Opinione: il primo ministro israeliano non cerca un cambiamento. Vuole solo maggiore copertura per l’apartheid e la colonizzazione.

Noura Erakat

26 agosto 2021 – Washington Post

Questa settimana il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha fatto una serie di incontri a Washington, incontrandosi con funzionari dell’amministrazione Biden (un colloquio alla Casa Bianca è stato rinviato a causa degli attacchi all’aeroporto di Kabul). Entrambe le parti sperano di ristabilire i rapporti tra gli USA e Israele dopo quattro anni in cui l’ex-presidente Trump ha sfacciatamente promosso gli interessi espansionistici di Israele senza la parvenza progressista delle passate amministrazioni USA. La sinergia tra Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha evidenziato la natura farsesca del processo di pace e rafforzato una crescente divisione di parte tra i democratici e i repubblicani riguardo a Israele.

Tuttavia, nonostante il loro massimo impegno per nascondere la realtà – la colonizzazione israeliana di insediamento sulla terra palestinese e il regime di apartheid imposto per consolidare queste appropriazioni di territorio e rafforzare la supremazia ebraica – nessuna operazione di pubbliche relazioni o manipolazione della realtà può cambiare quanto avviene sul terreno o le tendenze che stanno allontanando gli americani da Israele a favore del sostegno alla libertà dei palestinesi.

In politica niente è cambiato. Nei suoi primi otto mesi in carica Biden ha approvato la maggior parte delle iniziative più discutibili di Trump, compresi lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, l’opposizione all’inchiesta della Corte Penale Internazionale sulle azioni di Israele e l’adozione dell’estremamente problematica definizione di antisemitismo che confonde le critiche contro Israele con il fanatismo antiebraico.

Biden si è categoricamente opposto a qualunque condizionamento dell’aiuto militare a Israele in base alle violazioni dei diritti umani e ha ordinato ai suoi funzionari di lottare contro il movimento di base per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a favore dei diritti dei palestinesi, che si ispira ai movimenti per i Diritti Civili [negli USA, ndtr.] e contro l’apartheid in Sudafrica. In maggio, durante il bombardamento israeliano di Gaza che ha ucciso più di 250 palestinesi, tra cui 12 famiglie cancellate dall’anagrafe, Biden ha resistito a ripetute richieste all’interno del suo stesso partito per sollecitare pubblicamente Israele a interrompere le violenze.

Da parte sua Bennett è ansioso di presentarsi al principale sponsor di Israele e al mondo. Vuole distinguersi da Netanyahu, sotto il quale e al cui fianco ha lavorato per molti anni, nel tentativo di compiacere i sionisti progressisti USA, che sono alla disperata ricerca di una foglia di fico per sostenere la loro negazione riguardo all’esistenza dell’apartheid israeliano.

Tuttavia Bennett è, se possibile, persino più estremista di Netanyahu. Bennett è stato a capo del Consiglio Yesha, la principale organizzazione che rappresenta i coloni, e si è opposto senza riserve a uno Stato palestinese. In base all’accordo che tiene insieme la sua coalizione, il nuovo governo “incentiverà in modo significativo la costruzione a Gerusalemme,” comprese le colonie a Gerusalemme est, e, secondo informazioni, ha promesso ai capi dei coloni che non ci sarà un blocco delle colonie neppure nel resto della Cisgiordania.

Cosa forse ancor più allarmante, Bennett ha iniziato a cambiare lo status quo nel venerato complesso della moschea del nobile santuario, noto agli ebrei come Monte del Tempio, per consentire agli ebrei di pregarvi. Dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha vietato agli ebrei di pregare sul Nobile Santuario perché molte autorità religiose ebraiche vi si sono opposte per ragioni teologiche e per evitare di provocare tensioni con i musulmani. Ora con Bennett ciò sta cambiando, con conseguenze potenzialmente disastrose non solo per la regione.

Come parte di questo piano per presentare una nuova immagine, Bennett sta cercando di “ridimensionare il conflitto” rendendo più tollerabili le condizioni dei palestinesi con la prosecuzione della dominazione israeliana, proprio come la visione di Trump per una “pace economica”. Questo approccio riguarderà anche l’esaltazione come modelli per la pace degli Accordi di Abramo, il riconoscimento reciproco tra Israele e regimi autoritari sostenuti dagli USA. Bennett probabilmente appoggerà un incremento degli aiuti USA all’Autorità Nazionale Palestinese, che è parte dell’apparato di sicurezza israeliano: proprio di recente essa ha arrestato decine di difensori dei diritti umani palestinesi nel tentativo di reprimere il dissenso.

Biden è altrettanto ansioso di accogliere Bennett e una versione modificata delle politiche di contenimento di Trump. Egli rappresenta la vecchia guardia del Partito Democratico, che ha perso i contatti con gli elettori democratici e con l’opinione pubblica degli USA in generale. I sondaggi mostrano sistematicamente che gli americani di tutto lo spettro politico vogliono che gli USA siano più corretti e imparziali quando si tratta di Israele e dei palestinesi.

Questo spostamento dell’opinione pubblica statunitense è stato chiaramente evidente lo scorso maggio, quando gli americani hanno occupato le reti sociali e sono scesi in piazza in numero senza precedenti per chiedere la fine dell’attacco israeliano contro Gaza e un cambiamento della politica USA nella regione. Con un altro segno dei tempi, la popolare marca di gelati Ben & Jerry ha annunciato che smetterà di vendere gelati nelle colonie israeliane, una decisione che ha sostenuto benché le più alte cariche del governo israeliano abbiano vilmente accusato l’azienda di antisemitismo.

In ogni caso, quando Biden e Bennett si incontreranno alla Casa Bianca, i palestinesi figureranno al massimo come ombre. Ciò è particolarmente insultante alla luce del continuo movimento di protesta dell’Intifada Unita e una testimonianza del fatto che un cambiamento necessario non avverrà dall’alto verso il basso. Nel prossimo futuro probabilmente Israele sarà il suo stesso peggior nemico, in quanto insiste a sostenere che il suo regime di suprematismo razziale è una forma corretta di liberazione nazionale, e probabilmente gli Stati Uniti saranno l’ultima tessera a cadere come fu nel caso della lotta contro l’apartheid in Sud Africa.

Noura Erekat è avvocatessa per i diritti umani e docente associata dell’università Rutgers [prestigiosa università statunitense, ndtr.]. È autrice di “Justice for Some: Law and the Question of Palestine” [Giustizia per qualcuno: la legge e la questione della Palestina].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israelizzare la politica americana, palestinizzare il popolo americano

Jeff Halper

19 giugno 2020 – Mondoweiss

Israele non ha influenzato le forze dell’ordine USA addestrandole ad essere più violente, ma piuttosto è stato un modello per la creazione dello Stato securitario americano.

Recentemente si è dedicata molta attenzione all’“addestramento” che la polizia americana ha ricevuto da Israele. È esteso e pervasivo. Tuttavia il punto non è che Israele abbia reso la polizia USA più violenta. Già oltre un secolo fa, prima ancora che venisse creato lo Stato di Israele, era violenta e repressiva. Non è neanche che Israele abbia contribuito alla militarizzazione della polizia USA. Lo fa, ovviamente, ma in risposta ai cambiamenti fondamentali sulla scena politica ed economica americana.

L’“israelizzazione” della polizia americana è iniziata in seguito all’11 settembre, ma tre sviluppi fondamentali negli USA spiegano il perché. Primo, dall’11 settembre gli effetti depressivi del neoliberismo, a iniziare dalla presidenza Reagan, ma che già avevano determinato gravissime disparità sociali e salariali negli anni di Bush e Clinton. Hanno iniziato a invocare “legge ed ordine”, guerre interne (alla droga, alla delinquenza, agli “estremisti di sinistra”) con la necessità di controllare e pacificare un precariato, una classe sottoccupata e sottopagata in costante aumento, i “lavoratori poveri” [working poor] e i molto poveri in buona parte razzializzati [cioè definiti e discriminati su base razziale, ndtr.]. I poliziotti sono gli scagnozzi del capitalismo.

In secondo luogo, dall’11 settembre gli USA hanno perso l’Unione Sovietica e il comunismo come minaccia esterna/interna che potesse essere sfruttata per giustificare politiche repressive e antidemocratiche in patria. Dato che la minaccia “terroristica” era diventata una questione poco importante ai tempi di Clinton, essa non era strettamente legata al livello nazionale. Questo legame, la terza causa dell’“israelizzazione” della polizia, è iniziato con l’11 settembre.

Il Patriot Act [legge antiterrorismo che ha rafforzato i sistemi di sicurezza e repressivi, ndtr.], che fino ad oggi limita i diritti civili e il giusto processo in America, è stato emanato meno di due mesi dopo. Esso era chiaramente già pronto nel cassetto in attesa dell’occasione buona. E di nuovo, il mantenimento dell’ordine pubblico diventa il veicolo per un complessivo nuovo compito paramilitare: la “sicurezza nazionale”.

Questo è lo scenario. Non è stato una creazione di Israele. Ma Israele è uno Stato securitario fin dalla sua fondazione nel 1948 – ed avrebbe persino messo le sue radici come società altamente militarizzata fin dall’inizio del Ventesimo secolo. È stato durante gli ultimi 125 anni di colonialismo d’insediamento che si è sviluppato lo Stato securitario israeliano. La continua guerra di Israele contro il popolo/nemico palestinese all’interno ed all’estero, con tutta l’intrinseca insicurezza e la preoccupazione securitaria che ne consegue, lo ha posto esattamente dove l’America post 11 settembre voleva trovarsi. Israele ha fornito agli USA – e in particolare alla polizia ed alle agenzie della sicurezza degli Stati Uniti – politiche, insegnamenti, strutture paramilitari ed armamenti già pronti di cui [gli USA] erano privi ma di cui avevano bisogno per costruire uno Stato securitario americano. Israele ha fornito il modello e l’armamentario.

Ma qual è stato il problema? Perché gli USA non avrebbero potuto semplicemente mettere in atto le politiche, creare la struttura e produrre le armi favorevoli a uno Stato securitario, soprattutto ora che ha la giustificazione per la “sicurezza nazionale”? La risposta è analoga al concetto di “color-blindness” [secondo il quale i cittadini non devono essere giudicati in base al colore della pelle, ndtr.]. In “The New Jim Crow” [La Nuova Jim Crow, in riferimento alle norme segregazioniste e razziste degli Stati del Sud prima della fine formale della segregazione razziale, ndtr.] Michelle Alexander descrive il dilemma di imporre politiche di repressione razziale in un momento in cui (gli anni ’60 e ’70) manifestazioni esplicite di razzismo non erano più accettabili. Documenta come la guerra contro la droga abbia accolto il programma razzista ma sotto l’etichetta della lotta alle droghe, contro cui pochi avrebbero potuto obiettare. Gli USA hanno avuto lo stesso problema nella transizione allo Stato securitario. Come avrebbero potuto subordinare le libertà civili a favore della repressione poliziesca conservando al contempo la loro immagine in quanto democrazia?

In particolare il problema che gli USA dovevano affrontare nel rafforzare la loro polizia perché si dedicasse alla sicurezza nazionale era il muro rappresentato dal Posse Comitatus Act [legge che pone dei limiti all’uso della forza militare all’interno del territorio USA, ndtr.] del 1878. Come leggi e norme simili in altri Stati europei, il Posse Act separa rigidamente l’applicazione della legge all’interno (sicurezza interna) dall’impiego dell’esercito (sicurezza esterna). È più o meno così:

Ciò non significa che l’esercito non possa essere utilizzato all’interno [del Paese]. La Guardia Nazionale gioca occasionalmente questo ruolo. Ma perché venga chiamato ad intervenire l’esercito vero e proprio, come ha cercato di fare Trump a Washington, doveva essere invocato un poco chiaro Insurrection Act [Legge contro l’insurrezione] e il Pentagono si è rifiutato [di farlo].

Quindi, benché le imprese USA abbiano la possibilità di produrre armi da guerra, il “muro” ha posto loro dei limiti nello sviluppo di armamenti di tipo militare per la polizia. Ciò apre un ampio mercato per Israele, non solo per l’armamento bellico per le forze dell’ordine su misura per il cliente, ma anche per il mercato civile. L’Israeli Weapons Industry [Industria Israeliana degli Armamenti] (IWI) ha aperto un fabbrica a Middletown, Pennsylania, in cui produce, per esempio, un mitra Uzi delle dimensioni di una pistola per la polizia. Questa fabbrica produce un’ampia gamma di armi da guerra per le forze dell’ordine, compresi modelli di fucili automatici Galil e Tavor e un fucile tattico [cioè per le forze di polizia, ndtr.] chiamato Zion-15. Israele è anche il leader mondiale per i droni, che produce al 60% per il mercato estero. I droni sono diventati fondamentali per i dipartimenti di polizia negli USA, ma anche in questo caso il “muro” rappresenta un intralcio: i droni sono in genere utilizzati per la sorveglianza, ma quelli armati sono ancora vietati alla polizia USA.

Una seconda fonte della militarizzazione israeliana della polizia USA viene dalla stessa esperienza israeliana. Il sionismo, come il “destino manifesto” degli USA, è un movimento di colonialismo d’insediamento. Poiché ogni popolo colonizzato resiste alla propria espulsione ed eliminazione, la comunità dei colonizzatori vive in una condizione di continua insicurezza, di permanente emergenza, in cui ogni aspetto della vita è militarizzato.

Buona parte della violenza nella cultura americana deriva dalle campagne di genocidio contro i nativi americani (Andrew Jackson [noto per la sua spietatezza nei confronti dei nativi americani, ndtr.] è il presidente preferito da Trump), e molti film western ruotano attorno a sceriffi e capi della polizia, mostrando proprio come polizia e colonizzazione violenta siano strettamente legati. Tuttavia dagli anni ’80 del XIX secolo il regime colonialista americano aveva complessivamente pacificato i nativi americani. Ciò gli rese possibile trasformarsi in un regime più civile: la promulgazione del Posse Act del 1878 servì a “rendere civile” la polizia. Ciò in Israele non è mai avvenuto. I palestinesi continuano ad essere una potente fonte di resistenza alla colonizzazione e quindi Israele è l’unico Paese dell’Occidente a non separare le forze dell’ordine civili dall’esercito. Al contrario, criminalizzando la resistenza palestinese come “terrorismo”, Israele associa il mantenimento dell’ordine pubblico all’esercito. Quindi in Israele la polizia non è separata dall’esercito ma è legata a un insieme di unità paramilitari che svolgono le due funzioni, come illustrato qui:

Questo è il tipo di ristrutturazione delle forze di polizia degli USA che Israele promuove. La polizia israeliana, lungi dall’essere solo un ente civile incaricato di mantenere la legge e l’ordine, è un’organizzazione paramilitare che risponde al ministero della Sicurezza Interna, integrata nei più complessivi organismi militari e per la sicurezza in base al regime di “emergenza permanente”. Israele vede come “nemico” la maggioranza della popolazione del Paese, i cittadini palestinesi di Israele e i non cittadini dei Territori Occupati, oltre ad altri segmenti della società israeliana, dai richiedenti asilo africani ai progressisti e alle persone di sinistra “filo-arabe”. La principale linea di condotta della polizia israeliana non è quindi principalmente di carattere civile – proteggere la società come un tutto unico – ma riguarda contro-insurrezione e controterrorismo.

A questo riguardo la polizia israeliana è all’avanguardia. Il suo sito ufficiate definisce il suo ruolo come “prevenzione di atti di terrorismo, smantellamento di ordigni esplosivi e impiego contro azioni terroristiche”, solo questi si allontanano da questioni tradizionalmente relative alla polizia come il mantenimento della legge e dell’ordine, la lotta contro il crimine e il controllo del traffico. Il controterrorismo è la “mentalità”, con una notevole sovrapposizione tra “mantenimento dell’ordine ad alta intensità” e “guerra a bassa intensità” che sono uno “spazio di intervento” securocratico. L’ex-direttore dello Shin Bet e all’epoca ministro della Sicurezza interna, Avi Dicher, parlando davanti a 10.000 agenti di polizia che partecipavano all’ [incontro dell’] Associazione Internazionale dei Capi della Polizia a Boston, ha utilizzato il termine “crimiterrorismo” per sottolineare “l’intimo rapporto tra la lotta contro la criminalità e contro il terrorismo”. “Crimine e terrorismo sono due facce della stessa medaglia,” ha affermato.

La mitica reputazione di Israele come principale potenza antiterrorista al mondo gli conferisce un grande potere al Congresso, al Pentagono, nei circoli della sicurezza nazionale e nella polizia. La polizia paramilitare israeliana rientra bene nelle tendenze paramilitari già presenti nei dipartimenti di polizia americani. Già a metà degli anni ’60 Filadelfia e Los Angeles organizzarono squadre SWAT – SWAT significava originariamente “Special Weapons Attack Team” [Squadra di Attacco con Armi Speciali], non proprio un concetto civile. Ciò diede inizio a quella che Radley Balko chiama “la nascita del poliziotto guerriero”. Oggi l’80% delle forze di polizia hanno squadre SWAT.

Diamo una breve occhiata a come le forze di polizia americane applicano i principi del manuale di antiterrorismo di Israele al controterrorismo nelle città americane. Accogliendo il concetto israeliano secondo cui l’intelligence è la chiave per la prevenzione e l’interdizione, all’inizio degli anni 2000 il NYPD [New York City Police Department, il più grande dipartimento di polizia urbano degli Stati Uniti, ndtr.] ha formato l’”Unità Demografica” che invia agenti in borghese, noti come “rastrelli”, per mappare il “terreno umano” dei quartieri delle minoranze prese di mira – “modellati”, secondo una fonte del NYPD, “su come le autorità israeliane operano in Cisgiordania.” Gli informatori, noti come “pulci delle moschee”, hanno monitorato sermoni e attività delle moschee. Un’“unità di interdizione del terrorismo” ha fatto indagini sui loro dirigenti, e un’altra squadra, l’Unità per i Servizi Speciali, conduce un lavoro sotto copertura – in qualche caso illegale – fuori da New York.

Nel 2012 il NYPD ha persino aperto un ufficio in Israele, situato nel quartier generale della polizia del distretto di Sharon a Kfar Saba, per “cooperare quotidianamente con la polizia israeliana”. “Se un attentatore suicida si fa esplodere a Gerusalemme, il NYPD accorre sul posto,” ha affermato Michael Dzikansky, un poliziotto del NYPD che presta servizio in Israele. “Sono stato lì per fare la domanda di New York: ‘Perché qui? C’era qualcosa di unico in quello che ha fatto l’attentatore suicida? C’era stato un qualche preavviso? Una falla nella sicurezza?’ In seguito Dzilansky è stato co-autore di un libro, Terrorist Suicide Bombings: Attack Interdiction, Mitigation, and Response [Attentati terroristici suicidi: blocco dell’attacco, riduzione del danno e risposta], un altro esempio di come le prassi securitarie israeliane entrino nelle forze dell’ordine negli Stati Uniti.

Cathy Lanier, capo della polizia di Washington, che una volta ha affermato che “nessun’altra esperienza della mia vita ha avuto tanto impatto sul modo di fare il mio lavoro quanto andare in Israele,” ha autorizzato posti di controllo nel quartiere difficile di Trinidad, nel nordest della capitale, per monitorare e controllare la violenza di strada e l’illegale traffico di droga.

Ovviamente “guerra” è stato a lungo un concetto politico americano, soprattutto per quanto riguarda le relazioni razziali. L’ordine pubblico americano diventò apertamente militarizzato quando Reagan dichiarò la “guerra alla droga”, che, a sua volta, venne accentuata ulteriormente fino a una vera e propria guerra da Bush [padre]. All’inizio degli anni ’90 egli inaugurò un programma che consentiva che ulteriori equipaggiamenti, armi e veicoli tattici militari venissero trasferiti alle forze dell’ordine per essere utilizzati nella “repressione della droga”. L’amministrazione Clinton militarizzò ulteriormente l’attività della polizia con l’approvazione del Violent Crime Control and Law Enforcement Act [Legge per il Controllo della Criminalità Violenta e Ordine Pubblico] del 1994 (redatto da Joe Biden). Secondo Alexander ciò pose le basi giuridiche per il sistema di caste su base razziale degli Stati Uniti, in quanto ebbe come risultato l’incarcerazione di massa e la privazione dei diritti civili di milioni di persone di colore. Nel 1997 l’amministrazione Clinton istituì il programma 1033, che estese il trasferimento di equipaggiamento militare alla polizia. Oggi la polizia ad Oxford, Alabama, ha un cellulare blindato e a Lebanon, Tennessee, ha un carro armato.

Ora in seguito all’11 settembre si aggiunge a tutto ciò la vera e propria “guerra contro il terrorismo” e in pratica ogni americano è sottoposto a un controllo dell’ordine pubblico e a una privazione dei diritti di tipo militare, soprattutto attraverso il Patriot Act, un’aggressione alle libertà civili che sottopone gli USA a uno stato di emergenza permanente. Esso concede alle autorità il potere di un giusto processo abbreviato– e ciò più di ogni altra cosa se non altro descrive il comportamento della polizia americana oggi. (Il Patriot Act è stato confermato dal Congresso sotto ogni amministrazione). Il modo militarizzato in cui sono stati smantellati i campi di Occupy [movimento internazionale contro il potere finanziario iniziato negli Usa nel 2011, ndtr.]. ha evidenziato che i giovani bianchi di classe media scontenti del neoliberismo possono essere repressi altrettanto facilmente della comunità nera.

In conseguenza di tutto ciò la polizia, che a lungo ha mal sopportato il “muro” che frenava la sua propensione alla violenza e alla repressione – che, di fatto, è stata in primo luogo l’intenzione originaria per la creazione della polizia – ora ha una giustificazione giuridica e ideologica per intaccarlo. Quindi il massimo “contributo di Israele alla polizia USA è il concetto di Stato securitario, il suo stesso modello di democrazia militarizzata. Lo Stato securitario spacciato da Israele è in realtà un sofisticato Stato di polizia la cui popolazione è facilmente manipolabile da un’ossessione per la “sicurezza”. È uno Stato guidato da una logica di guerra permanente, in cui la richiesta di “sicurezza” ha la meglio su ogni difesa della democrazia. La seguente figura mostra la logica circolare dell’evoluzione dello Stato securitario. 

In generale, il lavoro della polizia, con nomi diversi, è garantire l’ordine pubblico dell’endemica insicurezza del capitalismo predatorio. Guerra contro la droga, guerra contro il crimine, guerra globale contro il terrorismo, “guerre securitarie”, “guerre contro il popolo”, “guerre per le risorse,” repressione delle rivolte, campagne per la legge e l’ordine e altri eufemismi. Ciò che unisce comunità di colore povere e discriminate su base razziale, lavoratori in generale, precari della classe media e giovani che cercano solo di entrare nel mondo del lavoro è che l’economia neoliberista non ha posto per loro oltre il lavoro a tempo determinato, e che tutti voi, se minacciate il sistema che vi sta distruggendo, dovrete affrontare la polizia – gli scagnozzi del capitalismo. Questo è il vero atteggiamento della tolleranza zero circolare trasferito alla polizia dallo Stato securitario. Ciò corrisponde perfettamente nel corso della storia al ruolo della polizia, da cui proviene la sua cultura violenta. Se gli USA possono essere spronati lungo il loro percorso per diventare uno Stato securitario (non difficile da vendere), allora Israele non solo si guadagnerà un enorme mercato per le tecnologie repressive, ma un sicuro alleato nella sua lotta contro la resistenza palestinese. Addestramento della polizia e hasbara [propaganda in ebraico] sono intimamente legati.

E quindi ecco l’addestramento della polizia americana da parte di Israele. All’inizio del 2002, poco dopo l’11 settembre, iniziò una sfilza di programmi di addestramento. L’American Jewish Institute for National Security Affairs [Istituto Ebraico Americano per le Questioni di Sicurezza Pubblica] (JINSA), un’organizzazione che sostiene che non c’è differenza tra gli interessi della sicurezza nazionale di USA e di Israele, inaugurò il suo Law Enforcement Exchange Program [Programma di Scambi sull’Ordine Pubblico] (LEEP). Esso collabora con la polizia nazionale israeliana, il ministero della Sicurezza Interna israeliano e l’agenzia della sicurezza israeliana (Shin Bet), ed è appoggiato dall’Associazione Internazionale dei Capi della Polizia, dall’Associazione degli Sceriffi delle Principali Contee, dall’Associazione dei Capi delle Principali Città e dal Forum di Ricerca Esecutiva della Polizia per portare in Israele capi della polizia, sceriffi, importanti quadri delle forze dell’ordine, direttori della sicurezza nazionale a livello statale, commissari di polizia statali e dirigenti delle forze dell’ordine federali per la “formazione”. Finora oltre 9.500 funzionari delle forze dell’ordine hanno partecipato a dodici conferenze. “Le competenze raccolte dall’osservazione e dall’ addestramento durante il viaggio dell’LEEP,” ha proclamato il colonnello Joseph R. (Rick) Fuentes, sovrintendente della polizia dello Stato del New Jersey, sul sito del JINSA “hanno suggerito importanti cambiamenti della struttura organizzativa della polizia statale del New Jersey ed hanno portato alla creazione della sezione per la sicurezza nazionale.”

L’ Anti-Defamation League [organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] (ADL) ospita due volte all’anno una Scuola Avanzata di Addestramento a Washington. La sua “scuola” ha addestrato più di 1.000 professionisti dell’ordine pubblico USA, che rappresentavano 245 organismi federali, statali e locali. L’ADL gestisce anche un seminario nazionale di contro-terrorismo (NCTS) in Israele, portando funzionari di pubblica sicurezza da tutti gli USA in Israele per una settimana di intenso addestramento sull’antiterrorismo, mettendoli in rapporto con la polizia nazionale israeliana, l’IDF [esercito israeliano, ndtr.], l’intelligence e i servizi di sicurezza di Israele.

E ricordate l’IWI, il produttore dell’israeliana Uzi? Gestisce un’accademia di polizia a Pauldon, Arizona, aperta al pubblico come alla polizia. E poi c’è il Georgia International Law Enforcement Exchange [Scambio Internazionale delle Forze dell’Ordine della Georgia] (GILEE), situato in un cubo nero nell’edificio dello Stato della Georgia ad Atlanta, un altro importante centro israeliano di addestramento della polizia.

Quindi la questione non è l’uso della “violenza” nell’addestramento della polizia israeliana e statunitense. Paradossalmente la violenza interpersonale così caratteristica della polizia americana in situazioni di conflitto è assente in Israele. Raramente la polizia israeliana ammanetta persone o tira fuori le armi, la prima reazione dei poliziotti americani. La “violenza” nel controllo dell’ordine pubblico in Israele è più controllata, come lo è in combattimento. È meno un tipo di violenza da macho, e penso che sia una lezione fondamentale che Israele cerca di impartire alla polizia americana: colpisci ancora più in fretta di come fai. Giacché Israele non deve rispettare tutte le futili formalità di leggere ai sospettati i loro diritti o di interagire con loro, come abbiamo visto nell’uccisione di Rayshard Brooks ad Atlanta la scorsa settimana. Dato che i diritti civili continuano a condizionare la sicurezza nazionale negli USA, ciò può essere ancora più possibile. Ma al contempo la polizia israeliana non passa così improvvisamente dall’arrestare a sparare. Preferisce reagire solo con il controllo della situazione.

Ma quando c’è la necessità di sparare, la polizia israeliana passa rapidamente alla modalità militare. Un funzionario di polizia americano racconta quello che ha appreso durante il suo periodo in Israele con un’unità speciale di polizia “Yaman”, simile a una squadra SWAT:

Quando si tratta di sparare la principale differenza tra l’addestramento israeliano e quello americano è la nostra filosofia sulla distanza ravvicinata o il combattimento urbano. La maggior differenza tra quello che fanno gli israeliani e quello a cui siamo addestrati a fare noi americani è che loro spesso consiglierebbero di andare quasi a capofitto verso una postazione del nemico sparando all’impazzata. Ciò in genere dura una manciata di secondi, quindi ricaricare rapidamente ha un’importanza notevole nel successo dell’azione. Nell’addestramento avremmo avanzato di 40 o 50 metri alla volta in un contesto urbano, sparando nel contempo all’impazzata. Negli USA l’attacco è più controllato. Ci hanno insegnato di sparare eventualmente raffiche in colpi di tre secondi e poi cercare un posto per metterci al riparo. Non è così che fa il sistema di sicurezza israeliano, e sebbene possa essere troppo audace in qualunque circostanza, nel giusto contesto non posso pensare a un modo più efficace per conquistare terreno.”

Tutto ciò rientra in quello che chiamo Palestina Globale. Non penso che Israele stia sviluppando tutto il suo armamento sofisticato, le tecnologie di repressione, le tattiche di controllo della popolazione e il suo contesto di Stato securitario solo per il controllo dei palestinesi. Loro sono le cavie, i Territori Occupati solo un laboratorio. Questa parte del complesso militare-industriale israeliano è orientata all’esportazione, e la vostra polizia la sta comprando. Steven Graham conclude: “É in corso l’integrazione tra i complessi securitari – industriali e quelli militari-industriali di Israele e Stati Uniti. Ancor più di questo: i complessi securitari-militari-industriali delle due Nazioni sono diventati indissolubilmente connessi, al punto che ora sarebbe ragionevole considerarli come un’unica entità diversificata e transnazionale.” Perciò mettete insieme i pezzi. Come la polizia USA si è “israelizzata”, voi, il popolo americano, vi siete “palestinizzati”.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Decenni di perdite: lettere di un secolo fa evidenziano le radici della resistenza palestinese

Jihad Abu Raya

22 maggio 2020 – Middle East Eye

Lettere di lamentele scritte da palestinesi nel 1890 e nel 1913 rivelano l’impatto del colonialismo sionista di insediamento

L’avvio del progetto sionista e la fondazione dei primi insediamenti in Palestina alla fine del XIX secolo diede inizio a una sistematica e deliberata campagna per espellere e cacciare i palestinesi dalla loro terra.

La resistenza palestinese a questi tentativi era a volte disorganizzata e limitata da ristrettezze economiche, ma gli scritti sionisti in merito non hanno trasmesso la vera immagine di quanto avvenne.

Tuttavia due lettere inviate da palestinesi nel 1890 e nel 1913 al Gran Visir [equivalente di un primo ministro, ndtr.] dell’impero ottomano a Istanbul gettano luce su questa situazione.

Contadini beduini e palestinesi che vivevano nelle zone rurali furono le prime comunità colpite dalla costruzione dell’insediamento sionista nel XIX secolo. Vessazioni ed aggressioni da parte dei coloni aumentarono, nel tentativo di espellere le famiglie palestinesi che avevano vissuto sulla propria terra da centinaia di anni.

Nonostante il loro modo di vita molto semplice, queste comunità palestinesi capirono rapidamente i pericoli del colonialismo di insediamento. Non è quindi sorprendente che il movimento per resistere all’occupazione sionista si sia inizialmente manifestato all’interno delle comunità di contadini e beduini, la cui sopravvivenza dipendeva proprio dalla terra.

Dalla fine del XIX secolo fino alla creazione di Israele nel 1948 vennero documentati molti scontri tra quelle comunità e i coloni sionisti.

I primi arrivi dei coloni furono improvvisi e scioccanti per gli abitanti palestinesi. Non potevano comprendere le affermazioni dei coloni secondo cui essi erano i proprietari della terra e che gli abitanti se ne dovessero andare dalle proprie case con i loro prodotti agricoli ancora da raccogliere. Essi erano i reali e concreti proprietari della terra in quanto l’avevano dissodata, coltivata e abitata per centinaia di anni.

All’inizio del colonialismo britannico in Palestina, nel 1917, c’erano circa 47 colonie sioniste, concentrate a nord e al centro del Paese, costruite su circa 55.000 dunam [5.500 ettari, ndtr.] di terra confiscata.

Venduta a stranieri”

Nella sua lettera, inviata nel 1890, il clan palestinese al-Sataria, che viveva a Khirbet Darwan, si lamentava presso il Gran Visir dell’ingiustizia, dei maltrattamenti e delle aggressioni seguiti alla fondazione sulla loro terra dell’insediamento di Rehovot.

Recentemente il supremo Stato ottomano ha venduto la terra di Khirbeh a persone ricche del posto. I vostri fedeli servitori non hanno manifestato nessuna obiezione in merito, perché i nuovi proprietari della terra erano consapevoli che noi coltiviamo il podere e ci siamo occupati di esso da tempo immemorabile. Non hanno cercato né di intralciarci né di espellerci dai luoghi in cui abitiamo o dai nostri terreni agricoli,” affermava la lettera.

Tuttavia in questo caso la fattoria è stata venduta a stranieri che sono venuti con molti soldi e risorse economiche… Hanno iniziato ad espellerci dai luoghi in cui abitiamo e ad impedirci di arare la terra.”

Contro molte delle nuove colonie vennero presentate al Gran Visir lamentele, che dimostrano che i palestinesi, nonostante le loro ridotte possibilità e le consistenti risorse economiche e il sostegno ufficiale di cui godevano gli stranieri, non si arresero allo status quo.

Tali lettere erano una attestazione da parte degli abitanti palestinesi che avrebbero resistito all’ingiustizia che avevano davanti agli occhi – parte di una resistenza organizzata contro i tentativi di cacciarli dalle loro terre e di depredarli dei loro diritti. La lettera dei palestinesi del clan Sataria rivela la loro consapevolezza del proprio diritto di rimanere sulla loro terra; lo Stato che trasferisce la proprietà a ricchi stranieri potrebbe concedere al proprietario i diritti su alcuni raccolti, ma non il diritto di espellere coloro che vivono lì.

Lettura critica

La lettera non fa riferimento ai metodi utilizzati dai coloni per espellere e cacciare gli abitanti palestinesi, né menziona i piani per ostacolare la sopravvivenza della nuova colonia e impedire quindi la propria espulsione. Ma una lettura attenta e critica dei documenti scritti dai coloni di Rehovot e delle vicine colonie getta una luce su questo punto.

Molte fonti ebraiche che documentano la fondazione di queste colonie affermano che la zona era spopolata e in abbandono, e che i nuovi coloni portarono la salvezza e un’opportunità di crescita. Ciò corrispondeva allo slogan sionista di una “terra senza popolo per un popolo senza terra.”

La lettera del clan Sataria smentisce categoricamente questa affermazione, mettendo in evidenza gli abitanti che avevano a lungo vissuto là e coltivato la terra.

Altre fonti ebraiche suggeriscono che gli arabi in quella zona fossero aggressori violenti, che saccheggiavano e rubavano la proprietà dei coloni e non rispettavano i diritti dei coloni sulla loro terra. Mentre il clan Sataria considerava un diritto legittimo continuare a raccogliere i prodotti nelle proprie terre, i nuovi coloni lo ritenevano un saccheggio e un furto.

Disordini singolari”

Decenni dopo, nel 1913, un’altra lettera al Gran Visir venne firmata da decine di mukhtar [capo villaggio, ndtr.] e da autorità giuridiche dei villaggi nei pressi delle colonie ebraiche, compresi quelli di Zarnuqa, al-Qubayba, Yibna, al-Maghar ed altri, senza la partecipazione di rappresentanti delle città vicine.

Gli abitanti dei villaggi si lamentavano del comportamento dei nuovi coloni, citando “le loro aggressioni contro i nostri villaggi, le uccisioni, i furti e gli stupri”. La lettera nota che, in mezzo a questi attacchi, “siamo stati gravemente sconvolti e subiamo disordini singolari finché, dio non voglia, la necessità ci obblighi ad emigrare dalla nostra patria, nonostante il nostro amore e affetto per essa.”

La lettera afferma: “Qualunque contadino passi sulla strada è rapinato e picchiato e gli prendono i vestiti e i soldi. Chiunque osi sfidarli viene ucciso, e sparano proiettili veri a chi passa sulla pubblica via.”

Firmata dai rappresentanti di vari villaggi e cittadine, la lettera evidenzia la sensazione di pericolo collettivo provata dai cittadini palestinesi dell’epoca, decenni prima della Nakba [la catastrofe, cioè la cacciata dei palestinesi a partire dal 1947-48, ndtr.]. I firmatari non dicono come rispondevano ai soprusi da parte dei nuovi coloni, ma documenti nell’archivio di Rehovot affermano che gli abitanti del villaggio di Zarnuqa uccisero uno dei coloni.

Nelle aree palestinesi adiacenti alle colonie sioniste contadini e beduini guidarono la lotta contro il colonialismo, una lotta che continua fino a nostri giorni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Jihad Abu Raya è un avvocato ed attivista palestinese che vive nel nord di Israele. È uno dei fondatori del movimento Falestaniyat.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il difficile rapporto del sionismo con l’antisemitismo

Alice Rothchild

19 novembre 2019 – Mondoweiss

Sono cresciuta con un profondo amore per Israele, il piccolo grintoso Paese della redenzione, risorto dalle ceneri, che ama i kibbutz, che non avrebbe potuto fare cose sbagliate, che lotta per la sopravvivenza in un mare di arabi che lo odiano e di odiatori di ebrei. Ho imparato che gli ebrei sono un popolo dedito alla preghiera e allo studio della Torah e che questa identità ci ha permesso di sopravvivere durante secoli di antisemitismo in Europa. Se non ero in grado di dedicarmi alla religiosità del mio nonno pio, con i filatteri [lacci di cuoio che vengono arrotolati alle braccia durante la preghiera, ndtr.] e tutto il resto, capivo che come popolo noi eravamo profondamente impegnati a risanare il mondo e a lavorare per la giustizia sociale, un impegno altrettanto virtuoso e intrinsecamente ebraico. Dopotutto noi eravamo buoni per natura, o, come spiegava mia madre, gli ebrei hanno la responsabilità di essere stati scelti per svolgere un ruolo inequivocabilmente positivo in questo mondo.

Con il passare degli anni, questa mitologia si è schiantata contro la dura realtà. Una delle contraddizioni più difficili che ora mi trovo ad affrontare è comprendere il perverso rapporto tra sionismo e antisemitismo. Mi era stata venduta la storiella che il sionismo politico si era sviluppato come risposta all’antisemitismo e come un moderno movimento di liberazione nell’arretrato Medio Oriente. Ma nel 1897, quando è nato il sionismo moderno, esso adottò il cliché dell’ebreo della diaspora come un pallido, flaccido, giovane studente di una scuola religiosa, un parassita, un eterno straniero, uno sfigato. Che il sionismo abbia accolto l’idea che questo rammollito individuo malaticcio (colpevolizzato lui stesso per l’antisemitismo) dovesse essere arianizzato nell’ebreo contadino/guerriero abbronzato e muscoloso che coltiva il terreno in Galilea, è un risultato agghiacciante. L’evoluzione degli ebrei da popolo che viveva secondo la Torah e i suoi precetti in una razza biologica con caratteristiche distintive (l’ebreo del denaro, del ghetto, l’ebreo di carnagione scura e con il naso adunco) riflette le peggiori menzogne di antisemiti, fascisti europei e suprematisti bianchi.

Questa storia è complicata dal fatto che gli ebrei europei erano relegati a svolgere un numero limitato e disprezzato di professioni e dal risentimento sociale nei confronti di una classe di usurai e venditori ambulanti/commercianti “parassitari”e “improduttivi”. Mentre il capitalismo moderno si sviluppava, persino i sionisti socialisti temevano che ci fosse una sorta di anomalia economica nel popolo ebraico che portava all’antisemitismo e che avrebbe potuto essere curata solo dal lavoro della terra in Palestina.

Non dovrebbe quindi sorprendere che il fondatore del sionismo moderno, Theodore Herzl, abbia visto gli antisemiti come “amici e alleati” del suo movimento”. Sionisti e antisemiti condividevano lo stesso obiettivo: gli uni volevano che tutti gli ebrei emigrassero in Palestina per fondarvi uno Stato-Nazione ebraico etnicamente puro, gli altri volevano liberarsi di tutti i loro connazionali ebrei. L’emigrazione era in effetti una magnifica soluzione all’eterna questione ebraica. Come ha scritto il professor Joseph Massad [docente palestinese alla Columbia University, ndtr.]:

Nel suo pamphlet fondativo (Herzl) avrebbe dichiarato che ‘i governi di tutti i Paesi colpiti dall’antisemitismo saranno profondamente interessati nell’aiutarci ad ottenere (la) sovranità che vogliamo’, e quindi che ‘non solo i poveri ebrei’ avrebbero contribuito a un fondo per l’emigrazione degli ebrei europei, ‘ma anche i cristiani che vogliono liberarsi di loro’.”

Questa solidarietà politica relativa alla classe, al fatto di essere bianchi, era una forma di odio per se stessi, facendo proprio il razzismo istituzionalizzato dell’epoca? Si trattava di un matrimonio di convenienza, ripugnante ma necessario, o di una strategia a lungo termine?

Scavando più a fondo, non fui così sorpresa nell’apprendere che Herzl, assimilato e laico, scelse di non far circoncidere suo figlio, che inizialmente prese in considerazione l’idea che una conversione di massa al cattolicesimo sarebbe stata una buona soluzione per la questione ebraica e che festeggiava il Natale con niente di meno che un albero di Natale. Si dice che abbia affermato: “Nella mia mente si è fatta strada un’eccellente idea: attirare antisemiti radicali e farli diventare distruttori della ricchezza ebraica.” L’attivista israeliano per la pace Uri Avnery ha descritto gli scritti di Herzl come caratterizzati “a tratti da un forte odore di antisemitismo.”

Leon Rosselson, un cantautore inglese e autore di libri per l’infanzia, ha scritto in un saggio su Medium [sito web di sinistra che pubblica articoli di politica e cultura, ndtr.]:

Nel suo libro ‘Lo Stato ebraico’, pubblicato nel 1896, egli (Herzl) spiega perché: ‘La questione ebraica esiste ovunque viva un numero significativo di ebrei. Dove (l’antisemitismo) non esisteva, vi è stato portato dagli ebrei nel corso delle loro migrazioni. Ovviamente noi ci spostiamo nei posti in cui non siamo perseguitati e lì la nostra presenza provoca persecuzioni… Gli sfortunati ebrei stanno portando ora i semi dell’antisemitismo in Inghilterra, li hanno già portati in America.’

In un capitolo successivo sostiene che la causa immediata dell’antisemitismo è ‘la nostra eccessiva produzione di intelletti mediocri, che non possono trovare uno sbocco verso il basso o verso l’alto – cioè, nessuno sbocco sano in nessuna direzione. Quando scendiamo, diventiamo un proletariato rivoluzionario, gli impiegati subalterni di ogni partito rivoluzionario; al contempo, quando andiamo in alto si eleva pure il nostro terribile potere economico.’”

Quando Herzl prese in considerazione la lingua del nuovo Stato, scrisse dello yiddish [un misto di tedesco, lingue slave ed ebraico, con molte varianti locali, parlato dagli ebrei dell’Europa centro-orientale, ndtr.]: “Dobbiamo smettere si utilizzare quei miserabili dialetti stentati, quei linguaggi del ghetto che ancora utilizziamo, perché quelle erano le lingue clandestine dei prigionieri.” Aveva lo stesso disprezzo nei confronti della religione ebraica: “Dovremmo tenere i nostri rabbini all’interno dei loro templi …Non devono interferire nell’amministrazione dello Stato…”, e immaginò uno Stato senza feste ebraiche o simboli ebraici. C’è sicuramente un forte sentimento di odio per se stessi in queste affermazioni.

Un’altra schiacciante prova è la considerazione del 1912 di Chaim Weizman, in seguito presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale e primo presidente di Israele: “Ogni Paese può assorbire solo un numero ridotto di ebrei se non vuole avere problemi di stomaco. La Germania ha già troppi ebrei.”

O la dichiarazione nel 1922 di Ben-Gurion, il padre fondatore e primo premier di Israele: “Non siamo studenti di una scuola religiosa che discutono le delicate questioni su come migliorare se stessi. Siamo conquistatori della terra di fronte a un muro di ferro e noi dobbiamo sfondarlo.” Egli notò che gli ebrei della diaspora “non hanno radici. Sono cosmopoliti senza radici – non ci può essere niente di peggio.” Ben-Gurion era un noto elitista e razzista. Descrisse gli ebrei della diaspora come “polvere umana, le cui particelle cercano di aggrapparsi le une alle altre,” e chiamò i mizrahim (ebrei dei Paesi arabi e/o musulmani), arretrati e primitivi, con caratteristiche orientaliste che avrebbero minacciato il nascente Stato di Israele. Descrivendo gli immigrati yemeniti scrisse:

(La cultura yemenita) è arretrata di duemila anni, forse persino di più, rispetto a noi. Manca dei più fondamentali e principali concetti della civilizzazione (distinta dalla cultura). Il loro atteggiamento verso le donne e i bambini è primitivo. La loro condizione fisica è misera. Per migliaia di anni hanno vissuto in una delle terre più arretrate e impoverite, sotto il dominio ancora più arretrato di un qualunque regime feudale e teocratico. Il passaggio da là a Israele è stato una profonda rivoluzione umana, non superficiale, una rivoluzione politica. Tutti i loro valori umani devono essere cambiati da cima a fondo.”

Vladimir (Ze’ev) Jabotinsky, il fondatore del sionismo revisionista, precursore dell’odierno partito Likud, fu persino più sincero riguardo alla propria appartenenza reazionaria. Appoggiò il nocciolo del colonialismo di insediamento e militaristico del sionismo, parlò apertamente della necessità di combattere contro la popolazione indigena palestinese e chiese agli ebrei di mobilitarsi per “guerra, rivolta e sacrificio.”

Nel 1923 scrisse la Bibbia del revisionismo, un articolo, “Il muro di ferro (noi e gli arabi)”:

Ogni popolazione nativa al mondo resiste contro il colonialismo finché ha anche la minima speranza di riuscire a liberarsi del pericolo di essere colonizzata. Questo è ciò che gli arabi in Palestina stanno facendo, e quello che continueranno a fare finché rimarrà una sola scintilla di speranza di riuscire ad impedire la trasformazione della ‘Palestina’ in ‘Terra di Israele’… La colonizzazione sionista deve terminare oppure andare avanti senza riguardi nei confronti della popolazione nativa. Ciò significa che può proseguire e svilupparsi solo sotto la protezione di un potere che sia indipendente dalla popolazione nativa –dietro un muro di ferro, che la popolazione nativa non possa oltrepassare.”

Allo stesso tempo il suo antisemitismo era profondo:

Il nostro punto di partenza è prendere il tipico yid [ebreo in senso spregiativo, ndtr.] di oggi e immaginare il suo esatto opposto… Poiché lo yid è brutto, sporco, manca di dignità, noi dobbiamo dotare l’immagine idealizzata dell’ebreo di una beltà virile. Lo yid è calpestato e si spaventa facilmente, e di conseguenza l’ebreo deve essere orgoglioso e indipendente. Lo yid è disprezzato da tutti e quindi l’ebreo deve affascinare tutti. Lo yid ha accettato di essere sottomesso e quindi l’ebreo deve imparare a comandare. Lo yid vuole celare la propria identità agli estranei e quindi l’ebreo deve guardare il mondo diritto negli occhi e dichiarare: ‘Sono ebreo!’”.

Jabotinsky si innamorò dell’ideologia di Benito Mussolini che lo lodò come un “fascista ebreo” e fu contento non solo di lavorare con i nazisti, ma anche di sposarne l’ideologia totalitaria. Fondò la Nuova Organizzazione Sionista e il suo rappresentante in Palestina pubblicò il suo Yomen shel Fascisti (Diario di un fascista) sul suo giornale. Von Weisl, direttore finanziario dell’OSM, disse a un giornale che “egli (Jabotinsky) era personalmente un sostenitore del fascismo e si rallegrò per la vittoria dell’Italia fascista in Abissinia come un trionfo delle razze bianche contro i neri.” Mussolini consentì al movimento giovanile del sionismo revisionista di destra, il Betar, di avere uno squadrone nella sua accademia navale.

Quando Mussolini decise di unire le proprie forze con Hitler, espulse gli ebrei dal partito [fascista, ndtr.]. I revisionisti risposero:

Per anni abbiamo messo in guardia gli ebrei dall’insultare il regime fascista in Italia. Siamo franchi prima di accusare altri delle recenti leggi antiebraiche in Italia: perché non accusiamo prima i nostri stessi gruppi radicali di essere responsabili di quello che sta accadendo?”

Secondo Lenni Brenner, autore di “Il sionismo nell’epoca dei dittatori”, nel marzo 1933 Jabotinsky invocò un boicottaggio contro i nazisti e di conseguenza i revisionisti assassinarono il sionista laburista che aveva negoziato l’accordo “Ha’Avara” [vedi più sotto, ndtr.]. Ma i rapporti tra i revisionisti e i nazisti rimasero intricati.

Nel 1939, una settimana prima che Hitler invadesse la Polonia, Jabotinsky insistette che “non c’è la benché minima possibilità di una guerra.” Progettò di invadere la Palestina, facendo approdare una nave piena di militanti del “Betar” su una spiaggia di Tel Aviv mentre l’Irgun occupava la sede del governo a Gerusalemme e all’estero veniva proclamato un governo ebreo provvisorio. Dopo la sua cattura o morte, avrebbe operato come un governo in esilio.

L’Irgun, l’organizzazione paramilitare sionista attiva nella Palestina mandataria, venne ispirata e guidata da Jabotinsky fino alla sua morte nel 1940. Dopo la guerra, venne trovato il seguente documento nell’ambasciata tedesca in Turchia: “Proposta dell’Organizzazione Militare Nazionale (Irgun Zvai Leumi) riguardante la soluzione della questione ebraica in Europa e la partecipazione dell’OMN nella guerra dalla parte della Germania”. Vi si legge:

La Fondazione dello storico Stato ebraico su basi nazionaliste e totalitarie e vincolato da un trattato con il Reich tedesco sarebbe nell’interesse di una consolidata e rafforzata futura posizione di potere tedesca in Medio Oriente.

A partire da queste considerazioni, l’OMN in Palestina, in base alla condizione summenzionata che le aspirazioni nazionali del movimento per la libertà israelita vengano riconosciute da parte del Reich tedesco, offre di partecipare attivamente alla guerra dalla parte della Germania.”

Mentre gli ebrei, sia all’interno che fuori dalla Germania, comprendevano i gravissimi pericoli posti dall’ascesa dei nazisti al potere, alcuni sionisti videro ciò come un’opportunità di promuovere il proprio obiettivo di colonizzare la Palestina. Nonostante un boicottaggio internazionale contro la Germania nazista, nel 1933 i sionisti laburisti firmarono l’accordo di trasferimento “Ha’avara”, che in ultima analisi diede come risultato il salvataggio di 20.000 ebrei. La Germania nazista accettò di compensare questi ebrei tedeschi che se ne andarono in Palestina dopo aver liquidato le loro proprietà esportando nel Paese prodotti tedeschi dello stesso valore. Gli emigranti poi ricevettero parte dei proventi della vendita di questi prodotti. Ciò portò alla fine del boicottaggio della Germania e a un notevole aiuto finanziario per la sua economia che era ancora impantanata nelle riparazioni in seguito alla Prima Guerra Mondiale ed alla Grande Depressione. Come ha scritto Leon Rosselson:

Tra il 1933 e il 1939 il 60% di tutto il capitale investito nella Palestina ebraica proveniva dal denaro degli ebrei tedeschi attraverso l’accordo di trasferimento. Quindi durante gli anni ’30 il nazismo fu una manna per il sionismo.

Nel 1935 la Federazione Sionista Tedesca fu l’unica forza politica che appoggiò le leggi naziste di Norimberga nel Paese e fu l’unico partito a cui venne ancora concesso di pubblicare il proprio quotidiano, il “Rundschau” [La Rassegna], fin dopo la “Notte dei Cristalli” [in cui vennero aggrediti negozi, sedi di associazioni, sinagoghe e molti ebrei vennero feriti o uccisi, ndtr.] nel 1938.”

Le leggi di Norimberga tolsero la cittadinanza agli ebrei tedeschi e proibirono loro di sposarsi o avere rapporti sessuali con chiunque avesse sangue “tedesco o connesso”. La legge emarginò gli ebrei e li privò di buona parte dei loro diritti politici. Un ebreo venne definito come chiunque avesse tre o quattro nonni ebrei, indipendentemente dall’autoidentificazione di quella persona.

Nel 1933 la Federazione Sionista Tedesca, la “Zionistische Vereinigung fur Deutschland”, scrisse un appello ai nazisti:

Ci sia consentito di presentare la nostra opinione, che, secondo noi, rende possibile una soluzione in linea con i principi del nuovo Stato Tedesco di Risveglio Nazionale… perché anche noi siamo contrari ai matrimoni misti e siamo per il mantenimento della purezza del gruppo ebraico…Per questi scopi concreti il sionismo spera di essere in grado di conquistarsi la collaborazione persino di un governo fondamentalmente ostile agli ebrei… La propaganda per il boicottaggio, come viene attualmente portata avanti contro la Germania in molti modi, è essenzialmente non sionista, perché il sionismo non vuole combattere, ma convincere e costruire.”

Un’altra prova relativa ai rapporti dei nazisti con gli ebrei e ai loro piani di deportazione (prima della loro decisione del 1942 di procedere con lo sterminio totale) venne scritta dal capo delle SS, Reinhard Heydrich. Nel 1935 egli pubblicò una dichiarazione su una rivista delle SS. Francis Nicosia lo ha citato nel suo libro “The Third Reich and the Palestine Question” [Il Terzo Reich e la questione palestinese]:

Il nazional-socialismo non ha intenzione di attaccare il popolo ebraico in nessun modo. Al contrario, il riconoscimento dell’ebraismo come comunità razziale fondata sul sangue e non sulla religione, porta il governo tedesco a garantire la separazione razziale di questa comunità senza alcuna limitazione. Il governo si trova totalmente d’accordo con il grande movimento spirituale all’interno dello stesso ebraismo, il cosiddetto sionismo, con il suo riconoscimento della solidarietà dell’ebraismo in tutto il mondo e con il rifiuto di qualunque idea di assimilazione. Su queste basi la Germania intraprende misure che in futuro giocheranno sicuramente un ruolo significativo per la gestione del problema ebraico in tutto il mondo.” 

Cosa interessante, nel 1937 Adolf Eichmann, insieme al suo supervisore del servizio di intelligence del partito nazista, viaggiò nella Palestina mandataria travestito da giornalista tedesco per studiare la fattibilità della deportazione degli ebrei tedeschi nella regione e le funzioni delle organizzazioni sioniste all’interno della Palestina. Eichmann si incontrò segretamente anche con Feivel Polkes, un rappresentante dell’Haganah [principale gruppo paramilitare sionista affiliato alla fazione socialista, ndtr.] (che divenne l’esercito israeliano) per discutere il suo progetto. È importante ricordare che ad Eichmann interessava deportare gli ebrei nel modo più efficiente possibile, non appoggiare lo sviluppo di un forte Stato ebraico che potesse minacciare la fortuna economica della Germania nazista.

Nella sua recensione sul New York Times di “In Memory’s Kitchen: A Legacy From the Women of Terezin” [Nella cucina della memoria: un lascito delle donne di Terezin] Lore Dickstein cita il ricordo di una sopravvissuta a Terezin che incontrò Eichmann: “Anny Stern fu una delle fortunate. Nel 1939, dopo mesi di problemi con la burocrazia nazista, con l’esercito occupante tedesco alle calcagna, scappò dalla Cecoslovacchia con il figlioletto ed emigrò in Palestina. Al tempo della partenza di Anny, la politica nazista incoraggiava l’emigrazione. ‘Sei una sionista?’ le chiese Adolph Eichmann, lo specialista hitleriano di questioni ebraiche. ‘Jawohl [Sì in tedesco, ndtr.],’ rispose lei. ‘Bene’ egli disse, ‘anch’io sono un sionista. Voglio che ogni ebreo se ne vada in Palestina.’”

Informando sul processo Eichmann nel 1963 da Gerusalemme, Hannah Arendt scrisse che Eichmann si vantò del suo apprezzamento per il sionismo:

I primi contatti personali di Eichmann con funzionari ebrei, tutti ben noti sionisti di lunga data, sono stati totalmente soddisfacenti. La ragione per cui venne così affascinato dalla ‘questione ebraica’, ha spiegato, era il suo stesso ‘idealismo’: questi ebrei, a differenza degli assimilazionisti, che aveva sempre disprezzato, e degli ebrei ortodossi, che lo annoiavano, erano ‘idealisti’, come lui.”

Dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, Albert Einstein scrisse una lettera al New York Times riguardo alla visita negli USA di Menachem Begin, leader dell’“Irgun”, capo del partito della destra nazionalista “Herut” (che si trasformò nel Likud) e in seguito sesto premier israeliano:

Tra i più inquietanti fenomeni del nostro tempo c’è l’emergere nello Stato di Israele creato recentemente del “partito della Libertà” (Tnuat HaHerut), un partito politico affine ai partiti nazisti e fascisti nella sua organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nel richiamo sociale … Ha predicato un insieme di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale… è imperativo che la verità sul signor Begin e sul suo movimento sia resa nota in questo Paese.”

Amy Kaplan, nel suo importante libro del 2018 “Il nostro Israele americano”, ha notato che dopo la fine della guerra persino i non ebrei pensavano che i bambini di razza ebraica dell’Europa orientale fossero stati magicamente trasformati, anglicizzati, dall’esperienza di essere nati in Palestina. Bartley Crum era un cattolico progressista, avvocato per i diritti civili nato a San Francisco che faceva parte della Commissione Anglo-Americana incaricata di decidere il futuro di persone sfollate che languivano nei campi di raccolta dopo la guerra. Kaplan ha notato:

Crum scoprì una prova di questa trasformazione degli ebrei dell’Europa orientale in uno ‘strano fenomeno’ che rendeva i loro figli cresciuti in Palestina non solo più forti per il fatto di aver lavorato la terra, ma anche più bianchi e più occidentali dei loro genitori: ‘Molti dei bambini ebrei che ho visto erano biondi e con gli occhi azzurri, una mutazione di massa che, mi è stato detto, dev’essere ancora adeguatamente spiegata. È ancora più significativa perché la maggioranza degli ebrei di Palestina è originaria dell’Europa orientale, tradizionalmente con capelli e occhi scuri. Si potrebbe quasi affermare che in Palestina sia stato creato un nuovo popolo ebraico: in stragrande maggioranza una spanna più alto dei padri, persone robuste, più un ritorno ai contadini e pescatori dei giorni di Cristo che prodotto dei figli e delle figlie delle città dell’Europa centro-orientale.” [p. 31].

Un altro membro della Commissione Anglo-Americana, James McDonald, visitò una sinagoga a Gerusalemme e:

“…egli venne “ancora una volta colpito dalla varietà di volti dei ragazzi. ‘Se non avessi saputo dove mi trovavo, o non avessi sentito parole in ebraico, avrei giurato che la maggior parte di loro fosse irlandese, scandinava o scozzese, o comunque della normale mescolanza del Middle West americano. Solo qui e là c’era un volto anche lontanamente somigliante al ‘tipo ebreo’.’ Concluse che i giovani ebrei di Israele non avevano un ‘tipo razziale’ particolare.’” [p.32].

Nel 1951 Kenneth Bilby, giornalista, notò, osservando i bambini di un kibbutz:

Erano persino ben fatti, robusti, i capelli schiariti dal sole. Avrei sfidato un qualunque antropologo a mescolare questi bambini con una folla di giovani britannici, americani, tedeschi e scandinavi e poi separare gli ebrei.’ Li vedeva come diventati diversi ‘dai loro cugini semiti del mondo arabo’. Agli occhi di questi visitatori, mentre gli ebrei europei diventavano più bianchi e più civilizzati, gli arabi tra i quali si erano insediati apparivano più scuri e più primitivi.” [32].

In Israele c’è sempre stata una gerarchia razziale fondata sulla supremazia bianca ed etnocentrica. Gli ashkenaziti [lett. tedeschi, ebrei di origine europea, ndtr.] hanno discriminato i mizrahi [orientali, originari dei Paesi arabi o musulmani, ndtr.] e gli ebrei di colore, e i palestinesi hanno affrontato l’intolleranza più estrema, seguiti solo di recente dai richiedenti asilo africani.

Anche dei leader religiosi reazionari hanno sposato atteggiamenti razzisti. Un primo esempio di ciò è il rabbino Ovadia Yosef, il leader spirituale del partito Shas [partito religioso degli ebrei ultraortodossi mizrahi, ndtr.], che ha equiparato gli arabi a “serpenti” ed ha chiesto il loro “annientamento”. Questo tipo di atteggiamenti è stato prevalente nei movimenti di colonizzazione più di destra come “Gush Emunim”, Tehiya, Unione Nazionale e Mafdal, che rappresentano un messianismo ebraico mischiato a odio e disprezzo per i nativi palestinesi.

Quindi, perché è importante esplorare questa storia complicata e scomoda? Sosterrei che, in primo luogo, in questa epoca in cui l’epiteto di antisemita è scagliato abbastanza a casaccio contro chiunque abbia atteggiamenti critici verso Israele, dobbiamo essere onesti sulle basi fondative del sionismo e sui suoi rapporti con il vero antisemitismo. Risulta che i primi sionisti, sia della sinistra socialista che della destra fascista, avevano atteggiamenti che erano chiaramente antisemiti. Questo può essere stato cinico e amorale, ma penso che vada ben oltre un matrimonio di convenienza.

Se capiamo le radici della dirigenza israeliana possiamo comprendere meglio gli atteggiamenti e le politiche dei successivi governi israeliani che ci hanno portato fino all’attuale regime. Mentre l’Irgun rimase minoritario e non prese il controllo fino al 1977 con Menachem Begin, seguito da Yitzhak Shamir, esso era una forza potente nella Palestina prima del 1948 [anno della nascita di Israele, ndtr.], assassinando dirigenti inglesi e negoziatori internazionali come il conte Bernadotte [inviato svedese dell’ONU per mediare il conflitto tra sionisti ed arabi, ndtr.] e infliggendo attacchi terroristici ai nativi palestinesi, come nel caso del massacro di Deir Yassin.

Anche l’Haganah e il Palmach [le due principali milizie sioniste, della fazione socialista, ndtr.] (che in seguito diventarono il fulcro dell’esercito israeliano) erano gruppi paramilitari attivi nella Palestina prima del 1948. Penso alla famosa citazione di Moshe Dayan che si unì all’Haganah all’età di 14 anni e divenne un celebre leader militare e politico:

Siamo una generazione di coloni e senza l’elmetto di ferro e la canna del fucile non saremmo stati in grado né di piantare un albero né di costruire una casa… Non si abbia paura di vedere l’odio che ha accompagnato e consumato le vite di centinaia di migliaia di arabi che ci circondano, aspettando il momento in cui le loro mani riusciranno a raggiungere il nostro sangue.” (dal libro di Ronen Bergman “Rise and Kill First” [Alzati e uccidi per primo], pp. 128-129).

Questa è la voce combattiva dell’ebreo nuovo, l’ebreo rinato nella lotta per colonizzare e creare Israele dalla Palestina. Non è una voce interessata al negoziato, alla tolleranza, alla democrazia o al rispetto della narrazione o origine altrui. La storia politica ha creato le norme sociali e culturali che vediamo oggi. Gli Usa stanno affrontando una discussione nazionale sulle contraddizioni tra la nostra mitologia, il sogno americano di giustizia, uguaglianza e libertà per tutti, e il fatto che i nostri eroi nazionali erano proprietari di schiavi e in realtà avevano progetti solo per i proprietari terrieri bianchi. Le loro esperienze di vita e i loro atteggiamenti furono alla base delle norme culturali che hanno caratterizzato gli aspetti più vergognosi della storia degli USA: distruggere i popoli nativi, schiavizzare africani, essere proprietari dei loro figli, Jim Crow [leggi non scritte del Sud segregazionista, ndtr.], emarginare, fare discriminazioni nelle opportunità per trovare lavoro con la legge sui veterani di guerra, leggi contro i matrimoni misti, nazionalismo bianco, il costante fanatismo e il razzismo istituzionali che sono ancora un grave ostacolo nel XXI secolo. Questo tipo di discorso onesto e penoso è fondamentale se vogliamo far prendere una direzione più positiva alla nostra cosiddetta democrazia. Suggerirei che gli israeliani dovrebbero discutere dell’origine della loro Nazione, e per lo più non lo fanno. Ciò non lascia ben sperare.

Il ceppo della politica di Jabotinsky, repressivo, antidemocratico e in certo modo profondamente odiatore di se stesso ed escludente, è una forma di maschilismo nazionalista tossico. È anche un’ideologia fondante del moderno sionismo, un misto di mentalità da bunker, islamofobia e darwinismo sociale. Questo tipo di politica fornisce un contesto storico al razzismo degli ebrei ashkenaziti nei confronti degli ebrei di colore, dei mizrahi, dei palestinesi e dei richiedenti asilo africani. Questo tipo di politica rende possibili un’occupazione aggressiva e de-umanizzante e un movimento di colonizzazione, in cui la volontà di uccidere, ferire e incarcerare palestinesi e i loro figli è vista come indispensabile, senza rimorsi, per la sopravvivenza, in cui aggredire “l’altro” come se fosse uno scarafaggio e subumano è tollerato e applaudito dai dirigenti politici, in cui bombardare periodicamente e strangolare due milioni di gazawi, creare una impossibile catastrofe umanitaria è solo parte di “falciare il prato” . 

Quest’ultima espressione si riferisce alla cinica strategia militare israeliana vista nelle ultime tre guerre contro Gaza e nella Seconda Guerra del Libano, che comporta ripetute operazioni su larga scala, ma limitate, così come attacchi più ridotti intesi a schiacciare l’avversario, demolendo la dirigenza e le infrastrutture e costruendo deterrenza. Questa guerra di logoramento non ha un chiaro punto finale, è in sé una politica estera caratterizzata dall’uso di una forza estrema per indebolire Hamas ed Hezbollah, con un rischio minimo per i soldati israeliani, ma senza l’eliminazione totale del nemico, necessaria per controllare attori ancora più estremisti nella regione.

Proprio come ora so che l’espulsione e l’occupazione che iniziarono nel 1967 e continuano fino ai giorni nostri sono la continuazione di un processo che iniziò molto prima del 1948 – la Nakba, o catastrofe, è in corso -, le politiche fascistoidi del governo israeliano sono radicate nella storia della creazione dello Stato. Allo stesso modo l’abbraccio tra gli israeliani e i cristiano-sionisti (i cui progetti per gli ebrei sono la conversione o una morte atroce) dopo il 1967 rispecchia i rapporti amichevoli che i sionisti hanno avuto con i dirigenti antisemiti in Germania e in Italia. E in modo simile lo stretto legame di Israele con i cristiano-sionisti e con regimi oppressivi, dal Sudafrica bianco all’Arabia Saudita, così come la passione di Israele per il nostro presidente-padrone e antisemita, è parte dello stesso vecchio modello di unire le forze con governi razzisti e autoritari.

Come si è detto spesso, se non conosciamo la nostra storia siamo destinati e condannati a ripeterla.

Alice Rothchild è dottoressa, scrittrice e regista che dal 1997 ha concentrato il proprio interesse sui diritti umani e sulla giustizia sociale nel conflitto israelo/palestinese. Ha fatto la ginecologa per circa 40 anni. Fino alla pensione ha lavorato come assistente universitaria in ostetricia e ginecologia nella facoltà di medicina di Harvard. Scrive e tiene conferenze ad ampio raggio ed è l’autrice di “Broken Promises, Broken Dreams: Stories of Jewish and Palestinian Trauma and Resilience” [Promesse non mantenute, sogni infranti: storie di traumi e restitenza di ebrei e palestinesi], “On the Brink: Israel and Palestine on the Eve of the 2014 Gaza Invasion” [Sull’orlo: Israele e Palestina al tempo dell’invasione di Gaza nel 2014], e di “Condition Critical: Life and Death in Israel/Palestine” [Una condizione critica: vita e morte in Israele/Palestina]. Ha diretto un documentario, “Voices Across the Divide” [Voci al di là delle divisioni] ed è attiva in “Jewish Voice for Peace” [Voce ebraica per la pace, gruppo USA di ebrei antisionisti, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Segni di esclusione razziale: razzializzare il colonialismo di insediamento israeliano

Andy Simons

2 aprile 2019 Middle East Monitor

Recensione del libro di Ronit Lentin

Data di pubblicazione : agosto 2018 Editore: Bloomsbury Academic , Paperback : 269 pagine

Nell’accusa politica distorta e ambigua di oggi alcuni principi rimangono immutati. Ronit Lentin, sociologa del Trinity College di Dublino, si è da tempo specializzata nei rapporti razziali e il suo libro scava nelle basi razziste di Israele. Di conseguenza il razzismo collettivo degli ebrei bianchi di Israele supera decisamente ogni confronto.

Un pregio dell’analisi è teoretico, in quanto utilizza gli scritti di Patrick Wolfe, David Theo Goldberg e Giorgio Agamben per vedere come modelli filosofici ed economici facciano leva sulla differenza razziale. Nel suo contesto universitario l’autrice deve mostrare gli esempi accademici nella condanna del sistema legale distorto dei sionisti. Si potrebbe essere tentati di andare a leggere i loro lavori.

Ma, a meno che uno non faccia parte di una università prestigiosa, non si soffermerà su tali libri ed ha il mio permesso di saltare questi passaggi. Perché spaccare il capello in quattro per esprimere una definizione esatta del “colonialismo di insediamento” quando il lettore di questo libro è già al corrente dell’ingiustizia? Fortunatamente in questo volume non ce n’è bisogno perché Lentin ha puntato i riflettori su molteplici luoghi oscuri.

Un altro filone che esplora è quello della storia politica, e in questo ha avuto da molto tempo colleghi quali lo studioso Ilan Pappé che lo scrive chiaramente, citando come lei estrae il razzismo dal profondo del cuore israeliano. La materia prima del razzismo si trova ovunque, da parte dei contabili finanziari come dei compilatori di precedenti giuridici. Per quanto riguarda il sistema giudiziario sionista, ci si chiede perché non crolli sulle sue stesse tremolanti colonne. Il primo “decreto per la protezione del popolo” di Hitler è stato permanentemente applicato al giusto tipo di persone, consentendo che la contraddizione discriminatoria procedesse indisturbata. Questa è una lezione che avrebbe dovuto essere appresa dall’Olocausto ebraico, ma la legittima potenza ebraica ha adottato la stessa fiaccola della superiorità ariana nazista.

Il libro insiste sul fatto che la razza, in politica, deve voler dire cura. In medicina, per esempio, gli ebrei arabi, essendo più scuri di pelle, sono stati maltrattati nel modo in cui un medico nazista infliggeva malattie agli ebrei del campo e come nell’esperimento Tuskegee sui maschi negri in Alabama [dal 1932 al 1972 afroamericani malati di sifilide non vennero curati con la penicillina per poter studiare l’evoluzione della malattia, ndtr.]. Uno dei dottori razzisti israeliani era parente dell’autrice. Riguardo alla cittadinanza, un altro esempio, la “Legge del Ritorno” dello Stato [di Israele] nel 1991 è stata modificata per consentire l’arrivo di un milione di ebrei russi e dei loro familiari non ebrei per incrementare la popolazione bianca di Israele. Vagliando la disciplina dell’“esercito più morale al mondo” [autodefinizione dell’esercito israeliano, ndtr.], è risultato che l’IDF [esercito israeliano] aveva organizzato stupri di massa durante la Nakba e che ci sono crescenti aggressioni sessuali persino nei confronti di donne ebree che oggi fanno il servizio militare per il governo militarista. E riguardo alla geografia, la modalità dello Stato sionista è semplicemente di accerchiare le comunità arabe sulla mappa, ai lati di ogni strada.

Come viene giustificato il razzismo? Già prima del Mandato Britannico [sulla Palestina] gli abitanti arabi erano visti come ‘inferiori’ e la colonizzazione della Palestina necessitava di essere illuminato dal progresso europeo e americano. E il giovane Israele mantenne semplicemente le “Norme di Difesa (Emergenza)” del governo del Mandato, che includevano la maggior parte delle principali perversioni dell’applicazione delle leggi degli ebrei israeliani riguardo agli autoctoni non ebrei, dai processi a civili nei tribunali militari alle efficienti demolizioni di case, alla censura.

I tribunali sionisti si aggrappano a qualunque giustificazione, compresi la stessa Dichiarazione Balfour [con cui nel 1917 il governo britannico si impegnò a favorire la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndtr.], i decreti del Mandato britannico, la risoluzione 181 dell’ONU che riconosceva lo Stato di Israele e persino sentenze della Bibbia. La colonizzazione è considerata un’impresa quasi sacra, in quanto tiene fede alla cosiddetta missione e il modo di vita ebraici, imitando il patriottismo USA come una sorta di religione.

Oltre all’ingegnosa strutturazione delle leggi, c’è sempre l’azione immediata di polizia o esercito. Il caso dell’espulsione dei beduini di Umm al-Hiran del 2017 ha implicato l’intenzionale uso di armi da fuoco contro una comunità disarmata e che non stava protestando. Giornalisti e parlamentari della Knesset sono stati esclusi dalla scena. Due anni prima il villaggio di Al-Araqib era stato demolito e ai suoi abitanti erano stati addebitati dal governo i costi della demolizione! Ciò che rende questo modo di agire più di una semplice prosecuzione della ‘pulizia etnica’ è stata anche la revoca della loro cittadinanza. Questa è stata una punizione perché i beduini non se ne sono andati nel resto del Medio Oriente o non sono semplicemente morti. Non importa che siano stati rinchiusi là dal nuovo Stato militarizzato dopo il 1948.

Il capitolo sul genere deve soddisfare le esigenze della razza, e ci sono forse troppe questioni da presentare. Un aspetto imprevisto è il rapporto d’interesse dello Stato israeliano per il delitto d’onore palestinese, in quanto questo, ovviamente, ne ridurrebbe la comunità.  Ma ci sono troppe tentazioni per l’autrice, determinando una deviazione dal percorso relativo alla discriminazione razziale. La decolonizzazione della Palestina, da parte dei palestinesi o di questi ultimi insieme agli ebrei israeliani, è un indispensabile punto di discussione. Eppure il capitolo sulla teoria della liberazione si allontana dalla vera e propria questione del libro riguardo a ebrei contro i goy [non ebrei] arabi.

Qui buona parte del frutto marcio è raccolto da fonti libere in rete, molte delle quali sioniste. Non ero a conoscenza del fatto che “quasi tutti” i palestinesi cittadini di Israele che hanno espresso critiche su Facebook durante il massacro del 2014 a Gaza [operazione “Margine protettivo”, ndtr.] sono stati interrogati dai servizi di sicurezza dello Stato. E stranamente mi sono perso la dichiarazione di Netanyahu sulla manifestazione razzista-fascista del 2017 a Charlotteville, Virginia [una manifestante antirazzista venne investita e uccisa da un suprematista bianco, ndtr.]: “Riguardo a voi, ebrei americani che avete fronteggiato questi nazisti laggiù – nazisti che odiano voi democratici progressisti, insieme ai vostri amici negri, musulmani, immigrati e gente di sinistra – beh, ve la siete andata a cercare…Arrangiatevi.”

O forse la vostra disapprovazione diventerà permanente leggendo un sondaggio d’opinione Pew [istituto di ricerca Usa, ndtr.] del 2016 secondo cui il 48% degli ebrei israeliani e il 59% degli ortodossi vuole l’espulsione degli arabi. Lentin ci ricorda che il parlamentare prediletto dai coloni, Naftali Bennett, ha reso legittime risposte razziste agli esami. Un ministro dell’Educazione può fare cose del genere, un balsamo per il cosiddetto ‘trauma del colono’, e ottenere pure l’approvazione dell’opinione pubblica.

Quindi uno dei pregi di questo libro sono le molte prove raccolte su internet, incoraggiandovi a fare altrettanto. Utilizzando una serie di piattaforme pubbliche, Lentin lo ha fatto per voi: se siete un attivista antirazzista per i diritti dei palestinesi, questa è una guida per il consumatore che riempirà innumerevoli sacchetti della spesa di ingiustizie basate sulla discriminazione razziale. Se il carrello pieno di orrori di questo libro ha un difetto, è che ve ne si trovano troppi da prendere, ma i sionisti continuano semplicemente a costruire scaffali su cui impilarli.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un palestinese in sciopero della fame: ‘Seppellitemi nella tomba di mia madre’

Fayha Shalash e Ramzy Baroud

23 aprile 2019,  Al Jazeera

Ingiustizia e violenza hanno spinto molti prigionieri palestinesi a disperati e rischiosi scioperi della fame.

Uno dei tanti modi in cui Israele cerca di opprimere e controllare la popolazione palestinese è incarcerare chi guida la resistenza contro l’occupazione e il progetto coloniale di insediamento.

In Palestina un prigioniero palestinese in un carcere israeliano viene definito “aseer”, cioé recluso, perché lui o lei non è un criminale. Ciò che conduce i palestinesi nelle carceri israeliane sono atti di resistenza – dallo scrivere una poesia sulla lotta contro l’occupazione al compiere un’aggressione contro soldati israeliani nella terra palestinese occupata. Per l’occupazione israeliana, comunque, ogni atto di resistenza o provocazione palestinese è catalogato come una forma o di “terrorismo” o di “incitamento” [all’odio], che non può essere tollerata.

Attualmente ci sono 5.450 prigionieri nelle carceri israeliane, 205 dei quali sono minori e 48 donne. In base ad alcune stime, dall’occupazione israeliana di Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza nel giugno 1967, oltre 800.000 palestinesi sono stati imprigionati nelle carceri israeliane.

Superfluo dirlo, come Israele cerca di mantenere tutta la popolazione palestinese in continua miseria e oppressione, lo stesso fa nei confronti dei prigionieri palestinesi.

Nei mesi scorsi le già terribili condizioni in queste carceri sono ulteriormente peggiorate dopo che il governo israeliano ha annunciato che avrebbe adottato rigide misure nelle prigioni come tecnica di “deterrenza” – una iniziativa che in Israele è stata vista come propaganda elettorale.

“Compaiono in continuazione immagini irritanti di persone che cucinano nelle sezioni dei terroristi. Questa festa è finita”, ha detto a inizio gennaio il ministro israeliano della Sicurezza Pubblica, Gilad Erdan. I suoi progetti comprendono limitazioni all’uso dell’acqua da parte dei prigionieri, il divieto di cucinare in cella e l’installazione di dispositivi di interferenza per bloccare il presunto uso di cellulari entrati di contrabbando.

Quest’ultima misura, in particolare, ha provocato l’indignazione dei prigionieri, poiché quei dispositivi sono stati messi in relazione a gravi dolori alla testa, svenimenti e disturbi duraturi.

A fine gennaio il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) ha compiuto nel carcere militare di Ofer vicino a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, un raid che ha provocato il ferimento di oltre 140 prigionieri palestinesi, alcuni dei quali colpiti da proiettili veri.

A fine marzo anche le prigioni di Naqab, Ramon, Gilboa, Nafha e Eshel sono state oggetto di incursioni, che hanno causato molti feriti tra i prigionieri palestinesi. La rabbia è esplosa e il 7 aprile centinaia di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno lanciato uno sciopero della fame di massa che è terminato otto giorni dopo in seguito a un accordo tra i prigionieri palestinesi e l’IPS.

In mezzo al baccano preelettorale in Israele, questa notizia è stata ampiamente ignorata dai media internazionali, che si sono invece focalizzati sulla dichiarazione del presidente USA Donald Trump sulle Alture del Golan e sulla promessa del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di annettere la Cisgiordania.

Invece per i palestinesi, la maggior parte dei quali soffre per avere un parente nelle carceri israeliane, tenuto in condizioni che violano i requisiti minimi del diritto internazionale e umanitario, questo è stato un grave motivo di preoccupazione e anche di rabbia. I palestinesi sanno che dietro ai numeri e alla propaganda israeliana che definisce questi uomini, donne e minori come “terroristi” vi sono tragiche storie umane di sofferenza e tenacia.

Una di queste storie è quella del giornalista palestinese Mohammed al-Qiq, marito della coautrice di questo articolo, Fayha Shalash.

Al-Qiq lavorava come corrispondente della rete di informazioni saudita Al-Majd, occupandosi della Cisgiordania. I suoi reportage televisivi relativi all’esecuzione da parte dell’esercito israeliano di presunti aggressori palestinesi nel corso di quella che è stata chiamata la rivolta di Al-Quds hanno ricevuto molta attenzione in tutto il Medio Oriente e gli hanno procurato molta ammirazione tra i palestinesi.

A causa del suo lavoro è stato giudicato una “minaccia” dallo Stato israeliano e nel novembre 2015 è stato arrestato. Questa è la sua storia.

Seppellitemi nella tomba di mia madre’

Sabato 21 novembre 2015, un mese e mezzo dopo l’inizio della rivolta di Al- Quds, i soldati israeliani hanno fatto irruzione in casa nostra. Hanno sfondato la porta d’ingresso della nostra modesta casa e sono entrati. È stata la scena più spaventosa che si possa immaginare. Nostra figlia di un anno, Lour, si è svegliata e ha incominciato a piangere. Mentre Mohammed veniva bendato e ammanettato, Lour continuava ad abbracciarlo e accarezzarlo.

Per fortuna Islam, che allora aveva tre anni, dormiva ancora. Sono felice di questo perché non volevo che vedesse suo padre portato via dai soldati in un modo così violento.

Al mattino ho dovuto dirgli che suo padre era stato portato via; mentre cercavo di spiegargli, gli tremavano le labbra e il suo viso aveva una smorfia di paura e di dolore che nessun bambino dovrebbe mai provare.

Era la quarta volta che Mohammed veniva arrestato. Il primo arresto fu nel 2003, quando è stato detenuto per un mese; poi nel 2004 è stato nuovamente arrestato e detenuto per 13 mesi e nel 2008 è stato condannato da un tribunale israeliano a 16 mesi di prigione per le sue attività politiche e per il suo impegno nel Consiglio studentesco dell’università di Birzeit.

Poi Mohammed è stato portato nel famigerato centro di detenzione Al-Jalameh per l’interrogatorio. Non gli è stato permesso di vedere un avvocato fino al ventesimo giorno di detenzione. È stato torturato fisicamente e psicologicamente e gli è stato ripetutamente chiesto di firmare una falsa confessione [in cui ammetteva] di essere impegnato in “istigazione attraverso mezzi di informazione”, cosa che ha rifiutato di fare.

Abbiamo saputo che la sua detenzione è stata prorogata diverse volte, ma non avevamo nessun’altra notizia da lui. Le nostre richieste di visita in quanto familiari sono state respinte e tutto ciò che potevamo fare era aspettare e pregare.

A inizio dicembre mi sono imbattuta in una notizia riportata online, secondo cui mio marito aveva iniziato uno sciopero della fame. Ho immediatamente telefonato all’Associazione dei Prigionieri, una Ong nata nel 1993 per sostenere i prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, e per pura fortuna sono riuscita a contattare un avvocato di nome Saleh Ayoub che aveva visto Mohammed in tribunale. Mi ha detto che mio marito veniva processato a porte chiuse, il che significa che né la sua famiglia né il suo avvocato erano stati informati del processo.

Mentre Mohammed veniva riportato in cella, si è avvicinato a Ayoub ed è riuscito a dirgli queste parole: “Sono il prigioniero Mohammed al-Qiq. Dite alla mia famiglia e ai media che sto facendo uno sciopero della fame. Attualmente sono in arresto a Al-Jalameh.”

Quando ho sentito ciò, mi sono molto spaventata. Nella mia famiglia non abbiamo mai fatto questa esperienza. Non comprendevo del tutto le conseguenze di una tale decisione, ma ho deciso di appoggiare mio marito. 

Per mesi ho seguito ogni associazione per i diritti umani che potesse aiutarmi a ottenere qualche informazione sulla salute mentale e fisica di Mohammed. Gli israeliani non avevano prove contro di lui, ma continuavano a trattenerlo, nonostante la sua salute andasse peggiorando. Quando ha incominciato ad avere emorragie e a non reggersi più in piedi è stato trasferito all’ospedale del carcere di Ramleh.

A nessuno è stato permesso di visitarlo nell’ospedale del carcere, né a noi né alla Croce Rossa. Il caso di Mohammed non è l’unico, in quanto Israele consente il completo isolamento di ogni prigioniero che faccia uno sciopero della fame.

Mohammed è diventato ancor più determinato a portare avanti il suo sciopero della fame quando il tribunale israeliano lo ha condannato a sei mesi di “detenzione amministrativa”, che significa che loro non avrebbero potuto sostenere le accuse contro mio marito con alcuna prova tangibile, ma rifiutavano di liberarlo. L’ordine di detenzione amministrativa è rinnovabile fino a tre anni.

Per me è stata una corsa contro il tempo. Dovevo fare in modo che il mondo mi ascoltasse, ascoltasse la storia di mio marito, perché si facesse sufficiente pressione su Israele perché lo liberasse. Temevo che potesse essere troppo tardi, che Mohammed morisse prima che quel messaggio risuonasse in tutta la Palestina e nel mondo.

Dato che la sua salute continuava a peggiorare, è stato portato all’ospedale di Afouleh, dove hanno cercato di alimentarlo a forza. Lui si è rifiutato. Quando hanno tentato di alimentarlo con una flebo, si è strappato l’ago dal braccio e lo ha gettato a terra. Conosco mio marito, per lui la vita senza libertà non vale la pena di essere vissuta.

Dopo un mese di sciopero della fame Mohammed ha cominciato a vomitare bile gialla e sangue. Il dolore al ventre e alle articolazioni e le continue emicranie erano insopportabili. Nonostante tutto questo, continuavano a legarlo al letto d’ospedale. Il suo braccio destro ed entrambi i piedi erano bloccati agli angoli del letto da pesanti ferri. È stato lasciato così per tutto il tempo.

Sentivo che Mohammed stava per morire. Ho cercato di spiegare a mio figlio che suo padre rifiutava il cibo per lottare per la sua libertà. Islam continuava a ripetere: “Quando crescerò, lotterò contro l’occupazione”. Lour sentiva la mancanza del padre ma non capiva niente. Quando combattevo per la libertà del loro papà, non avevo altra scelta che stare lontana da loro per lunghi periodi. La nostra famiglia era spezzata.

Il 4 febbraio 2016 Mohammed è entrato nel 77mo giorno di sciopero della fame. In seguito alla pressione popolare ed internazionale, ma soprattutto a causa dell’irremovibile volontà di Mohammed, l’occupazione israeliana è stata costretta a sospendere l’ordine di “detenzione amministrativa”. Ma per Mohammed non era abbastanza.

Con questa mossa, l’occupazione israeliana intendeva mandare un segnale che la crisi era stata scongiurata, nel tentativo di ingannare i media e il popolo palestinese. Ma Mohammed non ne voleva sapere, voleva essere lasciato libero, perciò ha proseguito lo sciopero per altre settimane.

In quel momento mi è stato dato il permesso di fargli visita, ma ho deciso di no, per non dare l’impressione che tutto adesso andasse bene, giocando inavvertitamente a favore della propaganda israeliana.

È stata la decisione più difficile che abbia mai dovuto prendere, stare lontana dall’uomo che amo, dal padre dei miei figli. Ma sapevo che se lui avesse visto me o i bambini si sarebbe troppo emozionato, o peggio ancora avrebbe potuto avere un crollo fisico ancor più grave. Ho mantenuto l’impegno di sostenerlo nella sua decisione fino alla fine.

A un certo punto ho pensato tra me che Mohammed non sarebbe mai più tornato e sarebbe morto in prigione.

Era così legato ai nostri figli. Li amava con tutto il cuore e cercava di passare il maggior tempo possibile con loro. Giocava con loro, li portava entrambi a passeggiare intorno alla casa o nei dintorni. Perciò quando la sua morte è diventata una reale possibilità, mi sono chiesta che cosa avrei detto loro, come avrei risposto alle loro domande quando fossero cresciuti senza un padre e come avrei potuto andare avanti senza di lui.

Quando è arrivato all’ottantesimo giorno di sciopero della fame, il suo corpo ha cominciato ad avere convulsioni. Ho saputo in seguito che questi spasmi involontari erano molto dolorosi. Ogni volta che sopraggiungevano, lui recitava la Shahada [la professione di fede nell’Islam, ndtr.] – “Non c’è altro dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo profeta” – in previsione della sua morte.

Consapevole di ciò che sembrava essere la sua inevitabile morte, Mohammed ha scritto un testamento di cui io non ero a conoscenza. Mi è crollato il mondo addosso quando ho ascoltato le parole del suo testamento lette in televisione:

“Mi piacerebbe vedere mia moglie e i miei bambini, Islam e Lour, prima di morire. Voglio solo essere sicuro che stiano bene. Vorrei anche che l’ultima preghiera per il mio corpo fosse recitata nella moschea Durra. Per favore seppellitemi nella tomba di mia madre, in modo che lei possa prendermi in braccio come faceva quando ero bambino. Se questo non si può fare, per favore seppellitemi il più vicino possibile a lei.”

Durante il suo sciopero della fame le fotografie dei bambini sono rimaste accanto al letto d’ospedale di Mohammed. “I miei bambini si ricordano di me?”, soleva chiedere a chiunque lo andasse a trovare.

Alla fine, la sua determinazione si è dimostrata più forte dell’ingiustizia dei suoi aguzzini. Il 26 febbraio 2016 è stato annunciato che era stato raggiunto un accordo tra il Comitato dei Prigionieri Palestinesi che rappresentava Mohammed e l’amministrazione penitenziaria israeliana. Mio marito sarebbe stato rilasciato il 21 maggio dello stesso anno.

Mohammed ha ottenuto la libertà dopo 94 giorni di sciopero della fame. Ha dimostrato al mondo di non essere un terrorista come sostenevano gli israeliani e di essere stato punito per aver semplicemente informato il mondo delle sofferenze del suo popolo. Grazie alla sua inflessibile resistenza le autorità militari israeliane sono state costrette a cancellare tutte le accuse contro di lui.

L’incarcerazione di Mohammed rimane un ricordo doloroso, ma anche una grande vittoria per i palestinesi di ogni luogo. Quando è entrato in carcere Mohammed pesava 99 chili; quando ha terminato lo sciopero della fame ne pesava solo 45. Il suo corpo era ridotto a pelle ed ossa. La sua struttura atletica era collassata su sé stessa, ma il suo spirito ha continuato a crescere, come se più fisicamente debole si sentisse, più diventasse forte la sua volontà.

Quando sono andata a trovarlo coi nostri figli una settimana dopo la fine del suo sciopero, non l’ho riconosciuto. Ho pensato di essere entrata nella stanza sbagliata, ma quando mi sono avvicinata ho visto i suoi begli occhi amorevoli, l’ ho abbracciato e ho pianto.

Mohammed è stato rilasciato alla data concordata, ma è stato nuovamente arrestato otto mesi dopo. Ha immediatamente iniziato un altro sciopero della fame che è durato 33 giorni.

Oggi Mohammed è libero, ma parla ancora della prigione e la nostra famiglia non ha ancora superato il trauma che abbiamo subito. Islam è preoccupato che suo padre possa essere nuovamente arrestato di notte. Gli dico di non preoccuparsi, ma io stessa sono terrorizzata da quella possibilità. Sogno il giorno in cui non avrò più paura di poter perdere mio marito.

Rivivo anche quella straziante esperienza tutte le volte che un prigioniero palestinese inizia un altro sciopero della fame. So che non è una decisione facile mettere in gioco la propria vita, rischiare tutto per ciò in cui si crede. Gli scioperi della fame non comportano solo un alto prezzo per i corpi e le menti dei prigionieri. Anche le loro famiglie e le loro comunità devono sopportare gran parte di quel pesante fardello.

Mi sento accanto a tutti loro e prego dio che tutti i nostri prigionieri vengano presto liberati.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Fayha Shalash è una giornalista palestinese che vive nella città di Birzeit in Cisgiordania.

Ramzy Baroud è un giornalista noto a livello internazionale, consulente di media e scrittore.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Perché il sionismo è sempre stato un’ideologia razzista

Asa Winstanley

20 aprile 2019, Middle East Monitor

Questa settimana il ministro ombra laburista della Giustizia Richard Burgon si è rammaricato per aver affermato qualche anno fa in un discorso che il sionismo è il “nemico della pace”. Non avrebbe dovuto scusarsi. Le sue considerazioni del 2014 erano un semplice dato di fatto storico, ed avrebbe dovuto difenderle.

I sionisti liberal e “di sinistra” affermano che il governo sempre più di estrema destra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è una “degenerazione” del cosiddetto sogno sionista. Ci viene detto che questa progetto rappresenta un paradiso egualitario per i popoli ebraici oppressi del mondo.

Si tratta di una fantasia antistorica.

Il movimento per creare uno “Stato ebraico” in Palestina – un Paese per la stragrande maggioranza non ebreo – fu, fin dalla sua ideazione, un progetto esclusivista e razzista. Dai suoi primi giorni il sionismo è stato permeato degli stessi atteggiamenti razzisti di altri movimenti europei di colonialismo di insediamento. In realtà la concezione progressista sionista di eguaglianza all’interno della Palestina esclude gli arabi palestinesi, il popolo indigeno del territorio. Una simile cecità intenzionale è una caratteristica comune dei movimenti colonialisti. Come l’illustre studioso palestinese Nur Masalha ha spiegato decenni fa nel suo studio magistrale “Espulsione dei palestinesi”, in realtà il movimento sionista ha compreso che effettivamente c’era già una popolazione che viveva in Palestina. Tuttavia scelse di non vedere queste persone come esseri umani a pieno titolo degni degli stessi diritti dei coloni ebrei.

Masalha ha scritto che l’ignobile slogan del sionista dei primordi Israel Zangwill “una terra senza popolo per un popolo senza terra” non era inteso come un giudizio demografico letterale. I sionisti “non intendevano dire che non ci fosse un popolo in Palestina, ma che non c’era un popolo degno di essere preso in considerazione all’interno del quadro di concezioni della supremazia europea che all’epoca dominavano incontrastate.”

Questi concetti di suprematismo bianco, che in quel periodo per le élite europee erano indiscutibili, erano una caratteristica comune dei progetti colonialisti di ogni tipo. Come avrebbe quindi potuto essere diverso per il sionismo?

La risposta è che non lo era, indipendentemente da quanta immagine “di sinistra” i sionisti laburisti abbiano inserito nel loro movimento colonialista. Dopo tutto i movimenti laburisti dell’Europa occidentale nelle metropoli coloniali erano spesso esplicitamente di orientamento favorevole all’impero; probabilmente nessuno più del partito laburista britannico. In realtà la storia dell’appoggio ad alcuni dei fondamentali diritti umani dei palestinesi da parte di Jeremy Corbyn rappresenta una rottura storica con la lunga serie praticamente ininterrotta di virulente politiche anti-palestinesi del partito laburista.

Prendete per esempio Richard Crossman, ministro del governo di Harold Wilson negli anni ’60 e in seguito editorialista del “New Statesman” [rivista politica inglese di sinistra, ndt.]. All’epoca era una figura di spicco della sinistra laburista, eppure in tutto il partito era uno dei più fanatici tra i sionisti. Nel 1959, in una conferenza in Israele, affermò che “nessuno, fino al XX° secolo, aveva seriamente messo in dubbio” il “diritto” o il “dovere” di quello che definì “l’uomo bianco” in Africa e nelle Americhe “di civilizzare questi continenti con la loro occupazione fisica, anche a costo di spazzare via la popolazione nativa.”

In altre parole, il genocidio.

Crossman lamentò inoltre che “i coloni ebrei” in Palestina non avessero “raggiunto la maggioranza prima del 1914,” e che i palestinesi “li vedessero come ‘coloni bianchi’, venuti ad occupare il Medio Oriente.” Si noti che questo decano della sinistra laburista non condannava “i coloni bianchi” che di fatto avevano occupato la Palestina con la forza cacciando la popolazione indigena. Si rammaricava solo che i palestinesi avessero riconosciuto il movimento sionista per quello che realmente era e quindi vi si fossero opposti.

Non c’è quindi da stupirsi che il governo laburista del 1945 avesse, come parte del proprio programma elettorale, un punto che chiedeva esplicitamente la pulizia etnica dei palestinesi dalla Palestina per far posto a uno “Stato ebraico”. Il documento sosteneva che in Palestina “il trasferimento di popolazione è una necessità. Che gli arabi siano incoraggiati ad andarsene, e che vi entrino gli ebrei.”

Il documento andò persino oltre, invocando la futura espansione dei confini del previsto “Stato ebraico” con l’annessione di parti della Transgiordania, dell’Egitto o della Siria “attraverso un accordo”. In realtà, l’Egitto e il futuro Stato di Giordania all’epoca erano regimi fantoccio della Gran Bretagna.

Ben Pimlott, biografo dell’ex-ministro delle Finanze Hugh Dalton, descrisse questa posizione come “ultra sionismo” – moderato rispetto a un progetto ancora più estremista che lo stesso Dalton avrebbe preferito e che chiedeva di “aprire la Libia o l’Eritrea alla colonizzazione ebraica, come satelliti o colonie della Palestina.”

Non dovrebbe quindi sorprendere che Dalton fosse, come molti colonialisti, un razzista esplicito. Utilizzò un linguaggio apertamente segnato dall’odio nei confronti delle persone di colore e degli ebrei, deridendo un deputato del partito Laburista che era ebreo per la sua presunta “ideologia”.

Allora come adesso il sionismo spesso e volentieri è andato mano nella mano con l’antisemitismo. Molti razzisti bianchi che detestano gli ebrei spesso non hanno avuto nessun problema con il concetto di “Stato ebraico” in Palestina – dopotutto esso prospetta la cancellazione degli ebrei dall’Europa.

Come ha scritto, pur negando di essere un antisemita, il presunto autore dei massacri nella moschea di Christchurch nel suo “manifesto”: “Un ebreo che vive in Israele non è un mio nemico, finché non cerca di sovvertire o danneggiare il mio popolo (bianco).”

Per tutte queste ed altre ragioni, il sionismo è sempre stato un movimento razzista – e non lo è stato meno nella sua versione “sionista laburista”.

Oggi il sionismo laburista è morto come forza politica all’interno della Palestina occupata. Il partito Laburista – i cui predecessori politici fondarono lo Stato di Israele e nel 1948 perpetrarono la Nakba, in cui 750.000 palestinesi vennero espulsi con la forza – ora è relegato a una manciata di sei seggi nella Knesset [il parlamento israeliano, ndt.].

La principale utilità del laburismo sionista per il complessivo movimento sionista è in quanto arma ideologica contro la sinistra globale e il movimento di solidarietà con la Palestina in tutto il mondo, come si vede nel ruolo divisivo che gruppi come il “Jewish Labour Movement” [Movimento Ebraico Laburista] (JLM) e i “Labour Friends of Israel” [Amici Laburisti di Israele] hanno giocato nella lunga campagna contro Jeremy Corbyn.

Come ha spiegato un importante leader di JLM lo stesso mese in cui Corbyn è stato eletto per la prima volta segretario del partito Laburista britannico nel 2015: “Abbiamo costruito un forte discorso politico, radicato nella politica della sinistra e utilizzato nel suo stesso cortile di casa.” Questo progetto è stato messo in atto in modo che “la questione di Israele” non fosse “persa per definizione”. La crisi dell’“antisemitismo” nel partito Laburista è, in realtà, una campagna di razzisti per diffamare in quanto “razzisti” gli anti-razzisti.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come Israele è stato assolto per le violazioni dei diritti delle donne palestinesi

Yara Hawari

8 marzo 2019, Al Jazeera

Dagli accordi di Oslo sono stati fatti sistematici tentativi di de-politicizzare l’attivismo per i diritti delle donne in Palestina

Benché la Giornata Internazionale della Donna abbia le proprie radici nei movimenti di base rivoluzionari e anti-capitalisti delle donne, nel Sud del mondo la sua celebrazione è appannaggio di settori dell’ONU e delle Ong. L’occasione è spesso sfruttata per rafforzare certe narrazioni di sviluppo dei diritti delle donne e per raccogliere fondi per i progetti.

In Palestina quest’anno le agenzie ONU, varie organizzazioni internazionali e Ong locali hanno lanciato una campagna durata una settimana chiamata “I miei diritti, il nostro potere”, intesa a “sensibilizzare sui diritti umani fondamentali delle donne” e in particolare sulla violenza domestica. Si è concentrata su cinque aree di interesse: il diritto ad una vita senza violenza, il diritto ad avere giustizia, il diritto a chiedere aiuto, il diritto a pari opportunità e il diritto alla libertà di scelta.

Tuttavia nel messaggio della campagna gli organizzatori hanno fatto una palese omissione: non hanno menzionato l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza come il principale fattore che contribuisce alle violazioni dei diritti commesse contro le donne palestinesi. Le parole “occupazione” o “Israele” non si trovano da nessuna parte nel comunicato stampa e nei materiali della campagna.

Quindi, dovremmo credere che le donne palestinesi siano in grado di ottenere giustizia e una vita libera dalla violenza nel contesto di un continuo progetto israeliano di pulizia etnica e di cancellazione di una cultura?

Chiaramente questa omissione non è un errore o una svista, ma riflette piuttosto una tendenza evidente nel discorso della comunità internazionale di aiuti e donatori che parla di “problemi” e “barriere” nel campo dei diritti delle donne come se tutto ciò avvenisse in un vuoto politico.

In Palestina questa tendenza si è acuita dopo gli accordi di pace di Oslo, che sono serviti da catalizzatore della de-politicizzazione della Palestina. Venticinque anni fa Oslo introdusse una nuova cornice per la “pace” e la “costruzione dello Stato”, che non solo ha danneggiato il progetto di liberazione dei palestinesi, ma ha anche innescato una fondamentale trasformazione della società civile palestinese.

In base a questa nuova cornice, l’aiuto internazionale è stato convogliato in Palestina e utilizzato per de-politicizzare sistematicamente la società civile, rendendola dipendente da finanziamenti esterni e obbligandola a seguire l’agenda dei donatori stranieri.

Mentre questo processo di “ong-izzazione” ha smobilitato molti gruppi all’interno della società palestinese, le donne sono risultate particolarmente colpite. Anche le tendenze patriarcali all’interno delle istituzioni palestinesi hanno contribuito al processo di esclusione delle donne dalla sfera pubblica, compresa quella politica.

La de-politicizzazione delle donne è particolarmente evidente nell’uso del lessico successivo a Oslo sui diritti delle donne in Palestina. Le agenzie ONU e altre organizzazioni internazionali hanno intenzionalmente attribuito una definizione limitata a molti dei concetti riguardanti i diritti umani e l’attivismo. Un esempio è il termine “empowerment” [emancipazione, autoaffermazione, ndt.], che in apparenza sembra rivoluzionario, ma nel contesto dei progetti guidati dalle Ong e nel dibattito pubblico è quasi sempre limitato alla sfera socio-economica.

In pratica, il settore delle Ong non parla mai di emancipazione politica delle donne palestinesi, che potrebbe rafforzare la loro capacità di resistere alla violenza di genere e colonialista israeliana.

Dalla sua fondazione nel 1948 il regime israeliano ha costantemente e sistematicamente utilizzato l’oppressione di genere contro le donne palestinesi, in particolare contro quelle attive in politica.

La sua strategia include maltrattamenti, minacce di violenza e incarcerazione – quest’ultima è il modo più efficace di punire la politicizzazione.

Le donne palestinesi che sfidano attivamente l’occupazione israeliana e rifiutano di essere cooptate dal sistema politico ufficiale palestinese creato agli accordi di Oslo, come la deputata Khalida Jarrar [membro del parlamento dell’ANP e del gruppo della resistenza marxista FPLP, ndt.], che è stata in carcere per 20 mesi senza processo, e la poetessa Dareen Tartour, condannata a cinque mesi di prigione per aver scritto una poesia, sono presto diventate bersagli delle forze di sicurezza israeliane.

Gli interrogatori da parte di soldati o forze di sicurezza israeliani spesso includono molestie sessuali o minacce di violenza sessuale per fare pressione sulle donne e ragazze affinché firmino confessioni o diano informazioni.

Lo scorso anno un video filtrato clandestinamente ha mostrato l’adolescente palestinese Ahed Tamimi, arrestata per aver preso a schiaffi un soldato israeliano, sottoposta a maltrattamenti durante un interrogatorio.

Sfortunatamente le violazioni dei diritti delle donne palestinesi sono state accettate come una cosa della vita e quelli che dovrebbero garantire che questi diritti vengano rispettati sono diventati complici proprio delle loro violazioni.

Mentre le donne palestinesi dovrebbero essere messe nelle condizioni di combattere il patriarcato interno, soprattutto nella sfera privata, è indubitabile che la violenza di genere è intrinsecamente legata al regime israeliano che controlla la maggior parte degli aspetti della vita palestinese.

La comprensione del ruolo distruttivo che il colonialismo di insediamento israeliano gioca nelle vite delle donne palestinesi non assolve comunque la società palestinese nel suo complesso per il suo ruolo nell’oppressione delle donne.

L’incapacità a riconoscere come le strutture del potere colonialista e patriarcale si sovrappongano e siano al contempo complici nella persecuzione di donne e uomini palestinesi ha notevolmente limitato il progresso dei diritti delle donne in Palestina. In questo contesto faremmo bene a ricordarci che il femminismo radicale è stato fondato da donne di colore che hanno imposto una comprensione articolata e ricca di sfumature dell’oppressione femminile che è insita nel colonialismo, nelle strutture della gerarchia razziale, nella classe e nel capitalismo. È solo con questa consapevolezza in mente che possiamo sperare di smantellare l’oppressione delle donne in Palestina e nel resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Yara Hawari è l’esperta di politica palestinese di Al-Shabaka, la rete politica palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Palestina: una storia di quattromila anni

Palestine: A Four Thousand Year History [Palestina: una storia di quattromila anni]

Autore: Nur Masalha

Data di pubblicazione: agosto 2018, Editore: Zed Books, 458 pagine

Recensione di Ramona Wadi – 30 ottobre 2018, Middle East Monitor

L’ultimo libro di Nur Masalha, “Palestine: A Four Thousand Year History” [Palestina: una storia di quattromila anni] (Zed Books, 2018) presenta un’accurata distinzione tra il ritorno dei palestinesi alla storia e la pretesa rivendicazione sionista – quest’ultima fallita nei suoi sforzi volti a giustificare le proprie pretese dal punto di vista storico. Nell’esame della ricca storia della Palestina, vengono evidenziati i limiti del sionismo e della sua concretizzazione colonialista.

Il fatto di privilegiare narrazioni artificiose sulla storia palestinese documentata ha forgiato la colonizzazione della Palestina. La prima menzione rilevata della Palestina risale a più di 3.200 anni fa. Eppure la maggior parte dell’antica storia della Palestina è ignorata, in linea con l’approccio colonialista che fornisce una visibilità selettiva alla Palestina solo per fondare la cancellazione sionista della popolazione indigena. A sua volta la cancellazione sionista è stata responsabile anche dell’eliminazione, tra le altre sparizioni, della minoranza ebraica di lingua araba in Palestina, per spianare la strada, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, all’identità razziale ed eliminare le varie identità regionali della Palestina. Nella conquista coloniale la cancellazione della Palestina e di tutta la sua eredità da parte del movimento sionista è stata essenziale.

Masalha identifica tre tipologie di scritti sulla Palestina e quello che hanno ottenuto riguardo alla conservazione o alla cancellazione della memoria palestinese. La prima è quella che viene definita come geografia delle sacre scritture, legata agli scritti del colonialismo di insediamento israeliano ed è diffusa dalle élite di potere. Nei nuovi scritti storiografici, la storia palestinese è trattata come un’appendice di quella di Israele e per lo più attribuita agli storici sionisti che confondono colonialismo di insediamento e democrazia. La terza è la storia subalterna della Palestina che privilegia le necessità della Palestina di articolare se stessa.

Attraverso il suo libro, Masalha mostra che la storia dettagliata della Palestina virerebbe certamente verso le narrazioni subalterne. I resoconti cronologici, supportati da molti riferimenti che menzionano la Palestina, preparano il lettore al successivo contrasto con la falsa rappresentazione orientalista e sionista; la prima fornisce a quest’ultima ampio spazio per prosperare, avendo iniziato a sostituire la storia dei nativi con una fantasia auspicata e conveniente.

Nel libro ci sono due principali premesse che mostrano come i concetti palestinesi e sionisti della terra siano fondati rispettivamente su attaccamento e cancellazione. In Palestina, afferma Masalha, “la lotta tra colonizzatore e colonizzato sulla terra, sulla demografia, sul potere e sulla proprietà si è centrata anche sulla rappresentazione, sulla falsa rappresentazione e sull’autorappresentazione.” La rappresentazione palestinese della terra aveva tutta una storia su cui basarsi – non aveva nessuna necessità di inventare qualcosa di nuovo. D’altra parte il mito sionista del ritorno era “costruito sulla cancellazione, sulla non esistenza di un popolo indigeno della Palestina, sulla effettiva espulsione fisica dei palestinesi e sulla loro separazione dalla storia.”

Masalha mostra che, a differenza delle congetture sioniste, la Palestina aveva una moneta propria, un’amministrazione collaudata, un’autonomia provinciale e militare, così come aveva definito propri legami commerciali. Attraverso i diversi periodi storici viene evidenziato che, mentre la Palestina ha subito parecchie trasformazioni – religiose, economiche e sociali –, c’è stata continuità per quanto riguarda la conservazione del territorio palestinese e la sua diffusione nella letteratura, negli scritti di viaggio e nella cartografia. Si potrebbe affermare che la memoria sociale e la geografia politica della Palestina rimangano costanti e la storia documentata attesta questo fatto. Oltretutto c’è la prova della consapevolezza collettiva dei nativi e dell’autorappresentazione tra i palestinesi che, negli anni successivi, avrebbe resistito all’imperialismo britannico e al colonialismo sionista.

Nel libro la discussione su terra, concezioni e false concezioni rivela un graduale contrasto che è messo in luce dall’esame da parte di Masalha del quadro orientalista e dell’imposizione di una narrativa immaginaria della Palestina “come una terra non tanto di storie vissute e memorie condivise di persone comuni, quanto piuttosto di una commemorazione della cristianità occidentale.” L’inesistente storia sionista in Palestina cercava di ignorare una storia documentata. Da qui il nesso tra recupero biblico e intervento colonialista, fino al punto che i palestinesi vennero intenzionalmente rappresentati in modo distorto in Occidente, “come qualcosa che potesse essere compreso e gestito secondo modalità specifiche.”

Le imposizioni che portarono alla colonizzazione sionista erano di natura coercitiva, che negava l’identità locale palestinese e l’emergere della “nuova coscienza territoriale” della Palestina. Masalha si riferisce agli scritti del poeta palestinese Mahmoud Darwish, le cui opere si basano sulla diversa storia dell’essere palestinese e concepiscono l’identità palestinese come “il prodotto di tutte le potenti culture che sono passate attraverso la terra di Palestina.”

Masalha afferma che le narrazioni colonialiste hanno confuso la storia della Palestina con i miti biblici che hanno eliminato la comprensione storica della Palestina e del suo status come entità geopolitica definita fin dall’Età del Bronzo. Una lettura della Palestina da un punto di vista autoctono mostra una sequenza ininterrotta in cui la terra è stata arricchita da diverse culture e nessun tentativo di annullare gli abitanti originari e i loro spazi. Linguisticamente e territorialmente c’è stata una continuità. L’eredità culturale e la coscienza storica palestinesi sono state essenziali anche per formare la sua coscienza nazionale.

Sotto il Mandato britannico e nel periodo successivo, scrive Masalha, “la resistenza attiva alla minaccia esistenziale posta dall’immigrazione sionista e la colonizzazione di insediamento della Palestina durante il periodo mandatario diventarono centrali nella lotta nazionalista palestinese.”

Leggendo il libro ci si rende conto di come l’intricata storia della Palestina, che copre la maggior parte del libro, sia stata rapidamente distrutta dal progetto coloniale sionista; quest’ultimo è presentato negli ultimi capitoli e riecheggia la frenetica colonizzazione del territorio e la sostituzione della popolazione autoctona con coloni di insediamento. Le tre tipologie di scritti identificate da Masalha all’inizio di questo saggio figurano tutte quando la discussione si rivolge alla più recente analisi storica su come il sionismo cristiano abbia rappresentato la narrazione del colonialismo di insediamento e quindi abbia reso la storia subalterna di fondamentale importanza, nonostante lo squilibrio di potere dovuto all’egemonia sionista.

La cancellazione da parte dei sionisti non manca di contraddizioni. Il mito della terra desolata, che Masalha estende per includere la narrazione colonialista della terra i cui abitanti non meritano di essere consultati, si è imbattuta in ostacoli che hanno evidenziato i limiti dello stesso sionismo, come il fatto di dover ebraicizzare i nomi dei villaggi arabi in quanto la tradizione biblica era inadeguata per tener conto delle alterazioni della toponomastica palestinese. Quello che non si poté distruggere è stato alterato o ce ne si è appropriati, quest’ultimo caso inquadrato come eventi naturali o manipolato in un processo selettivo di ricostruzione utile alle politiche di insediamento sionista.

Come per tutti i libri di Masalha, l’attenzione ai dettagli, così come la rigorosa spiegazione, è impeccabile. Ogni lettura o rilettura di questo libro provocherà nuove riflessioni dovute ai diversi temi e alle relative analisi, in particolare riguardanti la separazione, imposta dal sionismo per soddisfare il progetto colonialista, degli autoctoni dalla loro storia. La Palestina è sempre stata in grado di autodefinirsi, mentre il sionismo e Israele si sono sostenuti a vicenda con la rapina, la modificazione, l’appropriazione e la sostituzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Da Marc Lamont Hill ai quaccheri, non è permesso criticare Israele

Jonathan Cook

Venerdì 7 dicembre 2018,Middle East Eye

Il licenziamento di Marc Lamont Hill da parte della CNN e l’indignazione nei confronti di Airbnb e dei quaccheri rivela una totale intolleranza verso le critiche

Per trent’anni il 29 novembre le Nazioni Unite hanno celebrato una giornata annuale di solidarietà con il popolo palestinese. Raramente questo avvenimento ha meritato anche solo un timido accenno da parte dei principali mezzi di comunicazione. Fino alla scorsa settimana.

Marc Lamont Hill, un illustre docente universitario statunitense e commentatore politico della CNN, si è ritrovato sommerso da uno tsunami di critiche per un discorso che ha tenuto alla sede ONU di New York. Ha chiesto la fine dello screditato modello di negoziati interminabili e futili di Oslo sul diritto dei palestinesi ad avere uno Stato – una strategia che è già ufficialmente arrivata a scadenza da due decenni.

Ha proposto di sviluppare al suo posto un nuovo modello di pace regionale basato su un solo Stato che offra uguali diritti a israeliani e palestinesi. Sotto una raffica di critiche secondo cui il suo discorso era antisemita, la CNN lo ha licenziato in tronco.

Il suo licenziamento ripropone recenti polemiche, ampiamente create ad arte per fronteggiare i tentativi da parte di alcune organizzazioni di prendere una posizione più concreta ed etica sul conflitto israelo-palestinese. Sia Airbnb, un sito per la prenotazione di alloggi, che il ramo britannico dei quaccheri, un insieme di movimenti religiosi cristiani, sono stati sommersi da grida di indignazione in risposta alle loro modeste iniziative. Lo scorso mese Airbnb ha annunciato che avrebbe tolto dal suo sito tutte le proprietà situate in Cisgiordania in colonie ebraiche illegali su territorio palestinese. Poco dopo, i quaccheri hanno dichiarato che si sarebbero rifiutati di investire in compagnie che traggano profitto dal furto israeliano di risorse palestinesi nei territori occupati.

Entrambe le iniziative sono pienamente in linea con le leggi internazionali, che vedono il trasferimento della popolazione di una potenza occupante in territori occupati – la fondazione di colonie – come un crimine di guerra. Di nuovo, come per Hill, le due organizzazioni sono state duramente colpite da reazioni ostili, comprese accuse di malanimo e antisemitismo, soprattutto da parte di importanti, presunti progressisti, rappresentanti di gruppi dirigenti ebraici negli USA e in Gran Bretagna.

Ciò che questi tre casi dimostrano è come l’antisemitismo si sia rapidamente esteso a comprendere persino forme estremamente limitate di critica contro Israele e di appoggio ai diritti dei palestinesi. Questa ridefinizione avviene nel momento in cui Israele è guidato dal governo più estremista ed ultranazionalista della sua storia.

Queste due tendenze sono collegate tra loro. I casi in questione rivelano anche la crescente aggressività di una politica identitaria emotiva che è stata ribaltata – depoliticizzata per schierarsi con il forte contro il debole.

Esseri umani inferiori

Delle tre “polemiche”, il discorso di Hill ha proposto la maggiore rottura con l’ortodossia occidentale su come risolvere il conflitto israelo-palestinese – o almeno un’ortodossia definita dagli accordi di Oslo a metà degli anni ’90. Quegli accordi disponevano che, se i palestinesi avessero atteso pazientemente, un giorno Israele avrebbe concesso loro uno Stato su meno di un quarto della loro patria. Circa 25 anni dopo, i palestinesi stanno ancora aspettando e nel frattempo la maggior parte del loro previsto Stato è stata divorata da colonie d’insediamento israeliane.

Nel suo discorso Hill ha messo la spoliazione dei palestinesi da parte del movimento sionista nella corretta prospettiva – sempre più riconosciuta da accademici ed esperti – in quanto progetto colonialista di insediamento.

Ha anche correttamente osservato che la possibilità di una soluzione dei due Stati, se mai sia stata realizzabile, è stata usurpata dalla determinazione israeliana a creare un solo Stato, che privilegia gli ebrei, su tutta la Palestina storica. Nella Grande Israele, i palestinesi sono destinati ad essere trattati come esseri umani inferiori. Hill osserva che la storia suggerisce che c’è solo una possibile soluzione etica a tali situazioni: la decolonizzazione, che riconosca la situazione esistente di uno Stato unico, ma insista su uguali diritti per israeliani e palestinesi.

Invece di sfidare Hill sulla logica inattaccabile del suo discorso, le critiche hanno fatto ricorso a dichiarazioni incendiarie. È stato accusato di utilizzare un linguaggio antisemita – quello utilizzato da Hamas – in riferimento ad un’azione internazionale per garantire “una Palestina libera dal fiume al mare.”

Con un doppio salto di falsa logica, Israele e i suoi sostenitori hanno sostenuto che Hamas utilizza la definizione [“dal fiume al mare”] per dichiarare la propria intenzione genocida di sterminare gli ebrei e che Hill ha ripetuto queste opinioni. Dani Dayan, console generale di Israele a New York, ha definito Hill “un razzista, un fanatico, un antisemita”, e ha paragonato le sue considerazioni a una “svastica dipinta di rosso”.

Ben Shapiro, un analista di Fox News, gli ha fatto eco, sostenendo che Hill ha chiesto “l’uccisione di tutti gli ebrei” nella regione. Allo stesso modo Seth Mandel, caporedattore del Washington Examiner [giornale e sito informativo conservatore, ndtr.] ha sostenuto che Hill avrebbe chiesto un “genocidio degli ebrei”.

Anche l’“Anti-Defamation League” [Lega contro la Diffamazione] (ADL), un’importante e teoricamente progressista organizzazione ebraica che sostiene di appoggiare un trattamento uguale per tutti i cittadini USA, ha stigmatizzato Hill sostenendo: “Queste richieste per [il territorio] ‘dal fiume al mare’ sono appelli a favore della fine dello Stato di Israele.”

Lo slogan del Likud “dal fiume al mare”

Di fatto l’espressione “dal fiume al mare” – in riferimento al territorio tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo – ha una lunga genealogia sia nel discorso israeliano che in quello palestinese. È solo un modo diffuso di riferirsi a una regione denominata un tempo Palestina storica.

Lungi dall’essere uno slogan di Hamas, è utilizzato da chiunque rifiuti la partizione della Palestina e sia a favore di uno Stato unico. Ciò include tutti i vari partiti dell’attuale governo israeliano.

In effetti lo statuto di fondazione del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu prevede esplicitamente un Grande Israele che neghi ai palestinesi qualunque speranza di uno Stato. Utilizza esattamente lo stesso linguaggio: “Tra il mare e il Giordano ci sarà solo la sovranità israeliana.”

Persino dopo che lo statuto è stato modificato nel 1999, in seguito agli accordi di Oslo, esso ha continuato a invocare un Grande Israele, dichiarando che “il fiume Giordano sarà il confine orientale permanente dello Stato di Israele.”

Il modello israeliano di apartheid

La differenza tra la posizione di Hamas e del governo israeliano da una parte e di Hill dall’altra è che Hill propone uno Stato unico che tratti tutti i suoi abitanti come uguali, e non che fornisca l’assetto per la dominazione di un gruppo religioso o etnico sull’altro.

In breve, a differenza di Netanyahu e dei dirigenti israeliani, Hill rifiuta un modello di occupazione permanente e di apartheid. A quanto pare ciò, secondo la CNN e l’ADL , è un delitto passibile di licenziamento.

Invece la CNN ha a lungo avuto tra i suoi collaboratori l’ex senatore USA Rick Santorum, benché costui abbia sostenuto che il territorio dal fiume al mare è “tutta terra israeliana” e usi un linguaggio che suggerisce il genocidio dei palestinesi.

L’assurdità degli attacchi contro Hill dovrebbe essere evidente quando si consideri che molti dei recenti attori principali del processo di pace – dall’ex-primo ministro israeliano Ehud Barak all’ex-segretario di Stato USA John Kerry – hanno avvertito che Israele sta per diventare un regime di apartheid nei confronti dei palestinesi.

Fanno questa previsione proprio perché una serie di governi israeliani ha categoricamente rifiutato di ritirarsi dai territori occupati.

Dato che sotto Donald Trump gli USA hanno abbandonato ogni prospettiva di uno Stato palestinese – realizzabile o meno –, Hill ha semplicemente evidenziato che il re è nudo. Ha descritto una verità che nessuno che possa cambiare la terribile situazione attuale sembra pronto a prendere in considerazione.

Diritto a resistere

Hill è stato anche accusato di antisemitismo perché appoggia metodi di pressione su Israele per porre fine alla sua intransigenza, che ha tenuto i palestinesi sotto occupazione per più di mezzo secolo.

Hill ha messo in evidenza il diritto di un popolo occupato a resistere al proprio oppressore, un diritto che tutte le capitali occidentali hanno ignorato e ora invariabilmente definiscono come terrorismo, persino quando gli attacchi dei palestinesi sono contro soldati israeliani armati che attuano un’occupazione militare.

Ma lo stesso Hill ha sostenuto una resistenza diversa, gandhiana, non violenta e una solidarietà con i palestinesi nella forma del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) – precisamente il tipo di proteste internazionali che contribuì alla decolonizzazione del Sudafrica.

Il boicottaggio trasformato in orco

Negli ultimi anni e sotto la pressione del governo israeliano, i sostenitori dell’occupazione israeliana e gli Stati occidentali hanno trasformato il BDS in orco. La sua fondatezza non viene più dibattuta. Non è presentato come strategia per porre fine all’occupazione e neppure come mezzo per fare pressione su Israele per rendere più liberale un’ideologia che sostiene la supremazia etnica della maggioranza ebraica sul quinto della popolazione israeliana che è palestinese.

Invece si dice che sia una prova di antisemitismo e sempre più, di conseguenza, di volontà genocida. Il fatto che il movimento BDS stia prendendo piede nelle università occidentali e sia stato accettato da un notevole numero di giovani ebrei antisionisti è semplicemente ignorato. Invece la tendenza crescente è di dichiararlo fuorilegge e di trattarlo come preludio al terrorismo.

Quindi il discorso di Hill è stato un attacco diretto ai confini silenziosi del dibattito pubblico, fermamente sorvegliati dai sostenitori di Israele e dagli Stati occidentali per evitare discussioni sensate su come porre fine all’occupazione israeliana e ribadire il diritto dei palestinesi alla dignità e all’autodeterminazione.

La ragione per cui è così importante per i sostenitori di Israele far tacere qualcuno come Hill è che fa riferimento a una palese contraddizione.

Il suo discorso si riferisce precisamente al fatto che il sionismo, l’ideologia dello Stato di Israele, è incompatibile con uguali diritti per i palestinesi nella loro patria storica. Implica che l’occupazione non sia un’aberrazione che ha bisogno di aggiustamenti, ma parte integrante della visione del movimento sionista di “ebraicizzare” la Palestina, della cancellazione della presenza palestinese in accordo con altri progetti di colonialismo di insediamento.

La prova che proteggere le aggressive ambizioni territoriali di Israele da esami più attenti sia il vero obiettivo delle critiche contro Hill – e non le preoccupazioni per una presunta ascesa di un “antisemitismo di sinistra” – è confermata dallo scalpore simile che ha circondato le iniziative veramente modeste prese dei quaccheri del Regno Unito e da Airbnb.

I quaccheri e gli investimenti etici

Alla fine dello scorso mese i quaccheri hanno annunciato che non investiranno più in nessuna impresa che tragga profitto dall’occupazione. L’iniziativa è parte della loro politica di “investimenti etici”, simile al loro rifiuto di investire nelle industrie degli armamenti e dei carburanti fossili.

I quaccheri rappresentano un piccolo gruppo di movimenti cristiani che ha storicamente aperto la strada in ogni epoca all’identificazione delle violazioni dell’etica.

Sono stati importanti nell’opposizione allo schiavismo negli USA e contro l’apartheid in Sudafrica, e hanno vinto il premio Nobel per la pace per il loro lavoro nel salvare ebrei e cristiani dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ciò ha incluso l’organizzazione del” Kindertransport” [lett.: trasporto di bambini, ndtr.] che portò 10.000 minori, per lo più ebrei, in Gran Bretagna.

Quindi non c’è da stupirsi che prendano l’iniziativa – che altre chiese inglesi sono state troppo timorose ad adottare – di penalizzare le imprese che traggono profitto dalla sottomissione e oppressione dei palestinesi nei territori occupati.

In effetti, invece di criticare i quaccheri inglesi per il boicottaggio di queste industrie, ci si potrebbe giustamente stupire perché ci abbiano messo tanto tempo per agire. Dopotutto l’occupazione militare israeliana esiste – così come cresce la sua progenie maledetta, le colonie, – da più di cinquant’anni. Le sue terribili violazioni sono ben documentate.

Importare divisione

Ma neppure il fatto che i quaccheri abbiano più volte dimostrato di essere dalla parte giusta della storia ha scosso le certezze delle organizzazioni ebraiche britanniche nel denunciare la congregazione. La più importante è stato il Board of Deputies [Consiglio dei Deputati], che rivendica a gran voce per se stesso lo status di rappresentante della comunità ebraica in Gran Bretagna.

Proprio per questa ragione i suoi continui attacchi contro il leader del partito Laburista Jeremy Corbyn, accusato di antisemitismo, sono stati considerati attendibili dai mezzi di comunicazione britannici.

Ma il Board ha dimostrato la sua vera natura con la denuncia contro i quaccheri, insinuando che la loro posizione sia stata motivata non dall’etica ma dall’antisemitismo. Ignorando la lunga storia dei quaccheri nel prendere posizioni etiche, il nuovo presidente eletto Marie van der Zyl ha sostenuto che Israele è stato “preso espressamente di mira” e che la dirigenza dei quaccheri ha un approccio “ossessivo e con i paraocchi.”

Paradossalmente ha accusato i quaccheri di rifiutarsi di “affrontare i pregiudizi e di promuovere la pace nella regione.” Invece i leader dei quaccheri hanno “scelto di importare un conflitto divisivo nel nostro Paese.” Di fatto sono il Board e altre importanti organizzazioni ebraiche che hanno importato questa stessa divisione in Gran Bretagna e negli USA, legando esplicitamente la loro identità ebraica alle azioni del terribile colonialismo di insediamento israeliano. I quaccheri stanno mettendo in evidenza che in un conflitto in cui una parte, Israele, è notevolmente più forte, non ci può essere una soluzione finché la parte più forte non dovrà far fronte a una pressione concreta.

D’altra parte il Board vuole intimidire e mettere a tacere i quaccheri proprio perché Israele possa così continuare ad essere libero di opprimere i palestinesi e rubare la loro terra attraverso l’espansione delle colonie. Non sono i quaccheri che sono antisemiti. Sono le principali organizzazioni ebraiche come il Board of Deputies che sono indifferenti – o addirittura tifose– di fronte a decenni di brutalità israeliana verso i palestinesi.

Il ruolo di Airbnb nell’aiutare i coloni

Allo stesso modo Airbnb è stato bombardato da critiche quando ha promesso il passo ancora più limitato di togliere dal suo sito circa 200 proprietà che si trovano nelle colonie in Cisgiordania che violano le leggi internazionali. Anzi, alcune di queste sono costruite in violazione anche delle leggi israeliane, benché Israele non faccia assolutamente alcun tentativo di applicare tali leggi contro i coloni.

Fino a poco tempo fa era ampiamente ammesso che le colonie sono un ostacolo insuperabile nel risolvere il conflitto israelo-palestinese attraverso una soluzione dei due Stati. Oltretutto le colonie, era sottinteso, per garantirne la protezione ed espansione, richiedevano una violenza ancora maggiore contro la popolazione nativa palestinese.

In fin dei conti questa è proprio la ragione per cui le leggi internazionali vietano di trasferire la popolazione di una potenza occupante nei territori occupati.

Airbnb stava chiaramente aiutando questi coloni illegali, creando una maggiore convenienza economica per gli ebrei a vivere su terra palestinese rubata. Questa motivazione economica è stata fondamento secondario di un’azione legale presentata negli USA la scorsa settimana da famiglie di coloni che sostengono si tratti di “una discriminazione religiosa.”

In realtà la decisione dell’impresa di abbandonare la Cisgiordania è stata il minimo che ci si potesse aspettare da loro. Malgrado ciò, anche così hanno fatto in modo di escludere dalla cancellazione le colonie ebraiche nella Gerusalemme est occupata, benché costituiscano la maggior parte della popolazione di coloni ebrei che utilizzano Airbnb.

Il doppio standard dell’ADL

Nonostante la mossa di Airbnb sia stata debole e molto in ritardo, essa è stata ancora una volta definita antisemita da importanti organizzazioni ebraiche negli USA, non ultima l’ADL.

L’ADL sostiene di “garantire la giustizia e un trattamento equo per tutti i cittadini,” una delle ragioni per cui ha avuto un ruolo attivo nel lottare per i diritti civili dei neri americani nell’epoca delle leggi Jim Crow [regole che imponevano la segregazione razziale negli Stati del Sud, ndtr.]. Ma come molte altre importanti organizzazioni ebraiche, le sue azioni dimostrano che, quando si tratta di Israele, essa è in realtà guidata da un progetto tribale, etnico, piuttosto che universale e basato sui diritti umani.

Invece di accogliere positivamente l’azione di Airbnb, ancora una volta ha sfruttato e degradato il significato di antisemitismo per proteggere Israele dalla pressione affinché ponga fine ai continui soprusi nei confronti dei palestinesi e al furto delle loro risorse.

Ha accusato l’impresa di “doppio standard” per non aver applicato la stessa politica a “Cipro settentrionale, in Tibet, nella regione del Sahara occidentale e in altri territori in cui un popolo è stato espulso.” Come ha evidenziato il commentatore di Forward [storico giornale della comunità ebraica americana, ndtr.] Peter Beinart, questo argomento è quantomeno ipocrita: “Non è stato colpevole l’ADL di ‘doppio standard’ quando i suoi dirigenti hanno marciato per i diritti civili degli afroamericani ma non per gli indiani americani, i cui diritti civili non sono stati garantiti dalle leggi federali fino al 1968?”

Israele costantemente sotto esame

Ciò che questi tre casi evidenziano è che, proprio quando le pessime intenzioni di Israele verso i palestinesi sono diventate ancor più esplicite e trasparenti, lo spazio ufficialmente consentito per criticare Israele ed appoggiare la causa palestinese viene deliberatamente e aggressivamente ridotto.

In un’epoca di telefoni con la telecamera, notizie che scorrono per 24 ore e reti sociali, Israele si trova sottoposto come mai prima a un controllo accurato e quotidiano. La sua dipendenza di lunga data dall’appoggio colonialista, la sua fondazione basata sul peccato della pulizia etnica, il razzismo istituzionalizzato che la minoranza di cittadini palestinesi deve affrontare, la sfrontata brutalità e la violenza strutturale della sua occupazione durata 51 anni sono largamente comprese, più di quanto fosse possibile anche solo un decennio fa.

Ciò è avvenuto nello stesso momento in cui altre gravissime ingiustizie storiche – contro le donne, le persone di colore, i popoli indigeni e la comunità LGBT – sono state messe in evidenza con l’adozione di un nuovo tipo di politiche identitarie popolari.

Negare ciò che è lampante

Israele dovrebbe essere chiaramente messo dalla parte di chi sbaglia in questa storia, eppure i governi occidentali e le principali organizzazioni ebraiche lo stanno risolutamente aiutando a negare ciò che è lampante, ribaltando quindi la realtà.

Pochi anni fa solo i più fanatici sostenitori di Israele sostenevano apertamente che l’antisionismo equivalesse ad antisemitismo. Ora gli antisionisti e i movimenti di solidarietà come il BDS sono acriticamente identificati nel discorso generale non solo come antisemiti, ma anche implicitamente come forma di terrorismo contro gli ebrei.

Il diritto dei palestinesi alla dignità e alla liberazione dal dominio oppressivo di Israele è di nuovo subordinato al diritto di Israele a perseguire incontrastato il suo progetto di colonialismo di insediamento – di espellere e sostituirsi alla popolazione nativa palestinese.

Non solo questo, ma ogni forma di solidarietà con i palestinesi oppressi è identificata come antisemitismo, solo perché i dirigenti ebrei negli USA e in GB hanno un asso nella manica: il diritto superiore a identificarsi con il progetto di colonialismo di insediamento israeliano e a essere al riparo da ogni critica alla loro posizione.

In questa forma profondamente perversa di politica identitaria, i diritti dello Stato di Israele, che possiede armi nucleari, e dei suoi sostenitori all’estero sono diventati armi a danno dei diritti della debole, dispersa, colonizzata e marginalizzata comunità palestinese.

Per decenni i sostenitori di Israele hanno ammesso che Israele avrebbe potuto essere oggetto di quelle che hanno definito “critiche legittime”.

Ma le reazioni a Hill, ai quaccheri e ad Airbnb rivelano che in pratica non ci sono critiche a Israele che siano considerate legittime e che, quando si tratta delle sofferenze dei palestinesi, le uniche posizioni accettabili sono rassegnazione e silenzio.

Jonathan Cook, giornalista inglese che vive a Nazareth dal 2001, è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha vinto il “Martha Gellhorn Special Prize for Journalism”.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)