Israele non rilascerà fino alla fine del processo l’adolescente palestinese che ha schiaffeggiato il soldato

Jack Khoury

17 gennaio, 2018 Haaretz

L’azione che ha manifestato e la gravità della violenza che lei ha messo in atto sono una prova che è pericolosa” dice il giudice che ha respinto la richiesta di rilasciarla.

Mercoledì [17 gen.] la corte d’appello israeliana ha stabilito che Ahed Tamimi, l’adolescente palestinese che è apparsa in un video mentre schiaffeggia un soldato dell’IDF , non verrà rilasciata fino a quando non terminerà il procedimento giudiziario nei suoi confronti.

Tamimi, la ragazza sedicenne di Nabi Saleh in Cisgiordania, è accusata di cinque imputazioni di aggressione alle forze di sicurezza e di istigazione. Sua madre è accusata di avere fotografato due incidenti e di istigazione sulle reti sociali.

Il giudice militare maggiore Haim Baliti ha respinto la richiesta di Tamimi di libertà provvisoria in attesa del suo processo. Nella sua argomentazione, il giudice ha notato che la Corte Suprema ha sottolineato che la libertà di espressione non consente di disturbare la pace o di commettere violenza, e che la difesa ha sbagliato nel mettere sullo stesso piano le azioni incendiarie [di Tamimi] e le proteste di un’attivista sociale. Le prove contro Tamimi, ha aggiunto, sono solide.

L’intraprendenza dimostrata, l’ampiezza e la gravità della violenza usata sono una prova che è pericolosa. La sua giovane età è un elemento da tenere in considerazione riguardo alla sua richiesta, ma nonostante ciò e tenendo conto considerazioni relative alla riabilitazione, non vi sono alternative concrete alla detenzione e non ne è stata presentata nessuna” ha detto Baliti.

Il giudice ha anche notato che Ahed è stata coinvolta in una lunga serie di precedenti reati e che il tempo trascorso da quando si sono svolti non ha prodotto effetti. “Questa è una persona che è stata coinvolta in molte occasioni in attacchi e minacce contro i soldati, usando anche un linguaggio provocatorio. Non ho altra scelta se non ordinare la sua detenzione fino alla fine del processo”.

La settimana scorsa, la corte ha deliberato di rilasciare la cugina di Ahed, Nur Tamimi, affermando che “deve rispettare le condizioni del rilascio come imposte dal tribunale, incluso il pagamento di una cauzione e qualcuno che garantisca per lei.”

Secondo l’avvocato di Ahed , Gaby Lasky, i fatti addebitati non giustificano una detenzione così lunga. Come ha detto lunedì a Haaretz, l’hanno trattenuta per trovare materiale sui precedenti incidenti e infatti hanno costruito un’accusa riguardante avvenimenti successi un anno e mezzo fa e anche prima, che non sono stati denunciati fino al suo attuale arresto. Non ci sono stati denunce o verbali su di essi.

In risposta questa decisione l’organizzazione israeliana contro l’occupazione B’tselem ha detto che l’udienza è “un chiaro esempio, uno fra i tanti, di come il sistema della giustizia militare non è uno strumento di giustizia, ma piuttosto un meccanismo fondamentale di repressione al servizio del controllo israeliano dei palestinesi nei territori”

La cugina di Ahed, Nur Tamimi è stata imputata dell’accusa di aggressione aggravata e di avere cercato di impedire a un soldato di portare a termine i suoi compiti lunedì. Lei è stata arrestata insieme alla cugina, Ahed, e alla madre di Ahed, Nariman. Nur è l’unica delle tre a non avere precedenti.

Giovedì scorso [11 gennaio], la corte militare ha ordinato il rilascio di Nur e ha prolungato la detenzione di Ahed e Nuriman. Tuttavia, il tribunale ha ritardato il rilascio di Nur fino a domenica per permettere alla procura militare di presentare appello contro il rilascio. Nur è l’unica delle tre a cui l’esercito non ha attribuito atti di violenza.

Il video che ha portato all’arresto di Nur e di Ahed Tamimi mostra le due che schiaffeggiano un soldato e che provano a tirare un calcio per provocare una reazione. Dopo che il primo soldato che ha aggredito non ha risposto con violenza, Ahed gli ha tirato un calcio e lo ha schiaffeggiato. Poi ha affrontato il secondo soldato che stava lì vicino e ha cercato di colpire anche lui. I due soldati non hanno risposto, né colpendole né scacciandole.

Nel contesto della vita sotto occupazione e delle consuete immagini di violenza tra palestinesi e soldati, queste sono segni che ispirano speranza, ed è così che sono state percepite in tutto il mondo.

Molti in Israele hanno visto questi fatti in modo diverso. Invece di autocontrollo e di moderazione, la destra ha visto fragilità, vigliaccheria e debolezza. L’esercito ha arrestato le ragazze Tamimi in seguito a queste critiche.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Il carceriere della prigione di Gaza e la crescente soglia del collasso della Striscia

Amira Hass

16 gennaio 2018, Haaretz

L’isolamento della Striscia di Gaza e dei suoi abitanti, come progetto politico piuttosto che di sicurezza, è iniziato molto prima dei razzi Qassam

Il carceriere avverte che il campo di internamento è sull’orlo del collasso. È un bene che lo faccia, ed è un bene che il suo avvertimento sia diventato il titolo di testa su Haaretz. Ma è difficile ignorare a chi è indirizzato tale avvertimento: al governo e soprattutto al ministro della Difesa Avigdor Lieberman.

La preoccupazione del carceriere – cioè i dirigenti di alto livello dell’apparato di sicurezza – sembra sincera. Non vi è motivo di sospettare che stiano semplicemente preparando la propria difesa presso il Tribunale Penale Internazionale, per il giorno in cui vengano ricercati i sospettati per il continuo disastro noto come prigione della Striscia di Gaza.

Il livello del collasso di Gaza sale ogni anno, a causa dell’intollerabile capacità di resistenza dei palestinesi. Il sogno politico di Israele della Striscia di Gaza come entità separata geograficamente e politicamente può essere realizzato solo distruggendo la sua economia e le sue infrastrutture e la salute mentale e fisica dei suoi abitanti. Niente lo illustra meglio della questione dell’acqua.

Quando i dirigenti israeliani avvertono ipocritamente che il 95% dell’acqua di Gaza non è potabile, evitano [di citare] l’assurdità originaria: Israele costringe Gaza a procurarsi l’acqua dalla falda acquifera situata all’interno dei suoi confini. Questa falda acquifera, che nel 1950 forniva acqua a circa 300.000 persone, dovrebbe oggi fornirne la stessa quantità a due milioni di persone. Non c’è da meravigliarsi che vi siano eccesso di estrazione e contaminazione con acque di scarico e acqua di mare.

Il sogno israeliano della Striscia di Gaza come territorio separato geograficamente e politicamente ha provocato e continua a provocare una serie di danni la cui entità è difficile da calcolare. Le autorità, i Paesi donatori e le singole famiglie hanno speso e continuano a spendere enormi quantità di denaro per purificare l’acqua potabile. Come per i tunnel, questo avviene a spese dei finanziamenti per la sanità, l’educazione, le infrastrutture e le strutture per i bambini.

Lo dirò per l’ennesima volta: l’unica soluzione a breve termine è convogliare l’acqua a Gaza da Israele e dalla Cisgiordania, senza mercanteggiare sul prezzo o attendere la riconciliazione palestinese tra Fatah e Hamas. Da sette a dieci milioni di metri cubi all’anno [la quantità variabile di acqua fornita a Gaza da Israele, ndt.] è come versare un bicchier d’acqua in una piscina.

La desalinizzazione è impossibile quando le acque di scarico fluiscono in mare. E gli scarichi continueranno a fluire in mare finché Israele non ridurrà le rigide restrizioni all’entrata di materiali grezzi e pompe a Gaza ed alla libertà di movimento di ingegneri, imprenditori e consulenti. Ogni restrizione comporta perdite di tempo e di energia, pagamenti agli avvocati, inutili spese per stabilire il danno che è già stato causato, spese mediche per malattie che avrebbero potuto essere prevenute se si fosse permesso per tempo l’ingresso di una pompa, sottoutilizzo di manodopera e di competenze e fuga di cervelli.

Lo stesso vale per ogni altro aspetto della vita. I professionisti israeliani della sicurezza eseguono fedelmente i loro ordini di vietare la pesca, sparare ai contadini e costringere la gente ad aspettare ore per un interrogatorio di due minuti da parte del servizio di sicurezza dello Shin Bet, e poi si lamentano della diminuzione del numero di camion da carico che entrano a Gaza a causa della caduta del potere d’acquisto.

L’isolamento di Gaza e dei suoi abitanti, come progetto politico piuttosto che di sicurezza, è iniziato molto prima dei razzi Qassam. L’isolamento dei giovani di Gaza dal resto del mondo ha favorito il messaggio illusorio di Hamas. E la propaganda israeliana è riuscita ad attribuire la colpa all’accumulo di armi di Hamas, sempre un efficace strumento nella lotta interna per la leadership palestinese.

Israele esagera deliberatamente il rischio strategico costituito dalle armi di Hamas, rafforzando così l’immagine dell’organizzazione come salvatrice agli occhi dei disperati. La propaganda di Hamas è riuscita a dare la colpa ai tagli di fondi da parte dell’Autorità palestinese e a mettere a tacere le critiche alle sue pretese militari. L’ANP ha accettato l’isolamento della popolazione di Gaza, anche prima che Hamas prendesse il potere.

Gaza non è un’isola. Trattate i suoi residenti come esseri umani. Lasciateli partire per andare a studiare o a divertirsi a Nablus e a Betlemme ed anche a Haifa [in territorio israeliano, ndt.]; lasciateli andare a lavorare e a visitare amici e famigliari. Lasciateli produrre e coltivare ed esportare. Lasciate che israeliani, cisgiordani e turisti visitino Gaza. Gaza eviterà il collasso ed Israele eviterà un processo al Tribunale dell’Aia.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Israele sta testando nuovi tipi di gas lacrimogeni a Betlemme?

Ryan Rodrick Beiler

3 Gennaio 2018, The Electronic Intifada

Secondo un nuovo studio, ogni residente del campo profughi di Aida – nei pressi della città di Betlemme nella Cisgiordania occupata – potrebbe essere stato esposto a gas lacrimogeni lanciati dalle forze israeliane.

Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di California – fa notare l’uso “ampio, frequente ed indiscriminato” del gas lacrimogeno contro i palestinesi.

Il rapporto evidenzia episodi di [uso del] gas lacrimogeno della frequenza di due a tre volte alla settimana per più di un anno, e in alcuni mesi quasi ogni giorno.

In un discorso pronunciato a Novembre, Pierre Krähenbühl, massimo dirigente dell’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha detto che tale ricerca dimostra che i residenti di Aida “sono esposti a più gas lacrimogeno di qualsiasi altra popolazione al mondo.”

Lanciano [il gas] ovunque nel campo” ha detto Salah Ajarma, direttore di Lajee, il centro culturale di Aida, a The Electronic Intifada. “Non importa loro dove sparano.”

Il nuovo rapporto ha utilizzato un questionario sviluppato dal ‘US Centers for Disease Control’ (Centro USA per il controllo delle malattie, ndtr.) per sondare un campione di 236 palestinesi che vivono a Aida, che ospita 6400 residenti.

Aida – di una superficie di soli 0.071 chilometri quadrati – ha una densità di popolazione più alta di alcune delle città più grandi del mondo.

Pericoloso uscire

I membri del gruppo che ha condotto lo studio, pubblicato dal Centro Diritti Umani dell’Università di California, Berkeley, hanno assistito a diversi episodi di lancio di gas lacrimogeni mentre conducevano la loro ricerca. Hanno concluso dalle loro interviste che l’utilizzo dei gas lacrimogeni da parte delle forze israeliane “non è limitato alle proteste o a coloro che minacciano di provocare violenze.”

A volte è pericoloso lasciare il centro quando ci sono gas lacrimogeni fuori”, ha detto Ajarma. Ha ricordato un giorno in cui ha affrontato dei soldati che sparavano gas lacrimogeni, chiedendo perché stessero sparando dato che nessun bambino stava lanciando pietre.

Hanno detto ‘Ieri [i bambini] hanno lanciato pietre e oggi vogliamo cominciare [a sparare] i gas lacrimogeni prima che comincino.’ Perciò per loro è una specie di esercitazione.” ha aggiunto.

Il rapporto dell’Università di California definisce il gas lacrimogeno come un termine generale per [indicare] irritanti chimici pensati per il controllo delle folle. Il rapporto nota anche che nuove tipologie di gas lacrimogeni, più potenti, che durano più a lungo e causano dolori e ferite più gravi– oltre ad essere più resistenti all’acqua – sono state sviluppate recentemente.

Un bambino intervistato per il rapporto ha descritto gli effetti del gas lacrimogeno: “Mi brucia la faccia, e mi sento girare la testa.”

Il bambino ha aggiunto: “è difficile respirare. Starnutisco. Mi brucia la gola. Non riesco ad aprire gli occhi. A volte svengo.”

Il preciso tipo di gas utilizzato dalle forze israeliane a Aida è sconosciuto. Tuttavia, le concordanti testimonianze fornite dai residenti del campo fanno pensare che essi siano esposti a tipi di arma più potenti.

Un lavoratore sanitario ha citato il rapporto sostenendo: “[l’effetto de] il vecchio gas lacrimogeno migliorava con un po’ d’acqua, ma [ora] quest’ultima peggiora solo le cose. Ovviamente, è una sostanza chimica diversa.”

Mohammad al-Azza, un giornalista e un residente del campo, ha detto a The Electronic Intifada di essere d’accordo sul fatto che ora il gas è più forte di prima.

Al-Azza, che insegna anche fotografia al Centro Lajee, ha fatto esperienza in prima persona dell’uso di armi per il “controllo delle folle” da parte delle forze israeliane.

In Aprile 2013, mentre fotografava le forze israeliane che invadevano il campo, un soldato gli ha sparato in faccia da una breve distanza con una pallottola d’acciaio rivestita di gomma che gli ha spaccato le ossa del volto, richiedendo diverse operazioni chirurgiche ricostruttive.

In aggiunta ai gas lacrimogeni, il nuovo rapporto rivela che la maggior parte dei residenti di Aida è stata esposta a bombe sonore, acqua sporca – una miscela maleodorante di sostanze chimiche sconosciute gettata da cannoni d’acqua ad alta pressione – e spray al peperoncino. Più del 50% dei residenti intervistati hanno assistito all’uso di pallottole d’acciaio rivestite di gomma, mentre il 6% è stato “testimone diretto” dello sparo di pallottole vere.

Più del 22% della popolazione sondata ha detto di essere stata colpita direttamente da una bomboletta di gas lacrimogeno in qualche momento della propria vita.

Queste scoperte coincidono con le mie stesse osservazioni. Ho assistito a molte occasioni in cui le forze israeliane hanno sparato proiettili di gas lacrimogeni direttamente contro i manifestanti palestinesi a Aida e altrove.

Letale

Il nuovo rapporto fa notare che secondo la Convenzione sulle Armi Chimiche del 1992, il gas lacrimogeno e altri irritanti chimici non possono essere utilizzati come armi, ma non ne è vietato l’uso per il mantenimento dell’ordine civile “purché le tipologie e le quantità siano conformi a tali obiettivi.”

Il rapporto conclude, tuttavia, che l’utilizzo del gas lacrimogeno da parte delle forze israeliane è “in discordanza con tutte le linee guida internazionali disponibili su come dovrebbe essere utilizzato.”

I residenti di Aida che hanno partecipato al sondaggio hanno raccontato di molti effetti fisici dovuti all’essere esposti ai gas lacrimogeni, inclusi asma, pruriti e mal di testa. [Il rapporto] mette anche in evidenza come una donna di 25 anni che ha partecipato al sondaggio abbia avuto un aborto alla fine del terzo trimestre di gravidanza. Una bomboletta di gas lacrimogeno era atterrata nel cortile della [casa della] donna alcuni giorni prima che avesse l’aborto; ha avuto gravi problemi respiratori nel periodo in cui era stata esposta al gas.

I gas lacrimogeni si sono dimostrati essere delle armi letali in diverse occasioni. Nell’aprile del 2014, per esempio, ho assistito al funerale di Noha Katamish – una residente di Aida di 45 anni – morta per gli effetti del gas che le forze israeliane avevano sparato attraverso la finestra del suo salotto. Salah Ajarma, del Centro Lajee, ha descritto come le case nel campo non possano dare rifugio dal gas. “A volte [la gente] va dai suoi vicini perché si sente più sicura, ma non è così.” ha aggiunto.

Molti degli impatti psicologici dell’uso del gas lacrimogeno da parte delle forze israeliane derivano dalla frequenza dell’utilizzo, dalla sua imprevedibilità e dall’impossibilità di scampare ai suoi effetti.

Un adolescente ha riferito, nel rapporto: “Non ci sentiamo sicuri nelle nostre case. Non ci sentiamo sicuri da nessuna parte.”

Il rapporto sostiene che l’imprevedibilità, in particolare, provoca stress perché gli attacchi che coinvolgono i gas lacrimogeni non sono sempre legati ad uno specifico tipo di incidenti, e questo crea “uno stato di ipertensione, paura e preoccupazione.”

Prodotto negli USA

I residenti hanno testimoniato che eventi pacifici come le feste di compleanno dei bambini o i picnic di famiglia sono stati interrotti da attacchi con i gas lacrimogeni, [episodi] spesso registrati per video. Un intervistato ha detto che i soldati israeliani usano i gas lacrimogeni “quando si annoiano, quando vogliono provocare incidenti o quando vogliono entrare nel campo.”

A volte sembra che lo facciano solo per divertimento”, ha detto un anziano abitante.

Di conseguenza i residenti di Aida raccontano di alti livelli di ansia, depressione, paura, disturbi del sonno e disfunzioni cognitive. Secondo gli autori del rapporto, questi sintomi sono coerenti con situazioni di acuto stress e di disordine da stress post-traumatico.

Secondo un adolescente che ha partecipato al sondaggio, “Ci siamo adattati, ma questo non è normale. Non è così che dovrebbero vivere dei bambini.”

Il rapporto sottolinea da un lato la responsabilità secondo il diritto internazionale delle forze militari israeliane per la sicurezza dei civili palestinesi sotto il loro controllo, ma dall’altra incita anche l’UNRWA a svolgere il suo mandato di provvedere praticamente alla protezione e all’assistenza dei profughi a Aida.

Le Nazioni Unite devono fare qualcosa di più utile per la popolazione qui”, ha detto Al-Azza del Centro Lajee.

Gli insegnanti e le guardie impiegate da UNRWA hanno fatto richiesta di specifici protocolli su come rispondere agli attacchi con gas lacrimogeni, così come di strutture, strumenti e attrezzature di protezione migliori. “Il muro [israeliano] è dall’altra parte della strada dalla scuola,” ha detto un insegnante citato nel rapporto. “Noi siamo in prima linea.”

Ajarma ha sottolineato che molte famiglie hanno ritirato i loro figli dalla scuola UNRWA a Aida e che li hanno mandati altrove – o si sono trasferiti completamente fuori dal campo – a causa delle continue incursioni delle forze israeliane.

Anche gli Stati Uniti sono responsabili dell’impatto del gas lacrimogeno su Aida. Al-Azza ha fatto notare che, come molte armi usate dall’esercito israeliano, il gas lacrimogeno a Aida è prodotto in USA. I bossoli delle bombe utilizzate dalle forze israeliane riportano spesso complete informazioni di contatto del produttore, Combined Systems, di Jamestown, Pennsylvania.

Negli scorsi anni, degli attivisti hanno appeso delle granate di gas lacrimogeni e dei bossoli di bombe “Made in the USA” dagli alberi di piazza Manger a Betlemme, affiancandoli appositamente a tabelloni che promuovono la sponsorizzazione USA delle disposizioni delle luci per le festività locali.

Gli attivisti hanno spesso usato le vacanze di Natale e la prossimità del campo alla Chiesa della Natività, ritenuta da molti cristiani il luogo di nascita di Gesù, per gettare luce sulla realtà presente che affrontano i residenti della zona di Betlemme.

Accanto alle granate e ai bossoli delle bombe, gli attivisti hanno anche esposto dei cartelli che dicono: “Questi sono gli aiuti USA ai palestinesi”, e “Complesso militare industriale USA, smettila di rendere il nostro Natale un inferno mandandoci i tuoi aiuti e fornendo le tue armi a Israele.”

Ryan Rodrick Beiler è un foto-reporter e membro del collettivo ActiveStills. Twitter: @RRodrickBeiler

(Traduzione di Tamara Taher)




Rapporto OCHA del periodo 2 – 15 gennaio 2018

Nei Territori palestinesi occupati (oPt) [Cisgiordania e Striscia di Gaza], in quattro diversi episodi, le forze israeliane hanno ucciso quattro civili palestinesi, tre dei quali minori.

Tre delle uccisioni (due minori di 15 e 17 anni e un uomo di 25) sono avvenute in tre distinti episodi di proteste e scontri, il 3, 11 e 15 gennaio, nel villaggio di Deir Nidham (Ramallah), vicino alla recinzione perimetrale, ad est del Campo profughi di Al Bureij (Gaza) e nel villaggio di Jayyus (Qalqiliya); proteste seguenti al riconoscimento, da parte dell’amministrazione statunitense, di Gerusalemme quale capitale d’Israele. Un altro ragazzo di 17 anni è stato ucciso con arma da fuoco l’11 gennaio, in Iraq Burin (Nablus), durante scontri con lancio di pietre contro le forze israeliane.

Il 9 gennaio, sulla Strada 60, vicino all’incrocio di Sarra-Jit (Nablus), un colono israeliano di 35 anni è stato ucciso da palestinesi che hanno sparato da un’auto in corsa. A seguito dell’attacco, le forze israeliane hanno imposto restrizioni di accesso alla città di Nablus ed ai villaggi circostanti. Le operazioni di ricerca sono state intensificate, causando l’interruzione degli ingressi e delle uscite dalla città di Nablus.

Nei Territori palestinesi occupati, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito complessivamente, 269 palestinesi, tra cui 83 minori. 67 di tali ferimenti si sono avuti nella Striscia di Gaza, in scontri verificatisi durante proteste vicino alla recinzione perimetrale. I rimanenti (202) sono stati registrati in Cisgiordania; la maggioranza durante proteste vicino al checkpoint di Huwwara (Nablus); a seguire, le città di Al Bireh (Ramallah), Abu Dis e Al ‘Eizariya (Gerusalemme). Altri 28 feriti sono stati registrati durante operazioni di ricerca-arresto, la maggior parte nel Campo profughi di Ad Duheisha (Betlemme). 61 dei feriti sono stati colpiti con armi da fuoco, 62 da proiettili di gomma, 137 hanno inalato gas lacrimogeno, con necessità di trattamento medico, o sono stati colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 176 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 261 palestinesi, tra cui almeno 22 minori. Dieci di queste operazioni hanno provocato scontri con i residenti. Nella Striscia di Gaza, nei pressi di Khan Younis e Beit Hanoun, in due occasioni le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Gaza, in almeno 13 casi, le forze israeliane, al fine di imporre le restrizioni di accesso, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori presenti in zone limitrofe alla recinzione perimetrale ed in zone di pesca lungo la costa. Cinque pescatori sono stati feriti, altri otto, tra cui due minori, sono stati arrestati e tre barche sono state confiscate. È stato riferito che, in almeno quattro occasioni, membri di un gruppo armato di Gaza hanno sparato razzi verso Israele, tre dei quali atterrati nel sud di Israele: non sono stati segnalati feriti. In risposta, le autorità israeliane hanno portato quattro attacchi aerei e lanciato missili contro siti di addestramento militare ed aree aperte: segnalati danni, ma non feriti.

Secondo agricoltori palestinesi di Gaza, in quattro diverse occasioni, il 7 e il 9 gennaio, aerei israeliani hanno irrorato erbicidi su terreni agricoli situati lungo la recinzione perimetrale con Israele.

Il 13 gennaio, nei pressi della Striscia meridionale di Gaza, le forze navali egiziane hanno aperto il fuoco verso una barca da pesca, uccidendo un pescatore palestinese di 33 anni; non sono chiare le circostanze dell’episodio.

In Area C e in Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito e/o sequestrato tre strutture, sfollando due palestinesi e colpendo le proprietà di altri 16. Due delle strutture prese di mira (una abitativa ed una agricola) erano a Beit Hanina e Silwan (Gerusalemme Est); la terza (una struttura agricola) nella parte del villaggio di Al Khadr (Betlemme) che si trova in Area C. Sempre in Area C, le autorità israeliane hanno emesso sei ordini di arresto lavori contro tredici strutture nel villaggio di Duma e nella comunità di Khirbet al Marajim (Nablus); tra queste, due strutture abitative in uso e dodici rifugi per animali.

In 14 diversi episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani, cinque palestinesi sono rimasti feriti, 115 alberi e sette veicoli di proprietà palestinese sono stati vandalizzati. Secondo quanto riferito, sette di questi episodi sono stati perpetrati da coloni dell’insediamento di Yitzhar contro abitanti dei villaggi di Madama, Burin, Yatma, Urif e Al Lubban ash Sharqiya (tutti a Nablus): 100 alberi danneggiati, un uomo aggredito fisicamente e quattro veicoli palestinesi danneggiati da lancio di pietre. Su terreni appartenenti a palestinesi di Deir al Hatab (Nablus), altri 15 alberi sono stati vandalizzati, a quanto riferito, da coloni dell’insediamento di Elon Moreh. Dopo l’attacco in cui è stato ucciso un colono israeliano [vedi sopra], coloni hanno attaccato abitazioni nei villaggi di Sarra, Huwwara (Nablus), Far’ata (Qalqiliya) e in Al Lubban ash Sharqiya (Nablus); sono stati segnalati danni alle abitazioni. In quest’ultima località, 42 palestinesi sono rimasti feriti negli scontri che hanno coinvolto forze israeliane. Nella città di Nablus, in seguito all’ingresso di coloni israeliani nel sito della Tomba di Giuseppe, altri cinque palestinesi sono rimasti feriti durante scontri con forze israeliane.

Secondo resoconti di media israeliani, ci sono stati almeno cinque casi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, con conseguente danno a cinque veicoli privati: nei pressi di Betlemme, Gerusalemme e Ramallah. Inoltre, a Gerusalemme Est, nell’area di Shu’fat, sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

In seguito alla scoperta di un tunnel (successivamente distrutto), le autorità israeliane hanno chiuso per due giorni (il 14 e il 15 gennaio) Kerem Shalom, l’unico valico per il transito delle merci di Gaza.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Nella notte di mercoledì 17 gennaio 2018, le forze israeliane hanno effettuato un’operazione di ricerca-arresto in una casa situata tra il villaggio di Birqin (Jenin) e il Campo profughi di Jenin. Secondo fonti giornalistiche, nel corso dell’operazione sarebbe stato ucciso un palestinese coinvolto, a quanto riferito, nell’uccisione del colono israeliano avvenuta il 9 gennaio (vedi sopra). Durante l’operazione sono rimasti feriti altri tre palestinesi e due membri delle forze israeliane; tre abitazioni sono state demolite.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 19 dicembre 2017 – 1 gennaio 2018

Nei Territori palestinesi occupati (TPO), durante il periodo di riferimento del presente bollettino, l’ondata di proteste e scontri è continuata, seppur con intensità ridotta; era iniziata il 6 dicembre, dopo il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele da parte degli Stati Uniti.

Dall’inizio delle proteste, complessivamente, 14 palestinesi sono stati uccisi e 4.549 sono stati feriti dalle forze israeliane. Le persone ferite durante tale periodo rappresentano circa il 56% del totale dei feriti nel 2017.

Nella Striscia di Gaza, in scontri correlati alle summenzionate proteste, tre civili palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e 280 sono rimasti feriti; altri due civili sono morti per le ferite riportate in episodi simili accaduti durante il precedente periodo di riferimento. Gli episodi si sono svolti vicino alla recinzione perimetrale tra Gaza e Israele ed hanno comportato lanci di pietre contro le forze israeliane schierate dalla parte israeliana. Queste, a loro volta, hanno sparato contro i manifestanti con armi da fuoco, proiettili di gomma e bombolette lacrimogene. I tre morti, tutti uomini, si sono avuti in distinti episodi accaduti il 22 ed il 30 dicembre: ad est di Jabalia, nella città di Gaza e ad est di Deir al-Balah. Gli altri due, sempre uomini, sono morti per le ferite riportate l’8 e il 17 dicembre. Dei feriti registrati, almeno 27 erano minori; più di un terzo (103) sono stati colpiti con armi da fuoco; i rimanenti sono stati medicalizzati per inalazione di gas lacrimogeno o perché colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

1.386 palestinesi, di cui almeno 226 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane nel corso di scontri; la maggioranza (93%) nel contesto delle proteste sopra menzionate. Il numero più consistente di feriti durante proteste è stato registrato nella città di Nablus, seguita dalla città di Jericho, dalla città di Al Bireh (Ramallah) e dalla città di Abu Dis (Gerusalemme). Degli altri feriti, la maggior parte è stata registrata nel corso di operazioni di ricerca-arresto, le più vaste delle quali si sono svolte nella città di Qalqiliya e nel Campo profughi di Aqbat Jaber (Gerico). Così come era avvenuto nel precedente periodo di riferimento, la maggior parte delle lesioni (68%) sono state causate da inalazioni di gas lacrimogeni con esigenza di trattamento medico, seguite da ferite causate da proiettili di gomma (21%).

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 170 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 214 palestinesi, di cui almeno 18 minori. Più di un terzo di queste operazioni ha provocato scontri con i residenti. Altri tre palestinesi, tra cui una donna e un minore, sono stati arrestati, in tre diversi episodi mentre, secondo fonti israeliane, tentavano di aggredire con coltello forze israeliane (in due casi) e per possesso di esplosivi (un caso).

Gruppi armati palestinesi di Gaza hanno sparato numerosi razzi in direzione del sud di Israele: due di questi sono caduti in Israele ed hanno danneggiato un edificio; la maggior parte sono stati intercettati in aria da missili israeliani o sono ricaduti nella Striscia di Gaza. I lanci di razzi sono stati seguiti da attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza, con danni a numerosi siti che, secondo quanto riferito, apparterrebbero a gruppi armati palestinesi.

In almeno 22 occasioni, le forze israeliane, allo scopo di imporre le restrizioni di accesso, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori presenti in zone limitrofe alla recinzione perimetrale ed in zone di pesca lungo la costa di Gaza: quattro pescatori sono stati arrestati, uno dei quali ferito con arma da fuoco, e una barca è stata confiscata. In cinque occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza, vicino a Khan Younis e nell’area centrale, ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale.

In Area C e Gerusalemme Est, per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato cinque strutture, sfollando cinque palestinesi e coinvolgendone altri 33. Tre delle strutture prese di mira, una delle quali demolita dai proprietari dopo aver ricevuto ordini di demolizione, erano in Gerusalemme Est; le altre due nelle parti locate in Area C dei villaggi di Tarqumiya (Hebron) ed Al Walaja (Betlemme).

Sempre in Area C, nel villaggio di Bani Na’im (Hebron), le autorità israeliane hanno emesso ordini di demolizione ed arresto lavori contro otto strutture finanziate da donatori; tra queste una scuola, una clinica sanitaria, una moschea e cinque strutture residenziali. Tre di queste strutture erano state finanziate dal Fondo Umanitario per i Territori occupati [Organismo delle Nazioni Unite].

Il 21 dicembre, nella Città Vecchia di Gerusalemme, la polizia israeliana ha costretto una famiglia palestinese a svuotare delle loro merci un magazzino-negozio e l’ha consegnato ad un’organizzazione di coloni israeliana che ne rivendicava la proprietà. Lo sfratto conclude lunghi procedimenti presso tribunali israeliani, dove la famiglia aveva contestato, senza successo. lo sfratto, sostenendo di essere un “inquilino protetto”. A Gerusalemme Est, sono state presentate almeno 180 istanze di sfratto contro famiglie palestinesi. La maggior parte di queste istanze, avviate da organizzazioni di coloni israeliani, si basano sia su rivendicazioni di proprietà, sia su attestazioni che gli affittuari non sono più “inquilini protetti”.

L’esercito israeliano ha bloccato un certo numero di strade, sia di accesso che interne all’area di Massafer Yatta di Hebron, ed ha emesso un ordine militare che impone ai palestinesi l’acquisizione di permessi per superare i nuovi ostacoli. Per circa 1.400 persone, residenti in 12 comunità, le nuove restrizioni hanno interrotto l’accesso ai servizi ed ai mezzi di sussistenza. Queste comunità si trovano in una zona designata da Israele “area chiusa per addestramento militare” (zona per esercitazioni a fuoco 918) e sono considerate ad alto rischio di trasferimento forzato. Nella Cisgiordania centrale, il 1° gennaio, dopo averlo bloccato per sette giorni consecutivi, l’esercito israeliano ha riaperto il checkpoint principale che controlla, da est, l’accesso a Ramallah (checkpoint DCO).

Il 29 dicembre, una ragazzina palestinese di 9 anni, malata e con bisogni speciali, è morta mentre si recava in un ospedale della città di Nablus: al checkpoint di Awarta (Nablus) i soldati israeliani le avevano negato l’accesso. Secondo la famiglia della ragazza, dopo aver discusso per circa mezz’ora con i soldati, hanno fatto una deviazione verso il checkpoint di Huwwara. A causa di scontri in corso, anche questo risultava bloccato; dopo un lungo ritardo sono riusciti comunque a superarlo. Circa 90 minuti dopo aver lasciato la loro casa nel villaggio di Awarta, sono arrivati all’ospedale dove la ragazza è stata dichiarata morta. La durata normale del viaggio tra il villaggio e l’ospedale è di 15 minuti.

Sono stati segnalati almeno otto attacchi da parte di coloni israeliani con conseguenti lesioni a palestinesi o danni a proprietà. Secondo quanto riferito, quattro di questi episodi sono stati perpetrati da coloni dell’insediamento di Yitzhar contro abitanti dei villaggi di Madama e Burin (Nablus), ed hanno comportato danni a 62 alberi, l’aggressione fisica a due uomini palestinesi e l’incursione in una scuola. In conseguenza di quest’ultimo episodio, le forze israeliane sono intervenute, scontrandosi con gli studenti e ferendone 11. Altri 22 palestinesi sono rimasti feriti nella città di Nablus, durante scontri con le forze israeliane in seguito all’ingresso di coloni israeliani nel sito della Tomba di Giuseppe. A Ya’bad (Jenin) e Beit Safafa (Gerusalemme Est), in due distinti episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di coloni israeliani, tre veicoli palestinesi e una casa hanno subito danni.

Sono stati segnalati almeno undici episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani nelle zone di Hebron, Ramallah e Gerusalemme. Secondo rapporti di media israeliani, sono stati provocati danni a cinque veicoli privati e alla metropolitana leggera nell’area di Shu’fat di Gerusalemme Est.

Il valico di Rafah sotto controllo egiziano è stato aperto un giorno, il 19 dicembre, in entrambe le direzioni, consentendo a 569 persone di lasciare Gaza e a 92 di tornarvi. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, compresi casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 3 gennaio, in scontri scoppiati durante una manifestazione nel villaggio di Deir Nidham (Ramallah), un ragazzo palestinese di 17 anni è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Le controverse vicende di un’ideologia e della sua storia

Arturo Marzano, Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, Carocci editore, Roma, 2017, pp. 254, 24 €.

 Amedeo Rossi

Nell’introduzione l’autore sembra definire un punto di vista nettamente schierato dalla parte di Israele.

Arrivato il 30 aprile 1998 a Tel Aviv per i suoi studi di storico, ricorda: “Festeggiavo anche io la nascita di Israele, che aveva finalmente dato uno Stato al popolo ebraico, dopo secoli di discriminazioni e persecuzioni e dopo la tragedia della Shoa.” Ma subito dopo racconta del suo ritorno nel 2001, durante la Seconda Intifada, e di essersi trovato in una situazione completamente diversa, tanto da aver manifestato insieme a “Mustafa Barghouti e Hanan Ashrawi, due leader palestinesi che sino ad allora avevo visto solo in foto.”

Dalla dissonanza tra questi due ricordi si intuisce una delle ragioni della stesura di questo libro: la dolorosa consapevolezza di una realtà lontana dalla narrazione della lotta gloriosa di un popolo oppresso che rivendica i propri diritti ad avere uno Stato. La riflessione sul conflitto israelo-palestinese fa parte del campo di studi dell’autore, che ha pubblicato altri libri sull’argomento, ma in questo saggio Marzano sembra cercare nelle vicende dell’ideologia sionista la radice del contrasto tra quello che si presentava come un movimento di liberazione e i suoi drammatici esiti storici. Per fare questo l’autore ripercorre le tracce di un pensiero spesso contraddittorio al suo interno, tanto da giustificare il plurale del titolo: “sionismi”.

Marzano ricorda quanto, fino allo sterminio nazista, il movimento sionista fosse minoritario all’interno delle comunità ebraiche europee, osteggiato sia dagli ebrei socialisti e comunisti che dall’ortodossia religiosa, che lo riteneva un movimento blasfemo. Al contempo fin dalle sue origini uno dei nodi principali del sionismo è stato il rapporto con i palestinesi. I suoi ideologi erano ben consci del fatto che la Palestina fosse una terra abitata da una popolazione che rappresentava uno dei principali ostacoli per la realizzazione del loro progetto, benché alcuni, come Magnes e Buber, ritenessero che fosse possibile vivere in armonia con i nativi.

Il libro ripercorre la storia delle varie tendenze del sionismo non in modo sincronico, ma in base al loro ruolo preponderante nel corso del tempo. Nei primi capitoli, pur citando anche le posizioni critiche, Marzano presenta l’evoluzione del pensiero e dell’azione della corrente maggioritaria, il “sionismo politico”, che si identificava principalmente con le figure di Chaim Weizman e di David Ben Gurion, il principale stratega della costruzione del consenso internazionale per il progetto sionista e l’edificatore dello Stato. Il complesso rapporto tra socialismo sionista e colonialismo di insediamento viene analizzato con attenzione, sostenendo la tesi che il primo fosse stato scelto da Ben Gurion per ragioni eminentemente pragmatiche: “Il socialismo era sostanzialmente diventato uno strumento, non un «collante di obiettivi universali, bensì […] un mezzo per la realizzazione del sionismo»”, scrive Marzano, citando lo storico israeliano Zeev Sternhell.

Come puntualmente documentato nel libro, pur avversato da destra e da sinistra questo modello di sionismo ha dominato il movimento sionista e la vita politica del nuovo Stato fino all’evento cruciale rappresentato dalla guerra dei Sei Giorni. Il fatto di aver triplicato in un brevissimo lasso di tempo e di evidente eco biblica le dimensioni dello Stato rappresentò un evento che molti, non solo in Israele, considerarono “miracoloso”. Le sfide al sionismo “socialista” vennero principalmente da tre direzioni. La prima, sorta a partire soprattutto dai primi decenni del ‘900, ad opera del rabbino Abraham Isaac Kook e di suo figlio Zvi Yehuda. In opposizione con il tradizionale quietismo dei rabbini ortodossi, che ritenevano che sarebbe stato dio a riportare gli ebrei nella Terra promessa, questa corrente teologica sosteneva che la conquista della terra avrebbe accelerato l’avvento del messia e la fine del mondo. Questo pensiero millenarista è stato la base ideologica del movimento dei coloni nazional-religiosi, i primi a costruire insediamenti nei territori occupati. Pur rappresentando una sfida aperta allo Stato basato su principi laici, questo movimento ha avuto un rapporto molto stretto con il potere politico, anche laburista, che ne ha consentito l’espansione. Marzano sembra privilegiare l’idea secondo cui i nazional-religiosi si siano serviti e si servano tuttora del potere politico-militare dello Stato per perseguire i propri scopi. Altri autori, sempre israeliani, sostengono invece che sia stata la dirigenza laburista, compresi Rabin e Peres, ad utilizzarli per la progressiva colonizzazione della Cisgiordania. L’avvio della colonizzazione israeliana in Cisgiordania è stata funzionale alla progressiva erosione della terra palestinese, come ammette lo stesso Marzano.

L’occupazione e la colonizzazione risvegliarono anche quelle correnti di pensiero che, pur riconoscendosi almeno in parte nel progetto sionista, ne mettevano in dubbio i metodi e la legittimità riguardo al trattamento riservato ai palestinesi. Ma non furono i movimenti pacifisti a capitalizzare la crisi del gruppo di potere laburista, bensì gli eredi del sionismo revisionista e dei gruppi armati degli anni ’30, che avevano praticato il terrorismo sia contro gli inglesi che contro la popolazione civile palestinese. Il libro torna a questo punto alle origini del revisionismo, così chiamato perché intendeva “revisionare il sionismo per farlo tornare ai principi che si erano nel frattempo persi.” Marzano sintetizza l’opposizione tra le due principali correnti del sionismo con i concetti di “Medinat Israel”, caro ai laburisti e che privilegiava la costruzione dello Stato con caratteristiche liberal-democratiche (quanto meno per i cittadini ebrei) e quello di “Eretz Israel”, la Terra di Israele. Quest’ultimo principio, che, insieme al liberismo in economia ed al comunitarismo etnico-religioso, avrebbe segnato i governi del Likud, ha prevalso nella vita politica israeliana, salvo nel periodo di governo di Rabin e degli accordi di Oslo. Marzano sembra ritenere che Oslo potesse rappresentare una soluzione del conflitto, ponendo di fatto fine all’occupazione della Cisgiordania, e che sia stata l’uccisione di Rabin a farli fallire. Tuttavia egli stesso ricorda che lo stesso primo ministro laburista si dichiarò contrario alla nascita di uno Stato palestinese, e d’altra parte in più occasioni favorì la prosecuzione della colonizzazione.

La seconda parte del libro ripercorre la deriva reazionaria e razzista che ha caratterizzato gli ultimi 20 anni della politica israeliana, i cui protagonisti sono stati prima Sharon e poi Netanyahu, e il progressivo espandersi della colonizzazione e del peso dei coloni ultranazionalisti e nazional-religiosi nei governi di quest’ultimo. Al contempo, individua la crisi dell’ideologia sionista, messa in discussione sia dai sionisti contrari all’occupazione che da post-sionisti (tra cui si colloca l’autore) ed anti-sionisti.

In conclusione Marzano si pone due domande: questa deriva era insita nell’ideologia sionista? Secondo l’autore sarebbe stata la prevalenza nel movimento del nazionalismo organico, sostenuto da Gordon ed accolto da Ben Gurion, rispetto al socialismo democratico propugnato da Borokov, a segnare la realizzazione pratica del sionismo e a determinare l’espulsione dei palestinesi. La colonizzazione della Cisgiordania ha portato all’alternativa tra uno Stato democratico per tutti i suoi cittadini, che rappresenterebbe la fine del sionismo, e uno Stato di apartheid, quale già di fatto esiste. La seconda domanda conclude il libro: “Se si crede in uno Stato pienamente democratico, non è forse giunto il momento – come afferma il post-sionismo – di passare da uno «Stato ebraico e democratico» a uno «Stato per tutti i cittadini»?”

Per quanto complesso ed articolato, il libro non affronta la ragione per la quale il sionismo, al di là dei dibattiti ideologici, non poteva essere diverso e per la quale sionisti “socialisti” e revisionisti, nonostante le differenze tattiche, hanno da sempre condiviso l’obiettivo strategico. Era possibile costruire uno Stato in cui gli ebrei fossero la schiacciante maggioranza e che avrebbe dovuto ospitare, in base al progetto sionista, tutti gli ebrei del mondo senza espellere i palestinesi che, alla vigilia della nascita di Israele, rappresentavano i 2/3 della popolazione? E in generale, non avevano ragione gli ebrei antisionisti, da Rosa Luxemburg a Trotzki ai bundisti, a considerare il sionismo un movimento reazionario, in quanto nazionalista e colonialista?




Politici, membri di una famiglia reale e persone famose si esprimono a favore dell’adolescente palestinese che ha schiaffeggiato dei soldati

Mustafa Abu Sneineh

Middle East Eye – Venerdì 22 dicembre 2017

Dopo che questa settimana la diciassettenne è comparsa in un tribunale militare israeliano, personaggi importanti hanno condiviso messaggi di appoggio ad Ahed al-Tamimi

Da un parlamentare britannico a un membro della famiglia reale giordana a un famoso cantante palestinese, continua la solidarietà internazionale ed araba con un’adolescente palestinese che è stata arrestata questa settimana dopo aver schiaffeggiato soldati israeliani nel cortile di casa sua.

Ahed al-Tamimi, 17 anni, è stata arrestata all’alba del 19 dicembre, quando soldati israeliani hanno fatto irruzione in casa della sua famiglia ad Al-Nabi Saleh, un piccolo villaggio nei pressi di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

L’esercito israeliano ha perquisito la casa degli al-Tamimi, impossessandosi di computer portatili, telefonini ed apparecchi elettronici di proprietà della famiglia.

L’arresto di Ahed è avvenuto dopo che un filmato, che la mostra mentre schiaffeggia e prende a calci soldati israeliani armati con fucili M16, elmetti e giubbotti antiproiettile, è diventato virale nelle reti sociali israeliane.

Il video sarebbe stato filmato il 15 dicembre con un telefonino davanti alla casa degli al-Tamini. Non mostra nessuna ferita grave provocata ai soldati.

Il padre di Al-Tamimi, Bassem, ha scritto il 19 dicembre su Facebook che sua figlia ha reagito dopo che il 15 dicembre i soldati israeliani hanno sparato a suo cugino, Mohammed al-Tamimi, mentre stava protestando contro la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Il quattordicenne sarebbe in coma farmacologico dopo che i soldati israeliani gli hanno sparato al volto con un proiettile di gomma.

Mercoledì un tribunale militare israeliano ha prolungato la detenzione di Ahed fino al 25 dicembre. Lei non ha ricevuto un’accusa formale.

Dopo l’udienza in tribunale, Bassem ha detto ai giornalisti di essere orgoglioso di sua figlia.

Ma sono preoccupato per lei perché si trova nelle mani di questo regime terrorista e non ho fiducia in questo tribunale perché è parte dell’occupazione,” ha affermato. “Aiuta l’occupazione e l’occupante ad essere ancora più ostili contro i palestinesi.”

Anche la madre di Ahed, Nariman, è stata arrestata il 19 dicembre, mentre sua cugina, Nour al-Tamimi, di 21 anni, che compare nel filmato, è stata arrestata il 20 dicembre e neanche loro sono state formalmente incriminate.

Il ministro della Pubblica Istruzione israeliano Naftali Bennett [del partito dei coloni “La casa ebraica”, ndt.] ha detto alla radio dell’esercito che le due ragazze palestinesi, Ahed e Nour, coinvolte nell’incidente, “dovrebbero finire la loro vita in prigione”.

Le giovani e la madre di Ahed sono state portate nella prigione di HaSharon, a nord della città di Herzilya, in Israele, fino alla prossima udienza in tribunale il prossimo lunedì.

Lasciatele libere”

Il video virale dell’incidente e dell’arresto delle tre ha ottenuto una vasta eco.

Il segretario del partito Laburista britannico Jeremy Corbyn ha detto che Ahed al-Tamimi “non dovrebbe essere imprigionata perché i minori non dovrebbero stare in prigione.”

Se la gente lotta per i propri diritti, gli dovrebbe essere consentito di farlo,” ha detto Corbyn. “Dobbiamo mandarle (ad Ahed) un messaggio di sostegno e dire alle autorità: per favore, basta con le incarcerazioni di bambini. Lasciatele libere e permettete loro di essere dei bambini.”

Venerdì parlamentari britannici hanno presentato una prima mozione che ha raccolto decine di firme e chiede l’immediato rilascio di al-Tamimi.

La mozione sostiene che al-Tamimi è stata presa di mira perché i suoi genitori sono i capi della resistenza contro l’occupazione del loro villaggio. Chiede anche che il governo britannico dica ad Israele che azioni messe in atto senza “reali rischi riguardanti la sicurezza violano le leggi che regolamentano l’occupazione militare.”

Il membro della famiglia reale, principe Ali Bin Al-Hussein, fratellastro del re Abdullah II, questa settimana ha twittato a proposito di al-Tamimi.

È questo che fa realmente paura a Israele e a Netanyahu?” ha scritto Al-Hussein. “Una ragazzina di 16 anni, che ha il coraggio di difendere i propri diritti come adolescente di fronte a un’occupazione illegale che infrange tutte le regole delle leggi internazionali? Liberatela!!”

Il famoso cantante pop palestinese Mohammed Assaf, che ha vinto la seconda stagione dello spettacolo televisivo “Arab Idol” nel 2013, a twittato il suo appoggio definendo anche la ragazza “la donna libera, la bellezza della Palestina.”

Far impazzire Israele”

Gli arresti dei membri della famiglia al-Tamimi sono gli ultimi dopo che più di 450 palestinesi sono stati arrestati da quando Trump ha fatto l’annuncio su Gerusalemme il 6 dicembre, scatenando proteste generalizzate e una condanna in tutto il mondo.

La famiglia è in prima fila nella lotta contro le colonie israeliane illegali in Cisgiordania. Il loro villaggio, Al-Nabi Saleh, [composto da] 600 abitanti palestinesi, è circondato dalla colonia illegale israeliana di Halamish. Dal 2010 attivisti filo-palestinesi tengono ogni settimana una manifestazione nella zona contro la confisca delle terre del villaggio da parte di Israele.

In estratti da un breve documentario che ha circolato sulle reti sociali dopo il suo arresto, Ahed descrive le difficoltà che deve affrontare ai posti di blocco israeliani quando vuole andare a scuola. Dice anche di sognare di diventare una giocatrice di pallone.

Nel 2012, dopo che aveva vinto il premio turco “Handala Courage” [premio assegnato da un municipio di Istanbul che prende il nome dal personaggio di un fumetto palestinese, ndt.] per aver sfidato le truppe israeliane nel suo villaggio, ha fatto colazione con il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan.

Questa settimana il giornale israeliano Yediot Ahronot ha pubblicato un articolo in prima pagina su Ahed con il titolo “La provocazione non funziona: alcuni soldati si controllano di fronte alla provocazione di una ragazza.”

Su Haaretz il giornalista e collaboratore occasionale di MEE Gideon Levy ha analizzato come Ahed “ha fatto impazzire Israele”.

La ragazzina di Nabi Saleh ha infranto una serie di miti degli israeliani. Peggio di tutti, ha osato danneggiare il mito israeliano della mascolinità,” ha scritto Levy.

Improvvisamente è risultato che l’eroico soldato, che veglia su di noi giorno e notte con audacia e coraggio, è stato messo contro una ragazza a mani nude. Che cosa ne sarà del nostro machismo, che Tamimi ha così facilmente infranto, e del nostro testosterone?”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 5 – 18 dicembre 2017

Nei Territori palestinesi occupati [vengono indicati come tali: Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est], il periodo cui si riferisce il presente rapporto è stato contrassegnato da un’ondata di proteste, scontri, lanci di razzi e attacchi aerei che hanno provocato la morte di 8 palestinesi e il ferimento di altri 2.900 circa, tra cui almeno 345 minori; anche 7 israeliani sono stati feriti.

La sollevazione palestinese, seguita all’annuncio del 6 dicembre con il quale gli Stati Uniti riconoscevano Gerusalemme come capitale di Israele, desta preoccupazione per la possibilità che possa innescare un nuovo periodo di ostilità.

Nella Striscia di Gaza, nel corso di proteste e scontri, tre civili palestinesi (tutti uomini) sono stati uccisi con armi da fuoco dalle forze israeliane, mentre altri 658 civili, tra cui 79 minori, sono stati feriti. Gli eventi, quotidiani, hanno avuto luogo nei pressi della recinzione perimetrale ed hanno comportato lanci di pietre contro le forze israeliane schierate sul lato israeliano. Queste, a loro volta, hanno sparato contro i manifestanti con armi da fuoco, proiettili di gomma e bombolette lacrimogene. Le tre uccisioni sono avvenute in due distinti episodi: l’8 dicembre ad est di Khan Younis e il 15 dicembre ad est della città di Gaza. In questo secondo caso, uno degli uccisi era un uomo di 29 anni che, nel 2008, ferito durante un attacco aereo israeliano, aveva subìto l’amputazione di entrambe le gambe. Oltre un terzo dei feriti negli scontri (223) sono stati colpiti con armi da fuoco; i rimanenti sono stati colpiti da proiettili di gomma o bombolette lacrimogene o hanno inalato gas lacrimogeno con esigenza di trattamento medico.

In risposta al lancio quasi quotidiano di razzi da Gaza verso il sud di Israele, l’aviazione israeliana ha lanciato una serie di attacchi aerei contro siti militari di Gaza, uccidendo tre palestinesi: un civile e due membri di un gruppo armato. Altri 25 civili sono rimasti feriti, compresi nove minori. Il civile ucciso era un 54enne, ferito l’8 dicembre durante un attacco aereo su un sito di Beit Lahia e morto poco dopo per infarto. Oltre ai siti-obiettivo, diversi edifici residenziali e due scuole hanno subìto danni (da moderati a lievi). La maggior parte dei razzi lanciati dai palestinesi sono ricaduti all’interno della Striscia di Gaza, ferendo una donna ed un minore e danneggiando una scuola. Uno dei razzi è caduto nella città di Sderot, in Israele, causando danni ad un asilo infantile.

In Cisgiordania, nello stesso contesto di proteste e scontri quotidiani, le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi e ferito altri 2.222, tra cui 254 minori. Entrambi gli uomini uccisi (di 19 e 29 anni), sono stati colpiti il 15 dicembre, rispettivamente durante gli scontri al checkpoint DCO (Ramallah) e nella città di Anata (Gerusalemme). Nel primo caso (al checkpoint), un giovane palestinese ha accoltellato e ferito un ufficiale della polizia di frontiera israeliana ed è stato successivamente colpito e ucciso. La maggior parte delle lesioni (70%, 1.556 persone) sono state causate da inalazione di gas lacrimogeni con esigenza di trattamento medico, seguite da ferimenti da proiettili di gomma (20%, 447) e armi da fuoco (4%, 82). La città di Gerico conta il maggior numero di feriti, seguita da Tulkarm, Al Bireh (vicino al checkpoint DCO, Ramallah) e vicino al checkpoint di Huwwara (Nablus). A Gerusalemme Est, le proteste si sono svolte quasi quotidianamente, per lo più alla porta di Damasco, l’ingresso principale della Città Vecchia, dove c’era un grosso dispiegamento di polizia israeliana; gli scontri hanno provocato il ferimento di 90 palestinesi.

Il 10 dicembre, a Gerusalemme Ovest, presso la Stazione Centrale degli Autobus, un palestinese di 24 anni ha accoltellato e ferito una guardia della Sicurezza israeliana ed è stato successivamente arrestato.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 162 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 364 palestinesi, tra cui 63 minori. Almeno 50 delle operazioni hanno provocato scontri ed il ferimento di sei palestinesi. Il 12 dicembre, nel villaggio di Az Zubeidat (Gerico), durante un’operazione di ricerca-arresto, una donna palestinese di 60 anni è morta per infarto, per l’esplosione di una granata assordante sparata dalle forze israeliane nei pressi della sua casa.

In un’area del villaggio di Anata situata all’interno del confine municipale di Gerusalemme, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito due strutture abitative in costruzione. Sono state colpite tre famiglie di 17 persone, di cui 11 minori. Nella zona di Ras Al Amud a Gerusalemme Est, un’altra struttura disabitata è stata demolita dal proprietario per evitare multe: colpita una famiglia palestinese.

In Area C, durante il periodo di riferimento, non sono state registrate demolizioni. Tuttavia, per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno emesso ordini di demolizione e arresto-lavori contro almeno 17 strutture di proprietà palestinese. Le strutture prese di mira includevano due aule scolastiche nella Comunità beduina palestinese di Abu Nuwar (Gerusalemme) i cui residenti, sottoposti ad un contesto coercitivo, sono a rischio di trasferimento forzato.

In due distinti episodi, coloni israeliani, secondo quanto riferito provenienti da Yitzhar (Nablus), hanno vandalizzato proprietà agricole e una casa in due villaggi palestinesi. Uno degli episodi si è verificato in un’area agricola del villaggio di Qusra, con danni a 45 alberi di ulivo e ad un serbatoio d’acqua. Per i palestinesi l’accesso a tale area richiede la concessione di un’autorizzazione speciale da parte delle autorità israeliane. Nell’altro caso, coloni israeliani hanno attaccato una casa nel villaggio di Burin, causando il danneggiamento di pannelli solari. Nella Città Vecchia di Gerusalemme un palestinese è stato fisicamente aggredito e ferito da coloni israeliani; un altro è stato ferito da pietre lanciate contro il suo veicolo in transito sulla strada 60, nei pressi dell’abitato di Yitzhar (Nablus).

Nelle zone di Hebron, Ramallah e Gerusalemme, i media israeliani hanno segnalato sette episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte di palestinesi, contro veicoli israeliani, con danni a cinque veicoli privati ed a due autobus, nonché alla metropolitana leggera nell’area di Shu’fat a Gerusalemme Est.

Il 19 dicembre, nella striscia di Gaza, per ragioni di sicurezza collegate allo svolgimento di operazioni militari, le autorità israeliane hanno chiuso, per un giorno, i valichi di Erez e Kerem Shalom. L’attraversamento di Erez è stato comunque consentito agli operatori umanitari, al personale delle organizzazioni internazionali e ai titolari di permessi di ricongiungimento familiare; è stato altresì consentito l’attraversamento di Kerem Shalom ai rifornimenti di gas da cucina e carburante.

Il valico di Rafah sotto controllo egiziano è stato eccezionalmente aperto tre giorni durante il periodo di riferimento (16-18 dicembre) in entrambe le direzioni, consentendo a 1.827 persone di lasciare Gaza e a 630 di tornarvi. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

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Colono israeliano uccide un contadino ma vengono accusati dei palestinesi

Maureen Clare Murphy

19 dicembre 2017,Electronic Intifada

Un palestinese – ma ancora nessun israeliano – deve rispondere di gravi accuse in merito a uno scontro tra coloni e abitanti di un villaggio della Cisgiordania, che lo scorso mese ha lasciato un bilancio di un contadino palestinese ucciso.

Muhammad Wadi è stato accusato di tentato omicidio da un tribunale militare israeliano.

Il quotidiano israeliano Haaretz informa che l’atto di accusa sull’incidente del 30 novembre nel villaggio di Qusra sostiene che Wadi è entrato in una grotta in cui un gruppo di bambini e un adulto si erano rifugiati ed ha lanciato grosse pietre contro di loro da distanza ravvicinata, ferendo l’adulto alla testa.

Il giornale aggiunge che altri diciannove palestinesi sono stati arrestati perché sospettati di essere coinvolti [nell’episodio].

Lo scontro mortale è avvenuto quando un gruppo di bambini sono stati portati a fare un’escursione nei pressi del villaggio palestinese come parte di una festa di bar mitzvah [rito ebraico che celebra l’ingresso a pieno titolo nella comunità dei bambini maschi di 13 anni, ndt.].

I coloni sostengono che gli abitanti di Qusra li hanno attaccati e che uno degli accompagnatori dell’escursione ha sparato con il suo fucile per difendersi, uccidendo Mahmoud Zaal Odeh, di 48 anni.

Lo sparatore è stato interrogato dalla polizia in quanto sospettato di omicidio colposo e successivamente rilasciato.

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha affermato che l’israeliano ha agito “per legittima difesa”, sostenendo che un gruppo di palestinesi ha tentato di “linciare” i bambini.

I miei ringraziamenti e il mio apprezzamento alla scorta armata che ha salvato gli escursionisti da un pericolo evidente ed immediato per le loro vite,” ha aggiunto.

Gli abitanti di Qusra, tuttavia, hanno detto ai mezzi di comunicazione che Odeh stava lavorando la propria terra quando è stato colpito.

Secondo il gruppo per i diritti umani “Adalah” a insaputa e senza il permesso della sua famiglia l’esercito israeliano ha portato il corpo di Odeh a Tel Aviv per l’autopsia, prima che venisse restituito ai suoi cari per il funerale.

Una settimana dopo, decine di coloni sono tornati a Qusra per continuare l’escursione con una massiccia scorta militare e insieme al vice ministro degli Esteri israeliano Tzipi Hotovely ed al ministro dell’Agricoltura Uri Ariel:

Circa 100 coloni arrivano fuori da Qusra per terminare il percorso del bar mitzvah che era finito in scontri con palestinesi la scorsa settimana. Ad accompagnare il ragazzino del bar mitzvah è il ministro Uri Ariel.

Alla domanda se fosse proprio il caso di portare così tanti bambini in una zona che si sta ancora tranquillizzando dopo la violenza della scorsa settimana, Ariel ha detto: “Abbiamo un forte esercito e ci sentiamo sicuri ovunque andiamo sulla nostra terra.”

E si parte. Si uniscono alla festa anche il vice ministro degli Esteri Tzipi Hotovely e Itamar Ben Gvir” [citazione di una cronaca twittata da Jacob Magid, giornalista del quotidiano indipendente israeliano “Times of Israel”, ndt.]

Con loro c’era anche Itamar Ben Gvir, un colono, militante di estrema di destra e avvocato che è considerato “un amico a cui rivolgersi” per gli israeliani che hanno commesso atti di violenza contro i palestinesi, compresi due adolescenti sospettati di essere coinvolti in un attacco incendiario che ha ucciso tre membri di una famiglia palestinese in un villaggio della Cisgiordania [a Duma, nei pressi di Nablus, in cui morì anche un bambino di 18 mesi, ndt.] nel 2015.

Sarit Michaeli, responsabile internazionale del gruppo israeliano per i diritti umani “B’Tselem”, ha definito l’escursione una “sfilata provocatoria dei coloni”.

La gita si è conclusa con una foto di gruppo e un raduno alla grotta in cui i coloni accusano i palestinesi di aver assediato il gruppo di bambini.

Violenza dei coloni

Gli abitanti di Qusra sono da molto tempo vittime di violenze, danni alle proprietà e vessazioni da parte dei coloni.

Nel settembre 2011 la moschea del villaggio è stata devastata e bruciata con gomme incendiate come atto di “price tag” [lett. “pagare il prezzo”; indica le azioni di rappresaglia dei coloni contro i palestinesi, ndt.] o vendetta dopo che la polizia ha demolito tre strutture dell’avamposto non autorizzato dei coloni “Migron”.

Quello stesso mese l’abitante di Qusra Issam Badran è stato ucciso dai soldati durante scontri che sono scoppiati dopo che i coloni sono entrati nelle terre del villaggio.

Un’inchiesta dell’esercito riguardo all’uccisione di Badran è stata chiusa senza che venisse presentato un atto d’accusa. Nel gennaio 2014 gli abitanti di Qusra hanno bloccato più di dodici coloni che avevano fatto incursione nel villaggio e avevano tentato di sradicare ulivi.

Gli abitanti di Qusra sono stati anche sottoposti a incursioni notturne nelle loro case da parte delle forze israeliane come parte delle loro “procedure di mappatura” per censire tutta la popolazione civile palestinese.

Invece un minore israeliano della vicina colonia di Itamar che aveva aggredito un attivista dei diritti umani e lo aveva minacciato con un coltello è stato condannato a svolgere un lavoro socialmente utile per l’incidente dell’ottobre 2015.

L’adolescente aveva attaccato Arik Ascherman, allora capo di Rabbis for Human Rights [gruppo di rabbini che si oppone all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.], mentre quest’ultimo stava aiutando un contadino palestinese a raccogliere le olive.

Haaretz ha informato che la giudice che ha emesso la sentenza contro il giovane “ha scritto di aver optato per i lavori socialmente utili perché una detenzione avrebbe potuto danneggiare le possibilità per il ragazzo di essere arruolato nell’esercito israeliano, e perché era convinta che avesse buone possibilità di essere rieducato.”

L’adolescente era rappresentato in giudizio da Itamar Ben-Gvir.

Bambini palestinesi arrestati da Israele per imputazioni come aver tirato pietre ai soldati non godono di una simile indulgenza.

Un crescente numero di parlamentari statunitensi sta appoggiando una legge che imporrebbe al Segretario di Stato [il ministro degli Esteri USA, ndt.] di attestare ogni anno che nessuno dei fondi USA destinati ad Israele venga utilizzato per “finanziare la detenzione militare, gli interrogatori, gli abusi o i maltrattamenti contro i bambini palestinesi.”

La legge condanna i procedimenti giudiziari israeliani contro i minori palestinesi nei tribunali militari, mentre nello stesso territorio i coloni israeliani sono sottoposti alle leggi civili.

Nella Cisgiordania occupata Israele mette in atto un sistema giuridico a due livelli: i palestinesi sono sottoposti ai tribunali militari, in cui viene loro negato un processo minimamente equo e si trovano a dover affrontare una detenzione quasi certa, mentre i coloni israeliani sono soggetti alla giurisdizione della polizia e dei tribunali civili israeliani.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’uccisione di un uomo senza gambe

Amira Hass

17 dicembre 2017,Haaretz

Ibrahim Abu Thuraya, con entrambe le gambe amputate e su una sedia a rotelle, si distingueva tra la folla di manifestanti sul confine di Gaza. È stato il suo coraggio che ha innervosito un soldato che si trovava sul lato israeliano?

I fanali della macchina illuminano due soldati nel buio, con fucili ed altro equipaggiamento all’ingresso della città cisgiordana di A-Ram, sovrappopolata e ammassata. I nostri occhi si sono incrociati per un attimo, come si suol dire. I loro volti esprimevano quel familiare misto di arroganza, ignoranza e paura. Come sembrano giovani, ho pensato. Ho anche riflettuto su quello che pensa in questi giorni chiunque guidi davanti a soldati: una lieve deviazione dell’auto e loro supporranno che questa signora sia decisa ad investirli. Una successiva inchiesta della polizia militare stabilirà che avevano avuto l’impressione che la loro vita fosse in pericolo e quindi che avevano agito correttamente. Concéntrati sulla guida, mi sono detta, pensando di nuovo a quanto fossero giovani.

Non credo che venerdì si sia vista alcuna paura negli occhi dei soldati israeliani che hanno sparato a Ibrahim Abu Thuraya, 29 anni, uccidendolo. Erano dall’altra parte della barriera di confine, a est del quartiere di Shujaiyeh a Gaza. Forse erano su una torre di guardia, forse su una collina o in una jeep blindata, che ha sparato a raffica sui manifestanti palestinesi.

Quale pericolo rappresentava Abu Thuraya? Certo si distingueva tra gli altri manifestanti: amputato delle due gambe, è avanzato sulla sua carrozzella, sceso da questa si è mosso rapidamente con l’aiuto delle braccia, andando verso est attraverso una collinetta sabbiosa. Il suo coraggio e la sua mancanza di paura hanno turbato un soldato sul lato israeliano della barriera?

Abu Thuraya era stato gravemente ferito durante l’offensiva israeliana del 2008-09 contro Gaza, quando perse entrambe le gambe. Nel 2015 una storia sul sito web palestinese di notizie Al Watan raccontava che lui e i suoi amici erano stati presi di mira da un bombardamento israeliano nel campo di rifugiati di Bureij. In seguito si era ripreso dalle gravi ferite e si guadagnava da vivere pulendo i finestrini delle auto nelle strade di Gaza, muovendosi tra le macchine sulla sua sedia a rotelle. Una ripresa video senza data lo mostra mentre si arrampica su un palo della luce nei pressi del confine di Gaza e sventola una bandiera. In un altro video, probabilmente registrato venerdì, lo si vede sulla sua carrozzella allo scoperto di fronte alla recinzione, mentre sventola di nuovo una bandiera palestinese.

Venerdì a mezzogiorno davanti a una telecamera diceva che la manifestazione era un messaggio all’esercito sionista di occupazione che “questa è la nostra terra e non ci vogliamo arrendere.” Poi un montaggio video lo mostra sulla sua sedia a rotelle, circondato da decine di giovani sconvolti. La sua testa è reclinata, viene messo in un’ambulanza e portato in ospedale. È stato dichiarato morto quel pomeriggio, ucciso da un proiettile alla testa.

Il montaggio video omette qualche scena che lo potrebbe accusare? Per esempio, Abu Thuraya ha puntato un razzo contro i soldati? Se questa è stata la ragione per cui un soldato ha sparato ad un uomo senza gambe su una sedia a rotelle, si è trattato di un errore dell’esercito e dei portavoce del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori [COGAT, l’amministrazione israeliana dei territori palestinesi occupati, ndt.]. Perché non hanno emesso un comunicato ai mezzi di informazione riguardo ad un attacco con i razzi da parte dei manifestanti, evitando in questo modo qualunque danno che possa colpire i nostri soldati?

Di nuovo in Cisgiordania, un prurito al naso mi ha avvisato della presenza di soldati sulla strada che porta al campo di rifugiati di Jalazun –il che significa che c’erano anche quelli che lanciano sassi. Ma non era possibile tornare indietro. Il diffuso fumo di lacrimogeni aumentava di intensità e la strada procedeva a curve. Da una parte, tra alcune case, si erano accovacciati alcuni giovani – ed erano molto giovani. Avevano pietre in mano ma per il momento non le stavano tirando. Dall’altra parte, nei pressi di un muro che protegge la colonia di Beit El, stava uno spaventoso furgone passeggeri blindato, con di fianco qualche soldato. Forse erano della polizia di frontiera (il mio senso di panico mi ha fatto dimenticare qualche dettaglio). Sotto i loro elmetti e da lontano era difficile stabilire quanto fossero giovani. Ma nel loro atteggiamento arroganza e ignoranza erano evidenti.

Il mio tentativo di andare da Ramallah a Betlemme venerdì (per un concerto e l’esibizione di un coro di bambini) era fallito. Ad un incrocio verso il checkpoint di Beit El, alcuni giovani – quanto erano giovani! – hanno tirato fuori da un’auto dei copertoni con l’intenzione di incendiarli. Ho capito quello che stava succedendo e sono tornata indietro verso Qalandiyah. Il traffico era lento.

A un certo punto dei fedeli stavano uscendo da una moschea e in un altro della gente camminava in mezzo alla strada portando ceste dal mercato. Altrove c’erano macchine parcheggiate in doppia fila o uomini che uscivano da un salone per le feste portando tazze di caffè usa e getta e pezzi di torta. Un’ambulanza, a sirene spiegate, stava arrivando dalla direzione del checkpoint, segnalando quello che mi aspettava. Qualche decina di metri più in là si poteva chiaramente vedere una nuvola di lacrimogeni. Ogni desiderio che avevo di andare a vedere la situazione in ognuna delle altre uscite dalla prigione 5 stelle che è Ramallah mi era passato. In seguito si è saputo che una persona era morta al checkpoint di Beit El e un’altra era stata gravemente ferita a Qalandiyah.

Venerdì, durante una gita con amici, lui ha detto: “Per un verso, so che dovrei essere là con quei coraggiosi ragazzi al checkpoint. Per l’altro, so che solo se centinaia di migliaia di persone andassero lì, con le mani in tasca, qualcosa cambierebbe.”

Lei ha aggiunto: “Una volta quando sentivamo di una persona ferita a Gaza tutta la Cisgiordania era in fiamme. Ora sentiamo di qualcuno che è morto a Ramallah o un giovane che ha perso un occhio per un candelotto lacrimogeno e tutto quello che facciamo è scuotere la testa in segno di solidarietà e continuiamo con le nostre vite.”

Una persona che vive in una strada nei pressi del checkpoint di Beit El ha aperto la porta di casa a quelli che scappavano dal fumo dei lacrimogeni. Il fazzoletto impregnato di alcool fatto giare da un paramedico aiutava, ma solo in casa le lacrime e la sensazione di bruciore sono cessate.

I nostri dirigenti sono isolati,” ha dichiarato l’ospite. “Non gli importa della gente, ma solo dei soldi e degli affari. Non posso dire ai giovani di non andare ai checkpoint, ma so che il loro coraggio è inutile.”

(traduzione di Amedeo Rossi)