Come sei mesi in Cisgiordania hanno cancellato una vita di indottrinamento sionista

Sam Stein 

30 maggio 2025 – +972 Magazine

Come molti ebrei americani sono stato educato a considerare infallibile Israele. Vivere tra i palestinesi mi ha insegnato alcune verità fondamentali sulla situazione dell’occupazione.

Se si cresce nel mondo degli ebrei ortodossi americani quello che si fa è semplicemente passare un anno post-diploma a studiare la Torah in Israele. Io scelsi di frequentare una “mechina”, un programma israeliano propedeutico al servizio militare, ignaro che quello che consideravo il mio “anno in Israele” in realtà mi avrebbe portato nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania.

La “Mechinat Yeud” si trovava a Efrat, una colonia illegale del blocco di Gush Etzion [prima colonia fondata da Israele nei territori occupati nel ’67, ndt.], a sud di Gerusalemme. I nostri giorni lì erano principalmente divisi in due parti: la prima metà veniva dedicata a studiare la Torah e l’altra a fare escursioni, a prestare servizio per la comunità e ad allenarsi nel Krav Maga [arte marziale adottata dall’esercito israeliano, ndt.].

Terminai quell’anno senza sapere molto dell’occupazione israeliana. Mentre vedevo più “arabi” (la parola “palestinesi” non veniva mai pronunciata dalle nostre labbra) attorno alla mia colonia che nel vero e proprio Israele, continuai ad ignorare la realtà da loro vissuta sotto il potere militare straniero, senza cittadinanza né diritto di voto.

La prima volta che ricordo di aver sentito la parola “occupazione” fu quando il mio rabbino, un abitante della colonia illegale di Alon Shvut, si lamentò del fatto che gli israeliani avessero un accesso limitato al Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, ndt.]. “Israele,” dichiarò, “è occupato dagli arabi.”

Cinque anni dopo, mentre studiavo all’Hunter College di New York, uno studente palestinese di Betlemme fece un discorso nel nostro centro Hillel [principale organizzazione studentesca ebraica al mondo, ndt.]. Avendo vissuto durante il tempo passato a Efrat a poca distanza da lui, ingenuamente pensai a noi due come “vicini”. Ma quando spiegò che frequentare un’università a New York gli imponeva di ottenere in primo luogo i permessi israeliani anche solo per andare in Giordania e avere il diritto di salire su un volo internazionale, lo stridente contrasto tra le nostre due vite divenne impossibile da ignorare.

Sette anni dopo il mio soggiorno nella mechina tornai in Israele-Palestina, questa volta con una chiara visione dell’occupazione della Cisgiordania e della responsabilità che comportava entrare in quella terra. Sapevo di dovermi impegnare nell’attivismo concreto contro l’occupazione. Fu così che arrivai a unirmi ad “All That’s Left” [Tutto ciò che rimane], un collettivo di base e senza gerarchie degli ebrei della diaspora impegnato nell’azione diretta contro l’occupazione.

Attraverso All That’s Left iniziai a viaggiare regolarmente in Cisgiordania con una prospettiva totalmente diversa rispetto a quando avevo 18 anni. Mi unii ai contadini palestinesi nei loro campi, accompagnai i pastori a pascolare le loro greggi, partecipai alle proteste contro la violenza di Stato israeliana e infine passai notti, poi settimane, poi mesi, nei villaggi palestinesi. Come parte di attivismo della presenza protettiva i miei compagni di militanza ed io documentammo gli attacchi dei coloni e le incursioni militari, sperando che il nostro status privilegiato agli occhi dello Stato potesse scoraggiare la violenza.

Questo lavoro mi ha portato al settembre 2024, quando, dopo essermi unito a Rabbis for Human Rights [Rabbini per i Diritti Umani, associazione religiosa israeliana contro l’occupazione, ndt.], ho deciso di trasferirmi a tempo pieno a Masafer Yatta, un gruppo di villaggi palestinesi sulle Colline Meridionali di Hebron i cui abitanti hanno resistito tenacemente alla violenza dei coloni e dell’esercito intesa a cacciarli dalle loro terre, come recentemente descritto dal documentario vincitore dell’Oscar “No other land” [Nessun’altra terra]. Andando lì speravo di rafforzare i miei rapporti con la comunità, migliorare il mio arabo e fornire una presenza protettiva.

Come cittadino israeliano ebreo, parte del gruppo demografico che spinge per l’espansione della colonizzazione, volevo assicurarmi che stando a Masafer Yatta avrei fatto una resistenza attiva all’occupazione invece che perpetuarla. Attraverso conversazioni con gli abitanti del luogo e il mio lavoro con iniziative come Hineinu [Noi siamo qui, progetto di appoggio alle comunità palestinesi, ndt.], sono arrivato alla convinzione che esso era accolto positivamente e apprezzato dagli abitanti palestinesi.

Senza limiti di tempo, senza sostegno istituzionale e senza neppure una casa a Gerusalemme in cui tornare se le cose si fossero messe male, ho caricato tutte le mie cose in macchina e sono partito a sud verso Masafer Yatta.

Per sei mesi ho vissuto insieme a quelli che, come ero stato continuamente messo in guardia, alla prima occasione mi avrebbero ucciso. Le verità che ho imparato lì devono essere condivise, soprattutto con altri che sono stati educati con gli stessi timori. Queste lezioni hanno un’importanza immediata perché ancora una volta Masafer Yatta sta affrontando una campagna di demolizioni che minaccia di cancellare la sua gente dall’unica terra che conosce.

  1. Puoi (e dovresti) ignorare i cartelli rossi

    Durante l’anno alla mechina il nostro direttore indicava invariabilmente i cartelli rossi che indicavano gli ingressi nell’Area A, il territorio della Cisgiordania ufficialmente sotto totale controllo palestinesi [in base agli accordi di Oslo, ndt.]. Gli avvisi, piazzati da Israele, affermavano che l’ingresso era “illegale” e “pericoloso per le vite” dei cittadini israeliani. “Questo è il vero apartheid,” diceva il nostro direttore, lamentando la presunta esclusione per gli israeliani da quelle zone. Solo in seguito capii che i palestinesi non intendevano escludermi né avevano l’effettiva autorità su quei luoghi.

In realtà il divieto contro i cittadini israeliani che entravano nell’Area A esiste più sulla carta che in pratica. Queste restrizioni non intendono proteggere gli israeliani, ma rafforzare un sistema e una cultura di apartheid attraverso barriere psicologiche. Dove finiscono posti di blocco e muri prendono il loro posto la paura e autocensura come mezzi di separazione.

Ho presto compreso che disimparare questo razzismo condizionato richiede l’immersione in luoghi in cui la cultura palestinese rimane predominante. Ho visitato i siti storici di Betlemme, mi sono allenato in palestre di arti marziali a Ramallah e ho fatto la spesa nei mercati di Yatta. Quasi ogni volta gli abitanti locali scoprivano che sono sia ebreo che israeliano, eppure non mi sono mai sentito in pericolo. L’unica vera angoscia c’è stata quando ho lasciato le città palestinesi, seduto in infinite code ai posti di blocco, un ricordo quotidiano del peso schiacciante dell’occupazione.

  1. I coloni degli avamposti non ti rappresentano

Se, come me, sei cresciuto come un tipico ebreo ortodosso moderno in America, non troverai nessun punto in comune con quelli che passano il pomeriggio del sabato andando in giro in macchina e usando il telefono [attività vietate il sabato dalla legge religiosa ebraica, ndt.] per coordinare attacchi contro i palestinesi.

A differenza dei coloni più “moderati” di posti come Efrat o Alon Shvut, che pur sostenendo l’occupazione almeno conservano un’apparenza di osservanza religiosa, , i violenti radicali degli avamposti sono totalmente estranei al tuo mondo.

Se incontri a scuola il tipico giovane delle colline [membro di un gruppo di coloni estremisti, ndt.] non vedi uno come te, vedi un giovane a rischio che ha bisogno di assistenza. E gli adulti che gestiscono questi avamposti? Non hanno niente a che vedere con i rabbini che ti fanno lezione a scuola, sono estremisti ideologici che usano la nostra tradizione come arma calpestando la stessa halacha [tradizione normativa ebraica, ndt.] che ti è stato insegnato essere essenziale e immutabile.

  1. L’esercito mente

Come la maggioranza degli ebrei e degli israeliani, sono stato educato a vedere l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] come infallibile. Ma quando dico che l’esercito mente, non sto parlando di interpretazioni o di mezze verità. Intendo che inventano in blocco la realtà, creando finzioni prive di ogni base oggettiva.

Ho assistito di persona ad avvenimenti per poi leggere resoconti dell’esercito che contraddicevano totalmente la realtà. Per due volte sono stato aggredito da soldati e coloni per poi essere arrestato con l’assurda accusa che avevo attaccato i miei aggressori.

Questo schema di menzogne non è nuovo: molto prima degli ultimi 18 mesi Israele ha ripetutamente ritrattato le sue versioni ufficiali, come il mondo ha visto in seguito all’assassinio della giornalista Shireen Abu Akleh [uccisa a Jenin da un cecchino israeliano ma che secondo la prima versione israeliana sarebbe stata colpita da un combattente palestinese, poi da un proiettile di rimbalzo, ndt.]. Oggi, mentre Israele commette un genocidio a Gaza dietro il muro della censura, dobbiamo partire dall’assunto opposto: ogni parola ufficiale dell’esercito è una menzogna.

  1. L’occupazione opera ininterrottamente

Una volta un compagno attivista di Hineinu ha descritto la risposta alla violenza a Masafer Yatta come “giocare a colpire la talpa”. Ogni chiamata d’emergenza del mattino — i coloni attaccano qui, i soldati invadono là — dà l’avvio a un altro giorno di corse tra avamposti per documentare le atrocità.

Mi sono abituato a questo ritmo di crisi: dormire con la suoneria impostata per squarciare il silenzio della notte, un cambio di vestiti sempre a portata di mano, affinare la particolare abilità di vestirsi in pochi secondi mentre sei mezzo addormentato. A tutt’oggi un telefono che suona mi provoca le palpitazioni.

È rapidamente diventato chiaro che la mia sola presenza là turbava profondamente i soldati israeliani. Avrebbero inventato pretesti per allontanare me e gli altri attivisti, arrestandomi per aver fotografato un’auto civile, accusandomi falsamente di essere entrato nell’Area A o prendendo di mira i nostri veicoli per futili violazioni del codice della strada.

Ma mentre questi continui soprusi mi hanno sfiancato, impallidiscono in confronto a quello che devono sopportare giornalmente i miei vicini. So che persino in un cosiddetto giorno “tranquillo” la violenza non si ferma, significa solo che altri si stanno accollando il peso al mio posto.

  1. La risposta è una solidarietà vera.

Integrarmi in una comunità palestinese mi ha rivelato l’implacabile morsa dell’occupazione. Quando ho iniziato ad accompagnare in macchina i miei vicini a sbrigare le loro faccende ogni posto di blocco si è trasformato da un’ingiustizia vista da fuori in qualcosa che mi colpiva personalmente. Queste esperienze mi hanno insegnato che l’antidoto più potente alla propaganda è essere veramente accomunati agli oppressi e diseredati, non in base a una falsa nozione di “coesistenza”, ma a un impegno condiviso per la giustizia e la liberazione.

L’occupazione continua esattamente perché non crea un disagio agli israeliani, che è la ragione per cui chi li sostiene deve consapevolmente condividere la sofferenza dei palestinesi. Ciò non implica andare a Masafer Yatta, solo costruire rapporti così profondi che la sofferenza degli altri diventi la nostra. Assistere ai soprusi là non disturba solo la mia coscienza, mi fa arrabbiare perché le persone che amo sono state colpite. Questa rabbia continua anche adesso che me ne sono andato. Moltiplicate questo per migliaia e il sistema crollerà.

È così che un’ora di vero ascolto del discorso di un compagno di studi al college è stata il primo passo perché mi si aprissero gli occhi sul vissuto dei palestinesi. Ora, condividendo la mia esperienza di sei mesi insieme ai palestinesi di Masafer Yatta, spero di aiutare altri che sono stati educati come me a rompere lo stesso muro di menzogne. Solo allora potremo riprenderci non solo da questi 18 mesi devastanti, ma dai 75 anni che li hanno preceduti e costruire un futuro degno della nostra comune umanità.

Sam Stein è uno scrittore e attivista che ha passato sei anni impegnato nella presenza protettiva in Cisgiordania. Collabora frequentemente con la rivista The Progressive Magazine [storico periodico statunitense di sinistra, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come la Cina sta silenziosamente aiutando l’impresa delle colonie israeliane

Razan Shawamreh

13 maggio 2025 Middle East Eye

Lontano dalla retorica di Pechino sulla difesa dei palestinesi, le aziende cinesi stanno contribuendo a sostenere le colonie illegali

“Non hai bisogno, Razan, di andare in Cina: vieni a Huwara, la Cina è qui”. Sebbene dette scherzosamente dal mio amico Ahmad, che ha chiesto di non rivelare il suo nome completo per motivi di sicurezza, queste parole racchiudono una dura verità.

Huwara è un piccolo villaggio palestinese vicino a Nablus, circondato da alcune delle colonie sioniste più violente e ideologicamente estremiste del paese, tra cui Yitzhar.

Quando gli ho chiesto cosa intendesse mi ha risposto: “I lavoratori cinesi vivono e lavorano nelle vicine colonie. Li vedo regolarmente per le strade del villaggio, a fare la spesa nei locali negozi palestinesi “.

Quella semplice osservazione di un paio di mesi fa mi ha spinto a indagare ulteriormente. Ho parlato con i palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata e ho raccolto le loro testimonianze. Ali, che vive a Ramallah vicino alla colonia di Beit El, mi ha detto: “Ho visto decine di operai cinesi costruire case e infrastrutture a Beit El”.

Saeed, di Hebron, ha ricordato che “durante la pandemia di Covid-19, i coloni hanno persino messo in quarantena i lavoratori cinesi, separandoli dagli altri”.

Queste testimonianze rivelano una scomoda verità: la manodopera cinese sta contribuendo attivamente e visibilmente alla costruzione di colonie israeliane sui territori palestinesi occupati.

Ironicamente, questa realtà è in aperta contraddizione con la politica dichiarata dalla Cina stessa, che un decennio fa ha proibito a imprese edili cinesi di lavorare nelle colonie israeliane.

Nel 2015 la Cina ha firmato un accordo bilaterale di lavoro con Israele con una clausola che impediva ai lavoratori cinesi di essere impiegati nella Cisgiordania occupata. In particolare, questa condizione era motivata da preoccupazioni per la sicurezza piuttosto che da una posizione di principio contro l’illegalità o l’immoralità della costruzione di colonie. Tuttavia, nel 2016 queste preoccupazioni per la sicurezza sembravano essersi attenuate con l’acquisizione da parte della Cina di Ahava, un’azienda con sede nella colonia di Mitzpe Shalem.

Un anno dopo entrambi i Paesi hanno firmato un altro accordo di lavoro per far entrare in Israele alle stesse condizioni 6000 lavoratori edili cinesi. Il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, ha confermato che l’accordo è stato steso “in base alla preoccupazione per la sicurezza dei lavoratori”. Tuttavia i funzionari cinesi hanno risposto affermando che “il vero problema non era la sicurezza, ma l’opposizione della Cina alle costruzioni nelle colonie”. Eppure, le mie interviste con gli abitanti – da Nablus a Ramallah a Hebron – hanno chiarito che i lavoratori cinesi sono presenti e coinvolti nell’espansione delle colonie. Ciò solleva seri dubbi sulla sincerità della presunta opposizione della Cina alle attività di colonizzazione israeliana.

“Pionieri contemporanei”

Nel contesto del genocidio in corso a Gaza, i funzionari cinesi hanno pubblicamente espresso preoccupazione per l’aumento della violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata. Il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian ha dichiarato a settembre dello scorso anno che Israele deve “fermare le attività di insediamento coloniale illegale in Cisgiordania”.

Ma mentre Pechino parla di moderazione le aziende cinesi agiscono a sostegno dell’occupazione e del progetto di insediamento coloniale in Palestina.

Uno degli esempi più eclatanti è Adama Agricultural Solutions, un’ex azienda israeliana ora interamente di proprietà della società statale cinese China National Chemical Corporation (ChemChina). Nel contesto della guerra di Gaza Adama ha mobilitato i suoi lavoratori “per sostenere gli agricoltori che hanno sofferto per la carenza di manodopera… [compresi] gli agricoltori del sud, gli abitanti delle zone circostanti la Striscia di Gaza e quelli delle colonie del nord”, secondo un articolo del Jerusalem Post.

Citato nello stesso rapporto, un rappresentante di Adama ha affermato: “Gli agricoltori del Paese, e in particolare quelli delle colonie intorno a Gaza, sono i pionieri contemporanei e il loro continuo lavoro è necessario per garantire la sicurezza del Paese. Oggi tornano a coltivare le loro terre con enormi sofferenze e la mancanza di braccia. Noi di Adama abbiamo il diritto di aiutarli nei momenti di normale lavoro e di sostenerli anche nei momenti di crisi”.

Nel gennaio 2024 Adama si è spinta oltre, istituendo un fondo di borse di studio di circa un milione di shekel (275.000 dollari) per sostenere lauree in agricoltura per i residenti dell’area di Gaza e delle colonie settentrionali.

Adama vanta una lunga storia di collaborazione con le istituzioni dei coloni. I suoi prodotti sono stati utilizzati in sperimentazioni agricole condotte nelle colonie israeliane della Valle del Giordano e, cosa ancora più inquietante, uno dei suoi erbicidi è stato utilizzato da un collaboratore esterno dell’esercito israeliano per irrorazioni aeree che hanno distrutto la vegetazione lungo il confine di Gaza.

Mentre la Cina si presenta nel conflitto come un attore neutrale o solidale, la sua proprietà di Adama la collega direttamente alla distruzione militarizzata dei mezzi di sussistenza palestinesi.

Collaborare al consolidamento delle colonie

Non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni diverse aziende cinesi, statali e private, hanno investito direttamente o indirettamente nelle colonie israeliane o in aziende che vi operano.

Prendiamo il caso di Tnuva, un importante produttore alimentare israeliano che opera in colonie illegali. Nonostante le richieste internazionali di boicottaggio dell’azienda, nel 2014 il conglomerato statale cinese Bright Food ha acquisito una partecipazione del 56% in Tnuva. Nel 2021 Tnuva si è aggiudicata una gara d’appalto per la gestione di 22 linee di trasporto pubblico che servono 16 colonie a Mateh Yehuda, tutte costruite su terreni occupati a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Non si tratta di semplici autobus; ma di infrastrutture a supporto del radicamento coloniale, che rendono la vita dei coloni più facile e duratura.

Un altro esempio è l’acquisizione, nel 2016, da parte del gruppo cinese Fosun, di Ahava, un marchio di cosmetici la cui produzione ha sede nell’insediamento coloniale di Mitzpe Shalem. Ahava, bersaglio di una campagna di boicottaggio globale, era stata precedentemente identificata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come parte dell’attività di colonie illegali.

Nel frattempo, i diplomatici cinesi continuano a chiedere a Israele di fermare l’espansione delle colonie. L’ex ambasciatore Zhang Jun alla fine del 2023 ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: “Esortiamo Israele a frenare l’intensificarsi della violenza dei coloni in Cisgiordania, in modo da evitare la creazione di un nuovo focolaio e la diffusione del conflitto”. Il suo successore, Fu Cong, ha fatto eco a questo messaggio, esortando Israele a “fermare le sue attività di insediamento colonìale illegale in Cisgiordania”.

Ma che dire del coinvolgimento della Cina proprio in queste attività? L’agenzia delle Nazioni Unite per i Diritti Umani riferisce regolarmente sulle aziende coinvolte in attività legate alle colonie, eppure le aziende cinesi continuano tali collaborazioni.

Secondo numerose risoluzioni ONU, le colonie israeliane costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale. Le azioni della Cina contraddicono direttamente i principi giuridici che afferma di sostenere.

Mentre Pechino si oppone alle attività di insediamento coloniale, i suoi legami economici con Israele rafforzano le fondamenta del colonialismo sionista, a scapito dei diritti dei palestinesi. Ciò che è ancora più inquietante è come questi investimenti siano rimasti del tutto inosservati nel loro silenzioso sostegno all’apartheid, mentre Pechino parla di uno Stato palestinese indipendente.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Razan Shawamreh è una ricercatrice palestinese i cui ambiti di ricerca includono la politica estera cinese in Medio Oriente e la Grande Strategia della Cina a livello internazionale. È dottoranda in Relazioni Internazionali presso l’Università del Mediterraneo Orientale (EMU) a Cipro del Nord.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Netanyahu definisce “inevitabile” l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza

Redazione di MEE

12 maggio 2025 – Middle East Eye

Di fronte a una commissione parlamentare il primo ministro israeliano si vanta del fatto che l’esercito sta “distruggendo sempre più case” per obbligare la gente ad andarsene.

Domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “il risultato inevitabile” della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano sarà l’espulsione forzata dei palestinesi dal territorio. Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndt.] ha riportato che, rivolgendosi alla Commissione Affari Esteri e Difesa, Netanyahu ha detto che le forze israeliane stanno distruggendo “sempre più case” e che l’“unico risultato inevitabile sarà il desiderio dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza,”.

Nel suo discorso alla commissione Netanyahu ha anche fatto riferimento per la prima volta ai controversi piani di USA e Israele per la distribuzione di aiuti nell’enclave, affermando che i palestinesi li riceveranno solo se non torneranno nelle zone da cui sono arrivati.

Le sue affermazioni contraddicono quanto è stato detto finora dall’esercito israeliano, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dal Coordinatore per le Attività di Governo nei Territori (COGAT) riguardo al piano per la distribuzione degli aiuti.

Secondo il progetto di USA e Israele per consegnare aiuti alla Striscia, che è stato rifiutato dall’ONU in quanto “incompatibile con i principi umanitari”, i rappresentanti delle famiglie si recheranno a raccogliere gli aiuti da centri di distribuzione e li ripartiranno tra i propri familiari.

Per più di due mesi, da quando ha rotto unilateralmente il cessate il fuoco con Hamas, Israele si è rifiutato di consentire l’ingresso di ogni aiuto nella Striscia di Gaza.

Lunedì un istituto di monitoraggio della fame nel mondo ha sostenuto che a Gaza una carestia è imminente e che mezzo milione di persone è a rischio.

Far arrivare gli ebrei statunitensi”

Netanyahu ha anche detto alla commissione che il suo governo “per il momento non sta parlando di colonie israeliane nella Striscia”, ma ha confermato che gli USA sono interessati all’enclave.

Limor Son Har-Malech, parlamentare di estrema destra del partito Potere Ebraico che da molto tempo chiede la colonizzazione di Gaza, ha risposto alle affermazioni di Netanyahu suggerendo che Israele “faccia arrivare gli ebrei statunitensi in modo da prendere due piccioni con una fava.”

A febbraio il presidente USA Donald Trump ha affermato di progettare di impossessarsi della Striscia di Gaza, trasferire la popolazione palestinese in altri Paesi e ricostruire il territorio [trasformandolo] nella “Riviera del Medio Oriente”.

All’inizio di questo mese il governo Netanyahu ha ordinato l’estensione della guerra contro l’enclave palestinese, obbligando i palestinesi a spostarsi nel sud di Gaza.

Quando è stato annunciato il piano il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha affermato che “alla fine” Israele occuperà Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Stiamo assistendo all’ultimo sussulto della violenza israeliana”: una conversazione con Avi Shlaim.

Sebastian Shehadi

21 marzo 2025 – Novara Media

“Il sionismo è in procinto di autodistruggersi.”

Pochi storici israeliani hanno messo alla prova i miti nazionali del [loro] Stato come Avi Shlaim. Professore emerito di relazioni internazionali presso l’università di Oxford, Shlaim è tra i più illustri studiosi della storia palestinese e israeliana contemporanea.

Nato nel 1945 in una famiglia di ebrei arabi iracheni che poi si è spostata in Israele, il percorso accademico di Shlaim è segnato dal suo approccio critico, sfaccettato e personale formatosi in modo non marginale durante il servizio militare nell’esercito israeliano a metà degli anni ’60.

In quanto una delle principali personalità del movimento dei “Nuovi Storici” degli anni ’80, Shlaim ha contribuito a smantellare alcune delle narrazioni sulla fondazione di Israele sfidando i tradizionali punti di vista sionisti. Il suo lavoro sulla guerra arabo-israeliana del 1948 e sulla Nakba, soprattutto il suo fondamentale libro The Iron Wall: Israel and the Arab World [Il Muro di Ferro. Israele e il mondo arabo, Il Ponte, Bologna, 2003], offre un’analisi critica delle azioni israeliane che portarono alla guerra e delle sue conseguenze.

Il professor Shlaim ha incontrato Novara Media nella sua casa di Oxford per discutere del suo ultimo libro “Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine” [Genocidio a Gaza: la lunga guerra di Israele contro la Palestina]. Questo fondamentale saggio giunge nel momento della catastrofica crisi dei palestinesi a Gaza, mentre la campagna israeliana di espulsione e sterminio continua a godere dell’appoggio militare e diplomatico dei governi occidentali.

Come scrive lo stesso Shlaim, i saggi del libro nascono da una sensazione profondamente sentita (e declinata storicamente) del “dovere morale di dire la verità al potere e schierarsi con i palestinesi nell’ora del bisogno.” Con precisione e lucidità etica elenca i molti crimini di guerra, compreso il genocidio, che Israele ha perpetrato e reso normali contro il popolo palestinese, il cui diritto all’autodeterminazione e alla dignità umana è stato incessantemente attaccato e annientato di fronte agli occhi del mondo. Nel farlo il libro offre un’analisi inflessibile della logica razzista e tipica del colonialismo di insediamento che caratterizza le pratiche politiche e militari di Israele.

Il genocidio a Gaza funge anche da puntuale verifica delle celebrate memorie di Shlaim, “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” [Tre Mondi: memorie di un ebreo arabo] del 2023, che riesaminano (e modificano) la domanda sollevata in quel libro se termini come “apartheid”, “fascismo” e “genocidio” debbano applicarsi allo Stato di Israele. Soppesando le prove disponibili e citando le osservazioni giuridiche, tra gli altri, della relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, che ha anche scritto l’introduzione al suo nuovo libro, Shlaim si impegna in una conclusione definitiva: Israele sta commettendo un genocidio.

Prima di occuparci del libro, può spiegare qual è la cosa principale che le ha fatto prendere posizione come “antisionista”? So che quando lei è arrivato per la prima volta a Oxford, decenni fa, non si definiva tale. Cos’è cambiato?

È stato un lungo percorso, ma quello che mi ha cambiato è stata la ricerca d’archivio. Mi sono radicalizzato negli archivi. In Israele sono stato indottrinato a scuola e ancora di più quando ho fatto il servizio militare nelle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] a metà degli anni ’60. Credevo che Israele fosse un piccolo Paese amante della pace circondato da arabi ostili che volevano buttarci a mare, il che comportava che non avessimo altra scelta che difenderci e combattere. Accettai questa fondamentale narrazione sionista finché iniziai a interessarmi come storico al conflitto arabo israeliano.  Passai un anno intero andando ogni giorno negli archivi di Stato israeliani, guardando i documenti che mi raccontavano una storia totalmente diversa: che Israele era aggressivo, che Israele aveva deliberatamente provocato conflitti con i suoi vicini e che Israele non era interessato alla pace.

Quando nel 1993 vennero firmati gli accordi di Oslo ero euforico. Pensavo che fosse una cosa seria, che sarebbe iniziato un processo di lento ma irreversibile ritiro dai territori occupati e che sarebbe nato uno Stato palestinese. Ricordo di aver parlato con Edward Said, che era mio amico, su questo dopo che entrambi avevamo scritto articoli sulla London Review of Books [prestigiosa rivista bimestrale britannica di letteratura e politica, ndt.].

Quello di Edward era intitolato “Una Versailles palestinese. Oslo come strumento della resa palestinese.” Il mio riconosceva tutti i limiti dell’accordo, ma affermava che si trattava di un modesto passo nella giusta direzione.

Mi sbagliavo. Ho erroneamente pensato che il processo di Oslo fosse irreversibile. Fui ingenuo riguardo a Oslo. Sono ingenuo riguardo ad altre cose, ma non sono un codardo. Quando, sulla base delle prove, giungo a una conclusione, non falsifico il quadro, scrivo esattamente com’è. È così che mi sono radicalizzato, denunciando quello che ho visto dai documenti esistenti di Israele in quanto opposti alla sua propaganda. Ora Netanyahu ha chiuso le sale di lettura negli archivi pubblici israeliani. Quando vado in Israele entro con il mio passaporto israeliano e non sono mai stato fermato. Ma ora che sono stato così esplicito e che ho scritto un nuovo libro che si intitola “Genocidio a Gaza” non so cosa succederà la prossima volta che andrò là.

Alcuni sostengono che i simpatizzanti israeliani della causa palestinese dovrebbero rinunciare alla loro cittadinanza israeliana. Cosa pensa di questa forma di protesta? 

Penso che sia assolutamente fuori luogo affermare che un israeliano non sia un alleato credibile finché non rinuncia alla sua cittadinanza. Ciò detto, ho preso seriamente in considerazione di rinunciare alla mia cittadinanza israeliana. Ho parlato con una donna del consolato israeliano a Londra e mi ha detto: ‘So chi è lei, conosco le sue opinioni e simpatizzo con esse. Ma se vuole il mio parere, non vale la pena di rinunciare al suo passaporto. Le autorità si vendicherebbero e non le consentirebbero di tornare.’ In altre parole se avessi rinunciato al mio passaporto israeliano non sarei più riuscito ad andare negli archivi.

Negli anni scorsi si era astenuto dall’utilizzare la parola “genocidio” riguardo a Israele. Cosa esattamente le ha fatto cambiare posizione?

Ho esitato prima di chiamare il mio libro “Genocidio a Gaza” perché genocidio è una parola veramente molto seria. Ma le prove che ho davanti agli occhi sono schiaccianti e sempre più gravi. Questo è il primo genocidio che viene trasmesso in diretta. In genere Paesi e dirigenti politici non dicono “stiamo commettendo un genocidio” e “vogliamo spazzare via il nemico”. In genere lo nascondono, invece gli israeliani parlano apertamente di genocidio.

In uno dei capitoli del libro faccio riferimento a una banca dati di affermazioni genocide. Quello che è stato pubblicamente affermato, non solo da figure marginali ma da persone come il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha proclamato che “non ci sono innocenti a Gaza”, è scioccante. Nessun innocente tra le 50.000 persone che sono state uccise e i circa 20.000 minori. Ci sono citazioni di Netanyahu che sono genocidarie, così come quelle del suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha affermato che “affrontiamo bestie umane.”

Ho esitato a chiamare certi eventi genocidio prima dell’ottobre 2023, ma quello che per me ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato quando Israele ha bloccato ogni aiuto umanitario a Gaza. Stanno utilizzando la morte per fame come arma di guerra. Questo è genocidio.

Perché i politici occidentali sono così riluttanti a chiamare le cose con il loro nome? La risposta è ovvia: l’eccezionalismo israeliano. Israele è al di sopra delle leggi internazionali e i dirigenti occidentali lo consentono. Quando al ministro degli Esteri britannico David Lammy è stato chiesto se è in corso un genocidio, ha detto che genocidio è un concetto giuridico e che dobbiamo aspettare che la Corte si pronunci. Si sbaglia completamente. Quello che Israele sta facendo risponde alla Convenzione dell’ONU sul Genocidio, che non afferma che i Paesi debbano attendere che un tribunale prenda l’iniziativa. La Gran Bretagna e l’America non sono solo complici dei crimini di guerra israeliani, ma sono parte attiva assistendo Israele nella sua campagna genocida contro i palestinesi.

L’assurdità morale di questa situazione ha avuto anche un effetto interessante su di me dal punto di vista personale. Sono sia un ebreo che un israeliano, ma non mi sono mai identificato come ebreo in quanto non sono praticante. Tuttavia dall’attacco genocida contro Gaza ho voluto avvicinarmi di più all’ebraismo perché i suoi valori fondamentali sono l’altruismo, la verità, la giustizia e la pace.

Il governo Netanyahu è l’antitesi di questi fondamentali valori ebraici. L’essenza dell’ebraismo è la non-violenza, ma l’attuale regime è il governo più violento della storia di Israele. Io, in quanto ebreo, sento di avere il dovere morale di schierarmi ed essere preso in considerazione. Il nuovo libro è il mio modesto contributo personale alla lotta contro il fascismo sionista, sostenuto dall’imperialismo americano. È una presa di posizione personale.

Cos’altro rende questo libro diverso da quello che è già stato scritto, sia in termini del suo lavoro che della letteratura in generale?

Nel 2023 ho pubblicato un’autobiografia intitolata “Three Worlds: Memoirs of an Arab Jew” [Tre Mondi: Memorie di un Arabo Ebreo, ndt.]. In tutto quel libro c’è una critica implicita al sionismo. Sono uno studioso di relazioni internazionali, quindi penso sempre che i palestinesi siano le principali vittime del sionismo. Ma quando ho scritto questa storia di famiglia ho capito che c’è un’altra categoria di vittime del sionismo di cui non si parla molto e che sono gli ebrei arabi.

In quel libro ho affermato di pensare che Israele abbia commesso molti crimini contro l’umanità, come l’apartheid e la continua pulizia etnica fin dalla Nakba, ma non un genocidio. Ora dico che sta commettendo anche un genocidio. Vedo Israele come uno Stato di colonialismo d’insediamento e la logica del colonialismo d’insediamento è l’eliminazione del nemico. É quello che Israele ha fatto fin dall’inizio.

Dal 7 ottobre l’obiettivo non dichiarato dell’attacco israeliano contro Gaza è stato la pulizia etnica e c’è un rapporto governativo fatto filtrare che delinea lo spopolamento di Gaza. Lo spopolamento di 2.3 milioni di persone. Ciò non è avvenuto per la resistenza egiziana, ma questo è lo scopo iniziale della guerra. Quando non ha funzionato, Israele è passato a una fase successiva attraverso il genocidio, l’uccisione e la morte per fame dei gazawi.

Ho seguito le politiche israeliane a Gaza fin dal ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005, ma niente mi aveva preparato a quello che Israele sta facendo ora che prende di mira i civili. Morte e distruzione descritte cinicamente dai generali israeliani come “falciare l’erba”: è agghiacciante. Qualcosa di meccanico che si fa così spesso. Qualcosa che infligge morte e distruzione, lasciando nel contempo irrisolto il problema politico sottostante.

L’attuale compagna a Gaza è qualitativamente diversa da tutte quelle precedenti. Se aggiungiamo tutte le vittime palestinesi in tutti i precedenti attacchi contro Gaza (otto negli ultimi 15 anni) esse sono una frazione di quelle di questa guerra.

Cosa risponde alle giustificazioni israeliane per questa violenza degli ultimi 16 mesi?

Israele sostiene, come i suoi alleati occidentali, di “agire per autodifesa”. Al primo ministro [britannico] Keir Starmer è stato chiesto se togliere cibo, acqua e carburante alla gente di Gaza da parte di Israele fosse giustificato ed egli ha ripetuto che “Israele ha il diritto di difendersi”. È un mantra. Io direi agli apologeti di Israele che, in base alle leggi internazionali, Israele ha un solo diritto: porre fine all’occupazione e andarsene.

Israele non ha il diritto all’autodifesa come definita nell’articolo 51 della carta dell’ONU. In base al diritto internazionale Israele a Gaza è il potere occupante. Non hai diritto all’autodifesa se l’attacco contro di te è venuto da una zona sotto il tuo controllo.

Israele giustifica sempre i suoi attacchi contro Gaza affermando che Hamas ha lanciato razzi sui suoi cittadini e di avere il dovere di proteggerli. Hamas ha accettato molti accordi di cessate il fuoco ed ha buoni precedenti nell’averli rispettati. Israele ha rotto ogni accordo di cessate il fuoco con Hamas quando non gli conveniva più.

Si prenda per esempio quando l’Egitto mediò l’accordo di pace per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas a metà del 2008. Hamas rispettò e impose il cessate il fuoco ad altri gruppi più radicali come il Jihad Islamico fino al 4 novembre 2008, quando Israele attaccò Gaza e uccise combattenti di Hamas, rinnovando di conseguenza le ostilità. Hamas offrì a Israele il rinnovo di questo accordo di cessate il fuoco alle sue condizioni originarie. Israele ignorò totalmente questa proposta. Israele aveva una via diplomatica per risolvere il conflitto ma non la prese, lanciando invece l’operazione Piombo Fuso. É così che Israele protegge i suoi cittadini.

Fino a che punto l’Occidente ha tracciato una linea rossa? Pare che Israele possa uccidere palestinesi senza limite.

Il genocidio non è una questione di numeri. È l’intenzione di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso o etnico. Ciò detto, i 50.000 morti a Gaza sono largamente sottostimati. Ce ne sono probabilmente molte migliaia in più sepolti sotto le macerie. The Lancet [prestigiosa rivista medica, ndt.] stima che ci siano piuttosto 180.000 vittime. Non riesco a immaginare un momento in cui Trump dirà “ora basta”.

Biden è stato totalmente inefficace. Ha occasionalmente criticato Israele per i bombardamenti indiscriminati contro i civili, ma non ha mai smesso di fornire armi, così Israele non gli ha dato per niente retta. Ha dato il via libera a Israele. Trump è diverso perché appoggia il progetto della destra israeliana, che è la pulizia etnica di Gaza in Cisgiordania. E ora abbiamo il piano di Trump per Gaza, cioè che tutti gli abitanti di Gaza vadano altrove, in Egitto o Giordania, e che l’America occupi Gaza e la trasformi in una Riviera. Chiama Gaza un “sito di demolizione” che deve essere ripulito. Si noti l’arroganza imperialista.

Dove ci porteranno i prossimi quattro anni sotto Trump?

Il governo Netanyahu afferma che il popolo ebraico ha il diritto esclusivo all’autodeterminazione su tutta la terra di Israele, che naturalmente include la Cisgiordania. Questo governo è più estremista di qualunque altro in precedenza. Sostiene la sovranità esclusiva su tutta la terra di Israele. (Il ministro delle Finanze Bezalel) Smotrich e (l’ex-ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben-Gvir non lo nascondono. Vogliono che la pulizia etnica venga accelerata a Gaza e in Cisgiordania e che l’espansione delle colonie continui a tutta velocità, con l’obiettivo finale dell’annessione formale della Cisgiordania.

Finora Israele non ha incontrato alcuna effettiva opposizione dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna, dall’America o dalle Nazioni Unite. La comunità internazionale è stata impotente, come lo è stata per oltre 75 anni.

Dato che lei è stato così esplicito, nel corso degli ultimi 16 mesi ha ricevuto molte molestie da parte di ambienti filo-israeliani?

No. Di fatto da quando è iniziata la guerra a Gaza non ho praticamente ricevuto mail ostili e sono stato più radicale e mi sono espresso pubblicamente più che in precedenza. Al contrario ho ricevuto molti messaggi di appoggio. Persone che mi scrivono e dicono: “Grazie. Parli per noi, ci hai dato voce.” È molto incoraggiante. In qualche modo sono finito in video su Tik Tok.

Per me è molto interessante il fatto di non aver ricevuto alcun messaggio di odio negli ultimi 16 mesi, perché di solito succede. L’opinione pubblica sta cambiando in tutto il mondo. Israele è passato dalla parte del torto. Il BDS chiede la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno e uguali diritti per i palestinesi cittadini di Israele. È un movimento globale non violento. Israele non ha alcun argomento per ribattere.

Come puoi giustificare l’occupazione e l’apartheid? Non puoi, ed è la ragione per cui Israele ha intrapreso una scontata campagna per confondere deliberatamente l’antisionismo con l’antisemitismo. Ma la gente è diventata più accorta e se si ha un messaggio onesto da trasmettere come faccio io, chiamando le cose per quello che sono, le persone ascoltano.

Ha qualche speranza che un giorno una parte neutrale si occuperà della giustizia per la Palestina?

L’asimmetria di potere tra Israele e i palestinesi è talmente grande che un accordo volontario non è possibile. Tutta la storia, soprattutto da Oslo in poi, dimostra che non possono raggiungere un accordo che sia equo. Dire a israeliani e palestinesi “risolvete le vostre divergenze” è come mettere un leone e un coniglio in una gabbia e dire loro di “risolvere le loro divergenze”. Una parte neutrale è necessaria per spingere i due contendenti a un accordo. Avrebbe dovuto essere l’ONU. Ma l’America ha messo da parte l’ONU e l’UE e ha stabilito un monopolio sul processo di pace. Tuttavia non ha mai spinto Israele a fare un accordo.

Non riesco a vedere che in Israele ci possa essere una spinta dall’interno per il cambiamento. Non riesco a vedere gli israeliani svegliarsi dopo il 7 ottobre e dire: “Finora ci siamo sbagliati. Dobbiamo veramente andare al tavolo delle trattative con i palestinesi.” Non succederà. La tendenza è totalmente opposta.

Prima dell’attacco di Hamas c’è stata una frattura nella società israeliana sulla riforma giudiziaria, una divisione molto profonda che ha quasi portato a una guerra civile. Ma poi c’è stato l’attacco di Hamas e tutta la società israeliana si è unita dietro la guerra. Pensano che Israele abbia il diritto di fare qualunque cosa voglia indipendentemente dalle leggi internazionali, e che chiunque accusi Israele di qualunque cosa sia un antisemita.

Questo oggi è il consenso in Israele. Nel contempo i governi occidentali hanno garantito l’impunità a Israele, benché stiano iniziando a cambiare. Guardi le iniziative positive di Irlanda, Norvegia, Slovenia e Spagna che negli ultimi 16 mesi si sono schierate con la Palestina.

Ciò detto, non ripongo le mie speranze nei governi, ma nella società civile, nel BDS, nelle manifestazioni a Londra e altrove e negli studenti e nei loro accampamenti di protesta. Gli studenti sono motivati dalla giustizia e dall’etica. Sono dalla parte giusta della storia. I governi statunitense e britannico sono dalla parte sbagliata. È per questo che Israele è così spaventato dal BDS e dagli studenti. Israele è passato dalla parte del torto. È una società brutale, aggressiva, militarista, ed è destinato a seguire la stessa strada del Sudafrica grazie alle sanzioni.

Penso che nel XXI secolo l’apartheid non sia sostenibile a lungo termine e pertanto che il sionismo stia per autodistruggersi. Gli imperi diventano molto violenti proprio quando sono in declino e penso che questo sia ciò a cui stiamo assistendo adesso, gli ultimi sussulti della violenza israeliana. Una volta che sarà finito, le fratture nella società israeliana continueranno. Israele sarà diventato più debole all’interno e il sostegno dall’esterno diminuirà. Questa combinazione di fattori porterà alla disintegrazione del sionismo e del colonialismo d’insediamento. Israele è sulla via dell’autodistruzione, ma non succederà da un giorno all’altro, ci vorranno ancora molti anni.

In qualche modo questo momento straordinario la fa sentire fiducioso?

L’Occidente, e in particolare gli USA, sostenendo Israele senza riserve ha distrutto il cosiddetto sistema internazionale basato sulle regole. È un tempo terribile, più di quanto possa ricordare. Israele ha mostrato il suo vero volto. Vediamo quanto sia brutale e quello che è capace di fare.

L’elezione di Trump ha gravi conseguenze perché non gli importa delle leggi internazionali, dell’ONU o della Nato. Gli interessa solo prima l’America. Userà ogni mezzo a sua disposizione per favorire l’America. È un potere imperiale senza limiti politici, morali o giuridici.

Cosa ritiene che si stia delineando dopo la caduta del sionismo israeliano?

C’è ancora un vasto consenso internazionale per la soluzione a due Stati. Ho appoggiato questa soluzione ma Israele l’ha sotterrata. Oggi Israele non parla neppure più della soluzione a due Stati. Al contrario sembra che resista apertamente ad oltranza allo Stato palestinese.

Una soluzione a due Stati non è più una possibilità. Israele sta continuando la politica di annessione strisciante. Di conseguenza quello che rimane ai palestinesi della Cisgiordania sono poche enclave isolate, non le fondamenta di uno Stato sostenibile. Perciò la scelta è tra uno Stato con diritti uguali per tutti i suoi cittadini o lo status quo: apartheid, etnocrazia e genocidio. Ho fatto una chiara scelta a favore della libertà e di uguali diritti per tutti. È quello che io e molti altri intendiamo quando diciamo: “Dal fiume al mare.”

Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine di Avi Shlaim è pubblicato dalla Irish Pages Press.

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman [rivista politica britannica fondata nel 1913, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Israele caccia con la forza gli studenti e chiude una scuola UNRWA a Gerusalemme Est occupata

  1. Redazione di MEMO

18 febbraio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno cacciato con la forza studenti palestinesi e hanno chiuso una scuola gestita dall’UN Relief and Works Agency (UNRWA) [l’Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi, ndt.] a Gerusalemme Est occupata.

Il governatorato di Gerusalemme ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione in una scuola elementare per bambini affiliata all’UNRWA nel quartiere di Wadi Al-Joz a Gerusalemme e hanno ordinato al personale di chiudere l’istituto dopo aver cacciato con la forza gli studenti.

L’azione segue un ordine del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di far rispettare il divieto all’UNRWA di operare nella città. Con le nuove restrizioni, le attività dell’UNRWA dentro le “aree sotto la sovranità israeliana” sono adesso proibite, inclusa l’operatività degli uffici di rappresentanza e l’erogazione di servizi. Anche agli israeliani è proibito avere contatti con l’agenzia. Gerusalemme Est è stata annessa dallo Stato di occupazione negli anni ’80, con un’iniziativa che non è stata riconosciuta dalla maggior parte delle Nazioni in quanto secondo il diritto internazionale l’annessione dei territori acquisiti con la forza delle armi è illegale.

A maggio 2024, la dirigenza dell’UNRWA è stata obbligata a chiudere le sedi sotto la pressione degli attacchi da parte dei coloni illegali che hanno raggiunto il punto in cui i suoi edifici sono stati incendiati due volte in una settimana. Il 10 ottobre dello scorso anno l’autorità israeliana che gestisce il territorio ha annunciato la confisca del terreno sul quale è collocata la sede dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est occupata e la trasformazione del sito in un avamposto illegale che comprende 1.440 unità abitative. Tutte le colonie israeliane e i coloni che ci vivono sono illegali per il diritto internazionale.

Il regime di occupazione ha anche colpito il centro di formazione di Kalandia e il 14 gennaio 2024 l’autorità israeliana per il territorio ha preso una decisione chiedendo all’UNRWA di liberarlo e di pagare una tassa di occupazione retroattiva di 17 milioni di shekels (circa 4,56 milioni di euro) con il pretesto di aver costruito e aver usato gli edifici senza permesso.

L’UNRWA fornisce servizi essenziali, inclusi aiuti umanitari, sanitari ed educativi, a più di 110.000 rifugiati palestinesi registrati nella sola Gerusalemme. Nella città occupata l’agenzia ONU gestisce due campi profughi, Shuafat e Kalandia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I coloni israeliani hanno fatto pressione, il governo ha approvato. Ora l’annessione si sta insinuando nell’Area B della Cisgiordania

Hagar Shezaf

30 dicembre 2024 – Haaretz

Le demolizioni di edifici palestinesi e la creazione di avamposti illegali nell’Area B, in cui Israele fino a poco tempo fa difficilmente interveniva, indicano un nuovo e molto importante terreno di scontro tra i coloni e i palestinesi e sono un’ulteriore prova dei tentativi del governo di indebolire l’Autorità Palestinese

All’interno di un ufficio impeccabile ai bordi del deserto, in una zona desolata persino rispetto al resto della Cisgiordania, appesa al muro c’è l’immagine di un quartiere residenziale ben curato. Se non fosse per l’insegna in arabo si potrebbe pensare che sia un prestigioso progetto edilizio in una comunità del centro di Israele.

L’ufficio in cui è appesa la foto è di Murad Jadal, capo del consiglio del villaggio di Al-Malha, una nuova comunità che i palestinesi hanno fondato a est di Betlemme negli ultimi anni. Anche se la zona è un terreno di scontro tra coloni e palestinesi, fino a poco tempo fa Israele evitava di intervenirvi.

Tuttavia l’ascesa al potere di un governo israeliano di estrema destra, la violazione degli accordi diplomatici sia da parte dei palestinesi che degli israeliani e l’incremento degli avamposti dei coloni nella zona con il pretesto della guerra hanno determinato un cambiamento radicale della situazione. Negli scorsi mesi in seguito a ordini del governo israeliano nella nuova comunità palestinese la febbre edilizia si è fermata e ciò che ne rimane sono principalmente gli scheletri di edifici non terminati. Al momento sembra che il quartiere nella foto rimarrà solamente un’immagine.

La zona contesa è chiamata da Israele “la riserva degli accordi”. Si trova nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo palestinese mentre Israele si occupa della sicurezza, ndt.] della Cisgiordania e venne consegnata all’Autorità Palestinese in base al memorandum di Wye River, firmato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat nel 1998. Secondo l’accordo questa zona, come il resto dell’Area B, avrebbe dovuto essere libera da insediamenti israeliani e l’autorità per la pianificazione venne data all’AP. In cambio l’AP promise di non costruirvi. Ma in pratica progressivamente nella zona venne edificata una nuova comunità palestinese.

Per la prima volta dalla firma degli accordi di Wye un paio di settimane fa Israele ha demolito nella zona edifici palestinesi. Queste strutture, costruzioni residenziali disabitate, sono state costruite in violazione dell’impegno dell’AP a non consentire la costruzione nell’area. Ma anche la decisione da parte del governo israeliano, capeggiato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di demolire questi edifici è chiaramente una violazione degli stessi accordi e un’ulteriore disintegrazione di ciò che rimane degli Accordi di Oslo.

In aggiunta a queste violazioni l’associazione non governativa Peace Now ha informato della costruzione di cinque avamposti illegali delle colonie israeliane, tutti all’interno dell’Area B, in cui raramente nel passato i coloni avevano fatto incursioni. Il più violento di questi si chiama Mikne Avraham. Da quando è stato fondato i palestinesi del posto hanno riportato ripetuti incidenti violenti così come tentativi di espellerli. Nel suo insieme tutto questo indica un’espansione delle attività dei coloni dall’Area C alla B.

“La costruzione di avamposti nell’Area B e la sistematica demolizione di edifici palestinesi sono un ulteriore passo nella rivoluzione annessionista che sta avvenendo nei territori,” afferma Yonatan Mizrahi, del progetto di monitoraggio della colonizzazione di Peace Now. ”Netanyahu e Smotrich hanno autorizzato la costruzione illegale da parte dei coloni senza precedenti, insieme alla demolizione senza precedenti di edifici palestinesi. L’ossessiva preoccupazione per l’Area B è parte di una decisione strategica da parte del governo israeliano di distruggere gli accordi con i palestinesi per creare un altro fronte di conflitto.”

Un gioiello nell’Area B

Al-Malha è stato in via di costruzione negli ultimi cinque anni. Sia chi ha costruito che gli acquirenti delle proprietà sono abitanti locali da molto tempo in Cisgiordania che cercavano casa in una zona più economica e ampia dei sovraffollati villaggi palestinesi, così come abitanti di Gerusalemme est che cercavano di investire in proprietà immobiliari.

La rapida comparsa di case e di scheletri di edifici è il prodotto di processi socio-economici da entrambi i lati della Linea Verde, ossia la linea di demarcazione dell’armistizio tra Israele e la Cisgiordania prima della guerra dei Sei Giorni nel 1967. “Volevamo costruire un villaggio modello qui, costruire parchi, strade adeguate, non come le altre comunità della zona,” dice Jadal ad Haaretz.

Indica con il dito un complesso turistico con una piscina che è in via di costruzione, bloccata in seguito a una decisione del governo in giugno, che di fatto ha tolto all’Autorità Palestinese i poteri di pianificazione e applicazione della legge nell’area. In seguito alla decisione, un decreto militare ha vietato ogni lavoro di costruzione nell’area e la frenesia edilizia è stata improvvisamente fermata.I palestinesi dicono che, benché le attività edilizie violino gli accordi tra l’AP e Israele, finché Israele non avesse detenuto il potere di far applicare le leggi, nessuno nell’Amministrazione Civile [ente militare israeliano che governa nei territori occupati, ndt.] avrebbe fattoa loro pensare che ci fosse di che preoccuparsi. “Prima della decisione (del governo) l’Amministrazione Civile ci ha detto che avremmo dovuto trattare con l’AP invece che con Israele in merito all’attività edilizia qui” dice Jadal, manifestando la frustrazione provata da molti riguardo ai pesanti danni dovuti alla decisione israeliana.

Le persone che hanno comprato terreni nella zona dicono che quando hanno contattato l’Amministrazione Civile per capire se le attività edilizie erano consentite è stato detto loro di rivolgersi all’AP. Tuttavia il portavoce dell’Amministrazione Civile afferma che quando il suo personale si è accorto della attività edilizia ha cercato di bloccarla rivolgendosi all’AP.

In risposta a una richiesta di Haaretz l’Amministrazione Civile ha affermato che “negli anni, e soprattutto in anni recenti, quando l’attività edilizia nella zona si è intensificata, sono stati inviati messaggi a personalità dell’AP chiedendo di bloccarla in base alle disposizioni dell’accordo. Queste richieste sono state ignorate.”

Mentre i coloni vedono la costruzione di un nuovo quartiere come parte di un progetto sistematico dell’Autorità Palestinese di creare una continuità territoriale in Cisgiordania ed evidenziano il rapido sviluppo edilizio come un indicatore di ciò, Jadal sostiene che questa è stata principalmente una questione di opportunità: lui e i palestinesi del posto hanno deciso di promuovere e vendere i terreni della zona come un gioiello nell’Area B, con la consapevolezza che in questo territorio Israele non può intervenire. Questa situazione è progredita nonostante l’impegno dell’AP a non costruire lì in base al memorandum di Wye.

Jadal sostiene che l’AP non ha immediatamente sostenuto l’iniziativa edilizia e che alcune case sono state costruite ben prima che l’AP fosse al comando. Afferma che lui e altri proprietari hanno dovuto fornire all’AP prove che dimostrassero che si tratta di proprietà privata e non di suolo pubblico. Alla fine, dice, sono riusciti a convincere l’AP, il che ha portato alla costituzione del consiglio comunale che lui guida, che a sua volta ha rilasciato concessioni edilizie alle parti interessate.

Attualmente, sostiene, nella zona ci sono circa 200 strutture, meno della metà della quali è disabitata. La decisione di Israele di bloccare la costruzione ha gettato investitori e acquirenti in una situazione pericolosa. Jadal stima che il consiglio (che afferma essere stato riconosciuto dall’AP solo lo scorso anno) e le persone che hanno comprato la terra abbiano perso circa 30 milioni di dollari a causa della riduzione del suo valore.

Mohammed, 30 anni, abitante di uno dei villaggi vicini, è tra le persone che hanno comprato terreni ad Al-Malha. Afferma di aver deciso di comprare il terreno perché costa molto meno di quanto sarebbe costato nel comune in cui vive adesso.

“Ho speso 900.000 shekel (circa 239.000 €) in terreni nel 2023, poi ho iniziato a scavare le fondamenta, ma dopo la decisione di Smotrich mi sono fermato,” sostiene. “Pensavo che mi sarei già spostato qui. Invece viviamo – siamo tre famiglie – in una casa di 200 mq.” Anche Mahmoud Tarayra, abitante di Gerusalemme est, racconta come il suo investimento è andato a monte: “A Gerusalemme la terra è molto cara,” spiega Tarayra.

Ha comprato 28 dunam (circa 2,8 ettari) ad Al-Malha con l’intenzione di rivenderne 24. “Ora il terreno non ha alcun valore,” afferma. “Nessuno comprerà lì. Stimo le mie perdite a 400.000 shekel.”

Tarayra dice di aver comprato inizialmente un dunam di terra per 22.000 dinari giordani (circa 110.000 shekel), una moneta utilizzata a volte per l’acquisto di terreni in Cisgiordania, ma ora stima che la terra ne valga solo 6.000 o 7.000.

Dice che circa altri 300 abitanti di Gerusalemme est hanno comprato terra nella zona: “Se si tratta di terreno pubblico o di una riserva naturale, perché non hanno bloccato fin dal primo giorno? Hanno consentito che la gente perdesse soldi,” si lamenta. “Le persone hanno venduto oro o automobili per comprare terreno lì.” Nel contempo spera che i tribunali israeliani aiuteranno gli abitanti a risolvere la questione.

Un accordo profondamente radicato

La decisione israeliana di demolire le strutture illegali nell’Area B non è arrivata dal giorno alla notte. È giunta dopo 5 anni di intense campagne dei coloni, comprese visite ad al -Malha per parlamentari e ministri, tra cui l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant e la ministra della Protezione ambientale Idit Silman [entrambi del partito Likud, ndt.].

Inoltre da quando l’attuale governo è arrivato al potere, alla fine del 2022, alla Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ci sono stati almeno quattro dibattiti sull’argomento.

Ma il fatto che l’area sia stata affidata all’Autorità Palestinese come parte dell’accordo di Wye ha richiesto una soluzione creativa. Per evitare di violare l’accordo diplomatico, almeno sulla carta, inizialmente i parlamentari di destra avevano pensato di sostenere che i palestinesi della zona stavano danneggiando la natura o la sicurezza, il che avrebbe consentito a Israele di intervenire e demolire.

Tuttavia in una discussione a maggio alla Commissione Affari Esteri e Difesa Eli Levertov, il consigliere giuridico dell’Avvocatura militare per Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.], ha affermato che non c’era una consulenza professionale che indicasse danni ecologici.

Ha aggiunto che Yehuda Fuchs, all’epoca capo del comando centrale dell’esercito, non pensava che la costruzione ponesse un effettivo rischio per la sicurezza.

La decisione del governo, presa infine per assumersi la responsabilità delle demolizioni e bloccare le attività edilizie, è stata giustificata con le violazioni palestinesi all’accordo di Wye.

Shaul Arieli, a capo del gruppo di ricerca Tamrur-Politography, che venne coinvolto nella formulazione del Memorandum di Wye River, afferma che definire nell’accordo originario l’area come una riserva non derivò dal desiderio di proteggere la natura, ma a causa del progetto di Netanyahu di costruirvi un’autostrada, la Route 80, una continuazione della strada Allon che attraversa la Cisgiordania.

“All’epoca dicemmo che questa sarebbe stata una riserva naturale, così loro (i palestinesi) non vi avrebbero costruito, e non ci sarebbero stati problemi,” spiega Arieli.

Egli sostiene che l’affermazione secondo cui l’AP sta violando l’accordo vale dieci volte di più per Israele, che viola costantemente e unilateralmente i suoi impegni. Arieli si riferisce all’incremento delle costruzioni a Gerusalemme, all’edificazione di colonie, alla legalizzazione di avamposti illegali e altro. “Così tu dici che stanno violando l’accordo? Noi lo facciamo molto più radicalmente,” aggiunge.

La campagna per espropriare all’Autorità Palestinese il potere esecutivo nell’area è stata capeggiata dall’organizzazione a favore dei coloni Regavim, di cui Smotrich è stato co-fondatore.

Parlando con Haaretz Avraham Binyamin, direttore delle politiche di Regavim, afferma che gli accordi sulle aree di riserva “sono strategicamente molto significativi” per la loro collocazione tra le colonie che confinano con il deserto di Giudea e quelle della Valle del Giordano.

“Abbiamo notato un incremento delle costruzioni che è davvero molto inusuale e non sporadico,” dice Binyamin. “Ciò significa che dietro a questo c’è un piano da parte di un’entità politica ostile, cioè l’Autorità Palestinese.”

Secondo Regavim prima del memorandum di Wye nella zona c’erano circa 270 strutture, mentre oggi ve ne sono 3.300. “Ciò che risulta interessante per noi è la continuità territoriale che l’AP sta cercando di creare,” aggiunge Binyamin.

Questa organizzazione, con accesso alle stanze del potere, iniziò ad interessarsi all’area nel 2013. All’inizio si concentrò principalmente sulle violazioni ambientali, ma a iniziare dal 2018 prese a occuparsi dell’attività edilizia ad Al-Malha.

Tuttavia queste non sono le uniche ragioni per cui i coloni vogliono impedire che i palestinesi vi costruiscano. Il capo del consiglio regionale di Gush Etzion [la prima colonia israeliana costruita nei territori occupati, ndt.] Yaron Rosenthal afferma che la necessità di bloccare l’edificazione è dovuta al desiderio di fare in modo che Gush Etzion rimanga “aperta verso il deserto.”

Rosenthal ritiene anche che costruire una nuova comunità palestinese nella zona porrà rischi per la sicurezza. L’esercito israeliano “sta distruggendo case a Gaza in tutta la zona per difendere gli abitanti di Nir Oz (un kibbutz sul confine con Gaza), giusto?” Dice. “Così la logica indica che se a Gaza una cittadina araba vicino a comunità (israeliane) pone un rischio per la sicurezza, è lo stesso anche qui.”

Anche se per lui questo è solo l’inizio, Binyamin è già contento riguardo agli sviluppi: “Lo stesso fatto che lì ci sarà un congelamento delle attività edilizie e verrà silurata la costruzione di una cittadina, in pratica ciò cambia già i piani,” dice.

“Chi va a vivere in una cittadina e si ritrova in due blocchi e mezzo di case spopolate potrebbe pensarci due volte se vuole viverci.”

Binyamin crede che Israele avrebbe potuto bloccare prima le attività edilizie palestinesi e in un modo più semplice che attraverso una decisione del governo.

Tuttavia, sostiene, questa linea di condotta presenta anche i suoi vantaggi: “In base alla mia opinione riguardo agli accordi di Oslo ovviamente sono contento che il governo israeliano se ne esca con una dichiarazione nazionale contro di essi,” afferma.

Ce ne andremo o saremo bruciati”

Nel contempo la lotta riguardo agli accordi per la riserva degli accordi e l’Area B non si limita a fermare la costruzione di abitazioni da parte dei palestinesi. Negli ultimi mesi Peace Now ha documentato la crescente tendenza degli avamposti israeliani ad essere costruiti nell’Area B, e soprattutto nella zona della riserva naturale.

Un giro nella zona da parte di Haaretz ha confermato le affermazioni dell’organizzazione secondo cui cinque avamposti illegali si trovano attualmente nella zona. In alcuni casi i coloni vivono in edifici abbandonati da pastori palestinesi nei primi giorni di guerra a causa di attacchi dei coloni che si sono intensificati dopo il 7 ottobre [2023]. In altri casi i coloni hanno eretto nuove strutture di fortuna.

Uno di loro è Mikne Avraham. È un piccolo avamposto in cui stanno vivendo alcuni giovani, tra cui degli adolescenti. Terrorizzano i pochi abitanti palestinesi rimasti nelle vicine comunità di allevatori.

Fino allo scoppio della guerra la principale preoccupazione di quelle famiglie era la discarica di Al Minya, creata da Israele e utilizzata sia dai palestinesi che dai coloni e che inquina il loro ecosistema.

Ma nel corso dell’ultimo anno la vita lì è notevolmente peggiorata. Ahmed Trawa è il patriarca di una delle ultime famiglie che rimangono nell’area. Negli ultimi mesi circa sette famiglie sono scappate da lì. “I coloni hanno picchiato due volte mio figlio,” racconta, “poi hanno iniziato a venire a casa nostra e una volta due di loro hanno sostenuto di essere dell’esercito e hanno perquisito il posto.”

Afferma che a maggio lui stesso è stato aggredito da coloni mentre stava pascolando le pecore. “Sono venuti alla nostra casa, hanno lanciato pietre, ci hanno insultati e hanno ballato,” aggiunge sua moglie Anwar.

Hanno già presentato due denunce alla polizia israeliana. Secondo la polizia uno dei casi è stato chiuso quando non sono stati individuati sospettati, anche se Trawa dice di poterli identificare, mentre sull’altro si sta ancora indagando.

La violenza è arrivata al suo apice un mese fa, quando un gruppo di coloni ha dato fuoco al granaio di famiglia fuori dalla loro casa. Secondo Trawa a causa dell’incendio lui ha perso circa 15.000 shekel.

“Ora non vado da nessuna parte perché come vedono che mi allontano con l’auto e mia moglie rimane da sola in casa arrivano,” dice. “I bambini erano soliti andare a prendere lo scuolabus, ma non lo fanno più, li porto io avanti e indietro.”

Oltre a vivere nel terrore, ciò rappresenta anche un grave danno finanziario per la famiglia Trawa, la cui vita è stata paralizzata. “Se continua così ce ne andremo,” dice Anwar disperata. “O ce ne andremo o ci bruceranno vivi.”

Nel frattempo la famiglia ha aggiunto muri e un tetto alla parte della casa che in precedenza serviva come veranda, nel tentativo di evitare che le pietre li colpiscano e che i coloni possano entrarvi.

Un sostenitore di Mikne Avraham è Elisha Yered, una figura ben nota sulle colline della Giudea ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra del ministro Smotrich, ndt.] Limor Son Har-Melech. 

In video postati su Twitter ha fatto una campagna per raccogliere soldi a favore degli adolescenti che presidiano Mikne Avraham e sottolinea che l’avamposto è stato costruito nei dintorni della zona della riserva degli accordi per impedire ai palestinesi di costruire in quell’area.

Questo avamposto, come molti altri, ogni tanto viene eliminato dall’Amministrazione Civile. L’ultima volta è stato pochi giorni fa. Tuttavia appena le forze dell’Amministrazione Civile hanno finito di confiscare l’equipaggiamento dell’avamposto e l’hanno demolito, i coloni sono tornati. Poco dopo i palestinesi del posto hanno raccontato che sono andati a casa loro per aggredirli.

La pagina per la raccolta fondi a favore dell’avamposto illegale fornisce una buona illustrazione dell’attacco concentrico del governo israeliano e dell’avamposto violento contro i palestinesi della zona.

“I coloni pionieri sulla collina sono riusciti a restituire sempre più territorio della patria a mani ebraiche nei pressi della riserva degli accordi nel deserto della Giudea, bloccando l’espansione dell’edilizia araba con i loro corpi,” afferma. Finora hanno raccolto 26.000 shekel.

Il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori ha risposto: “In base all’intesa di Wye la zona della ‘riserva degli accordi’ venne ridefinita da Area C ad Area B, passò dall’essere gestita dallo Stato di Israele ad esserlo dall’Autorità Palestinese. Tuttavia in base agli stessi accordi l’Autorità Palestinese promise di astenersi dal costruire nella zona.

Nel corso degli anni, e soprattutto negli ultimi tempi, quando l’attività edilizia nella zona si è intensificata, sono stati inviati messaggi a personalità dell’AP chiedendo un blocco in base alle disposizioni dell’accordo, ma queste richieste sono rimaste senza risposta.

Alla luce di ciò, e in accordo con le istruzioni del gabinetto di sicurezza, il capo del Comando Centrale di Israele ha firmato un ordine speciale inteso a consentire l’esecuzione delle disposizioni in materia di costruzioni nella zona da parte dell’Amministrazione Civile. Questo ordine non ha ridefinito la zona che è ancora, sotto ogni aspetto, Area B.

“Secondo gli accordi ad interim l’autorità di applicare la legge sugli israeliani che vi si trovano, assegnata all’Autorità Palestinese, è rimasta al comandante militare, compresa l’Amministrazione Civile. In virtù di questa autorità sono state messe in atto azioni di contrasto contro l’attività edilizia illegale in varie zone dell’Area B, anche nella riserva degli accordi. Quando le circostanze lo richiedono sono emanati ordini per consentire che vengano intraprese rapidamente azioni di repressione, sia attraverso ordinanze urbanistiche che con ordini di chiusura militare che proibiscono di entrare nella zona. Ciò è stato fatto anche nell’area nota come Mikne Avraham.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Quando la terra della Cisgiordania vale milioni non è un problema per i coloni espellere altri coloni

Shuki Sadeh e Shomrim

14 dicembre 2024 – Haaretz

Perché il movimento degli insediamenti coloniali israeliani sta procedendo sempre più rapidamente nella distruzione dei propri avamposti e fattorie? È un fenomeno complesso determinato da pressioni demografiche, promesse non mantenute, controversie interne e prezzi immobiliari in aumento. Un’indagine di Shomrim esamina le dinamiche alla base del processo.

“Stai sfruttando il tuo potere per farmi del male. Per fare del male a tuo fratello. Hai la legge dalla tua parte e il potere di cacciarmi, quindi dai, cacciami. Ti dico che non cederò. Resterò davanti al tuo bulldozer fino alla fine”.

Si potrebbe pensare che a pronunciare queste parole sia un membro della “gioventù della collina”, i giovani coloni estremisti, religiosi e sionisti che operano in Cisgiordania, poco prima di essere espulso con la forza da un soldato o da un agente di polizia delle Forze di difesa israeliane da una terra occupata illegalmente. In realtà, sono state dette di recente a Yaron Rosenthal, il capo del Consiglio regionale di Gush Etzion, un pilastro del movimento locale degli insediamenti coloniali, dal proprietario dell’avamposto della fattoria El-Hai dopo aver fatto irruzione nel suo ufficio. Ufficialmente, il motivo della disputa è l’avviso inviato dal consiglio regionale che affermava che stava per emettere un ordine di demolizione per l’avamposto, in quanto costruito su suolo pubblico. Tuttavia i coloni che vivono nell’avamposto sono convinti che la vera ragione dell’intervento sia un piano del consiglio regionale per destinare il terreno in questione alla realizzazione di un nuovo quartiere della colonia di Kfar Eldad.

Kfar Eldad, situata a est di Gush Etzion, ha visto negli ultimi anni un boom immobiliare. A gennaio, ad esempio, un appartamento di quattro stanze con un cortile di 150 mq è stato venduto per 2,7 milioni di shekel (circa 720.000 euro). Kfar Eldad non è riconosciuta come una comunità indipendente e fa formalmente parte del vicino insediamento di Nokdim, all’interno del quale, tuttavia, opera come una comunità semi-autonoma.

Una visita all’avamposto illustra la logica alla base dell’argomentazione avanzata da Shem-Tov Luski, la persona responsabile dei commenti rabbiosi rivolti a Yaron Rosenthal citati sopra. Dall’altro lato della strada che conduce all’avamposto è stata recentemente eretta una recinzione che delimita l’area di un progetto di edilizia residenziale pianificato e promosso dalla società di costruzioni Harey Zahav, di proprietà di Ze’ev Epstein. In questa fase non esiste ancora un piano regolatore ufficiale per trasformare l’area in una zona residenziale, ma i progetti possono sempre essere modificati e in ogni caso nella zona c’è molto terreno disponibile.

La fattoria El-Hai è stata fondata nel 2001 dalla defunta madre di Luski, Batya Luski El-Hai, dopo essere emigrata in Israele dal Regno Unito. Sul sito ci sono quattro edifici, ulivi, stalle, un laboratorio, un recinto per il bestiame e un vivaio di piante. Batya Luski è morta nel 2022. I suoi figli, Shem-Tov e Lurya, hanno lasciato la fattoria diversi mesi dopo e la proprietà è attualmente gestita da Yonatan Applebaum, un attivista proveniente dalla fattoria Har Hebron e amico di famiglia. Ognuna delle tre famiglie che vivono nel sito paga un affitto mensile tra 1.500 e 2.000 shekel (circa 400-550 euro). Un’udienza riguardante l’ordine di demolizione è prevista per questo mese presso gli uffici del consiglio regionale.

“Per tutti questi anni non siamo stati nella legalità. Come tutti gli avamposti coloniali in Giudea e Samaria (per definizione) non potevamo essere legali, ma ecco che all’improvviso loro (il consiglio regionale) vogliono costruire e promuovere un progetto e ci dicono, ‘State violando la proprietà privata’, ‘Non siete legali’ e ‘Le vostre case non sono a norma'”, dice Appelbaum, aggiungendo che alla fine dell’anno scorso l’avamposto ha aperto un centro mente-corpo che ospita workshop terapeutici, alcuni dei quali sono frequentati da bambini e persone che soffrono di PTSD [disordine da stress postraumatico, ndt.].

“La cosa assurda è che la fattoria può essere integrata, come spazio pubblico, in qualsiasi futuro progetto di costruzione. I nostri workshop sono frequentati dalla gente quasi ogni giorno, quindi ho chiesto: ‘Perché state distruggendo questa cosa meravigliosa per un progetto pubblico quando un progetto pubblico esiste già?’ Rosenthal mi ha detto che è un funzionario statale e che opera in conformità con la legge. Altri funzionari mi hanno lasciato intendere che sono disposti a trasferirci in un sito diverso, circa un miglio a nord. Anche lì la fattoria non sarà legale, ma è quello che vogliono. Vogliono che per i prossimi 20 anni io sia il loro soldato semplice”, cioè in sostanza sacrificabile.

Igal Komisarov, il presidente della società cooperativa Kfar Eldad, sostiene di aver iniziato a cercare di far rimuovere la fattoria solo dopo la morte di Batya Luski, e questo perché era stata costruita su suolo pubblico, e non ha nulla a che fare con eventuali piani di costruzione futuri. “Kfar Eldad in passato aveva accettato che Batya Luski potesse vivere su quella terra”, conferma. “La ricordiamo e onoriamo la sua memoria, merita molto rispetto, ma non abbiamo mai detto che la terra le apparteneva. È un’area che deve essere aperta e accessibile al pubblico. Gli unici impegnati in una strategia immobiliare sono i proprietari della fattoria, affittando strutture alle famiglie e tenendo workshop”.

Lurya Luski vede le cose in modo molto diverso. Afferma che i funzionari di Kfar Eldad, che volevano allontanare sua madre dalla proprietà, hanno iniziato a infastidirla circa due o tre anni prima che morisse: “Ci ha raccontato dei problemi che stavano creando e di come fosse costretta ad affrontarli da sola. Pochi mesi prima della sua morte si sono presentati alle 3 del mattino con un trattore e hanno iniziato a buttare giù le recinzioni. Sono venuti da noi poco più di un mese dopo la sua morte e ci hanno detto che dovevamo andarcene”.

Da pionieri ad agenti immobiliari

La lotta per il destino della fattoria El-Hai è solo un esempio di un fenomeno diffuso per cui i coloni vengono cacciati dagli avamposti e dalle fattorie in Cisgiordania dalla stessa organizzazione a capo dell’insediamento coloniale. Questo può sembrare un fenomeno piuttosto strano, forse persino bizzarro, dato che apparentemente va contro l’ideologia dichiarata del movimento delle colonie, ma un esame più approfondito dei dettagli rivela un quadro complesso, che comprende schemi di pianificazione, promesse non mantenute, prezzi immobiliari in continua ascesa e un desiderio da parte di tutti i soggetti coinvolti di massimizzare i profitti.

Per comprendere appieno le radici di questo fenomeno è necessario tornare indietro e osservare come si sono espansi gli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania. Il metodo più antico prevedeva di posizionare case mobili a circa un miglio da una colonia esistente. Se il terreno era di proprietà statale, il sito sarebbe stato “legalizzato” come nuovo quartiere dell’insediamento adiacente, anche senza alcuna contiguità geografica tra i due. È un approccio utilizzato per la creazione della maggior parte degli avamposti coloniali in Cisgiordania dalla fine degli anni ’90.

Un altro metodo, che è diventato sempre più consueto negli ultimi anni, è quello di realizzare un insediamento agricolo. Queste fattorie consentono ai coloni di prendere il controllo di grandi aree con un piccolo numero di abitanti. La maggior parte di queste si trova nell’Area C della Cisgiordania, che ne costituisce circa il 60% e che è sotto il pieno controllo di sicurezza e amministrativo israeliano. Installare una fattoria consente ai coloni di prendere il controllo di aree con varie definizioni urbanistiche, da terreni di proprietà statale a terreni di proprietà privata e terreni il cui status legale è oggetto di controversia. Nel momento in cui la fattoria riceve l’approvazione legale, questo è il segnale per la creazione di una nuova fattoria ancora più lontana, che a sua volta diventerà un insediamento coloniale o un quartiere di un insediamento vicino, se ce n’è uno.

Molti dei coloni sono portati ad affrontare questa avventura pionieristica dal sogno o dall’aspirazione romantica di vivere in un posto con un carattere rurale e agricolo. Altri lo fanno in base alla promessa che la loro futura casa avrà un grande appezzamento di terra annesso. Ecco perché molti di loro non riescono a capire come, in alcuni casi, il processo finisca con la costruzione di case mentre in altri finisca con ordini di demolizione. In molte occasioni, la decisione dipende dall’identità delle persone che si trasferiscono nell’avamposto, dalla loro ideologia e, cosa più importante, da quanto sono vicine all’insediamento coloniale. Quindi si è creata una situazione per cui i consigli regionali in Cisgiordania, che per anni sono stati l’opposizione di destra agli sforzi dello Stato di reprimere gli avamposti coloniali illegali, ora supportano la rimozione di questi avamposti, in particolare se ciò comporta un vantaggio finanziario, e stanno attivamente avviando azioni per farlo.

In passato il movimento per gli insediamenti coloniali si è concentrato sulla costruzione di case unifamiliari. Tuttavia negli ultimi anni la tendenza si è spostata a favore dei condomini. La ragione principale di ciò è la “crescita naturale”, ovvero la necessità e la domanda di appartamenti, che danno rendimenti molto più elevati per i costruttori. Le persone che realizzano fattorie, che si sono trasferite sulla terra in seguito a promesse o nella speranza di avere una casa unifamiliare, si trovano improvvisamente di fronte a una nuova politica: in alcuni luoghi le fattorie sono effettivamente autorizzate, ma in altri vengono demolite a vantaggio della costruzione di alloggi ad alta densità. Un esame più attento rivela che in alcuni di questi casi le persone allontanate dalla terra non sono considerate come originarie del contesto ideologico tradizionalmente accettato in relazione alla colonizzazione, o sono percepite come se abbracciassero uno stile di vita non convenzionale.

A Kiryat Arba [una delle prime colonie e nota per il suo estremismo, ndt.], ad esempio, sembra che ci si dimostri molto compiacenti verso i membri dell’avamposto di Givat Gal, i cui abitanti includono un folto gruppo del movimento Nahala, che è rispettato per i suoi sforzi per ricolonizzare la Striscia di Gaza. Diversi anni fa gli abitanti dell’avamposto si opposero a un piano per demolirlo e costruire al suo posto alloggi ad alta densità, ed Eliyahu Liebman, all’epoca a capo del consiglio di Kiryat Arba, fece marcia indietro. Ora le parti sono di nuovo impegnate a dialogare.

“C’è una certa logica dietro la tensione tra i coloni e i consigli regionali”, afferma un membro del Consiglio regionale di Kiryat Arba che ha chiesto di rimanere anonimo. “Da un lato, non si vuole danneggiare le persone che si sono trasferite sulla terra. Abbiamo nei loro confronti un debito di gratitudine. Dall’altro, un leader del consiglio vuole quante più unità abitative possibili. La questione è se autorizzeranno le case unifamiliari della gente di Givat Gal. Sono dell’opinione che dovrebbe essere loro consentito di fare ciò che vogliono. Ma il dialogo non è finito”.

È sicuramente un fenomeno reale”, afferma un ex funzionario dell’Amministrazione civile. “All’interno della dirigenza dell’insediamento queste persone sono note come agenti immobiliari, in contrapposizione agli ideologi. Il fenomeno è particolarmente diffuso nei luoghi in cui la terra è più costosa. Alla fine le autorità locali si rivolgono all’Amministrazione Civile [ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] e chiedono loro di allontanare i coloni”.

Ma’ale Rehavam

Un altro avamposto coloniale situato nelle vicinanze di Nokdim offre un ottimo esempio del fenomeno. Ma’ale Rehavam è un insieme eclettico di strutture e case mobili sparse su diverse colline e collegate da strade sterrate dissestate. Tra 20 e 25 famiglie vivono nell’avamposto, ma c’è un alto turnover di abitanti. Secondo i dati pubblicati da Haaretz, nel 2023 l’Amministrazione Civile ha demolito 34 delle 385 strutture illegali identificate nelle colonie della Cisgiordania, la maggior parte delle quali a Ma’ale Rehavam.

Secondo un abitante di lunga data dell’avamposto, che ha anche chiesto di non essere identificato, i coloni di Ma’ale Rehavam godevano del sostegno del Consiglio regionale di Gush Etzion, della Divisione per gli insediamenti dell’Organizzazione sionista mondiale, del movimento Amana e persino del Primo Ministro Ariel Sharon. Tuttavia negli ultimi 10 anni è scoppiata una disputa feroce tra le autorità e Kfar Eldad, da una parte, e i coloni dell’avamposto dall’altra. Al centro della loro disputa c’è un piano promosso dal consiglio per costruire 400 unità abitative in strutture ad alta densità. I ​​coloni, da parte loro, chiedono la legalizzazione dei primissimi edifici costruiti sul sito, tutti con molto terreno e in un contesto pastorale.

Nell’ambito della disputa a Ma’ale Rehavam sono state tagliate, tra le altre cose, l’acqua e l’energia elettrica. Per quanto riguarda gli abitanti di Kfar Eldad, che controllano i servizi, i vicini dovevano semplicemente loro dei soldi. Lasciati senza scelta, nel corso dell’ultimo decennio gli abitanti dell’avamposto hanno fatto affidamento su pannelli solari e acqua portata con cisterne dai villaggi palestinesi vicini, finché diversi mesi fa non sono stati ricollegati alla rete idrica. “Il cambiamento dell’approccio nei nostri confronti è iniziato nel 2008″, afferma un abitante. “Una strada appena asfaltata ha ridotto il tempo di percorrenza per Gerusalemme da 50 a 20 minuti e ha fatto salire i prezzi degli appartamenti di centinaia di punti percentuali. Siamo venuti qui per proteggere la terra. Non c’è motivo, dopo tutti questi anni, per cui non debbano autorizzare le nostre case come hanno fatto in altri avamposti, ma ci stanno trattando come ‘agenti immobiliari’. Tuttavia, spero che riusciremo a raggiungere un compromesso. Le case che già esistono qui possono essere integrate in un futuro quartiere.”

Zayit Raanan

Anche il blocco di insediamenti di Talmonim, che si trova nel Consiglio regionale di Mateh Binyamin, è diventato un’area molto ricercata, dove nel corso degli anni i prezzi delle case sono aumentati costantemente. A luglio, ad esempio, un appartamento di quattro stanze in un condominio nell’insediamento di Talmon è stato venduto per 2,1 milioni di shekel [560.000 euro, ndt.]. I coloni israeliani si sono trasferiti per la prima volta nel vicino avamposto di Zayit Raanan nei primi anni 2000, con il supporto del movimento Amana [organizzazione di coloni, ndt.] e del consiglio regionale. Secondo una brochure di Amana del 2002, ad esempio, a chiunque si trasferisse nell’avamposto veniva promesso un terreno agricolo come parte della sua proprietà. Oggi la maggior parte delle case sono destinate alla demolizione, sulla base dei piani che prevedono la costruzione un nuovo quartiere per la colonia di Talmon.

In un ricorso amministrativo attualmente in discussione presso la Corte distrettuale di Gerusalemme gli abitanti di Zayit Raanan sostengono di essere discriminati rispetto agli altri quartieri di Talmon: Nerya, Haresha, Kerem Reim e Horesh Yaron: “Il piano regolatore elaborato per Haresha si basa interamente su costruzioni illegali, tra cui strutture permanenti, case mobili e un sistema stradale. Non è chiaro perché gli stessi criteri non siano stati adottati per Zayit Raanan”, afferma la petizione. Altri argomenti riguardano il loro trattamento rispetto agli abitanti di Nerya. A differenza dei coloni di Zayit Raanan, che si sono trasferiti lì da vari luoghi in Israele, Nerya è popolata da circa 400 famiglie, tutte appartenenti alla corrente principale del movimento religioso-sionista, tra cui molti ex studenti della yeshiva [scuola religiosa, ndt.] Mercaz Harav. Qui, sostengono, sta il problema:

“Da una prospettiva politica, e per considerazioni elettorali, è nell’interesse del capo del consiglio che ci sia una comunità [di elettori] grande e non una piccola”, afferma un abitante dell’avamposto. “Qualche anno fa il consiglio ha deciso, sotto la pressione di Nerya, che era necessario cacciarci dal sito e, al nostro posto, promuovere un piano valido per un’edilizia residenziale urbana ad elevata densità. E poi per la prima volta il consiglio ha chiesto ordini di demolizione delle strutture. Di solito, gli abitanti degli avamposti devono trovare tutti i modi possibili per nascondersi dall’Amministrazione Civile; in questo caso, dobbiamo nasconderci dal consiglio regionale [delle colonie, ndt.]. Le persone che sono venute a Zayit Raanan sapevano che c’era un “giovane insediamento” in Giudea e Samaria e che l’obiettivo era sempre quello di autorizzare gli avamposti piuttosto che demolirli. Qui vogliono demolire. Le stesse persone che ci hanno incoraggiato a trasferirci qui come pionieri hanno iniziato a trattarci in modo diverso nel momento in cui hanno visto il potenziale immobiliare”.

Oltre a tutto questo c’è anche una feroce disputa personale, che include cause per diffamazione, accuse di furto di rotoli della Torah, boicottaggi da parte di bambini nelle scuole locali e lamentele sul trattamento preferenziale che alcuni abitanti di Zayit Raanan otterrebbero dagli abitanti di Nerya. In un’udienza tenutasi a febbraio 2021 presso l’Unità di pianificazione centrale dell’Amministrazione Civile, Matanya Aharonovich, un colono di Zayit Raanan, ha chiesto: “Che senso ha che qui ci siano così tante case destinate alla demolizione e per puro caso cinque siano state rimosse dall’elenco? Possiamo dirvi che tutti coloro che vivono in quelle cinque case sono affiliati alla tendenza Hardali che è fedele a Nerya”, riferendosi ai coloni ultra-ortodossi nello stile di vita ma sionisti nell’ideologia. “La caratteristica di Zayit Raanan è di essere più tollerante: laici, religiosi, immigrati, nativi, ultra-ortodossi. Nerya ha trovato una soluzione, che è distruggere tutto questo: delle persone che vivono qui ci si prenderà cura; le persone che vivono lì possono andare all’inferno.”

Tapuah Ma’arav

In una parte significativa di questo tipo di controversie tra gli abitanti degli avamposti coloniali e l’istituzione a capo della colonia i primi puntano il dito accusatore contro il movimento Amana, a cui fa capo la responsabilità dell’arrivo di molti dei coloni pionieri trasferitisi in Cisgiordania all’inizio del processo. Amana è definita una società cooperativa e, in quanto tale, non è tenuta alla trasparenza di fronte all’opinione pubblica. È controllata in pratica dal Consiglio Yesha degli insediamenti e dai consigli regionali più grandi in Cisgiordania. In passato ha ricevuto ampie aree di terra dallo Stato senza alcun costo, tramite la Federazione Sionista Mondiale. Ma, come ha rivelato Shomrim [associazione di ebrei ultraortodossi che svolge attività simili ai City Angels, ndt.] l’anno scorso, è anche pesantemente coinvolta nelle vendite di terreni a prezzi maggiorati in insediamenti coloniali ricercati e usa i suoi profitti per finanziare le sue operazioni altrove.

Oltre a garantire assistenza all’inizio del viaggio, Amana fornisce anche agli avamposti coloniali un supporto politico nei corridoi del potere. Tuttavia questo può avere un prezzo. Quando arriverà il momento, Amana avrà il potere politico di chiedere loro di lasciare l’avamposto. Nel caso delle fattorie coloniali che sono state realizzate negli ultimi anni i potenziali abitanti hanno firmato un documento in cui dichiarano chiaramente di essere consapevoli di questa possibilità. Tuttavia nei 20 anni che hanno preceduto questo periodo il rapporto tra le parti è stato molto meno chiaro.

Uno degli avamposti coloniali i cui abitanti esprimono più rabbia verso Amana è quello di Tapuah Ma’arav, che è stato fondato nei primi anni 2000. Nel 2015 l’organizzazione [israeliana] per i diritti umani Yesh Din ha presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia per conto degli abitanti del vicino villaggio palestinese di Yasouf, opponendosi all’edificazione in quel luogo. Tuttavia paradossalmente i procedimenti legali hanno portato all’autorizzazione retroattiva del terreno, consentendo al progetto di procedere. Nel corso della realizzazione è stata costruita una strada per Tapuah Ma’arav, aprendo la via a un nuovo quartiere residenziale a spese dell’avamposto coloniale. Otto famiglie si sono opposte al piano e alla fine del 2020 hanno presentato una petizione amministrativa. Hanno sostenuto, tra le altre cose, che quando si sono stabiliti per la prima volta sul terreno era stato promesso loro che lo sviluppo futuro avrebbe preservato il suo carattere rurale e agricolo.

“Le stesse Amana e Binyanei Bar Amana (la sussidiaria di Amana che realizza i suoi progetti), che attualmente stanno promuovendo i loro progetti a spese dei residenti e nel frattempo abbattono le case, hanno investito nel corso degli anni in questa colonia rilevanti capitali“, afferma la petizione. “La posizione di Amana secondo cui gli abitanti devono essere evacuati per costruirvi strutture e per impegnarsi alla ripartizione degli utili dimostra che gli abitanti sono stati di fatto sfruttati da Amana per salvaguardare il terreno e ora vengono cacciati via”. Un anno dopo, alla fine del 2021, la petizione è stata ritirata dopo che è stato raggiunto un accordo in base al quale le argomentazioni sarebbero state presentate alle autorità di pianificazione.

L’impegno di Amana in merito al carattere della comunità, al centro delle argomentazioni degli abitanti, è stato sollevato anche durante le udienze sulla petizione amministrativa contro la demolizione dell’avamposto di Tapuah Ma’arav, presentata alle autorità di pianificazione dell’Amministrazione Civile dell’IDF. Nella loro istanza gli abitanti sostengono anche di aver ricevuto una promessa dal capo del Consiglio regionale di Samaria, Yossi Dagan, secondo cui il futuro quartiere di Tapuah Ma’arav avrebbe avuto un aspetto rurale e che a ogni famiglia che vi abitava sarebbe stato assegnato un appezzamento di terreno di dimensioni comprese tra 500 e 750 mq. Il sottocomitato sui ricorsi di Giudea e Samaria ha respinto tale argomentazione affermando che Dagan non aveva l’autorità di fare una tale promessa. Ha inoltre respinto le affermazioni secondo cui le promesse erano state fatte dallo Stato e dalla Divisione per gli insediamenti, affermando che i querelanti non avevano presentato alcuna prova a sostegno.

Hadar-Betar

A metà agosto gli abitanti dell’avamposto di Hadar-Betar hanno ricevuto una lettera di avvertimento dal comune di Betar Ilit prima dell’attuazione di un ordine di demolizione. Hadar-Betar è un luogo difficile da definire. Sebbene faccia parte di Betar Ilit, una città di ultraortodossi in continua espansione a sud-ovest di Gerusalemme, non ha strade asfaltate, le vie non hanno nomi e non esiste un centro comunitario o culturale. Le strutture sparse a caso nell’avamposto sono principalmente case mobili, alcune delle quali sono state messe lì 40 anni fa dallo Stato. Nel corso degli anni gli abitanti sono andati e venuti; alcuni hanno trovato case mobili abbandonate e le hanno ristrutturate secondo i propri gusti, mentre altri hanno preso il posto dei precedenti abitanti, a volte persino pagandoli per ottenere questo favore.

Per Betar Ilit Hadar-Betar è stato per molti anni semplicemente il poco attraente cortile di casa, ma tutto è cambiato un decennio fa. Il comune ha smesso di fornire agli abitanti acqua ed elettricità e a un certo punto ha persino ridotto la frequenza dei servizi di smaltimento dei rifiuti. Non c’è alcun servizio di guardia operativo, nonostante uno stanziamento di 40.000 shekel [quasi 11.000 euro, ndt.] che il Ministero della Difesa invia al comune ogni mese. Ad Hadar-Betar ci sono circa 15 o 20 famiglie provenienti da diversi settori, religiosi e non, della società israeliana. Ogni famiglia è arrivata in un momento diverso e da luoghi diversi. Alcuni di loro acquistano l’acqua tramite cisterne, mentre altri prendono l’acqua dai giardini pubblici di Betar Ilit, che chiude un occhio. L’elettricità è fornita dal vicino villaggio palestinese di Wadi Fukin.

L’abitante che vive ad Hadar-Beitar da più tempo è Mordechai Melchin, padre di sei figli, che si è trasferito lì nel 1993: ”All’inizio, c’erano guardie armate, soldati riservisti”, dice Melchin. “Il sito era sotto la giurisdizione del Consiglio regionale di Gush Etzion. Tutto è cambiato negli anni ’90, quando il luogo è stato trasferito sotto la giurisdizione del comune di Betar Ilit”. Alla luce della rapida espansione della città, Betar Ilit si è avvicinata molto a Hadar-Betar e attualmente sono quasi contigue.

“Come possono affermare che siamo noi ad aver preso il controllo della terra illecitamente? [L’ex primo ministro] Yitzhak Shamir ha mandato delle persone qui. Noi eravamo qui prima di loro”, afferma Rafi Peretz, un abitante di Hadar-Beitar che, a differenza degli altri, dice di aver investito una grossa somma di denaro, tra 1 e 1,5 milioni di shekel [tra 270 a 400mila euro, ndt.] nella costruzione di una casa su un terreno per il quale altrimenti non avrebbe pagato. “A Betar Ilit alcune persone si riferiscono a noi qui come al quartiere dei bassifondi o come ai loro cani da guardia”, aggiunge Yehuda Meir, un altro abitante di Hadar-Beitar. “Dimenticano che senza di noi non ci sarebbe alcuna possibilità di costruire qui. Siamo stati noi a proteggere la terra.”

Il piano regolatore dell’area attualmente in vigore probabilmente cancellerà Hadar-Beitar dalla mappa. Il progetto fa parte di una gara d’appalto emanata nel 2020 dal Custode dei Beni Immobili in Giudea e Samaria, la controparte in Cisgiordania dell’Autorità Territoriale Israeliana, per la costruzione di 770 appartamenti e altri 4.800 mq per commercio e industria. La gara d’appalto è stata vinta dal Netanel Group, quotato in borsa, che tre anni dopo ha venduto metà del terreno a Shmuel Attias, il proprietario di una catena di supermercati ultra-ortodossa, realizzando un profitto netto di 180 milioni di shekel [48 milioni di euro circa, ndt.]. In una dichiarazione presentata alla Borsa di Tel Aviv il mese scorso il Netanel Group ha affermato di essere venuto a conoscenza della presenza di intrusi sul terreno, così ha definito gli abitanti di Hadar-Betar, e che, dopo le trattative con il Custode dei Beni Immobili, sembra che la società si assumerà la responsabilità di sfrattarli.

Gli abitanti di Hadar-Betar, inutile dirlo, vedono le cose in modo molto diverso. Sostengono che i rappresentanti del Netanel Group sanno tutto dell’avamposto e hanno persino parlato con loro. Nel frattempo si stanno preparando per una battaglia legale contro il municipio di Beitar Ilit e hanno iniziato a raccogliere prove di costruzioni illegali nella città ultra-ortodossa, il che a loro dire conferma le loro denunce di applicazione selettiva. “L’edificio in cui vivo è lì da 15 anni. Il comune di Betar Ilit sa che non è legale. Perché non l’ha demolito? Perché ha aspettato 15 anni?”, chiede Hila Barda, un’abitante dell’avamposto. “Dopotutto, sono i campioni per quanto riguarda le costruzioni illegali, in tutta la città. Ci sono interi edifici a Betar Ilit che sono costruiti illegalmente sotto altri edifici [in parcheggi sotterranei e così via]. Voglio vederli demolire tutte queste costruzioni illegali”.

Risposte:

In risposta alle domande di Shomrim sul caso della fattoria El-Hai il Consiglio regionale di Gush Etzion ha affermato che “questa è una disputa che dura da molti anni. Il capo del Consiglio sta lavorando per mediare un compromesso tra le parti. In un momento di grande divisione tra il popolo israeliano e mentre una guerra terribile è in corso nel nord e nel sud, dobbiamo ridurre al minimo le liti interne e cercare di superare le differenze”. Sulla questione di Ma’ale Rehavam, il Consiglio ha affermato: “Stiamo lavorando molto duramente per autorizzare [le] abitazioni esistenti in loco“.

Per quanto riguarda Zayit Raanan il Consiglio regionale di Mateh Binyamin ha affermato: “Il posto fa parte delle riserve di terra di Nerya e di recente è stato approvato un piano regolatore per espandere l’insediamento, respingendo le obiezioni sollevate in ogni fase.

“Per questo motivo, il costruttore sta lavorando per promuovere la costruzione permanente sul posto in conformità con la legge, dicendo agli attuali residenti che possono rimanere e vivere nel futuro quartiere. Va notato che la maggior parte di loro attualmente vive in alloggi temporanei che appartengono all’avamposto e non agli abitanti. Un certo numero di abitanti ha presentato una petizione ai tribunali per fermare l’iter e si attende che il tribunale si pronunci sulla questione.”

Il presidente di Nerya, Liel Tzur, ha affermato: “Questo non è un caso di evacuazione di un avamposto. Il quartiere di Zayit Raanan è parte integrante della comunità di Nerya e i termini del contratto fornitoci dalla Divisione per gli Insediamenti specificano che sarà nostro per molti anni. Questa è stata anche la sentenza del Registro delle ONG e dei tribunali. Questa disputa sta vanificando tutti i nostri sforzi per migliorare la vita degli abitanti di Zayit Raanan e per trovare una soluzione per ogni famiglia. Questo non è un caso di trattamento diverso degli abitanti in base alla loro identità; piuttosto, stiamo adattando le strutture al piano. Tutto sommato, è un altro quartiere nello Stato di Israele, a soli 20 minuti da Modi’in.” (Di fatto né Nerya né il quartiere Zayit Raanan fanno parte di Israele)

Sulla questione di Tapuah Ma’arav il Consiglio Regionale di Samaria ha affermato: “C’è stata una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia che sfortunatamente ha ordinato l’evacuazione di alcune delle case nel quartiere di Tapuah Ma’arav. Allo stesso tempo, in seguito alla decisione dell’Alta Corte, le autorità statali hanno deciso di realizzare dei progetti per legalizzare alcune delle case e impedirne la demolizione. Su richiesta dei residenti della comunità, tra cui la famiglia che ha contattato il giornalista (Shuki Sadeh), così come su richiesta degli abitanti facenti parte del comitato della comunità, il consiglio ha fatto il possibile di fronte alla difficile decisione. Durante tutto il processo, il consiglio ha chiaramente sottolineato di essere solo un mediatore e che qualsiasi accordo o piano è soggetto all’approvazione degli organi competenti dell’Autorità Territoriale Israeliana, del ministero della Difesa, dell’Amministrazione Civile e di tutte le (altre) parti interessate.

“Le affermazioni secondo cui il Consiglio avrebbe fatto promesse devono essere respinte come infondate. Tali affermazioni si basano su argomentazioni incomplete, alcune delle quali sono tendenziose, travisano i fatti e sono errate. Contrariamente alle affermazioni, Yossi Dagan non supporta e non ha mai sostenuto la demolizione degli avamposti ma, piuttosto, ha promosso e agito all’interno dei quadri giuridici a disposizione del Consiglio alla luce della decisione dell’Alta Corte, che andava contro la posizione del Consiglio”.

Né il Comune di Betar Ilit né il CEO di Amana, Ze’ev Hever, hanno risposto a un elenco di domande presentate da Shomrim.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il vero motivo per cui un ex capo dell’esercito israeliano denuncia la pulizia etnica a Gaza

Meron Rapoport

5 dicembre 2024 – +972 magazine

Poco preoccupato del dramma dei palestinesi, Moshe Ya’alon teme l’impatto della rivoluzione antidemocratica di Netanyahu sulle istituzioni militari.

Domenica primo dicembre l’emittente israeliana Channel 12 ha trasmesso un’intervista con Moshe “Bogie” Ya’alon, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano e poi ministro della Difesa. In uno scambio illuminante Ya’alon ha insistito nel definire “pulizia etnica” le azioni di Israele a Gaza, sostenendo che i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia sono totalmente giustificati e ha affermato che lui stesso “da lungo tempo” li avrebbe emessi contro il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e forse persino contro il primo ministro Benjamin Netanyahu. 

Per l’intervistatore Yaron Abraham ciò è stato totalmente inaspettato: sembrava prendere sul personale che Ya’alon non avesse intenzione di ripetere il solito mantra israeliano secondo cui “le FDI sono l’esercito più morale del mondo.”

Non c’è dubbio che tali affermazioni abbiano un peso particolare arrivando da chi continua a identificarsi come di destra, che una volta ha infangato i membri dell’ong di sinistra Breaking the Silence chiamandoli “traditori” e che, quando era a capo del Direttorato dell’Intelligence militare, ha sostenuto la tesi che si dovesse addossare la colpa della Seconda Intifada al leader dell’OLP Yasser Arafat. Dissentire da Ya’alon sul fatto che Israele stia attuando una pulizia etnica nella Striscia di Gaza, un atto che chiaramente costituisce un crimine di guerra, richiede una combinazione unica di sfrontatezza e audacia.

Di primo acchito uno potrebbe pensare che Ya’alon stia criticando la pulizia etnica perché la considera un’ingiustizia morale, tuttavia il vero motivo dietro le sue affermazioni sembra emergere verso la fine dell’intervista. 

[Israele] non è più definito una democrazia, né il suo sistema giudiziario è indipendente,” ha detto. “Stiamo passando da uno Stato ebraico liberale, democratico, nello spirito della Dichiarazione di Indipendenza, a una dittatura messianica, razzista, corrotta e malata. Dimostratemi che ho torto.” In altre parole Ya’alon non è preoccupato per i palestinesi, costretti dall’esercito israeliano a lasciare le proprie case in massa, ma per il futuro di Israele quale Stato “ebraico e democratico”.

Tali affermazioni sono particolarmente interessanti perché Ya’alon è stato una delle figure prominenti del movimento di protesta contro l’attacco al sistema giudiziario di Netanyahu in cui il “blocco anti-occupazione” non è riuscito a convincere i leader del movimento che non poteva esserci una vera democrazia finché fosse durata l’occupazione. Quello che Ya’alon sta effettivamente dicendo ora è: senza democrazia ci sarà una pulizia etnica? La sua conclusione quindi è: c’è un legame diretto fra la riforma del sistema giudiziario, lo smantellamento delle istituzioni democratiche dello Stato “ebraico e democratico” che gli è caro e la pulizia etnica e i crimini di guerra che Israele sta commettendo a Gaza?

 

Ciò che rafforza questo collegamento è il fatto che la pulizia etnica che si sta attuando a Gaza va di pari passo con l’intensificarsi da parte del governo di estrema destra della sua crociata contro le libertà civili e le istituzioni dello Stato. Alla fine di novembre la Knesset ha presentato una legge che faciliterà significativamente l’esclusione di candidati e liste dalla corsa in parlamento a causa del “sostegno al terrorismo”; tale legge mira chiaramente ad eliminare dalla Knesset i partiti palestinesi, privando quindi di significato le elezioni stesse e in pratica eliminando per sempre la possibilità che la destra perda. 

Anche i media sono sotto attacco: il governo sta presentando delle leggi per chiudere le emittenti radiotelevisive pubbliche e boicottando il quotidiano Haaretz per “i numerosi articoli che hanno danneggiato la legittimità di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa,” nelle parole del ministro delle Comunicazioni Shlomo Karh.

Ironicamente un altro bersaglio importante dell’attacco è proprio il sistema da cui proviene Ya’alon: le alte sfere della difesa. Nel video di nove minuti seguito all’arresto di Eli Feldstein, collaboratore e portavoce di Netanyahu sospettato di una fuga di documenti militari classificati per influenzare l’opinione pubblica israeliana, il primo ministro dipinge l’esercito, lo Shin Bet, la polizia e in misura minore il Mossad, come un altro “fronte” che egli è costretto a superare.

Su Channel 14, la principale rete di propaganda a favore di Netanyahu, varie agenzie di sicurezza sono incolpate non solo dei fallimenti del 7 ottobre, ma sono anche dipinte come responsabili di minare sistematicamente il raggiungimento della “vittoria totale” a Gaza. Questo attacco va oltre la retorica: misure come la “legge Feldstein” che darebbe l’immunità a chi passasse documenti classificati dall’esercito al primo ministro e la legge per trasferire il controllo dell’intelligence dall’esercito all’Ufficio del Primo ministro, entrambe passate in prima lettura alla Knesset, mirano a creare un apparato personale di intelligence per il Primo ministro che aggirerebbe esercito e Shin Bet. 

Lo smantellamento dell’establishment della difesa sta diventando una realtà tangibile.

Una guerra sempre più impopolare

Come in tutti i regimi populisti queste azioni sono giustificate quali passi necessari per mettere in pratica il mandato presumibilmente dato a Netanyahu e al suo governo dal “popolo,” mentre i suoi oppositori nell’esercito, nello Shin Bet, fra i pubblici ministeri o nei media sono descritti come un’élite che cerca di mantenere il proprio potere in modo non democratico contro il volere del popolo. Con un’assurda inversione delle parti la minoranza palestinese è descritta come se stesse dalla parte delle élite che sarebbero interessate ai diritti dei palestinesi a spese dei diritti del “popolo ebraico.”

È interessante che i commenti di Ya’alon sulla guerra a Gaza siano sempre più allineati con l’opinione dell’opinione pubblica in Israele, dove i sondaggi indicano che ora il governo rappresenta solo una piccola minoranza. Un sondaggio di Channel 12 pubblicato lo scorso weekend ha rilevato che il 71% del pubblico sostiene un accordo per gli ostaggi e la fine della guerra a Gaza, mentre solo il 15% è a favore della sua continuazione.

La decisione di mandare soldati in una guerra in cui potrebbero perdere la vita, specialmente quando prestano servizio in un esercito di leva, sta al centro del contratto sociale fra un governo e i suoi cittadini: il governo dovrebbe garantire ai cittadini il benessere, proteggere i loro diritti e difenderli; in cambio da loro ci si aspetta che rischino volontariamente le proprie vite per lo Stato. Perciò prima di andare in guerra ci si aspetta che un governo democratico si garantisca un ampio consenso.

Dopo il 7 ottobre c’è stato un consenso schiacciante a favore della guerra a Gaza. Similmente l’azione militare in Libano ha incontrato poca opposizione presso gli israeliani. Ma ora, dopo 14 mesi di guerra, con l’ottenimento di un cessate il fuoco al nord, gli ostaggi che muoiono uno dopo l’altro e i soldati che continuano a perdere la vita nonostante in teoria Hamas sia stato pressoché “eliminato”, i sondaggi mostrano che la maggioranza degli israeliani crede che la guerra a Gaza continui solo per gli interessi di Netanyahu e del suo governo.

Il piano palese della destra messianica è incentrato sul ritorno delle colonie come obiettivo ultimo della guerra. Ciò non fa altro che approfondire il divario, poiché c’è una grossa differenza fra morire in guerra contro Hamas, che ha attuato il massacro del 7 ottobre, e morire in una guerra che mira a ristabilire il blocco di colonie di Gush Katif smantellato dal “disimpegno” del 2005. Il fatto che personaggi come il ministro per gli Alloggi Yitzhak Goldknopf, leader ultraortodosso che non manda i propri figli a combattere nelle guerre di Israele, sventoli mappe di colonie insieme all’attivista per le colonie di estrema destra Daniella Weiss non fa che aggravare la crescente illegittimità della guerra agli occhi di ampi settori dell’opinione pubblica.

Questo crescente “deficit democratico” fra la gente e il governo può spiegare il rinnovato attacco di quest’ultimo alla democrazia e alle istituzioni statali. È come se il governo improvvisamente si rendesse conto che condurre una guerra impopolare sia difficile in una società dove l’esercito conta sulla leva obbligatoria e sui riservisti e così decidesse di smantellare ciò che rimane della democrazia.

E quindi perché non spogliare di ogni significato le elezioni escludendo dall’arena politica la minoranza palestinese? Perché non schiacciare i media e coltivare fedeli emittenti di propaganda come Channel 14 per eliminare totalmente dal dibattito ogni critica della popolazione alla guerra? Come ogni regime totalitario il governo di Netanyahu capisce l’assoluto bisogno di avere il monopolio sulla diffusione dell’informazione.

Tali azioni mirano a concedere a Netanyahu e al suo governo un controllo diretto sugli apparati militari e della sicurezza che fanno parte della stessa dinamica. Ronen Bar, a capo dello Shin Bet, è tenuto d’occhio, come lo sono i leader militari al vertice. Il governo sembra credere che ottenendo il controllo diretto sugli strumenti della forza si possa continuare la guerra a Gaza, attuare la pulizia etnica e i reinsediamenti con il sostegno anche solo del 30% dei cittadini.

Consciamente o no, Ya’alon si è schierato fermamente proprio contro questa decisione: lo smantellamento della democrazia per permettere a Smotrich e Ben Gvir di di ottenere quello che loro chiamano lo “sfoltimento” della popolazione palestinese a Gaza. E si può credere a Ben Gvir quando dice che Netanyahu, che in passato era stato più cauto su tali palesi crimini di guerra, ora sta “mostrando una certa apertura” verso l’idea di incoraggiare i palestinesi a “emigrare volontariamente.” 

Non c’è bisogno di dipingere Ya’alon come il paladino di democrazia e moralità o come un difensore dei diritti dei palestinesi. Infatti possiamo inquadrarlo per le sue recenti dichiarazioni nel contesto della sua leadership militare. Come ha argomentato il sociologo israeliano Lev Grinberg, i militari dipendono da una chiara divisione tra la “democrazia israeliana” entro la Linea Verde e l’occupazione al di là da essa. L’attacco di Netanyahu contro le istituzioni democratiche offusca questo confine e così facendo mina la legittimità dell’esercito a continuare la sua sfacciata e non democratica soppressione dei palestinesi.

Una completa rioccupazione militare di Gaza, la pulizia etnica dei palestinesi e il reinsediamento delle colonie cancellano totalmente questo confine ed ecco perché Ya’alon si oppone a queste manovre. Egli non affronta il collegamento diretto tra la pulizia etnica del 1948 e quella del 2024 e ci sono dubbi che lo farà mai in un futuro immediato. Tuttavia per un ex ministro della difesa ed ex capo di stato maggiore diventare un deciso oppositore non solo della rivoluzione antidemocratica di Netanyahu, ma anche della pulizia etnica dell’esercito a Gaza, è un progresso interessante.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Uno sguardo sulla guerra di Israele contro gli attivisti stranieri che aiutano i palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

17 novembre 2024 – Haaretz

Nell’ultimo anno il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha iniziato a mettere in pratica una politica di espulsione degli attivisti stranieri filo-palestinesi, molti dei quali americani, con una serie di pretesti. Il risultato: un picco nel numero di attivisti costretti ad andarsene

Quando circa un mese fa l’attivista americano per i diritti umani Jaxson Schor, 22 anni, è stato arrestato in Cisgiordania, non capiva cosa stesse succedendo. Quella mattina era uscito con diversi altri attivisti stranieri per aiutare i palestinesi a raccogliere le olive vicino al villaggio di Qusra nella zona di Nablus quando all’improvviso i soldati lo hanno chiamato. “Mi hanno detto ‘Ciao, ciao’ e mi hanno chiesto il passaporto”, ricorda. “Gliel’ho dato e ho chiesto se c’era un qualche problema”.

I soldati gli hanno detto che non gli era permesso stare lì. “È stato molto surreale”, aggiunge, e descrive il seguito di una lunga giornata caratterizzata da interrogatori in una stazione di polizia, accuse di essere “un sostenitore di Hamas”, umiliazioni da parte della polizia e un’udienza presso la Population and Immigration Authority [Autorità su Popolazione e Immigrazione, ndt.]. Al termine della disavventura il suo visto e quello di un altro attivista arrestato insieme a lui sono stati revocati. E così i due stranieri venuti in Israele con l’intento di fare volontariato con i palestinesi si sono ritrovati espulsi dal Paese.

Non sono gli unici. L’anno scorso sempre più attivisti stranieri giunti per fare del volontariato con i palestinesi sono stati espulsi. I dati ottenuti da Haaretz mostrano che dall’ottobre 2023 almeno 16 di questi attivisti sono stati estradati da Israele dopo essere stati arrestati in Cisgiordania con l’accusa di varie violazioni.

L’avvocato Michal Pomeranz, che ha rappresentato alcuni degli attivisti espulsi, afferma che c’è stato un aumento del numero di arresti di volontari stranieri con falsi pretesti, nel tentativo di fare pressione su di loro affinché se ne andassero. “La situazione non è sorprendente alla luce del carattere dei decisori al governo, ma è esasperante”, afferma Pomeranz. “È inquietante e basata su analisi fittizie”.

Non è un caso che il numero di espulsioni sia aumentato, è anzi il risultato di una politica dichiarata del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che viene realizzata sul campo tramite una stretta cooperazione tra l’esercito, la polizia e la Population and Immigration Authority. Nel quadro di tale politica negli ultimi mesi Ben-Gvir ha ordinato che gli attivisti stranieri vengano interrogati presso l’Unità Centrale di Polizia di Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania occupata, ndt.], incaricata dei crimini gravi nel distretto di polizia che controlla i territori della Cisgiordania.

Parallelamente la sottocommissione della Knesset per la Giudea e la Samaria, guidata dal parlamentare Tzvi Succot (Partito del Sionismo Religioso), si è occupata ampiamente e approfonditamente della questione. Negli ultimi mesi la sottocommissione ha dedicato almeno cinque sessioni alla questione e ha invitato a partecipare rappresentanti dell’esercito e della polizia. Secondo Succot in queste sessioni i rappresentanti dell’esercito hanno riferito che ai soldati è stato chiesto di fotografare gli attivisti e i loro passaporti e di consegnare gli attivisti o la loro documentazione alla polizia.

La collaborazione fattiva dell’esercito è fondamentale, poiché sono i soldati che, per la maggior parte, eseguono gli arresti sul campo. Un documento ottenuto da Haaretz indica che l’esercito non esita a mettere in pratica la visione di Ben-Gvir e Succot. Nel documento, una lettera del GOC [comandante generale dell’esercito) Avi Bluth inviata dal Comando Centrale a una coalizione di organizzazioni di sinistra chiamata Olive Picking Partners Forum [forum degli attivisti volontari nella raccolta delle olive, ndt.], si afferma esplicitamente che “Il Comando Centrale impedirà e farà rispettare [sic] l’ingresso di attivisti stranieri che arrivano nei siti di raccolta delle olive con l’obiettivo di creare attriti”. In risposta a una domanda di Haaretz il portavoce dell’esercito israeliano ha negato che ci siano istruzioni ai soldati di arrestare gli attivisti stranieri.

Nel frattempo sembra che la collaborazione sia produttiva: la polizia riferisce che dall’inizio di quest’anno sono stati indagati 30 attivisti stranieri. Secondo i dati ottenuti da Haaretz, la maggior parte di coloro che sono stati espulsi sono stati interrogati con l’accusa di aver commesso reati minori come ostacolare un agente di polizia o un soldato durante lo svolgimento dei suoi doveri o la disobbedienza a un ordine in un’area militare interdetta. Tuttavia, alcuni sono stati indagati anche per reati più gravi come il sostegno a un’organizzazione terroristica o l’istigazione.

Dopo l’interrogatorio alcuni dei detenuti sono stati inviati a un’udienza presso la Population and Immigration Authority e successivamente espulsi, in quanto sospettati di aver commesso reati e col pretesto di violazione delle condizioni del loro visto. Altri non sono stati formalmente espulsi ma costretti di fatto a lasciare il Paese dalla polizia, che ha trattenuto i loro passaporti fino a quando non hanno presentato un biglietto aereo. In tutti i casi nella dichiarazione rilasciata sugli arresti la polizia si è assicurata di segnalarli come “anarchici”, assecondando la politica del ministro Ben-Gvir.

Sospetto: sostegno al terrorismo

Schor afferma che da quando è arrivato in Cisgiordania in agosto la maggior parte della sua attività lì consisteva nel fornire una “presenza protettiva”, ovvero accompagnare le comunità palestinesi con l’obiettivo di proteggere gli abitanti dall’esercito o dai coloni. Questo, dice, è ciò che stava facendo alla fine dell’estate quando è stato arrestato e gli è stato confiscato il passaporto. Per tre ore è stato trattenuto sul posto, mentre attivisti di destra documentavano l’arresto e dicevano agli amici di Schor che era proibito filmare o scattare foto e che lo avrebbero “buttato fuori” da Israele.

Uno di loro era Bnayahu Ben Shabbat, dell’organizzazione di destra Im Tirtzu. Alla fine è arrivata la polizia e hanno ammanettato i due volontari. Solo allora, afferma Schor, gli è stato detto che l’area era stata designata come zona militare interdetta. A quel punto è stato trasferito alla stazione di polizia, gli è stato sequestrato il cellulare e gli è stato comunicato che era in arresto con l’accusa di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti, di aver violato un ordine relativo ad un’area militare interdetta e di aver sostenuto un’organizzazione terroristica.

Durante l’interrogatorio gli è stato chiesto cosa stesse facendo in Cisgiordania, chi gli avesse indicato dove recarsi e chi fosse il “capo” della raccolta delle olive. Aggiunge che chi faceva da interprete in simultanea era inesperto e che gli ha persino urlato contro. In seguito a Schor è stato chiesto se avesse partecipato a una manifestazione di Hamas contro Israele, e ha risposto negativamente. Mi hanno detto che stavo mentendo e che ero venuto per combattere gli ebrei e per svolgere azioni terroristiche e che mi avrebbero cacciato dal Paese”, racconta. “Mi hanno chiesto più e più volte se stessi combattendo contro gli ebrei”.

Dopo di che hanno mostrato a Schor quattro sue fotografie. Dice che una di queste era stata scattata da un soldato, un’altra da un colono, una terza era stata presa da un social network e la quarta da un sito di notizie che aveva pubblicato la documentazione di una manifestazione a Ramallah a cui aveva partecipato qualche giorno prima. Ciò ha suscitato il sospetto che fosse stato pedinato anche prima del suo arresto. Alla fine dell’interrogatorio, racconta Schor, un poliziotto gli ha chiesto se fosse un anarchico e se fosse ebreo e gli ha detto: “Noi c’eravamo prima di te e Israele starà qui dopo di te”, e poi ha aggiunto: “Ti butteremo fuori da Israele per sempre”.

Dalla stazione di polizia Schor e l’altro attivista arrestato con lui sono stati portati per un’udienza presso la Population and Immigration Authority, dove i loro visti sono stati revocati. Nell’ultimo anno altri tre attivisti sono stati espulsi da Israele con una procedura simile, in seguito ad un’udienza ufficiale presso l’Authority. Ad altri sette è stato confiscato il passaporto dalla polizia, ed è stato restituito solo dopo la presentazione di un biglietto aereo; a tre è stato offerto il rilascio durante l’indagine a condizione che lasciassero il Paese e a uno, un ebreo britannico di nome Leo Franks, non è stato rinnovato il visto. Successivamente il suo passaporto è stato confiscato e la procedura che aveva iniziato per l’aliyah, l’immigrazione in Israele, è stata bloccata.

Una condotta simile si ritrova anche nella trascrizione dell’udienza di un attivista inglese espulso ad aprile, arrestato a Masafer Yatta in Cisgiordania con l’accusa di aver violato un divieto relativo ad un’area militare interdetta e di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti. Durante l’udienza all’attivista è stato chiesto perché fosse venuto in Israele insieme alle seguenti domande: “Hai visto che Israele sta attaccando i palestinesi e sei venuto per questo?” “Perché sei andato in giro con una macchina fotografica e hai scattato foto ai soldati? Ci sono delle ragioni particolari?” “Vuoi documentare gli attacchi dei soldati contro i palestinesi?”

Secondo l’avvocato Pomeranz, la Population and Immigration Authority non era tenuta ad accettare le considerazioni della polizia riguardo agli attivisti, specialmente nei casi in cui non erano stati portati in tribunale per la custodia cautelare o non erano stati incriminati. L’udienza presso l’Authority ha lo scopo di consentire loro di esporre le loro versioni e servire da premessa per giungere alla decisione se espellerli o meno.

Donne aggredite’

Gli attivisti in Cisgiordania provengono da vari Paesi, tra cui Stati Uniti, Belgio e Inghilterra: alcuni di loro affermano di aver sentito parlare per la prima volta della possibilità di andarci tramite post sui social media, altri grazie a conoscenze. I loro numeri non sono molto alti, con una stima di poche decine di arrivi ogni anno.

Il numero raggiunge il picco con l’avvicinarsi della stagione della raccolta delle olive, che è considerata a rischio. Nell’ultimo anno, affermano gli attivisti, il loro numero è cresciuto. Molti sono arrivati ​​di recente in risposta a un appello dell’organizzazione palestinese Faz3a (Fazaa), che mette in contatto gli attivisti stranieri con le comunità palestinesi minacciate. Altri sono collegati al più veterano e noto International Solidarity Movement (noto come ISM), in parte perché nel 2003 una delle sue attiviste, Rachel Corrie, è stata uccisa da un bulldozer dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un’altra delle sue attiviste, Ayşenur Ezgi Eygi, una donna turco-americana, è stata uccisa a settembre a Beita, vicino a Nablus, dal fuoco vivo dell’esercito israeliano.

Di recente il lavoro degli attivisti stranieri in Cisgiordania si è insediato in un appartamento nel villaggio di Qusra. L’11 ottobre i soldati dell’IDF hanno sfondato la porta e perquisito il posto. Secondo gli attivisti i soldati hanno rovistato tra i loro effetti personali, fotografato i loro passaporti e arrestato un attivista palestinese residente nel villaggio. Inoltre, affermano, i soldati hanno esaminato le lettere scritte dagli attivisti che se ne erano andati.

Sebbene non siano qui da molto alcuni degli attivisti hanno già sperimentato violenze estreme. Ad esempio Vivi Chen, una residente del New Jersey giunta in Cisgiordania a luglio, afferma di aver già assistito a due aggressioni da parte di coloni che l’hanno segnata. “Sono rimasta così sorpresa perché loro [i coloni] erano ragazzi adolescenti e stavano aggredendo con tutta la loro forza donne che avrebbero potuto essere le loro madri”, afferma riferendosi ad un fatto avvenuto il 21 luglio a Qusra. Riguardo ad un altro più grave incidente racconta che cinque giovani palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri, alcuni sparati dall’esercito.

Un’altra attivista, Lu Griffen, una siriana-americana di 22 anni, racconta che il 4 settembre, durante la sua seconda settimana in Cisgiordania, è stata violentemente aggredita dai coloni mentre accompagnava un pastore a Qusra. “Hanno iniziato a lanciarci pietre. Stavo correndo e una pietra mi ha colpito la testa e me l’ha spaccata”, racconta. Ricorda che anche dopo essere caduta i coloni hanno continuato a lanciare pietre su di lei e hanno spruzzato su di lei e gli altri dello spray al peperoncino.

Griffen spiega di essere stata attratta dall’attivismo in Cisgiordania dopo aver partecipato all’inizio di quest’anno alle proteste contro la guerra nei campus degli Stati Uniti. “È difficile spiegare come mi sento: l’indignazione, la tristezza. Qui la situazione è semplicemente sconvolgente”, dice. “Ho trascorso parte della mia vita in una zona di guerra, ma in quel momento non potevo fare nulla per il mio popolo siriano. E ora che sono abbastanza grande ho tempo, non ho figli o responsabilità che mi trattengano, non c’è niente che voglio fare di più che andare ad aiutare i palestinesi come loro ci stanno chiedendo”.

Indubbiamente però l’evento più traumatico per gli attivisti è stato l’uccisione dell’attivista turco-americana Ezgi Eygi. “All’inizio non credevo fosse morta”, ricorda Chen. “Quando è caduta e sono corsa da lei, potevo sentire il suo polso e ho detto ‘Sopravviverà’.” L’esperienza è stata particolarmente difficile, dice, a causa della diffamazione del nome e dell’attività di Ezgi Eygi. “Molti di noi hanno finito per scrivere le proprie ultime volontà come precauzione, perché vorremmo rendere le cose più facili alle nostre famiglie nel caso in cui accada qualcosa.”

Chen collega la morte di Ezgi Eygi a un incidente che l’ha preceduta nello stesso luogo: il ferimento di unattivista americana durante una manifestazione nel villaggio di Beita. “Se il governo americano avesse condannato l’uccisione di una cittadina americana in quel momento, non avrebbero avuto l’audacia di uccidere un altro straniero”, aggiunge. Secondo l’IDF, un’indagine preliminare sulla morte di Ezgi Eygi ha concluso che non sarebbe stata colpita intenzionalmente. La divisione investigativa criminale della polizia militare ha avviato un’indagine sull’incidente.

Dirgli addio’

Alcuni membri della Knesset, in particolare Tzvi Succot, hanno un problema di vecchia data con gli attivisti stranieri e sostengono che stanno causando danni allo Stato di Israele. All’interno del sottocomitato che presiede, Succot è molto impegnato nelle misure contro gli attivisti. “La legge afferma che chiunque entri nel Paese e violi i termini del suo visto può essere espulso”, dice ad Haaretz. “Quei ragazzi sono un danno strategico. In definitiva, le campagne contro Israele e le sanzioni provengono da loro. E quindi, quando vengono e molestano i soldati o entrano in un’area militare interdetta o commettono la più piccola infrazione, lo Stato di Israele deve dire loro addio/congedarli“.

Durante la conversazione con Haaretz Succot ha continuato a ripetere che il suo problema con gli attivisti consiste nel fatto che starebbero promuovendo un boicottaggio contro Israele. La sua argomentazione si basa sulla legge sull’ingresso in Israele del 2017, che proibisce di concedere un visto a chiunque promuova un boicottaggio dello Stato.

Nel frattempo Succot afferma di stare attualmente lavorando a una legislazione con l’obiettivo di istituire un’organizzazione statale che monitorizzi gli attivisti stranieri mentre sono in Israele e decida la loro espulsione nel caso che dopo il loro ingresso si scopra che abbiano fatto degli appelli al boicottaggio. “Al momento questo non sta accadendo, e quindi la soluzione tampone in questo momento è che se qualcuno viola le condizioni del visto, la legge consente di revocarlo”, aggiunge.

Il monitoraggio degli attivisti durante la loro permanenza in Israele, afferma, è attualmente svolto da organizzazioni civili senza scopo di lucro. Afferma che il recente aumento dell’attività sulla questione è il risultato di un coordinamento rafforzato tra l’IDF, la polizia e il Ministero dell’Interno. “Un soldato sul campo che incontra qualcuno del genere che violi la legge sa di dover registrare i suoi dati personali e il suo passaporto e inviarli alla polizia e poi al Ministero dell’Interno. Da lì, spiega, il passo verso la revoca del visto o l’espulsione dal Paese è breve.

La questione del boicottaggio è emersa nell’inchiesta sull’attivista Michael Jacobsen, 78 anni, dello Stato di Washington. Dopo la sua espulsione Succot ha rilasciato un comunicato stampa di encomio in cui ha ringraziato, tra gli altri, un’organizzazione non-profit chiamata The Legal Forum for the Land of Israel. Il 10 ottobre Jacobsen, che ha militato nell’esercito americano durante la guerra del Vietnam, stava accompagnando un palestinese che pascolava un gregge a Masafar Yatta. Ricorda che un soldato che ha identificato come colono gli ha chiesto il passaporto e poi gli ha detto che era ricercato dalla polizia. “Ha chiesto: ‘sei un membro dell’ISM [International Solidarity Movement]’, e io ho detto di no. E poi ha chiesto ‘sei un ebreo?’ e io ho detto di no, e lui [ha chiesto] ‘sei un terrorista?’ E io ho detto ‘no, sono un turista”.

Jacobsen è stato arrestato e portato alla stazione di polizia. Afferma che durante il tragitto ha cercato di scoprire perché lo stavano arrestando, ma non ha ricevuto informazioni. “Mi hanno detto che ero un terrorista perché ero un membro del BDS”, ha aggiunto, riferendosi al movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Alla stazione di polizia è stato interrogato con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento dei suoi doveri e di soggiorno illegale, un sospetto basato sull’accusa attribuitagli di sostegno al boicottaggio. “Chi ha condotto l’interrogatorio è stato molto borioso e maleducato con me”, racconta. “Ha detto che ero coinvolto in cinque diverse organizzazioni terroristiche”, ha continuato Jacobsen, citando le cinque come IHH Humanitarian Relief Foundation, Meta Peace Team, International Solidarity Movement, BDS e MPT.

Jacobsen afferma che Meta Peace Team è un’organizzazione di attivisti che gli ha fornito una formazione sulla resistenza non violenta, mentre IHH è un’organizzazione ombrello sotto la cui egida ha partecipato nell’aprile di quest’anno alla flottiglia verso Gaza per portare cibo e attrezzature mediche nella Striscia. Durante l’interrogatorio gli è stata anche mostrata la documentazione sulla sua attività presso Veterans for Peace in Corea del Sud, dove ha lavorato con i dimostranti contro l’istituzione di una base navale. Alla fine dell’interrogatorio gli è stata data una scelta. Poteva rimanere in stato di arresto o poteva essere inviato al confine con la Giordania. Ha scelto di andarsene, senza [partecipare ad] un’udienza presso la Population and Immigration Authority e senza sapere se sarebbe mai potuto tornare in Israele.

A ottobre due attivisti tedeschi sono stati espulsi da Israele in modo simile. Sono stati arrestati con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento del suo dovere, di riunione illegale e di far parte di un’organizzazione terroristica. Il sospetto di riunione illegale è stato attribuito a causa della loro appartenenza all’International Solidarity Movement, nonostante in Israele l’organizzazione non sia stata messa al bando.

La loro detenzione è stata prorogata due volte, e poi la polizia ha offerto loro la possibilità di scegliere tra lasciare il Paese o affrontare un’altra richiesta di proroga della loro detenzione. Se ne sono andati. Di recente la polizia ha fatto un’offerta simile a due donne americane, una suora e una pensionata di 73 anni, arrestate a South Hebron Hills con l’accusa di aver ostacolato un soldato nell’adempimento del suo dovere. Dopo il loro rifiuto, sono state rilasciate con un divieto di ingresso di due settimane in Cisgiordania.

Dalla sua attuale residenza negli Stati Uniti Jacobsen afferma che il fatto che la sua attività non violenta sia stata definita terroristica lo ha portato a opporsi alle azioni di Israele con ancora più veemenza: “Ok, mi chiami terrorista? Allora esprimerò le mie opinioni su ciò che sta facendo lo Stato sionista di Israele come attività terroristiche. In effetti, lo Stato di Israele sta usando tattiche terroristiche, sicuramente in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza”.

L’unità portavoce dell’IDF ha risposto: “Le forze di sicurezza, la polizia israeliana e l’amministrazione civile stanno agendo per consentire agli abitanti della zona di raccogliere le olive sui terreni di loro proprietà e, allo stesso tempo, stanno agendo per mantenere la sicurezza dei civili e delle comunità israeliane. In generale, non ci sono istruzioni per arrestare gli attivisti stranieri”. Il portavoce ha aggiunto che la decisione di effettuare una perquisizione nella casa degli attivisti a Qusra è derivata da una “segnalazione di attività insolite” in quel sito.

Per quanto riguarda la sparatoria contro l’attivista americana a Beita ad agosto l’esercito ha aggiunto che ciò sarebbe avvenuto dopo una segnalazione di “violento disturbo dell’ordine pubblico durante il quale i terroristi hanno lanciato pietre contro i militari, che hanno risposto utilizzando mezzi per disperdere le dimostrazioni e sparando in aria”. Hanno anche aggiunto che la segnalazione “è nota ed è in corso una verifica“.

La polizia israeliana ha risposto: “La polizia israeliana attua l’applicazione della legge con tutti i mezzi legali contro gli attivisti israeliani e stranieri che agiscono illegalmente interferendo con l’attività operativa delle forze di sicurezza e dimostrando sostegno e condivisione nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Dall’inizio dell’anno circa 30 attivisti stranieri sono stati indagati per ostacolo e provocazione contro le forze di sicurezza, e incitamento, sostegno e incoraggiamento verso le organizzazioni terroristiche Hamas e Hezbollah. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese al termine del loro interrogatorio e per altri è stata tenuta un’udienza dalla Populating and Immigration Authority, al termine della quale è stato revocato il loro permesso di soggiorno in Israele ed è stato proibito per il futuro l’ingresso nel Paese”.

La Population and Immigration Authority ha risposto: “Di norma un cittadino straniero che entra in Israele con un visto turistico è tenuto a rispettare lo scopo per cui è stato concesso il visto. Un turista che sfrutta la concessione del visto per altre attività, tra cui una condotta di disturbo contro le forze dell’ordine, viola le condizioni per cui è stato concesso il visto ed è consentito annullare il visto e richiedere la sua espulsione dal Paese. In pratica, stiamo parlando di una manciata di incidenti e solo di quelli in cui la polizia presenta prove di reati penali commessi dal titolare del visto”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un ministro israeliano di estrema destra sta ordinando preparativi per l’annessione della Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Smotrich, il ministro israeliano delle Finanze, spera che il neoeletto presidente USA Trump sosterrà il piano per annettere la Cisgiordania occupata nel 2025.

Bezalel Smotrich, ministro israeliano delle Finanze di estrema destra, ha ordinato preparativi per l’annessione della Cisgiordania occupata prima dell’insediamento del neoeletto presidente USA Donald Trump nel gennaio 2025.

Lunedì in una dichiarazione Smotrich ha espresso la sua speranza che la nuova amministrazione a Washington riconoscerà l’iniziativa di Israele per rivendicare la “sovranità” sul territorio occupato.

Oltre al suo incarico alle finanze Smotrich, lui stesso un abitante di una colonia israeliana illegale, detiene anche una posizione nel Ministero della Difesa da cui sovrintende l’amministrazione della Cisgiordania occupata e delle sue colonie.

2025: l’anno della sovranità su Giudea e Samaria,” ha scritto Smotrich su X, usando i nomi biblici con cui Israele si riferisce alla Cisgiordania occupata.

Lunedì, in un incontro della sua fazione di estrema destra nel parlamento israeliano o Knesset, Smotrich ha accolto con favore l’elezione di Trump e la sua vittoria contro Kamala Harris e ha detto di aver dato istruzioni alla Direzione delle colonie e dell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa di gettare le basi per l’annessione.

Ho ordinato l’inizio del lavoro da parte di professionisti per preparare le infrastrutture necessarie per esercitare la sovranità israeliana su Giudea e Samaria,” ha detto, “non ho dubbi che il presidente Trump, che ha mostrato coraggio e determinazione nelle sue decisioni durante il suo primo mandato, sosterrà lo Stato di Israele in questa decisione,” ha aggiunto.

Smotrich ha detto che nella coalizione al governo in Israele ci sono un ampio accordo su questa iniziativa e un’opposizione alla formazione di uno Stato palestinese.

L’unico modo di rimuovere questo pericolo dal programma è di esercitare la sovranità israeliana sulle colonie in Giudea e Samaria,” ha dichiarato.

Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha detto che le considerazioni di Smotrich confermano le intenzioni del governo d’Israele di annettere la Cisgiordania occupata in violazione del diritto internazionale.

Noi riteniamo le autorità israeliane di occupazione completamente responsabili delle ripercussioni di tali pericolose politiche. Gli Stati Uniti sono anche responsabili del continuo sostegno offerto all’aggressione israeliana”, ha detto.

Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, ha detto che mentre i leader del movimento dei coloni possono essere fiduciosi che Trump potrebbe essere incline a sostenere tali decisioni il governo non ha preso alcuna decisione.

Nessuna decisione è stata presa a proposito,” ha detto Saar lunedì nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme.

L’ultima volta in cui abbiamo discusso il tema è stato durante il primo mandato di Trump,” ha detto. “E quindi diciamo che se sarà pertinente verrà ridiscusso anche con i nostri amici a Washington.”

La Cisgiordania è occupata dal 1967 e da allora le colonie israeliane si sono ampliate nonostante siano illegali ai sensi del diritto internazionale e, nel caso degli avamposti, della legge israeliana.

Smotrich aveva già dichiarato la sua intenzione di estendere la sovranità israeliana sui territori occupati ostacolando la nascita di uno Stato palestinese.

Ha anche minacciato di destabilizzare la coalizione di Benjamin Netanyahu se si negoziasse un cessate il fuoco con Hezbollah sul fronte settentrionale di Israele.

Quando [Smotrich] parla di rafforzare la sovranità israeliana sta parlando dell’annessione della Cisgiordania che fa parte del programma governativo israeliano,” ha detto Nour Odeh di Al Jazeera, che scrive da Amman, Giordania perché ad Al Jazeera è stato proibito di operare da Israele.

Odeh fa osservare che Netanyahu ha anche aggiunto al suo gabinetto un ministro senza portafoglio del partito di Smotrich.

Quando Smotrich parla di annessioni molti osservatori dicono che dobbiamo credergli,” aggiunge.

Durante il suo primo mandato nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele ribaltando decenni di politiche USA e di consenso internazionale. Ha anche sostenuto politiche che hanno consentito la continua espansione delle colonie e proposto un piano per una “entità palestinese” che non avrebbe piena sovranità.

All’inizio dell’anno l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha ceduto un maggiore controllo sulla Cisgiordania occupata all’Amministrazione delle colonie guidata da Smotrich, conferendole competenze in ambiti che vanno dai regolamenti sugli edifici alla gestione di terreni agricoli, parchi e foreste.

Da quando è entrato nella coalizione governativa di Netanyahu Smotrich ha apertamente sostenuto l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata quale passo verso un’eventuale annessione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)