L’espansione territoriale di Israele dopo ottobre 2023

Armin Messager 

5 marzo 2026 – Orient XXI

Se il 7 ottobre 2023 costituisce un importante punto di svolta nella ricomposizione dei rapporti di forza in Medio Oriente, è anche stato il pretesto per ridisegnare le linee di demarcazione. Israele ha così colto questa opportunità per consolidare ed estendere il suo dominio territoriale a Gaza, in Cisgiordania, ma anche nel sud del Libano e in Siria, determinando delle situazioni de facto durature sul terreno. Una costante nella storia coloniale dello Stato.

Quali sono le frontiere di Israele? Non hanno smesso di evolversi – e di essere ricacciate indietro – dal 1949, con ognuna delle guerre condotte contro i suoi vicini. Troppo spesso presentate come operazioni di “difesa”, le offensive che Tel Aviv conduce sui fronti limitrofi dopo il 7 ottobre 2023 si inscrivono in questa lunga storia. Facciamo notare che questa evoluzione territoriale è ampiamente ammessa pubblicamente attraverso le cartografie militari, gli editoriali sulla strategia e le dichiarazioni dei responsabili.

Gaza divisa in due blocchi

Per la striscia occupata da Israele dal 1967 il cessate il fuoco stabilito nell’ottobre 2025 non ha comportato un ritorno alla situazione geografica precedente il 7 ottobre. Lungi dal cristallizzare le posizioni, ha confermato una trasformazione già in atto. Dopo gli sfollamenti forzati delle popolazioni da est verso ovest dopo ottobre 2023 e le progressive incursioni militari, si è imposto un nuovo controllo territoriale.

Questa riorganizzazione è stata poi formalizzata con la creazione di “zone di sicurezza”, spazi posti sotto diretto controllo militare e in parte svuotate dalla loro popolazione. Quanto alle “linee di demarcazione”, spesso materializzate dalla “linea gialla” sulle carte, esse restano fluide e mobili, rispecchiando un rapporto di forza ancora instabile piuttosto che una frontiera stabilizzata.

L’enclave è divisa in due blocchi: circa il 53% del territorio è posto sotto il controllo militare israeliano, contro il 47% spettante alla popolazione di Gaza. Questa separazione è stata concretizzata da dicembre 2025 da una “linea gialla”: il posizionamento di blocchi di cemento colorati di giallo e barriere di terra che costituiscono di fatto una frontiera interna. Queste zone sono state dichiarate zone di tiro o vietate, rendendo altamente improbabile il ritorno di civili e accentuando una compressione demografica senza precedenti nell’enclave occidentale. Inoltre la maggioranza dei terreni agricoli e più della metà dei pozzi d’acqua si trovano sotto il controllo israeliano.

Immagini satellitari rivelano un progressivo spostamento di questi blocchi, un centinaio di metri dopo l’altro, senza una dichiarazione ufficiale. Al tempo stesso il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, ha evocato la creazione di una “nuova linea di frontiera”, lasciando intravedere la possibilità di una stabilizzazione duratura di questa divisione. La “linea gialla” segna una svolta nella misura in cui la zona cuscinetto non è più periferica, ma interna e mobile e ridisegna lo spazio nel cuore stesso dell’enclave.

In Cisgiordania un livello record di espansione coloniale

In seguito agli Accordi di Oslo (settembre 1993) la Cisgiordania è stata divisa in tre zone: la zona A (18%) sotto controllo palestinese ma sottoposta a regolari incursioni israeliane; la zona B (22%) sotto controllo civile palestinese e con la sicurezza congiunta con gli israeliani; la zona C (60%) sotto totale controllo israeliano, che include la maggioranza delle colonie e delle risorse, in particolare i terreni agricoli. Ma le restrizioni imposte dal governo israeliano limitano pesantemente l’edificazione, l’accesso all’acqua e alle infrastrutture.

Dopo il 7 ottobre 2023 diversi poteri amministrativi sono stati trasferiti dall’esercito ad un’autorità civile diretta dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Questo spostamento da un regime militare ad un’amministrazione civile incorporata nello Stato israeliano costituisce una tappa decisiva verso l’annessione e ne prepara la definizione dal punto di vista giuridico. Parallelamente il massiccio armamento dei coloni, con 120.000 armi distribuite dal 2023, incoraggiato dal Ministro dell’Interno Itamar Ben Gvir e presentato come “difesa civile”, permette loro di effettuare direttamente espulsioni, aggressioni e incendi di terreni palestinesi. Queste azioni mirano a scacciare i contadini dalle zone rurali per concentrare la popolazione nelle città e frammentare ulteriormente lo spazio palestinese.

Nel 2025 l’espansione coloniale ha quindi raggiunto livelli record: annuncio di 22 nuove colonie, legalizzazione di avamposti e ripresa del progetto E1 che prevede la costruzione di 3.000 abitazioni israeliane tra Gerusalemme est e la colonia di Maale Adumim, con il rischio di tagliare in due la Cisgiordania. Soprattutto, il 15 febbraio 2026 il riassetto del catasto fondiario che consente di dichiarare “terre dello Stato” delle proprietà palestinesi i cui proprietari sono stati costretti ad andarsene.

Questa procedura facilita e sistematizza il loro acquisto da parte di israeliani e amplia le possibilità di intervento e amministrazione israeliane. Oggi si contano 737.000 coloni israeliani in tutti i territori della Cisgiordania e a Gerusalemme est, contro i 622.000 nel 2017. Queste politiche si inscrivono in una linea di condotta assunta dai ministri di estrema destra Smotrich e Ben Gvir, favorevoli all’annessione.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’espansione coloniale in Cisgiordania si è intensificata in modo spettacolare. Secondo l’ONG israeliana ‘Pace adesso’ [nota come Peace Now, ndt.] nel 2024 e all’inizio del 2025 più di 2.400 ettari sono stati dichiarati “terra di Stato”, cioè lo 0,68% della zona C. I coloni hanno aperto 116 km. di nuove strade non autorizzate, frammentando ulteriormente il territorio e limitandone l’accesso ai palestinesi. Per di più sono stati creati 86 nuovi avamposti, tra cui 60 aziende agricole.

L’impatto umano è enorme: secondo l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA), dalla fine del 2023 in Cisgiordania sono stati uccisi 1.222 palestinesi e 39.843 persone sono state sfollate, almeno temporaneamente. L’anno 2025 ha segnato anche un record negli attacchi e danneggiamenti alle proprietà palestinesi con 1.828 incidenti, mentre la giustizia israeliana desiste dalla maggior parte delle incriminazioni, lasciando che i coloni agiscano nella quasi totale impunità.

Nel sud del Libano la “zona cuscinetto” è una “zona morta”

La massiccia offensiva aerea israeliana è iniziata il 23 settembre 2024, seguita una settimana dopo dal dispiegamento delle truppe di terra. Ha comportato un’enorme distruzione in una fascia di circa 5 km. a nord della “linea blu”, confine tracciato dall’ONU nel 2000, all’indomani del ritiro israeliano dal sud del Libano occupato dal 1978. Poi i bombardamenti aerei quasi quotidiani, i tiri d’artiglieria, l’uso di armi incendiarie e ora anche di glifosato [erbicida molto inquinante e potenzialmente cancerogeno, ndt.] hanno reso inabitabili vaste aree.

Ufficialmente Israele ha dichiarato di non intendere creare una “zona cuscinetto”, ma respingere l’unità Radwan di Hezbollah. Nei fatti tuttavia ha creato un corridoio svuotato dalla sua popolazione civile – più di 95.000 libanesi erano già stati sfollati dal giugno 2024 -, le infrastrutture – strade, reti d’acqua e di elettricità, terreni agricoli – sono state distrutte o pesantemente danneggiate e intere aree di villaggi sono state rase al suolo durante la guerra. Il rischio di morte, le distruzioni, l’impossibilità di vivere in assenza di infrastrutture, il degrado ecologico hanno trasformato il tessuto sociale e demografico locale, da cui l’appellativo di “zone morte”. Se alcuni abitanti sono progressivamente ritornati a novembre 2025, questo non riguarda tutti i villaggi.

Nonostante a gennaio 2026 l’esercito libanese abbia dichiarato di aver completato il disarmo di Hezbollah tra il fiume Litani e la “linea blu”, come convenuto in base al cessate il fuoco, i bombardamenti si susseguono, in violazione dell’accordo. Israele ha piazzato cinque basi israeliane al di là di questa linea – Labunneh, Jabal Blat, Shaked, Houla e Hamamis – ed eretto un muro di monoblocchi di cemento alti nove metri, incorporando nuovi terreni di contadini del sud (4.000 m2 nel 2025).

Dei coloni [israeliani] premono per avviare la costruzione di colonie: uno scenario simile alle annessioni della zona cuscinetto nel Golan. Il 2 marzo 2026 Israele ha ordinato l’evacuazione di 30 villaggi del sud del Libano provocando, ancora una volta, uno sfollamento forzato della popolazione. Poi il 4 marzo ha ordinato lo sfollamento di tutta la popolazione libanese presente a sud del fiume Litani verso nord, conformemente alle proiezioni coloniali espansioniste dell’apparato statale israeliano dopo il 1978.

In Siria, tra desiderio di espansione e strategia militare

Dalla guerra del giugno 1967 Israele occupa le Alture del Golan, sottratte alla Siria al termine dei combattimenti. Poco a poco si è sviluppata una politica di colonizzazione, mentre la “Legge sul Golan” del 1981 ha formalizzato l’annessione della regione, in modo illegale ai sensi del diritto internazionale. Nel 2019 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riconosciuto la sovranità israeliana sul Golan. In seguito la colonizzazione si è estesa, con circa 32 insediamenti.

Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, Israele ha approfittato del caos per lanciare una vasta operazione terrestre in Siria. Ha preso il controllo della zona demilitarizzata instaurata nel 1974 dopo la guerra di ottobre 1973, ostacolando la missione della forza [di interposizione] delle Nazioni Unite (FNUOD) incaricata di controllare il disimpegno. Il suo esercito è avanzato nelle regioni di Deraa e Kuneitra, occupando ulteriori circa 350 km2, dal monte Hermon alla conca di Yarmuk. Parallelamente diverse centinaia di attacchi aerei hanno puntato alle infrastrutture militari siriane. Al tempo stesso il governo israeliano ha approvato un piano inteso a raddoppiare la popolazione dei coloni ebrei nella parte siriana del Golan.

Ormai si contano nove posizioni militari israeliane stabilite nei territori occupati, in particolare intorno a Kuneitra. All’inizio della transizione siriana Israele ha prima giustificato questi movimenti con la necessità di prevenire una minaccia “terroristica” e la creazione di una “zona di difesa sterile”. Per Damasco si è trattato di una violazione del cessate il fuoco del 1974. Israele ha sostenuto allora che l’accordo era decaduto con la scomparsa del suo firmatario de facto [cioè il deposto presidente Assad, ndt.], invocando l’autodifesa.

Se la posizione israeliana si inscrive nella logica storica di espansione e di proiezione strategica, le analisi e i discorsi dei responsabili israeliani trasmettono anche una persistente inquietudine di fronte alla nascita alle loro frontiere di uno Stato siriano centralizzato e allineato con Ankara. La creazione di una zona cuscinetto presenta allora una doppia finalità: contenere le ricomposizioni regionali e ostacolare un asse Damasco-Ankara, ponendo i cardini di un dispositivo di controllo e di dissuasione, ridisegnando l’equilibrio ai confini, suscettibile di influenzare ogni futuro accordo politico a beneficio di Israele.

Peraltro i segnali di apertura indirizzati ai drusi siriani che popolano il Golan non indicano solo una politica di vicinato pragmatico. Si inseriscono nella tradizione della “politica delle periferie”, consistente nello sfruttare le linee di frattura interne delle società vicine cercando appoggi tra alcune minoranze. In questo caso, sfruttando i massacri dei drusi del luglio 2025.

Il Golan costituisce uno spazio strategico fondamentale per Israele: sovrasta il sud della Siria, garantisce il controllo delle risorse idriche del lago di Tiberiade e delle sorgenti del Giordano situate sul fianco occidentale del Monte Hermon e offre avvicinamento territoriale a Damasco. Grazie all’altitudine Israele può sorvegliare e controllare il terreno a distanza, identificare ogni minaccia e intervenire, ciò che gli consente un margine di manovra più rilevante rispetto a quello di Damasco. Questa topografia vale a queste alture l’appellativo di “occhi di Israele”, che consentono la sorveglianza e l’installazione di basi militari.

Parallelamente prosegue l’integrazione civile dei territori: infrastrutture, progetti energetici e impianti rafforzati trasformano queste zone in elementi funzionali dello Stato. Al tempo stesso le popolazioni originarie dei nuovi territori intorno a Kuneitra sono spinte ad abbandonare le loro terre. L’estensione del controllo israeliano, che prenda la forma di occupazione militare, di colonizzazione o di annessione, poggia sia su logiche materiali – risorse, alture strategiche, assi militari – sia su una dimensione simbolica e religiosa. Molti luoghi contesi sono investiti di una carica biblica integrata nell’immaginario di Eretz Israel (la terra di Israele) e per certe correnti ad una linea temporale messianica.

L’annessione procede sempre per tappe: sfollamento delle popolazioni native, smilitarizzazione, creazione di zone cuscinetto, dominio militare, stabilimento di colonie e poi formalizzazione giuridica. Si assiste all’articolazione di fatti compiuti militari, di ingegneria demografica e di normalizzazione giuridica, un bacino di risorse e un progetto ideologico. Questa dinamica si accompagna a sfollamenti ed esili ripetuti: sradicamento dalla terra, dalla memoria, dai legami sociali, cose che mantengono i cicli di violenza ed installano durevolmente un ordine strutturalmente ineguale fondato sulla costrizione, la sottomissione e l’umiliazione delle popolazioni vicine, sotto gli occhi nel migliore dei casi passivi, complici nel peggiore, dei Paesi occidentali.

Armin Messager

Dottorando in scienze politiche a Science Po di Parigi.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Un nuovo muro di separazione israeliano taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania

Oren Ziv

16 febbraio 2026 – +972 magazine

L’esercito sta emanando ordini di evacuazione ed espropriando terreni per preparare una barriera enorme, parte di un più complessivo progetto di annessione del “granaio” della Palestina.

Questa montagna è l’unico posto in cui posso respirare, l’unico in cui posso pascolare,” dice Tawfiq Bani Odeh, un abitante del villaggio palestinese di Atuf, che ogni giorno va sul monte Tammun con il suo gregge di centinaia di pecore.

Nell’Area C della Cisgiordania occupata, che Israele sta rapidamente svuotando dei suoi abitanti palestinesi, rimangono pochi posti come il monte Tammun: circa 50.000 dunam (5.000 ettari) di terra aperta, in altura e verde in cui i palestinesi, soprattutto pastori, possono vagare liberamente senza soprusi da parte di coloni e soldati israeliani.

Tuttavia ora Israele sta minacciando di chiudere l’area, espellere le sue comunità palestinesi ed annetterla di fatto.

Sulla montagna che sovrasta la cittadina palestinese di Tammun sono in corso progetti per fondarvi una nuova colonia israeliana, una delle 19 annunciate lo scorso anno dal ministro delle Finanze Bazalel Smotrich. Il piano include la ricostruzione di Ganim e Kadim, due delle quattro colonie nel nord della Cisgiordania che sono state smantellate durante il cosiddetto “disimpegno” israeliano da Gaza nel 2005.

Il destino di quest’area è stato ulteriormente deciso l’agosto scorso, quando il maggior generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano, ha firmato nove ordini di “esproprio di terre” per la costruzione di una nuova barriera che attraverserà proprio il monte Tammun.

Gli ordini riguardano un’area che va dal posto di blocco di Tayasir a quello di Hamra, per quella che sarà alla fine una barriera di oltre 480 chilometri che si estenderà dalle Alture del Golan occupate al Mar Rosso, con un costo di 5,5 miliardi di shekel (circa 1,3 miliardi di euro).

Una mappa dell’area intorno al Monte Tammun nella parte settentrionale della Valle del Giordano, con la linea rossa che indica il percorso della barriera prevista e la linea blu che indica la strada di accesso all’insediamento previsto. (Per gentile concessione di Kerem Navot)

L’obiettivo dichiarato del progetto, noto come “Filo Cremisi”, è impedire il contrabbando di armi ai confini orientali della Cisgiordania con la Giordania e contrastare il terrorismo. “Questo progetto si basa su una evidente necessità di sicurezza, per conformare il territorio e controllare e monitorare la circolazione di veicoli tra il confine orientale e la valle, i cinque villaggi (Tubas, Tammun, Far’a, Tayasir e Aqaba) e la Giudea e la Samaria [cioè la Cisgiordania, ndt.],” ha detto un portavoce dell’esercito israeliano a +972 rispondendo a una domanda.

I territori della zona del monte Tammun sono, nella loro stragrande maggioranza, terre dello Stato,” ha continuato il portavoce, aggiungendo che gli ordini di esproprio “sono stati firmati attraverso una corretta procedura giudiziaria e consegnati in modo legale,” e che “gli ordini di demolizione sono stati emanati a quanti nella zona non si comportano in base alla legge.”

Ma secondo Dror Etkes, che guida l’osservatorio Kerem Navot [associazione israeliana, ndt.] che monitora le politiche territoriali israeliane e le attività di colonizzazione in Cisgiordania, in quest’area solo circa 3.500 dunam di territorio sono stati dichiarati terre statali. “La maggior parte della zone in cui i palestinesi non potranno assolutamente entrare, o solo con molte difficoltà, non è stata dichiarata terra dello Stato,” afferma, “e in gran parte si trova nell’Area B”, che è virtualmente sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese.

In pratica, secondo un ricorso presentato da varie amministrazioni locali e da oltre 100 abitanti all’Alta Corte israeliana, la barriera taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania, i palestinesi da circa 50.000 dunam della loro terra (dei quali 777 dunam saranno espropriati e demoliti per la costruzione), impedirà a circa 900 abitanti a est della barriera di ricevere servizi municipali, compresi ambulatori medici, scuole e opportunità di lavoro, e obbligherà varie comunità ad andarsene. Alcune di queste hanno già ricevuto ordini di evacuazione. Altre sono già andate via.

Una prigione circondata da ogni lato”

Gli effetti sui contadini saranno particolarmente catastrofici. La Valle del Giordano è soprannominata “il granaio della Cisgiordania” a causa dell’uso estensivo della zona per l’agricoltura e l’allevamento. Il ricorso afferma che il danno diretto della barriera stimato per le comunità locali sarà di “circa 170 milioni di euro all’anno.”

Nel ricorso gli abitanti chiedono anche di sapere perché lo Stato non proponga un’alternativa “meno dannosa” della barriera. Sostengono che l’esercito non ha pubblicato gli ordini di esproprio “subito dopo che sono stati firmati” ad agosto: fino a novembre lo Stato li ha tenuti segreti, il che significa che quelli che vengono danneggiati non avevano idea che il governo intendesse prendersi la loro terra.

Il piano include la costruzione di una strada asfaltata per il pattugliamento adiacente alla barriera, oltre ai fossati e agli sbancamenti di terra nelle zone in cui l’esercito lo ritiene necessario. In parallelo Israele sta anche spostando il checkpoint di Hamra, che usualmente si trova agli incroci principali che uniscono la Valle del Giordano al resto della Cisgiordania, in un’area più vicina al villaggio di Ain Shibli, a est di Nablus, deviando il traffico palestinese in modo che non interferisca con i coloni israeliani che viaggiano lungo la Allon Road [importante strada che corre da nord a sud lungo il confine con la Giordania, ndt.]

Lo spostamento concederà inoltre alla Moshe’s Farm [Fattoria di Moshe], un avamposto sanzionato a livello internazionale, il controllo su altra terra dopo che, in seguito al 7 ottobre, esso ha già espulso famiglie palestinesi dalla zona. Una volta che la barriera verrà costruita, la Moshe’s Farm sarà collegata attraverso la strada di pattugliamento con Tzvi HaOfarim, un altro avamposto violento creato lo scorso anno nei pressi della parte più settentrionale della barriera.

Lo scopo della barriera è consentire ai coloni più aggressivi di spostarsi rapidamente nella zona est delle cittadine di Tammun e Tubas,” spiega Atkes. Così facendo, afferma, Israele consentirà a questi coloni di “prendere il controllo di decine di migliaia di dunam che rimarranno intrappolati a est della barriera prevista.”

Come nota Etkes, le poche comunità palestinesi che restano in quello che diventerà il lato “israeliano” della barriera, quelle che finora hanno resistito all’acuirsi della violenza dei coloni che ha già svuotato buona parte della zona, saranno in buona misura tagliate fuori dal resto della Cisgiordania. L’accesso alle città e cittadine palestinesi a ovest della Valle del Giordano sarà possibile solo attraverso i posti di controllo di Hamra e Tayasir, dove ci saranno attese di ore, invece che a piedi, come è stato finora.

Il muro circonderà la comunità di pastori di  Khirbet Yarza con un recinto, il che comporterà che gli abitanti potranno solo entrare ed uscire dal loro villaggio attraverso un cancello controllato dall’esercito israeliano. La conseguenza, come la descrive il ricorso degli abitanti, sarà “una prigione circondata da ogni lato.”

Dalla costruzione di una strada all’espulsione

A mezz’ora di macchina dal monte Tammun lungo la ventosa strada sterrata tra Khirbet Atuf e Tammun si arriva a Yarza, una piccola comunità palestinese di sei complessi abitativi che ospita qualche decina di abitanti. Si possono vedere a una certa distanza il posto di blocco di Tayasir e l’avamposto di Tzvi HaOfarim, che i coloni hanno creato lì vicino.

Questa è una comunità storica che esiste da migliaia di anni, e noi vi abbiamo vissuto da centinaia di anni,” dice a +972 Hafez Mas’ad, di 52 anni. “Io vivo qui, e così hanno fatto mio padre e mio nonno. Ora i coloni e l’esercito arrivano e ci dicono ‘andate via da Yarza, questa è una zona militare’. Questa è la nostra terra,” continua. “Noi siamo nati qui e questa [terra] è stata registrata a nostro nome da molti anni. Dove andremo, sulla luna? Non abbiamo un altro posto.”

Non sappiamo come ci potremo muovere per fare la spesa, per andare a scuola o in caso di emergenza quando ci sarà un cancello,” aggiunge Khaled Daraghmeh, un abitante sessantenne.

Il 15 gennaio l’esercito ha iniziato a lavorare a una strada sul versante occidentale del monte Tammun nei pressi della barriera prevista. Secondo l’esercito i lavori vengono effettuati in conformità con un nuovo ordine di esproprio (non uno dei nove originari di Bluth) e questa strada è diventata la via di accesso per la nuova colonia che si prevede di costruire lì.

Dieci giorni dopo l’Alta Corte [israeliana] ha emanato un ordine provvisorio che proibisce che lo Stato “compia qualunque azione irreversibile per l’attuazione degli ordini (di esproprio)” finché il 25 febbraio non risponderà alla richiesta di provvedimento cautelare. Gli abitanti raccontano che ciononostante i lavori sulla strada continuano. (Un portavoce dell’esercito ha chiarito che l’ingiunzione della Corte “non si applica agli urgenti lavori riguardanti la sicurezza che l’IDF sta realizzando in questa zona.”). 

L’asfaltatura della strada è stata accompagnata dall’espulsione di comunità beduine che si trovavano nei pressi,” dice a +972 Bilal Ghrayeb, un abitante di Tammun. “La mossa intende minacciare la sopravvivenza dei contadini impedendo loro l’accesso ai pascoli, tagliando le sorgenti di acqua e interrompendo le strade agricole utilizzate per trasportare il foraggio.”

Varie comunità di pastori della zona nei pressi del villaggio di Atuf sono già state gravemente colpite dalla costruzione.“ Sin da quando (le autorità israeliane) hanno iniziato a lavorare qui per il muro hanno minacciato di cacciarci,” racconta a +972 Abdel Karim Bani Odeh. “Ora ci stanno impedendo di pascolare sulla montagna.

L’esercito arriva due o tre volte al giorno per impedirci di uscire al pascolo, emanando ordini e dicendoci di andarcene. Questa terra è registrata, ci sono documenti (che lo dimostrano), ma loro dicono ‘La terra non è vostra, andate a Tammun.”

Vicino al complesso abitativo delle famiglie di questa zona ci sono campi agricoli e serre che si prevede verranno attraversati dalla barriera. La costruzione della strada, di cui gli abitanti non sono stati precedentemente informati, ha già danneggiato una conduttura che portava acqua a varie piccole comunità palestinesi. “Non ce l’hanno detto direttamente,” spiega Odeh, “ma lo abbiamo saputo dai notiziari che ci vogliono costruire una colonia.”

Ti trasformano in un colono sulla tua stessa terra”

Il 9 febbraio l’esercito ha demolito varie case a Al-Meite, una piccola comunità nei pressi del posto di blocco di Tayasir, che si trova sul lato orientale della barriera prevista. Il giorno seguente vari coloni sono arrivati sul posto con una mandria di mucche, sono entrati nella tenda improvvisata allestita da una famiglia la cui casa era stata demolita il giorno precedente e hanno distrutto le loro provviste di cibo.

Ho il permesso di pascolare qui,” ha detto agli attivisti uno dei coloni presenti sul posto. “Non ho bisogno di mostrare i documenti, chiedi al consiglio locale [dei coloni, ndt.]. Quella sera la famiglia aggredita è scappata. Durante il fine settimana una struttura adiacente è stata incendiata.

Dal 7 ottobre le autorità israeliane e i coloni hanno intensificato i tentativi di espellere le comunità palestinesi dalla Valle del Giordano. Demolizioni di case, blocchi stradali e avamposti dei coloni hanno completamente cancellato almeno sei comunità di questa zona.

Non abbiamo il permesso di andare oltre i 200 metri da casa per pascolare, “dice Najia Basharat, un’abitante di Khallet Makhul, una comunità da cui sono scappate varie famiglie a causa dell’attività dei coloni ( anche diverse case della comunità furono demolite dall’esercito israeliano più di dieci anni fa). “I coloni maltrattano i bambini e disturbano chiunque stia pascolando [i propri animali],” continua Basharat.

Questa settimana Basharat, suo marito Yusuf e uno dei loro figli sono stati arrestati dopo che un colono del vicino avamposto ha affermato che stavano pascolando in una zona di tiro e che avevano lanciato pietre. A gennaio due uomini della comunità sono stati arrestati e hanno passato cinque giorni agli arresti dopo che i coloni sono entrati nel terreno agricolo della comunità e gli hanno spruzzato addosso un liquido urticante.

Dall’inizio dell’anno i coloni hanno fondato un nuovo avamposto nei pressi di Al-Hadidiya, un’altra piccola comunità di pastori della zona. I coloni hanno ridotto le aree di pascolo del villaggio, piantato bandiere israeliane attorno alla comunità ed eretto un recinto per i propri animali nei pressi delle case dei palestinesi.

Creano un sacco di problemi,” dice Aref Basharat, il cui padre ha la casa nella comunità. “I coloni arrivano e dicono: ‘Perché siete qui? Questa è una zona israeliana. Andatevene.’ Da quando è stato fondato l’avamposto varie famiglie se ne sono andate.

Una storia simile è accaduta agli abitanti di Yarza dal momento in cui i coloni hanno costruito l’avamposto di Tzvi HaOfarim. “Mio nonno e il mio bisnonno hanno vissuto qui,” si lamenta Daraghmeh. “Sono cresciuto qui, sono andato a scuola qui, ho pascolato le nostre pecore qui, piantato e raccolto qui, mi sono sposato e avuto figli qui. Ora sono arrivati i coloni e la vita è diventata molto dura.”

Mentre i coloni possono entrare a Yarza quasi tutti i giorni, gli attivisti hanno difficoltà ad accedervi. A metà gennaio, quando due attivisti israeliani e un giornalista americano hanno tentato di entrare nel villaggio dal lato della Valle del Giordano, i coloni li hanno bloccati con una mandria di mucche e lanciato una pietra contro la loro macchina. I coloni hanno seguito l’auto all’interno della comunità e li hanno aggrediti fisicamente. Alla fine l’esercito è arrivato per scortare gli attivisti [fuori dal villaggio].

Un altro abitante, che vuole rimanere anonimo, ha sintetizzato quanto sperimentato dal villaggio nelle ultime settimane: “Trasformano te in un colono sulla tua stessa terra e i coloni in abitanti.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, inviato di Local Call [la versione in ebraico di +972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

[traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi]




Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’espulsione finale dei palestinesi è in corso e la vostra indifferenza lo permette

Amira Hass

27 gennaio 2026 – Haaretz

I cambiamenti in Cisgiordania, attuati nel quadro della risolutezza, sono devastanti e avvengono a velocità della luce. L’opposizione israeliana resta in silenzio

Il colpo di stato governativo che ci sta riportando indietro ha una sorella maggiore nel Piano Decisivo di espulsione volontaria del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che sta spingendo Israele verso nuovi abissi, giorno dopo giorno. Eppure l’opposizione sionista, che ha concesso il suo appoggio nella forma di ulteriori riservisti, sangue e slogan alla guerra di sterminio e vendetta nella Striscia di Gaza, continua ad ignorare l’intrinseca connessione tra loro.

Quindi che cosa succederà quando i discendenti di Giosuè entreranno nelle città palestinesi in Cisgiordania, vi appiccheranno il fuoco, spareranno contro le case e colpiranno i passanti coi loro bastoni? Voi, membri e sostenitori dei democratici e di Yesh Atid (partito politico israeliano di centro, ndtr.), correrete ad arruolarvi nell’esercito per proteggere questi santi guerrieri dai palestinesi della Cisgiordania che rifiutano di arrendersi?

I cambiamenti che vengono realizzati nella cornice della determinatezza sono devastanti e avvengono alla velocità della luce. Sono di proporzioni bibliche. Le armate ufficiali di Dio e i loro mercenari sono impegnati nelle espulsioni e nell’annientamento, emulando le gesta a Gaza. Queste legioni di santi guerrieri espellono una comunità pastorizia dopo l’altra, attaccano villaggio dopo villaggio e scuole e moschee.

Una sorgente, una piana fertile e un uliveto…l’accesso ad essi è stato vietato a coloro che ne sono stati proprietari per secoli. Le entrate dell’Autorità Nazionale Palestinese sono in mano al nostro Ministro delle Finanze. Le piante di sabra [dalla parola ebraica tzabur, che designa una pianta simile al fico d’india, ndt.] e la bellezza della terra sono solamente nostre. Ci sono ancora qua e là esigue comunità pastorizie palestinesi, o villaggi le cui strutture furono costruite prima del 1967, ma nessun problema. Stanno diventando sempre più povere, sempre più stremate.

L’area C della Cisgiordania, che ci é stata tramandata dal monte Sinai, è piena di allevamenti di pecore da carne rigorosamente kosher, che producono profitti ingenti e richiedono finanziamenti e sostegno del governo. Adesso si sono già allargati nell’area B. Poi sarà la volta dell’area A e delle sue città. (le aree create dagli accordi di Oslo del 1993: la A sotto controllo palestinese, la B sotto  controllo sia israeliano che palestinese, la C sotto totale controllo israeliano, ndt.). Gli eletti dell’armata di Dio non conoscono paura, non esiste forma di violenza che non intendano impiegare. Ogni battaglione aggiunto, ogni comandante di brigata e compagnia, ogni detective della polizia e ogni capo di stato maggiore sono suoi partner operativi. I vostri fratelli armati in Giudea e Samaria (come viene chiamata la Cisgiordania, ndt.) prendono di mira le città palestinesi. Non ci sarebbero riusciti se non fosse per la vostra indifferenza.

Dopo che i palestinesi sono stati concentrati in enclave urbane strutturate dai nostri migliori capi militari, sarà tempo di programmare la loro espulsione finale. In Giordania? Un’altra guerra? Quisquilie per l’armata dell’Onnipotente.

Il progetto di Smotrich è in atto dagli ultimi tre anni, condotto apertamente e sistematicamente. Le sue fondamenta erano già state poste dai suoi predecessori spirituali in Cisgiordania a partire dalla metà degli anni ’90 del 1900, dalle circonvallazioni di Yitzhak Rabin all’appello di Ariel Sharon ai coloni di “andare sulle colline” e la voluta impotenza delle forze dell’ordine di fronte alla violenza organizzata dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà.

Simili avvertimenti sono stati fatti più di una volta e le probabilità che ora vengano ascoltati con le orecchie e con il cuore dall’ opposizione, che si definisce liberale e democratica, sono scarse. Inoltre due delle sue colonne portanti, Yisrael Beiteinu (‘Israele casa nostra’, partito di destra nazionalista sionista e laica, ndt.) e Naftali Bennet [ex primo ministro di Israele dal 13 giugno 2021 al 1º luglio 2022, ndt.] ed il suo misterioso partito, hanno condotto parti del programma decisionale prima che il suo attuale autore entrasse in carica.

Per di più il glorioso sistema legale che siete corsi a difendere negli scorsi tre anni ha permesso e facilitato “piccole” deportazioni, da Umm al-Hiran nel Negev a al-Hadidiya nel nord della Valle del Giordano. Non resta che esprimere frustrazione e rabbia, finché il regime ce lo permette.

Il silenzio auto imposto e l’intimidazione degli ebrei; lo svuotamento del Paese dalla sua popolazione palestinese; una dittatura per gli ebrei dopo che è stata imposta con successo sui palestinesi, cosa che non siamo riusciti a completare nel 1948; e una nuova incarnazione del Regno di Giudea e della regola della ‘halakha’ (legge ebraica, che si basa sui testi sacri, ndt.). “Due persone potranno camminare insieme, se prima non si sono messe d’accordo?”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Sono tornati in Cisgiordania i coloni che Israele aveva evacuato nel 2005

Majd Jawad

5 gennaio 2026 Mondoweiss

Israele ha iniziato a ricostruire le quattro colonie evacuate nel 2005 dalla Cisgiordania settentrionale. I coloni e l’esercito stanno cercando di espellere i palestinesi che vivono nella zona, rendendo la terra “impossibile da abitare”, affermano gli abitanti.

Muhammad Jaradat non avrebbe mai immaginato che il 2025 sarebbe stato l’ultimo anno in cui avrebbe potuto visitare le colline della Cisgiordania settentrionale con il suo gruppo di escursionisti.

“Tornavamo una o due volte l’anno, colpiti dalla bellezza dei carrubi e delle querce”, ha detto con pacato dolore.

Jaradat, fondatore del gruppo Tijawal wa Tirhal di Jenin, racconta che con i suoi compagni di escursione si erano presi la libertà di esplorare le ondulate pianure e le foreste che punteggiano il paesaggio che si estende intorno a Jenin. “La nostra prima escursione è stata nelle terre di Umm al-Tout quasi 13 anni fa”, ha raccontato a Mondoweiss. “Eravamo soliti esplorare anche le terre di Jenin, Sanur e Raba”.

“Non camminiamo solo per svago”, ha detto Jaradat. “Camminiamo per affermare il nostro diritto su queste colline. Ogni carrubo ha un nome. Ogni collina porta con sé una storia”. Le aree visitate da Jaradat e dal suo gruppo erano occupate illegalmente dalle quattro colonie israeliane di Ganim, Kadim, Homesh e Sa-Nur, prima che Israele le evacuasse unilateralmente nel 2005, in seguito all’approvazione della cosiddetta Legge sul Disimpegno.

Ma le colonie ci sono di nuovo e l’accesso alle terre palestinesi circostanti è stato progressivamente limitato dalle autorità israeliane a partire dal 2023, quando la Knesset israeliana ha avviato il processo di ri-legalizzazione delle colonie attraverso successivi emendamenti alla Legge sul Disimpegno del 2005.

Da allora, il governo israeliano ha legalizzato retroattivamente 19 avamposti di insediamento in ​​Cisgiordania, incluse le quattro colonie evacuate nel nord. Sul piano giuridico Israele ha di fatto annullato la Legge sul Disimpegno avendola revocata del tutto nel luglio 2024. Dopo un anno Israele ha annunciato l’intenzione di costruire 22 nuove colonie a giugno, anche dove un tempo si trovavano Sa-Nur e Homesh.

L’obiettivo di questa mossa fa parte dell’intenzione più ampia complessiva di Israele di annettere ampie zone della Cisgiordania dopo aver costretto i suoi abitanti ad abbandonare le loro terre. Intende farlo rendendo la vita insopportabile ai palestinesi nelle aree destinate alla ri-colonizzazione, finché non se ne andranno “volontariamente”.

Sanur e Homesh: le colline sopra Nablus e Jenin

Il villaggio palestinese di Sanur, situato in cima a Tal al-Tarsala, da tempo ricopre un’importanza strategica per l’esercito israeliano. Situato su un terreno elevato nella Cisgiordania settentrionale, domina le principali strade che collegano Jenin e Nablus. La vicina ex colonia israeliana di Sa-Nur, che ha preso il nome dal villaggio palestinese, in precedenza profittava della presenza di un’importante base militare che controllava ampie zone della regione prima del disimpegno del 2005.

A seguito della recente decisione del governo israeliano di rioccupare l’area, un reparto militare è stato schierato nell’area intorno a Sanur, in preparazione della creazione di una base militare permanente e per facilitare il ritorno delle famiglie dei coloni.

L’operazione fa parte del piano più ampio di trasferire il quartier generale della Brigata Menashe, l’unità militare israeliana responsabile della Cisgiordania settentrionale, dall’interno di Israele al territorio occupato.

Un’altra parte dei preparativi riguarda la costruzione della cosiddetta “Variante di Silat”, una strada finanziata con circa 20 milioni di shekel [circa 5 milioni e mezzo di euro] dal Ministero delle Finanze israeliano sotto la direzione di Bezalel Smotrich del Partito del Sionismo Religioso.

La scorsa settimana Smotrich ha annunciato l’avvio dei piani per la costruzione di 126 nuove unità abitative nell’ambito della rinata colonia di Sa-Nur, descrivendo l’iniziativa come “correzione di un’ingiustizia storica” ​​e “l’attuazione di una visione sionista sul campo”. Ha sottolineato che il ritorno a Sa-Nur non avverrà attraverso slogan, ma attraverso “piani, budget, strade e passi concreti”.

Unaltra colonia destinata a rinascere è Homesh, costruita su terreni appartenenti ai villaggi palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya. Homesh occupa una collina altrettanto strategica tra Jenin e Nablus, e la sua evacuazione nel 2005 è stata fortemente osteggiata dai coloni. Da allora, il sito è rimasto un punto di costante scontro tra palestinesi e coloni, spesso sostenuti dall’esercito.

Ma oggi le schermaglie con i coloni non sono più necessarie perché i palestinesi delle vicinanze si sentano minacciati: il semplice fatto di avvicinarsi ai propri terreni agricoli è spesso sufficiente per provocare l’arrivo dei soldati israeliani.

Negli ultimi anni gli abitanti di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya hanno documentato decine di episodi in cui contadini e pastori sono stati oggetto di aggressioni verbali e fisiche.

Ahmad Abu Fahd, un contadino di Silat al-Dhahr, afferma che negli ultimi anni l’accesso alla sua terra è stato fortemente limitato. “Ogni mattina ci poniamo la stessa domanda: ci sarà permesso oggi raggiungere la nostra terra o i coloni ci bloccheranno di nuovo?”, dice mentre scruta le colline che dominano i suoi campi. “Da quando [la colonia di] Homesh è tornata, ogni passo verso le nostre terre è diventato un azzardo. A volte arrivano con la protezione dell’esercito. A volte ci inseguono, lanciano pietre e ci costringono ad andarcene a mani vuote”.

Per le comunità che circondano Homesh la minaccia va oltre le ferite fisiche o i danni ai raccolti. L’imprevedibilità stessa – non sapere mai quando la terra sarà accessibile, quando arriveranno i soldati o quando scoppierà la violenza – è diventata uno strumento di dominio.

“Non hanno bisogno di espellerci tutti in una volta”, ha detto a Mondoweiss un abitante che ha preferito rimanere anonimo. “Rendono semplicemente invivibile la terra.”

Kadim e Ganim: il fianco scoperto di Jenin

A metà dicembre gli abitanti di Jenin sono rimasti sorpresi dalle luci intense che brillavano sulle colline di Ganim e Kadim. Non si trattava degli accampamenti temporanei che i coloni avevano occasionalmente eretto in precedenza, ma di celebrazioni organizzate da gruppi di coloni in occasione di festività religiose ebraiche, che chiedevano apertamente una rinnovata presenza ebraica in loco.

La cosa è accaduta solo pochi giorni dopo la decisione di Israele di consentire loro di tornare sul posto, segnando il primo passo verso il ripristino del controllo con due colonie situate a poche centinaia di metri dalle case palestinesi nei quartieri orientali di Jenin.

Nelle ultime settimane l’area di Jenin e altre parti della Cisgiordania settentrionale sono state sottoposte a un’ampia operazione militare israeliana volta a creare una “nuova realtà di sicurezza” nell’area, che avrebbe consentito il ripristino delle colonie già evacuate. La campagna militare ha suscitato la condanna internazionale dopo uno specifico episodio a Jenin in cui soldati israeliani sono stati ripresi dalle telecamere mentre giustiziavano due uomini palestinesi che si erano già arresi all’esercito.

Prima del 2005 le colonie di Ganim e Kadim erano state fondate con uno scopo sia di sicurezza che agricolo e in seguito si sono gradualmente evolute in comunità residenziali permanenti che ospitavano famiglie di coloni religiosi e nazionalisti. L’esercito israeliano forniva protezione e infrastrutture essenziali, strade, elettricità e acqua, contribuendo a consolidare la presenza delle colonie sul territorio.

Prima della decisione di ritirarsi, gli abitanti palestinesi della zona ricordano che l’attività militare su queste colline e nei dintorni precedeva spesso le incursioni a Jenin. Secondo loro le colonie non erano mai semplicemente siti civili, ma luoghi in cui la presenza di soldati spesso segnalava un raid imminente.

Con la chiusura delle strade dirette, in assenza di percorsi alternativi accessibili, spostamenti che un tempo coprivano solo quattro chilometri si sono tramutati in deviazioni di decine di chilometri. Quando le colonie furono evacuate nel 2005, le loro strutture prefabbricate furono smantellate e rimosse, lasciando il terreno bonificato ma ben lungi dall’essere restituito ai proprietari palestinesi.

I tentativi dei coloni di tornare a Ganim, Kadim, Homesh e Sanur hanno perseguito una strategia deliberata e cumulativa. Tutto è iniziato con ripetute incursioni nei siti evacuati, in particolare a Homesh, dove negli ultimi anni i coloni si accampavano per la notte e erigevano tende temporanee sotto la protezione dell’esercito.

I ripetuti tentativi di rioccupare la cima della collina hanno portato nel 2007 alla formazione dei gruppi di coloni “Homesh First”, che periodicamente tornavano sulla cima con l’aiuto di reti di coloni che fornivano cibo, acqua e assistenza logistica, consentendo a un gruppo consistente, sebbene ufficialmente illegale, di radicarsi.

Questa presenza si è poi espansa attraverso la fondazione di istituzioni religiose ed educative, in particolare la yeshiva [scuola religiosa, ndt.] di Homesh. Ciò che era iniziato con le tende si è gradualmente evoluto in roulotte, segnando un chiaro passaggio verso una colonia civile permanente e segnalando la trasformazione di Homesh da sito militare formalmente evacuato a una colonia civile di fatto.

Secondo un rapporto di Yesh Din Volunteers for Human Rights, tra il 2015 e il 2018 la presenza di coloni in zone soggette a restrizioni è stata documentata più di 40 volte, talora in gruppi di decine o centinaia. Le indagini della polizia sulla presenza di coloni su terreni palestinesi privati ​​sono state sistematicamente chiuse, a dimostrazione della tolleranza istituzionale per queste violazioni della legge.

Tra il 2017 e il 2020 Yesh Din ha documentato 21 episodi di violenza scoppiati nel sito di Homesh, contro palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr, al-Funduqomiya e Bazariya.

Sul campo sono state tracciate nuove strade per le colonie e nei quattro siti sono state installate infrastrutture temporanee. Amir Dawud, ricercatore della Commissione per la Resistenza al Muro e alle Colonie dell’Autorità Nazionale Palestinese, spiega che queste strade sono progettate per impedire agli agricoltori l’accesso alle loro terre, interrompere la continuità geografica nel nord e frammentare lo spazio palestinese in preparazione di nuove colonie non solo come enclave civili, ma anche come zone militari.

Resistenza popolare e continui ritorni

Nonostante la dura realtà, i palestinesi continuano ad affermare la loro presenza. Muhammad Jaradat racconta delle iniziative guidate dai giovani per ripiantare gli alberi sradicati dai coloni e organizzare campagne di pulizia nelle aree evacuate prima di nuove chiusure.

“Prima della decisione di ricostituire le colonie usavamo queste terre come spazi condivisi”, ricorda Jaradat. “Le famiglie venivano per i picnic, i bambini giocavano a calcio e la comunità si riuniva per piccoli eventi. Abbiamo anche lavorato per restaurare vecchie case vicino a Ganim e Kadim e organizzato attività culturali e sportive. Era un lavoro silenzioso, ma ogni passo manifestava l’intenzione di confermare la nostra presenza e il nostro legame con la terra nonostante le restrizioni militari”.

A Homesh, il più conteso dei quattro siti, i proprietari terrieri del villaggio palestinese di Burqa hanno presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana chiedendo il pieno e illimitato accesso ai loro terreni privati ​​nell’ex colonia. I ricorrenti chiedevano non solo il ripristino dei loro diritti di proprietà, ma anche garanzie per la loro sicurezza, avviando una lunga serie di procedimenti legali volti a garantire sia l’accesso ai loro terreni che la protezione da potenziali minacce.

La battaglia legale si è rivelata un successo che esiste però solo sulla carta. L’ordinanza di sequestro è stata revocata e l’area è stata rimossa dall’elenco delle località elencate nei consigli regionali [che gestiscono dal punto di vista amministrativo le colonie, ndt.], ma nella pratica permane la presenza israeliana in una colonia illegale e non autorizzata.

Lo stesso vale per le altre colonie, che creano di fatto una presenza di coloni che colpisce direttamente i proprietari terrieri palestinesi: intorno a Sanur gli agricoltori che tentano di coltivare i loro terreni o raccogliere le olive sono regolarmente soggetti a complessi regimi di permessi e a frequenti dinieghi di accesso.

Secondo Dawud la ricostruzione delle colonie di Homesh, Sa-Nur, Ganim e Kadim è un microcosmo della visione più ampia di Israele per la Cisgiordania.

“Israele cerca di creare cantoni isolati circondati da insediamenti e basi militari”, spiega, aggiungendo che ciò creerebbe una “cintura di sicurezza” che separa la Cisgiordania settentrionale e centrale e mina ogni possibilità di sovranità palestinese.

Tuttavia i contadini continuano a tornare.

“Le foreste di Umm al-Tout e le colline di Tal al-Tarsala continueranno ad assistere a questa lotta tra volontà diverse”, ha detto Jaradat. ” Aspettano il giorno in cui l’escursionismo tornerà senza il timore del proiettile di un cecchino o della pietra di un colono. Allora i carrubi e le querce torneranno ai loro legittimi custodi”.

Majd Jawad è un giornalista e ricercatore di Jenin, Palestina, con un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e una laurea triennale in giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ministro della Difesa israeliano promette che non ci sarà un ritiro totale né da Gaza né dai territori siriani occupati

Redazione di MEMO

23 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che il quotidiano Yedioth Ahronoth ha riportato che martedì il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha promesso che Tel Aviv non si ritirerà dalla Striscia di Gaza né dai territori siriani occupati.

Noi ci troviamo in profondità dentro Gaza e non la lasceremo mai completamente,” ha detto Katz durante una conferenza stampa nella colonia Beit El, vicino a Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania.

Si è anche impegnato a creare nuove basi militari nel nord di Gaza al posto delle colonie che erano state evacuate dopo il disimpegno israeliano del 2005.

Quando arriverà il momento, nel nord di Gaza … noi costruiremo le unità Nahal al posto delle comunità (israeliane) che sono state sfollate,” ha affermato, elogiando l’attuale governo israeliano come quello della “colonizzazione.”

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz i siti Nahal fanno parte di un programma militare nel quale gruppi di giovani israeliani vanno insieme come volontari e successivamente formano delle comunità civili.

Secondo il portale del Times of Israel le affermazioni di Katz sulla costruzione di colonie nel nord di Gaza pongono una sfida al primo ministro Benjamin Netanyahu e a Washington. Ci si aspetta che il premier visiti gli Stati Uniti al termine del mese per colloqui con il presidente statunitense Donald Trump.

Sebbene il governo israeliano non abbia rilasciato chiarimenti relativamente alla dichiarazione di Katz, i leader dei coloni e l’opposizione l’hanno ritenuta una chiamata per la costruzione delle colonie.

Tuttavia l’ufficio di Katz ha chiarito in una dichiarazione che il governo non intende creare nessuna colonia nella Striscia di Gaza.

Ha affermato che il riferimento del ministro della Difesa alla costruzione degli avamposti Nahal nel nord di Gaza “è stato fatto solo in un contesto di sicurezza.”

Circa 750.000 coloni israeliani illegali, di cui 250.000 a Gerusalemme Est, vivono in centinaia di colonie in tutta la Cisgiordania. I coloni illegali portano avanti attacchi giornalieri contro i palestinesi con l’obiettivo di sfollarli con la forza.

Riguardo alle violazioni israeliane della sovranità siriana, Katz ha affermato: “Noi non ci ritireremo di un centimetro dalla Siria,” senza fornire ulteriori dettagli.

I dati del governo siriano mostrano che da dicembre 2024 Israele ha effettuato oltre 1.000 attacchi aerei in Siria e più di 400 incursioni lungo i confini nelle province del sud.

Dopo la caduta del regime di Bashar Al-Assad alla fine del 2024 Israele ha espanso la sua occupazione nelle Alture siriane del Golan confiscando la zona cuscinetto demilitarizzata, una azione che ha violato l’accordo del 1974 con la Siria.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata oggi la situazione (I parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione comune di disperazione e che la resistenza stia lentamente diventando un ricordo.

Improvvisamente a novembre di fianco a un’autostrada nella Cisgiordania palestinese sono comparse delle bandiere israeliane. Più di 1.000 sono state piazzate a circa 27 metri di distanza una dall’altra su entrambi i lati della strada lungo circa 16 km. Sono state sistemate a sud di Nablus, nei pressi di villaggi palestinesi regolarmente presi di mira da coloni israeliani estremisti. Le ho viste il mattino dopo che erano state piazzate mentre mi dirigevo verso quei villaggi. Il loro messaggio fa eco alle scritte onnipresenti tracciate dai coloni in tutta la Cisgiordania: “Non avete futuro in Palestina.”

In confronto ai 70.000 palestinesi uccisi a Gaza e agli oltre 1.000 in Cisgiordania dall’ottobre 2023 le bandiere non rappresentano niente più che una provocazione marginale. Tuttavia riflettono quanto si stia rafforzando la dominazione israeliana in Cisgiordania, una terra che secondo le leggi internazionali è riconosciuta come palestinese. Durante la Seconda Intifada, la rivolta palestinese dal 2000 al 2005, i coloni israeliani non avrebbero osato piantare simili bandiere per timore di finire sotto il fuoco dei palestinesi. Ora non più.

Sono tornato il mese scorso per la prima volta in Cisgiordania dopo 20 anni. All’inizio degli anni 2000 ci ero stato regolarmente come inviato per il Guardian per aiutare i colleghi di stanza a Gerusalemme a coprire la Seconda Intifada. La rivolta era molto più violenta della prima, durata dal 1987 al 1993. L’immagine indelebile della prima è quella di giovani palestinesi che lanciano pietre contro i soldati israeliani. La seconda fu uno scontro su larga scala, con Israele che attaccava le città e cittadine palestinesi con artiglieria, carri armati, elicotteri e aerei da guerra mentre i palestinesi rispondevano con fucili ed esplosivi.

I palestinesi tendevano imboscate a soldati e coloni in Cisgiordania, rendendo pericolose le strade, soprattutto di notte, e terrorizzavano Israele con attentatori suicidi mandati al di là del confine per attaccare fermate di autobus, caffè, alberghi e ovunque in luoghi affollati. Vennero uccisi più di 3.000 palestinesi e più di 1.000 israeliani.

Non avevo previsto di scrivere qualcosa riguardo al mio viaggio in Cisgiordania del mese scorso, ma ho cambiato idea quando ho visto quanto sia peggiorata la vita quotidiana dei palestinesi, quanto siano diventati sfiduciati e quanto controllo esercitino ora Israele e i coloni sulla popolazione palestinese. Mi aspettavo che le condizioni dei palestinesi fossero peggiori, ma non fino a questo punto.

Ero stato invitato a partecipare all’università di Birzeit, nelle vicinanze di Ramallah, a una conferenza organizzata da “Progressive International”, un’ampia coalizione di organizzazioni e personalità di sinistra di tutto il mondo fondata, tra gli altri, dall’ex-ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e dal senatore USA Bernie Sanders nel 2020. La conferenza sulla decolonizzazione della Palestina era stata organizzata insieme da Progressive International, dal centro studi palestinese Al-Shabaka e dall’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies di Birzeit. I docenti e gli studenti dell’università hanno una lunga storia di proteste e scontri con le forze israeliane, da cui negli ultimi due anni il campus è stato ripetutamente attaccato.

Dopo la conferenza alcuni partecipanti sono partiti per varie zone della Cisgiordania. Ero curioso di sapere perché non ci fosse stata una rivolta palestinese in Cisgiordania simile alla Seconda Intifada per sostenere i loro compatrioti a Gaza. Ero anche curioso di scoprire quanto appoggio ci fosse per Hamas in Cisgiordania e se qualcuno credeva che nei prossimi decenni avremmo potuto vedere uno Stato palestinese indipendente. Le loro risposte sono state differenziate e complesse, ma sono emersi alcuni temi costanti. Uno è quanto siano scoraggiati. L’altro è quanto ora sembri lontana la prospettiva di una Palestina sovrana e indipendente.

Ramallah, il centro politico, culturale ed economico della Cisgiordania, mi è sembrata più pulita, meno caotica e in alcuni posti più prospera dell’ultima volta che ci ero stato, non molto diversa da molte città europee: cartelloni pubblicitari di ristoranti, di cioccolaterie specializzate e dell’apertura di nuove palestre. Giovani palestinesi alla moda sedevano chiacchierando in caffè e bar; secondo alcuni della vecchia generazione in genere sono meno interessati alla politica.

Ma quest’aria di normalità e prosperità è doppiamente illusoria. Primo, Ramallah non è rappresentativa del resto della Cisgiordania. Secondo, una delle ragioni per cui sembra così diversa e meno caotica è l’assenza di tanti contadini delle zone circostanti che solevano piazzarsi in fila lungo i lati delle strade con i loro sacchi di frutta e verdura. Di fronte a un crescente intrico di posti di blocco e cancelli israeliani che rendono incerto il percorso, molti agricoltori non fanno più il viaggio fino a Ramallah. Gli ostacoli rappresentano un deterrente non solo per i contadini, ma in generale per il commercio e gli affari in tutta la Cisgiordania.

Secondo l’ONU alla fine della Seconda Intifada in Cisgiordania c’erano 376 posti di controllo e barriere. Oggi se ne stimano 849, molti dei quali sorti negli ultimi due anni. Checkpoint e barriere sono un argomento ricorrente di conversazione tra i palestinesi, più o meno come il meteo in Gran Bretagna. Anche se un’app che dà informazioni fornite da autisti di bus e altri utenti della strada offre un aiuto, non è sicuro, come ho scoperto, che le strade siano aperte. L’occupazione è codificata con colori: le barriere in ferro rosse sono chiuse per la maggioranza del tempo, quelle gialle sono aperte più spesso. Le targhe gialle israeliane garantiscono un accesso a strade vietate a chi viaggia con quelle verdi palestinesi.

Negli ultimi due anni le incursioni dell’esercito israeliano nel centro di Ramallah sono diventate più frequenti. I soldati israeliani arrivano in forze, arrestano qualcuno e se ne vanno. Ad agosto in un’incursione hanno preso di mira i cambiavalute, hanno fatto cinque arresti e, secondo i palestinesi, hanno lasciato più di una decina di feriti da proiettili veri, pallottole di gomma e lacrimogeni.

Durante una vasta operazione nel 2002 Israele occupò buona parte della città. I suoi carrarmati e bulldozer colpirono il complesso presidenziale riducendone una buona parte in rovina e assediando Yasser Arafat, allora leader palestinese. La scarsa illuminazione, le stanze anguste in cui venne confinato fino a poco prima della sua morte nel 2004 sono state lasciate intatte e fanno parte del museo e mausoleo di Arafat. I resti del complesso sono un simbolo di sfida in un tempo in cui i palestinesi erano uniti e c’era una sensazione di speranza.

Una delle principali differenze tra la Seconda Intifada e l’attuale situazione è che Arafat aveva tacitamente appoggiato la rivolta. La sua organizzazione, la laica Fatah, combattè insieme agli islamisti, Hamas e la Jihad Islamica palestinese, e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, di sinistra. Invece Mahmoud Abbas, il successore di Arafat, eletto presidente nel 2005, negli ultimi due anni ha resistito alle pressioni perché lanciasse una nuova rivolta in Cisgiordania. Secondo i sondaggi e i palestinesi con cui ho parlato la decisione di Abbas è impopolare tra i palestinesi della Cisgiordania.

Tra i pochi che ho trovato favorevoli alla decisione di Abbas c’è stato Maher Canawati, il sindaco di Betlemme, che, come Abbas e Arafat, è un membro di Fatah. Ha affermato che Abbas ha dovuto affrontare molte critiche. “La gente voleva che dicesse: ‘Andiamo a combattere.’” Ma la prudenza del presidente è stata confermata, ha detto Canawati. “Le persone in Cisgiordania hanno compreso che questo non è il momento per fare quello che hanno fatto nella Prima e nella Seconda Intifada. Non vogliamo dare loro un pretesto per attaccarci. Siamo inermi, non siamo al livello degli israeliani,” ha sostenuto Canawati. “Se avessimo deciso di ribellarci ciò avrebbe dato loro il via libera per rispondere come hanno fatto a Gaza.”

Dall’ufficio del sindaco si può vedere la chiesa della Natività, dove alcuni gradini portano a una grotta venerata dai cristiani come il luogo in cui è nato Gesù. Nel 2002, durante la Seconda Intifada, le forze israeliane hanno assediato la chiesa per 39 giorni, sparando ai miliziani palestinesi rinchiusi all’interno. Pochi turisti ricordano che vicino ai gradini per arrivare alla grotta furono lasciati a decomporsi i corpi dei palestinesi uccisi.

Non che in questi giorni ci siano molti turisti. Canawati, un cristiano la cui famiglia ha vissuto a Betlemme dal XVII° secolo e possiede I Tre Archi, uno dei maggiori fornitori di souvenir biblici della Palestina, ha affermato che negli ultimi due anni il turismo è sceso fin quasi a zero.

Non è solo il turismo a soffrire. L’economia della Cisgiordania nel suo complesso è disastrosa. Il reddito pro capite è sceso del 20% e la disoccupazione si aggira intorno al 33%. Oltre a questo, mentre la popolazione sta soffrendo l’Autorità Palestinese, formalmente responsabile di amministrare la Cisgiordania e guidata da Fatah, è sinonimo di corruzione, malversazione, loschi traffici e nepotismo. I palestinesi con cui ho parlato erano infuriati per come molto spesso gli impieghi siano assegnati non in base al merito ma ai rapporti familiari, ai contatti, a bustarelle o all’affiliazione politica.

Non è difficile trovare degli esempi. Mentre girovagavo nel centro di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania, un venditore ambulante mi ha chiamato per fare due chiacchiere. Ha detto di essere stato uno studente modello all’università, di essersi laureato in diritto e mi ha orgogliosamente mostrato il suo attestato di membro dell’ordine degli avvocati palestinesi. Quindi perché stava lavorando in un banco di frutta e verdura? Ha affermato che semplicemente non ha contatti all’interno dell’AP che gli consentano di iniziare una carriera forense.

Canawati ha riconosciuto che c’è corruzione ma ha mitigato la sua accusa aggiungendo “come in altri Paesi”. Data l’impopolarità di Abbas, dell’AP e di Fatah, gli ho chiesto che risultati avrebbe Hamas se ci fossero elezioni in Cisgiordania. Hamas non avrebbe “possibilità”, ha sostenuto, benché praticamente tutti gli altri con cui ho parlato prevedessero che Hamas avrebbe vinto. In assenza di elezioni politiche nazionali – non ce ne sono state dal 2006 – le votazioni per il consiglio studentesco all’università di Birzeit sono viste come una sorta di indicatore. Nelle ultime elezioni, nel 2023 e prima del 7 ottobre, un blocco islamico affiliato ad Hamas aveva vinto 25 dei 51 seggi, mentre un gruppo legato a Fatah ne aveva ottenuti 20 e un altro affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 6.

Il massacro del 7 ottobre, in cui più di 1.200 israeliani e stranieri sono stati uccisi e circa 250 presi come ostaggio, inevitabilmente ha provocato una forte reazione. Perché, chiedono rabbiosamente i palestinesi, prendere il 7 ottobre come punto di inizio? Perché non cominciare con gli attacchi aerei israeliani contro Gaza che hanno fatto migliaia di morti palestinesi tra il 2005 e il 2023? Essi vedono Hamas come parte della resistenza e pochi di quelli che ho incontrato erano disposti a criticare l’attacco.

Una delle eccezioni è Omar Haramy, direttore di Sabeel, un centro della teologia della liberazione palestinese con sede a Gerusalemme. Secondo lui il fatto che la società civile palestinese non abbia aperto una seria discussione sul massacro è un problema. Mentre parlavamo si trovava nei pressi della Porta di Giaffa all’entrata della Città Vecchia di Gerusalemme, vicino alla stazione di polizia israeliana di Kishle. Haramy, che ha detto di essere stato portato lì e interrogato molte volte, ha suggerito che, se i palestinesi avessero fatto pressioni su Hamas fin da subito, forse avrebbe rilasciato i bambini, le donne e gli anziani che erano stati presi in ostaggio: “Questi sono i nostri valori come palestinesi? Prendere bambini in ostaggio? Per l’amor di Dio. Noi non siamo così.” Secondo lui le varie fazioni e partiti politici sono un peso nella spinta verso la liberazione: “Sono tutti complici, senza elezioni, senza un progetto. È tutto triste e confuso.”

Il cambiamento più grave dal mio ultimo viaggio nella regione è l’espansione delle colonie israeliane. Ci sono 3.3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania, compresi 435.000 a Gerusalemme est. Il numero di coloni israeliani è salito dai 400.000 ai tempi della Seconda Intifada ai più di 700.000 oggi. Ma queste cifre non trasmettono il livello dell’intrusione delle colonie, il loro impatto soffocante, l’occupazione di ulteriori cime delle colline che sovrastano città, cittadine e villaggi e persino collocate in mezzo a loro, dietro muri e filo spinato, spesso a pochi metri dalle case dei palestinesi e protette dai soldati israeliani.

Durante la Seconda Intifada avevo intervistato il capo di una piccola colonia nel centro di Hebron, la cui popolazione era nella stragrande maggioranza palestinese. Quando gli ho chiesto cosa pensasse dei palestinesi mi rispose che erano “animali”. Quando gli ho detto che lo avrei citato, non fece nessun tentativo di rettificare la sua affermazione. Non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso il ricordo di quel disprezzo sbrigativo.

Ma è moderato in confronto a quello che sta avvenendo oggi, in quanto i coloni, incoraggiati dagli estremisti che fanno parte del governo israeliano, con crescente frequenza e ferocia vessano i palestinesi scatenandosi nei villaggi in totale impunità, intimidendoli nel tentativo di cacciarli. (segue)

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele approva la colonizzazione del progetto E1 per “eliminare” lo Stato palestinese con “azioni e non con slogan”

Rayhan Uddin e Lubna Masarwa

20 agosto 2025 – Middle East Eye

La commissione per la colonizzazione autorizza 3.400 unità abitative che secondo il ministro delle Finanze lascerà “gli ipocriti dirigenti europei senza niente da riconoscere”

Con un’iniziativa che un ministro ha descritto come la “cancellazione” di uno Stato palestinese “non con slogan ma con azioni concrete”, Israele ha autorizzato la costruzione del progetto di colonizzazione E1 nella Cisgiordania occupata.

Mercoledì la sottocommissione per la colonizzazione dell’Amministrazione Civile [l’organismo militare che governa i territori palestinesi occupati, ndt.] ha approvato la costruzione di 3.400 nuove unità abitative sul territorio palestinese occupato.

La maggior parte di esse verrà costruita nei pressi della colonia già esistente di Maale Adumim, in una zona che intende collegare alcune colonie in Cisgiordania con Gerusalemme est occupata.

Il progetto include 342 unità in una nuova colonia ad Asael, nel sud della Cisgiordania. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato: “Oggi abbiamo definito una storica situazione di fatto. Con l’E1 abbiamo finalmente realizzato quello che è stato promesso da anni. È un momento fondamentale per la colonizzazione, per la sicurezza e per tutto lo Stato di Israele.”

Per la seconda volta negli scorsi giorni il ministro ha collegato direttamente il progetto con la fine della soluzione a due Stati.

“Lo Stato palestinese sta per essere tolto di mezzo non con degli slogan ma con i fatti. Ogni colonia, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa,” ha detto Smotrich.

Il ministro, che guida il partito Sionismo Religioso [dell’estrema destra nazionalista religiosa, ndt.], ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di “completare l’operazione mettendo in pratica la piena sovranità su Giudea e Samaria, qui e ora,” facendo riferimento all’annessione formale della Cisgiordania, che Israele ha occupato dal 1967 in violazione delle leggi internazionali.

Il progetto edilizio E1 risale alla fine degli anni ’90, ma la sua messa in pratica è stata rimandata a causa dell’opposizione internazionale.

Sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno messo in guardia i successivi governi israeliani dal portare avanti il progetto facendo riferimento al suo impatto sulla soluzione a due Stati.

I governanti europei non avranno niente da riconoscere”

L’accelerazione dei progetti sembra essere una risposta all’annuncio da parte di Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia di aver intenzione di riconoscere lo Stato palestinese durante un incontro alle Nazioni Unite del mese prossimo.

La scorsa settimana Smotrich ha dichiarato che ogni Stato che “cerchi di riconoscere uno Stato palestinese riceverà da noi una risposta sul campo,” non nella forma di documenti o dichiarazioni, ma attraverso la costruzione di “case, quartieri (e) strade”.

Mercoledì ha ripetuto lo stesso concetto affermando: “É venuto il momento di lasciare per sempre nel dimenticatoio l’idea di dividere la terra e di garantire che entro settembre gli ipocriti politici europei non avranno niente da riconoscere.”

Il progetto E1 intende tagliare fuori le comunità palestinesi tra Gerusalemme e la Valle del Giordano, che include una zona storica nota come al-Bariyah o “Deserto di Giudea”, che la Palestina ha presentato alla lista provvisoria dell’Unesco per l’inclusione tra i siti patrimonio dell’umanità.

“Ciò significa anche che la principale strada storica da Gerico a Gerusalemme, esistita per più di 3.000 anni e percorsa da Gesù, verrà totalmente chiusa ai palestinesi,” ha detto la settimana scorsa a Middle East Eye Jamal Juma, coordinatore della campagna “Stop the Wall” [Fermare il Muro, movimento contro la costruzione del muro di separazione costruito da Israele in Cisgiordania, ndt.]

L’isolamento di Gerusalemme est da alcune parti della Cisgiordania obbligherà i palestinesi a fare lunghe deviazioni per viaggiare da varie città e centri urbani.

Il progetto è stato messo in relazione con la frammentazione della Palestina occupata in “bantustan”, un riferimento ai ghetti per soli neri creati nel Sudafrica dell’apartheid.

“Hebron e Betlemme diventeranno altre Gaza, una striscia isolata dalla Cisgiordania. Lo stesso succederà a Ramallah,” ha affermato Juma.

Strada dell’apartheid

A marzo il gabinetto israeliano per la sicurezza politica ha approvato una strada separata per i palestinesi a sud dell’Area E1 che colleghi il nord e il sud della Cisgiordania.

La strada è vista come un passo previo per l’estensione della costruzione di colonie nella zona. In base al progetto il transito dei palestinesi verrebbe deviato lontano dalla Route 1, la principale autostrada che collega Gerusalemme a Maale Adumim, riservandola principalmente per l’uso da parte di israeliani.

“Il governo israeliano sta annunciando apertamente l’apartheid,” sostiene Aviv Tatarsky, ricercatore dell’associazione israeliana per i diritti umani Ir Amim. “Afferma esplicitamente che i progetti dell’E1 sono stati approvati per “seppellire” la soluzione a due Stati e rafforzare la sovranità di fatto. Una conseguenza immediata potrebbe essere l’espulsione di oltre una decina di comunità palestinesi che vivono nell’Area E1.”

Circa 700.000 coloni israeliani vivono in approssimativamente 300 colonie illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme est, tutte costruite da quando Israele si è impossessato dei territori nella guerra del 1967.

In base alle leggi internazionali la costruzione di colonie su un territorio occupato è illegale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come von der Leyen ha sposato il movimento dei coloni israeliani

David Cronin  

19 agosto 2025 – The Electronic Intifada

La Palestina viene fatta a pezzi e l’Unione Europea risponde con frasi vuote.

Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze di Israele dichiaratamente fascista, sta ripristinando il progetto E-1 che rilancerà la colonizzazione nell’area che connette Gerusalemme est con il resto della Cisgiordania. Smotrich non fa segreto del fatto che il suo piano è seppellire la prospettiva di uno Stato palestinese.

Lo sta facendo nel momento in cui diversi paesi occidentali vanno verso il riconoscimento di una cosa chiamata Stato di Palestina.

Lo strangolamento delle comunità palestinesi che Smotrich sta promuovendo in Cisgiordania non va considerato prescindendo da come si è vantato di aver annientato ogni speranza per la popolazione di Gaza.

Lui ed altri ministri del governo hanno massacrato l’intero corpo delle leggi internazionali entrate in vigore in seguito all’Olocausto. Le convenzioni dell’ONU che mettono fuori legge il furto delle terre e sanciscono la necessità di impedire e punire il genocidio sono state formulate nella seconda parte degli anni ’40 del novecento.

Invece di richiamare Israele alle sue responsabilità, Kaja Kallas, la responsabile della politica estera dell’UE, ha emesso un blando richiamo a Israele a “desistere” dal portare avanti la decisione sul progetto E-1. Il richiamo si basa sulla “necessità di agire per tutelate la fattibilità della soluzione dei due Stati.”

Se Kallas crede davvero in queste fesserie, allora dovrebbe consultare qualche mappa geografica. La semplice realtà è che l’incessante inglobamento da parte di Israele della terra palestinese significa che la soluzione dei due Stati è da tempo insostenibile.

La devozione dell’UE alla soluzione dei due Stati ha le caratteristiche della fantasia. Ma la politica realmente perseguita è un inganno.

Ripetendo l’espressione “soluzione dei due Stati” come fosse un mantra del buon senso, i politici di Bruxelles vorrebbero ingannare l’opinione pubblica facendole credere contro ogni plausibilità che stanno lavorando per la pace.

Inoltre la soluzione dei due Stati è sempre stata pensata per perpetuare l’apartheid. È una ricetta presuntamente progressista per preservare Israele come Stato legato alla supremazia ebraica, confinando i palestinesi in un frammento della loro patria storica.

Adeguamento

In tutti i loro discorsi su una soluzione a due Stati i rappresentanti dell’UE si adeguano totalmente al movimento dei coloni israeliani.

Nel gennaio 2024 Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha accolto a Bruxelles Dani Dayan, un dirigente di spicco del movimento dei coloni.

Avvalendomi delle norme sulla libertà di informazione, ho finalmente ottenuto la richiesta che l’ambasciata di Israele a Bruxelles ha inviato a von der Leyen quando la visita di Dayan era in corso di preparazione.

La richiesta – vedi sotto– sottolinea che Dayan è stato capo dello Yesha Council. Mentre l’ambasciata israeliana non ha esplicitato quel che fa tale organizzazione, una veloce ricerca su internet da parte dello staff di von der Leyen sarebbe stato sufficiente a chiarire che lo Yesha Council è un’organizzazione che riunisce le principali colonie israeliane in Cisgiordania.

In quel ruolo Dayan ha affermato che è “grande interesse di Israele sviluppare il progetto E-1”

La “filosofia” di Dayan è stata sintetizzata in un suo articolo del 2012 per il New York Times. “La nostra presenza in tutta la Giudea e Samaria (la Cisgiordania) – non solamente nei cosiddetti blocchi di insediamenti – è un fatto irreversibile,” ha affermato, bollando come “vani” i tentativi di fermare l’espansione delle colonie

Dato che Dayan sostiene l’esatto contrario di ciò che predicano i rappresentanti dell’UE, perché l’anno scorso Ursula von der Leyen lo ha accolto a Bruxelles?

La risposta sta nel suo attuale incarico. Oggi Dayan è a capo dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Israele a Gerusalemme.

Come non pochi politici tedeschi, von der Leyen insiste molto sull’Olocausto, mentre permette un olocausto attuale a Gaza.

A ottobre 2023 è andata in visita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli ha garantito che avrebbe potuto “contare sul” sostegno dell’UE nella guerra contro Gaza. Se aveva intenzione di appoggiare tanto calorosamente un genocidio, è logico che non debba avere scrupoli ad abbracciare Dayan.

Adesso che lui ha raggiunto una posizione di rilievo gestendo un museo dell’Olocausto con cui l’UE collabora abitualmente, la dirigenza di Bruxelles è pronta a chiudere un occhio sul sostegno di Dayan all’espansione delle colonie, una posizione che non ha mai rinnegato.

Il tappeto rosso offerto a Dayan non è stato un incidente isolato. Lo staff alle dipendenze della citata Kaja Kallas ha di recente accolto a Bruxelles Elie Pieprz, un altro veterano dello Yesha Council.

Intanto nei giorni scorsi la Francia ha affermato di “condannare fermamente” la distruzione da parte di Israele di una scuola nel nord della Cisgiordania. La scuola era stata finanziata dalla Francia, congiuntamente all’Unione Europea.

Come ha sottolineato Gerard Araud, un ex diplomatico francese, una simile distruzione è “un classico” dell’occupazione israeliana. La risposta dell’UE agli attacchi ad una infrastruttura da essa finanziata non ha mai comportato azioni concrete contro Israele.

L’ultima protesta francese è in linea con un modello ben consolidato da cui gli Stati e le istituzioni dell’UE raramente si allontanano.

Mostrare orrore per gli effetti della violenza israeliana – violenza che l’Occidente permette – è obbligatorio. Punire Israele non è mai contemplato.

David Cronin è un redattore di The Electronic Intifada. Tra i suoi libri: Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Zionism and Israel  [L’ombra di Balfour: un secolo di sostegno britannico al sionismo e a Israele] e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation [L’alleanza dell’Europa con Israele: aiuto all’occupazione].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Ad oltre 300 membri del ministero degli esteri del Regno Unito è stato detto di valutare le loro dimissioni se non fossero d’accordo con la politica su Gaza del governo

Redazione di MEMO

10 giugno 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì la BBC ha riportato che a più di 300 membri del ministero degli Esteri del Regno Unito che hanno espresso preoccupazioni riguardo alla potenziale complicità inglese nelle azioni di Israele a Gaza è stato detto che potrebbero licenziarsi se sono in forte disaccordo con le politiche governative.

Secondo la BBC ciò è accaduto dopo che una lettera interna inviata il mese scorso al ministro degli Esteri David Lammy aveva criticato le continue vendite inglesi di armi ad Israele e aveva accusato il governo israeliano di “totale… disprezzo del diritto internazionale.”

La lettera dei membri del ministero, datata 16 maggio e ottenuta dalla BBC, ha evidenziato le restrizioni di Israele sugli aiuti a Gaza, l’uccisione di 15 soccorritori a marzo e l’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata.

I firmatari, che rappresentano un ampio insieme di ruoli nel ministero degli Esteri a Londra e all’estero, hanno espresso timori che il loro ruolo nell’implementare la politica [governativa, ndt] potrebbe esporli ad essere chiamati a risponderne in futuri procedimenti contro il Regno Unito. Questa è almeno la quarta lettera simile inviata da funzionari pubblici dalla fine del 2023, e riflette il crescente disagio riguardo alla posizione del Regno Unito nel continuo aumento delle vittime civili a Gaza.

La BBC ha riferito che in una risposta del 29 maggio gli alti funzionari pubblici Sir Oliver Robbins e Nick Dyer hanno ammesso le preoccupazioni dei membri del ministero, ma hanno evidenziato che i funzionari pubblici devono ottemperare alle politiche governative “senza riserve” entro i limiti legali.

Essi hanno suggerito le dimissioni come un “percorso onorevole” per coloro che sono fortemente in disaccordo, provocando indignazione tra alcuni dei firmatari. Un anonimo funzionario ha detto alla BBC che la risposta ha mostrato un “profondo senso di delusione” e una riduzione dello spazio per il dissenso interno.

Il ministero degli Esteri ha difeso la sua posizione, affermando che ha i metodi per permettere ai funzionari di esprimere preoccupazioni e che il governo ha “rigorosamente applicato il diritto internazionale” a Gaza. Da quando ha assunto l’incarico, il governo laburista guidato dal primo ministro Keir Starmer ha sospeso 30 su 250 licenze di esportazione di armi verso Israele, citando i rischi di serie violazioni del diritto umanitario internazionale.

Il 19 maggio il Regno Unito si è inoltre unito a Francia e Canada nella minaccia di “azioni concrete” se Israele non dovesse fermare la sua offensiva militare e revocare le restrizioni agli aiuti [a Gaza].

Critici, incluso un ex funzionario che ha parlato in forma anonima alla BBC, hanno definito “oscuramento” la risposta del ministero degli Esteri.

Il ministero degli Esteri ha reiterato la sua volontà di offrire un parere imparziale della pubblica amministrazione e ha osservato di aver creato un “Consiglio per i Problemi” e sessioni di ascolto per gestire le preoccupazioni dei suoi membri.

In ogni caso, il conflitto interno in corso evidenzia le sfide che il governo del Regno Unito si trova di fronte mentre la sua politica su Gaza si muove tra lo sguardo critico internazionale ed il dissenso interno.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)