Distruggere Gaza “con amore”: i nuovi yogi-nazisti israeliani

Alon Ida

18 maggio 2025 – Haaretz

Chi ha detto che spiritualità e pulizia etnica non possano andare a braccetto? Israele è pieno di persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale.

Rivka Lafair è una “conduttrice di workshop, incontri e sessioni di gruppo su tematiche yoga, insegnante di yoga femminile e sviluppo personale”. Vive nell’insediamento di Shiloh, nella Cisgiordania meridionale, e si definisce un'”ebrea orgogliosa” che “pensa fuori dagli schemi”. Adorabile. Inoltre, vuole annientare ed espellere due milioni di esseri umani dalla Striscia di Gaza.

Lafair appartiene a una corrente all’interno dell’ebraismo israeliano che può essere descritta come “Yogi-Nazi”: persone la cui spiritualità è alla base del loro nazismo. Si tratta di un substrato relativamente nuovo, sebbene con profonde radici nella cultura locale, che ha guadagnato popolarità dal 7 ottobre, soprattutto grazie alla sua capacità di unire concetti che, in superficie, sembrano agli antipodi: spiritualità e annientamento, emancipazione ed espulsione, yoga e fame, ritiri spirituali e bombardamenti a tappeto.

Lafair è convinta che “la musica ha il potere di alterare la nostra coscienza”, ma anche che espellere e annientare due milioni di abitanti di Gaza inizi con “una modifica della propria coscienza”. Per riuscire in questo importante cambiamento cognitivo dobbiamo capire che “qui abbiamo un nemico che guardiamo negli occhi prima di eliminare“. Sì, guardateli negli occhi, non fatelo alle loro spalle, perché dobbiamo essere in contatto diretto, senza intermediari, con coloro che stiamo annientando.

E per chiarire che per “nemico” non intende solo i terroristi di Hamas, precisa: “Siamo determinati a vendicarci e a distruggere Gaza. Dal neonato all’anziana”. Conclude con un versetto biblico appropriato: “Cancellerai il ricordo di Amalek sotto il cielo; non dimenticare”.

Lafair capisce che le persone tendono a rimanere perplesse di fronte a questa dissonanza tra spiritualità e annientamento. Così in uno dei suoi video lancia “un messaggio a tutti coloro che non capiscono come sia possibile essere spirituali, insegnare yoga e tenere ritiri mentre si invoca l’espulsione e l’annientamento del proprio nemico”.

In effetti la sua risposta è semplice: “Amo il mio popolo con un amore eterno e odio il mio nemico con un odio eterno… L’uno non contraddice l’altro. Si può essere una persona piena di valori e amore, e allo stesso tempo… sapere anche cosa è giusto e cosa è sbagliato, resistere al nemico e sapere cosa bisogna farne.”

Quindi, cosa bisogna farne? (SHSHSH… non ditelo a nessuno.)

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E se lo spiritualismo nazista di Lafair può essere liquidato perché è una colona che ha trovato una soluzione efficace per realizzare l’idea del Grande Israele, vale la pena notare che questo è un fenomeno molto più ampio che non si limita ai territori occupati.

Alla vigilia del Giorno della Memoria dell’Olocausto, ad esempio, il comico e autore satirico Gil Kopatz, che da anni flirta con la spiritualità e la religione, ha pubblicato quanto segue: “Se dai da mangiare agli squali alla fine ti mangiano. Se dai da mangiare ai Gazawi alla fine ti mangiano. Sono favorevole all’estinzione degli squali e allo sterminio dei Gazawi. Riflessioni per il Giorno della Memoria dell’Olocausto 2025”.

In seguito alla “tempesta” generata dal post Kopatz ha pubblicato una precisazione: “Non provo un briciolo di compassione per i Gazawi. Per gli arabi in generale sì, per gli esseri umani in generale sì, per gli squali no, e nemmeno per le bestie umane”. Naturalmente, il suo desiderio di sterminare milioni di persone non implica che sia una cattiva persona. Anzi, scrive: “Mi considero una persona umana, liberale e morale”. Per chiudere in bellezza termina il post con un pizzico di umorismo nero: “Non è un genocidio, è un pesticidio, ed è necessario”. Un vero spasso, eh?

Gil Kopatz, “Non è genocidio, è pesticidio”. Foto Davina Zagury

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In effetti in Israele è stata mobilitata al servizio dello Yogi-Nazismo gran parte della terminologia spirituale. Prendiamo ad esempio M., una donna di una grande città abbiente a pochi chilometri a nord di Tel Aviv. Gestisce uno studio descritto come “uno spazio piacevole, pieno di ispirazione”, che sposa tre valori: “Creatività. Emozione. Esperienza”.

In questo piacevole spazio promuove “gruppi di creatività per bambini dai quattro anni in su; guida emozionale personale per bambini e ragazzi con un approccio gentile, relazionale e formativo”. Tutto questo avviene, ovviamente, in “un’atmosfera familiare, calorosa e professionale” (gli interessati sono “invitati con affetto”).

Eppure, quando a questa stessa M. viene mostrato un video che mostra un bambino affamato nella Striscia di Gaza, afferma immediatamente: “È poco credibile. Mi dispiace. Ho visto come vengono messe in scena le clip: posizionamento, applicazione del trucco, stesura di una sceneggiatura”. Ma credibile o meno la stessa donna che si prende cura dei bambini “con un approccio gentile, affettuoso e premuroso” spiega: “Sapete cosa? Anche se fosse reale, dopo il 7 ottobre non provo un briciolo di compassione per nessuno lì. Nemmeno per i bambini”. Inoltre: “Mi rattrista vedere persone tra noi condividere questa merda e, peggio ancora, identificarsi con essa ed esprimere dolore”.

Per chiarire che non è una persona insensibile, riassume: “Chi scrive è una madre, un’amante dell’umanità e una persona fantastica a tutto tondo”. È solo che “il 7 ottobre mi ha portato via l’innocenza”. Povera donna, sta davvero lottando.

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Neanche A. è una colona. Vive in una città ben nota in Israele e sta semplicemente cercando una nuova casa per “un cane fantastico!!!! È completamente addestrato a vivere in casa, un cane pieno d’amore che ha bisogno di una casa calda e amorevole”.

Tanta cura, tanto amore, tanta compassione. Eppure, quando si imbatte nella fotografia di un bambino di Gaza ucciso in un bombardamento israeliano capisce immediatamente che qualcuno sta cercando di confonderla e scrive: “Chiariamo le cose. Se non ci fosse stato un massacro qui, non ci sarebbe stato un massacro lì!! Non è il caso dell’uovo e della gallina!!!”

In seguito, quando l’uovo e la gallina non riescono a capire cosa intendesse, ricorre ad alcune delle “migliori” calunnie sfatate diffuse in seguito all’orribile massacro “dopo che i bambini qui sono stati bruciati, decapitati, messi in un forno” e conclude con fermezza: “Non c’era bisogno di mandare un container di vestiti per i loro bambini”.

Certo, anche lei un tempo era una persona compassionevole e sensibile “Non fraintendetemi, la pensavo esattamente come voi fino al 6 ottobre, ma se qualcuno viene a uccidervi… il caso è chiuso. Loro hanno iniziato e noi finiremo!!!” (non intendete forse “finire?“).

Ce ne sono tante nell’Israele contemporaneo. Persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale e l’eradicazione del nemico come un’acquisizione di potere. Vivono in un unico grande rifugio, dove la coscienza è così finemente sintonizzata che ogni rumore scompare, ogni disturbo è attutito, così che rimangono solo con se stesse, loro e il loro essere interiore puro, compassionevole, incontaminato e finalmente in grado di connettersi con ciò che è rimasto lì per tutto il tempo, in attesa di essere rivelato: il desiderio di annientare e distruggere milioni di persone, inclusi bambini, donne e anziani. Con grande amore.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Ritratti del fascismo. Un progetto fotografico speciale

Oren Ziv

9 maggio 2025 – +972 magazine 

Dal 7 ottobre la polizia israeliana ha arrestato centinaia di oppositori alla guerra di Gaza ed ha pubblicato fotografie degradanti di molti detenuti. Sette di loro hanno accettato di essere di nuovo fotografati, questa volta alle loro condizioni.

Dall’ottobre 2023 centinaia di cittadini israeliani, per la stragrande maggioranza palestinesi, e almeno 17 attivisti stranieri sono stati arrestati come parte di una campagna per mettere a tacere quanti denunciano la guerra israeliana contro Gaza. In alcuni casi la polizia ha fotografato i detenuti di fronte a una bandiera israeliana e diffuso le immagini attraverso i suoi canali ufficiali oppure attraverso quelli del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir o altri circuiti informali. Molte delle foto sono state postate sulle reti sociali e hanno portato a incitamento all’odio e minacce contro le persone ritratte.

Diffondendo queste immagini al suo interno e all’opinione pubblica la polizia ha totalmente eluso la procedura legale corretta riguardo ai diritti dei detenuti e dei sospettati. Oltretutto in molti casi la polizia non ha ottenuto, o neppure richiesto, l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero di indagare i detenuti per “incitamento all’odio” e invece li hanno arrestati con il pretesto di “comportamento che potrebbe disturbare la quiete pubblica”.

L’obiettivo di diffondere pubblicamente queste foto era chiaro: umiliare i detenuti e scoraggiare altri dal manifestare ogni opposizione all’offensiva israeliana contro Gaza. In effetti nei primi mesi della guerra molti sono rimasti in silenzio. Anche oggi molte persone scelgono di non parlare apertamente in pubblico per timore di conseguenze.

Ho stampato e incorniciato le immagini fatte circolare dalla polizia o da Ben Gvir e poi sono tornato dalle persone che vi sono ritratte. In questo modo le stesse immagini che intendevano umiliarle e creare un effetto dissuasivo sono diventate simboli di sfida: le persone sono state di nuovo fotografate, questa volta alle loro condizioni. Mi hanno anche raccontato la loro esperienza di detenzione e le loro riflessioni sulla diffusione pubblica delle loro immagini.

Molti di quanti sono stati fotografati hanno scoperto solo dopo essere stati rilasciati dal carcere israeliano che le loro immagini avevano circolato in pubblico. Hanno descritto una lotta continua con le conseguenze dell’umiliazione pubblica e per il fatto di essere stati definiti dalla polizia “nemici dello Stato”. Nessuno di quanti vengono documentati nel progetto è stato processato; alla fine la maggioranza dei casi è stata archiviata senza un’imputazione.

Intisar Hijazi

Psicologa scolastica di Tamra

Intisar Hijazi

Hijazi è stata arrestata il 7 ottobre 2024 dopo aver ri-condiviso un video di lei mentre danzava e che aveva originariamente pubblicato su TikTok un anno prima. Prima del suo arresto Ben Gvir ha mandato il video alla polizia. Una sua foto nel veicolo della polizia è stata poi pubblicata dall’ufficio del portavoce della polizia. Nel commissariato di Nazareth gli agenti l’hanno fotografata con gli occhi bendati davanti a una bandiera israeliana, e poi Ben Gvir ha condiviso l’immagine sulle sue reti sociali.

Hijazi racconta la sua disavventura: “Su TikTok puoi ri-condividere un post che hai caricato l’anno precedente. L’ho fatto la mattina e sono uscita di casa per fare la spesa con mia madre,” mi racconta. “Quando sono tornata a casa il coordinatore (della scuola in cui lavora) mi ha chiamata e ha detto che qualcuno aveva postato il video (sulle reti sociali) e aveva scritto che stavo festeggiando. Mi ha detto di cancellarlo, cosa che ho fatto, ma non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. Poi ha chiamato qualcuno del ministero dell’Educazione e mi ha chiesto: “Cos’è questo video, cosa stai festeggiando?’, e mi ha detto di cancellare il post originale. Mia madre mi ha chiamata per dire che la polizia era a casa (sua). Quindici minuti dopo sono arrivati a casa mia.”

Dopo che è stata arrestata, Hijazi è stata portata al commissariato di Tamra: “Hanno detto che sarebbe arrivato un veicolo da Nazareth per portarmi via. Mi hanno ammanettata e bendata. La foto (nell’auto della polizia) è stata presa quando sono arrivata (al commissariato) a Nazareth. Era tutto tranquillo, ma sapevo che stavano fotografando. Mi hanno portata di sopra, messa in una stanza, detto di indietreggiare e poi hanno scattato la foto (con la bandiera). Avevo visto la foto di Maisa Abd Elhadi (un’attrice arrestata e fotografata all’inizio della guerra), così quando (mi hanno detto di) andare indietro, ancora un po’” sapevo che c’era una bandiera sul muro e che mi stavano fotografando.”

Dopo aver passato la notte al commissariato di Nazareth è stata trasferita la centro di detenzione di Kishon, nei pressi di Haifa, prima di essere riportata il giorno dopo a Nazareth per ulteriori interrogatori e poi finalmente rilasciata: “Quando sono arrivata a casa, mia madre e la mia famiglia hanno detto: ‘Sai cosa è successo fuori?’ Mi hanno raccontato che ero stata fotografata e che tutte le fotografie erano state fatte circolare.”

Hijazi descrive l’impatto emotivo dell’umiliazione pubblica: “Onestamente è stato molto duro. Perché mi hanno fatto tutto questo? Perché hanno reso pubbliche le mie foto? Quando sono tornata a scuola dopo un mese tutti le avevano viste e mi hanno detto di aver pianto, che ciò li ha feriti molto.”

Durante l’interrogatorio la polizia ha chiesto a Hijazi se conoscesse i suoi follower sulle reti sociali: “Ho detto che molti dei miei follower su TikTok sono bambini, studenti e familiari. Ci sono anche educatori e persone che non conosco, ma la maggioranza sono bambini e i miei contenuti sono rivolti ai bambini. Ho spiegato che i video non hanno niente a che fare con la politica.”

Da quando è stata rilasciata è stato difficile per Hijazi tornare sulle reti sociali: “Molti bambini mi hanno chiesto quando posterò di nuovo un video e se ora ho paura. Volevo che vedessero che sono forte, ma è molto difficile. La sicurezza che avevo prima è cambiata. La mia vita era tranquilla. Non ho mai cercato di danneggiare nessuno o di fare qualcosa di male o di politico.

A volte la gente dice che sembro una persona slegata dalla realtà, dalle guerre, ma io (lavoro) con i bambini. Perché dovrebbero essere esposti a tutto questo?”

Rasha Karim Harami

Proprietaria di un salone di bellezza a Majd Al-Krum

Rasha Karim Harami

Karim è stata arrestata nel maggio 2024 per dei post in cui esprimeva indignazione per il fatto che le forze israeliane avevano bombardato un campo di tende a Rafah. “Qual è la differenza tra quello che sta facendo Netanyahu e quello che ha fatto Hitler? Corpi di bambini, giovani donne e anziani sono stati bruciati vivi,” ha scritto in una storia su Instagram. Un video del suo arresto ripreso da agenti, in cui una poliziotta ammanetta Karim con delle fascette, le copre il volto e la porta nel commissariato, è stato condiviso sulle reti sociali, provocando la condanna da parte di deputati palestinesi.

Stavo seduta nel mio ufficio in negozio, durante una consulenza, quando la polizia ha fatto irruzione,” racconta Karim. “L’atelier era pieno di donne ed è solo per donne, e ho chiesto loro di aspettare un momento, ma non mi hanno ascoltata. Sono entrati in ogni stanza, hanno preso i miei telefoni e mi hanno detto che ero in arresto. Ho cercato di capire perché e mi hanno detto che lo avrei scoperto al commissariato, ma prima mi hanno portata a casa. Lì hanno iniziato a cercare qualcosa riguardante la Palestina, Hamas, bandiere, libri, ma non hanno trovato niente.”

Poi la polizia ha portato Karim al commissariato: “Quando sono arrivata mi hanno fatta uscire dalla macchina della polizia e messo delle manette di plastica. Quando mi hanno messo una benda sugli occhi sono rimasta veramente scioccata e spaventata. Dopo che mi hanno coperto gli occhi mi hanno portata nel commissariato per essere interrogata. È durato quattro o cinque ore. L’investigatore è stato rude e ostile con me, mi ha trattata come se fossi di Hamas.”

Karim è stata trattenuta tutta la notte e poi messa agli arresti domiciliari per cinque giorni: “Dopo che sono stata rilasciata sono crollata. Fino ad allora non avevo paura. Pensavo che stessero filmando per uso interno. Non mi sono resa conto che (il video) era su un telefonino. Sono caduta in depressione per due mesi, con la paura di uscire di casa. Molti ebrei e arabi sono venuti a darmi il loro appoggio.”

Il suo avvocato, Hussein Manaa, ha spiegato di aver cercato di parlare con gli investigatori nel commissariato, sostenendo che la sua cliente non rappresentava un pericolo per nessuno. “Le sue azioni non erano un incitamento all’odio e, cosa più importante, (la polizia) non aveva l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero per iniziare un’indagine per incitamento. Quindi l’hanno interrogata per disturbo alla quiete pubblica, che non è un reato che comporta l’arresto,” spiega Manaa.

La polizia avrebbe potuto solo convocarla, lei ci sarebbe andata. Invece hanno mandato quattro o cinque auto con tra i 15 e i 20 agenti per arrestare questa donna, come se stessero catturando Yahya Sinwar [uno dei dirigenti di Hamas più ricercati da Israele, ndt.].”

Per Manaa è chiaro che il video dell’arresto intendeva mandare un messaggio: “Il video è stato preso all’interno del commissariato e non è stato reso pubblico attraverso l’ufficio del portavoce della polizia. Intendeva umiliare chiunque esprimesse una denuncia, per dire ‘Non avete libertà di parola’, per instillare timore, in modo che nessuno avrebbe parlato apertamente contro il governo o Netanyahu.

Non è un caso che abbiano diffuso illegalmente il video,” aggiunge Manaa. “Sapevano che si sarebbe propagato a macchia d’olio, ed è esattamente quello che è successo. Ho contattato l’ufficio del pubblico ministero, la polizia, il Ministero della Sicurezza Nazionale chiedendo una spiegazione. L’ufficio del pubblico ministero ha emesso un comunicato stampa (che critica l’arresto), sostenendo che non era stata fatta alcuna richiesta di aprire un’indagine per incitamento e di non aver concesso alcuna autorizzazione. C’è stata una grande indignazione che ha portato al suo rilascio, ma non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta.”

Sari Hurriyah

Avvocato immobiliarista di Shefa-‘Amr

Sari Hurriyah

Hurriyah è stato arrestato nel novembre 2023 per dei post pubblicati su Facebook nei giorni successivi al 7 ottobre. La polizia ha filmato il suo arresto nel suo ufficio e ha diffuso le immagini su varie reti sociali e anche Ben Gvir le ha pubblicate. È stato portato alla prigione di Megiddo, nel nord di Israele, in condizioni molto dure per 10 giorni, durante i quali è stato torturato e umiliato. Alla fine la denuncia contro Hurriyah è stata archiviata.

Ero nel mio ufficio quando sono entrati tre uomini in abiti civili,” ricorda Hurriyah. “Si sono presentati (per arrestarmi) con un’autorizzazione del pubblico ministero e dell’ordine degli avvocati. Uno di loro aveva una telecamera in mano, ma nella confusione del momento non mi sono reso conto che mi stava riprendendo. Hanno detto che mi dovevano ammanettare. Siamo scesi dalle scale e mi hanno filmato anche lì.”

Successivamente Hurriyah è stato portato al carcere di Megiddo, dove ha affrontato condizioni inumane e degradanti insieme ad altri palestinesi nell’ala per i prigionieri di massima sicurezza. Ha testimoniato la sua esperienza all’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem come parte di “Benvenuti all’Inferno”, un fondamentale rapporto che dettaglia i sistematici soprusi a danno dei palestinesi e le condizioni inumane dal 7 ottobre all’interno delle prigioni israeliane, che descrive come una “rete di campi di tortura”.

L’ottavo giorno della sua detenzione Hurriyah ha finalmente incontrato il suo avvocato dopo che gli era stato negato l’accesso, e questi gli ha detto che la sua foto era stata resa pubblica. “Ma non mi sono reso conto di tutto questo finché non sono uscito (dal carcere),” spiega Hurriyah. “Anche durante gli arresti domiciliari molte persone sono venute ad appoggiarmi. Poi un giorno, in un momento di tranquillità, mia moglie mi ha mostrato il video della polizia. Onestamente è stato umiliante. Non so cosa dire.”

La polizia israeliana ha pubblicato il video dell’arresto di Hurriyah sul suo sito web ufficiale. “Non puoi immaginare le reazioni: esortazioni ad uccidermi, a revocarmi la licenza e altre cose non proprio lusinghiere,” dice Hurriyah. “Sono venuto a sapere che le foto della polizia sono state ampiamente diffuse su siti web privati e su Facebook. In tutte le pubblicazioni hanno usato quella stessa foto e hanno sostenuto che sono un terrorista e un avvocato di Hamas.”

La moglie di Hurriyah gli ha mostrato poco alla volta i post e i commenti su Facebook. “Alla fine le ho chiesto di smetterla. Ho capito che questa è l’atmosfera nel Paese. La polizia israeliana, il principale organo di applicazione della legge, ha pubblicato la mia foto, mi ha raffigurato come un Che Guevara di Hamas, e ho capito che questo danno è irreparabile. Anche se mi pagassero dei milioni ciò non mi ridarebbe l’immagine che ho costruito in cinquant’anni di lavoro, carriera e servizio pubblico,” afferma.

Circa un anno dopo l’arresto Hurriyah era seduto e aspettava qualcuno al commissariato di Shefa-‘Amr. “Un giovane mi si è avvicinato e ha detto: ‘Come stai, Hurriyah?’ Ho detto ‘Chi sei?’ E lui ha risposto: ‘Tu non mi conosci, ma sono dell’intelligence della polizia. Sono stato una delle persone che ha raccomandato il tuo arresto. Sei un personaggio pubblico, un avvocato, un cristiano e il segretario del movimento Hadash [partito di sinistra arabo-ebraico, ndt.]. Sei l’unico che parla in pubblico senza riserve. Per quanto riguarda lo Shin Bet (il servizio di intelligence interno) tu sei un nazionalista estremista.”

A Hurriyah l’accusa sembra assurda: “Sono uno che sostiene i due Stati per due popoli e costruisce ponti per la pace, e lui mi dice che sono pericoloso. Questo ha davvero accentuato la mia angoscia.” 

Come molti detenuti le cui foto sono state prese e condivise sui media sociali, Hurriyah ha compreso che la polizia israeliana ha voluto dargli una lezione: “Col senno di poi ho capito che tutto quanto era stato pianificato, che era parte di una strategia. Sono stato membro dell’ordine degli avvocati del distretto di Haifa. Non volevano problemi con gli avvocati. Volevano far tacere tutti gli avvocati in modo che la gente comune capisse il messaggio.”

Meir Baruchin

Insegnante di filosofia ed educazione civica di Gerusalemme

Dr. Meir Baruchin

Baruchin è stato arrestato nel novembre 2023 dopo che aveva pubblicato sulle reti sociali due brevi post in cui condannava l’uccisione da parte di Israele di civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. L’arresto ha fatto seguito a una denuncia da parte della municipalità di Petah Tikva, dove Baruchin insegna in una scuola superiore, ed è stato tenuto per quattro giorni in isolamento come detenuto di massima sicurezza nel “Russian Compound” [edificio ottocentesco trasformato in famigerato centro di detenzione, ndt.] a Gerusalemme.

Dopo essere stato rilasciato ha combattuto una lunga battaglia legale contro il Comune per tornare ad insegnare. La polizia ha reso pubblica una foto sfocata di lui con alle spalle una bandiera israeliana, ma sue fotografie non sfocate hanno presto circolato in rete. In seguito la denuncia contro di lui è stata archiviata.

Baruchin racconta che, dopo che la fotografia sfocata è stata diffusa dal portavoce della polizia, il sindaco di Petah Tikva, insieme ad altri siti di notizie, l’ha condivisa. “Poi è stata condivisa la versione non sfocata. Ho ricevuto molte minacce. Per 15 giorni, dopo il mio rilascio, mi è stato impedito l’accesso alle reti sociali, compreso Facebook. Solo tre settimane dopo che sono stato liberato ho riavuto il mio telefono e allora ho visto i post,” afferma.

Non ci sono dubbi: la pubblicazione delle immagini intendeva scoraggiare altri,” conclude Baruchin. “Anche altri insegnanti sono stati vessati, ma sono stato l’unico ad essere arrestato. La diffusione della foto intendeva fare di me un esempio per mandare un messaggio a tutti: ‘Siete stati avvertiti’.”

Baruchin sostiene che tale repressione non è affatto nuova: “Non si può dire che siamo sulla via di una dittatura, ci siamo già da tempo. Più di mille insegnanti mi hanno contattato con messaggi e telefonate private, tutti in via ufficiosa, dicendo cose come ‘Senti, io ti sostengo, ma ho dei figli da mantenere’ oppure ‘Ho da pagare il mutuo’.”

Benché Baruchin sia tornato a insegnare, l’atmosfera è ancora ostile: “Ogni parola che dico viene controllata. Ogni giorno arrivo a scuola e alcuni studenti, neppure quelli delle mie classi, mi insultano,” dice. “Non lo denuncio neanche più perché non mi aspetto che venga fatto qualcosa. Un padre mi ha detto: ‘Non voglio che insegni a mio figlio di avere compassione del nemico.’ Mi è rimasto impresso.

In classe uno studente mi ha chiesto se, avendo la possibilità di uccidere tutti gli arabi schiacciando un pulsante, lo avrei fatto. Gli ho risposto: ‘Ovviamente no’ e lui ha detto: ‘E’ assurdo. Come mai non potresti?’ Ho detto agli studenti: ‘A pochi minuti da qui, nel Rabin Medical Center [grande ospedale di Petah Tikva, ndt.] ci sono medici e infermieri arabi. Volete che li uccida?’ E uno studente ha replicato: ‘Certo! Cosa intendi dire? Non permetterei mai che un medico arabo mi curasse. Piuttosto morirei.’ Questo è il modo di pensare,” continua Baruchin. “Non è una cosa marginale, è la maggioranza. Questi sono ragazzini, sì, ma dobbiamo prenderlo sul serio e contrastarlo. So bene che ripetono quello che ascoltano a casa e dai politici.”

Alison Russell

Attivista anglo-belga e insegnante di inglese proveniente dalla Scozia

Alison Russel

Russell è stata arrestata nel novembre 2023 mentre documentava la demolizione di una casa a Masafer Yatta, sulle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania occupata da Israele. Era arrivata in Cisgiordania prima del 7 ottobre per proteggere le comunità rurali palestinesi a rischio per le violenze dei coloni.

Dopo il suo arresto è stata interrogata dall’unità speciale istituita da Ben Gvir per occuparsi degli attivisti della solidarietà internazionale e poi ha passato due giorni agli arresti prima di essere portata all’aeroporto Ben Gurion, deportata e con il divieto di tornare nel Paese. Ma prima di essere espulsa alcuni poliziotti l’hanno fotografata davanti a una bandiera israeliana e in seguito Ben Gvir ha pubblicato la foto sulle reti sociali.

Il giorno del suo arresto Russell si trovava sul luogo della demolizione di una casa a Sha’ab Al-Botum quando è arrivata la polizia di frontiera [corpo paramilitare, ndt.]: “Hanno iniziato a chiedere i documenti alle persone. Nel momento in cui ho consegnato il mio passaporto l’ufficiale che l’ha preso si è entusiasmato e ha detto: ‘Guardate cos’ho trovato, lei non è israeliana!”

Sono stata portata a Ma’ale Adumim (colonia israeliana) e abbiamo passato molte ore lì mentre loro controllavano il mio Facebook utilizzando il traduttore automatico,” ricorda. “Quello che più li ha infastiditi sono stati i miei presunti rapporti con ‘terroristi’, come la mia partecipazione a una protesta di donne per i prigionieri di fronte all’edificio della Mezzaluna Rossa a Ramallah.”

Russell dice che il governo israeliano sta facendo esattamente quello che fanno molti governi europei: ‘Ti opponi a noi? Sei una terrorista.’ I governi europei sono meno espliciti a questo proposito, ma il principio è lo stesso. Più bugie diffondono su quelli che gli si oppongono, più la gente ha paura di resistere.

Parlo con persone che hanno paura di postare la loro foto, di essere etichettate come ‘terroristi’, ‘pazzi estremisti di sinistra’ o ‘inaffidabili’ solo per aver detto che si oppongono al genocidio. Lo vedo tra i miei studenti, sul posto di lavoro.”

Russell ha sentito il dovere di esprimere il suo dissenso e dimostrare solidarietà con i palestinesi sul terreno: “Ho saputo di persone a Gaza uccise per aver postato su Facebook, di palestinesi e arabi cittadini di Israele arrestati per cose che avevano postato (sulle reti sociali). Se altri sono stati uccisi per questo io ho l’obbligo di parlare chiaramente, di testimoniare, perché altri non lo possono fare. E lo ribadisco.”

M. e L.

Studenti attivisti tedeschi

M. e L.

M. e L. sono stati arrestati nell’ottobre 2024 a At-Tuwani, nella Cisgiordania meridionale, mentre accompagnavano la famiglia Huraini sulla terra di sua proprietà. Preoccupati per la loro sicurezza e per timore di potenziali ripercussioni legali in Germania, i due attivisti hanno chiesto di rimanere anonimi. Dopo il loro arresto sono stati interrogati dalla stessa unità che si è occupata di Alison Russell. Hanno passato vari giorni agli arresti e poi sono stati obbligati ad attraversare il confine con la Giordania. Prima di essere deportati i poliziotti hanno preso loro una fotografia che poi Ben Gvir ha pubblicato.

Tutto è cominciato quando un colono-soldato è venuto da noi e ci ha chiesto i passaporti,” ricorda L. “Non glieli abbiamo dati subito e gli abbiamo chiesto: ‘Ma tu chi sei? Sei un soldato? Hai l’autorità per farlo?’ Lui ha ripetuto la richiesta e poi ha iniziato a chiamare gente. Sono arrivati dei soldati, hanno preso i nostri passaporti, ce li hanno restituiti e sembrava che tutto fosse a posto. Ma poi è arrivato un colono che avevamo incontrato in precedenza e gli ha detto qualcosa riguardo a Ramallah. (Il colono) ha iniziato ad insistere e voleva anche vedere di nuovo i nostri passaporti. Abbiamo avuto l’impressione che stesse provocando (i soldati).”

M. continua: “Alla fine ci hanno accusati di ‘diffondere contenuti in appoggio al terrorismo’ sulle reti sociali o qualcosa del genere, e ciò in relazione a una foto di noi durante una protesta a Ramallah. Quella era l’immagine che il colono aveva riconosciuto e probabilmente era stata presa da un video che qualcuno aveva postato su Facebook. Il ragazzo che aveva parlato durante la protesta (a Ramallah) aveva postato sulla sua pagina privata di Facebook una foto di tutti quelli che erano lì. Non aveva molti followers o like, ma in qualche modo (i coloni) l’hanno trovata e l’hanno usata come prova contro di noi.”

Come nel caso di Russell, M. pensa che la loro foto sia stata presa poco prima che venissero deportati, ma questa volta al ponte di Allenby: “Avevamo completato tutte le procedure di frontiera e stavamo solo lì seduti. Poi improvvisamente un poliziotto è venuto da noi. Ci hanno fotografato varie volte, ma quella che è stata pubblicata è di noi semplicemente in attesa.”

L. aggiunge: “Ci ha anche detto di guardare dritto nella macchina fotografica. La foto è stata pubblicata quello stesso giorno, lo abbiamo scoperto quando siamo arrivati ad Amman, e qualcuno ci ha detto: ‘Avete visto? Ben Gvir ha pubblicato la vostra foto!’.” 

È stato così assurdo,” continua M. “Ho pensato subito: ‘Com’è che quella foto è arrivata in sole due ore da un poliziotto all’ufficio del ministro della Sicurezza Nazionale? Devono avere gruppi WhatsApp su cui condividono tutto. Onestamente ero contento che avessero sfuocato i nostri volti, perché ciò avrebbe potuto avere davvero delle gravi conseguenze.

In Germania gli Anti-Deutsch [Antitedesco, gruppo di estrema sinistra filo-israeliano, ndt.] fanno quasi esattamente quello che fanno i coloni: raccolgono foto di palestinesi e antisionisti e postano le immagini da luoghi in cui ci riuniamo,” spiega L. “E ci sono anche aggressioni. Mi sembra che sia ovviamente inteso a intimidire, a prendere di mira singole persone, a dimostrare che ‘vi teniamo d’occhio, internazionali.’ E soprattutto con tutto questo apparato poliziesco l’obiettivo è che siamo sotto il loro controllo e che siamo ricercati.”

Penso che il principale obiettivo sia scoraggiare nuovi attivisti. Gente che non è ancora stata in Palestina o che sta pensando di venirci vedrà questo e forse penserà di non venirci affatto,” aggiunge M. “E’ esattamente quello che vogliono.”

Abbiamo contattato la polizia israeliana e l’ufficio di Ben Gvir per un commento. Se e quando le riceveremo, le risposte verranno pubblicate.

Baker Zoabi ha collaborato a questo progetto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni israeliani hanno incendiato case, recinti per capre, sparato a residenti palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

 24 aprile 2025 Haaretz

Gli abitanti del villaggio di Bardala hanno raccontato che i coloni sono entrati nel villaggio, seguiti dai soldati dell’IDF, che hanno poi arrestato cinque abitanti del luogo sospettati di aver lanciato pietre. “Siamo scappati da casa e non abbiamo preso nulla, tutto è andato perso”, dice un abitante del villaggio.

Secondo i testimoni, mercoledì i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e a un recinto per il bestiame e hanno aperto il fuoco contro gli abitanti del villaggio di Bardala, nel nord della Cisgiordania.

I soldati israeliani sono entrati nel villaggio insieme ai coloni e hanno arrestato cinque palestinesi, hanno aggiunto i testimoni.

Un funzionario della sicurezza israeliana ha confermato che quattro palestinesi sono stati feriti negli scontri tra i coloni di un vicino avamposto e gli abitanti locali, aggiungendo che almeno alcune delle ferite sono state causate dagli spari dei coloni.

I residenti hanno raccontato che l’incidente è iniziato quando i coloni hanno attaccato i palestinesi che lavoravano nei terreni agricoli vicini e sono fuggiti nel villaggio chiedendo aiuto. Ahmad Jahalin, la cui casa a Bardala è stata attaccata, ha raccontato ad Haaretz che i coloni e i soldati hanno seguito i contadini nel villaggio. Ha detto che i coloni sono entrati nel complesso abitativo della sua famiglia e hanno incendiato due case, un recinto per le capre e tutti i beni presenti.

Siamo fuggiti dalla casa senza prendere nulla: né l’oro, né il kushan [titolo di proprietà], né i documenti di identità”, ha raccontato Jahalin. “Hanno bruciato tutto. Vestiti, materassi, soldi; non è rimasto nulla”.

Jahalin ha detto che durante l’incidente i soldati hanno arrestato suo figlio di 20 anni e non sa dove sia detenuto.

Il portavoce dell’IDF ha dichiarato in un comunicato di aver ricevuto una segnalazione riguardante palestinesi che lanciavano sassi contro un civile israeliano di passaggio nei pressi di Bardala, provocando uno scontro con diversi palestinesi che gli lanciavano pietre. L’esercito ha aggiunto: “Durante lo scontro sono arrivati altri civili israeliani che hanno sparato in aria”.

L’IDF ha dichiarato che quando è stata ricevuta la segnalazione, “una forza dell’esercito si è precipitata sul posto per disperdere gli scontri e ha sparato contro alcuni palestinesi per eliminare una immediata minaccia”. Secondo la dichiarazione, i soldati hanno arrestato “un certo numero di palestinesi sospettati di aver lanciato pietre”, che sono stati trattenuti per “ulteriori interrogatori da parte di ufficiali della difesa”. L’esercito ha dichiarato che sta ancora indagando sull’incidente.

Quello di mercoledì non è stato il primo assalto che la famiglia Jahalin ha subito dai coloni. Circa tre mesi fa, secondo membri della famiglia, i coloni sono entrati nel villaggio e hanno lanciato pietre contro la loro casa mentre erano all’interno.

A dicembre gli israeliani hanno stabilito un nuovo avamposto illegale vicino a Bardala. Da allora gli abitanti del villaggio hanno dovuto affrontare ripetuti attacchi violenti. Inoltre, l’IDF ha ostacolato l’accesso locale ai pascoli dopo aver recentemente costruito una strada tra il villaggio e i suoi terreni agricoli e pascoli.

A febbraio Ibrahim Sawafta, membro del consiglio del villaggio di Bardala, ha dichiarato ad Haaretz che la strada ha bloccato l’accesso di 25 famiglie alla terra, loro principale fonte di sostentamento. “Ci impediscono di seminare e di lavorare in Israele, e portano i coloni a vivere lì. Dove può andare la gente? Questo li porterà verso posizioni radicali ”, ha detto. In un altro incidente, secondo gli abitanti mercoledì sera i coloni hanno invaso Kifl Haris, un villaggio vicino ad Ariel, e hanno lanciato sassi contro le case e le auto. Nella stessa notte i coloni hanno fatto irruzione nel villaggio di Sinjil, vicino a Ramallah, dopo che le Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera avevano evacuato un vicino avamposto di insediamento. Gli abitanti hanno detto che i coloni hanno distrutto un edificio e un’auto nel villaggio.

( Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




Coloni israeliani rapiscono due bambini palestinesi e li legano a un albero

Fayha Shalash da Ramallah, Palestina

20 aprile 2025 – Middle East Eye

I bambini, di 13 e 3 anni, sono stati presi nei pressi della loro casa a Nablus, nella Cisgiordania occupata

Sabato coloni israeliani hanno rapito due bambini palestinesi e li hanno legati a un albero nei pressi della città di Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata.

L’incidente è avvenuto nel pomeriggio quando alcuni bambini stavano giocando nei pressi delle proprie case nella periferia di Beit Furik, a est di Nablus. Un gruppo di coloni si è avvicinato ed ha rapito i due bambini.

Alcuni abitanti del posto sono riusciti a raggiungere i coloni e a salvare i bambini. Tuttavia essi sono ancora in preda all’angoscia.

Mohammed Hanani, lo zio dei bambini, racconta a Middle East Eye che le sue due figlie e i loro cugini stavano giocando fuori casa quando dall’avamposto costruito di recente sulla terra della cittadina è arrivato un gruppo di coloni.

Essi hanno rapito la tredicenne Maryam e suo fratello Ahmed, di 3 anni, portandoli in un luogo lontano in cui li hanno legati a un ulivo. Uno dei cugini ha cercato di intervenire ma i coloni gli hanno lanciato pietre.

“Le mie due ragazzine sono arrivate piangendo e gridando, quindi abbiamo inseguito i coloni. Alla fine abbiamo trovato i bambini in stato di incoscienza e legati a un albero,” afferma. “I coloni sono scappati verso l’avamposto su un ATV [tipo di veicolo fuoristrada, ndt.]. Abbiamo slegato i bambini e li abbiamo portati al centro medico,” aggiunge.

Benché essi non abbiano subito danni fisici, si trovano in uno stato di estremo terrore e di sofferenza psicologica.

Mia figlia, che ha assistito all’incidente, rifiuta ancora di lasciare la casa e piange in continuazione.”

Campanello d’allarme

Questo è il primo incidente rilevato in cui coloni hanno rapito bambini nella cittadina, che dalla creazione del nuovo avamposto dopo l’inizio della guerra contro Gaza ha subito ripetuti attacchi.

Hanani afferma che negli ultimi mesi i coloni hanno incendiato la sua macchina e il camion che usa per lavoro, dato fuoco alle sue coltivazioni e lanciato ripetutamente pietre contro la sua casa.

“Tutti questi danni materiali sono stati risarciti, ma rapire e aggredire bambini fa suonare un campanello d’allarme e mette direttamente in pericolo le nostre vite,” afferma.

Secondo Hanani lo scopo di questi attacchi è obbligare i palestinesi a lasciare le loro terre e case, aprendo la via all’occupazione della zona da parte dei coloni.

Gli abitanti dicono che l’esercito israeliano non è stato presente sul posto in nessun momento, mentre interviene rapidamente ovunque in Cisgiordania se i coloni sono minacciati.

Nel luglio 2014 coloni israeliani hanno rapito l’adolescente palestinese Mohammed Abu Khdeir nella città di Shuafat, nella Gerusalemme est occupata. Lo hanno portato in una zona boscosa dove, prima di bruciarlo vivo, lo hanno torturato.

Con l’attuale governo di estrema destra gli attacchi dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando nel 2022 questo governo ha preso il potere si sono registrati i più alti tassi di confisca delle terre, aggressioni contro i proprietari di terreni, furti di bestiame e creazione di avamposti coloniali.

Ciò che distingue questo governo è il livello di appoggio e incoraggiamento garantito ai coloni, sia rifornendoli di armi che finanziando la creazione di nuovi avamposti. Questo sostegno ha permesso e incoraggiato i coloni a compiere aggressioni contro i palestinesi con lo scopo di espellere le comunità e occupare la loro terra.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Picchiato mentre era in arresto’: Israele scarcera il regista vincitore dell’Oscar

Redazione di MEMO

25 marzo 2025 – Middle East Monitor

Le autorità di occupazione israeliane hanno rilasciato Hamdan Ballal il regista palestinese vincitore del premio Oscar dopo che ieri è stato picchiato e imprigionato dalle forze di occupazione israeliane.

Dopo aver passato una notte ammanettato e picchiato in una base militare, Hamdan Ballal è adesso libero e sta per ricongiungersi alla sua famiglia,”, ha scritto il co-regista israeliano del film Yuval Abraham in un post sul social media X [precedentemente Twitter, ndt.].

Condividendo una fotografia di Ballal su Instagram, il loro co-regista Basil Adraa ha scritto: “Hamdan è stato scarcerato ed è adesso in un ospedale di Hebron per essere curato. È stato picchiato dai soldati e dai coloni su tutto il corpo. Durante la scorsa notte nella base militare i soldati lo hanno lasciato bendato e ammanettato.”

Ballal è stato portato via dalla sua casa presso il villaggio di Susya, nella Cisgiordania occupata, dopo che ieri i coloni l’hanno attaccata. Questi ultimi non solo lo hanno picchiato, ma hanno vandalizzato la sua proprietà, hanno frantumato i vetri dell’auto e squarciato le gomme.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gaza è sopravvissuta per migliaia di anni. Non può essere cancellata da Trump e Israele

Soumaya Ghannoushi

25 febbraio 2025 – Middle East Eye

I palestinesi rimarranno sulla loro terra, abbandonarla significherebbe tradire tutti coloro che li hanno preceduti

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, noto per la sua mancanza di sensibilità storica, afferma che il miglior piano per Gaza sia “radere al suolo il sito e sbarazzarsi delle rovine degli edifici”, aprendo la strada a un’acquisizione americana e a un progetto di riqualificazione.

Il leader di Reform UK [partito politico britannico, populista e sovranista, ndt.] Nigel Farage ha fatto delle osservazioni altrettanto ignoranti, immaginando una Gaza con “casinò e vita notturna”, parlando con la disinvolta superiorità di un colonizzatore che crede che la storia inizi con i propri capricci.

Questa è la logica della conquista: Prima, invadere e distruggere, poi ergersi sulle rovine e dichiarare la terra vuota.

La lunga e sanguinosa tradizione del colonialismo parla attraverso questi politici: coloni che arrivano su coste devastate, massacrano i nativi, quindi annunciano la loro scoperta di una terra nuova, una terra senza passato.

Ma Gaza non è vuota. Gaza non è mai stata vuota.

Ciò che sta accadendo davanti agli occhi di tutto il mondo non è solo una guerra, ma un genocidio culturale, un tentativo calcolato di cancellare il passato di Gaza in modo da negare al suo popolo la rivendicazione del proprio futuro.

L’aggressione di Israele ha preso di mira non solo gli esseri viventi, ma la storia stessa. Più di 200 siti storici sono stati cancellati, non per caso, né come danno collaterale, ma attraverso una campagna deliberata per separare Gaza dal suo stesso passato.

Cancellato dalla mappa

Il porto di Antedone, risalente all’800 a.C., da cui un tempo salpavano le navi fenicie, è stato cancellato dalla mappa. La Grande Moschea, la più grande e antica di Gaza, è sopravvissuta agli imperi ma non a questa guerra.

La Chiesa di San Porfirio, dove i cristiani hanno pregato per secoli, è stata bombardata mentre i civili cercavano rifugio tra le sue antiche mura. Anche uno dei monasteri più antichi del mondo è stato danneggiato durante la guerra.

Risulta che a Gaza siano state attaccate più di 1.100 moschee, delle quali tre quarti completamente rase al suolo. Sono state distrutte anche tre chiese e sono stati presi di mira 40 cimiteri, oltre alle tombe disseppellite e ai corpi rubati, affermano i funzionari palestinesi.

Il passato stesso è stato disseppellito e profanato. Questa non è solo distruzione; è un tentativo di cancellare l’idea stessa che Gaza e la sua gente siano mai appartenute a questa terra.

Eppure Gaza era antica quando Roma era giovane. Era fiorente prima ancora che Londra e Parigi venissero persino immaginate. L’archeologo britannico Flinders Petrie ha fatto risalire l’esistenza di Gaza a 5.000 anni fa, a Tell el-Ajjul [sito archeologico nel deserto del Negev, ndt.], dove cananei, egiziani, filistei, persiani e greci hanno lasciato la loro impronta.

Nel primo millennio a.C. il regno di Ma’in dello Yemen, una delle prime civiltà arabe, fece di Gaza un polo commerciale da dove le merci partivano verso il Mediterraneo, l’Europa, l’Egitto e l’Asia.

Dopo che Hashim ibn Abd Manaf, il bisnonno del profeta Maometto, morì a Gaza la città divenne nota come Gaza Hashim in suo onore. Lì egli si assicurò la ricchezza dei Quraysh consentendo il commercio che in seguito avrebbe reso La Mecca un centro di scambi, un tragitto così importante che fu immortalato nella sura coranica Quraysh.

Anni dopo, durante la spedizione del profeta Maometto a Tabuk nel nono anno dall’Egira il vescovo di Gaza si recò da lui con un racconto straordinario. Informò il Profeta che quando il suo bisnonno Hashim morì a Gaza le sue ricchezze furono affidate alla custodia della chiesa locale. Il vescovo restituì quel deposito, che fu poi distribuito tra i capi [della dinastia] dei Banu Hashim.

Questo è uno degli innumerevoli aneddoti che fanno luce sui legami secolari e intimi tra cristiani e musulmani a Gaza.

Un attacco sistematico

Imperi nacquero e caddero. I bizantini costruirono chiese, gli ottomani eressero moschee e madrasse e i crociati presero possesso di Gaza, solo per essere respinti dal Saladino, che proseguì per liberare Gerusalemme.

A Gaza nacque al-Shafi’i, uno dei più grandi giuristi dellIslam, il cui desiderio per la sua terra natale non si affievolì mai: Anelo alla terra di Gaza, sebbene dopo la nostra separazione il silenzio mi tradisca”, disse una volta.

Eppure ora, nel mezzo dell’implacabile assalto israelo-americano, un conduttore di Fox News ha liquidato i palestinesi di Gaza come ignoranti”, ripetendo la stessa retorica coloniale da sempre usata per giustificare un genocidio.

Lobiettivo è chiaro: disumanizzare i palestinesi di Gaza, farli apparire primitivi, incapaci, indegni. Riducendoli a nulla, si induce il mondo a credere che, quando saranno spazzati via, non si sarà verificata alcuna grande perdita.

Ma la verità smaschera la menzogna.

La Palestina detiene uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo, intorno al 97%. Prima di questa guerra, Gaza aveva 12 università che hanno sfornato scienziati, medici, ingegneri e pensatori di fama mondiale. Tutte queste istituzioni sono state ora distrutte, perché un palestinese istruito è una minaccia, non per il mondo, ma per coloro che desiderano vederli cancellati.

Israele, oltre a bombardare le scuole di Gaza, ha sistematicamente ucciso accademici, scienziati e studiosi: il suo esercito ha ucciso più di 90 docenti universitari, insieme a centinaia di insegnanti e migliaia di studenti.

“Dovremo uccidere e uccidere”

Gaza non è solo una città. È la spina dorsale dell’identità nazionale palestinese.

Dopo la Nakba del 1948, quando 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro città e dai loro villaggi per consentire la creazione dello Stato di Israele, Gaza divenne l’ultimo rifugio per centinaia di migliaia di persone.

Dai suoi campi e dalle sue strade sono emersi i leader della lotta palestinese: tra i tanti, Yasser Arafat, Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad) e Sheikh Ahmed Yassin. E dal suo popolo nacque Said al-Muzayin, il poeta della rivoluzione, autore delle parole dell’inno nazionale palestinese.

Oggi a Gaza un ragazzino siede tra le rovine e la sua piccola figura è resa ancora più piccola dalla devastazione che lo circonda. La sua voce si alza, chiara, incrollabile e bellissima. Canta: “La mia patria, la mia patria, la mia patria è ciò che io sono”.

Le sue parole toccanti squarciano il silenzio, portando con sé decenni di lotta e resilienza. Non sta solo cantando; sta dichiarando una verità indistruttibile. I palestinesi sono la [loro] terra. Cancellare gli uni significa cancellare anche l’altra.

La distruzione di Gaza non è iniziata il 7 ottobre 2023, è sempre stata parte del piano di Israele sostenuto dall’occidente.

Due decenni fa lo stratega israeliano Arnon Soffer formulò una previsione agghiacciante per il futuro di Gaza: Quando 2,5 milioni di persone vivranno in una Gaza chiusa, sarà una catastrofe umana. Quella gente diventerà ancora più animalesca di quanto lo sia oggi, con laiuto di un folle Islam fondamentalista. La pressione al confine sarà impressionante. Scoppierà una guerra terribile. Quindi, se vogliamo rimanere in vita, dovremo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno.”

Prima gli israeliani hanno isolato Gaza. Poi l’hanno fatta morire di fame. Ora stanno cercando di spazzarla via.

Un calcolo cinico

La visione di Trump per Gaza è quella di uno sterminatore coloniale. Questa visione non si accontenta della sola morte, della distruzione delle case, della demolizione degli ospedali o del silenzio nelle aule dove un tempo germogliava il futuro. Non basta bombardare i vivi; questa visione mira a cancellare i morti, a trasformare Gaza in un vuoto, una terra senza passato, senza memoria, senza popolo.

Questo è lo stesso freddo calcolo che ha giustificato il massacro di milioni di indigeni nelle Americhe; la stessa mano spietata che in Australia ha spazzato via dalla loro terra antiche nazioni, sempre in nome della civiltà e del progresso. Le città sono state ridotte in polvere, le lingue inghiottite dal silenzio, la storia riscritta dalla penna del conquistatore.

Ogni monumento distrutto, ogni manoscritto strappato, ogni voce ridotta al silenzio è parte di un crimine antico e familiare, che non si limita a uccidere, ma nega persino che vi sia mai stato qualcosa da uccidere.

Oggi a Gaza un uomo di mezza età siede in silenzio sulle rovine della sua casa, con la polvere della distruzione appiccicata alla pelle. Quando gli viene chiesto perché non se ne va, perché rimane nell’ombra della devastazione, la sua risposta è pacata ma ferma: “Mio figlio è morto qui. Il suo sangue è stato versato qui. Le sue ossa giacciono sotto queste macerie. Seduto qui, mi sento vicino a lui”.

In quella singola frase si cela la ricchezza di mille storie non raccontate.

Per il mondo Gaza è solo macerie, rovine da sgomberare,ma per i palestinesi che vi vivono è terra sacra, dove i ricordi respirano sotto la polvere e il riso di chi non c’è più indugia nel silenzio.

Come possono abbandonare quel poco che resta dei loro cari? Come possono andarsene quando ogni pietra frantumata è una lapide?

Esilio e cancellazione

La gente di Gaza non si regge solo sulle rovine delle proprie case; si regge sulle rovine di una storia rubata, sui ricordi di città e villaggi cancellati dalla terra per far posto al sogno di altri. “Una terra senza popolo”, è stato detto loro.

“Non esiste un popolo palestinese”, dichiarò l’ex primo ministro israeliano Golda Meir, una donna che aveva lei stessa un passaporto palestinese prima della nascita dello Stato di Israele.

Essere esiliati è un crimine; essere cancellati un altro.

Ed è per questo che i palestinesi restano. Perché andarsene significherebbe arrendersi alla menzogna permettendo che la storia venga riscritta in loro assenza. Restano perché ogni pietra, ogni strada, ogni rovina sussurra il loro nome, e abbandonarla significherebbe tradire coloro che vi hanno camminato prima di loro.

Il mondo non deve permettere che questo genocidio culturale abbia successo. Gaza deve essere ricostruita, non cancellata.

Gaza non è rovine. Gaza non è il nulla. Gaza è patrimonio dell’umanità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice anglo-tunisina ed esperta di politica mediorientale. I suoi lavori giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e all’indirizzo X @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele caccia con la forza gli studenti e chiude una scuola UNRWA a Gerusalemme Est occupata

  1. Redazione di MEMO

18 febbraio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno cacciato con la forza studenti palestinesi e hanno chiuso una scuola gestita dall’UN Relief and Works Agency (UNRWA) [l’Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi, ndt.] a Gerusalemme Est occupata.

Il governatorato di Gerusalemme ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione in una scuola elementare per bambini affiliata all’UNRWA nel quartiere di Wadi Al-Joz a Gerusalemme e hanno ordinato al personale di chiudere l’istituto dopo aver cacciato con la forza gli studenti.

L’azione segue un ordine del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di far rispettare il divieto all’UNRWA di operare nella città. Con le nuove restrizioni, le attività dell’UNRWA dentro le “aree sotto la sovranità israeliana” sono adesso proibite, inclusa l’operatività degli uffici di rappresentanza e l’erogazione di servizi. Anche agli israeliani è proibito avere contatti con l’agenzia. Gerusalemme Est è stata annessa dallo Stato di occupazione negli anni ’80, con un’iniziativa che non è stata riconosciuta dalla maggior parte delle Nazioni in quanto secondo il diritto internazionale l’annessione dei territori acquisiti con la forza delle armi è illegale.

A maggio 2024, la dirigenza dell’UNRWA è stata obbligata a chiudere le sedi sotto la pressione degli attacchi da parte dei coloni illegali che hanno raggiunto il punto in cui i suoi edifici sono stati incendiati due volte in una settimana. Il 10 ottobre dello scorso anno l’autorità israeliana che gestisce il territorio ha annunciato la confisca del terreno sul quale è collocata la sede dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est occupata e la trasformazione del sito in un avamposto illegale che comprende 1.440 unità abitative. Tutte le colonie israeliane e i coloni che ci vivono sono illegali per il diritto internazionale.

Il regime di occupazione ha anche colpito il centro di formazione di Kalandia e il 14 gennaio 2024 l’autorità israeliana per il territorio ha preso una decisione chiedendo all’UNRWA di liberarlo e di pagare una tassa di occupazione retroattiva di 17 milioni di shekels (circa 4,56 milioni di euro) con il pretesto di aver costruito e aver usato gli edifici senza permesso.

L’UNRWA fornisce servizi essenziali, inclusi aiuti umanitari, sanitari ed educativi, a più di 110.000 rifugiati palestinesi registrati nella sola Gerusalemme. Nella città occupata l’agenzia ONU gestisce due campi profughi, Shuafat e Kalandia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Genocidio in nome della sicurezza nella visione dei coloni israeliani

Ramona Wadi

17 dicembre 2024 MiddleEastMonitor

 

I leader dei coloni israeliani chiedono al governo israeliano di emulare la strategia genocida usata contro i palestinesi a Gaza per sfollare e ripulire etnicamente i palestinesi dalla Cisgiordania occupata. In una lettera al Gabinetto di Sicurezza israeliano Yisrael Ganz, capo del Consiglio Yesha [unione dei consigli comunali delle colonie in Cisgiordania, ndt.] che si occupa degli affari delle colonie, insieme ad altri leader dei coloni e sindaci ha chiesto la demolizione di edifici e campi profughi nella Cisgiordania occupata. Tutti i coloni israeliani e le colonie in cui vivono sono chiaramente illegali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. “Dopo aver trasferito la popolazione, l’infrastruttura terroristica dovrebbe essere smantellata esattamente come abbiamo fatto nella Striscia di Gaza, ovvero: ogni edificio incriminato deve essere distrutto, ogni terrorista deve essere eliminato”, ha scritto nella sua lettera. “Questo è il momento di abbandonare un approccio difensivo e procedere con uno di offensiva letale, efficiente ed efficace in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Questo è il momento giusto, si legge nella lettera, perché un’attenzione distratta fissa su Gaza si è poi spostata su Libano e Siria. E se la Cisgiordania occupata, già destinata all’illusoria costruzione di uno Stato e a fantomatici finanziamenti da parte della comunità internazionale, ha in passato servito il suo scopo di mantenere in vita la “soluzione” dei due Stati, Israele ha dichiarato apertamente che il paradigma è ormai defunto e inapplicabile. Quindi perché la comunità internazionale dovrebbe ora preoccuparsi della sua mancata realizzazione? Il tempo è favorevole a Israele, ma non al popolo palestinese. Il genocidio non ha spinto la comunità internazionale ad agire. Al contrario, il mondo ha continuato a tergiversare raccogliendo come sempre dati statistici. Nella Cisgiordania occupata i dati hanno già normalizzato le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e la comunità internazionale avrà vita più facile. E avendo normalizzato il genocidio e le sue conseguenze, cosa può davvero impedire a Israele di ripetere lo stesso schema di pulizia etnica se lo vuole?

“La sovranità israeliana in Giudea e Samaria farà fuori l’asse del male, proteggerà Gerusalemme e Tel Aviv e salvaguarderà anche Londra, Berlino e New York”, ha detto Yisrael Ganz al Jerusalem Post. Il colonialismo e il genocidio di Israele vengono ora promossi come strumenti per proteggere l’Occidente. Ovviamente, gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito non si opporrebbero a tale retorica e alla sua realizzazione, data la loro complicità nel genocidio di Gaza, per non parlare del loro indiscusso sostegno decennale all’espansione coloniale.

Se Israele e la comunità internazionale sono concordi sul genocidio per creare una zona cuscinetto di una presunta sicurezza, come definirà le vittime la comunità internazionale? Danni collaterali? Irrilevanti? Se Israele commetterà davvero un genocidio nella Cisgiordania occupata con la benedizione della comunità internazionale, il che è probabile, come saranno ridefiniti i diritti umani e il diritto internazionale? Non solo la comunità internazionale non ha fermato il genocidio a Gaza, ma acconsentirebbe alla sua estensione nella Cisgiordania occupata sotto le mentite spoglie di preoccupazioni per la sicurezza non solo israeliana, ma addirittura internazionale. Nonostante la resistenza anticoloniale palestinese sia diretta esclusivamente contro Israele, non contro Israele e i suoi complici. Lo squilibrio di potere è enorme e continua a crescere parallelamente al soggiogamento forzato del popolo palestinese. Israele sta annunciando apertamente il suo ruolo nel cambiare il Medio Oriente e il mondo si rifiuta ancora di riconoscere come i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata vengano sacrificati all’obiettivo sionista del Grande Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Quando la terra della Cisgiordania vale milioni non è un problema per i coloni espellere altri coloni

Shuki Sadeh e Shomrim

14 dicembre 2024 – Haaretz

Perché il movimento degli insediamenti coloniali israeliani sta procedendo sempre più rapidamente nella distruzione dei propri avamposti e fattorie? È un fenomeno complesso determinato da pressioni demografiche, promesse non mantenute, controversie interne e prezzi immobiliari in aumento. Un’indagine di Shomrim esamina le dinamiche alla base del processo.

“Stai sfruttando il tuo potere per farmi del male. Per fare del male a tuo fratello. Hai la legge dalla tua parte e il potere di cacciarmi, quindi dai, cacciami. Ti dico che non cederò. Resterò davanti al tuo bulldozer fino alla fine”.

Si potrebbe pensare che a pronunciare queste parole sia un membro della “gioventù della collina”, i giovani coloni estremisti, religiosi e sionisti che operano in Cisgiordania, poco prima di essere espulso con la forza da un soldato o da un agente di polizia delle Forze di difesa israeliane da una terra occupata illegalmente. In realtà, sono state dette di recente a Yaron Rosenthal, il capo del Consiglio regionale di Gush Etzion, un pilastro del movimento locale degli insediamenti coloniali, dal proprietario dell’avamposto della fattoria El-Hai dopo aver fatto irruzione nel suo ufficio. Ufficialmente, il motivo della disputa è l’avviso inviato dal consiglio regionale che affermava che stava per emettere un ordine di demolizione per l’avamposto, in quanto costruito su suolo pubblico. Tuttavia i coloni che vivono nell’avamposto sono convinti che la vera ragione dell’intervento sia un piano del consiglio regionale per destinare il terreno in questione alla realizzazione di un nuovo quartiere della colonia di Kfar Eldad.

Kfar Eldad, situata a est di Gush Etzion, ha visto negli ultimi anni un boom immobiliare. A gennaio, ad esempio, un appartamento di quattro stanze con un cortile di 150 mq è stato venduto per 2,7 milioni di shekel (circa 720.000 euro). Kfar Eldad non è riconosciuta come una comunità indipendente e fa formalmente parte del vicino insediamento di Nokdim, all’interno del quale, tuttavia, opera come una comunità semi-autonoma.

Una visita all’avamposto illustra la logica alla base dell’argomentazione avanzata da Shem-Tov Luski, la persona responsabile dei commenti rabbiosi rivolti a Yaron Rosenthal citati sopra. Dall’altro lato della strada che conduce all’avamposto è stata recentemente eretta una recinzione che delimita l’area di un progetto di edilizia residenziale pianificato e promosso dalla società di costruzioni Harey Zahav, di proprietà di Ze’ev Epstein. In questa fase non esiste ancora un piano regolatore ufficiale per trasformare l’area in una zona residenziale, ma i progetti possono sempre essere modificati e in ogni caso nella zona c’è molto terreno disponibile.

La fattoria El-Hai è stata fondata nel 2001 dalla defunta madre di Luski, Batya Luski El-Hai, dopo essere emigrata in Israele dal Regno Unito. Sul sito ci sono quattro edifici, ulivi, stalle, un laboratorio, un recinto per il bestiame e un vivaio di piante. Batya Luski è morta nel 2022. I suoi figli, Shem-Tov e Lurya, hanno lasciato la fattoria diversi mesi dopo e la proprietà è attualmente gestita da Yonatan Applebaum, un attivista proveniente dalla fattoria Har Hebron e amico di famiglia. Ognuna delle tre famiglie che vivono nel sito paga un affitto mensile tra 1.500 e 2.000 shekel (circa 400-550 euro). Un’udienza riguardante l’ordine di demolizione è prevista per questo mese presso gli uffici del consiglio regionale.

“Per tutti questi anni non siamo stati nella legalità. Come tutti gli avamposti coloniali in Giudea e Samaria (per definizione) non potevamo essere legali, ma ecco che all’improvviso loro (il consiglio regionale) vogliono costruire e promuovere un progetto e ci dicono, ‘State violando la proprietà privata’, ‘Non siete legali’ e ‘Le vostre case non sono a norma'”, dice Appelbaum, aggiungendo che alla fine dell’anno scorso l’avamposto ha aperto un centro mente-corpo che ospita workshop terapeutici, alcuni dei quali sono frequentati da bambini e persone che soffrono di PTSD [disordine da stress postraumatico, ndt.].

“La cosa assurda è che la fattoria può essere integrata, come spazio pubblico, in qualsiasi futuro progetto di costruzione. I nostri workshop sono frequentati dalla gente quasi ogni giorno, quindi ho chiesto: ‘Perché state distruggendo questa cosa meravigliosa per un progetto pubblico quando un progetto pubblico esiste già?’ Rosenthal mi ha detto che è un funzionario statale e che opera in conformità con la legge. Altri funzionari mi hanno lasciato intendere che sono disposti a trasferirci in un sito diverso, circa un miglio a nord. Anche lì la fattoria non sarà legale, ma è quello che vogliono. Vogliono che per i prossimi 20 anni io sia il loro soldato semplice”, cioè in sostanza sacrificabile.

Igal Komisarov, il presidente della società cooperativa Kfar Eldad, sostiene di aver iniziato a cercare di far rimuovere la fattoria solo dopo la morte di Batya Luski, e questo perché era stata costruita su suolo pubblico, e non ha nulla a che fare con eventuali piani di costruzione futuri. “Kfar Eldad in passato aveva accettato che Batya Luski potesse vivere su quella terra”, conferma. “La ricordiamo e onoriamo la sua memoria, merita molto rispetto, ma non abbiamo mai detto che la terra le apparteneva. È un’area che deve essere aperta e accessibile al pubblico. Gli unici impegnati in una strategia immobiliare sono i proprietari della fattoria, affittando strutture alle famiglie e tenendo workshop”.

Lurya Luski vede le cose in modo molto diverso. Afferma che i funzionari di Kfar Eldad, che volevano allontanare sua madre dalla proprietà, hanno iniziato a infastidirla circa due o tre anni prima che morisse: “Ci ha raccontato dei problemi che stavano creando e di come fosse costretta ad affrontarli da sola. Pochi mesi prima della sua morte si sono presentati alle 3 del mattino con un trattore e hanno iniziato a buttare giù le recinzioni. Sono venuti da noi poco più di un mese dopo la sua morte e ci hanno detto che dovevamo andarcene”.

Da pionieri ad agenti immobiliari

La lotta per il destino della fattoria El-Hai è solo un esempio di un fenomeno diffuso per cui i coloni vengono cacciati dagli avamposti e dalle fattorie in Cisgiordania dalla stessa organizzazione a capo dell’insediamento coloniale. Questo può sembrare un fenomeno piuttosto strano, forse persino bizzarro, dato che apparentemente va contro l’ideologia dichiarata del movimento delle colonie, ma un esame più approfondito dei dettagli rivela un quadro complesso, che comprende schemi di pianificazione, promesse non mantenute, prezzi immobiliari in continua ascesa e un desiderio da parte di tutti i soggetti coinvolti di massimizzare i profitti.

Per comprendere appieno le radici di questo fenomeno è necessario tornare indietro e osservare come si sono espansi gli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania. Il metodo più antico prevedeva di posizionare case mobili a circa un miglio da una colonia esistente. Se il terreno era di proprietà statale, il sito sarebbe stato “legalizzato” come nuovo quartiere dell’insediamento adiacente, anche senza alcuna contiguità geografica tra i due. È un approccio utilizzato per la creazione della maggior parte degli avamposti coloniali in Cisgiordania dalla fine degli anni ’90.

Un altro metodo, che è diventato sempre più consueto negli ultimi anni, è quello di realizzare un insediamento agricolo. Queste fattorie consentono ai coloni di prendere il controllo di grandi aree con un piccolo numero di abitanti. La maggior parte di queste si trova nell’Area C della Cisgiordania, che ne costituisce circa il 60% e che è sotto il pieno controllo di sicurezza e amministrativo israeliano. Installare una fattoria consente ai coloni di prendere il controllo di aree con varie definizioni urbanistiche, da terreni di proprietà statale a terreni di proprietà privata e terreni il cui status legale è oggetto di controversia. Nel momento in cui la fattoria riceve l’approvazione legale, questo è il segnale per la creazione di una nuova fattoria ancora più lontana, che a sua volta diventerà un insediamento coloniale o un quartiere di un insediamento vicino, se ce n’è uno.

Molti dei coloni sono portati ad affrontare questa avventura pionieristica dal sogno o dall’aspirazione romantica di vivere in un posto con un carattere rurale e agricolo. Altri lo fanno in base alla promessa che la loro futura casa avrà un grande appezzamento di terra annesso. Ecco perché molti di loro non riescono a capire come, in alcuni casi, il processo finisca con la costruzione di case mentre in altri finisca con ordini di demolizione. In molte occasioni, la decisione dipende dall’identità delle persone che si trasferiscono nell’avamposto, dalla loro ideologia e, cosa più importante, da quanto sono vicine all’insediamento coloniale. Quindi si è creata una situazione per cui i consigli regionali in Cisgiordania, che per anni sono stati l’opposizione di destra agli sforzi dello Stato di reprimere gli avamposti coloniali illegali, ora supportano la rimozione di questi avamposti, in particolare se ciò comporta un vantaggio finanziario, e stanno attivamente avviando azioni per farlo.

In passato il movimento per gli insediamenti coloniali si è concentrato sulla costruzione di case unifamiliari. Tuttavia negli ultimi anni la tendenza si è spostata a favore dei condomini. La ragione principale di ciò è la “crescita naturale”, ovvero la necessità e la domanda di appartamenti, che danno rendimenti molto più elevati per i costruttori. Le persone che realizzano fattorie, che si sono trasferite sulla terra in seguito a promesse o nella speranza di avere una casa unifamiliare, si trovano improvvisamente di fronte a una nuova politica: in alcuni luoghi le fattorie sono effettivamente autorizzate, ma in altri vengono demolite a vantaggio della costruzione di alloggi ad alta densità. Un esame più attento rivela che in alcuni di questi casi le persone allontanate dalla terra non sono considerate come originarie del contesto ideologico tradizionalmente accettato in relazione alla colonizzazione, o sono percepite come se abbracciassero uno stile di vita non convenzionale.

A Kiryat Arba [una delle prime colonie e nota per il suo estremismo, ndt.], ad esempio, sembra che ci si dimostri molto compiacenti verso i membri dell’avamposto di Givat Gal, i cui abitanti includono un folto gruppo del movimento Nahala, che è rispettato per i suoi sforzi per ricolonizzare la Striscia di Gaza. Diversi anni fa gli abitanti dell’avamposto si opposero a un piano per demolirlo e costruire al suo posto alloggi ad alta densità, ed Eliyahu Liebman, all’epoca a capo del consiglio di Kiryat Arba, fece marcia indietro. Ora le parti sono di nuovo impegnate a dialogare.

“C’è una certa logica dietro la tensione tra i coloni e i consigli regionali”, afferma un membro del Consiglio regionale di Kiryat Arba che ha chiesto di rimanere anonimo. “Da un lato, non si vuole danneggiare le persone che si sono trasferite sulla terra. Abbiamo nei loro confronti un debito di gratitudine. Dall’altro, un leader del consiglio vuole quante più unità abitative possibili. La questione è se autorizzeranno le case unifamiliari della gente di Givat Gal. Sono dell’opinione che dovrebbe essere loro consentito di fare ciò che vogliono. Ma il dialogo non è finito”.

È sicuramente un fenomeno reale”, afferma un ex funzionario dell’Amministrazione civile. “All’interno della dirigenza dell’insediamento queste persone sono note come agenti immobiliari, in contrapposizione agli ideologi. Il fenomeno è particolarmente diffuso nei luoghi in cui la terra è più costosa. Alla fine le autorità locali si rivolgono all’Amministrazione Civile [ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] e chiedono loro di allontanare i coloni”.

Ma’ale Rehavam

Un altro avamposto coloniale situato nelle vicinanze di Nokdim offre un ottimo esempio del fenomeno. Ma’ale Rehavam è un insieme eclettico di strutture e case mobili sparse su diverse colline e collegate da strade sterrate dissestate. Tra 20 e 25 famiglie vivono nell’avamposto, ma c’è un alto turnover di abitanti. Secondo i dati pubblicati da Haaretz, nel 2023 l’Amministrazione Civile ha demolito 34 delle 385 strutture illegali identificate nelle colonie della Cisgiordania, la maggior parte delle quali a Ma’ale Rehavam.

Secondo un abitante di lunga data dell’avamposto, che ha anche chiesto di non essere identificato, i coloni di Ma’ale Rehavam godevano del sostegno del Consiglio regionale di Gush Etzion, della Divisione per gli insediamenti dell’Organizzazione sionista mondiale, del movimento Amana e persino del Primo Ministro Ariel Sharon. Tuttavia negli ultimi 10 anni è scoppiata una disputa feroce tra le autorità e Kfar Eldad, da una parte, e i coloni dell’avamposto dall’altra. Al centro della loro disputa c’è un piano promosso dal consiglio per costruire 400 unità abitative in strutture ad alta densità. I ​​coloni, da parte loro, chiedono la legalizzazione dei primissimi edifici costruiti sul sito, tutti con molto terreno e in un contesto pastorale.

Nell’ambito della disputa a Ma’ale Rehavam sono state tagliate, tra le altre cose, l’acqua e l’energia elettrica. Per quanto riguarda gli abitanti di Kfar Eldad, che controllano i servizi, i vicini dovevano semplicemente loro dei soldi. Lasciati senza scelta, nel corso dell’ultimo decennio gli abitanti dell’avamposto hanno fatto affidamento su pannelli solari e acqua portata con cisterne dai villaggi palestinesi vicini, finché diversi mesi fa non sono stati ricollegati alla rete idrica. “Il cambiamento dell’approccio nei nostri confronti è iniziato nel 2008″, afferma un abitante. “Una strada appena asfaltata ha ridotto il tempo di percorrenza per Gerusalemme da 50 a 20 minuti e ha fatto salire i prezzi degli appartamenti di centinaia di punti percentuali. Siamo venuti qui per proteggere la terra. Non c’è motivo, dopo tutti questi anni, per cui non debbano autorizzare le nostre case come hanno fatto in altri avamposti, ma ci stanno trattando come ‘agenti immobiliari’. Tuttavia, spero che riusciremo a raggiungere un compromesso. Le case che già esistono qui possono essere integrate in un futuro quartiere.”

Zayit Raanan

Anche il blocco di insediamenti di Talmonim, che si trova nel Consiglio regionale di Mateh Binyamin, è diventato un’area molto ricercata, dove nel corso degli anni i prezzi delle case sono aumentati costantemente. A luglio, ad esempio, un appartamento di quattro stanze in un condominio nell’insediamento di Talmon è stato venduto per 2,1 milioni di shekel [560.000 euro, ndt.]. I coloni israeliani si sono trasferiti per la prima volta nel vicino avamposto di Zayit Raanan nei primi anni 2000, con il supporto del movimento Amana [organizzazione di coloni, ndt.] e del consiglio regionale. Secondo una brochure di Amana del 2002, ad esempio, a chiunque si trasferisse nell’avamposto veniva promesso un terreno agricolo come parte della sua proprietà. Oggi la maggior parte delle case sono destinate alla demolizione, sulla base dei piani che prevedono la costruzione un nuovo quartiere per la colonia di Talmon.

In un ricorso amministrativo attualmente in discussione presso la Corte distrettuale di Gerusalemme gli abitanti di Zayit Raanan sostengono di essere discriminati rispetto agli altri quartieri di Talmon: Nerya, Haresha, Kerem Reim e Horesh Yaron: “Il piano regolatore elaborato per Haresha si basa interamente su costruzioni illegali, tra cui strutture permanenti, case mobili e un sistema stradale. Non è chiaro perché gli stessi criteri non siano stati adottati per Zayit Raanan”, afferma la petizione. Altri argomenti riguardano il loro trattamento rispetto agli abitanti di Nerya. A differenza dei coloni di Zayit Raanan, che si sono trasferiti lì da vari luoghi in Israele, Nerya è popolata da circa 400 famiglie, tutte appartenenti alla corrente principale del movimento religioso-sionista, tra cui molti ex studenti della yeshiva [scuola religiosa, ndt.] Mercaz Harav. Qui, sostengono, sta il problema:

“Da una prospettiva politica, e per considerazioni elettorali, è nell’interesse del capo del consiglio che ci sia una comunità [di elettori] grande e non una piccola”, afferma un abitante dell’avamposto. “Qualche anno fa il consiglio ha deciso, sotto la pressione di Nerya, che era necessario cacciarci dal sito e, al nostro posto, promuovere un piano valido per un’edilizia residenziale urbana ad elevata densità. E poi per la prima volta il consiglio ha chiesto ordini di demolizione delle strutture. Di solito, gli abitanti degli avamposti devono trovare tutti i modi possibili per nascondersi dall’Amministrazione Civile; in questo caso, dobbiamo nasconderci dal consiglio regionale [delle colonie, ndt.]. Le persone che sono venute a Zayit Raanan sapevano che c’era un “giovane insediamento” in Giudea e Samaria e che l’obiettivo era sempre quello di autorizzare gli avamposti piuttosto che demolirli. Qui vogliono demolire. Le stesse persone che ci hanno incoraggiato a trasferirci qui come pionieri hanno iniziato a trattarci in modo diverso nel momento in cui hanno visto il potenziale immobiliare”.

Oltre a tutto questo c’è anche una feroce disputa personale, che include cause per diffamazione, accuse di furto di rotoli della Torah, boicottaggi da parte di bambini nelle scuole locali e lamentele sul trattamento preferenziale che alcuni abitanti di Zayit Raanan otterrebbero dagli abitanti di Nerya. In un’udienza tenutasi a febbraio 2021 presso l’Unità di pianificazione centrale dell’Amministrazione Civile, Matanya Aharonovich, un colono di Zayit Raanan, ha chiesto: “Che senso ha che qui ci siano così tante case destinate alla demolizione e per puro caso cinque siano state rimosse dall’elenco? Possiamo dirvi che tutti coloro che vivono in quelle cinque case sono affiliati alla tendenza Hardali che è fedele a Nerya”, riferendosi ai coloni ultra-ortodossi nello stile di vita ma sionisti nell’ideologia. “La caratteristica di Zayit Raanan è di essere più tollerante: laici, religiosi, immigrati, nativi, ultra-ortodossi. Nerya ha trovato una soluzione, che è distruggere tutto questo: delle persone che vivono qui ci si prenderà cura; le persone che vivono lì possono andare all’inferno.”

Tapuah Ma’arav

In una parte significativa di questo tipo di controversie tra gli abitanti degli avamposti coloniali e l’istituzione a capo della colonia i primi puntano il dito accusatore contro il movimento Amana, a cui fa capo la responsabilità dell’arrivo di molti dei coloni pionieri trasferitisi in Cisgiordania all’inizio del processo. Amana è definita una società cooperativa e, in quanto tale, non è tenuta alla trasparenza di fronte all’opinione pubblica. È controllata in pratica dal Consiglio Yesha degli insediamenti e dai consigli regionali più grandi in Cisgiordania. In passato ha ricevuto ampie aree di terra dallo Stato senza alcun costo, tramite la Federazione Sionista Mondiale. Ma, come ha rivelato Shomrim [associazione di ebrei ultraortodossi che svolge attività simili ai City Angels, ndt.] l’anno scorso, è anche pesantemente coinvolta nelle vendite di terreni a prezzi maggiorati in insediamenti coloniali ricercati e usa i suoi profitti per finanziare le sue operazioni altrove.

Oltre a garantire assistenza all’inizio del viaggio, Amana fornisce anche agli avamposti coloniali un supporto politico nei corridoi del potere. Tuttavia questo può avere un prezzo. Quando arriverà il momento, Amana avrà il potere politico di chiedere loro di lasciare l’avamposto. Nel caso delle fattorie coloniali che sono state realizzate negli ultimi anni i potenziali abitanti hanno firmato un documento in cui dichiarano chiaramente di essere consapevoli di questa possibilità. Tuttavia nei 20 anni che hanno preceduto questo periodo il rapporto tra le parti è stato molto meno chiaro.

Uno degli avamposti coloniali i cui abitanti esprimono più rabbia verso Amana è quello di Tapuah Ma’arav, che è stato fondato nei primi anni 2000. Nel 2015 l’organizzazione [israeliana] per i diritti umani Yesh Din ha presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia per conto degli abitanti del vicino villaggio palestinese di Yasouf, opponendosi all’edificazione in quel luogo. Tuttavia paradossalmente i procedimenti legali hanno portato all’autorizzazione retroattiva del terreno, consentendo al progetto di procedere. Nel corso della realizzazione è stata costruita una strada per Tapuah Ma’arav, aprendo la via a un nuovo quartiere residenziale a spese dell’avamposto coloniale. Otto famiglie si sono opposte al piano e alla fine del 2020 hanno presentato una petizione amministrativa. Hanno sostenuto, tra le altre cose, che quando si sono stabiliti per la prima volta sul terreno era stato promesso loro che lo sviluppo futuro avrebbe preservato il suo carattere rurale e agricolo.

“Le stesse Amana e Binyanei Bar Amana (la sussidiaria di Amana che realizza i suoi progetti), che attualmente stanno promuovendo i loro progetti a spese dei residenti e nel frattempo abbattono le case, hanno investito nel corso degli anni in questa colonia rilevanti capitali“, afferma la petizione. “La posizione di Amana secondo cui gli abitanti devono essere evacuati per costruirvi strutture e per impegnarsi alla ripartizione degli utili dimostra che gli abitanti sono stati di fatto sfruttati da Amana per salvaguardare il terreno e ora vengono cacciati via”. Un anno dopo, alla fine del 2021, la petizione è stata ritirata dopo che è stato raggiunto un accordo in base al quale le argomentazioni sarebbero state presentate alle autorità di pianificazione.

L’impegno di Amana in merito al carattere della comunità, al centro delle argomentazioni degli abitanti, è stato sollevato anche durante le udienze sulla petizione amministrativa contro la demolizione dell’avamposto di Tapuah Ma’arav, presentata alle autorità di pianificazione dell’Amministrazione Civile dell’IDF. Nella loro istanza gli abitanti sostengono anche di aver ricevuto una promessa dal capo del Consiglio regionale di Samaria, Yossi Dagan, secondo cui il futuro quartiere di Tapuah Ma’arav avrebbe avuto un aspetto rurale e che a ogni famiglia che vi abitava sarebbe stato assegnato un appezzamento di terreno di dimensioni comprese tra 500 e 750 mq. Il sottocomitato sui ricorsi di Giudea e Samaria ha respinto tale argomentazione affermando che Dagan non aveva l’autorità di fare una tale promessa. Ha inoltre respinto le affermazioni secondo cui le promesse erano state fatte dallo Stato e dalla Divisione per gli insediamenti, affermando che i querelanti non avevano presentato alcuna prova a sostegno.

Hadar-Betar

A metà agosto gli abitanti dell’avamposto di Hadar-Betar hanno ricevuto una lettera di avvertimento dal comune di Betar Ilit prima dell’attuazione di un ordine di demolizione. Hadar-Betar è un luogo difficile da definire. Sebbene faccia parte di Betar Ilit, una città di ultraortodossi in continua espansione a sud-ovest di Gerusalemme, non ha strade asfaltate, le vie non hanno nomi e non esiste un centro comunitario o culturale. Le strutture sparse a caso nell’avamposto sono principalmente case mobili, alcune delle quali sono state messe lì 40 anni fa dallo Stato. Nel corso degli anni gli abitanti sono andati e venuti; alcuni hanno trovato case mobili abbandonate e le hanno ristrutturate secondo i propri gusti, mentre altri hanno preso il posto dei precedenti abitanti, a volte persino pagandoli per ottenere questo favore.

Per Betar Ilit Hadar-Betar è stato per molti anni semplicemente il poco attraente cortile di casa, ma tutto è cambiato un decennio fa. Il comune ha smesso di fornire agli abitanti acqua ed elettricità e a un certo punto ha persino ridotto la frequenza dei servizi di smaltimento dei rifiuti. Non c’è alcun servizio di guardia operativo, nonostante uno stanziamento di 40.000 shekel [quasi 11.000 euro, ndt.] che il Ministero della Difesa invia al comune ogni mese. Ad Hadar-Betar ci sono circa 15 o 20 famiglie provenienti da diversi settori, religiosi e non, della società israeliana. Ogni famiglia è arrivata in un momento diverso e da luoghi diversi. Alcuni di loro acquistano l’acqua tramite cisterne, mentre altri prendono l’acqua dai giardini pubblici di Betar Ilit, che chiude un occhio. L’elettricità è fornita dal vicino villaggio palestinese di Wadi Fukin.

L’abitante che vive ad Hadar-Beitar da più tempo è Mordechai Melchin, padre di sei figli, che si è trasferito lì nel 1993: ”All’inizio, c’erano guardie armate, soldati riservisti”, dice Melchin. “Il sito era sotto la giurisdizione del Consiglio regionale di Gush Etzion. Tutto è cambiato negli anni ’90, quando il luogo è stato trasferito sotto la giurisdizione del comune di Betar Ilit”. Alla luce della rapida espansione della città, Betar Ilit si è avvicinata molto a Hadar-Betar e attualmente sono quasi contigue.

“Come possono affermare che siamo noi ad aver preso il controllo della terra illecitamente? [L’ex primo ministro] Yitzhak Shamir ha mandato delle persone qui. Noi eravamo qui prima di loro”, afferma Rafi Peretz, un abitante di Hadar-Beitar che, a differenza degli altri, dice di aver investito una grossa somma di denaro, tra 1 e 1,5 milioni di shekel [tra 270 a 400mila euro, ndt.] nella costruzione di una casa su un terreno per il quale altrimenti non avrebbe pagato. “A Betar Ilit alcune persone si riferiscono a noi qui come al quartiere dei bassifondi o come ai loro cani da guardia”, aggiunge Yehuda Meir, un altro abitante di Hadar-Beitar. “Dimenticano che senza di noi non ci sarebbe alcuna possibilità di costruire qui. Siamo stati noi a proteggere la terra.”

Il piano regolatore dell’area attualmente in vigore probabilmente cancellerà Hadar-Beitar dalla mappa. Il progetto fa parte di una gara d’appalto emanata nel 2020 dal Custode dei Beni Immobili in Giudea e Samaria, la controparte in Cisgiordania dell’Autorità Territoriale Israeliana, per la costruzione di 770 appartamenti e altri 4.800 mq per commercio e industria. La gara d’appalto è stata vinta dal Netanel Group, quotato in borsa, che tre anni dopo ha venduto metà del terreno a Shmuel Attias, il proprietario di una catena di supermercati ultra-ortodossa, realizzando un profitto netto di 180 milioni di shekel [48 milioni di euro circa, ndt.]. In una dichiarazione presentata alla Borsa di Tel Aviv il mese scorso il Netanel Group ha affermato di essere venuto a conoscenza della presenza di intrusi sul terreno, così ha definito gli abitanti di Hadar-Betar, e che, dopo le trattative con il Custode dei Beni Immobili, sembra che la società si assumerà la responsabilità di sfrattarli.

Gli abitanti di Hadar-Betar, inutile dirlo, vedono le cose in modo molto diverso. Sostengono che i rappresentanti del Netanel Group sanno tutto dell’avamposto e hanno persino parlato con loro. Nel frattempo si stanno preparando per una battaglia legale contro il municipio di Beitar Ilit e hanno iniziato a raccogliere prove di costruzioni illegali nella città ultra-ortodossa, il che a loro dire conferma le loro denunce di applicazione selettiva. “L’edificio in cui vivo è lì da 15 anni. Il comune di Betar Ilit sa che non è legale. Perché non l’ha demolito? Perché ha aspettato 15 anni?”, chiede Hila Barda, un’abitante dell’avamposto. “Dopotutto, sono i campioni per quanto riguarda le costruzioni illegali, in tutta la città. Ci sono interi edifici a Betar Ilit che sono costruiti illegalmente sotto altri edifici [in parcheggi sotterranei e così via]. Voglio vederli demolire tutte queste costruzioni illegali”.

Risposte:

In risposta alle domande di Shomrim sul caso della fattoria El-Hai il Consiglio regionale di Gush Etzion ha affermato che “questa è una disputa che dura da molti anni. Il capo del Consiglio sta lavorando per mediare un compromesso tra le parti. In un momento di grande divisione tra il popolo israeliano e mentre una guerra terribile è in corso nel nord e nel sud, dobbiamo ridurre al minimo le liti interne e cercare di superare le differenze”. Sulla questione di Ma’ale Rehavam, il Consiglio ha affermato: “Stiamo lavorando molto duramente per autorizzare [le] abitazioni esistenti in loco“.

Per quanto riguarda Zayit Raanan il Consiglio regionale di Mateh Binyamin ha affermato: “Il posto fa parte delle riserve di terra di Nerya e di recente è stato approvato un piano regolatore per espandere l’insediamento, respingendo le obiezioni sollevate in ogni fase.

“Per questo motivo, il costruttore sta lavorando per promuovere la costruzione permanente sul posto in conformità con la legge, dicendo agli attuali residenti che possono rimanere e vivere nel futuro quartiere. Va notato che la maggior parte di loro attualmente vive in alloggi temporanei che appartengono all’avamposto e non agli abitanti. Un certo numero di abitanti ha presentato una petizione ai tribunali per fermare l’iter e si attende che il tribunale si pronunci sulla questione.”

Il presidente di Nerya, Liel Tzur, ha affermato: “Questo non è un caso di evacuazione di un avamposto. Il quartiere di Zayit Raanan è parte integrante della comunità di Nerya e i termini del contratto fornitoci dalla Divisione per gli Insediamenti specificano che sarà nostro per molti anni. Questa è stata anche la sentenza del Registro delle ONG e dei tribunali. Questa disputa sta vanificando tutti i nostri sforzi per migliorare la vita degli abitanti di Zayit Raanan e per trovare una soluzione per ogni famiglia. Questo non è un caso di trattamento diverso degli abitanti in base alla loro identità; piuttosto, stiamo adattando le strutture al piano. Tutto sommato, è un altro quartiere nello Stato di Israele, a soli 20 minuti da Modi’in.” (Di fatto né Nerya né il quartiere Zayit Raanan fanno parte di Israele)

Sulla questione di Tapuah Ma’arav il Consiglio Regionale di Samaria ha affermato: “C’è stata una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia che sfortunatamente ha ordinato l’evacuazione di alcune delle case nel quartiere di Tapuah Ma’arav. Allo stesso tempo, in seguito alla decisione dell’Alta Corte, le autorità statali hanno deciso di realizzare dei progetti per legalizzare alcune delle case e impedirne la demolizione. Su richiesta dei residenti della comunità, tra cui la famiglia che ha contattato il giornalista (Shuki Sadeh), così come su richiesta degli abitanti facenti parte del comitato della comunità, il consiglio ha fatto il possibile di fronte alla difficile decisione. Durante tutto il processo, il consiglio ha chiaramente sottolineato di essere solo un mediatore e che qualsiasi accordo o piano è soggetto all’approvazione degli organi competenti dell’Autorità Territoriale Israeliana, del ministero della Difesa, dell’Amministrazione Civile e di tutte le (altre) parti interessate.

“Le affermazioni secondo cui il Consiglio avrebbe fatto promesse devono essere respinte come infondate. Tali affermazioni si basano su argomentazioni incomplete, alcune delle quali sono tendenziose, travisano i fatti e sono errate. Contrariamente alle affermazioni, Yossi Dagan non supporta e non ha mai sostenuto la demolizione degli avamposti ma, piuttosto, ha promosso e agito all’interno dei quadri giuridici a disposizione del Consiglio alla luce della decisione dell’Alta Corte, che andava contro la posizione del Consiglio”.

Né il Comune di Betar Ilit né il CEO di Amana, Ze’ev Hever, hanno risposto a un elenco di domande presentate da Shomrim.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)