Conquistare, espellere, reinsediarsi”: alla conferenza “Prepararsi a Reinsediarsi a Gaza” i propositi velleitari lasciano il posto a progetti concreti

Rachel Fink

Oct 21, 2024 21 ottobre 2024 – Haaretz

In un’assemblea sul tema di Sukkot nei pressi del confine di Gaza coloni e leader di estrema destra hanno delineato piani per ricostruire colonie ebraiche nella Striscia “entro un anno”. La polizia ha impedito a contro-manifestanti di entrare nel luogo del raduno, mentre gli oratori chiedevano il “trasferimento volontario” dei gazawi e la ridefinizione dei confini di Israele per estenderli “dall’Eufrate al Nilo”

Centinaia di persone si sono riunite sul confine meridionale di Israele per un incontro celebrativo di due giorni intitolato “Prepararsi a reinsediarsi a Gaza”.

Durante l’evento i partecipanti sono stati ad ascoltare politici di estrema destra e dirigenti del movimento dei coloni, che hanno tutti proclamato la loro idea condivisa per il futuro: reinsediare una presenza ebraica nella Striscia di Gaza – “su ogni sua zolla,” come ha dichiarato un oratore.

L’evento è iniziato domenica con la costruzione di decine di capanne provvisorie a due passi dal confine di Gaza. Le capanne, in cui varie famiglie hanno passato la notte, erano state costruite per onorare la festa ebraica di Sukkot, ma non è passato inosservato il loro significato simbolico per un movimento dedito alla ricostituzione di colonie a Gaza.

“Oggi ci troviamo nelle nostre case provvisorie da questa parte del confine,” ha dichiarato il rabbino Dovid Fendel, di Sderot. “Ma domani costruiremo le nostre case permanenti sull’altro lato del confine.” Lunedì mattina gli abitanti delle capanne sono stati raggiunti da centinaia di partecipanti agli eventi principali del convegno. C’erano attività per i bambini, compresa una reinterpretazione allegorica del “disimpegno” di Israele da Gaza nel 2005 con pupazzi, bolle di sapone e una fattoria didattica.

Volontari hanno distribuito popcorn e zucchero filato alle orde di bambini che correvano da una capanna all’altra mentre commercianti vendevano magliette e custodie per telefonino che dicevano “Gaza è parte di Israele.” Per gli adulti le opzioni includevano sessioni progettuali in piccoli gruppi, un’esposizione informativa e molti canti e balli.

L’atmosfera era festosa nonostante le incombenti minacce per la sicurezza. “So che la maggioranza dei nostri uomini qui è armata,” è stato annunciato dagli altoparlanti. “Nel caso di infiltrazione di terroristi, vi chiediamo per favore di non usare le vostre armi. Lasciate fare alla sicurezza. È per l’incolumità di tutti.”

In effetti praticamente ogni uomo presente era munito di mitra M16 a tracolla o di una pistola che spuntava dalla tasca posteriore. Ogni volta che si sentiva un’esplosione provenire da Gaza qualcuno urlava “Dio benedica i nostri prodi soldati.”

In tarda mattinata decine di partecipanti si sono accalcati nella capanna più grande per ascoltare un gruppo di relatori. Questi hanno incluso alcune delle organizzazioni rappresentate all’esposizione informativa, familiari che hanno perso i propri cari sia il 7 ottobre che durante la successiva guerra a Gaza, così come membri del piccolo gruppo di parenti di ostaggi che non si schierano con il più numeroso Forum delle Famiglie di Ostaggi e Dispersi.

Una di loro è stata Channah Cohen, la cui nipote Inbar Haiman è stata uccisa il 7 ottobre e il suo corpo è stato portato a Gaza. “Stiamo facendo di tutto per farci restituire il suo corpo,” ha detto Cohen durante la discussione. “Ma quei nazisti là non danno valore a niente se non alla terra. Quindi voglio prendergliela perché è l’unica cosa che capiranno.”

È un’idea che in seguito la deputata del Likud Tally Gotliv ha ampliato dal palco principale: “Dobbiamo parlare ai nostri nemici assassini con l’unico linguaggio che capiscono, la loro terra,” ha detto Gotliv. “Forse se ci vedono là penseranno davvero due volte a quello che ci hanno fatto il 7 ottobre. Forse ci vedranno là e ci daranno indietro i nostri ostaggi rapiti nei modi più crudeli.”

“Colonie uguale sicurezza,” ha detto Gotliv. “Punto e basta.”

La conferenza è stata organizzata da Nachala, un’organizzazione estremista dei coloni guidata dalla controversa leader Daniella Weiss, che ha attraversato la folla di lunedì come una celebrità venerata, fermandosi a stringere mani e posare per le foto.

Weiss ha parlato varie volte nel corso della giornata, anche in inglese per la stampa estera. In un discorso appassionato ha promesso di realizzare il suo impegno a ricolonizzare Gaza entro un anno. “Ognuno di voi mi può chiamare e chiedermi se sono riuscita a realizzare il mio sogno,” ha detto a un gruppo di giornalisti. “In realtà non dovete neppure chiamarmi,” ha continuato Weiss. “Sarete i testimoni di come gli ebrei andranno a Gaza e gli arabi spariranno da Gaza.”

Weiss ha detto anche che lei e 40 famiglie sono pronte a piazzare le loro roulotte proprio dove ci trovavamo, quanto più vicino possibile al confine. “E con l’aiuto di Dio,” ha annunciato, “piano piano ci sposteremo a Gaza. Proprio come abbiamo fatto in Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.].” Ma Weiss non progetta di fermarsi là: “I veri confini della Grande Israele sono tra il fiume Eufrate e il Nilo,” ha dichiarato. “Questo lo sappiamo dalla Bibbia. E quanto prima lo faremo, tanto meglio.”

Dopo un ballo gioioso, a cui in base ai principi degli ebrei ortodossi hanno partecipato solo gli uomini, è salito sul palco principale uno stuolo di politici. Oltre a Gotliv, gli oratori hanno incluso il ministro dello Sviluppo del Negev e della Galilea e deputato di Potere Ebraico [partito di estrema destra, ndt.] Yitzhak Wasserlauf, il ministro delle Finanze Betzalel Smotrich e l’attivista dei coloni e capo del Consiglio Regionale di Samaria Yossi Dagan. Altri, come il deputato di Sionismo religioso [altro partito di estrema destra, ndt.] Zvi Succot e il parlamentare del Likud [principale partito di destra, ndt.] Ariel Kallner hanno tenuto discussioni più ristrette nella capanna assegnata ai loro partiti.

La ministra dell’Uguaglianza Sociale e parlamentare del Likud May Golan ha dedicato la maggior parte del suo discorso a inveire contro quella che ha definito “la Sinistra velenosa ed elitaria” prima di ritornare al messaggio: “Li colpiremo dove fa male, la loro terra,” ha detto Golan, riferendosi ai gazawi. “Chiunque usi la propria zolla di terra per progettare un altro Olocausto riceverà da noi, con l’aiuto di Dio, un’altra Nakba [la pulizia etnica a danno dei palestinesi nel 1947-49, ndt.] che racconterà ai figli e nipoti nei prossimi 50 anni.” Le sue parole sono state accolte con applausi scroscianti.

Ma l’oratore che ha ricevuto l’accoglienza di gran lunga più calda è stato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. Ha iniziato la sua comparsa unendosi a una danza mentre la gente chiedeva a gran voce un selfie con il parlamentare di estrema destra.

Quando è salito sul palco, un gruppo di adolescenti ha guidato la folla nello scandire “Guardate qui. È il nostro prossimo primo ministro” (suona meglio in ebraico), prima di passare a “pena di morte per i terroristi,” una delle promesse più apprezzate della campagna di Ben-Gvir.

“Ciò che abbiamo imparato quest’anno è che tutto dipende da noi,” ha iniziato Ben-Gvir. “Siamo i proprietari di questa terra. Sì, abbiamo sperimentato una terribile catastrofe il 7 ottobre. Ma quello che dobbiamo capire, un anno dopo, è che moltissimi israeliani hanno cambiato le proprie opinioni. Hanno cambiato il modo di pensare. Capiscono che quando Israele agisce come legittimo proprietario di questa terra, è questo che porta risultati.”

“Lo vedo nelle celle dei terroristi,” ha continuato. “Gli abbiamo tolto i panini con la marmellata. Gli abbiamo tolto il cioccolato, i loro schermi televisivi, i tavoli da ping-pong e il tempo per l’attività fisica. Dovreste vederli piagnucolare e strillare nelle loro celle. E questa è la dimostrazione: quando lo decidiamo ci riusciamo, abbiamo successo.”

“Incoraggeremo il trasferimento volontario di tutti i cittadini di Gaza,” ha dichiarato. “Offriremo loro l’opportunità di spostarsi in altri Paesi perché questa terra appartiene a noi.”

Sarah Himmel ha viaggiato da Beit Shemesh [cittadina israeliana nei pressi di Gerusalemme, ndt.] per assistere alla conferenza. Dice di non essere venuta solo per dimostrare il proprio appoggio all’idea di ricolonizzare, ma per saperne di più su quello che ciò comporta in concreto.

“Non sono pronta al 100% ad andarmene e spostarmi domani come altre persone qui,” ha spiegato, “ma voglio avere più informazioni possibile. Voglio essere pronta.”

Mentre stavamo facendo l’intervista Himmel è stata avvertita da varie persone di non parlare a giornalisti di Haaretz – “Loro non sono dei nostri. Non sono nostri amici,” l’ha messa in guardia una donna anziana – ma Himmel non si è tirata indietro. “Sono in grado di decidere io,” ha replicato. Himmel ha continuato: “Credo che questa terra sia nostra e che dovremmo vivere qui contenti e sicuri. Quello di cui stiamo parlando qui è tornare a luoghi in cui vivevamo, posti che abbiamo lasciato occupare dai terroristi. E finché lasceremo che ciò prosegua, continueremo a vivere con la paura, continueremo ad essere uccisi.”

Ha detto di essere motivata dal fatto di vedere così tante persone che la pensano come lei: “È veramente entusiasmante essere circondati da così tante persone con le stesse idee.”

Mentre tutti quelli che si trovavano all’interno della base militare chiusa in cui si è tenuta la conferenza potrebbero aver condiviso le stesse opinioni, un piccolo gruppo di manifestanti si è riunito nel parcheggio per esprimere il proprio sgomento. Sventolando bandiere gialle e con manifesti degli ostaggi, i dimostranti hanno fatto del loro meglio per far sentire la propria voce.

“Siamo qui per protestare contro questo orribile convegno,” ha detto Yehuda Cohen, padre di Nimrod Cohen, rapito il 7 ottobre da un carrarmato in panne nei pressi del confine. “Questi partiti politici messianici sono qui per sfruttare cinicamente mio figlio, che da più di un anno si trova in un tunnel a Gaza dopo che l’ho mandato nell’esercito.”

I manifestanti erano sotto massiccia protezione della polizia, che ha anche impedito loro di avvicinarsi entro i 90 metri dalla zona dell’evento. “Ovviamente la polizia applica un doppio standard,” ha detto Cohen, “lasciando che i coloni facciano quello che vogliono, mentre noi, che lottiamo per salvare vite, siamo confinati e non ci consentono di passare.”

Mentre lui e gli altri gridavano slogan con i megafoni, uno dei partecipanti alla conferenza, che stava uscendo, ha abbassato il finestrino. “Non ci fermerete,” ha gridato, ridendo. “Nessuno di voi ci riuscirà. Stiamo andando a Gaza. Perché non vi unite a noi?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il genocidio di Israele a Gaza sta creando nemici da tutte le parti

David Hearst

11 settembre 2024 – Middle East Eye

Il rifiuto di Netanyahu di porre termine alla guerra a Gaza e al terrorismo dei coloni in Cisgiordania ha gettato i semi dell’odio in tutta la regione

Quando la settimana scorsa tre guardie di sicurezza israeliane sono state uccise vicino al ponte di Allenby che attraversa il confine tra la Giordania e la Cisgiordania occupata il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele era “circondato da un’ideologia omicida guidata dall’Iran.”

A dicembre il suo governo ha detto che Israele sta combattendo una guerra su sette fronti, tutti guidati dall’Iran.

Se questo è un riconoscimento che il rifiuto di Netanyahu di terminare la campagna genocida a Gaza sta rendendo insicuri tutti i confini di Israele, allora esso è tardivo. Tuttavia Netanyahu aveva ragione nel dire che vi è odio per Israele sul lato est della Valle del Giordano.

Come hanno dimostrato i festeggiamenti popolari che hanno fatto seguito alle uccisioni, i giordani non hanno bisogno dell’incitamento attivo dell’Iran.

La campagna genocidaria dell’esercito israeliano a Gaza e il terrorismo dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania hanno piantato spontaneamente i semi dell’odio nel vicinato. La Giordania, che è stata silente per 50 anni sulla questione palestinese, non lo è più.

Gaza ha radicalizzato il mondo arabo in un modo mai visto da oltre un decennio dopo le primavere arabe.

Potenza tribale

Innanzitutto Maher al-Jazi, il camionista che ha compiuto l’attacco, veniva dalla cittadina del sud della Giordania Udrah, nel governatorato del Maan. Haroun al-Jazi, un tempo capo della stessa tribù, guidò i volontari della Giordania dell’est che combatterono nella battaglia di Gerusalemme [contro l’esercito israeliano] del 1948.

Maher è anche discendente di Mashour al-Jazi, il comandante dell’esercito giordano durante la battaglia tra le forze israeliane e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e le forze armate giordane nella città di confine di Karameh nel 1968.

La città e la comunità di al-Jazi sono di pessimo auspicio per coloro che, nelle ambasciate occidentali della regione deliberatamente poco informate, sperano che le braci di questo fuoco possano essere presto estinte.

Perciò, se il lato ovest del confine lungo 335 km viene rapidamente militarizzato dall’esercito israeliano e da almeno un milione di coloni armati, tutto questo assicura che sul lato est di questo confine ci sono le comunità giordane e l’esercito giordano che recluta massicciamente tra di loro.

Ciò che i capi delle comunità hanno pensato della sparatoria è perciò significativo per la stabilità futura di questo confine.

Non scorderò mai quanto facilmente le tribù sono state scaricate dal re Abdullah quando era alla guida di un elicottero Black Hawk, di cui ha a sua disposizione personale una squadriglia. 

La scena sembrava uscita da Hollywood, ma funzionò. Il suo passeggero, il giornalista americano Jeffrey Goldberg, fu parecchio impressionato e ne scrisse per il giornale The Atlantic.

Il re stava andando a pranzo con i capi tribù a Karak: “Oggi mi siederò a tavola con vecchi dinosauri”, disse Abdullah a Goldberg.

Ciò avveniva pochi mesi prima della fine delle primavere arabe nel 2013

Oggi il re non si azzarderebbe a chiamare i capi delle tribù “vecchi dinosauri”, ovviamente a meno che lui stesso fosse condannato all’estinzione.

In questi tempi difficili la monarchia hashemita dipende, più di quanto mai prima, dalle tribù come pietra angolare della sua legittimità, che è logorata da una prolungata crisi economica.

Ciò che dicono i capi tribù è considerato una bussola dell’umore della nazione.

Una rabbia cresciuta all’interno

Lunedì non c’era traccia di cordoglio o di scuse nelle loro dichiarazioni.

Il clan Al-Huwaitat ha presentato una dichiarazione da parte della famiglia secondo cui la piena responsabilità per ciò che è avvenuto al passaggio del confine era da addebitare unicamente al primo ministro israeliano ed ha aggiunto: “Il sangue del nostro figlio martire non è più prezioso del sangue del nostro popolo palestinese e non sarà l’ultimo martire.”

Il capo del clan Bani Sakhr, Sheikh Trad al-Fayez, ha plaudito a questa “eroica operazione” che “è espressione del nostro popolo e della nostra nazione”. Ha proseguito: “I popoli della nazione devono prendere una posizione decisa, onesta e ferma nei confronti di questa aggressione.”

In tutto questo non va individuata alcuna impronta dell’Iran o di qualunque altra potenza straniera. La rabbia si è sviluppata all’interno.

Ahmad Obeidat, un ex primo ministro e capo dell’intelligence, aveva detto cose simili prima che avvenisse la sparatoria. Obeidat non ha mai visto il suo Paese così unito dietro la causa della resistenza palestinese. “Questa battaglia è la battaglia di tutti. Perché il destino è uno solo. Ed il nemico che prende di mira la Palestina sicuramente farà altrettanto con la Giordania”, ha detto.

Odeidat ha ritenuto questo una conseguenza naturale del fatto che Israele ha deciso che il tempo di governare il conflitto è finito: “Voi israeliani o uccidete i palestinesi o li deportate. O li uccidete o li deportate. Questo accade davanti ai nostri occhi”, ha detto.

Qualunque arabo o musulmano che abbia consegnato un granello del suolo della Palestina storica – non solo il 22% ceduto per negoziare il 4 giugno 1967 – è un traditore del suo Paese, della sua nazione e della sua religione,” ha dichiarato.

Un altro indicatore dello stato d’animo nazionale in Giordania sono i risultati preliminari delle elezioni parlamentari in base ad un sistema disegnato per limitare la possibilità di una forza politica di ottenere seggi anche se ha la maggioranza dei voti.

Ciononostante in base ai risultati provvisori il partito di Azione Islamica della Fratellanza Musulmana ha ottenuto 18 dei 40 seggi. Si presume che ricevano altri 14 seggi dalle località, arrivando a circa 32 seggi su 130, che farebbe di loro il più grande partito che non fa parte di una coalizione.

Una fondamentale sfida alla sicurezza

Questo grado di coinvolgimento, 11 anni dopo il soffocamento delle primavere arabe, non può essere considerato unicamente come la conseguenza dell’apertura da parte di Israele di un secondo fronte in Cisgiordania della campagna di Gaza.

Non è neppure la conseguenza degli avvertimenti da parte del Ministro degli Esteri israeliano Israel Katz riguardo alla necessità di “temporanee evacuazioni” in “alcuni casi di combattimenti intensi.” E non è neppure dovuto al fatto che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich a giugno ha rivelato che il suo governo stava modificando, clandestinamente, il modo in cui la Cisgiordania era governata, realizzando l’annessione a tutti gli effetti.

Né certamente [è conseguenza] della mappa digitale creata da Netanyahu in cui alla Giordania è stato dato lo stesso colore di Gaza mentre la Cisgiordania è stata cancellata del tutto.

Se dovessi indicare un documento, una testimonianza di come le azioni e le parole di Israele pongono una fondamentale minaccia alla sicurezza della Giordania e certamente di tutti i suoi vicini arabi, sarebbe una recente inchiesta della BBC su come i coloni si impadroniscono di vaste porzioni di terra attraverso avamposti agricoli, che sono illegali sia per le leggi israeliane che per il diritto internazionale.

A febbraio Moshe Sharvit, un colono sanzionato dal Regno Unito e dagli USA per violenze e intimidazioni contro palestinesi, ha organizzato una giornata a porte aperte nel suo avamposto, che è stata filmata.

Sharvit ha spiegato quanto fosse efficiente nell’occupare la terra: “Il rimpianto più grande di quando noi (coloni) abbiamo costruito gli insediamenti è stato che siamo rimasti all’interno delle recinzioni e non abbiamo potuto espanderci”, ha detto alla folla. “L’azienda agricola è molto importante, ma la cosa più importante per noi è l’area circostante.”

Sharvit ha sostenuto di controllare 7.000 dunam (7 Km2) di terra. I coloni ridono mentre intimoriscono, aggrediscono e sparano ai contadini palestinesi cacciandoli dalla loro terra. Sono truppe d’assalto che depredano vittime impotenti. Si pavoneggiano. Sorridono.

Vi sono ora 196 avamposti che sono illegali per le leggi israeliane. Sono raddoppiati negli ultimi cinque anni, molto prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre.

Sfido chiunque a guardare questo documentario e non sentire crescergli dentro la rabbia.

Sharvit non agisce da solo. L’associazione israeliana per i diritti umani Peace Now ha ottenuto dei documenti contrattuali che mostrano che due organizzazioni con legami ufficiali con lo Stato israeliano forniscono il denaro per queste appropriazioni di terreni.

Una di esse è Amana, che ha prestato 270.000 dollari ad un colono per costruire delle serre in un avamposto. Secondo l’inchiesta della BBC in una registrazione trapelata da una riunione di dirigenti nel 2021 si può sentire l’amministratore delegato di Amana, Ze’ev Hever, dire: “Negli ultimi tre anni… un’attività che abbiamo espanso è l’allevamento (degli avamposti). Oggi l’area (che controllano) è quasi due volte la dimensione degli insediamenti costruiti.”

Il Canada sanziona Amana per “azioni violente e destabilizzanti contro civili palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania”.

Un’altra organizzazione che dà aiuti agli avamposti per allevamento è l’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO), la cui divisione per gli insediamenti è responsabile dell’amministrazione di alcuni terreni occupati da Israele nel 1967.

Questa divisione si definisce come un “braccio dello Stato israeliano”. Dispone anche di soci e partner internazionali. Almeno uno di loro è un’organizzazione benefica registrata in Gran Bretagna.

La BBC ha offerto a Amana e a WZO il diritto di replica, ma nessuna delle due ha risposto.

Middle East Eye ha offerto a WZO un’altra opportunità di esporre la sua tesi, ma al momento in cui scriviamo non è stato ricevuto nulla da loro.

Gli USA, il Canada e il Regno Unito sanzionano i coloni violenti, mentre lasciano liberi i loro finanziatori e soci di operare in Gran Bretagna e in America.

Come è possibile? Sicuramente questo merita un esame più accurato.

Alimentare odio

È difficile non concludere che i nostri governi si preoccupano solo dell’ultimo e più visibile legame in una catena internazionale che ha inizio da casa nostra.

È difficile distinguere tra i coloni e i soldati, che un giorno aggrediscono i contadini palestinesi e il giorno dopo vengono filmati mentre gli sparano.

È ancor più difficile tracciare un confine tra le colonie e gli avamposti e ciò che una volta affettuosamente ma erroneamente si definiva “l’Israele vero e proprio”.

Questo interessa, o dovrebbe interessare, agli USA, al Regno Unito, all’UE o ad ogni Paese europeo che sostiene di appoggiare la creazione di uno Stato palestinese. Perché è qui, in due terzi della terra della Cisgiordania, che la causa palestinese per l’autodeterminazione sta venendo affossata, come ben sa Smotrich.

Ogni appropriazione di ogni dunum di terra è un atto di guerra in questa battaglia, l’unica che conta. Ed è una guerra condotta dall’intero Stato di Israele e dall’intera comunità sionista in tutto il mondo.

Non esiste alcuna difesa del diritto di un tale Stato di “difendersi”, quando esso stesso è costantemente e silenziosamente all’attacco.

Non c’è da stupirsi che Israele alimenti e incentivi l’odio dei suoi vicini. Questo odio è ampiamente meritato. Casomai è sottovalutato.

Perché non è solo Israele che può giungere alla conclusione che “o noi o loro”. I suoi vicini possono fare altrettanto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è cofondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato capo giornalista degli esteri per il Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È arrivato al Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’educazione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Migliaia di coloni israeliani illegali prendono il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim

Redazione di Middle East Monitor

3 settembre 2024 – Middle East Monitor

Una delle moschee più sacre della Palestina è stata chiusa dai soldati dell’occupazione israeliana per una festa ebraica. Ogni anno la piccola comunità di coloni israeliani a Hebron prende il controllo della moschea di Abramo per molte settimane, facendola diventare di fatto una sinagoga.

Migliaia di coloni illegali hanno preso il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim ad Hebron e si sono preparati per un concerto e l’effettuazione di rituali ebraici, mentre le forze di occupazione hanno continuato a impedire ai musulmani l’accesso al sito.

Un video condiviso sui social media ha mostrato i soldati dell’occupazione israeliana che permettevano ai coloni di portare alcuni strumenti musicali dentro la moschea.

La ripresa, probabilmente effettuata da un colono o un soldato israeliano, ha anche mostrato soldati che aiutavano a portare alcuni materiali dentro il luogo di preghiera.

Il direttore della moschea, Moataz Abu Sneineh, ha affermato che i coloni israeliani hanno tenuto un concerto nei cortili della moschea “in palese violazione dei luoghi di preghiera e della riservatezza dei musulmani.”

Egli ha detto all’agenzia ufficiale di notizie Wafa che “queste pratiche e violazioni rientrano nel quadro di modificazione delle regole con i coloni, dato che le forze di occupazione hanno permesso loro di portare dentro strumenti musicali ed altoparlanti come parte dell’imposizione del controllo completo sulla moschea e sui luoghi vicini, in un momento in cui ai palestinesi non è permesso portare quanto necessario per la manutenzione e il restauro della moschea.”

Secondo la Wafa la moschea è stata aperta ai fedeli palestinesi questa mattina presto, dopo essere stata chiusa per loro sin dal fine settimana.

Con uno storico parere consultivo, il 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha dichiarato “illegale” la pluridecennale occupazione israeliana del territorio palestinese e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie esistenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




” Israele ha sempre fatto credere che l’occupazione fosse legale. La Corte Internazionale di Giustizia ora li terrorizza”

Ghousoon Bisharat

23 luglio 2024, 972 Magazine

L’avvocata palestinese Diana Buttu illustra l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia sul regime militare israeliano e gli insegnamenti da seguire per applicare il diritto internazionale.

Venerdì 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito che l’occupazione israeliana della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, è illegale e deve cessare “il più rapidamente possibile”. La Corte ha affermato che Israele è obbligato ad astenersi immediatamente da ogni nuova attività di insediamento, a evacuare tutti i coloni dai territori occupati e a risarcire i palestinesi per i danni causati dal regime militare israeliano durato 57 anni. Ha inoltre affermato che alcune delle politiche di Israele nei territori occupati costituiscono il crimine di apartheid.

La sentenza, riconosciuta come parere consultivo, deriva da una richiesta del 2022 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e non è vincolante. Ma segna la prima volta che la massima corte mondiale esprime il suo punto di vista sulla legalità del controllo di Israele sui territori occupati e costituisce un netto ripudio delle difese legali a lungo prodotte da Israele.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha accolto con favore la sentenza, descrivendola come “un trionfo della giustizia” e invitando l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a considerare ulteriori misure per porre fine all’occupazione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu l’ha liquidata come “assurda”, affermando: “Il popolo ebraico non è occupante nella propria terra, inclusa la nostra eterna capitale Gerusalemme, né in Giudea e Samaria [la Cisgiordania], la nostra patria storica”. Gli Stati Uniti hanno risposto affermando soltanto che gli insediamenti israeliani sono illegali e hanno criticato “l’ampiezza del parere della Corte” che, affermano, “complicherà gli sforzi per risolvere il conflitto”.

Per comprendere meglio il significato e la portata della sentenza, +972 Magazine ha parlato con Diana Buttu, un’avvocata palestinese che risiede ad Haifa ed è stata consulente legale dell’OLP dal 2000 al 2005. Durante quel periodo ha fatto parte del team che ha portato alla Corte Internazionale di Giustizia il caso riguardante il muro di separazione israeliano, il cui percorso la Corte ha dichiarato – in un altro parere consultivo non vincolante – illegale. L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Come si è sentita guardando il presidente della CIG Nawaf Salam leggere il parere della Corte?

Da un lato mi ha fatto molto piacere perché conferma tutto quello che io e tanti altri giuristi e attivisti diciamo da decenni. Ma d’altro canto continuavo a chiedermi: perché siamo dovuti arrivare fino alla Corte Internazionale di Giustizia? Perché le persone ascoltano un parere legale, ma non la nostra esperienza vissuta? Perché c’è voluto così tanto tempo per capire che ciò che Israele sta facendo è sbagliato?

Quanto è importante questa sentenza per i palestinesi?

È importante inserire la sentenza nel suo giusto contesto, come parere consultivo. Ci sono due vie per rivolgersi alla CIG. La prima è quando c’è una disputa tra due Stati, ed è quello che s’è visto con il Sudafrica contro Israele [sulla questione del genocidio a Gaza], e quelle decisioni sono vincolanti. La seconda è quando l’Assemblea Generale dell’ONU chiede chiarimenti o un parere legale su una questione; si tratta di un parere consultivo e non è vincolante.

Quindi, se si guarda al quadro generale, bisogna ricordare che l’uso dei tribunali e l’uso della legge sono solo uno strumento, non l’unico o lo strumento decisivo. Ciò non significa che non sia importante, o che un parere non vincolante non sia legge. Il problema più grande è come influenzerà i comportamenti futuri.

Qui è importante ricordare cosa è successo con la prima decisione della Corte Internazionale di Giustizia [sul muro di separazione di Israele], emessa il 9 luglio 2004. Anche se si trattava di un parere consultivo, ha costituito legge e, cosa più importante, è stato per questa decisione che abbiamo visto la crescita del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) – in effetti, il movimento è stato lanciato a livello internazionale esattamente un anno dopo.

Quindi le persone dovrebbero capire che non ci sarà mai una vittoria legale. L’occupazione non finirà attraverso tribunali e meccanismi legali: finirà quando Israele ne pagherà il prezzo. E sia che quel prezzo venga pagato all’esterno perché il mondo dice basta, o all’interno perché il sistema inizia a implodere, sarà una decisione israeliana quella di porre fine all’occupazione.

Il parere consultivo della CIG del 2004 fu una decisione storica, ma fece ben poco per contrastare la costruzione del muro di separazione o cambiarne il percorso. Pensa che la nuova sentenza abbia un peso diverso rispetto al passato o possa generare azioni politiche diverse?

SÌ. La decisione del 2004 è stata importante per alcuni motivi. In primo luogo, non solo ha affermato che il muro è illegale, ma ha anche parlato degli obblighi degli Stati terzi di rispettare il diritto internazionale umanitario e di non contribuire al danno. Ora, ha ragione, il muro è rimasto in piedi e la decisione non vincolante non ha fermato la costruzione, perché non è stata applicata. Tuttavia, ha cambiato il modo in cui diplomatici e altri si rapportavano al muro.

Dobbiamo anche ricordare che questo nuovo parere consultivo è molto più importante e ampio. La Corte fa a pezzi l’idea dei negoziati di pace, degli accordi di Oslo, dell’accettazione da parte dei palestinesi dell’occupazione permanente. E mentre i governi continuano a mantenere la loro posizione secondo cui i negoziati sono l’unica via da seguire, in ogni capitale del mondo ci sarà ora una nota legale in cui si afferma che la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza [che i negoziati non possono privare la popolazione di paesi occupati dei diritti ai sensi della Convenzione di Ginevra].

Un’altra cosa importante è che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono stati normalizzati, e qui abbiamo una decisione che indebolisce questo principio, affermando che gli insediamenti e i coloni devono andarsene. Sulla base di questi elementi mi aspetto di iniziare a vedere un cambiamento nella politica. Potrebbe non accadere immediatamente, ma cambierà la mentalità del modo in cui le persone si rapporteranno all’occupazione.

Che tipo di cambiamento nella politica o nella mentalità si aspetta dalla comunità internazionale?

Posso fare l’esempio del Canada, dove sono nata. Il commento del Canada [sul procedimento della Corte Internazionale di Giustizia sul caso] è stato molto prevedibile: afferma che la Corte Internazionale di Giustizia ha giurisdizione su questa importante questione ma poi prosegue dicendo che il modo migliore per risolverla è attraverso i negoziati. Ma questo equivale a dire, e perdonate l’analogia, che una persona che viene picchiata deve semplicemente negoziare con il suo aggressore. Ora la Corte ha fatto piazza pulita di tutto ciò e ha stabilito chiaramente che esiste un occupante e un occupato. Quindi ora mi aspetto – e in realtà inizierò a chiedere – che il governo canadese cambi la sua posizione.

Un altro esempio in cui mi aspetto di vedere un cambiamento è la questione dei coloni. Se si considera il numero di coloni che vivono oggi nei territori occupati, una stima prudente è di 700.000. In rapporto ai 4 milioni di persone presenti nell’intero territorio [della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est], si tratta di una percentuale molto alta. E questo è importante perché dimostra che tanti coloni israeliani hanno interiorizzato e normalizzato l’occupazione.

La domanda è se i coloni israeliani si considereranno persone che vivono illegalmente sulla terra palestinese – e sospetto che la risposta sarà un no. Ma ciò che voglio pensare è che quell’azione e quella percezione non saranno più normalizzate, e che si riconosca che l’occupazione ha causato danni che devono finire. Israele ha fatto un buon lavoro nel normalizzare gli insediamenti, e non esiste più la Linea Verde [linea di confine stabilita negli accordi del 1949, ndt.] – la dichiarazione di Netanyahu di ieri [contro la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia] ne è la prova. Ma questo deve cambiare.

Penso che siamo in un momento simile a quello in cui eravamo negli anni ’80 con l’apartheid in Sud Africa. Allora i sostenitori dell’apartheid dicevano agli attivisti anti-apartheid che semplicemente non capivano la situazione. L’apartheid era del tutto normalizzato. Dieci anni dopo non lo era più. Ed eccoci qui, 30 anni dopo non si riuscirebbe a trovare una persona che dica che l’apartheid fosse una buona cosa.

C’è stato qualcosa nel parere consultivo che l’ha sorpresa?

Non sono rimasta sorpresa da molte cose, ma mi ha fatto piacere che ci fossero certi elementi. Uno di questi è stata l’attenzione su Gaza, perché dal 2005 Israele ha adottato una narrazione di “disimpegno” sostenendo che non ci sia alcuna occupazione. Molte organizzazioni per i diritti umani si sono battute per affermare che Gaza è effettivamente occupata, che esiste un effettivo controllo israeliano e che il livello di tale controllo è responsabilità di Israele. Sono felice di vedere che la Corte lo ha confermato e ha messo a tacere questa discussione, soprattutto perché non c’è stata, per quanto ne so, alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su questo argomento.

La seconda cosa che mi ha fatto molto piacere è che la Corte ha affermato che devono essere pagati dei risarcimenti e non solo sotto forma di smantellamento di tutti gli insediamenti, ma anche di abbandono dei coloni. E la terza cosa è l’idea che ai rifugiati sia permesso di ritornare [nelle case da cui erano fuggiti o da cui erano stati espulsi nel 1967]. Questo è un riconoscimento del danno che hanno causato 57 anni di occupazione militare. Sono rimasta felicemente sorpresa nel vedere la giudice australiana [Hilary Charlesworth] uscire allo scoperto e dire molto chiaramente che Israele non può rivendicare l’autodifesa per mantenere un’occupazione militare, o in relazione ad atti di resistenza contro l’occupazione. Lo sostengo da molto tempo ed è bello vedere una giudice fare le stesse osservazioni. E mentre nel complesso è d’accordo con l’opinione della Corte, la nuova giudice americana [presso la CIG] Sarah Cleveland, ha dato separatamente un’opinione molto interessante: ha sostenuto che la sentenza avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilità di Israele ai sensi della legge sull’occupazione specificatamente nei confronti di Gaza, sia prima del 7 ottobre che ora.

I politici israeliani, sia al governo che all’opposizione, hanno respinto l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia bollandola come antisemita e prevenuta. Pensa che queste reazioni nascondano preoccupazioni o paure autentiche?

Sì, la paura di essere denunciati per i razzisti che sono, e che potrebbero effettivamente dover porre fine all’occupazione. Potrebbero esserci anche delle azioni a livello mondiale [per fare pressione su Israele]. Sono preoccupati anche perché sono innanzitutto loro che hanno portato lì i coloni, e potrebbero esserci richieste da parte dei coloni di essere ricompensati per andarsene.

Netanyahu non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza della Palestina. Proprio l’altro giorno abbiamo assistito al voto della Knesset contro la creazione di uno Stato palestinese. E non sono stati solo quelli del Likud, o gli [Itamar] Ben Gvir e [Bezalel] Smotrich a sottoscriverlo, ma anche altri legislatori, tra cui [Benny] Gantz. Non hanno mai riconosciuto ciò che hanno fatto nel 1948 o il danno che stanno causando oggi. Invece, sono guidati da questo concetto di supremazia ebraica – secondo cui solo loro hanno diritto a questa terra.

Israele ha sempre spacciato l’occupazione come in qualche modo legale, e le sue azioni come giuste e corrette con le stupide pretese di un “esercito morale”. Non esiste un esercito morale al mondo: come puoi uccidere moralmente le persone? Affermano che ci si può rivolgere all’Alta Corte israeliana ma ogni palestinese sa che non si può ottenere giustizia da un tribunale che è stato istituito come braccio dell’occupazione. Ora, quando c’è un tribunale che guarda dall’esterno e dice che quello che stanno facendo è illegale, per loro è ovviamente allarmante.

Il Sudafrica dell’apartheid si è comportato allo stesso modo quando ha dovuto fare i conti con le opinioni della Corte Internazionale di Giustizia. Alla fine di ogni parere della Corte Internazionale di Giustizia il governo dell’apartheid era solito esprimere la stessa linea: che solo il Sudafrica può giudicare il Sudafrica, il che significa che solo un sistema razzista può giudicare se il sistema è razzista. Questo è ciò che dice Israele: solo noi, il sistema razzista, possiamo determinare se è razzista. Ma poi esci di casa e vedi che le regole internazionali confermano che il sistema è razzista e deve essere smantellato. Questo è spaventoso per Israele.

Alcuni israeliani esperti di diritto internazionale stanno minimizzando il significato del parere della Corte Internazionale di Giustizia, sottolineando che non è vincolante e sostenendo che la Corte non ha detto che l’occupazione è illegale, ma solo che è illegale per Israele disobbedire alle regole dell’occupazione. Come considera queste affermazioni?

Hanno ragione, ma minimizzare è solo una perdita di tempo. Secondo il diritto internazionale ci può essere un’occupazione legale ma solo come stato temporaneo per un breve periodo di tempo al fine di ristabilire la legge e l’ordine ed eliminare le minacce. Il problema con l’occupazione israeliana non è solo la durata, ma il fatto che non è mai stata concepita come temporanea. Dal 1967 Israele ha affermato che non rinuncerà mai alla Cisgiordania. Hanno negato che i palestinesi abbiano diritti su questa terra e quasi immediatamente hanno iniziato la costruzione e l’espansione degli insediamenti. La durata e la prassi sono ciò che rende illegale l’occupazione israeliana.

Questi stessi giuristi israeliani non riconoscono cosa rappresenti il danno. Mantenere un’occupazione richiede violenza. Conquistare terre, costruire posti di blocco, costruire insediamenti, gestire un sistema giudiziario militare e un regime di permessi, rapire bambini nel cuore della notte, demolire case e rubare acqua: tutto ciò che questa occupazione comporta è violento. Quindi gli esperti israeliani possono provare a minimizzare la sentenza quanto vogliono, ma farebbero bene a mettervi finalmente fine, invece di trovare modi per abbellire l’occupazione.

Lei afferma che le azioni di Israele furono illegali fin dal primo giorno dell’occupazione del 1967. Ritiene che l’attuale governo, o gli ultimi 15 anni di governo di Netanyahu, siano più pericolosi di quelli precedenti? Oppure si stiano sostanzialmente continuando le stesse politiche nei confronti dei palestinesi e dei territori occupati che vediamo da più di mezzo secolo?

È lo stesso ed è diverso. È lo stesso perché non c’è stato un governo israeliano dal 1967 che abbia fermato l’espansione degli insediamenti. Può prendere in considerazione qualsiasi altro problema in Israele e i governi hanno avuto politiche diverse, ma questo li unisce. Quindi non importa che si tratti del Labour, del Likud o di Kadima; sotto questo aspetto Netanyahu non è diverso.

L’unica cosa nuova è che questo governo sia così sfacciato riguardo alla sua posizione. Mentre in passato ci potevano essere persone che parlavano di una soluzione a due Stati, Netanyahu è stato molto chiaro durante tutto il suo mandato sul fatto che non ci sarà mai uno Stato palestinese e che i palestinesi non hanno diritti.

Lei è stata a lungo critica nei confronti dell’Autorità Palestinese per i suoi fallimenti. Come crede che gestiranno questa sentenza e le altre recenti procedure presso la CIG e la Corte Penale Internazionale, sia sul piano diplomatico che sul territorio?

Uno dei grossi problemi nel 2004 era che non avevamo una leadership palestinese che spingesse per l’attuazione della decisione della Corte Internazionale di Giustizia [sul muro di separazione]. Pensavano ancora che quello fosse il periodo d’oro dei negoziati, vivevano ancora in un mondo fantastico. Ed è per questo che il movimento BDS ha finito per farsi avanti e premere.

Questa volta sono davvero preoccupata perché se c’è una cosa chiara in questa decisione è [una critica a] tutte quelle cosiddette “generose offerte [israeliane]” che i palestinesi hanno dovuto sopportare. La Corte Internazionale di Giustizia chiarisce che [i territori palestinesi occupati] non sono territorio israeliano con cui essere generosi. Non solo, il parere della Corte Internazionale di Giustizia è un atto d’accusa contro Oslo: afferma che non importa cosa sia stato firmato, la Palestina ha ancora il diritto all’autodeterminazione e nessun accordo può sostituire tale diritto.

Il mio timore è che Abu Mazen [il presidente Mahmoud Abbas] conosca un solo concetto, ovvero i negoziati. Temo che vedremo abbastanza pressioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale da spingerlo a dire che va tutto molto bene, ma che crede che i negoziati siano l’unica via da seguire.

E se dovesse dare un consiglio all’Autorità Palestinese, come suggerirebbe di procedere?

L’Autorità Palestinese dovrebbe andare di capitale in capitale per sostenere l’idea che gli insediamenti sono illegali e che i coloni devono andarsene. Non prenderei in considerazione l’idea di scambi di terre, come è stato fatto in passato. Non prenderei in considerazione l’ipotesi di negoziare adesso; non sono male come metodo, ma i negoziati devono pur riguardare qualcosa. Se dovessero, ad esempio, negoziare sui pesticidi, o sull’economia, o sulla circolazione delle persone, andrebbe tutto bene. Ma negoziare sui propri diritti è veramente ripugnante, e non posso credere che ci siano persone che pensano ancora in questi termini nel 2024.

Quindi consiglierei loro di fare tutto il possibile per assicurarsi che gli insediamenti e i coloni vengano rimossi – cosa che non dovrebbe essere oggetto di negoziati – e che Israele inizi a pagare un prezzo. Capisco che il presidente palestinese è sotto occupazione militare e che l’economia è sotto il controllo di Israele. Ma è necessario che questa dipendenza venga interrotta.

Come può la leadership palestinese utilizzare questa decisione della Corte Internazionale di Giustizia per spingere con più forza per la fine della guerra a Gaza?

Non penso che l’attuale leadership sia in grado di fare qualcosa per Gaza. È molto triste per me dirlo, ma ho la sensazione che a molti di loro non importi nulla di Gaza.

E se parliamo della leadership palestinese nel suo insieme, non solo dell’Autorità Palestinese?

Per prima cosa dobbiamo avere una leadership palestinese che si formi attraverso le elezioni. La mia paura ora per Gaza è che si parli [a livello internazionale] di “chi” [chi prenderà il controllo], e non si parli realmente di “cosa”. La gente punta dicendo che questa o quella persona sarebbe buona, poi in qualche modo finisce per consolidarsi attorno ad Abu Mazen, come se non ci fosse nessun altro in Palestina capace di essere un leader.

Nessuno vorrà entrare in gioco e diventare il capo dell’Autorità Palestinese [come è adesso]. C’è una ragione per cui non c’è stato un colpo di Stato a Ramallah da quando Abu Mazen è salito al potere: è un lavoro ingrato e stupido in cui sei effettivamente il subappaltatore della sicurezza per Israele.

Ciò che deve emergere è una leadership eletta credibile con una strategia e una visione globale per tutti i palestinesi, ma soprattutto in questo momento per Gaza. E per me dovrebbero focalizzarsi sull’idea di accusare Israele di tutto ciò che ha fatto, in particolare dopo il 7 ottobre.

È sconsolante sentire in continuazione [da commentatori e politici internazionali] che nulla giustifica [l’attacco di Hamas del] 7 ottobre e tuttavia tutto ciò che Israele fa a Gaza è giustificato dal 7 ottobre. Dobbiamo iniziare a fare breccia in questa ideologia e addossare a Israele le sue colpe – allora si potrà iniziare a ricostruire Gaza.

Spero che una nuova leadership palestinese unita ed eletta faccia un passo indietro, valuti Oslo e gli errori commessi e valuti le circostanze attuali per andare avanti. Non penso che l’attuale leadership sia in grado di condurre questa riflessione su di sé.

L’OLP ha sempre avuto questa ossessione che il processo decisionale palestinese fosse nelle mani dei palestinesi, e oggi l’Autorità Palestinese mantiene la stessa ossessione. Ma se l’Autorità Palestinese non gestirà correttamente questo momento, e sospetto che non lo farà, vedremo molti più attivisti, il movimento BDS e altri a livello internazionale prendere il testimone.

La sentenza si concentra sui territori palestinesi occupati da Israele dal 1967. Alcuni direbbero che è un ambito molto ristretto, che ignora i crimini e le violazioni risalenti al 1948, e che potrebbe costringere i palestinesi ad accettare un futuro solo nei confini del 1967. Come affronta i limiti di questa sentenza per la causa palestinese?

Questa è stata la prima critica alla posizione della Corte Internazionale di Giustizia, e condivido questa critica: concentrandosi solo sul ’67 si dà un lasciapassare a Israele. L’unico modo per comprendere l’occupazione è capire cosa ha fatto Israele durante la Nakba e durante l’era del governo militare [all’interno di Israele], sotto il quale i cittadini palestinesi hanno vissuto per 19 anni fino al ’66. L’idea che si possano separare i due [1948 e 1967] è un’invenzione.

Per l’Autorità Palestinese ci sono due ragioni principali per concentrarsi sul 1967: la prima è che vedono l’occupazione come un danno diretto che deve essere riparato, e la seconda è che penso che abbiano rinunciato al [terreno usurpato nel] 1948 decenni fa – non solo con la firma di Oslo, ma ancor prima con la Dichiarazione di Indipendenza dell’OLP del 1988.

Per l’Autorità Palestinese c’è anche un contesto politico ristretto. In molti modi hanno rinunciato ai risarcimenti per la Nakba, il che di fatto significa che stanno rinunciando al diritto al ritorno. Potrebbero anche sostenere di essere favorevoli, ma io semplicemente non lo vedo.

C’è modo di parlare del ’48 e avere ancora un’idea di compromesso politico. Questa è stata la posizione palestinese per molti anni, ma negli ultimi vent’anni non è stata quella dell’Autorità Palestinese. Quando mi allontano e guardo la loro posizione, penso che ci sia una forte convinzione politica che alla fine rinunceremo sul ’48 – non solo al territorio ma anche alla narrazione – per cercare di preservare ciò che resta del ’67.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un mostruoso progetto di frode e autoinganno; quello che agli israeliani sfugge sugli insediamenti

Iris Leal

22 luglio 2024 – Haaretz/Opinioni

Mercoledì scorso ero a Kfar Tapuah, un insediamento coloniale nella Samaria [Giudea e Samaria sono i nomi usati da Israele per indicare la Cisgiordania, ndt.]. Il sole picchiava e una giovane donna, che spende i suoi giorni a tormentare i palestinesi rendendo la loro vita un inferno, passava tra due roulotte con un aspetto sciatto e trasandato.

Prima che partissimo da lì tre giovani hanno notato il nome Majdi sul nostro minibus, ci hanno inseguito, hanno picchiato sul cofano del motore e hanno preteso, davanti all’autista terrorizzato, di sapere perché a un arabo fosse stato permesso di entrare nella loro comunità.

Così giovani, eppure erano già esperti su come effettuare una profilazione razziale. Questa è l’immagine che ho portato con me da questo tour giornalistico organizzato dalla Geneve Iniziative [istituzione internazionale nata dall’Accordo di Ginevra tra Israeliani e Palestinesi elaborato nei 2003 a Ginevra, ndt.], una donna e alcuni giovani che immaginano di vivere in un mondo in cui possono impossessarsi della terra e tenersela senza impedimenti, perché i loro rappresentanti parlamentari esercitano un potere inimmaginabile.

Questo è il movimento di insediamento coloniale di cui parlano Bezalel Smotrich e Orit Strock di Sionismo Religioso, questo è il volto del “miracolo”. Non solo blocchi di insediamenti, ma anche alcune roulotte a Kfar Tapuah ed Evyatar che hanno come fine ultimo leliminazione di ogni possibilità di risolvere il conflitto con mezzi pacifici.

Oltre ad essere un progetto di rapina le colonie sono anche un enorme progetto di frode e autoinganno, che tutto Israele ha felicemente abbracciato. Neanche 24 ore dopo la Knesset  avrebbe adottato una risoluzione secondo la quale “La Knesset israeliana si oppone totalmente alla creazione di uno Stato palestinese a ovest del fiume Giordano”.

Un gruppo di persone ricche di fantasia che credono che dopo decenni di sanguinosa lotta nazionale palestinese saranno in grado di convincere milioni di persone ad essere sudditi nelle proprie terre, una terra che non hanno mai smesso di considerare come la loro patria. Zeev Elkin ha twittato, come uno sposo la prima notte di nozze, che la creazione di uno Stato palestinese nel cuore del Paese farebbe sì che il conflitto non abbia fine, al che mi sono chiesta: ma quale allucinogeno si è fumato?

Nel corso degli anni del suo governo Benjamin Netanyahu ha gestito il conflitto partendo dal falso presupposto che lesistenza dei palestinesi potesse essere cancellata dalla memoria, in Israele e allestero, ignorando la loro richiesta di uno Stato proprio. Riguardo agli Accordi di Abramo [accordi di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein del 13 agosto 2020,ndt.] ha detto con soddisfazione che sono la testimonianza di pace in cambio di pace e non di terra in cambio di pace.

Il 7 ottobre è stata una terribile dimostrazione del suo errore, e la consapevolezza mondiale della grave situazione dei palestinesi e della necessità fondamentale di una soluzione diplomatica non è mai stata così forte. Ma invece di correggere lerrore la Knesset lo ha scolpito nella pietra.

Il che ci porta alla sentenza di venerdì della Corte Internazionale di Giustizia. Per batterla sul tempo Smotrich ha annunciato che quella Corte è un’istituzione politica e antisemita, e che “noi traiamo la fonte del nostro diritto su tutte le parti della terra d’Israele dalla promessa divina”.

I giudici della corte mondiale sono rimasti meno impressionati dalla promessa divina e più dalla realtà, e hanno stabilito che la presenza israeliana in Cisgiordania e a Gerusalemme Est è illegale; che le azioni che Israele porta avanti in questi territori, compresa la costruzione di insediamenti coloniali e la loro espansione, equivalgono allannessione di ampie aree del territorio palestinese; che Israele non riesce a prevenire la violenza dei coloni contro i palestinesi e a punire i colpevoli; che sequestra la terra per l’insediamento dei coloni; e, cosa ancora più vergognosa, che Israele sta attuando un sistema di segregazione razziale tale da configurarsi probabilmente come regime di apartheid.

La risposta alla sentenza da parte di esponenti del sionismo religioso è stata unanime: “La risposta all’Aja – supremazia subito“. Netanyahu ha annunciato che nessuna nazione può essere considerata forza di occupazione nel proprio territorio, mentre il leader dellopposizione Yair Lapid ha affermato che la sentenza è lontana dalla realtà e viziata da antisemitismo.

Da Smotrich a Lapid, dalla destra messianica al centrosinistra, tutti scelgono di negare loccupazione e il fatto che essa sia la questione decisiva delle nostre vite.

I leader ciechi e codardi, che hanno lasciato la sinistra radicale a trattare con la realtà, continueranno a reprimere lespressione della parola apartheid. Ma tutti, su entrambi i lati della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] che Israele ha cancellato, sentiranno presto le conseguenze della sentenza dellAia. Il gioco è finito.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il più grande fondo pensioni della Norvegia vende il suo pacchetto di azioni Caterpillar a causa dell’espansione coloniale israeliana

Redazione di MEE

26 giugno 2024 – Middle East Eye

l maggior fondo pensioni della Norvegia ha revocato la propria partecipazione in Caterpillar Inc. a causa del suo coinvolgimento nelle violazioni dei diritti nei territori occupati palestinesi.

La KLP con sede a Oslo all’inizio di questo mese ha venduto le proprie azioni e obbligazioni della società per un valore di 728 milioni di corone norvegesi (69 milioni di dollari).

Kiran Aziz, capo del settore investimenti responsabili dell’azienda, ha detto che le attrezzature della società con sede in Texas vengono usate “per demolire case ed infrastrutture palestinesi per sgombrare il terreno alle colonie israeliane” ed ha anche fatto riferimento all’uso dell’equipaggiamento Caterpillar da parte dell’esercito israeliano.

Benché Caterpillar si sia mostrata disposta ad aprire un dialogo con KLP, le risposte della società non sono risultate credibili riguardo alla sua capacità di ridurre realmente il rischio di violazione dei diritti di persone in situazioni di guerra o conflitto, o di violazione del diritto internazionale”, ha detto Aziz secondo Bloomberg [compagnia leader globale nelle informazioni economiche e finanziarie, ndt.].

La società non è in grado di fornirci assicurazioni che non stia facendo niente del genere.”

Caterpillar è tra le società citate dall’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i Diritti Umani che sarebbero a rischio di “complicità in gravi violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani e del diritto umanitario internazionale” a causa delle sue forniture a Israele.

In marzo il governo norvegese ha emesso un avviso formale contro ogni attività commerciale o finanziaria con le colonie illegali israeliane nei territori palestinesi occupati.

Il Ministro degli Esteri norvegese ha affermato in una dichiarazione che l’avviso è stato emesso nel contesto della crescente espansione delle colonie e della “accresciuta violenza coloniale contro i palestinesi”.

KLP ha fatto riferimento all’avviso del governo norvegese nella sua decisione di disinvestimento.

Dal 7 ottobre, quando un attacco di combattenti di Hamas nel sud di Israele ha ucciso 1.140 persone, le aggressioni dei coloni in Cisgiordania sono sempre più frequenti.

Secondo l’ONU e le associazioni per i diritti, da allora centinaia di palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dalle truppe israeliane e dai coloni.

Israele ha anche incrementato la costruzione di insediamenti illegali.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il governo israeliano sta eliminando la Linea Verde – con i soldi Bilancio dopo bilancio, legge dopo legge: dall’obbligo per le imprese di telefonia mobile di estendere la copertura ai territori occupati alle leggi che agevolano il trasferimento di fondi pubblici alle colonie, ecco come il governo di estrema destra di Netanyahu sta lavorando verso un’annessione di fatto.

Tali Heruti-Sover

9 aprile 2024 – Haaretz

A febbraio, con la guerra in corso, il ministero dell’Economia ha inviato un annuncio ai giornalisti a nome del ministro Nir Barkat riguardo a un nuovo programma pilota per la formazione di 5.000 lavoratori israeliani nell’edilizia. Guarda un po’, l’annuncio ha specificato che l’iniziativa verrà effettuata “in collaborazione con l’Impresa per lo Sviluppo di Gush Etzion e con il Centro Israeliano per l’Edilizia.” Chi segue da vicino il comportamento dell’attuale governo non si è certo stupito per la combinazione tra un’iniziativa economica pilota che dovrebbe servire all’edilizia e un’impresa fondata per sviluppare le colonie nel blocco di Etzion, in Cisgiordania.

Riempirsi le tasche (di verde)

L’attuale governo non è il primo ad impegnarsi nel rafforzare il movimento delle “nuove colonie”. Tuttavia dimostra attivismo e creatività straordinari nel farlo. Il governo ha intrapreso una serie di misure con lo scopo di cancellare la Linea Verde [il confine tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati, ndt.] e di annettere de facto la Cisgiordania a Israele.

Tra queste ci sono: la creazione di un nuovo ministero dedicato – il ministero delle Colonie e delle Missioni nazionali; la promozione di un programma che è già stato convertito in legge e consente il trasferimento di fondi dalle autorità locali in Israele alle loro omologhe nei territori [palestinesi] occupati;l’imposizione dell’obbligo alle compagnie private in possesso di licenze governative di investire denaro nei territori; il tentativo di espandere il controllo dei coloni e dei loro rappresentanti in ogni area della vita in Cisgiordania, relegando nel contempo ai margini l’Amministrazione Civile, che per decenni è stato l’ente militare responsabile delle attività di governo nelle aree civili del territorio.

Giustizia redistributiva per le colonie”

Negli ultimi giorni il processo di cancellazione della Linea Verde si è accentuato dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in seconda e terza lettura una legge presentata dal parlamentare Yaakov Asher di Giudaismo Unito per la Torah [partito religioso ortodosso ashkenazita attualmente al governo, ndt.], che era stata congelata dall’inizio della guerra. La nuova legge (un emendamento dell’Ordinanza per le Amministrazioni locali) autorizza il ministero dell’Interno a decidere che la tassa sulle proprietà economiche raccolta dalle aree industriali e commerciali sia divisa tra le autorità locali in cui queste zone si trovano e quelle limitrofe.

Apparentemente si tratta di un modo per distribuire equamente le risorse. Ma Asher ha voluto far emanare questa legge soprattutto a beneficio delle casse delle colonie israeliane al di là della Linea Verde, comprese quelle ultra-ortodosse.

Quindi la legge renderà possibile, per esempio, obbligare Modi’in-Maccabim-Reut [area che si trova nei pressi della Linea Verde sul lato israeliano, ndt.] a condividere le entrate delle sue zone industriali e commerciali, che lo stesso Comune di Modi’in si è assiduamente impegnato a creare, con le municipalità povere di Modi’in Illit e Betar Ilit, che si trovano dall’altra parte della Linea Verde. Durante il processo legislativo Asher non ha nascosto le sue intenzioni, affermando: “Ciò riguarda la giustizia redistributiva anche per le colonie di Giudea e Samaria [la definizione israeliana di Cisgiordania, ndt.].”

Durante il dibattito sulla legge alla Commissione Affari Interni della Knesset, presieduta da Asher, i deputati Naama Lazimi del partito Laburista e Naor Shiri di Yesh Atid [partiti di centro, ndt.] hanno sostenuto che il progetto avrebbe portato all’annessione de facto dei territori occupati. Asher ha replicato a questo proposito: “De jure, de facto, di Mosè, io non perdo tempo con queste cose.”

Nonostante gli avvertimenti del ministero della Giustizia che ciò potrebbe costituire una violazione delle leggi internazionali, e nonostante l’opposizione della Federazione degli Amministratori Locali, la legge è passata facilmente alla commissione e nella seduta plenaria della Knesset.

Tuttavia, anche se la legge è stata approvata, la sua applicazione è soggetta alla discrezionalità del ministero dell’Interno. Qualsiasi decisione in tal senso da parte sua potrebbe portare a una significativa rivolta dell’opinione pubblica, così come all’opposizione giudiziaria da parte dell’autorità a cui viene richiesto di cedere una parte che le spetta a favore di un’altra amministrazione. Di conseguenza le probabilità che ciò avvenga presto sono basse.

Una legge approvata lo scorso anno, anch’essa non ancora messa in pratica, riguarda la creazione di un fondo finanziato con un’imposta sugli immobili (Arnona) destinata alla redistribuzione di entrate dalle tasse sulle proprietà commerciali tra autorità locali, incoraggiando nel contempo la costruzione di appartamenti residenziali i cui versamenti delle tasse sugli immobili non coprono il costo dei servizi richiesti per i nuovi abitanti. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich [del partito di estrema destra dei coloni Sionismo Religioso, ndt.] ha messo tutto il suo peso politico per la creazione di questo fondo.

In apparenza anch’esso è inteso a una redistribuzione equa: le amministrazioni locali più forti trasferiscono una parte proporzionale delle loro entrate grazie alle tasse sulle proprietà commerciali a un fondo comune che verrà distribuito a quelle più deboli. Tuttavia una delle preoccupazioni sollevate da chi si oppone alla legge è che il flusso di denaro si baserebbe su considerazioni politiche.

Durante la discussione della legge sono state sollevate anche preoccupazioni riguardo al funzionamento del fondo con le autorità locali nei territori [palestinesi] occupati. Per la prima volta è stata approvata una legge che potrebbe vedere il trasferimento di fondi dalle autorità locali all’interno del territorio israeliano alle colonie.

Secondo alcuni critici della legge, mentre il diritto internazionale consente alle colonie di ricevere finanziamenti dallo Stato, proibisce loro di trasferire fondi ad altre autorità locali all’interno del territorio israeliano. Quindi, se alle colonie viene richiesto di trasferire fondi al fondo delle tasse sugli immobili, questa verrà considerata una violazione delle leggi internazionali. Nel tentativo di risolvere questo problema sono state aggiunte alla legge disposizioni riguardanti le amministrazioni locali in Cisgiordania.

In ogni caso, anche se il fondo della tassa sugli immobili avrebbe già dovuto essere attivato, di fatto non lo è ancora. L’Alta Corte ha già discusso ricorsi contro di essa, uno dei quali ha sollevato problemi sull’opportunità di includere le colonie nel fondo. L’Alta Corte ha chiesto alla Procura Generale di esprimere la propria opinione in materia.

Benché non ancora operativo, il fondo della tassa sugli immobili, potrebbe essere importante nel futuro in vista del previsto boom edilizio nelle colonie.

Il 2023 è stato un anno eccezionale in termini del numero di progetti edilizi promossi al di là della Linea Verde: più di 12.000 unità abitative sono state alla fine approvate dagli organi preposti alla pianificazione. Secondo Peace Now [organizzazione israeliana contraria all’occupazione, ndt.], che monitora queste decisioni, si tratta del più alto numero di unità abitative approvato dalla firma degli Accordi di Oslo.

La creazione di un ufficio specifico per le colonie

Per agire in modo efficiente al fine di cancellare la Linea Verde il governo ha creato un ufficio dedicato alle attività “civili” nei territori, il Ministero delle Colonie e delle Missioni Nazionali. Il suo principale obiettivo, anche se non dichiarato esplicitamente, è di fungere da braccio operativo del ministro Bezalel Smotrich che non è solo ministro delle Finanze ma anche uno dei ministri del ministero della Difesa per un flusso massiccio di finanziamenti verso i territori.

Il ministero delle Missioni Nazionali, guidato dalla deputata di Sionismo Religioso Orit Strock, ne ha beneficiato doppiamente: non solo è stato formato ed ha dato lavoro alla ministra e ai suoi sodali, ma, mentre il bilancio di tutti gli altri ministeri è stato tagliato a causa della guerra, quello di Strock non solo è stato risparmiato, ma è persino ottenuto di più. Appena prima della chiusura del bilancio 2023 il ministero ha ricevuto un aumento addizionale di 378 milioni di shekel (circa 95 milioni di euro), per cui il suo bilancio è salito a 543 milioni di shekel (circa 137 milioni di euro), con la guerra in corso.

Recentemente il governo ha persino deciso di trasferire la Divisione per le Colonie dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che opera principalmente nei territori, dal ministero dell’Agricoltura all’ufficio di Strock, insieme a un generoso finanziamento supplementare. Tra le altre cose, ha deciso che d’ora in poi il controllo finanziario delle operazioni della divisione sarà fatto dalla ragioneria dello Stato invece che da un revisore esterno.

Inoltre la stessa Strock approverà i servizi forniti dalla divisione, senza dover passare prima attraverso il governo. Anche le decisioni riguardanti la creazione di nuove colonie verranno prese solo con l’approvazione di Strock, senza la necessità dell’approvazione da parte del ministero dell’Edilizia. Durante l’iter le spese generali della divisione saranno aumentate del 10% 40 milioni di shekel (oltre 9 milioni di euro) all’anno finanziati dal bilancio di base del ministero delle Missioni Nazionali. Strock non sta lavorando da sola. È stato nominato un vice-direttore generale del ministero delle Finanze, Israel Malachi. Meno ufficialmente egli è noto come la persona responsabile dei finanziamenti oltre la Linea Verde. Malachi lavora insieme a Strock ed è noto nel ministero delle Finanze come uno specialista nell’ottimizzazione del trasferimento di fondi alle colonie della Cisgiordania.

L’indebolimento dell’Amministrazione Civile

In più lo scorso anno è iniziato un significativo spostamento nella gestione della vita civile in Cisgiordania, dovuto ad una clausola negli accordi di coalizione tra il partito Sionismo Religioso di Smotrich e il Likud di Netanyahu. Secondo questo accordo verrà creato un nuovo ente governativo, l’“Amministrazione delle Colonie”, che si occuperà della gestione di ogni aspetto della vita nelle colonie. Invece l’Amministrazione Civile si occuperà esclusivamente dei palestinesi.

L’Amministrazione delle Colonie, che è in via di formazione, dovrebbe essere un ente civile indipendente, non soggetto a un ministero, e controllare ogni questione riguardante la pianificazione, la costruzione, la creazione ed espansione di colonie, infrastrutture e strade, senza la necessità di consultare il governo.

L’Amministrazione delle Colonie sarà anche responsabile della legalizzazione degli avamposti, di elettricità, acqua e infrastrutture per la comunicazione e avrà anche la responsabilità su siti archeologici, natura, riserve naturali e fattorie agricole. Nel febbraio 2023 il collega di partito di Smotrich Yehuda Eliahu è stato nominato capo dell’Amministrazione.

Tuttavia attualmente c’è una lotta sulla nomina di un vice-capo dell’Amministrazione Civile, una posizione che finora non esisteva. Smotrich sostiene per quel ruolo Hillel Roth, un colono della Cisgiordania e importante figura del Consiglio Regionale della Samaria. L’esercito israeliano si oppone a quella nomina, sostenendo che obbligherebbe i comandanti di brigata regionali a motivare varie operazioni nei territori ad enti civili invece che al capo del comando centrale dell’esercito, come succede ora.

Grandi finanziamenti, persino in tempo di guerra

Uno dei chiari meccanismi per cancellare la Linea Verde è l’iniezione di miliardi di shekel nelle colonie con l’aiuto di vari meccanismi di bilancio, compresi fondi della coalizione. Secondo i controlli di Peace Now, nei bilanci 2023-2024 in totale circa 620 milioni di shekel (circa 153 milioni di euro) dei fondi di coalizione sono stati destinati alle colonie.

Dopo lo scoppio della guerra è stato deciso di tagliare circa 140 milioni di shekel (circa 35 milioni di euro) dai fondi della coalizione per le colonie, ma allo stesso tempo si è deciso di trasferire fondi addizionali, come quelli per l’ufficio di Strock. In pratica nel 2024 i fondi della coalizione per i coloni ammonteranno a più di 737 milioni di shekel (circa 186 milioni di euro) invece dei 275 milioni di shekel (69 milioni di euro) stanziati a questo scopo nelle decisioni originarie del governo da maggio 2023.

Inoltre il ministero dell’Interno attualmente ha circa 330 milioni di shekel (circa 83 milioni di euro) stanziati solo per le colonie. Di questi 75 milioni di shekel (18 milioni di euro) sono destinati a questioni di sicurezza ed altri 75 milioni di shekel al “bilancio continuo per le colonie.”

Costruzione di strade ed espansione della rete per cellulari nei territori

L’oscuramento della Linea Verde include anche investimenti nelle infrastrutture in Cisgiordania, per esempio nel campo dei trasporti e delle reti per i cellulari. Con la formazione del governo i ministeri delle Finanze e dei Trasporti si sono accordati su un piano strategico quinquennale (2023-2027) che destina circa il 24% del bilancio per lo sviluppo viario a strade nelle colonie.

A causa della guerra e in attesa dell’approvazione del bilancio aggiornato per il 2024, nel gennaio 2024 il governo ha deciso di tagliare il bilancio per lo sviluppo del ministero dei Trasporti nel 2024-2027. Tuttavia, secondo la bozza di decisione discussa nel governo, gli investimenti in strade per le colonie rimarranno circa il 20% dell’investimento totale del governo in viabilità.

Un’altra area in cui il governo promuove investimenti in infrastrutture per le colonie è quella delle comunicazioni, soprattutto nella ricezione dei cellulari. Il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi ha criticato la cattiva ricezione in Cisgiordania e sostenuto che la situazione potrebbe mettere a rischio vite umane.

All’inizio di marzo sono entrate in vigore ordinanze emanate dal capo del Comando Centrale dell’esercito, generale Yehuda Fox, che obbligano le compagnie telefoniche a fornire la copertura dei cellulari sulle strade che raggiungono le colonie in Cisgiordania, simili agli obblighi che vigono all’interno di Israele. Le ordinanze consentono l’imposizione di multe sulle imprese se non soddisfino i requisiti.

Oltretutto il ministero delle Comunicazioni ha annunciato un piano per il posizionamento di infrastrutture per i cellulari nei territori con uno stanziamento dedicato di 50 milioni di shekel. Questo piano dovrebbe essere messo in pratica durante il 2024. Il capo dello Yesha Council [che unisce i consigli municipali delle colonie in Cisgiordania, ndt.], Shlomo Neeman, ha ringraziato Karhi per il suo “deciso impegno nella storica iniziativa” nel campo della ricezione dei cellulari.

D’altra parte sembra che Karhi, che lavora decisamente per i coloni, sia meno preoccupato dei problemi della copertura dei cellulari nelle comunità arabe in Israele, che soffrono di interruzioni nella ricezione dei telefonini e nella connessione a internet. Se il ministero delle Comunicazioni investisse altri 50 milioni di shekel nelle comunità arabe del nord del Paese là le cose andrebbero diversamente.

Conquista sotto le vesti della conservazione della natura

All’inizio della scorsa settimana la ministra della Protezione Ambientale Idit Silman, insieme a Smotrich e al capo del Consiglio della Valle del Giordano David Elhayani, si sono recati a Nahal Yitav – il nome in ebraico di Wadi Auja. Durante l’incontro è stato annunciato che, con l’aiuto di un investimento finanziario di una cifra indefinita, il posto sarebbe stato dichiarato riserva naturale, che include sentieri con segnavia e cartelli. Ciò presumibilmente è una risposta a un attacco terroristico avvenuto qualche giorno prima sulla Route 90 nei pressi del luogo.

La visita dei due ministri sul posto potrebbe aver creato l’impressione che si tratti di un sito naturalistico che verrà utilizzato da tutta la popolazione. Di fatto, sotto le vesti del lavoro nel campo delle riserve naturali, il ministero della Protezione dell’Ambiente sotto Silman ha piantato bandierine sulle terre della Cisgiordania.

Per esempio nel maggio 2023 Silman ha annunciato un piano per definire Sebastia [villaggio nei pressi di Nablus, in Cisgiordania, ndt.] parco nazionale, con un investimento di 32 milioni di shekel, che da allora è stato in parte tagliato. In un annuncio riguardo al progetto la ministra ha twittato all’epoca: “Stiamo riportando l’antica gloria. La Terra di Israele è nostra e continueremo a espanderci e stabilirci in essa.”

Questi tentativi di cancellare la Linea Verde sono aumentati nel corso degli anni e continuano anche ora. Lo scorso lunedì la parlamentare Limor Son Har-Melech di Potere Ebraico [estrema destra dei coloni, ndt.] ha presentato una proposta di legge che intende obbligare l’Autorità per lo Sviluppo del Negev ad operare anche nelle colonie del sud della Cisgiordania, come se fossero parte dei territori dello Stato di Israele.

“Le sfide della regione del Negev… la sua posizione periferica e distanza dal centro del Paese non escludono i cittadini della regione di Giudea e Samaria (il nome biblico della Cisgiordania), che sono anche a sud della linea che definisce la regione del Negev,” ha scritto nelle note esplicative del progetto di legge.

Questa proposta non arriva dal nulla: l’Autorità per lo Sviluppo del Negev, che è in parte finanziata dallo Stato, è sottoposta alla supervisione del ministro per lo Sviluppo del Negev e della Galilea Yitzhak Wasserlauf – membro del partito di Son Har-Melech.

Secondo l’avvocato Michael Sfard, esperto di diritto internazionale e attivista di sinistra, uno dei principi delle leggi sull’occupazione è il divieto di spostare la popolazione della potenza occupante sul territorio occupato. Di conseguenza ogni azione intesa a costruire una infrastruttura per le colonie può essere considerata una violazione delle leggi internazionali.

Un altro principio fondamentale delle norme sull’occupazione è il divieto di annessione unilaterale, da cui deriva la natura problematica del fatto di trattare i territori di Israele e Cisgiordania come una stessa unità dal punto di vista giuridico, burocratico, amministrativo, economico o infrastrutturale. E ciò è esattamente ciò che il governo israeliano cerca di normalizzare.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il Fondo Nazionale Ebraico* per la gioventù delle colline e per l’annessione

Editoriale di Haaretz

2 ottobre 2023- Haaretz

Il Fondo Nazionale Ebraico * [Jewish National Fund (JNF) è un’organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 1901 per acquistare e sviluppare terreni nella Siria ottomana, ndt] continua a rafforzare il suo ruolo di attore chiave nell’impresa della colonizzazione e nel relativo saccheggio ed esproprio dei palestinesi in Cisgiordania in preparazione ad una futura annessione. Come tutti gli altri attori della colonizzazione di insediamento, anche il JNF sembra considerare tutti i mezzi come kosher [idonei]. E se non sono kosher, allora lo saranno retroattivamente in futuro, dopo che i coloni avranno terminato la loro conquista di Israele.

Negli ultimi due anni, il Fondo Nazionale Ebraico ha investito 4 milioni di shekel [987.000 euro] in un progetto per recuperare gli adolescenti che hanno abbandonato gli studi e che vivono nelle colonie agricole e negli avamposti di pastorizia in Cisgiordania. Il denaro, destinato a finanziare la formazione professionale degli adolescenti, viene devoluto a organizzazioni che incoraggiano la creazione di avamposti di colonie illegali. Una fonte del JNF ha detto ad Haaretz che il numero di colonie agricole in Cisgiordania che l’organizzazione finanzia attraverso il suo dipartimento Noar Besikuy per i giovani a rischio è maggiore del numero di fattorie che finanzia nel Negev o in Galilea (Hagar Shezaf, Haaretz, 1° ottobre).

In passato aveva causato una tempesta al JNF la notizia che l’organizzazione aveva acquistato terreni in Cisgiordania. Ma da allora, evidentemente, il JNF ha dismesso la sua neutralità” in politica e si è dichiarato a tutti gli effetti unorganizzazione di coloni. Non gli restava che adottare tutte le pratiche corrotte che limpresa della colonizzazione utilizza per cacciare i palestinesi dalle loro terre e portare avanti il sogno dellannessione e dellapartheid – “massimo territorio, minimo palestinesi.

Negli ultimi dieci anni gli avamposti coloniali di pastorizia sono diventati il tipo più comune di avamposto in Cisgiordania. Secondo un rapporto pubblicato dall’organizzazione Kerem Navot un anno e mezzo fa, i coloni sono riusciti durante questo periodo a impossessarsi di circa il 7% dell’Area C – circa il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano – attraverso 77 colonie di pastorizia che nel complesso controllano circa 240.000 dunam [1 dunum, unità di misura corrispondente a circa 1000mq]. Anche se queste fattorie vengono definite illegali e nei loro confronti vengono emessi ordini di demolizione gli ordini non vengono eseguiti a causa della politica adottata dal Primo Ministro, dal Ministero della Difesa e dall’Amministrazione Civile israeliana in Cisgiordania. E in ogni caso, è solo questione di tempo prima che vengano legalizzati, soprattutto visto che l’Amministrazione Civile è ora controllata da Bezalel Smotrich.

Questo progetto opera nelle aree periferiche sociali e geografiche e nelle aziende agricole di tutto il paese”, ha affermato il JNF in risposta. Ma i territori occupati non sono la periferia, e le “fattorie agricole” in Cisgiordania si trovano al di fuori dei confini di Israele. E a giudicare dalla sua risposta, il JNF è indifferente alla loro illegalità. “Il JNF è attivo in programmi educativi e non si occupa dello status giuridico di queste aziende agricole”, ha affermato. In pratica, sta spingendo i giovani a rischio a unirsi alla “gioventù delle colline” estremista dei coloni.

Come tutte le altre istituzioni nazionali israeliane, il JNF completò la sua missione nazionale una volta fondato lo Stato e in quel momento avrebbe dovuto essere chiuso. Ciò è doppiamente vero ora che è diventato il Fondo nazionale per le colonie e l’annessione.

L’articolo di cui sopra è l’editoriale principale di Haaretz, così come pubblicato sul giornale in Ebraico e in Inglese.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Dei coloni ebrei hanno rubato la mia casa. Non è colpa mia se sono ebrei

Mohammed el Kurd 

 26 SEtTEMBre 2023, Mondoweiss

Ai palestinesi viene detto che le parole che usiamo minimizzano i decenni di violenza messa in atto contro di noi dall’autoproclamato Stato ebraico. Un drone va bene, ma gli stereotipi… uno stereotipo è inaccettabile. Ora basta.

Mentre crescevamo nella Gerusalemme occupata, le persone che cercavano di espellerci dal nostro quartiere erano ebrei e le loro organizzazioni spesso avevano “ebraico” nel nome. Lo stesso vale per le persone che ci hanno rubato la casa, buttato i nostri mobili per strada e bruciato la culla della mia sorellina. Anche i giudici che battevano il martelletto a favore della nostra espulsione erano ebrei, così come lo erano i legislatori le cui leggi facilitavano e sistematizzavano la nostra espropriazione.

Il burocrate che rilasciava – e talvolta revocava – le nostre carte d’identità blu era un ebreo, e io lo detestavo soprattutto perché un tratto della sua penna si frapponeva tra mio padre e la città dei suoi avi. Per quanto riguarda i soldati che ci perquisivano per controllare quei documenti, alcuni di loro erano drusi, altri musulmani, la maggior parte ebrei, e tutti loro, secondo mia nonna, erano “bastardi senza Dio”. Quelli che gestivano i fucili e le manette, quelli che redigevano meticolosi e sanguinari piani urbanistici erano … avete indovinato.

Non era un segreto. Vivevamo sotto il dominio dell’autoproclamato “Stato ebraico”. I politici israeliani hanno abusato di questa storia mentre i loro colleghi internazionali annuivano. L’esercito si è dichiarato esercito ebraico e ha marciato sotto quella che ha chiamato bandiera ebraica. I consiglieri comunali di Gerusalemme si vantavano di “prendere casa dopo casa” perché “la Bibbia dice che questo paese appartiene al popolo ebraico”, e i membri della Knesset intonavano canti simili. Quei legislatori non erano marginali o di estrema destra: la legge israeliana sullo Stato nazionale sancisce esplicitamente “l’insediamento ebraico” come un “valore nazionale… da incoraggiare e promuovere”.

Tuttavia, sebbene questo non fosse un segreto, ci veniva detto di trattarlo come tale, a volte dai nostri genitori, a volte da attivisti solidali ben intenzionati. Ci è stato detto di ignorare la Stella di David sulla bandiera israeliana e di distinguere gli ebrei dai sionisti con precisione chirurgica. Non importava che i loro stivali fossero sul nostro collo e che i loro proiettili e manganelli ci colpissero. Il nostro essere apolidi e senzatetto erano irrilevanti. Ciò che contava era il modo in cui parlavamo dei nostri guardiani, non le condizioni in cui ci tenevano – bloccati, circondati da colonie e avamposti militari – o il fatto stesso che ci tenessero.

Il linguaggio era un campo minato peggiore del confine tra la Siria e le alture del Golan occupate, e noi, all’epoca bambini, dovevamo aggirarlo, sperando di non calpestare accidentalmente uno stereotipo esplosivo che ci avrebbe screditato. Usare le “parole sbagliate” aveva la magica capacità di far scomparire le cose:gli stivali, i proiettili,i manganelli e i lividi diventano tutti invisibili se dici un qualcosa per scherzo o con rabbia. Ancora più pericoloso credere nelle “cose sbagliate”: ti rende meritevole di quella brutalità. La cittadinanza e il diritto alla libertà di movimento non erano gli unici privilegi che ci venivano derubati, anche la mera ignoranza era un lusso.

Come palestinesi comprendiamo fin da giovani che la violenza semantica che pratichiamo con le nostre parole fa impallidire decenni di violenza sistemica e materiale messa in atto contro di noi dall’autoproclamato Stato ebraico. Va bene un drone, ma uno stereotipo… lo stereotipo è inaccettabile. Impariamo a interiorizzare la museruola.

Quindi ho dato ascolto a quei messaggi – cos’altro dovrebbe fare un bambino di 10 anni? – e ho imparato a conoscere Hitler e l’Olocausto, ho imparato a riconoscere gli stereotipi del naso, i pozzi avvelenati, i banchieri, i vampiri, i serpenti e le lucertole (ho appena scoperto la piovra), e ho imparato che, quando parlo con i diplomatici in visita a quello zoo che è un nostro quartiere, i coloni che occupano casa nostra devono essere argomento secondario nella mia esposizione, dopo un’accalorata denuncia dell’antisemitismo globale. E quando mia nonna ottantenne si rivolgeva a quei visitatori stranieri, la interrompevo per correggerla ogni volta che descriveva i coloni ebrei in casa nostra come, be’, ebrei.   

Più di un decennio dopo non è cambiato molto. Lo stivale resta lì, lo stesso vale per i proiettili e i manganelli (e sarei negligente se non parlassi del genio creativo delle armi da fuoco robotiche azionate dall’Intelligenza Artificiale recentemente aggiunte all’arsenale dello Stato ebraico).

Il governo chiama il suo progetto in Galilea “l’ebreizzazione della Galilea” e le sue quasi-istituzioni fanno lo stesso. Per quanto riguarda i membri del consiglio che hanno promesso di prendere “casa dopo casa”, oltre al loro successo nel rubare case a Sheikh Jarrah, nella Città Vecchia, a Silwan e altrove, marciano regolarmente nelle nostre città con megafoni e bandiere cantando “vogliamo una Nakba ora.” I giudici continuano a battere martelletti per garantire la continuazione di questa Nakba, governano ancora a favore della supremazia ebraica. E, nonostante il disaccordo con la Corte Suprema su vari aspetti, i parlamentari legiferano in conformità con questo atteggiamento suprematista. Alcuni affermano apertamente che la vita ebraica è semplicemente “più importante della [nostra] libertà” (e talvolta sono anche così gentili da scusarsi con i presentatori televisivi arabi mentre gli comunicano questa dura verità).

Più di un decennio dopo lo status quo rimane immutato. E noi, e mi si spezza il cuore, continuiamo a ballare tra le mine. Continuiamo a puntare sulla moralità e sull’umanità così come loro puntano sulle loro armi.

Qualche settimana fa 16 agenti di polizia israeliani hanno spento le loro telecamere e hanno marchiato, intendo dire inciso fisicamente, la Stella di David sulla guancia del 22enne Orwa Sheikh Ali, un giovane arrestato nel campo profughi di Shufat.

Sempre poche settimane fa, MEMRI, un gruppo di controllo dei media co-fondato da un ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana, ha pubblicato filmati del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas che affermava che gli europei “hanno combattuto [gli ebrei] a causa della loro posizione sociale” e dell’ ”usura” e “non a causa della loro religione”.

In risposta, un gruppo di rinomati intellettuali palestinesi, molti dei quali ammiro e rispetto, ha pubblicato una lettera aperta “condannando senza mezzi termini” – indovinate un po’? – i “commenti moralmente e politicamente riprovevoli” di Abbas.

Forse si può definire la loro dichiarazione congiunta una mossa “strategica” per confutare la convinzione che i palestinesi nascano intolleranti. Altri potrebbero dire che rappresenti ciò che significa avere un “codice morale coerente”. Sono certo che alcuni firmatari credono che la nostra cosiddetta autorità morale ci imponga di deplorare il revisionismo storico “rispetto all’Olocausto” e di dare l’esempio nel rifiutare ogni forma di razzismo, non importa quanto retorica.

Sia quel che sia, quando l’ho letta ho provato un senso di deja vu. Eccoci qui, presi ancora una volta in una crisi sconclusionata, a rispondere precipitosamente di crimini che non abbiamo commesso. La strategia di difenderci dall’accusa infondata di antisemitismo ci ha storicamente avvicinato ad essa. E soprattutto un simile impulso eleva inconsapevolmente la storia della sofferenza ebraica, che è certamente studiata e addirittura glorificata, molto al di sopra della nostra sofferenza odierna, una sofferenza negata e dibattuta.

Anche se i firmatari della lettera, alcuni dei quali criticavano l’Autorità Palestinese da prima che io nascessi, hanno denunciato “il governo sempre più autoritario e draconiano dell’Autorità Palestinese” e hanno preso atto delle “forze occidentali e filo-israeliane” che sostengono il mandato presidenziale scaduto di Abbas, nessuna di queste circostanze è servita da catalizzatore per quella che sembra essere la prima dichiarazione congiunta di condanna per Mahmoud Abbas. La lettera non menzionava nel titolo la sua collaborazione con il regime sionista, né la brutalizzazione di manifestanti e prigionieri politici, per non parlare dell’omicidio di Nizar Banat [militante e attivista per le libertà assassinato dalle Forze di Sicurezza Palestinesi, ndt.]

Il catalizzatore qui sono state le parole. Solo parole. Ed è sempre così. Ancora una volta, un drone va bene, ma uno stereotipo è vietato.

Ironicamente, sia la lettera congiunta che il discorso di Abbas cercavano di prendere le distanze dall’antisemitismo. Verso la fine del filmato, Abbas ha voluto “chiarire” che ha detto ciò che ha detto riguardo “gli ebrei d’Europa che non hanno nulla a che fare con il semitismo” perché dovremmo “sapere chi dobbiamo accusare di essere nostro nemico”. “

Che impeto impegnativo. Non solo viviamo nella paura di essere evacuati per mano di un colonialismo che si professa ebraico, non solo il nostro popolo è bombardato da un esercito che marcia sotto quella che sostiene essere la bandiera ebraica, e non solo i politici israeliani enunciano ossessivamente l’ebraicità delle loro azioni, ci viene detto di ignorare la Stella di David che sventola sulla loro bandiera – la Stella di David che incidono sulla nostra pelle.

Questo impeto è vecchio di decenni, se non di un secolo. Nella trascrizione manoscritta di un discorso tenuto al Cairo nell’ottobre 1948, lo studioso palestinese Khalil Sakakini cancellò un frammento di frase che diceva “… la lotta tra arabi ed ebrei” per sostituirla con “la lotta tra noi e gli invasori .” Gli accademici palestinesi, l’Istituto per gli studi sulla Palestina e il Centro di Ricerca sulla Palestina dell’OLP (che fu saccheggiato e bombardato ripetutamente negli anni ’80) hanno dedicato articoli, libri e volumi allo studio dell’antisemitismo, delle sue radici europee e delle sue manifestazioni, europee e non – e la sua fusione con l’antisionismo.

Il popolo palestinese ha continuamente chiarito che il nostro nemico è l’ideologia colonialista e razzista del sionismo, non gli ebrei. La nostra capacità di cogliere tale distinzione è ammirevole e impressionante, considerando la mano pesante con cui il sionismo tenta di farsi sinonimo di ebraismo.

Tuttavia, questa distinzione non è nostra responsabilità e, personalmente, non è fra le mie priorità. Il risentimento provato da un palestinese non ha il sostegno di una Knesset che lo codifichi in legge. Gli stereotipi non sono droni, né si possono convertire le teorie della cospirazione in armi nucleari. Siamo oltre i primi del ‘900. Le cose sono diverse, il potere è cambiato. Le parole non ammazzano.

Nei giorni trascorsi tra il gesto di 16 soldati che marchiano la Stella di David sul volto di un uomo e la pubblicazione della lettera congiunta, un soldato israeliano ha ucciso un adolescente disabile vicino a un posto di blocco militare a Qalqilya; un altro ha sparato alla testa a un bambino a Silwan; un giovane già colpito durante un raid israeliano nel campo profughi di Balata è morto per le ferite riportate; un cecchino ha sparato alla testa di un giovane palestinese a Beita; un diciassettenne è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a sud di Jenin; un altro giovane è morto a causa delle ferite riportate in seguito all’invasione del campo profughi; famiglie di palestinesi i cui cadaveri sono trattenuti dalle autorità di occupazione avevano marciato con bare vuote a Nablus; un soldato ha ucciso un uomo vicino a Hebron; la polizia ha giustiziato un ragazzo di 14 anni a Sheikh Jarrah tra gli applausi di centinaia di coloni; la polizia ha poi lanciato gas lacrimogeni sulla sua famiglia a Beit Hanina; un palestinese è stato ucciso dopo aver speronato soldati israeliani a Beit Sira uccidendone uno; nel nord di Gerico un palestinese è stato ucciso e un soldato è rimasto ferito in uno scontro a fuoco; un soldato ha sparato alla testa a un uomo a Tubas, uccidendolo – e questa è solo la punta dell’iceberg.

Quale di questi eventi ha causato un ampio dibattito? Nessuno. C’è stato molto dibattito in televisione riguardo all’affermazione di Itamar Ben-Gvir secondo cui la vita ebraica è “più importante della libertà [palestinese]”, molto meno riguardo al marchio della Stella di David e, naturalmente, Mahmoud Abbas ha ricevuto la reazione più rumorosa di tutte. (Questo vale in generale, non solo nel caso della lettera aperta).

Tutti e tre questi esempi riguardano l’estetica. Le dichiarazioni di Ben-Gvir erano concrete e vere: la vita ebraica vale più della nostra sotto il dominio israeliano, ma è stata la sua esplicita orazione a scatenare l’indignazione, piuttosto che le politiche istituzionalizzate che hanno reso le sue osservazioni razziste la realtà materiale sul campo. Anche la deformazione fisica del volto di un palestinese è risultata degna di nota solo per ciò che l’incisione simboleggiava, non per l’incisione stessa: se i soldati avessero inciso dei segni senza significato sulla sua guancia dubito del tutto che la cosa avrebbe attirato l’attenzione.

Per quanto riguarda la morte dei palestinesi, è quotidiana e trascurabile. Se siamo fortunati, i nostri martiri vengono comunicati in cifre sulle pagine dei resoconti di fine anno. Il “revisionismo”, d’altro canto, merita una cacofonia di condanne.

E questa è la mia posizione. C’è un ebreo che vive – con la forza – in metà della mia casa a Gerusalemme, e lo fa per “decreto divino”. Molti altri risiedono – con la forza – in case palestinesi mentre i loro proprietari restano nei campi profughi. Non è colpa mia se sono ebrei. Non ho alcun interesse nel ripetere a memoria o chiedere scusa per i luoghi comuni secolari creati dagli europei, o nel dare alla semantica più peso di quanto gli spetti, soprattutto quando milioni di noi affrontano un’oppressione reale e tangibile, vivendo dietro muri di cemento, o sotto assedio, o in esilio, e convivendo con pene troppo grandi per essere riassunte. Sono stanco dell’impulso a prendere preventivamente le distanze da qualcosa di cui non sono colpevole, e particolarmente stanco del presupposto che io sia intrinsecamente fazioso. Sono stanco della pretesa fintamente inorridita secondo cui se tale animosità esistesse, la sua esistenza sarebbe inspiegabile e senza radici. Soprattutto, sono stanco della falsa equivalenza tra violenza semantica e violenza sistemica.

So che questo saggio è già di per sé un campo minato. Che verrà estrapolato dal contesto e divulgato, ma io non sarò mai la vittima perfetta: non si può sfuggire all’accusa di antisemitismo. È una battaglia persa e, cosa ancora più importante, un’evidente diversivo. Ed è ora di riconsiderare questa tattica. Ci sono cose migliori da fare: abbiamo delle bare da trasportare. Abbiamo dei parenti nelle camere mortuarie israeliane che dobbiamo seppellire.

Questo saggio è stato ispirato dallo storico articolo di James Baldwin del 1967 “I negri sono antisemiti perché sono anti-bianchi”.

Mohammed el-Kurd (1998-) è uno scrittore e poeta palestinese che risiede a Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est. Prima della crisi Israele-Palestina del 2021 stava conseguendo un master negli Stati Uniti ma è tornato per protestare contro lo sfratto dei palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est da parte di Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La visita di Herzog negli Stati Uniti nasconde i crimini israeliani, ma emergono motivi di speranza.

Majdi Khaldi

29 luglio 2023 – Middle East Eye

Il discorso del presidente israeliano al Congresso è stato un mero esercizio di pubbliche relazioni mentre l’appoggio statunitense ai diritti dei palestinesi sembrerebbe il più alto da sempre.

Proprio mentre il governo israeliano promuove un numero senza precedenti di unità abitative nelle colonie e adotta decine di leggi discriminatorie, i politici occidentali continuano a lodare i valori “democratici” e “liberali” di Israele.

È come se si affannassero a trovare ogni scusa per proteggere Israele qualunque cosa faccia.

Questo atteggiamento è stato il presupposto del recente discorso del presidente israeliano Isaac Herzog al Congresso USA, in cui ancora una volta il messaggio di impunità per le violazioni e i crimini israeliani è stato sostenuto oltre ogni considerazione per le leggi internazionali, i diritti umani o persino gli stessi principi del Processo di Pace per il Medio Oriente sponsorizzato a suo tempo dagli USA.

Il discorso di Herzog ha difeso adeguatamente gli interessi del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ha glorificato un Israele mitico come faro di democrazia e uguaglianza, come se decine di leggi israeliane che negano ai palestinesi i loro diritti non esistessero, mentre gli ebrei israeliani godono dei pieni diritti dello Stato. Sono in vigore più di 70 leggi discriminatorie contro i palestinesi che secondo diverse organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, Human Rights Watch e persino l’israeliana B’Tselem configurano il crimine di apartheid.

Tra gli esempi ci sono la legge dello Stato-Nazione del popolo ebraico, secondo cui l’autodeterminazione è riservata solo agli ebrei la legge del Ritorno, che consente solo agli ebrei di entrare e ottenere la cittadinanza dello Stato; la legge sulla Proprietà degli Assenti, che codifica il furto di proprietà dei rifugiati palestinesi da parte dello Stato; infine il divieto di riunificazione delle famiglie palestinesi, che nega alle famiglie palestinesi cristiane e musulmane di Gerusalemme o di Israele il diritto di vivere insieme se un coniuge ha la carta d’identità palestinese.

Nessun interesse per la pace

Herzog non ha parlato della soluzione a due Stati, ma dei “vicini palestinesi” di Israele come se non fossero sottoposti all’occupazione israeliana, giocando il classico gioco di incolpare gli altri. Ciò che Herzog ha anche dimenticato di citare è che i “vicini” includono più del 50% della popolazione dei territori controllati da Israele, che consegna alla sua minoranza demografica pieni diritti negando nel contempo i diritti civili e umani al popolo palestinese.

Inoltre non ha menzionato il fatto che il territorio occupato nel 1967, compresa Gerusalemme est, in base al diritto internazionale è della Palestina. È semplicemente vergognoso, anche per centinaia di migliaia di cittadini palestinesi-americani, che i politici statunitensi abbiano ospitato al Congresso la negazione della Nakba e l’occultamento dell’occupazione da parte di Herzog.
Si è trattato di un puro esercizio di pubbliche relazioni piuttosto che di un tentativo di fare la pace. Al massimo è stato un tentativo personale da parte del presidente israeliano di presentare le sue credenziali a Washington in un momento in cui i rapporti tra l’amministrazione Biden e Netanyahu sembrano essere tesi.

Tuttavia i loro problemi non riguardano il popolo palestinese, la cui negazione dei diritti a Washington sembra essere stata normalizzata, ma piuttosto le dispute interne a Israele riguardo alle riforme giudiziarie di Netanyahu.

In effetti lo stesso Congresso USA che sostiene le politiche israeliane contro il popolo palestinese non molto tempo fa appoggiava l’apartheid in Sud Africa. La vasta maggioranza delle iniziative prese dall’amministrazione Trump a sostegno all’annessione israeliana e alla negazione dei diritti dei palestinesi non è stata revocata dall’attuale governo, mentre il Congresso considera ancora l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina un gruppo terroristico proprio come fece con l’African National Congress [il partito di Mandela, ndt.]. Herzog rappresenta la tradizionale diplomazia israeliana che nasconde crimini di guerra con un sorriso e una stretta di mano. La sua descrizione del governo israeliano è stata raffinata e fatta su misura per un pubblico di persone già desiderose di concedergli il podio. Ovviamente non ha citato i sionisti religiosi radicali del suo governo perché sono una pubblicità negativa. Nel contempo sono stati attuati sul terreno i disastrosi progetti del colono di estrema destra e ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che chiaramente invocano una seconda Nakba [la pulizia etnica di cui furono vittime i palestinesi nel 1947-49, ndt.] senza uno Stato palestinese, con l’espulsione forzata e l’apartheid.

Ragioni di Speranza

Ma ci sono ancora ragioni di ottimismo. Il boicottaggio che alcuni membri del Congresso hanno messo in atto contro il discorso del presidente israeliano è più significativo di quanto alcuni credono, in quanto rappresenta la crescente percentuale di americani che appoggiano i diritti dei palestinesi.

Nella comunità statunitense per i diritti umani c’è un crescente riconoscimento dell’apartheid israeliana e più comunità religiose ed altre organizzazioni della società civile stanno chiedendo di prendere misure concrete contro l’occupazione israeliana, anche attraverso il boicottaggio e il disinvestimento.

Quanti sostengono l’impunità di Israele sembrano essere sovrarappresentati rispetto all’opinione pubblica USA. Questi segnali potrebbero essere un punto di svolta nella lotta per la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e la pace. Il popolo palestinese e i suoi alleati continueranno la lotta, ovunque siano, per la libertà e rinnovano appelli agli USA e ai Paesi europei perché prendano misure di responsabilizzazione per mettere in pratica, con molto ritardo, i diritti inalienabili del popolo palestinese. Ciò dovrebbe includere azioni contro il terrorismo dei coloni. Inoltre è adesso chiaro che il riconoscimento dello Stato di Palestina è un passo urgente che gli USA e l’UE dovrebbero prendere per confermare il loro sostegno a una soluzione politica piuttosto che rimanere in silenzio riguardo alle azioni di un governo di coloni e altri estremisti che dettano i termini dell’impegno.

I tentativi di sdoganare le politiche israeliane non faranno sparire il popolo palestinese. Nel momento in cui il governo israeliano sta mettendo in atto iniziative intese a consolidare l’annessione di tutta la Palestina storica, la risposta di quanti hanno a cuore la pace fondata su un ordine mondiale basato sulle leggi dovrebbe essere di prendere iniziative per la libertà dei palestinesi piuttosto che rafforzare l’occupazione israeliana.

Il discorso di Herzog al Congresso rappresenta la perpetuazione dello status quo, in cui i diritti dei palestinesi sono negati. Ma lo spostamento dell’opinione pubblica statunitense a favore dei palestinesi e i parlamentari che hanno boicottato la sessione con il presidente [israeliano] sono una fonte di speranza lungo il cammino per raggiungere la libertà e l’indipendenza dei palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

L’ambasciatore Majdi Khaldi è membro del Consiglio Nazionale Palestinese e consigliere diplomatico esperto del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)