“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Ex primo ministro israeliano chiede alla Corte Penale Internazionale di fermare i “terroristi ebrei” in Cisgiordania dopo il blocco dei procedimenti giudiziari.

Emma Graham-Harrison – Gerusalemme

Mercoledì 25 marzo 2026 – The Guardian

Da un’analisi del Guardian sulla violenza dei coloni emerge che dal 2020 nessun israeliano è stato perseguito penalmente per l’uccisione di civili palestinesi, mentre ex capi dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti parlano di «terrorismo ebraico organizzato».

Secondo un’analisi condotta dal Guardian su dati giuridici e documenti pubblici, dall’inizio di questo decennio Israele non ha perseguito penalmente i propri cittadini per l’uccisione di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, favorendo così l’impunità nei confronti di una campagna di violenza.

Gli attacchi hanno spinto l’ex primo ministro Ehud Olmert a chiedere l’intervento della Corte Penale Internazionale (CPI) per “salvare i palestinesi e noi [israeliani]” dalla violenza dei coloni appoggiata dallo Stato, perpetrata con la complicità e talvolta la partecipazione della polizia e dell’esercito.

“Ho deciso non solo di non rimanere in silenzio, ma di richiamare l’attenzione della CPI dell’Aia affinché adotti misure coercitive ed emetta mandati di arresto”, ha dichiarato Olmert in una dichiarazione scritta inviata al Guardian.

Decine di ex comandanti della sicurezza israeliana hanno chiesto un intervento urgente per fermare gli attacchi “quasi quotidiani” contro i palestinesi. In una lettera pubblica indirizzata all’attuale capo delle forze armate del Paese hanno avvertito che la mancata lotta al “terrorismo ebraico” rappresenta una minaccia esistenziale.

Questo mese i coloni israeliani e la polizia hanno ucciso 10 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, tra cui due fratelli di cinque e sette anni e i loro genitori, tutti colpiti alla testa mentre la famiglia tornava a casa dopo aver fatto la spesa per il Ramadan.

“Non stiamo più parlando di una manciata di teppisti che infrangono la legge. Si tratta di attività organizzate, a volte col coinvolgimento di individui in uniforme, che sparano contro persone innocenti e incendiano proprietà e case di civili”, si legge nella lettera.

Tra i firmatari della lettera, che non è stata preventivamente annunciata, figurano due ex capi delle forze armate israeliane – uno dei quali ha anche ricoperto la carica di ministro della Difesa – cinque capi dei servizi segreti Mossad e Shin Bet e quattro ex commissari di polizia.

Nel loro appello a far rispettare la legge attribuiscono i successi militari del passato alla «forza morale» delle forze armate israeliane e affermano che essa è fondamentale per le vittorie future. «Senza di essa non abbiamo alcun diritto di esistere», affermano.

Secondo i dati dell’ONU dal 2020 i soldati e i coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, almeno un quarto dei quali minorenni. Nessuno è stato incriminato per queste morti.

Secondo i dati ufficiali e quelli forniti dall’organizzazione [israeliana] per i diritti civili Yesh Din l’ultimo attacco mortale compiuto dalle forze di sicurezza israeliane nella Cisgiordania occupata che ha portato a un rinvio a giudizio risale al 2019. L’ultimo omicidio commesso da un civile israeliano che ha portato a un’incriminazione risale al 2018. Questa settimana un tribunale israeliano ha stabilito che l’imputato aveva lanciato il sasso che ha colpito Aisha Rabi [morta nel 2018 in seguito alla rottura del parabrezza della sua auto, ndt.].

Le forze di sicurezza israeliane sono responsabili della maggior parte delle vittime palestinesi nella Cisgiordania occupata, ma gli atti di violenza perpetrati da civili israeliani si sono intensificati dopo gli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, quando Israele ha scatenato una guerra a Gaza che, secondo una commissione delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e studiosi di genocidio, è da considerarsi tale.

Omicidi, incendi dolosi, furti e altri crimini commessi da coloni israeliani, inclusi episodi ripresi dalle telecamere e sospette aggressioni sessuali, sono rimasti quasi del tutto impuniti.

Secondo quanto riportato da Yesh Din tra il 2020 e il 2025 oltre il 96% delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata si è concluso senza un’incriminazione. Su 368 casi solo otto, ovvero il 2% del totale, si sono conclusi con condanne totali o parziali.

Olmert chiede procedimenti giudiziari internazionali contro i coloni violenti che sono “aiutati, sostenuti e ispirati dagli ambienti governativi” nella loro campagna di pulizia etnica. I pogrom nei villaggi palestinesi ricordano quelli “un tempo diretti contro gli ebrei in Europa”, afferma.

“Se le forze dell’ordine israeliane non adempiranno al loro dovere, forse le autorità legali internazionali faranno ciò che è necessario per salvare i palestinesi e noi dagli atti criminali commessi da terroristi ebrei proprio sotto i nostri occhi”.

La popolazione di coloni israeliani nella Cisgiordania occupata è aumentata costantemente per diversi decenni, anche quando Olmert e l’élite della sicurezza che ora si esprime contro la violenza ricoprivano posizioni di comando o erano al potere.

“I palestinesi potrebbero accogliere con favore queste critiche israeliane, ma non hanno dimenticato che molti di questi ex funzionari hanno facilitato l’espansione delle colonie e, con essa, la violenza dei coloni e dei militari”, ha dichiarato Amjad Iraqi, analista senior di Israele/Palestina presso l’International Crisis Group [ONG internazionale che conduce ricerche e analisi sulle crisi globali, ndt.].

«Questi critici israeliani danno spesso l’impressione che la violenza dei coloni possa essere contenuta semplicemente destituendo l’attuale governo di estrema destra. Ciò avrebbe certamente un effetto, ma non tiene conto del fatto che gli insediamenti coloniali sono un progetto dello Stato che è stato plasmato e guidato da tutte le forze politiche.»

Molti israeliani cercano inoltre di tracciare una distinzione tra gli attacchi dei coloni e luso della forza da parte della polizia e dellesercito israeliani. Olmert ha chiesto lintervento della Corte Penale Internazionale solo per quanto riguarda la violenza perpetrata da civili, pur ammettendo che vi sono stati «troppi» episodi in cui israeliani in divisa hanno ucciso civili palestinesi.

Dal 2020 al 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, le forze di sicurezza israeliane sono state meno soggette dei coloni a essere incriminate per aver causato danni ai palestinesi.

Secondo Yesh Din i palestinesi hanno presentato 1.746 denunce per danni causati in quel periodo dai soldati israeliani nella Cisgiordania occupata, di cui oltre 600 per omicidio. Meno dell’1% delle denunce ha dato adito ad un’incriminazione.

«I sistemi di applicazione della legge israeliani, sia civili che militari, funzionano meno come meccanismi di giustizia e più come scudi per i responsabili», ha affermato Ziv Stahl, direttore di Yesh Din. «Portano ripetutamente a indagini interrotte e casi archiviati, privilegiando di fatto limmunità rispetto all’applicazione delle leggi».

Per anni il sistema giudiziario ha considerato i casi giunti in tribunale come un’arma fondamentale a difesa di Israele dinanzi ai tribunali internazionali. Quando un solido sistema giuridico nazionale persegue i reati è meno probabile che i tribunali internazionali esercitino la propria giurisdizione.

«Il sistema è programmato per favorire l’impunità, non la responsabilità», ha affermato Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in diritti umani. «Ma era abbastanza intelligente da prevedere anche casi molto rari nei quali i responsabili venivano chiamati a rispondere delle proprie azioni, che potevano essere citati come esempi di come funzionasse l’applicazione della legge».

Tuttavia negli ultimi anni giudici e pubblici ministeri hanno subito forti pressioni attraverso false accuse secondo cui questi casi facevano parte di un sistema sfavorevole agli imputati israeliani, e i procedimenti penali per violenze contro i palestinesi si sono in gran parte interrotti.

«Ciò ha un costo troppo alto [per il sistema giudiziario israeliano]», afferma Sfard. «A livello internazionale non stiamo pagando alcun prezzo a causa dell’impunità, mentre a livello interno loro stanno pagando un prezzo per questa parvenza di responsabilità, comunque falsa»

A febbraio due ex ministri della Giustizia del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno firmato una lettera in cui accusavano l’attuale governo israeliano di consentire la «pulizia etnica attiva e orribile» dei palestinesi nella Cisgiordania occupata.

«La responsabilità giuridica e morale definitiva di porre fine a questa campagna di terrore ricade sul governo israeliano. Ebbene, esso non lo sta facendo», si legge nella lettera, di cui la stampa internazionale non ha ancora dato notizia.

È stata firmata da oltre 20 personalità di spicco del mondo giuridico, tra cui Dan Meridor e Meir Sheetrit, entrambi ex ministri della giustizia del Likud.

«Chiunque contribuisca a questi [attacchi dei coloni], con azioni o omissioni, ne è responsabile, compresi i soldati e soprattutto i comandanti delle forze regolari e della riserva. Gli ordini di eseguire o consentire questi attacchi sono chiaramente illegali».

Anche il capo delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, la scorsa settimana ha chiesto che si intervenga contro la violenza dei coloni, esortando «tutte le autorità del Paese ad agire contro questo fenomeno e a fermarlo prima che sia troppo tardi». Le forze armate israeliane esercitano il controllo sui territori occupati.

Al di fuori della Cisgiordania occupata, dal 2020 ci sono state due incriminazioni di membri delle forze di sicurezza israeliane per l’uccisione di civili palestinesi.

Un agente della polizia di frontiera israeliana che sparò a un uomo autistico a Gerusalemme Est nel 2021 è stato assolto due anni dopo dall’accusa di “omicidio colposo”. Nel 2023 un tenente è stato incriminato per la morte del contadino Hasan Sami Al-Borno, ucciso nel 2021 dal fuoco di un carro armato israeliano a Gaza. Non è stato processato.

La polizia israeliana non ha risposto alle richieste di commento sulle mancate indagini o il fatto di non aver impedito la violenza dei coloni.

Quique Kierszenbaum ha contribuito alla stesura dell’articolo

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Corte Penale Internazionale rigetta l’appello e quindi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant rimangono validi

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

La Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja ha rigettato un appello presentato dal governo israeliano contro i mandati di cattura emessi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant.

Con una maggioranza di tre giudici a due la Corte d’Appello ha deciso di confermare i mandati, che rimangono in tal modo validi legalmente. I due politici sono accusati di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare nella Striscia di Gaza.

Israele ha presentato l’appello dopo che la Corte ha deciso di aprire un’inchiesta preliminare sulla guerra di Israele contro Gaza in seguito all’attacco condotto da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. La Corte ha basato la sua decisione sul principio di complementarietà, che permette alla CPI di agire solo quando uno Stato non è in grado o non vuole perseguire dei sospetti attraverso il proprio sistema legale.

Nel suo appello Israele ha sostenuto che l’ufficio del procuratore avrebbe dovuto informare il governo in anticipo riguardo l’apertura del procedimento. Secondo Israele questo avrebbe permesso alle autorità di affrontare le accuse in Israele.

La Corte ha rigettato questo argomento, stabilendo che una notifica preliminare non era richiesta in questa fase del procedimento giudiziario.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Nella denuncia per l’uccisione di Hind Rajab sono stati identificati decine di soldati israeliani

Redazione di MEE

21 ottobre 2025 – Middle East Eye

La Fondazione Hind Rajab ha rintracciato i presunti assassini della bambina palestinese e dei suoi familiari

Martedì la Hind Rajab Foundation [Fondazione Hind Rajab] (HRF) ha annunciato di aver identificato un’altra ventina di soldati israeliani che ha denunciato alla Corte Penale Internazionale (CPI) per il loro ruolo nell’uccisione di Hind Rajab.

L’HRF prende il nome dal Rajab, la bambina palestinese di 6 anni uccisa lo scorso anno da una raffica di proiettili israeliani a Gaza durante il genocidio di Israele contro il popolo palestinese.

Tra le persone identificate ci sono tre comandanti di alto grado di cui la fondazione ha fatto pubblicamente i nomi: il colonnello Beni Aharon, comandante della 401sima brigata corazzata, già oggetto di una denuncia presso la CPI; il tenente colonnello Daniel Ella, comandante del 52simo battaglione corazzato; il maggiore Sean Glass, comandante della compagnia Impero del Vampiro [che fa parte della 52sima brigata, ndt.].

Si ritiene che Ella e Glass siano stati i diretti responsabili dell’uccisione sul terreno.

Altri 22 soldati che operano nella compagnia Impero del Vampiro saranno citati per nome e cognome “progressivamente, in quanto le denunce a livello nazionale sono presentate in Paesi diversi,” ha affermato HRF in un comunicato.

Sulla scia del documentario di un’ora Ma Khafiya Aatham (La punta dell’iceberg) messo in onda su Al Jazeera in arabo insieme alla fondazione, la HRF ha affermato di aver presentato un documento di 120 pagine in base all’articolo 15, denunciando questi soldati alla CPI.

L’articolo 15 dello Statuto di Roma, che ha creato la CPI, stabilisce che il procuratore “deve iniziare indagini… sulla base di informazioni su crimini [commessi] all’interno della giurisdizione della Corte”, e “deve esaminare la fondatezza delle informazioni ricevute.”

Il documento “include prove digitali, satellitari e medico-legali esaustive che confermano che i carrarmati Merkava IV della Compagnia Impero del Vampiro hanno sparato ripetutamente contro la Kia Picanto nera in cui Hind e i suoi familiari erano intrappolati e in seguito hanno preso di mira l’ambulanza inviata per salvarla,” afferma la HRF.

“L’attacco è stato effettuato nella totale consapevolezza dello status di civili protetti delle vittime, in seguito a un precedente coordinamento [per concordare il salvataggio, ndt.] tra la Croce Rossa Palestinese e le autorità israeliana,” aggiunge.

“La squadra di avvocati della Fondazione conclude che, in base agli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto di Roma, queste azioni rappresentano crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.”

La HRF ha già in corso una causa penale in Argentina contro Itay Cukierkopf, un membro della squadra di carristi citata nella sua denuncia alla CPI.

Macchina della giustizia”

Per due anni i soldati israeliani hanno inviato post su TikTok, Instagram, YouTube e su altre reti sociali vantandosi delle loro operazioni a Gaza.

La HRF ha utilizzato queste stesse prove per dare seguito alle accuse di crimini di guerra contro di loro in tutto il mondo.

“Non puoi massacrare persone, filmarti mentre lo fai, vantartene in giro per il mondo, confessare le tue azioni e poi continuare come se niente fosse, sederti vicino a me in un caffè a Bruxelles,” aveva detto in precedenza a Middle East Eye Dyab Abou Jahjah, il presidente della HRF.

Stiamo dando la caccia ai criminali di guerra ovunque vadano.”

Abou Jahjah ha rivelato che all’inizio del 2025 la Fondazione aveva raccolto più di 8.000 prove riguardanti presunti crimini di guerra da parte di soldati israeliani a Gaza.

“Le prove sono là,” aveva detto. “La sfida è trasformarle in un processo giudiziario.”

Il lavoro della HRF si concentra su una condotta processuale aggressiva e su una duplice strategia per chiamare [gli imputati] a risponderne, prendendo di mira due categorie di soldati: israeliani che hanno la cittadinanza di un Paese in cui può essere avviata una causa giudiziaria e soldati che sono in viaggio e che non sono cittadini dei Paesi di destinazione. “Non ci consideriamo una ong, ma una macchina della giustizia,” ha detto a MEE Abou Jahjah.

La Hind Rajab Foundation prende il suo nome in onore della bambina palestinese di 6 anni la cui morte per mano di soldati israeliani il 29 gennaio 2024 è diventata il simbolo delle estesissime violazioni del diritto umanitario internazionale commesse dalle forze israeliane.

Nel giugno 2024 un’indagine ha rivelato che Rajab e cinque membri della sua famiglia erano stati colpiti dall’esercito israeliano con 335 proiettili mentre tentavano di scappare dal nord di Gaza nella loro auto.

Per tre ore Hind rimase l’unica sopravvissuta, intrappolata insieme ai suoi parenti uccisi. Alla disperata ricerca di aiuto chiamò i paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese, ma Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun vennero entrambi uccisi dalle forze israeliane prima che potessero salvarla.

Una straziante registrazione dell’ultima telefonata di Hind, resa pubblica dopo i fatti, ha conservato le sue agghiaccianti suppliche: “Ho paura del buio, venite a prendermi.”

Ora si prevede che il prossimo anno un lungometraggio sulla sua tragedia vincerà l’Oscar come miglior film in lingua straniera.

Oltre 67.000 palestinesi sono morti nella guerra contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il New Yorker pubblica nuovi dettagli su come le accuse di abusi sessuali contro Karim Khan abbiano bloccato l’indagine della CPI

Imran Mulla

7 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’articolo del New Yorker riprende alcuni interrogativi riguardanti le accuse di molestie sessuali contro il procuratore della CPI che in precedenza erano stati sollevati solo da MEE.

Dopo che il periodico New Yorker ha pubblicato nuove notizie a proposito della causa in corso sono emersi ulteriori dettagli sull’indagine riguardo a una denuncia per presunte molestie sessuali contro il procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan.

L’articolo riprende molti particolari precedentemente riportati da Middle East Eye.

Ma l’articolo del New Yorker, pubblicato in rete domenica e intitolato “L’Aia a processo”, dà conto di nuove informazioni sul ruolo di Thomas Lynch, assistente speciale di Khan, che egli aveva incaricato di mantenere i contatti con Israele sull’indagine della CPI riguardo alla Palestina.

L’articolo del New Yorker riporta “alcuni sospetti secondo cui Lynch stesso o qualcuno vicino a lui avrebbe giocato un ruolo” nel far filtrare ai media nell’ottobre 2024 la dichiarazione di quattro pagine dello stesso Lynch agli investigatori della CPI contro Khan riguardo alle accuse di molestie sessuali.

Secondo il New Yorker un “indirizzo mail anonimo” avrebbe fatto filtrare ai giornalisti rapporti di seconda mano su Khan in cui si sosteneva falsamente che Khan “come misura preventiva” aveva pubblicamente “accusato il Mossad israeliano di averlo minacciato e ricattato.”

Il New Yorker riporta anche che la mail “di seguito si pronunciava a favore del Mossad” e affermava che Khan lo aveva fatto “come manovra di copertura”.

La mail elencava anche nomi e numeri di telefono di Lynch, dell’accusatrice di Khan e di altri presso la CPI e conteneva la parola ebraica per “telefoni”, insieme ad alcuni numeri.

Il New Yorker riporta inoltre che registrazioni delle comunicazioni del giorno in cui è comparso un post di un account di X riguardo alle accuse dimostrano che Lynch “aveva incontrato l’accusatrice prima della telefonata durata un’ora di quest’ultima con Khan”, e che l’account di X è apparso per la prima volta 90 minuti dopo la chiamata.

[L’articolo] afferma che “la registrazione delle comunicazioni dimostra anche che Lynch ha manifestato sorpresa quando è emersa per la prima volta la fuga di notizie e ha detto agli inquirenti di non esserne il responsabile. La mail e l’account di X erano parte di un’operazione israeliana per influenzare [l’opinione pubblica] o i riferimenti al Mossad e le lettere in ebraico erano un goffo tentativo di depistaggio?”

Il pezzo del New Yorker racconta anche per la prima volta che la donna che accusa Khan di molestie sessuali, una funzionaria della CPI, “aveva sostenuto all’interno [della CPI] che egli avrebbe dovuto andare più lentamente nell’accusare i leader israeliani e non affrettarsi a rendere pubblici mandati di arresto ad alto livello.”

Ciò contraddice precedenti articoli del Wall Street Journal che ha riportato ripetutamente che la denunciante, le cui accuse sono state fatte alla fine dell’aprile 2024, appoggiava i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant.

A luglio la donna ha detto a MEE che non c’è alcun rapporto tra la sua denuncia e l’indagine di Khan su Israele e ha affermato di appoggiare ogni indagine sotto la giurisdizione della Corte. Khan si è messo in congedo a tempo indeterminato a maggio in attesa dei risultati di un’indagine indipendente dell’ONU sulla denuncia contro di lui.

Minacce e pressioni che hanno preso di mira il procuratore si sono manifestate nel corso degli ultimi due anni quando Khan ha cercato di raccogliere prove e istruire un processo contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altri politici israeliani per la condotta della guerra contro Gaza e la sempre più rapida espansione delle colonie e delle violenze contro i palestinesi nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Il New Yorker afferma che lo scandalo che riguarda Khan ha “già ostacolato il tentativo di chiamare Israele a rispondere del numero di morti a Gaza.” Il suo articolo arriva dopo un’inchiesta di MEE all’inizio di agosto che rivelava:

– Minacce e avvertimenti diretti contro Khan da parte di importanti politici, compresi l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron e il senatore statunitense Lindsey Graham;

– calunnie contro Khan da parte di colleghi e amici di famiglia;

– timori per la sicurezza di Khan suggeriti dalla presenza all’Aia, dove ha sede la CPI, di una squadra del Mossad;

– fughe di notizie sui mezzi di informazione riguardo alle accuse di molestie sessuali contro Khan.

L’amministrazione Trump ha sanzionato Khan in febbraio. Khan è andato in congedo a metà maggio, poco dopo che è fallito un tentativo di sospenderlo e nel bel mezzo dell’indagine in corso da parte dell’ONU riguardo alle accuse fatte dalla funzionaria della CPI.

L’articolo del New Yorker evidenzia come indiscrezioni riguardo alle denunce di molestie sessuali contro Khan abbiano contribuito a bloccare il perseguimento di governanti israeliani e che queste accuse sono state presentate come la ragione della sua causa contro Netanyahu e Gallant.

In un editoriale del 16 maggio il Wall Street Journal ha sostenuto che Khan aveva utilizzato i mandati di arresto per “distrarre dal suo comportamento”. Ha descritto come “viziata” la causa della CPI contro Netanyahu. Ma, come raccontato in precedenza da MEE, la decisione del procuratore di chiedere i mandati di arresto è stata presa sei settimane prima delle accuse contro di lui alla fine dell’aprile 2024.

Il New Yorker afferma che la pagina editoriale del WSJ “appoggia sistematicamente Netanyahu.”

Il New Yorker riporta che “nella corrispondenza che Khan ha fornito agli inquirenti (dell’ONU) la sua accusatrice sembra essere molto cordiale, incline a comunicare la sua vita e le sue battaglie personali, molto premurosa verso Khan e sua moglie e forse troppo sollecita.”

“Persino nel periodo immediatamente precedente e successivo alle sue lamentele rivolte ai colleghi (nella primavera del 2024), ha mandato messaggi a Khan, ha affermato di essere contenta di lavorare insieme a lui e suggerito un’opera artistica che lui e sua moglie avrebbero potuto comprare per la loro casa.”

Registrazione di telefonate

Il New Yorker informa che in uno scritto a Khan del maggio 2024 la donna “sembrava preoccupata che macchinazioni politiche potessero guidare l’indagine, dicendogli che lei si rifiutava di essere ‘una pedina in un gioco a cui non voglio giocare’”.

Riporta una telefonata registrata tra la donna e Khan il 17 ottobre 2024 in cui lei “non fa mai riferimento ad alcuna avance sessuale o altri comportamenti scorretti, ma lamenta varie volte il fatto di aver sentito pettegolezzi dei colleghi secondo cui lei era ‘ossessionata’ da lui o, peggio, una spia israeliana”.

Il New Yorker afferma: “Ogni tanto (Khan) sembrava sicuro di non essere colpevole di alcun comportamento scorretto, ricordandole ripetutamente che era una sua [di lei] scelta se voleva iniziare un’indagine più complessiva, anche su di lui. ‘La verità verrà fuori’, le assicurava.”

“Eppure, in altri momenti, è sembrato preoccupato che lei potesse presentare una denuncia contro di lui. Le ha detto che “voci su ciò” stavano ‘rinfocolando la faccenda’ e la sollecitava a chiarire formalmente che lei non aveva intenzione di accusarlo di comportamenti scorretti. ‘Allora sarebbe proprio finita,’ diceva, e la CPI avrebbe potuto porre fine al ‘carosello mediatico’ dicendo ai giornalisti: ‘Adesso andate a farvi fottere, lasciatela in pace’.”

Il New Yorker afferma che la donna ha detto falsamente a Khan che non stava registrando la telefonata. Cita anche messaggi di testo tra la donna e un amico all’inizio del 2024 che [il NY] afferma siano stati inclusi nella documentazione presentata agli inquirenti dell’ONU, in cui [il NY] sostiene che “lei ha descritto esplicitamente le avances sessuali da parte di Khan.”

“Lui vuole andare in vacanza o associarmi una missione fuori ufficio di qualche giorno. Sono bellissima, l’odore del mio collo,” ha scritto in un messaggio di testo quell’aprile, dicendo di aver inventato una scusa per liberarsi di lui. Il New Yorker aggiunge: “Una persona vicina a Khan ha detto che gli inquirenti dell’ONU non gli hanno chiesto di rispondere a nessuno di questi indizi.”

Alla fine di luglio MEE ha inviato alla denunciante una lunga lista di domande che trattavano argomenti riguardanti la sua denuncia contro Khan, la sua amicizia con Khan e sua moglie, commenti da lei fatti in messaggi e la telefonata a Khan.

Lei ha risposto: “In quanto funzionaria della Corte Penale Internazionale sono tenuta all’ obbligo di riservatezza e integrità professionale e quindi non posso occuparmi delle domande poste o correggere le inesattezze ivi contenute.”

Tuttavia ha aggiunto: “Rigetto in modo categorico le insinuazioni e le descrizioni selettive presentate, che sono assolutamente inesatte, diffamatorie e chiaramente intenzionate a screditarmi personalmente.”

Ha affermato di aver pienamente collaborato con gli inquirenti dell’ONU e di aver ottemperato a “ogni obbligo legale e istituzionale.”

Ha negato ogni rapporto tra la sua denuncia contro Khan e l’indagine del procuratore su Israele e ha detto di non essere affiliata a, o di agire a favore di, alcuno Stato o attore esterno.

Ha affermato: “Continuo ad appoggiare ogni indagine sotto giurisdizione della Corte, come ho sempre fatto. La mia denuncia non ha niente a che vedere con l’indagine della Corte sulla Palestina. Due cose possono essere vere allo stesso tempo, e una non ha assolutamente niente a che vedere con l’altra.” Ha affermato che i fatti dell’anno scorso sono stati “molto penosi e personalmente distruttivi” ed hanno influito in modo significativo sulla sua salute e sul suo benessere.

Cameron: i mandati di arresto “una bomba all’idrogeno”

L’articolo del New Yorker cita anche il fatto che note ufficiali che Khan ha presentato all’Office of Internal Oversight Services [Ufficio dei Servizi di Supervisione Interna] (OIOS) dell’ONU, che attualmente sta indagando sulle denunce di condotta scorretta contro il procuratore, affermano che nel 2024 il ministro degli Esteri britannico David Cameron ha detto a Khan che la richiesta di mandati di arresto contro politici israeliani sarebbe stata una “bomba all’idrogeno”.

A giugno MEE ha informato che un certo numero di fonti, compresi ex-funzionari dell’ufficio di Khan al corrente della conversazione e che hanno visto gli appunti dell’incontro, hanno detto che Cameron ha anche minacciato il ritiro della Gran Bretagna dalla CPI se la Corte fosse andata avanti con i mandati di arresto.

All’epoca Cameron non ha risposto alle richieste di commentare [queste affermazioni], mentre il ministero degli Esteri britannico ha rifiutato ogni commento.

Il New Yorker informa sul ruolo di Lynch, l’assistente speciale di Khan, che “era noto come scettico sull’emanazione di accuse gravi contro gli israeliani.”

In precedenza MEE aveva riportato che Lynch aveva giocato un ruolo chiave nel presentare accuse di condotta scorretta contro Khan. Tuttavia in privato Lynch ha manifestato alla moglie di Khan dubbi sulle accuse e detto che il tempismo è stato sospetto.

In risposta alle domande di MEE Lynch ha descritto le asserzioni presentate nell’articolo di MEE ad agosto come “false e fuorvianti”.

Ti distruggeranno”

Il New Yorker ha raccontato anche che le accuse della donna sono state più gravi nel momento in cui è iniziata, alla fine del 2024, un’indagine esterna dell’ONU di quanto erano state durante due precedenti inchieste interne della CPI, entrambe chiuse dopo che la donna non vi aveva collaborato.

L’articolo descrive il racconto di Khan di un incontro con l’avvocato anglo-israeliano presso la CPI Nicholas Kaufman, che “si è presentato come autorizzato a fare una proposta da parte di Netanyahu e Gallant.”

Secondo gli appunti di Khan “Kaufman ha detto che se Khan non avesse in qualche modo ritirato i mandati di arresto ‘loro – presumibilmente Israele e i suoi alleati americani – distruggeranno te e la Corte’.”

Come aveva in precedenza fatto con MEE, Kaufman ha negato al New Yorker “di aver mai fatto minacce o sostenuto di parlare per Netanyahu o Gallant, e ha detto che ogni riferimento a danni per la CPI riguardava sanzioni USA.”

Egli ha detto al New Yorker: “Sono andato da Khan da amico e lui mi ha dimostrato che i suoi amici per lui sono sacrificabili se ne ha bisogno per salvarsi la pelle.”

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha sanzionato i giudici della CPI e i vice procuratori di Khan, che hanno preso il suo posto quando è andato in congedo a maggio.”

Ci sono crescenti timori che gli USA potrebbero presto sanzionare la stessa Corte, il che potrebbe mettere in dubbio la sua stessa esistenza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli USA potrebbero presto colpire l’intera Corte Penale Internazionale con sanzioni

Reuters

22 settembre 2025 – Haaretz

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero condizionare le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine

Gli Stati Uniti stanno pensando di imporre sanzioni entro questa settimana contro l’intera Corte Penale Internazionale, mettendo in pericolo le operazioni correnti della Corte come rappresaglia per le indagini su sospetti crimini di guerra israeliani.

Washington ha già imposto sanzioni mirate contro diversi procuratori e giudici della Corte, ma inserire nell’elenco delle sanzioni la Corte stessa costituirebbe una grave escalation.

Sei fonti a conoscenza del problema, tutte anonime in quanto si tratta di una questione diplomatica sensibile che non è stata resa pubblica, hanno affermato che una decisione su tali “sanzioni all’ente” è prevista a breve tempo.

Una fonte ha detto che funzionari della Corte hanno già tenuto incontri interni per discutere dell’impatto di potenziali sanzioni generali. Due altre fonti hanno detto che si sono tenuti incontri anche con diplomatici di stati membri della Corte.

Un funzionario USA, parlando in condizioni di anonimato in quanto si tratta di questioni sensibili, ha confermato che sono state valutate sanzioni estese all’ente, ma non è stata dettagliata la tempistica della possibile iniziativa.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha accusato la Corte di rivendicare ciò che ha affermato essere la sua “presunta giurisdizione” sul personale USA ed israeliano e ha detto che Washington sta per compiere ulteriori passi, anche se non ha specificato esattamente quali.

(La CPI) ha l’opportunità di cambiare corso apportando cambiamenti cruciali ed appropriati. Gli USA intraprenderanno ulteriori passi per proteggere i nostri coraggiosi militari ed altri, finchè la CPI continuerà a rappresentare una minaccia ai nostri interessi nazionali”, ha affermato il portavoce.

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero compromettere le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine sui suoi computer.

Per mitigare i potenziali danni lo staff della CPI ha ricevuto in questo mese i salari in anticipo per tutto il 2025, hanno detto tre delle fonti, anche se non è la prima volta che la Corte ha pagato i salari in anticipo per precauzione in caso di sanzioni.

Hanno aggiunto che la Corte sta anche cercando fornitori alternativi per servizi bancari e software.

La CPI, che ha sede all’Aja, ha incriminato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, come anche figure dell’organizzazione combattente Hamas, per presunti crimini commessi durante la guerra di Gaza.

Washington ha in precedenza comminato sanzioni a funzionari della Corte per il loro ruolo in quei casi e in una distinta indagine per sospetti crimini in Afghanistan, che inizialmente aveva riguardato azioni da parte delle truppe USA.

Tre fonti diplomatiche hanno detto che alcuni dei 125 Stati membri della CPI tenteranno di respingere sanzioni addizionali degli USA durante l’Assemblea Generale dell’ONU a New York in questa settimana.

Ma quattro fonti diplomatiche all’Aja e a New York hanno affermato che tutto indica che Washington incrementerà i suoi attacchi alla CPI.

La via delle sanzioni individuali è esaurita. Ora la domanda è quando, piuttosto che se, verrà compiuto il prossimo passo”, ha affermato un alto diplomatico.

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha definito la Corte “una minaccia alla sicurezza nazionale che è stata uno strumento di guerra legale” contro gli Stati Uniti e il loro alleato Israele.

La Corte è stata creata nel 2002 con un trattato che le conferisce giurisdizione a perseguire il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, sia che siano stati commessi da un cittadino di uno Stato membro sia che abbiano avuto luogo sul territorio di uno Stato membro.

Israele e gli Stati Uniti non sono Stati membri. La Corte riconosce lo Stato di Palestina come membro e ha sentenziato che questo le conferisce giurisdizione sulle azioni commesse sul territorio palestinese. Israele e gli Stati Uniti lo negano.

A febbraio la Casa Bianca ha imposto sanzioni contro il Procuratore generale della Corte, Karim Khan, che aveva richiesto i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant. Khan è in congedo a fronte di una inchiesta in corso su accuse di abusi sessuali, che lui nega.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I massimi inquirenti legali delle Nazioni Unite concludono che Israele è colpevole di genocidio a Gaza

Sondos Asem

16 settembre 2025 – Middle East Eye

Il rapporto più autorevole delle Nazioni Unite sul genocidio apre la strada alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, sostengono i suoi autori

Nella pronuncia più autorevole fino ad oggi il principale organo investigativo delle Nazioni Unite su Palestina e Israele ha stabilito martedì 16 settembre che Israele è colpevole del crimine di genocidio a Gaza.

Il rapporto di 72 pagine della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite su Palestina e Israele rileva che Israele ha commesso quattro dei cinque atti proibiti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948 e che i leader israeliani hanno espresso l’intento di distruggere i palestinesi di Gaza come gruppo.

La conclusione fa eco ai rapporti di organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali che sono giunte alla stessa conclusione nell’ultimo anno.

Ma questa è la prima indagine legale completa condotta da un organo delle Nazioni Unite e funge da linea guida per una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che attualmente sta esaminando una denuncia del Sudafrica che accusa Israele di genocidio. Si prevede che la conclusione del caso presso la Corte Internazionale di Giustizia richiederà diversi anni.

Navi Pillay, presidente della commissione, ha dichiarato a Middle East Eye: “Per arrivare alla conclusione della responsabilità di Israele per la sua condotta a Gaza la commissione ha utilizzato lo standard giuridico stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia. Si tratta quindi della conclusione più autorevole finora emessa dalle Nazioni Unite”.

“Il rapporto delle Nazioni Unite rimarrà la dichiarazione più autorevole fino a quando la Corte Internazionale di Giustizia non avrà finito il suo lavoro e si sarà pronunciata sul caso di genocidio intentato contro Israele”.

“I rapporti prodotti dalle Nazioni Unite, compresi quelli di una commissione d’inchiesta, hanno un valore probatorio particolare e possono essere considerati affidabili da tutti i tribunali nazionali e internazionali”.

Pilay, un’eminente giurista che in precedenza ha ricoperto il ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e Presidente del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, ha affermato che tutti gli Stati hanno l’obbligo giuridico inequivocabile di impedire il genocidio a Gaza. Ha inoltre esortato il governo del Regno Unito a rivedere la sua posizione sul genocidio di Gaza, incluso il suo rifiuto di etichettarlo come tale. “L’obbligo di prevenire il genocidio sorge quando gli Stati vengono a conoscenza dell’esistenza di un grave rischio di genocidio e quindi gli Stati, incluso il Regno Unito, devono agire senza dover attendere una decisione giudiziaria per impedirlo”, ha affermato.

Un altro membro della commissione, Chris Sidoti, ha dichiarato a MEE che gli Stati devono agire ora per prevenire il genocidio. “Non ci sono scuse per non agire ora”, ha affermato.

Il rapporto dovrebbe essere presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a ottobre.

Il rapporto invita gli Stati membri delle Nazioni Unite ad adottare diverse misure, tra cui l’interruzione dei trasferimenti di armi a Israele e l’imposizione di sanzioni contro Israele e individui o società coinvolti o che facilitano il genocidio o l’incitamento a commetterlo. Il rapporto conclude che Israele ha commesso un genocidio contro i palestinesi a Gaza dal 7 ottobre 2023, coprendo il periodo da tale data al 31 luglio 2025.

Si afferma che Israele ha commesso quattro atti di genocidio:

1. Uccisione di membri del gruppo: i palestinesi sono stati uccisi in gran numero attraverso attacchi diretti contro civili, persone protette e infrastrutture civili vitali, nonché mediante la creazione deliberata di condizioni che hanno portato alla morte.

2-Gravi danni fisici o mentali: i palestinesi hanno subito torture, stupri, aggressioni sessuali, sfollamenti forzati e gravi maltrattamenti durante la detenzione, oltre ai diffusi attacchi contro i civili e l’ambiente.

3. Infliggere condizioni di vita calcolate per distruggere il gruppo: Israele ha deliberatamente imposto condizioni di vita disumane a Gaza tra cui la distruzione di infrastrutture essenziali, la negazione di cure mediche, sfollamenti forzati, il blocco di cibo, acqua, carburante ed elettricità, la violenza sulle donne incinte e la fame come metodo di guerra. I bambini sono stati particolarmente presi di mira.

4.Impedire le nascite all’interno del gruppo: l’attacco alla più grande clinica per la fertilità di Gaza ha distrutto migliaia di embrioni, campioni di sperma e ovuli. Gli esperti hanno affermato alla commissione che ciò avrebbe impedito a migliaia di bambini palestinesi di nascere.

Intento genocida

Oltre agli atti genocidi l’inchiesta ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno l’intento genocida di distruggere, in tutto o in parte, i palestinesi nella Striscia di Gaza.

L’intento genocida è spesso il più difficile da dimostrare in qualsiasi caso di genocidio. Tuttavia, gli autori del rapporto hanno trovato “prove pienamente conclusive” di tale intento.

Come prova diretta dell’intento genocida hanno citato dichiarazioni rilasciate dalle autorità israeliane, tra cui il Presidente Isaac Herzog, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, che ha ricoperto la carica di Ministro della Difesa per gran parte della guerra.

Hanno inoltre rilevato che i tre leader hanno commesso il reato di incitamento al genocidio, un reato sostanziale ai sensi dell’Articolo III della Convenzione, indipendentemente dal fatto che il genocidio sia stato commesso.

Inoltre, sulla base di prove circostanziali, la commissione ha ritenuto che l’intento genocida fosse “l’unica deduzione ragionevole” che si potesse trarre dal modello di condotta delle autorità israeliane. Questo è lo stesso standard di prova che sarà utilizzato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo attuale procedimento contro Israele.

La commissione ha affermato di aver identificato sei modelli di condotta delle forze israeliane a Gaza che supportano l’ipotesi di un intento genocida:

1. Uccisioni di massa: dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno ucciso e gravemente ferito un numero senza precedenti di palestinesi, per lo più civili, utilizzando munizioni pesanti in aree densamente popolate. Secondo il rapporto al 15 luglio 2025 l’83% delle vittime erano civili. Quasi la metà erano donne e bambini.

2. Distruzione della cultura: la sistematica distruzione di case, scuole, moschee, chiese e siti culturali è stata citata come prova di un tentativo di cancellare l’identità palestinese.

3. Sofferenza deliberata: nonostante tre ordinanze provvisorie della Corte Internazionale di Giustizia e ripetuti avvertimenti internazionali, Israele ha continuato le sue politiche sapendo che i palestinesi erano intrappolati e impossibilitati a fuggire, ha affermato la commissione.

4. Collasso dell’assistenza sanitaria: le forze israeliane hanno preso di mira il sistema sanitario di Gaza attaccando ospedali, uccidendo e abusando il personale medico e bloccando forniture vitali e l’evacuazione dei pazienti.

5. Violenza sessuale: gli investigatori hanno documentato torture a sfondo sessuale, stupri e altre forme di violenza di genere descrivendole come strumenti di punizione collettiva.

6. Prendere di mira i minori: i bambini sono stati colpiti da cecchini e droni, anche durante le evacuazioni e nei rifugi, e alcuni sono stati uccisi mentre sventolavano bandiere bianche.

“I leader politici e militari israeliani sono agenti dello Stato di Israele, pertanto i loro atti sono attribuibili allo Stato di Israele”, si legge nel rapporto.

“Lo Stato di Israele è responsabile dell’incapacità di prevenire il genocidio, dell’attuazione di un genocidio e dell’incapacità di punire il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza”.

Chi sono gli investigatori delle Nazioni Unite?

La commissione d’inchiesta, composta da tre membri, è stata istituita nel maggio 2021 dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (HRC-CDU) con sede a Ginevra con un mandato permanente per indagare le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani nella Palestina occupata e in Israele a partire da aprile 2021.

La commissione ha il compito di riferire annualmente al CDU e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. I suoi membri sono esperti indipendenti, non retribuiti dalle Nazioni Unite, con un mandato a tempo indeterminato.

I rapporti della commissione sono molto autorevoli e ampiamente citati da organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale dell’Aia.

Negli ultimi quattro anni ha prodotto alcuni dei rapporti più dirompenti sulle violazioni del diritto internazionale in Israele e Palestina.

Dal 7 ottobre 2023 la commissione ha pubblicato tre rapporti e tre documenti sulle violazioni del diritto internazionale per opera di diversi attori. Precedenti rapporti hanno concluso che le forze israeliane hanno commesso crimini contro l’umanità e crimini di guerra a Gaza, tra cui, tra gli altri, sterminio, tortura, stupro, violenza sessuale e fame come metodo di guerra. Hanno anche concluso che a Gaza sono stati commessi due atti di genocidio

I suoi tre membri sono eminenti esperti di diritti umani e giuristi.

Pillay è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. In precedenza ha ricoperto il ruolo di giudice presso la Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il tribunale ad hoc delle Nazioni Unite per il Ruanda.

Miloon Kothari è stato il primo relatore speciale delle Nazioni Unite sull’alloggio adeguato tra il 2000 e il 2008, mentre Sidoti è l’ex commissario australiano per i diritti umani e in precedenza è stato membro della Missione Internazionale Indipendente di inchiesta delle Nazioni Unite sul Myanmar dal 2017 al 2019.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Nel persistente silenzio internazionale Israele ha già iniziato a cancellare Gaza City

Redazione di Euromed Monitor

24 agosto 2025 – Euromed Monitor

Territori palestinesi – Israele ha iniziato a mettere in atto il suo piano illegale per distruggere e occupare Gaza City. L’esercito sta attuando contemporaneamente bombardamenti e demolizioni nel sud, nell’est e nel nord, avanzando da tre direttrici verso il centro della città con una campagna di completa distruzione e sistematica cancellazione. Questa escalation segna una nuova fase del genocidio in corso da 23 mesi contro i palestinesi della Striscia di Gaza.

Questo attacco fa seguito all’annuncio ufficiale dell’esercito israeliano, il 20 agosto, della seconda parte dell’operazione Carri di Gedeone, e le sue fasi preliminari e iniziali sono già in corso. Oltre un milione di persone ora è intrappolato in meno del 30% di Gaza City e deve affrontare la minaccia di sfollamento forzato verso il sud in base a un piano inteso a cancellare la città, infliggere sistematiche distruzioni e creare il totale controllo militare.

All’alba del 24 agosto la squadra sul campo di Euro-Med Monitor ha documentato che le forze israeliane hanno fatto esplodere un robot carico di esplosivo nel quartiere di Al-Sharkh, nel nord di Gaza City. Ciò è avvenuto in seguito all’infiltrazione di veicoli militari e bulldozer nella vicina zona di Abu Sharkh, dopo di che il robot è stato utilizzato e fatto esplodere a distanza provocando vaste distruzioni.

Forze israeliane hanno fatto esplodere robot anche nell’area di Al-Wahidi di Jabalia al-Balad e nell’area di Zarqa a sud, distruggendo altre case e quartieri residenziali.

Questa mattina aerei israeliani hanno lanciato violenti attacchi aerei contro Jabalia al-Balad, prendendo di mira la rotonda di Abu Sharkh e il cimitero di Jabalia al-Nazla.

Oltre a schierare robot esplosivi, le forze israeliane hanno intensificato l’uso di droni quadrirotori carichi di casse di esplosivi. Questi droni sganciano il loro carico all’interno di edifici o sui tetti, provocando devastazioni altrettanto gravi di quelle inflitte dai robot o dai bombardamenti aerei.

Negli ultimi giorni la nostra squadra sul campo ha documentato la distruzione di numerosi edifici multipiano e zone residenziali ad Al-Saftawi e Jabalia al-Nazla. Queste aree e i loro sobborghi ospitano ancora un gran numero di abitanti e persone sfollate dal nord di Gaza, che sono state obbligate ancora una volta a scappare sotto incessanti cannoneggiamenti e bombardamenti.

Operazioni di distruzione ad Al-Saftawi, nel nord, sono parte del più complessivo piano dell’esercito israeliano che comprende tutte le zone di Gaza City. Operazioni simili sono in corso nell’est, soprattutto a Tuffah e Shuja’iyya, e nel sud a Zeitoun, dove più di 500 case sono già state distrutte. Anche ad Al-Sabra, utilizzando robot esplosivi e attacchi aerei, sono stati rasi al suolo vari isolati residenziali, comprese case abitate come quella della famiglia Abu Sharia, bombardata giovedì 21 agosto uccidendo otto membri della famiglia, di cui quattro erano bambini.

La continua massiccia distruzione è accompagnata da un modello ricorrente di uccisioni deliberate, le forze israeliane prendono direttamente di mira chiunque si sposti in queste zone, anche chi sta sfuggendo alla morte. É stato il caso di due fratelli, Awad Ihsan Saadallah e Nadine Ihsan Saadallah, uccisi sabato da un attacco aereo che ha colpito un gruppo di civili nei pressi della moschea Hamza a Jabalia al-Nazla.

La continua E spropositata intensità degli attacchi israeliani, insieme alla ridotta capacità e accessibilità dei pochi ospedali funzionanti e la mancanza della difesa civile basilare e di servizi sul campo, rende impossibile un’accurata documentazione delle vittime. L’attuale numero dei morti è quasi sicuramente molto più elevato di quello che è stato annunciato o registrato finora.

Queste pratiche stanno infliggendo conseguenze catastrofiche e irreversibili a centinaia di migliaia di civili che già devono affrontare fame e sfollamento. Sono sottoposti a uccisioni e bombardamenti quotidiani mano a mano che la loro città viene rasa al suolo isolato dopo isolato davanti ai loro occhi, mentre la comunità internazionale rimane inerte e silenziosa di fronte a uno dei crimini di genocidio più efferato della storia contemporanea.

La continua aggressione e l’estensione delle operazioni israeliane per occupare totalmente Gaza City rischiano di scatenare un massacro senza precedenti contro i civili, cancellando ciò che rimane della risposta umanitaria già inadeguata e al collasso.

L’escalation in corso costituisce un nuovo capitolo del genocidio da parte di Israele portato avanti apertamente sotto gli occhi della comunità internazionale, che continua a fornire ai suoi responsabili una copertura politica, finanziaria e militare. Questi massacri non sono episodi fugaci o isolati, ma il risultato calcolato di una politica israeliana ufficiale e dichiarata pubblicamente. La comunità internazionale ha la responsabilità di consentire che avvengano e di avallare le loro conseguenze attraverso il silenzio e l’inazione, il che in molti casi rappresenta una complicità diretta.

Tutti gli Stati, individualmente e collettivamente, devono rispettare i propri obblighi giuridici e agire urgentemente per porre fine a questo genocidio a Gaza, prendendo ogni possibile misura per proteggere i civili palestinesi. Devono imporre il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele e delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia chiamando Israele a rispondere dei suoi crimini contro i palestinesi.

Ciò include il fatto di mettere in pratica appena possibile senza alcuna deroga i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale contro il primo ministro e l’ex-ministro della Difesa israeliani e di consegnarli alla giustizia internazionale, rispettando il principio in base al quale nessuno è immune dall’azione penale per crimini internazionali.

La comunità internazionale deve anche imporre sanzioni economiche, diplomatiche e militari contro Israele in risposta alle sue sistematiche e gravi violazioni del diritto internazionale. Ciò implica il divieto di esportare armi in Israele e la fine dell’acquisto di quelle che produce; la sospensione di ogni forma di appoggio e cooperazione politica, finanziaria e militare; il congelamento dei beni di personalità pubbliche coinvolte nei crimini contro i palestinesi o che incitano a compiere queste azioni; l’imposizione contro costoro del divieto di viaggiare. Oltretutto devono essere sospesi gli accordi commerciali preferenziali e bilaterali che concedono vantaggi economici a favore di Israele, consentendogli di commettere crimini.

La comunità internazionale deve adempiere urgentemente ai propri obblighi legali e morali affrontando le cause profonde delle sofferenze e dell’oppressione del popolo palestinese, che continuano da 77 anni. Deve garantire il suo diritto a vivere in libertà, dignità e autodeterminazione in accordo con le leggi internazionali, porre fine al regime di apartheid imposto dal colonialismo di insediamento israeliano, assicurare il totale ritiro delle forze israeliane sui confini del 1967, eliminare l’assedio illegale contro la Striscia di Gaza, chiamare a rispondere i responsabili israeliani e garantire alle vittime palestinesi il diritto a un risarcimento e una riparazione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo i media israeliani Netanyahu si appresterebbe alla totale occupazione di Gaza

Redazione di MEE

5 agosto 2025  Middle East Eye

Fonti anonime vicine a Benjamin Netanyahu lunedì hanno riferito ai media locali che il primo ministro ora preme per la totale occupazione della Striscia di Gaza.

L’emittente Canale 12 ha citato le parole di “personaggi di spicco dell’ufficio del primo ministro: “La decisione è stata presa, Israele va verso l’occupazione della Striscia di Gaza.”

Il canale riferisce che i ministri che hanno parlato con Netanyahu – che è attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra – hanno affermato che ha deciso di ampliare l’offensiva militare a Gaza, che negli ultimi mesi è stata perlopiù ferma.

Secondo quanto riportato, ha usato esplicitamente il termine “occupazione della Striscia” nel corso di conversazioni con diversi membri del gabinetto.

Il sito web di notizie Ynet, citando anch’esso fonti vicine a Netanyahu, ha riferito analogamente che Israele si sta preparando alla “totale occupazione della Striscia di Gaza.”

Questo comporterebbe espandere le operazioni di terra in aree in cui si pensa siano tenuti gli ostaggi e in luoghi in cui le truppe israeliane non operano da oltre un anno, compresa la parte occidentale di Gaza City e i campi profughi al centro della striscia.

Le indiscrezioni che citano fonti vicine all’ufficio del primo ministro sono consuete nei media israeliani e spesso vengono interpretate come provenienti direttamente dallo stesso Netanyahu.

La scorsa settimana media israeliani hanno riferito che Netanyahu aveva affermato che il suo governo annetterà parti della Striscia di Gaza se non verrà raggiunto un accordo di cessate il fuoco con Hamas.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente la credibilità delle fonti citate dai media israeliani.

Stanchezza delle truppe

La simultanea fuga di notizie dello scorso lunedì giunge in un momento in cui si segnalano tensioni tra Netanyahu e il capo di stato maggiore dell’esercito di Israele, Eyal Zamir.

Secondo media israeliani Zamir è contrario all’ espansione dell’invasione di terra a Gaza, preoccupato per l’incolumità dei prigionieri israeliani e per la crescente stanchezza tra le truppe.

Secondo le fonti Zamir dovrebbe dimettersi se non fosse d’accordo con l’occupazione di Gaza.

Inoltre, Ynet ha riferito che Netanyahu ha deciso di ampliare l’aggressione a Gaza dopo il via libera da parte del presidente USA Donald Trump.

L’emittente pubblica di Israele Kan 11 ha riferito che Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per discutere la possibile espansione della guerra.

L’emittente ha aggiunto che i vertici della sicurezza si oppongono all’incursione sul terreno in aree dove si trovano i prigionieri temendo di mettere a rischio la loro vita.

Canale 12 ha anche citato una fonte della sicurezza vicina ai negoziatori secondo cui Israele stava per raggiungere un accordo parziale con Hamas, ma “il governo si è affrettato a respingerlo.”

Lo scorso mese Israele e Hamas hanno tenuto una serie di colloqui indiretti per il cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri.

Tuttavia, sia Israele che il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti, si sono improvvisamente ritirati dai colloqui, nonostante notizie che indicavano ci fossero stati dei progressi.

Dall’inizio della guerra 22 mesi fa le forze israeliane hanno ucciso più di 60.000 palestinesi, compresi almeno 18.000 bambini, in bombardamenti indiscriminati e continui.

La guerra è stata ampiamente descritta come genocidio, e Israele è stato accusato di prendere deliberatamente di mira i civili, di bombardare gli ospedali e di usare la fame come arma, oltre a molte altre presunte violazioni di diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli Stati Uniti minacciano la CPI: abbandonare l’indagine sui crimini di guerra israeliani o “tutte le opzioni sul tavolo”

Imran Mulla

10 luglio 2025 – Middle East Eye

Un consulente legale del Dipartimento di Stato chiede alla Corte di abbandonare tutte le indagini e i mandati di arresto contro Israele minacciando in caso contrario conseguenze non specificate

Un alto consigliere legale del Dipartimento di Stato degli USA ha lanciato una minaccia clamorosa allorgano di vigilanza della Corte Penale Internazionale, avvertendo che tutte le opzioni sono sul tavolo” se la Corte non abbandonerà le indagini e i mandati di arresto contro gli Stati Uniti e Israele.

Reed Rubinstein ha sferrato la minaccia martedì durante una riunione dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), l’organo di controllo della CPI, a New York.

“Useremo tutti gli strumenti diplomatici, politici e giuridici appropriati ed efficaci per bloccare l’ingerenza della CPI”, ha avvertito il rappresentante statunitense.

“Le nostre nuove sanzioni del 5 giugno dovrebbero essere la prova della nostra determinazione”, ha aggiunto, riferendosi alla recente decisione degli Stati Uniti di sanzionare i quattro giudici della CPI che lo scorso novembre avevano emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.

Rubinstein ha poi proseguito con le sue intimidazioni: “Per essere chiari, ci aspettiamo che tutte le azioni della CPI contro gli Stati Uniti e il nostro alleato Israele, vale a dire tutte le indagini e tutti i mandati di arresto, vengano interrotte”, ha affermato.

“In caso contrario, tutte le opzioni restano sul tavolo.”

La riunione dell’ASP era stata convocata per discutere un possibile emendamento allo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della CPI, onde ampliare la giurisdizione della Corte sul “crimine di aggressione”.

La Corte ha giurisdizione nei 125 paesi che ne riconoscono l’autorità.

Tuttavia, l’emendamento la autorizzerebbe a perseguire il crimine di aggressione se commesso sul territorio di uno Stato membro della CPI, come già avviene per i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio.

Né gli Stati Uniti né Israele sono parti dello Statuto di Roma e da sempre respingono l’autorità della Corte. A Rubinstein è stato permesso di partecipare e parlare alla riunione in qualità di osservatore.

La Corte ha già indagato su presunti crimini di guerra commessi dalle forze americane di stanza in Afghanistan, Paese firmatario dello Statuto di Roma.

Rubinstein ha affermato che “la CPI ha intrapreso azioni illegittime e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele”.

Ha aggiunto che la CPI “ha abusato ingiustamente del suo potere e che la sua condotta ostile minaccia di violare la sovranità degli Stati Uniti e di minare il nostro fondamentale lavoro in materia di sicurezza nazionale e politica estera”.

E ha ricordato all’ASP le sanzioni finanziarie e sui visti che gli Stati Uniti hanno imposto al Procuratore Capo della CPI Karim Khan a febbraio.

Khan, cittadino britannico, si è visto revocare il visto americano e alla moglie e ai figli è stato vietato di viaggiare negli Stati Uniti. I suoi conti bancari nel Regno Unito sono stati congelati.

Rubistein, consigliere del Dipartimento di Stato, è stato ampiamente criticato negli Stati Uniti per aver affermato sui social media nel febbraio 2024 che l’amministrazione Biden aveva un “massiccio programma volto a rovesciare il governo israeliano”.

Contestato a marzo per la sua dichiarazione durante un’audizione al Senato sulle relazioni estere, Rubinstein ha dichiarato: “Durante l’amministrazione Obama, il Dipartimento di Stato gestiva fondi per finanziare un’operazione antigovernativa all’interno di Israele.

“Molte delle persone attive nel Dipartimento di Stato dell’amministrazione Obama hanno mantenuto il loro ruolo nel corso della presidenza Biden e, in base alle email che ho ottenuto tramite il Freedom of Information Act e che abbiamo letto, mi risulta che venisse portata avanti la stessa strategia.”

La senatrice Jeanne Shaheen, membro di grado più alto della commissione, ha definito le sue dichiarazioni una “teoria del complotto”.

Inasprimento delle sanzioni statunitensi

Il messaggio di Rubinstein all’ASP è arrivato un giorno prima che mercoledì l’amministrazione Trump annunciasse l’imposizione di sanzioni a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina.

Le sanzioni seguono al duro rapporto di Albanese del 30 giugno, in cui ha elencato i nomi di oltre 60 compagnie, tra cui importanti aziende tecnologiche statunitensi come Google, Amazon e Microsoft, che a suo dire sono coinvolte nella “trasformazione dell’economia di occupazione di Israele in un’economia di genocidio”.

Mercoledì sera il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che “la campagna di guerra politica ed economica di Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata”.

Le sanzioni congeleranno tutti i beni che Albanese, cittadina italiana, detiene negli Stati Uniti e probabilmente limiteranno la sua possibilità di viaggiare in quella nazione.

Giovedì l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Volker Türk, ha sollecitato la “rapida revoca” delle sanzioni contro Albanese. Ha affermato che “gli attacchi e le minacce contro i titolari di mandati di Procedure Speciali, così come contro istituzioni chiave come la Corte Penale Internazionale, devono cessare”.

La CPI è sempre più sotto assedio e molti esperti ritengono che la Corte stessa potrebbe presto essere presa di mira da sanzioni statunitensi se i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant non verranno ritirati.

Khan, il procuratore capo britannico, è attualmente in congedo dopo il fallimento dei tentativi di sospenderlo, e in attesa di un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse nei suoi confronti di violenza sessuale, da lui respinte.

Khan è andato in congedo a maggio mentre, a quanto pare, stava preparando nuovi mandati di arresto per i ministri israeliani di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich a causa della loro promozione di [ulteriori] insediamenti coloniali israeliani illegali nella Cisgiordania occupata.

I mandati sono ora nelle mani di due procuratori aggiunti e la Corte ha recentemente ordinato che ulteriori mandati non vengano resi pubblici.

“Un avvertimento intimidatorio

L’8 giugno un importante avvocato difensore della CPI, Nicholas Kaufman, ha dichiarato in un podcast alla radio pubblica israeliana Kan che le recenti sanzioni statunitensi contro i quattro giudici della CPI erano “intese a incoraggiare l’annullamento dei mandati di arresto per il Primo Ministro Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Gallant”.

Kaufman ha aggiunto: “Di conseguenza, la maggior parte dei commentatori ritiene che [l’imposizione di sanzioni] sia un ulteriore avvertimento intimidatorio, se così posso esprimermi, prima dell’emissione di sanzioni ai procuratori aggiunti che hanno ora sostituito Karim Khan, il quale si è autoimposto un periodo di aspettativa a causa delle accuse di molestie sessuali”.

Il 16 giugno MEE ha rivelato che il governo britannico stava facendo pressioni sugli Stati Uniti affinché non giungessero a sanzionare la Corte.

Fonti diplomatiche hanno affermato che gli Stati Uniti hanno informato i propri alleati che, per evitare ulteriori sanzioni, la Corte dovrebbe chiudere definitivamente tutti i procedimenti contro gli Stati Uniti e Israele.

Gli Stati Uniti hanno inoltre affermato che la CPI deve impegnarsi a non prendere di mira cittadini statunitensi e di Paesi alleati degli Stati Uniti che non abbiano approvato l’autorità giurisdizionale della Corte.

Se gli Stati Uniti sanzionassero la Corte come istituzione, ciò impedirebbe a banche e aziende di software di interagire con essa, il che potrebbe rappresentare una minaccia esistenziale per la CPI, in quanto potrebbe comprometterne la capacità di funzionare.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)