“Stiamo assistendo all’ultimo sussulto della violenza israeliana”: una conversazione con Avi Shlaim.

Sebastian Shehadi

21 marzo 2025 – Novara Media

“Il sionismo è in procinto di autodistruggersi.”

Pochi storici israeliani hanno messo alla prova i miti nazionali del [loro] Stato come Avi Shlaim. Professore emerito di relazioni internazionali presso l’università di Oxford, Shlaim è tra i più illustri studiosi della storia palestinese e israeliana contemporanea.

Nato nel 1945 in una famiglia di ebrei arabi iracheni che poi si è spostata in Israele, il percorso accademico di Shlaim è segnato dal suo approccio critico, sfaccettato e personale formatosi in modo non marginale durante il servizio militare nell’esercito israeliano a metà degli anni ’60.

In quanto una delle principali personalità del movimento dei “Nuovi Storici” degli anni ’80, Shlaim ha contribuito a smantellare alcune delle narrazioni sulla fondazione di Israele sfidando i tradizionali punti di vista sionisti. Il suo lavoro sulla guerra arabo-israeliana del 1948 e sulla Nakba, soprattutto il suo fondamentale libro The Iron Wall: Israel and the Arab World [Il Muro di Ferro. Israele e il mondo arabo, Il Ponte, Bologna, 2003], offre un’analisi critica delle azioni israeliane che portarono alla guerra e delle sue conseguenze.

Il professor Shlaim ha incontrato Novara Media nella sua casa di Oxford per discutere del suo ultimo libro “Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine” [Genocidio a Gaza: la lunga guerra di Israele contro la Palestina]. Questo fondamentale saggio giunge nel momento della catastrofica crisi dei palestinesi a Gaza, mentre la campagna israeliana di espulsione e sterminio continua a godere dell’appoggio militare e diplomatico dei governi occidentali.

Come scrive lo stesso Shlaim, i saggi del libro nascono da una sensazione profondamente sentita (e declinata storicamente) del “dovere morale di dire la verità al potere e schierarsi con i palestinesi nell’ora del bisogno.” Con precisione e lucidità etica elenca i molti crimini di guerra, compreso il genocidio, che Israele ha perpetrato e reso normali contro il popolo palestinese, il cui diritto all’autodeterminazione e alla dignità umana è stato incessantemente attaccato e annientato di fronte agli occhi del mondo. Nel farlo il libro offre un’analisi inflessibile della logica razzista e tipica del colonialismo di insediamento che caratterizza le pratiche politiche e militari di Israele.

Il genocidio a Gaza funge anche da puntuale verifica delle celebrate memorie di Shlaim, “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” [Tre Mondi: memorie di un ebreo arabo] del 2023, che riesaminano (e modificano) la domanda sollevata in quel libro se termini come “apartheid”, “fascismo” e “genocidio” debbano applicarsi allo Stato di Israele. Soppesando le prove disponibili e citando le osservazioni giuridiche, tra gli altri, della relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, che ha anche scritto l’introduzione al suo nuovo libro, Shlaim si impegna in una conclusione definitiva: Israele sta commettendo un genocidio.

Prima di occuparci del libro, può spiegare qual è la cosa principale che le ha fatto prendere posizione come “antisionista”? So che quando lei è arrivato per la prima volta a Oxford, decenni fa, non si definiva tale. Cos’è cambiato?

È stato un lungo percorso, ma quello che mi ha cambiato è stata la ricerca d’archivio. Mi sono radicalizzato negli archivi. In Israele sono stato indottrinato a scuola e ancora di più quando ho fatto il servizio militare nelle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] a metà degli anni ’60. Credevo che Israele fosse un piccolo Paese amante della pace circondato da arabi ostili che volevano buttarci a mare, il che comportava che non avessimo altra scelta che difenderci e combattere. Accettai questa fondamentale narrazione sionista finché iniziai a interessarmi come storico al conflitto arabo israeliano.  Passai un anno intero andando ogni giorno negli archivi di Stato israeliani, guardando i documenti che mi raccontavano una storia totalmente diversa: che Israele era aggressivo, che Israele aveva deliberatamente provocato conflitti con i suoi vicini e che Israele non era interessato alla pace.

Quando nel 1993 vennero firmati gli accordi di Oslo ero euforico. Pensavo che fosse una cosa seria, che sarebbe iniziato un processo di lento ma irreversibile ritiro dai territori occupati e che sarebbe nato uno Stato palestinese. Ricordo di aver parlato con Edward Said, che era mio amico, su questo dopo che entrambi avevamo scritto articoli sulla London Review of Books [prestigiosa rivista bimestrale britannica di letteratura e politica, ndt.].

Quello di Edward era intitolato “Una Versailles palestinese. Oslo come strumento della resa palestinese.” Il mio riconosceva tutti i limiti dell’accordo, ma affermava che si trattava di un modesto passo nella giusta direzione.

Mi sbagliavo. Ho erroneamente pensato che il processo di Oslo fosse irreversibile. Fui ingenuo riguardo a Oslo. Sono ingenuo riguardo ad altre cose, ma non sono un codardo. Quando, sulla base delle prove, giungo a una conclusione, non falsifico il quadro, scrivo esattamente com’è. È così che mi sono radicalizzato, denunciando quello che ho visto dai documenti esistenti di Israele in quanto opposti alla sua propaganda. Ora Netanyahu ha chiuso le sale di lettura negli archivi pubblici israeliani. Quando vado in Israele entro con il mio passaporto israeliano e non sono mai stato fermato. Ma ora che sono stato così esplicito e che ho scritto un nuovo libro che si intitola “Genocidio a Gaza” non so cosa succederà la prossima volta che andrò là.

Alcuni sostengono che i simpatizzanti israeliani della causa palestinese dovrebbero rinunciare alla loro cittadinanza israeliana. Cosa pensa di questa forma di protesta? 

Penso che sia assolutamente fuori luogo affermare che un israeliano non sia un alleato credibile finché non rinuncia alla sua cittadinanza. Ciò detto, ho preso seriamente in considerazione di rinunciare alla mia cittadinanza israeliana. Ho parlato con una donna del consolato israeliano a Londra e mi ha detto: ‘So chi è lei, conosco le sue opinioni e simpatizzo con esse. Ma se vuole il mio parere, non vale la pena di rinunciare al suo passaporto. Le autorità si vendicherebbero e non le consentirebbero di tornare.’ In altre parole se avessi rinunciato al mio passaporto israeliano non sarei più riuscito ad andare negli archivi.

Negli anni scorsi si era astenuto dall’utilizzare la parola “genocidio” riguardo a Israele. Cosa esattamente le ha fatto cambiare posizione?

Ho esitato prima di chiamare il mio libro “Genocidio a Gaza” perché genocidio è una parola veramente molto seria. Ma le prove che ho davanti agli occhi sono schiaccianti e sempre più gravi. Questo è il primo genocidio che viene trasmesso in diretta. In genere Paesi e dirigenti politici non dicono “stiamo commettendo un genocidio” e “vogliamo spazzare via il nemico”. In genere lo nascondono, invece gli israeliani parlano apertamente di genocidio.

In uno dei capitoli del libro faccio riferimento a una banca dati di affermazioni genocide. Quello che è stato pubblicamente affermato, non solo da figure marginali ma da persone come il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha proclamato che “non ci sono innocenti a Gaza”, è scioccante. Nessun innocente tra le 50.000 persone che sono state uccise e i circa 20.000 minori. Ci sono citazioni di Netanyahu che sono genocidarie, così come quelle del suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha affermato che “affrontiamo bestie umane.”

Ho esitato a chiamare certi eventi genocidio prima dell’ottobre 2023, ma quello che per me ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato quando Israele ha bloccato ogni aiuto umanitario a Gaza. Stanno utilizzando la morte per fame come arma di guerra. Questo è genocidio.

Perché i politici occidentali sono così riluttanti a chiamare le cose con il loro nome? La risposta è ovvia: l’eccezionalismo israeliano. Israele è al di sopra delle leggi internazionali e i dirigenti occidentali lo consentono. Quando al ministro degli Esteri britannico David Lammy è stato chiesto se è in corso un genocidio, ha detto che genocidio è un concetto giuridico e che dobbiamo aspettare che la Corte si pronunci. Si sbaglia completamente. Quello che Israele sta facendo risponde alla Convenzione dell’ONU sul Genocidio, che non afferma che i Paesi debbano attendere che un tribunale prenda l’iniziativa. La Gran Bretagna e l’America non sono solo complici dei crimini di guerra israeliani, ma sono parte attiva assistendo Israele nella sua campagna genocida contro i palestinesi.

L’assurdità morale di questa situazione ha avuto anche un effetto interessante su di me dal punto di vista personale. Sono sia un ebreo che un israeliano, ma non mi sono mai identificato come ebreo in quanto non sono praticante. Tuttavia dall’attacco genocida contro Gaza ho voluto avvicinarmi di più all’ebraismo perché i suoi valori fondamentali sono l’altruismo, la verità, la giustizia e la pace.

Il governo Netanyahu è l’antitesi di questi fondamentali valori ebraici. L’essenza dell’ebraismo è la non-violenza, ma l’attuale regime è il governo più violento della storia di Israele. Io, in quanto ebreo, sento di avere il dovere morale di schierarmi ed essere preso in considerazione. Il nuovo libro è il mio modesto contributo personale alla lotta contro il fascismo sionista, sostenuto dall’imperialismo americano. È una presa di posizione personale.

Cos’altro rende questo libro diverso da quello che è già stato scritto, sia in termini del suo lavoro che della letteratura in generale?

Nel 2023 ho pubblicato un’autobiografia intitolata “Three Worlds: Memoirs of an Arab Jew” [Tre Mondi: Memorie di un Arabo Ebreo, ndt.]. In tutto quel libro c’è una critica implicita al sionismo. Sono uno studioso di relazioni internazionali, quindi penso sempre che i palestinesi siano le principali vittime del sionismo. Ma quando ho scritto questa storia di famiglia ho capito che c’è un’altra categoria di vittime del sionismo di cui non si parla molto e che sono gli ebrei arabi.

In quel libro ho affermato di pensare che Israele abbia commesso molti crimini contro l’umanità, come l’apartheid e la continua pulizia etnica fin dalla Nakba, ma non un genocidio. Ora dico che sta commettendo anche un genocidio. Vedo Israele come uno Stato di colonialismo d’insediamento e la logica del colonialismo d’insediamento è l’eliminazione del nemico. É quello che Israele ha fatto fin dall’inizio.

Dal 7 ottobre l’obiettivo non dichiarato dell’attacco israeliano contro Gaza è stato la pulizia etnica e c’è un rapporto governativo fatto filtrare che delinea lo spopolamento di Gaza. Lo spopolamento di 2.3 milioni di persone. Ciò non è avvenuto per la resistenza egiziana, ma questo è lo scopo iniziale della guerra. Quando non ha funzionato, Israele è passato a una fase successiva attraverso il genocidio, l’uccisione e la morte per fame dei gazawi.

Ho seguito le politiche israeliane a Gaza fin dal ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005, ma niente mi aveva preparato a quello che Israele sta facendo ora che prende di mira i civili. Morte e distruzione descritte cinicamente dai generali israeliani come “falciare l’erba”: è agghiacciante. Qualcosa di meccanico che si fa così spesso. Qualcosa che infligge morte e distruzione, lasciando nel contempo irrisolto il problema politico sottostante.

L’attuale compagna a Gaza è qualitativamente diversa da tutte quelle precedenti. Se aggiungiamo tutte le vittime palestinesi in tutti i precedenti attacchi contro Gaza (otto negli ultimi 15 anni) esse sono una frazione di quelle di questa guerra.

Cosa risponde alle giustificazioni israeliane per questa violenza degli ultimi 16 mesi?

Israele sostiene, come i suoi alleati occidentali, di “agire per autodifesa”. Al primo ministro [britannico] Keir Starmer è stato chiesto se togliere cibo, acqua e carburante alla gente di Gaza da parte di Israele fosse giustificato ed egli ha ripetuto che “Israele ha il diritto di difendersi”. È un mantra. Io direi agli apologeti di Israele che, in base alle leggi internazionali, Israele ha un solo diritto: porre fine all’occupazione e andarsene.

Israele non ha il diritto all’autodifesa come definita nell’articolo 51 della carta dell’ONU. In base al diritto internazionale Israele a Gaza è il potere occupante. Non hai diritto all’autodifesa se l’attacco contro di te è venuto da una zona sotto il tuo controllo.

Israele giustifica sempre i suoi attacchi contro Gaza affermando che Hamas ha lanciato razzi sui suoi cittadini e di avere il dovere di proteggerli. Hamas ha accettato molti accordi di cessate il fuoco ed ha buoni precedenti nell’averli rispettati. Israele ha rotto ogni accordo di cessate il fuoco con Hamas quando non gli conveniva più.

Si prenda per esempio quando l’Egitto mediò l’accordo di pace per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas a metà del 2008. Hamas rispettò e impose il cessate il fuoco ad altri gruppi più radicali come il Jihad Islamico fino al 4 novembre 2008, quando Israele attaccò Gaza e uccise combattenti di Hamas, rinnovando di conseguenza le ostilità. Hamas offrì a Israele il rinnovo di questo accordo di cessate il fuoco alle sue condizioni originarie. Israele ignorò totalmente questa proposta. Israele aveva una via diplomatica per risolvere il conflitto ma non la prese, lanciando invece l’operazione Piombo Fuso. É così che Israele protegge i suoi cittadini.

Fino a che punto l’Occidente ha tracciato una linea rossa? Pare che Israele possa uccidere palestinesi senza limite.

Il genocidio non è una questione di numeri. È l’intenzione di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso o etnico. Ciò detto, i 50.000 morti a Gaza sono largamente sottostimati. Ce ne sono probabilmente molte migliaia in più sepolti sotto le macerie. The Lancet [prestigiosa rivista medica, ndt.] stima che ci siano piuttosto 180.000 vittime. Non riesco a immaginare un momento in cui Trump dirà “ora basta”.

Biden è stato totalmente inefficace. Ha occasionalmente criticato Israele per i bombardamenti indiscriminati contro i civili, ma non ha mai smesso di fornire armi, così Israele non gli ha dato per niente retta. Ha dato il via libera a Israele. Trump è diverso perché appoggia il progetto della destra israeliana, che è la pulizia etnica di Gaza in Cisgiordania. E ora abbiamo il piano di Trump per Gaza, cioè che tutti gli abitanti di Gaza vadano altrove, in Egitto o Giordania, e che l’America occupi Gaza e la trasformi in una Riviera. Chiama Gaza un “sito di demolizione” che deve essere ripulito. Si noti l’arroganza imperialista.

Dove ci porteranno i prossimi quattro anni sotto Trump?

Il governo Netanyahu afferma che il popolo ebraico ha il diritto esclusivo all’autodeterminazione su tutta la terra di Israele, che naturalmente include la Cisgiordania. Questo governo è più estremista di qualunque altro in precedenza. Sostiene la sovranità esclusiva su tutta la terra di Israele. (Il ministro delle Finanze Bezalel) Smotrich e (l’ex-ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben-Gvir non lo nascondono. Vogliono che la pulizia etnica venga accelerata a Gaza e in Cisgiordania e che l’espansione delle colonie continui a tutta velocità, con l’obiettivo finale dell’annessione formale della Cisgiordania.

Finora Israele non ha incontrato alcuna effettiva opposizione dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna, dall’America o dalle Nazioni Unite. La comunità internazionale è stata impotente, come lo è stata per oltre 75 anni.

Dato che lei è stato così esplicito, nel corso degli ultimi 16 mesi ha ricevuto molte molestie da parte di ambienti filo-israeliani?

No. Di fatto da quando è iniziata la guerra a Gaza non ho praticamente ricevuto mail ostili e sono stato più radicale e mi sono espresso pubblicamente più che in precedenza. Al contrario ho ricevuto molti messaggi di appoggio. Persone che mi scrivono e dicono: “Grazie. Parli per noi, ci hai dato voce.” È molto incoraggiante. In qualche modo sono finito in video su Tik Tok.

Per me è molto interessante il fatto di non aver ricevuto alcun messaggio di odio negli ultimi 16 mesi, perché di solito succede. L’opinione pubblica sta cambiando in tutto il mondo. Israele è passato dalla parte del torto. Il BDS chiede la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno e uguali diritti per i palestinesi cittadini di Israele. È un movimento globale non violento. Israele non ha alcun argomento per ribattere.

Come puoi giustificare l’occupazione e l’apartheid? Non puoi, ed è la ragione per cui Israele ha intrapreso una scontata campagna per confondere deliberatamente l’antisionismo con l’antisemitismo. Ma la gente è diventata più accorta e se si ha un messaggio onesto da trasmettere come faccio io, chiamando le cose per quello che sono, le persone ascoltano.

Ha qualche speranza che un giorno una parte neutrale si occuperà della giustizia per la Palestina?

L’asimmetria di potere tra Israele e i palestinesi è talmente grande che un accordo volontario non è possibile. Tutta la storia, soprattutto da Oslo in poi, dimostra che non possono raggiungere un accordo che sia equo. Dire a israeliani e palestinesi “risolvete le vostre divergenze” è come mettere un leone e un coniglio in una gabbia e dire loro di “risolvere le loro divergenze”. Una parte neutrale è necessaria per spingere i due contendenti a un accordo. Avrebbe dovuto essere l’ONU. Ma l’America ha messo da parte l’ONU e l’UE e ha stabilito un monopolio sul processo di pace. Tuttavia non ha mai spinto Israele a fare un accordo.

Non riesco a vedere che in Israele ci possa essere una spinta dall’interno per il cambiamento. Non riesco a vedere gli israeliani svegliarsi dopo il 7 ottobre e dire: “Finora ci siamo sbagliati. Dobbiamo veramente andare al tavolo delle trattative con i palestinesi.” Non succederà. La tendenza è totalmente opposta.

Prima dell’attacco di Hamas c’è stata una frattura nella società israeliana sulla riforma giudiziaria, una divisione molto profonda che ha quasi portato a una guerra civile. Ma poi c’è stato l’attacco di Hamas e tutta la società israeliana si è unita dietro la guerra. Pensano che Israele abbia il diritto di fare qualunque cosa voglia indipendentemente dalle leggi internazionali, e che chiunque accusi Israele di qualunque cosa sia un antisemita.

Questo oggi è il consenso in Israele. Nel contempo i governi occidentali hanno garantito l’impunità a Israele, benché stiano iniziando a cambiare. Guardi le iniziative positive di Irlanda, Norvegia, Slovenia e Spagna che negli ultimi 16 mesi si sono schierate con la Palestina.

Ciò detto, non ripongo le mie speranze nei governi, ma nella società civile, nel BDS, nelle manifestazioni a Londra e altrove e negli studenti e nei loro accampamenti di protesta. Gli studenti sono motivati dalla giustizia e dall’etica. Sono dalla parte giusta della storia. I governi statunitense e britannico sono dalla parte sbagliata. È per questo che Israele è così spaventato dal BDS e dagli studenti. Israele è passato dalla parte del torto. È una società brutale, aggressiva, militarista, ed è destinato a seguire la stessa strada del Sudafrica grazie alle sanzioni.

Penso che nel XXI secolo l’apartheid non sia sostenibile a lungo termine e pertanto che il sionismo stia per autodistruggersi. Gli imperi diventano molto violenti proprio quando sono in declino e penso che questo sia ciò a cui stiamo assistendo adesso, gli ultimi sussulti della violenza israeliana. Una volta che sarà finito, le fratture nella società israeliana continueranno. Israele sarà diventato più debole all’interno e il sostegno dall’esterno diminuirà. Questa combinazione di fattori porterà alla disintegrazione del sionismo e del colonialismo d’insediamento. Israele è sulla via dell’autodistruzione, ma non succederà da un giorno all’altro, ci vorranno ancora molti anni.

In qualche modo questo momento straordinario la fa sentire fiducioso?

L’Occidente, e in particolare gli USA, sostenendo Israele senza riserve ha distrutto il cosiddetto sistema internazionale basato sulle regole. È un tempo terribile, più di quanto possa ricordare. Israele ha mostrato il suo vero volto. Vediamo quanto sia brutale e quello che è capace di fare.

L’elezione di Trump ha gravi conseguenze perché non gli importa delle leggi internazionali, dell’ONU o della Nato. Gli interessa solo prima l’America. Userà ogni mezzo a sua disposizione per favorire l’America. È un potere imperiale senza limiti politici, morali o giuridici.

Cosa ritiene che si stia delineando dopo la caduta del sionismo israeliano?

C’è ancora un vasto consenso internazionale per la soluzione a due Stati. Ho appoggiato questa soluzione ma Israele l’ha sotterrata. Oggi Israele non parla neppure più della soluzione a due Stati. Al contrario sembra che resista apertamente ad oltranza allo Stato palestinese.

Una soluzione a due Stati non è più una possibilità. Israele sta continuando la politica di annessione strisciante. Di conseguenza quello che rimane ai palestinesi della Cisgiordania sono poche enclave isolate, non le fondamenta di uno Stato sostenibile. Perciò la scelta è tra uno Stato con diritti uguali per tutti i suoi cittadini o lo status quo: apartheid, etnocrazia e genocidio. Ho fatto una chiara scelta a favore della libertà e di uguali diritti per tutti. È quello che io e molti altri intendiamo quando diciamo: “Dal fiume al mare.”

Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine di Avi Shlaim è pubblicato dalla Irish Pages Press.

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman [rivista politica britannica fondata nel 1913, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




FOTO: Israele devasta i campi profughi in Cisgiordania

Wahaj Bani Moufleh

12 febbraio 2025 – +972

Le forze israeliane hanno sfollato 40.000 palestinesi da quattro campi profughi nella più grande operazione militare in Cisgiordania dalla Seconda Intifada.

Il 21 gennaio, appena due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, Israele ha lanciato una nuova grande operazione militare nella Cisgiordania occupata. Concentrata dapprima sul campo profughi di Jenin, l’Operazione muro di ferro si è poi allargata ad altri tre campi nel nord della Cisgiordania: Tulkarem, Nur Shams e Al-Far’a.

Queste incursioni, sostenute dalle forze aeree, sono intese a reprimere la resistenza armata palestinese che negli ultimi anni si è rafforzata nei campi profughi. Ma l’esercito israeliano ha anche provocato gravissimi danni alle infrastrutture civili: ha divelto strade, raso al suolo interi isolati a uso abitativo e sfollato forzosamente dalle loro case 40.000 persone. Si tratta, sia per scala che per intensità, della più grande operazione militare israeliana in Cisgiordania dai tempi della Seconda Intifada, conclusasi vent’anni fa.

Soldati israeliani avanzano per le strade del campo profughi di Tulkarem, 6 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Israele dichiara di avere ucciso nelle ultime tre settimane più di 50 militanti palestinesi, ma il suo esercito ha ucciso anche diversi civili. Tra questi si contano anche una bambina di due anni, vicino a Jenin, due giovani donne di poco più di vent’anni nel campo di Nur Shams, una delle quali incinta di otto mesi, e un bambino di 10 anni a Tulkarem.

Saddam Hussein Iyad Rajab, il bambino di 10 anni, era arrivato il 28 gennaio dal villaggio di Kafr Al-Labad per fare visita ai parenti di Tulkarem quando un soldato israeliano gli ha sparato all’addome. “Saddam era in piedi di fronte alla casa mentre ci preparavamo alla preghiera”, ha raccontato suo padre Iyad a +972. “Nelle vicinanze non c’erano veicoli dell’esercito né cecchini o combattenti della resistenza. È uscito prima di me per andare a parlare a sua madre. Venti secondi dopo ho sentito le sue grida”.

Nel campo profughi di Nur Shams, Cisgiordania occupata, un operatore umanitario assiste una famiglia in fuga lungo una strada sterrata mentre i soldati israeliani osservano sullo sfondo, 10 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Poiché da due anni la sua mobilità è limitata a causa di un infortunio sul lavoro, Iyad ha faticato a raggiungere suo figlio in fretta. “Mi ci è voluto un po’ per metterlo al riparo e portarlo in ospedale”, ha detto. Una settimana e mezza dopo, Rajab soccombeva alle sue ferite.

“Dopo il mio infortunio lo consideravo l’uomo di casa”, ha raccontato Iyad. “Mi aiutava sempre in tutto, mi accompagnava all’ospedale e alla moschea. Possa Dio avere pietà di lui”.

Soldati israeliani lanciano una granata stordente verso un gruppo di donne e bambini su una strada tra il campo di Nur Shams e quello di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 9 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Da quando il 27 gennaio Israele ha allargato l’assalto anche a Tulkarem, la stragrande maggioranza dei residenti è stata sfollata con la forza. Quelle famiglie adesso sono sparpagliate tra le case dei parenti, le scuole e varie strutture pubbliche, dove dipendono dall’aiuto delle autorità municipali e dei villaggi circostanti.

Ahmed Al-Dosh, che lavora per il Ministero dell’Istruzione a Tulkarem, ha una disabilità e si avvale di una sedia a rotelle per spostarsi. La distruzione delle infrastrutture del campo gli ha reso estremamente difficile lasciare la zona. “Quattro giovani mi hanno sollevato con la mia sedia a rotelle per aiutarmi ad andarmene” ha riferito a +972.

Ahmed Al-Dosh sulla sua sedia a rotelle al Centro culturale di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 7 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Oggi ha trovato rifugio con la sua famiglia presso il Centro Culturale di Tulkarem, insieme a una cinquantina di altri sfollati di ogni età. Lo spazio è organizzato in tre sezioni: una per le scorte di cibo, una per donne e bambini, una per gli uomini.

Mentre queste famiglie cercano di adeguarsi alla loro nuova realtà, i loro cuori rimangono nel campo, dove molte delle loro case sono ormai macerie e il loro futuro incerto. Al-Dosh è affranto per aver dovuto abbandonare i suoi uccelli e il suo gatto. “Sono sicuro che non li troverò vivi, ci penso a ogni pasto che consumo qui”, ha aggiunto.

Una strada principale distrutta dai bulldozer nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Più di 20.000 palestinesi sono stati sfollati dal solo campo di Jenin.

Nell’ultima settimana alcuni di loro hanno rischiato la vita per cercare di raggiungere le loro case e recuperare alcuni dei beni, come vestiti, cibo e documenti importanti che avevano lasciato mentre nel campo fervevano le attività dell’esercito israeliano. Se alcuni hanno avuto fortuna, altri sono stati arrestati dai soldati israeliani e i loro beni sono stati confiscati, mentre altri ancora si sono persino trovati sotto il fuoco delle armi.

Queste foto ci offrono una testimonianza, ancorché parziale, della distruzione in alcuni dei quartieri più esterni del campo assediato, ma i residenti riferiscono di devastazioni ancora più gravi più all’interno. Gli sfollamenti e i martirii si ripetono e l’occupazione continua a sradicare i palestinesi, lasciando dietro di sé ferite infinite.

Famiglie palestinesi fuggono dal campo profughi di Jenin dopo essere tornate a raccogliere gli effetti personali dalle loro case, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Wahaj Bani Moufleh è un fotografo originario della città palestinese di Beita, in Cisgiordania, ed è membro del collettivo Activestills. Per anni ha documentato le proteste contro la colonizzazione e l’occupazione israeliane nel suo villaggio. Il suo lavoro è stato pubblicato da diverse testate ed esposto in diversi paesi, tra cui una mostra personale al Museo WORM di Rotterdam, Olanda.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Umiliante e doloroso”: testimonianze dalle evacuazioni di massa nella Cisgiordania settentrionale  

Qassam Muaddi  

11 febbraio 2025 Mondoweiss

L’evacuazione forzosa di oltre 40.000 persone nella Cisgiordania settentrionale sta riproponendo scene viste a Gaza e alimenta il timore di una pulizia etnica. “La cosa più importante è restare a casa nostra”, dice a Mondoweiss una residente del campo profughi di al-Far’a

Israele ha esteso la sua offensiva nella Cisgiordania settentrionale dal campo profughi di Jenin ai campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Far’a a Tubas. Denominato “Operazione Muro di Ferro”, secondo una dichiarazione dell’UNRWA di lunedì, l’attacco israeliano è in corso da tre settimane, ha ucciso almeno 25 palestinesi ferendone oltre 100 e costringendo 40.000 persone a lasciare le loro case. “Lo sfollamento forzato delle comunità palestinesi nella Cisgiordania settentrionale sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha affermato l’UNRWA. “L’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati, esplosioni controllate e armi avanzate da parte delle forze israeliane è diventato una cosa normale, una ricaduta della guerra a Gaza”.

La settimana scorsa le forze israeliane hanno fatto esplodere 20 edifici residenziali nel campo profughi di Jenin, una delle più grandi demolizioni in Cisgiordania degli ultimi anni. I residenti locali e le fonti dei media hanno paragonato l’effetto della distruzione alla strategia della “cintura di fuoco” impiegata a Gaza da Israele, che prevede il bombardamento concentrato e ripetuto di piccole aree che distrugge interi isolati residenziali. L’offensiva di Israele in Cisgiordania è in corso da metà gennaio, di fatto l’invasione militare più lunga e di più ampia portata dalla Seconda Intifada. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che l’offensiva si estenderà al resto della Cisgiordania con le invocazioni dei politici israeliani di estrema destra di trasferire la guerra da Gaza alla Cisgiordania prima di annetterla ufficialmente. Si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump farà presto un annuncio sulla possibilità che gli Stati Uniti sostengano una simile mossa.

“È stato umiliante e doloroso”

Come conseguenza i palestinesi della Cisgiordania hanno visto le loro vite paralizzate e sconvolte dalla repressione israeliana. Le chiusure e i blocchi stradali israeliani sono diventati una pratica quotidiana, rendendo gli spostamenti tra città e paesi carichi di incertezze per centinaia di migliaia di palestinesi. Questi fatti hanno trasformato la Cisgiordania in una zona di guerra, soprattutto nei campi profughi. “Prima di essere costretti a lasciare la nostra casa con mio marito e i miei figli abbiamo trascorso due giorni senza acqua, poiché le forze di occupazione hanno tagliato l’acqua all’intero campo”, ha detto a Mondoweiss Nehaya al-Jundi, residente del campo profughi di Nur Shams e direttrice del locale Centro di Riabilitazione per Disabili.

“I soldati dell’occupazione andavano di casa in casa e costringevano la gente ad andarsene, mentre io e la mia famiglia abbiamo aspettato due giorni che arrivasse il nostro turno”, ha continuato al-Jundi. “La mia vicina, Sundos Shalabi, incinta all’ottavo mese, ha deciso con suo marito di andarsene domenica per paura di dover partorire durante l’assedio del campo”. La straziante tragedia di Sundos Shalabi ha fatto notizia all’inizio di questa settimana. “Suo marito stava guidando sulla strada verso la città di Bal’a, appena fuori dal campo profughi, quando i soldati dell’occupazione hanno aperto il fuoco contro l’auto”, ha raccontato al-Jundi. “Lui è stato ferito e ha perso il controllo, quindi l’auto si è ribaltata e Sundos e il suo bambino non ancora nato sono rimasti entrambi uccisi. Suo marito è ancora in terapia intensiva nell’ospedale di Tulkarem”.

“Lunedì i soldati hanno demolito il muro esterno della mia casa, poi con gli altoparlanti hanno invitato tutti i residenti del quartiere ad andarsene”, ha continuato al-Jundi. “Ho preso un po’ di cose necessarie e qualche cambio di vestiti, poi abbiamo chiuso a chiave le porte di casa e ci siamo uniti agli altri residenti in strada, mentre i soldati dell’occupazione separavano gli uomini dalle donne”. “Ci hanno perquisito e interrogato, e ci hanno fatto andare dieci alla volta in una certa direzione”, ha ricordato. “Camminavamo per le strade piene di buche e distrutte in mezzo a pozze di acqua piovana. Alcuni inciampavano e cadevano, uomini e donne, bambini e anziani. Alcuni piangevano. È stato molto umiliante e doloroso”.

La cosa più importante è restare nella nostra casa”

Dopo aver bloccato per dieci giorni gli ingressi del campo profughi ad al-Far’a a Tubas l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni. Martedì i residenti hanno riferito che le forze israeliane stavano iniziando a demolire negozi e case all’interno del campo.

Avevamo sperato che oggi l’occupazione si sarebbe ritirata dal campo, ma siamo rimasti senza parole nel vederli demolire e in alcuni casi far esplodere i negozi nelle strade interne, senza sosta dalla mattina”, ha detto martedì a Mondoweiss Lara Suboh, una residente di al-Far’a di circa venti anni.

Per dieci giorni non abbiamo avuto acqua, perché la prima cosa che hanno fatto le forze di occupazione è stata di far saltare le tubature dell’acqua e noi dipendiamo dalle cisterne di riserva idrica sui nostri tetti”, ha spiegato. “Alcune persone se ne sono andate subito perché hanno familiari malati o disabili, ma altre persone sono state costrette ad andarsene ieri. I soldati dell’occupazione hanno intimato loro di andarsene entro dieci minuti”.

“Nella nostra strada non l’hanno ancora fatto”, ha aggiunto. “Siamo in cinque in casa, con i miei due fratelli e entrambi i miei genitori. Stiamo sopravvivendo con il cibo che avevamo comprato prima che iniziasse l’assedio, sperando che l’offensiva finisse prima del nostro cibo e della nostra acqua. La cosa più importante per me è che restiamo nella nostra casa, anche se la distruggono e distruggono tutto il resto, possiamo ricostruirla più tardi. Ma non voglio che la mia famiglia e io veniamo sfollati”. In una dichiarazione di martedì il Comitato di Emergenza del campo profughi di al-Far’a ha detto che le forze israeliane hanno già sfollato 3.000 persone su una popolazione del campo di 9.000. A Tulkarem il Comitato di Emergenza del campo profughi di Nur Shams ha affermato che metà della popolazione del campo è stata sfollata e che le forze israeliane hanno distrutto completamente 200 case e “parzialmente” altre 120.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Cosa significa per milioni di palestinesi la messa al bando dell’UNRWA da parte di Israele: i numeri

Marium Ali e Mohamed A. Hussein

29 gennaio 2025 – Al Jazeera

Israele ordina all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA), pilastro degli aiuti umanitari per i palestinesi, di cessare le operazioni entro giovedì.

Diversi paesi hanno dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di “deplorare profondamente” la decisione del parlamento israeliano di “abolire” le operazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, che entrerà in vigore giovedì.

Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Slovenia e Spagna hanno condannato in una dichiarazione congiunta il ritiro di Israele dall’accordo del 1967 tra Israele e UNRWA, nonché ogni tentativo di ostacolare la capacità dell’agenzia di funzionare e adempiere al mandato assegnatole dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA, ha dichiarato martedì al Consiglio di Sicurezza che il divieto “accrescerà l’instabilità ed esaspererà la disperazione nel territorio palestinese occupato in un momento critico”.

La Knesset approva le proposte di legge per fermare gli aiuti dell’UNRWA

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato a ottobre due disegni di legge che prendono di mira le operazioni dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel vicino oriente.

Il primo vieta all’UNRWA di condurre attività all’interno dei confini di Israele, mentre il secondo rende illegale per i funzionari israeliani avere qualsiasi contatto con l’UNRWA. La legge entrerà in vigore giovedì[30 gennaio ndt].

Juliette Touma, portavoce dell’UNRWA, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze del divieto, dichiarando ad Al Jazeera: “Se il divieto entrerà in vigore e non saremo in grado di operare a Gaza, il cessate il fuoco, che include anche l’ingresso di forniture umanitarie per l’agenzia e per le persone bisognose, potrebbe crollare”.

La prima fase del cessate il fuoco, iniziata il 19 gennaio, prevede un aumento degli aiuti nell’enclave fino a 600 camion al giorno.

Il divieto di Israele renderebbe impossibile per l’agenzia ottenere permessi di ingresso per operare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza – entrambe sotto controllo israeliano – di fatto paralizzando la capacità dell’agenzia di adempiere al suo mandato.

Cos’è l’UNRWA e dove opera?

L’UNRWA è stata istituita dall’Assemblea Generale nel 1949 per fornire assistenza umanitaria a 750.000 rifugiati palestinesi sfollati dalle loro terre durante la creazione di Israele nel 1948, un evento noto ai palestinesi come la Nakba, o “catastrofe”.

L’organizzazione – che impiega 30.000 dipendenti, principalmente rifugiati palestinesi insieme a un piccolo numero di dipendenti internazionali – fornisce soccorso di emergenza, istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali ad almeno 5,9 milioni di palestinesi in Palestina e nei paesi vicini.

L’UNRWA gestisce 58 campi profughi, tra cui:

  • Cisgiordania: 19 campi che ospitano 912.879 rifugiati registrati;

  • Gaza: 8 campi che ospitano 1,6 milioni di persone;

  • Giordania: 10 campi con 2,39 milioni di persone;

  • Libano: 12 campi, in cui risiedono 489.292 persone;

  • Siria: 9 campi con 438.000 persone.

Il ruolo dell’UNRWA a Gaza e in Cisgiordania

Per generazioni, l’UNRWA è stata il principale fornitore di servizi sanitari ed educativi per milioni di palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata.

Secondo Lazzarini: “Il divieto paralizzerebbe l’intervento umanitario a Gaza e priverebbe milioni di rifugiati palestinesi dei servizi essenziali in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Eliminerebbe anche uno scomodo testimone delle innumerevoli atrocità e ingiustizie che i palestinesi hanno subito per decenni”.

In Palestina, l’UNRWA offre istruzione primaria e secondaria gratuita a più di 300.000 bambini, tra cui:

  • 294.086 bambini a Gaza, ovvero la metà di tutti gli studenti dell’enclave;

  • 46.022 bambini in Cisgiordania.

L’UNRWA offre anche assistenza sanitaria primaria gratuita, servizi di salute materna e infantile a:

  • 1,2 milioni di persone a Gaza – più della metà della popolazione;

  • 894.951 persone in Cisgiordania.

Inoltre, l’UNRWA fornisce cibo a:

  • 1,13 milioni di persone a Gaza, ovvero la metà della popolazione;

  • 23.903 persone in Cisgiordania.

L’UNRWA svolge anche un ruolo cruciale nel fornire opportunità di lavoro, programmi di microfinanza e sostegno per iniziative generatrici di reddito.

Colonna portante delle operazioni umanitarie” a Gaza

Tra le regioni sotto il mandato dell’UNRWA, la Striscia di Gaza, con una popolazione di 2,3 milioni di persone, ha la più alta dipendenza dai servizi dell’agenzia per la sopravvivenza.

Mentre altre organizzazioni delle Nazioni Unite come UNICEF, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari, il Programma Alimentare Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità forniscono tutte servizi essenziali per la vita, l’UNRWA è la “colonna portante delle operazioni umanitarie” a Gaza, ha dichiarato Touma ad Al Jazeera.

“Tutte le agenzie delle Nazioni Unite dipendono fortemente dall’UNRWA per le operazioni umanitarie, compreso l’ingresso di forniture e carburante. Siamo la più grande agenzia umanitaria a Gaza”, ha detto ad Al Jazeera.

A gennaio 2024 le autorità israeliane hanno accusato i dipendenti dell’UNRWA di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas nel sud di Israele. Ciò ha portato diversi paesi a tagliare i finanziamenti all’organizzazione.

Tuttavia, dopo un’indagine delle Nazioni Unite e il licenziamento di nove dipendenti, tutti i donatori tranne Stati Uniti e Svezia hanno ripreso i finanziamenti.

Da quando Israele ha iniziato il suo genocidio contro i palestinesi a Gaza, il suo esercito ha ucciso almeno 47.354 persone e ne ha ferite almeno 111.563. Coloro che sono sopravvissuti al conflitto hanno perso quasi tutto.

Durante i 15 mesi di guerra, l’UNRWA ha fornito:

  • assistenza alimentare: cibo distribuito a 1,9 milioni di persone che soffrono la fame estrema;

  • assistenza sanitaria: consultazioni sanitarie primarie a 1,6 milioni di individui;

  • supporto psicologico: sostegno psicologico e psicosociale a 730.000 persone;

  • acqua: accesso all’acqua pulita per 600.000 persone;

  • gestione dei rifiuti: raccolta di oltre 10.000 tonnellate di rifiuti solidi dai campi.

Secondo un rapporto dell’UNRWA, 272 membri del personale UNRWA sono stati uccisi in 665 attacchi israeliani e 205 strutture dell’UNRWA sono state danneggiate.

Cosa succederà una volta che il divieto entrerà in vigore?

Nonostante il divieto di Israele e l’ambiente di lavoro già ostile, Lazzarini ha ribadito l’impegno dell’UNRWA a “rimanere e fare il proprio dovere”.

La prima legge approvata dalla Knesset vieta qualsiasi presenza o attività dell’UNRWA all’interno di Israele, colpendo direttamente centinaia di migliaia di palestinesi a Gerusalemme Est occupata, che Israele ha annesso nel 1980 in violazione del diritto internazionale.

“Poi c’è una seconda legge, che impedisce qualsiasi contatto tra funzionari israeliani e funzionari dell’UNRWA. La legge non dice di fermare l’attività in Cisgiordania o a Gaza, ma impedisce qualsiasi contatto – però il fatto è che se non hai relazioni burocratiche o amministrative, il tuo ambiente operativo risulta ancora più difficile”, ha detto Lazzarini.

Il divieto limiterà anche il movimento del personale non palestinese dell’UNRWA, anche se i dipendenti palestinesi saranno ancora autorizzati a svolgere il loro lavoro.

“L’agenzia rimane determinata a fare tutto il possibile per adempiere al suo mandato e fornire servizi critici per alleviare le sofferenze dei rifugiati palestinesi”, ha sottolineato Lazzarini.

I principali donatori dell’UNRWA

Nel 2023, l’UNRWA ha ricevuto 1,46 miliardi di dollari in stanziamenti totali, con i maggiori contributi provenienti da Stati Uniti (422 milioni di dollari), Germania (212,9 milioni di dollari) e Unione Europea (120,2 milioni di dollari).

Esigenze di finanziamento per il 2025

L’UNRWA afferma di aver bisogno di 1,7 miliardi di dollari per affrontare le esigenze umanitarie più critiche di 1,9 milioni di persone a Gaza e 275.000 persone in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Tale cifra comprende:

  • cibo (568,5 milioni di dollari): quasi la metà della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti alimentari dell’UNRWA. Questo finanziamento sosterrà la distribuzione di cibo a 1,13 milioni di persone a Gaza e oltre 23.000 persone in Cisgiordania.

  • Acqua e servizi igienici (282,6 milioni di dollari): questi fondi andranno a garantire l’accesso all’acqua pulita e a servizi igienici adeguati, specialmente a Gaza, dove la guerra ha devastato le infrastrutture idriche.

  • Coordinamento e gestione (202,3 milioni di dollari): sono necessari fondi per mantenere il personale, la logistica e il coordinamento per fornire aiuti in modo efficace.

I finanziamenti sono essenziali per sostenere le operazioni salvavita dell’UNRWA. Senza di essi, potrebbero venire meno servizi critici come gli aiuti alimentari, l’assistenza sanitaria e l’accesso all’acqua, aggravando la crisi umanitaria.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Dopo il cessate il fuoco a Gaza Israele rivolge la sua potenza di fuoco contro la Cisgiordania

Basel Adra

28 gennaio 2025 – +972 Magazine

Laila Al-Khatib, di due anni, è la vittima più giovane della campagna militare israeliana a Jenin, mentre i blocchi stradali soffocano l’intero territorio.

Bassam Assous stava cenando a casa con la sua famiglia quando sono iniziati gli spari. Erano circa le 20:00 di sabato 25 gennaio e, ad insaputa degli abitanti, i soldati israeliani erano entrati nel villaggio di Muthalath Al-Shuhada, situato vicino a Jenin nella Cisgiordania occupata. “Le finestre e le persiane erano chiuse: non avevamo idea di cosa stesse succedendo fuori finché non abbiamo sentito degli spari molto vicini”, ha raccontato Assous a +972 Magazine.

Assous e sua moglie Ghada si sono allontanati rapidamente dalle finestre, mentre le loro due figlie, Shaimaa e Teema, si sono nascoste in una camera da letto con la figlia di 2 anni di Teema, Laila.

All’improvviso Assous ha sentito le figlie urlare. “Sono corso in camera da letto con mia moglie; Shaimaa teneva stretta Laila mentre Teema urlava accanto a loro”, racconta. “Ho afferrato Laila e le mie mani si sono rapidamente ricoperte di sangue. Proveniva dalla testa: era stata colpita da un proiettile”.

Con in braccio la nipote sanguinante e priva di sensi Assous è corso fuori in strada, ma si è reso conto che era piena di soldati israeliani e veicoli blindati. “Mia moglie ha urlato: ‘Perché avete ucciso la bambina? Cosa vi ha fatto?'”, continua Assous. “Uno dei soldati, in piedi a una certa distanza, ha risposto, ‘Mi dispiace.’ Al che ho urlato anch’io, ‘Perché le avete sparato?’ I soldati mi hanno puntato le armi e mi hanno detto di non avvicinarmi. Mia moglie continuava a gridare e uno dei soldati ha indicato un punto a 100 metri di distanza e le ha detto, ‘Vai lì e aspetta un’ambulanza.'”

Quando è arrivata l’ambulanza Ghada è salita con Laila. Shaimaa, che in seguito agli spari aveva riportato ferite da schegge alla mascella e al fianco, e Teema, che aveva ferite da schegge alla mano destra, avevano anche loro bisogno di cure. “Ho detto ai soldati che volevo andare con le mie figlie ma loro hanno risposto: ‘No, tu vieni con noi'”, aggiunge Assous.

“I soldati mi hanno portato a casa di mio zio, dove avevano già trattenuto quattro dei suoi figli mentre mio zio e il resto della famiglia si trovavano nelle vicinanze”, racconta. “Non avevo idea di cosa stesse succedendo a mia moglie e alle mie figlie: non ci era permesso usare i nostri telefoni o anche solo parlare. Quando ho insistito per chiamare un soldato ha minacciato di ammanettarmi. Sono rimasto trattenuto in questo modo fino alle 23:30 circa, quando i soldati si sono ritirati dalla zona. Non hanno arrestato nessuno né confiscato nulla.

Dopo che i soldati se ne sono andati i vicini sono venuti a controllare come stavamo”, continua Assous. “È stato allora che ho saputo che Leila era morta, mentre cominciavano a porgerci le loro condoglianze. Ero sotto shock, ma ho capito subito che dovevo mostrarmi forte per mia figlia Teema, che è scoppiata a piangere e non riusciva a farsi una ragione della perdita della figlia. L’ho portata in un centro medico lì vicino, dove le hanno dato dei sedativi”.

Assous spiega che Teema, una studentessa magistrale all’Università An-Najah di Nablus, specializzata in ingegneria ambientale e idraulica, aveva già perso il marito, Mohammad Al-Khatib, due anni fa in un incidente sul lavoro. “Stava lottando con il trauma della perdita del marito, quindi ho portato lei e sua figlia a vivere con noi a casa”, ha spiegato. “Diceva sempre: ‘Voglio solo crescere mia figlia e prendermi cura di lei’. Ora continua a chiedermi: ‘Perché hanno ucciso mia figlia? Cosa ha fatto questa bambina per meritarsi questo?’

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato di “rammaricarsi per qualsiasi danno causato a civili non coinvolti” e di aver ricevuto informazioni su terroristi barricati all’interno di un edificio nel villaggio. Secondo il portavoce prima di aprire il fuoco i soldati hanno intimato “più volte” a chi si trovava dentro la casa di uscire. Assous nega di aver sentito alcuna intimazione del genere.

“Uno stato di terrore” nel campo profughi di Jenin

L’uccisione di Laila non è stato un fatto isolato. Dalla mattina del 21 gennaio, solo due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, l’esercito israeliano è impegnato in una grande campagna militare nella Cisgiordania settentrionale. L’esercito afferma che l’operazione, denominata “Muro di ferro”, ha lo scopo di “preservare la libertà di azione dell’IDF” e reprimere la resistenza armata nei territori occupati, e fa seguito a una campagna di sette settimane dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) contro i gruppi armati nel campo profughi di Jenin.

Anche l’attività dell’esercito israeliano è focalizzata su Jenin e i suoi dintorni, così come su Tulkarem. Finora l’operazione ha ucciso 16 palestinesi a Jenin e tre a Tulkarem, causando al contempo una vasta distruzione delle infrastrutture civili in entrambe le città e costringendo migliaia di palestinesi a lasciare le loro case.

“Martedì scorso, verso le 11:00, una forza speciale dell’esercito di occupazione ha preso d’assalto il campo”, ha detto a +972 Ahmed Hawashin, ricercatore presso il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e abitante nel campo profughi di Jenin. “I soldati, immagino costituissero una squadra di cecchini, si sono posizionati negli edifici che dominano il campo e hanno iniziato a sparare indiscriminatamente mentre dall’alto cadevano missili. I veicoli dell’Autorità Nazionale Palestinese, presenti nel campo da 45 giorni, hanno iniziato a ritirarsi.

“Mentre circolavano notizie sull’operazione militare a Jenin la paura si è diffusa tra tutti i cittadini”, continua Hawashin. “La mia famiglia è fuggita dal campo ed è finita sotto il fuoco nonostante fossero civili. Mi sono rifugiato a casa di un amico nel quartiere Joret A-Dahab.

“Altri veicoli militari sono arrivati ​​e hanno imposto un assedio al campo mentre le forze hanno iniziato le incursioni”, racconta. “Per tutta la notte i suoni degli spari e delle esplosioni non si sono fermati. Due volte mentre ero seduto con un gruppo di volontari del soccorso davanti alla casa di un mio amico un drone ci ha lanciato delle granate. Uno dei giovani è stato ferito da schegge: eravamo in uno stato di terrore”.

La mattina seguente un drone israeliano ha trasmesso un messaggio dell’esercito che ordinava a tutti gli abitanti del campo di evacuare. Mentre una folla di famiglie iniziava a uscire Hawashin ha deciso che sarebbe stato troppo pericoloso restare: “La situazione sul campo e ciò che circolava sui media riguardo all’incursione ci spaventava: non sapevamo cosa avrebbero fatto”.

Hawashin racconta che un gruppo di circa 100 persone del quartiere Jorat A-Dahab si è radunato per andare via insieme ed è stato accompagnato da un drone militare fino all’ingresso occidentale del campo. A quel punto, i soldati hanno ordinato loro tramite altoparlante di dividersi in gruppi di cinque e presentarsi per l’ispezione. “C’era una telecamera che scattava foto e i soldati decidevano chi fermare in base ai dati della telecamera”, racconta. “Abbiamo poi continuato il nostro cammino verso la città“.

Anche nella stessa città di Jenin, dove le forze israeliane hanno assediato gli ospedali, “la vita è ferma. Si verificano alcuni scontri [tra l’esercito israeliano e i gruppi di resistenza palestinesi] e veicoli militari attraversano le strade. I negozi sono chiusi e la maggior parte dei cittadini non esce di casa temendo per la propria vita”.

Le condizioni nel campo stanno rapidamente peggiorando. Le scuole sono chiuse dall’inizio dell’operazione dell’ANP ai primi di dicembre, mentre da più di un mese l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione lavorativa (UNRWA) non è in grado di fornire alcun servizio. Anche l’energia elettrica è stata completamente interrotta.

“Il campo è diventato anche rischioso per la salute”, aggiunge Hawashin. “Dall’inizio della campagna dell’ANP i rifiuti non sono stati raccolti e si sono accumulati ammassi di spazzatura ai lati delle strade. Le strade e le infrastrutture idriche sono ancora devastate dalle precedenti invasioni israeliane, quindi le persone hanno fatto affidamento su cisterne d’acqua e serbatoi sui tetti, ma molti di questi sono stati danneggiati dagli spari durante la campagna dell’ANP e l’attuale operazione israeliana e sono stati resi inutilizzabili”.

“Non ho mai dovuto aspettare così a lungo al checkpoint”

Oltre agli attacchi al campo profughi di Jenin e alle aree circostanti l’esercito israeliano, come forma di punizione collettiva, ha chiuso le strade principali in tutta la Cisgiordania tramite posti di blocco, cancelli di ferro e cumuli di terra, tenendo aperte solo alcune strade in orari specifici della giornata. Queste interruzioni costringono i residenti ad aspettare per lunghe ore in mezzo ad ingorghi, a prendere percorsi alternativi attraverso campi e strade sterrate o a evitare del tutto di viaggiare. Ai posti di blocco i soldati impiegano ulteriori pratiche repressive come la confisca arbitraria per ore e ore delle chiavi delle auto.

La settimana scorsa Mohammad Hureini, studente di letteratura inglese alla Birzeit University vicino a Ramallah e attivista di Youth of Sumud [Gioventù della Perseveranza: organizzazione palestinese di protesta non violenta contro l’occupazione, ndt.] avrebbe dovuto sostenere un esame, rinviato in seguito all’operazione militare di Israele in Cisgiordania che ha impedito a molti studenti di raggiungere l’università.

Il giorno seguente Hureini, che si trovava già nei pressi dell’università, ha deciso di tornare al suo villaggio di A-Tuwani nelle colline a sud di Hebron, un viaggio che prima del 7 ottobre di solito durava circa due ore. Tuttavia, dopo l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificazione delle restrizioni alla circolazione dei palestinesi in Cisgiordania, Hureini impiegava quattro o cinque ore per tornare a casa. Questa volta, con le ulteriori interruzioni, il viaggio è durato 13 ore.

“Da Nablus mi sono diretto al checkpoint di ‘Atara’, a nord di Ramallah, ma era chiuso e decine di auto erano bloccate”, ha detto. “Ho fatto dietrofront per andare al posto di blocco di Jaba’, a sud-ovest di Ramallah, ma avvicinandomi ho visto pesanti ingorghi: i soldati avevano chiuso il checkpoint a praticamente tutto il traffico e stavano ispezionando i veicoli uno ad uno”.

Hureini è rimasto bloccato nel traffico per ore mentre centinaia se non migliaia di auto si trovavano in fila per l’ispezione. “Sembrava che passasse un veicolo ogni mezz’ora”, racconta. Dopo tre ore ho visto persone abbandonare i loro veicoli e chiamare dei taxi per farsi venire a prendere dall’altro lato del checkpoint dopo aver attraversato a piedi. Non avevo mai vissuto un’attesa così lunga a questo checkpoint.

Circa sei ore dopo è stato finalmente il turno di Hureini. “Al posto di blocco c’erano due soldati”, spiega. “Uno mi ha fatto segno di fermarmi, quindi ho spento il motore. Entrambi i soldati erano al telefono, senza prestare attenzione a me o a tutti i veicoli in coda dietro di me. Mentre aspettavo mi è diventato chiaro che lo stavano facendo per umiliare le persone, fiaccare loro il morale e sconvolgere le nostre vite, niente di più.

“Dieci minuti dopo il soldato mi ha chiesto i documenti e ha iniziato a perquisire il veicolo domandandomi: ‘Da dove vieni? Dove stai andando? Cosa fai?’ Dopo cinque minuti mi ha detto di proseguire”.

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Il calvario di Hureini non era finito. “Dopodiché ho percorso la strada di circonvallazione, che ovviamente non ha posti di blocco perché la usano i coloni, finché non ho raggiunto il posto di blocco dei container, che separa la parte settentrionale da quella meridionale della Cisgiordania. C’erano tre corsie di traffico che portavano al checkpoint. Di nuovo, per la prima volta, ho visto quelli che sembravano migliaia di veicoli fermi. Ho scoperto che i soldati avevano chiuso il posto di blocco senza fornire una ragione e non lasciavano passare nessuno.

Ho aspettato per mezz’ora senza muovermi mentre altre auto continuavano ad arrivare dietro di me”, prosegue. “Uno degli autisti mi ha parlato di una strada sterrata che poteva essere utilizzata per aggirare il posto di blocco. Ha iniziato a guidare e io l’ho seguito. Dietro di noi si sono presto aggiunti decine di veicoli. La strada era pericolosa, piena di rocce e buche. Ho guidato con cautela per 45 minuti, temendo che la mia auto si rompesse. Quella distanza avrebbe potuto essere coperta in cinque minuti se non fosse stato per il posto di blocco”.

E c’era ancora di più. “Sono arrivato a Betlemme alle 19:30 solo per trovare l’ingresso principale della città chiuso. Ho preso una strada alternativa attraverso Beit Jala, dove i soldati avevano messo su un posto di blocco e stavano perquisendo i veicoli. Dopo aver saputo di una strada alternativa che aggirava il checkpoint l’ho seguita fino a raggiungere di nuovo la strada principale e ho continuato a guidare verso il mio villaggio.

Dopo essere partito dall’Università di Birzeit vicino a Ramallah alle 8 del mattino sono arrivato a casa alle 9 di sera, esausto e con il mal di testa. Non avevo mangiato niente per tutto il giorno, quindi ho cenato e sono andato subito a letto. Da quando l’esercito israeliano ha lanciato la sua nuova operazione la situazione è diventata insopportabile”.

In risposta alla richiesta di +972 di rilasciare un commento sui nuovi e più estesi blocchi stradali l’esercito israeliano ci ha rimandato ad una dichiarazione del portavoce internazionale dell’esercito in cui si afferma: “I posti di blocco sono uno strumento da noi utilizzato nella lotta al terrorismo, che consente il movimento dei civili fornendo al contempo un livello di controllo per impedire ai terroristi di fuggire e rendere l’operazione inefficace”.

“L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci”

Per comprendere i motivi della nuova operazione militare di Israele e delle misure di punizione collettiva i palestinesi in Cisgiordania tracciano un collegamento diretto con il cessate il fuoco di Gaza.

Omar Assaf, che abita nel campo profughi di Deir Ammar vicino a Ramallah, promotore di un’iniziativa per ricostruire una leadership popolare palestinese in tutta la Palestina e nella diaspora, ha dichiarato a +972: “Dopo aver lasciato Gaza il governo israeliano è moralmente a pezzi, nonostante abbia commesso un genocidio uccidendo decine di migliaia di persone e distruggendo la Striscia. Per compensare, ha lanciato una campagna militare prendendo di mira il campo profughi di Jenin e isolando il resto delle città e dei villaggi palestinesi, nel tentativo di ottenere un’immagine di vittoria in questa guerra.

La Cisgiordania è sempre stata un fronte importante per l’occupazione, ma c’è sempre stata una resistenza palestinese contro le sue ambizioni”, continua Assaf. “Negli ultimi anni nella Cisgiordania settentrionale si sono costituiti gruppi armati che si oppongono all’occupazione, agli attacchi dei coloni e all’espansione delle colonie sulla terra palestinese. In risposta, c’è stata un’evoluzione della relazione tra l’ANP e l’occupazione al fine di contrastare questi gruppi, passando dal coordinamento alla vera e propria collaborazione nelle operazioni di sicurezza.

“L’ANP è riuscita a sconfiggere [l’organizzazione denominata] Fossa dei Leoni a Nablus reclutando alcuni dei suoi combattenti nelle forze di sicurezza dell’ANP”, ha affermato. “L’occupazione [israeliana] ha dovuto affrontare i gruppi armati nel campo profughi di Jenin [con la forza], e finora non è riuscita a sconfiggerli”.

L’incursione di sette settimane dell’ANP nel campo, prima dell’ultima operazione di Israele, è stata “una mossa senza precedenti nella storia della causa palestinese”, dice Assaf. E mentre l’ANP ha affermato di aver represso la resistenza armata per proteggere il campo dal destino a cui è andata incontro la Striscia di Gaza, lui è del parere che questa sia “una dichiarazione vergognosa” e aggiunge: “L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci, occupare la nostra terra e costruire insediamenti coloniali; lo fa perché questo è il suo progetto principale”.

L’ANP, conclude Assaf, dovrebbe fare una di queste due cose: “Può tornare verso il popolo palestinese, stare al suo fianco contro le politiche di occupazione, unificare il suo fronte interno e porre fine alla divisione. Oppure, se non può farlo, dovrebbe tenere elezioni per consentire al popolo palestinese di scegliere una leadership che lo rappresenti e lo guidi verso il raggiungimento delle sue aspirazioni. Se l’ANP continua con il suo attuale approccio aumenterà le tensioni tra le persone e indebolirà il fronte interno di fronte all’occupazione”.

Basel Adraa è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Finché ci saranno indagini farsa, in Cisgiordania l’IDF continuerà a sparare ai bambini

Editoriale di Haaretz

28 gennaio 2025 – Haaretz

La “Gazificazione” della Cisgiordania continua, compresa l’intollerabile facilità con cui vengono uccisi dei bambini.

All’inizio di gennaio Reda Besharat, 8 anni, e suo cugino Hamza Besharat, 10 anni, sono stati uccisi dall’attacco di un drone israeliano nel villaggio di Tammun. Il padre di uno dei ragazzini ha affermato il giorno seguente che, quando sono stati colpiti, suo figlio e suo nipote si stavano preparando per andare a scuola e si trovavano nel cortile di casa. Nell’attacco è stato ucciso anche un terzo cugino, il ventitreenne Adam Besharat.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno risposto a questa terribile tragedia con un’indagine che non si può che definire offensiva. Ha rilevato che il drone ha sparato “sulla base dell’indicazione che nel momento dell’incidente era difficile stabilire che (i bersagli) erano dei minorenni.” Se un drone che sta sorvegliando la zona non è in grado di distinguere tra bambini e adulti, allora perché i suoi dati vengono utilizzati per approvare attacchi così letali?

In effetti l’indagine è un modello per sottrarsi a ogni responsabilità. Secondo l’IDF i bambini sono stati erroneamente identificati come adulti che avevano collocato un ordigno esplosivo, benché in seguito nella zona non sia stata trovata alcuna bomba.

L’indagine ha anche rivelato che questo errore fatale non è stato bloccato da nessuno lungo la catena di comando, incluso il capo del Comando Centrale, il generale Avi Bluth. Una delle conclusioni dell’indagine dell’esercito è che sarebbe stato opportuno prendere ulteriori iniziative per verificare l’identità dei bersagli.

Sarebbe stato opportuno” è un eufemismo. Un’indagine su un’azione irresponsabile con tali orribili conseguenze non dovrebbe concludersi con quello che “sarebbe stato opportuno” fare, ma piuttosto prendendo misure significative contro i responsabili.

Nel passato la polizia militare apriva automaticamente un’indagine dopo l’uccisione di palestinesi in Cisgiordania. Ora il comportamento predefinito è aprire un’indagine sugli “incidenti di combattimento” solo dopo un controllo della procura generale militare. Ovviamente gli avvenimenti in Cisgiordania sono sempre più spesso classificati come incidenti di combattimento. Le conclusioni dell’indagine riguardo ai bambini sono state trasmesse al capo del comando generale e non sono state ancora sottoposte alla procura generale militare.

Sabato sera una bambina di 2 anni è stata colpita e uccisa dal fuoco dell’IDF in un villaggio nei pressi di Jenin. L’esercito ha affermato che le forze hanno sparato contro un edificio in cui, secondo l’intelligence, si nascondeva un uomo armato. Tuttavia in casa della bimba non c’era un uomo armato barricato all’interno, bensì una famiglia che stava cenando.

Appena si sono accorti di aver colpito una bambina i soldati hanno chiamato la Mezzaluna Rossa palestinese e hanno portato via anche la madre, lievemente ferita a un braccio. L’IDF sta ancora indagando sull’incidente. Ma che benefici trarrà dai suoi risultati la bimba uccisa?

Dopo le massicce uccisioni a Gaza di decine di migliaia di persone, tra cui minori, sembra che l’IDF stia perdendo ogni freno anche in Cisgiordania. Questa tendenza pericolosa deve essere immediatamente fermata.

Il presente articolo è l’editoriale principale di Haaretz come pubblicato in Israele nelle edizioni in ebraico e in inglese del giornale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il momento cruciale per la Cisgiordania: l’azzardo israeliano e il tradimento dell’ANP- Analisi

Ramzy Baroud

22 gennaio 2025 – Palestine Chronicle

La sempre più dura campagna militare israeliana in Cisgiordania, insieme alla complicità dell’ANP, crea le condizioni per uno scontro cruciale nella resistenza palestinese. L’esercito israeliano continua la sua offensiva contro il campo profughi di Jenin, una campagna militare che è iniziata praticamente subito dopo l’annuncio di un cessate il fuoco a Gaza.

Benché l’epicentro dell’offensiva rimanga Jenin, dove sono stati uccisi o feriti molti palestinesi, sono state attaccate anche importanti città della Cisgiordania. Le incursioni israeliane hanno raggiunto vari villaggi e campi profughi, portando all’arresto di molti palestinesi.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che a lungo ha agito come la presunta avanguardia dei diritti dei palestinesi, sta partecipando attivamente alla campagna israeliana. Di fatto l’ANP è stata coinvolta nella pacificazione della resistenza a Jenin e in altre zone della Cisgiordania prima degli attacchi israeliani, preparando a quanto pare il terreno per una più vasta repressione da parte dell’esercito israeliano.

Il ruolo dell’ANP

Ironicamente l’ANP ha chiamato la sua azione a Jenin, durata dal 5 dicembre al 21 gennaio, “Proteggere la Patria”. Eppure l’operazione ha semplicemente cercato di pacificare la “patria” rendendo più facile alla missione militare israeliana di completarla.

Il livello di violenza dell’ANP contro i palestinesi in Cisgiordania è sempre più comparabile a quello di Israele, rafforzando ulteriormente l’affermazione secondo cui l’ANP è di fatto uno strumento di controllo dell’occupazione israeliana sui palestinesi.

Nel 2007 Gaza si ribellò contro l’ANP in quello che all’epoca venne erroneamente definito come uno scontro tra Hamas e Fatah, quest’ultimo partito dominante nell’OLP e fazione del presidente Mahmoud Abbas.

Non è chiaro se una simile rivolta contro l’ANP sia possibile in Cisgiordania, almeno per il momento, considerando che la popolazione palestinese vi deve affrontare tre livelli di violenza: dell’esercito israeliano, dei coloni israeliani illegali armati e delle forze di sicurezza di Abbas.

Sperando di “risparmiare il sangue palestinese”, il 14 gennaio la resistenza di Jenin aveva accettato di firmare un accordo con l’ANP, consentendo alle forze dell’ANP di entrare a Jenin senza scontri purché evitassero di prendere misure violente contro la resistenza. L’ANP avrebbe violato l’accordo lasciando zone di Jenin aperte all’ingresso dell’esercito israeliano.

Il tempo delle richieste all’ANP di dare priorità all’unità nazionale rispetto al “coordinamento per la sicurezza” con Israele è finito, in quanto ora i palestinesi vedono l’ANP come parte integrante dell’esercito israeliano.

La tempistica

Ma perché Israele attacca la Cisgiordania, e perché proprio ora?

L’operazione militare israeliana in Cisgiordania, nome in codice “Muro di Ferro”, secondo fonti della sicurezza israeliana citate dal [canale televisivo] Channel 14 è stata ufficialmente condotta con lo scopo di “distruggere infrastrutture terroristiche a Jenin” e impedire un nuovo 7 ottobre. Tuttavia ciò non può essere vero. Persino con l’accresciuta resistenza nel nord della Cisgiordania la regione appare impreparata per un’operazione come “Inondazione Al-Aqsa” del 7 ottobre.

La logica di “Muro di Ferro” risiede piuttosto all’interno del campo politico e psicosociale. Primo, stando a David K. Rees, che lo ha scritto su Times of Israel, a Gaza Israele è stato sconfitto, una sconfitta senza precedenti nella storia del Paese. Dal punto di vista ufficiale israeliano l’impatto psicologico di questa sconfitta richiede un’azione immediata per impedire alla società e ai media israeliani di soffermarsi sulle sue conseguenze più ampie e a lungo termine.

Questa è in parte la ragione per cui Israele sta attaccando la Cisgiordania, che, almeno per adesso, rappresenta il ventre molle della resistenza palestinese, in parte a causa della repressione operata dall’ANP. La stessa logica può spiegare perché Israele ha accettato il cessate il fuoco in Libano, avanzando nel contempo incontrastato in Siria.

Il fatto che Israele mostri i muscoli significa in buona misura mandare un messaggio di forza e controllo all’opinione pubblica israeliana, che ha perso fiducia nel suo esercito, nella sua intelligence e nelle sue istituzioni politiche.

Secondo, l’operazione israeliana in Cisgiordania è parte di uno scambio politico tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze, l’estremista Bezalel Smotrich. Quest’ultimo, benché si sia opposto al cessate il fuoco a Gaza, è rimasto nel governo, appoggiando la litigiosa coalizione di Netanyahu.

A differenza del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha dato le dimissioni insieme al suo partito, Otzma Yehudit (Potere Ebraico), Smotrich è rimasto, a condizione di portare avanti una grande operazione militare in Cisgiordania, aprendo la strada a un’ulteriore espansione delle colonie illegali.

Questo scambio beneficia sia Smotrich che Netanyahu. Smotrich ora può aggiungere ulteriori seguaci alla sua base di estrema destra, sostenendo di essere stato inflessibile riguardo alla sicurezza nazionale a Gaza, reprimendo nel contempo i palestinesi in Cisgiordania.

Per Netanyahu è anche un modo per accontentare i sostenitori di Smotrich, in quanto l’incremento della base elettorale di quest’ultimo potrebbe indebolire l’influenza di Ben-Gvir, poiché entrambi competono per lo stesso elettorato.

Una nuova Intifada?

I leader israeliani accentuano la violenza in Cisgiordania per conquistare vantaggi politici, ma non stanno prestando molta attenzione agli avvertimenti dei dirigenti dell’esercito e dell’intelligence. Il 9 gennaio, per esempio, il [canale televisivo] Channel 12 israeliano ha informato che il capo di stato maggiore Herzi Halevy e importanti ufficiali hanno messo in guardia il gabinetto di guerra sul fatto che la Cisgiordania è sul punto di esplodere e che le tensioni potrebbero portare a una “terza intifada (rivolta).”

In effetti gli errori di calcolo in Cisgiordania potrebbero tendenzialmente portare alla tanto attesa rivolta popolare che, se avvenisse, sarebbe difficile, se non impossibile, controllare in base alle tempistiche dell’esercito israeliano.

La rabbia palestinese derivante dal genocidio israeliano a Gaza, insieme al senso collettivo di vittoria per il cessate il fuoco, rende molto concreta la possibilità di un’Intifada. Se ciò avvenisse, buona parte della Cisgiordania e della vita politica palestinese cambierebbe.

L’ANP ha già scelto da che parte stare nell’imminente conflitto. Il governo israeliano, scosso dalla sconfitta a Gaza, è pronto a impegnarsi in altri azzardi militari. Il mondo continua a guardare in silenzio come ha fatto durante i 471 giorni del genocidio israeliano.

La Cisgiordania insorgerà con la stessa forza e determinazione per vincere contro l’occupazione israeliana come hanno fatto i suoi fratelli a Gaza? Se la risposta è sì, l’occupazione israeliana dovrà affrontare un altro duro colpo, aprendo la strada alla liberazione dei palestinesi.

(La caporedattrice di Palestine Chronicle Romana Rubeo ha contribuito a questa analisi.)

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. É autore di sei libri. Il suo ultimo libro, una co-curatela con Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: leader e intellettuali palestinesi impegnati prendono posizione]. Il dott. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La disoccupazione dei palestinesi in Cisgiordania fa ora parte della strategia israeliana

Haitham S. 

21 gennaio 2025 – +972 magazine

Dopo il 7ottobre Israele ha revocato i permessi di lavoro a più di 150.000 palestinesi. Oltre a un aumento vertiginoso degli attacchi dei coloni, il mio villaggio va incontro alla rovina economica.

Sin dall’inizio dell’attacco di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023 i palestinesi nella Cisgiordania occupata hanno sofferto per una grave crisi occupazionale. Nei primi sei mesi di guerra il tasso di disoccupazione è quasi triplicato e oltre 300.000 lavoratori hanno perso la loro principale fonte di reddito. 

Oltre metà di loro aveva lavorato in Israele fino a quando le autorità hanno revocato i permessi di lavoro in seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre. I lavoratori palestinesi hanno ripetutamente richiesto il rinnovo dei permessi di ingresso in Israele per poter mantenere i propri figli e vivere un’esistenza decente, ma fino ad ora le loro richieste sono state respinte.

Nel mio villaggio di Umm Al-Khair, nelle colline a sud di Hebron, la maggior parte delle famiglie non ha più una fonte di sostentamento. Oltre a uno spaventoso incremento degli attacchi dei coloni e delle demolizioni di case nella nostra comunità, la maggior parte degli abitanti si trova ora a fronteggiare la rovina economica. Ormai nel secondo anno di questa situazione siamo ancora senza soluzioni o adeguata assistenza finanziaria. 

Storicamente la nostra comunità viveva di pastorizia e agricoltura. Ma nel corso degli anni l’espansione della colonia ebraica di Carmel, che quando si insediò nel 1980 si impadronì di metà della terra del villaggio, e la violenza di coloni e soldati israeliani hanno reso inaccessibile buona parte delle nostre terre. Costretti a trovare fonti di reddito alternative molti giovani della comunità hanno cominciato a fare i manovali in Israele fino a quando la guerra ha posto fine a tutto ciò.

Ahmed Hathaleen, un operaio ventinovenne che lavorava in cantieri israeliani prima della guerra, è ora disoccupato da 16 mesi. Ha subito una grave infortunio sul lavoro nell’agosto 2023, che ha richiesto un intervento chirurgico in un ospedale israeliano per l’amputazione di un dito. Quando è guarito è cominciata la guerra e Israele ha revocato il suo permesso di lavoro. 

Senza altre entrate per mantenere la sua famiglia Ahmed è stato costretto, con imbarazzo e vergogna, a chiedere soldi ai suoi amici. Ma dice di non avere scelta: “Sono il padre di due bambini: Khaled, 2 anni e mezzo, e Majed, di 10 mesi. Majed è nato nei primi mesi di guerra. A quest’età i bambini hanno bisogno di molte cure e la mia impossibilità di lavorare rende estremamente difficile provvedere alle loro necessità primarie.” 

A peggiorare le cose ogni giorno Ahmed riceve messaggi e chiamate dall’ospedale israeliano dove è stato operato che gli ricorda di pagare il debito contratto per le necessarie visite di controllo nei mesi successivi all’intervento. L’ospedale gli ha dato un ultimatum: saldare l’importo o il suo fascicolo verrà trasferito a un tribunale israeliano, cosa che contribuirebbe a fargli sostenere costi aggiuntivi per le parcelle dell’avvocato e le multe per il pagamento in ritardo. 

Al momento non ho nulla,” si lamenta Ahmed. “Devo dei soldi a molti amici che me li hanno prestati per mantenere la mia famiglia e i miei figli e devo all’ospedale una somma di denaro che non sono in grado di restituire. Più passa il tempo, più peggiora la situazione. Nessuno si preoccupa di noi. L’Autorità Palestinese non ha trovato soluzioni per noi dopo un intero anno senza lavoro.”

Molte altre famiglie a Umm Al-Khair sono in situazioni simili. Alcune sono state costrette a vendere persino cose essenziali come i mobili per mantenere i propri figli.

Ammar Hathaleen, un bracciante agricolo di 32 anni, ha perso il lavoro in Israele quando è cominciata la guerra. “Ho sei figli, abbiamo tantissime spese,” spiega. “Da quando ho perso la mia fonte di reddito non ho altro modo di mantenerli.”

Ammar ha continuato a cercare lavoro in Cisgiordania, ma non ha trovato nulla. Per risparmiare ha cercato di mietere grano e altri prodotti nei suoi campi vicino al villaggio, ma l’esercito israeliano e i coloni gli hanno reso impossibile l’accesso ai suoi terreni. 

Tagliati fuori dalle nostre terre

Il caso di Ammar illustra bene le grandi difficoltà che i contadini palestinesi affrontano in tutta la Cisgiordania, mentre le colonie finanziate dal governo israeliano impediscono sempre di più l’accesso alle loro terre. Storicamente Hebron e i villaggi come Umm Al-Khair che la circondano producevano la maggior parte dell’uva della Cisgiordania e, con la valle del Giordano, sono la zona dove si svolge la maggior parte della pastorizia nella regione. 

Come tale non è un caso che i coloni abbiano strategicamente concentrato i loro attacchi in queste terre fertili. E con il sostegno dell’esercito israeliano le milizie dei coloni hanno preso il controllo di decine di migliaia di dunam [1 duman = 0,1 ettaro] di terre agricole. 

Prima del 7 ottobre i contadini di Umm Al-Khair che volevano accedere alle proprie terre alla periferia delle colonie israeliane durante l’abbacchiatura delle olive e per arare dovevano procurarsi un’autorizzazione speciale dalle autorità israeliane. Tuttavia l’anno scorso Israele ha sospeso il meccanismo di coordinazione, impedendo del tutto a molti contadini di Umm Al-Khair l’accesso alle proprie terre. 

In pratica i palestinesi delle colline a sud di Hebron sono ridotti a pascolare il proprio bestiame entro un raggio di 100 metri dal centro delle comunità, mentre i pastori delle colonie portano le loro greggi a brucare su terre di proprietà privata palestinese coltivata a grano e orzo.

Negli ultimi 15 mesi abbiamo anche subito un numero di attacchi senza precedenti da parte dei coloni, che entrano regolarmente nel villaggio per aggredire gli abitanti spruzzando spray al peperoncino, ci attaccano con bastoni e rubano il nostro legname. All’inizio del mese i coloni di Carmel hanno mandato enormi droni sopra il nostro villaggio aggravando intimidazioni e sorveglianza della nostra vita quotidiana.

Nel frattempo fronteggiamo anche un aumento di violenza proveniente da Havat Shorashim, un avamposto fondato nel 2022, tecnicamente illegale persino ai sensi della legislazione israeliana sebbene l’esercito lo protegga e lo rifornisca di servizi. A partire da luglio un gruppo di pastori coloni di questo avamposto ha cominciato a invadere le nostre terre agricole per tagliare i tubi dell’acquedotto del villaggio, l’unica fonte idrica per l’intera comunità. Ogni volta li ripariamo, ma dopo qualche giorno o settimana un colono arriva e li danneggia di nuovo.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele usa un’ambulanza per fare irruzione in un campo profughi in Cisgiordania

Redazione di MEMO

7 gennaio 2025 – Middle East Monitor

È comparso il video di una telecamera di sorveglianza in cui l’esercito israeliano di occupazione usa un’ambulanza per infiltrarsi nel campo profughi di Balata in Cisgiordania. In seguito alla sparatoria indiscriminata dei soldati un giovane uomo palestinese ed una donna anziana sono stati uccisi.

Ieri l’esercito di occupazione israeliano ha ammesso che le sue forze hanno usato un’ambulanza per infiltrarsi nel campo profughi di Balata a Nablus nella Cisgiordania settentrionale, dichiarando che sta indagando sull’incidente che secondo i palestinesi ha portato alla morte di una donna anziana e un giovane.

Domenica i palestinesi hanno diffuso un video preso da una telecamera di sorveglianza in un negozio che mostra i soldati dell’occupazione israeliani uscire da una ambulanza nel centro del campo e sparare ai passanti, azione che dicono abbia portato alla morte di una donna anziana e un giovane, secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.

In una dichiarazione riportata ieri dal giornale, l’esercito dell’occupazione ha affermato di agire in base al diritto internazionale e di stare indagando sull’incidente in questione.

L’indagine esaminerà l’uso dei veicoli mostrati nel video e le accuse di nuocere ad individui non coinvolti nello scambio a fuoco tra i terroristi e le nostre forze.”

Il video è stato girato il 19 dicembre 2024 durante un’incursione israeliana nel campo. Nello stesso giorno i palestinesi hanno riferito che due persone sono state uccise nell’operazione, una delle quali una donna di 80 anni, secondo il quotidiano israeliano.

Al momento l’esercito israeliano ha affermato in una dichiarazione che le sue forze hanno avviato un’operazione per arrestare un sospetto nel campo di Balata e “durante l’attività c’è stato uno scambio a fuoco con combattenti che hanno sparato e lanciato esplosivi contro le forze,” si aggiunge nel comunicato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Genocidio in nome della sicurezza nella visione dei coloni israeliani

Ramona Wadi

17 dicembre 2024 MiddleEastMonitor

 

I leader dei coloni israeliani chiedono al governo israeliano di emulare la strategia genocida usata contro i palestinesi a Gaza per sfollare e ripulire etnicamente i palestinesi dalla Cisgiordania occupata. In una lettera al Gabinetto di Sicurezza israeliano Yisrael Ganz, capo del Consiglio Yesha [unione dei consigli comunali delle colonie in Cisgiordania, ndt.] che si occupa degli affari delle colonie, insieme ad altri leader dei coloni e sindaci ha chiesto la demolizione di edifici e campi profughi nella Cisgiordania occupata. Tutti i coloni israeliani e le colonie in cui vivono sono chiaramente illegali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. “Dopo aver trasferito la popolazione, l’infrastruttura terroristica dovrebbe essere smantellata esattamente come abbiamo fatto nella Striscia di Gaza, ovvero: ogni edificio incriminato deve essere distrutto, ogni terrorista deve essere eliminato”, ha scritto nella sua lettera. “Questo è il momento di abbandonare un approccio difensivo e procedere con uno di offensiva letale, efficiente ed efficace in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Questo è il momento giusto, si legge nella lettera, perché un’attenzione distratta fissa su Gaza si è poi spostata su Libano e Siria. E se la Cisgiordania occupata, già destinata all’illusoria costruzione di uno Stato e a fantomatici finanziamenti da parte della comunità internazionale, ha in passato servito il suo scopo di mantenere in vita la “soluzione” dei due Stati, Israele ha dichiarato apertamente che il paradigma è ormai defunto e inapplicabile. Quindi perché la comunità internazionale dovrebbe ora preoccuparsi della sua mancata realizzazione? Il tempo è favorevole a Israele, ma non al popolo palestinese. Il genocidio non ha spinto la comunità internazionale ad agire. Al contrario, il mondo ha continuato a tergiversare raccogliendo come sempre dati statistici. Nella Cisgiordania occupata i dati hanno già normalizzato le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e la comunità internazionale avrà vita più facile. E avendo normalizzato il genocidio e le sue conseguenze, cosa può davvero impedire a Israele di ripetere lo stesso schema di pulizia etnica se lo vuole?

“La sovranità israeliana in Giudea e Samaria farà fuori l’asse del male, proteggerà Gerusalemme e Tel Aviv e salvaguarderà anche Londra, Berlino e New York”, ha detto Yisrael Ganz al Jerusalem Post. Il colonialismo e il genocidio di Israele vengono ora promossi come strumenti per proteggere l’Occidente. Ovviamente, gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito non si opporrebbero a tale retorica e alla sua realizzazione, data la loro complicità nel genocidio di Gaza, per non parlare del loro indiscusso sostegno decennale all’espansione coloniale.

Se Israele e la comunità internazionale sono concordi sul genocidio per creare una zona cuscinetto di una presunta sicurezza, come definirà le vittime la comunità internazionale? Danni collaterali? Irrilevanti? Se Israele commetterà davvero un genocidio nella Cisgiordania occupata con la benedizione della comunità internazionale, il che è probabile, come saranno ridefiniti i diritti umani e il diritto internazionale? Non solo la comunità internazionale non ha fermato il genocidio a Gaza, ma acconsentirebbe alla sua estensione nella Cisgiordania occupata sotto le mentite spoglie di preoccupazioni per la sicurezza non solo israeliana, ma addirittura internazionale. Nonostante la resistenza anticoloniale palestinese sia diretta esclusivamente contro Israele, non contro Israele e i suoi complici. Lo squilibrio di potere è enorme e continua a crescere parallelamente al soggiogamento forzato del popolo palestinese. Israele sta annunciando apertamente il suo ruolo nel cambiare il Medio Oriente e il mondo si rifiuta ancora di riconoscere come i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata vengano sacrificati all’obiettivo sionista del Grande Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)