Airbnb denunciata in Francia per gli affitti nella Cisgiordania Occupata

Redazione di MEMO

4 novembre 2025 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie, ndt.] Anadolu riferisce che martedì il canale BFMTV [rete televisiva francese, ndt.] ha affermato che l’Association of Jurists for the Respect of International Law [associazione dei giuristi per il rispetto del diritto internazionale] (JURDI) ha denunciato Airbnb in Francia perché include nelle sue offerte proprietà nei territori palestinesi occupati da Israele in Cisgiordania.

JURDI, un’organizzazione francese che sostiene il diritto internazionale relativamente al conflitto israelo-palestinese, accusa Airbnb di supportare crimini di guerra avendo nel proprio catalogo proprietà nei territori occupati della Cisgiordania. Ha chiesto al tribunale di ordinare alla società di rimuovere le offerte nelle colonie israeliane.

Offrendo queste strutture ricettive Airbnb contribuisce alla normalizzazione e alla continuazione del regime coloniale, fornendo risorse finanziarie ai coloni e legittimando la loro presenza,” ha affermato JURDI nella sua denuncia, estratti della quale sono stati visionati da BFMTV.

La legale Helene Massin-Trachez, che sta guidando la causa, ha affermato che le leggi francesi proibiscono di offrire contratti che violano l’ordine pubblico, sostenendo che Airbnb sta facendo esattamente ciò promuovendo contratti d’affitto illegali a clienti che vivono in Francia.

Una audizione preliminare è stata fissata per il 13 gennaio e se il tribunale dovesse decidere a favore di JURDI, Airbnb avrebbe otto giorni per accogliere la richiesta prima di subire una multa di 5.000 Euro per ogni giorno di ritardo.

Quando è stata contattata da BFMTV la società ha difeso le sue azioni, negando di trarre profitto dalla situazione internazionale e ha promesso di continuare ad impegnarsi ad affrontare ognuna delle situazioni “con la maggior cura.”

Il mese scorso la French Human Rights League [Lega francese per i diritti umani] (LDH) ha sporto denuncia contro Airbnb e Booking.com per avere offerto proprietà nelle colonie israeliane in territorio palestinese.

La denuncia accusa tali società di complicità e occultamento aggravato di crimini di guerra, sottolineando che le piattaforme promuovono “turismo d’occupazione” offrendo annunci in colonie israeliane.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Nella denuncia per l’uccisione di Hind Rajab sono stati identificati decine di soldati israeliani

Redazione di MEE

21 ottobre 2025 – Middle East Eye

La Fondazione Hind Rajab ha rintracciato i presunti assassini della bambina palestinese e dei suoi familiari

Martedì la Hind Rajab Foundation [Fondazione Hind Rajab] (HRF) ha annunciato di aver identificato un’altra ventina di soldati israeliani che ha denunciato alla Corte Penale Internazionale (CPI) per il loro ruolo nell’uccisione di Hind Rajab.

L’HRF prende il nome dal Rajab, la bambina palestinese di 6 anni uccisa lo scorso anno da una raffica di proiettili israeliani a Gaza durante il genocidio di Israele contro il popolo palestinese.

Tra le persone identificate ci sono tre comandanti di alto grado di cui la fondazione ha fatto pubblicamente i nomi: il colonnello Beni Aharon, comandante della 401sima brigata corazzata, già oggetto di una denuncia presso la CPI; il tenente colonnello Daniel Ella, comandante del 52simo battaglione corazzato; il maggiore Sean Glass, comandante della compagnia Impero del Vampiro [che fa parte della 52sima brigata, ndt.].

Si ritiene che Ella e Glass siano stati i diretti responsabili dell’uccisione sul terreno.

Altri 22 soldati che operano nella compagnia Impero del Vampiro saranno citati per nome e cognome “progressivamente, in quanto le denunce a livello nazionale sono presentate in Paesi diversi,” ha affermato HRF in un comunicato.

Sulla scia del documentario di un’ora Ma Khafiya Aatham (La punta dell’iceberg) messo in onda su Al Jazeera in arabo insieme alla fondazione, la HRF ha affermato di aver presentato un documento di 120 pagine in base all’articolo 15, denunciando questi soldati alla CPI.

L’articolo 15 dello Statuto di Roma, che ha creato la CPI, stabilisce che il procuratore “deve iniziare indagini… sulla base di informazioni su crimini [commessi] all’interno della giurisdizione della Corte”, e “deve esaminare la fondatezza delle informazioni ricevute.”

Il documento “include prove digitali, satellitari e medico-legali esaustive che confermano che i carrarmati Merkava IV della Compagnia Impero del Vampiro hanno sparato ripetutamente contro la Kia Picanto nera in cui Hind e i suoi familiari erano intrappolati e in seguito hanno preso di mira l’ambulanza inviata per salvarla,” afferma la HRF.

“L’attacco è stato effettuato nella totale consapevolezza dello status di civili protetti delle vittime, in seguito a un precedente coordinamento [per concordare il salvataggio, ndt.] tra la Croce Rossa Palestinese e le autorità israeliana,” aggiunge.

“La squadra di avvocati della Fondazione conclude che, in base agli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto di Roma, queste azioni rappresentano crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.”

La HRF ha già in corso una causa penale in Argentina contro Itay Cukierkopf, un membro della squadra di carristi citata nella sua denuncia alla CPI.

Macchina della giustizia”

Per due anni i soldati israeliani hanno inviato post su TikTok, Instagram, YouTube e su altre reti sociali vantandosi delle loro operazioni a Gaza.

La HRF ha utilizzato queste stesse prove per dare seguito alle accuse di crimini di guerra contro di loro in tutto il mondo.

“Non puoi massacrare persone, filmarti mentre lo fai, vantartene in giro per il mondo, confessare le tue azioni e poi continuare come se niente fosse, sederti vicino a me in un caffè a Bruxelles,” aveva detto in precedenza a Middle East Eye Dyab Abou Jahjah, il presidente della HRF.

Stiamo dando la caccia ai criminali di guerra ovunque vadano.”

Abou Jahjah ha rivelato che all’inizio del 2025 la Fondazione aveva raccolto più di 8.000 prove riguardanti presunti crimini di guerra da parte di soldati israeliani a Gaza.

“Le prove sono là,” aveva detto. “La sfida è trasformarle in un processo giudiziario.”

Il lavoro della HRF si concentra su una condotta processuale aggressiva e su una duplice strategia per chiamare [gli imputati] a risponderne, prendendo di mira due categorie di soldati: israeliani che hanno la cittadinanza di un Paese in cui può essere avviata una causa giudiziaria e soldati che sono in viaggio e che non sono cittadini dei Paesi di destinazione. “Non ci consideriamo una ong, ma una macchina della giustizia,” ha detto a MEE Abou Jahjah.

La Hind Rajab Foundation prende il suo nome in onore della bambina palestinese di 6 anni la cui morte per mano di soldati israeliani il 29 gennaio 2024 è diventata il simbolo delle estesissime violazioni del diritto umanitario internazionale commesse dalle forze israeliane.

Nel giugno 2024 un’indagine ha rivelato che Rajab e cinque membri della sua famiglia erano stati colpiti dall’esercito israeliano con 335 proiettili mentre tentavano di scappare dal nord di Gaza nella loro auto.

Per tre ore Hind rimase l’unica sopravvissuta, intrappolata insieme ai suoi parenti uccisi. Alla disperata ricerca di aiuto chiamò i paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese, ma Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun vennero entrambi uccisi dalle forze israeliane prima che potessero salvarla.

Una straziante registrazione dell’ultima telefonata di Hind, resa pubblica dopo i fatti, ha conservato le sue agghiaccianti suppliche: “Ho paura del buio, venite a prendermi.”

Ora si prevede che il prossimo anno un lungometraggio sulla sua tragedia vincerà l’Oscar come miglior film in lingua straniera.

Oltre 67.000 palestinesi sono morti nella guerra contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A Gaza Israele sta portando avanti un olocausto. La denazificazione è la nostra unica via d’uscita.

Orly Noy

18 settembre 2025 – +972 Magazine

La mortale supremazia etnica insita nella società israeliana ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Deve essere affrontata alla radice.

Gaza City è avvolta dalle fiamme, mentre dopo settimane di bombardamenti incessanti l’esercito israeliano lancia la sua offensiva di terra da tempo minacciata. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, già sottoposto a un mandato di arresto internazionale per sospetto di crimini contro l’umanità, ha descritto quest’ultimo assalto come un'”operazione intensificata”. Vi esorto a guardare le immagini in streaming da Gaza e a capire cosa significa veramente questo eufemismo.

Guardate negli occhi le persone in preda a un terrore senza pari nemmeno nei momenti più bui di questo genocidio in corso da due anni. Osservate le file di bambini coperti di cenere che giacciono sul pavimento intriso di sangue di quello che un tempo era un centro medico, alcuni a malapena vivi, altri che piangono di dolore e paura, mentre mani disperate cercano di confortarli o di curarli con le scorte mediche rimaste. Ascoltate le urla delle famiglie in fuga senza un posto dove rifugiarsi. Osservate i genitori che perlustrano l’inferno alla ricerca dei loro figli; arti che sporgono da sotto le macerie; un paramedico che culla una bambina immobile, implorandola invano di aprire gli occhi.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza City non è il tragico esito di una perdita di controllo degli eventi, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall'”esercito del popolo”, ovvero i padri, i figli, i fratelli e i vicini di noi israeliani.

Come è possibile che, nonostante le crescenti testimonianze dai campi di concentramento e sterminio di Gaza, nessun movimento di massa per il rifiuto abbia preso piede in Israele? Che dopo due anni di questa carneficina solo una manciata di obiettori di coscienza si trovi in ​​prigione è davvero inconcepibile. Persino i cosiddetti “gray refusers”, riservisti che non si oppongono alla guerra per motivi ideologici, ma sono semplicemente esausti e ne mettono in discussione lo scopo, sono troppo pochi per rallentare la macchina della morte, figuriamoci per fermarla.

Chi sono queste anime obbedienti che mantengono in funzione questo sistema? Come può una società così profondamente divisa, tra religiosi e laici, coloni e progressisti, membri di un kibbutz e cittadini, immigrati veterani e nuovi arrivati, unirsi solo nella volontà di massacrare i palestinesi senza un attimo di esitazione?

Negli ultimi 23 mesi la società israeliana ha tessuto una rete infinita di menzogne ​​per giustificare e consentire la distruzione di Gaza, non solo di fronte al mondo, ma soprattutto a se stessa. La principale tra queste è l’affermazione che gli ostaggi possano essere liberati solo attraverso la pressione militare. Eppure, coloro che eseguono gli ordini dell’esercito, scatenando la morte di massa su Gaza, lo fanno sapendo benissimo che così facendo potrebbero uccidere gli ostaggi. Il bombardamento indiscriminato di ospedali, scuole e quartieri residenziali, unito a questo disprezzo per la vita degli israeliani tenuti prigionieri, dimostra il vero obiettivo della guerra: l’annientamento totale della popolazione civile di Gaza.

Israele sta scatenando un olocausto a Gaza, e non può essere liquidato semplicemente come frutto della volontà degli attuali leader fascisti del Paese. Questo orrore ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della nazificazione della società israeliana.

Il compito urgente ora è porre fine a questo olocausto. Ma fermarlo è solo il primo passo. Se la società israeliana vuole tornare a far parte dell’umanità, deve intraprendere un profondo processo di denazificazione.

Una volta che la polvere della morte si sarà depositata dovremo tornare sui nostri passi fino alla Nakba, alle espulsioni di massa, ai massacri, alle confische di terre, alle leggi razziali e all’inerente ideologia di supremazia che hanno normalizzato il disprezzo per i nativi di questa terra e il furto delle loro vite, proprietà, dignità e del futuro dei loro figli. Solo affrontando questo meccanismo mortale insito nella nostra società possiamo iniziare a sradicarlo.

Questo processo di denazificazione deve iniziare ora, in primo luogo con il rifiuto. Il rifiuto non solo di prendere parte attiva alla distruzione di Gaza, ma di indossare l’uniforme, indipendentemente dal grado o dal ruolo. Il rifiuto di rimanere ignoranti. Il rifiuto di essere ciechi. Il rifiuto di tacere. Per i genitori è un dovere necessario proteggere la prossima generazione dal rischio che divenga autrice di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La denazificazione deve anche includere il riconoscimento che ciò che è stato non può rimanere. Non basterà semplicemente sostituire l’attuale governo. Dobbiamo abbandonare il mito del carattere “ebraico e democratico” di Israele, un paradosso la cui morsa ferrea ha contribuito ad aprire la strada alla catastrofe in cui siamo ora immersi.

Questo inganno deve finire con il chiaro riconoscimento che rimangono solo due strade: o uno Stato ebraico, messianico e genocida, o uno Stato veramente democratico per tutti i suoi cittadini.

L’olocausto di Gaza è stato reso possibile dall’adesione alla logica etno-suprematista insita nel sionismo. Pertanto, è necessario affermarlo chiaramente: non è possibile ripulire il sionismo, in tutte le sue forme, dalla macchia di questo crimine. Bisogna porvi fine.

La denazificazione sarà lunga e totalizzante, e toccherà ogni aspetto della nostra vita collettiva. Probabilmente sacrificheremo altre generazioni, sia vittime che carnefici, prima che questo flagello venga completamente sradicato. Ma il processo deve iniziare ora, con il rifiuto di commettere gli orrori che si verificano quotidianamente a Gaza e il rifiuto di lasciarli passare come cose normali.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa persiana. È presidente del consiglio direttivo di BTselem e milita nel partito politico Balad [rappresentativo della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti affrontano le linee che si intersecano e definiscono la sua identità: mizrahi [comunità ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, donna tout court, migrante temporanea che vive dentro unimmigrata perenne, e il dialogo costante tra tutte queste dimensioni.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano e i coloni uniti nella punizione collettiva di Al-Mughayyir

Oren Ziv e Shatha Yaish 

27 agosto 2025 – +972 Magazine

L’assedio del villaggio della Cisgiordania e la distruzione dei suoi uliveti sono stati un esercizio congiunto di intimidazione e modificazione dello spazio palestinese

Venerdì 22 agosto una colonna di bulldozer è entrata negli uliveti di Al-Mughayyir, un villaggio a est di Ramallah nella Cisgiordania occupata. Molti erano macchinari civili guidati da coloni, supportati da vari bulldozer blindati dell’esercito. Domenica migliaia di ulivi, molti vecchi di decenni e di proprietà di famiglie locali, sono stati sradicati.

L’ordine è venuto dal generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano. Ufficialmente la distruzione è parte di una caccia all’uomo per trovare un palestinese armato che avrebbe aperto il fuoco contro coloni israeliani che pascolavano le pecore sulla terra del villaggio, ferendone uno prima di scappare. L’esercito ha sostenuto che la distruzione degli alberi intendeva evitare che il ricercato vi si potesse nascondere. Eppure lo stesso Bluth ha subito rivelato che la vera intenzione era un’altra.

“Ogni villaggio e ogni nemico devono sapere che se attaccano gli abitanti (i coloni), pagheranno un prezzo pesante,” ha dichiarato Bluth durante una conferenza informativa sul posto. “Faranno l’esperienza del coprifuoco, di un assedio e di operazioni di modificazione del territorio.”

“Operazioni di modificazione del territorio” è un eufemismo dell’esercito per indicare una politica di riprogettazione fisica di aree in cui è presente la resistenza palestinese. All’inizio di quest’anno la tattica è stata applicata a campi profughi in tutto il nord della Cisgiordania, dove i soldati hanno demolito centinaia di case, espulso decine di migliaia di abitanti e raso al suolo edifici per agevolare l’accesso all’esercito, lasciando tre campi, uno a Jenin e due a Tulkarem, praticamente deserti.

Ad Al-Mughayyir le parole di Bluth sono state rapidamente messe in pratica. I bulldozer hanno raso al suolo gli uliveti mentre i soldati hanno imposto un assedio e fatto irruzione nelle case. “Ora abbiamo il controllo assoluto del villaggio,” ha detto Bluth. “La prima missione è dare la caccia (all’aggressore)… Il secondo è effettuare qui un’operazione preliminare e garantire che chiunque sia scoraggiato, non solo questo villaggio, ma ogni villaggio che cerchi di alzare una mano contro gli abitanti (i coloni).”

In seguito alle affermazioni di Bluth, due importanti associazioni israeliane per i diritti umani, Yesh Din e l’Association for Civil Rights in Israel [Associazione per i Diritti Civili in Israele, ACRI, ndt.], hanno chiesto che la procura generale militare apra un’indagine penale contro il generale per sospetti crimini di guerra. Nel suo ricorso al tribunale Yesh Din ha sostenuto che l’ordine di Bluth era palesemente illegale “perché contraddice direttamente le disposizioni delle leggi internazionali che proibiscono di danneggiare la proprietà privata e le punizioni collettive,” e perché agli abitanti “non è stata data l’opportunità di presentare appello (contro l’azione).”

Nel contempo ACRI ha affermato che “i crimini di guerra e contro l’umanità (sono diventati) un problema giornaliero in Cisgiordania,” ed ha avvertito che “la dottrina dell’esercito secondo cui ‘non ci sono (persone) non coinvolte’ messa in atto prima a Gaza è arrivata in Cisgiordania ed è stata denominata ‘operazioni di modificazione del territorio’”

Poiché le critiche si sono moltiplicate, il portavoce dell’esercito ha cercato di ridurre il danno. In una dichiarazione rilasciata domenica ha difeso Bluth, insistendo che “l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] condanna i commenti inappropriati contro il capo del comando centrale che sta agendo in base a considerazioni operative e in accordo con la legge.”

Eppure le parole dello stesso Bluth, insieme alla decisione dell’esercito di sradicare intere coltivazioni invece di limitarsi a potare gli alberi, hanno rafforzato la sensazione che ciò riguardi meno considerazioni immediate in merito alla sicurezza e più una punizione collettiva. Questa impressione si è ulteriormente rafforzata dopo che ha circolato sulle reti sociali un video che mostra l’autista di un bulldozer dell’esercito che ha preso parte all’operazione e che si vanta: “Voi figli di puttana, non scocciatemi. Nel prossimo attacco raderò al suolo una casa.”

Il loro obiettivo è espellerci”

Da giovedì a domenica mattina Al-Mughayyir è stato sottoposto a un blocco completo: agli abitanti è stato impedito di uscire dalle proprie case e i soldati hanno chiuso entrambi gli ingressi del villaggio. La porta orientale verso Alon Road [strada che attraversa la Cisgiordania da nord a sud, ndt.] è rimasta chiusa fin dall’inizio della guerra, e durante l’assedio anche quella orientale è stata chiusa, obbligando gli abitanti a cercare di rientrare a casa con deviazioni di molte ore [su strade] che erano anch’esse bloccate. Secondo i racconti di persone del posto giovedì numerosi lavoratori che cercavano di tornare attraverso le colline circostanti sono stati fermati e picchiati da coloni e soldati.

Nel corso dei tre giorni di assedio l’esercito ha arrestato dieci abitanti, tra cui cinque fratelli e il capo del consiglio di villaggio, Amin Abu Alia. L’esercito ha sostenuto che uno degli arrestati è l’uomo armato sospettato di aver sparato al colono. Nel contempo stelle di David e le iniziali “MTA” e “MH”, in riferimento alle squadre di calcio Maccabi Tel Aviv e Maccabi Haifa, sono state scritte con lo spray sui muri di parecchie case.

In un video postato nella pagina Facebook del consiglio Abu Alia ha spiegato perché ha deciso di consegnarsi. “Durante l’incursione in casa hanno arrestato mio figlio e mi hanno detto che dovevo costituirmi,” ha detto. “Hanno collegato l’assedio al villaggio al fatto che mi consegnassi.”

La mattina del 24 agosto finalmente le forze israeliane si sono ritirate, lasciando dietro di sé vaste distruzioni. Solo allora gli abitanti hanno potuto lasciare le loro case e verificare i danni. “Non è stato il primo attacco, ma il più violento,” ha affermato il membro del consiglio Marzouk Abu Naim. “La loro giustificazione è che è stato attaccato un colono. La gente ha perso i suoi alberi, alberi antichi, sradicati lontano da Alon Road (dove è avvenuta la sparatoria). Alcune case sono state invase e perquisite. Le persone sono rimaste scioccate dal numero di soldati e dal livello di odio. Hanno saccheggiato decine di case, lanciato granate stordenti. Lo hanno fatto a casa mia mentre mia moglie ed io eravamo dentro. (In altre case) hanno persino rubato denaro e oggetti in oro.”

In piedi sulla sua terra accanto a Alon Road il cinquantacinquenne Abd al-Latif Abu Alya guarda i resti di 350 ulivi abbattuti. “Il loro obiettivo è mandarci via, sradicarci dalla nostra terra e distruggerla,” dice a +972. “Ma noi siamo radicati qui, saldi sulla nostra terra e vi rimarremo per tutta la vita. Se Dio vuole ripianterò sulla mia terra con rinnovata determinazione. Nessuna distruzione mi spezzerà.”

L’attivista locale Rabeah Abu Naim ripete la stessa opinione, descrivendo come i soldati hanno fatto irruzione nelle case, distrutto beni e si sono impossessati di oggetti di valore: “Hanno assediato il villaggio perché è l’ultimo a est di Ramallah prima della Valle del Giordano. Controllano già la valle e le aree circostanti, ora è il turno dei villaggi più vicini.” Aggiunge che i soldati hanno picchiato il suo fratello minore perché ha filmato i bulldozer e poi hanno arrestato il capo del consiglio “su richiesta dei coloni, per placarli.”

Abd al-Latif Abu Alya, in piedi accanto a uno delle migliaia di ulivi sradicati dall’esercito israeliano a Al-Mughayyir, il 24 agosto 2025. Foto Oren Ziv

Alle domande di +972 su questi avvenimenti il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che i militari hanno avviato “un’intensa attività operativa nella zona” in risposta a “un grave attacco armato nei pressi del villaggio di Al-Mughayyir e alla fuga del terrorista dal luogo del delitto nel villaggio,” così come “una serie di attacchi terroristici che hanno avuto origine nello stesso villaggio.”

Il portavoce ha aggiunto che le forze israeliane hanno posto in atto nei pressi di Alon Road “operazioni di pulizia del terreno”, che lo sparatore potrebbe aver usato per nascondersi, definendo l’intervento “immediatamente necessario per impedire una minaccia mortale.” Ha confermato che i soldati hanno condotto detenzioni e perquisizioni, durante le quali il sospetto aggressore è stato arrestato. Rispondendo alle denunce degli abitanti secondo cui i soldati hanno confiscato denaro, oro e un’auto, il portavoce ha detto che i militari hanno agito per sequestrare “macchine e armi rubate”.

Gli ulivi sradicati, continua la dichiarazione, “sono stati lasciati ai bordi della zona ripulita; non verranno venduti e l’IDF non intende usarli.” Accuse di furto, ha aggiunto, “sono state esaminate e non confermate.”

Finalmente l’IDF sta agendo a dovere”

Negli ultimi anni, e soprattutto dall’inizio della guerra a Gaza, alcuni coloni si sono impossessati di tutti i pascoli a est della Alon Road, molti dei quali di proprietà di abitanti di Al-Mughayyir. Ora sembrano intenzionati a occupare anche le radure a ovest della strada e a quanto pare l’esercito fa tutto quello che può per assecondarli.

Secondo Dror Atkes, dell’ong israeliana Kerem Navot, dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023 attorno ad Al-Mughayyir sono stati creati quattro nuovi avamposti dei coloni e uno è stato fondato in precedenza quello stesso anno. In totale ora accerchiano il villaggio otto avamposti, tra cui uno all’interno della zona B (territorio sottoposto [in base agli accordi di Oslo, ndt.] all’autorità civile palestinese ma sotto il controllo militare israeliano). Il più importante, Adei Ad, legalizzato nel 2022 e riconosciuto formalmente come colonia lo scorso maggio, funziona come centro per gli altri.

Venerdì Zvi Sukkot, presidente della sottocommissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] per gli Affari di Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.] ha visitato il luogo in cui sono stati sradicati gli alberi. “Finalmente l’IDF sta agendo a dovere,” ha dichiarato. “Ogni villaggio da cui è uscito un terrorista per colpire i nostri abitanti deve sapere che pagherà un prezzo salato.”

Elisha Yered, che si autodefinisce “giovane delle colline” [gruppo di coloni particolarmente violenti, ndt.] ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Limor Son Har-Melech, ha descritto nel dettaglio le azioni dell’esercito e le loro motivazioni in un video filmato sul posto: “Per circa 24 ore i bulldozer hanno lavorato per spianare tutti gli alberi ai lati della strada. Al villaggio è stato imposto un blocco, i soldati stanno andando casa per casa e l’esercito ha promesso che è solo l’inizio. Il comandante Bluth parla pubblicamente per la prima volta di punizione collettiva, in modo che (questo villaggio) e i suoi amici capiscano che colpire gli ebrei non paga.”

Yered ha chiesto che la campagna non si fermi ad Al-Mughayyir: “Le case degli assassini nel villaggio devono continuare ad essere demolite, la casa del terrorista deve essere distrutta oggi (indipendentemente dalla posizione della) Corte Suprema e (dell’associazione per i diritti umani) B’Tselem, e il modello deve essere replicato in ogni villaggio che osi metterlo alla prova.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nel persistente silenzio internazionale Israele ha già iniziato a cancellare Gaza City

Redazione di Euromed Monitor

24 agosto 2025 – Euromed Monitor

Territori palestinesi – Israele ha iniziato a mettere in atto il suo piano illegale per distruggere e occupare Gaza City. L’esercito sta attuando contemporaneamente bombardamenti e demolizioni nel sud, nell’est e nel nord, avanzando da tre direttrici verso il centro della città con una campagna di completa distruzione e sistematica cancellazione. Questa escalation segna una nuova fase del genocidio in corso da 23 mesi contro i palestinesi della Striscia di Gaza.

Questo attacco fa seguito all’annuncio ufficiale dell’esercito israeliano, il 20 agosto, della seconda parte dell’operazione Carri di Gedeone, e le sue fasi preliminari e iniziali sono già in corso. Oltre un milione di persone ora è intrappolato in meno del 30% di Gaza City e deve affrontare la minaccia di sfollamento forzato verso il sud in base a un piano inteso a cancellare la città, infliggere sistematiche distruzioni e creare il totale controllo militare.

All’alba del 24 agosto la squadra sul campo di Euro-Med Monitor ha documentato che le forze israeliane hanno fatto esplodere un robot carico di esplosivo nel quartiere di Al-Sharkh, nel nord di Gaza City. Ciò è avvenuto in seguito all’infiltrazione di veicoli militari e bulldozer nella vicina zona di Abu Sharkh, dopo di che il robot è stato utilizzato e fatto esplodere a distanza provocando vaste distruzioni.

Forze israeliane hanno fatto esplodere robot anche nell’area di Al-Wahidi di Jabalia al-Balad e nell’area di Zarqa a sud, distruggendo altre case e quartieri residenziali.

Questa mattina aerei israeliani hanno lanciato violenti attacchi aerei contro Jabalia al-Balad, prendendo di mira la rotonda di Abu Sharkh e il cimitero di Jabalia al-Nazla.

Oltre a schierare robot esplosivi, le forze israeliane hanno intensificato l’uso di droni quadrirotori carichi di casse di esplosivi. Questi droni sganciano il loro carico all’interno di edifici o sui tetti, provocando devastazioni altrettanto gravi di quelle inflitte dai robot o dai bombardamenti aerei.

Negli ultimi giorni la nostra squadra sul campo ha documentato la distruzione di numerosi edifici multipiano e zone residenziali ad Al-Saftawi e Jabalia al-Nazla. Queste aree e i loro sobborghi ospitano ancora un gran numero di abitanti e persone sfollate dal nord di Gaza, che sono state obbligate ancora una volta a scappare sotto incessanti cannoneggiamenti e bombardamenti.

Operazioni di distruzione ad Al-Saftawi, nel nord, sono parte del più complessivo piano dell’esercito israeliano che comprende tutte le zone di Gaza City. Operazioni simili sono in corso nell’est, soprattutto a Tuffah e Shuja’iyya, e nel sud a Zeitoun, dove più di 500 case sono già state distrutte. Anche ad Al-Sabra, utilizzando robot esplosivi e attacchi aerei, sono stati rasi al suolo vari isolati residenziali, comprese case abitate come quella della famiglia Abu Sharia, bombardata giovedì 21 agosto uccidendo otto membri della famiglia, di cui quattro erano bambini.

La continua massiccia distruzione è accompagnata da un modello ricorrente di uccisioni deliberate, le forze israeliane prendono direttamente di mira chiunque si sposti in queste zone, anche chi sta sfuggendo alla morte. É stato il caso di due fratelli, Awad Ihsan Saadallah e Nadine Ihsan Saadallah, uccisi sabato da un attacco aereo che ha colpito un gruppo di civili nei pressi della moschea Hamza a Jabalia al-Nazla.

La continua E spropositata intensità degli attacchi israeliani, insieme alla ridotta capacità e accessibilità dei pochi ospedali funzionanti e la mancanza della difesa civile basilare e di servizi sul campo, rende impossibile un’accurata documentazione delle vittime. L’attuale numero dei morti è quasi sicuramente molto più elevato di quello che è stato annunciato o registrato finora.

Queste pratiche stanno infliggendo conseguenze catastrofiche e irreversibili a centinaia di migliaia di civili che già devono affrontare fame e sfollamento. Sono sottoposti a uccisioni e bombardamenti quotidiani mano a mano che la loro città viene rasa al suolo isolato dopo isolato davanti ai loro occhi, mentre la comunità internazionale rimane inerte e silenziosa di fronte a uno dei crimini di genocidio più efferato della storia contemporanea.

La continua aggressione e l’estensione delle operazioni israeliane per occupare totalmente Gaza City rischiano di scatenare un massacro senza precedenti contro i civili, cancellando ciò che rimane della risposta umanitaria già inadeguata e al collasso.

L’escalation in corso costituisce un nuovo capitolo del genocidio da parte di Israele portato avanti apertamente sotto gli occhi della comunità internazionale, che continua a fornire ai suoi responsabili una copertura politica, finanziaria e militare. Questi massacri non sono episodi fugaci o isolati, ma il risultato calcolato di una politica israeliana ufficiale e dichiarata pubblicamente. La comunità internazionale ha la responsabilità di consentire che avvengano e di avallare le loro conseguenze attraverso il silenzio e l’inazione, il che in molti casi rappresenta una complicità diretta.

Tutti gli Stati, individualmente e collettivamente, devono rispettare i propri obblighi giuridici e agire urgentemente per porre fine a questo genocidio a Gaza, prendendo ogni possibile misura per proteggere i civili palestinesi. Devono imporre il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele e delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia chiamando Israele a rispondere dei suoi crimini contro i palestinesi.

Ciò include il fatto di mettere in pratica appena possibile senza alcuna deroga i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale contro il primo ministro e l’ex-ministro della Difesa israeliani e di consegnarli alla giustizia internazionale, rispettando il principio in base al quale nessuno è immune dall’azione penale per crimini internazionali.

La comunità internazionale deve anche imporre sanzioni economiche, diplomatiche e militari contro Israele in risposta alle sue sistematiche e gravi violazioni del diritto internazionale. Ciò implica il divieto di esportare armi in Israele e la fine dell’acquisto di quelle che produce; la sospensione di ogni forma di appoggio e cooperazione politica, finanziaria e militare; il congelamento dei beni di personalità pubbliche coinvolte nei crimini contro i palestinesi o che incitano a compiere queste azioni; l’imposizione contro costoro del divieto di viaggiare. Oltretutto devono essere sospesi gli accordi commerciali preferenziali e bilaterali che concedono vantaggi economici a favore di Israele, consentendogli di commettere crimini.

La comunità internazionale deve adempiere urgentemente ai propri obblighi legali e morali affrontando le cause profonde delle sofferenze e dell’oppressione del popolo palestinese, che continuano da 77 anni. Deve garantire il suo diritto a vivere in libertà, dignità e autodeterminazione in accordo con le leggi internazionali, porre fine al regime di apartheid imposto dal colonialismo di insediamento israeliano, assicurare il totale ritiro delle forze israeliane sui confini del 1967, eliminare l’assedio illegale contro la Striscia di Gaza, chiamare a rispondere i responsabili israeliani e garantire alle vittime palestinesi il diritto a un risarcimento e una riparazione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una nuova strada per assicurare alla giustizia i criminali di guerra

Tyler McBrien

6 agosto 2025 – The intercept

È nei tribunali nazionali, non nella CPI o nella CIG, che i palestinesi hanno le migliori possibilità di ottenere giustizia.

Molti di coloro che osservano gli orrori che si consumano a Gaza hanno riposto le loro più grandi speranze e le loro più profonde frustrazioni nelle corti supreme del mondo: la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. A quasi due anni dall’inizio della guerra questi organi giudiziari non hanno né impedito che si verificassero atrocità né punito i responsabili. Giornalisti e attivisti hanno accumulato ampie prove che documentano i crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano, eppure i suoi soldati continuano a operare a Gaza impunemente.

È un errore concentrarsi esclusivamente sulla CIG, istituita dalla Carta delle Nazioni Unite per dirimere le controversie tra Stati, e sulla Corte Penale Internazionale, che persegue gli individui accusati di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione ai sensi dello Statuto di Roma. Così facendo, si fraintende e si enfatizza eccessivamente il loro ruolo. “Il dibattito sulla giustizia penale internazionale ruota eccessivamente attorno alla CPI, oscurando altre vie e strumenti di giustizia”, mi ha detto Brian Finucane dell’International Crisis Group [ONG internazionale impegnata nella prevenzione e definizione dei conflitti, ndt.]. Questa miopia non tiene conto anche dell’importante lavoro svolto dai tribunali nazionali. È proprio a livello nazionale che i palestinesi hanno le migliori possibilità di ottenere giustizia, poiché gli Stati nazionali cercano di adempiere ai propri obblighi internazionali attraverso indagini e procedimenti giudiziari interni.

Per molti versi le speranze e le frustrazioni riposte nella CPI e nella CIG sono comprensibili. Quando si pensa a processi internazionali, viene in mente Norimberga e il segnale dato alla comunità internazionale che si trattava dei crimini più gravi in assoluto”, ha affermato Jake Romm, avvocato per i diritti umani e rappresentante statunitense della Hind Rajab Foundation [fondazione con sede a Bruxelles, impegnata nel contrastare l’impunità israeliana per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani in Palestina,ndt.]. Gaza è esattamente il tipo di grave situazione per cui sono stati istituiti questi tribunali, che dal 7 ottobre 2023 non sono rimasti completamente inattivi. All’inizio del 2024, dopo che il Sudafrica ha intentato una causa contro Israele sostenendo che avesse violato la Convenzione dell’ONU sul genocidio, la CIG ha emesso diverse serie di misure provvisorie ordinando a Israele di astenersi dal compiere atti di genocidio, di interrompere l’azione militare e garantire il flusso di aiuti umanitari. Nel novembre dello stesso anno la CPI ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant (insieme a tre alti comandanti di Hamas) per il crimine di utilizzo della fame come metodo di guerra e per i crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti disumani.

Ma generalmente gli ingranaggi della giustizia si muovono lentamente e nel caso specifico dei palestinesi può spesso sembrare che gli ingranaggi della giustizia internazionale non si muovano affatto. La CIG probabilmente non si pronuncerà sul caso di genocidio prima della fine del 2027. E se le prospettive di vedere Netanyahu o Gallant sul banco degli imputati all’Aja sono sempre state scarse, appaiono ancora più scarse dopo che l’Ungheria, Stato parte dello Statuto di Roma, ha concesso al primo ministro ricercato di Israele un passaggio sicuro attraverso Budapest, sottraendosi all’obbligo di arrestarlo. Inoltre la CPI rimane coinvolta in una crisi dopo che il suo procuratore capo ha preso un periodo di congedo a causa di accuse di molestie sessuali, mentre i perenni problemi legati alle risorse e le pressioni politiche continuano ad affliggere la Corte e l’amministrazione Trump la prende di mira con sanzioni e altre minacce. Persino i tribunali penali internazionali speciali, come le strutture ad hoc create per i casi dell’ex Jugoslavia o Ruanda, sono soggetti al veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un ostacolo insormontabile per i palestinesi.

Questi tribunali internazionali non hanno certamente soddisfatto le esigenze del momento, ma non possono lottare da soli per la giustizia globale, né sono stati concepiti per farlo. Senza un procedimento esecutivo indipendente il diritto internazionale funziona come un sistema volontario, la cui applicazione dipende dagli Stati – sia come soggetti che come agenti principali. E, secondo Chantal Meloni, professore associato di diritto penale all’Università degli Studi di Milano e consulente legale esperto del Centro Europeo per i Diritti Costituzionali e Umani, lo Statuto di Roma stabilisce “una logica molto chiara secondo cui non tutti i crimini internazionali commessi ovunque nel mondo possono sottostare alla giurisdizione della CPI, e gli Stati devono assumersi la loro parte di responsabilità per prevenire e punire questi crimini”.

Invece i tribunali nazionali spesso non devono affrontare le stesse limitazioni di risorse e possono perseguire i responsabili lungo tutta la catena di comando. La ricerca della giustizia attraverso i tribunali nazionali “può coinvolgere centinaia, persino migliaia di potenziali sospettati, a differenza della CPI, che è in grado di occuparsi solo di pochi casi”, ha affermato Mark Lattimer, direttore esecutivo del Ceasefire Centre for Civilian Rights [ONG con sede a Londra impegnata nella promozione dell’accesso alla giustizia per tutti, ndt.] . Sebbene gli Stati affrontino anche pressioni politiche interne, non devono necessariamente destreggiarsi come fa la CPI per compiacere i suoi numerosi sostenitori. Lattimer aggiunge che gli sforzi nazionali possono anche “rompere i doppi standard” fin troppo presenti nelle corti internazionali, soprattutto nei Paesi con una magistratura forte e indipendente, immune dalle conseguenze dei continui slittamenti di potere geopolitici e libera di perseguire le più gravi violazioni del diritto internazionale, indipendentemente dalla nazionalità del colpevole.

Gli sforzi per attivare la giurisdizione nazionale per i crimini internazionali non sono una novità. Un ampio corpus giurisprudenziale è emerso da procedimenti extraterritoriali sulla guerra siriana, sulle guerre balcaniche, su vari conflitti africani e, naturalmente, sulla Seconda Guerra Mondiale. Paesi come la Spagna e il Belgio disponevano già di leggi sulla giurisdizione universale, che autorizzano le autorità nazionali di qualsiasi paese a indagare e perseguire gravi crimini internazionali anche se commessi in un altro Paese, in vigore anche prima dell’adozione dello Statuto di Roma nel 1998.

Avvocati e attivisti, basandosi su questi precedenti storici, stanno spingendo le giurisdizioni nazionali ad indagare e perseguire gli atroci reati commessi dall’esercito israeliano a Gaza, con risultati tangibili in diversi Paesi. Il mese scorso le autorità belghe hanno fermato e interrogato durante un festival musicale due soldati israeliani in licenza in risposta a una denuncia presentata dalla Hind Rajab Foundation e dal Global Legal Action Network. L’episodio dell’arresto di soldati israeliani da parte di autorità nazionali con l’accusa di crimini commessi a Gaza potrebbe aver costituito un precedente, ma questi “soldati itineranti”, alcuni dei quali con doppia cittadinanza, hanno dovuto affrontare anche altre conseguenze. A gennaio, il ministro degli Esteri israeliano ha aiutato Yuval Vagdani, soldato in vacanza, a fuggire dal Brasile dopo aver appreso che un giudice federale aveva aperto un’indagine per crimini di guerra a seguito di un’altra denuncia della Hind Rajab Foundation. (Vagdani ha negato le accuse.)

Oltre ad aver presentato una denuncia alla CPI contro oltre 1.000 membri dell’esercito israeliano, la Fondazione Hind Rajab ha inoltrato elenchi di accuse e richieste di arresto alle autorità nazionali di almeno 23 Paesi. In risposta a questi e altri interventi il governo israeliano ha emesso avvisi per i soldati che si recano in determinate giurisdizioni con suggerimenti legali e altri consigli. “Sono spaventati”, dice Romm. “Per la prima volta nella storia sistemi giuridici nazionali stanno attivando la possibilità di arrestare e incarcerare questi soldati israeliani per quello che stanno facendo ai palestinesi”. Sebbene nessuna denuncia abbia ancora portato a un procedimento giudiziario è probabile che questi procedimenti continuino e potrebbero persino accelerare. A luglio 30 Paesi riuniti nel Gruppo dell’Aja [blocco inizialmente formato da otto Stati, con lobiettivo dichiarato di assicurare Israele alla giustizia sulla base del diritto internazionale, ndt.] si sono impegnati a sostenere “mandati di giurisdizione universale, nei modi e nei luoghi applicabili secondo i nostri quadri giuridici costituzionali e giudiziari, per garantire giustizia a tutte le vittime e la prevenzione di futuri crimini nei Territori Palestinesi Occupati”.

Naturalmente in diversi Paesi l’attuale contesto politico rende impossibile qualsiasi indagine sui soldati israeliani, a prescindere dalle questioni di giurisdizione e di capacità processuale. Ad aprile la Fondazione Hind Rajab ha presentato una richiesta urgente al Dipartimento di Giustizia per perseguire penalmente il soldato israeliano Yuval Shatel ai sensi della legge federale statunitense, dopo aver appreso che era stato avvistato in Texas giorni prima. Secondo un comunicato stampa della fondazione, la richiesta includeva un dossier di prove a sostegno delle accuse secondo cui Shatel avrebbe commesso “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario durante la campagna militare israeliana a Gaza”. (Shatel e il Dipartimento di Giustizia non hanno risposto alle richieste di commento).

Tuttavia la Hind Rajab Foundation non è ingenua. Le possibilità che il Procuratore Generale degli Stati Uniti Pam Bondi ordini al Dipartimento di Giustizia di indagare sulle accuse contro Shatel sembrano a dir poco scarse, considerando soprattutto che il War Crimes Act statunitense, approvato nel 1996, è rimasto inattivo fino al dicembre 2023, quando il Dipartimento di Giustizia ha incriminato quattro russi per presunte violazioni dello statuto federale sui crimini di guerra – il primo (e unico) procedimento penale nei 30 anni di storia della legge. L’evidente riluttanza ad applicare lo statuto altrove ha suscitato critiche in concomitanza con l’intensificarsi della campagna militare israeliana a Gaza. Il 21 ottobre 2024 gli avvocati del Dipartimento di Giustizia hanno scritto una lettera al predecessore di Bondi, Merrick Garland, “sottolineando il ‘divario evidente’ tra l’approccio del dipartimento ai crimini commessi da Russia e Hamas e il suo silenzio sui potenziali crimini commessi dalle forze armate e dai civili israeliani”.

La richiesta della Hind Rajab Foundation mira a colmare questa lacuna. “C’è una discrepanza tra il dettato della legge e il modo in cui gli Stati Uniti stanno agendo”, dice Romm. “Abbiamo presentato questa richiesta perché vogliamo che procedano ad un’azione penale, e perché possono farlo. Hanno giurisdizione e i reati sono molto chiari”. Il caso Shatel è la prima richiesta di accusa presentata da HRF negli Stati Uniti, ma Romm afferma che non sarà l’ultima. “Tutto quello che posso dire è che ce ne saranno altre”, mi ha detto. “Cercheremo di far arrestare tutti quelli che possiamo”.

Non esiste prescrizione per le più gravi trasgressioni del diritto internazionale. Per gli autori di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio, la spada di Damocle del pubblico ministero incomberà su di loro per tutta la vita. Lo hanno dimostrato a dicembre i tribunali tedeschi nel processare un ex nazista centenario, quasi 80 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. “Nonostante questa carneficina vada avanti da quasi due anni, sulla base degli standard giudiziari è ancora agli inizi”, ha affermato Finucane. “Quando si tratta di accertare le responsabilità per i crimini più atroci l’attesa è molto lunga, e queste cose vanno avanti per decenni”.

Per chiunque chieda giustizia e accertamento delle responsabilità per i crimini israeliani a Gaza, il messaggio è chiaro: che fioriscano mille procedimenti giudiziari.

Tyler McBrien è caporedattore di Lawfare e borsista del Law & Justice Journalism Project 2024-25 [organizzazione internazionale indipendente impegnata a promuovere lo stato di diritto in tutto il mondo, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un contractor statunitense della sicurezza: “Ho visto Israele commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza”

Michael Arria

29 luglio 2025-Mondoweiss

Un contractor della sicurezza statunitense che lavorava per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza corroborando le denunce palestinesi che durano da mesi secondo cui i siti di distribuzione degli aiuti sono “trappole mortali”.

Un ex contractor della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti gestiti dall’agenzia americana sostenuta da Israele.

In una serie di interviste l’ex dipendente della GHF ed ex- Berretto Verde [membro delle forze speciali dell’esercito USA, ndt.] Anthony Aguilar ha affermato di aver visto soldati israeliani fare uso indiscriminatamente della forza contro i civili in vari siti di distribuzione degli aiuti a Gaza.

“Ad essere sincero direi che sono dei criminali”, ha detto Aguilar. “In tutta la mia carriera non ho mai assistito a un simile livello di brutalità e all’uso di una tale forza indiscriminata e non necessaria contro una popolazione civile, una popolazione disarmata e affamata.”

Ha proseguito: “Fino a Gaza e per mano delle IDF e dei contractor statunitensi non ho mai assistito a una cosa del genere in tutti i luoghi in cui sono stato impegnato in guerra “.

In un’intervista a Democracy Now Aguilar ha affermato che i siti di distribuzione degli aiuti erano “progettati come trappole mortali”.

“Tutti e quattro i siti di distribuzione sono stati intenzionalmente, deliberatamente costruiti, pianificati e realizzati nel mezzo di una zona di combattimento attiva.

“Quei siti sono stati costruiti intenzionalmente in quelle aree. Non è un caso. Ciò, ovvero designare siti di distribuzione umanitaria per assistere una popolazione disarmata e affamata e costruirli deliberatamente in una zona di combattimento attiva di per sé è una violazione dei protocolli della Convenzione di Ginevra”, ha continuato. “È una violazione del diritto umanitario. E, a mio parere, è una violazione dell’umanità in generale”.

In una conversazione con il gruppo israeliano anti-Netanyahu UnXeptable Aguilar ha raccontato la storia di un ragazzo affamato e scalzo che lo ha ringraziato per il cibo prima di essere ucciso dai soldati israeliani.

“Il 28 maggio, al sito di distribuzione sicuro n. 2, questo ragazzo, Amir, si avvicina a me, mi allunga la mano e mi bacia”, ha spiegato Aguilar. “Questo ragazzo non indossa scarpe. I suoi vestiti gli cadono addosso perché è così magro… Non ha un contenitore una scatola, ha mezzo sacco di riso e lenticchie e ci stava ringraziando. Ha camminato per 12 chilometri per arrivare lì… e quando è arrivato ci ha ringraziato per quel poco che aveva ricevuto… mi ha baciato e mi ha detto ‘grazie'”.

“[Amir] è tornato tra la folla, poi è stato colpito con spray al peperoncino, gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili, gli hanno sparato ai piedi e in aria e lui è scappato… e le IDF [esercito israeliano] sparavano sulla folla… Palestinesi, civili, esseri umani, si sono accasciati a terra e Amir è stato uno di loro”, ha continuato. “Amir ha camminato per 12 chilometri per procurarsi del cibo, non ha ottenuto altro che degli avanzi, ci ha ringraziato ed è morto”.

In risposta alle affermazioni di Aguilar la GHF ha rilasciato una dichiarazione in cui insiste sul fatto che queste “non hanno alcun fondamento”.

“Va sottolineato che il signor Aguilar era impiegato come subcontrator ed è stato licenziato più di un mese fa per comportamento inappropriato”, afferma la fondazione. “In seguito al licenziamento abbiamo ricevuto minacce secondo cui, se non fosse stato reintegrato, sarebbero stati presi provvedimenti contro di noi, sollevando dubbi sulle motivazioni alla base delle sue interviste.”

“Abbiamo anche prove che probabilmente ha falsificato documenti e presentato video fuorvianti per promuovere la sua falsa narrazione”, ha aggiunto l’associazione. Tuttavia non ha prodotto alcuna delle presunte prove.

Questa settimana, un gruppo di senatori statunitensi, guidato dal senatore (della minoranza democratica eletto nel Maryland) Chris Van Hollen, ha inviato al Segretario di Stato Marco Rubio una lettera in cui chiede all’amministrazione Trump di interrompere i finanziamenti alla GHF e di riprendere il sostegno al programma di distribuzione alimentare delle Nazioni Unite.

“Confondere i confini tra la distribuzione degli aiuti e le operazioni di sicurezza viola norme consolidate che regolano la distribuzione degli aiuti umanitari sin dalla ratifica delle Convenzioni di Ginevra nel 1949”, si legge nella lettera

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che a Gaza non c’è fame, ma in recenti dichiarazioni ai giornalisti il Presidente Trump ha riconosciuto la gravità della situazione.

“A giudicare dalla televisione, … quei bambini sembrano molto affamati”, ha detto Trump. “Ma stiamo dando un sacco di soldi e cibo, e altre Nazioni stanno intensificando gli aiuti”.

“Alcuni di quei bambini sono… si tratta veramente di denutrizione”, ha aggiunto.

Venerdì della scorsa settimana il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che dalla fine di maggio un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nel tentativo di procurarsi cibo.

“Facciamo videochiamate con i nostri operatori umanitari che stanno morendo di fame davanti ai nostri occhi”, ha detto Guterres. “Continueremo a denunciarlo apertamente in ogni occasione. Ma le parole non sfamano i bambini che muoiono di fame”.

La scorsa settimana, donne palestinesi di Gaza hanno raccontato a Mondoweiss di essere state attirate in un sito della GHF con la promessa di aiuti solo per essere picchiate e fatte segno di colpi d’arma da fuoco, con la conseguente morte di almeno due donne. Le testimonianze di queste donne rispecchiano precedenti episodi in cui la GHF è stata accusata di attirare persone nei suoi punti di distribuzione dove poi le forze israeliane compiono quelli che molti descrivono come “massacri degli aiuti” con il pretesto della distribuzione umanitaria.

Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, da maggio scorso [quando è iniziata l’attività sul campo della GHF, ndt.] il numero di palestinesi colpiti dalle forze israeliane all’interno o nelle vicinanze dei centri di distribuzione della GHF ha superato i 1.000 morti e oltre 6.011 feriti.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Attacchi aerei a “doppio colpo”: come Israele colpisce i tentativi di soccorso a Gaza

Yuval Abraham

24 luglio 2025 +972Mag

Un’indagine rivela che, dopo i bombardamenti, l’esercito israeliano spara sistematicamente sui soccorritori, i paramedici e altri civili palestinesi per impedire loro di salvare i feriti.

“Salvatemi! Sono debole e non posso resistere ancora a lungo”. Queste sono alcune delle ultime parole di Hala Arafat, 35 anni, filmata la scorsa settimana mentre era intrappolata sotto le macerie della casa di famiglia nel nord di Gaza, colpita da un attacco aereo israeliano. Ma l’esercito israeliano si è assicurato che nessuno potesse salvarla, sparando con droni a chiunque si avvicinasse alla zona sino a otto ore dopo il bombardamento iniziale. Qualche tempo dopo la registrazione del video Hala è morta, insieme ad altri 13 membri della famiglia uccisi nell’attacco, tra cui sette bambini.

Un’inchiesta di +972 Magazine e Local Call, basata su conversazioni con cinque fonti di sicurezza israeliane, dichiarazioni di testimoni oculari e personale di soccorso palestinesi e l’esame di decine di casi simili al bombardamento della famiglia Arafat, rivela che l’esercito ha adottato la pratica nota come attacchi “doppio colpo” come procedura standard a Gaza.

Per aumentare la probabilità che un obiettivo muoia, l’esercito effettua regolarmente attacchi aggiuntivi nell’area del bombardamento iniziale, a volte uccidendo intenzionalmente paramedici e altri soggetti coinvolti nelle operazioni di soccorso.

Le fonti affermano che la procedura del doppio colpo viene solitamente impiegata durante attacchi aerei “imprecisi”, quando l’esercito non è sicuro di aver colpito il bersaglio designato o se il bersaglio fosse effettivamente presente. Impedire il salvataggio dei feriti da sotto le macerie, inoltre, significa che il bersaglio, se presente, probabilmente morirà comunque per le ferite riportate, per soffocamento dovuto ai gas tossici o per fame e sete.

Una fonte che ha assistito agli attacchi a doppio colpo dalle sale di coordinamento degli attacchi presso il Comando Sud dell’esercito israeliano, note come cellule d’attacco, ha dichiarato a +972 e Local Call che l’esercito sa che la pratica è una condanna a morte per decine, e a volte centinaia, di civili feriti intrappolati sotto le macerie, e per i loro potenziali soccorritori.

“Se l’attacco è su un comandante di grado superiore, ne verrà subito effettuato un altro per garantire che non vengano operati soccorsi”, ha spiegato. “I primi soccorritori, le squadre di soccorso… li ammazzano. Colpiscono di nuovo, su di loro”.

Secondo questa fonte, gli attacchi secondari a cui ha assistito sono stati effettuati dall’Aeronautica Militare con l’ausilio di droni, senza sapere chi fossero le vittime: avrebbero potuto essere “squadre di soccorso di Hamas” intervenute per soccorrere l’obiettivo principale ma anche personale della Protezione Civile, paramedici della Mezzaluna Rossa o parenti e vicini che stavano semplicemente cercando di salvare i loro cari.

Una seconda fonte ha preso parte al doppio attacco che ha ucciso il comandante di Hamas Ahmed Ghandour in un complesso sotterraneo a nord di Gaza nel novembre 2023 (che ha ucciso per asfissia anche tre ostaggi israeliani tenuti insieme a lui). La fonte ha affermato che, dopo il bombardamento iniziale, i militari hanno colpito “persone che si trovavano nella zona e che uscivano da una casa vicina” perché cercavano di salvare i feriti.

Secondo la fonte, non c’erano “prove” che quelle persone fossero affiliate ad Hamas. Ha aggiunto che, poiché, come rivelato da +972 e Local Call in una precedente inchiesta, il bombardamento di tunnel sotterranei rilascia gas tossici che impiegano tempo a diffondersi e uccidono chiunque si trovi entro centinaia di metri, l’esercito ha ritenuto strategico impedire i soccorsi: senza aiuti, il bersaglio sarebbe morto lentamente a causa dei fumi.

Ma la pratica del doppio colpo è diffusa anche sul terreno, e non solo nei casi che coinvolgono alti esponenti di Hamas. Una terza fonte della sicurezza ha descritto come l’esercito abbia impedito alle ambulanze di raggiungere un luogo d’attacco dove dei bambini erano stati gravemente ustionati.

“Ricordo una donna che piangeva e urlava: il corpo di sua figlia era ustionato”, ha detto la fonte, che ha monitorato l’esito dell’attacco. “Sua figlia era ancora viva, implorava che qualcuno venisse a salvarla. Si sentivano le ambulanze che cercavano di entrare e non venivano lasciate entrare.”

“Impedire alle persone di avvicinarsi”

La tecnica del “doppio colpo” è considerata ampiamente illegale dal diritto internazionale, non solo perché prende deliberatamente di mira i primi a intervenire come giornalisti, soccorritori e medici, ma anche perché mira a scoraggiare del tutto gli sforzi di soccorso e causare ulteriori danni ai civili. Un rapporto del 2007 del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha definito il “doppio colpo” “la tattica preferita da Hamas”. Ma anche gli Stati Uniti li hanno impiegati: il Bureau of Investigative Journalism ha rivelato che tra il 2009 e il 2012 gli attacchi della CIA in Pakistan a doppio colpo con droni hanno ucciso almeno 50 civili che tentavano di salvare le vittime.

Anche la Russia ha effettuato attacchi a doppio colpo in Siria, incluso un attacco del 2019 al mercato di Idlib che ha causato la morte di 39 persone; l’Arabia Saudita ha utilizzato la tattica in Yemen, come nell’attacco del 2016 a un funerale a Sana’a, condotto con munizioni fornite dagli Stati Uniti e che ha causato la morte di 155 persone.

Tuttavia, mentre gli altri eserciti non hanno mai ammesso pubblicamente di aver utilizzato attacchi doppi, fonti militari israeliane hanno informato i media in Israele di aver colpito ripetutamente lo stesso punto per impedire l’arrivo delle squadre di soccorso durante l’assassinio di Mohammed Deif nel luglio 2024.

Secondo quanto riferito, l’Aeronautica Militare ha sganciato almeno cinque bombe sul campo profughi di Al-Mawasi nel tentativo di eliminare un comandante militare di Hamas, uccidendo 90 persone e ferendone circa 300. Fonti militari hanno ammesso che ulteriori attacchi sono stati effettuati specificamente per impedire ai soccorritori di raggiungere il sito.

“Il primo attacco ha colpito la parte dell’edificio in cui si trovava [Deif]”, si legge in un articolo di Itamar Eichner per il sito di notizie israeliano Ynet. “Il secondo attacco è stato con un missile che ha distrutto l’intero edificio. Il terzo ha creato una cintura di fuoco intorno all’area per impedire alle forze di arrivare e prestare soccorso”.

Un’indagine ottica del New York Times, basata su filmati, ha mostrato che dopo l’attacco iniziale l’esercito ha colpito di nuovo, questa volta contro i veicoli dei primi soccorritori. Uno dei soccorritori presenti sul posto, il responsabile della catena di approvvigionamento della Protezione Civile dott. Mohammed Al-Mourir, ha raccontato gli eventi a +972 e Local Call.

Il dr. Al-Mourir ha raccontato che, nel momento in cui sono arrivati sul posto, un missile sparato da un drone dell’Aeronautica Militare ha colpito l’ambulanza dietro di lui, uccidendo quattro soccorritori. Ha descritto la sua situazione, scioccato e impotente, mentre il suo amico veniva avvolto dalle fiamme: “Lo abbiamo visto bruciare vivo fino alla morte. Il fuoco lo ha consumato e noi siamo rimasti lì, a pochi metri di distanza, incapaci di fare nulla”.

Ma Al-Mourir ha dovuto ricomporsi subito. La folla intorno a lui implorava aiuto per cercare i propri familiari. I feriti gemevano di dolore sotto le macerie. È corso verso il campo di morte, trovandosi rapidamente a raccogliere parti di corpi per poter identificare i morti.

Ha detto di aver pianto, incapace di smettere di pensare ai suoi colleghi bruciati vivi e a come avrebbero reagito le loro famiglie. “Il nostro lavoro è umanitario”, ha detto, “ma fin dal primo giorno abbiamo saputo che avremmo potuto morire in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo”.

A maggio l’esercito israeliano ha assassinato Mohammed Sinwar, allora comandante dell’ala militare di Hamas, in una serie di attacchi aerei nei pressi dell’Ospedale Europeo di Khan Younis. Fonti militari hanno riferito che l’Aeronautica Militare ha effettuato ulteriori attacchi nella zona per “impedire alle persone di avvicinarsi”. Il giorno seguente, probabilmente a seguito di uno di questi attacchi, tre persone sono state uccise mentre si recavano all’ospedale.

Seguendo la stessa tecnica del doppio colpo usata negli attacchi imprecisi, una fonte della sicurezza ha dichiarato a Ynet che non era chiaro se Sinwar fosse morto sul colpo, ma “chiunque non fosse morto a causa dell’attacco è stato soffocato dai gas tossici”.

“Hanno colpito di nuovo mentre le persone erano ancora vive”

Gli attacchi a doppio colpo sono diventati particolarmente comuni negli ultimi mesi, da quando Israele bombarda le scuole di Gaza dove gli sfollati hanno cercato rifugio. A maggio, dopo un attacco a una scuola femminile a Jabalia, i residenti hanno riferito che l’esercito ha colpito di nuovo nello stesso punto per impedire ai soccorsi di salvare i bambini ustionati.

“Era l’1:30 di notte e un missile ha colpito la scuola di fronte a noi”, ha raccontato un testimone oculare ai media locali. “Tutte le aule stavano bruciando. Siamo scesi per soccorrere le persone.

“Mentre vedevamo i corpi bruciare e c’erano feriti che avremmo potuto portare in ambulanza, l’esercito ha chiamato [uno dei soccorritori per telefono] e ci ha detto: ‘Lasciate la scuola, perché la bombarderemo di nuovo’ “, ha continuato il testimone oculare. “Non siamo riusciti a recuperare i bambini ustionati e feriti. Hanno colpito di nuovo, [quando] c’erano ancora persone vive. Dopo il secondo bombardamento, erano morte.”

Ad aprile Israele ha bombardato la scuola di Dar Al-Arqam, seppellendo decine di palestinesi sotto le macerie. Circa 30 persone sono state uccise, tra cui molti bambini e una donna incinta di nove mesi di due gemelli. Poco dopo il loro arrivo sul posto i soccorritori hanno ricevuto una telefonata dall’esercito che intimava loro di andarsene poiché il sito sarebbe stato nuovamente bombardato. Nei filmati sul posto si vede uno dei soccorritori, l’operatore della Protezione Civile Nooh Al-Shagnobi, che insiste coraggiosamente a rimanere per estrarre un sopravvissuto dalle macerie, salvandogli la vita. “Dall’inizio della guerra si sono verificate migliaia di situazioni come questa, ma nessuno le ha filmate”, ha dichiarato in seguito.

Una fonte intervistata per questa inchiesta è stata recentemente interrogata sui bombardamenti alle scuole. Ha affermato che l’esercito ha istituito una cellula speciale per identificare sistematicamente le scuole, definite “centri di gravità” al fine di bombardarle, sostenendo che gli agenti di Hamas si nascondono tra le centinaia di civili.

Ma in molti casi di “doppio colpo” non sembrano esserci bersagli o obiettivi militari di alcun tipo. Uno dei casi documentati più strazianti di questa pratica è stato filmato da una giornalista palestinese, Wafaa Thaher, dalla sua finestra nel campo profughi di Jabalia nell’ottobre 2024.

Nel filmato il tredicenne Mohammed Salem è per strada ferito dopo un attacco aereo, incapace di muoversi, che urla e agita le mani in aria per chiedere aiuto. “Dio, è a pezzi”, ha detto la giornalista a suo padre, che era accanto a lei mentre filmava. Gli abitanti del quartiere hanno iniziato a radunarsi attorno al bambino, ma proprio mentre lo sollevavano sono stati colpiti da un secondo missile.

Salem è stato ucciso insieme a un secondo ragazzo, di 14 anni. L’esercito si è rifiutato di commentare l’incidente, avvenuto mentre stava attuando il Piano dei Generali per la pulizia etnica dei distretti settentrionali di Gaza.

“Sono andati a salvare le donne e sono stati martirizzati”

A gennaio un portavoce della Protezione Civile di Gaza ha dichiarato in una conferenza stampa che 99 membri del personale dell’organizzazione erano stati uccisi dall’inizio della guerra. Il dr. Al Mourir ha dichiarato a +972 che circa metà dei loro team è stata presa di mira. Un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato 180 attacchi contro ambulanze a Gaza dall’inizio della guerra fino a maggio.

Ali Khawas, capo del dipartimento comunicazioni della Protezione Civile, ha dichiarato a +972 che gli attacchi contro i soccorritori spesso avvengono pochi minuti dopo il loro arrivo sui luoghi dei bombardamenti. Il 22 aprile l’esercito israeliano ha bombardato la casa della famiglia Al-Matouk a Jabalia. Secondo Khawas “10 minuti dopo l’arrivo della squadra, sono stati colpiti dal missile di un drone”.

Il 13 maggio un’altra squadra della Protezione Civile ha tentato di salvare la famiglia Al-Afghani, sepolta sotto le macerie a Khan Younis. “I feriti avrebbero potuto essere salvati, ma i ripetuti attacchi sul luogo hanno causato la morte di tutti gli abitanti della casa”, ha spiegato Khawas. “Solo dopo cinque ore l’incendio si è placato e siamo riusciti a recuperare i corpi.”

A volte però gli attacchi successivi arrivano a distanza di giorni dal primo. Nel novembre 2023 l’esercito fece crollare a Gaza City un edificio di sei piani con dentro i suoi occupanti. Tra le vittime c’era Maisara Al-Rayyes, un medico trentenne tornato a Gaza dopo aver studiato nel Regno Unito, insieme alla moglie incinta e ai genitori. Gli unici sopravvissuti della sua famiglia furono i suoi due fratelli, che non erano in casa al momento del bombardamento.

Due giorni dopo, secondo testimoni oculari citati dal Times, i fratelli sopravvissuti furono colpiti e uccisi da un secondo missile mentre scavavano a mani nude tra le macerie alla ricerca dei resti.

Nello stesso mese, secondo l’EuroMed Monitor [Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, organizzazione indipendente e senza scopo di lucro per la protezione dei diritti umani, ndt.] l’esercito ha bombardato diverse case appartenenti alla famiglia Shaheibar nel quartiere di Zeitoun per tutto un giorno, uccidendo circa 50 persone. Il giorno successivo, mentre cercavano di salvare i sopravvissuti, i parenti sono stati colpiti da due attacchi di droni che hanno ucciso altre 20 persone.

L’uso di attacchi a doppio colpo da parte dell’esercito israeliano non è iniziato il 7 ottobre: già nel 2014, durante l’assalto israeliano a Gaza noto come “Operazione Margine Protettivo”, le équipe mediche nella Striscia descrissero la stessa pratica. Il personale della Mezzaluna Rossa testimoniò all’epoca che questo schema era una delle cause principali delle morti e dei feriti tra gli operatori sanitari. Dall’inizio dell’attuale guerra, tuttavia, sembra che questa politica sia diventata assolutamente comune.

Airwars, organismo di controllo sui danni ai civili, ha pubblicato uno studio approfondito basato su un campione di oltre 600 attacchi aerei israeliani a Gaza durante il primo mese di guerra. Ha identificato quattro casi descritti da fonti di Gaza come attacchi a doppio colpo, che hanno ucciso tra 80 e 92 civili. Ha inoltre individuato altri 12 casi in cui un secondo attacco si è verificato a meno di 300 metri dal primo e che, secondo l’organizzazione, “potrebbero essere considerati attacchi a doppio colpo”.

In uno di questi casi l’esercito ha bombardato un’abitazione a Beit Lahiya, uccidendo 16 persone. Secondo le testimonianze raccolte da Airwars, l’esercito ha colpito di nuovo durante le operazioni di soccorso, ferendo i soccorritori giunti sul posto. Nove delle vittime dell’attacco erano bambini, tra cui un bambino di 5 anni e uno di 2 anni, la vittima più giovane un neonato di due mesi.

Le armi utilizzate in questi attacchi variano: le testimonianze suggeriscono che l’esercito effettui anche quelle che sembrano operazioni a doppio attacco utilizzando droni che sganciano esplosivi. Questo metodo di attacco è stato svelato in un’altra recente indagine di +972 e Local Call, che ha scoperto che l’esercito installa lanciagranate su piccoli droni commerciali per attaccare i civili nelle aree che intende spopolare.

A luglio l’esercito ha bombardato la casa della famiglia Sabbagh nel quartiere di Al-Tuffah a Gaza City, uccidendo almeno un bambino. Salem, un parente della vittima (che ha chiesto di non usare il suo nome completo), ha raccontato a +972 che altri membri della famiglia erano sepolti sotto le macerie, ma quando i vicini hanno cercato di salvarli sono stati attaccati. “Un quadricottero ha immediatamente sganciato una bomba su di loro e sono rimasti feriti”, ha detto Salem.

In un altro caso, risalente a giugno 2024, l’esercito israeliano ha ucciso almeno 25 persone in attacchi aerei contro le tende di un campo profughi vicino ad Al-Mawasi, secondo il personale medico di Gaza. Ma Hassan Al-Najjar ha dichiarato all’Associated Press che i suoi figli sono stati uccisi mentre aiutavano le vittime del primo attacco.

“I miei due figli sono andati [ad aiutare] dopo aver sentito le urla delle donne e dei bambini”, ha detto dall’ospedale. “Sono andati a salvare le donne, [l’esercito] ha colpito con un secondo proiettile e i miei figli sono stati uccisi. Hanno colpito il posto due volte.”

L’ultimo incidente con doppio colpo noto a +972 e Local Call si è verificato il 21 luglio, quando, come è stato riferito, Israele ha bombardato un impianto di desalinizzazione nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City e poi avrebbe colpito di nuovo mentre la gente cercava di soccorrere i feriti, uccidendo in tutto almeno cinque persone. In un video girato nelle vicinanze si può sentire un uomo gridare: “Hanno bombardato di nuovo il posto. La gente è venuta a salvarli e loro li hanno bombardati”.

Dopo la pubblicazione di questo articolo, il portavoce delle IDF ha inviato una risposta che non affrontava i dettagli dell’inchiesta di +972 e Local Call, inclusi i luoghi e le date esatte degli attacchi qui menzionati. La risposta sosteneva che “le affermazioni secondo cui le IDF stanno deliberatamente agendo per danneggiare il personale di soccorso e medico sono false e prive di qualsiasi fondamento. Le affermazioni emerse in questo contesto vengono esaminate attentamente dai meccanismi autorizzati delle IDF che lavorano per far rispettare la legge”.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Belgio arresta per breve tempo due israeliani sospettati di crimini di guerra a Gaza

Linda Dayan ,Yaniv Kubovich

21 luglio 2025 – Haaretz

I due israeliani, rilasciati dopo l’interrogatorio, sono stati arrestati a seguito di una denuncia presentata al procuratore federale belga dopo aver sventolato una bandiera della brigata Givati delle Forze di Difesa Israeliane al festival Tomorrowland.

Lunedì il Ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato che le autorità [belghe, n.d.t.] hanno trattenuto per breve tempo un soldato e un civile israeliani che partecipavano a un festival musicale in Belgio dopo che la Fondazione Hind Rajab ne aveva chiesto l’arresto per presunta partecipazione a crimini di guerra a Gaza.

Sabato la Fondazione, con sede a Bruxelles, che si propone di portare a processo soldati israeliani per crimini di guerra a Gaza, aveva sollecitato, insieme al Global Legal Action Network, le autorità belghe ad arrestare i due israeliani al festival Tomorrowland dopo che avevano issato la bandiera di una brigata di fanteria israeliana durante il festival che si è tenuto il fine settimana.

Il quotidiano belga Het Laaste Nieuws ha riportato una dichiarazione della Procura Federale in cui afferma di aver ricevuto due denunce tramite un avvocato riguardanti “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario nella Striscia di Gaza”. Secondo l’articolo due israeliani sono stati interrogati e poi rilasciati.

La Fondazione non ha identificato gli uomini né specificato i loro presunti crimini, si è limitata a sottolineare che al festival avrebbero issato la bandiera porpora e bianca della Brigata Givati delle IDF [le forze armate israeliane, n.d.t.], bandiera che l’organizzazione ha definito un “simbolo di impunità, distruzione e pulizia etnica”.

Lunedì la Fondazione ha dichiarato che i due israeliani sono stati arrestati “con una chiara dimostrazione di determinazione” al festival musicale e “dopo essere stati presi in custodia, sono stati formalmente interrogati e rilasciati”. La Fondazione ha aggiunto che la Procura Federale belga ha confermato l’avvio di un’indagine penale.

Ma secondo il quotidiano olandese Algemeen Dagblad non è ancora chiaro se verranno intraprese azioni legali contro i due dopo l’interrogatorio.

“Questo sviluppo rappresenta un significativo passo avanti”, ha scritto la Fondazione. “Segnala che il Belgio ha riconosciuto la propria giurisdizione ai sensi del diritto internazionale e sta trattando le accuse con la serietà che meritano. In un momento in cui troppi governi rimangono in silenzio, questa azione invia un messaggio chiaro: le prove credibili di crimini internazionali devono essere affrontate con una risposta legale, non con l’indifferenza politica”.

La Fondazione Hind Rajab esamina attentamente gli account social personali dei soldati per trovare video e immagini da loro caricati che suggeriscano o indichino crimini di guerra. L’organizzazione riferisce di aver sottoposto i nomi di circa 1.000 soldati israeliani alla Corte penale internazionale.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Appelli e negoziati non impediranno a Israele di affamare Gaza.

Daoud Kuttab

Pluripremiato giornalista palestinese

20 luglio 2025 – Al Jazeera

Le sanzioni lo potrebbero.

Il 17 luglio l’esercito israeliano ha bombardato l’unica chiesa cattolica di Gaza, uccidendo tre persone e ferendone almeno 10. Il parroco, Gabriele Romanelli, che soleva avere telefonate quasi quotidiane con il defunto Papa Francesco, era tra i feriti.

Dopo l’attacco ci sono state dichiarazioni di condanna. Il primo ministro italiano Giorgia Meloni lo ha definito “inaccettabile”. Papa Leone ha detto di essere “profondamente rattristato” – una dichiarazione che molti hanno considerato “vaga” e “timorosa”.

Il governo israeliano si è affrettato a dichiarare il proprio “rammarico” per l’attacco.

Tra lo sdegno globale il Patriarca latino di Gerusalemme è stato in grado di negoziare affinché funzionari ecclesiastici visitassero la comunità cristiana, consegnassero una limitata quantità di cibo e medicine a famiglie sia cristiane che musulmane e facessero uscire da Gaza alcune persone ferite per curarsi.

Queste azioni umanitarie, seppur molto gradite da chi si trova in estrema necessità a Gaza, sono però un altro indice del fallimento internazionale. Perché la consegna di cibo, acqua e medicinali deve essere “guadagnata” attraverso un negoziato? Perché i diritti fondamentali inscritti nel diritto internazionale devono essere soggetti alla contrattazione politica?

I palestinesi apprezzano moltissimo gli sforzi dei capi della chiesa. Le loro azioni rappresentano compassione e limpidezza morale. Ma esse non dovrebbero essere necessarie. In base al diritto umanitario internazionale le potenze occupanti hanno obblighi vincolanti nei confronti delle persone sotto il loro controllo. Garantire l’accesso al cibo, all’acqua, alle medicine e ai servizi essenziali non può essere una concessione caritatevole – si tratta di obblighi legali.

La Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 e i Regolamenti dell’Aja del 1907 sanciscono chiaramente che i civili nei territori occupati devono essere protetti e devono disporre dei servizi essenziali, in particolare quando la potenza occupante controlla l’accesso alle frontiere, alle infrastrutture e alle risorse vitali. Bloccare o procrastinare gli aiuti non è solo disumano – configura un crimine di guerra.

Il diritto internazionale inoltre vieta alla potenza occupante di poter trasferire forzatamente la popolazione locale o insediare i propri cittadini sulle terre occupate – pratiche che Israele perpetua a Gaza e in Cisgiordania impunemente. L’occupante deve garantire un ininterrotto accesso umanitario, senza ritardi, condizioni politiche o compromessi coercitivi.

Israele non ha rispettato nessuno di questi obblighi. Ma invece di incorrere nelle conseguenze del suo utilizzo di punizioni collettive, tattiche di riduzione alla fame e attacchi alle infrastrutture civili – chiese, ospedali, panetterie, scuole – Israele ottiene concessioni in cambio della promessa di rispettare le norme legali fondamentali. Questi “accordi” vengono poi gabellati come “successi” diplomatici dalle potenze che vi prendono parte.

Nel corso di una recente conferenza ad Amman l’ambasciatore dell’Unione Europea in Giordania, Pierre-Christophe Chatzisavas, è stato molto eloquente. Secondo lui le “discussioni” dell’UE riguardo al prendere provvedimenti sul non rispetto di Israele delle disposizioni sui diritti umani dell’accordo di partenariato UE-Israele hanno prodotto una “efficace pressione politica”. Come risultato, Israele “ha concordato” di permettere maggiori consegne di cibo e aiuti, carburante per elettricità e desalinizzazione, riparazione di infrastrutture, riapertura di corridoi umanitari attraverso Egitto e Giordania e accesso agli operatori umanitari e agli osservatori dell’ONU.

Questo accordo ha portato all’accantonamento di 10 sanzioni proposte dall’UE. Amnesty International ha definito l’iniziativa un “crudele e illegittimo tradimento” dei suoi principi enunciati.

Il problema di questo “accordo” è che Israele non lo sta attuando, proprio come tutti gli altri precedenti. Secondo fonti UE citate dai media Israele lascia entrare solo 80 camion al giorno, mentre Gaza ne ha bisogno di più di 500. Non è chiaro se gli 80 camion entrino davvero e quanto dei loro contenuti raggiunga realmente i previsti destinatari.

Delle bande attaccano regolarmente i convogli di aiuti e l’esercito israeliano spara a chiunque cerchi di proteggere questi camion dai saccheggiatori.

Diverse agenzie e organizzazioni stanno lanciando allarmi sul propagarsi della malnutrizione che uccide bambini quotidianamente. La carestia è reale anche se l’Onu, in seguito a pressioni, non ha ancora intenzione di dichiararla.

Intanto le forze israeliane e i mercenari stranieri continuano ad uccidere le persone in cerca degli aiuti ai punti di distribuzione gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sostenuta da Israele, che è stata creata per sottrarre le funzioni alle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare all’UNRWA, l’agenzia per i rifugiati palestinesi. Circa 900 persone sono state uccise in questi siti da quando le operazioni della GHF sono iniziate alla fine di maggio.

Se l’UE in quanto tale non interverrà, i singoli Stati membri hanno comunque una responsabilità legale. Come minimo i Paesi europei dovrebbero sospendere il trasferimento di armamenti, vietare il commercio con le colonie illegali e porre fine alla cooperazione con le istituzioni complici dell’occupazione e dell’apartheid. Queste non sono posizioni politiche opzionali, sono obblighi legali. E questo vale per tutto il resto del mondo.

Il pericolo di chiedere a Israele di far entrare gli aiuti invece di imporglielo attraverso sanzioni è chiaro: quando i crimini di guerra vengono ignorati in cambio di un’assistenza temporanea, l’impunità diventa la norma. La carestia diventa un’accettabile arma di guerra. Le vite dei civili si trasformano in merci di scambio.

La comunità internazionale – compresi l’UE, le istituzioni ecclesiastiche e i leader mondiali – deve continuare ad estendere la buona volontà e gli aiuti. Ma questo non deve sostituire la giustizia. La misericordia deve accompagnarsi alla fermezza: Israele deve rispondere dei propri obblighi legali e morali. I palestinesi – cristiani e musulmani – non devono essere trattati come pedine, ma come esseri umani che hanno diritto alla dignità, alla sicurezza e alla pace.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)