Israele avvia una nuova operazione militare nella Cisgiordania settentrionale

Mohamad Torokman, Alexander Cornwell e Nidal Al-Mughrabi

26 novembre 2025 – Reuters

TUBA, Cisgiordania/GERUSALEMME – Mercoledì le forze di sicurezza israeliane hanno occupato delle postazioni dentro la città di Tuba, in Cisgiordania, e hanno intimato ad alcuni palestinesi di lasciare le proprie case, l’ultimo attacco di una campagna durata un mese nelle città della Cisgiordania settentrionale.

Il governatore di Tuba Ahmed Al-Asaad ha raccontato all’agenzia Reuters che le forze israeliane, supportate da un elicottero che ha aperto il fuoco, hanno circondato la città e si sono schierati in vari quartieri.

L’incursione sembra essere lunga; le forze di occupazione (israeliane) hanno fatto sfollare le persone dalle loro case, occupato i tetti degli edifici e stanno effettuando arresti,” ha affermato.

L’esercito israeliano ha detto che l’operazione portata avanti con la polizia e le forze dell’intelligence è cominciata mercoledì mattina in seguito a “una identificazione di intelligence preliminare dei tentativi di creare” roccaforti e infrastrutture di miliziani.

L’esercito ha affermato di aver localizzato “una sala operativa d’osservazione” durante le sue ricerche in decine di case nella Cisgiordania occupata.

Veicoli israeliani sono stati visti attraversare la città, con le truppe armate di fucili e lanciarazzi che pattugliavano le strade. Soldati sono stati visti anche nella vicina città di Tammun.

PALESTINESI ARRESTATI, LE TRUPPE HANNO PREDISPOSTO POSTI DI BLOCCO

Al-Asaad ha detto che le forze israeliane hanno ordinato a coloro che hanno cacciato dalle loro case di non ritornarvi fino alla fine dell’operazione che, ha anticipato, potrebbe durare molti giorni.

Stanno continuando a completare il controllo della città,” ha raccontato alla Reuter, con le forze israeliane che stanno predisponendo posti di blocco e che hanno arrestato finora almeno 22 palestinesi.

La Cisgiordania è la patria per 2,7 milioni di palestinesi che hanno un autogoverno limitato sotto l’occupazione militare israeliana. Centinaia di migliaia di israeliani vi si sono insediati.

L’attacco di mercoledì estende ulteriormente le operazioni militari avviate quest’anno dalle forze israeliane in parti della Cisgiordania settentrionale, iniziate dalla città di Jenin a gennaio dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Migliaia di palestinesi sono stati espulsi dalle proprie case con le forze israeliane che sgomberavano i campi profughi e mantenevano la loro più lunga presenza da decenni in alcune città della Cisgiordania. Questo mese Human Rights Watch ha accusato Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità riguardo alle espulsioni forzate. Israele nega di aver commesso tali crimini.

Negli ultimi mesi anche la violenza dei coloni sui palestinesi è cresciuta in Cisgiordania. I coloni sono raramente arrestati o perseguiti, sebbene l’ondata di attacchi abbia provocato le critiche del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Hamas, che il mese scorso ha accettato il cessate il fuoco con Israele a Gaza, ha condannato l’ultima operazione in Cisgiordania e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per fermarla.

Da quando Hamas ha effettuato l’attacco del 7 ottobre contro Israele da Gaza due anni fa, Israele ha drasticamente ridotto la possibilità di circolazione in Cisgiordania con nuovi posti di controllo eretti e alcune comunità palestinesi sono state concretamente rinchiuse da cancelli e posti di blocco.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il rapporto “Starving a Generation” accusa Israele di aver trasformato in un’arma la fame come strumento genocida Defense for Children International – Palestine

Defense for Children International – Palestine

24 giugno 2025 – DCIP

Ramallah, 24 giugno 2025 – Oggi Defense for Children International – Palestine, in collaborazione con Doctors Against Genocide, ha pubblicato un rapporto in cui afferma che le autorità israeliane hanno deliberatamente trasformato in un’arma la fame come metodo per il genocidio, con conseguente morte e sofferenza evitabili di bambini palestinesi a Gaza che avranno un impatto negativo per le future generazioni.

“Starving a Generation: Israel’s Famine Campaign Targeting Palestinian Children in Gaza” [Affamare una generazione: la campagna israeliana di carestia che prende di mira i bambini a Gaza] documenta 33 casi di bambini vittime della fame nella Striscia di Gaza raccolti dai ricercatori sul campo di DCIP tra il 7 ottobre 2023 e il 21 maggio 2025. In nove di questi casi il bambino è morto. Questi bambini, tutti morti per denutrizione, avevano da una settimana a 10 anni di vita. Degli altri 24 casi che documentano bambini che soffrono tuttora gli effetti della mancanza di cibo, 14 hanno meno di un anno, cinque sono nella prima infanzia e cinque hanno un’età scolare. Cinque sono affetti da malattie croniche. Questi casi rappresentano solo una piccola frazione del numero esatto, in quanto i continui bombardamenti, l’assedio e il blocco agli aiuti da parte di Israele rendono impossibile una documentazione esaustiva.

“Il mondo ha assistito in tempo reale alla morte per fame dei bambini palestinesi fin dai primi giorni del genocidio israeliano a Gaza e ha rifiutato di intraprendere azioni significative per salvarli,” afferma Miranda Cleland, incaricata alla sensibilizzazione di DCIP e una degli autori del rapporto. “Questo rapporto include 33 casi di bambini privati di cibo, ognuno dei quali rappresenta un bambino la cui vita sarà pregiudicata per sempre. La carestia che è in atto oggi a Gaza avrà un impatto permanente e catastrofico su bambini e famiglie palestinesi per generazioni.”

“Non potrebbe essere più chiaro di così: Israele intende affamare i palestinesi per cacciarli e distruggerli,” afferma Kathryn Ravey, incaricata alla sensibilizzazione di DCIP. “Israele sta contravvenendo a ogni norma intesa a evitare e punire un genocidio e la comunità internazionale non solo consente che ciò avvenga, ma sta attivamente traendo profitto dal genocidio da parte di Israele sia attraverso la vendita di armi che le continue facilitazioni al commercio e la protezione diplomatica.”

Doctors Against Genocide ha contribuito con un ampio capitolo sulle conseguenze devastanti sui bambini della mancanza di cibo riguardo alla salute, allo sviluppo e alla psicologia. Avverte degli effetti a lungo termine e spesso irreversibili, compresi arresto della crescita, danni neurologici, sistema immunitario indebolito e deterioramento cognitivo permanente.

“Guardate lo sguardo vuoto del bambino,” afferma in un’intervista con Doctors Against Genocide il dottor Ahmed Al-Faraa, primario di pediatria dell’ospedale Nasser di Khan Younis, dove molti dei bambini citati nel rapporto hanno ricevuto cure, parlando di Amro, due anni, un paziente affetto da gravissima malnutrizione acuta: “Potete vedervi un sacco di domande: dov’è mia madre? Dov’è mio padre? Cos’ho fatto per essere punito in questo modo? Bambini come Amro non riescono a piangere. Il personale che si occupa del bambino si sente molto triste e piange a causa della tristezza (che provano) per lui.”

Il rapporto afferma che le forze e i politici israeliani hanno sistematicamente e deliberatamente colpito i sistemi di produzione e distribuzione del cibo, attaccato i convogli umanitari e bloccato l’ingresso di aiuti a Gaza. Documenta anche la morte di bambini in zone come il nord di Gaza, totalmente tagliata fuori dagli aiuti e dai rifornimenti. Alcune famiglie raccontano di non essere state in grado di nutrire i propri figli in quanto le stesse madri erano troppo malnutrite per poterli allattare e il latte artificiale era introvabile.

I principali risultati del rapporto sono i seguenti:

  1. La mancanza di cibo si è manifestata nella Striscia di Gaza almeno dall’inizio del 2024, quando i primi bambini palestinesi sono morti di fame a causa del blocco israeliano del nord di Gaza.

  2. La mancanza di cibo per i bambini è un meccanismo fondamentale nella campagna genocida di Israele e lo è stato fin dall’inizio, prendendo di mira le attuali e future generazioni di bambini e famiglie palestinesi.

  3. Il rifiuto della comunità internazionale a denunciare la carestia, riconoscere le intenzioni genocide dei politici israeliani e spezzare l’assedio israeliano ha spianato la strada alla mancanza di cibo per ancor più bambini.

  4. Neonati, lattanti e bambini con malattie croniche sono tra i più vulnerabili agli effetti della denutrizione e disidratazione.

  5. La carestia in corso ora a Gaza avrà un impatto negativo sui bambini e sulle famiglie palestinesi per le generazioni future.

Il rapporto mette in risalto la militarizzazione dell’aiuto attraverso l’uso di contractor della sicurezza privata con sede negli USA, che ora gestiscono a Gaza “centri di distribuzione” letali, dove centinaia di palestinesi sono stati colpiti o uccisi mentre cercavano di ottenere cibo. La presenza di questi contractor armati, lungi dal garantire sicurezza, ha aggravato i rischi che devono affrontare civili già ridotti alla fame.

L’analisi giuridica del rapporto conclude che le politiche israeliane per affamare la popolazione costituiscono crimini di guerra, contro l’umanità e azioni genocide.

La DCIP chiede agli Stati e alle istituzioni internazionali di interrompere immediatamente l’assedio contro Gaza, garantire un accesso umanitario senza impedimenti ed equo, consentire urgenti evacuazioni per ragioni di salute, imporre a Israele un embargo alle armi e ai finanziamenti e appoggiare pienamente meccanismi di responsabilizzazione presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia. Soprattutto, la comunità internazionale deve prendere ogni iniziativa necessaria per porre fine al genocidio in corso contro il popolo palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una guida per i soldati israeliani: ecco come comportarsi se arrestati all’estero e cosa controllare prima del volo

Roi Rubinstein, Korin Elbaz-Alush

05 gennaio 2025 – Ynet

In seguito alla fuga di un soldato israeliano dal Brasile e alla richiesta di arresto per un altro soldato in Cile, aumentano i timori per le minacce legali che il personale dell’esercito si trova ad affrontare quando viaggia all’estero. Gli ufficiali affrontano rischi maggiori? Quali verifiche dovrebbero fare i soldati prima di prendere i loro voli? E come dovrebbero rispondere alle domande dopo l’atterraggio? Ecco cosa dovete sapere.

La fuga dal Brasile di un soldato dell’esercito israeliano sottoposto a indagine giudiziaria e la richiesta di arresto immediato per un altro soldato che viaggiava in Cile sono solo due esempi di azioni legali contro personale dell’esercito israeliano dall’inizio della guerra. Sono stati emessi mandati di arresto contro soldati israeliani anche in paesi europei.

Quindi cosa dovrebbe fare un soldato israeliano se viene arrestato all’estero? Gli ufficiali corrono rischi maggiori? Quali paesi dovrebbero essere evitati? Ecco cosa dovete sapere.

Cosa dovrebbe fare un soldato se arrestato all’estero?

Nick Kaufman, avvocato difensore presso la Corte Penale Internazionale a L’Aia, consiglia:

“Secondo le linee guida del Ministero degli Esteri israeliano, ogni israeliano arrestato – sia esso civile o soldato – ha diritto all’assistenza consolare. Un soldato arrestato all’estero deve immediatamente richiedere una visita da parte del console israeliano”.

Gli ufficiali corrono rischi maggiori rispetto ai soldati?

“Nel modo più assoluto”, dice Kaufman. “Gli ufficiali hanno maggiori responsabilità sul piano decisionale e operativo, come per esempio la selezione dei bersagli e la gestione delle operazioni militari”.

La condivisione di filmati online aumenta i rischi legali?

“Decisamente”. Secondo Kaufman “i soldati che postano video online forniscono a organizzazioni ostili possibili prove contro di loro”.

È pericoloso viaggiare all’estero per un soldato che ha prestato servizio a Gaza?

“Il rischio viene dal principio della ‘giurisdizione universale’, che permette a certi paesi di arrestare, indagare e processare individui sospettati di gravi crimini, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

Potrei essere arrestato all’estero per azioni compiute a Gaza?

“Servirebbero prove della responsabilità individuale di un soldato in atti illegali. Aver semplicemente prestato servizio a Gaza non basta”.

Come faccio a sapere se la mia destinazione è a rischio prima di partire?

“Le organizzazioni per i diritti umani pubblicano online rapporti che documentano l’applicazione della giurisdizione universale nei diversi paesi. Consultare un esperto di legge penale internazionale è fortemente raccomandato”.

Quali precauzioni bisognerebbe prendere prima di mettersi in viaggio?

“I soldati dovrebbero evitare di postare foto o video mentre sono in servizio, in particolar modo contenuti in cui si vedano edifici distrutti, anche se c’è una giustificazione militare. Tali post violano la sicurezza operativa e potrebbero danneggiare l’immagine di Israele. Alcuni paesi potrebbero trattare contenuti di rilievo apparentemente scarso, come per esempio canti razzisti, come incitamento al genocidio”.

Quali Paesi dovrebbero essere evitati dai soldati?

“La lista dei Paesi che applicano la giurisdizione universale cambia nel tempo. Persino Paesi amici come il Regno Unito, la Francia e la Spagna l’hanno applicata in passato. Le procedure variano di Paese in Paese: in alcuni è necessario che gli arresti siano approvati da un tribunale, mentre altri possono agire sulla base di una semplice denuncia alla polizia”.

Cosa devo fare se sono interrogato dalle autorità all’estero?

“Valuta attentamente se viaggiare in paesi dove queste domande possono esserti poste. Mentire al controllo di confine è sconsigliabile e può portare al respingimento”.

Israele dovrebbe finanziare la difesa legale dei soldati arrestati all’estero?

“Se un soldato è ingiustamente arrestato per aver legittimamente prestato servizio, lo Stato dovrebbe coprire le spese di difesa. Tuttavia la cosa diventa problematica se c’è un fondato sospetto di crimini di guerra. Finanziare la difesa di un soldato potrebbe stabilire un precedente e comportare analogo sostegno per altri, accusati di crimini gravi”.

Israele ha una “lista nera” di soldati a rischio di arresto?

“L’ufficio legale dell’esercito israeliano fornisce consulenza legale ai comandanti, anche in materia di condotta sul campo di battaglia, per prevenire futuri problemi legali. Per quanto ne so, non c’è nessuna ‘lista nera’ di soldati a rischio di arresto”.

Cosa può dirci sulle battaglie legali internazionali contro Israele?

“La risposta di Israele comprende azioni legali e diplomatiche gestite da una squadra inter-ministeriale, guidata dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e dal Ministero della Giustizia. Anche l’esercito israeliano conduce indagini interne quando necessario e promuove l’addestramento legale dei soldati, sia in servizio attivo che riservisti”.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Il mandato di arresto della CPI contro Netanyahu: cosa ci si può aspettare dopo

Sondos Asem

21 novembre 2024 – Middle East Eye

Tutti gli Stati membri ora hanno l’obbligo di arrestare il primo ministro israeliano se dovesse arrivare sul loro territorio

I mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant hanno un importante peso giudiziario e politico.

Hanno immediate conseguenze relative agli obblighi legali degli Stati che fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che ha dato vita alla Corte.

Tutti i 124 Stati membri dello Statuto di Roma ora hanno l’obbligo di arrestare Netanyahu e Gallant, così come il capo militare di Hamas Mohammed Deif, anch’egli destinatario di un mandato nonostante Israele sostenga che è stato ucciso a Gaza.

Un processo non può iniziare in assenza [degli imputati] e gli Stati membri devono consegnare l’accusato alla Corte dell’Aia.

Ma la Corte non ha poteri esecutivi. Si basa sulla collaborazione degli Stati membri perché arrestino e consegnino i sospettati.

È un passo incredibilmente importante nella lotta contro l’impunità,” dice a MEE Giulia Pinzauti, docente di diritto internazionale all’Università di Leida. “Gli Stati membri hanno l’obbligo di collaborare con la Corte e dovrebbero farlo. È un momento fondamentale per la cooperazione con la Corte.”

I firmatari dello statuto includono tutti gli Stati membri dell’UE, così come la Gran Bretagna, in Medio Oriente la Giordania, la Tunisia e la Palestina.

Tuttavia altri Stati, in particolare USA, Cina, India e Russia, non sono firmatari. La maggior parte degli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa, tra cui Turchia e Arabia Saudita, non riconoscono la CPI.

Giovedì, in seguito all’annuncio della Prima Camera preliminare, vari Stati che aderiscono allo Statuto, tra cui Olanda, Francia, Giordania, Belgio e Irlanda, hanno annunciato la loro intenzione di applicare la decisione della Corte. Contattato da MEE per un commento, il governo britannico ha rifiutato di dire se applicherà il mandato di arresto.

È probabile che Netanyahu e Gallant, che non è più ministro della Difesa, ridurranno i loro viaggi, come ha fatto il presidente russo Vladimir Putin in seguito al mandato di arresto della CPI contro di lui.

Anche un futuro governo israeliano potrebbe scegliere di consegnarli all’Aia.

Oltretutto Stati che non sono membri dello Statuto di Roma potrebbero scegliere di consegnare all’Aia i sospettati, vietare loro di entrare nel proprio territorio o perseguirli in base al proprio ordinamento giuridico.

Triestino Marinello, avvocato di diritto internazionale per la tutela dei diritti umani che rappresenta le vittime palestinesi presso la CPI, afferma che è improbabile che Netanyahu venga estradato da Israele finché è primo ministro. “Ma ciò avrà un notevole impatto sulla sua capacità di agire come primo ministro, perché non potrà viaggiare in 124 Stati, che hanno l’obbligo legale, non la discrezionalità politica, di arrestarlo ed estradarlo,” dice Marinello a Middle East Eye.

Secondo Marinello, che definisce “storici” i mandati di arresto, avrà un impatto che va oltre quelli relativi a Netanyahu e Gallant.

I mandati potrebbero avviare cause nazionali contro altri cittadini di Israele, soprattutto con doppia nazionalità in Paesi europei, perché la Corte ha stabilito che sono stati commessi crimini. “Chiunque sia coinvolto nella commissione dei crimini deve essere portato in giudizio a livello locale ma anche internazionale,” afferma Marinello.

Benché la CPI abbia giurisdizione sul crimine di genocidio, le accuse contro i dirigenti israeliani escludono questo reato, che attualmente viene esaminato dalla Corte Internazionale di Giustizia in una causa presentata a dicembre dal Sud Africa contro Israele.

Tuttavia il procuratore ha preventivamente riconosciuto che attualmente altri crimini e la campagna di bombardamenti israeliani in corso sono attivamente indagati dalla CPI.

Le due Corti con sede all’Aia hanno competenze diverse.

La CIG, il principale organo giudicante dell’ONU, si occupa di controversie legali tra Stati e fornisce pareri consultivi presentati da organizzazioni dell’ONU e agenzie collegate.

Invece la CPI persegue singoli individui per quattro crimini internazionali: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele è una cattiva notizia, ma perché non ne sentiamo parlare nei media tradizionali?

Yvonne Ridley

20 agosto 2024, Middle East Monitor

All’inizio di quest’anno un sondaggio mondiale ha dimostrato che i media meno affidabili al mondo sono quelli della Gran Bretagna. È stato un sondaggio schiacciante. L’influente Edelman Trust Barometer [la più grande società di consulenza in comunicazione e relazioni pubbliche al mondo, ndt.], ha rivelato come il giornalismo britannico sia precipitato in fondo alle annuali classifiche con solo il 31% delle persone che affermano di fidarsi dei media. Parlando da giornalista ed ex dipendente di Fleet Street [sede dei maggiori quotidiani inglesi fino agli anni Ottanta e sinonimo di giornalismo britannico, ndt.] non sono rimasta del tutto sorpresa, avendo assistito al degrado della carriera che ho scelto da quasi 50 anni. Naturalmente, Edelman è un’agenzia di pubbliche relazioni quindi è stata probabilmente troppo diplomatica nello spiegare la perdita di fiducia che ha portato al crollo della tiratura dei giornali e delle cifre di ascolto televisivo, ma lasciate che lo faccia io per loro.

Quando è stato rivelato, il pubblico è rimasto scioccato dall’insaziabile appetito per le esclusive sulla famiglia reale, come ha rivelato in tribunale il principe Harry durante gli storici processi per intercettazione telefonica. Dopo aver parlato inizialmente del Mirror Group Newspapers [il gruppo che pubblica Daily Mirror, ndt.], il reale ribelle ha poi ottenuto il diritto di presentare un reclamo contro il Daily Mail per raccolta illegale di informazioni. La fiducia del pubblico è stata scossa anche quando presentatori televisivi molto amati e rispettati sono stati colpiti da scandali inizialmente e violentemente smentiti da Huw Edwards della BBC, Phillip Schofield di ITV e Dan Wootton di GB News. I loro datori di lavoro sono stati tutti accusati di insabbiamento per proteggere le loro star.

Purtroppo c’è un aspetto che non è stato trattato da Edelman, ma merita più che un’indagine. Sto parlando del modo disonesto in cui i media hanno trattato gli eventi nella Palestina occupata, in particolare la guerra di Israele contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, sia nei titoli che nel contenuto degli articoli. Grazie alla rigorosa ricerca del Glasgow University Media Group, rinomato a livello mondiale, abbiamo due libri di grande impatto che esaminano la copertura mediatica del conflitto in Medio Oriente e l’impatto che ha sull’opinione pubblica. Bad News From Israel e More Bad News From Israel sono stati entrambi scritti da giornalisti professionisti e semplici testimoni che hanno indagato come il pubblico comprenda le notizie e come l’opinione pubblica sia plasmata dai resoconti dei media.

Nel più vasto studio del genere mai intrapreso il defunto e molto stimato Greg Philo e Mike Berry si sono concentrati sui notiziari televisivi, illustrando le principali differenze nel modo in cui vengono rappresentati israeliani e palestinesi, incluso il modo in cui vengono mostrate e descritte le vittime e la presentazione delle motivazioni e delle ragioni di entrambe le parti.

Combinando queste scoperte con un’ampia ricerca sul pubblico che ha coinvolto centinaia di partecipanti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Germania, More Bad News From Israel è stato descritto come “una lezione magistrale per comprendere come le persone percepiscono il conflitto grazie ai pregiudizi dei media”.

Tuttavia, gli eventi del 7 ottobre in Israele, quando Hamas ha scatenato l’audace Operazione Al-Aqsa Flood, sembrano aver cambiato radicalmente il modo in cui il pubblico generale riceve le notizie. Ad esempio, TikTok è diventato il servizio di notizie in più rapida crescita, fornendo notizie di eventi in diretta e in tempo reale a chiunque segua il social network.

Le immagini erano spesso crude e scioccanti e fornivano un servizio di informazione che pochi di noi avevano mai incontrato prima. Grazie alle Forze di Difesa israeliane, ovvero l’esercito di TikTok, i cui soldati hanno filmato generosamente i propri crimini di guerra e crimini contro l’umanità, il pubblico ha potuto guardare un genocidio in streaming live sui propri iPad e smartphone. Con tanti eroici cittadini giornalisti sul campo, la raccolta di notizie è diventata una competizione che ha lasciato indietro i media tradizionali a fornire la copertura degli stessi eventi ma in modo edulcorato e diluito. Israele ha ostacolato la copertura delle notizie non solo bandendo i giornalisti occidentali da Gaza, ma anche uccidendo deliberatamente i giornalisti arabi sul campo a Gaza per Al Jazeera e altri canali di informazione del Medio Oriente.

Sui social media la censura dei contenuti è praticamente inesistente e quindi, che lo volessimo o no, abbiamo visto genitori sconvolti piangere sui loro bambini senza testa e altre immagini orribili di neonati, bambini, donne e anziani fatti a pezzi dalle bombe statunitensi e britanniche. In una scuola delle Nazioni Unite utilizzata come rifugio pubblico, i palestinesi pregavano all’alba quando sono stati colpiti dalle bombe israeliane. Abbiamo visto parenti “versare” ciò che restava delle loro famiglie sterminate in buste di plastica per la spesa.

Non sono certo della legalità del tipo di bombe sganciate a Gaza: Israele ha una lunga storia nell’ignorare le leggi internazionali in generale, non da ultimo per quanto riguarda la legalità dell’uso di certi tipi di bombe, ma i medici hanno riferito di aver visto cadaveri in condizioni orribili come non avevano mai visto prima. Avendo avuto accesso ai video espliciti e ai crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano (molti dei quali filmati dalle loro stesse mani, probabilmente con loro grande rammarico se e quando saranno sul banco degli imputati all’Aja), il resoconto addomesticato dei media mainstream è servito solo a evidenziare le inadeguatezze del giornalismo in Occidente.

Un esempio di titoli fuorvianti e di disumanizzazione dei palestinesi è avvenuto il mese scorso, quando la BBC ha riferito dell’uccisione di un giovane uomo con sindrome di Down che è stato sbranato a morte dai cani da attacco dell’esercito israeliano. Il clamore per la gestione “vergognosa” della storia ha spinto la BBC a riscrivere il titolo e il contenuto, per poi vedere l’ambasciata israeliana a Londra sporgere una denuncia quando è stata detta la verità. Ed è questo il problema. Quando i media britannici forniscono resoconti veritieri e non modificati degli eventi a Gaza i lettori e gli spettatori che non hanno accesso ai social media sono scioccati, alcuni sono persino increduli.

Secondo l’apprezzato giornalista israeliano Gideon Levy, che scrive senza timore per Haaretz, anche i media in Israele, ad eterna vergogna, più o meno proteggono gli israeliani da ciò che viene realmente fatto in loro nome sul campo a Gaza (e nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est).

In quanto emittente nazionale britannica finanziata con fondi pubblici, in questo paese è la BBC che riceve la maggior parte delle critiche. Ha fallito miseramente l’esame esterno quando sono state esaminate quattro settimane di copertura diurna trasmesse dal primo canale della BBC dell’assalto israeliano a Gaza a partire dal 7 ottobre. Il successivo rapporto di Open Democracy ha rivelato che i giornalisti hanno usato le parole “omicidio”, “omicida”, “omicidio di massa”, “omicidio brutale” e “omicidio spietato” un totale di 52 volte per riferirsi alle morti israeliane, ma mai in relazione alle morti palestinesi.

Per di più molte organizzazioni giornalistiche devono ancora correggere o scusarsi per la famigerata fake news dell’anno scorso secondo cui Hamas avrebbe decapitato 40 bambini il 7 ottobre.

Si dice che uno dei peggiori trasgressori sia il destrorso Daily Mail, che questa settimana ha pubblicato in prima pagina un articolo sui parlamentari del partito laburista nel nuovo governo di Keir Starmer. Il Mail ci ha raccontato con le sue solite enfatiche invettive che più della metà dei parlamentari avrebbe preso soldi dai sindacati per correre per le elezioni generali di luglio.

Dei 404 parlamentari laburisti eletti, il Mail ha detto che 213 “hanno rastrellato la bellezza di 1,8 milioni di sterline dai dirigenti sindacali da quando sono state indette le elezioni a maggio”, aggiungendo: “È la prima volta che l’entità delle donazioni dei sindacati ai parlamentari nel nuovo governo è stata messa a nudo scatenando ieri sera nuove accuse secondo cui il partito laburista è ‘in mano’ ai suoi ‘padroni pagatori’ con aumenti salariali anti-inflazione offerti senza vincoli”.

L’intera storia ha sostanzialmente messo in discussione l’imparzialità dei parlamentari laburisti, la cui influenza potrebbe essere stata comprata dai sindacati che cercano di migliorare gli stipendi dei membri – che sono insegnanti, medici di base, medici giovani, infermieri e ferrovieri “a cui sono già stati offerti aumenti salariali anti-inflazione”. L’ex ministro conservatore degli Interni e degli Esteri James Cleverly ha affermato: “Questo dimostra la misura allarmante in cui il partito laburista è in mano ai suoi padroni del sindacato. I parlamentari di Keir Starmer hanno intascato quasi 2 milioni di sterline dai sindacati, mentre i contribuenti sono costretti a finanziare i premi salariali anti-inflazione del partito laburista a quegli stessi sindacati. Per quanto tempo ancora Keir Starmer venderà influenze in questo modo?”

Ha ragione, ovviamente, ma Cleverly non ha detto una parola sull’influenza acquistata dai Labour Friends of Israel (LFI) di Westminster [che dal 1957 cerca di rafforzare il legame tra il Labour Party e l’Israeli Labour Party, ndt.] e dalla sua controparte conservatrice. Nemmeno una parola. Il Daily Mail pensa ovviamente che un partito politico di sinistra che prende soldi dai sindacati di sinistra meriti un’attenzione in prima pagina, ma che dire dello stesso partito che prende soldi dai lobbisti di destra centrati sul miglioramento dello status di uno stato alieno nei corridoi del potere di Westminster?

Secondo l’organizzazione giornalistica DeclassifiedUK, LFI ha finanziato più della metà dei ministri del governo britannico. Alcuni dei colleghi più fidati di Keir Starmer che siedono nel gabinetto britannico hanno rastrellato centinaia di migliaia di sterline in contanti da diversi lobbisti pro-Israele. I principali beneficiari includono lo stesso Starmer, il suo vice primo ministro Angela Rayner, il cancelliere Rachel Reeves, il ministro degli Esteri David Lammy e il ministro degli Interni Yvette Cooper. Jonathan Reynolds, che gestisce le esportazioni di armi in Israele come segretario al commercio del Regno Unito, così come la mente elettorale del Labour Pat McFadden, le cui responsabilità ora includono la sicurezza nazionale, hanno entrambi beneficiato di donazioni da parte di lobbisti pro-Israele. LFI porta i parlamentari in missioni di “inchiesta” nella Palestina occupata. I principali finanziatori individuali includono gli imprenditori pro-Israele Trevor Chinn e Stuart Roden.

L’European Leadership Network (ELNET) è un altro gruppo di pressione che mira a rafforzare i legami tra Israele e l’Europa. Ha sborsato soldi per viaggi di piacere in Israele per i membri dello staff parlamentare. Uno di loro ha detto a OpenDemocracy: “C’era un programma chiaro e ovvio per assicurarsi che le persone avessero una posizione pro-Israele quando entravano nel governo”, aggiungendo che, dopo essere tornati dal viaggio, una figura di spicco dell’ambasciata israeliana ha chiesto: “Ti è piaciuto il viaggio che ti abbiamo fatto fare?”

Tra i finanziatori di ELNET c’è il miliardario americano Bernie Marcus, sostenitore di Donald Trump e uno dei principali donatori dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), spesso accusato di esercitare un’influenza indebita sulla politica statunitense e che ha già speso milioni di dollari per influenzare i risultati delle elezioni primarie in America.

“Il valore delle donazioni o dell’ospitalità ammonta a oltre 430.000 sterline, con le organizzazioni che hanno pagato i parlamentari conservatori in carica per visitare Israele in 187 occasioni”, ha affermato DeclassifiedUK a maggio.

Sicuramente la minaccia rappresentata da una potenza nucleare straniera che ha un’influenza indebita su entrambi i lati della Camera dei Comuni avrebbe dovuto far venire la bava alla bocca al Daily Mail, ma la storia è stata ampiamente ignorata. Eppure, se fosse stata Mosca e non Tel Aviv ad acquistare influenza con parlamentari e governi sarebbe stata la notizia di prima pagina ogni giorno per settimane e mesi.

Sono questo tipo di propaganda e pregiudizi sfacciati che hanno minato la fiducia del pubblico nei media. Possiamo tutti vedere che si stanno verificando un genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma perché le atrocità viste quotidianamente sui social media non vengono riportate in modo imparziale e completo dai media tradizionali? Con storie trapelate di censura in giornali come il New York Times, dove ai giornalisti è vietato usare la parola “genocidio”, non c’è da stupirsi che le persone non si fidino più delle fonti di notizie tradizionali. Ciò che la BBC, il NYT e altri media tradizionali non riescono a realizzare è che, sanificando il proprio linguaggio e le proprie immagini, sono complici dell’omicidio di bambini innocenti come Hind Rajab, stanno dando luce verde ai crimini di guerra perpetrati dalle forze di occupazione e stanno insabbiando l’intento omicida, anzi, genocida, di Israele.

“Non riesco proprio a capire perché i colleghi giornalisti che scrivono i copioni usati nei notiziari televisivi e nei media online stiano perseguendo questa narrazione edulcorata e forse razzista”, ho scritto a febbraio. Questo in relazione all’omicidio di Hind Rajab, sei anni. Lei e la sua famiglia sono stati massacrati dai soldati israeliani, ma un articolo pubblicato online dalla BBC era intitolato “Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate di aiuto”, sottintendendo che fosse morta per cause naturali. Eppure la bambina è stata chiaramente uccisa in un atto omicida che rientra chiaramente nella definizione di crimine di guerra, così come i due medici che hanno cercato di salvarla. A meno che o fino a che i media tradizionali non riconoscono la forza distruttiva insita nella funesta ideologia chiamata sionismo, allora per quel che concerne la raccolta di notizie, i giornali e i notiziari televisivi diventeranno superflui. Forse è questo l’obiettivo di Israele: se uccide i giornalisti non conformi e i loro organi di stampa e controlla chi ha accesso ai suoi campi di sterminio, allora sarà in grado di manipolare ciò che il mondo è in grado di vedere e come viene riferito, e quando. Lo stato canaglia dell’apartheid sarà quindi in grado di continuare a uccidere i palestinesi con ancora più impunità di quanta ne goda al momento. Potreste pensare che stia scherzando, ma la cosa è già evidente.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele vuole riscrivere le leggi della guerra

Neve Gordon

15 luglio 2024 – Al Jazeera

Se il mondo accetta il modo in cui Israele ora interpreta il principio di proporzionalità, allora il genocidio finirà per essere giustificato.

La maggior parte delle persone probabilmente non lo sa, ma Wikipedia ha una pagina intitolataElenco degli omicidi israeliani”. Inizia nel luglio 1956 e si estende per oltre 68 anni fino ad oggi. La maggioranza sulla lista è palestinese; tra loro ci sono famosi leader palestinesi tra cui Ghassan Kanafani del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; Khalil Ibrahim al-Wazir di Fatah – noto anche come Abu Jihad; Sheikh Ahmed Yassin di Hamas e Fathi Shaqaqi della Jihad islamica palestinese.

Osservando il lungo elenco è impossibile non notare che il numero degli omicidi e degli attentati compiuti da Israele nel corso degli anni è aumentato in modo esponenziale: da 14 negli anni 70 a ben oltre 150 nel primo decennio del nuovo millennio e 24 dal gennaio 2020.

Mi sono ricordato di questo elenco quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato il 13 luglio una conferenza stampa per celebrare il tentativo di Israele di uccidere il comandante militare di Hamas Mohammed Deif a Gaza. Aerei da combattimento e droni israeliani avevano appena colpito il campo di al-Mawasi, che ora ospita circa 80.000 palestinesi sfollati che vivono in tende densamente popolate.

Nel giro di pochi minuti di bombardamento i piloti hanno massacrato almeno 90 palestinesi, tra cui decine di donne e minori, ferendo altre 300 persone. Tutto ciò è avvenuto in unarea che Israele aveva precedentemente designato come zona sicura”. Mentre immagini raccapriccianti di cadaveri carbonizzati e fatti a pezzi riempivano i social media, sono emerse notizie secondo cui Israele ha utilizzato diverse bombe telecomandate da mezza tonnellata prodotte negli Stati Uniti.

Nella sua conferenza stampa presso la sede del Ministero della Difesa a Tel Aviv, poche ore dopo questo bagno di sangue, Netanyahu ha ammesso di non essere assolutamente certo” che Deif fosse stato ucciso, ma ha sostenuto che è proprio il tentativo di assassinare i comandanti di Hamas trasmette un messaggio al mondo, che i giorni di Hamas sono contati”.

Eppure anche una rapida lettura della Lista degli omicidi israeliani” rende chiaro che Netanyahu stava parlando con una lingua biforcuta. Sa fin troppo bene che lassassinio da parte di Israele dei leader politici di Hamas Sheik Yassin e Abdel Aziz al-Rantisi o dei leader militari Yahya Ayyash e Salah Shehade ha fatto ben poco per indebolire il movimento e potrebbe averne aumentato il seguito.

Semmai, anni e anni di omicidi israeliani dimostrano che servono principalmente ai leader israeliani per assecondare e mobilitare i propri elettori. La recente conferenza stampa di Netanyahu non fa eccezione.

Ma per quanto macabra sia la lista di Wikipedia, i nomi in essa contenuti raccontano solo una storia parziale. Questo perché non vi è incluso il numero di civili uccisi durante ogni tentativo di omicidio riuscito o fallito.

Ad esempio, lattacco del 13 luglio è stato lottavo attentato alla vita di Deif, ed è difficile calcolare il numero totale di civili che Israele ha ucciso nel tentativo di assassinarlo. Lelenco di Wikipedia tralascia di registrare come laumento degli omicidi abbia portato a un aumento esponenziale delle morti di civili.

Ciò si chiarisce se confrontiamo lattuale politica di assassinio di Israele con la sua politica durante la Seconda Intifada palestinese. Quando nel 2002 Israele assassinò il capo delle Brigate Qassam di Hamas, Salah Shehade, furono uccise 15 persone tra cui Shehade, sua moglie, la figlia di 15 anni e altri otto minori.

Dopo lattacco ci fu una protesta pubblica in Israele per la perdita di vite civili, con 27 piloti israeliani che firmarono una lettera rifiutandosi di effettuare missioni assassine su Gaza. Quasi un decennio dopo una commissione dinchiesta israeliana scoprì che, a causa di un errore nella raccolta di informazioni”, i comandanti non sapevano che in quel momento cerano dei civili presenti negli edifici adiacenti, e se lo avessero saputo avrebbero annullato lattacco.

I risultati della commissione sono in linea con le leggi sui conflitti armati, che consentono, o almeno tollerano, l’uccisione di civili che non partecipano direttamente alle ostilità purché tali uccisioni non siano “eccessive” rispetto all’utile militare “concreto e diretto” che il belligerante si aspetta di ottenere dallattacco.

Questa regola, nota come principio di proporzionalità, è concepita per garantire che i fini di unoperazione militare giustifichino i mezzi, soppesando il vantaggio militare previsto rispetto al danno civile che ci si aspetta.

Oggi, tuttavia, siamo lontani anni luce dalle conclusioni della commissione sia per quanto riguarda lo spettro di violenze che Israele ha adottato sia per le giustificazioni legali che ora fornisce.

In primo luogo, le forme di guerra israeliane sono cambiate radicalmente dal 2002. Secondo lorganizzazione israeliana Breaking the Silence, composta da veterani militari, due dottrine hanno guidato gli assalti israeliani a Gaza dal 2008. La prima è “nessuna perdita”, e stabilisce che, per proteggere i soldati israeliani, i civili palestinesi possano essere uccisi impunemente; la seconda dottrina raccomanda di attaccare intenzionalmente i siti civili per scoraggiare Hamas.

Non sorprende che queste dottrine abbiano portato a stragi di massa che, secondo le leggi sui conflitti armati, costituiscono crimini di guerra e crimini contro lumanità. Di conseguenza, gli avvocati militari israeliani hanno dovuto modificare la loro interpretazione delle leggi sui conflitti armati in modo da allinearsi alle nuove strategie di guerra.

Se ventanni fa luccisione di 14 civili durante lassassinio di un leader di Hamas era considerata sproporzionata e quindi un crimine di guerra dalla commissione dinchiesta israeliana, nelle prime settimane dopo il 7 ottobre i militari hanno deciso che per ogni giovane agente di Hamas fosse consentito uccidere fino a 15 o 20 civili. Se l’obiettivo è un alto funzionario di Hamas, i militari autorizzano l’uccisione di più di 100 civili per l’assassinio di un solo comandante”.

Ciò potrebbe sembrare vergognoso ma un ufficiale del Dipartimento di Diritto Internazionale dellesercito israeliano in unintervista del 2009 per il quotidiano Haaretz è stato molto schietto riguardo a tali cambiamenti: Il nostro obiettivo militare è quello di non limitare lesercito, ma di dargli gli strumenti per vincere in modo lecito”.

Anche lex capo del dipartimento, il colonnello Daniel Reisner, ha dichiarato pubblicamente che questa strategia è stata perseguita attraverso una revisione del diritto internazionale”.

Se si fa qualcosa per un tempo sufficientemente lungo, il mondo lo accetterà”, ha detto, Lintero diritto internazionale è ora basato sul concetto che un’azione oggi proibita diventa ammissibile se eseguita da un numero sufficiente di Paesi”.

In altre parole, il modo in cui calcoliamo la proporzionalità non è determinato a priori da qualche decreto morale, ma piuttosto dalle norme e dai costumi creati dai militari quando adottano forme di guerra nuove e molto spesso più letali.

Ancora una volta Netanyahu lo sa fin troppo bene. Ha dichiarato di aver approvato personalmente l’attacco ad al-Mawasi dopo aver ricevuto informazioni soddisfacenti sui potenziali danni collaterali” e sul tipo di munizioni da utilizzare.

Ciò che risulta chiaro è che, mentre Israele decima Gaza e uccide decine di migliaia di persone, sta anche tentando di riformulare le norme della guerra e di trasformare in modo significativo le interpretazioni delle leggi sui conflitti armati.

Se Netanyahu e il suo governo riuscissero a rendere accettabile la versione israeliana della proporzionalità tra gli altri attori statali, allora le leggi sui conflitti armati finirebbero per giustificare, anziché impedire, la violenza genocida. In effetti, larchitettura stessa dellintero ordinamento giuridico internazionale è ora in bilico.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono allautore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Neve Gordon è professore di diritto internazionale alla Queen Mary University di Londra. È anche autore di Israel’s Occupation [ed. ital: L’occupazione israeliana, Diabasis 2016, ndt.] e coautore di The Human Right to Dominate [ed. ital.: Il diritto umano di dominare, Nottetempo 2016, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ordine giuridico internazionale deve essere restaurato – e Gaza ne fa parte”

Ghousoon Bisharat

24 maggio 2024 – +972 Magazine

Il direttore di Al Mezan, Issam Younis, spiega gli ostacoli e le opportunità per i palestinesi dopo gli importanti interventi dei principali tribunali internazionali.

In una settimana frenetica per gli sviluppi globali in campo giuridico due dei più importanti tribunali internazionali hanno compiuto passi fondamentali per affrontare la guerra che infuria a Gaza dagli attacchi del 7 ottobre.

Il 20 maggio il procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI), Karim Khan, ha annunciato di aver emesso i mandati di arresto per diversi importanti leader israeliani e di Hamas per crimini di guerra e contro l’umanità: il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha accusato di aver ridotto intenzionalmente alla fame e diretto attacchi contro civili palestinesi a Gaza; e Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh, ritenuti responsabili di aver diretto l’uccisione e il rapimento di civili israeliani il 7 ottobre.

Poi, il 24 maggio, nellambito del processo in corso in seguito alle accuse di genocidio portate dal Sudafrica contro Israele, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha ordinato a Israele di cessare immediatamente linvasione di terra di Rafah, in corso da settimane, e di riaprire il valico di Rafah con lEgitto per consentire lingresso di aiuti umanitari e osservatori su mandato delle Nazioni Unite, e ha ribadito la sua richiesta per il rilascio immediato di tutti gli ostaggi israeliani ancora detenuti a Gaza.

Per comprendere il significato di questi sviluppi +972 ha parlato con Issam Younis, direttore del Centro Al Mezan per i diritti umani con sede a Gaza, ed ex commissario generale della Commissione Indipendente Palestinese per i Diritti Umani. Younis è stato sfollato con la sua famiglia dalla città di Gaza all’inizio della guerra, prima di lasciare la Striscia per il Cairo, dove si trova attualmente.

Nel corso di una intervista che tocca molti temi Younis ha [detto di aver] accolto favorevolmente le richieste di mandato di arresto avanzate da Khan, sottolineando la necessità di utilizzare ogni strumento legale per porre Israele di fronte alle proprie responsabilità; contemporaneamente ha visto la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia come un passo significativo per assicurare un cessate il fuoco permanente a Gaza. Tuttavia, ha avvertito Younis, il sistema globale del diritto internazionale si trova con ogni evidenza ad un punto di rottura.

I palestinesi, ha spiegato, sentono che esiste una cronica contraddizione” tra la loro ricerca della giustizia e un mondo in cui le norme del diritto internazionale vengono applicate selettivamente solo a determinati attori. Gaza, secondo Younis, è quindi un test per lordine giuridico, poiché i Paesi del Sud del mondo combattono per sostenere le convinzioni etiche enunciate dal Nord del mondo quasi ottantanni fa.

Younis ha inoltre sostenuto che prendere di mira Netanyahu e Gallant sia stata la cosa facile da fare”, poiché sono i volti pubblici impopolari della campagna militare israeliana. Ma ha sottolineato che la CPI deve perseguire una serie di funzionari che hanno eseguito i crimini, compresi quelli esaminati dallindagine più estesa della Corte sui territori occupati, come lespansione degli insediamenti coloniali in Cisgiordania. Tuttavia Younis è rimasto cautamente ottimista: La giustizia non si ottiene con un knockout, ma con una vittoria ai punti”, ha detto.

L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Molti palestinesi avvertono da tempo che il diritto internazionale non è riuscito a proteggerli o a far progredire la loro lotta, questo fallimento è culminato in ciò che vediamo oggi a Gaza. Avendo dedicato la vita a questo tema, cosa direbbe ai suoi connazionali palestinesi su come considerare gli attuali sviluppi giuridici?

Ci sono due risposte alla richiesta di mandati di arresto di Khan. La prima è che siamo ottimisti sul lungo termine, sul piano strategico. Non siamo ingenui e siamo consapevoli che il diritto internazionale è il prodotto di ciò che gli Stati accettano per proprio vantaggio. Ma cerchiamo il più possibile di utilizzare questi strumenti esistenti. Come scrisse il poeta Al-Tughrai, come sarebbe angusta la vita senza uno spazio per la speranza”, quindi dobbiamo mantenere viva la speranza.

La seconda risposta richiede la comprensione del sistema giuridico internazionale. Le Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra e altri regolamenti e istituzioni del dopoguerra furono istituiti dai vincitori per proteggere la pace e la sicurezza internazionale, mantenere lordine globale e facilitare la cooperazione internazionale. Queste regole sono diventate troppo restrittive per affrontare le ingiustizie esistenti nel mondo, al punto che il diritto internazionale ora si applica chiaramente solo ad alcuni Paesi e ad alcuni esseri umani, ma non a tutti. Come si può spiegare altrimenti questa iniquità [nella risposta dei Paesi occidentali a Gaza]?

Naturalmente lo status quo [dellapplicazione selettiva del diritto internazionale] è pericoloso. Mette in luce la crisi dellintero sistema. Il genocidio di Gaza conferma che questo ordine internazionale è obsolescente; le regole del 1945 non possono reggere al giorno doggi. Ma fa ancora parte del nostro sistema come palestinesi. Se riusciamo a ottenere giustizia attraverso questi recenti sviluppi, bene; se non possiamo, è unopportunità per massimizzare il nostro impegno politico e legale e dimostrare lassenza di giustizia.

I palestinesi di tutto il mondo – sia in Cisgiordania che a Gaza, a Gerusalemme, nella diaspora o allinterno di Israele – sentono che esiste una cronica contraddizione tra la giustizia e la realtà del mondo. Lassalto a Gaza, in quanto [segnale di] uno scadimento quanto mai brutale e criminale dei valori morali e legali, ha messo [la mancanza di giustizia] in cima allagenda mondiale.

Eppure ai palestinesi dico: non importa quanto brutale e criminale sia la situazione, la giustizia prevarrà. Perché non importa quanto le persone si abituino alla vista del sangue e della morte, questa è una situazione anormale. Non è giusto e un giorno le cose cambieranno. La giustizia non si ottiene con un knockout, ma con una vittoria ai punti, e la vittima deve sempre fare buon uso degli strumenti a sua disposizione.

C’è un chiaro movimento in tutto il mondo: ci sono proteste di massa nelle strade e nei campus. La guerra di Gaza non sta solo sconvolgendo lordine globale, ma rivelando una nuova relazione tra il Nord e il Sud del mondo. Il fatto che il Sudafrica abbia portato avanti il ​​caso di genocidio davanti alla CIG non è stato solo simbolico; lo schierarsi degli Stati del Sud, dichiarato o meno, è importante.

Laltra parte del mondo, gli europei bianchi del Nord, devono rendersi conto che le cose non sono più come prima. Lordine internazionale ha bisogno di essere restaurato e Gaza ne fa parte. Pensavamo che, nonostante il divario tra Sud e Nord, spartissimo alcuni valori con lintera comunità internazionale, solo per scoprire che anche i concetti [più basilari] non sono condivisi.

La prova di questa iniquità è che la guerra a Gaza è ancora in corso dopo otto mesi e che luccisione di [oltre 15.000] bambini è un argomento controverso. Finché il mondo non interviene, continua a inviare spedizioni di armi e a dare sostegno politico, significa che il mondo accetta luccisione di bambini perché non sono bianchi e crede che ogni palestinese sia uno scudo umano, un terrorista, o un ostacolo sul cammino di un nuovo Medio Oriente.

Cosa ne pensa della decisione odierna della CIG?

E’ una evoluzione molto significativa – un passo cruciale [non solo] per porre fine al genocidio a Gaza, ma anche per aprire la strada affinché Israele sia ritenuto responsabile del crimine di genocidio.

La CIG chiede a Israele di fermare immediatamente la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nel Governatorato di Rafah che possa infliggere alla comunità palestinese di Gaza condizioni di vita tali da poter portare alla sua distruzione fisica totale o parziale”. Intendo questo messaggio come una richiesta di cessate il fuoco: la CIG ordina a Israele di interrompere le sue operazioni militari in tutta la Striscia di Gaza, aggiungendo poi una virgola molto importante seguita da qualsiasi altra azione nel Governatorato di Rafah”.

Secondo me con queste parole la CIG ordina a Israele di porre fine del tutto alla guerra, anche se mi aspettavo che la Corte fosse più chiara [nella sua formulazione].

Cosa pensano i palestinesi di Gaza riguardo a questi sviluppi presso la CPI e la CIG?

La gente a Gaza è estremamente arrabbiata con lintero ordine globale e con le istituzioni giuridiche esistenti. Il tempo si misura con i loro cadaveri e gli altri sono vivi solo per caso. Si sentono abbandonati e sentono che il mondo è complice di ciò che sta accadendo loro. Finché non fermerai questa guerra, ne farai parte.

Le ONG palestinesi come Al Mezan hanno collaborato con la CPI sulle indagini riguardanti casi che risalgono alla guerra del 2014. Cosa ne pensa della lentezza delle indagini, che non hanno ancora prodotto alcuna accusa, e della rapidità di quelle avviate in seguito alla guerra in corso?

L’origine della storia risale alla guerra di Gaza del 2008-2009. Ci siamo rivolti allallora procuratore della CPI, il signor Luis Moreno Ocampo, e abbiamo chiesto di indagare [sulla condotta di Israele durante la guerra] come violazione dello Statuto di Roma. Tre anni dopo Ocampo ci ha risposto dicendo che lo status giuridico dello Stato di Palestina non era chiaro alle tre principali istituzioni – lAssemblea Generale dell’ONU, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e gli Stati parti dello Statuto di Roma – per cui non poteva aprire un’indagine.

Quando nel novembre 2012 la Palestina è diventata uno Stato osservatore non membro dellAssemblea Generale dell’ONU abbiamo avuto una nuova apertura: la Palestina aveva ora il carattere” di uno Stato che poteva firmare lo Statuto di Roma, e così è diventata una dei 124 aderenti alla CPI.

Otto anni dopo la procuratrice della CPI, Fatou Bensouda, ha deciso che esisteva un fondamento in merito e la Camera Preliminare [dopo aver confermato lo status della Palestina come Stato] ha consentito lapertura di unindagine nel 2021. Da allora, lindagine non ha progredito di un solo millimetro, nonostante le numerose guerre lanciate contro Gaza, la continuazione del blocco e altri crimini.

Quindi penso che la recente decisione di Khan suggerisca che non può rimanere in silenzio di fronte a questa ferocia. Mostra anche lentità della pressione esercitata sulla Corte.

La richiesta di Khan di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant – entrambi personaggi politici impopolari e indesiderabili per molti, compresi gli Stati Uniti – è stata la cosa più facile da fare. Il mondo si è reso conto, anche se tardivamente, che Netanyahu rappresenta un ostacolo. E per quanto riguarda Gallant, le sue dichiarazioni dicono Stiamo combattendo animali umani” e Ho ordinato un assedio completo alla Striscia di Gaza. Non ci sarà né elettricità, né cibo, né carburante” sono la prova di una politica brutale. Il procuratore non poteva rimanere neutrale.

L’aver scelto il percorso facile spiega perché non ci sono mandati di arresto per coloro che hanno eseguito e ordinato tali crimini: gli ufficiali militari e della sicurezza e tutti gli altri membri del gabinetto di guerra israeliano. Il criminale, secondo lo Statuto di Roma, è colui che ha ordinato, eseguito, assistito e perfino consentito il crimine, per cui è impensabile impartire ordini ad altri che non siano direttamente responsabili.

Perché il procuratore ha chiesto mandati di arresto relativi solo ai reati a partire dal 7 ottobre?

Spero che questo sia il primo round. Il dovere del procuratore è quello di esaminare tutti i crimini che minacciano la pace e la sicurezza internazionale e di analizzare lintero fascicolo, senza essere selettivo e parziale.

Ma sembra che sia sotto pressione e non potrebbe andare oltre la data del 7 ottobre. Se lo facesse, significherebbe aprire il dossier sugli insediamenti coloniali [in Cisgiordania]. Per i palestinesi le colonie non sono meno pericolose della guerra in atto perché hanno il fine di eliminare ogni possibilità di esistenza per il popolo palestinese. Il trasferimento di una popolazione in territori occupati è un crimine grave ai sensi dello Statuto di Roma e delle Convenzioni di Ginevra. Mi aspettavo che ciò entrasse a far parte del processo in corso presso la CPI, ma sembra che questo sia il massimo che Khan può fare adesso.

La pressione su di lui spiega anche perché ha scelto di richiedere mandati contro tre membri di Hamas e solo due israeliani. Inoltre, i palestinesi sono accusati di otto crimini, gli israeliani di sette, e solo i palestinesi sono accusati di tortura, maltrattamenti, ecc., mentre non vengono nemmeno citati i crimini di rapimento, sparizione e detenzione di palestinesi nelle carceri militari israeliane. Lavoro in questo campo da 35 anni, e non ho mai visto una tale brutalità [contro i prigionieri]: 27 palestinesi sono stati uccisi nelle carceri israeliane: non combattenti illegali”, ma lavoratori che si trovavano sul posto di lavoro quando Hamas ha lanciato il suo attacco, tutti passati attraverso controlli di sicurezza e in possesso del permesso di lavorare in Israele.

Inoltre il procuratore ha scelto di non menzionare il reato di genocidio. Eppure quello che sta accadendo ora è un genocidio in tutti i sensi, e prove attendibili [di questo] sono state presentate dal team legale sudafricano davanti alla CIG.

Una questione chiave riguardo allintervento della CPI è la complementarità (ovvero Israele che indaga su sé stesso). Quale è stata lesperienza di Al Mezan sul modo di perseguire l’accertamento di responsabilità da parte del sistema giudiziario israeliano?

In quanto organizzazione per i diritti umani, trattiamo con lautorità esistente purché garantisca un certo rispetto per i diritti umani dei cittadini. Tra le parti con cui abbiamo collaborato, ad esempio, c’è il Corpo dellAvvocatura Generale Militare Israeliana (MAG Corps). Durante la guerra del 2014 e prima abbiamo presentato centinaia di richieste sui crimini più gravi commessi. La stragrande maggioranza dei casi non è stata oggetto di indagini, ad eccezione di quelli riguardanti la disciplina militare, come il caso di un soldato che ha rubato una carta di credito. Non c’è stata alcuna indagine sugli omicidi di intere famiglie cancellate dall’anagrafe o sulla distruzione di un ospedale. Ma dobbiamo sfruttare tutti i mezzi di contenzioso a livello nazionale di fronte alla potenza occupante.

Israele è quasi l’unico Paese al mondo in cui la magistratura boicotta le vittime. Ciò è delineato nella modifica del 2012 della legge sulla responsabilità dello Stato [n. 8]. In molti paesi, le vittime boicottano il sistema giudiziario perché lo considerano non indipendente, imparziale o neutrale.

Il nostro criterio è stato: Siamo di Gaza e i giudici israeliani devono renderci giustizia”, ma loro forniscono sempre copertura politica e legale [allo Stato]. Una vittima [che noi rappresentavamo] ha perso la sua casa nel 2008 e l’ha ricostruita, nel 2012 un suo familiare è stato ucciso e nel 2014 lesercito ha nuovamente distrutto la sua casa. Nessun tribunale israeliano gli ha reso giustizia. Allora dove deve rivolgersi? Il principio di complementarità è fondamentale, ma nel caso di Israele, la sua magistratura non può garantire giustizia ai palestinesi.

Come considera la reazione degli Stati Uniti alle notizie della CPI?

Gli Stati Uniti sono parte del problema, non parte della soluzione. Gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sulla Corte e quando la precedente procuratrice Fatou Bensouda ha aperto unindagine, è stata punita: lamministrazione Trump ha revocato i visti a Bensouda e ad altri collaboratori, oltre ad altre misure di ritorsione. Durante lamministrazione Bush, gli Stati Uniti hanno anche firmato accordi con la maggior parte degli Stati firmatari dello Statuto di Roma per non estradare o detenere alcun cittadino americano accusato di crimini di guerra, garantendo così limmunità ai propri soldati. Questa settimana, i senatori statunitensi hanno firmato dichiarazioni minacciose contro la Corte. Ciò non ha precedenti.

Cosa ci si può aspettare da un Paese che pensa e agisce in questo modo? Se gli Stati Uniti avessero voluto porre fine alla guerra lavrebbero fatto in cinque minuti, con una telefonata di Biden. Per gli Stati Uniti, il tribunale è eccellente purché emetta un mandato di arresto per Putin, ma diventa un problema quando si occupa di altri casi che riguardano suoi stretti alleati. Gli Stati Uniti stanno trascinando il mondo verso situazioni pericolose e persino catastrofiche.

Cosa significano i mandati per gli obblighi della Palestina in quanto firmataria dello Statuto di Roma – compreso il fatto che Sinwar e Deif si trovano in territorio palestinese?

Conveniamo sul fatto che lo Stato di Palestina non esercita alcun tipo di sovranità ed è uno Stato sotto occupazione. È uno Stato virtuale. Se lo stesso Presidente vuole spostarsi da un luogo all’altro della Cisgiordania o al di fuori di essa ha bisogno dell’approvazione degli israeliani. Il mondo è consapevole che lAutorità Nazionale Palestinese non ha alcun potere per arrestare nessuno. Vuole adempiere ai suoi doveri legali come Stato indipendente, ma non può.

[Riguardo ad Hamas], non siamo noi a stabilire il diritto internazionale, ma ci sono regole che valgono per tutti e che tutti devono rispettare. La resistenza e la lotta fanno parte della natura umana, che cerca di porre l’accento sulla moralità e le leggi umanitarie che il mondo civilizzato ha accettato per sé. C’è sempre bisogno di riflettere sui mezzi di resistenza e su come ottenere i migliori risultati possibili. La resistenza ha sempre bisogno di riesaminare sé stessa, ma ciò non nega che esiste unoccupazione e ad essa bisogna resistere.

La domanda più importante è come può il popolo palestinese fare ciò mentre è sottoposto a questa ferocia e aggressione. Alla fine, lalbero della vita è sempreverde e la teoria è grigia.

È necessario porre fine a questo conflitto e fornire ai palestinesi tutte le risorse morali, legali e umanitarie affinché possano esercitare il loro diritto allautodeterminazione. A proposito, non si tratta solo del diritto al proprio Stato; sono contrario allidea che il problema dei palestinesi sia che non hanno uno Stato. In effetti, il popolo palestinese rivendica il diritto allautodeterminazione affinché possiamo decidere del nostro destino. E se non volessimo uno Stato?

Questa è la prima volta che i leader palestinesi vengono formalmente accusati di crimini di guerra internazionali. Cosa significa questo per la lotta e la resistenza palestinese? La mossa della CPI significa che ci sono linee rosse anche per la resistenza?

Come organizzazioni per i diritti umani crediamo che chiunque violi lo Statuto di Roma, indipendentemente dalla sua nazionalità, debba essere assicurato alla giustizia e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Sono dellopinione che, anche se questa decisione di richiedere mandati di arresto contro Sinwar, Deif e Haniyeh è inaccettabile per alcuni palestinesi, questa è unopportunità per qualsiasi imputato per presentarsi davanti alla Corte, difendere la propria versione, contestualizzare le cose e presentare prove. In definitiva, anche se vengono emessi mandati, gli accusati sono sempre innocenti fino a prova contraria.

Non siamo noi a decidere cosa sia un crimine di guerra: alla fine lo deciderà il tribunale. Ma la Corte stessa deve essere totalmente credibile e non politicizzare la questione, perché il sistema internazionale è ora messo alla prova. E continuiamo a chiedere ad alta voce: Chi sta commettendo un genocidio?”

Per quanto riguarda la scelta tra resistere o negoziare [con Israele], secondo me, entrambe le scelte sono problematiche finché non hanno il consenso della gente. Pagheremo un prezzo per entrambe le opzioni, ma siamo pronti a farlo. La questione importante è che esiste una causa giusta e noi vogliamo porre fine alloccupazione, ma c’è uno sforzo organizzato per inquadrare ogni nostra azione come immorale.

E’ fiducioso sul fatto che il mondo rispetterà i mandati di arresto?

Continuiamo a credere che il mantenimento della sicurezza internazionale, della stabilità e della pace sia un dovere internazionale. È interessante che un Paese che fornisce copertura per il genocidio, come la Germania, affermi che le decisioni della Corte devono essere rispettate. La mancata attuazione di queste decisioni significherebbe che il mondo ha dimenticato lo Stato di diritto e sta passando alle regole della giungla.

In che modo la richiesta di mandati darresto da parte della CPI potrebbe influenzare il procedimento giudiziario presso la CIG?

Sono due ambiti diversi e ogni tribunale gode di piena indipendenza, senza alcun rapporto ufficiale tra loro. Ma dal momento che la CIG sta discutendo il caso del genocidio, ciò può aiutare il procuratore della CPI nelle accuse contro gli israeliani incriminati. Senza dubbio, il procedimento presso la CIG aiuta a creare lambiente appropriato [per le azioni della CPI]. LCIG ha accettato la richiesta del Sud Africa, il che significa che esiste un fondamento per la richiesta. Spetta alla Corte decidere nel merito, ma da un punto di vista procedurale il procuratore della CPI non avrebbe dovuto aver paura di portare avanti le accuse di genocidio contro i singoli israeliani.

Lei e la sua famiglia avete lasciato Gaza a dicembre e ora vi trovate al Cairo. Come vi sentite in questo momento?

Siamo vivi per caso e ci troviamo ancora in bilico tra la vita e la morte. La cosa più importante per me è essere forte e sostenere mia moglie e i miei figli. Sono al Cairo, ma il mio cuore e la mia mente sono con la mia famiglia, i miei vicini, i miei colleghi e i miei amici a Gaza.

Abbiamo perso le nostre case e le proprietà. Sono stato costretto a lasciare la mia casa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City il 13 ottobre. La mia casa e il mio ufficio sono stati gravemente danneggiati e lintero edificio di mio figlio è stato distrutto, colpito da un missile. Siamo stati sfollati a Rafah per alcuni mesi, a differenza di molti altri che sono stati uccisi quando le loro case sono state prese di mira, e abbiamo lasciato Gaza il 3 dicembre.

Ciò che abbiamo vissuto a Gaza è stato incredibile. Non dimenticherò mai la paura della cintura di fuoco dei bombardamenti. Immagini il rumore degli spari di un fucile automatico; ora immagini la stessa cosa dagli aeroplani. Con lanci a intervalli regolari, di pochi secondi tra loro, in una zona residenziale piena di bambini e donne. Lo stato di terrore è indescrivibile. Ho perso molti familiari e amici. Cerco di non ascoltare le notizie, perché le notizie ti portano sempre i nomi delle persone che sono state uccise.

Tornerà a Gaza?

Sì, naturalmente. Quando la guerra finirà voglio tornare indietro e contribuire alla ricostruzione di Gaza. Non c’è dignità se non nella propria patria. Voglio tornare indietro, ma la mia famiglia potrebbe non tornare perché non ci sono case, ospedali, scuole o università.

Capisco chi afferma di non poter tornare, perché tutte le cose necessarie alla vita sono state completamente distrutte. Capisco i giovani che sono riusciti ad andare via e non vogliono tornare. Ma tornerò per ricostruire Gaza per le giovani generazioni, per i miei figli e nipoti.

Ghousoon Bisharat è la redattrice capo della rivista +972.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come i medici carcerari israeliani partecipano alla tortura dei detenuti palestinesi

Kanav Kathuria

28 maggio 2024 – Mondoweiss

I medici israeliani forniscono agli interroganti le informazioni mediche riguardanti i prigionieri per dare il via libera alla tortura, istruiscono gli interroganti su come infliggere dolore senza lasciare segni fisici e collaborano persino personalmente nell’infliggere le torture.

Quando lunedì il procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha richiesto dei mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant ha scelto sorprendentemente di non includere nella sua lista dei crimini di guerra e dei crimini contro lumanità commessi da Israele la tortura o la violenza sessuale contro i prigionieri palestinesi.

Lomissione della tortura da parte di Khan è incredibile. Negli ultimi sette mesi centinaia di rapporti, testimonianze e indagini hanno fatto ulteriore luce sulla pratica brutale della tortura da parte di Israele nei confronti dei detenuti palestinesi e dei prigionieri nelle carceri delloccupazione israeliana.

Come hanno ampiamente documentato organizzazioni della società civile palestinese come lAddameer Prisoner Support, Human Rights Association, il Palestine PrisonersClub e altre, i prigionieri vengono brutalmente picchiati e maltrattati più volte al giorno, rinchiusi in celle non adatte alla vita umana, tenuti bendati con le mani legate con fascette di plastica, isolati dal mondo esterno, spogliati dei loro vestiti, puniti collettivamente attraverso la fame, attaccati da cani, aggrediti sessualmente e torturati psicologicamente. Dal 7 ottobre almeno tredici palestinesi sono stati portati alla morte in carcere in seguito alla tortura e alla negazione di cure mediche adeguate. Innumerevoli altri sono stati scoperti in fosse comuni con evidenti segni delle torture subite, esecuzioni e altri crimini contro l’umanità.

Sebbene trattata dai mezzi di informazione occidentali come un fenomeno nuovo o eccezionale, come nella recente denuncia della CNN sugli orrori praticati nel famigerato centro di detenzione di Sde Teiman, la tortura israeliana precede di molto il 7 ottobre. Luso della tortura in Israele come strumento coloniale per soggiogare e esercitare il controllo sui palestinesi è intrecciato con la sua stessa nascita come Stato. Come ha scritto nel 2010 dal carcere Walid Daqqa, icona rivoluzionaria e letteraria palestinese,

Ciò che accade nelle [carceri israeliane] non è solo detenzione e isolamento di un popolo considerato un rischio per la sicurezza di Israele, ma fa parte di uno schema generale, scientificamente pianificato e calcolato per rimodellare la coscienza palestinese”.

La tortura israeliana è quindi istituzionalizzata e sistematica portata avanti dall’esteso regime di sicurezzadello Stato e autorizzata dai suoi organi legali e giudiziari. A livello internazionale luso della tortura da parte di Israele continua a non essere oggetto di verifica, nonostante lo Stato sia firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti.

Tuttavia, nel fare luce sul labirinto di sistemi, leggi, istituzioni e persone che modellano il modo in cui Israele pratica la tortura [emerge che] una fondamentale categoria di persone coinvolte tende a sfuggire alla responsabilità: gli operatori sanitari nelle carceri e nei centri di detenzione delloccupazione israeliana. Mentre lattenzione su chi tortura generalmente ricade sugli interroganti dello Shin Bet (o lagenzia di sicurezzainterna israeliana), i medici e gli psicologi carcerari israeliani sono profondamente complici della tortura e del trattamento crudele, inumano o degradante dei palestinesi incarcerati che si suppone siano affidati alle loro cure.

Via liberaalla tortura fornito dai medici

Le norme internazionali che vietano ai medici di compiere atti di tortura sono categoriche. Ad esempio, la Dichiarazione di Tokyo del 1975 della World Medical Association – un’associazione a cui appartiene l’Israel Medical Association – afferma che un medico non deve “consentire o partecipare alla pratica della tortura… qualunque sia il reato di cui sia sospettata la vittima di tali procedure”, accusata o colpevole, e qualunque siano le convinzioni o le motivazioni della vittima… anche [nei] conflitti armati e guerre civili.” La Dichiarazione afferma inoltre che mentre i medici hanno lobbligo di diagnosticare e curare le vittime di tortura, è eticamente loro vietato condurre qualsiasi valutazione, o fornire informazioni o trattamenti, che possano facilitare o perpetuare la tortura. (enfasi aggiunta).

In altre parole: un medico può comunque essere complice della tortura anche se la sua partecipazione non è diretta. In quanto professionisti medici responsabili del benessere dei loro pazienti i medici hanno l’obbligo etico di segnalare e denunciare gli abusi di cui sono testimoni, di proteggere i loro pazienti, di garantire la riservatezza delle informazioni mediche personali dei pazienti e di astenersi da qualsiasi situazione in cui venga utilizzata o minacciata la tortura.

Le prove degli ultimi 30 anni dimostrano che regolarmente i medici israeliani non rispettano questi obblighi etici e operano in violazione del diritto internazionale. Come dettagliato nei rapporti di Human Rights Watch, Amnesty International, Physicians for Human Rights-Israel e molti, molti altri, in Israele il coinvolgimento dei medici nella tortura è sistematico e di fatto parte integrante del regime di tortura israeliano.

La complicità dei medici nella tortura si manifesta in vari modi. Come spiegato nello studio globale di Addameer del 2020, Cell 26, prima dellinizio dellinterrogatorio di un detenuto, i medici israeliani collaborano con gli interroganti dello Shin Bet per certificareo constatare che siano idonei” ad essere sottoposti a tortura. Per tutta la durata dellinterrogatorio un medico fornisce il via liberaaffinché la tortura possa continuare.

Ma lautorizzazione alla tortura va oltre un superficiale controllo sanitario. Nei loro esami, gli operatori sanitari cercano i punti deboli fisici e psicologici da sfruttare in una persona. Queste debolezze vengono condivise attivamente con gli interroganti per aiutarli a spezzare lo spirito del prigioniero.

Inoltre i medici israeliani tacciono sulle ferite che osservano durante la tortura. Invece di adempiere alle proprie responsabilità etiche con il denunciare gli abusi, i medici falsificano o si astengono dal documentare gli effetti fisici e psicologici della tortura sul corpo e sulla mente di un detenuto, privando le vittime della possibilità di utilizzare potenziali prove contro i loro torturatori.

La complicità medica nella tortura si estende oltre i singoli professionisti fino allintero sistema sanitario israeliano. I detenuti palestinesi raccontano che gli interroganti sono addestrati a metodi di abuso progettati per infliggere il massimo danno. Questa conoscenza non è innata; al contrario, secondo Cell 26, la ricerca medica è coinvolta con gli interroganti delloccupazione israeliana per armarli di tecniche e programmi di tortura specifici intesi a causare sofferenze estreme ai detenuti palestinesi lasciando minimi segni fisici.

Dal 7 ottobre le indagini e le testimonianze di sopravvissuti alla tortura, difensori e organizzazioni per i diritti umani e persino alcuni informatori israeliani hanno confermato che il coinvolgimento dei medici israeliani nella tortura è ancora in corso. Il 16 aprile un rapporto scioccante dellAgenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e lOccupazione Lavorativa (UNRWA) sulla tortura dei detenuti di Gaza ha affermato che quando tentavano di ricevere assistenza medica per la cura delle ferite causate dalle torture, i prigionieri palestinesi venivano invece picchiati più duramente dai medici della prigione.

La complicità dei medici nella tortura include anche la negligenza medica, una pratica deliberata e di lunga data nelle carceri israeliane. Un rapporto di Physicians for Human Rights-Israel [Medici per i diritti umani-Israele] pubblicato il mese scorso descrive in dettaglio le orribili condizioni di reclusione in un ospedale da campo situato presso la base militare e centro di detenzione di Sde Teiman. Secondo il rapporto, il personale medico presta assistenza a pazienti immobilizzati e bendati; esegue procedure mediche invasive senza che i pazienti ricevano sufficienti spiegazioni in anticipo o diano il loro consenso; rifiuta di prestare le cure rifiutando la somministrazione di farmaci antidolorifici e giustificando la fornitura del trattamento esclusivamente nei casi in cui ciò aiuti le forze di sicurezza a interrogare i pazienti. Inoltre, al personale medico non è richiesto di denunciare o documentare casi di violenza o tortura di cui sia stato testimone né di firmare documenti medici con il proprio nome o numero di licenza, proteggendolo da qualsiasi potenziale indagine riguardante la violazione delletica medica.

Nellindagine della CNN su Sde Teiman altri tre informatori israeliani presso il centro di detenzione hanno rivelato come le procedure mediche presso la struttura siano a volte eseguite da medici sottoqualificati, tanto che [l’ospedale da campo] si è guadagnato la reputazione di ‘paradiso per i tirocinanti’”.

Come ha detto uno degli informatori alla CNN: Mi è stato chiesto di imparare come fare delle cose sui pazienti, eseguendo procedure mediche minori che sono totalmente al di fuori della mia competenzail trovarmi soltanto lì mi sembrava di essere complice di abusi. La stessa persona ha anche assistito ad amputazioni eseguite su persone che avevano subito ferite causate dalla costrizione continuativa delle mani.

Le condizioni all’interno dellospedale da campo di Sde Teiman sono così disastrose che allinizio di aprile un medico israeliano di stanza presso la struttura ha scritto una lettera al ministro della Sanità israeliano esprimendo le sue preoccupazioni. In essa afferma che le circostanze sono così cupe che i suoi impegni fondamentali nei confronti dei pazientisono stati lasciati da parte e che le équipe mediche della struttura, così come il Ministero della Salute, stanno violando la legge israeliana sullincarcerazione dei combattenti illegali.

Quando i medici sono agenti del colonialismo

La partecipazione alla tortura dei medici professionisti coloro il cui dovere è evidentemente quello di guarire, alleviare la sofferenza e agire nel migliore interesse dei loro pazienti non è una contraddizione. Indipendentemente dalletica o dalle leggi, il personale medico israeliano opera innanzitutto come agente del regime coloniale di insediamento israeliano. Sotto il colonialismo di insediamento tutti gli aspetti della società di un colonizzatore hanno un unico scopo: favorire loppressione delle persone colonizzate.

La professione medica non è diversa. Nel suo saggio Medicina e colonialismoFrantz Fanon delinea cosa significa praticare la medicina in un contesto coloniale. Parlando dellAlgeria francese, scrive:

il medico stessoha deciso di escludersi dal cerchio protettivo che i principi e i valori della professione medica hanno intessuto attorno a luiIn una data regione, il medico si rivela talvolta come il più sanguinario dei colonizzatoricosì diventa il torturatore sotto le apparenze di un medico.

Fanon continua: Sul piano strettamente tecnico il medico europeo collabora attivamente con le forze coloniali nelle loro pratiche più spaventose e più degradanti”.

Gli ultimi 230 giorni hanno reso dolorosamente evidente che lannientamento delle infrastrutture sanitarie di Gaza è uno degli obiettivi centrali della campagna genocida di Israele. Oltre alla distruzione degli ospedali, gli operatori sanitari palestinesi vengono rapiti, torturati e uccisi a centinaia. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza dal 7 ottobre almeno 493 operatori sanitari sono stati assassinati da Israele. Altri 200 sono stati fatti prigionieri dalle forze di occupazione israeliane. Alcuni come il dottor Adnan Al-Bursh, primario di ortopedia presso lospedale al-Shifa sono stati torturati a morte dopo mesi di prigionia.

Mentre Israele bombarda e distrugge gli ospedali i medici israeliani torturano i prigionieri palestinesi. Mentre Israele giustizia i pazienti palestinesi, i suoi medici condividono ricerche mediche per aiutare a torturare meglio i detenuti palestinesi. Nelle parole del dottor Al-Bursh: La pratica della medicina è diventata un criminee la detenzione e la tortura a morte è diventata la punizione per aver salvato vite umane”.

Mentre i medici palestinesi muoiono negli ospedali di Gaza con i loro pazienti i medici israeliani sono complici del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Analisi delle richieste di mandato d’arresto della CPI contro i leader israeliani e di Hamas

Sondos Shalaby

20 maggio 2024-Middle East Eye

MEE analizza le accuse e le prove utilizzate da Karim Khan nella sua richiesta di mandati di arresto contro Netanyahu, Gallant e i leader di Hamas

I leader israeliani e di Hamas affrontano una serie di accuse davanti alla Corte Penale Internazionale (CPI) per il loro ruolo in presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante la guerra di Israele a Gaza e l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele.

Lunedì il procuratore della CPI Karim Khan ha dichiarato di aver presentato una richiesta di mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per i leader di Hamas Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif.

La richiesta si basa sulle prove raccolte dal Procuratore durante la sua visita in Israele, a Ramallah nella Cisgiordania occupata e a Rafah in Egitto, al confine con Gaza. Ma Khan non potuto recarsi a Gaza poiché le sue richieste di entrare nell’enclave per indagini sono state rifiutate dal governo israeliano.

Le accuse contro entrambe le parti sono conformi agli articoli 7 sui crimini contro l’umanità e all’articolo 8 sui crimini di guerra dello Statuto di Roma che ha istituito la CPI, e tutti i sospettati sono identificati come “co-perpetratori” e comandanti” con responsabilità penale per i presunti crimini.

I crimini di guerra vengono commessi nel contesto di conflitti armati internazionali e non internazionali, mentre i crimini contro l’umanità possono essere perpetrati durante la guerra o in tempo di pace. Il pubblico ministero ha descritto la situazione in Palestina e Israele sia come un conflitto armato internazionale tra Israele e la Palestina come due stati, sia come un conflitto armato non internazionale tra Israele e Hamas come attore non statale.

Per poter provare un crimine contro l’umanità secondo l’articolo 7 esso deve essere commesso in modo diffuso o sistematico.

Accuse contro gli israeliani

Secondo il Procuratore, ci sono fondati motivi per ritenere che Netanyahu e Gallant abbiano responsabilità penali per i seguenti crimini:

  1. Affamare i civili come metodo di guerra costituisce crimine di guerra.

  2. Causare intenzionalmente grandi sofferenze, o gravi lesioni al corpo o alla salute, o trattamenti crudeli costituisce crimine di guerra

  3. Uccisione intenzionale o omicidio [non in combattimento, n.d.t.] costituisce crimine di guerra

  4. Dirigere intenzionalmente attacchi contro una popolazione civile costituisce crimine di guerra

  5. Sterminio e/o omicidio, anche mediante le morti per fame, costituisce crimine contro l’umanità

  6. La persecuzione costituisce crimine contro l’umanità

  7. Altri atti disumani costituiscono crimini contro l’umanità

Le prove utilizzate a sostegno delle indagini includono “interviste con sopravvissuti e testimoni oculari, materiale video, fotografico e audio autenticato, immagini satellitari e dichiarazioni del presunto gruppo autore del reato”.

Le accuse sono principalmente legate al crimine di guerra di affamare i civili come metodo di guerra. Ciò è collegato all’assedio totale imposto da Israele dal 7 ottobre alla Striscia di Gaza che ha comportato la chiusura dei valichi di frontiera e “la limitazione arbitraria del trasferimento di forniture essenziali – compresi cibo e medicine – attraverso i valichi di frontiera dopo la loro riapertura”.

Il Procuratore ha anche notato che Israele ha tagliato le forniture transfrontaliere di acqua pulita ai palestinesi di Gaza, ha bloccato gli aiuti umanitari e ha attaccato i civili in coda per ricevere cibo e operatori umanitari.

Khan ha affermato che le prove raccolte dal suo ufficio “dimostrano che Israele ha intenzionalmente e sistematicamente privato la popolazione civile in tutte le parti di Gaza di beni indispensabili alla sopravvivenza umana”.

Il pubblico ministero ha utilizzato le prove fornite dalle organizzazioni umanitarie internazionali secondo cui la carestia è presente in alcune aree della Striscia di Gaza mentre altre aree stanno affrontando una carestia imminente.

La tesi di Khan si basa su un rapporto di un gruppo di esperti di diritto internazionale incaricato dal pubblico ministero di valutare il mandato d’arresto. Secondo il rapporto tutte le accuse sembrano essere legate alla politica di assedio attuata da Israele dal 7 ottobre e alla privazione dei beni necessari alla sopravvivenza.

Tuttavia non includono l’uccisione in massa di civili o i risultati della campagna di bombardamenti che finora ha ucciso più di 35.000 palestinesi, per lo più donne e bambini, e ha distrutto gran parte delle infrastrutture di Gaza.

Inoltre non includono il reato di genocidio attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia in un caso presentato dal Sudafrica contro Israele a dicembre.

Tuttavia la Commissione e il Procuratore hanno riconosciuto che altri crimini e la campagna di bombardamenti in corso portata avanti da Israele sono attualmente oggetto di indagini da parte della CPI.

Accuse contro i palestinesi

L’annuncio del Procuratore nomina tre leader di Hamas che affrontano un mandato d’arresto: Sinwar, leader del movimento palestinese a Gaza, Mohammed Diab Ibrahim al-Masri, capo dell’ala militare del gruppo, meglio noto come Mohammed Deif, e il capo dell’ufficio politico Ismail Haniyeh.

Sulla base delle prove raccolte ed esaminate dall’ufficio della procura in relazione all’uccisione di centinaia di civili israeliani il 7 ottobre e alla presa di almeno 245 prigionieri elenca poi otto crimini perpetrati dai tre.

Il Procuratore ha affermato che i leader di Hamas sono responsabili penalmente dei seguenti crimini:

1. Lo sterminio come crimine contro l’umanità

2. L’omicidio come crimine contro l’umanità e come crimine di guerra

3. La presa di ostaggi come crimine di guerra

4. Stupro e altri atti di violenza sessuale come crimini contro l’umanità e anche come crimini di guerra durante la prigionia

5. La tortura come crimine contro l’umanità e anche come crimine di guerra durante la prigionia

6. Altri atti disumani durante la prigionia costituiscono un crimine contro l’umanità

7. Il trattamento crudele durante la prigionia costituisce crimine di guerra

8. Gli oltraggi alla dignità personale durante la prigionia costituiscono crimine di guerra.

Le prove utilizzate dalla Corte penale internazionale includono interviste con vittime e sopravvissuti, compresi ex prigionieri e testimoni oculari provenienti da sei principali località colpite nel sud di Israele: Kfar Aza, Holit, la sede del festival musicale Supernova, Beeri, Nir Oz e Nahal Oz.

Il Procuratore ha affermato che l’indagine si è basata anche su prove raccolte da filmati CCTV, materiale audio, fotografico e video verificato, dichiarazioni di membri di Hamas e prove di esperti.

Khan ha detto che il suo ufficio continua a indagare su sospetti crimini in Israele, Gaza e Cisgiordania e che ulteriori mandati di arresto potrebbero essere emessi in futuro: “se e quando considereremo che la soglia di una prospettiva realistica di condanna è stata raggiunta”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sul “plausibile genocidio” a Gaza: una vittoria incompleta

Jeff Halper

29 gennaio 2024 Counterpunch

Qualsiasi valutazione sulla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio deve iniziare con un applauso per le sue delibere secondo cui (1) le azioni militari di Israele a Gaza rientrano nelle definizioni della Convenzione sul Genocidio; (2) che i palestinesi sono effettivamente un gruppo distinto che si trova a subire il crimine di genocidio e (3) che l’affermazione del Sudafrica sul coinvolgimento israeliano in un “plausibile genocidio” è valida, il che significa che la Corte inizierà a processare Israele per genocidio. Si tratta di un processo che richiederà diversi anni ma è estremamente importante.

Gli stessi atti del processo avranno un effetto immenso su quella che in realtà è la Corte Mondiale, la Corte dell’Opinione Pubblica, fornendo sostegno legale, politico e morale alla lotta per i diritti dei palestinesi e alla fine del genocidio e dell’apartheid israeliani. Potrebbe anche favorire il perseguimento di funzionari e personale militare israeliani per crimini di guerra presso la Corte Penale Internazionale, nonché iniziare a ritenere responsabili i complici dei crimini di Israele.

Se Israele alla fine verrà condannato per genocidio, i Paesi che ne hanno sostenuto le politiche o lo hanno armato potrebbero essere processati per complicità ai sensi della Convenzione sul Genocidio. A livello locale, cause come quella di Defense for Children International-Palestine et al. contro Biden et al. in cui il presidente Biden, il segretario di Stato Blinken e il segretario alla Difesa sono stati citati in giudizio in un tribunale distrettuale della California per “mancata prevenzione e complicità nel genocidio in corso contro Gaza”, potrebbero avere maggiori possibilità di successo.

La giornata di oggi segna una vittoria decisiva per lo stato del diritto internazionale e una pietra miliare significativa nella ricerca di giustizia per il popolo palestinese”, ha affermato il Ministero degli Esteri sudafricano. “Non esiste alcuna base credibile perché Israele continui a sostenere che le sue azioni militari sarebbero nel pieno rispetto del diritto internazionale, inclusa la Convenzione sul Genocidio, vista la sentenza della Corte”.

La CIG dovrebbe essere elogiata anche per le sei misure provvisorie che ha imposto a Israele, vale a dire:

– Adottare tutte le misure per garantire che a Gaza non abbiano luogo atti considerati genocidari ai sensi della Convenzione sul Genocidio

– Garantire che i suoi militari non commettano atti di genocidio

– Prevenire e punire l’incitamento al genocidio

– Consentire e facilitare la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria alla popolazione di Gaza

– Prevenire la distruzione e preservare le prove del genocidio nelle operazioni militari

– Riferire alla Corte sulla sua ottemperanza entro un mese.

Tutte queste misure, oltre alla spiegazione dettagliata della Corte del motivo per cui Israele è di fatto coinvolto in un genocidio “plausibile” e in corso, ci danno tutto il sostegno legale per fare pressione per una fine effettiva del genocidio israeliano, più immediatamente a Gaza ma senza dimenticare il genocidio in corso commesso contro l’intero popolo palestinese sia nella Palestina storica che nel contesto della persistente esistenza di palestinesi rifugiati.

I punti deboli della sentenza

La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia è quindi forte e importante nel prosieguo della lotta per i diritti dei palestinesi. Guardando la situazione, tuttavia, dalla prospettiva dell’immediata necessità di proteggere gli abitanti di Gaza dall’effettivo genocidio che stanno vivendo in questo momento – l’ordine urgente di imporre un cessate il fuoco chiesto dai sudafricani – dobbiamo unirci ai palestinesi nel deplorare la decisione della Corte di non aver emanato tale misura provvisoria. Il divieto di ogni atto di genocidio può assicurarsi il rispetto di Israele solo se rafforzato dall’imposizione di un cessate il fuoco. Ordinare semplicemente a Israele “di adottare tutte le misure in suo potere per non violare le disposizioni della Convenzione di Ginevra” e per garantire che le sue forze militari non la violino è, sul campo, poco effettivo e inefficace.

Finché Israele si astiene da atti apertamente genocidari – che ha già commesso e che ora potrebbe moderare – gli ordini possono ben poco per impedire l’effettivo scopo dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e, sì, del genocidio, che le operazioni militari in corso perpetuano. B’tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, è d’accordo. “L’unico modo per attuare gli ordini emessi oggi dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia”, si legge in una nota diffusa, “è con un cessate il fuoco immediato. È impossibile proteggere la vita dei civili finché continuano i combattimenti”.

Molti difensori della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, inclusa l’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq, sostengono che l’obbligo per Israele di porre fine o ridurre le sue operazioni militari è contenuto nella sentenza sul genocidio e nell’ordine delle misure provvisorie, dal momento che molte delle disposizioni – porre fine agli atti di genocidio, ad esempio, o consentire gli aiuti umanitari – non può essere realizzato senza un cessate il fuoco de facto.

Scrive l’avvocato per i diritti umani Robert Herbst: “All’interno della decisione sul genocidio e dell’ordine di misure provvisorie c’è, sub silentio, la richiesta che Israele interrompa o riduca le sue operazioni militari. Ciò potrebbe anche non equivalere ad un ‘cessate il fuoco’, ma potrebbe probabilmente realizzare in concreto la fine di tutti gli omicidi e i ferimenti di massa causati dal genocidio e della distruzione delle infrastrutture rimaste, e il massiccio ingresso di assistenza umanitaria che ripristinerebbe in certa misura la vita civile a Gaza”.

Mi permetto di dissentire. Quali azioni violino effettivamente le misure provvisorie è difficile da dire visto che per loro natura sono vaghe e manipolabili. Contro l’accusa che un atto sia genocida, ad esempio, Israele può invocare l’autodifesa. In effetti, è la loro incertezza che ha impedito alla Corte Internazionale di Giustizia di emettere l’ordine di cessate il fuoco. Affinché un “plausibile genocidio” possa essere effettivamente impedito, le sei misure provvisorie che vietano a Israele di continuare le sue azioni genocide devono essere emanate insieme a un cessate il fuoco immediato.

Stabilire che si tratta di genocidio prevede un processo a lungo termine volto a distruggere un popolo, in tutto o in parte (come nel caso del violento sfollamento dei palestinesi dalle loro terre e dalla loro patria da parte di Israele a partire dal 1948, o l’intento apertamente genocida del sionismo di sostituire la popolazione palestinese di Palestina con gli ebrei e trasformare un paese arabo in uno ebraico) o atti grossolanamente palesi di uccisione e distruzione (come Israele ha commesso a Gaza fino ad oggi).

Ma essere avvisato dalla Corte che sta esaminando specifici atti di genocidio consentirà a Israele di ridurre le operazioni militari in modo da astenersi apparentemente dal commettere atti specifici ritenuti genocidari senza, tuttavia, ridurre di fatto la letalità e la distruttività della sua guerra in corso. Così secondo la Corte l’uccisione di (finora) 27.000 palestinesi, la stragrande maggioranza dei quali civili, equivale ad un plausibile genocidio. Ma senza un ordine di cessate il fuoco e riducendo il comportamento genocida ad “atti”, Israele può affermare che ogni omicidio è uno sfortunato “danno collaterale” o un tragico errore.

La foresta del genocidio si perde a favore degli alberi delle azioni individuali. Israele ha già distrutto il 70% di Gaza e provocato lo sfollamento di oltre due milioni dei suoi abitanti. Può permettersi di andare avanti con più “attenzione”, mantenendo le sue operazioni militari al livello di “semplici” crimini di guerra e crimini contro l’umanità, il che significa che senza un cessate il fuoco le sei misure provvisorie non avranno alcun impatto sulle effettive operazioni militari.

Potrei sembrare troppo severo, ma in pratica il sottotesto della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sembra essere: Ti diamo, Israele, il permesso di continuare la tua campagna militare a Gaza (con le sue conseguenze genocide, anche se non saranno commessi nuovi atti genocidari) purché d’ora in poi vi asteniate da atti che possano essere interpretati come genocidi. È vero, la Corte Internazionale di Giustizia potrebbe rivedere la sua decisione in futuro, ma si può sentire il collettivo sospiro di sollievo di Israele fino all’Aja.

L’esame arriverà tra un altro mese, quando Israele presenterà il suo rapporto alla CIG su come stia rispettando le misure. La Corte potrebbe quindi valutare i suoi sforzi e, se ritenuti significativamente carenti (ciò che a mio avviso avverrà, malgrado tutto), emettere un ordine di cessate il fuoco. Questo resta da vedere. Proprio mentre scrivo, il giorno dopo la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia Israele ha lanciato un grande attacco all’interno di Khan Yunis, circondando migliaia di civili intrappolati all’interno e iniziando la sua avanzata a sud verso Rafah, anche se “con attenzione”. Non vi è alcun indizio che la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia abbia influenzato in qualche modo le operazioni militari. In effetti, le azioni odierne di Israele potrebbero essere viste come una “risposta sionista” alla Corte Internazionale di Giustizia. È proprio la preoccupazione che la sentenza della CIG abbia scarso effetto immediato su ciò che i palestinesi stanno effettivamente vivendo che ha provocato la delusione per il rifiuto della Corte Internazionale di ordinare un cessate il fuoco.

La palla è nel nostro campo

La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia evidenzia il difetto fatale del sistema giuridico internazionale: accordi e leggi meravigliose, ponderate e potenti come la Carta delle Nazioni Unite, la Convenzione sul Genocidio e la Quarta Convenzione di Ginevra – ognuna delle quali, se effettivamente applicata, avrebbe causato il crollo dell’occupazione illegale di Israele, protetto il popolo palestinese e fornito gli strumenti per smantellare il regime coloniale israeliano. Invece, abbiamo una struttura legale gravata da un sistema di adempimento estremamente debole che sostanzialmente annulla le leggi stesse.

La CIG ci ha se non altro fornito una forte motivazione legale e morale per portare avanti la nostra campagna contro il genocidio a Gaza. Tuttavia, in termini di protezione effettiva del popolo di Gaza e del ritenere Israele responsabile del suo crimine di genocidio, la CIG ci ha passato la palla. Evidentemente la palla dovrebbe passare nel campo dei nostri governi. Sono loro ad avere la responsabilità di far rispettare il diritto internazionale – una responsabilità che non hanno mai veramente assunto e che violano impunemente.

Sta a noi accettare il giudizio della Corte secondo cui il genocidio è stato plausibilmente condotto davanti ai nostri occhi e fare ciò che la Corte Internazionale di Giustizia avrebbe potuto fare e non ha fatto: costringere i nostri governi a imporre un cessate il fuoco immediato. Dobbiamo essere i cani da guardia che denunciano non solo il crimine di genocidio che è l’assalto di Israele a Gaza, ma tutti i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità che Israele continuerà a commettere e che sono connaturati al processo stesso di una pacificazione militare. Dobbiamo creare pressione pubblica sui nostri governi – in particolare su Stati Uniti e Germania – affinché interrompano i loro massicci trasferimenti di armi e impongano sanzioni economiche a Israele.

E dobbiamo essere consapevoli che il genocidio è in corso. Oltre a chiedere un cessate il fuoco, oltre a chiedere la fine del genocidio israeliano, dobbiamo ritenere Israele responsabile della situazione genocida che sta costruendo, e che continuerà anche dopo la fine delle ostilità.

Fermate subito il genocidio israeliano!

Immediato cessate il fuoco a Gaza!

Liberate tutti gli ostaggi israeliani e i prigionieri politici palestinesi

Jeff Halper è un antropologo israeliano anticoloniale, capo del Comitato Israeliano Contro le Demolizioni di Case (ICAHD) e membro fondatore della campagna One Democratic State. È l’autore di War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification (Guerra contro il popolo: Israele, i palestinesi e la pacificazione globale, Londra: Pluto Press 2015). Il suo ultimo libro è Decolonizing Israel, Liberating Palestine: Zionism, Settler Colonialism and the Case for One Democratic State (Decolonizzare Israele, liberare la Palestina: sionismo, colonialismo di insediamento e il progetto di un unico Stato democratico, Londra: Pluto Press 2021). Può essere contattato all’indirizzo jeffhalper@gmail.com.

(Traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)