Rapporto OCHA del periodo 28 agosto – 10 settembre 2018( due settimane)

Lungo la recinzione israeliana che circonda Gaza, le manifestazioni e gli scontri del venerdì sono continuati, provocando, ad opera delle forze israeliane, la morte di tre palestinesi, tra cui due minori, e il ferimento di altri 666.

Durante le manifestazioni che si sono svolte il 7 settembre, ad est di Rafah, in due occasioni, le forze israeliane hanno colpito con armi da fuoco due ragazzi di 16 anni che si trovavano in prossimità della recinzione, uccidendo uno di loro e ferendo gravemente l’altro; per le ferite riportate, anche quest’ultimo è deceduto il giorno successivo. Dalle prime indagini e riprese video pare che nessuno dei ragazzi fosse armato o minacciasse la vita delle forze israeliane. Dal 30 marzo 2018, sono stati uccisi dalle forze israeliane 31 minori, in prevalenza nel corso di manifestazioni. Tra le persone ferite durante il periodo di riferimento, 260 sono state ricoverate in ospedale, 172 di esse erano state colpite con armi da fuoco; le rimanenti persone ferite sono state assistite sul campo. Non sono state segnalate vittime israeliane.

Altri 50 palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane durante due tentativi attuati da decine di imbarcazioni salpate da Gaza con l’intento di forzare il blocco navale israeliano. Le partenze, che si sono svolte il 2 e il 10 settembre, facevano parte delle dimostrazioni della Grande Marcia del Ritorno. Le barche sono state fermate dalla marina israeliana che ha aperto il fuoco verso di esse ed ha lanciato lacrimogeni.

Sempre il 7 settembre, alle stessa ora delle dimostrazioni del venerdì, a nord di Gaza, l’aviazione israeliana ha sparato contro un gruppo di palestinesi e contro una postazione di osservazione militare, senza provocare vittime. Il primo attacco era diretto contro persone che cercavano di lanciare palloncini incendiari verso Israele; il secondo, secondo fonti israeliane, era in risposta all’incendio di una torretta militare israeliana mediante un aquilone incendiario.

Per costringere [i palestinesi] al rispetto delle restrizioni di accesso alle Aree Riservate, sia di terra [la fascia interna alla recinzione] che di mare [lungo la costa di Gaza] imposte da Israele, sono stati registrati almeno 15 episodi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco, costringendo agricoltori e pescatori a lasciare le aree. Inoltre, secondo fonti palestinesi, cinque pescatori sono stati costretti a togliersi i vestiti e a nuotare verso le imbarcazioni militari israeliane, dove sono stati arrestati, mentre la loro imbarcazione veniva sequestrata. Inoltre, in un caso, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino al recinto perimetrale, a est della città di Gaza. In tre diversi episodi, le forze israeliane hanno arrestato nove persone, tra cui due minori, che erano vicine alla recinzione perimetrale; quattro di loro sono poi state rilasciate.

Il 3 settembre, nell’area H2 di Hebron, controllata dagli israeliani, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese di 36 anni: a quanto riferito, avrebbe tentato di pugnalare un soldato israeliano; non sono stati segnalati israeliani feriti. L’episodio è avvenuto all’ingresso del complesso colonico di Giv’at Ha’Avot. Il corpo del presunto aggressore è stato trattenuto dalle Autorità israeliane, insieme ai corpi di almeno altri quindici palestinesi uccisi in circostanze simili nei mesi precedenti.

In Cisgiordania, in diversi episodi, 130 palestinesi (tra cui 37 minori) sono stati feriti dalle forze israeliane. Dei 130 ferimenti, 32 (di cui 8 di minori) sono avvenuti durante scontri con forze israeliane conseguenti all’ingresso di israeliani in luoghi religiosi che si trovano all’interno di città palestinesi. Altri 27 feriti sono stati registrati durante due manifestazioni nel governatorato di Ramallah: a Bil’in, durante la consueta protesta settimanale contro la Barriera e l’espansione degli insediamenti; a Ras Karkar, contro la costruzione, su proprietà privata palestinese, di una nuova strada destinata ai coloni. Inoltre, nella zona H2 della città di Hebron, le forze israeliane hanno aggredito fisicamente e ferito quattro insegnanti ed hanno sparato lacrimogeni nel cortile di un complesso scolastico, ferendo 20 minori; per più di 300 studenti le lezioni sono state sospese per il resto della giornata. Secondo fonti israeliane, l’accaduto ha fatto seguito al lancio di pietre, provenienti dal complesso scolastico, contro forze israeliane di pattuglia vicino alla scuola. Altri 19 palestinesi sono stati feriti durante scontri seguiti a sette operazioni di ricerca; complessivamente, le forze israeliane hanno condotto 140 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 205 palestinesi, tra cui dodici minori.

In Zona C e Gerusalemme Est, citando la mancanza dei permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 25 strutture di proprietà palestinese, provocando lo sfollamento di 47 persone, tra cui 23 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 108 persone. Diciassette delle strutture prese di mira erano nell’Area C: i due episodi più rilevanti sono stati registrati nella Comunità beduina di Deir al Qilt (Gerico), situata in un’area designata [da Israele] come “zona per esercitazioni a fuoco”, e nel villaggio di Barta’a ash Sharqiya (Jenin), una città separata dal resto della Cisgiordania dalla Barriera. Le altre otto strutture erano a Gerusalemme Est, cinque delle quali in un’area del villaggio di Al Walaja situata all’interno del comune di Gerusalemme, ma separate dal resto della Città dalla Barriera. Due dei casi di demolizione segnalati, tra cui quello di Al Walaja, hanno provocato scontri con forze israeliane: venti palestinesi sono stati feriti.

Il 5 settembre, l’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha respinto tutte le petizioni relative alla sua sentenza del 24 maggio [vedere bollettino 223], che autorizzava la demolizione dell’intera Comunità beduina palestinese di Khan al Ahmar-Abu al-Helu, situata nell’Area C del governatorato di Gerusalemme. Una precedente ordinanza, contraria alle demolizioni, è scaduta il 12 settembre, lasciando la Comunità, che ospita 35 famiglie comprendenti 188 persone, più della metà delle quali minori, a rischio demolizione di massa e trasferimento forzato. Le Nazioni Unite avevano in precedenza chiesto alle Autorità israeliane di rinunciare ai piani di demolizione e di trasferimento della Comunità, in quanto tali provvedimenti sarebbero stati in contrasto con le norme del Diritto internazionale.

Il 4 agosto, nella parte settentrionale della Valle del Giordano, per consentire addestramenti militari israeliani, in due distinti episodi, le forze israeliane hanno spostato, per 17 ore, cinque famiglie palestinesi di due Comunità di pastori. Entrambe le Comunità si trovano in aree designate come “zone per esercitazioni a fuoco”. Insieme alle demolizioni ed alle restrizioni di accesso, questa pratica contribuisce ad accrescere la pressione su queste Comunità, esponendone i residenti ad un elevato rischio di trasferimento forzato.

Undici attacchi da parte di coloni ed altri israeliani hanno provocato sei feriti e danni a proprietà palestinesi. Il 1° settembre, vicino all’incrocio di Yitzhar (Nablus), coloni israeliani hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi, ferendo quattro palestinesi, tra cui un bambino di cinque anni. In due distinti episodi accaduti nella zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno aggredito con spray al peperoncino e ferito un ragazzo palestinese 15enne che tornava a casa da scuola ed hanno anche danneggiato, con lancio di pietre, un’ambulanza in servizio. A Gerusalemme Est un palestinese autista di autobus è stato aggredito fisicamente e ferito da un gruppo di israeliani. Secondo quanto riportato, circa 90 ulivi, di proprietà palestinese, sono stati vandalizzati da parte di coloni israeliani in quattro diversi episodi avvenuti in At Tuwani (Hebron), Al Lubban ash Sharqiya e Burin (entrambi a Nablus). In altri quattro diversi episodi verificatisi ad Asira al Qibliya, Al Lubban ash Sharqiya, Madama e Beita (tutti a Nablus), coloni israeliani hanno vandalizzato veicoli e case palestinesi, anche con scritte “Questo è il prezzo”. La violenza dei coloni è in aumento dall’inizio del 2018, con una media settimanale di cinque attacchi risultanti in ferimenti o danni a proprietà, rispetto ad una media di tre nel 2017 e di due nel 2016.

In Cisgiordania, secondo fonti israeliane, in almeno quattordici occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani vicino a Hebron, Betlemme e Ramallah, danneggiando almeno quattordici veicoli privati; in tre di questi episodi, vicino a Ramallah e Betlemme, tre coloni israeliani sono rimasti feriti.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in occasione delle festività ebraiche di Capodanno, le Autorità israeliane hanno imposto una chiusura generale di quattro giorni. A tutti i detentori di documenti di identificazione della Cisgiordania, inclusi lavoratori e commercianti con permessi validi, è stato impedito di entrare a Gerusalemme Est e Israele attraverso tutti i checkpoint; hanno fatto eccezione i casi di emergenza medica, gli studenti e gli impiegati palestinesi di ONG internazionali e di Agenzie delle Nazioni Unite.

Il 5 settembre, e fino al termine del periodo di riferimento di questo Rapporto, le Autorità israeliane hanno chiuso il valico di Erez con la Striscia di Gaza, facendo transitare solo casi di emergenza per due giorni. Secondo quanto riferito, la chiusura è stata imposta per riparare i danni alle infrastrutture causati dai palestinesi durante le manifestazioni del venerdì e, a seguire, per le festività ebraiche.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, ha aperto in entrambe le direzioni per sette giorni e per altri cinque giorni in una sola direzione (verso Gaza). Hanno potuto entrare in Gaza 6.307 persone (inclusi 3.229 pellegrini di ritorno dalla Mecca) e ne sono uscite 2.695.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Rapporto OCHA del periodo 14 – 27 agosto (due settimane)

Nei pressi della recinzione israeliana che circonda Gaza, sono continuate, per la ventiduesima settimana consecutiva, le dimostrazioni e gli scontri del venerdì, provocando la morte di due palestinesi e il ferimento di altri 733.

Nelle aree di Rafah e Deir al Balah, durante le manifestazioni che si sono svolte il 17 agosto, le forze israeliane hanno sparato ed hanno ucciso due uomini di 27 e 28 anni. 325 dei [733] feriti sono stati ricoverati in ospedale; 141 di loro erano stati colpiti con armi da fuoco; i rimanenti feriti sono stati curati sul posto. Non sono state segnalate vittime fra gli israeliani. Il 21 agosto, per la prima volta dall’inizio delle manifestazioni, l’Avvocatura Militare Generale israeliana ha annunciato l’apertura di indagini penali sull’uccisione, avvenuta nei mesi precedenti, di due manifestanti palestinesi.

Secondo fonti israeliane, il 20 agosto un palestinese ha forzato la recinzione perimetrale di Gaza ed è entrato in Israele, ha aperto il fuoco contro una pattuglia israeliana e, successivamente, è stato colpito e ucciso dalle forze israeliane. L’uomo era un dipendente di una ONG internazionale che forniva assistenza medica a Gaza, ma, al momento dell’accaduto, non era in servizio. Nessuna informazione utile a chiarire le circostanze della sua morte è stata condivisa con la ONG.

Sono stati registrati almeno 15 casi in cui forze israeliane, per far rispettare le restrizioni di accesso alle Aree Riservate [stabilite da Israele] su zone [di Gaza] di terra e di mare, hanno aperto il fuoco in direzione dei palestinesi ivi presenti, ferendo due di essi, tra cui un minore, e costringendo agricoltori e pescatori ad allontanarsi. Secondo fonti palestinesi, in due diversi episodi, sei pescatori sono stati costretti a togliersi i vestiti e a nuotare verso le imbarcazioni militari israeliane, dove sono stati arrestati; le loro tre barche e le reti da pesca sono state sequestrate. Il 15 agosto, Israele ha esteso l’accessibilità alle zone di pesca, a seconda dell’area, a 6 e 9 miglia nautiche dalla costa (il 16 luglio erano state ridotte a 3 miglia). Le restrizioni all’accesso al mare continuano a influenzare il sostentamento di oltre 50.000 palestinesi, per i quali l’attività della pesca costituisce la principale fonte di reddito. Inoltre, in due occasioni, vicino al recinto perimetrale, ad est di Gaza e di Khan-Younis, le forze israeliane sono entrate in Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo.

Il 15 agosto, Israele ha revocato le severe restrizioni, imposte il 9 luglio, di ingresso e uscita delle merci attraverso il valico di Kerem Shalom, al confine con Gaza; inoltre ha portato da 3 a 6-9 miglia nautiche dalla costa la zona di pesca consentita [vedi paragrafo precedente]. Le restrizioni erano state adottate in risposta al lancio di aquiloni e palloncini incendiari che da Gaza avevano provocato estesi danni alle proprietà israeliane.

Il 27 agosto, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha stabilito che le Autorità israeliane non potranno più negare ai parenti dei membri di Hamas i permessi di uscita dalla Striscia di Gaza per ricevere cure mediche in Cisgiordania. La sentenza ha fatto seguito ad una petizione congiunta presentata da organizzazioni per i diritti umani, sia palestinesi che israeliane.

Il 27 agosto, le autorità israeliane hanno revocato le restrizioni (emanate il 19 agosto) che limitavano l’uscita dei palestinesi attraverso il valico di Erez solo ai casi di urgenza medica. Al momento, il valico è transitabile solo da un numero limitato di persone che possono beneficiare del permesso di uscita: ammalati, uomini d’affari, dipendenti di organizzazioni internazionali; mentre alla maggior parte della popolazione non è consentita l’uscita.

In Cisgiordania, nel corso di numerosi scontri, 29 palestinesi, tra cui cinque minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Gli scontri avvenuti a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la dimostrazione settimanale contro le restrizioni di accesso, hanno registrato Il maggior numero di feriti, seguiti dagli scontri presso l’area di Bab az Zawiyah nella città di Hebron. Complessivamente, le forze israeliane hanno condotto 114 operazioni di ricerca-arresto, tre delle quali hanno provocato scontri ed il ferimento di sette palestinesi. La maggior parte dei ferimenti (22) sono stati causati da proiettili gommati, seguiti da quelli dovuti ad inalazione di gas lacrimogeno necessitanti cure mediche (5) e da aggressioni fisiche (3).

Il 17 agosto, a Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno sparato ad un cittadino israeliano palestinese di 30 anni, uccidendolo: a quanto riferito, aveva tentato di accoltellare un poliziotto israeliano. L’episodio è avvenuto nella Città Vecchia, presso uno degli ingressi del Complesso Haram ash Sharif / Monte del Tempio; non sono stati segnalati ferimenti di israeliani. Il corpo dell’uomo è trattenuto dalle autorità israeliane, insieme ai corpi di almeno altri quindici palestinesi uccisi in circostanze simili nei mesi precedenti.

Il 28 agosto, nel villaggio di Kobar (Ramallah) in zona B, le autorità israeliane hanno demolito una casa per motivi “punitivi”, sfollando una famiglia di sei persone. La casa apparteneva alla famiglia del 17enne palestinese che, il 26 luglio 2018, nell’insediamento di Adam (governatorato di Gerusalemme), uccise un colono israeliano e venne, a sua volta, ucciso da un altro colono. Il 26 agosto, le Autorità israeliane hanno emesso un ordine di demolizione punitiva contro due piani di un edificio situato nel Campo profughi di Al Amaari (Ramallah). Si tratta dell’abitazione della famiglia di un palestinese accusato di aver ucciso un soldato israeliano durante un’operazione di ricerca-arresto svolta nel maggio 2018. Dall’inizio del 2018, sono state demolite, per ragioni “punitive”, quattro abitazioni; erano state nove in tutto il 2017 e 29 nel 2016.

In Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione israeliani, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato tre strutture di proprietà palestinese, colpendo i mezzi di sostentamento di 34 persone. Una delle strutture sequestrate ad Al Khader (Betlemme) è una unità di stoccaggio agricolo fornita come assistenza umanitaria in risposta a una precedente demolizione. Nella Comunità di Zanuta (Hebron) è stato emesso [dalle autorità israeliane] un ordine di demolizione contro una scuola in costruzione; era destinata a sostituirne un’altra, utilizzata da 40 bambini, sequestrata in aprile 2018.

Inoltre, in Zona B, vicino alla città di Ya’bad (Jenin), citando norme ambientali israeliane, le Autorità israeliane hanno demolito due strutture in una fabbrica di carbone, ed hanno distrutto oltre dieci tonnellate di legna, colpendo i mezzi di sostentamento di due famiglie. Dal 2016, questo è il terzo episodio di questo genere nella zona.

Il 13 agosto, nella zona di Massafer Yatta, nel sud di Hebron, le Autorità israeliane hanno sequestrato un veicolo 4×4 utilizzato per una clinica mobile, costringendo i residenti a percorrere distanze maggiori per accedere ai servizi di assistenza sanitaria di base. I motivi del sequestro rimangono poco chiari. Il veicolo, utilizzato per il trasporto del personale e delle attrezzature della clinica, era stato fornito da una ONG internazionale. L’area di Massafer Yatta è destinata [da Israele] all’addestramento militare e designata come “zona per esercitazioni a fuoco”: i 1.300 residenti rischiano il trasferimento forzato.

Dodici aggressioni da parte di coloni israeliani hanno provocato il ferimento di sei palestinesi ed estesi danni a proprietà palestinesi. In due distinti episodi, verificatisi il 19 e il 23 agosto, agli incroci di Za’tara e Yitzhar (Nablus), coloni israeliani hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi: feriti cinque palestinesi, tra cui un ragazzo di 16 anni, e danneggiate oltre 50 auto. Le aggressioni sono avvenute all’indomani di un incidente stradale, avvenuto nella stessa zona, tra veicoli palestinesi e israeliani, durante il quale era morto un israeliano. Nella città di Hebron, nella zona controllata dagli israeliani, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito una donna palestinese sorda di 50 anni. In quattro diversi episodi accaduti a Ras Karkar (Ramallah), Al Lubban ash Sharqiya e As Sawiya (entrambi a Nablus) e Sheikh Jarrah (Gerusalemme Est), circa 160 olivi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati, secondo quanto riferito, da coloni israeliani. In altri quattro episodi, ad Aqraba e “Asira al Qibliya (entrambi a Nablus), Sinjil (Ramallah) e Al ‘Isawiya (Gerusalemme Est), coloni israeliani hanno forato le gomme di 44 veicoli palestinesi, hanno spruzzato sui muri di una casa palestinese scritte tipo “questo è il prezzo” ed hanno danneggiato un pozzo d’acqua. Inoltre, nell’area Massafer Yatta, quattro attivisti israeliani che, con la loro presenza, garantivano protezione ai palestinesi, sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni israeliani. Dall’inizio del 2018, la violenza dei coloni è in aumento, con una media settimanale di 5 attacchi che causano feriti o danni. La media era di tre nel 2017 e di due nel 2016.

Secondo resoconti di media israeliani, sono stati segnalati almeno cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, con conseguenti danni a cinque veicoli privati, vicino a Betlemme, Gerusalemme e Ramallah.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, ha aperto in entrambe le direzioni per sei giorni, e in una sola direzione per altri due giorni. Un totale di 2.896 persone (inclusi 112 pellegrini di ritorno dalla Mecca) hanno potuto entrare a Gaza; 1.832 ne sono uscite (inclusi 438 pellegrini). Dal 12 maggio 2018, il valico è stato aperto quasi continuativamente.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 31 luglio – 13 agosto 2018 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza e nel sud di Israele una nuova ondata di ostilità ha provocato l’uccisione di cinque palestinesi, tra cui una donna incinta e sua figlia di 18 mesi; altri 50 palestinesi e 28 israeliani sono rimasti feriti.

L’8 agosto, due membri dell’ala armata di Hamas sono stati uccisi dal fuoco dei carri armati israeliani. A partire da quella sera e fino al 9 agosto, gruppi armati palestinesi hanno lanciato circa 180 razzi ed hanno sparato con mortai contro le comunità israeliane che circondano Gaza; alcuni razzi hanno colpito aree abitate, causando il ferimento di israeliani e danni a diversi edifici, tra cui un asilo nella città di Sderot. L’aviazione israeliana ha effettuato numerosi attacchi aerei su Gaza, lanciando oltre 110 missili, uno dei quali, a Deir al Balah, ha ucciso la donna palestinese e sua figlia [vedere ad inizio paragrafo]; inoltre sono state danneggiate sei strutture idriche che rifornivano oltre 30.000 persone, dozzine di case e diversi veicoli. Successivamente, il 9 agosto, una fazione palestinese ha lanciato un razzo a medio raggio verso la città israeliana di Beersheba, senza provocare feriti o danni. In risposta, Israele ha completamente distrutto, nel centro della città di Gaza, un edificio di cinque piani che ospitava un centro culturale; secondo l’esercito israeliano, la struttura era utilizzata anche dalla sicurezza interna di Hamas. Questi due ultimi attacchi sono stati i primi del loro genere dalle ostilità del 2014. La sera del 9 agosto è stato raggiunto un cessate il fuoco informale.

A Gaza, nell’ambito della “Grande Marcia del Ritorno”, sono continuate le dimostrazioni e gli scontri del venerdì: quattro palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane; tra essi un operatore di primo soccorso e un minore. Oltre 580 i feriti. Altri tre palestinesi sono morti per le ferite riportate nelle precedenti proteste. L’operatore [di cui sopra] è stato ucciso durante una dimostrazione del 10 agosto: è il terzo operatore sanitario ucciso in servizio in simili circostanze. Circa il 60% dei feriti (338 di 580) sono stati ricoverati in ospedale; tra loro, 165 colpiti con armi da fuoco. Non sono state segnalate vittime israeliane. L’11 agosto, nel contesto delle proteste, un raduno di 40 battelli ha tentato di rompere il blocco navale: sono stati fermati dalla marina israeliana che ha aperto il fuoco verso le barche ferendo un palestinese.

Il 2 agosto, le autorità israeliane hanno ripristinato il divieto di ingresso di carburante nella Striscia di Gaza, portando i servizi essenziali sull’orlo del collasso; il 12 agosto è ripresa l’importazione di carburante d’emergenza. Secondo quanto riferito, il divieto era stato adottato in risposta alla prosecuzione del lancio di aquiloni e palloncini incendiari verso Israele. In una dichiarazione rilasciata l’8 agosto, il Coordinatore Umanitario ha invitato le autorità israeliane a consentire immediatamente l’ingresso del combustibile di emergenza acquistato dall’ONU per assicurare il funzionamento dei principali ospedali e dei servizi essenziali: acqua potabile, trattamento reflui e servizi igienici. Già dal 9 luglio, Israele aveva rafforzato il blocco su Gaza, vietando l’ingresso di una gamma di materiali, inclusi materiali da costruzione, mobili, legno, elettronica e tessuti, oltre a proibire l’uscita di ogni tipo di merce.

Dopo il cessate il fuoco del 9 agosto, è stata segnalata una significativa riduzione di lanci di aquiloni e palloncini incendiari da Gaza verso Israele. Secondo le autorità israeliane, dalla fine di aprile sono stati registrati 1.364 incendi che, pur non provocando vittime israeliane, hanno bruciato coltivazioni e riserve naturali.

Dal 5 agosto, un nuovo accordo ha permesso l’importazione di gas da cucina dall’Egitto verso Gaza, attraverso la Porta di Salah ad Din [in Rafah]. Questo accordo compensa la possibile penuria di tale gas, determinata dalle restrizioni israeliane. Durante il periodo di riferimento [31 luglio – 13 agosto], sono entrate in Gaza circa 830 tonnellate di gas.

Nella Striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno 17 casi non riferibili alle manifestazioni di massa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco, causando il ferimento di tre palestinesi e costringendo agricoltori e pescatori a lasciare l’area. In un caso, le forze navali israeliane hanno intercettato un peschereccio e detenuto per un breve periodo cinque pescatori, tra cui un minore. Dal 16 luglio, Israele ha ridotto la zona di pesca accessibile ai palestinesi da 6 a 3 miglia nautiche dalla costa, riducendo ulteriormente i proventi della pesca.

In Cisgiordania, in più scontri con le forze israeliane, sono stati feriti 55 palestinesi, tra cui nove minori. Diciassette palestinesi sono rimasti feriti negli scontri con le forze israeliane che, nella città di Nablus, stavano scortando un gruppo di coloni israeliani in visita ad un sito religioso. Altri tre feriti sono stati registrati presso il villaggio di Bardala, nella parte settentrionale della Valle del Giordano, nel corso di una protesta palestinese contro la scarsità d’acqua per uso agricolo nella zona. Complessivamente, le forze israeliane hanno condotto 100 operazioni di ricerca-arresto, tre delle quali hanno provocato scontri: feriti nove palestinesi e tre soldati.

Il 9 agosto, nella città di Al Eizariya (Governatorato di Gerusalemme), durante scontri seguiti ad un’operazione di polizia, un palestinese è stato ucciso dalle forze dell’Autorità Palestinese (PA). Ulteriori scontri tra palestinesi e Forze di polizia (senza feriti) sono stati registrati l’11 agosto, nel Campo profughi di Balata (Nablus), durante le proteste seguite alla morte, avvenuta in un carcere dell’Autorità Palestinese, di un residente del Campo.

In Area C e in Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, sono state demolite o sequestrate 13 strutture palestinesi, provocando lo sfollamento di 12 palestinesi. Otto di queste strutture, incluse sei abitazioni, si trovavano in Gerusalemme Est, nei quartieri di Sur Bahir, Jabal al Mukkaber, Shu’fat e Beit Hanina. Nel Campo di Al Aroub (Hebron), in un’area compresa in zona C, le autorità israeliane hanno demolito diverse tombe costruite senza permesso (qui contate come un’unica struttura).

Nel Complesso colonico di Beit al Barakeh, vicino al Campo di Al Aroub (Hebron), coloni israeliani hanno demolito due strutture residenziali sfollando una famiglia di quattro rifugiati palestinesi che vivevano nel complesso da 45 anni. La demolizione è avvenuta nonostante l’ingiunzione di un Tribunale israeliano che impediva lo sfratto della famiglia. Nel 2012 un’organizzazione di coloni aveva acquisito segretamente da una organizzazione cristiana svedese la terra e gli edifici di questo complesso e nel 2015 l’area fu annessa al Consiglio Regionale dell’insediamento [colonico] di Gush Etzion.

Il 6 agosto, nella Valle del Giordano settentrionale, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato, per sette giorni, quattro famiglie palestinesi della Comunità di pastori di Khirbet Yarza. La comunità si trova in un’area designata come “zona per esercitazioni a fuoco”. Insieme alle demolizioni ed alle restrizioni di accesso, questa pratica accresce la pressione sulla Comunità, ponendola ad elevato rischio di trasferimento forzato.

Per effetto dei procedimenti in corso presso l’Alta Corte di Giustizia israeliana, la demolizione della comunità palestinese beduina di Khan al Ahmar-Abu al Helu è ancora sospesa. In una presentazione alla Corte, le autorità israeliane hanno confermato il loro proposito di demolire le strutture della Comunità e spostare i residenti. Si impegnano comunque a [individuare e] proporre un sito di trasferimento alternativo vicino a Gerico a condizione che i residenti accettino di trasferirsi, pacificamente, nel sito temporaneo attualmente indicato dalle autorità israeliane (Jabal Ovest). Poiché tale sito si trova vicino a un impianto di depurazione, l’avvocato della Comunità ha chiesto alla Corte di accogliere, prima di emettere la sentenza, una valutazione dei rischi ambientali e sanitari del sito in questione.

Il 2 agosto, nel villaggio di Ein Yabrud (Ramallah), coloni israeliani hanno vandalizzato dieci veicoli di proprietà palestinese, spruzzando su uno dei veicoli la scritta: “Questo è il prezzo”. I residenti della Comunità di Ein al Hilwe, nella Valle del Giordano settentrionale, hanno riferito che sono stati rubati due pannelli solari che fornivano elettricità alla Comunità, attribuendone la responsabilità ai residenti del vicino insediamento colonico di Maskyiot. Inoltre, sono stati segnalati ulteriori episodi di intimidazioni e molestie da parte di coloni israeliani, senza danni alle proprietà.

In Cisgiordania, secondo fonti israeliane, vicino a Hebron, Betlemme e Ramallah, in almeno sei occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani causando danni a tre veicoli privati; a Ramallah, in uno di questi episodi, è stato ferito un colono israeliano.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah (tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano) è stato aperto per sette giorni in entrambe le direzioni e per altri cinque giorni in una sola direzione; ciò ha consentito l’uscita dei pellegrini per svolgere l’Hajj [il quinto dei pilastri dell’Islam: il pellegrinaggio alla Mecca, da compiere nell’ultimo mese dell’anno islamico]. 1.934 persone sono state autorizzate ad entrare in Gaza e 5.492 ne sono uscite (compresi 3.216 pellegrini). Dal 12 maggio 2018, il valico è stato aperto quasi continuativamente.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 15 agosto, Israele ha revocato le restrizioni imposte il 9 luglio al valico di Kerem Shalom, al confine con Gaza; ha inoltre portato da 3 a 6-9 miglia nautiche dalla costa (variabile a seconda dell’area) la zona di pesca consentita.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Proteste, boicottaggio e dimissioni dalla Knesset: come rispondere alla legge di Israele sullo Stato-Nazione

Hatim Kanaaneh

Lunedì 30 luglio 2018, Middle East Eye

Si fa un gran parlare riguardo a manifestazioni, scioperi e quant’altro. Ma nulla di ciò raggiunge il livello di una vera disobbedienza civile e di una seria presa in considerazione di unirsi al [movimento] BDS

La mattina del 27 luglio sto di nuovo cogliendo fichi dai miei alberi, ascoltando il programma di notizie di Jack Khoury che dura un’ora sulla stazione radio locale araba nei pressi di Nazareth. Khoury, un cittadino di Israele arabo cristiano, funge da corrispondente per Haaretz.

Se non fosse per il suo nome, e basandosi solamente sulle sue relazioni, lo si potrebbe scambiare per un israeliano qualunque. Io non ho letto il testo della nuova legge di Israele sullo Stato-Nazione e non sono certo se ora Khoury debba portare sul braccio un contrassegno di identità razziale. Appena dopo aver citato l’argomento della nuova legge, ha trasmesso una deliziosa e malinconica canzone araba riguardo al nostro legame con la terra.

Mi domando: la nuova legge specifica la punizione per un simile reato di pensiero? O le autorità hanno fiducia nel fatto che i responsabili di Haaretz mettano in riga i loro dipendenti? Il mio amico ebreo kamikaze, Gideon Levy, accusa i media israeliani di autocensura e definisce una finzione il loro status di stampa libera.

Una questione sensibile

Il successivo argomento del programma di Khoury era la reazione dell’opinione pubblica araba alla demolizione di una casa a Sakhnin. Ha parlato al telefono con il proprietario della casa demolita, che ha messo in guardia sul fatto che la sua è stata una delle migliaia di case arabe destinate alla demolizione.

Poi c’è stata l’opinione professionale del dott. Hanna Swaid, ex membro della Knesset, urbanista e capo dell’‘Alternative Planning Center’, che ha evidenziato il fondamento giuridico dell’aggressione del governo israeliano.

Pare che nessuno si interroghi sul diretto rapporto tra la tempistica del feroce atto di cui si parlava e la nuova legge. Mi chiedo se qualcuno abbia notato una questione apparentemente secondaria: mentre tutti manifestavano a Sakhnin, l’intero villaggio beduino di Al-Araqib nel Negev veniva demolito per la 131esima volta.

Poi Khoury si è spostato su un altro argomento sensibile, almeno per quanto riguarda i drusi in Israele: l’intera comunità sembra pronta alle armi (scusate l’espressione agghiacciante– i maschi drusi servono nell’esercito israeliano e detengono armi) per il modo in cui la nuova legge ha declassato loro e la loro presunta consanguineità con il popolo ebraico.

Uno dei loro villaggi in Galilea una volta si è vantato del fatto di essere il primo per numero di soldati uccisi in combattimento in tutto Israele. Improvvisamente le cose sono cambiate e loro sono relegati al livello di normali ‘goyim’ [parola ebraica per indicare, a volte in modo spregiativo, i non ebrei, ndtr.], non migliori di altri arabi privi di valore. 

I drusi sono stati pugnalati alle spalle”, strillava un titolo di giornale. “Abbiamo dimenticato i nostri fratelli drusi”, ha ammesso Naftali Bennet, ministro e primo firmatario della nuova legge. Tre deputati drusi hanno impugnato la legge davanti alla Corte Suprema. E i capi della comunità, sia politici che spirituali, sono stati convocati ad un incontro conciliatorio con Netanyahu ed alcuni dei suoi principali ministri.

Ma all’incontro il premier è stato irremovibile, offrendo di pensare alla promulgazione di un’ulteriore “legge fondamentale” per favorire i drusi rispetto ad altri comuni ‘ goyim’, invece di recedere sulla legge o su parti di essa. Asa’ad Nafa’a, un avvocato druso di sinistra recentemente intervistato da Khoury, ha rilevato che Netanyahu, invece di prendere una scala per scendere dall’alto albero su cui si era arrampicato, ha offerto ai drusi una scaletta per salire appena al di sopra della testa degli altri arabi in Israele.

Gli arabi e la leadership drusa

Mi ha fatto venire in mente lo status intermedio dei ‘coloured’ nel Sudafrica dell’apartheid e il “test della matita” [metodo per determinare l’identità razziale: si infilava una matita tra i capelli e se rimaneva attaccata ai ricci si veniva classificati come meticci, ndtr.] per smascherare i casi limite. Alcuni giovani drusi, che devono aver discusso se andare in prigione piuttosto che fare il servizio militare nell’esercito israeliano, sono contenti dei nuovi sviluppi. “È positivo che sia venuto da loro”, si sono rallegrati insieme a Nafa’a.

Nessuno, tra i giornalisti e i loro intervistati, sembra rendersi conto della differenza nell’approccio tra la leadership drusa e quella delle altre minoranze arabe in Israele. I leader drusi (e alcuni ex generali beduini che hanno osato uscire allo scoperto e dire la propria opinione) protestano a gran voce, ma solo entro i limiti delle strutture israeliane riconosciute, affrettandosi a presentare richieste alla Corte Suprema israeliana o a scrivere lettere di protesta ai dirigenti dei rispettivi partiti politici, gli stessi che avevano fatto molta pressione per far passare la legge.

Al contrario, le due leadership parallele degli altri cittadini palestinesi di Israele, i membri della Lista Unita [ coalizione tra tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.] eletti alla Knesset e il gruppo della leadership politica rappresentata dall’Alto Comitato per i Cittadini Arabi di Israele e dal suo militante leader, Mohammad Baraki, si sono rivolte direttamente a Bruxelles e a Ginevra, invitando la comunità internazionale a assumersi le proprie responsabilità morali, ammonendo Israele perché torni sui suoi passi. Questa, a giudicare dall’esperienza, non è una prospettiva promettente.

L’unico anello mancante – finora – è quello del più vasto ambito della società civile. Si fa un gran parlare di manifestazioni, scioperi e quant’altro. Ma nulla di tutto ciò arriva a livello di una vera disobbedienza civile, come la chiusura dei municipi in tutte le comunità arabe in Israele, seguita anche da quella di rispettabili comunità ebree che simpatizzino [con i cittadini arabi di Israele, ndtr].

Un partito binazionale

Per essere efficace, deve essere palestinese ed ebrea, senza il solito balbettio della sinistra israeliana. E deve essere sostenuta per mesi se non per anni, prendendo anche seriamente in considerazione di unirsi alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

Ma il primo colpo d’avvertimento a Netanyahu e compagnia devono essere le dimissioni collettive di tutti i membri della Lista Unita dal parlamento israeliano e la creazione di un partito politico binazionale che auspichi un unico Stato laico e democratico ad ovest del fiume Giordano.

Sarebbe molto opportuno che un ugual numero di deputati ebrei simpatizzanti desse le dimissioni e si unisse alla lotta.

Continuiamo a sognare! Ecco la citazione su ‘Palestine Square’ [giornale di studi palestinesi, ndtr.] di Hasan Jabareen di Adalah [Centro Giuridico per i Diritti della minoranza araba in Israele, ndtr.]: “Come ha scritto Adalah nel suo documento, la legge mostra chiaramente che il regime israeliano è un regime coloniale di apartheid, che viola la Convenzione sull’apartheid, la quale lo considera un crimine contro l’umanità.”

Come può un onesto e sensato politico palestinese in Israele continuare a lavorare in questa situazione? Talvolta il suicidio per auto immolazione è la sola azione corretta. Credo che siamo a questo punto.

  • Hatim Kanaaneh è medico della sanità pubblica e cittadino palestinese di Israele, che ha vissuto e praticato la professione nel suo villaggio natale in Galilea per oltre 40 anni. È autore della raccolta di racconti brevi ‘Chief Complaint: a country doctor’s tales of life in Galilee’ (Just World Books, 2015) e di un libro di memorie, ‘A doctor in Galilee: the life and struggle of a Palestinian in Israel’ (Pluto press, 2008).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Rapporto OCHA del periodo 3 – 16 luglio 2018

Israele ha intensificato le restrizioni sul transito delle merci attraverso Kerem Shalom, unico valico commerciale operativo tra Gaza e il mondo esterno. Intensificate anche le restrizioni di accesso alle zone di pesca lungo la costa di Gaza.

Il 16 luglio, le autorità israeliane hanno annunciato, per Gaza, un blocco all’introduzione di carburante e gas da cucina, nonché la riduzione, da sei a tre miglia nautiche, della zona di pesca consentita. L’importazione di forniture mediche e alimentari potrà essere autorizzata caso per caso. Le autorità avevano avviato le restrizioni alle importazioni il 9 luglio, consentendole solo per alimenti, forniture medicali, mangimi per animali, bestiame e combustibili, e bloccandole per tutti gli altri prodotti, compresi materiali da costruzione, mobili, legno, elettronica e tessuti. Bloccate del tutto le merci in uscita. In media, dal 9 luglio, sono entrati a Gaza 192 autotreni al giorno: meno della metà degli ingressi registrati durante la prima metà del 2018. Secondo le autorità israeliane, le misure sono state adottate in risposta al lancio di aquiloni e palloncini incendiari (vedere più avanti). In una dichiarazione rilasciata il 17 luglio, il Coordinatore Umanitario per i Territori Palestinesi occupati ha affermato che “se dovessero continuare, queste ulteriori restrizioni potrebbero innescare un drammatico deterioramento della situazione già fragile e delle condizioni umanitarie già disperate”.

Lungo il recinto perimetrale di Israele con Gaza, le manifestazioni e gli scontri del venerdì sono continuati il 6 e il 13 luglio, provocando l’uccisione di tre palestinesi e il ferimento di altri 824; anche un soldato israeliano è rimasto ferito. In una delle dimostrazioni del 13 luglio, le forze israeliane hanno colpito con arma da fuoco ed ucciso un ragazzo quattordicenne; mentre un quindicenne, a causa delle ferite riportate nel corso di una manifestazione del 14 maggio, è morto durante il periodo di riferimento [del presente Rapporto]. Questi episodi portano a 22 il numero di minorenni uccisi a Gaza dal 30 marzo, data di inizio delle manifestazioni. Oltre il 43% di tutte le persone ferite durante questo periodo hanno dovuto essere ricoverate in ospedale; 208 di essere erano state colpite con armi da fuoco. A quanto riferito, in una delle manifestazioni del 13 luglio un soldato israeliano è stato ferito da una granata lanciata da parte palestinese.

Da Gaza, i palestinesi hanno continuato a lanciare aquiloni e palloncini incendiari verso il sud di Israele, causando vasti danni alle coltivazioni. Secondo l’esercito israeliano, dall’inizio di questa pratica (fine di aprile), sono stati registrati più di 750 incendi (una media di oltre 11 al giorno) che hanno bruciato circa 3.000 ettari di terreno, con danni stimati a più di 2,2 milioni di dollari USA. Non sono state segnalate vittime israeliane.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, in almeno 16 circostanze, non contestuali alle manifestazioni di massa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco, provocando un ferimento e costringendo agricoltori e pescatori ad allontanarsi. In un caso, le forze navali israeliane hanno intercettato una imbarcazione diretta in Turchia, mentre tentava di eludere il blocco navale; nove persone a bordo sono state arrestate, sette di esse sono state rilasciate poco dopo. In sei occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo presso la recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui otto minori. La maggior parte dei feriti (14) si sono avuti in scontri scoppiati in cinque operazioni di ricerca-arresto; gli scontri più ampi sono stati registrati nel Campo profughi di Al Jalazun (Ramallah). Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 100 di queste operazioni, arrestando oltre 100 palestinesi, tra cui cinque minori. Altri cinque palestinesi, tra cui un giornalista, sono rimasti feriti a Kafr Qaddum (Qalqiliya), nel corso della protesta settimanale contro l’espansione degli insediamenti, e a Beit Ummar (Hebron), durante scontri seguiti al funerale di un palestinese, il cui corpo era stato trattenuto dalle autorità israeliane per 45 giorni.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 32 strutture di proprietà palestinese; come conseguenza, 64 palestinesi hanno dovuto sfollare. L’episodio più grave è avvenuto nella Comunità beduina di Abu Nuwar, ad est di Gerusalemme, dove sono state demolite 19 strutture. Presso una Comunità di pastori della Valle del Giordano settentrionale (Al Farisiya) è stato demolito un serbatoio di acqua, finanziato da donatori e fornito come assistenza umanitaria: il serbatoio forniva accesso idrico a 148 persone. Sempre per mancanza di permessi, a Barta’a ash Sharqiya, un villaggio situato nella zona chiusa dietro la Barriera, nel governatorato di Jenin, le autorità israeliane hanno emesso ordini di blocco lavori contro 17 strutture, tra cui quattro case abitate, costruite 30 anni fa.

La demolizione della Comunità palestinese beduina di Khan al Ahmar-Abu al-Helu è stata temporaneamente ritardata a seguito della presentazione di due nuove petizioni all’Alta Corte di Giustizia Israeliana. Similmente ad Abu Nuwar, è una delle 18 comunità che rischiano il trasferimento forzato perché interne, o circostanti, all’area del piano di insediamento [israeliano] E1. Le petizioni saranno ascoltate entro il 15 agosto, ma il 3 luglio i militari israeliani hanno requisito la terra per iniziare i lavori nelle strade che portano alla Comunità. Inoltre, l’area è stata dichiarata zona militare chiusa, il che impedisce l’accesso alla Comunità ai non residenti. Benché tale interdizione non venga applicata continuativamente, in diverse occasioni l’accesso alla Comunità è stato ritardato o impedito agli operatori che erogano i periodici servizi umanitari di assistenza (inclusa la clinica mobile e la cura della salute mentale).

Otto attacchi da parte di coloni israeliani hanno portato al ferimento di due palestinesi e gravi danni a proprietà agricole. Uno dei palestinesi è stato colpito e ferito da forze israeliane intervenute negli scontri tra palestinesi e i coloni israeliani che avevano fatto irruzione nel villaggio di Asira al Qibliya (Nablus). In altri tre episodi, accaduti nei villaggi vicini di ‘Urif e Burin, coloni israeliani hanno incendiato terreni agricoli e diverse auto, ed hanno devastato almeno 360 alberi. Negli ultimi anni, i residenti dei tre villaggi hanno subito violenze e intimidazioni da parte di coloni israeliani provenienti dall’insediamento colonico di Yitzhar e dai suoi circostanti avamposti [= insediamenti colonici illegali anche per la Legge israeliana]. In Cisgiordania, dall’inizio del 2018, oltre 4.700 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati, a quanto riferito, da coloni israeliani, con un aumento del 70% rispetto al corrispondente periodo del 2017. In due episodi accaduti nella città di Hebron, nella zona a controllo israeliano, coloni hanno aggredito fisicamente e ferito un palestinese; inoltre hanno bloccato un’ambulanza che portava a casa un’anziana paziente, costringendo i suoi parenti a trasportarla a braccia.

In Cisgiordania, secondo quanto riportato da media israeliani, in almeno sei casi, vicino a Hebron, Ramallah e Gerusalemme, palestinesi hanno lanciato pietre o bottiglie incendiarie contro veicoli israeliani, causando danni a due veicoli privati. Non sono stati segnalati feriti.

Il valico tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è rimasto aperto in entrambe le direzioni per tutto il periodo di riferimento, ad eccezione di tre giorni. Sono entrate in Gaza 3.070 persone e ne sono uscite 2.706. Il valico è rimasto aperto, quasi continuativamente, dal 12 maggio 2018.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto Ocha del periodo 19 giugno – 2 luglio

Le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi, tra cui un minore, e ne hanno feriti 615, di cui 23 minori, durante le dimostrazioni di massa tenute il 22 ed il 29 giugno lungo la recinzione della Striscia di Gaza nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno”

Il minore ucciso, un ragazzino di undici anni, è stato colpito alla testa da un proiettile di arma da fuoco durante una dimostrazione ad est di Khan Yunis, il 29 giugno. Con questa vittima sale a 19 il numero di minori uccisi a Gaza dal 30 marzo (l’inizio di queste proteste), compreso uno il cui corpo è ancora trattenuto dalle autorità israeliane. Durante il periodo di riferimento, altri due palestinesi sono morti per le ferite subite nelle dimostrazioni delle settimane precedenti. 222 dei feriti sopra segnalati sono stati ospedalizzati: di essi 101 erano stati colpiti con arma da fuoco.

In due separati episodi, le forze israeliane hanno ucciso altri due minori palestinesi in Gaza: a quanto riferito, essi avevano aperto una breccia nella recinzione israeliana e tentato di danneggiare apparecchiature militari. Gli incidenti si sono verificati il 28 giugno ed il 2 luglio, ad est di Rafah, e hanno anche provocato il ferimento di tre palestinesi, tra cui due minori.

Palestinesi di Gaza hanno continuato a lanciare, verso il sud di Israele, aquiloni di carta e palloni aerostatici con materiali infiammabili. Secondo le autorità israeliane, dall’inizio di questa pratica (fine aprile), più di 500 ettari di colture e 400 ettari di bosco sono stati bruciati, con danni stimati in milioni di dollari; non sono state segnalate vittime israeliane.

Nel periodo di riferimento [di questo Rapporto], l’aviazione israeliana ha compiuto almeno 24 attacchi aerei su Gaza, mentre gruppi armati palestinesi hanno sparato decine di razzi e colpi di mortaio verso il sud di Israele. Secondo le autorità israeliane, alcuni attacchi aerei sono stati effettuati in risposta al lancio di aquiloni ed aerostati incendiari e, a quanto riferito, avevano come obiettivo le persone impegnate in tali attività, nonché alcuni siti militari ed aree aperte; cinque palestinesi sono stati feriti. Secondo gruppi armati palestinesi di Gaza, il lancio di missili [verso Israele] è stato effettuato come ritorsione per i raid aerei israeliani; non sono state segnalate vittime o danni da parte israeliana.

In almeno 18 occasioni, al di fuori delle dimostrazioni di massa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare di Gaza, ferendo un palestinese e costringendo agricoltori e pescatori ad allontanarsi. In due occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia, ad est di Gaza ed al Qarara (Khan Yunis), ed hanno compiuto operazioni di spianatura e di scavo nei pressi della recinzione perimetrale

Il 30 giugno, ad est della città di Gaza, in circostanze non chiare, cinque civili palestinesi, tra cui due minori, sono morti ed altri due sono rimasti feriti in una esplosione avvenuta in una struttura abitativa.

In Cisgiordania, 36 palestinesi, tra cui almeno sei minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante proteste e scontri. La maggior parte dei ferimenti (16), compresi quelli di quattro minori, sono avvenuti durante scontri con forze israeliane seguenti l’entrata di coloni israeliani in vari luoghi religiosi della Cisgiordania; le entrate dei coloni avevano innescato alterchi e scontri con residenti palestinesi. Altri otto feriti palestinesi si sono avuti durante scontri collegati a quattro operazioni di ricerca-arresto, per la maggior parte durante un’operazione in Tuqu’ (Betlemme). Sette feriti sono stati segnalati anche nel corso della manifestazione settimanale contro le restrizioni di accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya). La maggior parte dei ferimenti sono stati causati da pallottole di gomma (19), seguite da proiettili di arma da fuoco (9) e da inalazione di gas lacrimogeno richiedente il trattamento medico (8).

Il 23 giugno un veicolo palestinese ha investito e ferito quattro soldati israeliani vicino al villaggio di Al Khadr (Betlemme). Dopo un’operazione di ricerca, il conducente si è arreso alle forze israeliane. I militari israeliani hanno sostenuto che l’investimento era stato intenzionale; secondo l’Ufficio di Coordinamento Distrettuale palestinese (DCO), l’uomo ha detto che era stato un incidente.

In tutta la Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 137 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 198 palestinesi, tra cui almeno 15 minori. Il Governatorato di Hebron ha visto il maggior numero di operazioni (30) e il Governatorato di Gerusalemme il numero più alto di arresti (49).

Citando la mancanza di permessi di costruzione israeliani, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o costretto le persone a demolire 26 strutture di proprietà palestinese, sfollando dieci persone e colpendo i mezzi di sussistenza di oltre 160. Tutte le strutture sopraccitate, tranne una, erano in Gerusalemme Est. Dall’inizio del 2018, il numero di strutture demolite in questa zona sale così a 91, poco sopra il numero riguardante lo stesso periodo del 2017. Un’altra struttura è stata sequestrata nella zona C, nella comunità pastorale di Umm Fagarah, che si trova nella “Zona per esercitazioni a fuoco 918”, nel sud di Hebron (Massafer Yatta).

Inoltre, il 21 giugno, un alloggio è stato demolito per motivi punitivi in Barta’a Ash Sharqiya (Jenin), nella zona B, sfollando una famiglia di tre persone. La casa apparteneva alla famiglia di un palestinese che, nel marzo 2018, uccise due soldati israeliani investendoli con un veicolo e fu successivamente arrestato.

Nella valle del Giordano settentrionale, per svolgere esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato 16 famiglie palestinesi della comunità di Humsa al Bqai’a per 14 ore. Negli ultimi due mesi, questa è la sesta volta che questa comunità, situata in una zona designata [da Israele] come “Zona per esercitazioni a fuoco”, viene temporaneamente sfollata. Insieme a demolizioni e limitazioni di accesso, questa pratica accresce la pressione sulla Comunità, ponendola a rischio di trasferimento forzato.

Durante il periodo [di riferimento di questo Rapporto] sono stati segnalati tredici attacchi di coloni israeliani, con più di 500 alberi di proprietà palestinese incendiati o vandalizzati. Sei degli episodi si sono verificati nelle vicinanze dei villaggi di Tell, Far’ata, Urif, Burin e Burqa (tutti in Nablus) e di Bani Naim (Hebron). A quanto riferito gli autori degli attacchi sono coloni degli insediamenti di Yitzhar, Gilad Farm e Kiryat Arba, che hanno aggredito e ferito una donna 38enne e due minori e vandalizzato o incendiato 450 alberi. Altri tre attacchi incendiari con estensione dei danni a terreni coltivati e ad almeno 70 ulivi sono stati segnalati nei villaggi di Azmut e di Beit Furik (entrambi in Nablus) e di Deir Jarir (Ramallah). Dall’inizio del 2018, OCHA [Ufficio delle NU che redige questo Rapporto] ha registrato lo sradicamento, l’incendio o la vandalizzazione di 4.175 alberi da parte di coloni israeliani: un aumento, sulla media mensile, del 48% rispetto al 2017 e del 404% rispetto al 2016. Nella città di Hebron, nella zona H2, a controllo israeliano, coloni israeliani hanno lanciato pietre contro tre case palestinesi e, in scontri successivi, hanno ferito sei palestinesi, tra cui due minori. Altri cinque palestinesi sono stati feriti e tre veicoli danneggiati da coloni in altri episodi di lancio di pietre.

Media israeliani segnalano almeno nove episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: vicino a Hebron, Ramallah e Gerusalemme, con danneggiamento di due veicoli privati. Non sono stati segnalati feriti.

Il valico a controllo egiziano tra Gaza e l’Egitto è rimasto aperto in entrambe le direzioni durante il periodo di riferimento, ad eccezione di tre giorni, consentendo a 1.178 persone di entrare nella Striscia ed a 3.307 di uscirne. Il valico è stato quasi continuamente aperto dal 12 maggio, il periodo più lungo dal 2014. A detta delle autorità egiziane, a partire dall’inizio di luglio, il valico di Rafah resterà aperto, eccetto il venerdì ed il sabato, fino a nuovo avviso.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Negli ultimi giorni, sulle colline ad est di Gerusalemme, Israele ha intensificato le attività nell’area in cui vivono due comunità palestinesi tra loro vicine ed entrambe a rischio di trasferimento forzato. In Khan Al Ahmar – Abu Al-Helu l’area è stata dichiarata “Zona militare chiusa” e grossi macchinari per costruzioni sono stati portati in loco. Il 4 luglio, ad Abu Nuwar, le autorità israeliane hanno demolito 19 strutture, tra cui 9 abitazioni, sfollando 51 persone, di cui 33 minori.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA 5 – 18 giugno 2018 (due settimane)

Durante la manifestazione di massa dell’8 giugno, svolta lungo la recinzione israeliana attorno a Gaza, le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi, tra cui un ragazzo di 14 anni, e ferito altri 618.

Durante il periodo cui si riferisce questo rapporto, altri due palestinesi sono morti per le ferite riportate nelle manifestazioni delle settimane precedenti. Oltre il 40% dei feriti ha dovuto ricorrere a cure ospedaliere; tra questi, 117 persone colpite con armi da fuoco. Le dimostrazioni della “Grande Marcia del Ritorno” si sarebbero dovute concludere l’8 giugno, ma è possibile che continuino nei prossimi venerdì.

I palestinesi di Gaza hanno intensificato il lancio, verso il sud di Israele, di aquiloni di carta e palloni gonfiabili caricati con materiali infiammabili, provocando incendi di coltivazioni e boschi. Fonti israeliane hanno anche riferito che un certo numero di aquiloni e palloni erano stati caricati con ordigni esplosivi, ma sono stati neutralizzati prima che esplodessero. Secondo le autorità israeliane, dall’avvio di questa pratica (iniziata a fine aprile), i vigili del fuoco hanno dovuto affrontare più di 400 incendi che hanno bruciato più di 2.400 ha, con danni stimati in oltre 1,9 milioni di dollari.

A Gaza l’aviazione israeliana ha effettuato una serie di attacchi aerei contro siti militari, aree aperte e un veicolo vuoto, provocando due feriti. Secondo quanto riferito, gli attacchi sono stati effettuati in risposta al lancio di aquiloni e palloni incendiari. In tre diversi episodi, gruppi armati palestinesi hanno lanciato razzi contro Israele. Uno di questi è caduto all’interno di Gaza, i rimanenti sono caduti di Israele, in aree aperte; secondo i resoconti dei media israeliani, non sono stati registrati danni.

Sempre a Gaza, il 18 giugno, un missile israeliano ha ucciso un palestinese e ferito un minore: secondo quanto riferito, i due stavano tentando di danneggiare, presso l’ex valico merci di Karni [chiuso da Israele nel 2011], un impianto di sicurezza installato a ridosso della recinzione perimetrale.

Nelle Aree ad Accesso Riservato, di terra e di mare, di Gaza, in almeno dodici occasioni non collegate alle manifestazioni di massa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco, senza causare feriti. In due casi, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo ad est di Gaza e Khan-Yunis, nei pressi della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, durante numerosi scontri, le forze israeliane hanno ucciso un palestinese di 21 anni e ferito altri 69. L’uccisione (con arma da fuoco) si è verificata durante un’operazione di ricerca-arresto, svolta il 6 giugno, nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah). Secondo una dichiarazione israeliana, l’uomo aveva lanciato una pietra contro un soldato israeliano che, successivamente, gli ha sparato. Salgono così a cinque, dall’inizio del 2018, i palestinesi uccisi in Cisgiordania, nel corso di manifestazioni e scontri con le forze israeliane. La maggior parte dei ferimenti (60) sono stati segnalati in scontri verificatisi nel corso di dodici operazioni di ricerca-arresto. Il numero più alto di feriti è stato riportato in Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), seguito da quello dei feriti nel corso un’operazione nella città di Nablus e da un’altra operazione svolta nel Campo profughi di Al Am’ari (Ramallah). Altri due palestinesi sono stati feriti vicino a Betlemme, con armi da fuoco, in due diversi episodi, mentre cercavano di attraversare la Barriera senza permesso.

L’11 giugno, nella città israeliana di Afula (Israele), secondo quanto riferito, un palestinese ha ferito con coltello una israeliana di 18 anni; l’uomo è stato successivamente colpito e ferito dalle forze israeliane. Il presunto aggressore è stato arrestato; secondo quanto riferito, proverrebbe da Jenin e sarebbe entrato in Israele senza permesso.

Il 13 giugno, in scontri scoppiati durante una manifestazione tenutasi nella città di Ramallah, le forze di sicurezza palestinesi hanno ferito 22 palestinesi, tra cui due minori. I dimostranti protestavano contro le misure punitive imposte dall’Autorità palestinese alla Striscia di Gaza e chiedevano di porre fine alle divisioni interne tra palestinesi. Almeno 40 palestinesi e due giornalisti stranieri sono stati arrestati per un paio d’ore. Una dimostrazione simile si è tenuta nella Striscia di Gaza il 18 giugno, con un ferito. Tutti i ferimenti [di cui sopra] sono stati causati da aggressioni fisiche o inalazione di gas lacrimogeno.

Secondo dati ufficiali israeliani, circa 100.000 palestinesi in possesso di documenti di identità della Cisgiordania, sono entrati a Gerusalemme Est il quarto venerdì di Ramadan (l’8 giugno) attraverso i quattro checkpoints designati lungo la Barriera. Come nelle settimane precedenti, agli uomini sopra i 40 anni e alle donne di tutte le età è stato consentito entrare in Gerusalemme senza permesso. Nessuna autorizzazione è stata invece concessa per il Ramadan dei palestinesi di Gaza.

Il 13 e il 17 giugno, conformemente a quanto stabilito da sentenze della Corte Suprema israeliana, le autorità israeliane hanno evacuato, nei governatorati di Hebron e Salfit, due insediamenti “avamposto” di coloni israeliani [non autorizzati da Israele] e successivamente hanno demolito 28 strutture costruite su terreni privati palestinesi. Secondo quanto riportato dai media israeliani, gli scontri verificatisi nel corso delle evacuazioni hanno provocato il ferimento di 24 membri delle forze israeliane. A seguito delle proteste di gruppi di coloni, le forze israeliane hanno chiuso le strade vicine, costringendo i palestinesi locali a lunghe deviazioni ed interrompendo il loro accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza.

Nel periodo in esame non sono state registrate demolizioni o confische di strutture palestinesi da parte delle autorità israeliane. Così è stato fin dal 17 maggio (inizio del Ramadan), coerentemente con la prassi registrata negli anni precedenti, quando le demolizioni venivano per lo più interrotte in concomitanza con il Ramadan.

Nella Valle del Giordano settentrionale, per la quinta volta in sei settimane, le forze israeliane hanno sfollato cinque famiglie della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a per sei ore, per consentire esercitazioni militari. Questa comunità deve affrontare sistematiche demolizioni, restrizioni di accesso e sfollamenti temporanei che destano preoccupazioni sul rischio di trasferimento forzato. Le forze israeliane hanno anche condotto esercitazioni militari notturne nelle vicinanze, e all’interno, del villaggio di Yanun (Nablus); non sono stati segnalati feriti o danni.

In undici episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani, sei palestinesi sono stati feriti e quasi 1.200 alberi e cinque veicoli sono stati vandalizzati. Nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, hanno fatto irruzione nella casa di un attivista per i diritti umani; qui i coloni hanno aggredito fisicamente l’uomo e ferito la moglie; la sua macchina fotografica e il cellulare sono stati confiscati dalle forze israeliane. Altri quattro palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane, intervenute negli scontri tra palestinesi e coloni israeliani; gli scontri erano conseguenti all’ingresso di coloni nei villaggi di Burin (Nablus) e Kafr Laqif (Qalqiliya). Circa 1.200 tra ulivi e viti sono stati vandalizzati da coloni israeliani in cinque diversi episodi verificatisi a Turmus’aya (Ramallah), Sa’ir (Hebron) e Khalet Sakariya (Betlemme), dove, secondo fonti della comunità locale, su rocce e pareti sono stati trovate scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare”. Il numero di alberi danneggiati dai coloni, dall’inizio del 2018, arriva così quasi a 3.700. Inoltre, in cinque distinti episodi verificatisi sulle strade della Cisgiordania, cinque veicoli palestinesi, incluso uno scuolabus, hanno subito danni a causa del lancio di pietre da parte di coloni israeliani.

Secondo media israeliani, vicino a Hebron, Ramallah e Gerusalemme, ci sono stati almeno quattro casi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, con conseguente danneggiamento di due veicoli privati. Non sono stati segnalati feriti.

Il valico tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, durante l’intero periodo di riferimento, è rimasto aperto in entrambe le direzioni, consentendo l’ingresso in Gaza ad un totale di 2.083 persone e l’uscita ad altre 4.375. Il valico è stato continuativamente aperto dal 12 maggio: dal 2014, è il periodo di apertura più lungo. Secondo fonti locali di Gaza, Rafah rimarrà aperto fino a nuovo avviso.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Nella notte tra il 19 ed il 20 giugno c’è stata una progressione di attacchi aerei israeliani su Gaza e di lanci di razzi palestinesi verso il sud di Israele; le operazioni si sono concluse senza provocare vittime. Il 14 giugno, in una relazione presentata al Consiglio di Sicurezza, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha avvertito che la situazione a Gaza è “prossima al limite della guerra”.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




I bulldozer, i beduini e la pulizia etnica annunciano la morte della soluzione dei due Stati

Peter Oborne

Venerdì 15 giugno 2018, Middle East Eye

Gli abitanti del villaggio beduino di Khan al-Ahmar temono che la loro comunità in Cisgiordania, da tempo minacciata, possa essere demolita entro pochi giorni.

KHAN AL-AHMAR, Cisgiordania occupata – Ci vogliono circa 30 minuti per andare in macchina da Gerusalemme all’ormai condannata comunità beduina di Khan al-Ahmar, situata sull’autostrada per Gerico in Cisgiordania. Ma non c’è un’uscita sull’autostrada. Dobbiamo parcheggiare in una vicina piazzola, scavalcare la barriera metallica, evitare [di essere travolti dal] veloce traffico in arrivo e poi arrampicarci su un ripido pendio per raggiungere il villaggio.

A Khan al-Ahmar abitano 173 persone, molti sono pastori beduini che vivono nella zona da tempi immemorabili. Ma lo Stato di Israele è determinato a demolire il villaggio per fare spazio all’espansione della vicina colonia di Kfar Adumim.

Tre settimane fa, dopo anni di battaglie legali, il governo ha ricevuto dalla Corte Suprema l’autorizzazione a trasferire i beduini. I giudici hanno stabilito che la demolizione può essere effettuata perché i beduini non hanno le licenze edilizie. Ma questa è una mistificazione: i beduini non hanno modo di ottenere i permessi.

Per quanto riguarda i beduini, adesso a loro non resta che attendere l’arrivo dei bulldozer e dell’esercito israeliano che li portino via.

È stato loro assegnato un nuovo luogo per abitare vicino a una discarica a Gerusalemme est. In questa zona urbana, sulla quale non sono stati consultati, non c’è spazio per pascolare le loro greggi e quasi nessuna prospettiva di altri lavori. In realtà i beduini dicono che il luogo che è stato loro proposto per andarvi ad abitare è maleodorante, contaminato, tossico e inadatto perché vi vivano degli esseri umani.

Sono in viaggio con una guida dell’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Quando raggiungiamo il villaggio incontriamo Ibrahim Jahalin, un pastore. Sua figlia di 11 anni gioca lì accanto. Che cosa farà, gli domando, quando arriveranno i bulldozer?

Perché mai dovrei andare altrove?”, dice. “Sono nato qui. Loro sono arrivati dopo. Noi non ce ne andremo, qualunque cosa accada. Resteremo qui.”

Continue umiliazioni

Questa minaccia di trasferimento è solo l’ultima di una serie di umiliazioni inflitte dagli israeliani ai beduini palestinesi.

Jahalin appartiene ad una tribù espulsa dal deserto del Negev dall’esercito israeliano negli anni ’50. Si sono spostati dove ora c’è la vicina colonia di Kfar Adumim, ma sono stati espulsi anche di là.

Israele nega ai beduini l’accesso ai servizi pubblici e alle infrastrutture di base, come fa con la maggior parte dei palestinesi che vivono nell’area C della Cisgiordania [più del 60% della Cisgiordania, sotto completo controllo israeliano in base agli accordi di Oslo, ndtr.]. Non hanno accesso alla rete elettrica. Nel 2015 l’amministrazione civile israeliana ha confiscato 12 pannelli solari che erano stati donati ai beduini, anche se poi sono stati restituiti in seguito ad una causa legale.

Non vi è accesso all’autostrada Gerico-Gerusalemme, anche se si trova a circa 100 metri di distanza e mentre parliamo possiamo sentire le automobili che passano.

Ibrahim mi dice: “Ci vogliono dieci minuti per arrivare a Gerico in autostrada. Dato che noi non siamo collegati alla strada, ci impieghiamo mezz’ora.”

Questo isolamento ha conseguenze tragiche. Ibrahim ha perso la sua giovane figlia Aya per un incidente domestico. Attribuisce la responsabilità di ciò ai ritardi nel portarla in ospedale. “È morta, ma poteva essere salvata”, dice.

Io e Ibrahim chiacchieriamo nel cortile della vicina scuola, ascoltando i bambini che cantano nell’aula. E’ previsto che anche questo sito – che ospita oltre 150 alunni, molti dei quali delle comunità vicine – venga demolito.

Parlo a Ibrahim della crescente collera in Gran Bretagna e in Occidente riguardo ai piani di demolizione del suo villaggio. Boris Johnson, il ministro degli Esteri britannico, è “profondamente preoccupato”, e 100 deputati hanno scritto all’ambasciatore israeliano avvertendo che la demolizione potrebbe violare il diritto umanitario internazionale.

Ma i beduini sono comprensibilmente scettici riguardo a quest’ultima manifestazione di preoccupazione da parte dell’Occidente. Tutti sono troppo abituati alle dichiarazioni di sostegno dell’Occidente che non contano niente. Il libro dei visitatori del villaggio suona come un appello di persone importanti. Alistair Burt, sottosegretario agli Esteri per il Medio Oriente, il suo predecessore Tobias Ellwood, Ed Milliband, ex capo del partito Laburista, Valerie Amos, sottosegretaria delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari e coordinatrice degli aiuti di emergenza, Martin Shulz, ex capo del partito socialdemocratico tedesco, Emily Thornberry, ministra ombra degli Esteri [del partito Laburista, ndt.], William Hague, ex ministro degli Esteri, sono tra i 60 nomi presenti nel libro. Sono stati tenuti incontri all’ONU, al Parlamento britannico, al Parlamento europeo, in Svezia, in Norvegia. Tutto ciò non ha prodotto alcun effetto su Israele.

Se Israele procede con la demolizione, allora sarà un momento importante nella storia dell’occupazione della Cisgiordania. Nei decenni scorsi Israele ha condotto una politica che, in gran parte, ha evitato il trasferimento forzato della popolazione.

Le autorità hanno invece creato condizioni terribili per i palestinesi, nella speranza che alla fine se ne andassero di propria spontanea volontà. Adesso stanno optando per la deportazione: di fatto la sostituzione di un gruppo etnico con un altro attraverso la violenza.

Questa è pulizia etnica.

Con le parole di B’Tselem: “Questa non è una volgare o insignificante violazione del diritto umanitario internazionale, ma una violazione che costituisce un crimine di guerra.”

Cambio di passo’ nell’occupazione

Dopo la nostra visita a Khan al-Ahmar siamo ritornati sulla strada e siamo saliti alla vicina colonia di Kfar Adumim. Abbiamo costeggiato piccoli negozi, uno studio fotografico ed una scuola elementare. In plateale contrasto con il nostro viaggio al villaggio beduino, l’accesso è facile lungo strade asfaltate. I coloni vivono in confortevoli case distanziate tra loro, con vista spettacolare su un panorama dalle reminiscenze bibliche.

Parcheggiamo in cima alla collina e guardiamo giù verso il villaggio beduino. Mi sono chiesto: che cosa vedono i coloni quando guardano i beduini laggiù? Dei criminali? Dei terroristi? Una specie subumana di cui si può disporre a proprio piacimento?

Ibrahim mi ha parlato di quando alcuni coloni di Kfar Adumim si sono schierati con lui. Sono scesi nella notte a dormire nel suo accampamento in modo da poter essere d’aiuto se arrivavano i bulldozer. Un’ombra di umanità. Ma sono stati i coloni di Kfar Adumim a inviare la petizione per chiedere la distruzione della scuola del villaggio.

Ibrahim mi ha detto: “Temo che accadrà in questo fine settimana, quando c’è la festa per la fine del Ramadan.”

Sembra inevitabile che questa comunità verrà cacciata e diventerà un’altra vittima dell’occupazione. E che sarà un altro passo da gigante verso la creazione di un blocco di colonie urbane che separerà la parte sud e quella nord della Cisgiordania.

Significherà anche un cambio di passo nell’occupazione, in quanto Israele è orientato ad una politica di trasferimento forzato di altre comunità. E la soluzione dei due Stati apparirà sempre più come un sogno infranto.

Peter Oborne nel 2017 ha vinto il premio come miglior commentarista/blogger e nel 2016 è stato nominato giornalista freelance dell’anno del premio per i media online per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. E’ stato anche premiato come editorialista della stampa britannica dell’anno 2013. Nel 2015 si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph. I suoi libri includono: ‘The triumph of the political class’ [Il trionfo della classe politica], ‘The rise of political lying’ [La nascita delle menzogne in politica], ‘Why the West in wrong about nuclear Iran’ [Perché l’Occidente si sbaglia sul nucleare iraniano].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Amnesty International: la demolizione illegale e il trasferimento forzato di un villaggio di Beduini palestinesi rappresenta un crimine di guerra.

Comunicato Stampa

1 giugno 2018, Amnesty International

Le autorità israeliane devono annullare immediatamente il progetto di demolire il villaggio beduino palestinese di Khan al-Ahmar e di trasferire forzatamente la comunità che ci vive, ha dichiarato Amnesty International in vista dell’arrivo anticipato dei bulldozer previsto per il 1 giugno, dopo che la settimana scorsa la Corte Suprema di Israele ha autorizzato la demolizione.

È stato previsto che i residenti del villaggio siano trasferiti in un’area vicino a quella che era la discarica municipale di rifiuti di Gerusalemme, nei pressi del villaggio di Abu Dis.

“La scandalosa decisione presa la settimana scorsa dalla Corte Suprema di permettere all’esercito israeliano di demolire l’intero villaggio di Khan al-Ahmar è stata un colpo tremendo per le famiglie che da quasi dieci anni stanno facendo una campagna di informazione e combattono una battaglia legale per rimanere sulla loro terra e preservare le loro abitudini di vita. Procedere con la demolizione non sarebbe solo un atto di crudeltà, ma rappresenterebbe anche un trasferimento forzato, che è un crimine di guerra”, ha detto Magdalena Mughrabi, vice-direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Khan al-Ahmar è abitato da circa 180 residenti della tribù beduina Jahalin. È circondato da diversi insediamenti illegali israeliani che si trovano ad est di Gerusalemme.

Da più di 60 anni, la tribù beduina Jahalin sta lottando per mantenere le proprie abitudini di vita. Dopo essere stati scacciati negli anni 1950 dalle loro terre nel deserto del Negev, hanno subito continue vessazioni, pressioni e reinsediamenti da parte dei vari governi israeliani.

Alla fine di agosto 2017, il ministro della difesa israeliani Avigdor Lieberman annunciava che entro alcuni mesi il governo avrebbe sgomberato l’intera comunità. Lo scorso 24 maggio, la Corte Suprema israeliana ha sentenziato a favore della demolizione dell’intero villaggio di Khan al-Ahmar, compresa la scuola che è stata costruita usando vecchi copertoni di auto e che fornisce istruzione a circa 170 ragazzi di cinque diverse comunità beduine.

La Corte ha deciso che il villaggio è stato costruito senza i dovuti permessi di costruzione, anche se per i Palestinesi è impossibile ottenere tali permessi nelle aree della Cisgiordania sotto controllo israeliano conosciute col nome di Zona C.

“Le autorità israeliane hanno distrutto migliaia di vite palestinesi, sottoponendo uomini, donne e bambini ad anni di traumi e di ansie con la loro politica profondamente discriminatoria di negare innanzitutto i permessi di costruzione per poi distruggere con i bulldozer case, scuole e strutture per la pastorizia”, ha detto Magdalena Mughrabi.

“Invece di continuare a punire i Palestinesi perché costruiscono senza permessi, le autorità israeliane devono smettere di costruire ed espandere i loro insediamenti illegali in Cisgiordania, ciò che rappresenterebbe un primo passo per rimuovere i civili israeliani che vivono in questi insediamenti.”

“La sentenza della Corte Suprema è estremamente pericolosa e può rappresentare un precedente ai danni di altre comunità che cercano di opporsi ai progetti israeliani di trasferirle nei centri urbani. Le autorità israeliane devono rispettare i loro obblighi legali internazionali e abbandonare ogni piano di trasferimento forzato per Khan al-Ahmar e altre comunità.”

Informazioni sul contesto

Khan al-Ahmar si trova circa due chilometri a sud della colonia di Kfar Adumin nella Cisgiordania occupata. Dal 2009, la comunità beduina che vi risiede sta combattendo contro i continui ordini di demolizione di edifici e infrastrutture, tra cui la “scuola di gomme”. Quello stesso anno, gli abitanti delle vicine colonie israeliane di Kfar Adumin, Alon e Nofei Prat hanno chiesto alla Corte Suprema israeliana di permettere all’esercito israeliano di eseguire gli ordini di demolizione già emessi.

Khan al-Ahmar è una delle 46 comunità palestinesi della Cisgiordania a rischio di trasferimento forzato, a causa dei piani di ricollocamento israeliani e delle pressioni ad andarsene che vengono esercitate sui residenti. Queste comunità si trovano nella zona designata come Area C in base agli Accordi di Oslo firmati nel 1993 da Israele e dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). In quest’area, che rappresenta più del 60% della Cisgiordania occupata, l’esercito israeliano ha il completo controllo sulla sicurezza. L’Amministrazione Civile israeliana, che è un corpo militare, controlla la pianificazione ambientale e urbanistica.

L’esercito israeliano ha recentemente annunciato nuovi progetti di demolizione per i villaggi di Ein al-Hilweh e Umm Jamal nella Valle del Giordano, di Jabal al Baba a est di Gerusalemme, e del 20% degli edifici nel villaggio palestinese di Susiya che si trova nelle colline a sud di Hebron.

La politica di Israele di insediare civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, distruggendo arbitrariamente le proprietà palestinesi e trasferendo forzatamente gli abitanti che vivono sotto occupazione, viola la Quarta Convenzione di Ginevra ed è un crimine di guerra compreso nello statuto della Corte Penale Internazionale.

A partire dal 1967, Israele ha evacuato e trasferito forzatamente intere comunità ed ha demolito più di 50.000 case e infrastrutture palestinesi.

Traduzione di Donato Cioli

A cura di AssopacePalestina

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Rapporto OCHA del periodo 8 – 21 maggio 2018 (due settimane)

Il 14 maggio, nella Striscia di Gaza, secondo il Ministero della Salute Palestinese le forze israeliane hanno ucciso 59 palestinesi (tra cui sette minori) e ne hanno feriti 2.900: dalle ostilità del 2014, è il più alto numero di vittime registrato in un solo giorno nei Territori occupati.

I manifestanti palestinesi hanno ferito un soldato israeliano. Tra i feriti palestinesi di quel giorno, 1.322 (il 45%) sono stati colpiti con armi da fuoco. Le vittime rientrano nel contesto delle manifestazioni per “la Grande Marcia del Ritorno”, iniziate il 30 marzo, ed in coincidenza con il trasferimento ufficiale dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme.

In altre manifestazioni simili, svolte durante il periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ucciso tre palestinesi e ferito 1.283. Nello stesso periodo, secondo il Ministero della Salute Palestinese, altri quattro sono morti per le ferite precedentemente riportate. Le proteste dovrebbero protrarsi fino al 5 giugno, data che rievoca l’occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, avvenuta nel 1967.

Il gran numero di vittime e l’alta percentuale di feriti da armi da fuoco hanno sollevato preoccupazioni sull’uso eccessivo della forza. Il 18 maggio, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha condannato “l’uso sproporzionato e indiscriminato della forza” da parte delle forze israeliane e ha chiesto l’istituzione di una “commissione d’inchiesta internazionale indipendente” che indaghi sulle uccisioni di palestinesi durante le proteste. Il 23 maggio, nel suo resoconto presso il Consiglio di Sicurezza ONU, il Coordinatore Speciale per il Processo di Pace, Nickolay Mladenov, ha condannato “le azioni che, a Gaza, hanno portato alla perdita di così tante vite ” ed ha aggiunto che, a sua volta, Hamas “non deve usare le proteste come copertura del tentativo di collocare bombe a ridosso della recinzione e mettere in atto provocazioni”.

Durante le manifestazioni dell’11 e 14 maggio, manifestanti palestinesi hanno fatto irruzione nella parte palestinese del valico di Kerem Shalom (quasi esclusivo punto di ingresso delle merci in Gaza) causando ingenti danni e bloccando le operazioni. La sala di controllo, il nastro trasportatore principale e le tubazioni del carburante e del gas da cucina sono stati incendiati e gravemente danneggiati. Il valico è stato parzialmente riaperto il 16 maggio per le merci imballate ed il 17 maggio per l’ingresso del carburante.

Secondo l’esercito israeliano, il 16 maggio, palestinesi hanno sparato da Gaza con mitragliatrice verso le forze israeliane e verso la città israeliana di Sderot; successivamente le forze israeliane hanno sparato colpi di carro armato ed hanno condotto diversi attacchi aerei contro siti militari. In precedenza, il 12 ed il 14 maggio, le forze israeliane avevano condotto una serie di attacchi aerei mirati ad aree aperte e a siti di addestramento militare, nella città di Gaza e nel nord della Striscia. Secondo fonti ufficiali israeliane, questi ultimi attacchi aerei erano in risposta alle violente attività intraprese durante le manifestazioni lungo la recinzione perimetrale. Nessuno di tali attacchi ha provocato vittime, ma alcuni siti militari di Gaza hanno subito danni.

Per far rispettare le restrizioni di accesso alle Aree Riservate di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori in almeno 16 occasioni; ad est della città di Gaza un contadino è stato ferito. In Khan Younis, nelle vicinanze della recinzione perimetrale, altri due palestinesi sono rimasti feriti in scontri con le forze israeliane avvenuti mentre queste stavano svolgendo operazioni di spianatura del terreno e di scavo.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, le forze israeliane hanno ferito 641 palestinesi, tra cui 126 minori. Circa l’88% di questi ferimenti si sono verificati il 14 ed il 15 maggio, durante scontri scoppiati nel corso di manifestazioni in solidarietà con Gaza, contro il trasferimento dell’ambasciata statunitense e in memoria del 70° anniversario di ciò che i palestinesi chiamano “An Nakba” [“la Catastrofe”: ovvero la proclamazione dello Stato di Israele, avvenuta nel maggio 1948]. Il maggior numero di feriti si sono avuti negli scontri avvenuti nella città di Nablus; a seguire, gli scontri nei pressi del checkpoint DCO di Ramallah e quello di Huwwara (Nablus). Tredici persone sono rimaste ferite durante operazioni di ricerca-arresto. Oltre il 60% delle lesioni subìte da palestinesi durante il periodo di riferimento, sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche; tra questi un uomo di 58 anni cardiopatico, morto successivamente in un ospedale di Hebron.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 177 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 220 palestinesi. I numeri più alti di operazioni (41) e di arresti (56) si sono avuti nel governatorato di Gerusalemme.

In concomitanza con il mese mussulmano del Ramadan, iniziato il 17 maggio, le autorità israeliane hanno annunciato l’attenuazione delle restrizioni di accesso. Questo comporta la concessione di circa 2.000 permessi per visite familiari in Gerusalemme Est ed Israele. Per le preghiere del venerdì, gli uomini sopra i 40 anni, i minori sotto i 12 e le donne di tutte le età saranno ammessi a Gerusalemme Est senza permesso. Per la preghiera del venerdì (18 maggio), a Gerusalemme Est sono stati ammessi circa 39.300 palestinesi, attraverso tre posti di blocco circostanti. Secondo il DCL [Coordinamento e Collegamento Distrettuale] israeliano, il numero di ingressi è in calo: nel primo venerdì di Ramadan del 2017, ne furono registrati 65.000.

Citando la mancanza di permessi di costruzione, in zona C ed in Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno demolito tre strutture palestinesi. Tra le strutture prese di mira figura parte di una strada di campagna (finanziata da donatori) che consentiva agli agricoltori del villaggio di Haris (Salfit) di accedere ai loro terreni. Altre due strutture di sostentamento sono state demolite nel quartiere di Al ‘Isawiya a Gerusalemme Est e nel villaggio di Duma (Nablus).

Nella Valle del Giordano settentrionale, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato, per otto ore, cinque famiglie della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a. Questa Comunità deve far fronte a periodiche demolizioni e restrizioni di accesso che, insieme ai frequenti sfollamenti temporanei dovuti all’addestramento militare, destano preoccupazioni circa il rischio di trasferimento forzato dei residenti.

L’11 maggio, nel villaggio di Duma (Nablus), aggressori non identificati hanno dato fuoco a una casa palestinese. I residenti sono riusciti a mettersi in salvo, ma i mobili e la casa hanno subìto danni. Di conseguenza, i cinque membri della famiglia, tra cui due minori, hanno dovuto sfollare. Sul caso, le autorità palestinesi e israeliane hanno aperto due distinte indagini. Due attacchi incendiari analoghi furono compiuti da coloni israeliani nel villaggio di Duma, nel luglio 2015 e nel marzo 2016; nel primo caso morirono un bambino ed entrambi i genitori.

Sono stati segnalati almeno sette attacchi ad opera di coloni israeliani, con conseguenti lesioni a palestinesi o danni a loro proprietà. In tre distinti casi, a Turmus’ayya (Ramallah), Halhul (Hebron) e Burqa (Nablus), secondo fonti locali palestinesi circa 450 tra ulivi e vitigni sono stati vandalizzati da coloni israeliani. In altri tre episodi, coloni israeliani hanno forato i pneumatici di 30 veicoli palestinesi e spruzzato scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare” sui muri di case di Shu’fat (Gerusalemme Est), Wadi Qana (Salfit) e Sarra (Nablus). Sarebbero stati rubati, da coloni, tre cavalli appartenenti a contadini della città di Nablus. La violenza dei coloni è in aumento: dall’inizio del 2018, la media settimanale di attacchi che causano lesioni personali o danni materiali è di cinque casi; nel 2017 la media era stata di tre e nel 2016 di due.

Sono stati segnalati almeno cinque episodi di lancio di pietre e due episodi di lancio di bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: sono rimasti feriti cinque israeliani, tra cui una donna e sono stati danneggiati tre veicoli privati. Gli episodi si sono verificati su strade vicino a Nablus, Ramallah, Betlemme, Hebron e Gerusalemme. Inoltre, nell’area di Shu’fat, a Gerusalemme Est, sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

L’accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza di circa 7.000 palestinesi che vivono in tre comunità della Cisgiordania, è stato interrotto da restrizioni imposte da Israele. Nella parte di Hebron a controllo israeliano, l’esercito ha chiuso un passaggio di collegamento di un quartiere (As Salayyme) con il resto della città; chiusa, per tre giorni, anche la strada principale tra i villaggi di Madama e Burin (Nablus). Le misure sono state prese in risposta al lancio di pietre e bottiglie incendiarie contro veicoli di coloni israeliani e contro una torretta militare.

Le autorità egiziane hanno annunciato l’apertura ininterrotta, per tutto il mese del Ramadan, del valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto. Dalla sua apertura, avvenuta il 12 maggio, e fino alla fine del periodo di riferimento [di questo Rapporto], 4.865 palestinesi hanno attraversato in entrambe le direzioni. Dal 2014 questa è la più lunga e continuativa apertura del valico di Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 23 maggio, un quindicenne palestinese è morto per le ferite riportate il 15 maggio, nel corso di una manifestazione presso il checkpoint di Beit El / DCO in Al Bireh / Ramallah. Si trattava di una manifestazione commemorativa del 70° anniversario di quello che i palestinesi definiscono “An Nakba” del 1948 e di protesta contro l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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