No Other Land: un duo di registi israeliano e palestinese lotta per denunciare l’apartheid mentre a Gaza infuria la guerra

Alex MacDonald

26 novembre 2024  Middle East Eye

Middle East Eye parla con Yuval Abraham e Basel Adra di minacce di morte, attacchi di squadracce e antisemitismo

A un certo punto del loro premiato documentario No Other Land il regista palestinese Basel Adra dice al suo co-regista israeliano Yuval Abraham di essere convinto che basteranno 10 giorni per scrivere e girare e avranno finito, e gli dice che è troppo impaziente di vedere la fine dell’occupazione della Cisgiordania da parte del suo Paese.

“Abituati a sbagliarti,” dice Adra, sardonicamente, ad Abraham, mentre girano in macchina per Masafar Yatta, un agglomerato di villaggi a sud di Hebron dove si trova casa sua. “Sei un fallito.”

Nel 2024, dopo 57 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania e oltre tre quarti di secolo dopo la Nakba, la ‘catastrofe’ che ha visto la cacciata dalle loro case di oltre 700.000 palestinesi, sembra più difficile che mai credere che un altro articolo, un rapporto o un documentario possano finalmente spingere il mondo ad agire.

No Other Land è disseminato di filmati risalenti all’infanzia di Adra che riprendono il padre attivista fronteggiare i soldati e i coloni israeliani esattamente come avrebbe poi fatto suo figlio.

Sebbene possa sembrare difficile che il documentario, girato nel corso di cinque anni fino all’ottobre 2023, sarà la goccia che farà finalmente traboccare il vaso dell’occupazione, ha certamente suscitato forti reazioni, sia positive che negative.

Abraham e Adra, rispettivamente a Gerusalemme e a Masafer Yatta, hanno detto a Middle East Eye che è stato difficile gestire le ripercussioni seguite al loro film. “Mi hanno sorpreso le reazioni in Germania,” ha detto Abraham.

” La Germania dice di sostenere Israele e gli israeliani, ma in realtà sta sostenendo gli israeliani che credono nella continuazione dell’occupazione e che, in un certo senso, ripetono le politiche dei loro governi.”

A febbraio i due registi hanno vinto il premio per i documentari al film festival della Berlinale; nel discorso di accettazione Abraham ha citato le leggi dell’”apartheid” che lo segregano dal suo co-regista invocando la fine dell’occupazione.

Per tutta risposta vari politici tedeschi hanno bollato i suoi commenti come “antisemiti”, dopo di che ha ricevuto minacce di morte e squadracce di estrema destra hanno attaccato la casa della sua famiglia in Israele.

In seguito il portale ufficiale online della Berlinale ha citato le ” tendenze antisemite” di No Other Land sebbene il commento sia poi stato rimosso.

Abraham ha detto che in Germania l’ossessiva repressione dei comportamenti filo-palestinesi sta rendendo sempre più difficile la vita per israeliani ed ebrei come lui che vogliono vedere la fine dell’attuale guerra a Gaza.

“Questa visione semplicistica su cosa significhi sostenere gli israeliani o il popolo ebraico… diplomaticamente, finanziariamente, significa continuare a fare quello che mostriamo nel film, cioè continuare a operare per impedire uno Stato palestinese.

Credo che abbiano agito non solo contro i palestinesi, ma anche contro gli israeliani perché considero i due popoli connessi e credo che la sicurezza sarà sempre uno sforzo comune,” dice.

‘Una storia di potere’

Tuttavia la controversia all’uscita del film ha solo accresciuto l’interesse per i suoi protagonisti, gli abitanti di Masafer Yatta.

Per decenni le autorità israeliane hanno cercato di sfrattare circa 1000 palestinesi residenti a Masafer Yatta per creare una “zona di tiro” militare, un campo di addestramento per l’esercito israeliano. 

Le loro case sono situate nell’Area C della Cisgiordania che resta sotto la totale autorità di Israele ed è costellata di colonie, illegali ai sensi del diritto internazionale, i cui abitanti attaccano regolarmente i palestinesi, vandalizzando case e veicoli e sparandogli contro.

Adra ha detto che dopo le controversie in Germania ha organizzato un’importante proiezione del film nel suo villaggio natale.

“Volevano veramente vederlo dopo tutte le storie su quello che era successo alla Berlinale, gli attacchi contro di me e contro Yuval da parte dei media israeliani e tedeschi,” ha detto.

“A marzo abbiamo fatto un’importante proiezione nel cortile della scuola con una grande affluenza di centinaia di persone della comunità, giornalisti e attivisti solidali.”

Adra ha detto che, oltre a vedere la loro lotta sullo schermo, l’esperienza è stata piena di nostalgia per molti degli anziani che vedevano i vecchi filmati ripescati dagli anni ‘90.

Un momento particolarmente memorabile era stata la visita nel 2009 dell’ex primo ministro britannico Tony Blair nella sua qualità di inviato di pace In Medio Oriente. All’epoca la sua visita, vista con scetticismo dal padre di Adra, aveva garantito la sospensione della distruzione di uno dei villaggi a Masafer Yatta.

Seguendo la visita Adra commenta fuoricampo “questa è una storia di potere”.

“Oggi siamo delusi,” ha detto a MEE.

Le immagini del massacro a Gaza sono ovunque mentre anche la Cisgiordania occupata ha subito un intensificarsi di attacchi dei coloni e dell’esercito israeliano, inclusi attacchi aerei – un’escalation che ha causato centinaia di morti.

“Eppure governi come quelli di Regno Unito, USA e Germania continuano a difendere Israele, sostenendolo e appoggiandolo,” ha detto Adra.

“Sono complici di occupazione, apartheid e genocidio a Gaza.”

“Fede” nel cinema

Per gli abitanti la lotta per proteggere le proprie case è stata sfinente e costosa, finanziariamente e fisicamente.

Una figura centrale del film è Harun Abu Aran, un abitante del villaggio rimasto completamente paralizzato quando un soldato gli sparò al collo mentre tentavano, inspiegabilmente, di confiscare un generatore.

Sua madre ha sempre cercato di accudirlo dentro la grotta in cui vivevano, occupandosi delle visite di giornalisti stranieri curiosi, lamentandosi delle condizioni inadeguate in cui era costretta a prendersene cura.

In coincidenza con la fine del film Abu Aran è morto per le ferite riportate.

“Porto una telecamera con me da quando ero un ragazzino… per filmare le prove, mostrarle e farle pubblicare,” ha detto Adra a MEE.

Ha detto che si è aggrappato alla “fede”, che se continuava a registrare e produrre le prove in modo che tutto il mondo vedesse, qualcuno finalmente avrebbe fatto qualcosa, che gli USA sarebbero riusciti a fare pressione su Israele.

Il 7 ottobre, poco dopo la fine delle riprese, c’è stato l’attacco di Hamas nel sud di Israele con l’uccisione di circa 1200 persone e la cattura di centinaia di israeliani portati come ostaggi a Gaza.

In risposta Israele ha lanciato un attacco devastante contro la Striscia di Gaza, uccidendo oltre 44.000 persone, causando lo sfollamento praticamente di tutta la popolazione e facendo sprofondare l’enclave nella fame, distruzione e disperazione.

“Per tutto lo scorso anno abbiamo guardato il genocidio in diretta sui nostri cellulari con tutti i video provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania… la situazione sul campo non fa che peggiorare,” ha detto Adra.

“E agli israeliani non importa delle pressioni internazionali, del diritto internazionale perché, sfortunatamente, gli USA li sostengono.”

La vita sta diventando più difficile anche per Abraham che fa parte del sempre più sparuto numero di israeliani che sostengono i diritti dei palestinesi, sgomento nell’assistere al fervore ultra-nazionalista e irredentista che ha sommerso il Paese in cui nessuna cifra di morti palestinesi sembra suscitare alcuna simpatia.

“Una sinistra israeliana c’è, al momento non rappresentata politicamente ed è molto piccola e sempre più perseguitata dal governo. Dal 7 ottobre lo spazio per le critiche si è veramente ristretto,” ha spiegato.

I recenti mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI) contro Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant sono stati pesantemente condannati in Israele, non solo dagli alleati politici ma anche dai leader all’opposizione.

Perfino Yair Golan, leader dei Democratici (una fusione del Partito laburista e di Meretz, di centro sinistra), li ha bollati come “vergognosi.”

“Io penso che la gente, specialmente nei paesi occidentali, voglia aggrapparsi alla speranza che se solo si sostituisse Netanyahu tutto migliorerebbe e ci sarebbe una soluzione politica, la soluzione dei due Stati, qualsiasi cosa,” ha detto Abraham.

“I partiti israeliani non sono intenzionati a esprimere neppure un minimo di critica verso il loro esercito nonostante la più alta Corte del mondo abbia definito crimini di guerra contro l’umanità le loro operazioni militari.”

Un atto di resistenza dall’interno

Masafer Yatta continua a respingere i tentativi di Israele per cancellarne l’esistenza. “È la nostra terra… ecco perché soffriamo per essa,” sono le parole di uno degli abitanti.

Lo scorso anno ha visto un’esplosione di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania e Masafer Yatta non ha fatto eccezione.

Nel corso del weekend i coloni avrebbero attaccato la casa di un attivista locale nel villaggio di Tiwani e aggredito i suoi famigliari, ferendone due.

I soldati israeliani sono poi arrivati e invece di prendere di mira i coloni hanno sequestrato l’attivista.

Il film di Abraham e Adra presenta la Palestina alla vigilia di quella che è indubbiamente stata la maggiore crisi per i palestinesi dal 1967.

E con uno spazio per la resistenza palestinese che si è ridotto in Israele, nei territori occupati e, a quanto pare, anche in quasi tutto il resto del mondo, No Other Land sta combattendo un’ardua battaglia.

“Per noi il film è un atto di resistenza dall’interno e appena l’abbiamo finito volevamo farlo vedere il prima possibile,” conclude Adra.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




A Gaza non si sfugge al terrore

Ahmed Mohammed Jnena  

24 novembre 2024 Mondoweiss

Quando a Gaza è iniziato il genocidio ho confidato in Dio e respinto del tutto la paura. Ma poi, intrappolato sotto le macerie della mia casa distrutta, ho provato un’autentica paura. E da allora non mi ha più abbandonato.

La guerra incalzava. Le bombe cadevano senza sosta, più rumorose e pesanti che mai. Per me non era una novità. Il mio quartiere, al-Shuja’iyya, è stato bombardato innumerevoli volte: 2008, 2012, 2014, 2021, e tra queste c’erano attacchi aerei periodici e lunatici, imprevedibili ma familiari. Questa era la vita a Gaza, che è stata un ciclo infinito di sopravvivenza e ricostruzione. Quindi, quando i primi attacchi aerei seguirono il 7 ottobre, pensai che fosse solo un capitolo della stessa triste storia. Mi sbagliavo.

Il numero dei morti salito a diverse migliaia, gli attacchi aerei implacabili… Il numero di sigarette di mio padre aumentava di giorno in giorno. A Gaza le sigarette non sono un lusso, sono una forma di silenziosa autopunizione o un disperato tentativo di alleviare lo stress. I fattori di stress sono ovunque, anche prima che scoppiasse la guerra. Sapevo che presto i prezzi delle sigarette sarebbero saliti alle stelle, un altro crudele paradosso nelle nostre vite.

Sono Ahmed, ho 23 anni e faccio parte di una famiglia di nove persone. Due dei miei fratelli vivono all’estero: uno è insegnante in Kuwait e ci sostiene economicamente, l’altro è in Turchia e sta cercando di emigrare in Europa per provvedere alla moglie e ai due figli. Una settimana dopo il 7 ottobre mia madre, mia sorella e quattro dei miei fratelli sono stati evacuati nella scuola UNRWA di Al-Rimal, nella parte occidentale di Gaza City. Mio padre, 64 anni, e io siamo rimasti indietro: “i lealisti”, come dicevamo scherzando.

Mio padre non aveva paura della morte. L’accettava con calma rassegnazione, a volte trovando conforto nella sua ineluttabilità. Io, d’altro canto, credevo di poter respingere del tutto la paura riponendo la mia fiducia in Dio. “La paura è un’illusione”, gli dissi una sera. Scosse la testa, la voce ferma.

“La paura è reale, figlio mio”, disse. “Anche i profeti avevano paura. Ricordi Mosè quando gli fu detto di tenere il bastone? La paura esiste tanto quanto il coraggio”.

Allora non ne ero convinto. Ma l’8 novembre ho scoperto la verità sulla paura.

Un F-16 israeliano ha ridotto la nostra casa in macerie in pochi secondi. Ero intrappolato tra due muri crollati, bloccato sul posto dal cemento implacabile. Per due strazianti ore sono rimasto solo in una soffocante oscurità, ascoltando i deboli scricchiolii della distruzione e le grida lontane. La paura mi ha afferrato, cruda e ineluttabile.

Poi l’ho sentito. La voce di mio padre mi chiamava da qualche parte tra le macerie. Era stato colpito dallo stesso attacco aereo ma mi stava cercando tra le rovine. Le sue mani, ferme nonostante il caos, mi guidarono tra le macerie dall’altra parte del muro. Quella fu l’ultima cosa che ricordo chiaramente prima che il secondo attacco aereo ne stroncasse la voce e lo uccidesse. Il mio coraggioso padre se n’era andato.

Quando fui tirato fuori dalle macerie avevo il bacino e parte della spina dorsale rotti. Quando arrivò l’ambulanza fui portato d’urgenza all’ospedale di al-Shifa. Rimasi lì per settimane a ricevere cure prima che l’esercito israeliano circondasse l’ospedale e bombardasse proprio il piano in cui mi trovavo. La morte insisteva nel seguirmi come un’ombra. Non appena l’esercito circondò l’ospedale fui trasferito con altri pazienti e dottori all’Ospedale Europeo di Khan Younis.

La mia spina dorsale e il mio bacino necessitavano di un intervento chirurgico e l’ospedale in cui mi trovavo a malapena funzionava, veniva usato principalmente come rifugio. Alla fine il Ministero della Salute rilasciò un’impegnativa che mi avrebbe consentito di essere curato in Egitto, cosa non facile da ottenere poiché si dà la priorità ai casi più gravi. Però non ha funzionato. Anche se mio fratello poteva garantire i fondi per il mio viaggio in Egitto, gli israeliani hanno presto preso il controllo del valico di Rafah e lo hanno chiuso, mettendo le cure fuori discussione.

Dovevo perseverare in questa lotta senza fine, non avevo scelta. Un doloroso passo dopo l’altro, la mia salute è migliorata e alla fine riesco a camminare. Ora vendo sapone fatto in casa per le strade di Deir al-Balah per sostenere mia madre, i miei fratelli e mia sorella, ma anche perché non ho altra scelta.

Penso che nonostante tutte queste difficoltà posso ancora farcela. Abbiamo sempre lottato a Gaza prima del 7 ottobre. Ma ciò che non riesco a gestire è la profonda paura che mi ha sconvolto quella notte.

Da quella notte la paura non mi ha più abbandonato. I miei ricordi prima dell’attacco sembrano frammenti di un sogno, sfocati e irraggiungibili. Non ricordo molto della mia vita prima di allora. Forse se tornassimo alle macerie, ai resti della nostra casa, qualche oggetto dimenticato potrebbe scatenare un ricordo. Per ora, però, vivo nel presente, portando il peso di un passato che non riesco a ricordare e una paura che non posso negare.

La paura esiste. È reale. Mio padre ha ragione. Ora ho capito.

.(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il mandato di arresto della CPI contro Netanyahu: cosa ci si può aspettare dopo

Sondos Asem

21 novembre 2024 – Middle East Eye

Tutti gli Stati membri ora hanno l’obbligo di arrestare il primo ministro israeliano se dovesse arrivare sul loro territorio

I mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant hanno un importante peso giudiziario e politico.

Hanno immediate conseguenze relative agli obblighi legali degli Stati che fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che ha dato vita alla Corte.

Tutti i 124 Stati membri dello Statuto di Roma ora hanno l’obbligo di arrestare Netanyahu e Gallant, così come il capo militare di Hamas Mohammed Deif, anch’egli destinatario di un mandato nonostante Israele sostenga che è stato ucciso a Gaza.

Un processo non può iniziare in assenza [degli imputati] e gli Stati membri devono consegnare l’accusato alla Corte dell’Aia.

Ma la Corte non ha poteri esecutivi. Si basa sulla collaborazione degli Stati membri perché arrestino e consegnino i sospettati.

È un passo incredibilmente importante nella lotta contro l’impunità,” dice a MEE Giulia Pinzauti, docente di diritto internazionale all’Università di Leida. “Gli Stati membri hanno l’obbligo di collaborare con la Corte e dovrebbero farlo. È un momento fondamentale per la cooperazione con la Corte.”

I firmatari dello statuto includono tutti gli Stati membri dell’UE, così come la Gran Bretagna, in Medio Oriente la Giordania, la Tunisia e la Palestina.

Tuttavia altri Stati, in particolare USA, Cina, India e Russia, non sono firmatari. La maggior parte degli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa, tra cui Turchia e Arabia Saudita, non riconoscono la CPI.

Giovedì, in seguito all’annuncio della Prima Camera preliminare, vari Stati che aderiscono allo Statuto, tra cui Olanda, Francia, Giordania, Belgio e Irlanda, hanno annunciato la loro intenzione di applicare la decisione della Corte. Contattato da MEE per un commento, il governo britannico ha rifiutato di dire se applicherà il mandato di arresto.

È probabile che Netanyahu e Gallant, che non è più ministro della Difesa, ridurranno i loro viaggi, come ha fatto il presidente russo Vladimir Putin in seguito al mandato di arresto della CPI contro di lui.

Anche un futuro governo israeliano potrebbe scegliere di consegnarli all’Aia.

Oltretutto Stati che non sono membri dello Statuto di Roma potrebbero scegliere di consegnare all’Aia i sospettati, vietare loro di entrare nel proprio territorio o perseguirli in base al proprio ordinamento giuridico.

Triestino Marinello, avvocato di diritto internazionale per la tutela dei diritti umani che rappresenta le vittime palestinesi presso la CPI, afferma che è improbabile che Netanyahu venga estradato da Israele finché è primo ministro. “Ma ciò avrà un notevole impatto sulla sua capacità di agire come primo ministro, perché non potrà viaggiare in 124 Stati, che hanno l’obbligo legale, non la discrezionalità politica, di arrestarlo ed estradarlo,” dice Marinello a Middle East Eye.

Secondo Marinello, che definisce “storici” i mandati di arresto, avrà un impatto che va oltre quelli relativi a Netanyahu e Gallant.

I mandati potrebbero avviare cause nazionali contro altri cittadini di Israele, soprattutto con doppia nazionalità in Paesi europei, perché la Corte ha stabilito che sono stati commessi crimini. “Chiunque sia coinvolto nella commissione dei crimini deve essere portato in giudizio a livello locale ma anche internazionale,” afferma Marinello.

Benché la CPI abbia giurisdizione sul crimine di genocidio, le accuse contro i dirigenti israeliani escludono questo reato, che attualmente viene esaminato dalla Corte Internazionale di Giustizia in una causa presentata a dicembre dal Sud Africa contro Israele.

Tuttavia il procuratore ha preventivamente riconosciuto che attualmente altri crimini e la campagna di bombardamenti israeliani in corso sono attivamente indagati dalla CPI.

Le due Corti con sede all’Aia hanno competenze diverse.

La CIG, il principale organo giudicante dell’ONU, si occupa di controversie legali tra Stati e fornisce pareri consultivi presentati da organizzazioni dell’ONU e agenzie collegate.

Invece la CPI persegue singoli individui per quattro crimini internazionali: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un ufficiale delle IDF scappa da Cipro temendo un arresto con accuse di crimini di guerra

Redazione di MEMO

20 novembre 2024 – Middle East Monitor

Un ufficiale riservista delle Israel Defence Forces (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] è fuggito da Cipro per evitare di essere “perseguito legalmente” con accuse di crimini di guerra. Secondo il quotidiano Israel Hayom Elisha Livman era in vacanza a Cipro con sua moglie, ma ha lasciato l’isola dopo che la fondazione belga Hind Rajab ha pubblicato dei video di lui che combatteva nella Striscia di Gaza. In uno dei video dice: “Noi non ci fermeremo fino a quando non avremo bruciato tutta Gaza.”

Livman ha ricevuto una chiamata urgente dal ministro israeliano degli Esteri, che si è incontrato con il ministro della Giustizia, e ha deciso che l’ufficiale doveva lasciare Cipro immediatamente prima di venire accusato di commettere crimini di guerra e genocidio.

Il sito web della fondazione Hind Rajab spiega che l’organizzazione ha sporto una denuncia formale alle autorità cipriote nella quale la fondazione “fornisce ampie prove contro Livman, inclusi dei video che lo mostrano incendiare una casa ed una proprietà civili a Gaza.” La fondazione ha anche fatto riferimento ai post sui social media dell’ufficiale israeliano durante la sua visita a Cipro, nei quali ha incitato alla violenza contro un ristorante libanese.

La fondazione ha anche sporto denuncia contro 1.000 soldati israeliani presso la Corte Internazionale di Giustizia [organismo dell’ONU, ndt.] con accuse di genocidio nella Striscia di Gaza, oltre a crimini di guerra e contro l’umanità.

Il giornale israeliano Yedioth Ahronoth ha sottolineato che Livman ha condiviso il fatto che lui e sua moglie stavano viaggiando a Cipro per vacanza. “Questo annuncio è diventato il presupposto in base al quale le organizzazioni solidali con i palestinesi, incluso il gruppo belga 30 Marzo, hanno chiesto un mandato d’arresto. Il gruppo segue i soldati israeliani con l’intento di perseguirli in Europa per presunti crimini di guerra.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Conquistare, espellere, reinsediarsi”: alla conferenza “Prepararsi a Reinsediarsi a Gaza” i propositi velleitari lasciano il posto a progetti concreti

Rachel Fink

Oct 21, 2024 21 ottobre 2024 – Haaretz

In un’assemblea sul tema di Sukkot nei pressi del confine di Gaza coloni e leader di estrema destra hanno delineato piani per ricostruire colonie ebraiche nella Striscia “entro un anno”. La polizia ha impedito a contro-manifestanti di entrare nel luogo del raduno, mentre gli oratori chiedevano il “trasferimento volontario” dei gazawi e la ridefinizione dei confini di Israele per estenderli “dall’Eufrate al Nilo”

Centinaia di persone si sono riunite sul confine meridionale di Israele per un incontro celebrativo di due giorni intitolato “Prepararsi a reinsediarsi a Gaza”.

Durante l’evento i partecipanti sono stati ad ascoltare politici di estrema destra e dirigenti del movimento dei coloni, che hanno tutti proclamato la loro idea condivisa per il futuro: reinsediare una presenza ebraica nella Striscia di Gaza – “su ogni sua zolla,” come ha dichiarato un oratore.

L’evento è iniziato domenica con la costruzione di decine di capanne provvisorie a due passi dal confine di Gaza. Le capanne, in cui varie famiglie hanno passato la notte, erano state costruite per onorare la festa ebraica di Sukkot, ma non è passato inosservato il loro significato simbolico per un movimento dedito alla ricostituzione di colonie a Gaza.

“Oggi ci troviamo nelle nostre case provvisorie da questa parte del confine,” ha dichiarato il rabbino Dovid Fendel, di Sderot. “Ma domani costruiremo le nostre case permanenti sull’altro lato del confine.” Lunedì mattina gli abitanti delle capanne sono stati raggiunti da centinaia di partecipanti agli eventi principali del convegno. C’erano attività per i bambini, compresa una reinterpretazione allegorica del “disimpegno” di Israele da Gaza nel 2005 con pupazzi, bolle di sapone e una fattoria didattica.

Volontari hanno distribuito popcorn e zucchero filato alle orde di bambini che correvano da una capanna all’altra mentre commercianti vendevano magliette e custodie per telefonino che dicevano “Gaza è parte di Israele.” Per gli adulti le opzioni includevano sessioni progettuali in piccoli gruppi, un’esposizione informativa e molti canti e balli.

L’atmosfera era festosa nonostante le incombenti minacce per la sicurezza. “So che la maggioranza dei nostri uomini qui è armata,” è stato annunciato dagli altoparlanti. “Nel caso di infiltrazione di terroristi, vi chiediamo per favore di non usare le vostre armi. Lasciate fare alla sicurezza. È per l’incolumità di tutti.”

In effetti praticamente ogni uomo presente era munito di mitra M16 a tracolla o di una pistola che spuntava dalla tasca posteriore. Ogni volta che si sentiva un’esplosione provenire da Gaza qualcuno urlava “Dio benedica i nostri prodi soldati.”

In tarda mattinata decine di partecipanti si sono accalcati nella capanna più grande per ascoltare un gruppo di relatori. Questi hanno incluso alcune delle organizzazioni rappresentate all’esposizione informativa, familiari che hanno perso i propri cari sia il 7 ottobre che durante la successiva guerra a Gaza, così come membri del piccolo gruppo di parenti di ostaggi che non si schierano con il più numeroso Forum delle Famiglie di Ostaggi e Dispersi.

Una di loro è stata Channah Cohen, la cui nipote Inbar Haiman è stata uccisa il 7 ottobre e il suo corpo è stato portato a Gaza. “Stiamo facendo di tutto per farci restituire il suo corpo,” ha detto Cohen durante la discussione. “Ma quei nazisti là non danno valore a niente se non alla terra. Quindi voglio prendergliela perché è l’unica cosa che capiranno.”

È un’idea che in seguito la deputata del Likud Tally Gotliv ha ampliato dal palco principale: “Dobbiamo parlare ai nostri nemici assassini con l’unico linguaggio che capiscono, la loro terra,” ha detto Gotliv. “Forse se ci vedono là penseranno davvero due volte a quello che ci hanno fatto il 7 ottobre. Forse ci vedranno là e ci daranno indietro i nostri ostaggi rapiti nei modi più crudeli.”

“Colonie uguale sicurezza,” ha detto Gotliv. “Punto e basta.”

La conferenza è stata organizzata da Nachala, un’organizzazione estremista dei coloni guidata dalla controversa leader Daniella Weiss, che ha attraversato la folla di lunedì come una celebrità venerata, fermandosi a stringere mani e posare per le foto.

Weiss ha parlato varie volte nel corso della giornata, anche in inglese per la stampa estera. In un discorso appassionato ha promesso di realizzare il suo impegno a ricolonizzare Gaza entro un anno. “Ognuno di voi mi può chiamare e chiedermi se sono riuscita a realizzare il mio sogno,” ha detto a un gruppo di giornalisti. “In realtà non dovete neppure chiamarmi,” ha continuato Weiss. “Sarete i testimoni di come gli ebrei andranno a Gaza e gli arabi spariranno da Gaza.”

Weiss ha detto anche che lei e 40 famiglie sono pronte a piazzare le loro roulotte proprio dove ci trovavamo, quanto più vicino possibile al confine. “E con l’aiuto di Dio,” ha annunciato, “piano piano ci sposteremo a Gaza. Proprio come abbiamo fatto in Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.].” Ma Weiss non progetta di fermarsi là: “I veri confini della Grande Israele sono tra il fiume Eufrate e il Nilo,” ha dichiarato. “Questo lo sappiamo dalla Bibbia. E quanto prima lo faremo, tanto meglio.”

Dopo un ballo gioioso, a cui in base ai principi degli ebrei ortodossi hanno partecipato solo gli uomini, è salito sul palco principale uno stuolo di politici. Oltre a Gotliv, gli oratori hanno incluso il ministro dello Sviluppo del Negev e della Galilea e deputato di Potere Ebraico [partito di estrema destra, ndt.] Yitzhak Wasserlauf, il ministro delle Finanze Betzalel Smotrich e l’attivista dei coloni e capo del Consiglio Regionale di Samaria Yossi Dagan. Altri, come il deputato di Sionismo religioso [altro partito di estrema destra, ndt.] Zvi Succot e il parlamentare del Likud [principale partito di destra, ndt.] Ariel Kallner hanno tenuto discussioni più ristrette nella capanna assegnata ai loro partiti.

La ministra dell’Uguaglianza Sociale e parlamentare del Likud May Golan ha dedicato la maggior parte del suo discorso a inveire contro quella che ha definito “la Sinistra velenosa ed elitaria” prima di ritornare al messaggio: “Li colpiremo dove fa male, la loro terra,” ha detto Golan, riferendosi ai gazawi. “Chiunque usi la propria zolla di terra per progettare un altro Olocausto riceverà da noi, con l’aiuto di Dio, un’altra Nakba [la pulizia etnica a danno dei palestinesi nel 1947-49, ndt.] che racconterà ai figli e nipoti nei prossimi 50 anni.” Le sue parole sono state accolte con applausi scroscianti.

Ma l’oratore che ha ricevuto l’accoglienza di gran lunga più calda è stato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. Ha iniziato la sua comparsa unendosi a una danza mentre la gente chiedeva a gran voce un selfie con il parlamentare di estrema destra.

Quando è salito sul palco, un gruppo di adolescenti ha guidato la folla nello scandire “Guardate qui. È il nostro prossimo primo ministro” (suona meglio in ebraico), prima di passare a “pena di morte per i terroristi,” una delle promesse più apprezzate della campagna di Ben-Gvir.

“Ciò che abbiamo imparato quest’anno è che tutto dipende da noi,” ha iniziato Ben-Gvir. “Siamo i proprietari di questa terra. Sì, abbiamo sperimentato una terribile catastrofe il 7 ottobre. Ma quello che dobbiamo capire, un anno dopo, è che moltissimi israeliani hanno cambiato le proprie opinioni. Hanno cambiato il modo di pensare. Capiscono che quando Israele agisce come legittimo proprietario di questa terra, è questo che porta risultati.”

“Lo vedo nelle celle dei terroristi,” ha continuato. “Gli abbiamo tolto i panini con la marmellata. Gli abbiamo tolto il cioccolato, i loro schermi televisivi, i tavoli da ping-pong e il tempo per l’attività fisica. Dovreste vederli piagnucolare e strillare nelle loro celle. E questa è la dimostrazione: quando lo decidiamo ci riusciamo, abbiamo successo.”

“Incoraggeremo il trasferimento volontario di tutti i cittadini di Gaza,” ha dichiarato. “Offriremo loro l’opportunità di spostarsi in altri Paesi perché questa terra appartiene a noi.”

Sarah Himmel ha viaggiato da Beit Shemesh [cittadina israeliana nei pressi di Gerusalemme, ndt.] per assistere alla conferenza. Dice di non essere venuta solo per dimostrare il proprio appoggio all’idea di ricolonizzare, ma per saperne di più su quello che ciò comporta in concreto.

“Non sono pronta al 100% ad andarmene e spostarmi domani come altre persone qui,” ha spiegato, “ma voglio avere più informazioni possibile. Voglio essere pronta.”

Mentre stavamo facendo l’intervista Himmel è stata avvertita da varie persone di non parlare a giornalisti di Haaretz – “Loro non sono dei nostri. Non sono nostri amici,” l’ha messa in guardia una donna anziana – ma Himmel non si è tirata indietro. “Sono in grado di decidere io,” ha replicato. Himmel ha continuato: “Credo che questa terra sia nostra e che dovremmo vivere qui contenti e sicuri. Quello di cui stiamo parlando qui è tornare a luoghi in cui vivevamo, posti che abbiamo lasciato occupare dai terroristi. E finché lasceremo che ciò prosegua, continueremo a vivere con la paura, continueremo ad essere uccisi.”

Ha detto di essere motivata dal fatto di vedere così tante persone che la pensano come lei: “È veramente entusiasmante essere circondati da così tante persone con le stesse idee.”

Mentre tutti quelli che si trovavano all’interno della base militare chiusa in cui si è tenuta la conferenza potrebbero aver condiviso le stesse opinioni, un piccolo gruppo di manifestanti si è riunito nel parcheggio per esprimere il proprio sgomento. Sventolando bandiere gialle e con manifesti degli ostaggi, i dimostranti hanno fatto del loro meglio per far sentire la propria voce.

“Siamo qui per protestare contro questo orribile convegno,” ha detto Yehuda Cohen, padre di Nimrod Cohen, rapito il 7 ottobre da un carrarmato in panne nei pressi del confine. “Questi partiti politici messianici sono qui per sfruttare cinicamente mio figlio, che da più di un anno si trova in un tunnel a Gaza dopo che l’ho mandato nell’esercito.”

I manifestanti erano sotto massiccia protezione della polizia, che ha anche impedito loro di avvicinarsi entro i 90 metri dalla zona dell’evento. “Ovviamente la polizia applica un doppio standard,” ha detto Cohen, “lasciando che i coloni facciano quello che vogliono, mentre noi, che lottiamo per salvare vite, siamo confinati e non ci consentono di passare.”

Mentre lui e gli altri gridavano slogan con i megafoni, uno dei partecipanti alla conferenza, che stava uscendo, ha abbassato il finestrino. “Non ci fermerete,” ha gridato, ridendo. “Nessuno di voi ci riuscirà. Stiamo andando a Gaza. Perché non vi unite a noi?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Commissione dell’ONU rileva crimini di guerra e crimini contro l’umanità negli attacchi israeliani alle strutture sanitarie di Gaza e nel trattamento di detenuti e ostaggi

OHCHR

10 Ottobre 2024- OHCHR, Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani

GINEVRA (10 ottobre 2024) – La Commissione Internazionale Indipendente di Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati dell’ONU, compresa Gerusalemme est, e Israele, afferma oggi in un nuovo rapporto che Israele ha condotto una concertata politica di distruzione del sistema sanitario di Gaza come parte di una più vasta aggressione a Gaza, commettendo crimini di guerra e il crimine contro l’umanità di sterminio, con continui e deliberati attacchi a personale sanitario e strutture mediche.

La Commissione ha anche indagato sul trattamento dei detenuti palestinesi in Israele e degli ostaggi israeliani e stranieri a Gaza a partire dal 7 ottobre 2023 ed ha concluso che Israele e i gruppi armati palestinesi sono responsabili di tortura e violenza sessuale e di genere.

Israele deve immediatamente porre fine alla distruzione sfrenata e senza precedenti di strutture sanitarie a Gaza”, ha detto Navi Pillay, a capo della Commissione. “Prendendo di mira le strutture sanitarie Israele sta prendendo di mira il diritto alla salute stesso, con gravi effetti dannosi a lungo termine sulla popolazione civile. I bambini in particolare hanno subito il peso di questi attacchi, subendo direttamente e indirettamente le conseguenze del collasso del sistema sanitario.

Il rapporto ha riscontrato che le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente ucciso, incarcerato e torturato personale medico e preso di mira veicoli medici, contemporaneamente rafforzando l’assedio su Gaza e restringendo i permessi di lasciare il territorio per cure mediche. Queste azioni costituiscono i crimini di guerra di uccisioni e maltrattamenti deliberati e di distruzione di proprietà civile protetta ed il crimine contro l’umanità di sterminio.

Il rapporto afferma che gli attacchi a strutture mediche a Gaza, in particolare a quelle adibite alle cure pediatriche e neonatali, hanno comportato incalcolabili sofferenze per pazienti bambini, inclusi i neonati. Perseverando in questi attacchi Israele ha violato il diritto alla vita dei bambini, ha negato loro l’accesso alle cure di base ed ha deliberatamente inflitto condizioni di vita che portano alla distruzione di generazioni di bambini palestinesi e potenzialmente del popolo palestinese nel suo complesso.

In uno dei casi più eclatanti, la Commissione ha indagato sull’uccisione della bambina di cinque anni Hind Rajab insieme alla sua famiglia allargata, e sul bombardamento di un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese e l’uccisione di due paramedici inviati a soccorrerla. La Commissione ha stabilito su ragionevoli basi che la 162esima divisione dell’esercito israeliano era operativa nella zona ed è responsabile dell’uccisione della famiglia di sette persone, del bombardamento dell’ambulanza e dell’uccisione dei due paramedici al suo interno. Ciò costituisce i crimini di guerra di omicidio volontario e attacco contro obbiettivi civili.

La deliberata distruzione di infrastrutture sanitarie che forniscono cure sessuali e riproduttive, unitamente alla mancanza di accesso e disponibilità dell’assistenza sanitaria, è anche una violazione dei diritti riproduttivi di donne e ragazze e del loro diritto alla vita, alla dignità umana e alla non discriminazione, come il crimine contro l’umanità di altre azioni disumane.

Riguardo alla detenzione dei palestinesi nei campi militari e nelle strutture detentive israeliane, il rapporto ha scoperto che migliaia di bambini e adulti detenuti, molti dei quali in modo arbitrario, hanno subito diffusi e sistematici abusi, violenze fisiche e psicologiche e violenza sessuale e di genere, che configurano il crimine di guerra e il crimine contro l’umanità di tortura e il crimine di guerra di stupro e altre forme di violenza sessuale. Detenuti maschi hanno subito stupri e aggressioni ai propri organi sessuali e riproduttivi e sono stati costretti a compiere atti umilianti e scabrosi mentre erano denudati o spogliati, come forma di punizione o intimidazione per ottenere informazioni. Le morti di detenuti come conseguenza di violenza o negligenza configurano i crimini di guerra di omicidio volontario o assassinio e violazione del diritto alla vita.

I bambini detenuti dalle autorità israeliane sono ritornati a Gaza gravemente traumatizzati, non accompagnati, con scarsa possibilità di rintracciare o comunicare con le loro famiglie.

Il rapporto ha riscontrato che i maltrattamenti istituzionalizzati dei detenuti palestinesi, una consolidata caratteristica dell’occupazione, sono avvenuti agli ordini diretti del ministro israeliano responsabile del sistema carcerario, Itamar Ben Gvir, e sono stati incoraggiati dalle dichiarazioni del governo israeliano che incitano alla violenza e alla vendetta.

I terribili atti di violenza commessi contro i detenuti palestinesi richiedono assunzione di responsabilità e risarcimenti per le vittime”, ha detto Pillay. “La mancata attribuzione di responsabilità per le azioni ordinate da alte autorità israeliane e attuate da singoli membri delle forze di sicurezza israeliane e la crescente accettazione della violenza contro i palestinesi hanno permesso che questi comportamenti continuassero indisturbati divenendo sistematici ed istituzionalizzati.”

Quanto agli ostaggi israeliani e stranieri trattenuti a Gaza da gruppi armati palestinesi, il rapporto svela che molti sono stati maltrattati per infliggere loro dolore fisico e grave sofferenza mentale, compresi la violenza fisica, l’abuso, la violenza sessuale, l’isolamento forzato, il limitato accesso alle strutture igieniche, all’acqua e al cibo, le minacce e le umiliazioni. Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno costretto gli ostaggi a comparire in video con l’intento di infliggere tortura psicologica alle loro famiglie per raggiungere obbiettivi politici. Parecchi ostaggi sono stati uccisi in prigionia. Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso i crimini di guerra di tortura, trattamento crudele e disumano e i crimini contro l’umanità di sparizione forzata ed altri atti inumani che hanno provocato grandi sofferenze o gravi ferite.

I gruppi armati palestinesi devono rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti gli ostaggi israeliani e stranieri trattenuti a Gaza. Gli ostaggi devono essere trattati secondo i requisiti del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale sui diritti umani fino a che non vengano rilasciati”, ha detto Pillay.

La Commissione esorta il governo di Israele a smettere immediatamente di prendere di mira le strutture, il personale e i veicoli sanitari, a porre fine alla illegale e arbitraria detenzione di palestinesi, inclusi bambini, e alla tortura e altri maltrattamenti di tutti coloro che sono stati arrestati o detenuti.

La Commissione chiede al governo dello Stato di Palestina e alle autorità de-facto a Gaza di garantire la protezione e il sicuro rilascio di tutti gli ostaggi immediatamente e senza condizioni e di indagare scrupolosamente e in modo imparziale e perseguire le violazioni del diritto internazionale, compreso il prendere di mira strutture mediche in Israele.

Nel considerare le cause alla radice del conflitto, la Commissione esorta il governo di Israele a rispettare le direttive del parere consultivo di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia, di porre fine all’ occupazione illegale dei territori palestinesi, interrompere nuovi programmi e attività di insediamento, evacuare tutti i coloni e risarcire le vittime. Chiede inoltre ad Israele di rispettare le misure transitorie ordinate dalla Corte Internazionale di Giustizia per impedire la commissione di tutti gli atti previsti nell’ambito di applicazione dell’articolo II(a)-(d) della Convenzione sul Genocidio.

Il rapporto della Commissione verrà presentato alla 79esima sessione dell’Assemblea Generale il 30 ottobre 2024 a New York.

Contesto: Il 27 maggio 2021 il Consiglio ONU per i Diritti Umani ha incaricato la Commissione di “indagare, nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme est, e in Israele, tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e tutte le presunte violazioni ed abusi del diritto internazionale sui diritti umani che hanno preceduto e che hanno seguito il 13 aprile 2021”. La Risoluzione A/HRC/RES/S-30/1 richiedeva inoltre alla Commissione di “indagare tutte le cause che stanno alla base delle ricorrenti tensioni, instabilità e proseguimento del conflitto, inclusa la sistematica discriminazione e repressione sulla base di identità nazionale, etnica, razziale o religiosa.” La Commissione di inchiesta è stata incaricata di riferire annualmente al Consiglio sui Diritti Umani e all’Assemblea Generale, a cominciare rispettivamente da giugno 2022 e settembre 2022.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sta estendendo il suo terrorismo di stato da Gaza e dalla Cisgiordania al Libano

B. Michael

24 settembre 2024 – Haaretz

Scusate, qualcuno per favore può spiegarmi la differenza tra far esplodere 5.000 bombe su 5.000 case in Libano e collocarne una su un autobus o sganciare bombe a grappolo su quartieri in cui per caso vivono anche dei criminali?

Come puoi paragonare queste cose?”, vengo ovviamente redarguito. “5.000 cercapersone sono stati consegnati solamente a temibili combattenti di Hezbollah, mentre le bombe sugli autobus o le bombe a grappolo sono destinate a colpire chiunque a caso.”

Scusate”, rispondo ai miei denigratori. “Le persone che hanno distribuito i cercapersone non potevano sapere dove sarebbe esplosa la bomba, chi l’avrebbe tenuta in mano, dove si sarebbe trovata, quanta gente sarebbe stata nelle vicinanze. Se fosse stata in un negozio di alimentari, nelle mani di un bambino curioso, forse in un’auto ad un distributore di benzina o nelle mani di una fidanzata?”

E chi ha avuto la mostruosa idea di inserire esplosivi in apparecchi che avrebbero mutilato il corpo delle vittime? È un atto premeditato. L’obiettivo era cavare gli occhi, castrare le persone, smembrare i visceri o troncare una mano? Era una preoccupazione compassionevole per la vita delle vittime o riempire la loro vita di sofferenza?

E potreste, sempre col vostro permesso, spiegarmi per favore qual è la differenza tra la stupida allegria della folla di Gaza e le sue grida di gioia vedendo gli ostaggi camminare nelle strade di Gaza, e le disgustose battute e grida di gioia della folla israeliana nel sentire le descrizioni dei feriti in Libano? Forse non hanno fatto altro che insegnarci che una folla è una folla. Che sia o no del popolo eletto di Dio.

Sentendo queste voci di giubilo sorge quasi spontaneamente l’effimero pensiero che forse anche noi abbiamo ricevuto un cercapersone e che anche noi siamo stati colpiti da una provvisoria cecità e che anche noi non siamo più capaci di vedere dove stiamo andando. Israele non ha ancora imparato abbastanza da capire che tutta questa mortale scena pirotecnica, tutti i festeggiamenti per le uccisioni e i giubili per gli assassinii non aiutano affatto e non cambiano nulla? Tutto questo, comprese le esplosioni dei cercapersone, non fa che far ribollire il sangue, fomentare l’odio e approfondire il pantano.

Con profondo dispiacere e vergogna, non c’è modo di evitare di dire che Israele ha compiuto un altro gigantesco passo verso il via libera al terrorismo di Stato. Ha imposto terrore e sofferenza ad un’intera popolazione, usando mezzi violenti e incontrollati. È ciò che avviene a Gaza, nella Cisgiordania occupata ed ora in Libano.

Chi cerca giustificazioni ribatterà: “Vogliono distruggerci!” Certo. E noi, che cosa vogliamo in fin dei conti? Non molto. Solo tutta la terra dall’Eufrate al Nilo. Ovviamente solo per gli ebrei. Ecco ciò che vogliamo. È chiedere troppo? È stato Dio a dirlo! Così dice chi comanda, senza esitazioni ed esplicitamente.

E quale sarà la prossima fase del legittimo terrorismo di Stato? Gli attentatori suicidi? Non è un’ipotesi assurda. Abbiamo già avuto qualcosa del genere. I suoi seguaci sono già al potere. Avvelenare i pozzi? Certo. Non è forse una simpatica abitudine nei campi della Cisgiordania occupata? Limitare le nascite? Nessun problema. Quasi tutti gli ospedali e i reparti maternità a Gaza sono già ridotti in rovine.

Bene, allora ovviamente il passo successivo sarà il piano di Giora Eiland [maggiore generale in pensione ed ex capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza, ndt.) per conquistare il Libano. I libanesi dovranno muovere il culo verso la costa entro due settimane. Solo coloro che hanno attestati di appartenenza a Hezbollah resteranno sul restante territorio. Dopo che i civili che non sono membri ufficiali di Hezbollah saranno fuggiti sapremo che tutti quelli rimasti sul territorio sono terroristi ed inizieremo il procedimento di trasformarli in prigionieri quasi morti. Senza cibo, ci vorranno due mesi. Se gli togliamo anche l’acqua, possiamo porre fine all’intera faccenda in una settimana.

E come promesso, la vittoria finale arriverà presto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

Facebook Android Apple Email RSS




Guerra a Gaza: un massiccio attacco israeliano sulle tende degli sfollati palestinesi uccide almeno 40 persone

Ahmed Abd el Aziz

Nader Durgham

10 settembre 2024Middle East Eye

Israele afferma di aver colpito un centro di comando di Hamas ad al-Mawasi, sebbene i sopravvissuti palestinesi abbiano detto a MEE che non c’erano combattenti nella zona

Martedì gli attacchi aerei israeliani su una cosiddetta “zona umanitaria” nella zona meridionale di al-Mawasi a Gaza hanno ucciso almeno 40 persone hanno affermato le autorità sanitarie locali. Gli attacchi hanno preso di mira almeno 20 tende che ospitavano i palestinesi sfollati nella zona costiera vicino alla città di Khan Younis.

Testimoni oculari hanno riferito all’AFP [Agenzia France Presse, n.d.t.] che almeno cinque razzi sono caduti nella zona e i servizi di emergenza hanno affermato che gli attacchi hanno creato crateri profondi fino a nove metri. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato un centro di comando di Hamas “camuffato nell’area umanitaria di Khan Younis” e che “sono state prese molte misure per ridurre le possibilità di danneggiare i civili, tra cui l’uso di armi di precisione, sorveglianza aerea e informazioni di intelligence aggiuntive”.

L’esercito [israeliano, n.d.t.] ha affermato che l’attacco aveva come obiettivo dei leader di Hamas, tra cui Samer Ismail Hader Abudaqa, identificato come il capo dell’unità aerea del movimento palestinese;,Osama Tabash, definito il capo della sorveglianza e degli obiettivi nella divisione di intelligence di Hamas e Ayman Mabhouh, un altro alto funzionario.

Non ha portato prove a sostegno di nessuna delle sue affermazioni.

Hamas ha negato le accuse sostenendo che “le affermazioni dell’esercito di occupazione fascista sulla presenza di elementi della resistenza nel sito preso di mira sono una palese menzogna”.

L’organizzazione di ricerca e soccorso della difesa civile di Gaza ha affermato che l’esercito israeliano ha utilizzato “missili con un’esplosione molto potente” e ha stimato che si è trattato di “uno dei massacri più orribili dall’inizio della guerra israeliana a Gaza”.

Non ha senso”

Um Mahmoud, un palestinese sfollato ad al-Mawasi, ha descritto di aver visto donne e bambini “fatti a pezzi” dopo gli attacchi.” Siamo qui da nove mesi, non abbiamo visto un solo membro della resistenza entrare nella zona”, ha detto Mahmoud a Middle East Eye.

Alaa al-Shaer, che è rimasto nel campo profughi con la sua famiglia, ha detto di avere un messaggio per gli israeliani “che stanno conducendo un genocidio contro di noi”. “Ho mia sorella, i miei figli, le mie figlie. Vi sembra possibile che permetta la presenza tra loro di qualcuno ricercato dagli israeliani? Non ha senso”. “Gli israeliani hanno detto, ‘andate nelle zone sicure’ ed è quello che la gente ha fatto”, ha aggiunto.

Le riprese video delle conseguenze immediate mostrano i palestinesi che scavano disperatamente nei profondi crateri per cercare i loro cari e la difesa civile che afferma che “intere famiglie” sono “scomparse” sepolte nella sabbia.

Mentre il sole sorgeva molte persone si sono dirette verso la zona per cercare di sostenere i soccorsi. Altri stavano guardando tra i resti delle loro tende, presumibilmente nel tentativo di recuperare qualcosa. Coloro che cercavano di andarsene hanno lottato per farsi strada attraverso i giganteschi crateri lasciati nel terreno.

In lacrime, in piedi fuori dall’ospedale Nasser di Khan Younis, una donna piangeva la morte della sorella uccisa nell’attacco.

“Mia sorella è stata martirizzata, aveva 35 anni”, ha raccontato a Middle East Eye. “Suo marito è scomparso quando gli israeliani lo hanno preso sei mesi fa”.

La donna, che si trovava a una sola strada di distanza dalla tenda della sorella, dice che quest’ultima ha lasciato sei figlie e due figli maschi.

“Come puoi vedere una ragazza rimanere orfana? Nessuna madre, nessun padre, nessun nonno, nessuno”, afferma.

Quasi tutti i 2,1 milioni di abitanti di Gaza sono stati ripetutamente sfollati a causa dei continui attacchi israeliani e molti di loro sono stati costretti a fuggire in quella che Israele descrive come una “zona umanitaria” nella parte meridionale dell’enclave. Israele riduce ripetutamente l’area designata come zona umanitaria sostenendo che alcuni luoghi sono stati utilizzati da Hamas e costringe i palestinesi a trasferirsi in un’area in continua contrazione che è stata anche in passato bombardata da Israele.

Organizzazioni per i diritti umani ed esperti delle Nazioni Unite hanno accusato Israele di punizioni collettive contro i palestinesi sin dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre, incluso l’uso della fame come arma di guerra. Da allora, le forze israeliane hanno ucciso nell’enclave più di 41.000 palestinesi

la maggior parte dei quali sono donne e bambini.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’inquirente dell’ONU accusa Israele di “strage per fame” a Gaza ma Netanyahu nega

Edith M. Lederer

7 settembre 2024, AssociatedPressNews

NAZIONI UNITE (AP) — L’inquirente indipendente delle Nazioni Unite sul diritto al cibo ha accusato Israele di star conducendo una “strage per fame” contro i palestinesi nel corso della guerra a Gaza, un’accusa che Israele nega con veemenza.

In un rapporto di questa settimana l’inquirente Michael Fakhri ha affermato che è iniziata due giorni dopo l’attacco a sorpresa di Hamas nel sud di Israele che ha ucciso circa 1.200 persone, quando in risposta l’offensiva militare di Israele ha bloccato del tutto il cibo, l’acqua, il carburante e altre forniture a Gaza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che le accuse a Israele di limitare gli aiuti umanitari sono “oltraggiosamente false”.

“Una deliberata politica di carestia? Si può dire qualsiasi cosa, ma non per questo è vera”, ha detto in una conferenza stampa mercoledì.

In seguito a un’intensa pressione internazionale in particolare da parte degli Stati Uniti, uno stretto alleato, il governo di Netanyahu ha gradualmente aperto diversi valichi di frontiera per consegne strettamente controllate. Fakhri ha affermato che inizialmente i pochi aiuti sono andati principalmente a Gaza meridionale e centrale e non al nord, dove Israele aveva ordinato ai palestinesi di spostarsi.

Professore presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università dell’Oregon, Fakhri è stato nominato dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite con sede a Ginevra inquirente, o relatore speciale, sul diritto al cibo e ha assunto il ruolo nel 2020.

“A dicembre i palestinesi di Gaza rappresentavano l’80% delle persone al mondo che soffrono una carestia o una fame catastrofica”, ha affermato Fakhri. “Mai nella storia del dopoguerra una popolazione è stata costretta a soffrire la fame in tempi così brevi e così radicalmente come nel caso dei 2,3 milioni di palestinesi che vivono a Gaza”. Fakhri, che tiene corsi di diritto sui diritti umani, diritto alimentare e sviluppo, ha avanzato le accuse in un rapporto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite pubblicato giovedì. Afferma che tutto è iniziato 76 anni fa, con l’indipendenza di Israele e il suo continuo dislocamento dei palestinesi. Accusa Israele di aver utilizzato da allora “l’intera gamma di tecniche di fame e carestia contro i palestinesi, perfezionando il grado di controllo, sofferenza e morte che si può causare attraverso il sistema alimentare”.

Da quando è iniziata la guerra a Gaza Fakhri ha detto di aver ricevuto segnalazioni dirette della distruzione del sistema alimentare del territorio, compresi i terreni agricoli e la pesca, distruzione documentata e riconosciuta anche dalla Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite e da altri.

“Israele ha poi utilizzato gli aiuti umanitari come arma politica e militare per danneggiare e uccidere il popolo palestinese a Gaza”, ha affermato.

Israele insiste sul fatto che non pone più restrizioni al numero di camion di aiuti che entrano a Gaza, compresi quelli alimentari.

Alla conferenza stampa di mercoledì Netanyahu ha citato cifre del COGAT, l’organismo militare israeliano che supervisiona l’ingresso degli aiuti a Gaza, secondo cui 700.000 tonnellate di prodotti alimentari sono state autorizzate a entrare a Gaza dall’inizio della guerra 11 mesi fa.

Secondo i dati del COGAT quasi la metà degli aiuti alimentari degli ultimi mesi è stata importata dal settore privato per essere venduta nei mercati di Gaza. Tuttavia molti palestinesi a Gaza affermano di avere difficoltà a permettersi cibo a sufficienza per le loro famiglie. Israele consente ai camion di aiuti di attraversare due piccoli valichi a nord e un valico principale a sud, Kerem Shalom. Tuttavia, dall’invasione israeliana a maggio della città meridionale di Rafah, l’ONU e altre agenzie umanitarie affermano di avere difficoltà a raggiungere l’area di Kerem Shalom a Gaza per scaricare gli aiuti per la distribuzione gratuita perché le operazioni militari di Israele lo rendono troppo pericoloso.

Il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric ha definito la situazione umanitaria a Gaza “oltre la catastrofe”, con più di 1 milione di palestinesi che non hanno ricevuto alcuna distribuzione alimentare in agosto e un calo del 35% delle persone che hanno ricevuto pasti cucinati ogni giorno. Giovedì l’Ufficio Umanitario delle Nazioni Unite ha affermato che la forte riduzione dei pasti cucinati è dovuta in parte ai molteplici ordini di evacuazione delle forze di sicurezza israeliane che hanno costretto almeno 70 delle 130 cucine a sospendere o trasferire le loro operazioni. I partner umanitari delle Nazioni Unite non avevano peraltro scorte alimentari sufficienti per soddisfare i requisiti di due mesi di seguito nella parte centrale e meridionale di Gaza, ha aggiunto Dujarric. Ha affermato che le gravi carenze di rifornimenti a Gaza derivano da combattimenti, insicurezza, strade danneggiate e ostacoli e limitazioni di accesso da parte di Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele progetta una colonia su un sito patrimonio UNESCO, mentre aumentano i furti di terra

Tamara Nassar

23 Agosto 2024 – Electronic Intifada

Quando la scorsa settimana un gruppo di più di 100 ebrei facinorosi, a volto coperto e armati di pistole e fucili automatici, ha ucciso un palestinese, ne ha feriti altri e ha appiccato il fuoco a diverse abitazioni nella cittadina palestinese di Jit, nel nord della Cisgiordania occupata, il governo israeliano li ha prontamente condannati.

“É una minoranza di estremisti che danneggia la comunità dell’insediamento rispettosa della legge e l’intero insediamento, nonché il nome e lo status di Israele nel mondo”, ha scritto, su X – già Twitter – Isaac Herzog, il presidente di Israele.

Secondo quanto riferito, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto che “i responsabili di ogni illecito” siano arrestati e processati.

Infatti, sono stati arrestati in tutto ben quattro coloni.

Il Palestinian Center for Human Rights [Centro Palestinese per i Diritti Umani] riferisce che i coloni hanno sparato agli abitanti palestinesi del villaggio, lanciato pietre contro le loro case e dato alle fiamme i loro automezzi.

I coloni hanno sparato al ventitreenne Rashid Mahmoud al-Sadeh che, colpito al petto, è morto sul colpo.

Dopo un’ora dall’inizio dell’assalto dei coloni l’esercito israeliano ha preso parte all’aggressione, disperdendo con la forza i palestinesi e “impedendo loro di spegnere le fiamme che avvolgevano le case e i veicoli”.

L’esercito israeliano “ha sparato in aria sia proiettili che candelotti di gas lacrimogeno e non ha intrapreso nessuna azione per fermare la furia dei coloni”. Al contrario, si sono assicurati che i coloni potessero ritirarsi dal villaggio in sicurezza.

Le forze di occupazione israeliane hanno chiuso le vie d’accesso al villaggio, bloccando ambulanze e paramedici.

“Questo crimine fa parte di una più ampia ondata di violenze istigate dalla campagna di continuo incitamento [all’odio] che alcuni ministri israeliani stanno mettendo in atto”, ha dichiarato il PCHR.

“Questi attacchi sono incoraggiati dall’impunità istituzionalizzata e dal sostegno incessante da parte dei vertici politici e militari di Israele nei confronti delle violenze dei coloni”.

I coloni sono lo Stato

Le dichiarazioni del governo israeliano secondo le quali una manciata di coloni sono le mele marce di un cesto altrimenti “rispettoso della legge” sono un tentativo di distogliere l’attenzione da coloro ai quali i coloni obbediscono, e di nascondere il il progetto di colonizzazione nel suo insieme.

I coloni sono la fanteria dello Stato colonizzatore di Israele e, come dimostra il recente attacco a Jit, agiscono d’intesa con l’esercito.

L’impennata di violenze da parte dei coloni dopo il 7 ottobre non è riconducibile ad una minoranza di fuorilegge, come vorrebbero invece far credere le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Negli ultimi mesi Stati Uniti, Francia, Regno Unito e altri alleati di Israele che hanno sempre sostenuto le sue azioni a Gaza hanno annunciato sanzioni contro un piccolo numero di coloni israeliani.

Questo è un evidente tentativo di distogliere l’attenzione dalla loro complicità nel genocidio dei palestinesi a Gaza, mentre promuove l’idea, falsa, che le violenze dei coloni siano dovute a poche mele marce. Le sanzioni, se fossero minimamente serie, dovrebbero essere contro Israele e i suoi dirigenti, non contro alcuni individui isolati.

I coloni sono indispensabili per la politica israeliana di colonizzazione di insediamento, la quale è intrinsecamente violenta e si sta intensificando mentre l’attenzione di tutti è catturata dal genocidio dei palestinesi a Gaza.

“La violenza dei coloni è inseparabile dal disegno politico israeliano nel suo insieme, finalizzato a stabilire la propria sovranità sulla Cisgiordania e proseguire il piano di pulizia etnica dei palestinesi,” ha affermato il CPDU.

Quando Herzog, il presidente israeliano, parla di “comunità dell’insediamento rispettosa della legge”, fa riferimento unicamente alla legge israeliana – il rispetto della quale peraltro è raramente imposto ai coloni.

In realtà le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, e nelle alture del Golan, che appartengono alla Siria, costituiscono una violazione della legge internazionale e sono considerate un crimine di guerra.

Costruendo colonie Israele commette violazioni dei diritti umani contro la popolazione palestinese sotto occupazione, inclusi demolizioni di case, espulsioni forzate e furto di terre.

Un insediamento in un sito UNESCO

Nel frattempo il governo israeliano premedita di costruire insediamenti per soli ebrei nel territorio del villaggio palestinese di Battir, dichiarato nel 2014 sito UNESCO Patrimonio dell’umanità.

La designazione dell’UNESCO intendeva proteggere lo straordinario e antico paesaggio agricolo di Battir e la sua cultura dal piano israeliano di costruirvi il muro di separazione.

“Il paesaggio culturale di Battir comprende antichi terrazzamenti, siti archeologici, tombe scavate nella roccia, torri agricole e soprattutto un sistema idrico intatto, costituito da un insieme di vasche e canali”, scrive l’UNESCO. “L’integrità di questo sistema idrico tradizionale è garantita dalle famiglie di Battir, che da esso dipendono”.

L’ente culturale mondiale aggiunge che “il sistema di distribuzione dell’acqua usato dalle famiglie di Battir è la testimonianza di un antico sistema egalitario di distribuzione”.

L’Amministrazione Civile – il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana – ha rivelato questo mese la mappa della “linea blu” intorno al territorio di Battir, destinandolo a sito di costruzione per la colonia denominata Nahal Heletz.

La “linea blu” delimita un terreno che il governo israeliano dichiara “territorio dello Stato”, destinandolo così al furto e alla colonizzazione. Per la maggior parte questo territorio è composto da terre private, abitate e lavorate dalle famiglie di Battir da generazioni – come del resto ovunque in Cisgiordania, che Israele sta colonizzando.

I trucchi pseudo-legali israeliani sono una farsa finalizzata a giustificare quello che a tutti gli effetti è un furto di terra palestinese a mano armata.

Serve “a legittimare l’impresa di colonizzazione”, commenta l’osservatorio [israeliano] sugli insediamenti Peace Now.

Ma i palestinesi non hanno mezzi adeguati per difendere i loro diritti nel sistema legale israeliano, nel quale molti giudici sono essi stessi coloni.

L’occupazione aveva inizialmente previsto poco più di 12 ettari per la costruzione dell’insediamento. Secondo Peace Now la nuova “linea blu” annette altri 60 ettari per il potenziale sviluppo futuro – tutti all’interno del sito UNESCO patrimonio dell’umanità.

“La nuova colonia a Nahal Heletz creerà un’enclave isolata in profondità nel territorio palestinese”, ha aggiunto l’associazione. Ma si tratta indubbiamente soltanto del punto di partenza per future espansioni.

Nahal Heletz è uno dei cinque insediamenti approvati dal governo israeliano a giugno, quattro dei quali erano in precedenza avamposti – un termine che Israele usa per i nuovi piccoli insediamenti creati dai coloni in aperta violazione delle stesse normative israeliane.

“Il ritmo delle dichiarazioni di linee blu e territori dello Stato è senza precedenti”, dice Peace Now.

Netanyahu e Bezalel Smotrich, il Ministro delle Finanze di estrema destra, “stanno portando avanti senza tregua annessioni di fatto, ignorando palesemente la convenzione UNESCO di cui Israele è firmatario”, afferma Peace Now.

Fatti sul terreno

Quando la scorsa settimana gli è stato chiesto della colonia prevista a Battir, il portavoce [aggiunto n.d.t.] del Dipartimento di Stato statunitense Vedant Patel ha detto che “ognuno di questi nuovi insediamenti ostacolerebbe lo sviluppo economico e la libertà di movimento dei palestinesi”.

Cosa non priva di interesse, Patel non ha menzionato in alcun modo il fatto che le colonie israeliane violano le leggi internazionali.

Quando gli è stato chiesto se l’opposizione statunitense agli insediamenti potrebbe impedirne la costruzione, Patel ha liquidato l’espansione delle colonie come “un’iniziativa unilaterale israeliana” e non ha proposto nessuna azione statunitense per fermarla.

“Vi siete opposti a centinaia di annunci di nuove colonie, e sono state tutte costruite. Allora che senso ha continuare a dire che vi opponete?” ha chiesto il corrispondente della BBC Tom Bateman.

“Ci preme chiarire quali siano la nostra prospettiva e il nostro punto di vista”, ha replicato Patel.

Ciò schematizza bene il processo, che ha inizio con il furto di terra palestinese da parte di coloni cosiddetti “estremisti” e culmina in fatti sul terreno che gli Stati Uniti sono più che disposti a tollerare.

Il governo israeliano permette ai coloni di creare avamposti, li aiuta a farlo e infine li riconosce ufficialmente.

Una volta che gli insediamenti hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale dal governo israeliano, gli Stati Uniti reagiscono con vuote formule retoriche sull’espansione delle colonie come ostacolo alla moribonda “soluzione a due Stati”.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite OCHA dal 7 ottobre i coloni hanno condotto almeno 1.270 attacchi contro i palestinesi.

Questo numero comprende gli attacchi che hanno provocato ferite ai palestinesi e danni alla proprietà.

I coloni israeliani minacciano i palestinesi con armi da fuoco, vandalizzano le loro proprietà, ostacolano il loro accesso all’acqua, distruggono i loro alberi, danneggiano i loro veicoli, rubano le loro beni, li intimidiscono e aggrediscono fisicamente.

Questa violenza è pianificata e calcolata con l’intento di terrorizzare i palestinesi al punto da farli desistere dal coltivare o accedere alle loro terre, in modo che i coloni possano impossessarsene, lo Stato israeliano possa riconoscere ufficialmente il furto e gli Stati Uniti infine fare pressione sui palestinesi affinché accettino dei “compromessi”, rinunciando alla terra rubata in futuri accordi “di pace”.

Dal 7 ottobre 2023 a metà agosto di quest’anno nella Cisgiordania occupata Israele ha demolito, confiscato o costretto a demolire più di 1.400 strutture di proprietà palestinese, più di un terzo dei quali edifici residenziali.

Si tratta del doppio delle demolizioni in rapporto allo stesso periodo prima del 7 ottobre.

Queste demolizioni hanno spinto fuori dalle loro case circa 3.200 palestinesi, 1.400 dei quali bambini.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]