Come un calzolaio palestinese ha avviato la prima e unica fabbrica di mascherine in Cisgiordania

Suha Arraf

23 marzo 2020 +972 Magazine

Quello che è iniziato come un esperimento pochi giorni dopo lo scoppio del coronavirus in Cisgiordania si è trasformato in una fabbrica che produce migliaia di mascherine al giorno

Due giorni dopo lo scoppio del coronavirus a Betlemme, Amjad Zaghir, proprietario di una fabbrica di scarpe nella città palestinese di Hebron, si è reso conto che la Cisgiordania sarebbe presto rimasta a corto di mascherine. In poco meno di tre settimane ne è diventato l’unico produttore: Zaghir ha repentinamente messo in piedi questa nuova attività grazie alla quale riesce a produrre migliaia di mascherine al giorno. È diventato eroe nazionale per aver aiutato i palestinesi a proteggersi dal virus.

Zaghir si è messo al lavoro non appena i giornali hanno riportato il primo caso di COVID-19 diagnosticato a Betlemme. Ha quindi comprato una mascherina e ha iniziato a studiarne la struttura, inclinandola a destra e a sinistra. Inizialmente aveva pensato di poterla produrre con i materiali utilizzati nella produzione delle scarpe. “Ho quindi chiesto consiglio ad un mio amico farmacista, chiedendogli quali materiali vengono usati nella produzione delle mascherine”, racconta Zaghir. “Mi ha spiegato che i materiali usati nella produzione di scarpe sono inadeguati e mi ha spiegato come realizzarle”.

Zaghir ha quindi iniziato a cercare il tessuto utilizzato nella produzione di mascherine a Hebron. Ha conosciuto un venditore che aveva acquistato il materiale dalla Turchia l’anno precedente, senza essere mai riuscito ad utilizzarlo a causa della competitività dei prezzi delle mascherine importate dalla Cina. Zaghir ha quindi deciso di acquistare questo materiale, che il suo amico farmacista ha poi confermato essere quello giusto per la fabbricazione di mascherine.

“Inizialmente ho provato a cucire le mascherine utilizzando la stessa macchina che usiamo per cucire le scarpe. Il tentativo non ha avuto successo perché il tessuto delle mascherine è molto sottile e si strappa facilmente” spiega Zaghir. Ho provato a stirare il tessuto per creare le pieghe, ma si bruciava”. Zaghir ha quindi provato a stirarlo presso una lavanderia a secco, ma il tessuto, troppo delicato, non resiste al calore elevato.

Zaghir non si è arreso, soprattutto dopo aver saputo che le mascherine si stavano esaurendo in Cisgiordania e che quindi questa poteva rivelarsi un’occasione d’oro. Discendente di una famiglia di commercianti (Zaghir ha infatti ereditato l’attività dal suo bisnonno), il trentenne ha un ottimo senso degli affari. Tuttavia, non è stato solamente il profitto a motivarlo: “Lo faccio principalmente per aiutare la mia gente e per offrire opportunità di lavoro”, ha detto. “A Hebron c’è la crisi e sono in molti ad essere disoccupati”.

Zaghir ha percorso la città consultando farmacisti e laboratori di cucito. Alla fine è venuto a conoscenza dell’esistenza di una macchina in città in grado di piegare e stirare le mascherine contemporaneamente. Per moderare i livelli di calore a 400 gradi ha sovrapposto mascherine e strati di carta. L’esperimento ha funzionato.

“Il primo giorno sono riuscito a produrre solo 500 mascherine. Il giorno successivo ne ho realizzate altre mille e ho quindi assunto venti lavoratori per aumentare la produzione”.

Il nome della fabbrica è ‘Zaghir’, che significa ‘piccolo’ in arabo. Sebbene la fabbrica sia piccola, è diventata la prima e unica attività di questo tipo in Palestina, producendo tra le settemila e novemila mascherine al giorno.

Eppure, Zaghir non è soddisfatto delle quantità prodotte: a partire dalla prossima settimana ha intenzione di espandere ulteriormente la produzione per rispondere alla domanda di mascherine in Palestina. Ha già trovato un laboratorio vuoto e assumerà nuovi lavoratori.

Le mascherine sono state vendute più velocemente delle frittelle, ha spiegato Zaghir. I suoi clienti sono impiegati statali, ospedali, e persino la polizia palestinese: soltanto questo sabato ha venduto cinquemila mascherine alla polizia di Nablus. Alle istituzioni ufficiali le mascherine vengono vendute al prezzo simbolico di 1,50 NIS, determinato dal governatore di Hebron. La tariffa è invece diversa per le farmacie a altri fornitori.

“Ho iniziato a ricevere richieste dalla Giordania, Kuwait, paesi del Golfo e Canada”, racconta. “Persino i venditori israeliani mi hanno contattato per comprare le mie mascherine, ma non ho assunto abbastanza lavoratori. Vorrei poter rispondere a tutte le richieste”.

Ma il materiale che Zaghir ha usato finirà presto. Ne ha già ordinato altro, ma i paesi hanno chiuso i confini per contenere la diffusione del virus, che ha già raggiunto la Turchia, paese da cui viene esportato il materiale.

Malgrado ciò, Zaghir è imperterrito: “sono fiducioso che sarò in grado di importare il materiale. Ho contattato la Camera di commercio palestinese, che a sua volta si è rivolta alla camera di commercio israeliana che ha contattato dogane e altre autorità per discuterne. Questa è una crisi sanitaria, una pandemia globale, uno stato di emergenza. Non si tratta dei soliti affari, motivo per cui sono abbastanza sicuro che faranno in modo che io possa importare le merci”.

Zaghir ritiene che tra una settimana potrà produrre centomila mascherine al giorno. “Oggi ho provato una nuova tecnica di cucito che si è rilevata molto efficiente e siamo riusciti a produrre 15 mila mascherine. Questa è la quantità maggiore da quando abbiamo iniziato a produrle”, ci spiega. “Il mio prodotto è unico, diverso da qualsiasi altro al mondo. Chiunque si imbatterà in questo prodotto saprà che è stato realizzato ad al-Khalīl (Hebron)”, ha aggiunto.

da Palestina Cultura è Libertà

 

 




Paura e ansia mentre Gaza sotto assedio conferma i primi 2 casi di coronavirus

Farah Najjar e Maram Humaid

22 marzo 2020 – Al Jazeera

Le autorità dell’enclave costiera hanno chiuso ristoranti e caffè, mentre sono state sospese anche le preghiere del venerdì.

Funzionari palestinesi hanno annunciato i primi due casi di COVID-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus, nella Striscia di Gaza assediata.

Il vice ministro della Sanità Youssef Abulreesh ha dichiarato sabato scorso che i due pazienti palestinesi sono tornati dal Pakistan attraverso il varco di Rafah tra Gaza e il vicino Egitto.

Durante una conferenza stampa Abulreesh ha detto che la coppia mostrava i sintomi della malattia, che comprendono tosse secca e febbre alta.

Ha aggiunto che al loro arrivo i due sono stati messi in quarantena e che ora si trovano in un ospedale da campo nella città di confine di Rafah, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Abulreesh ha esortato i quasi due milioni di residenti di Gaza a prendere misure precauzionali e a mettere in atto il distanziamento sociale rimanendo a casa, nel tentativo di arrestare la potenziale diffusione del virus.

Le autorità di Gaza, che è governata dall’organizzazione di Hamas, hanno deciso di chiudere i ristoranti, i caffè e le sale di ricevimento dell’enclave. Anche le preghiere del venerdì nelle moschee sono state sospese fino a nuovo avviso.

Nel frattempo il Coordinamento delle attività governative nei territori (COGAT), un’unità militare israeliana responsabile per le questioni civili nei territori occupati, ha annunciato che domenica, tutti i punti di accesso verso Israele da Gaza e dalla Cisgiordania occupata sono stati chiusi.

“I commercianti, i lavoratori e gli altri titolari di permesso non potranno entrare attraverso i valichi fino a nuovo avviso”, ha detto il COGAT sulla sua pagina Twitter, aggiungendo che alcune eccezioni possono applicarsi a infermieri e operatori sanitari, nonché in caso di situazioni sanitarie eccezionali.

I palestinesi sostengono che i permessi di accesso sono difficili da ottenere, anche per coloro che hanno un motivo sanitario o umanitario, poiché ogni domanda è accompagnata da un lungo processo burocratico, di solito con il pretesto del nulla osta da parte della sicurezza.

‘Abbiamo molta paura’

Il 15 marzo le autorità di Gaza hanno introdotto misure per collocare gli abitanti in arrivo nei centri di quarantena.

Ad oggi, secondo un rapporto pubblicato sabato dal ministero della salute dell’Autorità Nazionale Palestinese, ci sono 20 strutture apposite nel sud di Gaza, tra cui scuole, hotel e strutture mediche, che ospitano più di 1.200 persone.

I centri per la quarantena si trovano a Rafah, Deir al-Balah e nella città meridionale di Khan Younis. Secondo il rapporto, almeno altri 2.000 rimpatriati si sono auto-isolati nelle proprie case, prima che venissero implementate, la scorsa settimana, le procedure di quarantena obbligatoria.

Um Mohammed Khalil è tra coloro che sono stati messi in quarantena a Rafah.

La 49 enne, tornata da una breve visita in Egitto la scorsa settimana, era tra le 50 persone trasportate in autobus in una scuola con “bassi standard di igiene”, dove le camere singole condivise da sette persone.

Khalil racconta ad Al Jazeera che la notizia dei primi due casi positivi ha suscitato paura e ansia tra coloro che si trovano in quarantena nella scuola.

“Avevamo paura che tra noi ci fossero persone affette dal contagio”, afferma, “motivo per cui, soprattutto, abbiamo chiesto un miglioramento delle condizioni di quarantena”.

” Da questa mattina le nostre famiglie sono in contatto con noi e anche loro sono seriamente preoccupate. Gaza ha subito molte guerre e crisi, ma come può sostenere questa pandemia?” dice. “Abbiamo molta paura”.

Gaza sotto assedio

Il sistema sanitario di Gaza è in rovina e i suoi abitanti, martoriati dalla guerra, sono particolarmente vulnerabili poiché hanno vissuto sotto un assedio israelo-egiziano per quasi 13 anni.

Il blocco aereo, terrestre e marittimo ha limitato l’ingresso di risorse essenziali come attrezzature sanitarie, medicinali e materiali da costruzione.

Dal 2007 Gaza ha subito tre attacchi israeliani che hanno provocato la distruzione di infrastrutture civili, tra cui strutture sanitarie e una centrale elettrica.

Le case, gli uffici e gli ospedali di Gaza ricevono una media di 4-6 ore di elettricità al giorno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha avvertito che il sistema sanitario di Gaza non sarebbe in grado di affrontare un’epidemia, dato che gli ospedali della Striscia sono sovraffollati e con risorse insufficienti.

Ayman al-Halabi, un medico dei laboratori gestiti dal ministero della Salute di Gaza, fa parte di un team di medici responsabili dei test sui campioni in arrivo.

“La routine di due settimane fa”, dice al-Halabi ad Al Jazeera, “consisteva nella raccolta dei campioni dai rimpatriati al confine di Rafah, sottoposti a un test basato sulla reazione a catena della polimerasi (PCR), il test di scelta utilizzato per diagnosticare COVID-19”.

Al Halabi aggiunge che attualmente vengono sottoposte al test altre centinaia di campioni di persone che potrebbero essere venute a contatto con i primi due pazienti.

Riferendosi alle limitate risorse di Gaza, al-Halabi dichiara: “Affrontare questa pandemia sarà estremamente impegnativo.

Se stanno avendo difficoltà i Paesi più grandi e potenti, in che modo Gaza dovrebbe farcela?”

‘La fine del mondo’

Secondo i dati raccolti dalla Johns Hopkins University, negli Stati Uniti, a livello mondiale sono risultate positive alla malattia altamente infettiva oltre 300.000 persone. Più di 13.000 persone sono morte a causa del virus, mentre circa 92.000 sono guarite.

Con l’incombente minaccia di un focolaio, molti sostengono che il virus potrebbe essere l’ultima goccia per gli esausti abitanti di Gaza.

Amira al-Dremly sapeva che sarebbe stata solo una questione di tempo prima che il virus raggiungesse Gaza.

Ma la notizia che sabato due persone sono risultate positive è stato percepita come “la fine del mondo”, afferma al-Dremly ad Al Jazeera.

“La più grande paura”, sostiene la 34enne “è che le risorse disponibili a Gaza non bastino ad opporre una resistenza temporanea [nei confronti della diffusione del virus]”.

“Ho molta paura per i miei figli. Sto prendendo misure per educarli sulla sterilizzazione e li ho ammoniti a non uscire di casa”, dice questa madre di quattro figli.

“Ma gli effetti psicologici sono pesanti, la mia famiglia e tutti intorno a me sono molto disorientati da questa notizia”, aggiunge.

Gaza, una delle aree più densamente popolate del mondo, ospita alcuni dei più grandi campi profughi palestinesi e al-Dremly fa notare che il distanziamento sociale è qualcosa che è “più facile a dirsi che a farsi”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un funzionario dell’ONU: Israele è giuridicamente responsabile della salute dei palestinesi

Redazione, Middle East Monitor, Reti sociali

21 marzo 2020 – Palestine Chronicle

Un importante funzionario dell’ONU ha annunciato che durante la lotta contro il coronavirus Israele è giuridicamente responsabile di fornire i servizi sanitari per garantire la salute dei palestinesi nei Territori Occupati.

Secondo il relatore speciale dell’ONU per la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Michael Lynk, “l’obbligo giuridico, stabilito dall’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, prevede che Israele, la potenza occupante, debba garantire che ogni misura preventiva necessaria a sua disposizione venga utilizzata per ‘combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie’.

Link ha aggiunto: “Al centro dei tentativi da parte di Israele, dell’Autorità Nazionale Palestinese e di Hamas di contenere e bloccare questa pandemia deve essere messo in atto un approccio centrato sui diritti umani.”

Ha continuato: “Il diritto alla dignità prevede che ogni persona sotto la loro autorità debba godere di pari accesso ai servizi sanitari e dell’uguaglianza di trattamento.

In un comunicato che ha inviato giovedì, Lynk ha manifestato la propria preoccupazione per il fatto che i primi documenti informativi per incrementare la consapevolezza sulla diffusione del CODIV-19 diffusi dal ministero della Salute israeliano siano stati scritti quasi esclusivamente in ebraico.

Ciò significa che i palestinesi, in Israele o nei territori occupati, non hanno potuto usufruire di questo importante materiale.

In precedenza il relatore speciale aveva notato che Israele sta “violando in modo grave” i suoi obblighi internazionali riguardo al diritto alle cure mediche dei palestinesi che vivono sotto occupazione.

Relativamente alle sue preoccupazioni riguardanti Gaza, ha dichiarato:

Sono particolarmente preoccupato del potenziale impatto di COVID-19 su Gaza. Il suo sistema sanitario era al collasso anche prima della pandemia. Le sue scorte di medicinali essenziali sono cronicamente scarse.”

Gaza, con una popolazione di due milioni di persone, è sottoposta a un ermetico assedio israeliano dal 2006, quando il gruppo palestinese Hamas ha vinto le elezioni politiche democratiche nella Palestina occupata. Da allora Israele ha effettuato numerosi bombardamenti e diverse guerre su vasta scala che hanno provocato la morte di migliaia di persone.

“La verità è che a Gaza – né, francamente, nella Palestina occupata – nessuna ‘preparazione’ può bloccare la diffusione del coronavirus,” ha scritto il giornalista palestinese e redattore di “The Palestine Chronicle” Ramzy Baroud.

“Ciò di cui c’è necessità è un cambiamento fondamentale e strutturale che liberi il sistema sanitario palestinese dal terribile impatto dell’occupazione israeliana e dalle politiche del governo israeliano di continuo assedio e di ‘quarantene’ imposte per ragioni politiche – note anche come apartheid,” ha aggiunto Baroud.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Messaggio da Betlemme: un barlume di speranza dopo due settimane di blocco

Yumna Patel –

20 marzo 2020 https://mondoweiss.net/

Questo è il primo di una serie bisettimanale di articoli che saranno inviati dalla nostra corrispondente palestinese Yumna Patel che vive a Betlemme, epicentro dell’epidemia di coronavirus in Palestina. Mentre la crisi continua ad acuirsi, Yumna ci dà un quadro della vita quotidiana in città, delle emozioni della gente, dei pensieri e delle paure delle persone.

Le ultime due settimane sono state una girandola di emozioni per il popolo di Betlemme. Sono passati 15 giorni da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza e la città è stata messa sotto chiave, dopo la conferma di quattro casi di coronavirus.

Da allora, il numero di persone in strada è costantemente diminuito, il numero di casi confermati ha continuato a salire, sebbene più lentamente rispetto al rapido peggioramento dall’altra parte del muro.

Inutile dire che le persone hanno paura. Non esiste una sola conversazione in cui “corona virus” non sia menzionato nei primi cinque secondi.

Ma, nonostante il blocco e le maggiori restrizioni ai movimenti in tutta la città, c’era un’aria di ottimismo. Nella maggior parte, le persone erano contente del grado di successo con cui l’ANP sembrava affrontare la situazione.

Con chiunque parlassi, sosteneva con orgoglio che la Palestina era il “secondo miglior Paese” dopo la Cina nell’affrontare e rispondere rapidamente al coronavirus. Dopo numerose ricerche su Google, devo ancora trovare conferma di questo.

Che fosse corretta o no, l’opinione espressa da questa voce ha chiaramente avuto un effetto positivo sulle persone.

Dopotutto, nel corso di due settimane abbiamo ancora meno di 50 casi confermati, rispetto ai 500 di Israele.

La maggior parte dei negozi è rimasta chiusa, ad eccezione dei mercati di generi alimentari, e le persone sono rimaste nelle loro case. Pur appartenendo ad una cultura profondamente radicata nei legami di socializzazione e di comunità, le persone hanno messo in pratica il “distanziamento sociale” relativamente bene.

Nonostante nella maggior parte della città – che vive di turismo e del lavoro in Israele – non si lavori, le persone hanno eseguito gli ordini del governo con poche resistenze.

Ma appena è sembrato che potessimo uscire da questo pasticcio prima di quanto ipotizzato, mercoledì sera è invece parso che le cose peggiorassero.

Betlemme e le città vicine, Beit Sahour e Beit Jala, sono state messe in totale isolamento. Ad eccezione di giornalisti, funzionari della sanità e della sicurezza e speciali casi umanitari, a nessuno sarebbe stato permesso di lasciare la propria casa. Chiunque fosse stato sorpreso a violare il blocco sarebbe stato passibile di una multa.

Chiunque fosse stato trovato a violare un autoisolamento o un ordine di quarantena, sarebbe stato multato fino a 1.000 dinari giordani [1.312 €].

Le misure più rigide sono arrivate quando si è scoperto che le persone sospette di avere il virus avevano ignorato l’ordine di quarantena e negli ultimi giorni si erano mosse in giro per la città.

Dopo la notizia del blocco, la città è arrivata al massimo affollamento da settimane, tutti ci siamo precipitati nei negozi per fare scorta di cibo e provviste, non sapendo quando saremmo stati in grado di farlo di nuovo.

Nel campo profughi in cui vivo, i volontari dei centri locali distribuivano sacchi di prodotti e altri generi di prima necessità alle famiglie con situazioni finanziarie particolarmente difficili.

Nonostante il panico, le scene sono state molto più civili di quelle che vedevamo negli Stati Uniti. Gli scaffali erano ben forniti, anche di carta igienica, e nessuno sembrava fare incetta. Le persone stavano comprando ciò di cui avevano bisogno.

Quando i vicini si incontravano, reprimevano la tentazione di stringersi la mano e scambiarsi il tradizionale bacio sulla guancia, optando invece per un sorriso e una mano sul cuore.

Mentre le persone riempivano i loro carrelli di cose essenziali come farina, olio, sale e vari prodotti per l’igiene, c’era un senso di frustrazione tra gli acquirenti: a causa della trascuratezza di alcune persone, l’intera città soffriva più di quanto non avessimo già sofferto.

Nei supermercati si sentivano chiacchiere sull'”egoismo” delle persone che violavano la quarantena e voci su quanto tempo sarebbe durato il nuovo blocco.

Ora più che mai le persone sembravano davvero capire e preoccuparsene quanto le loro azioni potessero influenzare la vita di chi li circonda.

Tutti quelli che conosco, me compresa, siamo rimasti incollati ai notiziari a tutte le ore del giorno e della notte. Non è facile cancellare il turbamento e l’ansia che ne derivano.

Vedere i sistemi sanitari di alcuni dei Paesi più ricchi del mondo sull’orlo del collasso rende ancora più difficile liberarsi del pensiero di cosa accadrebbe se l’epidemia si acuisse in un luogo come la Palestina.

Di certo ospedali già poco attrezzati e scarsamente finanziati non sarebbero in grado di sostenere nemmeno una parte di ciò che stanno affrontando Paesi come l’Italia. Se questo sforzo iniziale di contenimento fallisse, potrebbe portare al disastro per il sistema sanitario, l’economia e il popolo palestinesi.

Ma proprio quando i sentimenti di paura e frustrazione sembravano sopraffarci, venerdì abbiamo ricevuto qualche buona notizia.

Diciassette fra i primi pazienti infettati dal COVID-19, che erano stati messi in quarantena presso l’Angel Hotel di Beit Jala e il Paradise Hotel di Betlemme, sono ufficialmente in fase di recupero, riducendo il numero dei casi confermati a 31.

Video di pazienti sorridenti che agitano le mani mentre lasciano l’hotel sono stati fatti circolare sui social media, facendoci sorridere e restituendo un senso di speranza in città.

Sarà una lunga strada da percorrere, ma potremmo farcela.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La pandemia di coronavirus sta portando ad un incremento del razzismo contro gli ebrei indiani in Israele

Saudamini Jain

20 marzo 2020 – +972

In Israele un ebreo indiano di 28 anni è finito in ospedale dopo essere stato aggredito da israeliani che lo hanno chiamato “corona”.

Sabato scorso Am Shalem Singson, ventottenne studente di una scuola religiosa, stava camminando verso il centro di Tiberiade con alcuni amici quando due uomini israeliani hanno arricciato il naso e li hanno chiamati “corona, corona”. Singson ha detto loro di non essere neanche cinese, ma indiano – lui e i suoi amici sono Bnei Menashe [lett. Figli di Menasseh, una delle tribù ebraiche citate nella Bibbia, ndtr.], una comunità di ebrei indiani [ma di aspetto mongoloide, ndtr.], alcune migliaia dei quali vivono in Israele. Ma gli uomini, furiosi per essere stati contestati, prima lo hanno spintonato, poi lo hanno ripetutamente colpito. Singson ha dovuto essere sottoposto ad un intervento chirurgico al torace e ai polmoni.

Singson, che è ancora ricoverato in ospedale, crede che la nuova pandemia di coronavirus sia diventata un catalizzatore perché i razzisti accentuino il proprio fanatismo. “Non vogliono vivere con noi, vogliono solo picchiare,” dice. “Approfittano (della situazione) utilizzando il coronavirus…e non solo io, molte persone lo subiscono.”

Ci sono state rilevanti informazioni di attacchi razzisti contro asiatici in tutto il mondo da parte di persone che li incolpano dell’epidemia e della diffusione del coronavirus. Il presidente USA Donald Trump, che continua a chiamarlo “cinesevirus”, è stato accusato di danneggiare gli asiatici incoraggiando l’individuazione razzista di un capro espiatorio mentre si accentuano la rabbia e il timore per la diffusione del virus.

I “Bnei Manashe” hanno dovuto affrontare il peso di questo tipo di razzismo – in prevalenza, essi pensano, perché la grande maggioranza degli israeliani non sa molto di loro. I “Bnei Menashe”, cinquemila persone in Israele, sono emigrati da due Stati del nord est indiano – Manipur e Mizoram, sui confini con il Myanmar —e credono di essere i discendenti di una “tribù perduta” di Israele di 2.700 anni fa. In base alla legge israeliana del ritorno non hanno i requisiti per emigrare, ma sono riusciti ad arrivare poco alla volta in piccoli gruppi di qualche centinaio di persone tramite “Shavei Israel”, una Ong israeliana che lavora per individuare comunità ebraiche “perdute” in tutto il mondo e portarle in Israele. Signson è immigrato con sua madre, sua nonna e suo fratello da Manipur nel 2017.

I Bnei Menashe hanno manifestato il proprio sdegno e la propria amarezza per il razzismo rivolto contro di loro, e nelle ultime settimane denunciano numerosi esempi in cui membri della comunità sono stati chiamati “coronavirus” da altri israeliani.

È veramente triste vedere molti israeliani infettati non dal coronavirus ma dal virus del razzismo,” dice il ventiquattrenne Shlomo Thangminlien Lhungdim, amico di Singson. Pochi giorni fa, mentre viaggiava in pullman con alcuni amici “Bnei Menashe”, gli altri passeggeri lo hanno guardato in modo strano e molti si sono coperti il naso. “Persino l’autista si è messo intenzionalmente a tossire appena ci ha visti,” dice. “La gente tende a correre via da noi. Ci guardano come diversi alle stazioni degli autobus, nei supermercati…siamo discriminati ovunque. La vita è orribile. Perché? Solo perché abbiamo un aspetto diverso?”

Isaac Thangjom, un responsabile di progetto della Federazione Ebraica del New Mexico, emigrato in Israele nel 1997, dice che a Ramle o nei dintorni, dove vive, la sua famiglia non ha dovuto subire nessuno di tali episodi. Ma questi esempi sono frequenti in città più piccole come Tiberiade, Kiryat Arba in Cisgiordania e San Giovanni d’Acri, dove vive anche la maggior parte dei “Bnei Menashe”, afferma. Ha anche sentito di molti episodi di razzismo legati al coronavirus. C’è stata una donna che ha preso un pullman da Kiryat Arba per Gerusalemme ed ha detto che si è sentita a disagio perché, mentre viaggiava su un autobus urbano, la gente la teneva a distanza.”

I “Bnei Menashe” hanno sempre dovuto affrontare il razzismo in Israele. Nonostante i loro vestiti da ebrei ortodossi, sono spesso confusi con i lavoratori thailandesi e i filippini. Ma la pandemia del coronavirus ha portato i pregiudizi a un livello più alto, dice Thangjom.

Le aggressioni come quella contro Singson in Israele si riscontrano anche in India. Gli indiani del nordest sono sottoposti a discriminazioni ed aggressioni in altre parti del Paese, dove sono una minoranza razziale. Pare che molti siano stati chiamati “corona”, “coronavirus” e “cinesi”, anche in grandi città come Delhi e Mumbai. In un video diventato virale la scorsa settimana, studenti indiani del nordest hanno fatto appello ai loro connazionali indiani perché smettano di prenderli di mira.

Nella colonia israeliana di Kiryat Arba la ventenne Dimi Lhungdim, in licenza dal servizio militare, si è infuriata dopo aver visto un video di “Shevet Achim Va’achayot” (una tribù di fratelli e sorelle), la canzone ufficiale dei festeggiamenti per il Giorno dell’Indipendenza di Israele del 2019. Alla luce dell’aggressione contro Singson, per Lhungdim il messaggio di fratellanza della canzone suona vuoto.

Pensavo: perché state cantando questa canzone e dite che siamo fratelli e sorelle?” dice Lhungdim. “Ogni volta che tornava quella frase pensavo: ‘Non sapete quello che state dicendo.’ Sostengono: ‘ questa è la nostra casa in Israele, questo è il nostro cuore.’ Quello che hanno fatto ad Am Shalem non è quello che stanno cantando nella canzone. Ero furiosa.”

Saudamini Jain è una scrittrice che abita a Nuova Delhi. Ha scritto articoli da tutta l’India, dalla Cisgiordania e da New York.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 3- 16 marzo 2020

Ultime notizie su COVID-19 nei Territori Palestinesi occupati

Il 5 marzo, per contenere la diffusione di COVID-19, il Primo Ministro palestinese ha dichiarato lo stato di emergenza in tutti i Territori occupati. Ad oggi, 19 marzo, in Cisgiordania sono confermati 47 casi: tutti, tranne sei, registrati nella città di Betlemme e in due cittadine vicine; nessuno nella Striscia di Gaza. Circa 6.900 persone sono in quarantena domiciliare.

Le Autorità palestinesi hanno dichiarato il coprifuoco nelle tre località dell’area di Betlemme colpite dal virus, ed hanno vietato tutti i viaggi non essenziali tra le città della Cisgiordania; per garantirne l’applicazione sono stati istituiti diversi posti di blocco. Nei Territori occupati tutte le scuole sono state chiuse. Non sono consentite riunioni pubbliche, comprese quelle di preghiera. Le persone che, dall’Egitto o dalla Giordania, entrano nei Territori, così come quelle che sono state in contatto con persone che hanno contratto il virus, devono mettersi in quarantena per 14 giorni.

Le autorità israeliane hanno vietato l’ingresso in Israele ai lavoratori palestinesi di età pari o superiore a 50 anni; parimenti hanno vietato l’ingresso nelle Aree A e B della Cisgiordania ai palestinesi di Gerusalemme Est e a tutti i residenti in Israele. A Gaza, il valico di Erez con Israele è chiuso, ad eccezione dei casi umanitari urgenti, principalmente i titolari di permesso per cure mediche negli ospedali di Gerusalemme Est ed Israele. Verso questi ospedali è continuato anche l’afflusso di pazienti provenienti dalla Cisgiordania.

Il Coordinatore Umanitario Residente delle Nazioni Unite, supportato dalla Equipe Sanitaria, ha sviluppato un piano di risposta inter-agenzie di 90 giorni, volto a sostenere le Autorità palestinesi nella prevenzione della diffusione dell’epidemia; inoltre, per l’attuazione del piano, ha chiesto alla Comunità internazionale 6,3 milioni di dollari USA.

Rapporto degli eventi nei Territori Palestinesi occupati

L’11 marzo, a sud di Nablus, durante scontri, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un 16enne palestinese e ferito altri 132 palestinesi, tra cui 17 minori. Gli scontri sono scoppiati nel villaggio di Beita, durante una protesta contro i tentativi in corso, da parte di coloni israeliani, di impossessarsi di una collina vicina al villaggio (situato in Area B). Il ragazzo ucciso è stato colpito alla testa con armi da fuoco. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’inchiesta. Le proteste sono in corso dal 28 febbraio e, ad oggi, hanno provocato un morto e 386 feriti, di cui 183 colpiti con proiettili di gomma, sette con armi da fuoco e i rimanenti per inalazione di gas lacrimogeni o per aggressione fisica. In tutte le proteste si sono verificati lanci di pietre contro le forze israeliane, tuttavia non sono stati riportati ferimenti di israeliani. Il 15 gennaio 2019, a seguito di una sentenza della Corte Suprema israeliana, le autorità israeliane hanno demolito un avamposto colonico a sud della città di Nablus, in Area B.

In Cisgiordania, in numerosi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 67 palestinesi, tra cui 20 minori [segue dettaglio]. Circa la metà di questi ferimenti (33) è stata registrata vicino al villaggio di ‘Araqa (Jenin) durante tentativi, attuati da palestinesi, di tagliare parti della recinzione ed entrare nell’area chiusa retrostante la Barriera [porzione di territorio Cisgiordano che Israele si è annesso deviando il percorso della Barriera dalla “Linea Verde”]. Ventidue palestinesi sono rimasti feriti a Kafr Qaddum (Qalqiliya), nel corso delle manifestazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni di accesso. Due minori, di 9 e 14 anni, sono stati feriti da proiettili di gomma durante scontri nel quartiere di Al ‘Isawiya a Gerusalemme Est, dove, da metà 2019, si registrano tensioni per le periodiche operazioni di polizia. Qui, lo scorso 15 febbraio, un bambino di 9 anni, mentre tornava a casa da scuola, era stato colpito da un proiettile di gomma ed aveva perso un occhio [vedi il Rapporto del periodo 4-17 febbraio]. Altri due ragazzi (16 e 17 anni) sono rimasti feriti vicino alla città di Qalqiliya, in una protesta contro il piano americano per il Medio Oriente.

Nel complesso, in Cisgiordania, nelle due settimane considerate dal Rapporto, le forze israeliane hanno effettuato 78 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 110 palestinesi, tra cui 16 minori. Si tratta di un calo rispetto al numero medio di operazioni (oltre 100) condotte in equivalenti periodi dall’inizio dell’anno. La maggior parte delle [78] operazioni sono state svolte a Gerusalemme Est (22) e nei villaggi di Ramallah (20).

Nella Striscia di Gaza, nelle aree prossime alla recinzione perimetrale israeliana ed al largo della costa di Gaza, in almeno 28 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento per imporre [ai palestinesi] le restrizioni di accesso alle aree medesime [cioé, le cosiddette “Aree ad Accesso Riservato”]; non sono stati registrati ferimenti o danni. In tre occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ad est della città di Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale. Inoltre, le forze israeliane hanno arrestato due palestinesi, incluso un minore, che, a quanto riferito, stavano tentando di infiltrarsi in Israele attraverso la recinzione perimetrale; altri due sono stati arrestati mentre uscivano da Gaza attraverso il valico di Erez.

Il 5 marzo, le forze israeliane hanno demolito per ragioni “punitive” due case, sfollando sei palestinesi, incluso un minore. Le case demolite erano situate nelle città di At Tira e Birzeit (Ramallah), in area A e B; appartenevano alle famiglie di due palestinesi accusati di aver ucciso, nell’agosto 2019, una giovane colona israeliana e di averne ferito il fratello e il padre. Uno degli episodi di demolizione ha innescato scontri con le forze israeliane, durante i quali un palestinese è rimasto ferito.

Per mancanza di permessi di costruzione, sono state demolite o sequestrate altre 14 strutture di proprietà palestinese, sfollando 29 persone e causando ripercussioni su altre 60 circa. Dieci di queste strutture erano situate in Area C e cinque di esse erano state fornite a titolo di aiuto umanitario. Queste ultime comprendevano due tende residenziali nella Comunità di pastori di Ein ar Rashash (Ramallah) e una tenda residenziale, una latrina mobile e un sistema di pannelli solari nei pressi di Beit Jala (Betlemme). Le altre quattro strutture, di cui due demolite dai proprietari, erano a Gerusalemme Est. Dall’inizio dell’anno, a seguito di ordinanze delle autorità israeliane, a Gerusalemme Est sono state demolite 47 strutture, il 60% circa delle quali dai proprietari.

Nel sud di Hebron, le forze israeliane hanno demolito una sezione di una strada sterrata che collega cinque Comunità di pastori con il loro principale centro di servizi. Le Comunità, costituite da circa 700 persone, si trovano in una “zona per esercitazioni a fuoco” (Massafer Yatta), riservata da Israele all’addestramento dei suoi militari. Di conseguenza, per accedere al loro principale centro di servizi ed al mercato nella città di Yatta, i residenti devono percorrere una lunga deviazione. Tutti i 1.300 residenti in questa “zona per esercitazioni a fuoco” devono fronteggiare un contesto coercitivo che li mette a rischio di trasferimento forzato.

Tre palestinesi sono rimasti feriti e almeno 385 alberi e 15 veicoli sono stati vandalizzati da assalitori che si ritiene siano coloni israeliani [segue dettaglio]. In tre episodi separati, avvenuti nella città di Al Auja (Gerico) e nella zona della città di Hebron a controllo israeliano (zona H2), coloni israeliani hanno aggredito e ferito fisicamente tre palestinesi, tra cui una donna. Ulteriori attacchi di coloni sono stati segnalati il 10 e l’11 marzo, nella stessa area H2, durante le celebrazioni della festa ebraica di Purim; in questi ultimi casi non ci sono stati ferimenti o danni. In altri tre casi, coloni israeliani, a quanto riferito, hanno abbattuto o sradicato 200 ulivi e 150 viti di agricoltori dei villaggi di Al Khader e Khallet Sakariya, piantati vicino alla colonia di Gush Etzion (Betlemme), ed altri 35 ulivi piantati vicino all’insediamento colonico di Bruchin (Salfit). Questi episodi portano a quasi 1.600 il numero di alberi che, secondo quanto riferito, sono stati vandalizzati da coloni dall’inizio del 2020. Cinque ulteriori episodi si sono avuti nel governatorato di Nablus: nella città di Huwwara sono state tagliate le gomme di 11 veicoli; nel villaggio di Einabus due abitazioni e quattro veicoli sono stati danneggiati dal lancio di pietre, mentre nel villaggio di Burin è stata vandalizzata una casa disabitata. I residenti della Comunità di pastori di Ein ar Rashash (Ramallah) hanno riferito che 25 agnelli sono stati rubati da un colono residente in un adiacente insediamento colonico illegale.

Secondo una ONG israeliana, sulle strade della Cisgiordania, tre israeliani, tra cui un ragazzo e due donne, sono rimasti feriti e almeno 30 veicoli sono stati danneggiati in episodi di lancio di pietre [da parte di palestinesi].

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Coronavirus: i lavoratori palestinesi affrontano una difficile scelta tra garanzie di sussistenza e isolamento

Akram Al-Waara da Betlemme, nella Cisgiordania occupata

18 marzo 2020 – Middle East Eye

Per migliaia di palestinesi che lavorano in Israele le restrizioni legate alla pandemia hanno comportato la rinuncia al reddito necessario o il rischio di restare separati per mesi dalle loro famiglie

Quando nella città di Betlemme, nella Cisgiordania occupata, è stato confermato il primo caso del nuovo coronavirus o COVID-19, un improvviso sentimento di panico ha travolto la piccola città.

Mentre scuole, università e aziende iniziavano a chiudere, migliaia di cittadini si sono rifugiati nelle loro case in previsione di quello che sarebbe successo dopo.

Ma quando i confini della città sono stati chiusi e i vicini posti di controllo con Israele hanno iniziato ad rimanere bloccati, ha cominciato a manifestarsi un nuovo senso di ansia, questa volta per le migliaia dei cittadini lavoratori che operano all’interno di Israele.

“Lo stato di emergenza è stato annunciato giovedì (5 marzo) e alla conclusione del fine settimana tutto era cambiato”, ha riferito a Middle East Eye Kareem A., un operaio edile di 51 anni di Betlemme.

La diffusione del coronavirus sia in Israele che in Cisgiordania ha avuto un profondo impatto sulla forza lavoro palestinese all’interno di Israele – con le ultime restrizioni che costringono i lavoratori palestinesi a scegliere tra mesi di separazione dalle loro famiglie – o il crollo economico.

Nuove restrizioni

Kareem ha saputo che Israele aveva chiuso il posto di controllo 300, il principale punto di ingresso dell’intera Cisgiordania meridionale in Israele per migliaia di lavoratori palestinesi.

“Ho deciso di provare a passare comunque”, dice, “sperando che avrebbero fatto delle eccezioni per i lavoratori”. Ma Kareem e centinaia di suoi colleghi sono stati fermati e rimandati a casa.

“Abbiamo sperato che fosse solo una cosa temporanea, fino a quando non avessero trovato un modo per far entrare i lavoratori di Betlemme”, afferma, “ma sembra che sarà un problema molto più duraturo”.

Mentre i lavoratori di Betlemme dal 5 marzo sono rimasti bloccati a casa, decine di migliaia di lavoratori palestinesi degli altri distretti della Cisgiordania hanno attraversato la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] in modo relativamente incontrollato.

Il primo caso di coronavirus al di fuori di Betlemme è stato confermato la scorsa settimana nel distretto settentrionale di Tulkarem. Il paziente era un manovale che lavorava in Israele.

Mentre il virus continuava a diffondersi in Israele e in Cisgiordania, sia Israele che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno iniziato a porre sempre maggiori restrizioni agli spostamenti all’interno e tra i territori.

Martedì il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett, che ha preso la decisione iniziale di chiudere i posti di blocco intorno a Betlemme, ha annunciato una serie di restrizioni ancora più pesanti nei riguardi dei lavoratori palestinesi provenienti da altre parti della Cisgiordania.

Bennett ha limitato l’ingresso ai lavoratori che ha classificato come impegnati in settori “essenziali”, come l’edilizia, l’assistenza sanitaria e l’agricoltura. Tutti gli altri, nell’immediato futuro, dovrebbero rimanere a casa.

Con una mossa sconvolgente Bennett ha annunciato che qualsiasi lavoratore che avesse deciso di continuare a lavorare in Israele sarebbe stato costretto a rimanere lì e non avrebbe potuto tornare a casa per almeno uno o due mesi.

Ai lavoratori palestinesi sono stati concessi tre giorni per prendere una decisione: andare al lavoro e restare separati dalle loro famiglie a tempo indeterminato o rimanere a casa, impossibilitati a guadagnarsi da vivere. Indipendentemente da ciò che avessero deciso, dopo tre giorni i confini sarebbero stati chiusi da entrambe le parti.

Non è apparso chiaro se le stesse eccezioni sarebbero state estese ai lavoratori di Betlemme, dal momento che i posti di controllo tra Israele e la città rimangono chiusi.

La notizia è stata uno shock sia per i funzionari israeliani che la considerano una grave “minaccia alla sicurezza”, sia per i palestinesi, i cui permessi di lavoro di solito non consentono loro di rimanere in Israele durante la notte.

“Ho deciso di correre il rischio e venire a stare qui perché non ho davvero altra scelta”, dice a MEE Wael A, un lavoratore di Betlemme.

Wael ha attraversato illegalmente [il confine con] Israele da Betlemme la scorsa settimana, insieme a un amico e ad alcuni altri lavoratori.

“Non sapevamo quanto sarebbe durata la quarantena a Betlemme”, sostiene, “e dovevamo dar da mangiare alle nostre famiglie” aggiungendo che i lavoratori, in genere quelli senza permesso, spesso rimangono illegalmente in Israele durante la notte per evitare il rischio di passare quotidianamente attraverso i punti di controllo.

In quel momento Wael non poteva immaginare che Israele avrebbe permesso ai lavoratori di rimanere per un lungo periodo di tempo nel Paese con un alloggio adeguato fornito a spese del datore di lavoro.

Wael e il suo amico hanno dormito nel cantiere dove lavorano, ma sperano di poter legalizzare “in modo retroattivo” il loro soggiorno e trovare una sistemazione adeguata.

Tuttavia afferma di temere che se le autorità israeliane leggessero “Betlemme” sulle loro carte d’identità, verrebbero rimandati a casa.

“Devo pagare la casa, l’auto e ho tre bambini da nutrire”, dice. “Non posso permettermi di rimanere bloccato a Betlemme in questo momento.”

“Israele ha bisogno di noi”

I rischi [insiti nel] consentire ai palestinesi di lavorare in Israele e quindi tornare a casa possono sembrare agli osservatori esterni troppo elevati nel corso di una pandemia.

Ma per i palestinesi la decisione non è affatto sorprendente.

“Israele non può sopravvivere a questa [pandemia] senza i lavoratori palestinesi”, afferma Kareem a MEE. “La loro economia è troppo dipendente da noi per non consentire ai lavoratori di entrare”.

Si stima che 120.000 palestinesi, con e senza permesso, lavorino in Israele, costituendo una forza lavoro consistente e a basso costo principalmente nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura.

“Mentre gli israeliani stanno nelle loro case, “prosegue Kareem”, ci stanno mettendo al lavoro in modo che il sistema non crolli”.

Kareem afferma di ritenere che Israele rischierebbe “senza alcun dubbio” la salute della forza lavoro palestinese “in nome della salvaguardia della sua economia”.

“Stanno permettendo ai palestinesi di mettere a repentaglio le proprie vite mentre dicono agli israeliani di rimanere a casa e di stare al sicuro”.

Un disastro economico e nessuna rete di salvataggio

Per gli operai ancora bloccati a Betlemme il futuro sembra ogni giorno più incerto.

“Ogni giorno senza lavoro è un altro che ci avvicina al disastro economico”, sostiene Kareem a MEE dalla sua casa in un campo profughi locale.

Kareem, sposato e padre di quattro figli, è l’unico a mantenere la sua famiglia di sei persone. In un mese buono Kareem guadagna circa 250 shekel (61 euro) al giorno, il 20%  dei quali va ai pasti quotidiani e al trasporto per e dal suo [posto di] lavoro alla periferia di Tel Aviv.

Ma, osserva, “i mesi appena trascorsi sono stati segnati da festività ebraiche e dal maltempo, quindi non abbiamo avuto molto lavoro nei cantieri”.

“Quindi non è come possedere dei risparmi su cui poter contare per arrivare alla fine del mese”, dice. “Niente lavoro significa niente soldi.” Come conseguenza della sua impossibilità di recarsi al lavoro, Kareem riferisce di aver ricevuto dal suo datore di lavoro israeliano dei messaggi che minacciavano di assegnare il suo lavoro a qualcun altro, revocandogli, quindi, il permesso.

“Vogliono continuare a fare soldi e non possono farlo con i lavoratori di Betlemme”, ha detto, aggiungendo che un certo numero di datori di lavoro ha licenziato i lavoratori di Betlemme e li ha sostituiti con lavoratori palestinesi di altre parti della Cisgiordania.

Egli teme che, se un numero sufficiente di lavoratori facesse la scelta di andare in Israele e restarci per i prossimi due mesi, il suo lavoro sarebbe ancora di più a rischio.

“Li ho pregati di non levare il mio nome dall’elenco dei dipendenti, ma non so cosa faranno.”

Preoccupazioni per la salute

Anche con un rischio così elevato per i lavoratori e le loro famiglie, la preoccupazione principale per la maggior parte dei palestinesi rimane la loro salute personale e quella della loro comunità.

Prima dell’annuncio di martedì scorso da parte di Bennett molti in Cisgiordania avevano paura del rischio che i lavoratori potessero portare il virus da Israele, che ha un tasso significativamente più alto di infezioni da coronavirus rispetto al territorio palestinese.

“Come lavoratore, è stato spaventoso sapere che stavamo andando in Israele”, ha detto Wael a MEE. “Ovviamente nessuno vuole ammalarsi e quindi rischiare di portare [l’infezione] alle proprie famiglie e alla propria comunità”.

Ma sarebbe un rischio che Wael dice di essere costretto a correre.

“Né il nostro governo né il governo israeliano proteggono i nostri diritti di lavoratori in Israele”, afferma. “Preferirei ammalarmi piuttosto che lasciare che la mia famiglia muoia di fame o che la banca ci perseguiti.”

Con le nuove misure annunciate martedì, tuttavia, gli esperti locali della salute sperano che la pressione economica sui lavoratori palestinesi possa essere parzialmente alleviata mantenendo rigide linee guida sulla salute pubblica.

“Siamo scettici sul fatto che gli operai si debbano recare in Israele per lavorare, perché questo aumenta le possibilità che portino qui il virus e lo diffondano”, sostiene a MEE il dott. Imad Shahadeh, capo della divisione di Betlemme del Ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ma,  afferma, consentire ai lavoratori di rimanere all’interno di Israele in alloggi appositi riduce alcuni di questi rischi.

“Prevenire la diffusione del virus”, dice Shahadeh, “è una buona misura”, aggiungendo di sperare che i lavoratori siano al sicuro dal virus, “attraverso la riduzione al minimo dei loro rapporti con israeliani e con non lavoratori”.

Shahadeh aggiunge che l’Autorità Nazionale Palestinese starebbe già pianificando di attuare una serie di misure in occasione del ritorno dei lavoratori dopo uno o due mesi, tra cui controlli sanitari ai posti di blocco e ai punti di ingresso e l’imposizione di un’auto-quarantena obbligatoria per 14 giorni dopo il rientro in Cisgiordania.

Per Kareem, le misure adottate dai governi israeliano e palestinese non sarebbero ancora sufficienti e non coprirebbero i rischi.

“Permettere ai lavoratori di dormire in Israele sta mettendo a rischio la salute di tutti i lavoratori”, dice, affermando che qualcuno “inevitabilmente” prenderà il virus, che “non fa distinzione tra palestinesi e israeliani”.

“Anche se tutti saranno sottoposti a screening e messi in quarantena, metteranno comunque a rischio la comunità al loro arrivo”, sostiene. “E se si ammaleranno in Israele, ci possiamo davvero fidare che il governo israeliano dia la priorità delle cure ai lavoratori palestinesi?”

Nonostante non sia d’accordo con le iniziative dei governi, Kareem afferma di non giudicare alcun lavoratore per le sue decisioni.

“So come si sentono. Hanno un disperato bisogno di prendersi cura delle loro famiglie “, dice. “Quindi, se stanno sacrificando la loro salute per salvare le loro famiglie, li capisco.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Col diffondersi del contagio da coronavirus, i richiedenti asilo in Israele sono sull’orlo della catastrofe

Oren Ziv

18 marzo 2020 – +972

Le politiche di Israele hanno impoverito la comunità dei richiedenti asilo, che vivono in appartamenti angusti, non hanno copertura sanitaria, esposti ad un maggiore pericolo.

Secondo i membri della loro comunità e gli attivisti, i richiedenti asilo in Israele sono “sull’orlo della catastrofe”, mentre nel Paese il numero di contagi del nuovo coronavirus continua a salire.

Nelle attuali circostanze straordinarie i richiedenti asilo si trovano in condizioni di grande difficoltà, per i licenziamenti, l’impossibilità di ricevere assistenza dallo Stato, la mancanza di informazioni e le miserevoli condizioni abitative. La chiusura di aziende e istituzioni che impiegano regolarmente i richiedenti asilo sta preoccupando molte famiglie che si vedono già gettate in mezzo alla strada senza nulla da mangiare.

Oggi vivono in Israele circa 35.000 richiedenti asilo, la maggior parte dei quali provenienti dall’Eritrea, e anche da una piccola comunità sudanese. Per anni, Israele ha rifiutato di esaminare le loro richieste di asilo, lasciandoli in un limbo legale. Nell’ultimo decennio, solo 13 eritrei e un cittadino sudanese sono stati riconosciuti come rifugiati dal governo israeliano.

La loro precaria situazione giuridica ha serie implicazioni rispetto alla capacità dei richiedenti asilo di affrontare l’epidemia. Mentre gli israeliani licenziati o costretti a chiedere congedo che si trovino in difficoltà finanziarie possono ricevere il sussidio di disoccupazione, i richiedenti asilo non possono beneficiare di protezioni. Senza l’assistenza offerta dallo Stato e senza una comunità, una famiglia o dei risparmi, saranno i primi ad affrontare i mortali contraccolpi del virus.

“Al governo non importa di noi, nessuno ci ha detto nulla”, afferma Cabrom Tuwalda, un richiedente asilo dall’Eritrea. “Bibi [Netanyahu] ha detto che siamo stati i migliori al mondo nell’affrontare la pandemia, ma qui ci sono 40.000 persone e nessuno gli parla”.

Il danno per i richiedenti asilo è disastroso e potrebbe portare a una catastrofe umanitaria se lo Stato non agisce insieme a noi”, afferma Tali Ehrenthal, direttore esecutivo di ASSAF, una ONG che fornisce aiuti a rifugiati e richiedenti asilo in Israele. “Stiamo assistendo a un’ondata di licenziamenti, le persone non hanno diritti sociali né diritto alla disoccupazione. Non hanno modo di pagare l’affitto e possono essere sbattuti in strada.

Nessuna rete di sicurezza

Le restrizioni imposte dal governo israeliano hanno portato a licenziamenti in settori come pulizie, ristoranti e bar, che spesso impiegano i richiedenti asilo. È difficile sapere quanti di essi abbiano perso il lavoro almeno temporaneamente, ma le stime più caute indicano che il numero si aggira intorno al 50% degli adulti. La “rete di sicurezza” promessa domenica ai lavoratori israeliani dal Ministro delle Finanze Moshe Kahlon è un sogno inarrivabile per i richiedenti asilo.

“Se non trovano una soluzione per la gente entro una settimana, non avremo nulla da mangiare”, afferma Dejan Mangesha, 25enne richiedente asilo dall’Eritrea che lavora come traduttore e nell’istruzione. Mangesha afferma che oltre ai licenziamenti, molti non escono di casa a cercare lavoro perché non c’è nessuno a prendersi cura dei loro figli ora che scuole e asili nido sono chiusi. “Le persone della comunità sono sottoposte a forti pressioni”, afferma. “La maggior parte di loro lavora in ristoranti, hotel e pulizie. È tutto chiuso. Le persone semplicemente non lavorano, tranne quelli che lavorano nelle cucine dei ristoranti che fanno consegne a domicilio. Le persone vengono messe in congedo non retribuito e non si sa quando torneranno al lavoro.”

Mentre molti israeliani possono chiedere un prestito alla banca o assistenza alle proprie famiglie, i richiedenti asilo non hanno alcuna possibilità. “Non abbiamo una famiglia allargata qui per aiutarci”, afferma Mangesha. “Le persone vivono del loro lavoro quotidiano e non hanno risparmi.” Mangesha stesso ha perso uno dei suoi lavori, come tutor nel doposcuola. “La verità è che sono sotto pressione”, ammette. “Ho perso parte del mio sostentamento, non si sa cosa succederà nei prossimi due mesi e se sarò in grado di pagare l’affitto”.

“Il coronavirus non fa distinzioni tra israeliani e rifugiati”, afferma Tuwalda. “Mentre gli israeliani sono indaffarati a comprare del cibo, i richiedenti asilo stanno perdendo il lavoro e si preoccupano di non avere di che pagare l’affitto. Le persone con bambini vivono a stento un mese dopo l’altro. Preferisco non immaginare cosa succederà dopo un mese o due senza lavoro.

Tuwalda, che lavora in un ristorante a Tel Aviv, è stata a casa per cinque giorni. “Comprendo il disagio che affligge il mio datore di lavoro, non ha clienti da due settimane e ha iniziato a sbarazzarsi dei lavoratori anche prima della decisione del primo ministro (di fermare la vita in Israele). La maggior parte dei richiedenti asilo lavora come lavapiatti, cuochi o bidelli nei centri commerciali e nelle scuole. Questi posti sono stati chiusi.”

È come essere in una piccola cella”

Fischla è un richiedente asilo di 43 anni proveniente dall’Eritrea e recentemente è stato licenziato dal suo lavoro in una sala da cerimonie a Tel Aviv. “Ci hanno detto che non c’era lavoro fino a quando il governo non avesse deciso diversamente”, dice. “Anche durante un mese normale per noi è difficile, appena ci danno lo stipendio paghiamo cibo, elettricità, affitto e tasse. Ora abbiamo le stesse spese ma nessun reddito.”

La moglie di Fischla, insegnante di scuola materna, non ha più lavorato da quando il governo ha chiuso le scuole. È preoccupata di non riuscire a pagare l’affitto il mese prossimo. “Posso resistere un’altra settimana o due, ma la situazione è davvero dura”, dice. “Cosa faremo dopo?” Fischla dice che lui e la sua famiglia si sono chiusi in casa e telefonano agli amici per avere aggiornamenti. “Siamo tutti nella stessa situazione, è come essere in una piccola prigione.”

Kav LaOved, un’organizzazione non profit per i diritti dei lavoratori che assiste i richiedenti asilo, segnala un aumento delle chiamate. “Abbiamo ricevuto richieste di aiuto da parte di lavoratori del settore alberghiero, ristoranti, imprese di costruzioni e pulizie, la maggior parte dei quali sono stati messi in ferie non retribuite e alcuni subito licenziati”, dice Noa Kaufman, coordinatore per i rifugiati di Kav LaOved. “Alcuni datori di lavoro, con buone intenzioni, hanno indirizzato i loro lavoratori verso i servizi per l’impiego o gli hanno spiegato come ottenere l’indennità di disoccupazione, ma abbiamo dovuto dirgli (ai richiedenti asilo) che non hanno diritto a nessun sussidio”.

Eden Tesfamariam, una richiedente asilo che lavora nella gestione della community di ASSAF, afferma che sono specialmente le madri single a non poter uscire per trovare lavoro. “Non c’è nessuno che possa aiutarle con i figli, né lo farà il governo”, afferma. Teme che la maggior parte di loro non riesca a pagare l’affitto e finisca senza tetto.

Salari confiscati

La cosiddetta “legge sui depositi” di Israele, approvata nel 2017, impone ai datori di lavoro di versare su un conto di garanzia il 20% dei salari dei dipendenti richiedenti asilo, che dev’essere rimesso nel caso in cui la persona lasci il Paese. Domenica Kav LaOved e altre organizzazioni hanno inviato una richiesta urgente a diversi ministri del governo affinché quei fondi siano resi disponibili e restituiti ai richiedenti asilo dai cui salari erano stati detratti.

“Le persone hanno depositato un quinto della loro busta paga tutti i mesi negli ultimi tre anni, perciò non hanno riserve in caso di emergenza”, afferma Kaufman. “Vogliamo che possano prelevare quel denaro.” Kav LaOved ha inoltre inviato al Ministro delle Finanze Moshe Kahlon la richiesta di ampliare la “rete di sicurezza” che ha promesso ai lavoratori in modo che includa i richiedenti asilo.

L’Alta Corte sta ancora esaminando una petizione del 2017 presentata da una coalizione di rifugiati e organizzazioni per i diritti degli immigrati proprio contro la legge sui depositi. La petizione esprimeva il timore che la legge potesse peggiorare la situazione economica dei richiedenti asilo, che già non avevano alcuna assistenza sociale su cui contare.

“Devono ridarci i soldi presi dai nostri stipendi”, afferma Tesfamariam.

L’impatto della crisi coronavirus va oltre la sfera economica. I richiedenti asilo non sono coperti dalle leggi assicurative statali, anche se alcuni lo sono dal loro posto di lavoro tramite assicurazioni private, e i datori di lavoro sono ufficialmente tenuti a continuare a pagare l’assicurazione per tutti coloro che sono stati messi in congedo non retribuito.

“La paura è che i licenziamenti porteranno a una sospensione dell’assicurazione medica privata pagata dai datori di lavoro”, afferma Zoe Gutzeit, responsabile di una clinica gratuita a Jaffa gestita da Medici per i Diritti Umani di Israele. “Ciò significa togliere l’accesso ai servizi medici.” E aggiunge che i diritti che hanno maturato durante la loro precedente occupazione non verranno mantenuti anche se troveranno un nuovo lavoro quando che la crisi sarà finita. Cosicché, sottolinea Gutzeit, potrebbero non essere coperti per alcune malattie croniche o per gravi problemi di salute fino a quando non abbiano lavorato di nuovo per un po’ di tempo.

“I richiedenti asilo hanno paura di contrarre la malattia e la consapevolezza di non avere copertura medica li mette ancora più sotto pressione”, afferma Sigal Rozen del numero verde per rifugiati e migranti.

Al di là dell’assicurazione medica, i richiedenti asilo affermano che l’autoisolamento è per loro pressoché impossibile. Quasi nessuno ha una stanza per sé e molte famiglie vivono insieme in angusti appartamenti di una o due camere.

“L’isolamento non aiuta quando ci sono tre persone in un appartamento trilocale illegalmente diviso”, afferma Mangesha. “Ci dicono di non uscire di casa, ma non ci sono condizioni normali in cui le persone possano stare.”

“Qui sta per avvenire una catastrofe “

Un ulteriore problema è la mancanza di informazioni. Fino a domenica, il ministero della Sanità non aveva pubblicato alcuna guida in tigrino, la lingua parlata dai richiedenti asilo eritrei. Poi domenica è stato pubblicato un singolo messaggio vocale online. Attivisti e organizzazioni per i richiedenti asilo hanno autonomamente tradotto e distribuito informazioni nel tentativo di combattere voci e notizie false.

“Abbiamo cercato di gestirci da soli, creando gruppi su Facebook per cercare di raggiungere coloro che hanno propositi suicidi”, afferma Tuwalda. “Non c’è stato alcun annuncio ufficiale sul coronavirus. Capisco anche che (il governo) è in una posizione difficile, ma qui ci sarà una catastrofe. Il flusso di informazioni è stato brutalmente interrotto. “

Mangesha cita un messaggio ricevuto con WhatsApp riguardo al dispiegamento di militari nelle strade di Israele, alla chiusura del Paese e al divieto per le persone di uscire di casa. “La gente era isterica”, dice.

Mentre alla fine della scorsa settimana molti israeliani sono andati a fare scorta di cibo, i richiedenti asilo non possono concedersi un simile lusso, dice Tesfamariam. “Le persone non hanno più di qualche centinaio di shekel da spendere in cibo, che per una famiglia è a malapena sufficiente per una settimana”, osserva.

Molti richiedenti asilo sottolineano poi che la tracciatura dei contatti avuti dai contagiati da COVID-19, pubblicata sui media in lingua ebraica, non è tradotta in tigrino. “Le persone non sanno come proteggersi e lo Stato non si preoccupa di informarle”, afferma Ehrenthal. “Nessuno fa le traduzioni e le persone non sanno se stanno mettendo in pericolo se stessi e coloro che li circondano.”

ASSAF, che durante i periodi normali assiste le persone più vulnerabili tra la popolazione dei richiedenti asilo – sopravvissuti a torture, vittime della tratta, madri single, ecc. – continua a fornire assistenza nel rispetto delle istruzioni del Ministero della Sanità. Nonostante la mobilitazione di milioni di shekel, il Ministero del Welfare non assiste i richiedenti asilo a rischio. “Dovrebbero fornire servizi di assistenza sociale e supporto psicosociale alla comunità”, afferma Ehrenthal.

Tutti quelli con cui ho parlato sottolineano che il coronavirus presenta la più grave minaccia che la comunità dei richiedenti asilo abbia mai affrontato e che la situazione continuerà a peggiorare nei prossimi giorni e settimane a seguito della politica israeliana di non riconoscergli lo status di rifugiati, che darebbe loro accesso ad alloggi sicuri, reddito stabile, istruzione e servizi medici.

Molti sostengono che la vita dopo il coronavirus non sarà più la stessa. I richiedenti asilo sostengono di sperare che Israele capirà che deve riconoscere i loro diritti. “La comunità scenderà in piazza se non avrà più nulla da mangiare e questo avrà delle conseguenze sugli israeliani”, afferma Tuwalda.

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo fotografico Activestills e membro della redazione di Local Call. Dal 2003, ha documentato una serie di questioni sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità di attivisti e alle loro lotte.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Bibi ti sta guardando: Israele schiera le sue spie per combattere il coronavirus

Yossi Melman da Tel Aviv, Israele

Mercoledì 18 marzo 2020 – Middle East Eye

Le misure di sorveglianza proposte da Benjamin Netanyahu con il pretesto della pandemia minacciano un sistema di governo democratico già in crisi

Con il pretesto della pandemia di coronavirus e del peggioramento che ne è seguito della stabilità politica nel Paese, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha fatto pressione a favore di misure estreme destinate a compromettere ancor di più diritti democratici e libertà civili già fragili.

Lunedì sera Netanyahu, che, dopo tre elezioni in quindici mesi che hanno portato a una paralisi, attualmente dirige un governo ad interim, ha autorizzato la polizia e lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, a sorvegliare le persone sospettate di aver contratto il virus.

Il piano del primo ministro consiste nel trasformare in armi contro la pandemia le stesse tecnologie utilizzate oggi dai servizi di sicurezza e, in misura minore, dalla polizia per lottare contro i miliziani armati e i delinquenti comuni.

Grande Fratello

Nel giro di una quindicina d’anni i servizi di intelligence israeliani hanno sviluppato uno degli strumenti di sorveglianza più avanzati al mondo per controllare e spiare i militanti palestinesi e le persone considerate nemiche dello Stato. Queste tecnologie consentono in particolare di localizzare i computer e di frugare dentro i telefoni effettuando verifiche incrociate sulla posizione delle antenne e dei segnali trasmessi.

Insieme alle telecamere di sorveglianza installate agli angoli delle strade delle “città sicure” (cioé molto sorvegliate) e al controllo sulle attività in rete, in particolare su Google, Twitter, Facebook e YouTube, esse rendono “visibile” la gente e la “mettono a nudo”.

Utilizzando i dati raccolti, queste tecnologie possono seguire e registrare gli spostamenti e il luogo in cui si trovano le persone, non solo in rete ma anche nella vita reale, e può anche recuperare questi stessi dati che le riguardano per un lasso di tempo di due o tre settimane.

Questa tecnologia, che Israele utilizza da anni nelle guerre e per seguire dei delinquenti, non è esclusiva di questo Paese. Dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Iran all’Italia, dal Qatar alla Russia, passando per l’Arabia Saudita, è presente e largamente utilizzata, incarnando perfettamente il concetto di Grande Fratello.

Tuttavia Israele è il primo Paese a riconoscere pubblicamente la sua intenzione di utilizzarla per cercare di arginare la propagazione del coronavirus.

Saltare la coda

Nessuno può mettere in discussione l’importanza di contenere e bloccare il virus per “appiattire la curva” [dei contagi, ndtr.], cosa che è ancora più importante oggi per Nazioni come Israele e l’Italia, i cui cittadini si sono fatti, e a ragione, la fama di Paesi dal comportamento caotico e poco inclini a seguire le regole.

C’è qualcosa di più israeliano che saltare la coda?

Così, in un momento in cui ci si chiede di tenerci lontani, di unirci solo in piccoli gruppi, di evitare le strette di mano e di controllare la nostra igiene personale, in realtà è difficile per le autorità israeliane imporre queste norme di comportamento.

Di fronte a queste difficoltà e alla crescente preoccupazione dei responsabili locali dei servizi sanitari, che temono che Israele, con “solo” 304 casi di coronavirus (al 17 marzo) fortunatamente finora non letali, debba ben presto affrontare un’esplosione esponenziale che colpirebbe decine di migliaia di persone, il governo ha introdotto il sistema di spionaggio in ambito civile, presentandolo come una cosa assolutamente necessaria.

Un’intrusione nella vita privata

Il governo di Netanyahu ha fornito garanzie riguardo al fatto che le tecnologie verranno utilizzate unicamente con lo scopo di localizzare ed identificare gli individui che senza saperlo sono stati in contatto con una persona trovata positiva al coronavirus.

Inoltre la decisione è stata approvata dal procuratore generale, con l’impegno che dopo 30 giorni le informazioni raccolte verranno distrutte.

Tuttavia molti israeliani si oppongono per vari motivi a queste misure. In primo luogo, chi le critica indica l’esempio di Taiwan, dove la sorveglianza informatica è stata utilizzata per impedire la propagazione dell’epidemia, ma in modo un po’ diverso. Il governo di Taiwan ha distribuito dei telefoni specificamente destinati ai casi sospetti, al fine di evitare di sorvegliare i telefoni privati dei cittadini.

Numerosi israeliani rifiutano questa decisione solo per principio. Secondo loro le democrazie non devono spiare i propri cittadini e queste nuove misure rappresenterebbero una palese violazione dei diritti umani, che aprirebbe la strada a un’invasione della loro vita privata (quello che i palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana conoscono bene).

Ma la maggiore preoccupazione deriva dal modo in cui la decisione è stata presa.

La Knesset ignorata

Per formulare la sua decisione come una misura legale, Netanyahu e il suo governo hanno attivato delle leggi d’emergenza inizialmente adottate dal governo del mandato britannico che controllò la Palestina dal 1918 al 1948.

Nel 1939, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, le autorità britanniche promulgarono queste leggi d’emergenza per combattere la Germania nazista. Ma dopo l’indipendenza d’Israele nel 1948 sono state utilizzate principalmente contro i palestinesi della Cisgiordania occupata e di Gaza, ma raramente contro cittadini israeliani e sicuramente non in modo massiccio, come avviene ora.

Cosa ancora più inquietante, queste leggi d’emergenza intese a sorvegliare i cittadini sono state promulgate senza l’approvazione né la supervisione della Knesset, il parlamento israeliano.

In effetti una sottocommissione della commissione Affari Esteri e Sicurezza, che controlla i servizi di intelligence e che è diretta dall’ex-capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi, ha rifiutato di approvare il progetto di legge senza una discussione approfondita. Netanyahu ha approfittato della confusione politica per ignorare la Knesset e imporre le leggi d’emergenza.

Il mese scorso il partito “Blu e Bianco” diretto da Benny Gantz, un altro ex-capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha paragonato le iniziative di Netanyahu a quelle del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

In seguito alle ultime elezioni in Israele, tenutesi due settimane fa, Gantz, con l’appoggio dei deputati israelo-palestinesi della Knesset, gode in parlamento di una maggioranza molto risicata (61 a 59). Tuttavia, a causa delle lotte intestine nel suo partito, gli risulta difficile formare un governo di coalizione per sostituire Netanyahu.

Un passo ulteriore

Nel frattempo le leggi d’emergenza non sono che una nuova pietra dell’edificio di comportamenti e di tendenze che minacciano il sistema democratico israeliano.

Netanyahu e suo figlio Yair non smettono di attaccare i media, definendo “di sinistra” i giornalisti nella speranza di far chiudere i giornali e le catene televisive indipendenti che, in realtà, non fanno che prendersi la briga di controllare le loro azioni.

Il duo padre-figlio, circondato da ministri accondiscendenti, ha anche attaccato senza sosta il sistema giudiziario del Paese.

Con il pretesto del coronavirus, il ministro della Giustizia Amir Ohana, fedele seguace di Netanyahu, ha ordinato la chiusura dei tribunali da sabato scorso a mezzanotte, per impedire l’inizio del processo a Netanyahu per corruzione, che doveva iniziare questo mercoledì.

Con tante misure prese per erodere la democrazia, gli israeliani temono in effetti che Netanyahu sia già ben incamminato per guidare Israele allo stesso modo in cui un certo numero di uomini forti di destra, da Erdogan a Vladimir Putin, passando per Jair Bolsonaro, governano le rispettive Nazioni.

All’ombra del coronavirus, la democrazia israeliana, già in crisi, si batte per salvare la sua anima e garantirsi la sopravvivenza.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’isolamento della Cisgiordania non è iniziato con la pandemia del coronavirus

Lior Amihai 

11 marzo 2020 – +972 magazine

I principi che hanno guidato i governi israeliani durante 52 anni di occupazione sembrano caratterizzare la risposta al coronavirus nei territori occupati.

Lo scorso giovedì, con in pieno svolgimento sia il coronavirus che la crisi politica israeliana, il ministro della Difesa ad interim Naftali Bennett ha annunciato una chiusura militare totale di Betlemme, dopo che è stato confermato che un certo numero di abitanti della città ha contratto il COVID-19. Tre giorni dopo il ministero della Sanità ha annunciato che a chiunque sia stato a Betlemme, Beit Jala e Beit Sahour viene richiesto di mettersi in quarantena volontaria per due settimane.

Gli abitanti di quelle comunità non possono più entrare in Israele, benché molti di loro vi lavorino. Tra quanti ora si trovano in quarantena dopo essere stati nella zona di Betlemme ci sono alcuni dei miei colleghi dell’organizzazione per i diritti umani Yesh Din [“C’è la legge”, ong israeliana che intende difendere i diritti dei palestinesi nei territori occupati, ndtr.].

Domenica Bennett ha annunciato che, come parte della lotta contro il coronavirus, stava prendendo in considerazione la totale chiusura militare di tutte le città palestinesi in Cisgiordania. Tuttavia lunedì, in seguito a un incontro con vari ministri, generali ed altri rappresentanti del governo, Bennett ha fatto retromarcia rispetto alla sua dichiarazione ed ha deciso di non bloccare i territori dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ordini simili di blocco e quarantena non sono stati imposti ai quartieri ebraici della zona di Betlemme come Gilo, che si trova nei pressi di Beit Jala, o Har Homa, vicino a Betlemme. Oltretutto gli abitanti di Ashkelon, Gerusalemme, Ariel e Petah Tikvah, tutte città con casi confermati di COVID-19, non sono stati sottoposti ad estesa chiusura militare né a quarantena (salvo che per quanti sono attualmente malati).

Nella colonia di Einav, nella Cisgiordania settentrionale, quattro persone sono risultate positive al coronavirus e altri 100 abitanti sono in quarantena. Si tratta di circa il 12% dei coloni, eppure, nel momento in cui scrivo, l’insediamento non è ancora stato chiuso.

Ciò che difficile da fare per gli israeliani sembra essere facile per milioni di palestinesi che vivono sotto il flagello dell’occupazione israeliana.

Nel contempo a quanto pare il ministero della Salute non ha tenuto conto del fatto che la Tomba di Rachele, un luogo di pellegrinaggio ebraico molto frequentato, si trova al centro di Betlemme. I visitatori del luogo per ora non sono sottoposti all’obbligo di auto-quarantena di due settimane per chiunque sia stato nella zona di Betlemme. La tomba, che, nonostante la sua posizione, è sul lato israeliano del muro di separazione, è protetta da un’entrata molto sorvegliata ed è vietata ai palestinesi. Lunedì notte in quel luogo si è tenuta una preghiera di massa per bloccare il coronavirus.

E martedì a coloni israeliani nella Hebron occupata è stato consentito di realizzare i loro festeggiamenti annuali di Purim in coordinamento con l’esercito israeliano. La decisione di consentire che questo evento avvenisse nel centro di Hebron è un’ulteriore dimostrazione dell’enorme differenza dei rapporti del governo israeliano con le due popolazioni che vivono nello stesso territorio.

I passi che il governo israeliano ha intrapreso per prevenire la diffusione del coronavirus non sono esagerati. Al contrario sembra che le misure prese finora siano riuscite ad impedire un’esplosione di casi nelle ultime settimane.

Ma bisognerebbe ricordare che lo Stato di Israele, l’esercito che controlla i territori [palestinesi] occupati e noi come società abbiamo la responsabilità, imposta dalle leggi internazionali e dagli obblighi etici, di proteggere l’incolumità, la sicurezza e la salute di tutte le persone sotto il controllo israeliano – comprese quelle che vivono sotto occupazione israeliana.

L’emergenza totale provocata dal coronavirus ha proposto un test allo Stato di Israele. I palestinesi non dovrebbero essere percepiti come una popolazione che può essere isolata dagli israeliani con chiusure, assedi, leggi differenziate e strade per evitarli. I rischi per la loro salute e qualità di vita ricadono principalmente su di noi, in quanto potere che ne è responsabile.

Le decisioni di imporre una chiusura militare totale sui territori [palestinesi] occupati (escludendo le colonie), o su alcune zone dei territori, non possono essere prese quando le principali considerazioni riguardino le implicazioni per la popolazione e l’economia israeliane, per esempio la mancanza di lavoratori edili e di risorse umane. Al contrario, queste decisioni devono prima rispondere “sì” alla domanda: verrebbero prese le stesse decisioni se la popolazione coinvolta fosse ebraica?

Inoltre i palestinesi che vivono in Cisgiordania sono già sottoposti durante tutto l’anno a una chiusura militare e alla grande maggioranza di loro è vietato entrare in Israele. Di solito ci sono alcune “eccezioni”, palestinesi che hanno permessi temporanei che consentono loro di entrare in Israele per lavorare. Tuttavia negli ultimi giorni anche a quelli con permessi di ingresso è stato vietato di entrare in Israele, a causa della festa di Purim – che, come per ogni importante festa ebraica, ha portato Israele a chiudere totalmente la Cisgiordania. E quei coloni israeliani che hanno celebrato Purim a Hebron hanno usufruito delle stesse strade che sono state chiuse ai palestinesi per un quarto di secolo.

Sembra che gli stessi principi che hanno guidato i governi israeliani per 52 anni di occupazione – con il suo allontanamento, occultamento e disumanizzazione dei palestinesi – continuino a guidare il governo di Benjamin Netanyahu durante una pandemia che cambia le carte in tavola. Eppure, in contrasto con queste linee guida, è diventato ancora più chiaro che lo spazio in cui viviamo sia una ragnatela umana che non può essere separata artificialmente. Questa pandemia può essere la nostra opportunità per dimostrare che non abbiamo dimenticato come si comportano gli esseri umani.

E forse, all’ombra del coronavirus, gli abitanti di Betlemme e di altre città sottoposte a chiusura militare saranno liberati da incursioni notturne, improvvisi posti di blocco, arresti arbitrari, spedizioni militari e scontri quotidiani con il potere occupante.

Lior Amihai è direttore esecutivo di Yesh Din.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)