Coloni israeliani distruggono l’unica conduttura d’acqua che alimenta il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania occupata.

Redazione di MEMO

16 giugno 2026 – Middle East Monitor

Lunedì coloni israeliani hanno danneggiato l’unica conduttura d’acqua che rifornisce il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania centrale occupata.

Fonti locali hanno detto all’agenzia [turca] Anadolu che i coloni hanno distrutto la principale e unica conduttura, mentre passavano con un bulldozer sulla terra posseduta da palestinesi e costruivano una strada per la colonia vicino al villaggio, a nord-ovest di Ramallah.

Le fonti hanno affermato che il danno alla conduttura ha provocato l’interruzione totale della fornitura d’acqua al villaggio.

Il villaggio di Umm Safa sta assistendo a un inasprimento degli attacchi dei coloni lanciati dalle colonie circostanti e dagli avamposti in tutte le direzioni, impedendo ai palestinesi l’accesso alle loro terre.

La Cisgiordania occupata ha visto un incremento degli attacchi da parte dei coloni e dell’esercito israeliani contro i terreni agricoli palestinesi, inclusi incendi, deforestazione e azioni per impedire agli agricoltori l’accesso ai loro campi, in particolar modo nelle aree vicine alle colonie e agli avamposti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La guerra di Israele in Cisgiordania prende di mira le serre palestinesi.

Meron Rapoport

7 maggio 2026 – +972 Magazine

A Jayyous e nei villaggi limitrofi agli agricoltori palestinesi sono stati notificati decine di nuovi ordini di demolizione con l’obiettivo di costringerli ad abbandonare le proprie terre.

Hakam Salim si trovava nella sua serra di peperoni sul territorio di Jayyous, un villaggio a est di Qalqilya i cui terreni agricoli si trovano in parte nella cosiddetta «zona di confine» — la striscia di territorio della Cisgiordania situata tra la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] e la barriera di separazione israeliana. La realizzazione della serra gli è costata più di 30.000 Shekel (8.798 euro), a cui si aggiungono altre decine di migliaia di Shekel investiti nella preparazione del terreno.

Una serra tipica a Jayyous genera un reddito annuo di 50.000-60.000 shekel, al lordo delle spese. Per Salim e suo fratello questo reddito sostiene le loro famiglie e contribuisce a pagare le tasse universitarie dei loro quattro figli.

Ora tuttavia un recente ordine di sospensione dei lavori emesso dall’Amministrazione Civile israeliana [organismo militare-amministrativo israeliano che gestisce le questioni civili palestinesi nei territori occupati, ndt.] minaccia di spazzare via tutto ciò che Salim ha costruito, insieme al sostentamento della sua famiglia.

L’Amministrazione Civile, un ramo dell’esercito, afferma che le serre sono state costruite senza permessi, nonostante siano presenti da molti anni, alcune da oltre vent’anni. “Quando sono state costruite, non c’è stato alcun problema con l’esercito, nessuno è venuto a dire ‘non costruite qui'”, ha dichiarato Salim a +972. “Il comune le ha persino allacciate alla rete elettrica”.

Salim non è certo un caso isolato. A Jayyous nelle ultime settimane le autorità israeliane hanno emesso ordini di sospensione dei lavori – il primo passo prima della demolizione – per 52 serre situate a est della barriera di separazione. Almeno due di queste sono già state demolite. Inoltre questa settimana decine di altre serre situate dalla parte opposta del muro hanno ricevuto ordini di demolizione.

Il fatto che gli ordini si applichino alle strutture entro 300 metri da entrambi i lati della barriera e non citino alcuna specifica motivazione di sicurezza suggerisce che il loro obiettivo sia quello di eliminare completamente la presenza agricola palestinese dall’area. «Ci perseguitano, noi abitanti dei villaggi, per costringerci a trasferirci nelle città e, da lì, allestero», spiega Salim a +972. «Vogliono rendere la vita più difficile agli agricoltori palestinesi. Il loro obiettivo è politico».

Tagliare il “granaio” della Cisgiordania

Jayyous sorge su una collina che domina la pianura costiera israeliana, con la città di Netanya visibile in lontananza. Le sue serre sono così vicine alla barriera di separazione che durante la recente guerra con l’Iran gli agricoltori che vi lavoravano potevano sentire sia le sirene antimissili in Israele sia le esplosioni delle intercettazioni che spesso si verificavano sopra la Cisgiordania.

I terreni agricoli del villaggio si estendono in una delle zone più ricche d’acqua della Cisgiordania al di fuori della Valle del Giordano. Estendendosi da sud di Qalqilya a nord di Tulkarem, la regione è spesso descritta come il “granaio” della Cisgiordania.

All’inizio degli anni 2000 Israele ha costruito lungo queste terre fertili quello che i palestinesi locali chiamano il “muro dell’apartheid”. In molti punti la barriera corre vicino alle case più occidentali dei villaggi palestinesi, lasciando ampie zone di terreno agricolo sul lato occidentale, tra la Linea Verde e il muro.

Gli agricoltori possono accedere ai loro terreni solo attraverso cancelli che vengono aperti quotidianamente per brevi periodi, e solo pochi membri delle famiglie ottengono i permessi necessari. Un attivista palestinese di lunga data contro la barriera di separazione, che ha scelto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni da parte delle autorità israeliane, ha dichiarato a +972 che Israele ha stabilito il tracciato “deliberatamente per impedire ai palestinesi di accedere a questa falda acquifera”.

Tuttavia sebbene la barriera limiti severamente l’accesso degli agricoltori di Jayyous ai propri terreni non impedisce all’esercito di entrare regolarmente nel villaggio. Il giorno prima del mio arrivo a Jayyous Sabriya Amin Shamasneh, di 68 anni, è morta per un attacco di cuore mentre i soldati facevano irruzione nella sua casa nel cuore della notte.

Le restrizioni hanno anche portato a situazioni assurde. Un agricoltore di Jayyous, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha raccontato di come la polizia israeliana abbia arrestato dei volontari israeliani per aver “rubato” olive dai suoi alberi oltre la recinzione, nonostante le stessero raccogliendo su sua richiesta.

Per Salim la prova che l’esercito e l’amministrazione civile israeliani non vedessero alcun problema nella costruzione delle serre risiede nel fatto che fino al 2014 queste si trovavano in un’area sul lato occidentale del muro di separazione. “Accedevamo alle nostre serre attraverso il cancello con un permesso”, ricorda Salim. “Portavamo attrezzature, archi di ferro, teli di plastica e ortaggi. Non c’era alcun problema”.

Tuttavia a seguito di una sentenza della Corte Suprema di quell’anno la barriera è stata spostata verso ovest, riportando il terreno sul lato della Cisgiordania. Ecco perché gli ordini di sospensione dei lavori sono stati uno shock. “A volte dicono che è perché non c’è il permesso, a volte dicono che è per motivi di sicurezza, ma non c’è stato alcun problema di sicurezza in quest’area”, afferma.

«Un attacco all’agricoltura in generale»

Sebbene l’agricoltura rappresenti solo il 6% del PIL palestinese la sua importanza va oltre l’aspetto economico. «Storicamente la cultura palestinese è una cultura agricola e abbiamo preservato la nostra identità agricola», ha dichiarato a +972 l’economista Raja Khalidi, ex direttore del Palestine Economic Policy Research Institute. «Se hai soldi compri terra: fa parte della cultura. È il modo in cui le persone mangiano, il modo in cui vivono».

Le politiche israeliane, afferma, hanno accelerato la proletarizzazione della società palestinese, in parte perché la concorrenza con i prodotti israeliani ha impedito alle famiglie palestinesi di guadagnarsi da vivere con l’agricoltura. Allo stesso tempo, si sta verificando un processo contrario: i palestinesi che hanno perso il lavoro in Israele si sono dedicati all’agricoltura su piccola scala, coltivando cibo per uso personale e per il commercio informale.

Gli agricoltori più anziani di Jayyous ricordano ancora i terreni che appartenevano al villaggio prima del 1948, ora parte della città israeliana di Kochav Yair-Tzur Yigal. «Questa terra apparteneva ai nostri nonni», dice Salim. “Una volta qui coltivavamo grano, angurie e cetrioli, ma nel corso degli anni si è sviluppata l’agricoltura [in serra].”

«Negli anni ’70 e ’80 gli agrumi venivano esportati da lì in Giordania, negli Stati del Golfo e persino in Iran», afferma Khalidi. Ma dopo la prima Guerra del Golfo, il processo di Oslo e la liberalizzazione economica il settore è entrato in crisi. Gli agricoltori si sono adattati dedicandosi a colture come avocado, guava, nespole e litchi, costruendo al contempo serre per peperoni, pomodori e cetrioli. «Questo dimostra l’elevata capacità imprenditoriale degli agricoltori palestinesi», aggiunge Khalidi.

Ora l’intero sistema agricolo è minacciato. Come a Jayyous, sono stati emessi ordini di sospensione dei lavori nel vicino villaggio di Falamya e più a nord in villaggi come Deir al-Ghusun, Shweika e Attil.

Nel villaggio di Irtah, appena a sud di Tulkarem, l’agricoltore Faiz Taneeb ha ricevuto ordini di sospensione dei lavori per nove dunam [9.000 mq., ndt.] di serre che coltivava da 35 anni. «Dopo il 7 ottobre, i soldati hanno tagliato i teli di plastica delle serre vicino alla recinzione», ha raccontato. Per un certo periodo gli operai si sono tenuti alla larga. Ma non appena sono tornati per riparare i danni Taneeb ha ricevuto un ordine di sospensione dei lavori con la motivazione che la serra era stata costruita senza permesso.

«È la prima volta che sentiamo dire che serve un permesso per costruire delle serre», afferma. «L’esercito vuole perseguitarci, vuole che andiamo in città. Il problema non sono solo le serre: questo è un attacco all’agricoltura in generale in Cisgiordania».

«Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento»

Ad eccezione di due o tre già demolite, la maggior parte delle serre a Jayyous è ancora in piedi in attesa dei procedimenti legali. Tuttavia altrove in Cisgiordania i danni si fanno già sentire.

Nella parte orientale in particolare nella Valle del Giordano, ricca di risorse idriche, e in seno alle comunità di pastori che vivono ai suoi margini le milizie dei coloni hanno guidato la campagna di espulsione contro agricoltori e pastori palestinesi, avvalendosi di avamposti coloniali e pascoli per appropriarsi delle terre, mentre l’esercito svolge un ruolo di supporto.

Laddove la terra non viene coltivata attivamente Israele può rivendicarla come proprietà statale. Khalidi e altri ricercatori hanno individuato una “zona vulnerabile” di questo tipo nell’area di Auja, nella Valle del Giordano. “Israele vuole che queste terre siano vuote”, afferma.

Nella parte settentrionale della Valle del Giordano gli agricoltori hanno segnalato gravi disagi, anche per quanto riguarda l’allevamento e l’industria della carne. L’ottanta per cento della carne di capra proviene dalle comunità beduine della Cisgiordania meridionale, così come lo yogurt e il formaggio. Tutto ciò è stato messo a repentaglio dagli attacchi dei coloni.

Allo stesso tempo le strade agricole in tutta la Cisgiordania sono state sistematicamente distrutte mentre l’accesso ad esse è stato ostacolato dai coloni e dall’esercito. “Quest’anno il raccolto di olive è stato quasi inesistente”, ha dichiarato Hagit Ofran dell’ONG anti-occupazione Peace Now a +972.

Ma mentre gli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi in altre parti della Cisgiordania hanno ricevuto una notevole attenzione pubblica l’assalto all’agricoltura nella Cisgiordania occidentale è passato in gran parte inosservato.

A Jayyous, Irtah e in altri villaggi della zona non ci sono milizie di coloni. Sono invece circondati da insediamenti “borghesi” che offrono un’elevata qualità della vita, come Tzofin e Sal’it, ai cui residenti era stato promesso che avrebbero potuto vivere “a 15 minuti da Tel Aviv”. Qui, il compito di sfrattare i palestinesi dalle loro terre è svolto principalmente dall’Amministrazione Civile e dall’esercito.

Oltre che dagli ordini di demolizione Salim afferma che gli agricoltori palestinesi sono schiacciati dall’evoluzione delle dinamiche del mercato. In passato, dice, lui e molti altri agricoltori vendevano i loro prodotti a Israele; oggi, i prodotti israeliani dominano i mercati della Cisgiordania. Solo durante i periodi di carenza in Israele, come nel caso della penuria di pomodori dopo il 7 ottobre, i prodotti palestinesi vengono temporaneamente ammessi, spesso facendo lievitare i prezzi nei mercati della Cisgiordania.

Con l’interruzione delle attività lavorative in Israele dal 7 ottobre e l’Autorità Palestinese che riesce a malapena a pagare gli stipendi, gli abitanti del villaggio dicono di vedere poche possibilità di guadagnarsi da vivere. “Non c’è più lavoro nel villaggio; metà degli uomini lavorava in Israele. Ora la gente non ha nemmeno 20 shekel [6 euro, ndt.] per riattivare l’elettricità nelle proprie case”, ha dichiarato a +972 Yaqoub Asfour, funzionario dell’Autorità Palestinese per Jayyous. “Centinaia di famiglie vivono grazie a queste serre. Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento”.

Asfour afferma che i giovani di Jayyous stanno sempre più cercando di emigrare, sebbene andarsene, per non parlare di stabilirsi in luoghi come l’Europa o gli Stati Uniti, sia tutt’altro che semplice. “Credo che questo faccia parte di un piano israeliano per cacciarci da qui”, conclude.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Lo strangolamento finanziario dei palestinesi da parte di Israele fa il paio con il terrorismo dei coloni

Amira Hass

7 maggio 2026 – Haaretz

Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele ha intrapreso contro i palestinesi e la loro leadership

Ogni mese Israele ruba centinaia di milioni di shekel all’Autorità Palestinese. Si tratta dei dazi doganali sui beni importati destinati ai palestinesi che transitano nei porti israeliani, e delle tasse e tariffe su carburante, sigarette e cemento che Israele vende ai palestinesi. Invece di trasferire questi introiti ai funzionari del Tesoro dell’AP come è richiesto, deposita i fondi su alcuni conti bancari israeliani.

I fondi rubati hanno ormai raggiunto la cifra di 14 miliardi di shekel (4,8 miliardi di dollari). Certo sono pochi soldi per la nazione ad alta tecnologia che con una sola bomba intelligente distrugge in pochi secondi ciò che libanesi, iraniani e palestinesi hanno costruito in centinaia di anni. E grazie a dio Israele possiede molte bombe.

Ma il denaro è fondamentale per realizzare i nostri obbiettivi di dominio ebraico assoluto ed esclusivo dal fiume al mare, a prescindere che il primo ministro sia Benjamin Netanyahu o Naftali Bennett. L’importo non arricchirà necessariamente Israele, ma trattenerlo impoverisce sia le famiglie palestinesi che l’intera società palestinese. L’AP è sommersa fino al collo di debiti verso le banche e i fornitori di beni e servizi e verso i dipendenti del suo settore pubblico. A differenza del passato questa volta l’agricoltura e il lavoro in Israele non possono salvare l’economia palestinese; anch’essi sono proibiti, o quasi, da una direttiva israeliana.

Il furto del denaro palestinese è una delle più antiche pratiche di Israele e nel corso degli anni ha assunto svariate forme. In questo caso è un saccheggio esteso, organizzato ed esplicito a livello ufficiale, con forti entrate che crescono di mese in mese. I ladri non sono mascherati, non sparano un colpo e non hanno bisogno di decifrare il codice della cassaforte. La possiedono già e possono entrarvi e prendere ciò che contiene come vogliono. Il bottino è il reddito del governo palestinese, con il quale vengono pagati gli insegnanti, i medici e gli addetti alla manutenzione, con cui vengono acquistati i farmaci e costruite le scuole e sì, vengono anche pagati i salari del personale delle forze di sicurezza palestinesi.

Quelle stesse forze che gli ufficiali dell’esercito israeliano elogiano per il loro ruolo nel garantire la calma in Cisgiordania nonostante le quotidiane incursioni dell’esercito, alcune delle quali mortali, nonostante gli attacchi quotidiani da parte di civili ebrei armati e nonostante la crescente povertà e disoccupazione.

Israele ha condotto il suo lavoro di predatore delle entrate dell’AP in tre fasi. Esse mostrano il progresso della riforma giudiziaria, poiché le decisioni a riguardo si sono sempre più concentrate nelle mani di un singolo ente, senza intervento della Knesset (il parlamento) o dei tribunali.

La persona che per prima ha attirato la mia attenzione su questo aspetto è stato l’economista Muayyad Afaneh, un consulente del Ministero delle Finanze palestinese, che per molto tempo ha segnalato la gravità della situazione. In una prima fase, nel 2018, fu la Knesset ad approvare una legge per confiscare i fondi corrispondenti approssimativamente ai salari e alle indennità che l’AP elargisce ai prigionieri palestinesi, agli ex prigionieri e alle loro famiglie, e alle famiglie delle persone uccise, che aumentano quotidianamente. Vi è stata una discussione, il cui risultato era chiaro fin dall’inizio, ma almeno vi è stata una parvenza di un procedimento che rispettava la separazione dei poteri. La legge è entrata in vigore nel 2019.

Nell’ottobre 2023 il governo ha deciso di appropriarsi delle entrate dell’AP corrispondenti all’importo destinato alla Striscia di Gaza. Per la maggior parte si tratta di indennità destinate a famiglie tradizionalmente contrarie a Hamas: cioè ai dipendenti del settore pubblico dell’AP, per la maggior parte fedeli a Fatah che, su ordine di Mahmoud Abbas (il presidente dell’AP, ndtr.), hanno smesso di lavorare dal 2007 fino alla pensione. L’importo comprende anche il pagamento delle cure mediche per gli abitanti della Striscia di Gaza all’estero e in Cisgiordania e il pagamento di circa 15 milioni di m3 di acqua potabile che Israele fornisce a Gaza dopo le critiche internazionali per aver chiuso i rubinetti all’inizio della guerra.

Questa quantità di acqua non può soddisfare il bisogno della popolazione, né si conosce quanto di essa raggiunga veramente i punti di distribuzione dell’acqua, poiché le condutture sono danneggiate e i carrarmati continuano a distruggere le infrastrutture. Ma ciò che importa qui è che l’AP paga Israele per l’acqua.

E a maggio 2026 il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha deciso di sua propria autorità che verrà sottratto anche ciò che resta nelle casse, dopo tutte le confische e le trattenute per i servizi che Israele vende ai palestinesi. Tutto ciò come punizione perché l’AP si è rivolta alle istituzioni internazionali chiedendo che si interrompa il genocidio e che Israele rispetti la legge. Queste tre fasi indicano che non c’è limite alla corsa alla vendetta collettiva.

Il furto organizzato e sistematico delle entrate palestinesi è simile al terrorismo dei devoti coloni. Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele sta conducendo contro i palestinesi e la loro leadership. Tutto ciò in aggiunta alla guerra di annientamento, che si serve di bombe, tortura e morte di fame nelle carceri.

Il logoramento ha il suo braccio ufficiale di governo e il suo braccio pirata, l’esercito terroristico dell’impresa coloniale. Entrambi hanno lo stesso obbiettivo. Il braccio ufficiale giustifica le sue azioni con lo stato di diritto e la lotta contro la resistenza palestinese all’occupazione. Il braccio pirata parla apertamente e liberamente di espellere i palestinesi dal Paese, quella fase B del piano decisionale del ministro delle finanze che egli definisce con l’eufemismo di “migrazione volontaria”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Lettera aperta a Jean-Noël Barrot

Rami Abou Jamous 

5 maggio 2026 – Orient XXI

Rami Abou Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. In questo articolo invia una lettera aperta al ministro degli Affari Esteri francese, Jean-Noël Barrot, dopo che quest’ultimo ha riproposto in Senato una citazione scioccante dell’ex prima ministra israeliana Golda Meir.

La settimana scorsa ho ripreso il mio diario di bordo dopo alcuni problemi di salute. Ve ne parlo perché, al di là del mio caso personale, dicono molto della situazione di tutti i gazawi.

Ho sofferto di dolori a un occhio di cui non si è potuta identificare la causa. Anche se sono riuscito a trovare un oftalmologo, lui non aveva gli strumenti necessari per poter effettuare l’esame. Ho anche avuto un episodio molto doloroso di gotta che mi ha bloccato a letto per una settimana abbondante. Questo disturbo può sembrare paradossale in un territorio sottoposto alla malnutrizione, ma esso non è legato solo a una dieta eccessivamente ricca. È provocato anche dal consumo eccessivo di legumi secchi come le lenticchie. E per me, come per gli altri abitanti di Gaza, le lenticchie sono il cibo quotidiano…

Durante questo periodo d’inattività ho passato il tempo a seguire l’attualità sul mio telefonino grazie a qualche connessione che ancora funziona. Ho sentito il capo della diplomazia francese, Jean-Noël Barrot, citare il 9 aprile davanti al Senato una nota formula di Golda Meir, prima ministra israeliana dal 1969 al 1974: “Noi possiamo perdonare agli arabi di aver ucciso i nostri bambini. Non possiamo perdonare loro di averci obbligati a uccidere i loro bambini.” Per il ministro degli Affari Esteri questa frase assurda illustra “l’etica umanitaria e universalista di Israele”!

Sono rimasto talmente scioccato che, nonostante il dolore, sono balzato giù dal letto. Credevo di aver capito male. Ho cercato il video integrale, l’ho visto varie volte per verificare se questa parte del discorso non fosse stata decontestualizzata. Quando ho capito che Barrot, sottolineando ogni sillaba per dimostrare la sua convinzione, opponeva “l’umanitarismo” di Golda Meir alla recente legge israeliana che impone la pena di morte solo per i palestinesi, mi sono venute le lacrime agli occhi per la disperazione. Secondo il ministro gli israeliani non hanno il diritto di impiccare la gente, ma possono uccidere i bambini perché sono obbligati a farlo. Ho detto a Sabah, mia moglie: “Pensi che rimanendo a Gaza obblighiamo gli israeliani ad uccidere i nostri bambinii?” Mi ha guardato con gli occhi sgranati. Le ho spiegato la ragione, ma lei non poteva credere che un ministro francese avesse potuto dire una cosa del genere.

Quindi ho deciso di mandare una lettera aperta a Jean-Noël Barrot.

Signor ministro,

Lei è la voce della Francia. E noi, i palestinesi, non capiamo come mai la voce della Francia ci insulti. Si rende conto di quello che significa questa citazione? Si rende conto che riassume in poche parole lo spirito colonialista?

Golda Meir diceva in faccia al mondo che le vere vittime dei massacri commessi dal 1948 non erano i morti, compresi i bambini morti, ma quelli che li avevano uccisi. Giustificava così l’occupazione e la colonizzazione. Secondo lei “gli arabi” – perchè lei negava l’esistenza di un popolo palestinese – dovevano accettare di essere colonizzati, così non ci sarebbe stato bisogno di uccidere loro nè i loro bambini.

Riesumando queste parole vecchie di più di 50 anni, lei giustifica l’occupazione di oggi. Essa continua ad estendersi in Cisgiordania, a Gaza e in parti del Libano e della Siria. Lei approva i massacri che continuano senza sosta. E lei ci dice che noi dobbiamo essere delle vittime gentili, animali docili, pecore che si ha il diritto di chiudere dietro a muri. E se ci muoviamo è normale uccidere i nostri bambini. Gli assassini rappresentano un’umanità superiore a cui noi non abbiamo accesso: sono capaci di “perdonarci di aver ucciso i loro bambini” e sono tristi di dover uccidere i nostri.

Per quanto ne so il presidente della Repubblica non ha reagito alle sue affermazioni, il che corrisponde alla condivisione. A quanto pare per il capo dello Stato ogni parola, anche la più estremista, a sostegno di Israele è autorizzata. Che contrasto rispetto alla reazione di un ex-presidente francese alle frasi del suo primo ministro che erano ben lontane dal livello di assurdità delle sue. Nel 1999, me ne ricordo molto bene, Jacques Chirac aveva ripreso severamente il suo primo ministro in coabitazione, Lionel Jospin, che durante una visita in Israele e Palestina aveva trattato come “terrorista” Hezbollah, opponendosi così frontalmente a un accordo di cui la Francia faceva parte1. Il giorno dopo all’università di Birzeit a Ramallah Jospin aveva dovuto scappare pietosamente sotto la sassaiola degli studenti.

Al suo ritorno a Parigi gli era stato imposto di telefonare al presidente prima della mattina dopo per farsi dare una strigliata.

Jacques Chirac non aveva sopportato questa scena umiliante per la diplomazia francese. Oggi Emmanuel Macron non si scompone affatto che lei l’abbia messo pubblicamente in ridicolo riprendendo gli slogan più logori della propaganda sionista. Ma la sua esibizione davanti al Senato non è stata solo risibile. Lei ha normalizzato la narrazione israeliana, che pretende che il suo esercito non faccia altro che “difendersi” aggredendo la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iran. Le vittime, dicono gli israeliani, siamo noi. Tutto il resto del mondo ci vuole uccidere, quindi abbiamo il diritto di uccidere tutti, bambini compresi, in Cisgiordania, a Gaza e ovunque all’estero.

Poiché ama citare Golda Meir, lei conosce sicuramente il seguito della frase che ha riportato: “Non avremo la pace con gli arabi, l’avremo quando ameranno i loro bambini più di quanto ci detestino.”

Sto per farle una rivelazione: amiamo i nostri bambini. Li proteggiamo a mani nude, temiamo per loro, ma l’occupazione li priva persino di quello che dovrebbe essere piú semplice ed elementare: un’infanzia normale. Non ha visto quello che è successo durante il genocidio a Gaza? Quanti minori sono morti dilaniati dalle bombe a Gaza, sepolti nei bombardamenti di case che ospitavano intere famiglie, spesso solo donne e bambini? Lei sa che dal cosiddetto “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 più di cento minori sono stati uccisi da Israele nella Striscia di Gaza? Pensa che noi, i palestinesi, abbiamo “obbligato” l’esercito israeliano ad assassinarli? Lei pensa che i coloni che nel 2015 hanno bruciato vivo insieme alla sua famiglia Ali Dawabcheh, un neonato di 18 mesi, a Douma, in Cisgiordania, siano stati “obbligati” a dare fuoco alla loro casa? Lei pensa che nel gennaio 2024 a Gaza i palestinesi abbiano “obbligato” l’esercito israeliano a crivellare di colpi Hind Rajab, 6 anni, che aveva chiesto aiuto per tre ore, intrappolata in un’auto in mezzo ai cadaveri della sua famiglia?

Lei pensa che il 21 aprile 2026 gli abitanti di Al-Moughaïr, in Cisgiordania, abbiano “obbligato” un riservista dell’esercito israeliano a uccidere con un proiettile in testa Hamdi Al-Naassan, 14 anni, davanti alla sua scuola? Lei sa che, secondo le organizzazioni per la difesa dei prigionieri, nelle carceri israeliane ci sono 350 minorenni?

I nostri bambini non trovano niente da mangiare perché a Gaza c’è un blocco. I nostri bambini sono nati nelle tende perché gli israeliani ci hanno sfollati più volte e hanno distrutto le nostre case. I nostri bambini nascono e crescono nella sofferenza. Spesso devono superare dei posti di blocco umilianti per andare a scuola. Non hanno un futuro perché in Cisgiordania e a Gerusalemme est gli verrà impedito di costruirsi una casa. E a Gaza di case non ce ne sono più. In Cisgiordania i bambini sono percossi e a volte assassinati da milizie di coloni fanatici protetti dall’esercito. I nostri bambini sono fiori. Fiori fragili che crescono in una terra innaffiata da lacrime e ricordi. Si cerca di proteggerli come si può, a mani nude davanti ai carri armati, agli aerei da caccia, alle bombe, ai droni, ai cecchini e ai coloni armati fino ai denti. E’ l’occupazione che strappa i nostri fiori uno per uno per appropriarsi di tutto il giardino.

Signor ministro,

noi non possiamo proteggere i nostri bambini. Gli israeliani li uccidono. Non perché obbligati, come le fa credere la sua totale assenza di riflessione, ma perché sanno che questi bambini, se li lasciano crescere, diventeranno dei difensori della Palestina. Si informi sul numero dei minori uccisi da Israele dal 1948 fino ai nostri giorni in Palestina e in Libano.

E si renda finalmente conto che queste morti derivano da una mentalità colonialista. Tre settimane dopo sono ancora distrutto dalle sue parole. Non riesco ancora a capire come lei abbia potuto causare alla diplomazia francese un tale disastro.

Per noi palestinesi la Francia era una importante rappresentante del rispetto del diritto internazionale e dei valori umani. E’ quello che ho imparato quando ho studiato in Francia: la vita umana è centrale. Apparentemente tutto ciò è finito. A Gaza molta gente è al corrente. Il suo video circola sulle reti sociali. Alcuni miei amici, che sanno che conosco bene la Francia fino al punto da vedermi a volte come il rappresentante del suo Paese a Gaza, non smettono di chiedermi: “Ma cosa sta succedendo? Come può la Francia dire simili cose?”

Lei, signor ministro, come d’altronde il resto del mondo, può sapere ciò che avviene in Palestina. Le immagini circolano in continuazione sulle reti sociali. Chiunque può vedere la colonizzazione con i propri occhi, ma a quanto pare ci sono delle persone che non hanno occhi autonomi. Chiunque può sentire con le proprie orecchie gli appelli dei dirigenti israeliani all’annessione, ma a quanto pare ci sono persone che non hanno le orecchie autonome.

Signor ministro, lei può ancora ascoltare nel suo Paese le testimonianze dei francesi che si sono difesi durante l’ultima guerra. E che non hanno obbligato nessuno ad uccidere bambini francesi. Ma forse lei non sa cosa sia un’occupazione. E’ la cosa peggiore. L’occupazione non ha bisogno di giustificazioni né di pretesti. L’occupazione vuol dire massacri, crimini, uccisioni e l’assassinio di bambini prima degli adulti per impedire che ci sia un avvenire.

Non so se lei ha dei figli. Io ne ho due. Cerco di proteggerli contro i massacri israeliani dal loro primo giorno di vita. Sono fortunati, sono tra i sopravvissuti di questo genocidio. Sono ancora vivi, ma non si sa mai.

L’occupazione genera la resistenza. La resistenza armata è legittima. Lei lo sa bene e l’ha dimostrato di recente. Quando l’ho sentita il 20 aprile annunciare l’appoggio della Francia a un tribunale internazionale ho creduto per un istante che lei parlasse di Gaza. Quel tribunale, lei ha detto, dovrebbe giudicare “i massacri, le deportazioni di bambini, gli attacchi contro i civili, la morte di giornalisti e tutti i crimini di guerra, ma anche la pianificazione e la messa in pratica di questa guerra d’aggressione coloniale, ingiustificabile e ingiustificata.” Ma no, lei parlava della Russia.

La sua umanità ha un colore, il bianco, e una geografia, l’Europa.

1 L’“accordo” dell’aprile 1996 era stato concluso tra Israele e il Libano per porre fine all’offensiva israeliana “Grappoli d’ira”, nel corso della quale un bombardamento israeliano contro una base dell’ONU aveva ucciso 118 civili. Negoziato dagli Stati Uniti e dalla Francia, l’accordo precisava che le due parti si astenessero dal prendere di mira i civili, autorizzando di fatto Hezbollah a colpire obiettivi militari, cosa che alcuni politici hanno definito “terrorismo”. Era stata creata una commissione di vigilanza cosstituita da Francia, Stati Uniti, Siria e anche da Israele e Libano.

Fondatore di GazaPress, un ufficio che forniva aiuto e traduzione ai giornalisti occidentali, nell’ottobre 2023 Rami Abou Jamous, sotto la minaccia dell’esercito israeliano, ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza City con sua moglie Sabah, i bambini di lei e il loro figlio Walid, di tre anni. Si sono rifugiati a Rafah, poi a Deir El-Balah e in seguito a Nusseirat. Dopo un nuovo sfollamento in seguito alla rottura del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo 2025, Rami è tornato a casa con la sua famiglia il 9 ottobre 2025.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




“Le guardie della notte”: uno sguardo alla rete popolare che si oppone agli attacchi dei coloni israeliani

Majd Jawad  

27 aprile 2026 Mondoweiss

Parliamo della rete di volontari palestinesi che, organizzandosi dal basso, trascorrono le notti a difendere i loro villaggi in Cisgiordania dalla crescente violenza dei coloni israeliani

Sotto la luna di mezzanotte, in cima alla montagna nel villaggio di Sinjil, gli abitanti puntano le torce segnalando la loro presenza alle colline dall’altra parte della valle. I fasci di luce, insieme alle luci attorno a una piccola tenda di guardia solitamente usata come arredo durante il Ramadan, fungono da tempestivo sistema di allarme. Il segnale che il villaggio è sveglio e in allerta.

“Vedi quella luce?” chiede a bassa voce uno dei giovani, indicando un bagliore sulla collina di fronte. Annuisco. Per un attimo, nessuno parla. Il vento è pungente a quest’altitudine e sotto di noi il villaggio è completamente buio.

“Significa che sono lì”, dice. “In allerta, come noi.”

Mentre il ritmo degli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi raggiunge livelli senza precedenti in un contesto di debole risposta ufficiale ai crescenti rischi in tutta la Cisgiordania occupata, i gruppi di volontari locali, noti come comitati di protezione o “guardie della notte” sono emersi come prima linea di difesa contro la violenza quasi quotidiana. Il gruppo di giovani che organizza pattuglie notturne a Sinjil è uno di questi.

La tenda stessa è un semplice telo sottile teso su pali di metallo, i cui bordi sono appesantiti da pietre per resistere al vento. Eppure è diventata la prima linea del villaggio.

Sedie di plastica ne fiancheggiano i lati e un caricabatterie per cellulari condiviso pende da un collegamento elettrico improvvisato, alimentando i dispositivi che mantengono il villaggio connesso durante la notte. Come tutti quelli che si riuniscono qui, gli uomini oscillano tra stanchezza e vigilanza, barcamenandosi fra il lavoro diurno e l’obbligo di rimanere svegli fino all’alba.

«Dall’inizio dello scorso anno e a seguito dell’intensificarsi degli attacchi a Sinjil abbiamo ritenuto necessario formare un comitato composto principalmente da volontari», afferma R.M., un partecipante abituale del villaggio. «Avevamo bisogno di organizzare il servizio di guardia in modo più efficace e di passare da un modello di faz’a a un sistema più organizzato».

Quello che R.M. chiama faz’a con un’espressione colloquiale palestinese è quando un gruppo di persone accorre in aiuto di altri membri della comunità, incarnando l’espressione organica e spontanea di mutuo soccorso tra palestinesi. Nel contesto dell’escalation dei pogrom dei coloni, i membri della comunità rappresentano praticamente l’unica protezione che i palestinesi hanno contro i violenti coloni ebrei israeliani che continuano a uccidere palestinesi nelle città della Cisgiordania.

Dall’inizio dell’anno oltre 260 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi da parte di coloni israeliani secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), un aumento di tre volte rispetto alla media mensile di 30-105 feriti al mese registrata nel 2023.

R.M. afferma che a Sinjil questi attacchi sono diventati quasi quotidiani. “Non era più logico continuare con il vecchio approccio per difendere la nostra gente e le nostre terre”, spiega.

Nel luglio 2025 un attacco su larga scala dei coloni vicino alla città ha causato la morte di due palestinesi e il ferimento di almeno altri 58. Da allora i resoconti locali indicano un drastico incremento nella frequenza degli attacchi, da circa un episodio al mese prima del 7 ottobre ad assalti quasi quotidiani al villaggio.

“Quanto spesso accade adesso?”, chiedo.

R.M. accenna a una breve risata. “Non si contano più in quel modo”, dice. “Si contano le notti tranquille”. Fa una pausa. “E non ce ne sono molte”.

In precedenza i volontari si affidavano a un faz’a individuale ogni volta che si verificava un attacco, interpellando vicini e conoscenti. Ma con l’intensificarsi degli attacchi, sempre più violenti e frequenti, è diventato essenziale istituire comitati centrati sull’allerta precoce, il monitoraggio e l’osservazione, consentendo al villaggio di riunirsi e difendere gli abitanti disarmati.

«Appena avvistiamo i coloni che attaccano avvisiamo gli abitanti tramite WhatsApp o makhshir (walkie-talkie)», spiega R.M. precisando che il meccanismo di protezione si basa semplicemente sulla sicurezza data dal numero di persone. «La missione principale della tenda non è di attaccare; non possediamo strumenti o armi paragonabili a quelli dei coloni. Piuttosto ci assicuriamo che delle persone siano sempre presenti nelle zone potenzialmente a rischio, per scoraggiare un attacco prima ancora che inizi».

L’improvviso suono di una notifica rompe il silenzio. Uno degli uomini prende il telefono, legge velocemente, poi alza lo sguardo.

«Movimento», dice.

Nessuno si fa prendere dal panico, ma l’atmosfera cambia. Due di loro prendono delle torce e escono nell’oscurità.

Tornano e parlano a lungo delle difficoltà e dei pericoli che li circondano. “Gli attacchi arrivano sempre all’improvviso”, aggiunge R.M. “I palestinesi spesso dormono, di solito dopo mezzanotte, oppure sono al lavoro, fuori dal villaggio o impegnati nei campi. Gli aggressori sono generalmente pesantemente armati e la nostra reazione è del tutto improvvisata”.

La prima notte di Ramadan il comitato di Sinjil è stato colto di sorpresa da un attacco di circa 20 coloni, che ha provocato il ferimento di un membro e l’arresto di altri per una settimana, durante la quale sono stati picchiati brutalmente. E nel contempo l’esercito ha smantellato e confiscato la tenda del comitato, secondo il racconto di R.M.

In seguito i volontari hanno continuato il loro lavoro con turni notturni all’aperto per diversi mesi, esposti al freddo e all’oscurità, finché gli abitanti del villaggio non hanno fatto una colletta e contribuito a ricostruire un’altra tenda per riprendere l’attività di guardia. Il loro lavoro è ancora in corso, così come gli attacchi dei coloni.

Una tradizione rinnovata

La nascita di comitati di protezione popolare nei villaggi palestinesi non presenta semplicemente delle somiglianze con forme passate di azione collettiva, ma è la continuazione di una tradizione profondamente radicata di auto-organizzazione comunitaria che risale alla Prima Intifada, seppur in condizioni politiche profondamente diverse.

“Nonostante il diverso contesto politico, la nostra storica esperienza della Prima Intifada è simile all’esperienza dei comitati di oggi”, ha dichiarato a Mondoweiss R.S., donna membro di un comitato popolare del campo profughi di Jenin. Ora vive nel quartiere di al-Jabriyat a Jenin, dopo che gli abitanti del campo profughi sono stati espulsi con la forza e non è stato loro permesso farvi ritorno.

Tra il 1987 e il 1993 la Prima Intifada fu combattuta nella vita quotidiana. Sotto coprifuoco, blocchi e la costante minaccia di arresto, i palestinesi costruirono i propri sistemi di sopravvivenza. Nei quartieri, nei villaggi e nei campi profughi nacquero comitati locali che organizzavano la distribuzione di cibo, tenevano corsi clandestini quando le scuole erano chiuse e fornivano assistenza medica di base quando l’accesso alle cure era bloccato.

R.S. approfondisce quel ricordo: “Ha offerto molti esempi di lavoro comunitario e resilienza. Nessuno soffriva la fame allora; chiunque avesse bisogno di aiuto trovava qualcuno disposto a dare una mano. Molti abitanti offrivano le loro case, le moschee e i circoli a coloro che erano stati sfollati dai campi. Nessuno dormiva all’aperto”.

“Ora è diverso”, aggiunge a bassa voce. “Ma anche uguale”.

Secondo la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro, un organismo ufficiale allineato all’Autorità Palestinese che documenta l’attività degli insediamenti israeliani, l’origine della più recente costituzione dei comitati di protezione risale al 2015, in gran parte a seguito del devastante incendio doloso di Duma. Nell’attentato persero la vita alcuni membri della famiglia Dawabsheh, tra cui il piccolo Ali di 18 mesi e i suoi genitori.

“La necessità di guardie notturne è emersa chiaramente come mezzo per prevenire gli attacchi dei coloni”, ha dichiarato a Mondoweiss Amir Daoud, direttore della documentazione presso la Commissione. “In quella fase era stato avviato un coordinamento con le forze locali e studentesche, e un numero limitato di comitati si era formato nei villaggi più vulnerabili agli attacchi con un semplice supporto logistico come degli strumenti di comunicazione”.

Un esempio noto è rappresentato dalle unità di “vigilanza notturna” in luoghi come il villaggio di Beita o nella battaglia di Jabal Sabih. Il modello tuttavia è rimasto circoscritto fino al 7 ottobre quando, secondo Daoud, la violenza dei coloni è aumentata drammaticamente in tutta la Cisgiordania, ridefinendo il ruolo di questi comitati. Quelle che erano iniziative locali di vigilanza notturna si sono trasformate in un sistema più ampio di protezione comunitaria, in particolare contro i ripetuti tentativi di incendio doloso notturno ai danni delle abitazioni. “Questo ha contribuito alla diffusione del modello dei comitati in molte comunità”, ha aggiunto.

Ma il loro ruolo, sottolinea Daoud, va oltre la protezione immediata. In un contesto in cui la violenza è spesso sottovalutata o contestata, questi comitati sono diventati una forma di documentazione sul campo e di responsabilità pubblica. “Questi comitati ci raccontano la situazione così com’è, momento per momento, direttamente dai villaggi e dalle zone minacciate, il che ci permette di agire con rapidità ed efficacia sia a livello legale che mediatico. Senza questa presenza popolare molte violazioni rimarrebbero invisibili o difficili da dimostrare. Per noi sono parte integrante del sistema di resilienza, non un semplice strumento organizzativo.”

La loro struttura, osserva, è volutamente disomogenea e adeguata al contesto locale piuttosto che centralizzata. Ogni villaggio si organizza in base alla geografia e alle specifiche minacce che deve affrontare, che si tratti di strade costruite dai coloni, della vicinanza agli avamposti o delle modalità delle incursioni. Alcune comunità operano con supporto esterno e strumenti di coordinamento più avanzati, mentre altre si affidano a risorse minime, a testimonianza di un sistema di protezione frammentato ma adattabile.

Eppure, sebbene l’etica della cura collettiva e del sumud rimanga intatta, gli strumenti si sono evoluti radicalmente. Ciò che un tempo veniva organizzato tramite volantini, scioperi e mobilitazioni di persona si è ora spostato su infrastrutture digitali che consentono il coordinamento in tempo reale e la documentazione immediata. Questa trasformazione ha introdotto una nuova essenziale dimensione: la capacità di tradurre le esperienze locali di violenza in narrazioni visibili a livello globale.

“I social media hanno rimodellato la natura del lavoro collettivo all’interno dei comitati di protezione”, afferma R.S. del comitato di Jenin. “Si basano in gran parte su app come WhatsApp e Telegram per il coordinamento immediato, sia per segnalare i movimenti dei coloni che per organizzare le ronde notturne”. Questo tipo di comunicazione istantanea conferisce ai comitati un’elevata capacità di risposta rapida e riduce la necessità di strutture organizzative complesse. “Chiunque può far parte della rete”, aggiunge.

Operare con meno risorse e condividere il peso

Nonostante usino abilmente le tecnologie digitali, i comitati di protezione locali rimangono ostacolati da risorse limitate e da un territorio imprevedibile.

Uno studio condotto da una ONG locale, la Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy Foundation, evidenzia le difficoltà che affrontano i club giovanili, le organizzazioni di base e i comitati di quartiere e di volontariato, tra cui la mancanza di risorse logistiche, dispositivi di protezione individuale e attrezzature avanzate, ciò che pone i volontari in una posizione di notevole svantaggio.

I gruppi hanno anche subito molestie e attacchi da parte dei coloni e dell’esercito, inclusi episodi di sparatorie dirette contro i volontari delle pattuglie notturne. Nel villaggio di Beit Lid, a est di Tulkarem, che ha subito ripetuti attacchi da parte dei coloni, i comitati si sono trovati ad affrontare una forma inaspettata di disturbo. Alcuni giovani del villaggio hanno riferito di aver ricevuto improvvisamente messaggi nei loro gruppi WhatsApp che sembravano provenire dal telefono di un altro volontario, arrestato quella stessa notte dalle forze israeliane. I messaggi mettevano in guardia dal riunirsi o tentare di mobilitarsi in risposta all’attacco.

«I messaggi hanno creato un momento di confusione ed esitazione tra i gruppi, poiché i membri cercavano di capire se fossero autentici o inviati sotto costrizione», afferma A.S., membro dei comitati. «In seguito è risultato evidente a tutti i coinvolti che il telefono era stato usato mentre il proprietario era detenuto, trasformando uno strumento di coordinamento in un canale di intimidazione».

Nonostante questa interruzione i comitati hanno gradualmente ripreso il coordinamento, adattando le proprie pratiche di comunicazione a maggiore cautela e verifica. L’episodio ha messo in luce non solo i rischi fisici che i volontari affrontano, ma anche i metodi in continua evoluzione utilizzati per interferire con la risposta collettiva, intralciandola.

Aiuto reciproco

Un altro modo in cui i comitati operano è quello di impegnarsi in attività di mutuo soccorso per affrontare le conseguenze di un attacco dei coloni. Invece di lasciare che le famiglie colpite sopportino individualmente l’intero peso dei danni, il comitato distribuisce il carico all’intera comunità, considerando la perdita un onere sociale ed economico condiviso.

Un esempio è la città di Qaryut, che ha istituito un fondo di risarcimento comunitario per coloro che sono stati colpiti dagli attacchi dei coloni. “Abbiamo creato un comitato di otto persone e diviso i compiti tra loro”, afferma S.A., un membro del comitato. “Alcuni membri sono responsabili del monitoraggio e dell’organizzazione, altri della valutazione dei danni causati dagli attacchi per facilitare il risarcimento, e altri ancora del sistema di allerta precoce per gli abitanti del villaggio.”

Il meccanismo di risarcimento, spiega, è stato creato per garantire che le perdite non ricadano esclusivamente sulle vittime. “L’idea era che nessuno dovesse pensare che ciò che è accaduto riguardi solo lui”, afferma, spiegando che l’iniziativa, interamente autofinanziata, è pensata per fornire sostegno economico per i danni alle proprietà, ai terreni agricoli bruciati e ai familiari colpiti.

Questo sistema è stato attivato a Qaryut in risposta ai ripetuti attacchi dei coloni, tra cui un raid del settembre 2024 in cui due palestinesi sono rimasti feriti e un attacco del marzo 2026 in villaggi vicini che ha causato il ferimento di tre persone e l’incendio di diversi veicoli e proprietà comunali. Gli abitanti affermano che la violenza dei coloni coniuga ripetutamente aggressioni fisiche a danni ingenti all’agricoltura e alle proprietà. Oltre al risarcimento finanziario, il fondo fornisce anche materiale medico e sanitario di base ai feriti nei continui attacchi, rafforzando un sistema più ampio di resilienza comunitaria di fronte alla continua violenza dei coloni.

In tutta la Cisgiordania ogni comunità ha improvvisato la propria versione di questo sistema, utilizzando strumenti diversi, in terreni diversi e assumendosi rischi diversi. Ma la logica è la stessa ovunque: in assenza di protezione dall’alto, l’unica cosa che si frappone tra un villaggio palestinese e il prossimo attacco è il villaggio stesso. Il fondo di compensazione a Qaryut, le reti WhatsApp a Beit Lid, le pattuglie notturne a Sinjil: ogni villaggio ha trovato la propria risposta alla stessa domanda: come proteggere ciò che è tuo quando nessun altro lo fa?

Mentre lascio il sito di Sinjil, un turno sta per terminare e ne inizia un altro. Un piccolo gruppo si riunisce all’interno della tenda per un breve passaggio di consegne, durante il quale un giovane consegna il registro di servizio e aggiorna la squadra entrante su quanto osservato nelle ore precedenti. Il gruppo uscente si fa da parte mentre il nuovo turno si insedia; alcuni arrivano con bottiglie di energy drink e sigarette, che posano sul tavolo. La notte, come ogni notte, non è ancora finita.

Majd Jawad è giornalista e ricercatore originario di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni israeliani uccidono due palestinesi, tra cui uno studente, in un attacco ad una scuola di Ramallah

Mohammed Turkman e Fayha Shalash, Ramallah, Palestina occupata

21 aprile 2025 – Middle East Eye

Il Ministero della Sanità afferma che ci sono stati altri quattro feriti quando i coloni hanno sparato ai palestinesi

Martedì coloni israeliani hanno sparato uccidendo due palestinesi, tra cui uno studente adolescente, nel corso di un attacco ad una scuola nella Cisgiordania occupata.

Le vittime sono state identificate come Aws Hamdi al-Nassan e Jihad Marzouk Abu Naiem. Secondo il Ministero della Sanità palestinese avevano rispettivamente 14 e 32 anni.

L’attacco è avvenuto contro una scuola nel villaggio di al-Mughayyr, a nordest di Ramallah. I medici hanno detto che sono stati feriti dagli spari almeno altri quattro palestinesi, compresi tre studenti.

L’organizzazione per i diritti umani Al-Baidar ha detto che poco prima dell’attacco coloni vestiti in uniformi simili a quelle dell’esercito israeliano avevano tentato di espellere degli agricoltori dal terreno a sud di al-Mughayyr.

L’organizzazione ha affermato che i coloni sono entrati nel terreno agricolo e hanno cercato di impedire ai contadini di lavorarvi, facendo salire la tensione nell’area.

Il racconto di un testimone oculare che ha parlato con Middle East Eye ha specificato che i coloni erano protetti da soldati della fanteria israeliana che li hanno accompagnati in cima alla collina prima che attaccassero la scuola e i suoi studenti, cercando di farvi irruzione.

Quando gli abitanti del villaggio hanno provato a fermarli, i coloni hanno iniziato a sparare proiettili veri.

Bilal Abu Aliya, un abitante del villaggio e testimone oculare della scena, ha confermato a MEE che i coloni vestiti con uniformi militari hanno aperto il fuoco direttamente contro la scuola e i suoi studenti senza alcuna giustificazione.

Hamed Abu Naim, che abita vicino alla scuola, ha detto che la situazione si è aggravata rapidamente. Lui e Jihad, una delle vittime, stavano lavorando in un villaggio vicino quando è iniziato l’attacco.

Quando sono tornato la situazione era terribile. Ho trovato il ragazzo Aws coperto di sangue nel cortile della scuola, insieme ad altre persone ferite”, ha detto.

Mentre cercavano di raggiungere gli altri membri della famiglia bloccati in casa, uno dei coloni ha sparato in testa a Jihad.

Si sono poi verificate scene di panico quando gli abitanti hanno provato a portare via i feriti sotto una grandine di colpi di arma da fuoco.

La scena era tragica. Più di 500 studenti erano terrificati dall’intensa sparatoria e i loro genitori cercavano di salvarli e portarli fuori dalla scuola”, ha detto a MEE Hamed.

Gli spari non si sono interrotti neanche un momento. Era una guerra nel vero senso della parola.”

Secondo lo zio di Nassan, Faraj, l’attacco è durato solo pochi minuti ma è stato “estremamente violento”.

Ha detto che l’assalto sembrava premeditato, con l’obbiettivo di “provocare quante più vittime possibile.”

Adesso Aws si riunisce a suo padre”, ha detto, riferendosi all’uccisione del padre di Nassan in un attacco simile nel 2019.

Era un bambino a quel tempo e ha detto addio a suo padre con molto dolore, senza che lui avesse alcuna colpa, e oggi viene ucciso nello stesso modo.”

Si intensifica la violenza dei coloni

Haniya Nazzal, direttrice dell’educazione per i distretti settentrionale e orientale di Ramallah, ha affermato che l’area ha assistito ad un aumento della violenza dei coloni.

Ha detto che gli studenti non avevano che “quaderni e penne” quando sono stati attaccati.

L’occupazione israeliana ha ucciso l’innocenza di Nassan e il cortile della scuola si è intriso del suo sangue”, ha detto a MEE.

L’attacco avviene nel contesto di un forte aumento della quotidiana violenza dei coloni in tutta la Cisgiordania occupata.

Martedì in un altro luogo i coloni, sotto la protezione dell’esercito israeliano, hanno bloccato un camion nella zona di Khirbet Samra nel nord della Valle del Giordano.

Il veicolo è stato fermato mentre attraversava la zona e gli è stato impedito di proseguire, interrompendo il trasporto.

Martedì le forze israeliane hanno anche demolito la scuola primaria di al-Maleh nel nord della Valle del Giordano.

Questo attacco non è nuovo nel nostro villaggio”, ha detto Abu Aliya, aggiungendo che i coloni cercano di prendere di mira gli abitanti e mandarli via dalle loro case.

Ma noi non abbandoneremo il nostro villaggio e lo difenderemo sempre.”

La violenza dei coloni, pur ricorrente, si è molto intensificata da ottobre 2023, includendo un maggiore impiego di proiettili veri e il sistematico sfollamento forzato delle comunità nomadi palestinesi.

La Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti ha affermato che i coloni a marzo hanno condotto 497 attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà nella Cisgiordania occupata, che hanno provocato nove morti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un rapporto afferma che Meta “favorisce dal punto di vista finanziario” la violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi

Mera Aladam

14 aprile 2026 – Middle East Eye

I dati pubblicati da 7amleh rivelano la tendenziosità di Meta nel controllo dei contenuti di israeliani e palestinesi

Il nuovo rapporto di un osservatorio sulle reti sociali ha scoperto che Meta [ex-Facebook, ndt.] sta “favorendo dal punto di vista finanziario” contenuti di incitamento all’odio contro i palestinesi da parte di pagine israeliane favorevoli alle colonie.

Secondo 7amleh, l’ Arab Center for the Advancement of Social Media [Centro Arabo per il Miglioramento delle Reti Sociali], Meta ha consentito ad account affiliati ai coloni e a mezzi di comunicazione estremisti di generare introiti sulle proprie piattaforme nonostante i loro contenuti violino le sue stesse linee di politica aziendale, comprendendo materiale violento, razzista e che incita all’odio contro i palestinesi.

I risultati sono stati pubblicati domenica in un rapporto intitolato Monetising Occupation: Meta’s Financial Enablement of Settlement Activity and Violent Rhetoric Against Palestinians [Monetizzare l’occupazione: il favoreggiamento finanziario di Meta a favore delle attività di colonizzazione e dei discorsi violenti contro i palestinesi].

L’organizzazione ha affermato che il gigante tecnologico statunitense “non solo tollera discorsi violenti che incitano all’odio, ma incentiva attivamente la loro produzione e diffusione,” violando le sue stesse politiche aziendali riguardo allo sfruttamento economico e ai contenuti.

7amleh aggiunge che consentire che tali contenuti si sviluppino mina le responsabilità di Meta in base ai principi dell’ONU e delle leggi internazionali umanitarie e sui diritti umani.

I contenuti che in base alla politica aziendale di Meta dovrebbero essere esclusi dalla monetizzazione includono la promozione di avamposti illegali, la giustificazione della violenza dei coloni, lo scherno nei confronti dei palestinesi, gli appelli all’espulsione forzata, i discorsi genocidi e l’esaltazione delle distruzioni a Gaza.

Il rapporto ha scoperto che di contro le voci palestinesi “sulle piattaforme di Meta restano complessivamente escluse dalla possibilità di essere redditizie unicamente in base alla loro collocazione geografica” nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Ciò significa che ai giornalisti, agli autori di contenuti, ai mezzi di comunicazione e alle organizzazioni della società civile palestinesi viene strutturalmente negato l’accesso a strumenti economici disponibili ad altri persino quando i loro contenuti sono professionali e conformi alle regole.”

Nadim Nashif, direttore esecutivo di 7amleh, ha detto a Middle East Eye che Meta ha mantenuto per un decennio quello che ha descritto come un comportamento discriminatorio e di eccessivo controllo su contenuti, giornalisti e media palestinesi.

Questa censura ha incluso rimozione di post, restrizioni, ridotta visibilità e sospensione di account che hanno preso di mira autori e pagine palestinesi.

Al contrario, durante tutto il decennio [Meta] ha consentito espliciti discorsi genocidi e violenti in ebraico contro i palestinesi,” ha detto Nashif, aggiungendo che il problema si è intensificato in seguito al genocidio di Israele contro Gaza.

Ha aggiunto che, nonostante “molti allarmi e avvertimenti” da parte di 7amleh e di altre organizzazioni di controllo, l’impresa ha fatto molto poco per contrastare l’incremento di contenuti di incitamento all’odio in ebraico.

Secondo Nashif ora non ci sono solo “pregiudizi nel sistema di controllo [dei contenuti]”, ma anche la diffusa circolazione e monetizzazione di tali contenuti che, afferma, incentivano la produzione di altro materiale violento.

Stiamo assistendo a un circolo vizioso,” ha affermato. “È qualcosa che Meta ha il dovere di bloccare.”

MEE ha contattato Meta per un commento ma al momento della pubblicazione di questo articolo non ha ricevuto alcuna risposta.

I palestinesi “vengono strutturalmente esclusi”

Questo rapporto giunge nel contesto di un incremento della violenza dei coloni e dell’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata insieme ai continui bombardamenti israeliani a Gaza.

Dall’inizio del genocidio, nell’ottobre 2023, Israele ha ucciso più di 72.336 palestinesi a Gaza. Nello stesso periodo le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.050 palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Lama Nazeeh, responsabile delle politiche di sostegno di 7amleh, ha affermato che Meta non solo sta consentendo che rimangano in rete discorsi antipalestinesi, ma sta anche “trasformando una parte di quel sistema integrato in una fonte di profitto.” Nel contempo i palestinesi “rimangono strutturalmente esclusi” da programmi di che originano introiti, ha detto a MEE.

Fra gli esempi citati nel rapporto, i post del rapper israeliano Yoav Eliasi, che si fa chiamare The Shadow [L’Ombra], contengono messaggi politici estremisti e violenti contro i palestinesi, tra cui esortazioni a festeggiare le distruzioni a Gaza e appoggio alle colonie.

Secondo il rapporto l’account è coinvolto in vari programmi che generano introiti. Al contrario in precedenza Human Rights Watch [una delle principali ong per i diritti umani al mondo, ndt.] ha scoperto che Meta è responsabile di “censurare sistematicamente contenuti palestinesi”, attribuendo ciò a “politiche scorrette di Meta e alla loro applicazione incoerente ed errata, all’uso eccessivo di strumenti elettronici per moderare i contenuti e indebite influenze governative per la rimozione di contenuti.”

L’impresa ha anche rimosso account di molti individui e associazioni palestinesi e filo-palestinesi.”

Non si tratta solo di una questione di censura, ma di discriminazione, oppressione ed esclusione economica: i palestinesi vengono silenziati e viene loro negato l’accesso, mentre a quanti promuovono la loro spoliazione e disumanizzazione è consentito trarre profitto,” ha detto Nazeeh.

Ha aggiunto che ciò che avviene ha conseguenze sia sul terreno che a livello internazionale.

Meta sta contribuendo a costruire un’economia digitale attorno all’apartheid, alla violenza dei coloni, agli attacchi, all’incitamento al razzismo e all’impunità, marginalizzando nel contempo il giornalismo, il sostegno e la testimonianza dei palestinesi,” ha spiegato.

Nazeeh ha chiesto che Meta “ponga immediatamente fine al suo sistema discriminatorio” e smetta di agevolare la narrazione israeliana di estrema destra, in particolare nel bel mezzo di quello che ha descritto come un contesto complessivo di “guerra, occupazione e violenza di colonialismo di insediamento.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Alcuni coloni erigono il primo avamposto di sempre all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme e aggrediscono i palestinesi del posto.

Comments:

Nir Hasson

7 aprile 2026 – Haaretz

Due settimane fa alcuni israeliani della Cisgiordania e di Gerusalemme hanno piazzato una tenda nei pressi del villaggio palestinese di Nu’man. “La politica del governo è fare pressione su di noi” dice il mukhtar del vicino villaggio di Umm Tuba

Per la prima volta un avamposto di una colonia illegale è stato fondato all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme. Gli abitanti di due villaggi palestinesi nelle vicinanze hanno detto che i coloni li hanno aggrediti con pietre e lacrimogeni, impedendo loro di pascolare le pecore.

In seguito a scontri scoppiati domenica quattro palestinesi sono stati arrestati. Altri quattro sono rimasti feriti.

Il villaggio palestinese di Nu’man è unico all’interno di Gerusalemme est. Benché sulle mappe si trovi all’interno del territorio municipale della città, alla grande maggioranza dei suoi abitanti non è stata concessa la residenza permanente israeliana che hanno altri palestinesi di Gerusalemme est. Al contrario Israele li considera abitanti della Cisgiordania. Di conseguenza dal punto di vista israeliano sono presenti illegalmente in Israele, mentre si trovano a casa loro.

La situazione degli abitanti è ulteriormente peggiorata da quando è stata costruita la barriera di separazione ed è stata asfaltata una nuova strada che unisce alla capitale le colonie a est di Gerusalemme. La strada e la barriera hanno rinchiuso il villaggio, obbligando gli scolari a lasciare le scuole israeliane in cui si recavano a Gerusalemme est e ad andare in quelle della città cisgiordana di Beit Sahur.

Due settimane fa è comparso un gruppo di adolescenti ebrei. Alcuni di loro hanno detto di essere di Har Homa, un quartiere di Gerusalemme est nei pressi della collina che separa Nu’man dal quartiere di Umm Tuba. Altri a quanto pare sono arrivati da avamposti coloniali in Cisgiordania.

Gli adolescenti hanno piazzato una grossa tenda a qualche decina di metri dalle case di Nu’man e hanno tracciato nuovi sentieri. Hanno scritto con lo spray sulla tenda la parola “vendetta” e il nome del loro avamposto: Homat Yehuda [Muraglia ebraica, ndt.].

Hanno anche disegnato una stella di Davide blu sulle pietre, su un pozzo e su alcune case di Nu’man.

Gli adolescenti sono rimasti tutto il giorno nel loro avamposto sulla collina e hanno ricevuto molte visite. I palestinesi dicono che hanno anche cercato di entrare in alcune case di Nu’man ed hanno aggredito i palestinesi che si sono avvicinati alla collina.

Domenica, raccontano i palestinesi, gli adolescenti hanno aggredito un gruppo di abitanti del villaggio che si erano avvicinati all’avamposto. Usando mazze, pietre e lacrimogeni hanno ferito quattro palestinesi, che hanno dovuto essere medicati. I palestinesi hanno risposto lanciando anche loro pietre.

Gli attivisti israeliani che erano presenti a Nu’man hanno chiamato ripetutamente la polizia, ma gli agenti si sono presentati solo dopo che la violenza era terminata. Quando lo hanno fatto, i poliziotti hanno arrestato tre abitanti. Poi sono tornati nel pomeriggio e ne hanno arrestato un quarto. Sono anche saliti fino all’avamposto e un attivista israeliano che era presente sul posto ha detto che hanno promesso che si sarebbero occupati di evacuarlo.

La polizia ha rilasciato uno dei quattro palestinesi arrestati, ma lunedì ha chiesto alla pretura di Gerusalemme di estendere di altri sei giorni la custodia cautelare degli altri tre, uno dei quali è minorenne. La polizia ha affermato che uno dei reati che sospetta sia stato commesso dai tre è la presenza illegale in Israele, benché ufficialmente, come già notato, Israele abbia reso illegale la loro presenza nelle loro stesse case quando li ha inclusi all’interno di Gerusalemme est senza concedere loro il diritto di residenza.

Anche gli abitanti di Umm Tuba si sono lamentati del fatto che i coloni dell’avamposto li hanno aggrediti quando si sono avvicinati alla collina. Gli abitanti di Umm Tuba, che hanno tutti la residenza permanente in Israele, per anni hanno pascolato le loro greggi nel wadi [letto del torrente, ndt.] sotto la collina. Ma da quando è stato fondato l’avamposto, affermano, i pastori hanno subito minacce e violenze da parte degli abitanti ebrei. Lunedì, quando i pastori sono arrivati al wadi con le loro pecore è comparso un gran numero di poliziotti e hanno detto loro di andarsene. Secondo gli abitanti uno ha persino minacciato il mukhtar [capo villaggio] di Umm Tuba, Aziz Abu Tir, insultandolo con parolacce.

“Siamo stati i vicini di Har Homa ormai da 30 anni e non ci sono mai stati problemi,” dice Sameh Abu Tir, un abitante di Umm Tuba. “Al contrario, i nostri figli scendevano a pascolare le pecore. Ma ora ogni volta che ci avviciniamo loro ci minacciano.”

Reut Maimon, dell’organizzazione [israeliana] di sinistra Ir Amim afferma che il violento attacco contro gli abitanti di Nu’man è stato il risultato diretto della continua indifferenza della polizia nei confronti delle loro ripetute richieste di intervento.

“Il Comune di Gerusalemme e il suo sindaco devono prendere immediatamente l’iniziativa di smantellare l’avamposto per impedire le gravissime conseguenze del fatto che un avamposto violento venga fondato all’interno del territorio delle città di Gerusalemme,” afferma. “Il Comune dovrebbe garantire la sicurezza e il benessere degli abitanti di Nu’man e Umm Tuba e mobilitare immediatamente tutte le istituzioni assistenziali della città per prendersi cura degli adolescenti coinvolti nelle violenze.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele garantisce l’impunità a coloni e soldati, e una famiglia palestinese viene uccisa a colpi d’arma da fuoco

Editoriale di Haaretz

16 marzo 2026 Haaretz

La responsabilità dell’uccisione della famiglia Bani Odeh a Tammun, nella parte settentrionale della valle del Giordano, avvenuta nella notte tra sabato e domenica ricade sull’alto comando delle Forze di Difesa Israeliane, sulla Polizia israeliana e sul governo israeliano. Le scuse non servono a nulla: senza alcuna giustificazione, un’unità in borghese della Polizia di Frontiera in Cisgiordania ha sparato contro un’auto che semplicemente trasportava un padre, una madre e quattro figli di ritorno a casa. I soldati non erano in pericolo e, anche se l’avessero percepito, nulla può giustificare la pesante e indiscriminata sparatoria.

L’unità in borghese è entrata nel villaggio a bordo di un’auto con targa palestinese mentre la famiglia stava tornando da una spesa a Nablus, in vista del Ramadan. Secondo i testimoni oculari, le truppe hanno aperto il fuoco contro di loro. I primi a essere colpiti sono stati Othman di 7 anni, che a quanto pare aveva bisogno di cure speciali ed era cieco, e Mohammed di 5 anni, seguiti dai genitori, Ali Khaled Bani Odeh di 37 anni, e Waad Othman Bani Odeh di 35. Un terzo bambino, Khaled, di 11 anni, sopravvissuto all’attacco, ha raccontato che dopo la sparatoria un soldato lo ha tirato fuori dall’auto, lo ha picchiato e gli ha detto: “Abbiamo ucciso dei cani”.

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha dichiarato che il veicolo “ha accelerato in direzione delle truppe” e che l’unità “si è sentita in pericolo”. Un parente ha commentato: “Un padre, una madre e quattro figli. Chi mai accelererebbe? Questo è un omicidio a sangue freddo”.

La vita dei palestinesi in Cisgiordania è diventata un bene di scarso valore, sia per i coloni in uniforme o anche in abiti civili, sia per l’esercito. Né la polizia né l’esercito, che a volte si oppone alla violenza e a volte vi partecipa, possono chiamarsene fuori.

Tutto ciò avviene sotto la guida del Capo del Comando Centrale Avi Bluth che ha intrapreso una politica sconsiderata in Cisgiordania, con un Capo di Stato Maggiore che non fa nulla per fermarla e un Ministro della Sicurezza Nazionale assetato di sangue.

La situazione è peggiorata nelle ultime settimane. All’incendio di case e terreni agricoli, all’abbattimento di alberi e agli attacchi con bastoni si è aggiunto l’uso di armi da fuoco. Sabato i coloni hanno ucciso un abitante del villaggio di Qusra. La settimana scorsa tre palestinesi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco a Khirbet Abu Falah, mentre un abitante di Wadi al-Rahim è stato ucciso sempre a colpi di arma da fuoco da un colono in uniforme militare. Una settimana prima un colono riservista aveva ucciso due abitanti a Qaryout. E tre settimane fa, un giovane abitante di Mukhmas è stato picchiato e ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre le truppe dell’IDF si trovavano nella zona.

Questi atti non rappresentano un’eccezione, ma sono il risultato di politiche che permettono a coloni e soldati di agire indisturbati e di colpire palestinesi innocenti. L’unità degli affari interni della polizia ha aperto un’indagine, ma quando la norma è che nessuno venga perseguito e l’esercito si rifiuta di assumersene la responsabilità le uccisioni non faranno che aumentare. Dal punto di vista del governo guidato da Benjamin Netanyahu, ideatore del “Piano Decisivo”, da Bezalel Smotrich, dallo sconsiderato Ministro della Difesa Israel Katz e dal Ministro della Sicurezza Nazionale kahanista [fanatico religioso, ndt.] Itamar Ben-Gvir, le uccisioni fanno parte di un piano volto ad annettere la Cisgiordania ed espellere la sua popolazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un nuovo muro di separazione israeliano taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania

Oren Ziv

16 febbraio 2026 – +972 magazine

L’esercito sta emanando ordini di evacuazione ed espropriando terreni per preparare una barriera enorme, parte di un più complessivo progetto di annessione del “granaio” della Palestina.

Questa montagna è l’unico posto in cui posso respirare, l’unico in cui posso pascolare,” dice Tawfiq Bani Odeh, un abitante del villaggio palestinese di Atuf, che ogni giorno va sul monte Tammun con il suo gregge di centinaia di pecore.

Nell’Area C della Cisgiordania occupata, che Israele sta rapidamente svuotando dei suoi abitanti palestinesi, rimangono pochi posti come il monte Tammun: circa 50.000 dunam (5.000 ettari) di terra aperta, in altura e verde in cui i palestinesi, soprattutto pastori, possono vagare liberamente senza soprusi da parte di coloni e soldati israeliani.

Tuttavia ora Israele sta minacciando di chiudere l’area, espellere le sue comunità palestinesi ed annetterla di fatto.

Sulla montagna che sovrasta la cittadina palestinese di Tammun sono in corso progetti per fondarvi una nuova colonia israeliana, una delle 19 annunciate lo scorso anno dal ministro delle Finanze Bazalel Smotrich. Il piano include la ricostruzione di Ganim e Kadim, due delle quattro colonie nel nord della Cisgiordania che sono state smantellate durante il cosiddetto “disimpegno” israeliano da Gaza nel 2005.

Il destino di quest’area è stato ulteriormente deciso l’agosto scorso, quando il maggior generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano, ha firmato nove ordini di “esproprio di terre” per la costruzione di una nuova barriera che attraverserà proprio il monte Tammun.

Gli ordini riguardano un’area che va dal posto di blocco di Tayasir a quello di Hamra, per quella che sarà alla fine una barriera di oltre 480 chilometri che si estenderà dalle Alture del Golan occupate al Mar Rosso, con un costo di 5,5 miliardi di shekel (circa 1,3 miliardi di euro).

Una mappa dell’area intorno al Monte Tammun nella parte settentrionale della Valle del Giordano, con la linea rossa che indica il percorso della barriera prevista e la linea blu che indica la strada di accesso all’insediamento previsto. (Per gentile concessione di Kerem Navot)

L’obiettivo dichiarato del progetto, noto come “Filo Cremisi”, è impedire il contrabbando di armi ai confini orientali della Cisgiordania con la Giordania e contrastare il terrorismo. “Questo progetto si basa su una evidente necessità di sicurezza, per conformare il territorio e controllare e monitorare la circolazione di veicoli tra il confine orientale e la valle, i cinque villaggi (Tubas, Tammun, Far’a, Tayasir e Aqaba) e la Giudea e la Samaria [cioè la Cisgiordania, ndt.],” ha detto un portavoce dell’esercito israeliano a +972 rispondendo a una domanda.

I territori della zona del monte Tammun sono, nella loro stragrande maggioranza, terre dello Stato,” ha continuato il portavoce, aggiungendo che gli ordini di esproprio “sono stati firmati attraverso una corretta procedura giudiziaria e consegnati in modo legale,” e che “gli ordini di demolizione sono stati emanati a quanti nella zona non si comportano in base alla legge.”

Ma secondo Dror Etkes, che guida l’osservatorio Kerem Navot [associazione israeliana, ndt.] che monitora le politiche territoriali israeliane e le attività di colonizzazione in Cisgiordania, in quest’area solo circa 3.500 dunam di territorio sono stati dichiarati terre statali. “La maggior parte della zone in cui i palestinesi non potranno assolutamente entrare, o solo con molte difficoltà, non è stata dichiarata terra dello Stato,” afferma, “e in gran parte si trova nell’Area B”, che è virtualmente sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese.

In pratica, secondo un ricorso presentato da varie amministrazioni locali e da oltre 100 abitanti all’Alta Corte israeliana, la barriera taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania, i palestinesi da circa 50.000 dunam della loro terra (dei quali 777 dunam saranno espropriati e demoliti per la costruzione), impedirà a circa 900 abitanti a est della barriera di ricevere servizi municipali, compresi ambulatori medici, scuole e opportunità di lavoro, e obbligherà varie comunità ad andarsene. Alcune di queste hanno già ricevuto ordini di evacuazione. Altre sono già andate via.

Una prigione circondata da ogni lato”

Gli effetti sui contadini saranno particolarmente catastrofici. La Valle del Giordano è soprannominata “il granaio della Cisgiordania” a causa dell’uso estensivo della zona per l’agricoltura e l’allevamento. Il ricorso afferma che il danno diretto della barriera stimato per le comunità locali sarà di “circa 170 milioni di euro all’anno.”

Nel ricorso gli abitanti chiedono anche di sapere perché lo Stato non proponga un’alternativa “meno dannosa” della barriera. Sostengono che l’esercito non ha pubblicato gli ordini di esproprio “subito dopo che sono stati firmati” ad agosto: fino a novembre lo Stato li ha tenuti segreti, il che significa che quelli che vengono danneggiati non avevano idea che il governo intendesse prendersi la loro terra.

Il piano include la costruzione di una strada asfaltata per il pattugliamento adiacente alla barriera, oltre ai fossati e agli sbancamenti di terra nelle zone in cui l’esercito lo ritiene necessario. In parallelo Israele sta anche spostando il checkpoint di Hamra, che usualmente si trova agli incroci principali che uniscono la Valle del Giordano al resto della Cisgiordania, in un’area più vicina al villaggio di Ain Shibli, a est di Nablus, deviando il traffico palestinese in modo che non interferisca con i coloni israeliani che viaggiano lungo la Allon Road [importante strada che corre da nord a sud lungo il confine con la Giordania, ndt.]

Lo spostamento concederà inoltre alla Moshe’s Farm [Fattoria di Moshe], un avamposto sanzionato a livello internazionale, il controllo su altra terra dopo che, in seguito al 7 ottobre, esso ha già espulso famiglie palestinesi dalla zona. Una volta che la barriera verrà costruita, la Moshe’s Farm sarà collegata attraverso la strada di pattugliamento con Tzvi HaOfarim, un altro avamposto violento creato lo scorso anno nei pressi della parte più settentrionale della barriera.

Lo scopo della barriera è consentire ai coloni più aggressivi di spostarsi rapidamente nella zona est delle cittadine di Tammun e Tubas,” spiega Atkes. Così facendo, afferma, Israele consentirà a questi coloni di “prendere il controllo di decine di migliaia di dunam che rimarranno intrappolati a est della barriera prevista.”

Come nota Etkes, le poche comunità palestinesi che restano in quello che diventerà il lato “israeliano” della barriera, quelle che finora hanno resistito all’acuirsi della violenza dei coloni che ha già svuotato buona parte della zona, saranno in buona misura tagliate fuori dal resto della Cisgiordania. L’accesso alle città e cittadine palestinesi a ovest della Valle del Giordano sarà possibile solo attraverso i posti di controllo di Hamra e Tayasir, dove ci saranno attese di ore, invece che a piedi, come è stato finora.

Il muro circonderà la comunità di pastori di  Khirbet Yarza con un recinto, il che comporterà che gli abitanti potranno solo entrare ed uscire dal loro villaggio attraverso un cancello controllato dall’esercito israeliano. La conseguenza, come la descrive il ricorso degli abitanti, sarà “una prigione circondata da ogni lato.”

Dalla costruzione di una strada all’espulsione

A mezz’ora di macchina dal monte Tammun lungo la ventosa strada sterrata tra Khirbet Atuf e Tammun si arriva a Yarza, una piccola comunità palestinese di sei complessi abitativi che ospita qualche decina di abitanti. Si possono vedere a una certa distanza il posto di blocco di Tayasir e l’avamposto di Tzvi HaOfarim, che i coloni hanno creato lì vicino.

Questa è una comunità storica che esiste da migliaia di anni, e noi vi abbiamo vissuto da centinaia di anni,” dice a +972 Hafez Mas’ad, di 52 anni. “Io vivo qui, e così hanno fatto mio padre e mio nonno. Ora i coloni e l’esercito arrivano e ci dicono ‘andate via da Yarza, questa è una zona militare’. Questa è la nostra terra,” continua. “Noi siamo nati qui e questa [terra] è stata registrata a nostro nome da molti anni. Dove andremo, sulla luna? Non abbiamo un altro posto.”

Non sappiamo come ci potremo muovere per fare la spesa, per andare a scuola o in caso di emergenza quando ci sarà un cancello,” aggiunge Khaled Daraghmeh, un abitante sessantenne.

Il 15 gennaio l’esercito ha iniziato a lavorare a una strada sul versante occidentale del monte Tammun nei pressi della barriera prevista. Secondo l’esercito i lavori vengono effettuati in conformità con un nuovo ordine di esproprio (non uno dei nove originari di Bluth) e questa strada è diventata la via di accesso per la nuova colonia che si prevede di costruire lì.

Dieci giorni dopo l’Alta Corte [israeliana] ha emanato un ordine provvisorio che proibisce che lo Stato “compia qualunque azione irreversibile per l’attuazione degli ordini (di esproprio)” finché il 25 febbraio non risponderà alla richiesta di provvedimento cautelare. Gli abitanti raccontano che ciononostante i lavori sulla strada continuano. (Un portavoce dell’esercito ha chiarito che l’ingiunzione della Corte “non si applica agli urgenti lavori riguardanti la sicurezza che l’IDF sta realizzando in questa zona.”). 

L’asfaltatura della strada è stata accompagnata dall’espulsione di comunità beduine che si trovavano nei pressi,” dice a +972 Bilal Ghrayeb, un abitante di Tammun. “La mossa intende minacciare la sopravvivenza dei contadini impedendo loro l’accesso ai pascoli, tagliando le sorgenti di acqua e interrompendo le strade agricole utilizzate per trasportare il foraggio.”

Varie comunità di pastori della zona nei pressi del villaggio di Atuf sono già state gravemente colpite dalla costruzione.“ Sin da quando (le autorità israeliane) hanno iniziato a lavorare qui per il muro hanno minacciato di cacciarci,” racconta a +972 Abdel Karim Bani Odeh. “Ora ci stanno impedendo di pascolare sulla montagna.

L’esercito arriva due o tre volte al giorno per impedirci di uscire al pascolo, emanando ordini e dicendoci di andarcene. Questa terra è registrata, ci sono documenti (che lo dimostrano), ma loro dicono ‘La terra non è vostra, andate a Tammun.”

Vicino al complesso abitativo delle famiglie di questa zona ci sono campi agricoli e serre che si prevede verranno attraversati dalla barriera. La costruzione della strada, di cui gli abitanti non sono stati precedentemente informati, ha già danneggiato una conduttura che portava acqua a varie piccole comunità palestinesi. “Non ce l’hanno detto direttamente,” spiega Odeh, “ma lo abbiamo saputo dai notiziari che ci vogliono costruire una colonia.”

Ti trasformano in un colono sulla tua stessa terra”

Il 9 febbraio l’esercito ha demolito varie case a Al-Meite, una piccola comunità nei pressi del posto di blocco di Tayasir, che si trova sul lato orientale della barriera prevista. Il giorno seguente vari coloni sono arrivati sul posto con una mandria di mucche, sono entrati nella tenda improvvisata allestita da una famiglia la cui casa era stata demolita il giorno precedente e hanno distrutto le loro provviste di cibo.

Ho il permesso di pascolare qui,” ha detto agli attivisti uno dei coloni presenti sul posto. “Non ho bisogno di mostrare i documenti, chiedi al consiglio locale [dei coloni, ndt.]. Quella sera la famiglia aggredita è scappata. Durante il fine settimana una struttura adiacente è stata incendiata.

Dal 7 ottobre le autorità israeliane e i coloni hanno intensificato i tentativi di espellere le comunità palestinesi dalla Valle del Giordano. Demolizioni di case, blocchi stradali e avamposti dei coloni hanno completamente cancellato almeno sei comunità di questa zona.

Non abbiamo il permesso di andare oltre i 200 metri da casa per pascolare, “dice Najia Basharat, un’abitante di Khallet Makhul, una comunità da cui sono scappate varie famiglie a causa dell’attività dei coloni ( anche diverse case della comunità furono demolite dall’esercito israeliano più di dieci anni fa). “I coloni maltrattano i bambini e disturbano chiunque stia pascolando [i propri animali],” continua Basharat.

Questa settimana Basharat, suo marito Yusuf e uno dei loro figli sono stati arrestati dopo che un colono del vicino avamposto ha affermato che stavano pascolando in una zona di tiro e che avevano lanciato pietre. A gennaio due uomini della comunità sono stati arrestati e hanno passato cinque giorni agli arresti dopo che i coloni sono entrati nel terreno agricolo della comunità e gli hanno spruzzato addosso un liquido urticante.

Dall’inizio dell’anno i coloni hanno fondato un nuovo avamposto nei pressi di Al-Hadidiya, un’altra piccola comunità di pastori della zona. I coloni hanno ridotto le aree di pascolo del villaggio, piantato bandiere israeliane attorno alla comunità ed eretto un recinto per i propri animali nei pressi delle case dei palestinesi.

Creano un sacco di problemi,” dice Aref Basharat, il cui padre ha la casa nella comunità. “I coloni arrivano e dicono: ‘Perché siete qui? Questa è una zona israeliana. Andatevene.’ Da quando è stato fondato l’avamposto varie famiglie se ne sono andate.

Una storia simile è accaduta agli abitanti di Yarza dal momento in cui i coloni hanno costruito l’avamposto di Tzvi HaOfarim. “Mio nonno e il mio bisnonno hanno vissuto qui,” si lamenta Daraghmeh. “Sono cresciuto qui, sono andato a scuola qui, ho pascolato le nostre pecore qui, piantato e raccolto qui, mi sono sposato e avuto figli qui. Ora sono arrivati i coloni e la vita è diventata molto dura.”

Mentre i coloni possono entrare a Yarza quasi tutti i giorni, gli attivisti hanno difficoltà ad accedervi. A metà gennaio, quando due attivisti israeliani e un giornalista americano hanno tentato di entrare nel villaggio dal lato della Valle del Giordano, i coloni li hanno bloccati con una mandria di mucche e lanciato una pietra contro la loro macchina. I coloni hanno seguito l’auto all’interno della comunità e li hanno aggrediti fisicamente. Alla fine l’esercito è arrivato per scortare gli attivisti [fuori dal villaggio].

Un altro abitante, che vuole rimanere anonimo, ha sintetizzato quanto sperimentato dal villaggio nelle ultime settimane: “Trasformano te in un colono sulla tua stessa terra e i coloni in abitanti.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, inviato di Local Call [la versione in ebraico di +972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

[traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi]