico, dalle istituzioni statali e dal mercato del lavoro. Eppure si chiede loro di essere grati per la loro situazione, non fosse altro che per il confronto con scenari immaginari se fossimo nati in altri luoghi, tutto ciò al contempo mantenendo lo stigma che ci condanna all’ inferiorità.

Il discorso “di dover essere grati” viene diffuso da internet, da membri del parlamento, da giudici della Corte Suprema e da alcuni membri della comunità LGBTQ, e si basa su alcune significative contraddizioni. Primo, in ogni lotta ci si chiede di smettere di combattere e di essere grati per ciò che abbiamo già ottenuto – che in primo luogo non avremmo ottenuto se all’epoca non avessimo smesso di dire grazie. Sono sicura che i gay negli anni ’70 avrebbero potuto essere contenti che non fosse stata applicata la legge che puniva il sesso tra uomini, che si potesse sempre ingannare il proprio capo ed avere una relazione omosessuale dopo aver messo al mondo dei figli all’interno delle comodità del matrimonio.

Negli ultimi due anni abbiamo dovuto spiegare perché non possiamo essere gay solo nel privato delle nostre case, e la settimana scorsa nella città di Kfar Saba [nella zona centrale del Paese, ndt.] la polizia ha chiesto agli organizzatori del corteo dell’“Orgoglio Gay” di pagare per la costruzione di un muro intorno ai manifestanti “per proteggerli”. Fortunatamente in ognuna di queste circostanze ci sono state persone coraggiose che dissentivano; grazie a loro adesso ci mostriamo orgogliosamente di fronte a uomini in giacca e cravatta che ci chiedono di ringraziarli.

Una contraddizione più complessa è data dal raffronto tra i diritti LGBTQ in Israele, in Cisgiordania e a Gaza. Anzitutto perché chi solleva la questione non deve mai provare le proprie affermazioni: tutti sostengono che gli omosessuali vengono buttati giù dai tetti. Ma se si prova a calcolare soltanto quante persone gay sono state assassinate a Gaza, ed in quali circostanze, ciò risulta molto difficile. La posizione ufficiale di Israele è che le persone LGBTQ non subiscono sistematiche persecuzioni in Cisgiordania.

Lo status della popolazione LGBTQ nella società palestinese è tutt’altro che perfetto, ma dirlo non è compito di chi solleva la questione come mezzo per tacitare le critiche alle azioni di Israele. Inoltre, se la vediamo dal punto di vista degli LGBTQ israeliani, l’accusa che la società palestinese o musulmana sia intrinsecamente più omofoba di quella ebrea appare una volgare generalizzazione. In entrambe le società si possono trovare soggetti che accettano gli LGBTQ ed altri che li contrastano. Da entrambe le parti vi sono organizzazioni che lottano per i diritti LGBTQ.

Esponenti religiosi minacciano la comunità da entrambe le parti. Il movimento LGBTQ in Israele ha subito violenza, resistenza e difficoltà – proprio come la sua controparte palestinese.

Purtroppo i genitori israeliani cacciano ancora di casa i loro figli gay e le persone LGBTQ e i loro sostenitori vengono ancora attaccati. La violenta aggressione contro una transessuale a Tel Aviv, i due accoltellamenti da parte di Yishai Schlissel [estremista religioso, ndt.] alla “Marcia dell’Orgoglio Gay” a Gerusalemme e la sparatoria mortale al centro giovanile LGBTQ [2 morti e 15 feriti nel 2009, delitto rimasto tuttora impunito, ndt.], sono solo alcuni esempi (altri non trovano spazio nei media).

Ogni membro della comunità ha subito un attacco violento, o almeno una aggressione verbale per la strada. I minori israeliani sono tuttora mandati in terapia di conversione [dell’orientamento sessuale, ndtr.] (l’anno scorso la Knesset ha votato contro una legge che intendeva vietare questa pericolosa pratica). Solo la settimana scorsa il vicepresidente della Liberia – che ha proposto una legge per rendere le relazioni omosessuali un reato di primo grado punibile con 10 anni di prigione – ha visitato Israele come ospite del ministero degli Esteri.

I giovani israeliani piangono l’israeliana Shira Banki, che è stata assassinata da un ultra- ortodosso alla “Marcia dell’Orgoglio Gay” di Gerusalemme, il 2 agosto 2015. L’aggressore, Yishai Schlissel, accoltellò sei persone. (Yotam Ronen/Activestills.org). La relativa apertura che riscontriamo oggi nell’opinione pubblica israeliana è il risultato di una continua lotta da parte dei membri della nostra comunità. Ma vi è anche una fondamentale differenza tra la situazione delle persone LGBTQ dai due lati della barriera: chi è dal lato di Israele gode di libertà di movimento, di maggior tempo libero e reddito ed anche di miglior accesso all’istruzione superiore e all’informazione, che consente di proseguire la lotta. Di questi diritti gli LGBTQ palestinesi sono privati dallo Stato di Israele.

Perciò non si possono considerare le conquiste della comunità in Israele – che sono state ottenute in assenza dell’oppressione che subiscono i palestinesi LGBTQ in Cisgiordania e a Gaza – come un indice di tolleranza e pluralismo di Israele. Il nostro impegno come comunità inclusiva è di resistere a queste opinioni e continuare a chiedere niente di meno che eguali diritti per tutti.

Noa Bassel è studentessa di lingue e attivista sociale. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su ‘Haokets’ [rivista progressista israeliana online, ndtr.].

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




Forze israeliane uccidono il ventunenne Ezz al-Din Tamimi a Nabi Saleh

Redazione di MEE

Mercoledì 6 giugno 2018,  Middle East Eye

Mercoledì mattina soldati israeliani hanno sparato a distanza ravvicinata ed ucciso un ventunenne palestinese nel villaggio di Nabi Saleh, nella Cisgiordania occupata.

Ezz al-Din Abd al-Hafiz Tamimi è stato gravemente ferito quando soldati gli hanno sparato durante un’incursione nel villaggio, dove risiede la famiglia Tamimi, ed è molto conosciuto per la sua militanza contro l’occupazione israeliana.

Dopo che i soldati hanno fatto un’incursione nel villaggio alle 10 del mattino, gli abitanti hanno lanciato pietre contro le forze israeliane presenti sul posto.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Middle East Eye che Tamimi è stato ucciso dopo che avrebbe colpito un soldato con una pietra.

Il soldato raggiunto dalla pietra ha sparato verso il palestinese, che è rimasto ferito e curato dalle truppe dell’IDF (esercito israeliano) sul posto,” ha detto il portavoce.

Egli ha aggiunto che nessun soldato è stato ferito nell’incidente.

L’attivista israeliano filo-palestinese Jonathan Pollak, che era a Nabi Saleh, ha detto a MEE che Tamimi è stato colpito con pallottole vere almeno due volte, compreso un proiettile che lo ha raggiunto dietro al collo ed è uscito dall’altra parte, mentre lui si trovava a 45 metri dai soldati.

Pollak partecipa alla campagna “Liberate i Tamimi”, a sostegno di Nabi Saleh e dei suoi abitanti.

Foto della maglietta insanguinata di Ezz al-Din Tamimi mostrano almeno due fori sul torace che sembrano confermare informazioni iniziali di testimoni oculari che sia stato colpito anche al petto.

Non è risultato subito chiaro se Tamimi sia morto sul posto o dopo che i soldati lo hanno portato via in un veicolo blindato.

Un video diffuso in streaming da un abitante di Nabi Saleh mostra una pozza di sangue nel luogo in cui Tamimi è stato colpito e circa una decina di soldati israeliani affollati intorno al giovane privo di sensi che in apparenza cercano di metterlo su una barella, mentre palestinesi li supplicano di portare Tamimi in ospedale per essere curato.

Riprese filmate da alcuni abitanti mostrano le forze israeliane sparare bombe assordanti approssimativamente in direzione della folla.

Il corpo di Tamimi è stato in seguito portato in un ospedale nella vicina città di Ramallah, da cui nel pomeriggio di mercoledì è partito un corteo funebre.

Bilal Tamimi, un abitante di Nabi Saleh, ha detto a MEE che molti nel villaggio credono che l’uccisione di Ezz al-Din sia stata “intenzionale”, in quanto per mesi l’esercito israeliano aveva cercato di catturare il giovane per la sua partecipazione alle manifestazioni e perché avrebbe tirato pietre.

Sono venuti varie volte a casa sua, hanno chiamato i suoi familiari, lo hanno minacciato e hanno detto loro: ‘Lo uccideremo come abbiamo ucciso Ahmed Jarrar [palestinese accusato di aver sparato a un colono, ndt.],” ha detto Bilal Tamimi.

Nabi Saleh è stato a lungo al centro dell’attenzione per le sue manifestazioni contro la politica israeliana nei territori palestinesi occupati e in seguito a ciò è stato sotto una crescente pressione da parte delle forze israeliane, che regolarmente conducono incursioni nella zona.

Il villaggio ha assunto ulteriore rilievo dopo gli arresti della diciassettenne Ahed Tamimi e di sua madre, Nariman, che sono state condannate a otto mesi di carcere nelle prigioni israeliane dopo che Ahed ha schiaffeggiato un soldato israeliano e sua madre ha filmato e diffuso l’incidente.

In gennaio un altro membro della famiglia Tamimi, il sedicenne Musaab, è morto nel vicino villaggio di Deir Nidham dopo essere stato anche lui colpito dalle forze israeliane al collo.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La sinistra sionista di estrema destra israeliana

Gideon Levy

27 maggio 2018, Haaretz

Eitan Cabel, del partito Laburista, non propone la pace ma l’annessione. I suoi palestinesi non avrebbero uno status né diritti, e ovviamente sono da ritenere responsabili per questo.

È un peccato che Eitan Cabel non sia segretario del partito Laburista. Se lo fosse, il partito Laburista potrebbe affermare ufficialmente di essere arrivato alla fine del suo percorso. Ma anche così, il suo editoriale sull’edizione di Haaretz in ebraico di venerdì rispecchia adeguatamente le posizioni del suo partito e più in generale quelle della più ampia “Unione Sionista” [coalizione elettorale di cui il partito Laburista è la componente principale ed attualmente all’opposizione, ndt.]. Di fatto il partito Laburista non ha posizioni diverse da quelle che Cabel ha precisato. Perciò dovremmo essere grati al coraggioso parlamentare della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.]: ha esposto la verità sul suo partito e sull’intera sinistra sionista.

Sul problema più grave la sinistra sionista non fa altro che imitare le posizioni della destra. La novità di Cabel è che queste sono le posizioni dell’estrema destra. Cabel e Naftali Bennett [ministro dell’Educazione e leader del partito di estrema destra “Casa Ebraica”, ndt.] sono fratelli, “Casa Ebraica” e ”Unione Sionista” sono gemelli, non c’è più nessuna differenza tra loro. Il vuoto e ipocrita “carro” – una metafora dei valori e del patrimonio ideale – della sinistra sionista è arrivato alla fine del suo percorso. Quanto meno un membro coraggioso addirittura se ne vanta.

Cabel propone un’iniziativa sobria. Non pace ma annessione. Non un’annessione come quella che c’è stata finora, ma un’annessione totale. I palestinesi di Cabel non hanno uno status né diritti passati, presenti o futuri; è persino dubbio che essi esistano. Ovviamente sono da ritenere responsabili di questo e gli ebrei devono avere tutta la terra.

Solo una cosa terrorizza il socialdemocratico di Rosh Ha’ayin [cittadinia del centro di Israele, ndt.] – che, il cielo non voglia, nella Knesset ci saranno 30 deputati arabi. I suoi genitori non sono immigrati dallo Yemen per questo. Shoshana e Avshalom non sono venuti qui per vivere con gli arabi. Quello ce l’avevano già in Yemen. Essi e il loro figlio vogliono uno Stato razzialmente puro. Se un quarto dei deputati fosse arabo ciò distruggerebbe il loro sogno. Il compagno di partito di Bennett Bezalel Smotrich [noto per le posizioni particolarmente estremiste, ndt.] non avrebbe potuto dirlo in termini più razzisti.

Cabel vuole che si faccia qualcosa. Sa che non c‘è una controparte palestinese e non ci sarà mai. Quindi avanti, prendiamo l’iniziativa. Possiamo pensare a un trasferimento, indubbiamente un’iniziativa, atroce quanto l’annessione, ma anche di più, però almeno ciò garantirebbe una soluzione finale. Comunque, Cabel non ci è ancora arrivato. Forse presto farà carriera nei ranghi del partito. Nel frattempo Cabel ne ha abbastanza della limitazione dei blocchi di colonie, il più grande imbroglio della sinistra sionista, su cui c’è un presunto consenso generale.

Una breve storia dei blocchi, proprio come una breve storia delle colonie: prima si trattava di annettere Gerusalemme est. Ciò non poteva essere fatto senza un “confine di sicurezza”, per cui la valle del Giordano è stata aggiunta alle zone intoccabili. Poi è arrivato il blocco di Gush Etzion [gruppo di colonie israeliane nei territori occupati fondato a partire dal 1967, ndt.] in perenne espansione, senza cui Israele non può essere immaginato, e come possiamo lasciare fuori Ma’aleh Adumim [grande colonia nei pressi di Gerusalemme, riconosciuta come città dal governo israeliano, ndt.], che è stata fondata per tagliare in due la Cisgiordania? E cosa ne sarà, fratelli ebrei, della città universitaria di Ariel [colonia nel centro della Cisgiordania, dove sorge la prima università nelle colonie, ndt.]?

Queste sono state tutte aggiunte alla lista non dalla destra ma dalla sinistra sionista, che ha sostenuto la fondazione di uno Stato palestinese, certamente uno Stato palestinese tra Jenin e il suo campo profughi. Ora Cabel sta annettendo anche Karnei Shomron, e cosa dire di Shavei Shomron, Yitzhar e Itamar? Rehelim, Havat Gilad e Baladim [altre colonie in Cisgiordania, ndt.]? Perché no? Il destino dei coloni, che stanno vivendo sotto la “legge marziale”, spezza il cuore di Cabel, perciò, perché non annettere anche loro? Non sono esseri umani? Non sono ebrei? Cabel è un uomo con una coscienza, il suo cuore è sempre dalla parte degli oppressi.

Cabel è uno dei dirigenti del campo della pace, e come dice il nome del suo campo, offre ai palestinesi negoziati prima o poi, quando si comporteranno correttamente. Nel 1948 hanno perso il 78% del loro Paese, ed ora Cabel sta sezionando i resti di ciò che rimane e rubando per sé i blocchi [di colonie], un prezzo per il ladro e il colono.

Ma la Palestina non è perduta. Cabel, di sinistra, vuole discutere di quello che resta. C’è una possibilità che rinunci al campo profughi di Al-Fawwar [a sud di Hebron, ndt.]. Se ci sarà una dirigenza palestinese all’altezza, che mangi con coltello e forchetta, in un giorno di particolare generosità Cabel e il suo partito le offriranno persino il campo profughi di Al-Arroub [sulla strada tra Hebron e Gerusalemme, ndt.]. Dai tempi del Mahatma Gandhi non c’è più stato un uomo di pace come Cabel, da quelli di Nelson Mandela non c’è più stato un simile combattente per la giustizia.

La richiesta di Cabel di essere sobri è un importante contributo al dibattito politico. Tornate sobri, amici di Cabel, non avete niente da offrire. Siete di destra, persino di estrema destra, ed ora siete senza la maschera che avete portato per 50 anni. Eliminate le elezioni in Israele. Dopotutto, (quasi) tutti sono per l’occupazione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 8 – 21 maggio 2018 (due settimane)

Il 14 maggio, nella Striscia di Gaza, secondo il Ministero della Salute Palestinese le forze israeliane hanno ucciso 59 palestinesi (tra cui sette minori) e ne hanno feriti 2.900: dalle ostilità del 2014, è il più alto numero di vittime registrato in un solo giorno nei Territori occupati.

I manifestanti palestinesi hanno ferito un soldato israeliano. Tra i feriti palestinesi di quel giorno, 1.322 (il 45%) sono stati colpiti con armi da fuoco. Le vittime rientrano nel contesto delle manifestazioni per “la Grande Marcia del Ritorno”, iniziate il 30 marzo, ed in coincidenza con il trasferimento ufficiale dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme.

In altre manifestazioni simili, svolte durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ucciso tre palestinesi e ferito 1.283. Nello stesso periodo, secondo il Ministero della Salute Palestinese, altri quattro sono morti per le ferite precedentemente riportate. Le proteste dovrebbero protrarsi fino al 5 giugno, data che rievoca l’occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, avvenuta nel 1967.

Il gran numero di vittime e l’alta percentuale di feriti da armi da fuoco hanno sollevato preoccupazioni sull’uso eccessivo della forza. Il 18 maggio, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha condannato “l’uso sproporzionato e indiscriminato della forza” da parte delle forze israeliane e ha chiesto l’istituzione di una “commissione d’inchiesta internazionale indipendente” che indaghi sulle uccisioni di palestinesi durante le proteste. Il 23 maggio, nel suo resoconto presso il Consiglio di Sicurezza ONU, il Coordinatore Speciale per il Processo di Pace, Nickolay Mladenov, ha condannato “le azioni che, a Gaza, hanno portato alla perdita di così tante vite ” ed ha aggiunto che, a sua volta, Hamas “non deve usare le proteste come copertura del tentativo di collocare bombe a ridosso della recinzione e mettere in atto provocazioni”.

Durante le manifestazioni dell’11 e 14 maggio, manifestanti palestinesi hanno fatto irruzione nella parte palestinese del valico di Kerem Shalom (quasi esclusivo punto di ingresso delle merci in Gaza) causando ingenti danni e bloccando le operazioni. La sala di controllo, il nastro trasportatore principale e le tubazioni del carburante e del gas da cucina sono stati incendiati e gravemente danneggiati. Il valico è stato parzialmente riaperto il 16 maggio per le merci imballate ed il 17 maggio per l’ingresso del carburante.

Secondo l’esercito israeliano, il 16 maggio, palestinesi hanno sparato da Gaza con mitragliatrice verso le forze israeliane e verso la città israeliana di Sderot; successivamente le forze israeliane hanno sparato colpi di carro armato ed hanno condotto diversi attacchi aerei contro siti militari. In precedenza, il 12 ed il 14 maggio, le forze israeliane avevano condotto una serie di attacchi aerei mirati ad aree aperte e a siti di addestramento militare, nella città di Gaza e nel nord della Striscia. Secondo fonti ufficiali israeliane, questi ultimi attacchi aerei erano in risposta alle violente attività intraprese durante le manifestazioni lungo la recinzione perimetrale. Nessuno di tali attacchi ha provocato vittime, ma alcuni siti militari di Gaza hanno subito danni.

Per far rispettare le restrizioni di accesso alle Aree Riservate di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori in almeno 16 occasioni; ad est della città di Gaza un contadino è stato ferito. In Khan Younis, nelle vicinanze della recinzione perimetrale, altri due palestinesi sono rimasti feriti in scontri con le forze israeliane avvenuti mentre queste stavano svolgendo operazioni di spianatura del terreno e di scavo.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, le forze israeliane hanno ferito 641 palestinesi, tra cui 126 minori. Circa l’88% di questi ferimenti si sono verificati il 14 ed il 15 maggio, durante scontri scoppiati nel corso di manifestazioni in solidarietà con Gaza, contro il trasferimento dell’ambasciata statunitense e in memoria del 70° anniversario di ciò che i palestinesi chiamano “An Nakba” [“la Catastrofe”: ovvero la proclamazione dello Stato di Israele, avvenuta nel maggio 1948]. Il maggior numero di feriti si sono avuti negli scontri avvenuti nella città di Nablus; a seguire, gli scontri nei pressi del checkpoint DCO di Ramallah e quello di Huwwara (Nablus). Tredici persone sono rimaste ferite durante operazioni di ricerca-arresto. Oltre il 60% delle lesioni subìte da palestinesi durante il periodo di riferimento, sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche; tra questi un uomo di 58 anni cardiopatico, morto successivamente in un ospedale di Hebron.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 177 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 220 palestinesi. I numeri più alti di operazioni (41) e di arresti (56) si sono avuti nel governatorato di Gerusalemme.

In concomitanza con il mese mussulmano del Ramadan, iniziato il 17 maggio, le autorità israeliane hanno annunciato l’attenuazione delle restrizioni di accesso. Questo comporta la concessione di circa 2.000 permessi per visite familiari in Gerusalemme Est ed Israele. Per le preghiere del venerdì, gli uomini sopra i 40 anni, i minori sotto i 12 e le donne di tutte le età saranno ammessi a Gerusalemme Est senza permesso. Per la preghiera del venerdì (18 maggio), a Gerusalemme Est sono stati ammessi circa 39.300 palestinesi, attraverso tre posti di blocco circostanti. Secondo il DCL [Coordinamento e Collegamento Distrettuale] israeliano, il numero di ingressi è in calo: nel primo venerdì di Ramadan del 2017, ne furono registrati 65.000.

Citando la mancanza di permessi di costruzione, in zona C ed in Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno demolito tre strutture palestinesi. Tra le strutture prese di mira figura parte di una strada di campagna (finanziata da donatori) che consentiva agli agricoltori del villaggio di Haris (Salfit) di accedere ai loro terreni. Altre due strutture di sostentamento sono state demolite nel quartiere di Al ‘Isawiya a Gerusalemme Est e nel villaggio di Duma (Nablus).

Nella Valle del Giordano settentrionale, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato, per otto ore, cinque famiglie della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a. Questa Comunità deve far fronte a periodiche demolizioni e restrizioni di accesso che, insieme ai frequenti sfollamenti temporanei dovuti all’addestramento militare, destano preoccupazioni circa il rischio di trasferimento forzato dei residenti.

L’11 maggio, nel villaggio di Duma (Nablus), aggressori non identificati hanno dato fuoco a una casa palestinese. I residenti sono riusciti a mettersi in salvo, ma i mobili e la casa hanno subìto danni. Di conseguenza, i cinque membri della famiglia, tra cui due minori, hanno dovuto sfollare. Sul caso, le autorità palestinesi e israeliane hanno aperto due distinte indagini. Due attacchi incendiari analoghi furono compiuti da coloni israeliani nel villaggio di Duma, nel luglio 2015 e nel marzo 2016; nel primo caso morirono un bambino ed entrambi i genitori.

Sono stati segnalati almeno sette attacchi ad opera di coloni israeliani, con conseguenti lesioni a palestinesi o danni a loro proprietà. In tre distinti casi, a Turmus’ayya (Ramallah), Halhul (Hebron) e Burqa (Nablus), secondo fonti locali palestinesi circa 450 tra ulivi e vitigni sono stati vandalizzati da coloni israeliani. In altri tre episodi, coloni israeliani hanno forato i pneumatici di 30 veicoli palestinesi e spruzzato scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare” sui muri di case di Shu’fat (Gerusalemme Est), Wadi Qana (Salfit) e Sarra (Nablus). Sarebbero stati rubati, da coloni, tre cavalli appartenenti a contadini della città di Nablus. La violenza dei coloni è in aumento: dall’inizio del 2018, la media settimanale di attacchi che causano lesioni personali o danni materiali è di cinque casi; nel 2017 la media era stata di tre e nel 2016 di due.

Sono stati segnalati almeno cinque episodi di lancio di pietre e due episodi di lancio di bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: sono rimasti feriti cinque israeliani, tra cui una donna e sono stati danneggiati tre veicoli privati. Gli episodi si sono verificati su strade vicino a Nablus, Ramallah, Betlemme, Hebron e Gerusalemme. Inoltre, nell’area di Shu’fat, a Gerusalemme Est, sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

L’accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza di circa 7.000 palestinesi che vivono in tre comunità della Cisgiordania, è stato interrotto da restrizioni imposte da Israele. Nella parte di Hebron a controllo israeliano, l’esercito ha chiuso un passaggio di collegamento di un quartiere (As Salayyme) con il resto della città; chiusa, per tre giorni, anche la strada principale tra i villaggi di Madama e Burin (Nablus). Le misure sono state prese in risposta al lancio di pietre e bottiglie incendiarie contro veicoli di coloni israeliani e contro una torretta militare.

Le autorità egiziane hanno annunciato l’apertura ininterrotta, per tutto il mese del Ramadan, del valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto. Dalla sua apertura, avvenuta il 12 maggio, e fino alla fine del periodo di riferimento [di questo Rapporto], 4.865 palestinesi hanno attraversato in entrambe le direzioni. Dal 2014 questa è la più lunga e continuativa apertura del valico di Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 23 maggio, un quindicenne palestinese è morto per le ferite riportate il 15 maggio, nel corso di una manifestazione presso il checkpoint di Beit El / DCO in Al Bireh / Ramallah. Si trattava di una manifestazione commemorativa del 70° anniversario di quello che i palestinesi definiscono “An Nakba” del 1948 e di protesta contro l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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La corte israeliana autorizza la demolizione del villaggio palestinese di Khan al-Ahmar

MEE e agenzie

giovedì 24 maggio 2018, Middle East Eye

Ignorando le richieste di governi europei e di importanti politici statunitensi, giovedì la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza in favore della demolizione di un villaggio palestinese nella Cisgiordania occupata.

Gli attivisti hanno detto che l’udienza è stata l’ultimo ricorso concesso al villaggio di Khan al-Ahmar, situato sulla strada principale che conduce al Mar Morto, circondato da diverse colonie illegali israeliane ad est di Gerusalemme.

Non è stato chiarito quando avrà luogo la demolizione del villaggio, che ospita 180 abitanti.

Negli anni scorsi la comunità, costituita da circa 35 famiglie appartenenti alla tribù beduina Jahalin, ha subito diverse volte la demolizione delle sue precarie case e scuole, per lo più fatte di lamiera ondulata e legno, da parte dell’esercito israeliano.

Israele vuole demolire il villaggio come parte del cosiddetto piano E 1, che consiste nella costruzione di centinaia di insediamenti per collegare le colonie di Kfar Adumim e Ma’ale Adumim con Gerusalemme est nell’area C [sotto totale ma temporaneo controllo israeliano in base agli accordi di Oslo, ndt.] della Cisgiordania controllata da Israele.

L’anno scorso gli abitanti del villaggio hanno detto a Middle East Eye che avrebbero opposto resistenza ad ogni tentativo di cacciarli dalle loro case.

“L’area C è stata costruita intorno a noi e alle nostre case, non viceversa”, ha detto a MEE Eid Abu Khamis, il portavoce delle comunità beduine nel distretto di Gerusalemme e residente a Khan al-Ahmar.

“Siamo venuti qui dopo che loro (Israele) ci hanno buttato fuori dalle nostre terre durante la Nakba e adesso vogliono cacciarci da questa terra, dove abbiamo vissuto per più di 60 anni.”

Nella sua sentenza la Corte ha affermato di non aver trovato “nessuna ragione per intervenire sulla decisione del ministro della Difesa di applicare gli ordini di demolizione emessi contro le strutture illegali a Khan al-Ahamar.”

Gli abitanti verranno spostati altrove, ha aggiunto, con un metodo che i critici assimilano ad una deportazione. Secondo precedenti piani del governo israeliano, è molto probabile che la comunità verrà trasferita in una zona vicina alla discarica di Abu Dis, una zona periferica degradata cisgiordana di Gerusalemme est.

La Corte ha sentenziato che il villaggio era stato costruito senza i relativi permessi di edificazione.

Per i palestinesi nelle aree della Cisgiordania controllate da Israele è quasi impossibile ottenere questi permessi.

La presidenza palestinese ha denunciato la sentenza della Corte di giovedì, definendola un tentativo razzista di “sradicare i legittimi cittadini palestinesi dalla loro terra per assumerne il controllo e rimpiazzarli con coloni.”

“Questa politica di pulizia etnica è considerata la peggior forma di discriminazione razziale, che è diventata la caratteristica principale delle prassi e delle decisioni del governo israeliano e dei suoi diversi strumenti”, ha affermato in un comunicato.

L’anno scorso 10 senatori democratici USA, guidati da Bernie Sanders e Dianne Feinstein, hanno scongiurato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di bloccare i piani di demolizione dei villaggi palestinesi della Cisgiordania, compreso Khan al-Ahmar.

“Abbiamo a lungo sostenuto la soluzione dei due Stati come un’equa soluzione del conflitto israelo-palestinese”, hanno scritto i senatori.

“Tuttavia i tentativi del vostro governo di trasferire forzatamente intere comunità palestinesi ed espandere le colonie in tutta la Cisgiordania non solo compromettono direttamente una soluzione a due Stati, ma crediamo che mettano anche a rischio il futuro di Israele come democrazia ebraica.”

Anche l’UE ha duramente criticato i piani di espulsione degli abitanti di Khan al-Ahmar.

L’anno scorso, quando era ambasciatore dell’UE in Israele, Lars Faaborg-Andersen ha detto: “L’adozione di misure coercitive come i trasferimenti forzati, le espulsioni, le demolizioni e le confische di case e strutture umanitarie (comprese quelle finanziate dall’UE) e il divieto di fornire assistenza umanitaria violano gli obblighi di Israele in base al diritto internazionale.”

Israele demolisce regolarmente case e scuole palestinesi in Cisgiordania, sostenendo che sono state costruite senza permesso. Ma Human Rights Watch sottolinea che “l’esercito israeliano rifiuta di concedere i permessi alla maggior parte delle nuove costruzioni palestinesi nel 60% della Cisgiordania, dove detiene il controllo esclusivo sulla pianificazione e sull’edilizia, mentre favorisce la costruzione di colonie.”

Nel 2016 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione di condanna di “tutte le misure finalizzate ad alterare la composizione demografica, il carattere e lo status del territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est.”



(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Storie della Catastrofe: Esilio

Amena ElAshkar, Ali Ibrahim e Nadine Osama

17 Maggio 2018, The Electronic Intifada

Settant’anni fa i palestinesi hanno subito la Nakba, o Catastrofe, quando la maggioranza di loro lasciò o fu obbligata dalle milizie sioniste a lasciare la Palestina per far posto alla creazione dello Stato di Israele e garantire una maggioranza ebraica.

Circa 750.000 persone finirono per diventare profughi registrati dalle Nazioni Unite. Molti altri se la cavarono da soli. Non gli venne mai consentito di tornare alle loro terre o case, che vennero confiscate dal nascente Stato, e molti dei loro villaggi vennero successivamente distrutti. Qui alcuni sopravvissuti raccontano le loro storie.

Fatima Feisal, 78, Ein al-Hilweh campo profughi, Sidone, Libano. Originaria di Tarshiha, in Galilea.

Posso chiudere gli occhi e ricordare ogni singolo dettaglio del villaggio. Le strade, il quartiere. Gli alberi di fico e quelli con le bacche. Ogni piccolo particolare. Posso vederlo proprio davanti ai miei occhi. La mia famiglia viveva di agricoltura. Avevamo più di 100 capre. La più grande era la mia preferita. La cavalcavo come se andassi in bicicletta. La chiamavo “la mia bicicletta”.

Una volta stavo portando da mangiare al pastore che lavorava per noi. I coloni mi hanno incontrata e mi hanno chiesto il motivo della mia presenza. Ho risposto che stavo portando del cibo al pastore che stava con le nostre capre vicino a una delle colonie. Gli ho fatto vedere il cibo, ma non mi hanno creduta. Pensavano che portassi dei messaggi e che il pastore fosse un combattente per la libertà. Lo hanno fatto prigioniero, lo hanno torturato e gli hanno bruciato tutto il corpo.

Avevo 9 anni quando gli aerei hanno bombardato Tarshiha. È stata la notte peggiore della mia vita. La gente si nascondeva nella casa del capo del villaggio. Faceva parte della famiglia Huwari e aveva una grande casa. Ho visto come la casa è stata bombardata. Ho visto anche come gli abitanti cercavano di trarre in salvo le persone seppellite sotto le macerie.

Sono stata separata dalla mia famiglia e da mio fratello Ali e non avevo altra scelta che cercarlo. Era più giovane di me. Sembrava il giorno del giudizio universale. La gente correva e urlava. Sono andata alle grotte al confine del villaggio. Erano strapiene di persone che si proteggevano dai bombardamenti. Lo chiamavo per nome. Alla fine ha risposto. L’ho preso per mano e ci siamo allontanati dal villaggio. Abbiamo camminato per due ore verso un altro villaggio di nome Sabalan dove ci siamo riuniti con la nostra famiglia. Poi abbiamo proseguito verso il Libano.

Ho un ultimo desiderio. Ho 78 anni. Sarà il mio ultimo desiderio. C’era un albero di bacche proprio di fronte alla nostra casa a Tarshiha. Voglio ritornare lì e mangiare una bacca. Un’ ultima bacca.

Resoconto e foto di Amena ElAshkar

Naaseh Khaled Hamoudeh, 70 anni, Campo profughi di Wihdat, Amman. Proveniente da Deir Tarif, vicino a Ramla.

Sono nata in un villaggio il cui nome era Deir Tarif. Mio padre possedeva cammelli che usava per trasportare merci da un posto all’altro.

Quando è avvenuta la Nakba avevo uno o due mesi. I villaggi della nostra zona erano sotto attacco, uno dopo l’altro e tutta l’area era sotto assedio con poche riserve di cibo. I miei genitori andarono al paese più vicino per cercare cibo lasciando a mio fratello e alla mia sorella il compito di occuparsi di me. Allora mio fratello, di 15 anni, era il più grande. Ma i miei genitori non poterono ritornare perché la strada era bloccata e i sionisti si stavano avvicinando al villaggio.

Allora il capo del villaggio ha riunito tutti i bambini su un grande camion e ci ha portati a un villaggio di nome Shuqba. Siamo stati lì per un po’. Alcuni adulti si occupavano dei bambini senza i genitori. Sono stata allattata da differenti donne che avevano dei bambini piccoli. Ne abbiamo persi molti lungo il cammino. Hanno sparato senza alcun motivo a mio zio e a sua figlia da poco fidanzata. C’erano corpi nelle strade ed era difficile dare loro una degna sepoltura. Solamente le donne e le ragazze venivano sepolte. Il corpo di mio cugino ha potuto essere recuperato di notte con grande pericolo.

I nostri genitori ci hanno trovati dopo giorni di ricerche. Andavamo di villaggio in villaggio alla ricerca di cibo e di ricovero. Siamo andati a Qibya , poi a Kafr Thulth, infine a Deir Ammar.

In seguito la mia famiglia si è trasferita in Giordania e si è stabilita in una tendopoli vicino a Wadi al-Seer. Poi, circa nel 1955, siamo andati al campo di Wihdat. Eravamo in sette e dovevamo dormire tutti in una stanza. Non potevamo permetterci un tetto di metallo così coprimmo l’abitazione con una grande stoffa.

Tutti i miei ricordi si riferiscono al campo. Lo ritengo la mia casa, ma non rinuncerò mai al diritto al ritorno. La gente del campo fa una vita dura e soffre molto, ma ciò produce anche una profonda solidarietà nella nostra società. Mi occupo delle attività politiche e culturali del campo. Ho aderito nel 1962 al movimento nazionalista arabo e più tardi al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ero solita ospitare a casa riunioni politiche clandestine.

Mi mancano quei giorni, la gente si dedicava di più era impegnata nella propria causa.

Mio figlio Ali è andato a studiare a Beirut. Quando c’è stata l’invasione israeliana l’ho chiamato e gli ho detto che non aveva altra scelta che combattere e difendere Beirut. Ero sempre preoccupata, per lui ma anche altrettanto preoccupata per tutti i combattenti che difendevano Beirut.

Un giorno torneremo. Il povero e il ricco, il senzatetto e quelli che vivono in grandi case e le persone più diverse potranno ritornare. Il diritto al ritorno è sacro. E se non sarò viva per ritornare, ritornerai tu, mio figlio. E se tu non ritornerai prima o poi saranno i tuoi figli a ritornare.

Reportage di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama

Widad Kawar, 87anni, Amman. Proveniente da Betlemme.

Sono nata a Betlemme e sono andata al collegio “Friends” [“Amici”] a Ramallah. Mi sono diplomata poche settimane prima della Nakba e sono tornata di corsa a casa a causa del peggioramento della situazione politica. Alcuni studenti giordani sono stati scortati in Giordania dall’esercito giordano. Io sono dovuta andare a Gerusalemme per prendere un tassì per Betlemme.

Dopo la Nakba sono andata a studiare al collegio femminile dell’Università Americana di Beirut. Quando sono tornata, Betlemme era un paese completamente diverso.

Betlemme era unica in quanto era sia una città che un villaggio, un luogo di tradizione e di modernità. Era il punto di riferimento per molti villaggi attorno, la sorella minore di Gerusalemme. Donne dei villaggi venivano a Betlemme nelle nostre case a vendere diversi prodotti. Ho sempre ammirato lo spirito e la vivacità con cui raccontavano le storie della vita in campagna. Il sabato le donne vendevano anche nei mercati delle principali città. È lì che allora ho cominciato a collezionare piccoli pezzi di tessuto ricamato e più tardi interi vestiti.

Dopo la Nakba, Betlemme era tagliata fuori da Gerusalemme e da molti villaggi intorno. Molti abitanti di questi villaggi sono diventati profughi a Betlemme, vivendo in spazi angusti o nei campi profughi. Queste persone erano abituate a lavorare nei campi che avevano curato per secoli. Avevano tradizioni, costumi e comportamenti diversi tra loro, che definivano la loro identità. Io ho cominciato a collezionare i vestiti insieme alle storie delle donne che li hanno portati.

Per me, il ricamo palestinese riflette l’identità, la società e la terra. Riflette l’identità perché ogni villaggio in Palestina aveva la propria cultura per mezzo della quale faceva orgogliosamente riferimento alla tradizione. È una rappresentazione della società, un caleidoscopio di storie diverse, di vestiti, culture e colori preparati insieme. Il vestito palestinese testimonia del tempo passato, che fu quando le donne costituivano una parte attiva della società, e nel loro tempo a disposizione si riunivano nei pomeriggi estivi ventilati e lavoravano insieme sui vestiti mentre si scambiavano le proprie conoscenze.

Rappresenta anche la terra perché i simboli e i colori sono stati ispirati dalla terra. L’albero di cipresso è un simbolo famoso che troviamo spesso nei disegni dei vestiti. Tante persone erano solite piantare cipressi intorno alle loro proprietà per segnare i confini e proteggere i raccolti dai forti venti. I colori di solito derivavano dalle piante del luogo, come il sommacco [arbusto utilizzato per uso cucina, salutistico e per tingere, ndt.] per colorare di rosso.

Resoconto di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama


Khazna al-Sahli, 88 anni, campo profughi di Burj al-Barajneh, Beirut. Proveniente da Balad al-Sheikh, vicino ad Haifa.

Il mio villaggio era bellissimo. Posso ancora vedere i campi come vedo te. Coltivavamo ogni sorta di ortaggi, melanzane, pomodori, grano. Mio padre era un contadino, ma mia madre veniva dalla città. Era di Haifa. Amavo andare con mio padre ad Haifa a vendere i nostri prodotti. Una volta non ho trovato le mie ciabatte per andare con lui e così sono andato a piedi nudi.

Tutto è cominciato quando il capo del villaggio ha bussato alla nostra porta. Ci ha detto che gli inglesi avevano consegnato tutto agli ebrei e ora questi stavano arrivando per cacciarci. “Dovete nascondervi”. Fino ad allora non c’erano stati problemi con gli ebrei di Neshar (una colonia sionista). Le case della colonia erano molto diverse dalle nostre. Gli ebrei vivevano in piccole case colorate. Vendevano i loro prodotti nel nostro villaggio e noi vendevamo i nostri a Neshar.

Il giorno che fuggimmo il capo del villaggio arrivò con tre automobili. Ci ha portato a Nazareth e da lì siamo andati in Siria, a Tel-Mnin. Siamo rimasti per tutto un mese in una stalla. Dopo siamo andati a quello che in seguito prese il nome di Yarmouk, il campo profughi a Damasco.

Resoconto e foto di Amena ElAshkar

Wael Abdo al-Sajdi, 88 anni, Amman. Proveniente da Gerusalemme.

Mio padre era un ingegnere civile che lavorava per le autorità del Mandato britannico e avrebbe lavorato in diversi luoghi della Palestina. La famiglia è originaria di Nablus, ma io sono nato nel 1930 a Gerusalemme, dove in quel periodo mio padre lavorava. Considero Gerusalemme come la mia casa. Ho studiato e passato l’infanzia lì. Ancora ricordo ogni strada e posso guidarti in qualunque percorso o scorciatoia.

La Nakba è cominciata prima del 1948. Ricordo che una volta mio padre venne mandato per un anno a Nablus. Ci fu un attacco dei combattenti per la libertà contro le truppe inglesi e questi decretarono il coprifuoco in città. Mi annoiavo, così uscii sul balcone. Tutte le strade erano vuote, tranne che per la presenza di un veicolo blindato dell’esercito con un grande fucile sopra che pattugliava la zona.

Un anziano, che tutti in città sapevano essere sordo, doveva non aver sentito l’annuncio del coprifuoco. Il soldato gli puntò l’arma contro, ma lui continuò a camminare. Lo ricordo ancora mentre cadeva a terra. Chiaramente non costituiva nessuna minaccia, ma il soldato non esitò a sparargli. Nessuno poté rimuovere il suo cadavere fino al giorno dopo.

Nel 2000, quando ho compiuto 70 anni, volevo veramente visitare Gerusalemme. Era impossibile in quel momento avere un permesso per entrare in città, ma ero determinato ad andarci in un modo o in un altro. Indossai un tipico abbigliamento occidentale, calzoncini, un cappello, una camicia vistosa e mi misi al collo la mia videocamera. Mi impegnai a pagare da solo il prezzo di un taxi collettivo perché l’autista mi portasse per vie secondarie a Gerusalemme. Gli dissi che avrei potuto entrare in città senza problemi.

Sfortunatamente c’era davvero un checkpoint. I soldati parlarono all’autista e quando mi chiesero la carta d’identità risposi solamente in italiano gesticolando. Mi credettero e ci lasciarono andare. In città avrei parlato solamente in italiano con i soldati. Andai alla mia vecchia casa che ora è un centro culturale turco. Chiesi se potevo fare un giro e accettarono quando gli dissi che avevo abitato lì con la mia famiglia. Visitai anche la mia scuola e i ristoranti dove con la famiglia eravamo soliti mangiare. Camminai per le strade e per i mercati che mi erano ancora familiari.

Ho pianto in ognuno di quei posti.

Resoconto di Ali Ibrahim, foto di Nadine Osama

Amena ElAshkar è un giornalista e fotografo del campo profughi di Burj al-Barajneh, Beirut.

Ali Ibrahim è un giornalista di Amman.

Nadine Osama è una ricercatrice e fotografa di Amman.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)