Rapporto OCHA del periodo 17 – 30 marzo 2020

La notte del 22 marzo, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese 32enne e ferito un suo parente; i due viaggiavano su una strada principale vicino al villaggio di Ni’lin (Ramallah).

Fonti militari israeliane hanno affermato che i due erano implicati nel lancio di pietre contro veicoli israeliani; secondo i familiari, erano impegnati nell’acquisto di viveri. Le autorità israeliane hanno trattenuto il corpo dell’uomo ucciso. Questo decesso porta a nove il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane in Cisgiordania dall’inizio dell’anno.

In Cisgiordania, in vari scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 40 palestinesi, tra cui sette minori. Rispetto alle settimane precedenti, ciò rappresenta un netto calo, attribuito alle restrizioni di accesso imposte nel contesto della crisi COVID-19. La maggior parte dei [40] ferimenti (26) sono stati registrati nel villaggio di At Tuwani (Hebron), ad opera delle forze israeliane, intervenute in seguito a scontri tra residenti e coloni israeliani che, in precedenza, avevano fatto irruzione nel villaggio [vedi i dettagli in un paragrafo successivo]. Sei degli altri ferimenti sono stati registrati a Kafr Qaddum (Qalqiliya), nel corso delle manifestazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni di accesso. Dei 40 feriti, 24 sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni, 7 sono stati aggrediti fisicamente, 6 sono stati colpiti da proiettili di gomma e 3 da proiettili di armi da fuoco.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 72 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 64 palestinesi, tra cui dieci minori. 21 di queste operazioni hanno avuto luogo a Hebron (di cui 13 nella zona H2 della città sotto controllo israeliano) e 20 a Gerusalemme Est. Il numero complessivo di operazioni è diminuito di quasi il 30%, rispetto alla media quindicinale registrata dall’inizio dell’anno.

A Gaza, il 27 marzo, un gruppo armato palestinese ha lanciato un missile contro Israele e le forze aeree israeliane hanno effettuato un attacco aereo su Gaza. Non sono state riportate vittime, ma, a quanto riferito, sono state danneggiate strutture militari nel nord di Gaza.

In almeno 22 occasioni, per far rispettare le restrizioni di accesso alle aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale israeliana ed a quelle di mare al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco: non sono stati registrati danni. In due di questi episodi, due palestinesi sono rimasti feriti: un pescatore ed un uomo che avrebbe tentato di infiltrarsi in Israele; inoltre, sono state confiscate alcune reti da pesca. In un caso, ad est di Khuzaa (Khan Younis), le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

Nel contesto della crisi COVID-19, le autorità israeliane hanno ulteriormente limitato l’accesso dei palestinesi a Gerusalemme Est ed alla “Seam Zone”, [cioé i lembi di] territorio palestinese chiuso tra la Linea Verde e la Barriera; ai palestinesi residenti in questa zona sono stati bloccati tutti i normali permessi che consentivano loro di raggiungere il resto della Cisgiordania [attraversando la Barriera]. Ai residenti che forniscono servizi essenziali sono stati concessi permessi speciali, mentre l’accesso per i casi di emergenza deve essere richiesto quando necessario. Allo stesso modo, con poche eccezioni, sono stati sospesi tutti i permessi che concedevano agli agricoltori della Cisgiordania di attraversare la Barriera per accedere ai loro terreni posti nella suddetta area [“Seam Zone”]. Anche per i pazienti sottoposti a cure mediche è stato bloccato l’accesso negli ospedali di Gerusalemme Est; ad eccezione dei casi di emergenza e dei malati di cancro.

Nello stesso contesto [crisi COVID-19], l’uscita delle persone da Gaza verso Israele (incluso il passaggio in Cisgiordania) e verso l’Egitto, è stata in gran parte sospesa. Dal 12 marzo, il valico di Erez, controllato da Israele, è stato chiuso per tutti i titolari di autorizzazioni, compresi oltre 5.000 lavoratori e commercianti giornalieri; è consentito solo il passaggio per i casi di emergenza medica e per i pazienti oncologici. Dal 15 marzo è stata bloccato il passaggio in uscita attraverso il valico di Rafah, controllato dall’Egitto.

In Area C della Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 20 strutture di proprietà palestinese, sfollando due persone e causando ripercussioni su altre 170 [segue dettaglio]. A Ibziq, una Comunità beduina nella valle settentrionale della Giordania, le autorità hanno demolito una casa e sequestrato otto tende fornite come aiuto umanitario: quattro di queste tende dovevano essere utilizzate come rifugi temporanei, durante le evacuazioni imposte ai residenti per consentire le esercitazioni militari israeliane; le altre quattro erano utilizzate come moschea e clinica. Le altre demolizioni hanno interessato strutture legate al sostentamento in cinque Comunità. Uno di questi casi si è verificato nel villaggio di Deir Ballut (Salfit), dove è stato demolito un locale ad uso agricolo, mentre una cisterna d’acqua, finanziata da donatori, è stata danneggiata in base all’ “Ordine militare 1797” che prevede la demolizione o il sequestro di strutture senza licenza e quindi considerate “nuove”. A partire dalla dichiarazione del 5 marzo, relativa allo stato di emergenza COVID-19 nei Territori occupati, le autorità israeliane hanno demolito (o costretto le persone ad autodemolire) o sequestrato 40 strutture, sfollando 26 palestinesi e creando ripercussioni diverse, per entità e tipo, su altri 260.

Almeno 16 attacchi da parte di coloni israeliani hanno provocato il ferimento di cinque palestinesi e gravi danni materiali [segue dettaglio]. Tale numero di attacchi rappresenta un aumento del 78% rispetto alla media quindicinale di episodi similari registrati dall’inizio del 2020 . In due casi separati, accaduti alla periferia dei villaggi di Umm Safa ed Ein Samiya (entrambi a Ramallah), gruppi di coloni israeliani hanno aggredito due palestinesi, in un caso con un’ascia e nell’altro con un martello, ferendoli gravemente. Altri due pastori sono stati aggrediti e feriti fisicamente (in un caso, da un cane sguinzagliato da coloni), mentre pascolavano le pecore nei pressi di Ein al Hilweh (Tubas) e At Tuwani (Hebron). Quest’ultima Comunità ha anche subìto un’incursione di coloni che ha innescato successivi scontri con le forze israeliane (vedi sopra). Il villaggio di Burqa (Nablus) ha assistito a cinque episodi separati in cui coloni dell’insediamento di Homesh hanno fatto irruzione nella Comunità, aggredendo fisicamente e ferendo un contadino, lanciando pietre contro veicoli, sradicando alberi e vandalizzando strutture. L’insediamento colonico di Homesh era stato evacuato nel 2005, ma è stato ripopolato negli ultimi anni. Anche nei villaggi di Al Mughayyir (Ramallah) e Khashem ad Daraj (Hebron), gruppi di coloni hanno fatto irruzione, tagliando le gomme di numerosi veicoli e rubando tubature per l’acqua. Inoltre, coloni israeliani hanno sradicato 100 ulivi di proprietà palestinese piantati vicino all’area di insediamento colonico di Gush Etzion (Betlemme). In due episodi verificatisi nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno rubato o danneggiato telecamere di sorveglianza in una casa e in una scuola, entrambe oggetto della violenza dei coloni.

Un israeliano, conducente di un autobus, è stato ferito su una strada vicino al villaggio di Kisan (Betlemme), in seguito al lancio di pietre contro il suo veicolo ad opera di palestinesi. Secondo una ONG israeliana, altre otto auto israeliane, che viaggiavano su tangenziali vicino ai governatorati di Ramallah e Nablus, hanno subito danni per lancio di pietre.




“La gente ha molta paura”: dall’altro lato del muro i palestinesi di Gerusalemme lottano da soli contro il coronavirus

Clothilde Mraffko – Gerusalemme est occupata

31 marzo 2020 – Middle East Eye

Circa un terzo dei palestinesi di Gerusalemme vive dietro il muro di separazione. Mentre le autorità israeliane sono tenute a proteggerli dal coronavirus, vengono abbandonati a sé stessi, col timore di essere presto separati dal resto della città e dai suoi ospedali

Mercoledì sera nelle strade strette e ancora affollate del campo profughi di Shuafat, ai confini di Gerusalemme, un piccolo gruppo di responsabili locali palestinesi circolava con un megafono: “Proteggete chi amate, restate a casa !” La settimana scorsa Israele ha rafforzato le misure di confinamento per fronteggiare l’epidemia di coronavirus, che ha già contagiato più di 4.500 persone e causato 18 decessi nel Paese.

Ma nei grandi edifici costruiti gli uni sugli altri dei sobborghi di Shuafat nessuno conta sulle autorità israeliane per informare o proteggere gli abitanti palestinesi, che vivono tuttora sotto occupazione. Al contrario, si teme il peggio: che il governo finisca per chiudere il checkpoint che collega questo quartiere sovrappopolato al resto di Gerusalemme, tagliandolo fuori dai servizi per la sanità più vicini.

Perché i 60.000 abitanti del campo di Shuafat e dei sobborghi limitrofi stanno nel limbo di Gerusalemme. Sono palestinesi e la maggior parte di loro ha lo status di residente della città dopo che Gerusalemme est è stata occupata e poi annessa illegalmente da Israele, in seguito alla guerra del 1967.

Pagano le tasse alle autorità israeliane e versano i contributi ai servizi sociali israeliani, come il resto degli abitanti della città. Ma negli anni 2000, quando in piena seconda Intifada Israele ha avviato la costruzione illegale del muro di separazione dalla Cisgiordania occupata, il suo tracciato ha lasciato dall’altro lato alcune zone palestinesi di Gerusalemme, separandole dal resto della città.

Oggi un terzo degli abitanti di Gerusalemme est vive in questi quartieri”, constata Aviv Tatarsky, ricercatore dell’ONG israeliana contro la colonizzazione Ir Amin, che ritiene che Israele abbia messo in atto “intenzionalmente” delle politiche mirate ad incoraggiare i palestinesi della città a trasferirsi in questi quartieri, dall’altra parte del muro.

Scacciate dai prezzi esorbitanti delle case, dalle difficoltà di ottenere permessi di costruzione a Gerusalemme est e dalle demolizioni di case, le famiglie palestinesi a volte non hanno altra scelta che esiliarsi in questi quartieri periferici, dove i servizi comunali sono carenti.

Le autorità trascurano quasi del tutto le loro necessità”, prosegue, ricordando che le ambulanze israeliane non entrano da anni nel campo di Shuafat e nei suoi dintorni.

Sistema D

(Gli operatori sanitari israeliani) hanno paura. Dicono di essere disponibili ad entrare nel campo, ma temono di essere attaccati, che i ragazzi gli lancino pietre…”, spiega Khaled al-Sheikh, responsabile del centro sociale per i giovani del quartiere.

Sciocchezze!” replica a Middle East Eye una portavoce del Comune di Gerusalemme. Però Magen David Adom, l’organizzazione israeliana incaricata dell’assistenza [la Croce Rossa israeliana, ndtr], più tardi conferma a MEE che le sue ambulanze non entrano in questi quartieri per ordine dell’esercito e della polizia.

Gli abitanti hanno quindi dovuto attivare un altro sistema: le ambulanze della Mezzaluna rossa palestinese si prendono carico dei pazienti fino al checkpoint, poi da lì subentra l’assistenza di Magen David Adom.

Il campo ha solamente un ambulatorio e nessun ospedale”, specifica a MEE una portavoce dell’organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani ‘Association for Civil Rights in Israel’[Associazione per i Diritti Umani in Israele, ndtr.]. Gli ospedali più vicini sono tutti israeliani.

Noi paghiamo le tasse, quindi chiediamo alle autorità israeliane di occuparsi di noi con la stessa cura con cui si occupano di ogni altro cittadino israeliano. In quanto Stato occupante, Israele ha il dovere di prenderci in carico. Infatti dove possiamo andare? A chi ci possiamo rivolgere?” lamenta Khaled al-Sheikh.

Per il momento il responsabile del volontariato si organizza con altre associazioni civili del campo. Hanno creato un comitato con l’appoggio di 13 centri di salute del quartiere.

Siamo soli, non abbiamo alcun sostegno ufficiale”, afferma. Nessun respiratore artificiale, nessun veicolo dedicato al trasporto di eventuali pazienti affetti da coronavirus, né edifici pubblici dove mettere in quarantena i casi sospetti ….

Tutti si sentono indifesi. “Gruppi di giovani disinfettano, quasi ogni giorno, tutte le zone del campo”, racconta Khaled al-Sheikh. Tuttavia, con l’inasprimento delle restrizioni agli spostamenti, tutto ciò diventa sempre più complicato.

Apartheid”

Fortunatamente, per ora, il virus ha risparmiato l’area. Ma tutti pensano che sia questione di tempo, perché alcuni continuano ad andare a lavorare dall’altro lato del muro. “Ogni giorno sono sempre meno. Ma c’è chi, se non va a lavorare, la sera non può dar da mangiare alla famiglia”, fa notare Khaled al-Sheikh.

L’uomo si aspetta “una catastrofe economica e sanitaria nel campo” : se qualcuno viene contagiato, il virus si propagherà ad una velocità spaventosa negli edifici sovraffollati e degradati di questi quartieri in abbandono.

Uno scenario che paventano anche gli abitanti di Kufr Aqab, a poca distanza, anch’esso dall’altro lato del muro ma ufficialmente facente parte del Comune di Gerusalemme.

In questa zona, dove si accalcano 70.000 palestinesi, la settimana scorsa tre persone contagiate sono state allontanate dagli abitanti, che si sono organizzati in modo che esse vengano tenute a distanza dal quartiere, riferisce Mounir Zgheir, a capo del comitato che rappresenta gli abitanti.

Uno lavorava in Israele e adesso è all’ospedale Hadassah, a Gerusalemme. Un altro, la cui moglie era in ospedale a causa di un’infezione da coronavirus, era tornato nel quartiere, ma lo hanno rimandato all’ospedale. L’ultimo era uno studente di ritorno dall’estero: per ora si è sistemato fuori dal quartiere.” 

Altre 15 persone sono state messe in quarantena preventiva, riferisce colui che tutti qui chiamano Abou Ashraf. Per ora nessuno è risultato positivo. Gli abitanti rispettano le misure di sicurezza ed i più giovani vanno in giro per aiutare qua e là. Ma il quartiere soffre di un problema di approvvigionamento idrico e anche qui non c’è neppure un ospedale.

Il responsabile del volontariato ha l’impressione di gridare nel deserto. La sua ultima battaglia: ottenere che i servizi sociali indennizzino anche gli abitanti più anziani e i lavoratori disoccupati, come ha promesso il governo nei giorni scorsi. Tuttavia, da questa parte del muro, “noi siamo degli arabi, è l’apartheid!”, denuncia, affermando di scontrarsi col totale silenzio della municipalità israeliana di Gerusalemme.

Futuro incerto

Interrogata da MEE sul modo in cui il Comune gestisce il campo profughi di Shuafat, una portavoce del sindaco Moshe Lion assicura che esso è trattato come il resto della città. Esclude anche la possibilità che il checkpoint venga un giorno chiuso: “È aperto e non sarà chiuso in futuro.”

Ma per Aviv Tatarsky i conti non tornano: “Oggi ci sono dei bisogni specifici. Non è sufficiente accontentarsi di lasciare le cose come stanno, bisogna dare spiegazioni, linee di condotta alle persone, come le autorità fanno dal lato israeliano.”

Da anni Israele vuole sbarazzarsi di queste zone e dei loro abitanti. Non ha costruito il muro di separazione in questo modo senza motivo: voleva separare queste zone da Gerusalemme”, prosegue il ricercatore. Del resto, nel 2015 il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva evocato la possibilità di revocare lo status di residenti agli abitanti di questi quartieri.

Per questi ultimi la crisi del coronavirus evidenzia con ancor maggiore crudeltà l’abbandono di cui soffrono da anni.

La gente ha molta paura, non sa che cosa succederà e tutto è molto incerto”, confida Khaled al-Sheikh. “Qui si prega dio, ma si affrontano enormi difficoltà.”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Il blocco di Israele contro il coronavirus intralcia il lavoro per i diritti umani, ma non i soprusi

Judith Sudilovsky

31 marzo 2020 – +972

Le associazioni per i diritti umani segnalano che le direttive per l’emergenza di Israele stanno rendendo più difficile monitorare e proteggere i diritti dei palestinesi durante la pandemia

Alcune associazioni per i diritti umani palestinesi ed israeliane affermano che le direttive d’emergenza emanate dalle autorità israeliane, che con la scusa del coronavirus vietano la libertà di movimento e altre attività, stanno rendendo più difficile monitorare, documentare violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e difendere da esse in vari aspetti della vita.

Stiamo ancora monitorando casi, ma le nostre ricerche non sono in grado di essere presenti e documentare nel suo complesso l’area,” dice Rania Muhareb, ricercatrice giuridica e responsabile della sensibilizzazione presso Al-Haq, un’organizzazione palestinese per i diritti umani con sede a Ramallah. “È molto difficile dire se ci sono più o meno incidenti, per la semplice ragione che in questa situazione è più complicato avere tutte le informazioni con la rapidità di sempre.”

Le violazioni, spiega Muhareb, includono la continua confisca di terre e i progetti di costruzione di colonie israeliane e della barriera di separazione nella Cisgiordania occupata; la violenza contro i contadini palestinesi; incursioni e arresti in città e villaggi palestinesi; demolizioni di case.

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Queste violazioni evidenziano un tentativo diffuso e sistematico di compromettere i diritti dei palestinesi durante un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale,” afferma. Nonostante la grave crisi, “Israele continua ad avere il tempo di portare avanti queste azioni illegali.”

Muhareb evidenzia un incidente del 19 marzo nel villaggio di Sawahra Al-Sharqiya, a Gerusalemme est, in cui i bulldozer israeliani hanno distrutto una serie di edifici, compreso un recinto per le pecore, ma che non si può documentare a causa del divieto di muoversi.

Aggiunge che nella zona attorno a Nablus è continuata anche la violenza dei coloni. Il 17 marzo un gruppo di coloni ha attaccato una casa palestinese nel villaggio di Burin; secondo le persone che hanno seguito l’incidente, invece di bloccare i coloni i soldati israeliani hanno sparato proiettili ricoperti di gomma, bombe assordanti e lacrimogeni contro i palestinesi. Tre giorni dopo, il 20 marzo, a sud di Jenin i coloni hanno gravemente ferito il contadino Ali Musafa Zouabi.

Allo stesso modo l’associazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha riferito di violenti attacchi dei coloni che la scorsa settimana hanno ferito gravemente contadini e pastori palestinesi. I coloni sono arrivati da Halamish, Homesh (una ex-colonia che è stata demolita, ma in cui gli israeliani sono rimasti illegalmente), e Kochav Ha Shahar. Nessuno dei coloni è stato arrestato.

Muhareb afferma che i soldati delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] non hanno l’autorità di arrestare i cittadini israeliani in Cisgiordania. Al contrario, la scorsa settimana l’esercito ha arrestato parecchi palestinesi nella città vecchia di Jenin, a Qalqiliya e nei pressi di Nablus.

In un comunicato l’ufficio del portavoce delle IDF ha detto che le IDF “continuano l ‘attività operativa, che include l’interruzione di sospette attività terroristiche in base alle necessità operative e alle valutazioni aggiornate della situazione. Durante gli arresti i militari, così come i detenuti, sono protetti secondo le necessità operative.”

Non si può passare sopra diritti fondamentali”

In base alle nuove regole riguardanti la pandemia entrate in vigore il 15 marzo, questi prigionieri devono essere tenuti in quarantena per 14 giorni prima di poter essere interrogati. Il ministero israeliano della Sicurezza Pubblica ora può vietare le visite dei familiari per arrestati e detenuti e limitare i colloqui dei prigionieri con un avvocato solo a conversazioni telefoniche, afferma Sahar Francis, direttrice dell’ONG palestinese Addameer – Associazione per l’Appoggio e i Diritti Umani dei Detenuti.

L’esercito israeliano sta ancora arrestando persone pur sapendo che non le può interrogare, per cui le mette in isolamento per 14 giorni. È una violazione dei diritti fondamentali dei detenuti,” afferma.

Da due settimane o più hanno completamente chiuso tutte le prigioni e le strutture per la detenzione. (I prigionieri) non hanno contatti con i loro familiari e gli avvocati possono parlare con loro solo quando è prevista un’udienza in tribunale sul loro caso. Ci sono 5.000 prigionieri totalmente isolati dal mondo esterno.”

La portavoce del servizio carcerario israeliano ha fatto notare che le nuove regole sono state applicate in tutte le prigioni israeliane, indipendentemente dalle ragioni per cui i prigionieri vi sono reclusi.

Mantenerli in salute, tenere lontano il coronavirus, ora questo è il nostro unico obiettivo,” afferma. “Si spera che in breve tempo, quando ciò sarà finito, le cose torneranno come prima. Mantenerli in salute è nel nostro interesse più di qualunque altra cosa.”

La portavoce sostiene che le prigioni hanno fornito informazioni a tutti i detenuti in varie lingue, compreso l’arabo, ed hanno disinfettato le loro strutture. Stanno anche seguendo le direttive del ministero della Sanità di incrementare i turni di lavoro del personale carcerario fino a 96 ore, in modo che possano ridurre gli spostamenti dentro e fuori le prigioni.

Finora non abbiamo alcun prigioniero con il coronavirus, e speriamo che così continui ad essere fino alla fine della crisi,” afferma. “Non sappiamo se sia possibile, ma stiamo facendo del nostro meglio.”

Eppure, dice Francis di Addameer, ci sono preoccupazioni per la salute dei prigionieri palestinesi a causa delle loro condizioni di sovraffollamento. I prigionieri hanno anche raccontato che non gli è stato fornito alcun materiale sanitario speciale e che non è stata presa nessun’altra precauzione da parte delle autorità carcerarie.

Il 26 marzo Addameer, insieme ad Adalah – il Centro Giuridico per i Diritti delle Minoranze in Israele – e l’avvocato Abeer Baker hanno chiesto a nome del detenuto Kafri Mansour alla Corte Suprema israeliana di annullare le direttive d’emergenza nelle prigioni.

Pur riconoscendo la necessità di proteggere la salute dei reclusi, il ricorso sostiene che il governo israeliano non ha l’autorità giuridica di imporre il divieto alle visite di avvocati e familiari, che “violano in modo pesante e sproporzionato i diritti dei prigionieri”, in particolare dei minorenni. I ricorrenti accusano anche il fatto che le restrizioni impediscono anche ai prigionieri di riferire di qualunque violazione dei diritti nella prigione.

Il ricorso descrive anche come una conversazione tra l’avvocato Abeer Baker e un prigioniero sia stata trasmessa da altoparlanti in presenza delle guardie della prigione e di altri detenuti, violando la riservatezza tra avvocato e cliente.

Le sfide che questo stato d’emergenza pone alle autorità israeliane non possono consentire loro di passare sopra fondamentali diritti umani,” afferma l’avvocato di Adalah Aiah Haj Odeh. “Le leggi internazionali impongono che Israele debba riconoscere il diritto dei prigionieri e dei detenuti alle visite con i familiari, a consultarsi con gli avvocati e a rivolgersi ai tribunali.”

Arrestano come al solito i minorenni, come se non ci fosse il virus”

Nel contempo nel villaggio di Issawiya, a Gerusalemme est, gli abitanti affermano di aver sperato che l’attenzione sulla pandemia riducesse le incursioni e i pattugliamenti della polizia israeliana messi in atto in modo aggressivo nei loro quartieri dalla scorsa estate.

Invece, sostengono, tali azioni sono continuate. Blocchi stradali della polizia stanno ancora provocando lunghi ingorghi del traffico; scontri con i giovani comportano l’uso di lacrimogeni, granate assordanti e proiettili ricoperti di gomma, e vengono effettuati arresti nella totale inosservanza delle norme del governo sul coronavirus, mettendo in pericolo gli abitanti palestinesi.

Pensavamo che il coronavirus avrebbe contribuito a fermare le cose, ma non è cambiato niente,” dice Muhammad Abu Hummus, un attivista politico di Issawiya. “Al solito, arrestano minorenni come se non ci fosse nessun virus. Ogni giorno (la polizia) va in giro senza mascherine e senza guanti. Altrove forse aiutano la gente, ma a Issawiya portano solo lacrimogeni e balagan (disordine o confusione).”

Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld sostiene che la presenza della polizia nel villaggio fa parte del normale pattugliamento in tutti i quartieri di Gerusalemme intrapreso specificamente nel contesto dell’epidemia di coronavirus, inteso a garantire che gli abitanti rimangano in casa.

Non vengono effettuate incursioni, solo normali attività di polizia,” dice. “Se gli abitanti vogliono protestare e fare ritorsioni contro la polizia israeliana è un loro problema. La polizia sta pattugliando tutti i quartieri e mettendo in atto le nuove norme per tenere per quanto possibile le persone al sicuro in casa, per il loro stesso bene e la loro salute.”

Tuttavia in un rapporto del 19 marzo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha chiesto perché la polizia abbia scelto questo momento per incrementare quella che descrive come una punizione collettiva degli abitanti del villaggio, nonostante “una crisi senza precedenti che richiede…misure estreme di isolamento sociale.”

La presenza della polizia nel villaggio provoca scontri, dice B’Tselem, che sono già abbastanza problematici durante periodi normali, ma ancor più durante la pandemia, quando riunirsi in gruppo può diffondere il virus.

La violenza della polizia contro i palestinesi a (Issawiya), ormai una caratteristica nella vita del quartiere, è illegale e non può essere giustificata neppure come usuale routine dell’occupazione,” dice B’Tselem nel suo rapporto. “La condotta della polizia danneggia la sicurezza pubblica (compresa la salute dei poliziotti) e viola le linee guida sanitarie sull’isolamento sociale.”

B’Tselem aggiunge: “Il fatto che le autorità israeliane siano indifferenti alla vita degli abitanti (di Issawiya), compresi bambini ed adolescenti, non è affatto una novità. Eppure continuare e persino accentuare simile comportamento durante una pandemia è una manifestazione particolarmente vergognosa di questa politica.”

Un altro attivista del villaggio, che ha chiesto di rimanere anonimo per la sua sicurezza personale, ha detto a +972 di aver dovuto portare urgentemente la scorsa settimana sua figlia di sette mesi all’ambulatorio medico del villaggio dopo che la polizia durante uno scontro con giovani palestinesi ha utilizzato lacrimogeni che sono penetrati in casa sua.

La situazione è terribile,” afferma. “Ovviamente ho paura. Perché mettermi in una situazione per cui devo portare mia figlia all’ambulatorio in tempi di coronavirus?”

Judith Sudilovsky è una giornalista indipendente che da 25 anni si occupa di Israele e dei Territori Palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Celebrare la Giornata della Terra nella Palestina del blocco

Yara Hawari

30 marzo 2020 Al Jazeera

Israele sta approfittando della crisi COVID-19 per impadronirsi di più terra palestinese, ma i palestinesi resisteranno

Quarantaquattro anni fa ad oggi, la polizia israeliana uccise sei cittadini palestinesi israeliani mentre protestavano contro l’espropriazione da parte del governo israeliano di migliaia di acri di terra palestinese in Galilea. Da allora, il 30 marzo è riconosciuto come La Giornata della Terra ed è una data importante nel calendario politico palestinese.

Quest’anno i palestinesi celebreranno la Giornata della Terra a casa, nel pieno della pandemia di COVID-19 che ha messo gran parte delle popolazioni del mondo in isolamento e coprifuoco. Essere confinati in casa e in villaggi e città non è un’esperienza nuova per i palestinesi, forse è per questo che in così tanti gestiscono la cosa senza problemi.

In effetti, i palestinesi in Cisgiordania sono confinati in quel che rimane di bantustan collegati tra loro solo da strade controllate dal regime israeliano, mentre i loro fratelli e sorelle a Gaza vivono in una prigione a cielo aperto ritenuta “invivibile” dalle Nazioni Unite. La maggior parte dei palestinesi che vivono al di là della “Linea verde” hanno la cittadinanza israeliana ma vivono in ghetti urbani e rurali.

Inoltre i palestinesi sono separati dai loro fratelli e sorelle arabi, poiché a molti di loro è impedito di viaggiare nel mondo arabo sia perché i loro documenti non consentono di farlo (nel caso di palestinesi con cittadinanza israeliana) sia perché sono soggetti a divieti di viaggio.

Come parte della risposta al COVID-19, il regime israeliano ha imposto ulteriori misure che limitano i movimenti ai palestinesi. La città di Betlemme è stata messa in sicurezza, e i varchi verso Gaza e la Cisgiordania sono stati chiusi. Ai lavoratori palestinesi che lavorano in Israele è anche stato detto di restare per un periodo di tempo indefinito in sistemazioni scadenti e poco igieniche o di rinunciare al lavoro e rimanere in Cisgiordania.

L’Autorità Nazionale Palestinese ha imposto un coprifuoco e istituito checkpoint tra villaggi e città per limitare il movimento delle persone. Le aziende sono state chiuse, ad eccezione di supermercati e farmacie.

Nel frattempo, Israele continua le sue pratiche di rimozione dei palestinesi dalla loro terra, sfruttando persino l’isolamento dovuto alla pandemia per farlo. A Gerusalemme, dove c’è uno sforzo concertato per ebraicizzare i quartieri e ridurre il numero di abitanti palestinesi, le demolizioni di case palestinesi continuano nonostante l’epidemia. Per giustificare la loro demolizione, il regime israeliano afferma che quegli edifici sono illegali, ma ai palestinesi vengono costantemente negati i permessi di costruzione.

Le demolizioni sono usate anche come metodo di punizione collettiva per le famiglie dei prigionieri politici palestinesi, in particolare in Cisgiordania. Nel mezzo dell’attuale pandemia, questa continua e crudele pratica rende assurdi gli appelli delle autorità israeliane a “rimanere a casa”.

Allo stesso modo, la costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania non si è fermata e si teme che in queste circostanze l’annessione de jure di molte aree sarà anche più veloce, specialmente visto che Benjamin Netanyahu è di nuovo nella posizione di guidare il prossimo governo.

Già la scorsa settimana ci sono stati tre episodi in cui gli insediamenti israeliani illegali hanno raso al suolo il territorio palestinese e c’è stato un aumento generale degli attacchi contro le proprietà palestinesi.

All’inizio di questo mese, i palestinesi del villaggio di Beita vicino a Nablus hanno organizzato un sit-in per cercare di proteggere la loro terra dai furti dei coloni. Le forze di sicurezza israeliane sono arrivate al gran completo per difendere i coloni e nel corso degli eventi hanno sparato alla testa il quindicenne Mohammed Hammayel, uccidendolo all’istante.

Molti abitanti della Palestina storica sono preoccupati che Israele userà l’epidemia COVID-19 come scusa per mantenere le nuove misure restrittive anche quando la pandemia sarà finita e anche che impedirà ai palestinesi di opporsi al furto di terra. In un momento in cui il mondo si concentra esclusivamente sulla pandemia e il regime israeliano ha il pieno sostegno dell’amministrazione americana per fare ciò che vuole, un aggressivo espansionismo israeliano sembra inevitabile.

Eppure, nel corso dei decenni, i palestinesi hanno mostrato una forza, un coraggio e un sumud (determinazione) incredibili di fronte a grandi avversità. Se l’espansionismo di insediamento dei coloni israeliani non si ferma, non cessa nemmeno la perseveranza palestinese. Come scrisse il poeta palestinese Tawfiq Ziyad:

A Lidda, a Ramla, in Galilea,

resteremo

come un muro sul vostro petto,

e nelle vostre gole

come un frammento di vetro,

una spina di cactus,

e nei vostri occhi

una tempesta di sabbia.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Yara Hawari è borsista esperta di politica palestinese per Al-Shabaka, rete politica palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un noto chirurgo britannico afferma che alcuni feriti nelle manifestazioni del 2018 a Gaza non sono ancora stati curati

Peter Oborne e Jan-Peter Westad

30 marzo 2020 – Middle East Eye

Terence English parla con MEE del coronavirus, del disinteresse di Israele e dei fallimenti della politica britannica a Gaza

Terence English è un celebre chirurgo britannico. Nel 1979 ha eseguito il primo trapianto di cuore riuscito nel Regno Unito.

Ha ricoperto la carica di presidente del Royal College of Surgeons e della British Medical Association, nonché di rettore del St Catharine’s College di Cambridge. Nel 1991 ha avuto un riconoscimento per i suoi successi chirurgici con la nomina a cavaliere.

Così, quando si è ritirato 20 anni fa con molte onorificenze avrebbe avuto tutto il diritto di riposarsi e di dedicarsi al giardinaggio nella sua casa di Oxford. Invece Terence English è andato a Gaza.

Dapprima si è dedicato alla creazione di programmi di formazione dei medici palestinesi negli interventi di primo soccorso. Quindi lui e suoi colleghi chirurghi hanno contribuito alla realizzazione di vari progetti sanitari e alla formazione dei medici locali.

Uno dei progetti più importanti ha aiutato centinaia di persone bisognose di complessi interventi di ricostruzione degli arti.

Molti di questi pazienti erano adolescenti e giovani colpiti alle gambe dalle forze di sicurezza israeliane mentre prendevano parte alle proteste della Grande Marcia del Ritorno nei pressi della barriera perimetrale che circonda i due milioni di abitanti di Gaza.

Nel corso dei mesi di proteste settimanali almeno 190 persone sono state uccise da colpi d’arma da fuoco, di cui almeno 68 il 14 maggio 2018, quando a Gaza migliaia di persone hanno protestato contro l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

Nel secondo anniversario dell’inizio di quelle proteste, e con la situazione a Gaza più disperata che mai e complicata dalla diffusione della pandemia da coronavirus, English, ora 87enne, ha deciso per la prima volta di parlare.

Il chirurgo britannico ha una buona rete di contatti, tanto da aver avuto negli ultimi anni la possibilità di esprimere in privato le sue preoccupazioni con importanti ministri del governo britannico. Eppure, dice, i suoi sforzi non hanno dato alcun risultato.

“Gaza ora si trova in una grave crisi umanitaria”, dice English al Middle East Eye.

Le marce a Gaza sono iniziate il 30 marzo 2018, quando Ahmed Abu Artema, un giornalista palestinese, ha invitato i rifugiati palestinesi a radunarsi pacificamente vicino alla recinzione per chiedere il diritto di tornare nelle terre da cui furono costretti a fuggire o furono espulsi durante gli eventi che portarono alla creazione di Israele nel 1948.

La risposta israeliana è stata violenta. “Quando sono iniziate le proteste presso la recinzione c’è stato un numero enorme di feriti”, ricorda English.

“Adolescenti e giovani hanno avuto il ginocchio trapassato dai colpi dei cecchini israeliani dall’altra parte della barriera, che hanno utilizzato proiettili ad alta velocità”.

Egli descrive le orribili ferite caratterizzate da ossa e tessuti maciullati. Altri sono stati uccisi.

Israele ha sostenuto che stesse proteggendo la recinzione da manifestanti e attivisti violenti. English dice che le persone che ha curato erano manifestanti arrabbiati ma pacifici.

“Si immaginava – afferma – che le manifestazioni si svolgessero in tutta la Cisgiordania e a Gaza in segno di protesta per il diritto al ritorno, un bisogno particolarmente forte a Gaza”.

“Ora un numero enorme di palestinesi sono stati resi disabili”.

Per coloro che vengono operati con successo, possono essere necessari fino a sei mesi prima che possano camminare di nuovo, e c’è una lunga lista di attesa.

Ma molti non sono così fortunati. “Ci sono stati altri casi in cui l’unico modo per evitare mesi di sofferenza è stato eseguire un’amputazione”, dice English.

È difficile sapere con precisione quanti abbiano ancora bisogno di un intervento chirurgico, ma si stima che 500 di queste complesse operazioni siano state eseguite, con altre 700 persone ancora in attesa di cure.

Questo è comunque un risultato straordinario, date le condizioni dei servizi sanitari a Gaza.

Dice English: “Il primo problema è il blocco, che rende difficile garantire le risorse mediche necessarie. L’altro problema è che il conflitto ha distrutto gran parte delle infrastrutture. I generatori ospedalieri non sono affidabili, gran parte dell’acqua non è potabile e le scorte sanitarie sono scarse.”

English ricorda di aver chiesto alcuni anni fa al dottor Yousef Abu Reesh, viceministro della sanità di Gaza, quali fossero le gravi carenze da superare nella fornitura di assistenza sanitaria. Reesh rise e rispose: “Tutto!”

Il blocco israeliano di Gaza è in atto da quando Hamas ha assunto il controllo nel 2007, dopo aver vinto le elezioni legislative e poi estromesso dall’enclave costiera [l’organizzazione] Fatah del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, a seguito di violenti scontri tra le fazioni rivali.

Ora English ritiene che la minaccia del coronavirus, con una serie di casi già segnalati sul territorio, renda ancora più urgente la necessità di revocare il blocco.

“Densamente popolato in una stretta striscia di terra e con un servizio sanitario già sottoposto a uno sforzo enorme, si teme che il virus sarebbe impossibile da controllare e avrebbe effetti catastrofici”, afferma.

La gente di Gaza è molto più vulnerabile. Vivono in condizioni di sovraffollamento e non hanno nessuna possibilità di auto-isolarsi in modo efficace.”

English ritiene che il governo britannico abbia l’obbligo di fare di più per i palestinesi, a causa della sua storica responsabilità per la Dichiarazione Balfour del 1917, in cui si impegnò a sostenere la creazione di un focolare ebraico in Palestina.

“L’ultima frase della Dichiarazione Balfour chiarisce che fornire un focolare nazionale agli ebrei in Palestina non dovrebbe ‘pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina’. Questo chiaramente non è quello che è successo.

“Sono rattristato del fatto che la Gran Bretagna non abbia fatto di più per onorare le proprie responsabilità nei confronti dei palestinesi”.

Il suo messaggio è chiaro: “Dobbiamo fare pressione sui nostri parlamentari affinché sostengano il popolo di Gaza. La Gran Bretagna deve assumersi le sue responsabilità”.

Un modo in cui English crede che il governo britannico possa offrire un aiuto è quello di discutere con Hamas, con l’obiettivo finale di ricostruire una leadership unita in grado di rappresentare tutti i palestinesi in negoziati sostenuti a livello internazionale con Israele.

“È nell’interesse di entrambi i popoli e nel nostro interrompere il ciclo di conflitti e sofferenze a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni”, sostiene il chirurgo.

Una tale mossa richiederebbe un coraggio diplomatico e politico, dal momento che dal 2001 nel Regno Unito l’ala militare di Hamas è considerata un’organizzazione terroristica messa al bando.

Il governo britannico descrive la sua politica nei confronti della Palestina l’istituzione di “una pace giusta tra uno Stato palestinese democratico stabile e Israele, sulla base sui confini del 1967, che ponga fine all’occupazione di comune accordo”.

Ma English teme che una tale politica rischi di essere superata dagli eventi, in quanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, incoraggiato dal sostegno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e con macchinazioni politiche interne che sembrano destinate a tenerlo in carica, minaccia di indebolire ulteriormente le prospettive di un accordo futuro sensato, lasciando ancora una volta i palestinesi nella sofferenza.

“I servizi sanitari dipendono inevitabilmente dalla politica”, dice English.

“Con Trump in carica, Netanyahu crede di poter fare né più né meno ciò che vuole e con lui al potere potrebbe mirare ad annettere ciò che resta della Cisgiordania.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Choc, tradimento e paura: perché Gantz ha ucciso il suo partito per unirsi a Netanyahu

Lily Galili – TEL AVIV, Israele

venerdì 27 marzo 2020 – Middle East Eye

Giovane e con patologie sottese, “Blu e Bianco” fa parte del bilancio delle vittime del coronavirus

Se avete avuto difficoltà ad abituarvi all’idea di sentir dire “Benny Gantz, primo ministro israeliano”, rilassatevi. Ora potete ritornare tranquillamente a quello che conoscete già da 11 anni.

Bisogna ringraziare lo stesso Gantz di avervi reso più facile la situazione. Gli avvenimenti hanno preso una strana piega quando il capo del partito “Blu e Bianco” – incaricato di formare un governo e di togliere di mezzo Netanyahu – giovedì ha deciso di unirsi al suo grande rivale in un governo d’unità nazionale e di assumere il ruolo di ministro della Difesa sotto i suoi ordini.

Nell’attesa vi potete abituare a una carica temporanea – “Benny Gantz, presidente della Knesset” – un incarico che Gantz ormai occuperà finché i due politici non avranno concluso l’accordo tra loro non ancora firmato.

Si prevede che esso si baserà sulla rotazione e sulla parità: se mantiene la parola – cosa che fa di rado – Netanyahu darà le dimissioni a settembre [2021] e farà posto a Gantz come primo ministro.

Quello che ciò significa veramente è che Netanyahu, imputato di corruzione, rimarrà al suo posto e nel contempo sarà processato. È il vero accordo tra Gantz, descritto da Netanyahu come un ” cazzone” e un “pazzo” durante l’ultima campagna elettorale, e Netanyhau, definito da Gantz un “dittatore corrotto” e l'”Erdogan israeliano”, un termine realmente dispregiativo nel nostro vocabolario politico.

Vittima del virus

La politica israeliana ha una lunga storia di colpi di scena e di iniziative sorprendenti. Ma quest’ultimo sviluppo della situazione li supera tutti e la crisi del coronavirus in Israele è il pretesto perfetto.

“È quello di cui ha bisogno il Paese, e Israele passa al primo posto,” ripete Gantz in risposta, come se fosse un fatto clinicamente accertato che il virus abbia una conclamata paura dei governi d’unità nazionale.

Nei fatti è il partito che Gantz ha creato appena un anno e mezzo fa che sembra una vittima del coronavirus, giovane ma con gravi patologie sottese.

E’ deceduto giovedì pomeriggio, quando le altre due fazioni di Blu e Bianco – “Yesh Atid” [partito di centro destra, ndtr.] diretto da Yair Lapid e “Telem” [partito di destra, ndtr.], guidato da Moshe Yaalon, entrambi ministri di precedenti governi di Netanyahu e che lo conoscono meglio – hanno rifiutato di unirsi al nuovo governo che gli imponeva Gantz.

Come si sa, “Blu e Bianco” si è sciolto in un’ora. Lapid e Yaalon si terranno il nome e Gantz è di ritorno al suo partito originario, “Hosen L’Yisrael” [“Resilienza di Israele”, partito di centro destra, ndtr.] che ha 17 seggi alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. Lapid sarà il capo dell’opposizione contro l’uomo politico che fino a giovedì era il suo alleato più vicino.

Giovedì sera, durante una conferenza stampa, Lapid non ha usato mezzi termini: “Gantz ha rubato i voti della gente che l’ha votato quando ha giurato di non stare in un governo di Netanyahu, ha ceduto a Bibi senza battersi.” Ed ha ragione.

Il deputato Ahmed Tibi, della “Lista Unita” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che conta 15 deputati che hanno sostenuto Gantz come primo ministro, non ha tardato a coniare un nuovo termine. A colloquio con Middle East Eye qualche ora dopo la svolta drammatica degli avvenimenti, ha utilizzato la parola “gantzismo” per descrivere il comportamento del capo del partito.

“Lo abbiamo sostenuto per portare un cambiamento dopo anni di incitamento all’odio contro gli arabi da parte di Bibi. Solo il gantzismo può dimostrare che il blocco dei 59 [deputati] di Bibi è più grande di quello di 61 che Gantz ha costruito con il nostro sostegno,” assicura. “La pandemia di coronavirus è già sufficientemente grave. Utilizzare il coronavirus a fini politici è ancor peggio.”

In effetti sembra che Gantz abbia utilizzato il voto e il sostegno arabi come merce di scambio nel gioco politico. Ma i suoi elettori ebrei provano più o meno la stessa sensazione. Le parole “tradimento” e “traditore” sono le più popolari sulle reti sociali per descrivere l’abuso della loro fiducia da parte di Gantz.

Ministeri per il potere

Tuttavia, a dire la verità, non tutti gli israeliani provano la stessa cosa, neppure tutti quelli che hanno votato per lui. Per cominciare, “Blu e Bianco” era una strana creazione di sinistra-centro-destra.

La maggior parte dei suoi elettori di centro-destra ha approvato la sua decisione, perché è stata presa “per il bene di Israele”. I sostenitori dell’estrema destra non ne sono così contenti. Tutti i progetti d’annessione della Cisgiordania occupata – a cui “Blu e Bianco” in maggioranza si opponeva quando c’è stato l’annuncio dell'”accordo del secolo” di Trump – saranno rimandati.

In compenso gli elettori del Likud sono felici, perché potranno tenersi il loro caro primo ministro Netanyahu. I deputati e ministri che fanno parte del Likud sono meno entusiasti. Perderanno alcuni ministeri importanti già proposti a Gantz.

La principale perdita per Netanyahu non è il ministero degli Affari Esteri, che ormai sarà offerto a Gabi Ashkenazi, alleato di Gantz e promotore di questo governo d’unità. Finché Trump copre le spalle a Netanyahu, chi si preoccupa del resto dell’universo? No, per Netanyahu la prova dell’importanza di questo accordo di unità nazionale è il fatto che abbia abbandonato i due ministeri che gli erano più cari, cioè quelli della Giustizia e della Comunicazione.

Netanyahu è ossessionato dalla copertura mediatica di cui è oggetto e un ministro della Giustizia obbediente sarebbe sicuramente un vantaggio durante il suo processo. Rimanere in carica e comparire davanti al tribunale come primo ministro, come dovrebbe fare in maggio, avrebbero reso un ministro compiacente ancora più prezioso.

Allora perché, Gantz?

Ecco quello che spiega la vicenda dal lato di Netanyahu. Ma perché anche Gantz ha improvvisamente fatto quello che avrebbe potuto fare due turni di elezioni e sei miliardi di shekel (1,5 miliardi di euro) prima? Esistono numerose risposte a questa domanda, e quella vera è probabilmente una combinazione di tutte queste.

Una delle ragioni, non ancora espressa, è che non ha mai veramente voluto assumersi delle responsabilità di fronte alla gigantesca crisi del coronavirus e a quella finanziaria, gravissima, che ne seguirà. Gli manca la fiducia per farlo.

Una spiegazione più pratica risiede nei recenti sondaggi commissionati dal partito. Erano negativi. Il partito “Blu e Bianco” ha perso consenso, al contrario del Likud. Un quarto turno elettorale non era una possibilità, non solo a causa del coronavirus che imperversa, ma anche per timore dei risultati.

Secondo addetti ai lavori del defunto partito “Blu e Bianco”, contrariamente ad altri sondaggi, quelli che avevano visto mostravano che i loro elettori erano assolutamente contrari a un governo di minoranza sostenuto dalla “Lista Unita”.

Netanyahu è stato il primo a rendersi conto di questo stato d’animo. Quando alla “Lista Unita” è stata proposta la commissione parlamentare sulla protezione sociale, egli ha ritwittato un messaggio oltraggioso in cui sosteneva che i “sostenitori del terrorismo” sarebbero stati ormai responsabili delle famiglie in lutto, un messaggio che ha colto lo spirito di gran parte della società israeliana.

C’è una grande differenza tra le risposte che i progressisti danno ai sondaggisti riguardo al loro appoggio a favore della “Lista Unita” e l’idea di accettarla veramente. Sfortunatamente non è ancora il momento in Israele, una società che è sempre razzista, ed era piuttosto ingenuo vedere le cose in modo diverso riguardo a Gantz, un ex-capo di stato maggiore dell’esercito che ha lanciato la sua campagna politica pubblicando il numero dei palestinesi di cui ha provocato la morte a Gaza durante l’operazione “Margine Protettivo”.

Non è altrettanto razzista di Netanyahu, ma sarebbe sempre un passo troppo lungo per lui. Giunto il momento, non lo ha potuto fare. Così come il suo collaboratore, un altro ex-capo di stato maggiore dell’esercito, Gabi Ashkenazi. Quindi hanno preso la via più popolare.

Cosa succederà nel 2021?

La maggioranza degli israeliani in realtà è favorevole a un governo di unità. Stanchi di tre tornate elettorali in un anno, stremati dalla brutalità delle campagne e dall’asprezza dei responsabili politici e ormai terrorizzati dal coronavirus, preferiscono la tranquillità.

La democrazia può essere messa in pausa. Il membro della Knesset Yuli Edelstein, l’ex-presidente del parlamento che ha sfidato una decisione della Corte Suprema come nessuno aveva mai fatto in precedenza, può riprendere senza pericolo le sue alte funzioni. I manifestanti che sono scesi in strada nonostante il pericolo del coronavirus possono riporre le loro bandiere nere.

Tuttavia, se il governo di unità nazionale venisse un giorno reso ufficiale, rimane la domanda che tutti si pongono: Netanyahu darà veramente le dimissioni nel settembre 2021? Interpellato da MEE all’indomani del melodramma di giovedì scorso, Tzachi Hanegbi, ministro della Cooperazione regionale e membro del Likud [il partito di destra di Netanyahu, ndtr.] si è dimostrato ottimista.

“Diversamente da quello che riflette la sua immagine politica, quella di un uomo che evita le decisioni difficili e i conflitti, Gantz ha dato prova di leadership e di responsabilità accettando l’appello all’unità di Netanyahu,” ha affermato Hanegbi. “Nonostante il prezzo che ha dovuto pagare di tasca sua, l’alleanza Gantz-Netanyahu può essere fonte di fiducia e di cooperazione armonica per i prossimi tre anni.”

Il generale in pensione Amram Mitzna, che una volta dirigeva il partito Laburista e conosce bene Netanyahu, si è dimostrato molto meno entusiasta.

Interpellato da MEE ha affermato di provare un “senso di tradimento e di choc” in seguito agli avvenimenti.

“Ci sono delle circostanze attenuanti per Gantz, che non ha realmente alternative per formare un governo. Tuttavia stento a credere che Netanyahu rispetterà l’accordo concluso con Gantz. Spero solo che sarà molto impegnato dal suo processo.”

Ci saranno ulteriori sviluppi.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’epidemia di coronavirus al tempo dell’apartheid

Osama Tanous

24 Marzo 2020 – Al Jazeera

Mentre il mondo invoca solidarietà, i palestinesi non se ne aspettano alcuna dai loro occupanti

Mentre il numero di infezioni e decessi per COVID-19 si moltiplica di giorno in giorno, ci sono sempre più appelli in tutto il mondo affinché le persone dimostrino solidarietà e e si prendano cura gli uni degli altri. Ma per il governo israeliano non esiste solidarietà.

Appena sono state rilevate le prime infezioni da coronavirus, le autorità israeliane hanno dimostrato di non avere alcuna intenzione di alleggerire l’apartheid e far sì che i palestinesi siano in grado di affrontare l’epidemia in condizioni più umane.

La repressione è continuata, con le forze di occupazione israeliane che hanno usato l’epidemia come scusa per aumentare la presenza della polizia, che continua a fare irruzioni in alcune comunità come il quartiere Issawiya a Gerusalemme est, a demolire case come nel villaggio di Kafr Qasim, e a distruggere i raccolti delle comunità beduine nel deserto del Naqab.

Nonostante quattro prigionieri palestinesi risultino positivi al COVID-19, il governo israeliano ha finora rifiutato di accogliere gli appelli e liberare i 5.000 palestinesi (inclusi 180 minori) che attualmente detiene nelle carceri. Non c’è segno nemmeno che possa essere prima o poi revocato il blocco della Striscia di Gaza, che ha decimato i servizi pubblici.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta anche cercando di escludere il partito Lista Unita, per lo più palestinese, dalla formazione del governo di unità nazionale di contrasto all’epidemia, definendo i suoi membri “sostenitori del terrore”.

E intanto le autorità israeliane si sono affrettate a descrivere i palestinesi come portatori del virus, minaccia per la salute pubblica.

All’inizio di marzo, quando il Ministero della Sanità palestinese ha annunciato la conferma dei primi sette casi di coronavirus (causa della malattia COVID-19) nel territorio palestinese occupato, il Ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett ha rapidamente chiuso la città di Betlemme, dove si registravano tutti i casi.

Ovviamente la preoccupazione non era per la salute e la sicurezza dei palestinesi in città, ma piuttosto la paura che infettassero gli israeliani. Il vicino insediamento di Efrat – dove erano state confermate altre infezioni, ovviamente – non era stato al momento bloccato.

Poco dopo, il Ministero della Sanità ha rilasciato una dichiarazione in cui consigliava agli israeliani di non entrare nei territori palestinesi occupati.

La scorsa settimana, Netanyahu ha chiesto alla “popolazione di lingua araba” di seguire le istruzioni del Ministero della Sanità, sostenendo che esiste un problema di disobbedienza fra i palestinesi. Nessuna preoccupazione è stata espressa in merito ad alcuni membri della popolazione ebraica di Israele, che si è recisamente rifiutata di chiudere scuole e attività religiose.

Questo atteggiamento nei confronti dei palestinesi non è certo nuovo. Gli scritti dei primi coloni sionisti europei sono pieni di pregiudizi razzisti sull’igiene e sulle condizioni di vita degli arabi; la minaccia di malattie provenienti dalla popolazione palestinese è stata una iniziale giustificazione dell’apartheid.

Oltre alla secolare repressione e discriminazione, durante l’epidemia di COVID-19 i palestinesi dovranno affrontare un’altra conseguenza dell’occupazione e dell’apartheid: un sistema sanitario distrutto.

Le origini del malfunzionamento risalgono all’era del mandato, quando gli inglesi scoraggiarono la nascita di un settore sanitario gestito dai palestinesi. La popolazione palestinese (principalmente nelle zone urbane) era servita dai numerosi ospedali istituiti dai colonialisti britannici Nel frattempo, i coloni ebrei furono autorizzati a istituire un proprio sistema sanitario, finanziato generosamente dall’estero e gestito autonomamente rispetto al mandato.

Durante la Seconda Guerra Mondiale alcuni missionari se ne andarono e chiusero le loro cliniche e, dopo il 1948, gli inglesi si ritirarono, lasciando dietro di sé un’infrastruttura sanitaria mal funzionante. Nel 1949, l’Egitto annetteva Gaza e l’anno successivo la Giordania fece lo stesso con la Cisgiordania. Nel corso dei successivi 17 anni, Il Cairo e Amman hanno provveduto alla popolazione palestinese che viveva sotto il loro dominio, ma in realtà non hanno mai istituito un sistema sanitario efficiente.

L’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi in Medio Oriente, ha dovuto aumentare i propri servizi, fornendo assistenza sanitaria di base, mentre i palestinesi hanno iniziato a costruire una rete di strutture sanitarie filantropiche.

Dopo la guerra del 1967 e l’occupazione israeliana della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, Israele in quanto potenza occupante è divenuto legalmente responsabile dell’assistenza sanitaria dei palestinesi, ma non sorprende che non abbia fatto nulla per incoraggiare lo sviluppo di un forte settore sanitario. Per chiarire: nel 1975, il budget stanziato per l’assistenza sanitaria in Cisgiordania era inferiore a quello annuale di un ospedale israeliano.

Nel 1994 è stata creata l’Autorità Nazionale Palestinese, che ha assunto la responsabilità dei servizi. Inutile dire che l’eterna occupazione e il fatto che il bilancio dell’Autorità dipenda da donatori stranieri e dai capricci del governo israeliano, nonché dalla corruzione dei funzionari dell’ANP, non ha permesso al settore sanitario palestinese di migliorare.

Come risultato, se doveste entrare oggi in un ospedale palestinese in Cisgiordania, rimarreste colpiti dal sovraffollamento dei pazienti, dalla carenza di materiali, dalle attrezzature inadeguate e da infrastrutture e condizioni igieniche scadenti. I medici che ci lavorano hanno ripetutamente protestato contro le misere condizioni di lavoro nei loro ospedali, recentemente nel febbraio di quest’anno, ma senza esito.

Con solo 1,23 posti letto ogni 1.000 persone, 2.550 medici che ci lavorano, meno di 20 specialisti in terapia intensiva e meno di 120 ventilatori in tutti gli ospedali pubblici, la Cisgiordania occupata si trova di fronte al disastro della sanità pubblica se le autorità non contengono la diffusione di COVID-19.

La situazione in Cisgiordania può sembrare desolante, ma quella nella Striscia di Gaza è semplicemente catastrofica. Le Nazioni Unite hanno annunciato che la Striscia sarebbe stata invivibile nel 2020. Siamo nel 2020 e gli abitanti della Striscia di Gaza – oltre alle disumane condizioni di vita – stanno ora affrontando anche l’epidemia di COVID-19, dopo che il 21 marzo sono stati confermati i primi casi.

Il blocco di Gaza imposto da Israele, Egitto e ANP ha portato il sistema sanitario sull’orlo del collasso, aggravato da ripetuti attacchi che hanno distrutto le strutture sanitarie e dal lento processo di ricostruzione che ha fatto seguito alle ripetute offensive militari su larga scala dell’esercito israeliano.

La popolazione di Gaza sta già affrontando condizioni terribili: la disoccupazione è al 44 % (61 % per i giovani); l’80 % della popolazione dipende da una qualche forma di assistenza straniera; il 97 % dell’acqua non è potabile; e il 10 % dei bambini ha un arresto nella crescita dovuto alla malnutrizione.

Le prestazioni sanitarie sono in costante calo. Secondo la ONG Assistenza Sanitaria per i Palestinesi, dal 2000 “c’è stato un calo del numero di letti ospedalieri (da 1,8 a 1,58), di medici (da 1,68 a 1,42) e infermieri (da 2,09 a 1,98) ogni 1.000 persone, con conseguente sovraffollamento e riduzione della qualità dei servizi”. Il divieto di Israele all’importazione di tecnologia per il possibile “duplice uso” ha limitato l’acquisto di attrezzature quali scanner a raggi X e radioscopi sanitari.

Le continue interruzioni di corrente minacciano la vita di migliaia di pazienti affidati alle attrezzature mediche, compresi i bambini nelle incubatrici. Gli ospedali mancano di circa il 40% delle medicine essenziali, e ci sono quantità insufficienti di materiale sanitario di base come siringhe e garze. La decisione nel 2018 dell’amministrazione Trump di interrompere i finanziamenti statunitensi all’UNRWA ha diminuito le capacità dell’ente di fornire assistenza sanitaria e permettere ai medici di eseguire interventi chirurgici complessi a Gaza.

I limiti del sistema sanitario di Gaza sono stati messi a dura prova nel 2018 durante la Grande Marcia del Ritorno, quando i soldati israeliani hanno sparato in modo indiscriminato sui palestinesi disarmati che protestavano vicino alla recinzione che separa la Striscia dal territorio israeliano. In quei giorni gli ospedali sono stati sopraffatti da feriti e morti e per mesi hanno lottato per fornire cure adeguate alle migliaia di persone ferite da proiettili veri, molte delle quali sono rimaste disabili a vita.

La Striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate del mondo, e soffre anche di gravi problemi alle infrastrutture idriche e igieniche. È chiaro che fermare la diffusione di COVID-19 sarà quasi impossibile. È anche chiaro che la popolazione, già logorata dalla malnutrizione, da un alto tasso di disabilità (a causa di tutti gli attacchi israeliani) e dal disagio psicologico dovuto alla guerra e alle difficoltà sarà molto più vulnerabile al virus: molti moriranno e il sistema sanitario probabilmente crollerà.

Quindi, ora che la Cisgiordania e Gaza affrontano potenziali catastrofi sanitarie nel mezzo di un’epidemia di COVID-19, la domanda è: che cosa farà Israele? Darà accesso al suo sistema sanitario ai palestinesi?

Un recente video diventato virale sui social media palestinesi può darci la risposta. Si vede un bracciante palestinese lottare per non soffocare sul ciglio di una strada ad un checkpoint israeliano vicino al villaggio di Beit Sira. Il suo datore di lavoro israeliano aveva allertato la polizia israeliana dopo averlo visto gravemente malato e sospettando che avesse il virus. É stato preso e scaricato al checkpoint.

Decenni di dominio coloniale, occupazione militare e ripetuti assalti letali hanno insegnato ai palestinesi a non aspettarsi alcuna “solidarietà” dal governo israeliano dell’apartheid. In questo, come nelle crisi precedenti, riusciranno a superarla con la loro proverbiale sumud (perseveranza).

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Osama Tanous è un pediatra di Haifa [in Israele, ndtr.] e sta conseguendo un master in Sanità Pubblica

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




B’Tselem: “Durante la crisi del coronavirus Israele confisca tende destinate a una clinica nel nord della Cisigordania

27 marzo 2020 – International Middle East Media Center

Il Centro Israeliano di Informazione per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem): Comunità che devono affrontare l’espulsione. Giovedì 26 marzo verso le 7,30 funzionari dell’Amministrazione Civile Israeliana in Cisgiordania sono arrivati con la scorta di una jeep militare, un bulldozer e due autocarri a pianale con gru nella comunità palestinese di Khirbet Ibziq, nel nord della Valle del Giordano.

Hanno confiscato pali e teli che destinati all’installazione di otto tende, due per un ospedale da campo, quattro per abitazioni d’emergenza per abitanti evacuati dalle loro case e due come moschee di fortuna.

La polizia ha anche confiscato una baracca di lamiera che si trovava sul posto da più di due anni, così come un generatore e sacchi di sabbia e di cemento. Sono stati portati via quattro bancali di mattoni di cemento per pavimentare le tende e altri quattro sono stati demoliti.

Mentre tutto il mondo lotta contro una crisi senza precedenti che paralizza il sistema sanitario, l’esercito israeliano dedica tempo e risorse ad angariare le comunità palestinesi più vulnerabili in Cisgiordania, che per decenni Israele ha cercato di cacciare dalla zona.

Impedire un’iniziativa comunitaria di primo soccorso durante una crisi sanitaria è un esempio particolarmente crudele dei costanti soprusi inflitti a queste comunità, e va contro principi umani e umanitari basilari durante un’emergenza. A differenza delle politiche di Israele, questa pandemia non discrimina in base alla nazionalità, all’etnia o alla religione.

È giunto il momento che il governo e l’esercito riconoscano che ora più che mai Israele è responsabile della salute e del benessere dei cinque milioni di palestinesi che vivono sotto il suo controllo nei Territori Occupati.

Oltre alla sconvolgente distruzione dell’ospedale in costruzione, l’Amministrazione Civile sta continuando la sua solita opera di demolizione. Oggi nel villaggio di ‘Ein a-Duyuk a-Tahta, ad est di Gerico, ha distrutto tre case stagionali di contadini che risiedono a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I palestinesi di fronte a due nemici: l’occupazione e la pandemia

Tamara Nassar

26 marzo 2020 – Electronic Intifada

Nonostante la pandemia globale, nulla è cambiato riguardo all’occupazione militare israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Il numero di casi confermati di COVID-19, la malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus, è salito a quasi 2.700 in Israele, a circa 80 nella Cisgiordania occupata e a nove nella Striscia di Gaza assediata.

Finora la malattia ha causato la morte di otto israeliani e di una donna palestinese nella Cisgiordania occupata.

Mentre il coronavirus infetta sempre più persone, i palestinesi affrontano contemporaneamente un nemico più vecchio: l’occupazione militare israeliana.

Gaza, sotto assedio e con un’alta densità di popolazione, è particolarmente esposta al rischio di una diffusa epidemia.

“Israele non potrà scaricare su qualcun altro le sue colpe se questo scenario da incubo dovesse divenire una situazione che ha determinato senza fare alcuno sforzo per evitarla”, ha ammonito questa settimana l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem .

Distanziamento fisico, permanenza a casa e cura dell’igiene sono precauzioni che i palestinesi si sforzano di adottare mentre Israele continua a demolire strutture, a condurre raid notturni, ad arrestare arbitrariamente bambini e ad angariare regolarmente i civili.

Confiscate le strutture per un ospedale da campo

Giovedì mattina le forze israeliane hanno demolito e confiscato strutture destinate a un ospedale da campo e ad alloggi di emergenza a Ibziq, un villaggio nella valle del Giordano settentrionale nella Cisgiordania occupata.

Ciò è stato fatto con la supervisione dell’Amministrazione Civile, il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana.

Le forze israeliane hanno confiscato tende, un generatore e materiali da costruzione.

“Chiudere un’attività di primo soccorso per la comunità durante una crisi sanitaria è un esempio particolarmente crudele dei regolari abusi inflitti a queste comunità”, ha affermato questa settimana l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

Secondo il capo del consiglio del villaggio Abdul Majid Khdeirat, ciò è stato fatto con il pretesto che la costruzione si trovava in una zona militare interdetta.

Israele dichiara abitualmente le terre della Cisgiordania aree di tiro o zone militari e successivamente confisca il territorio a favore delle colonie israeliane illegali.

Le forze israeliane hanno anche demolito le case di tre famiglie palestinesi nel villaggio di al-Duyuk, vicino a Gerico.

Un bulldozer militare israeliano ha distrutto le case di Muayad Abu Obaida, Thaer al-Sharif e Yasir Alayan, perché sarebbero state costruite senza [quei] permessi che Israele non concede quasi mai ai palestinesi. Ciò non lascia loro altra scelta che costruire le case senza il permesso dell’occupante.

Tutti e tre gli agricoltori risiedono a Gerusalemme.

Decine di migliaia in condizioni di isolamento

Nel frattempo Israele sta valutando di isolare diversi quartieri della Gerusalemme est occupata, tagliando fuori decine di migliaia di palestinesi dal resto della città.

Quasi il 70% delle 100.000 persone del campo profughi di Shuafat ha un documento di residenza israeliano che consente loro di entrare a Gerusalemme.

“In caso di blocco questi abitanti saranno completamente isolati rispetto alla loro città, a cui si rivolgono per tutti i servizi di base, e ciò probabilmente porterà panico e disordini diffusi”, avverte Ir Amim, un’organizzazione israeliana impegnata per l’uguaglianza a Gerusalemme.

“Tale misura sarebbe un ulteriore passo avanti nella realizzazione dei piani israeliani di lunga data volti a ridisegnare i confini municipali di Gerusalemme, per separare formalmente quei quartieri da Gerusalemme”.

Israele userebbe il coronavirus come pretesto per tagliar fuori quei quartieri dal resto di Gerusalemme, nonostante in quei quartieri il numero di casi confermati sia considerevolmente più basso rispetto a Israele.

La popolazione più vulnerabile al mondo”

Le organizzazioni per i diritti umani mettono in guardia a proposito di un incombente disastro nel caso di una diffusa epidemia di COVID-19 a Gaza. Spesso definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo, l’enclave costiera è sotto assedio israeliano dal 2007. Israele controlla lo spazio aereo e marittimo di Gaza e, insieme all’Egitto, i suoi confini terrestri.

Gaza è ancora sconvolta per le tre pesanti offensive militari israeliane [a partire] dal 2008.

Gli abitanti di Gaza [sono] tra le persone più vulnerabili del mondo alla pandemia globale di COVID-19”, ha dichiarato il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq.

La crisi idrica e sanitaria causata dal prolungato blocco israeliano di Gaza mina “la capacità dei palestinesi di prevenire e mitigare adeguatamente gli effetti dell’epidemia di COVID-19”, ha aggiunto al-Haq.

Meno del 4% dell’acqua del territorio è adatto al consumo umano.

I moderni sistemi sanitari in Paesi come l’Italia e la Spagna stanno collassando sotto la pressione della pandemia.

Un’epidemia del nuovo coronavirus a Gaza, dove le infrastrutture sanitarie sono già sull’orlo del collasso, condurrebbe a “un disastro umanitario, interamente costruito da Israele”, ha affermato B’Tselem.

Israele abitualmente ritarda o nega a molti palestinesi i permessi per ricevere trattamenti sanitari fuori Gaza, concedendoli solo a una piccola parte delle persone che necessitano di cure mediche.”

“Ora non ci sarà più neanche questa minima possibilità”, ha detto B’Tselem.

La dott.ssa Mona El-Farra, responsabile sanitaria della Mezzaluna Rossa palestinese a Gaza, ha dichiarato a The Electronic Intifada che mancano letti, equipaggiamento protettivo e kit per i test.

“Non abbiamo abbastanza kit, finora abbiamo solo circa 200 kit per la diagnosi. Al momento abbiamo 2.500 persone in quarantena. Tutti hanno bisogno di essere testati.”

Il Qatar ha promesso 150 milioni di dollari [136 milioni di euro, ndtr.] nei prossimi sei mesi per aiutare gli sforzi delle Nazioni Unite contro il coronavirus a Gaza.

Sebbene questo possa aiutare a breve termine, solleva anche Israele dalle sue responsabilità di potenza occupante.

Nessun accesso ai servizi di emergenza

Adalah, un’organizzazione che sostiene i diritti dei palestinesi in Israele, afferma che i beduini palestinesi della regione meridionale del Naqab non hanno accesso ai servizi medici di emergenza.

Il Ministero della Salute israeliano impedisce a coloro che soffrono di febbre e sintomi respiratori di lasciare la propria casa. Se la loro salute peggiora, l’MDA, il servizio di ambulanza [corrispettivo israeliano della Croce Rossa, ndtr.], può prescrivere una visita domiciliare o l’invio in ospedale.

Tuttavia quei villaggi non hanno accesso alla MDA.

Domenica l’associazione ha inviato una lettera alle autorità israeliane chiedendo di fornire quei servizi ai 70.000 cittadini palestinesi di Israele che vivono in villaggi non riconosciuti.

“Per anni Israele ha mantenuto una politica di abbandono e discriminazione quando si trattava di fornire i normali servizi sanitari, così come servizi medici di emergenza, ai beduini con cittadinanza israeliana,” ha detto Adalah.

“In presenza della crisi coronavirus questa politica statale comporta ora un pericolo immediato per gli abitanti del posto e per il pubblico in generale.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Coronavirus: ai lavoratori palestinesi viene ordinato di lasciare Israele a causa del cattivo trattamento

 

Akram Al-Waara – Betlemme, Cisgiordania occupata

giovedì 26 marzo 2020 – Middle East Eye 

L’Autorità Nazionale Palestinese chiede a tutti i suoi cittadini di rientrare a casa in quanto Israele è accusato di “mettere a rischio la loro salute”

I lavoratori palestinesi lasciano Israele dopo l’indignazione suscitata da diversi casi di operai malati cacciati dai loro datori di lavoro israeliani.

Effettivamente negli ultimi giorni parecchi operai palestinesi che lavoravano in Israele sono stati scaricati ai checkpoint tra Israele e il nord della Cisgiordania dopo aver presentato sintomi di COVID-19.

All’inizio di questa settimana le immagini video di un lavoratore malato e indebolito, steso a terra per ore davanti a un checkpoint della regione di Ramallah dopo esservi stato abbandonato dalle autorità israeliane, sono diventate virali, mettendo in discussione il trattamento riservato da Israele ai lavoratori palestinesi.

Oggi l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ordina a tutti i suoi cittadini che lavorano in Israele di tornare in Cisgiordania e di entrare in quarantena obbligatoria di 14 giorni, a pena di sanzioni non precisate da parte del governo.

Tenuto conto degli sviluppi gravi e continuati in Israele e delle restrizioni previste in materia di spostamenti, chiediamo a tutti i lavoratori palestinesi di rientrare a casa allo scopo di proteggerli e preservare la loro sicurezza”, ha dichiarato martedì il Primo Ministro dell’ANP Mohammad Shtayyeh in un comunicato.

Giovedì scorso Shtayyeh aveva annunciato che i palestinesi erano ormai sottoposti anche al divieto di lavorare nelle colonie israeliane illegali nel territorio occupato.

Questa decisione è intervenuta solo qualche giorno dopo che migliaia di lavoratori si erano precipitati in Israele in seguito alla promessa che si sarebbe dato loro un adeguato alloggio da parte dei loro datori di lavoro israeliani e sarebbero stati autorizzati a rimanere anche di notte in Israele, in modo da evitare la propagazione del virus in Cisgiordania – un’opportunità per innumerevoli lavoratori di provvedere alle necessità della propria famiglia in un contesto di incremento della disoccupazione durante la pandemia.

Sistema inquietante

Negli ultimi giorni sono stati registrati almeno quattro incidenti che hanno coinvolto operai palestinesi abbandonati ai posti di controllo dalle forze israeliane.

Lunedì Ibrahim Abu Safiya, del villaggio di Beit Sira, nella regione di Ramallah, ha raccontato a Middle East Eye di aver visto un operaio palestinese, in seguito identificato come Malek Jayousi, steso a terra davanti al locale checkpoint con febbre alta e difficoltà respiratorie.

Abu Safiya ha detto che la sera prima anche un altro operaio, del campo profughi di Jalazone nel governatorato di Ramallah, si era presentato al posto di controllo di Beit Sira con febbre alta, dopo che il suo datore di lavoro gli aveva tolto il lavoro in Israele.

L’uomo, che si sarebbe visto rifiutare le cure mediche in Israele, è arrivato da solo al checkpoint in taxi, prima di essere trasferito a Ramallah in ambulanza.

Martedì sera i media palestinesi hanno riferito che tre operai erano stati abbandonati dalle autorità israeliane ad un posto di controllo vicino a Tulkarem ed un altro davanti al posto di controllo di Jbara, vicino a Hizma, nella Cisgiordania centrale.

Le informazioni precisano che parecchi degli operai erano sintomatici, con febbre alta, a volte più di 40 gradi. Tutti i lavoratori sarebbero stati sottoposti a test per coronavirus da parte di medici locali e posti in isolamento.

Il portavoce dell’ANP, Ibrahim Melhem, ha condannato il trattamento israeliano “razzista e disumano” dei lavoratori palestinesi.

Se dovete lavorare per guadagnarvi da vivere, allora che sia con dignità e non in questo modo degradante”, ha affermato in un comunicato rivolto alle migliaia di operai palestinesi che lavorano in Israele.

Ribal Kurdi, un attivista di Betlemme di 29 anni, ha dichiarato a MEE di essere rimasto sconvolto e indignato vedendo come i lavoratori che presentavano sintomi della malattia venivano trattati dalle autorità e dai datori di lavoro israeliani.

Israele voleva che i lavoratori venissero nel Paese a lavorare”, ricorda Kurdi. “Ma (gli israeliani) non vogliono più farsene carico quando i lavoratori si ammalano”.

L’occupazione israeliana dovrebbe essere responsabile della vita dei lavoratori palestinesi”, sostiene.

I datori di lavoro non ci hanno dato niente” 

Secondo le associazioni di difesa dei diritti umani, la decisione presa la scorsa settimana di autorizzare i lavoratori a rimanere in Israele anche di notte – contrariamente alla usuale politica di Israele in materia di permessi di lavoro – per un periodo prolungato, allo scopo di evitare una nuova diffusione del COVID-19, era viziata fin dall’inizio.

Kav LaOved, un’associazione israeliana di difesa dei diritti dei lavoratori, ha dichiarato in un comunicato pubblicato su Facebook il 18 marzo che “purtroppo la maggioranza degli interlocutori israeliani non ha rispettato gli impegni presi riguardo all’offerta di una sistemazione adeguata e sicura ai lavoratori”.

Insieme a fotografie di centinaia di operai bloccati a un checkpoint non identificato, l’associazione ha anche affermato che non era stata presa alcuna misura per “assicurare una protezione sanitaria nel caso in cui un lavoratore fosse esposto” al coronavirus.

Secondo Kav LaOved circa 60.000 palestinesi lavorano in Israele, soprattutto nell’edilizia e in agricoltura. Si stima che altri 30.000 lavorino nelle colonie israeliane in Cisgiordania.

Kav LaOved, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) e Medici per i Diritti Umani hanno preteso che il governo israeliano – in particolare il Ministro della Difesa Naftali Bennett, che aveva approvato l’ingresso dei lavoratori – tuteli i diritti dei lavoratori palestinesi durante la pandemia.

Abbiamo contattato i Ministeri del Lavoro, della Sicurezza e della Sanità per esigere che il governo verifichi il lavoro di questi lavoratori ed il loro soggiorno qui, e protegga i loro diritti. Abbiamo chiesto specificamente alloggi accettabili e assistenza sanitaria”, ha dichiarato un portavoce dell’ACRI a MEE.

Ma finora gli sforzi di queste ONG sono stati vani.

A., un lavoratore che ha trascorso parecchie notti in Israele, ha confidato a MEE in forma anonima che lui ed i suoi colleghi sono stati costretti a dormire su dei cartoni nel cantiere edile dove lavoravano e non hanno ricevuto nessuna protezione igienica come guanti, mascherine o disinfettante per le mani.

È molto diverso da quello che ci avevano detto”, lamenta. “I nostri datori di lavoro non ci hanno dato niente e se ti ammali ti mandano via senza la minima cura”.

Mercoledì il numero dei casi di coronavirus accertati in Palestina è arrivato a 62 – contro gli oltre 2.100 casi confermati in Israele.

Wafa, l’agenzia di stampa ufficiale dell’ANP, ha riferito che uno dei nuovi casi confermati, una donna sulla sessantina del villaggio di Biddu, vicino a Ramallah, “potrebbe aver contratto la malattia dai suoi figli che lavorano in Israele”.

Ribal Kurdi ha insistito sul fatto che non è stata colpa degli operai che andavano a lavorare in Israele. “Hanno dovuto scegliere tra mantenere la propria famiglia o ammalarsi. È una situazione spaventosa”, ha dichiarato l’attivista. In fin dei conti, secondo lui, “è l’occupazione israeliana ad essere responsabile di mettere a rischio la salute di tutta la Cisgiordania”.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)