‘Picchiato mentre era in arresto’: Israele scarcera il regista vincitore dell’Oscar

Redazione di MEMO

25 marzo 2025 – Middle East Monitor

Le autorità di occupazione israeliane hanno rilasciato Hamdan Ballal il regista palestinese vincitore del premio Oscar dopo che ieri è stato picchiato e imprigionato dalle forze di occupazione israeliane.

Dopo aver passato una notte ammanettato e picchiato in una base militare, Hamdan Ballal è adesso libero e sta per ricongiungersi alla sua famiglia,”, ha scritto il co-regista israeliano del film Yuval Abraham in un post sul social media X [precedentemente Twitter, ndt.].

Condividendo una fotografia di Ballal su Instagram, il loro co-regista Basil Adraa ha scritto: “Hamdan è stato scarcerato ed è adesso in un ospedale di Hebron per essere curato. È stato picchiato dai soldati e dai coloni su tutto il corpo. Durante la scorsa notte nella base militare i soldati lo hanno lasciato bendato e ammanettato.”

Ballal è stato portato via dalla sua casa presso il villaggio di Susya, nella Cisgiordania occupata, dopo che ieri i coloni l’hanno attaccata. Questi ultimi non solo lo hanno picchiato, ma hanno vandalizzato la sua proprietà, hanno frantumato i vetri dell’auto e squarciato le gomme.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gaza è sopravvissuta per migliaia di anni. Non può essere cancellata da Trump e Israele

Soumaya Ghannoushi

25 febbraio 2025 – Middle East Eye

I palestinesi rimarranno sulla loro terra, abbandonarla significherebbe tradire tutti coloro che li hanno preceduti

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, noto per la sua mancanza di sensibilità storica, afferma che il miglior piano per Gaza sia “radere al suolo il sito e sbarazzarsi delle rovine degli edifici”, aprendo la strada a un’acquisizione americana e a un progetto di riqualificazione.

Il leader di Reform UK [partito politico britannico, populista e sovranista, ndt.] Nigel Farage ha fatto delle osservazioni altrettanto ignoranti, immaginando una Gaza con “casinò e vita notturna”, parlando con la disinvolta superiorità di un colonizzatore che crede che la storia inizi con i propri capricci.

Questa è la logica della conquista: Prima, invadere e distruggere, poi ergersi sulle rovine e dichiarare la terra vuota.

La lunga e sanguinosa tradizione del colonialismo parla attraverso questi politici: coloni che arrivano su coste devastate, massacrano i nativi, quindi annunciano la loro scoperta di una terra nuova, una terra senza passato.

Ma Gaza non è vuota. Gaza non è mai stata vuota.

Ciò che sta accadendo davanti agli occhi di tutto il mondo non è solo una guerra, ma un genocidio culturale, un tentativo calcolato di cancellare il passato di Gaza in modo da negare al suo popolo la rivendicazione del proprio futuro.

L’aggressione di Israele ha preso di mira non solo gli esseri viventi, ma la storia stessa. Più di 200 siti storici sono stati cancellati, non per caso, né come danno collaterale, ma attraverso una campagna deliberata per separare Gaza dal suo stesso passato.

Cancellato dalla mappa

Il porto di Antedone, risalente all’800 a.C., da cui un tempo salpavano le navi fenicie, è stato cancellato dalla mappa. La Grande Moschea, la più grande e antica di Gaza, è sopravvissuta agli imperi ma non a questa guerra.

La Chiesa di San Porfirio, dove i cristiani hanno pregato per secoli, è stata bombardata mentre i civili cercavano rifugio tra le sue antiche mura. Anche uno dei monasteri più antichi del mondo è stato danneggiato durante la guerra.

Risulta che a Gaza siano state attaccate più di 1.100 moschee, delle quali tre quarti completamente rase al suolo. Sono state distrutte anche tre chiese e sono stati presi di mira 40 cimiteri, oltre alle tombe disseppellite e ai corpi rubati, affermano i funzionari palestinesi.

Il passato stesso è stato disseppellito e profanato. Questa non è solo distruzione; è un tentativo di cancellare l’idea stessa che Gaza e la sua gente siano mai appartenute a questa terra.

Eppure Gaza era antica quando Roma era giovane. Era fiorente prima ancora che Londra e Parigi venissero persino immaginate. L’archeologo britannico Flinders Petrie ha fatto risalire l’esistenza di Gaza a 5.000 anni fa, a Tell el-Ajjul [sito archeologico nel deserto del Negev, ndt.], dove cananei, egiziani, filistei, persiani e greci hanno lasciato la loro impronta.

Nel primo millennio a.C. il regno di Ma’in dello Yemen, una delle prime civiltà arabe, fece di Gaza un polo commerciale da dove le merci partivano verso il Mediterraneo, l’Europa, l’Egitto e l’Asia.

Dopo che Hashim ibn Abd Manaf, il bisnonno del profeta Maometto, morì a Gaza la città divenne nota come Gaza Hashim in suo onore. Lì egli si assicurò la ricchezza dei Quraysh consentendo il commercio che in seguito avrebbe reso La Mecca un centro di scambi, un tragitto così importante che fu immortalato nella sura coranica Quraysh.

Anni dopo, durante la spedizione del profeta Maometto a Tabuk nel nono anno dall’Egira il vescovo di Gaza si recò da lui con un racconto straordinario. Informò il Profeta che quando il suo bisnonno Hashim morì a Gaza le sue ricchezze furono affidate alla custodia della chiesa locale. Il vescovo restituì quel deposito, che fu poi distribuito tra i capi [della dinastia] dei Banu Hashim.

Questo è uno degli innumerevoli aneddoti che fanno luce sui legami secolari e intimi tra cristiani e musulmani a Gaza.

Un attacco sistematico

Imperi nacquero e caddero. I bizantini costruirono chiese, gli ottomani eressero moschee e madrasse e i crociati presero possesso di Gaza, solo per essere respinti dal Saladino, che proseguì per liberare Gerusalemme.

A Gaza nacque al-Shafi’i, uno dei più grandi giuristi dellIslam, il cui desiderio per la sua terra natale non si affievolì mai: Anelo alla terra di Gaza, sebbene dopo la nostra separazione il silenzio mi tradisca”, disse una volta.

Eppure ora, nel mezzo dell’implacabile assalto israelo-americano, un conduttore di Fox News ha liquidato i palestinesi di Gaza come ignoranti”, ripetendo la stessa retorica coloniale da sempre usata per giustificare un genocidio.

Lobiettivo è chiaro: disumanizzare i palestinesi di Gaza, farli apparire primitivi, incapaci, indegni. Riducendoli a nulla, si induce il mondo a credere che, quando saranno spazzati via, non si sarà verificata alcuna grande perdita.

Ma la verità smaschera la menzogna.

La Palestina detiene uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo, intorno al 97%. Prima di questa guerra, Gaza aveva 12 università che hanno sfornato scienziati, medici, ingegneri e pensatori di fama mondiale. Tutte queste istituzioni sono state ora distrutte, perché un palestinese istruito è una minaccia, non per il mondo, ma per coloro che desiderano vederli cancellati.

Israele, oltre a bombardare le scuole di Gaza, ha sistematicamente ucciso accademici, scienziati e studiosi: il suo esercito ha ucciso più di 90 docenti universitari, insieme a centinaia di insegnanti e migliaia di studenti.

“Dovremo uccidere e uccidere”

Gaza non è solo una città. È la spina dorsale dell’identità nazionale palestinese.

Dopo la Nakba del 1948, quando 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro città e dai loro villaggi per consentire la creazione dello Stato di Israele, Gaza divenne l’ultimo rifugio per centinaia di migliaia di persone.

Dai suoi campi e dalle sue strade sono emersi i leader della lotta palestinese: tra i tanti, Yasser Arafat, Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad) e Sheikh Ahmed Yassin. E dal suo popolo nacque Said al-Muzayin, il poeta della rivoluzione, autore delle parole dell’inno nazionale palestinese.

Oggi a Gaza un ragazzino siede tra le rovine e la sua piccola figura è resa ancora più piccola dalla devastazione che lo circonda. La sua voce si alza, chiara, incrollabile e bellissima. Canta: “La mia patria, la mia patria, la mia patria è ciò che io sono”.

Le sue parole toccanti squarciano il silenzio, portando con sé decenni di lotta e resilienza. Non sta solo cantando; sta dichiarando una verità indistruttibile. I palestinesi sono la [loro] terra. Cancellare gli uni significa cancellare anche l’altra.

La distruzione di Gaza non è iniziata il 7 ottobre 2023, è sempre stata parte del piano di Israele sostenuto dall’occidente.

Due decenni fa lo stratega israeliano Arnon Soffer formulò una previsione agghiacciante per il futuro di Gaza: Quando 2,5 milioni di persone vivranno in una Gaza chiusa, sarà una catastrofe umana. Quella gente diventerà ancora più animalesca di quanto lo sia oggi, con laiuto di un folle Islam fondamentalista. La pressione al confine sarà impressionante. Scoppierà una guerra terribile. Quindi, se vogliamo rimanere in vita, dovremo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno.”

Prima gli israeliani hanno isolato Gaza. Poi l’hanno fatta morire di fame. Ora stanno cercando di spazzarla via.

Un calcolo cinico

La visione di Trump per Gaza è quella di uno sterminatore coloniale. Questa visione non si accontenta della sola morte, della distruzione delle case, della demolizione degli ospedali o del silenzio nelle aule dove un tempo germogliava il futuro. Non basta bombardare i vivi; questa visione mira a cancellare i morti, a trasformare Gaza in un vuoto, una terra senza passato, senza memoria, senza popolo.

Questo è lo stesso freddo calcolo che ha giustificato il massacro di milioni di indigeni nelle Americhe; la stessa mano spietata che in Australia ha spazzato via dalla loro terra antiche nazioni, sempre in nome della civiltà e del progresso. Le città sono state ridotte in polvere, le lingue inghiottite dal silenzio, la storia riscritta dalla penna del conquistatore.

Ogni monumento distrutto, ogni manoscritto strappato, ogni voce ridotta al silenzio è parte di un crimine antico e familiare, che non si limita a uccidere, ma nega persino che vi sia mai stato qualcosa da uccidere.

Oggi a Gaza un uomo di mezza età siede in silenzio sulle rovine della sua casa, con la polvere della distruzione appiccicata alla pelle. Quando gli viene chiesto perché non se ne va, perché rimane nell’ombra della devastazione, la sua risposta è pacata ma ferma: “Mio figlio è morto qui. Il suo sangue è stato versato qui. Le sue ossa giacciono sotto queste macerie. Seduto qui, mi sento vicino a lui”.

In quella singola frase si cela la ricchezza di mille storie non raccontate.

Per il mondo Gaza è solo macerie, rovine da sgomberare,ma per i palestinesi che vi vivono è terra sacra, dove i ricordi respirano sotto la polvere e il riso di chi non c’è più indugia nel silenzio.

Come possono abbandonare quel poco che resta dei loro cari? Come possono andarsene quando ogni pietra frantumata è una lapide?

Esilio e cancellazione

La gente di Gaza non si regge solo sulle rovine delle proprie case; si regge sulle rovine di una storia rubata, sui ricordi di città e villaggi cancellati dalla terra per far posto al sogno di altri. “Una terra senza popolo”, è stato detto loro.

“Non esiste un popolo palestinese”, dichiarò l’ex primo ministro israeliano Golda Meir, una donna che aveva lei stessa un passaporto palestinese prima della nascita dello Stato di Israele.

Essere esiliati è un crimine; essere cancellati un altro.

Ed è per questo che i palestinesi restano. Perché andarsene significherebbe arrendersi alla menzogna permettendo che la storia venga riscritta in loro assenza. Restano perché ogni pietra, ogni strada, ogni rovina sussurra il loro nome, e abbandonarla significherebbe tradire coloro che vi hanno camminato prima di loro.

Il mondo non deve permettere che questo genocidio culturale abbia successo. Gaza deve essere ricostruita, non cancellata.

Gaza non è rovine. Gaza non è il nulla. Gaza è patrimonio dell’umanità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice anglo-tunisina ed esperta di politica mediorientale. I suoi lavori giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e all’indirizzo X @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele caccia con la forza gli studenti e chiude una scuola UNRWA a Gerusalemme Est occupata

  1. Redazione di MEMO

18 febbraio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno cacciato con la forza studenti palestinesi e hanno chiuso una scuola gestita dall’UN Relief and Works Agency (UNRWA) [l’Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi, ndt.] a Gerusalemme Est occupata.

Il governatorato di Gerusalemme ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione in una scuola elementare per bambini affiliata all’UNRWA nel quartiere di Wadi Al-Joz a Gerusalemme e hanno ordinato al personale di chiudere l’istituto dopo aver cacciato con la forza gli studenti.

L’azione segue un ordine del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di far rispettare il divieto all’UNRWA di operare nella città. Con le nuove restrizioni, le attività dell’UNRWA dentro le “aree sotto la sovranità israeliana” sono adesso proibite, inclusa l’operatività degli uffici di rappresentanza e l’erogazione di servizi. Anche agli israeliani è proibito avere contatti con l’agenzia. Gerusalemme Est è stata annessa dallo Stato di occupazione negli anni ’80, con un’iniziativa che non è stata riconosciuta dalla maggior parte delle Nazioni in quanto secondo il diritto internazionale l’annessione dei territori acquisiti con la forza delle armi è illegale.

A maggio 2024, la dirigenza dell’UNRWA è stata obbligata a chiudere le sedi sotto la pressione degli attacchi da parte dei coloni illegali che hanno raggiunto il punto in cui i suoi edifici sono stati incendiati due volte in una settimana. Il 10 ottobre dello scorso anno l’autorità israeliana che gestisce il territorio ha annunciato la confisca del terreno sul quale è collocata la sede dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est occupata e la trasformazione del sito in un avamposto illegale che comprende 1.440 unità abitative. Tutte le colonie israeliane e i coloni che ci vivono sono illegali per il diritto internazionale.

Il regime di occupazione ha anche colpito il centro di formazione di Kalandia e il 14 gennaio 2024 l’autorità israeliana per il territorio ha preso una decisione chiedendo all’UNRWA di liberarlo e di pagare una tassa di occupazione retroattiva di 17 milioni di shekels (circa 4,56 milioni di euro) con il pretesto di aver costruito e aver usato gli edifici senza permesso.

L’UNRWA fornisce servizi essenziali, inclusi aiuti umanitari, sanitari ed educativi, a più di 110.000 rifugiati palestinesi registrati nella sola Gerusalemme. Nella città occupata l’agenzia ONU gestisce due campi profughi, Shuafat e Kalandia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Genocidio in nome della sicurezza nella visione dei coloni israeliani

Ramona Wadi

17 dicembre 2024 MiddleEastMonitor

 

I leader dei coloni israeliani chiedono al governo israeliano di emulare la strategia genocida usata contro i palestinesi a Gaza per sfollare e ripulire etnicamente i palestinesi dalla Cisgiordania occupata. In una lettera al Gabinetto di Sicurezza israeliano Yisrael Ganz, capo del Consiglio Yesha [unione dei consigli comunali delle colonie in Cisgiordania, ndt.] che si occupa degli affari delle colonie, insieme ad altri leader dei coloni e sindaci ha chiesto la demolizione di edifici e campi profughi nella Cisgiordania occupata. Tutti i coloni israeliani e le colonie in cui vivono sono chiaramente illegali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. “Dopo aver trasferito la popolazione, l’infrastruttura terroristica dovrebbe essere smantellata esattamente come abbiamo fatto nella Striscia di Gaza, ovvero: ogni edificio incriminato deve essere distrutto, ogni terrorista deve essere eliminato”, ha scritto nella sua lettera. “Questo è il momento di abbandonare un approccio difensivo e procedere con uno di offensiva letale, efficiente ed efficace in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Questo è il momento giusto, si legge nella lettera, perché un’attenzione distratta fissa su Gaza si è poi spostata su Libano e Siria. E se la Cisgiordania occupata, già destinata all’illusoria costruzione di uno Stato e a fantomatici finanziamenti da parte della comunità internazionale, ha in passato servito il suo scopo di mantenere in vita la “soluzione” dei due Stati, Israele ha dichiarato apertamente che il paradigma è ormai defunto e inapplicabile. Quindi perché la comunità internazionale dovrebbe ora preoccuparsi della sua mancata realizzazione? Il tempo è favorevole a Israele, ma non al popolo palestinese. Il genocidio non ha spinto la comunità internazionale ad agire. Al contrario, il mondo ha continuato a tergiversare raccogliendo come sempre dati statistici. Nella Cisgiordania occupata i dati hanno già normalizzato le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e la comunità internazionale avrà vita più facile. E avendo normalizzato il genocidio e le sue conseguenze, cosa può davvero impedire a Israele di ripetere lo stesso schema di pulizia etnica se lo vuole?

“La sovranità israeliana in Giudea e Samaria farà fuori l’asse del male, proteggerà Gerusalemme e Tel Aviv e salvaguarderà anche Londra, Berlino e New York”, ha detto Yisrael Ganz al Jerusalem Post. Il colonialismo e il genocidio di Israele vengono ora promossi come strumenti per proteggere l’Occidente. Ovviamente, gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito non si opporrebbero a tale retorica e alla sua realizzazione, data la loro complicità nel genocidio di Gaza, per non parlare del loro indiscusso sostegno decennale all’espansione coloniale.

Se Israele e la comunità internazionale sono concordi sul genocidio per creare una zona cuscinetto di una presunta sicurezza, come definirà le vittime la comunità internazionale? Danni collaterali? Irrilevanti? Se Israele commetterà davvero un genocidio nella Cisgiordania occupata con la benedizione della comunità internazionale, il che è probabile, come saranno ridefiniti i diritti umani e il diritto internazionale? Non solo la comunità internazionale non ha fermato il genocidio a Gaza, ma acconsentirebbe alla sua estensione nella Cisgiordania occupata sotto le mentite spoglie di preoccupazioni per la sicurezza non solo israeliana, ma addirittura internazionale. Nonostante la resistenza anticoloniale palestinese sia diretta esclusivamente contro Israele, non contro Israele e i suoi complici. Lo squilibrio di potere è enorme e continua a crescere parallelamente al soggiogamento forzato del popolo palestinese. Israele sta annunciando apertamente il suo ruolo nel cambiare il Medio Oriente e il mondo si rifiuta ancora di riconoscere come i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata vengano sacrificati all’obiettivo sionista del Grande Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Quando la terra della Cisgiordania vale milioni non è un problema per i coloni espellere altri coloni

Shuki Sadeh e Shomrim

14 dicembre 2024 – Haaretz

Perché il movimento degli insediamenti coloniali israeliani sta procedendo sempre più rapidamente nella distruzione dei propri avamposti e fattorie? È un fenomeno complesso determinato da pressioni demografiche, promesse non mantenute, controversie interne e prezzi immobiliari in aumento. Un’indagine di Shomrim esamina le dinamiche alla base del processo.

“Stai sfruttando il tuo potere per farmi del male. Per fare del male a tuo fratello. Hai la legge dalla tua parte e il potere di cacciarmi, quindi dai, cacciami. Ti dico che non cederò. Resterò davanti al tuo bulldozer fino alla fine”.

Si potrebbe pensare che a pronunciare queste parole sia un membro della “gioventù della collina”, i giovani coloni estremisti, religiosi e sionisti che operano in Cisgiordania, poco prima di essere espulso con la forza da un soldato o da un agente di polizia delle Forze di difesa israeliane da una terra occupata illegalmente. In realtà, sono state dette di recente a Yaron Rosenthal, il capo del Consiglio regionale di Gush Etzion, un pilastro del movimento locale degli insediamenti coloniali, dal proprietario dell’avamposto della fattoria El-Hai dopo aver fatto irruzione nel suo ufficio. Ufficialmente, il motivo della disputa è l’avviso inviato dal consiglio regionale che affermava che stava per emettere un ordine di demolizione per l’avamposto, in quanto costruito su suolo pubblico. Tuttavia i coloni che vivono nell’avamposto sono convinti che la vera ragione dell’intervento sia un piano del consiglio regionale per destinare il terreno in questione alla realizzazione di un nuovo quartiere della colonia di Kfar Eldad.

Kfar Eldad, situata a est di Gush Etzion, ha visto negli ultimi anni un boom immobiliare. A gennaio, ad esempio, un appartamento di quattro stanze con un cortile di 150 mq è stato venduto per 2,7 milioni di shekel (circa 720.000 euro). Kfar Eldad non è riconosciuta come una comunità indipendente e fa formalmente parte del vicino insediamento di Nokdim, all’interno del quale, tuttavia, opera come una comunità semi-autonoma.

Una visita all’avamposto illustra la logica alla base dell’argomentazione avanzata da Shem-Tov Luski, la persona responsabile dei commenti rabbiosi rivolti a Yaron Rosenthal citati sopra. Dall’altro lato della strada che conduce all’avamposto è stata recentemente eretta una recinzione che delimita l’area di un progetto di edilizia residenziale pianificato e promosso dalla società di costruzioni Harey Zahav, di proprietà di Ze’ev Epstein. In questa fase non esiste ancora un piano regolatore ufficiale per trasformare l’area in una zona residenziale, ma i progetti possono sempre essere modificati e in ogni caso nella zona c’è molto terreno disponibile.

La fattoria El-Hai è stata fondata nel 2001 dalla defunta madre di Luski, Batya Luski El-Hai, dopo essere emigrata in Israele dal Regno Unito. Sul sito ci sono quattro edifici, ulivi, stalle, un laboratorio, un recinto per il bestiame e un vivaio di piante. Batya Luski è morta nel 2022. I suoi figli, Shem-Tov e Lurya, hanno lasciato la fattoria diversi mesi dopo e la proprietà è attualmente gestita da Yonatan Applebaum, un attivista proveniente dalla fattoria Har Hebron e amico di famiglia. Ognuna delle tre famiglie che vivono nel sito paga un affitto mensile tra 1.500 e 2.000 shekel (circa 400-550 euro). Un’udienza riguardante l’ordine di demolizione è prevista per questo mese presso gli uffici del consiglio regionale.

“Per tutti questi anni non siamo stati nella legalità. Come tutti gli avamposti coloniali in Giudea e Samaria (per definizione) non potevamo essere legali, ma ecco che all’improvviso loro (il consiglio regionale) vogliono costruire e promuovere un progetto e ci dicono, ‘State violando la proprietà privata’, ‘Non siete legali’ e ‘Le vostre case non sono a norma'”, dice Appelbaum, aggiungendo che alla fine dell’anno scorso l’avamposto ha aperto un centro mente-corpo che ospita workshop terapeutici, alcuni dei quali sono frequentati da bambini e persone che soffrono di PTSD [disordine da stress postraumatico, ndt.].

“La cosa assurda è che la fattoria può essere integrata, come spazio pubblico, in qualsiasi futuro progetto di costruzione. I nostri workshop sono frequentati dalla gente quasi ogni giorno, quindi ho chiesto: ‘Perché state distruggendo questa cosa meravigliosa per un progetto pubblico quando un progetto pubblico esiste già?’ Rosenthal mi ha detto che è un funzionario statale e che opera in conformità con la legge. Altri funzionari mi hanno lasciato intendere che sono disposti a trasferirci in un sito diverso, circa un miglio a nord. Anche lì la fattoria non sarà legale, ma è quello che vogliono. Vogliono che per i prossimi 20 anni io sia il loro soldato semplice”, cioè in sostanza sacrificabile.

Igal Komisarov, il presidente della società cooperativa Kfar Eldad, sostiene di aver iniziato a cercare di far rimuovere la fattoria solo dopo la morte di Batya Luski, e questo perché era stata costruita su suolo pubblico, e non ha nulla a che fare con eventuali piani di costruzione futuri. “Kfar Eldad in passato aveva accettato che Batya Luski potesse vivere su quella terra”, conferma. “La ricordiamo e onoriamo la sua memoria, merita molto rispetto, ma non abbiamo mai detto che la terra le apparteneva. È un’area che deve essere aperta e accessibile al pubblico. Gli unici impegnati in una strategia immobiliare sono i proprietari della fattoria, affittando strutture alle famiglie e tenendo workshop”.

Lurya Luski vede le cose in modo molto diverso. Afferma che i funzionari di Kfar Eldad, che volevano allontanare sua madre dalla proprietà, hanno iniziato a infastidirla circa due o tre anni prima che morisse: “Ci ha raccontato dei problemi che stavano creando e di come fosse costretta ad affrontarli da sola. Pochi mesi prima della sua morte si sono presentati alle 3 del mattino con un trattore e hanno iniziato a buttare giù le recinzioni. Sono venuti da noi poco più di un mese dopo la sua morte e ci hanno detto che dovevamo andarcene”.

Da pionieri ad agenti immobiliari

La lotta per il destino della fattoria El-Hai è solo un esempio di un fenomeno diffuso per cui i coloni vengono cacciati dagli avamposti e dalle fattorie in Cisgiordania dalla stessa organizzazione a capo dell’insediamento coloniale. Questo può sembrare un fenomeno piuttosto strano, forse persino bizzarro, dato che apparentemente va contro l’ideologia dichiarata del movimento delle colonie, ma un esame più approfondito dei dettagli rivela un quadro complesso, che comprende schemi di pianificazione, promesse non mantenute, prezzi immobiliari in continua ascesa e un desiderio da parte di tutti i soggetti coinvolti di massimizzare i profitti.

Per comprendere appieno le radici di questo fenomeno è necessario tornare indietro e osservare come si sono espansi gli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania. Il metodo più antico prevedeva di posizionare case mobili a circa un miglio da una colonia esistente. Se il terreno era di proprietà statale, il sito sarebbe stato “legalizzato” come nuovo quartiere dell’insediamento adiacente, anche senza alcuna contiguità geografica tra i due. È un approccio utilizzato per la creazione della maggior parte degli avamposti coloniali in Cisgiordania dalla fine degli anni ’90.

Un altro metodo, che è diventato sempre più consueto negli ultimi anni, è quello di realizzare un insediamento agricolo. Queste fattorie consentono ai coloni di prendere il controllo di grandi aree con un piccolo numero di abitanti. La maggior parte di queste si trova nell’Area C della Cisgiordania, che ne costituisce circa il 60% e che è sotto il pieno controllo di sicurezza e amministrativo israeliano. Installare una fattoria consente ai coloni di prendere il controllo di aree con varie definizioni urbanistiche, da terreni di proprietà statale a terreni di proprietà privata e terreni il cui status legale è oggetto di controversia. Nel momento in cui la fattoria riceve l’approvazione legale, questo è il segnale per la creazione di una nuova fattoria ancora più lontana, che a sua volta diventerà un insediamento coloniale o un quartiere di un insediamento vicino, se ce n’è uno.

Molti dei coloni sono portati ad affrontare questa avventura pionieristica dal sogno o dall’aspirazione romantica di vivere in un posto con un carattere rurale e agricolo. Altri lo fanno in base alla promessa che la loro futura casa avrà un grande appezzamento di terra annesso. Ecco perché molti di loro non riescono a capire come, in alcuni casi, il processo finisca con la costruzione di case mentre in altri finisca con ordini di demolizione. In molte occasioni, la decisione dipende dall’identità delle persone che si trasferiscono nell’avamposto, dalla loro ideologia e, cosa più importante, da quanto sono vicine all’insediamento coloniale. Quindi si è creata una situazione per cui i consigli regionali in Cisgiordania, che per anni sono stati l’opposizione di destra agli sforzi dello Stato di reprimere gli avamposti coloniali illegali, ora supportano la rimozione di questi avamposti, in particolare se ciò comporta un vantaggio finanziario, e stanno attivamente avviando azioni per farlo.

In passato il movimento per gli insediamenti coloniali si è concentrato sulla costruzione di case unifamiliari. Tuttavia negli ultimi anni la tendenza si è spostata a favore dei condomini. La ragione principale di ciò è la “crescita naturale”, ovvero la necessità e la domanda di appartamenti, che danno rendimenti molto più elevati per i costruttori. Le persone che realizzano fattorie, che si sono trasferite sulla terra in seguito a promesse o nella speranza di avere una casa unifamiliare, si trovano improvvisamente di fronte a una nuova politica: in alcuni luoghi le fattorie sono effettivamente autorizzate, ma in altri vengono demolite a vantaggio della costruzione di alloggi ad alta densità. Un esame più attento rivela che in alcuni di questi casi le persone allontanate dalla terra non sono considerate come originarie del contesto ideologico tradizionalmente accettato in relazione alla colonizzazione, o sono percepite come se abbracciassero uno stile di vita non convenzionale.

A Kiryat Arba [una delle prime colonie e nota per il suo estremismo, ndt.], ad esempio, sembra che ci si dimostri molto compiacenti verso i membri dell’avamposto di Givat Gal, i cui abitanti includono un folto gruppo del movimento Nahala, che è rispettato per i suoi sforzi per ricolonizzare la Striscia di Gaza. Diversi anni fa gli abitanti dell’avamposto si opposero a un piano per demolirlo e costruire al suo posto alloggi ad alta densità, ed Eliyahu Liebman, all’epoca a capo del consiglio di Kiryat Arba, fece marcia indietro. Ora le parti sono di nuovo impegnate a dialogare.

“C’è una certa logica dietro la tensione tra i coloni e i consigli regionali”, afferma un membro del Consiglio regionale di Kiryat Arba che ha chiesto di rimanere anonimo. “Da un lato, non si vuole danneggiare le persone che si sono trasferite sulla terra. Abbiamo nei loro confronti un debito di gratitudine. Dall’altro, un leader del consiglio vuole quante più unità abitative possibili. La questione è se autorizzeranno le case unifamiliari della gente di Givat Gal. Sono dell’opinione che dovrebbe essere loro consentito di fare ciò che vogliono. Ma il dialogo non è finito”.

È sicuramente un fenomeno reale”, afferma un ex funzionario dell’Amministrazione civile. “All’interno della dirigenza dell’insediamento queste persone sono note come agenti immobiliari, in contrapposizione agli ideologi. Il fenomeno è particolarmente diffuso nei luoghi in cui la terra è più costosa. Alla fine le autorità locali si rivolgono all’Amministrazione Civile [ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] e chiedono loro di allontanare i coloni”.

Ma’ale Rehavam

Un altro avamposto coloniale situato nelle vicinanze di Nokdim offre un ottimo esempio del fenomeno. Ma’ale Rehavam è un insieme eclettico di strutture e case mobili sparse su diverse colline e collegate da strade sterrate dissestate. Tra 20 e 25 famiglie vivono nell’avamposto, ma c’è un alto turnover di abitanti. Secondo i dati pubblicati da Haaretz, nel 2023 l’Amministrazione Civile ha demolito 34 delle 385 strutture illegali identificate nelle colonie della Cisgiordania, la maggior parte delle quali a Ma’ale Rehavam.

Secondo un abitante di lunga data dell’avamposto, che ha anche chiesto di non essere identificato, i coloni di Ma’ale Rehavam godevano del sostegno del Consiglio regionale di Gush Etzion, della Divisione per gli insediamenti dell’Organizzazione sionista mondiale, del movimento Amana e persino del Primo Ministro Ariel Sharon. Tuttavia negli ultimi 10 anni è scoppiata una disputa feroce tra le autorità e Kfar Eldad, da una parte, e i coloni dell’avamposto dall’altra. Al centro della loro disputa c’è un piano promosso dal consiglio per costruire 400 unità abitative in strutture ad alta densità. I ​​coloni, da parte loro, chiedono la legalizzazione dei primissimi edifici costruiti sul sito, tutti con molto terreno e in un contesto pastorale.

Nell’ambito della disputa a Ma’ale Rehavam sono state tagliate, tra le altre cose, l’acqua e l’energia elettrica. Per quanto riguarda gli abitanti di Kfar Eldad, che controllano i servizi, i vicini dovevano semplicemente loro dei soldi. Lasciati senza scelta, nel corso dell’ultimo decennio gli abitanti dell’avamposto hanno fatto affidamento su pannelli solari e acqua portata con cisterne dai villaggi palestinesi vicini, finché diversi mesi fa non sono stati ricollegati alla rete idrica. “Il cambiamento dell’approccio nei nostri confronti è iniziato nel 2008″, afferma un abitante. “Una strada appena asfaltata ha ridotto il tempo di percorrenza per Gerusalemme da 50 a 20 minuti e ha fatto salire i prezzi degli appartamenti di centinaia di punti percentuali. Siamo venuti qui per proteggere la terra. Non c’è motivo, dopo tutti questi anni, per cui non debbano autorizzare le nostre case come hanno fatto in altri avamposti, ma ci stanno trattando come ‘agenti immobiliari’. Tuttavia, spero che riusciremo a raggiungere un compromesso. Le case che già esistono qui possono essere integrate in un futuro quartiere.”

Zayit Raanan

Anche il blocco di insediamenti di Talmonim, che si trova nel Consiglio regionale di Mateh Binyamin, è diventato un’area molto ricercata, dove nel corso degli anni i prezzi delle case sono aumentati costantemente. A luglio, ad esempio, un appartamento di quattro stanze in un condominio nell’insediamento di Talmon è stato venduto per 2,1 milioni di shekel [560.000 euro, ndt.]. I coloni israeliani si sono trasferiti per la prima volta nel vicino avamposto di Zayit Raanan nei primi anni 2000, con il supporto del movimento Amana [organizzazione di coloni, ndt.] e del consiglio regionale. Secondo una brochure di Amana del 2002, ad esempio, a chiunque si trasferisse nell’avamposto veniva promesso un terreno agricolo come parte della sua proprietà. Oggi la maggior parte delle case sono destinate alla demolizione, sulla base dei piani che prevedono la costruzione un nuovo quartiere per la colonia di Talmon.

In un ricorso amministrativo attualmente in discussione presso la Corte distrettuale di Gerusalemme gli abitanti di Zayit Raanan sostengono di essere discriminati rispetto agli altri quartieri di Talmon: Nerya, Haresha, Kerem Reim e Horesh Yaron: “Il piano regolatore elaborato per Haresha si basa interamente su costruzioni illegali, tra cui strutture permanenti, case mobili e un sistema stradale. Non è chiaro perché gli stessi criteri non siano stati adottati per Zayit Raanan”, afferma la petizione. Altri argomenti riguardano il loro trattamento rispetto agli abitanti di Nerya. A differenza dei coloni di Zayit Raanan, che si sono trasferiti lì da vari luoghi in Israele, Nerya è popolata da circa 400 famiglie, tutte appartenenti alla corrente principale del movimento religioso-sionista, tra cui molti ex studenti della yeshiva [scuola religiosa, ndt.] Mercaz Harav. Qui, sostengono, sta il problema:

“Da una prospettiva politica, e per considerazioni elettorali, è nell’interesse del capo del consiglio che ci sia una comunità [di elettori] grande e non una piccola”, afferma un abitante dell’avamposto. “Qualche anno fa il consiglio ha deciso, sotto la pressione di Nerya, che era necessario cacciarci dal sito e, al nostro posto, promuovere un piano valido per un’edilizia residenziale urbana ad elevata densità. E poi per la prima volta il consiglio ha chiesto ordini di demolizione delle strutture. Di solito, gli abitanti degli avamposti devono trovare tutti i modi possibili per nascondersi dall’Amministrazione Civile; in questo caso, dobbiamo nasconderci dal consiglio regionale [delle colonie, ndt.]. Le persone che sono venute a Zayit Raanan sapevano che c’era un “giovane insediamento” in Giudea e Samaria e che l’obiettivo era sempre quello di autorizzare gli avamposti piuttosto che demolirli. Qui vogliono demolire. Le stesse persone che ci hanno incoraggiato a trasferirci qui come pionieri hanno iniziato a trattarci in modo diverso nel momento in cui hanno visto il potenziale immobiliare”.

Oltre a tutto questo c’è anche una feroce disputa personale, che include cause per diffamazione, accuse di furto di rotoli della Torah, boicottaggi da parte di bambini nelle scuole locali e lamentele sul trattamento preferenziale che alcuni abitanti di Zayit Raanan otterrebbero dagli abitanti di Nerya. In un’udienza tenutasi a febbraio 2021 presso l’Unità di pianificazione centrale dell’Amministrazione Civile, Matanya Aharonovich, un colono di Zayit Raanan, ha chiesto: “Che senso ha che qui ci siano così tante case destinate alla demolizione e per puro caso cinque siano state rimosse dall’elenco? Possiamo dirvi che tutti coloro che vivono in quelle cinque case sono affiliati alla tendenza Hardali che è fedele a Nerya”, riferendosi ai coloni ultra-ortodossi nello stile di vita ma sionisti nell’ideologia. “La caratteristica di Zayit Raanan è di essere più tollerante: laici, religiosi, immigrati, nativi, ultra-ortodossi. Nerya ha trovato una soluzione, che è distruggere tutto questo: delle persone che vivono qui ci si prenderà cura; le persone che vivono lì possono andare all’inferno.”

Tapuah Ma’arav

In una parte significativa di questo tipo di controversie tra gli abitanti degli avamposti coloniali e l’istituzione a capo della colonia i primi puntano il dito accusatore contro il movimento Amana, a cui fa capo la responsabilità dell’arrivo di molti dei coloni pionieri trasferitisi in Cisgiordania all’inizio del processo. Amana è definita una società cooperativa e, in quanto tale, non è tenuta alla trasparenza di fronte all’opinione pubblica. È controllata in pratica dal Consiglio Yesha degli insediamenti e dai consigli regionali più grandi in Cisgiordania. In passato ha ricevuto ampie aree di terra dallo Stato senza alcun costo, tramite la Federazione Sionista Mondiale. Ma, come ha rivelato Shomrim [associazione di ebrei ultraortodossi che svolge attività simili ai City Angels, ndt.] l’anno scorso, è anche pesantemente coinvolta nelle vendite di terreni a prezzi maggiorati in insediamenti coloniali ricercati e usa i suoi profitti per finanziare le sue operazioni altrove.

Oltre a garantire assistenza all’inizio del viaggio, Amana fornisce anche agli avamposti coloniali un supporto politico nei corridoi del potere. Tuttavia questo può avere un prezzo. Quando arriverà il momento, Amana avrà il potere politico di chiedere loro di lasciare l’avamposto. Nel caso delle fattorie coloniali che sono state realizzate negli ultimi anni i potenziali abitanti hanno firmato un documento in cui dichiarano chiaramente di essere consapevoli di questa possibilità. Tuttavia nei 20 anni che hanno preceduto questo periodo il rapporto tra le parti è stato molto meno chiaro.

Uno degli avamposti coloniali i cui abitanti esprimono più rabbia verso Amana è quello di Tapuah Ma’arav, che è stato fondato nei primi anni 2000. Nel 2015 l’organizzazione [israeliana] per i diritti umani Yesh Din ha presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia per conto degli abitanti del vicino villaggio palestinese di Yasouf, opponendosi all’edificazione in quel luogo. Tuttavia paradossalmente i procedimenti legali hanno portato all’autorizzazione retroattiva del terreno, consentendo al progetto di procedere. Nel corso della realizzazione è stata costruita una strada per Tapuah Ma’arav, aprendo la via a un nuovo quartiere residenziale a spese dell’avamposto coloniale. Otto famiglie si sono opposte al piano e alla fine del 2020 hanno presentato una petizione amministrativa. Hanno sostenuto, tra le altre cose, che quando si sono stabiliti per la prima volta sul terreno era stato promesso loro che lo sviluppo futuro avrebbe preservato il suo carattere rurale e agricolo.

“Le stesse Amana e Binyanei Bar Amana (la sussidiaria di Amana che realizza i suoi progetti), che attualmente stanno promuovendo i loro progetti a spese dei residenti e nel frattempo abbattono le case, hanno investito nel corso degli anni in questa colonia rilevanti capitali“, afferma la petizione. “La posizione di Amana secondo cui gli abitanti devono essere evacuati per costruirvi strutture e per impegnarsi alla ripartizione degli utili dimostra che gli abitanti sono stati di fatto sfruttati da Amana per salvaguardare il terreno e ora vengono cacciati via”. Un anno dopo, alla fine del 2021, la petizione è stata ritirata dopo che è stato raggiunto un accordo in base al quale le argomentazioni sarebbero state presentate alle autorità di pianificazione.

L’impegno di Amana in merito al carattere della comunità, al centro delle argomentazioni degli abitanti, è stato sollevato anche durante le udienze sulla petizione amministrativa contro la demolizione dell’avamposto di Tapuah Ma’arav, presentata alle autorità di pianificazione dell’Amministrazione Civile dell’IDF. Nella loro istanza gli abitanti sostengono anche di aver ricevuto una promessa dal capo del Consiglio regionale di Samaria, Yossi Dagan, secondo cui il futuro quartiere di Tapuah Ma’arav avrebbe avuto un aspetto rurale e che a ogni famiglia che vi abitava sarebbe stato assegnato un appezzamento di terreno di dimensioni comprese tra 500 e 750 mq. Il sottocomitato sui ricorsi di Giudea e Samaria ha respinto tale argomentazione affermando che Dagan non aveva l’autorità di fare una tale promessa. Ha inoltre respinto le affermazioni secondo cui le promesse erano state fatte dallo Stato e dalla Divisione per gli insediamenti, affermando che i querelanti non avevano presentato alcuna prova a sostegno.

Hadar-Betar

A metà agosto gli abitanti dell’avamposto di Hadar-Betar hanno ricevuto una lettera di avvertimento dal comune di Betar Ilit prima dell’attuazione di un ordine di demolizione. Hadar-Betar è un luogo difficile da definire. Sebbene faccia parte di Betar Ilit, una città di ultraortodossi in continua espansione a sud-ovest di Gerusalemme, non ha strade asfaltate, le vie non hanno nomi e non esiste un centro comunitario o culturale. Le strutture sparse a caso nell’avamposto sono principalmente case mobili, alcune delle quali sono state messe lì 40 anni fa dallo Stato. Nel corso degli anni gli abitanti sono andati e venuti; alcuni hanno trovato case mobili abbandonate e le hanno ristrutturate secondo i propri gusti, mentre altri hanno preso il posto dei precedenti abitanti, a volte persino pagandoli per ottenere questo favore.

Per Betar Ilit Hadar-Betar è stato per molti anni semplicemente il poco attraente cortile di casa, ma tutto è cambiato un decennio fa. Il comune ha smesso di fornire agli abitanti acqua ed elettricità e a un certo punto ha persino ridotto la frequenza dei servizi di smaltimento dei rifiuti. Non c’è alcun servizio di guardia operativo, nonostante uno stanziamento di 40.000 shekel [quasi 11.000 euro, ndt.] che il Ministero della Difesa invia al comune ogni mese. Ad Hadar-Betar ci sono circa 15 o 20 famiglie provenienti da diversi settori, religiosi e non, della società israeliana. Ogni famiglia è arrivata in un momento diverso e da luoghi diversi. Alcuni di loro acquistano l’acqua tramite cisterne, mentre altri prendono l’acqua dai giardini pubblici di Betar Ilit, che chiude un occhio. L’elettricità è fornita dal vicino villaggio palestinese di Wadi Fukin.

L’abitante che vive ad Hadar-Beitar da più tempo è Mordechai Melchin, padre di sei figli, che si è trasferito lì nel 1993: ”All’inizio, c’erano guardie armate, soldati riservisti”, dice Melchin. “Il sito era sotto la giurisdizione del Consiglio regionale di Gush Etzion. Tutto è cambiato negli anni ’90, quando il luogo è stato trasferito sotto la giurisdizione del comune di Betar Ilit”. Alla luce della rapida espansione della città, Betar Ilit si è avvicinata molto a Hadar-Betar e attualmente sono quasi contigue.

“Come possono affermare che siamo noi ad aver preso il controllo della terra illecitamente? [L’ex primo ministro] Yitzhak Shamir ha mandato delle persone qui. Noi eravamo qui prima di loro”, afferma Rafi Peretz, un abitante di Hadar-Beitar che, a differenza degli altri, dice di aver investito una grossa somma di denaro, tra 1 e 1,5 milioni di shekel [tra 270 a 400mila euro, ndt.] nella costruzione di una casa su un terreno per il quale altrimenti non avrebbe pagato. “A Betar Ilit alcune persone si riferiscono a noi qui come al quartiere dei bassifondi o come ai loro cani da guardia”, aggiunge Yehuda Meir, un altro abitante di Hadar-Beitar. “Dimenticano che senza di noi non ci sarebbe alcuna possibilità di costruire qui. Siamo stati noi a proteggere la terra.”

Il piano regolatore dell’area attualmente in vigore probabilmente cancellerà Hadar-Beitar dalla mappa. Il progetto fa parte di una gara d’appalto emanata nel 2020 dal Custode dei Beni Immobili in Giudea e Samaria, la controparte in Cisgiordania dell’Autorità Territoriale Israeliana, per la costruzione di 770 appartamenti e altri 4.800 mq per commercio e industria. La gara d’appalto è stata vinta dal Netanel Group, quotato in borsa, che tre anni dopo ha venduto metà del terreno a Shmuel Attias, il proprietario di una catena di supermercati ultra-ortodossa, realizzando un profitto netto di 180 milioni di shekel [48 milioni di euro circa, ndt.]. In una dichiarazione presentata alla Borsa di Tel Aviv il mese scorso il Netanel Group ha affermato di essere venuto a conoscenza della presenza di intrusi sul terreno, così ha definito gli abitanti di Hadar-Betar, e che, dopo le trattative con il Custode dei Beni Immobili, sembra che la società si assumerà la responsabilità di sfrattarli.

Gli abitanti di Hadar-Betar, inutile dirlo, vedono le cose in modo molto diverso. Sostengono che i rappresentanti del Netanel Group sanno tutto dell’avamposto e hanno persino parlato con loro. Nel frattempo si stanno preparando per una battaglia legale contro il municipio di Beitar Ilit e hanno iniziato a raccogliere prove di costruzioni illegali nella città ultra-ortodossa, il che a loro dire conferma le loro denunce di applicazione selettiva. “L’edificio in cui vivo è lì da 15 anni. Il comune di Betar Ilit sa che non è legale. Perché non l’ha demolito? Perché ha aspettato 15 anni?”, chiede Hila Barda, un’abitante dell’avamposto. “Dopotutto, sono i campioni per quanto riguarda le costruzioni illegali, in tutta la città. Ci sono interi edifici a Betar Ilit che sono costruiti illegalmente sotto altri edifici [in parcheggi sotterranei e così via]. Voglio vederli demolire tutte queste costruzioni illegali”.

Risposte:

In risposta alle domande di Shomrim sul caso della fattoria El-Hai il Consiglio regionale di Gush Etzion ha affermato che “questa è una disputa che dura da molti anni. Il capo del Consiglio sta lavorando per mediare un compromesso tra le parti. In un momento di grande divisione tra il popolo israeliano e mentre una guerra terribile è in corso nel nord e nel sud, dobbiamo ridurre al minimo le liti interne e cercare di superare le differenze”. Sulla questione di Ma’ale Rehavam, il Consiglio ha affermato: “Stiamo lavorando molto duramente per autorizzare [le] abitazioni esistenti in loco“.

Per quanto riguarda Zayit Raanan il Consiglio regionale di Mateh Binyamin ha affermato: “Il posto fa parte delle riserve di terra di Nerya e di recente è stato approvato un piano regolatore per espandere l’insediamento, respingendo le obiezioni sollevate in ogni fase.

“Per questo motivo, il costruttore sta lavorando per promuovere la costruzione permanente sul posto in conformità con la legge, dicendo agli attuali residenti che possono rimanere e vivere nel futuro quartiere. Va notato che la maggior parte di loro attualmente vive in alloggi temporanei che appartengono all’avamposto e non agli abitanti. Un certo numero di abitanti ha presentato una petizione ai tribunali per fermare l’iter e si attende che il tribunale si pronunci sulla questione.”

Il presidente di Nerya, Liel Tzur, ha affermato: “Questo non è un caso di evacuazione di un avamposto. Il quartiere di Zayit Raanan è parte integrante della comunità di Nerya e i termini del contratto fornitoci dalla Divisione per gli Insediamenti specificano che sarà nostro per molti anni. Questa è stata anche la sentenza del Registro delle ONG e dei tribunali. Questa disputa sta vanificando tutti i nostri sforzi per migliorare la vita degli abitanti di Zayit Raanan e per trovare una soluzione per ogni famiglia. Questo non è un caso di trattamento diverso degli abitanti in base alla loro identità; piuttosto, stiamo adattando le strutture al piano. Tutto sommato, è un altro quartiere nello Stato di Israele, a soli 20 minuti da Modi’in.” (Di fatto né Nerya né il quartiere Zayit Raanan fanno parte di Israele)

Sulla questione di Tapuah Ma’arav il Consiglio Regionale di Samaria ha affermato: “C’è stata una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia che sfortunatamente ha ordinato l’evacuazione di alcune delle case nel quartiere di Tapuah Ma’arav. Allo stesso tempo, in seguito alla decisione dell’Alta Corte, le autorità statali hanno deciso di realizzare dei progetti per legalizzare alcune delle case e impedirne la demolizione. Su richiesta dei residenti della comunità, tra cui la famiglia che ha contattato il giornalista (Shuki Sadeh), così come su richiesta degli abitanti facenti parte del comitato della comunità, il consiglio ha fatto il possibile di fronte alla difficile decisione. Durante tutto il processo, il consiglio ha chiaramente sottolineato di essere solo un mediatore e che qualsiasi accordo o piano è soggetto all’approvazione degli organi competenti dell’Autorità Territoriale Israeliana, del ministero della Difesa, dell’Amministrazione Civile e di tutte le (altre) parti interessate.

“Le affermazioni secondo cui il Consiglio avrebbe fatto promesse devono essere respinte come infondate. Tali affermazioni si basano su argomentazioni incomplete, alcune delle quali sono tendenziose, travisano i fatti e sono errate. Contrariamente alle affermazioni, Yossi Dagan non supporta e non ha mai sostenuto la demolizione degli avamposti ma, piuttosto, ha promosso e agito all’interno dei quadri giuridici a disposizione del Consiglio alla luce della decisione dell’Alta Corte, che andava contro la posizione del Consiglio”.

Né il Comune di Betar Ilit né il CEO di Amana, Ze’ev Hever, hanno risposto a un elenco di domande presentate da Shomrim.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un rapporto rivela che i soldati israeliani commettono sistematicamente violenze sui palestinesi a Hebron

Oren Ziv

9 dicembre 2024 – +972magazine

Frustati con una cintura, colpiti all’inguine, minacciati di stupro: i palestinesi riferiscono uno schema ricorrente di attacchi arbitrari nella città della Cisgiordania quest’anno.

Arresti casuali, violenza e umiliazione da parte di soldati israeliani senza motivo: questa negli ultimi mesi è la vita quotidiana dei palestinesi nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani B’Tselem e pubblicate la scorsa settimana in un nuovo rapporto.

Mentre la maggior parte della resistenza armata in Cisgiordania è concentrata nelle città settentrionali di Jenin, Tulkarem e Nablus, i soldati israeliani sembrano aver deciso che, dopo il 7 ottobre, tutti i palestinesi siano sostenitori di Hamas, e nessuno innocente.

“Sembra che i palestinesi residenti a Hebron possano in ogni momento essere fatti vittime di violenze brutali, inflitte loro mentre sbrigano le loro faccende quotidiane”, spiega il rapporto. “Queste vittime sono state scelte casualmente, senza alcun rapporto con le loro azioni”.

Nessuno dei 25 palestinesi che hanno rilasciato la propria testimonianza a B’Tselem aveva preso parte ad azioni violente, né si era unito a proteste non-violente. Soltanto due tra di loro erano stati effettivamente arrestati e portati via, in strutture militari, ed entrambi sono stati in seguito rilasciati senza che alcuna accusa venisse formulata. Gli altri 23 sono stati liberati dopo che le violenze sono terminate.

In diversi casi i soldati hanno ispezionato i cellulari dei palestinesi alla ricerca di “prove” del loro sostegno ad Hamas: “Un’immagine ‘sospetta’ o segni di aver seguito aggiornamenti su Gaza … sono stati sufficienti a giustificare il trasferimento a una delle postazioni militari disseminate in tutta Hebron e ore di violenze fisiche e mentali, sotto la minaccia delle armi, ammanettati e bendati” osserva il rapporto.

Con più di 200.000 residenti, Hebron è la città palestinese più popolosa in Cisgiordania nonché l’unica che ospita al suo interno coloni israeliani: circa 900 coloni vivono sotto la protezione di circa 1.000 soldati israeliani.

L’incremento nelle vessazioni e violenze contro i palestinesi a Hebron non è un fenomeno isolato. Dal 7 ottobre in Cisgiordania l’esercito israeliano ha ucciso più di 730 palestinesi, in parte a causa del significativo ricorso alle forze aeree nella zona per la prima volta dalla fine della Seconda Intifada, circa 20 anni fa. Contemporaneamente i coloni israeliani con l’aiuto dell’esercito hanno sottoposto a pulizia etnica più di 50 comunità rurali palestinesi.

I fatti oggetto dell’indagine dei ricercatori di B’Tselem hanno avuto luogo nella zona centrale di Hebron tra maggio e agosto di quest’anno. Quasi tutte le vittime sono giovani uomini. Il gran numero di testimonianze, la presenza di diversi soldati nella maggior parte degli episodi e il fatto che essi abbiano a volte avuto luogo all’interno di strutture militari sono tutti fattori che suggeriscono che gli arresti casuali e la violenza possano essere la politica non ufficiale dell’esercito nella città.

Il soldato ha chiesto se mi piacesse Hamas e poi mi ha colpito ai testicoli’

Hisham Abu Is’ifan, 54 anni, sei figli, residente nel quartiere Wadi Al-Hassin di Hebron, stava andando a svolgere il suo lavoro di impiegato presso il Ministero dell’Istruzione quando è stato fermato e attaccato dai soldati il 12 giugno.

“[Un soldato] si è avvicinato e mi ha spinto, poi mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità e il telefono”, testimonia Abu Is’ifan a B’Tselem. “Prima che potessi dargli il telefono, mi ha afferrato per la nuca e mi ha spinto a terra. La schiena mi faceva molto male e ho urlato… Poiché continuavo a urlare per il dolore, il soldato si è seduto su di me schiacciandomi il petto con le ginocchia fino a quando ho sentito di non poter più respirare per il dolore”.

Yasser Abu Markhiyeh, 52 anni, 4 figli, residente nel quartiere di Tel Rumeida, è stato sottoposto a violenze a un posto di blocco a Hebron il 14 di luglio a causa di ciò che i soldati hanno trovato sul suo cellulare. “Quando l’ho raggiunto, [il soldato] mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità”, racconta. “L’ho fatto, e lui mi ha detto di sbloccare il telefono e darglielo. L’ho sentito parlare con qualcuno via radio e fare il mio nome.

Dopo circa cinque minuti, quattro soldati sono arrivati al posto di blocco”, continua Abu Markhiyeh. “Uno di loro mi ha parlato in arabo e mi ha accusato di aver contattato Al Jazeera e calunniato l’esercito israeliano. Gli ho risposto che tre settimane prima io avevo in effetti riferito ad Al Jazeera di essere stato attaccato dai soldati il 22 di giugno… Allora mi ha legato le mani dietro la schiena con fascette serracavi, stringendole molto. Due soldati mi hanno assalito e hanno cominciato a picchiarmi, anche ai testicoli, per diversi minuti”.

Mahmoud ‘Alaa Ghanem, un diciottenne che vive nella città di Dura, nel distretto di Hebron è stato attaccato dai soldati a Hebron l’8 luglio. Come per Abu Markhiyeh, anche il suo cellulare è stato ispezionato dai soldati. Quando hanno aperto l’account Instagram di Ghanem hanno trovato un meme raffigurante un soldato israeliano intento a salvare bambini il 7 ottobre con la scritta “Photoshop”, una derisione dell’evidente incapacità dell’esercito di contrastare l’attacco di Hamas quel giorno.

“Mi ha chiesto di quell’immagine, e io ho detto che era solo un’immagine”, riferisce Ghanem a B’Tselem. “Ha detto ‘Te lo diamo noi Photoshop’”.

Dopo alcuni minuti, Ghanem è stato messo sul pavimento di una jeep e portato via. “Uno dei soldati mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto la faccia contro il portellone posteriore, tre volte di fila”, dice. “Ho sentito che la mia bocca e il mio naso sanguinavano. Il soldato mi ha chiesto, ‘Ti piace Hamas?’ Ho detto di no e lui mi ha afferrato per il braccio, me l’ha girato attorno al collo e mi ha strangolato… Due soldati hanno cominciato a schiaffeggiarmi e chiedermi di nuovo ‘Ti piace Hamas?’ Ho di nuovo detto di no, e poi uno di loro mi ha colpito con forza ai testicoli. Ho urlato per il dolore, e poi lui mi ha colpito di nuovo nello stesso punto, più forte. Li ho supplicati in nome di Dio di smettere di colpirmi”.

Ci hanno frustati con una cintura su tutto il corpo’

Alcune delle testimonianze descrivono violenze fisiche che vanno al di là dei pestaggi. “Uno dei soldati è venuto da me e ha messo la sua sigaretta sulla mia gamba destra”, riferisce a B’Tselem Muhammad A-Natsheh, ventiduenne di Tel Rumeida che è stato fermato il 14 luglio. “L’ha spenta lentamente, in modo che facesse più male. Uno di loro ha chiesto: ‘Fa male?’ Quando ho detto di sì, mi ha dato un pugno alla nuca, è salito in piedi sulle mie gambe e le ha schiacciate con forza”.

Continua A-Natsheh: “Uno di loro ha preso una sedia da ufficio e l’ha messa sulle mie gambe. Di quando in quando ci si sedeva, cosa molto dolorosa. Hanno continuato a insultarmi per tutto il tempo, uno di loro mi ha anche sputato addosso. É continuato per circa un’ora, poi uno dei soldati mi ha detto in arabo: ‘Ti stupreremo’. Uno di loro mi ha afferrato la testa e un altro soldato cercava di farmi aprire la bocca e spingervi dentro un oggetto di gomma, ce l’ho messa tutta per non aprire la bocca. Ho sentito uno di loro che diceva in ebraico: ‘Filmalo, filmalo’”.

“Poi è arrivato un soldato che parlava arabo”, ricorda. “È venuto da me e mi ha ordinato di alzarmi in piedi, ma non ci riuscivo. Mi ha preso per il collo, mi ha sollevato e mi ha fatto stare in piedi faccia al muro, e poi con le mani ha cominciato a spingermi la testa a destra e a sinistra con violenza, dicendo ‘Se ti vedo di nuovo in questo posto ti violento e ti uccido. Farò lo stesso a chiunque io veda qui’.

Il fenomeno dei soldati che registrano le violenze con i propri telefoni per poi condividerli è stato riferito da diverse testimonianze. “I soldati hanno portato del ghiaccio e me l’hanno messo nelle mutande”, racconta a B’Tselem Qutaybah Abu Ramileh, venticinquenne del quartiere di Al-Salayma, fermato l’8 luglio insieme al fratello Yazan, 22 anni. “Dopo, mio fratello Yazan mi ha detto che hanno fatto lo stesso a lui. Hanno anche versato qualche alcolico sui nostri vestiti. Ho sentito un soldato parlare a una ragazza al telefono. Credo fosse una videochiamata. Ridevano e si prendevano gioco di noi”.

“Uno dei soldati ci ha presi a calci in testa e in faccia mentre malediceva noi e le nostre madri”, ha continuato. “Poi all’improvviso ho sentito provenire dall’alto il suono di una cintura in cuoio, e uno di loro ha cominciato a frustarci con la cintura sulle nostre teste e su tutto il corpo… I soldati hanno calpestato i nostri piedi (nudi). Le frustate con la cintura sono continuate per almeno tre minuti, poi i soldati hanno portato un secchio e me lo hanno messo in testa. Più tardi ho capito che ne avevano messo uno anche a Yazan. Hanno cominciato a giocare con una palla o qualcosa di simile, e la tiravano contro il secchio sulla mia testa. Quando la palla colpiva il secchio faceva male. Era difficile respirare e mi sembrava di soffocare”.

Come in diversi video usciti da Gaza negli ultimi mesi, la violenza sui palestinesi da parte dei soldati a Hebron è spesso accompagnata dall’ingiunzione ai trattenuti di condannare Hamas. Mu’tasem Da’an, giornalista, 46 anni, 8 figli, del quartiere di Wadi A-Nasara, è stato fermato il 28 luglio e gli è stato ordinato di sbloccare il telefono.

“Hanno cercato un po’ e hanno trovato contenuti relativi alla guerra a Gaza”, ha raccontato. “I soldati mi hanno bendato e mi hanno portato a piedi per circa 250 metri alla base militare vicino al cancello meridionale della colonia di Kiryat Arba… Hanno cantato canzoni in ebraico che parlano di vendetta contro Hamas, elogiano Israele e inneggiano all’uccisione di donne e bambini. Ci hanno fatto ripetere le parole e maledire i palestinesi. Capisco l’ebraico molto bene”.

Anche se la maggior parte delle vittime sono uomini, tra coloro che hanno rilasciato a B’Tselem la propria testimonianza ci sono anche alcune donne. ‘Abir Id’es-Jaber, 33 anni, 4 figli, del quartiere di Al-Manshar, è stata attaccata insieme a suo marito il 21 agosto, mentre erano nella loro auto.

“I soldati ci hanno ordinato di andarcene”, ha detto. “Mio marito ha fatto manovra, e i soldati ci stavano ancora circondando. Uno di loro mi ha guardata e mi ha fatto l’occhiolino. Mi ha fatto un sorriso beffardo e poi l’ho visto togliere la sicura a una granata stordente e gettarla tra le mie gambe. Ho spinto via la granata ed è caduta sotto il sedile. Ho gridato ‘Granata! Granata!’ e mi sono riparata dall’altra parte. (Mio marito) si era voltato verso di me quando ho gridato, quindi la granata gli è scoppiata sotto al viso. È svenuto. Grazie a Dio, l’auto si è fermata da sola”.

In risposta alla richiesta di commento da parte di +972, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato di non essere a conoscenza di nessuno dei casi riportati eccetto quello riguardante Abu Markhiyeh. “L’esercito tratta i trattenuti in conformità con il diritto internazionale e agisce per investigare e gestire episodi eccezionali che esulano dagli ordini”, recita la dichiarazione. “Nei casi in cui ci sia il sospetto di un reato penale che giustifica l’apertura di un’inchiesta, viene lanciata un’indagine penale militare e alla sua conclusione le risultanze sono sottoposte all’esame della Procura Generale militare”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Uno sguardo sulla guerra di Israele contro gli attivisti stranieri che aiutano i palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

17 novembre 2024 – Haaretz

Nell’ultimo anno il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha iniziato a mettere in pratica una politica di espulsione degli attivisti stranieri filo-palestinesi, molti dei quali americani, con una serie di pretesti. Il risultato: un picco nel numero di attivisti costretti ad andarsene

Quando circa un mese fa l’attivista americano per i diritti umani Jaxson Schor, 22 anni, è stato arrestato in Cisgiordania, non capiva cosa stesse succedendo. Quella mattina era uscito con diversi altri attivisti stranieri per aiutare i palestinesi a raccogliere le olive vicino al villaggio di Qusra nella zona di Nablus quando all’improvviso i soldati lo hanno chiamato. “Mi hanno detto ‘Ciao, ciao’ e mi hanno chiesto il passaporto”, ricorda. “Gliel’ho dato e ho chiesto se c’era un qualche problema”.

I soldati gli hanno detto che non gli era permesso stare lì. “È stato molto surreale”, aggiunge, e descrive il seguito di una lunga giornata caratterizzata da interrogatori in una stazione di polizia, accuse di essere “un sostenitore di Hamas”, umiliazioni da parte della polizia e un’udienza presso la Population and Immigration Authority [Autorità su Popolazione e Immigrazione, ndt.]. Al termine della disavventura il suo visto e quello di un altro attivista arrestato insieme a lui sono stati revocati. E così i due stranieri venuti in Israele con l’intento di fare volontariato con i palestinesi si sono ritrovati espulsi dal Paese.

Non sono gli unici. L’anno scorso sempre più attivisti stranieri giunti per fare del volontariato con i palestinesi sono stati espulsi. I dati ottenuti da Haaretz mostrano che dall’ottobre 2023 almeno 16 di questi attivisti sono stati estradati da Israele dopo essere stati arrestati in Cisgiordania con l’accusa di varie violazioni.

L’avvocato Michal Pomeranz, che ha rappresentato alcuni degli attivisti espulsi, afferma che c’è stato un aumento del numero di arresti di volontari stranieri con falsi pretesti, nel tentativo di fare pressione su di loro affinché se ne andassero. “La situazione non è sorprendente alla luce del carattere dei decisori al governo, ma è esasperante”, afferma Pomeranz. “È inquietante e basata su analisi fittizie”.

Non è un caso che il numero di espulsioni sia aumentato, è anzi il risultato di una politica dichiarata del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che viene realizzata sul campo tramite una stretta cooperazione tra l’esercito, la polizia e la Population and Immigration Authority. Nel quadro di tale politica negli ultimi mesi Ben-Gvir ha ordinato che gli attivisti stranieri vengano interrogati presso l’Unità Centrale di Polizia di Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania occupata, ndt.], incaricata dei crimini gravi nel distretto di polizia che controlla i territori della Cisgiordania.

Parallelamente la sottocommissione della Knesset per la Giudea e la Samaria, guidata dal parlamentare Tzvi Succot (Partito del Sionismo Religioso), si è occupata ampiamente e approfonditamente della questione. Negli ultimi mesi la sottocommissione ha dedicato almeno cinque sessioni alla questione e ha invitato a partecipare rappresentanti dell’esercito e della polizia. Secondo Succot in queste sessioni i rappresentanti dell’esercito hanno riferito che ai soldati è stato chiesto di fotografare gli attivisti e i loro passaporti e di consegnare gli attivisti o la loro documentazione alla polizia.

La collaborazione fattiva dell’esercito è fondamentale, poiché sono i soldati che, per la maggior parte, eseguono gli arresti sul campo. Un documento ottenuto da Haaretz indica che l’esercito non esita a mettere in pratica la visione di Ben-Gvir e Succot. Nel documento, una lettera del GOC [comandante generale dell’esercito) Avi Bluth inviata dal Comando Centrale a una coalizione di organizzazioni di sinistra chiamata Olive Picking Partners Forum [forum degli attivisti volontari nella raccolta delle olive, ndt.], si afferma esplicitamente che “Il Comando Centrale impedirà e farà rispettare [sic] l’ingresso di attivisti stranieri che arrivano nei siti di raccolta delle olive con l’obiettivo di creare attriti”. In risposta a una domanda di Haaretz il portavoce dell’esercito israeliano ha negato che ci siano istruzioni ai soldati di arrestare gli attivisti stranieri.

Nel frattempo sembra che la collaborazione sia produttiva: la polizia riferisce che dall’inizio di quest’anno sono stati indagati 30 attivisti stranieri. Secondo i dati ottenuti da Haaretz, la maggior parte di coloro che sono stati espulsi sono stati interrogati con l’accusa di aver commesso reati minori come ostacolare un agente di polizia o un soldato durante lo svolgimento dei suoi doveri o la disobbedienza a un ordine in un’area militare interdetta. Tuttavia, alcuni sono stati indagati anche per reati più gravi come il sostegno a un’organizzazione terroristica o l’istigazione.

Dopo l’interrogatorio alcuni dei detenuti sono stati inviati a un’udienza presso la Population and Immigration Authority e successivamente espulsi, in quanto sospettati di aver commesso reati e col pretesto di violazione delle condizioni del loro visto. Altri non sono stati formalmente espulsi ma costretti di fatto a lasciare il Paese dalla polizia, che ha trattenuto i loro passaporti fino a quando non hanno presentato un biglietto aereo. In tutti i casi nella dichiarazione rilasciata sugli arresti la polizia si è assicurata di segnalarli come “anarchici”, assecondando la politica del ministro Ben-Gvir.

Sospetto: sostegno al terrorismo

Schor afferma che da quando è arrivato in Cisgiordania in agosto la maggior parte della sua attività lì consisteva nel fornire una “presenza protettiva”, ovvero accompagnare le comunità palestinesi con l’obiettivo di proteggere gli abitanti dall’esercito o dai coloni. Questo, dice, è ciò che stava facendo alla fine dell’estate quando è stato arrestato e gli è stato confiscato il passaporto. Per tre ore è stato trattenuto sul posto, mentre attivisti di destra documentavano l’arresto e dicevano agli amici di Schor che era proibito filmare o scattare foto e che lo avrebbero “buttato fuori” da Israele.

Uno di loro era Bnayahu Ben Shabbat, dell’organizzazione di destra Im Tirtzu. Alla fine è arrivata la polizia e hanno ammanettato i due volontari. Solo allora, afferma Schor, gli è stato detto che l’area era stata designata come zona militare interdetta. A quel punto è stato trasferito alla stazione di polizia, gli è stato sequestrato il cellulare e gli è stato comunicato che era in arresto con l’accusa di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti, di aver violato un ordine relativo ad un’area militare interdetta e di aver sostenuto un’organizzazione terroristica.

Durante l’interrogatorio gli è stato chiesto cosa stesse facendo in Cisgiordania, chi gli avesse indicato dove recarsi e chi fosse il “capo” della raccolta delle olive. Aggiunge che chi faceva da interprete in simultanea era inesperto e che gli ha persino urlato contro. In seguito a Schor è stato chiesto se avesse partecipato a una manifestazione di Hamas contro Israele, e ha risposto negativamente. Mi hanno detto che stavo mentendo e che ero venuto per combattere gli ebrei e per svolgere azioni terroristiche e che mi avrebbero cacciato dal Paese”, racconta. “Mi hanno chiesto più e più volte se stessi combattendo contro gli ebrei”.

Dopo di che hanno mostrato a Schor quattro sue fotografie. Dice che una di queste era stata scattata da un soldato, un’altra da un colono, una terza era stata presa da un social network e la quarta da un sito di notizie che aveva pubblicato la documentazione di una manifestazione a Ramallah a cui aveva partecipato qualche giorno prima. Ciò ha suscitato il sospetto che fosse stato pedinato anche prima del suo arresto. Alla fine dell’interrogatorio, racconta Schor, un poliziotto gli ha chiesto se fosse un anarchico e se fosse ebreo e gli ha detto: “Noi c’eravamo prima di te e Israele starà qui dopo di te”, e poi ha aggiunto: “Ti butteremo fuori da Israele per sempre”.

Dalla stazione di polizia Schor e l’altro attivista arrestato con lui sono stati portati per un’udienza presso la Population and Immigration Authority, dove i loro visti sono stati revocati. Nell’ultimo anno altri tre attivisti sono stati espulsi da Israele con una procedura simile, in seguito ad un’udienza ufficiale presso l’Authority. Ad altri sette è stato confiscato il passaporto dalla polizia, ed è stato restituito solo dopo la presentazione di un biglietto aereo; a tre è stato offerto il rilascio durante l’indagine a condizione che lasciassero il Paese e a uno, un ebreo britannico di nome Leo Franks, non è stato rinnovato il visto. Successivamente il suo passaporto è stato confiscato e la procedura che aveva iniziato per l’aliyah, l’immigrazione in Israele, è stata bloccata.

Una condotta simile si ritrova anche nella trascrizione dell’udienza di un attivista inglese espulso ad aprile, arrestato a Masafer Yatta in Cisgiordania con l’accusa di aver violato un divieto relativo ad un’area militare interdetta e di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti. Durante l’udienza all’attivista è stato chiesto perché fosse venuto in Israele insieme alle seguenti domande: “Hai visto che Israele sta attaccando i palestinesi e sei venuto per questo?” “Perché sei andato in giro con una macchina fotografica e hai scattato foto ai soldati? Ci sono delle ragioni particolari?” “Vuoi documentare gli attacchi dei soldati contro i palestinesi?”

Secondo l’avvocato Pomeranz, la Population and Immigration Authority non era tenuta ad accettare le considerazioni della polizia riguardo agli attivisti, specialmente nei casi in cui non erano stati portati in tribunale per la custodia cautelare o non erano stati incriminati. L’udienza presso l’Authority ha lo scopo di consentire loro di esporre le loro versioni e servire da premessa per giungere alla decisione se espellerli o meno.

Donne aggredite’

Gli attivisti in Cisgiordania provengono da vari Paesi, tra cui Stati Uniti, Belgio e Inghilterra: alcuni di loro affermano di aver sentito parlare per la prima volta della possibilità di andarci tramite post sui social media, altri grazie a conoscenze. I loro numeri non sono molto alti, con una stima di poche decine di arrivi ogni anno.

Il numero raggiunge il picco con l’avvicinarsi della stagione della raccolta delle olive, che è considerata a rischio. Nell’ultimo anno, affermano gli attivisti, il loro numero è cresciuto. Molti sono arrivati ​​di recente in risposta a un appello dell’organizzazione palestinese Faz3a (Fazaa), che mette in contatto gli attivisti stranieri con le comunità palestinesi minacciate. Altri sono collegati al più veterano e noto International Solidarity Movement (noto come ISM), in parte perché nel 2003 una delle sue attiviste, Rachel Corrie, è stata uccisa da un bulldozer dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un’altra delle sue attiviste, Ayşenur Ezgi Eygi, una donna turco-americana, è stata uccisa a settembre a Beita, vicino a Nablus, dal fuoco vivo dell’esercito israeliano.

Di recente il lavoro degli attivisti stranieri in Cisgiordania si è insediato in un appartamento nel villaggio di Qusra. L’11 ottobre i soldati dell’IDF hanno sfondato la porta e perquisito il posto. Secondo gli attivisti i soldati hanno rovistato tra i loro effetti personali, fotografato i loro passaporti e arrestato un attivista palestinese residente nel villaggio. Inoltre, affermano, i soldati hanno esaminato le lettere scritte dagli attivisti che se ne erano andati.

Sebbene non siano qui da molto alcuni degli attivisti hanno già sperimentato violenze estreme. Ad esempio Vivi Chen, una residente del New Jersey giunta in Cisgiordania a luglio, afferma di aver già assistito a due aggressioni da parte di coloni che l’hanno segnata. “Sono rimasta così sorpresa perché loro [i coloni] erano ragazzi adolescenti e stavano aggredendo con tutta la loro forza donne che avrebbero potuto essere le loro madri”, afferma riferendosi ad un fatto avvenuto il 21 luglio a Qusra. Riguardo ad un altro più grave incidente racconta che cinque giovani palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri, alcuni sparati dall’esercito.

Un’altra attivista, Lu Griffen, una siriana-americana di 22 anni, racconta che il 4 settembre, durante la sua seconda settimana in Cisgiordania, è stata violentemente aggredita dai coloni mentre accompagnava un pastore a Qusra. “Hanno iniziato a lanciarci pietre. Stavo correndo e una pietra mi ha colpito la testa e me l’ha spaccata”, racconta. Ricorda che anche dopo essere caduta i coloni hanno continuato a lanciare pietre su di lei e hanno spruzzato su di lei e gli altri dello spray al peperoncino.

Griffen spiega di essere stata attratta dall’attivismo in Cisgiordania dopo aver partecipato all’inizio di quest’anno alle proteste contro la guerra nei campus degli Stati Uniti. “È difficile spiegare come mi sento: l’indignazione, la tristezza. Qui la situazione è semplicemente sconvolgente”, dice. “Ho trascorso parte della mia vita in una zona di guerra, ma in quel momento non potevo fare nulla per il mio popolo siriano. E ora che sono abbastanza grande ho tempo, non ho figli o responsabilità che mi trattengano, non c’è niente che voglio fare di più che andare ad aiutare i palestinesi come loro ci stanno chiedendo”.

Indubbiamente però l’evento più traumatico per gli attivisti è stato l’uccisione dell’attivista turco-americana Ezgi Eygi. “All’inizio non credevo fosse morta”, ricorda Chen. “Quando è caduta e sono corsa da lei, potevo sentire il suo polso e ho detto ‘Sopravviverà’.” L’esperienza è stata particolarmente difficile, dice, a causa della diffamazione del nome e dell’attività di Ezgi Eygi. “Molti di noi hanno finito per scrivere le proprie ultime volontà come precauzione, perché vorremmo rendere le cose più facili alle nostre famiglie nel caso in cui accada qualcosa.”

Chen collega la morte di Ezgi Eygi a un incidente che l’ha preceduta nello stesso luogo: il ferimento di unattivista americana durante una manifestazione nel villaggio di Beita. “Se il governo americano avesse condannato l’uccisione di una cittadina americana in quel momento, non avrebbero avuto l’audacia di uccidere un altro straniero”, aggiunge. Secondo l’IDF, un’indagine preliminare sulla morte di Ezgi Eygi ha concluso che non sarebbe stata colpita intenzionalmente. La divisione investigativa criminale della polizia militare ha avviato un’indagine sull’incidente.

Dirgli addio’

Alcuni membri della Knesset, in particolare Tzvi Succot, hanno un problema di vecchia data con gli attivisti stranieri e sostengono che stanno causando danni allo Stato di Israele. All’interno del sottocomitato che presiede, Succot è molto impegnato nelle misure contro gli attivisti. “La legge afferma che chiunque entri nel Paese e violi i termini del suo visto può essere espulso”, dice ad Haaretz. “Quei ragazzi sono un danno strategico. In definitiva, le campagne contro Israele e le sanzioni provengono da loro. E quindi, quando vengono e molestano i soldati o entrano in un’area militare interdetta o commettono la più piccola infrazione, lo Stato di Israele deve dire loro addio/congedarli“.

Durante la conversazione con Haaretz Succot ha continuato a ripetere che il suo problema con gli attivisti consiste nel fatto che starebbero promuovendo un boicottaggio contro Israele. La sua argomentazione si basa sulla legge sull’ingresso in Israele del 2017, che proibisce di concedere un visto a chiunque promuova un boicottaggio dello Stato.

Nel frattempo Succot afferma di stare attualmente lavorando a una legislazione con l’obiettivo di istituire un’organizzazione statale che monitorizzi gli attivisti stranieri mentre sono in Israele e decida la loro espulsione nel caso che dopo il loro ingresso si scopra che abbiano fatto degli appelli al boicottaggio. “Al momento questo non sta accadendo, e quindi la soluzione tampone in questo momento è che se qualcuno viola le condizioni del visto, la legge consente di revocarlo”, aggiunge.

Il monitoraggio degli attivisti durante la loro permanenza in Israele, afferma, è attualmente svolto da organizzazioni civili senza scopo di lucro. Afferma che il recente aumento dell’attività sulla questione è il risultato di un coordinamento rafforzato tra l’IDF, la polizia e il Ministero dell’Interno. “Un soldato sul campo che incontra qualcuno del genere che violi la legge sa di dover registrare i suoi dati personali e il suo passaporto e inviarli alla polizia e poi al Ministero dell’Interno. Da lì, spiega, il passo verso la revoca del visto o l’espulsione dal Paese è breve.

La questione del boicottaggio è emersa nell’inchiesta sull’attivista Michael Jacobsen, 78 anni, dello Stato di Washington. Dopo la sua espulsione Succot ha rilasciato un comunicato stampa di encomio in cui ha ringraziato, tra gli altri, un’organizzazione non-profit chiamata The Legal Forum for the Land of Israel. Il 10 ottobre Jacobsen, che ha militato nell’esercito americano durante la guerra del Vietnam, stava accompagnando un palestinese che pascolava un gregge a Masafar Yatta. Ricorda che un soldato che ha identificato come colono gli ha chiesto il passaporto e poi gli ha detto che era ricercato dalla polizia. “Ha chiesto: ‘sei un membro dell’ISM [International Solidarity Movement]’, e io ho detto di no. E poi ha chiesto ‘sei un ebreo?’ e io ho detto di no, e lui [ha chiesto] ‘sei un terrorista?’ E io ho detto ‘no, sono un turista”.

Jacobsen è stato arrestato e portato alla stazione di polizia. Afferma che durante il tragitto ha cercato di scoprire perché lo stavano arrestando, ma non ha ricevuto informazioni. “Mi hanno detto che ero un terrorista perché ero un membro del BDS”, ha aggiunto, riferendosi al movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Alla stazione di polizia è stato interrogato con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento dei suoi doveri e di soggiorno illegale, un sospetto basato sull’accusa attribuitagli di sostegno al boicottaggio. “Chi ha condotto l’interrogatorio è stato molto borioso e maleducato con me”, racconta. “Ha detto che ero coinvolto in cinque diverse organizzazioni terroristiche”, ha continuato Jacobsen, citando le cinque come IHH Humanitarian Relief Foundation, Meta Peace Team, International Solidarity Movement, BDS e MPT.

Jacobsen afferma che Meta Peace Team è un’organizzazione di attivisti che gli ha fornito una formazione sulla resistenza non violenta, mentre IHH è un’organizzazione ombrello sotto la cui egida ha partecipato nell’aprile di quest’anno alla flottiglia verso Gaza per portare cibo e attrezzature mediche nella Striscia. Durante l’interrogatorio gli è stata anche mostrata la documentazione sulla sua attività presso Veterans for Peace in Corea del Sud, dove ha lavorato con i dimostranti contro l’istituzione di una base navale. Alla fine dell’interrogatorio gli è stata data una scelta. Poteva rimanere in stato di arresto o poteva essere inviato al confine con la Giordania. Ha scelto di andarsene, senza [partecipare ad] un’udienza presso la Population and Immigration Authority e senza sapere se sarebbe mai potuto tornare in Israele.

A ottobre due attivisti tedeschi sono stati espulsi da Israele in modo simile. Sono stati arrestati con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento del suo dovere, di riunione illegale e di far parte di un’organizzazione terroristica. Il sospetto di riunione illegale è stato attribuito a causa della loro appartenenza all’International Solidarity Movement, nonostante in Israele l’organizzazione non sia stata messa al bando.

La loro detenzione è stata prorogata due volte, e poi la polizia ha offerto loro la possibilità di scegliere tra lasciare il Paese o affrontare un’altra richiesta di proroga della loro detenzione. Se ne sono andati. Di recente la polizia ha fatto un’offerta simile a due donne americane, una suora e una pensionata di 73 anni, arrestate a South Hebron Hills con l’accusa di aver ostacolato un soldato nell’adempimento del suo dovere. Dopo il loro rifiuto, sono state rilasciate con un divieto di ingresso di due settimane in Cisgiordania.

Dalla sua attuale residenza negli Stati Uniti Jacobsen afferma che il fatto che la sua attività non violenta sia stata definita terroristica lo ha portato a opporsi alle azioni di Israele con ancora più veemenza: “Ok, mi chiami terrorista? Allora esprimerò le mie opinioni su ciò che sta facendo lo Stato sionista di Israele come attività terroristiche. In effetti, lo Stato di Israele sta usando tattiche terroristiche, sicuramente in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza”.

L’unità portavoce dell’IDF ha risposto: “Le forze di sicurezza, la polizia israeliana e l’amministrazione civile stanno agendo per consentire agli abitanti della zona di raccogliere le olive sui terreni di loro proprietà e, allo stesso tempo, stanno agendo per mantenere la sicurezza dei civili e delle comunità israeliane. In generale, non ci sono istruzioni per arrestare gli attivisti stranieri”. Il portavoce ha aggiunto che la decisione di effettuare una perquisizione nella casa degli attivisti a Qusra è derivata da una “segnalazione di attività insolite” in quel sito.

Per quanto riguarda la sparatoria contro l’attivista americana a Beita ad agosto l’esercito ha aggiunto che ciò sarebbe avvenuto dopo una segnalazione di “violento disturbo dell’ordine pubblico durante il quale i terroristi hanno lanciato pietre contro i militari, che hanno risposto utilizzando mezzi per disperdere le dimostrazioni e sparando in aria”. Hanno anche aggiunto che la segnalazione “è nota ed è in corso una verifica“.

La polizia israeliana ha risposto: “La polizia israeliana attua l’applicazione della legge con tutti i mezzi legali contro gli attivisti israeliani e stranieri che agiscono illegalmente interferendo con l’attività operativa delle forze di sicurezza e dimostrando sostegno e condivisione nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Dall’inizio dell’anno circa 30 attivisti stranieri sono stati indagati per ostacolo e provocazione contro le forze di sicurezza, e incitamento, sostegno e incoraggiamento verso le organizzazioni terroristiche Hamas e Hezbollah. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese al termine del loro interrogatorio e per altri è stata tenuta un’udienza dalla Populating and Immigration Authority, al termine della quale è stato revocato il loro permesso di soggiorno in Israele ed è stato proibito per il futuro l’ingresso nel Paese”.

La Population and Immigration Authority ha risposto: “Di norma un cittadino straniero che entra in Israele con un visto turistico è tenuto a rispettare lo scopo per cui è stato concesso il visto. Un turista che sfrutta la concessione del visto per altre attività, tra cui una condotta di disturbo contro le forze dell’ordine, viola le condizioni per cui è stato concesso il visto ed è consentito annullare il visto e richiedere la sua espulsione dal Paese. In pratica, stiamo parlando di una manciata di incidenti e solo di quelli in cui la polizia presenta prove di reati penali commessi dal titolare del visto”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un ministro israeliano di estrema destra sta ordinando preparativi per l’annessione della Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Smotrich, il ministro israeliano delle Finanze, spera che il neoeletto presidente USA Trump sosterrà il piano per annettere la Cisgiordania occupata nel 2025.

Bezalel Smotrich, ministro israeliano delle Finanze di estrema destra, ha ordinato preparativi per l’annessione della Cisgiordania occupata prima dell’insediamento del neoeletto presidente USA Donald Trump nel gennaio 2025.

Lunedì in una dichiarazione Smotrich ha espresso la sua speranza che la nuova amministrazione a Washington riconoscerà l’iniziativa di Israele per rivendicare la “sovranità” sul territorio occupato.

Oltre al suo incarico alle finanze Smotrich, lui stesso un abitante di una colonia israeliana illegale, detiene anche una posizione nel Ministero della Difesa da cui sovrintende l’amministrazione della Cisgiordania occupata e delle sue colonie.

2025: l’anno della sovranità su Giudea e Samaria,” ha scritto Smotrich su X, usando i nomi biblici con cui Israele si riferisce alla Cisgiordania occupata.

Lunedì, in un incontro della sua fazione di estrema destra nel parlamento israeliano o Knesset, Smotrich ha accolto con favore l’elezione di Trump e la sua vittoria contro Kamala Harris e ha detto di aver dato istruzioni alla Direzione delle colonie e dell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa di gettare le basi per l’annessione.

Ho ordinato l’inizio del lavoro da parte di professionisti per preparare le infrastrutture necessarie per esercitare la sovranità israeliana su Giudea e Samaria,” ha detto, “non ho dubbi che il presidente Trump, che ha mostrato coraggio e determinazione nelle sue decisioni durante il suo primo mandato, sosterrà lo Stato di Israele in questa decisione,” ha aggiunto.

Smotrich ha detto che nella coalizione al governo in Israele ci sono un ampio accordo su questa iniziativa e un’opposizione alla formazione di uno Stato palestinese.

L’unico modo di rimuovere questo pericolo dal programma è di esercitare la sovranità israeliana sulle colonie in Giudea e Samaria,” ha dichiarato.

Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha detto che le considerazioni di Smotrich confermano le intenzioni del governo d’Israele di annettere la Cisgiordania occupata in violazione del diritto internazionale.

Noi riteniamo le autorità israeliane di occupazione completamente responsabili delle ripercussioni di tali pericolose politiche. Gli Stati Uniti sono anche responsabili del continuo sostegno offerto all’aggressione israeliana”, ha detto.

Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, ha detto che mentre i leader del movimento dei coloni possono essere fiduciosi che Trump potrebbe essere incline a sostenere tali decisioni il governo non ha preso alcuna decisione.

Nessuna decisione è stata presa a proposito,” ha detto Saar lunedì nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme.

L’ultima volta in cui abbiamo discusso il tema è stato durante il primo mandato di Trump,” ha detto. “E quindi diciamo che se sarà pertinente verrà ridiscusso anche con i nostri amici a Washington.”

La Cisgiordania è occupata dal 1967 e da allora le colonie israeliane si sono ampliate nonostante siano illegali ai sensi del diritto internazionale e, nel caso degli avamposti, della legge israeliana.

Smotrich aveva già dichiarato la sua intenzione di estendere la sovranità israeliana sui territori occupati ostacolando la nascita di uno Stato palestinese.

Ha anche minacciato di destabilizzare la coalizione di Benjamin Netanyahu se si negoziasse un cessate il fuoco con Hezbollah sul fronte settentrionale di Israele.

Quando [Smotrich] parla di rafforzare la sovranità israeliana sta parlando dell’annessione della Cisgiordania che fa parte del programma governativo israeliano,” ha detto Nour Odeh di Al Jazeera, che scrive da Amman, Giordania perché ad Al Jazeera è stato proibito di operare da Israele.

Odeh fa osservare che Netanyahu ha anche aggiunto al suo gabinetto un ministro senza portafoglio del partito di Smotrich.

Quando Smotrich parla di annessioni molti osservatori dicono che dobbiamo credergli,” aggiunge.

Durante il suo primo mandato nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele ribaltando decenni di politiche USA e di consenso internazionale. Ha anche sostenuto politiche che hanno consentito la continua espansione delle colonie e proposto un piano per una “entità palestinese” che non avrebbe piena sovranità.

All’inizio dell’anno l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha ceduto un maggiore controllo sulla Cisgiordania occupata all’Amministrazione delle colonie guidata da Smotrich, conferendole competenze in ambiti che vanno dai regolamenti sugli edifici alla gestione di terreni agricoli, parchi e foreste.

Da quando è entrato nella coalizione governativa di Netanyahu Smotrich ha apertamente sostenuto l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata quale passo verso un’eventuale annessione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Perché l’UE non divorzierà da Israele

David Cronin

7 novembre 2024The Electronic Intifada

Ora che il suo mandato come responsabile della politica estera dell’Unione Europea sta per concludersi Joseph Borrell si sta trasformando in Mister Rabbia. In un commento recente ha sostenuto che è “giunto il momento” di porre fine all'”occupazione illegale” della Cisgiordania e di Gaza.

Borrell non ha nulla da perdere nell’essere schietto e preciso.

<<La situazione a Gaza e nei Territori Occupati peggiora di ora in ora, con sofferenze insopportabili per i civili. Nessuno sembra essere in grado o disposto a fermarla.

I coloni violenti seminano distruzione, gli ospedali sono assediati, le attività dell’UNRWA sono sempre più a rischio.>>

Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) 4 novembre 2024

Non c’è alcuna prospettiva di una rapida riconciliazione tra lui e il governo israeliano, che ha infondatamente diffamato Borrell come antisemita. E se qualcuno si lamenta di come lui definisca l’occupazione “illegale”, Borrell può fare riferimento a una sentenza emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia a luglio.

Tuttavia occorrerà più di qualche aspro commento per compensare il modo in cui Borrell ha favorito relazioni più strette con Israele durante gran parte del suo mandato quinquennale.

Ha ottenuto un certo successo in tal senso. Nel 2022 è stato risuscitato il Consiglio di Associazione UE-Israele, un forum di dialogo di alto livello, dopo essere stato messo in naftalina per un decennio.

Né la rabbia di Borrell dovrebbe nascondere il modo in cui la burocrazia di Bruxelles ha continuato a fare affari con Israele mentre massacra persone a Gaza e in Libano.

Il mese scorso l’UE ha annunciato che avrebbe dato un marchio di missione” a Eilat, una città in Israele. Il marchio – che dovrebbe aiutare le autorità locali ad avere un maggiore accesso ai finanziamenti – premia i piani volti a raggiungere la “neutralità climatica”.

Elogiare un’istituzione israeliana per la “neutralità climatica” è uno scherzo di cattivo gusto considerando che la guerra contro Gaza è stata un disastro ambientale. Secondo una stima la quantità di carbonio rilasciata durante i primi 120 giorni ha superato quella che 26 paesi poco inquinanti emetterebbero in un anno intero.

Grossolana incoerenza

Un altro esempio di grossolana incoerenza può essere il modo in cui l’UE ha recentemente approvato una sovvenzione per la ricerca scientifica per un progetto sulla pancreatite gestito dall’Università Ebraica di Gerusalemme.

La sovvenzione è stata firmata il 21 ottobre, solo pochi giorni dopo che Israele ha attaccato due dei tre ospedali ancora funzionanti (anche se a malapena) nel nord di Gaza.

Perché l’UE è pronta a sostenere progetti medici israeliani nello stesso momento in cui Israele sta annientando il sistema sanitario palestinese?

Un indizio può essere trovato in un documento informativo interno all’UE che ho ottenuto tramite una richiesta di accesso alle informazioni. Risale al dicembre 2021 e sostiene che la partecipazione di Israele a Horizon Europe, il programma scientifico dell’UE, è preziosa.

“Come UE noi beneficiamo dell’eccellenza, della capacità di innovazione di prim’ordine di Israele nelle nostre aree prioritarie chiave (verde, digitale, salute pubblica), nonché di un sostanziale contributo finanziario”, afferma.

Il contributo finanziario era “molto importante” all’epoca “vista l’incertezza” sul coinvolgimento della Gran Bretagna in Horizon Europe, aggiunge il documento (vedi sotto).

Queste poche frasi sono rivelatrici. I paesi che prendono parte a Horizon Europe da fuori UE pagano per farlo.

Dopo che la Gran Bretagna ha lasciato l’Unione Europea nel 2020 non è più stata coinvolta nelle attività di ricerca dell’UE per alcuni anni.

La Gran Bretagna alla fine è entrata a far parte di Horizon Europe nel gennaio 2024. Durante la sua assenza, alcuni addetti ai lavori di Bruxelles hanno evidentemente visto Israele come sostituto della Gran Bretagna, almeno per quanto riguarda il programma di ricerca, un cardine della spesa dell’UE.

Josep Borrell è il secondo spagnolo a ricoprire la carica di capo della politica estera dell’UE.

Quando il suo connazionale Javier Solana stava per concludere il suo mandato in quel ruolo ha definito Israele “un membro dell’Unione Europea senza esserne membro istituzionale”.

Nell’ottobre 2009 Solana ha definito la cooperazione nella ricerca scientifica con Israele come “molto importante”.

Da allora gli addetti ai lavori dell’UE hanno continuato a sostenere lo stesso argomento.

Per parecchie persone a Bruxelles la relazione con Israele è considerata una specie di matrimonio. Non importa a quale barbarie si riduca Israele, la gerarchia dell’UE non osa pensare a un divorzio.

(traduzione dall’ inglese di Giuseppe Ponsetti)




Genocidio a Gaza: Israele sta impazzendo?

David Hirst

4 novembre 2024 – Middle East Eye

Netanyahu ha dato potere ai sionisti religiosi. A Gaza, in Cisgiordania, in Libano e altrove ora sentono di stare attuando il disegno divino per il suo popolo eletto. Non andrà a finire bene

“Perché era del Signore indurire i loro cuori perché se essi (i Cananei) incontrassero Israele in battaglia… ma perché (gli Israeliti) li votassero allo sterminio, come il Signore aveva comandato a Mosè.”

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e, a titolo assolutamente informale, governatore della Cisgiordania, ha da lungo tempo un debole per questo verso, una citazione dal Libro di Giosuè per illustrare quello che chiama il suo piano decisionista, o di dominazione, di Giudea e Samaria, i nomi biblici di quel territorio.

Quindi è così, ha spiegato Smotrich, che proprio come Giosuè avvertì i Cananei di quello che sarebbe accaduto loro se lo avessero ostacolato, ora egli ha avvertito i palestinesi di quello che comporterebbe il suo piano per loro. Sono davanti a tre possibilità: rimanere dove sono ora come “stranieri residenti” con uno “status di inferiorità in base alla (antica) legge ebraica”; emigrare; rimanere e resistere.

Se scelgono il terzo cammino, ha detto loro, le “forze di difesa israeliane” [l’esercito israeliano, ndt.] sapranno cosa fare. E di cosa si tratterebbe? “Uccidere quelli che devono essere uccisi.” Cosa: intere famiglie, donne e bambini? Ha risposto: “À la guerre comme à la guerre.”

Nel corso degli anni i cosiddetti attacchi “prezzo da pagare” (di rappresaglia) dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi in Cisgiordania, sradicando i loro antichi ulivi, rubando le loro greggi e avvelenando i loro pozzi e cose simili, sono andati intensificandosi, ma a partire da due mesi dalla nomina a ministro di questo cosiddetto sionista religioso di estrema destra hanno raggiunto un notevole incremento, sia in termini qualitativi che quantitativi.

Alla fine di febbraio dello scorso anno circa 400 di costoro, accompagnati da soldati regolari in un presunto ruolo di controllo, si sono scatenati indisturbati a Huwwara, una cittadina di circa 7.000 abitanti, incendiando 75 case e quasi 100 veicoli e, tra le altre insensate crudeltà, hanno sgozzato o percosso a morte animali domestici, gatti e cani, davanti ai bambini, e fermandosi solo un attimo, mentre lo facevano, per recitare il Maariv, la preghiera ebraica della sera.

“È stata la Notte dei Cristalli”, ha mormorato uno stupefatto giovane soldato di leva che, per caso, aveva assistito a tutto ciò, in riferimento al pogrom nazista su scala nazionale del novembre 1938.

Su Ynet [sito di informazione israeliano moderatamente critico, ndt.] un editorialista israeliano, Nahum Barnea, è arrivato alle stesse conclusioni: “La Notte dei Cristalli è rinata a Huwwara,” ha scritto.

Smotrich non lo aveva ordinato, ma è stata l’improvvisa e sorprendente promozione del loro campione all’alta carica a incoraggiare i suoi sostenitori a farlo. E non appena tutto ciò è finito egli ha entusiasticamente applaudito, salvo che per quanto riguarda un argomento essenzialmente procedurale: “Sì” ha detto, “penso che Huwwara debba essere spazzato via, ma che lo dovrebbe fare lo Stato, non, dio ce ne guardi, privati cittadini.” E, ha continuato, avrebbe chiesto a tempo debito alle “Forze di Difesa Israeliane” di “colpire città palestinesi con carrarmati ed elicotteri, senza pietà e in un modo che comunichi loro che il padrone della terra è impazzito.”

Per molti la devastazione di Huwwara richiama il futuro piano di Smotrich e, si immagina, ciò vale innanzitutto per lo storico Daniel Blatman, che, notando che Smotrich prende a modello Giosuè, il genocida dell’antichità, ha suggerito un candidato più appropriato e più contemporaneo per tale onore: Heinrich Himmler, il principale architetto dell’Olocausto.

Frange estremiste

In molte parti del mondo mettere in rapporto israeliani, o in generale ebrei, con i nazisti è un tabù, vietato, antisemitismo dei peggiori.

Questa è presumibilmente la ragione per cui la rinomata sociologa franco-israeliana Eva Illouz* trova veramente “ironico” che cittadini dello “Stato ebraico” citino paralleli con l’hitlerismo nelle loro discussioni quotidiane “come non oserebbe fare nessun’altra società”.

In altre parole, per dirla senza mezzi termini, gli israeliani si chiamano l’un l’altro costantemente nazisti tout court, o, più semplicemente, denunciano quella che vedono come la loro condotta simile al nazismo.

Si prenda ad esempio Itamar Ben Gvir, il leader del partito di estrema destra Potere Ebraico nel governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ha iniziato la sua carriera cosiddetta “politica” come un qualunque teppista da strada a Gerusalemme e in seguito è stato incriminato circa 50 volte e condannato otto per accuse come incitamento alla violenza, razzismo e appoggio a un’organizzazione terroristica.

Prima ha conquistato una sorta di notorietà a livello nazionale nel 2015, quando diventò virale un video durante un matrimonio di coloni. Nel filmato giovani ospiti maschi si dedicavano all’accoltellamento rituale dell’immagine di un neonato arabo, Saad Dawabsha, che uno dei loro compagni aveva recentemente bruciato vivo nel nome del “messia”, in un attacco incendiario contro una casa nel sonnolento villaggio di Duma, in Cisgiordania.

Ben Gvir li lodò come “bravi ragazzi”, “sale della terra” e “i migliori sionisti”.

Tuttavia per tutta la sua improvvisa e nuova celebrità quanto meno nella mente dell’opinione pubblica è rimasto, come Smotrich, intrappolato nelle frange estremiste della politica israeliana.

Persino Netanyahu, non certo un buonista progressista o di sinistra, continuò ad evitarlo come la peste finché, nella sua assoluta disperazione per formare un governo, ha deciso che l’unico modo per farlo era non solo di invitare la coppia a unirsi [a lui], ma di sottoporsi anche alle loro condizioni estorsive perché lo facessero.

Smotrich ha chiesto il controllo sulla Cisgiordania, formalmente prerogativa dell’esercito, e Ben Gvir ha concordato la creazione di un cosiddetto ministero della Sicurezza Nazionale del tutto nuovo, sotto i cui auspici, oltre al suo controllo sulla polizia tradizionale, avrebbe creato una guardia nazionale sottoposta al suo esclusivo comando.

Che, non appena ha iniziato a farlo quanti conoscono la storia della Germania nazista  – e con ogni probabilità ce ne sono in percentuale molti di più in Israele che da qualunque altra parte tranne che nella stessa Germania – hanno preso a chiamarli  Sturmabteilung, o Camicie Brune, la numerosa e feroce organizzazione paramilitare su cui Hitler si basò durante la sua ascesa al potere e, finché non venne sostituita dalle ancora più violente Schutzstaffel, o SS, il suo successivo regime dittatoriale.

La prima nomina di Ben Gvir, quella del suo capo di gabinetto, ha fatto ben poco per fugare queste preoccupazioni. Chanamel Dorfman, ora un tranquillo settantaduenne, è stato uno dei “bravi ragazzi” così come sposo e accoltellatore capo al “matrimonio dell’odio”, come è stato definito. In una delle sue prime esternazioni rese note al momento del suo insediamento, ha detto ai suoi detrattori che il suo “unico problema con i nazisti” è che egli si sarebbe trovato “dalla parte dei perdenti”.

Evento “neonazista”

Durante gran parte del 2023, e fino al 7 ottobre, quando il massacro di Hamas nel sud di Israele ha portato a una brusca battuta d’arresto, Israele era precipitato in una sempre più profonda crisi riguardo ai piani di Netanyahu per le cosiddette “riforme giudiziarie”.

Uno dei partecipanti, lo storico Yuval Noah Harari, durante una manifestazione contro la riforma e a favore della democrazia, ha raccontato quanto sia stato sconvolto da una canzone cantata dai dimostranti a favore della riforma e del regime che si trovavano lì vicino.

Ha detto che aveva un “motivetto così orecchiabile” che praticamente anche lui ha iniziato a canticchiarlo tra sé, finché, ecco, lo ha cercato su YouTube, dove aveva ottenuto migliaia di visualizzazioni, e ha scoperto con orrore che finiva come segue:

Chi è andato a fuoco ora? Huwaara!/ Case e auto! Huwwara!/ Hanno portato via vecchie signore, donne e ragazzine; ha bruciato tutta la notte! Huwwara!/Bruciate i loro camion! Huwwara!/ Bruciate le loro strade e macchine!/ Huwwara!

Ovviamente non così totalmente spregevole come la canzone “Quando il sangue ebreo macchia il coltello…”, che le Einsatzgruppen, o squadroni della morte delle SS, erano solite cantare, e a cui un commentatore israeliano le ha accostate, tuttavia non tanto diverse come ispirazione.

Come lo è un’altra istituzione fascista, l’annuale Marcia della Bandiera, che festeggia l’occupazione di Gerusalemme nella guerra arabo-israeliana del 1967.

Si tratta di un tripudio di retorica trionfalistica e di bellicosità in cui i giovani del Paese, pressoché tutti coloni, sfilano attraverso l’antico cuore arabo della città. Mentre si aprono la strada giù per gli stretti vicoli, scandendo entusiasti slogan come “morte agli arabi” o “possano i loro villaggi bruciare”, essi minacciano, insultano e sputano contro ogni palestinese sfortunato o abbastanza temerario da trovarsi lungo il loro percorso, e a volte li gettano a terra per colpirli e picchiarli a piacimento. Ogni tanto persino a giornalisti o fotografi ebrei tocca la stessa sorte.

Un evento “neonazista”, ha scritto il giornalista e attivista Gideon Levy su Haaretz, “che assomiglia troppo a quelle foto di ebrei picchiati in Europa alla vigilia dell’Olocausto.”

Quindi dov’è questo “nazismo ebraico” nella sua forma più perniciosa, e pericolosa? Ovviamente pericolosa, e in modo più immediato, ovviamente e drasticamente tale, per i suoi obiettivi principali, i palestinesi. Ma alla fine, come dirà il tempo, per lo stesso Stato di Israele.

Fisicamente e operativamente si trova principalmente in Cisgiordania, che è dove, notoriamente e profeticamente, il defunto professor Yeshayahu Leibowitz, un filosofo molto amato, aveva per primo identificato il fenomeno e gli aveva dato il nome.

Moralmente ed emotivamente, esso abita nei cuori e nelle menti dei Ben Gvir e degli Smotich, nei coloni religiosi e nei loro molti complici nel governo, nell’esercito e nell’opinione pubblica in generale, molti di loro anche religiosi, ma alcuni laici ultra-nazionalisti che ne condividono le grandiose ambizioni ma non la fede.

Il fenomeno si manifestò per la prima volta sulla scia della guerra arabo-israeliana del 1967. Ecco il perché. Il sionismo, almeno in apparenza, era un’ideologia vigorosamente laica, persino anticlericale. Per i rabbini della diaspora, o per la grande maggioranza di essi, era un’aberrazione, un peccato, persino una “ribellione contro dio”.

Ma in Israele-Palestina un movimento che abbracciò una interpretazione totalmente religiosa del sionismo guadagnò sempre più terreno. In effetti era radicale e rivoluzionaria, con l’obiettivo che lo “Stato ebraico” andasse oltre quello dei laici.

Per esempio nel campo fondamentale del territorio intendeva comprendere tutta Eretz Israel, o Terra di Israele, come promesso da dio nel suo patto con Abramo e i suoi discendenti, e come minimo, i saggi nel corso delle epoche avevano stabilito, Eretz Israel includeva Giudea e Samaria (la Cisgiordania) e Gaza, così come parti consistenti di quelli che ora sono il Libano, la Siria e la Giordania.

Messaggio da dio

Per questi sionisti religiosi la vittoria storica di Israele nella guerra dei Sei Giorni del 1967, ai loro occhi miracolosa, era stata un “messaggio di dio”: avanzate, impossessatevi e insediatevi in queste aree sacre da poco conquistate, in cui si trovavano una volta gli antichi regni ebraici.

Molti compiti li aspettavano, il loro cammino verso la “redenzione” e l’arrivo del messia. Forse il più difficile, per non dire apocalittico, per loro era la ricostruzione dell’antico tempio ebraico sul luogo in cui ora si trovano le moschee della Cupola della Roccia e Al-Aqsa. Ma per il momento questo insediamento sulla terra è ora diventato il più immediatamente fattibile per loro.

Il loro cammino verso la redenzione tuttavia rischia di diventare il cammino di Israele verso la rovina. Così almeno ha affermato Moshe Zimmermann, uno studioso di storia tedesca, che attualmente partecipa a un progetto di ricerca sul tema delle “Nazioni che impazziscono”. La Germania, ha affermato, lo fece nel 1933 con l’ascesa al potere di Hitler, Israele “iniziò” a farlo all’indomani della guerra del 1967, precisamente con questa colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza come sua principale manifestazione.

Per questo è una sorta di progetto “nazista ebraico” per eccellenza, presieduto da una storicamente nuova e militante sorta di religiosi convertiti al sionismo. Permeati della loro “teologia di violenza e vendetta” di nuovo conio, essi giustificano praticamente qualunque cosa possa portare avanti la causa, diventata ora santa.

Tra loro è diventato importante il mentore spirituale di Ben Gvir, il rabbino Dov Lior, che una volta notoriamente o scelleratamente disse del medico israelo-americano Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise con il mitra 29 fedeli nella moschea di Ibrahim a Hebron, che egli era “un martire più santo di tutti i santi martiri dell’Olocausto”.

Secondo Zimmermann la “storia delle colonie” è la storia di un “romanticismo biblico” che sta “trascinando tutta la società verso la perdizione”, e l’unico modo “logico” per fermarla è la “soluzione dei due Stati” per il conflitto arabo-israeliano e il ritiro totale di Israele dai territori occupati che ciò comporterebbe.

“L’alternativa (è) che noi mettiamo in atto azioni di tipo nazista contro i palestinesi o che i palestinesi lo facciano contro di noi,” ha affermato.

Veramente un avvertimento preveggente, in quanto loro, e il mondo, hanno avuto entrambi.

L’attacco del 7 ottobre è stato l’11 settembre di Israele, una prodezza terroristica assolutamente di sorpresa, tanto brillante (o quasi) nell’esecuzione quanto omicida nelle intenzioni e tanto catastrofico nelle conseguenze quanto lo fu il dirottamente da parte di Osama bin Laden degli aerei americani che si sono schiantati contro le Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001.

Indubbiamente la vendetta è stata un importante motivo dietro all’“azione in stile nazista” di Hamas. Ma gli attacchi hanno anche rappresentato qualcos’altro: una dimostrazione spettacolare della “resistenza” e della “lotta armata” che ritiene essere l’unica, o la principale, via per la “liberazione”, un obiettivo che, almeno ufficialmente, continua a definire come la riconquista di tutta la Palestina, compresa quella che è ora la parte israeliana di essa.

Riguardo alle “azioni in stile nazista” di Israele, anch’esse sono una vendetta, ma a un livello, con una durata e una ferocia che in confronto rende quasi patetica quella di Hamas.

Mutevoli obiettivi di Israele

Nel contempo l’obiettivo ufficiale di Israele, la distruzione di un’‘organizzazione terroristica’, si è trasformato, non ufficialmente ma concretamente, in qualcosa di ben altro, in niente di meno, nei fatti, che in un altro grande progresso nel progetto divino in corso per il suo popolo eletto, il controllo completo degli ebrei su tutta la Palestina dal fiume al mare, la cancellazione, o riduzione ai minimi termini, di ogni presenza araba al suo interno e, in definitiva, la trasformazione dell’attuale, autoproclamato “ebreo e democratico” Stato di Israele in uno “ebreo e halakhico” (teocratico), che sarà governato, se Smotrich riesce a fare a modo suo, dalle leggi dei tempi di re Davide.

Almeno è così che i sionisti religiosi percepiscono la guerra durata ormai un anno, di gran lunga la più lunga e sanguinosa di Israele dal 1948 e dalla Nakba [la pulizia etnica dei palestinesi dal 1947-49, ndt.], e loro se ne rallegrano.

Per costoro, o così i loro rabbini e altri luminari proclamano, sono tempi “magnifici”, anzi “miracolosi”, e nuovamente una prova, se ci fossero stati dubbi su questo dopo il molto contestato ritiro di Israele da Gaza nel 2005, di un dio ancora più che mai chiaramente propenso alla loro “redenzione”, e che ordina loro di ritornarvi.

E a tre mesi dall’inizio della guerra, in una cosiddetta Conferenza per la Vittoria di Israele, a quanto si dice “festosa”, loro e la schiera di ministri e membri del parlamento che vi hanno partecipato si sono impegnati, tra canti e balli, a farlo, preferibilmente insieme all’“emigrazione”, “volontaria” o forzata, di tutta la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Ma, finché ciò non succederà, anche senza.

Nel contempo soldati religiosi, percependo di avere a portata di mano “qualcosa di magnifico”, stanno già costruendo sinagoghe provvisorie in zone “liberate” della Striscia.

In Cisgiordania Smotrich sta progredendo nei suoi progetti di nuove grandi colonie in mezzo a un’ondata di mini Huwwara, cacciando altri palestinesi dalle loro terre e dai loro villaggi ancestrali.

E una guerra su vasta scala in corso contro il Libano ha provocato entusiastici discorsi su occupazione e colonizzazione del sud del Libano fino al fiume Litani, anch’esso una volta parte di Eretz Israel, il presunto “confine naturale” tra i due Paesi.

Quindi ci sono tempi gloriosi per alcuni israeliani, ovviamente soprattutto per questa estrema destra, una minoranza fanatica i cui leader, con Netanyahu nelle loro grinfie, stanno ora in buona misura guidando il Paese.

Per altri, tra la parte più razionale, secolare o moderatamente religiosa, e ora ridotta, della popolazione, questi cominciano ad essere percepiti più come tempi di follia, il compimento, come ha detto uno di loro, di quella “marcia della follia” che iniziò subito dopo la guerra del 1967. E ciò è veramente sorprendente: “sinistra” o “destra”, “religiosi” o “secolari”, “ricchi” o “poveri” sono ovunque una caratteristica tipica del discorso politico, ma nell’Israele di oggi vi si aggiungono “sano” o “folle”.

Quindi, in conclusione, questa pazzia israeliana risulterà veramente essere stata il corrispettivo di quello che fece cadere la Germania di Hitler, come suggerisce Zimmermann? Qualsiasi cosa accada dubito che gli storici futuri troveranno una causa per litigare troppo con lui a questo proposito.

Tuttavia, cosa interessante, un contemporaneo, in realtà niente meno che lo stesso Yuval Harari che è rimasto così scioccato da queste canzoni in stile nazista, indica un’altra e a mio parere insieme nel complesso più calzante analogia storica, e per di più prettamente ebraica: quella degli zeloti e degli elleni.

A metà del primo secolo d. C. gli zeloti erano, per così dire, i sionisti religiosi dell’epoca.  Fanatici di tipo veramente maniacale e omicida, erano continuamente ai ferri corti con gli elleni, quei loro concittadini che, sensibili all’etos ellenistico dominante in quell’epoca e luogo, avevano evidentemente deciso di preferire la vita alla cupa, inumanamente esigente servitù all’onnipotente.

Fu una divisione radicale della società, non diversa da quella che si sta delineando nell’Israele odierno, e un fattore determinante dell’ulteriore estrema calamità: la conquista romana, la distruzione del Tempio e la dispersione finale del popolo ebraico nel suo “esilio” per i secoli successivi.

E Harari è tutt’altro che solo in queste tristi riflessioni.

*Non posso garantire al 100% la correttezza testuale di questa citazione. Due anni fa ho scritto una nota a questo proposito, ma da allora non sono stato in grado di trovarla.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.David Hirst è stato inviato per il Medio Oriente del quotidiano The Guardian per 45 anni. È autore di vari libri, tra cui “The Gun and the Olive Branch” [ed. it. Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, Nuovi Mondi, 2004] e Beware of Small States: Lebanon, the battleground of the Middle East [Attenzione ai piccoli Stati: Libano, il campo di battaglia del Medio Oriente].

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)