Le forze israeliane hanno sparato oltre 900 proiettili per uccidere dei soccorritori a Gaza nel 2025: rapporto

Mohammad Mansour

24 febbraio 2026 – Al Jazeera

Una nuova indagine di Forensic Architecture ed Earshot dimostra che i soldati israeliani hanno sparato centinaia di colpi durante un massacro di operatori umanitari a Gaza

Una nuova indagine congiunta ha rivelato che lo scorso marzo a Gaza i soldati israeliani hanno sparato più di 900 proiettili contro un convoglio di veicoli di emergenza palestinesi chiaramente contrassegnati per poi procedere all’uccisione degli operatori umanitari sopravvissuti, alcuni dei quali sono stati colpiti “in stile esecuzione” a distanza ravvicinata.

Il rapporto pubblicato lunedì dall’agenzia di ricerca indipendente Forensic Architecture e dal gruppo di investigazione audio Earshot offre la ricostruzione fino ad ora più dettagliata del massacro di Tal as-Sultan, un quartiere a ovest di Rafah nella Striscia di Gaza meridionale, avvenuto il 23 marzo 2025.

Nell’attacco sono stati uccisi quindici operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Difesa Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Gli operatori umanitari uccisi sono stati poi sepolti insieme ai loro veicoli.

Inizialmente l’esercito israeliano ha affermato che i veicoli erano “non coordinati” e in seguito ha ammesso un “errore professionale”. Ma l’analisi forense dipinge un quadro diverso: un’imboscata coordinata, l’assenza di fuoco di risposta e un’azione calcolata per eliminare i sopravvissuti.

La scienza del massacro

L’indagine si basa in gran parte su una tecnica di testimonianza contestualizzatae su analisi avanzate di balistica audio per analizzare il suono degli spari e determinare la distanza dello sparatore, il tipo di arma e l’orientamento.

Gli investigatori hanno analizzato i filmati recuperati dal telefono di un paramedico della PRCS ucciso, Rifaat Radwan, che ha iniziato a registrare alle 5:09 del mattino, quando è iniziata l’imboscata. In un video della durata di cinque minuti e mezzo, sono stati registrati almeno 844 colpi d’arma da fuoco. Sommati ad altre registrazioni, il conteggio totale documentato ha raggiunto almeno 910 colpi d’arma da fuoco.

Nel video, girato dall’interno di una delle ultime due ambulanze, si sente Radwan chiedere perdono alla madre e recitare la dichiarazione di fede islamica, la shahada, prima di morire.

Secondo l’analisi di Earshot il 93% di questi spari presentava una specifica impronta acustica: un'”onda d’urto supersonica”, seguita da un’esplosione. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno ad essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco.

“La densità degli spari… supera spesso i 900 colpi al minuto”, afferma il rapporto, osservando che, a un certo punto, sono stati sparati cinque colpi in soli 67 millisecondi. Questa cadenza di fuoco conferma che almeno cinque tiratori, probabilmente molti di più, stavano sparando simultaneamente da un banco di sabbia sopraelevato distante circa 40 metri.

“I soldati israeliani hanno teso un’imboscata agli operatori umanitari palestinesi e li hanno sottoposti a continui attacchi con armi da fuoco per oltre due ore”, tra le 5:09 e le 7:13 del mattino, si legge nel rapporto.

Dall’imboscata all’esecuzione

Il rapporto contesta la narrazione israeliana di una “zona di combattimento” caotica. Descrive invece un massacro metodico di operatori umanitari palestinesi diretti ad aiutare delle persone ferite nel corso di attacchi israeliani.

“Non c’è stato alcuno scontro a fuoco nella zona, né una minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati. Questi attacchi non sono avvenuti in ‘una zona di combattimento ostile e pericolosa’, come affermato dai portavoce israeliani”, si legge nel rapporto.

Analizzando il ritardo tra il suono degli spari e il rimbombo dell’eco sulle pareti di cemento vicine, gli investigatori hanno seguito i movimenti dei soldati.

Per i primi quattro minuti i soldati hanno mantenuto una posizione costante su un banco di sabbia. Successivamente i dati audio mostrano un aumento dell’intervallo dell’eco, indicando che i soldati si stavano spostando giù per la collina, avanzando di circa 50 metri verso il convoglio mentre continuavano a sparare.

Ciò corrobora la testimonianza del sopravvissuto Assaad al-Nassasra, un operatore della PRCS, che ha dichiarato agli investigatori: “Camminavano tra [gli operatori umanitari] e sparavano”.

I risultati più agghiaccianti riguardano gli ultimi istanti dell’attacco. L’analisi di una successiva telefonata fatta dal paramedico Ashraf Abu Libda ai centralinisti immortala l’arrivo dei soldati presso i veicoli.

L’analisi audio identifica specifici colpi di arma da fuoco in cui il distinto “crack supersonico” del proiettile scompare, lasciando solo l’esplosione dello sparo. Sul piano balistico questo indica che l’assassino si trovava a una distanza compresa tra 1 e 4 metri (da 3 a 13 piedi) dalla vittima.

Questi colpi coincidono con gli ultimi rumori dei movimenti di Abu Libda, il che suggerisce che sia stato colpito mentre giaceva a terra. Un medico che in seguito ha esaminato i corpi ha confermato che le ferite erano compatibili con uccisioni in stile esecuzione”.

Le forze israeliane sono state ripetutamente accusate di crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante la loro guerra genocida a Gaza, che ha causato la morte di oltre 72.000 palestinesi. Un recente rapporto della rivista medica The Lancet afferma che il bilancio delle vittime nei primi 16 mesi è stato molto più alto rispetto alle cifre ufficiali. Nonostante un “cessate il fuoco” in vigore da ottobre Israele ha ucciso più di 600 palestinesi.

Organizzazioni per i diritti umani e studiosi hanno affermato che l’offensiva militare israeliana che ha ridotto Gaza in macerie è un genocidio. La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sta esaminando un caso di genocidio contro Israele, mentre la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

La brutale uccisione dei 15 operatori umanitari nel marzo 2025 ha suscitato indignazione, ma Israele non ha dovuto affrontare conseguenze legali o politiche poiché ha continuato a ricevere il sostegno dei suoi alleati occidentali, inclusi gli Stati Uniti.

Nascondere le prove

Il rapporto descrive in dettaglio un tentativo sistematico da parte delle forze israeliane di nascondere il massacro nelle ore successive.

Le immagini satellitari di quella mattina hanno rivelato che sul luogo erano state dispiegate delle ruspe. I veicoli di emergenza erano stati schiacciati e sepolti, e sulla scena erano stati costruiti dei terrapieni per bloccare la visibilità.

Questi riscontri forensi concordano con le immagini satellitari esclusive ottenute dall’agenzia di fact-checking Sanad di Al Jazeera lo scorso anno. In un rapporto pubblicato il 30 marzo 2025 Sanad ha rivelato immagini scattate il 25 marzo che mostravano che almeno cinque veicoli di soccorso erano stati “completamente distrutti” e sepolti nella sabbia dalle forze israeliane in via al-Muharrarat, il luogo del massacro.

All’epoca la Difesa Civile Palestinese condannò l’atto come un “crimine di sterminio”, affermando che le forze israeliane avevano deliberatamente “alterato i punti di riferimento del luogo” e utilizzato macchinari pesanti per nascondere i corpi delle vittime.

“Il personale militare israeliano ha agito intenzionalmente per nascondere e distruggere le prove… seppellendo i corpi delle vittime [e] insabbiando i telefoni cellulari”, afferma il rapporto di Forensic Architecture.

Il sopravvissuto al-Nassasra fu arrestato, portato nel famigerato campo di detenzione israeliano di Sde Teiman e torturato per 37 giorni. Ha testimoniato che i soldati gli avevano confiscato e seppellito il telefono, probabilmente per nascondere le prove.

Uno dei due operatori della PRCS sopravvissuti all’attacco è stato successivamente utilizzato come “scudo umano” presso un posto di blocco militare israeliano vicino al luogo dell’incidente, si legge nel rapporto.

Lalas, Yotam e Amatzia

In un raro caso di identificazione, l’analisi audio è stata in grado di isolare e migliorare le voci dei soldati israeliani che parlavano ebraico durante l’attacco.

L’inchiesta identifica tre soldati per nome Elias (chiamato Lalas), Yotam e Amatzia in base alle loro conversazioni mentre si muovevano tra i corpi.

In una registrazione si sente un soldato chiedere: “Lalas, hai finito?” prima di ricevere l’ordine di “puntargli le armi contro”.

Il rapporto conclude che non c’è stato “alcuno scambio a fuoco nella zona, né alcuna minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati”, smentendo le affermazioni israeliane di una battaglia. Documenta invece un attacco deliberato a un convoglio umanitario che si è concluso con l’esecuzione premeditata di coloro che erano sopravvissuti al fuoco di sbarramento iniziale.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quando i commercianti d’armi israeliani si vantano che Gaza funga da laboratorio per test sugli esseri umani

Sapir Sluzker Amran

24 febbraio 2026 – Haaretz

La settimana scorsa mi è capitato di arrecare disturbo in un festival del sangue. Faccio fatica a trovare un modo diverso per descriverlo. Si svolgeva in un piccolo padiglione dell’Expo Tel Aviv, dove diverse centinaia di persone si erano radunate per la Defense Tech Expo Israel 2026, la più grande fiera del genere nel paese dal 7 ottobre e dalla guerra di annientamento nella Striscia di Gaza.

Avevo trovato l’annuncio su un sito web di notizie economiche. Tra le altre cose, prometteva (in inglese) che la mostra avrebbe presentato “tecnologie collaudate in combattimento che hanno plasmato il recente conflitto” una perifrasi tecnica che inquadra il combattimento come un risultato professionale, privo di contesto. Il significato dei termini tecnici inglesi “field-tested” [“testato sul campo”] e “innovation under fire” [innovazione in un contesto di guerra] è semplice: si tratta di sistemi testati in una situazione molto reale, in cui centinaia di persone sono state uccise in un solo giorno, per un totale di decine di migliaia in due anni. E questo viene presentato come un vantaggio commerciale, come se si stesse vendendo una crema rassodante coreana o un forno a microonde che riscalda il cibo nella metà del tempo rispetto ad altri modelli.

In altre parole, i produttori che espongono i loro prodotti qui si vantano apertamente e spudoratamente del fatto che Gaza sia il laboratorio perverso che permette loro di guadagnare di più; di essere dei trafficanti d’armi che traggono profitto dalla guerra e che gli unici numeri di cui si preoccupano riguardano la capitalizzazione di mercato della loro azienda. Gli organizzatori della conferenza non presentano il bilancio delle vittime accertate a Gaza che secondo il Ministero della Salute palestinese nella Striscia a ottobre 2025 era di 68.844, di cui 1.054 bambini di età pari o inferiore a 12 mesi, un numero che Israele non contesta più – come una difficoltà degna di discussione. Cosa hanno presentato come sfida? “La minaccia di TikTok e dei social media”, come veniva presentata una delle sessioni nello spot, presumibilmente focalizzata sui video di civili, a volte intere famiglie, sterminate con l’ausilio di queste tecnologie innovative.

Nella pubblicità non c’era nulla riguardo ai fallimenti di quei sistemi durante la fase sperimentale, di tentativi ed errori, né riguardo all’etica dell’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale, che riducono il coinvolgimento umano nel processo decisionale e portano all’uccisione di civili.

All’ingresso della sala conferenze imprenditori, generali israeliani e delegazioni provenienti da tutto il mondo attendevano pazientemente; la cerimonia di apertura, con interventi di personalità come il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex Ministro della Difesa italiano e attuale presidente di un’azienda italiana produttrice di strumenti per la difesa, era già iniziata. La stragrande maggioranza dei partecipanti era israeliana, accorsi sia per vendere che per scoprire cosa vendevano le altre aziende. Secondo quanto riportato, le tante delegazioni straniere addette agli acquisti che avevano caratterizzato le precedenti edizioni della fiera erano questa volta meno numerose.

Si può presumere che sia un po’ sgradevole fare acquisti in pubblico ma questo non significa che non ci siano acquirenti: secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute le vendite di armi israeliane sono aumentate di oltre il 18% negli ultimi due anni. Alla fine del 2024 gli ordini ricevuti dall’industria della difesa israeliana hanno raggiunto i 68,4 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto al 2023.

Il Ministero della Difesa ha annunciato lo scorso anno che il record storico di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quarto anno consecutivo, con oltre 14,7 miliardi di dollari nel 2024, pari a un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.

Questo divario tra una realtà di violenza in corso e un ciclo infinito di spargimenti di sangue da una parte e il linguaggio di innovazione, crescita e opportunità dall’altra – è nauseante. Noi, un piccolo gruppo di attivisti, siamo andati alla conferenza e alla mostra per evidenziare questo divario. Quando abbiamo esposto cartelli che accusavano i visitatori di sostenere e partecipare a crimini di guerra e immagini di bambini uccisi dalle tecnologie innovative che erano venuti a esaminare, i partecipanti sono sembrati sorpresi. Genocidio? Bambini morti? Economia del sangue? Che cosa c’entra con loro? Questo è diverso da loro.

Infatti la conferenza ha persino ospitato una sessione intitolata “Donne in prima linea nell’innovazione della sicurezza: tra visione, potere e influenza globale”. Uno dei relatori era l’amministratrice delegata e co-fondatrice di Smart Shooter, che sviluppa e produce mirini intelligenti. Secondo i resoconti l’azienda ha registrato un fatturato di 20,8 milioni di dollari nei primi nove mesi del 2025, con un aumento del 241% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato femminista di cui possiamo essere tutti orgogliosi, una celebrazione degna della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo.

Era un mondo alla rovescia, sottosopra. I trafficanti d’armi che hanno fatto fortuna con i cadaveri accumulati e che a quanto pare non si sono distinti particolarmente nel proteggere gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre dovrebbero essere emarginati dalla società. Invece, si permettono di continuare la loro festa del commercio, sfacciatamente, vantandosi di armi testate nel corso di un genocidio.

Molti dei presenti sembravano non capire quale fosse il problema. Alcuni hanno espresso il loro parere su quelle “donne pazze” che non capiscono nulla della vita. “È così che funziona il mondo, tutti hanno bisogno di armi”, mi ha urlato una.

Coloro che traggono profitto dalle uccisioni ma anche coloro che semplicemente non vogliono affrontare l’orribile realtà – preferiscono dipingere come deliranti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio. Una partecipante, che ha cercato di convincermi a porre fine al disturbo che stavamo causando, ha spiegato che i presenti stavano solo facendo il loro lavoroe che lei stessa era in realtà contraria alla guerra.

Ma il nostro obiettivo non era convincere le persone all’interno; coloro che traggono vantaggio dal sistema non si offriranno volontari per sfidarlo. Siamo venuti alla conferenza e alla mostra per rompere il silenzioso consenso che considera tutto ciò come qualcosa di normale. Ignorarlo conferisce legittimità pubblica a un consesso del genere e ai suoi partecipanti, accademici inclusi, come se si trattasse solo di un altro evento professionale di routine e neutrale.

Dobbiamo dire la verità così com’è: nulla di tutto questo è di routine o neutrale. Abbiamo la responsabilità, come società, di agire contro la normalizzazione delle uccisioni a Gaza, non di fingere che si tratti di un’innovazione priva di contesto e di permettere ai profittatori della guerra di godere di uno status pubblico esente da critiche.

Sapir Slutzker Imran è un’avvocata per i diritti umani, attivista sociale e dottoranda in giurisprudenza presso l’Università Bar-Ilan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il nuovo consenso nazionale di Israele: ritorno al 6 ottobre

Meron Rapoport

23 gennaio 2026 – +972MAGAZINE

Nonostante il crollo spettacolare della dottrina “gestione del conflitto” di Netanyahu, sia lui che i suoi più accaniti critici stanno facendo campagna per la sua rinascita.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche israeliane e delle elezioni di medio termine statunitensi, il 2026 si preannuncia un anno difficile per i pronostici in politica. Il voto israeliano potrebbe ridisegnare la mappa politica interna, con l’eventuale destituzione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, mentre le elezioni statunitensi potrebbero indebolire significativamente la posizione del Presidente Donald Trump e limitarne la libertà d’azione.

Eppure c’è una previsione che può essere fatta con sicurezza: qualunque sia il risultato elettorale, l’intero establishment politico e militare israeliano rimarrà unito nel desiderio di riportare l’orologio al 6 ottobre 2023.

Questa aspirazione non segnala un ritorno alla normalità o alla calma; al contrario, è probabile che il prossimo anno le tensioni interne di Israele si aggravino. Questo non solo perché il periodo precedente la guerra è stato già tra i più turbolenti nella storia del Paese, né perché gli anni in cui ci sono le elezioni tendono ad intensificare le tensioni politiche. Questa volta la polarizzazione è molto più profonda.

Da un lato abbiamo un governo che si dedica quotidianamente a delegittimare la magistratura, i media e qualsiasi voce dissenziente. Dall’altro abbiamo un’opposizione che considera Netanyahu e i suoi partner l’incarnazione del male assoluto e il loro prolungato governo una minaccia sia alla sopravvivenza dello Stato che al loro stesso futuro. Cosa significa, quindi, l’aspirazione a riportare il Paese al 6 ottobre?

Prima della guerra all’opinione pubblica israeliana era stata propinata da politici di ogni schieramento la stessa tesi, cioè che Israele non potesse o non dovesse risolvere le sue relazioni con i palestinesi che vivevano sotto il suo dominio e che la potenza economica, sociale e diplomatica di Israele potesse crescere indipendentemente da questa risoluzione. Su questa base l’esercito ha adottato una dottrina che ha abbandonato ogni pretesa di ricercare una soluzione politica, concentrandosi invece sulla “gestione” del conflitto attraverso la deterrenza e quella che definisce la “campagna tra una guerra e l’altra “.

Il 7 ottobre ha mandato in frantumi questi presupposti. L’esercito è crollato di fronte a un attacco condotto dai palestinesi “con infradito, kalashnikov e pick-up”, come ha detto in seguito Netanyahu difendendo la sua politica di agevolazione dei trasferimenti di denaro dal Qatar ad Hamas. Per la prima volta dal 1948, Israele ha perso il controllo su parti del suo territorio sovrano. Più di 1.100 civili e soldati sono stati uccisi uccisi in quello che è diventato il giorno più buio della storia del Paese.

Centinaia di migliaia di israeliani sono stati mobilitati per combattere a Gaza e in Libano. Centinaia sono stati uccisi e molte migliaia sono rimasti feriti. Le risorse economiche del Paese sono state convogliate nello sforzo bellico e i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza lo hanno trasformato in un paria internazionale agli occhi del mondo.

Tra i successi rivendicati da Hamas nel suo recente documento che riassume la guerra di Gaza c’è il ritorno della questione palestinese al centro del dibattito globale, regionale e israeliano. Mentre Hamas ignora opportunamente i propri fallimenti – in particolare la devastazione che le sue azioni ha inflitto ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania – è difficile ignorare questo unico successo. In sostanza, quindi, il ritorno al 6 ottobre riflette il desiderio collettivo di Israele di rimuovere ancora una volta “la questione palestinese” dall’agenda politica.

Rimettere il genio nella bottiglia

Negli ultimi due anni la questione delle relazioni tra Israele e i palestinesi ha permeato quasi ogni aspetto della vita israeliana: dalle manifestazioni di massa che chiedevano il rilascio degli ostaggi, alla lotta politica per la coscrizione degli ultra-ortodossi, al crescente deficit di bilancio e alla trasformazione delle relazioni estere di Israele. Il cessate il fuoco ha permesso a vari attori all’interno del sistema israeliano di immaginare che questo genio potesse essere nuovamente costretto a rientrare nella bottiglia.

Primo tra tutti, Netanyahu stesso. L’idea che i palestinesi possano essere semplicemente ignorati è in gran parte una sua creazione e, negli anni precedenti all’ottobre 2023, sembrava persino funzionare. La posizione diplomatica ed economica di Israele è migliorata nonostante – Netanyahu probabilmente direbbe proprio grazie a – la sua continua occupazione, l’espansione delle colonie e la negazione dell’autodeterminazione palestinese. Nel frattempo, il cosiddetto “campo della pace” israeliano si è ristretto fino a diventare irrilevante.

Come sosteneva Netanyahu in un editoriale del 2022 su Haaretz, gli Accordi di Abramo erano, a suo avviso, la prova definitiva che “la strada per la pace non passa per Ramallah, la ignora”. Da questa stessa logica sono derivate l’idea di Hamas come “risorsa” e la politica di lunga data di agevolazione dei finanziamenti al gruppo. L’apparato di sicurezza, pur essendo scettico nei confronti della tesi più complessiva di Netanyahu, la metteva in pratica, mantenendo l’occupazione e l’assedio di Gaza, affidandosi alla deterrenza e a periodiche “fasi” di scontro diretto con Hamas.

In un editoriale del Wall Street Journal pubblicato nello stesso anno, Netanyahu si vantava di aver creato un “triangolo ferreo di pace”, basato sul potere economico, diplomatico e militare. Il 7 ottobre e nei due anni successivi, tutti e tre i lati di quel triangolo si sono incrinati.

Anche se non si accetta in toto l’argomento secondo cui Israele è diventata un'”economia zombie” in marcia verso il collasso, lo stesso Netanyahu ha ammesso che l’economia israeliana è sottoposta a gravi pressioni. L’isolamento diplomatico di Israele è ancora più difficile da contestare, con il Paese che ora sembra quasi interamente dipendente dai capricci di Donald Trump – un giorno esortando pubblicamente il Presidente israeliano a “perdonare” Netanyahu prosciogliendolo dal processo per corruzione, il giorno dopo umiliandolo spiegando come lo abbia costretto ad accettare il cessate il fuoco con Hamas.

Il primo ministro può sostenere che il lato militare del triangolo rimane intatto, e forse è persino più forte di quanto non fosse il 6 ottobre. Israele ora controlla più della metà della Striscia di Gaza, Hamas è stato significativamente indebolito, Hezbollah è stato colpito duramente dai bombardamenti israeliani sul Libano, le forze israeliane hanno conquistato territorio in Siria senza reazioni significative e l’Iran ha subito gravi colpi.

Eppure, come giustamente notano i critici di Netanyahu, tutti questi fronti sono “rimasti aperti”. Hamas, sebbene indebolito, governa ancora quasi metà di Gaza. La “vittoria totale” promessa all’opinione pubblica israeliana non si è mai materializzata. I sondaggi mostrano che sono più gli israeliani che credono che la guerra a Gaza si sia conclusa con un pareggio rispetto a quelli che pensano che Israele o Hamas abbiano vinto in modo decisivo.

Per Netanyahu, tuttavia, questa situazione di stallo sembra essere l’esito preferito, perché rappresenta di fatto un ritorno al paradigma pre-7 ottobre di “gestione del conflitto”. La lunga storia del primo ministro nel rafforzare il governo di Hamas a Gaza esemplifica questa logica politica: frammentare il movimento nazionale palestinese geograficamente e istituzionalmente, impedendo così l’emergere di uno Stato palestinese.

Nascondere il fallimento di una strategia

Almeno in teoria, il piano in 20 punti di Trump per Gaza include il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Striscia, la fine dell’assedio e riferimenti all'”autodeterminazione e allo Stato palestinese” – tutti sviluppi che Netanyahu considera minacce esistenziali. Eppure, al di là di questi elementi, Netanyahu sta facendo tutto il possibile per impedire che l’accordo passi alla sua seconda fase, non nonostante il fatto che comprende il disarmo di Hamas, ma proprio perché lo include. Finché Hamas manterrà il controllo di Gaza, non vi sarà alcun rischio di alcun processo politico significativo.

Prima del 7 ottobre, Netanyahu e le forze di sicurezza non consideravano Hamas una seria minaccia militare. Ora, dopo che Gaza è stata devastata e gran parte della leadership di Hamas è stata eliminata, Netanyahu probabilmente ritiene che l’organizzazione rappresenti un pericolo ancora minore di prima.

In questo senso gli interessi di Netanyahu e quelli dell’esercito sono strettamente allineati. Entrambi cercano di oscurare la portata del fallimento del 7 ottobre e il crollo dell’intera dottrina della “deterrenza” che lo ha preceduto. Attraverso i continui attacchi in Libano e a Gaza, così come con l’incombente minaccia di un’altra guerra con l’Iran, entrambi vogliono distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal fatto che Israele è di fatto tornato al 6 ottobre.

Netanyahu e l’esercito – che, a seguito dei recenti cambi di leadership, sono diventati anche più stretti alleati ideologici – non pretendono più nemmeno di offrire all’opinione pubblica israeliana la prospettiva della pace. Ciò che promettono invece è una rinascita della dottrina della deterrenza, che significa conflitto permanente e una “campagna tra una guerra e l’altra” sempre più violenta.

Anche i partner della coalizione di Netanyahu, appartenenti alla destra nazionalista-religiosa-fascista, sono favorevoli a un ritorno al 6 ottobre. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir avrebbero preferito che Israele perseguisse una “soluzione finale” a Gaza, rimuovendo in un modo o nell’altro i palestinesi dal territorio e ricostruendo le colonie ebraiche. Ma, una volta diventato chiaro che tale percorso era insostenibile, si sono dimostrati pronti ad accettare la narrazione di Netanyahu e a sostenere il congelamento della situazione a Gaza così com’è per impedire qualsiasi negoziato politico – un’eco della strategia israeliana del “disimpegno” dalla Striscia nel 2005.

Finché Israele non procederà concretamente alla seconda fase del cessate il fuoco – sotto forma di ritiro delle truppe e autorizzazione all’ingresso delle forze internazionali, con i “pericoli” politici associati al fatto di offrire ai palestinesi anche solo un barlume di speranza futura – Smotrich potrà sfruttare il suo controllo sull’Amministrazione Civile per accelerare l’annessione de facto della Cisgiordania, mentre Ben Gvir potrà far leva sulla sua autorità sulla polizia per intensificare la repressione dei cittadini palestinesi di Israele e reprimere qualsiasi opposizione politica al governo.

Opposizione solo di nome

Anche se non invocherà mai esplicitamente l’espressione “6 ottobre”, la strategia elettorale di Netanyahu si baserà probabilmente su un ritorno al paradigma familiare della “gestione del conflitto”.

Affermerà di aver migliorato l'”equilibrio della deterrenza” nei confronti dell’intero Medio Oriente bloccando allo stesso tempo qualsiasi progresso verso uno Stato palestinese. Sottolineerà che, nonostante l’erosione della reputazione di Israele nell’opinione pubblica mondiale, Donald Trump rimane saldamente al suo fianco – e che questo, in definitiva, è ciò che conta (la decisione di assegnare a Trump un “Premio Israele per la Pace” in occasione dell’imminente Giorno dell’Indipendenza si inserisce perfettamente in questa narrazione). E, salvo una grave crisi economica prima delle elezioni, è probabile che Netanyahu torni a parlare del “triangolo di ferro” del potere militare, diplomatico ed economico.

Ma ciò che colpisce è che l’opposizione al primo ministro, sia politica che giornalistica, accetti in gran parte la stessa premessa, cioè che l’unica lingua che Israele può parlare con i palestinesi – e con la regione in senso più ampio – è il linguaggio della forza.

Questo nonostante il fatto che questa stessa politica sia crollata il 7 ottobre, che il sostegno di Netanyahu ad Hamas rappresenti uno dei suoi principali punti deboli nell’opinione pubblica israeliana e nonostante la crescente pressione per una commissione d’inchiesta statale indipendente sui fallimenti politici e di sicurezza che hanno reso gli attacchi di Hamas così letali. Invece di sfidare Netanyahu sul terreno della “gestione del conflitto”, l’opposizione abbandona in gran parte questo campo e si concentra su questioni come la riforma giudiziaria, il “Qatargate” e la corruzione.

Questo fallimento è evidente nella gestione della vicenda Qatargate. Il fatto che individui a stretto contatto con Netanyahu, operanti all’interno del suo ufficio, siano stati pagati dal Qatar e ne abbiano promosso gli interessi durante la guerra è uno scandalo politico di prim’ordine che ha creato spaccature persino tra i suoi sostenitori. A Netanyahu si è iniziato ad attribuire l’etichetta di “finanziatore di Hamas”.

Eppure l’opposizione e gran parte dei media progressisti non riescono a trarre la conclusione principale. La storia non è che il Qatar abbia corrotto l’ufficio di Netanyahu per aiutare Hamas, ma piuttosto il contrario: che Netanyahu ha corteggiato il Qatar per finanziare Hamas, soprattutto per bloccare la nascita di uno Stato palestinese. Se fossero disposti a sostenere esplicitamente questa argomentazione potrebbero affermare che impedire il prossimo 7 ottobre richiederebbe di fare esattamente l’opposto di ciò che ha fatto Netanyahu: porre fine all’occupazione e consentire la nascita di uno Stato palestinese.

Non ci si aspetta che Naftali Bennett [rappresentante dell’estrema destra dei coloni ma ostile a Netanyahu, ndt.], che i sondaggi indicano come la figura più probabile a guidare un governo di opposizione, offra un’alternativa significativa a Netanyahu. Lo stesso vale per gli altri parlamentari che hanno composto il cosiddetto “governo del cambiamento” che Bennett ha brevemente guidato nel 2021-22. Al contrario il successo di Bennett si basa proprio sulla promessa di tornare al 6 ottobre e alla logica della “gestione del conflitto”.

Bennett offre alla società israeliana un ritorno alla “normalità” e al rispetto per le istituzioni statali, nonché una “correzione” nei rapporti tra i diversi segmenti della società israeliana – e questo, come suggerisce il suo messaggio non troppo sottile, può essere ottenuto solo mettendo da parte i palestinesi. Vale la pena notare che durante il suo mandato di primo ministro lo stesso Bennett ha continuato la politica di consentire il trasferimento di denaro dal Qatar ad Hamas, sebbene attraverso un meccanismo più indiretto.

Quasi tutti i leader dei partiti sionisti del blocco di opposizione sono ugualmente desiderosi di tornare a “gestire il conflitto”. Ciò si riflette chiaramente nel loro dichiarato rifiuto di formare un governo appoggiato dai partiti arabi – siano essi Hadash, Balad, Ta’al o persino Ra’am di Mansour Abbas – in parte perché esigerebbero un cambio di rotta verso una soluzione politica e uno Stato palestinese.

In altre parole, i partiti di opposizione che inquadrano le prossime elezioni come una lotta per la vita o la morte contro il “regime malvagio” di Netanyahu sono comunque disposti a fargli mantenere il potere, a patto che ciò significhi nessun processo di pace con i palestinesi.

Non si torna indietro

Secondo un sondaggio del settembre 2025 condotto dall’Israel Democracy Institute circa tre quarti degli ebrei israeliani negano il diritto dei palestinesi a uno Stato, con un aumento dell’11% rispetto a prima della guerra. Ma ciò può essere confrontato con un altro dato: una risicata maggioranza degli elettori dell’opposizione sostiene la ricerca del sostegno dei partiti arabi per la formazione di un governo, sebbene i leader dell’opposizione respingano categoricamente questa opzione. L’opinione pubblica, in altre parole, è più malleabile di quanto appaia a prima vista.

Eppure, anche se l’intero sistema politico israeliano – sia la coalizione che l’opposizione – volesse tornare al 6 ottobre, è tutt’altro che chiaro che un tale ritorno sia possibile. Congelare la situazione a Gaza sarà estremamente difficile: è impossibile mantenere 2 milioni di persone nelle attuali condizioni a tempo indeterminato, Hamas rimane al suo posto e il prestigio di Trump – così come quello degli Stati che hanno mediato l’accordo e che esercitano influenza a Washington, come Turchia e Qatar – dipende da progressi tangibili a Gaza.

L’opinione pubblica globale si è drasticamente spostata a favore dei palestinesi e, anche se il senso di urgenza si è attenuato con il rallentamento del ritmo della distruzione a Gaza, è improbabile che si inverta. Il percorso verso un’ulteriore normalizzazione con il mondo arabo appare bloccato e, anche in assenza di combattimenti attivi a Gaza, l’ombra della guerra continua ad aleggiare.

Le proteste che chiedono una commissione d’inchiesta non politicizzata e la resistenza alla coscrizione degli ultra-ortodossi sono inseparabili dalla guerra, così come il diffuso rifiuto dell’attuale governo di destra riflesso in quasi tutti i sondaggi. Il pervasivo senso di stallo politico contribuisce indubbiamente al fatto che da quando il governo Netanyahu è entrato in carica oltre 200.000 israeliani abbiano lasciato il Paese.

Il fatto che non si tornerà al 6 ottobre non significa necessariamente che Israele si diriga verso una soluzione migliore. Il tentativo di ricacciare nella bottiglia il genio scatenato il 7 ottobre potrebbe rivelarsi estremamente violento, come sembra indicare l’escalation delle operazioni militari in Cisgiordania, la repressione della polizia contro i cittadini palestinesi di Israele e persino l’intensificarsi della repressione degli attivisti antigovernativi ebrei.

Ma anche un altro esito rimane possibile. Molto dipenderà dal fatto che l’opposizione israeliana riconosca che “gestire il conflitto” è il territorio di Netanyahu e che rimuoverlo dal potere richiederà il rifiuto di giocare sul suo terreno.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede a Israele di porre fine al “sistema di apartheid” in Cisgiordania

Redazione MEE

8 gennaio 2026 – Middle East Eye

Il commento segue la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite che documenta l’intensificarsi della “discriminazione” israeliana nei confronti dei palestinesi

Mercoledì, in un nuovo rapporto, le Nazioni Unite hanno affermato che Israele sta violando il diritto internazionale con l’attuazione di un sistema assimilabile all’apartheid e hanno avvertito che le pratiche discriminatorie hanno subito una forte accelerazione dalla fine del 2022, in un contesto di crescente violenza, repressione e impunità nella Cisgiordania occupata.

Nel rapporto, intitolato “Amministrazione discriminatoria da parte di Israele della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est”, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha sostenuto che la “discriminazione sistematica” multi-decennale contro i palestinesi si sta intensificando e ha invitato il Paese a porre fine al suo “sistema di apartheid”.

In una dichiarazione, l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato: “Esiste un sistematico soffocamento dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania”.

Il rapporto di 42 pagine tratta i seguenti argomenti: uccisioni illegali di palestinesi; restrizioni discriminatorie alla libertà di movimento; aumento del numero di detenzioni di palestinesi e torture sui detenuti; espansione degli insediamenti e appropriazione delle risorse palestinesi; repressione della libertà di espressione; demolizione di abitazioni; trasferimenti forzati di palestinesi.

Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione che ricorda il genere di sistema di apartheid già visto in passato, ha affermato Turk.

Sebbene molti esperti indipendenti affiliati alle Nazioni Unite abbiano descritto la situazione nella Cisgiordania occupata come “apartheid”, questa sarebbe la prima volta che un responsabile dell’ONU per i diritti umani utilizza questo termine. Si riferisce alla politica di segregazione razziale e discriminazione che il governo della minoranza bianca in Sudafrica ha applicato contro la popolazione a maggioranza non bianca del paese dal 1948 fino all’inizio degli anni ’90.

Il rapporto afferma che le autorità israeliane “trattano i coloni israeliani e i palestinesi residenti in Cisgiordania sulla base di due distinti corpi di leggi e politiche”.

“I palestinesi continuano a essere sottoposti a confische di terre su larga scala e alla privazione dell’accesso alle risorse”, si legge.

Il rapporto afferma che i palestinesi sono perseguiti dai tribunali militari, dove i diritti a un processo equo e a un giusto procedimento sono sistematicamente violati, mentre i coloni israeliani beneficianodel sistema, godendo degli stessi diritti di cui godono gli israeliani all’interno di Israele.

Turk ha chiesto a Israele di “abrogare tutte le leggi, le politiche e le pratiche che perpetuano la discriminazione sistemica contro i palestinesi basata su razza, religione o origine etnica”.

La missione israeliana a Ginevra ha respinto il rapporto definendolo assurdo e distortoe ha affermato che esso esemplifica la fissazione intrinsecamente politica dell’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite … nel diffamare Israele”.

Uccisione di palestinesi

Il rapporto rileva che il governo israeliano ha “ulteriormente ampliato” l’uso illegale della forza, le detenzioni arbitrarie e la tortura, la repressione della società civile e le indebite restrizioni alla libertà di stampa, le gravi restrizioni alla circolazione, l’espansione degli insediamenti coloniali e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, che è stata riconosciuta come genocidio dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli studiosi del genocidio.

Le Nazioni Unite hanno inoltre documentato una continuazione e unescalation della violenza dei coloni [israeliani], in molti casi con lacquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane (ISF)”.

Il rapporto afferma che tra il 2005 e il 20 settembre 2025 l’esercito israeliano ha ucciso 2.321 palestinesi (1.760 uomini, 65 donne e 496 bambini) nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est occupata, e ne ha feriti migliaia, in molti casi causando ferite e disabilità permanenti.

Nello stesso periodo, sono stati uccisi 205 israeliani (148 uomini, 32 donne e 25 bambini). Più di un terzo di loro, 69, erano membri dell’esercito israeliano, e gli attacchi si sono verificati durante tensioni o in seguito ad attacchi da parte di singoli palestinesi.

Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, le truppe e i coloni israeliani hanno ucciso più di 1.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata, registrando un forte aumento.

Le Nazioni Unite hanno anche documentato un aumento delle esecuzioni extragiudiziali da parte dell’esercito israeliano, con “impunità quasi totale”, in Cisgiordania. Secondo il rapporto su oltre 1.500 uccisioni di palestinesi registrate tra gennaio 2017 e settembre scorso, le autorità israeliane hanno aperto solo 112 indagini, che hanno portato a una sola condanna.

La relazione menziona anche uccisioni gratuite con uso di forza letale. Nel novembre 2023 i soldati di un convoglio blindato si sono fermati per sparare alla nuca di Adam Samer Othman al-Ghoul, un bambino di otto anni che stava scappando, e per centrare due volte al petto Basil Suleiman Tawfiq Abu al-Wafa, quindicenne, mentre cercava di accendere un piccolo ordigno non identificato che, secondo il rapporto, non avrebbe rappresentato alcuna minaccia per un veicolo blindato”.

I soldati non hanno fornito assistenza medica ai ragazzi, lasciandoli incustoditi mentre morivano.

In Cisgiordania vivono circa 3,3 milioni di palestinesi, mentre circa 700.000 coloni israeliani risiedono in insediamenti illegali secondo il diritto internazionale.

Restrizioni alla circolazione

Dall’inizio della guerra israeliana a Gaza le autorità israeliane “hanno esteso e intensificato le restrizioni esistenti” alla circolazione dei palestinesi nei territori occupati.

L’ONU afferma che le restrizioni sembrano “perseguire illegalmente due obiettivi principali: frammentare ulteriormente il territorio e la società palestinese per facilitarne il controllo da parte dell’esercito israeliano e creare ed espandere aree riservate alle forze di sicurezza israeliane e ai coloni, comprese le strade, per garantire la ‘sicurezza’ dei coloni”.

Le restrizioni discriminatorie alla circolazione hanno avuto un impatto negativo sui diritti economici, sociali e culturali dei palestinesi, violando il loro diritto al lavoro e impedendo l’accesso alle loro terre, causando gravi difficoltà finanziarie e ostacolando il loro diritto a un adeguato tenore di vita.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha rilevato che al 31 gennaio 2024 le misure imposte dalle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata hanno causato la perdita di 306.000 posti di lavoro. Nel primo trimestre del 2025 il tasso di disoccupazione in Cisgiordania si attestava al 31,7% per gli uomini e al 33,7% per le donne.

Secondo il Global Education Cluster [coordinamento umanitario attivato dalle Nazioni Unite per garantire laccesso allistruzione in situazioni di emergenza, ndt.] l’aumento delle restrizioni alla circolazione, le operazioni militari israeliane e la violenza dei coloni hanno causato una riduzione dell’85% della mobilità in tutta la Cisgiordania occupata, colpendo almeno 782.000 studenti da ottobre 2023 ad agosto 2024 e causando la cancellazione delle lezioni e il ricorso all’apprendimento a distanza, non accessibile a tutti.

La chiusura di 12 scuole ONU nella Gerusalemme Est occupata e nei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale ha avuto un impatto su 6.630 studenti palestinesi.

Donne e ragazze sono state colpite in modo sproporzionato, poiché le famiglie hanno smesso di mandare le bambine a scuola, soprattutto durante i periodi di violenza intensificata, temendo violenze di genere e umiliazioni durante le estese perquisizioni ai posti di blocco.

Detenzione

Le Nazioni Unite rilevano inoltre che le autorità israeliane hanno utilizzato la detenzione arbitraria come mezzo di controllo sulla popolazione palestinese.

È emerso che le autorità israeliane hanno deliberatamente sottoposto i palestinesi a condizioni disumane di detenzione, a maltrattamenti e torture, tra cui violenze sessuali e di genere su larga scala contro uomini e donne, come stupri e minacce di stupro; percosse sui genitali e altre torture a sfondo sessuale; ripetute, inutili e umilianti perquisizioni corporali; nudità forzata; e contatti fisici inappropriati.

Il rapporto cita il caso di due detenuti maschi rilasciati alla fine di settembre, i quali hanno riferito all’ONU di essere stati sottoposti, insieme ad altri detenuti, a uno stupro anale con un oggetto.

Il rapporto conclude di aver trovato motivi ragionevoli per ritenere che tale separazione, segregazione e subordinazione intendano essere permanenti… al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi”.

L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha esortato Israele a porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati, smantellando tutti gli insediamenti ed allontanando tutti i coloni, e a rispettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Corte Penale Internazionale rigetta l’appello e quindi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant rimangono validi

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

La Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja ha rigettato un appello presentato dal governo israeliano contro i mandati di cattura emessi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant.

Con una maggioranza di tre giudici a due la Corte d’Appello ha deciso di confermare i mandati, che rimangono in tal modo validi legalmente. I due politici sono accusati di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare nella Striscia di Gaza.

Israele ha presentato l’appello dopo che la Corte ha deciso di aprire un’inchiesta preliminare sulla guerra di Israele contro Gaza in seguito all’attacco condotto da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. La Corte ha basato la sua decisione sul principio di complementarietà, che permette alla CPI di agire solo quando uno Stato non è in grado o non vuole perseguire dei sospetti attraverso il proprio sistema legale.

Nel suo appello Israele ha sostenuto che l’ufficio del procuratore avrebbe dovuto informare il governo in anticipo riguardo l’apertura del procedimento. Secondo Israele questo avrebbe permesso alle autorità di affrontare le accuse in Israele.

La Corte ha rigettato questo argomento, stabilendo che una notifica preliminare non era richiesta in questa fase del procedimento giudiziario.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Strappare radici, rubare semi e progettare fughe

Oroub El-Abed

9 dicembre 2025 Middle East Monitor

Il recente raid delle forze israeliane contro l’Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo (UAWC) a Ramallah – durante il quale le giovani dipendenti sono state bendate, legate e filmate e la banca dei semi e i documenti dell’organizzazione sono stati confiscati – non dovrebbe essere trattato come un episodio marginale di intimidazione. Esibisce la profonda architettura della cacciata della popolazione indigena operata oggi in Palestina. Un progetto di colonialismo di insediamento non si basa esclusivamente su spettacolari atti di espulsione o drammatici momenti di trasferimento forzato; dipende anche dalla lenta e metodica erosione delle condizioni che consentono a un popolo di rimanere. Il furto di semi è quindi un attacco alle basi materiali ed ecologiche del radicamento palestinese.

In Palestina i semi incarnano la conoscenza accumulata in agricoltura, messa a punto nel corso dei secoli dagli antenati per un suolo e un clima particolari. Preservano la biodiversità, i mezzi di sussistenza e la memoria. Prendendo di mira la banca dei semi le autorità israeliane hanno confiscato le proprietà e attaccato le infrastrutture attraverso cui i palestinesi riproducono la vita, l’autonomia e il senso di appartenenza. Il raid si inserisce in quella che Patrick Wolfe ha descritto come la “logica dell’eliminazione” radicata nel colonialismo di insediamento, in cui l’espulsione di una popolazione nativa viene perseguita attraverso una serie di interventi che rendono la presenza indigena sempre più insostenibile.

L’espulsione che i palestinesi affrontano oggi non si limita quindi alle espulsioni dirette, sebbene queste rimangano consistenti. È prodotta anche dallo smantellamento dei capitali di sostentamento, che sia capitale economico, sociale, finanziario ed ecologico, che supportano la vita quotidiana. Quando i sindacati agricoli vengono saccheggiati, quando i semi vengono rubati, quando gli uliveti vengono bruciati o sradicati dai coloni, quando i pascoli vengono invasi il risultato è l’accumulo di fattori di inabitabilità. Queste pratiche svuotano la capacità dei palestinesi di rimanere, consentendo al contempo a Israele di inquadrare qualsiasi eventuale partenza come un atto di scelta individuale piuttosto che come il risultato di una coercizione.

L’attacco all’agricoltura non è casuale. L’agricoltura è da tempo un pilastro della determinazione palestinese (sumud) che àncora le persone alla terra e sostiene le comunità attraverso le generazioni. È anche uno dei pochi settori non completamente dipendenti dall’economia israeliana. Per questo motivo diventa un luogo in cui sovranità, dignità e resistenza si intersecano. Il furto della banca dei semi colpisce quindi un ambito che coniuga sopravvivenza economica e continuità culturale. Quando un’istituzione del genere viene saccheggiata il danno si estende oltre l’immediata interruzione delle attività; recide i fili del legame storico e mina la capacità di rigenerare la vita comunitaria.

Questa strategia è coerente con la più ampia economia politica di espulsione che viene esercitata in tutta la Palestina. A Gaza le condizioni di carestia e le deliberate restrizioni su cibo, acqua e materiali per la ricostruzione hanno trasformato la sopravvivenza stessa in una negoziazione quotidiana con la morte. In Cisgiordania lo strangolamento economico attraverso chiusure, espropri di terre, violenza dei coloni, frammentazione della contiguità territoriale e imprevedibilità negli spostamenti impedisce alle persone di assicurarsi mezzi di sussistenza stabili. In entrambe le aree geografiche la pressione è progettata per vessare e rendere la scelta di rimanere sempre più impraticabile.

L’attacco all’Unione del Lavoro Agricolo si inserisce in un più ampio schema di criminalizzazione della società civile palestinese. Organizzazioni comunitarie, sindacati, cooperative femminili, gruppi per i diritti umani e reti agricole hanno dovuto affrontare chiusure, incursioni, tagli ai finanziamenti e ripetuti tentativi di delegittimare il loro lavoro. Queste istituzioni costituiscono la spina dorsale della vita collettiva palestinese; facilitano l’apprendimento, la produzione, il sostegno e la coesione sociale. La loro erosione è quindi un meccanismo cruciale nella riconfigurazione della soggettività palestinese, da attori politici che resistono all’ingiustizia a individui atomizzati che cercano di sopravvivere. Quando le istituzioni crollano, l’espulsione diventa un movimento fisico che alla fine smantella gli orizzonti sociali.

La violenza si estende oltre gli uffici e le banche dei semi. Gli agricoltori di tutta la Cisgiordania si svegliano regolarmente con campi bruciati, pozzi avvelenati o centinaia di ulivi, alcuni secolari, abbattuti durante la notte. Questi attacchi dei coloni sionisti vengono presentati nel discorso pubblico come estremismo isolato o scontri a livello locale, eppure sono profondamente intrecciati con le strutture statali che consentono, proteggono e persino scortano i colpevoli. Bruciare un uliveto non è altro che la distruzione del reddito, del patrimonio e del senso di stabilità di una famiglia. È il messaggio che la terra non può fornire sicurezza o sostentamento. In questo modo la distruzione ecologica diventa uno strumento di governo, un modo per “gestire” le popolazioni rendendo vana la loro presenza continuativa.

Quando alla fine i palestinesi raggiungono il punto di rottura – quando la fame, la disoccupazione, la paura quotidiana o il crollo dei sistemi di supporto della comunità li spingono a tentare di migrare – la narrazione viene rapidamente riformulata come prova del loro desiderio di andarsene in “migrazione volontaria”!! Il recente caso dei 150 palestinesi sbarcati in Sudafrica senza documenti è stato ampiamente descritto come un disperato tentativo di una vita migliore, come se tali decisioni fossero state prese nel vuoto. In realtà, ciò che appare come migrazione volontaria è il prodotto di condizioni insopportabili. La coercizione in questo contesto non è sempre un militare alla porta; è la soffocante rimozione di ogni possibilità di vivere con dignità.

La macchina delle espulsioni funziona quindi attraverso una duplice strategia: intensificare l’invivibilità e al contempo ribattezzare i risultati che produce come scelte personali. Questo inganno lessicale è fondamentale per assolvere lo Stato israeliano dalle sue responsabilità e garantire la compiacenza internazionale. Se i palestinesi vengono fatti apparire come migranti piuttosto che rifugiati, la violenza di fondo che li spinge ad andarsene viene oscurata. Il raid contro il sindacato agricolo si inserisce quindi in una più ampia lotta sul significato delle parole, su chi può narrare il movimento palestinese e quale interpretazione abbia maggior peso politico.

Il mondo deve comprendere le implicazioni di questi atti. Quando i semi vengono rubati, quando gli archivi scompaiono, quando gli agricoltori vengono cacciati dai campi, quando la continuità ecologica viene interrotta l’espulsione è già in corso. I metodi differiscono per portata: bombardamenti, fame, asfissia burocratica, terrore dei coloni, erosione istituzionale, ma l’obiettivo rimane lo stesso: trasformare un popolo radicato in una popolazione da disperdere.

È essenziale riconoscere il furto della banca dei semi come parte di questo progetto sistematico. Rivela quanto profondamente penetri l’attacco, non solo prendendo di mira corpi e case, ma smantellando le condizioni stesse che rendono possibile la vita collettiva. E sottolinea che la resilienza palestinese è inseparabile dalla conservazione del suo patrimonio ecologico e agricolo. Senza semi, boschi o le istituzioni che li proteggono, la capacità di rimanere è messa a repentaglio.

Se la comunità internazionale continua a leggere questi eventi come episodi isolati di conflitto piuttosto che come parti di una struttura coordinata, perpetuerà l’illusione che i palestinesi se ne vadano per scelta. Uno sfollamento progettato attraverso la privazione non è volontario. Il raid di Ramallah è un agghiacciante promemoria che la lotta per la Palestina è anche una lotta per il diritto a rimanere, a coltivare e a radicare il proprio futuro nella propria terra.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ministro israeliano Ben Gvir promuove il capo dell’unità coinvolta nell’esecuzione di due palestinesi

Mera Aladam

1 dicembre 2025 – Middle East Eye

Il ministro di estrema destra chiede anche la fine delle indagini sulle uccisioni di palestinesi

Il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra israeliano ha promosso il comandante di un’unità sotto copertura responsabile dell’esecuzione a distanza ravvicinata di due palestinesi disarmati a Jenin, nella Cisgiordania occupata.
La decisione di Itamar Ben Gvir di far avanzare il comandante nella polizia di frontiera al grado di colonnello arriva giorni dopo che gli omicidi hanno avuto luogo nel quartiere di Abu Dhahir
.

L’incidente di giovedì è stato ripreso in video e mostra i due uomini che emergono da un edificio con le braccia alzate e le magliette sollevate, indicando chiaramente che erano disarmati, si stavano arrendendo e non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati.
Il ministero della salute palestinese ha identificato le vittime come Al-Muntasir Abdullah, 26 anni, e Yousef Asasa, 37 anni.

Secondo quanto riferito una fonte all’interno della polizia israeliana ha affermato che la decisione di promuovere il comandante è stata presa due settimane fa dall’ispettore generale e dal comandante di polizia senior, aggiungendo che la decisione avrebbe richiesto l’approvazione di Ben Gvir.
L’esercito e la polizia israeliani, che operano congiuntamente nell’area, hanno ammesso la sparatoria e hanno affermato che sarebbe stata avviata un’indagine.

Secondo i media locali tre agenti della stessa unità sotto copertura sono stati indagati dal Dipartimento investigativo interno della polizia con l’accusa di omicidio e sparatoria illegale.

I tre militari hanno affermato di essersi sentiti “minacciati” dopo che i due palestinesi “non hanno risposto alle loro istruzioni e hanno fatto movimenti sospetti”.

Venerdì, le Nazioni Unite hanno descritto gli omicidi come una “esecuzione sommaria”. “Siamo sconvolti per la sfacciata uccisione ieri da parte della polizia di frontiera israeliana di due uomini palestinesi a Jenin”, ha detto venerdì ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani Jeremy Laurence.

Porre fine alle indagini sugli omicidi di palestinesi

Ben Gvir ha anche promesso di porre fine alle indagini sull’uccisione di palestinesi, da lui etichettati come “terroristi”.
In una dichiarazione video si può vedere Ben Gvir visitare la base militare dove era di stanza l’unità responsabile dell’uccisione dei due palestinesi, annunciando di essere “venuto qui ad abbracciare gli eroici combattenti”.

“Questa procedura distorta per la quale se un nostro combattente spara a un terrorista viene sottoposto immediatamente ad un’indagine, deve finire”, ha detto. “Stiamo combattendo nemici e assassini che vogliono stuprare donne e bruciare bambini”.
Le indagini militari interne israeliane sulle azioni dei soldati non portano quasi mai a un’azione penale.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha dichiarato venerdì che l’uso della tortura da parte dello stato israeliano è “organizzato e diffuso” ed è notevolmente aumentato dall’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023.
Il rapporto ha osservato che Israele non ha una legislazione che criminalizzi la tortura e che le sue leggi consentono ai funzionari pubblici di essere esenti da responsabilità penale secondo il principio della “necessità”.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato le sue già estese operazioni militari e presenza in Cisgiordania.
Negli ultimi due anni, le forze israeliane hanno ucciso più di 1.000 palestinesi e ne hanno arrestati migliaia in tutto il territorio occupato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele avvia una nuova operazione militare nella Cisgiordania settentrionale

Mohamad Torokman, Alexander Cornwell e Nidal Al-Mughrabi

26 novembre 2025 – Reuters

TUBA, Cisgiordania/GERUSALEMME – Mercoledì le forze di sicurezza israeliane hanno occupato delle postazioni dentro la città di Tuba, in Cisgiordania, e hanno intimato ad alcuni palestinesi di lasciare le proprie case, l’ultimo attacco di una campagna durata un mese nelle città della Cisgiordania settentrionale.

Il governatore di Tuba Ahmed Al-Asaad ha raccontato all’agenzia Reuters che le forze israeliane, supportate da un elicottero che ha aperto il fuoco, hanno circondato la città e si sono schierati in vari quartieri.

L’incursione sembra essere lunga; le forze di occupazione (israeliane) hanno fatto sfollare le persone dalle loro case, occupato i tetti degli edifici e stanno effettuando arresti,” ha affermato.

L’esercito israeliano ha detto che l’operazione portata avanti con la polizia e le forze dell’intelligence è cominciata mercoledì mattina in seguito a “una identificazione di intelligence preliminare dei tentativi di creare” roccaforti e infrastrutture di miliziani.

L’esercito ha affermato di aver localizzato “una sala operativa d’osservazione” durante le sue ricerche in decine di case nella Cisgiordania occupata.

Veicoli israeliani sono stati visti attraversare la città, con le truppe armate di fucili e lanciarazzi che pattugliavano le strade. Soldati sono stati visti anche nella vicina città di Tammun.

PALESTINESI ARRESTATI, LE TRUPPE HANNO PREDISPOSTO POSTI DI BLOCCO

Al-Asaad ha detto che le forze israeliane hanno ordinato a coloro che hanno cacciato dalle loro case di non ritornarvi fino alla fine dell’operazione che, ha anticipato, potrebbe durare molti giorni.

Stanno continuando a completare il controllo della città,” ha raccontato alla Reuter, con le forze israeliane che stanno predisponendo posti di blocco e che hanno arrestato finora almeno 22 palestinesi.

La Cisgiordania è la patria per 2,7 milioni di palestinesi che hanno un autogoverno limitato sotto l’occupazione militare israeliana. Centinaia di migliaia di israeliani vi si sono insediati.

L’attacco di mercoledì estende ulteriormente le operazioni militari avviate quest’anno dalle forze israeliane in parti della Cisgiordania settentrionale, iniziate dalla città di Jenin a gennaio dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Migliaia di palestinesi sono stati espulsi dalle proprie case con le forze israeliane che sgomberavano i campi profughi e mantenevano la loro più lunga presenza da decenni in alcune città della Cisgiordania. Questo mese Human Rights Watch ha accusato Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità riguardo alle espulsioni forzate. Israele nega di aver commesso tali crimini.

Negli ultimi mesi anche la violenza dei coloni sui palestinesi è cresciuta in Cisgiordania. I coloni sono raramente arrestati o perseguiti, sebbene l’ondata di attacchi abbia provocato le critiche del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Hamas, che il mese scorso ha accettato il cessate il fuoco con Israele a Gaza, ha condannato l’ultima operazione in Cisgiordania e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per fermarla.

Da quando Hamas ha effettuato l’attacco del 7 ottobre contro Israele da Gaza due anni fa, Israele ha drasticamente ridotto la possibilità di circolazione in Cisgiordania con nuovi posti di controllo eretti e alcune comunità palestinesi sono state concretamente rinchiuse da cancelli e posti di blocco.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il movimento europeo di solidarietà con la Palestina rafforza l’appello al boicottaggio dell’azienda farmaceutica israeliana Teva

Ana Vračar

7 novembre 2025, Peoples Dispatch

Cresce la pressione sui governi locali e le farmacie pubbliche a sostituire i prodotti Teva con alternative che non siano complici dell’occupazione e del genocidio perpetrati da Israele

Il colosso farmaceutico israeliano Teva deve affrontare la crescente pressione dei gruppi solidali con la Palestina in tutta Europa. Teva, che è una delle più grandi aziende produttrici di farmaci generici del mondo, ha attivamente sostenuto il genocidio nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 e già da molto prima di allora contribuisce all’erosione dell’assistenza sanitaria palestinese, ha riferito Giorgia Gusciglio del Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC) e coordinatrice europea delle campagne per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Lo scorso anno, mentre i servizi e gli operatori sanitari di Gaza venivano quasi completamente distrutti dagli attacchi israeliani, Teva ha dichiarato un fatturato di oltre 16,5 miliardi di dollari. Parte di tali entrate proviene dal mercato palestinese, dove l’azienda trae profitto dal doppio standard imposti dal regime di apartheid israeliano.

A differenza dei produttori farmaceutici palestinesi, che devono affrontare severe restrizioni, lunghe procedure di importazione e arbitrarie designazioni di “doppio uso” (cioè vietati in quanto potrebbero avere un’applicazione non solo civile ma anche militare) per componenti essenziali, Teva può liberamente commercializzare i propri prodotti nei territori occupati, spesso senza dover adattare il packaging o la documentazione. Secondo le fonti informative di BDS Italia, l’azienda vende farmaci usando scatole e foglietti illustrativi non tradotti in arabo.

Lo sfruttamento delle necessità farmaceutiche nei Territori Palestinesi Occupati non è prerogativa di Teva e non è iniziato nel 2023. Il rapporto del 2012 “Economia prigioniera: l’industria farmaceutica e l’occupazione israeliana” concludeva che “tutte le aziende farmaceutiche israeliane vendono i loro prodotti sul mercato palestinese e ne traggono profitto, senza pagare alcun prezzo per l’occupazione e i danni che essa provoca”.

Una questione di solidarietà con la Palestina e di accesso ai farmaci

Oltre ad essersi appropriata indebitamente del mercato palestinese Teva domina una quota importante del mercato europeo, non solo attraverso la sua ampia selezione di farmaci generici, ma anche attraverso prodotti specifici a marchio proprio per la sclerosi multipla e il cancro. La contraddizione inerente tra l’impegno dichiarato da Teva “a favore di una salute migliore” e la sua comprovata complicità in crimini di guerra ha portato alla nascita di gruppi che si mobilitano per boicottare e denunciare l’azienda. Come spiega Gusciglio, le iniziative si diversificano a seconda del paese: in Irlanda c’è un ampio coinvolgimento dei sindacati, mentre in Belgio e in Italia le iniziative sono prevalentemente guidate da gruppi BDS locali e da reti di attivisti.

Un momento chiave per il raggiungimento dell’obiettivo è il coinvolgimento di pazienti e personale sanitario. Durante il genocidio, BDS Italia ha collaborato strettamente con il collettivo locale Sanitari per Gaza, raggiungendo importanti obiettivi. Secondo gli attivisti contattati da People’s Health Dispatch una delle prime azioni promosse dalla campagna di boicottaggio di Teva è stata la distribuzione di volantini informativi davanti alle farmacie per sensibilizzare utenti e farmacisti sul ruolo svolto dall’azienda durante il genocidio. “Tutti gli attivisti si sono assunti la responsabilità di recarsi in farmacia, organizzare incontri con i farmacisti e cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica sul boicottaggio dei prodotti Teva”, hanno spiegato gli attivisti. Lo stesso approccio è stato esteso ai medici di base e, ad oggi, la consapevolezza della complicità di Teva è cresciuta in modo significativo sia tra gli operatori sanitari che tra i pazienti, hanno affermato i membri di BDS Italia.

La campagna ha poi coinvolto le associazioni professionali e ha esercitato pressioni sui governi locali affinché sospendessero gli acquisti dei prodotti Teva nelle farmacie pubbliche. Negli ultimi mesi diversi comuni hanno risposto emanando linee guida affinché le farmacie sotto la loro giurisdizione cercassero alternative. “Teva vende principalmente farmaci generici, ma ci sono anche alcuni farmaci che ha sviluppato autonomamente e che quindi non sono sostituibili”, osservano gli attivisti di BDS Italia. “È importante sottolineare che chiediamo la sospensione degli acquisti tranne nel caso di medicinali essenziali o che non possono essere sostituiti”.

Il fatto che alcuni prodotti Teva non siano sostituibili viene spesso utilizzato come argomento fuorviante contro il boicottaggio. In realtà, ciò evidenzia problemi sistemici nel sistema farmaceutico e brevettuale globale più che identificare una questione concreta all’interno dell’appello BDS. Un esempio è il Copaxone, farmaco Teva per il trattamento della sclerosi multipla. Anche l’Unione Europea, alleata fidata di Israele, ha denunciato i tentativi dell’azienda di proteggersi dalla concorrenza estendendo artificialmente la protezione brevettuale del farmaco. Attraverso tali azioni, ha sottolineato BDS Italia, Teva ha probabilmente gonfiato la spesa sanitaria pubblica per i farmaci contro la sclerosi multipla: il Copaxone da solo ha pesato per circa 500 milioni di euro nel 2022. Gli sforzi per mobilitare alternative ai prodotti Teva rappresentano quindi un possibile punto d’incontro tra la solidarietà con la Palestina e le iniziative farmaceutiche pubbliche, aprendo la porta a sistemi sanitari più giusti e accessibili.

I comuni italiani adottano linee guida per sostituire Teva

La prima amministrazione locale a emanare una raccomandazione per abbandonare i prodotti Teva è stata quella di Sesto Fiorentino, vicino a Firenze”, hanno osservato gli attivisti di BDS Italia. “Sono stati prontamente attaccati dai media, con l’accusa di antisemitismo e di cattiva gestione dei fondi pubblici. Alcuni hanno sostenuto che i farmaci Teva sono più economici e che scoraggiarne l’acquisto avrebbe aumentato i costi per i pazienti e il sistema sanitario”.

Nonostante tali attacchi, un numero crescente di comuni ha risposto all’appello al boicottaggio in Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Trentino-Alto Adige, tra gli altri. In alcuni casi è stato chiesto alle farmacie pubbliche di trovare dei prodotti sostitutivi a quelli a marchio Teva, in altri casi si è scelto un approccio diverso.

A Rovereto, il Comune ha chiesto alle farmacie di esporre schede grafiche che informano i clienti del loro diritto a scegliere alternative efficaci e sicure ai prodotti Teva, in risposta al successo di un’iniziativa proposta da attivisti locali.

Mentre altri comuni in Italia discutono iniziative simili, il movimento internazionale BDS e il Centro europeo di assistenza legale (ELSC) stanno valutando la possibilità di sostenere i comuni che desiderano introdurre appalti pubblici etici in linea con la legislazione dell’UE e gli standard in materia di diritti umani. Nel frattempo, gli attivisti in Europa continuano a esercitare pressioni, concentrandosi, tra le altre cose, sulla presenza di Teva nelle farmacie ospedaliere e sui suoi tentativi di ripulire la propria immagine attraverso iniziative come gli Humanizing Health Awards, premi per progetti che “umanizzano” il percorso di malattia e cura. Gli attivisti continuano inoltre a collaborare con collettivi di operatori sanitari, come l’azione di digiuno dei Sanitari per Gaza tenutasi in Italia all’inizio di quest’anno, ampliando al contempo le reti internazionali.

Queste campagne già mostrano segni della loro efficacia. Se l’azienda farmaceutica israeliana ha dichiarato orgogliosamente i propri ricavi per il 2024, è stata più cauta nel riferire che già solo nei primi nove mesi dell’anno aveva registrato perdite nette pari a 1,4 miliardi di dollari. Come ha osservato BDS Italia, “l’attacco genocida di Israele dall’ottobre 2023 e le sue varie conseguenze potrebbero essere considerati potenziali fattori che influenzano questi risultati”.

Traduzione di Federico Zanettin