La corte israeliana autorizza la demolizione del villaggio palestinese di Khan al-Ahmar

MEE e agenzie

giovedì 24 maggio 2018, Middle East Eye

Ignorando le richieste di governi europei e di importanti politici statunitensi, giovedì la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza in favore della demolizione di un villaggio palestinese nella Cisgiordania occupata.

Gli attivisti hanno detto che l’udienza è stata l’ultimo ricorso concesso al villaggio di Khan al-Ahmar, situato sulla strada principale che conduce al Mar Morto, circondato da diverse colonie illegali israeliane ad est di Gerusalemme.

Non è stato chiarito quando avrà luogo la demolizione del villaggio, che ospita 180 abitanti.

Negli anni scorsi la comunità, costituita da circa 35 famiglie appartenenti alla tribù beduina Jahalin, ha subito diverse volte la demolizione delle sue precarie case e scuole, per lo più fatte di lamiera ondulata e legno, da parte dell’esercito israeliano.

Israele vuole demolire il villaggio come parte del cosiddetto piano E 1, che consiste nella costruzione di centinaia di insediamenti per collegare le colonie di Kfar Adumim e Ma’ale Adumim con Gerusalemme est nell’area C [sotto totale ma temporaneo controllo israeliano in base agli accordi di Oslo, ndt.] della Cisgiordania controllata da Israele.

L’anno scorso gli abitanti del villaggio hanno detto a Middle East Eye che avrebbero opposto resistenza ad ogni tentativo di cacciarli dalle loro case.

“L’area C è stata costruita intorno a noi e alle nostre case, non viceversa”, ha detto a MEE Eid Abu Khamis, il portavoce delle comunità beduine nel distretto di Gerusalemme e residente a Khan al-Ahmar.

“Siamo venuti qui dopo che loro (Israele) ci hanno buttato fuori dalle nostre terre durante la Nakba e adesso vogliono cacciarci da questa terra, dove abbiamo vissuto per più di 60 anni.”

Nella sua sentenza la Corte ha affermato di non aver trovato “nessuna ragione per intervenire sulla decisione del ministro della Difesa di applicare gli ordini di demolizione emessi contro le strutture illegali a Khan al-Ahamar.”

Gli abitanti verranno spostati altrove, ha aggiunto, con un metodo che i critici assimilano ad una deportazione. Secondo precedenti piani del governo israeliano, è molto probabile che la comunità verrà trasferita in una zona vicina alla discarica di Abu Dis, una zona periferica degradata cisgiordana di Gerusalemme est.

La Corte ha sentenziato che il villaggio era stato costruito senza i relativi permessi di edificazione.

Per i palestinesi nelle aree della Cisgiordania controllate da Israele è quasi impossibile ottenere questi permessi.

La presidenza palestinese ha denunciato la sentenza della Corte di giovedì, definendola un tentativo razzista di “sradicare i legittimi cittadini palestinesi dalla loro terra per assumerne il controllo e rimpiazzarli con coloni.”

“Questa politica di pulizia etnica è considerata la peggior forma di discriminazione razziale, che è diventata la caratteristica principale delle prassi e delle decisioni del governo israeliano e dei suoi diversi strumenti”, ha affermato in un comunicato.

L’anno scorso 10 senatori democratici USA, guidati da Bernie Sanders e Dianne Feinstein, hanno scongiurato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di bloccare i piani di demolizione dei villaggi palestinesi della Cisgiordania, compreso Khan al-Ahmar.

“Abbiamo a lungo sostenuto la soluzione dei due Stati come un’equa soluzione del conflitto israelo-palestinese”, hanno scritto i senatori.

“Tuttavia i tentativi del vostro governo di trasferire forzatamente intere comunità palestinesi ed espandere le colonie in tutta la Cisgiordania non solo compromettono direttamente una soluzione a due Stati, ma crediamo che mettano anche a rischio il futuro di Israele come democrazia ebraica.”

Anche l’UE ha duramente criticato i piani di espulsione degli abitanti di Khan al-Ahmar.

L’anno scorso, quando era ambasciatore dell’UE in Israele, Lars Faaborg-Andersen ha detto: “L’adozione di misure coercitive come i trasferimenti forzati, le espulsioni, le demolizioni e le confische di case e strutture umanitarie (comprese quelle finanziate dall’UE) e il divieto di fornire assistenza umanitaria violano gli obblighi di Israele in base al diritto internazionale.”

Israele demolisce regolarmente case e scuole palestinesi in Cisgiordania, sostenendo che sono state costruite senza permesso. Ma Human Rights Watch sottolinea che “l’esercito israeliano rifiuta di concedere i permessi alla maggior parte delle nuove costruzioni palestinesi nel 60% della Cisgiordania, dove detiene il controllo esclusivo sulla pianificazione e sull’edilizia, mentre favorisce la costruzione di colonie.”

Nel 2016 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione di condanna di “tutte le misure finalizzate ad alterare la composizione demografica, il carattere e lo status del territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est.”



(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Quel boato? È la Palestina che scatena uno tsunami legale contro i crimini di guerra israeliani

Victor Kattan

25 maggio 2018, Haaretz

La Palestina è decisa a far cadere su Israele tutto il peso delle leggi internazionali. E sta cominciando adesso.

Questa volta il governo di Benjamin Netanyahu potrebbe essere andato troppo in là nella difesa delle azioni delle sue forze armate a Gaza. Ciò potrebbe portare al fatto che Israele sia obbligato a difendere le proprie azioni davanti a una corte di diritto internazionale.

L’affermazione del ministro della Difesa Avigdor Lieberman secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza”, dove più di 60 palestinesi sono stati uccisi durante manifestazioni il 14 maggio, non poteva essere ignorata dalla dirigenza palestinese. Secondo il rapporto presentato dalla Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI), le persone colpite da cecchini e dal fuoco dell’artiglieria comprendono sei minori, un amputato alle due gambe, un infermiere e 11 giornalisti.

Se teniamo conto della decisione del presidente USA Donald Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme – che in sé è stata una flagrante violazione delle leggi internazionali – nello stesso giorno in cui ha avuto luogo la sparatoria, la dirigenza palestinese ha capito di dover prendere l’iniziativa, almeno per conservare la propria credibilità agli occhi del suo stesso popolo.

Supportato dai festeggiamenti che hanno accompagnato la decisione di Trump sull’ambasciata, il primo ministro Benjamin Netanyahu sembra aver trascurato, o non avere preso sul serio, importanti iniziative diplomatiche palestinesi negli ultimi mesi che, prese insieme, potrebbero aver rovinato la festa.

Nel settembre 2017 la Palestina ha aderito all’Interpol, l’organizzazione internazionale di polizia; in aprile ha presentato una denuncia contro Israele per aver violato i suoi impegni in base alla “Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale”; e proprio la settimana scorsa il Consiglio ONU sui Diritti Umani ha deciso di inviare una commissione di inchiesta, appoggiata da quasi tutti i membri del Consiglio tranne gli USA e l’Australia, per indagare sull’uccisione di palestinesi sul confine di Gaza da parte di Israele.

Ora il ministro degli Esteri della Palestina Riyad al-Maliki ha presentato un ricorso su propria iniziativa alla Corte Penale Internazionale in cui si chiede alla procuratrice Fatou Bensouda di aprire un’indagine sui crimini commessi sul territorio dello Stato di Palestina.

La dirigenza palestinese potrebbe prendere ulteriori passi presso altre corti e tribunali internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia, chiedendo all’Assemblea Generale dell’ONU di fare richiesta di un parere consultivo a quella corte, se facendolo vi vedesse un beneficio politico.

Benché Israele non riconosca lo Stato di Palestina, oltre 130 Stati lo fanno. Dato che Israele sta occupando il territorio di uno Stato membro, in linea di principio la CPI ha giurisdizione in materia.

Il ricorso su propria iniziativa è stato presentato alla procuratrice Bensouda da funzionari del ministero degli Affari Esteri della Palestina. Lo Stato di Palestina ha goduto dello status di Paese osservatore nell’Assemblea Generale dell’ONU dal 29 novembre 2012, ed ha ratificato o aderito a numerosi trattati – compreso lo Statuto di Roma che ha creato la CPI.

Gli USA, per favorire Israele, potrebbero rendere questo ricorso alle leggi internazionali disagevole per i palestinesi. Nel 2015 il congresso USA ha approvato l’“Omnibus Appropriations Act” [“Legge per la Raccolta dei Finanziamenti”, ndt.] per impedire il trasferimento di un sostegno economico all’Autorità Nazionale Palestinese se questa avesse avviato “un’inchiesta giuridicamente autorizzata della Corte Penale Internazionale o avesse attivamente sostenuto un simile inchiesta, che sottoponga cittadini israeliani a un’inchiesta per presunti crimini contro i palestinesi.”

Ovviamente i consiglieri giuridici della Palestina potrebbero sostenere di non aver iniziato loro, ma solo richiesto, l’apertura di un’inchiesta: solo il procuratore può avviare un’inchiesta.

Ma comunque l’amministrazione Trump ha già tagliato gli aiuti all’UNRWA, l’agenzia ONU incaricata di occuparsi dei rifugiati palestinesi, e ha tentato di chiudere la missione diplomatica della Palestina a Washington. Queste azioni hanno eliminato gli incentivi ed i privilegi economici che il presidente Obama, e le precedenti amministrazioni USA, avevano concesso alla dirigenza palestinese.

Finora questi benefici sembravano aver evitato che la dirigenza palestinese presentasse le proprie richieste contro Israele di fronte a corti e tribunali internazionali. La minaccia di ulteriori tagli all’Autorità Nazionale Palestinese evidentemente non ha dissuaso la leadership palestinese dal prendere questa iniziativa, che potrebbe indicare che essa ha trovato altri finanziatori che la tengono a galla.

La decisione di presentare un ricorso su propria iniziativa alla CPI è significativa perché mette pressione sulla procura affinché velocizzi il terzo esame preliminare che sta già svolgendo sulla Palestina.

Questa indagine è stata aperta quando la Palestina ha aderito alla Corte nel gennaio 2015 ed attualmente è nella fase 2 di un processo in 4 fasi. (La fase 1 consiste in una valutazione informativa; la 2 si concentra sulla giurisdizione; la 3 sulla potenziale ammissibilità dei casi; la 4 esamina l’interesse della giustizia).

Il testo del ricorso della Palestina alla CPI indica che, da quando nel gennaio 2015 la Palestina ha aderito alla Corte, il ministro degli Affari Esteri della Palestina ed i suoi giuristi dell’Aia hanno inviato all’ufficio del procuratore tre comunicazioni, un’osservazione e 25 successivi rapporti mensili.

Il ricorso “chiede alla procura di indagare, in base alla giurisdizione temporale della Corte, crimini precedenti, in corso e futuri che ricadono sotto la giurisdizione della Corte, commessi in ogni parte del territorio dello Stato di Palestina.” Il ricorso chiarisce che “lo Stato di Palestina comprende i territori palestinesi occupati dal 1967 da Israele, come definiti dalla linea dell’armistizio del 1949, e include la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza.”

Nella sua dichiarazione sul ricorso, l’ufficio di Bensouda ha spiegato che ciò non porta automaticamente all’apertura di un’inchiesta.” Deve ancora completare le 4 fasi di esame preliminare.

Al momento tutti i ricorsi su propria iniziativa alla CPI sono stati presentati da Paesi africani, compresi la Repubblica centro-africana (due volte), la Repubblica Democratica del Congo, le Comore, il Gabon, il Mali e l’Uganda. L’attenzione esclusiva della Corte sul continente è stato argomento di critiche, anche se John Dugard, uno dei legali che questa settimana hanno accompagnato il ministro degli Esteri palestinese alla CPI, giustamente ha sostenuto che sono gli stessi Stati africani che hanno presentato questi ricorsi.

La Palestina è stato il primo Stato non africano a presentare un ricorso su propria iniziativa ed il secondo a prevedere accuse di crimini commessi da Israele.

Il primo venne fatto dalle Comore nel 2013 riguardo a presunti crimini commessi da Israele sulla nave Mavi Marmara, una nave passeggeri con bandiera delle Comore che nel 2010 portava pacifisti verso Gaza [10 passeggeri turchi vennero uccisi durante l’attacco israeliano in acque internazionali, ndt.]. Nonostante due ricorsi, in quel caso il procuratore decise di non aprire un’inchiesta e chiuse la sua inchiesta preliminare.

Non ci sono ragioni per cui il fatto di non essere arrivati a un processo riguardo alla Mavi Marmara possa impedire al procuratore di valutare con cura le denunce palestinesi di crimini commessi nello Stato di Palestina.

È vero, la procura potrebbe avere difficoltà a raccogliere prove, in quanto Israele difficilmente collaborerà, e non è obbligato a collaborare in quanto Israele non è uno Stato membro del Trattato di Roma. Tuttavia, come ben chiarisce il ricorso, i crimini commessi da Israele a Gerusalemme est, in Cisgiordania e a Gaza “sono tra i più ampiamente documentati nella storia contemporanea.”

Questi presunti crimini includono la politica di colonizzazione di Israele, che viola direttamente lo Statuto di Roma ed è stata una delle ragioni per cui Israele non l’ha firmato nel 1998. Secondo il ricorso palestinese, come documentato dall’Ufficio Statistico Centrale di Israele, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima c’è stato un aumento del 70% delle costruzioni di colonie tra l’aprile 2016 e il marzo 2017.

Il ricorso sostiene anche che l’esercito israeliano e i coloni hanno ucciso o ferito oltre 1.100 minori palestinesi nel solo 2017. Si riferisce alle uccisioni a Gaza del 14 maggio, alla demolizione di case a partire dal 2016, alla distruzione ed appropriazione di proprietà, alla detenzione illegittima, compresi 700 palestinesi tenuti in detenzione amministrativa che viene rinnovata indefinitamente, senza imputazioni o processo, sulla base di prove “segrete” tenute nascoste ai detenuti ed ai loro avvocati. Altre accuse, precisate in precedenti comunicazioni, osservazioni e rapporti mensili inviati all’ufficio della procura non sono state rese note.

Dei sei Stati che finora hanno fatto ricorso su propria iniziativa alla CPI, la procura ha aperto inchieste su cinque di essi: la Repubblica centro-africana (due volte), il Congo, il Mali e l’Uganda. Un altro (relativo al Gabon) è ancora nella fase 2. Rifiutando di aprire un’indagine sulla flottiglia di Gaza, la procura ha considerato i presunti crimini “non di una gravità sufficiente”. Ma è improbabile che questo argomento impedisca alla procura di indagare su presunti crimini di Israele in Cisgiordania e a Gaza, che sembrano essere molti gravi.

Se la prassi precedente insegna qualcosa, pare ci sia una notevole probabilità che la procura apra questa inchiesta sul caso palestinese. I ricorsi su propria iniziativa si sono conclusi con un processo e con arresti nei casi relativi alla Repubblica centro-africana, al Congo e all’Uganda, dove ordini di arresto sono stati emanati nel 2005 contro membri dell’Esercito di Liberazione del Signore [gruppo di guerriglia con connotazioni religiose responsabile di molte atrocità, ndt.]. I sospettati sono rimasti alla macchia per un decennio finché uno di loro, Dominic Ongwen, si è consegnato alla CPI. Il suo processo è in corso.

Il ricorso della Palestina alla CPI non rende pubblici i nomi delle persone accusate di aver commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Palestina, ma è probabile che comprendano autorità ai più alti livelli dello Stato, compresi politici e membri delle forze armate. 

Benché gli ingranaggi della giustizia internazionale siano lenti, sono stati messi in movimento. È solo questione di tempo, finché la procura dovrà decidere se aprire un’inchiesta. Se decidesse che ci sono informazioni sufficienti per acconsentire all’apertura di un’indagine, è probabile che chieda la presenza di persone che vorrebbe interrogare e indagare perché implicate nella perpetrazione di crimini, perché testimoni di questi crimini, oppure perché ne sono stati essi stessi vittime.

Resta da vedere se Netanyahu sarà ancora il primo ministro di Israele quando, e se, il procuratore decidesse di aprire un’inchiesta. Nel frattempo Netanyahu non solo si deve preoccupare dei suoi problemi legali in patria [per accuse di corruzione, ndt.], ma anche di potenziali problemi legali all’estero, che potrebbero sorgere in un futuro non molto lontano.

Per il momento potrebbe essere al sicuro – dato che gode di immunità da procedimenti penali in base alle leggi consuetudinarie internazionali in quanto capo del governo israeliano. Israele non fa parte dello Statuto di Roma e potrebbe sostenere che non è vincolato alle norme dello Statuto che tolgono l’immunità ai capi di Stato per crimini che ricadono sotto di esso. I giuristi della Palestina potrebbero sostenere al contrario che i capi di Stato non godono di immunità se sono responsabili di aver commesso crimini in base allo Statuto di Roma. Potrebbero affermare che le disposizioni dello Statuto che prevedono l’esclusione dell’immunità dei capi di Stato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità riflettono le leggi internazionali consuetudinarie, che sono vincolanti per ogni Stato, compreso Israele, anche se Israele non ha ratificato lo Statuto.

In base alle leggi internazionali membri dell’esercito israeliano di rango inferiore ed ex-autorità di governo non sarebbero tuttavia immuni dalla giurisdizione penale. Se la CPI emanasse un mandato, qualunque Stato che faccia parte dello Statuto di Roma potrebbe applicare quel mandato agli israeliani menzionati se visitassero il loro territorio.

Come potrebbe proteggerli Israele? Potrebbe conferire lo status diplomatico a ex-ufficiali offrendo loro posizioni di ambasciatore in Stati che non sono parti in causa o promuovere funzionari a importanti posizioni nel governo.

In un caso tristemente noto, il Regno Unito fornì all’ex ministra israeliana Tzipi Livni [denunciata da uno studio legale di Londra per crimini durante l’operazione militare “Piombo fuso” contro Gaza nel 2008-09, ndt.] un’immunità per una “missione speciale”, addirittura una provvisoria competenza giurisdizionale, benché non avesse più un incarico di governo.

Dato che 123 Stati fanno parte dello Statuto di Roma, compresa la Palestina, importanti autorità israeliane potenzialmente implicate in crimini di guerra a Gaza o nell’attività di colonizzazione di Israele dovranno presumibilmente pianificare con cautela le proprie vacanze. E se i calcoli politici e legali in patria diventassero sfavorevoli, Netanyahu potrebbe unirsi a questo gruppo maledetto.

L’unica soddisfazione che questi funzionari israeliani potrebbero allora trovare è che un’indagine della CPI potrebbe probabilmente prendere di mira anche Hamas, date le sue azioni durante l’operazione “Margine protettivo” nel 2014. A differenza dei funzionari israeliani, i membri di Hamas, compresi i suoi principali dirigenti, non godono di immunità, e sarebbero un obiettivo molto più facile per la Corte.

Victor Kattan è ricercatore senior all’Istituto per il Medio Oriente dell’università nazionale di Singapore (NUS) e ricercatore associato alla facoltà di diritto nella NUS.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 24 aprile – 7 maggio (due settimane)

La serie di manifestazioni di massa lungo la recinzione perimetrale che separa Gaza da Israele, iniziata il 30 marzo, è proseguita per la settima settimana consecutiva.

Le dimostrazioni si svolgono all’interno della Striscia di Gaza, a partire da cinque tendopoli situate a 600-700 metri dal confine con Israele. Alcune centinaia di manifestanti, su decine di migliaia di persone, hanno tentato di aprire un varco nella recinzione, hanno bruciato pneumatici e lanciato pietre contro le forze israeliane ed hanno fatto volare aquiloni incendiari verso il territorio israeliano. I soldati israeliani hanno sparato proiettili gommati, gas lacrimogeni e proiettili di arma da fuoco, impiegando anche cecchini schierati lungo la recinzione. Il 27 aprile l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha invitato Israele a garantire che le sue forze di sicurezza non ricorrano all’uso eccessivo della forza ed ha anche chiesto che [coloro che ne sono stati] responsabili siano chiamati a renderne conto: nelle proteste svoltesi il 4 maggio è stata rilevata una significativa diminuzione dell’uso di armi da fuoco. Il 30 aprile, l’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha tenuto un’audizione in risposta ad una petizione, presentata da due gruppi di Organizzazioni Non Governative, contro le “regole di autorizzazione ad aprire il fuoco” applicate dalle autorità israeliane nel contesto delle attuali manifestazioni palestinesi. Il caso è in corso.

Durante il periodo di riferimento [di questo Rapporto], nel contesto delle manifestazioni sopra menzionate, sei palestinesi, tra cui un minore, sono stati uccisi dalle forze israeliane e 1.216, tra cui 201 minori, sono stati feriti. Le vittime includono un giornalista morto per le ferite riportate durante il precedente periodo di riferimento [10-23 aprile]. Altri sei palestinesi, incluso un minore, sono stati uccisi, a quanto riportato, dopo essere penetrati in Israele attraverso la recinzione; quattro dei corpi sono trattenuti dalle autorità israeliane.

Dall’inizio delle manifestazioni nella Striscia di Gaza, 40 palestinesi, tra cui cinque minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane durante le proteste. Altri 13 palestinesi, tra cui un minore, sono stati uccisi in circostanze diverse all’interno di Gaza e vicino al recinto perimetrale tra Gaza e Israele. A quanto riferito, sei di loro sono stati uccisi mentre tentavano di attraversare la recinzione con Israele, o dopo averla attraversata. I loro corpi sono trattenuti dalle autorità israeliane. In Gaza, secondo il Ministero Palestinese della Salute, 8.536 palestinesi, tra cui almeno 793 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Il 54% dei feriti (4.589 persone) sono stati ricoverati in ospedale; di questi, 2.064 erano stati colpiti con armi da fuoco. Non ci sono invece notizie di feriti israeliani.

Il 5 maggio, in una casa a nord di Deir Al Balah, un ordigno è esploso in circostanze non chiare: sei membri di un gruppo armato palestinese sono rimasti uccisi e altri tre sono rimasti feriti. Diverse altre case hanno subito danni.

Per far rispettare le restrizioni di accesso alle Aree Riservate, sia di terra lungo la recinzione, sia di pesca lungo la costa di Gaza, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori in almeno 31 occasioni. In due dei casi (a Beit Lahiya e Khan Yunis, lungo la recinzione), due palestinesi sono stati feriti. In diversi episodi, le forze israeliane hanno arrestato 10 persone, di cui cinque minori; a quanto riferito, stavano tentando di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale: cinque di loro sono stati rilasciati. In diverse occasioni, il 27 aprile e il 5 maggio, le forze israeliane hanno lanciato diversi raid aerei e sparato colpi di cannone sulla Striscia di Gaza, a quanto riferito contro siti militari, provocando danni, ma non feriti.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, 230 palestinesi, tra cui 26 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Il 91% di questi ferimenti si sono verificati durante scontri collegati a manifestazioni di solidarietà con i palestinesi di Gaza per la “Grande Marcia del Ritorno”. Il maggior numero di feriti si è avuto negli scontri di Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), seguiti da scontri vicino a Qusra e vicino al DCO di Al Bireh (Ramallah). La metà dei ferimenti sono stati causati da proiettili gommati, seguiti da lesioni derivanti da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche (42%) e da armi da fuoco (4%). In un’altra circostanza, il 26 aprile, le forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni e bombe assordanti nel cortile della scuola di Burin (Nablus), durante la pausa pranzo degli studenti, provocando una sospensione delle lezioni per il resto della giornata. Almeno 250 minori sono stati coinvolti. Secondo fonti israeliane, questo episodio ha fatto seguito al lancio di pietre contro veicoli di coloni israeliani.

In due episodi, per consentire esercitazioni militari israeliane, le forze israeliane hanno sfollato, per otto ore ogni volta, cinque famiglie (29 persone, tra cui 17 minori) della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a nella Valle del Giordano settentrionale. Questa comunità è, inoltre, costretta ad affrontare periodiche demolizioni e restrizioni di accesso; fatti che destano preoccupazione in merito al rischio del loro trasferimento forzato.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto complessivamente 127 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 151 palestinesi. Nel governatorato di Gerusalemme è stata compiuto il numero più alto di ricerche (31) e di arresti (39). Inoltre, a Gerusalemme, la polizia israeliana ha emesso ordini che, per sei mesi, vietano a tre impiegati palestinesi del Waqf islamico [fondazione pia] di entrare nel Complesso di Haram al Sharif / Monte del Tempio. Nella Striscia di Gaza, in due occasioni, le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale.

Per mancanza dei permessi di costruzione, in nove comunità palestinesi dell’Area C, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 30 strutture, provocando lo sfollamento di 41 persone, tra cui 17 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 90 circa. Quattordici delle strutture prese di mira si trovavano nelle comunità di pastori palestinesi di Massafer Yatta (Hebron), all’interno di un’area chiusa dall’esercito israeliano e da questi riservata all’addestramento militare (“zona 918 per esercitazioni a fuoco”). In questa zona, il contesto coercitivo viene inasprito, creando pressione sui residenti per indurli a partire. Trentacinque persone di queste Comunità, tra cui 14 minori, sono state sfollate: il numero più alto di sfollati registrato in un solo giorno dall’inizio del 2018. Quattro delle strutture erano rifugi residenziali, forniti come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Sale così a 19, dall’inizio del 2018, il numero di strutture finanziate da donatori e successivamente distrutte o sequestrate. In un altro caso, nella città di Ya’bad (Jenin), in Area B, citando la violazione delle normative ambientali, le forze israeliane hanno demolito anche una fabbrica di carbone di legna appartenente a tre famiglie palestinesi, colpendo il mezzo di sostentamento di 15 persone.

Ancora sulle demolizioni: a Gerusalemme Est, presso cinque comunità palestinesi, sono state demolite undici strutture; quattro di queste, a Silwan e Qalandiya, sono state autodemolite dai proprietari stessi. Le sette strutture demolite dalle autorità israeliane includevano un edificio di tre piani in Al Isawiya e sei strutture di sussistenza a Beit Safafa e Shu’fat. In totale, otto persone, tra cui due minori, sono state sfollate ed altre 91 sono state economicamente colpite. Dall’inizio del 2018, quasi un quarto delle strutture demolite (ed anche delle persone sfollate o comunque toccate dalle demolizioni) in Gerusalemme Est, si trovavano nel quartiere di Al Isawiya.

In Cisgiordania, in otto episodi di violenza da parte di coloni, due palestinesi, tra cui una giornalista, sono stati feriti e proprietà palestinesi sono state vandalizzate. Il 29 aprile, a Kafr ad Dik (Salfit), coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito una giornalista palestinese mentre stava documentando un caso di confisca di un terreno. Inoltre, nella Città Vecchia di Gerusalemme, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un 23enne palestinese. In tre diversi episodi, presunti coloni israeliani hanno forato le gomme di 17 veicoli palestinesi e spruzzato scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare” sui muri di sei case palestinesi dei villaggi di Jalud (Nablus), di Turmus’aaya e di Deir Ammar (entrambi in Ramallah). Nella zona H2 di Hebron, controllata dagli israeliani, coloni hanno attaccato, con lancio di pietre, tre case palestinesi, scatenando scontri con i residenti. In un altro episodio, verificatosi nel villaggio di Qusra e riportato da fonti della Comunità locale, coloni, a quanto riferito dell’insediamento di Yitzhar, hanno danneggiato 14 alberi e hanno forato le gomme di un trattore agricolo. In quest’area, l’accesso ai terreni da parte dei proprietari palestinesi richiede un’autorizzazione speciale rilasciata dalle autorità israeliane. La violenza dei coloni è in aumento: dall’inizio del 2018, la media settimanale di attacchi che causano lesioni personali o danni materiali è pari a cinque; nel 2017 era stata di tre e nel 2016 di due.

Sono stati segnalati almeno cinque casi di lancio di pietre e due casi di lancio di bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: secondo media israeliani sono stati causati danni a cinque veicoli privati vicino a Hebron, Ramallah, Betlemme e Gerusalemme.

Il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato aperto per tre giorni (dal 28 al 30 aprile) in entrambe le direzioni e un giorno in una direzione, consentendo un totale di 357 ingressi e 1.511 uscite da Gaza. Dall’inizio del 2018, il valico è stato aperto solo per 17 giorni; 11 giorni in entrambe le direzioni e 6 giorni in una sola direzione. Secondo le autorità palestinesi in Gaza, oltre 23.000 persone, compresi casi umanitari prioritari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

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Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 aprile 2018 (due settimane)

La serie di dimostrazioni di massa, iniziate il 30 marzo nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno”, è continuata a Gaza durante il periodo di riferimento [di questo Rapporto, cioè fino al 23 aprile]

Le manifestazioni hanno avuto luogo in cinque campi di tende situate a circa 600-700 metri dalla recinzione perimetrale con Israele. Alcune centinaia di manifestanti, su decine di migliaia, si sono avvicinati ed hanno tentato di fare una breccia nella recinzione, bruciare pneumatici, gettare pietre e, secondo fonti israeliane, lanciare bombe incendiarie ed altri ordigni esplosivi alle forze israeliane, o di collocarli lungo la recinzione. Queste ultime hanno usato proiettili di gomma, gas lacrimogeni e proiettili di arma da fuoco; un centinaio di cecchini sono stati schierati lungo la recinzione.

Dall’inizio delle proteste, fino al termine del periodo di riferimento, 34 palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane. Inoltre, cinque palestinesi sono stati uccisi a Gaza in altre circostanze ed altri due, entrati in Israele attraverso la recinzione, sono stati colpiti ed uccisi; i loro corpi sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane. A Gaza, secondo il Ministero Palestinese della Salute, dal 30 marzo un totale di 5.511 palestinesi, tra cui almeno 454 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Di questi, 3.369 persone (il 61%) sono state ricoverate in ospedale; 1.739 dei ricoverati erano stati colpiti da proiettili di arma da fuoco. Non sono stati segnalati ferimenti di israeliani. Il gran numero di vittime tra i manifestanti palestinesi disarmati, e l’alta percentuale di feriti da proiettili di arma da fuoco, ha suscitato preoccupazioni sull’uso eccessivo della forza. I medici dell’ospedale Shifa di Gaza riferiscono di aver curato lesioni non più viste dai tempi delle ostilità del 2014; alcune di tali lesioni possono causare inabilità permanente. Ciò solleva interrogativi sul tipo di munizioni usate dalle forze israeliane.

Per ulteriori informazioni e grafici: https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-snapshot-mass-casualties-context-demonstrations-gaza-strip-0

Durante il periodo di riferimento, nove palestinesi, compreso un minore, sono stati uccisi dalle forze israeliane e 1.739 sono stati feriti nel contesto delle dimostrazioni nella Striscia di Gaza (inclusi nel conteggio di cui sopra). I nove morti sono costituiti da otto uomini ed un 14enne che, secondo fonti mediche, è stato colpito alla testa da un proiettile mentre si trovava a circa 50 metri dalla recinzione. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente ha espresso indignazione per l’uccisione e ha chiesto un’indagine. L’Esercito Israeliano ha dichiarato che sarà svolta un’inchiesta su questo episodio. Il Coordinatore Umanitario, Jamie McGoldrick, ha chiesto tutela dei manifestanti palestinesi e finanziamenti urgenti per fronteggiare le esigenze umanitarie critiche generate dal massiccio aumento delle vittime a Gaza dal 30 marzo.

In diverse occasioni, nei giorni 12, 17 e 18 aprile, le forze israeliane hanno effettuato molteplici attacchi aerei e sparato colpi di carro armato su Gaza, mirando, a quanto riferito, a siti militari; un membro di un gruppo armato palestinese è stato ucciso e cinque altri sono rimasti feriti. È stato inoltre segnalato il danneggiamento di una casa.

In Cisgiordania, 331 palestinesi, tra cui 49 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante proteste e scontri. Per l’85% circa, queste lesioni si sono verificate durante scontri scoppiati dopo le proteste in solidarietà con la Grande Marcia del Ritorno, svolta a Gaza. Gli scontri a Kafr Qalil (Nablus) hanno fatto contare il più alto numero di feriti; seguono i feriti conteggiati negli scontri avvenuti nei pressi del DCO di Al Bireh (Ramallah) e nella città di Abu Dis (Gerusalemme). La maggior parte delle lesioni (70%) sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno necessitante trattamento medico, seguite da lesioni causate da proiettili di gomma (20%) e da pallottole di arma da fuoco (3%). In altri tre episodi, avvenuti in Cisgiordania, 24 palestinesi, tra cui due minori, sono stati feriti durante scontri con le forze israeliane intervenute a seguito di alterchi e scontri tra residenti palestinesi e coloni entrati in vari siti religiosi.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 183 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 203 palestinesi, di cui 24 minori. Più di un terzo di queste operazioni hanno innescato scontri con i residenti. Nel Governatorato di Hebron è stata effettuato il più alto numero di arresti (55, di cui quattro minori) ed il maggior numero di operazioni (51).

Citando la mancanza di permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 16 strutture in sei località in Area C: non ci sono stati sfollamenti dalle abitazioni, ma le demolizioni/sequestri hanno riguardato i mezzi di sussistenza di 362 persone. Undici delle strutture oggetto dei provvedimenti di cui sopra si trovavano nell’Area C dei villaggi di Shuqba e Jibiya (entrambi in Ramallah), di Al ‘Auja (Jericho) e della comunità beduina palestinese di Sud ‘Anata (Gerusalemme). Quattro delle strutture mirate erano utilizzate come aule e due come servizi igienici di una scuola elementare che serve 24 studenti nella comunità pastorale di Khirbet Zanuta nel sud di Hebron. Una delle strutture interessate dai provvedimenti sopraccitati era utilizzata come aula scolastica dalla comunità beduina di Jabal al Baba, nell’Area C del Governatorato di Gerusalemme, ed era stata fornita come assistenza umanitaria in risposta a demolizioni precedenti. Questa specifica demolizione ha interessato 290 persone, di cui 151 minori. Jabal al Baba è una delle 46 comunità beduina palestinesi nella Cisgiordania centrale ad alto rischio di trasferimento forzato. Le forze israeliane hanno inoltre demolito un autolavaggio ed un parco giochi pubblico per bambini (entrambi situati vicino al checkpoint di Qalandiya e Kafr Aqab), pregiudicando il sostentamento di 86 persone; hanno anche demolito un laboratorio nel villaggio di Beiti Anan, in Gerusalemme (Area B), dove hanno sequestrato computer, stampanti ed altre attrezzature; a quanto riferito il sequestro è stato motivato da attività di incitamento; sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di 17 persone.

Il 23 aprile, nella città di Jenin, le autorità israeliane hanno demolito una casa per motivi punitivi, sfollando sette persone, tra cui due minori. La casa demolita apparteneva alla famiglia del palestinese, attualmente imprigionato, che, nel gennaio 2018, partecipò ad un attacco in cui un colono israeliano venne ucciso. Dall’inizio del 2018, due case sono state demolite o sigillate per motivi punitivi, sfollando sette palestinesi.

Per mancanza di permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno emesso almeno 19 ordini di demolizione o di blocco-lavori contro strutture appartenenti a tre comunità nell’Area C. Le strutture comprendono undici case abitate in Khirbet Ghwein (Hebron), sette strutture di sostentamento in Ni’lin, ed una struttura abitativa nella comunità di Jawaya, nella zona di Yatta (Hebron).

In Cisgiordania tre palestinesi sono stati feriti da coloni israeliani e proprietà palestinesi sono state vandalizzate nel corso di undici episodi di violenza. Il 10 aprile, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un palestinese vicino Tell (Nablus). Secondo fonti della Comunità locale, in tre episodi distinti, circa 140 ulivi su terreni appartenenti a palestinesi dei villaggi di Rujeib, Burin ed ‘Urif (tutti a Nablus) sono stati vandalizzati da coloni israeliani provenienti, a quanto riferito, dagli insediamenti colonici di Yitzhar e Bracha. Inoltre, in altri cinque diversi episodi, coloni israeliani hanno bucato le gomme di 113 veicoli palestinesi, hanno spruzzato scritte del tipo “questo è il prezzo che dovete pagare” sui muri di dieci case palestinesi ed hanno incendiato una moschea nei villaggi di Lubban Ash Sharqiya e Aqraba (entrambi in Nablus), di Rammun e Burqa (entrambi a Ramallah), e di Beit IKSA (Gerusalemme). Due studenti palestinesi (11 e 12 anni) sono stati feriti e il loro scuolabus ed una casa hanno subìto danni in due separati episodi di lancio di pietre e di bottiglie incendiarie da parte di coloni sulle strade nei pressi di Durai (Hebron) e nella zona H2 della città di Hebron. La violenza dei coloni è andata aumentando dall’inizio del 2018, con una media settimanale di cinque attacchi recanti lesioni o danni alla proprietà, rispetto ad una media di tre attacchi nel 2017 e due nel 2016.

Secondo rapporti di media israeliani, quattro coloni israeliani, tra cui una donna, sono rimasti feriti e quattro veicoli sono stati danneggiati su strade vicino a Betlemme, Hebron, e Gerusalemme a seguito del lancio di bottiglie incendiarie e pietre da parte di palestinesi.

In Gaza, per la terza settimana consecutiva, continuano a verificarsi interruzioni di corrente fino a 20 ore al giorno; ciò pregiudica gravemente l’erogazione dei servizi essenziali, tra cui quelli sanitari, l’acqua potabile ed il trattamento delle acque reflue. La Centrale Elettrica di Gaza, a causa della mancanza di carburante, è totalmente inattiva dal 12 aprile, mentre le tre linee dell’elettricità egiziana sono fuori servizio dal 10 febbraio.

Il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato aperto per tre giorni (dal 12 al 14 aprile) in entrambe le direzioni, permettendo il rientro nella Striscia di 400 persone e l’uscita di 2.500. Dall’inizio del 2018, il valico è stato aperto solo tredici giorni; otto giorni in entrambe le direzioni e cinque giorni in una direzione. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, più di 23.000 persone, inclusi casi umanitari ad alta priorità, sono registrate ed in attesa di attraversare il valico.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Come Israele disumanizza la resistenza palestinese

Ramona Wadi

Lunedì 23 aprile 2018, Middle East Eye

Senza un intervento internazionale la pressione di Israele per far sparire i palestinesi completerà il ciclo di isolamento.

C’è un metodo standard con il quale la comunità internazionale reagisce alle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele, a seconda della visibilità delle misure oppressive e che esse corrispondano alle caratteristiche di precedenti condanne. Il risultato è un processo di sensibilizzazione selettiva, in base al quale l’incarcerazione di minori palestinesi, le demolizioni di case, l’espansione delle colonie e il dislocamento forzato sono destinati a futili critiche e condanne.

Tuttavia, quando si tratta di altre misure che dimostrano direttamente l’intenzione di Israele di prendere di mira la resistenza palestinese e di far sparire palestinesi, il silenzio è sorprendente. All’inizio di febbraio i genitori di un soldato ucciso a Gerusalemme est occupata hanno detto alla Commissione per gli Affari Interni della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] che i corpi di palestinesi nelle mani di Israele dovrebbero essere trattenuti per sempre o gettati “in mare” come forma di deterrenza.

Durante la stessa sessione, la richiesta è stata ripetuta dal presidente della Commissione degli Affari Interni, il deputato Yoav Kisch [del Likud, principale partito israeliano, ndt.], che ha fatto riferimento alla versione USA riguardo al fatto che il corpo del leader di Al-Qaeda Osama Bin Laden sarebbe stato gettato in mare.

Precedenti storici

La riproposizione della versione USA serve a vari obiettivi. Incoraggia le azioni di uno dei principali alleati di Israele, mentre sfrutta anche la propaganda sul “terrorismo” per demolire la lotta anticolonialista palestinese – una tattica che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha utilizzato in molte occasioni con il pretesto di preoccupazioni per la sicurezza.

Ci sono precedenti storici della scomparsa di oppositori politici adottata come prassi corrente. L’America latina, dove dittature sostenute dagli USA hanno inculcato il terrore facendo sparire i propri oppositori, presenta moltissimi esempi.

Cile ed Argentina, rispettivamente sotto Augusto Pinochet e Jorge Rafael Videla, hanno fatto uso di “voli della morte”, gettando nell’oceano da elicotteri i corpi torturati di oppositori. In Argentina si stima che siano scomparse circa 30.000 persone.

L’esistenza di Israele si basa sulla premessa dell’inesistenza della Palestina. Senza che niente giustificasse le affermazioni del primo sionismo in merito ad una terra deserta, la pulizia etnica e la sistematica espulsione durante la Nakba [la “catastrofe”, cioè la pulizia etnica di centinaia di migliaia di palestinesi nel territorio divenuto poi lo Stato di Israele, ndt.] vennero in seguito perfezionate con una serie di misure oppressive che portarono agli stessi risultati in un lungo periodo di tempo.

La reazione internazionale ha favorito Israele: ripetute violazioni dei diritti umani e delle leggi internazionali non hanno suscitato che condanne ripetitive. Ciò ha consentito al governo israeliano di ampliare il proprio discorso securitario e le misure repressive.

Nel febbraio 2016 il ministro dell’Educazione israeliano Naftali Bennett [del partito di estrema destra dei coloni “Casa Ebraica”, ndt.] ha fatto un appello per “seppellire i combattenti palestinesi contro l’occupazione in cimiteri segreti e distruggere tutte le case dei loro villaggi d’origine.” Mentre Bennett è ben noto per la sua virulenza, la sua dichiarazione deve essere letta all’interno di un contesto di costante rifiuto di Israele di consegnare ai familiari del defunto i corpi dei palestinesi uccisi.

Normalizzazione della violenza israeliana

A dicembre la Corte Suprema israeliana ha sentenziato contro questa prassi, tuttavia il governo ha continuato, nonostante questa pratica contravvenga sia alla legge israeliana che all’articolo 130 della Quarta Convenzione di Ginevra.

I parlamentari israeliani hanno anche difeso questa prassi durante il recente incontro della commissione della Knesset. Accusando l’esistenza di forme di istigazione [alla violenza] durante i funerali, il deputato Mickey Levy [di Yesh Atid, partito di centro, ndt.] ha descritto la restituzione dei corpi in piena notte sotto rigide misure di sicurezza: “Ho schierato 700 soldati in modo che nessun altro se non i familiari più stretti lasciassero la casa.”

Da notare in modo particolare le dichiarazioni conclusive del deputato Kisch: “L’Alta Corte deve anche capire il contesto umano. È una situazione assurda – stiamo distruggendo con le nostre mani gli strumenti per lottare contro il terrorismo.”

Per supportare la normalizzazione della violenza israeliana, per l’entità coloniale è necessario disumanizzare la resistenza palestinese. L’occultamento del contesto della resistenza armata palestinese è un fattore importante per Israele – che la comunità internazionale ha rapidamente imitato.

C’è stato un altro esempio all’inizio dell’anno, quando una controversa proposta del ministro della Difesa Avigdor Lieberman [del partito di estrema destra “Israele è casa nostra”, ndt.] ha ottenuto l’approvazione preliminare della Knesset. La legge presentata renderebbe più facile ad un tribunale israeliano comminare la pena di morte a chi viene condannato per attacchi “terroristici”. L’espressione “terrorista” è applicata esclusivamente ai palestinesi coinvolti in attività di resistenza contro l’oppressione israeliana.

Criminalizzare la resistenza

Complessivamente Israele ha già perfezionato la normalizzazione delle continue violazioni, a cui il mondo non reagisce. Le distruzioni di case e le espulsioni sono classificate come relative alla questione dei rifugiati. La privazione di necessità fondamentali ricade sotto l’agenda umanitaria. L’ambiente inquinato di Gaza è stato definito “inabitabile”.

Al tempo stesso, i palestinesi coinvolti in attività di resistenza vengono criminalizzati al punto che la loro umanità viene negata.

Negli scorsi anni, tra le altre cose, il governo israeliano ha imposto l’alimentazione forzata a prigionieri palestinesi in sciopero della fame, ha perpetrato esecuzioni extragiudiziarie, ha comminato lunghe pene detentive a palestinesi che hanno lanciato pietre per resistere alla violenza dello Stato e dei coloni e ha trattenuto i corpi di palestinesi uccisi da Israele.

Nel frattempo lo Stato coloniale gode dell’impunità per le proprie provocazioni, come far sparire palestinesi in cimiteri segreti o chiedere che i loro corpi vengano gettati in mare.

In questo modo Israele sta garantendosi che tutti i palestinesi vengano puniti severamente. Le varie forme di punizione collettiva distolgono l’attenzione dal più complessivo tentativo di sottomettere completamente i palestinesi, mentre consentono alla comunità internazionale di fingere di sostenere la causa umanitaria mentre ignora palesemente l’umanità degli attori della resistenza palestinese.

Silenzio internazionale

L’assenza di indignazione per il fatto che Israele prenda di mira i palestinesi e per il suo incitamento a far sparire quelli che partecipano alla lotta anticoloniale è un’anomalia nel contesto dei diritti umani. Da una prospettiva internazionale, tuttavia, il silenzio era prevedibile.

A differenza dei movimenti sociali in America Latina, che sono stati in grado di mobilitarsi contro le violazioni e le sparizioni, i palestinesi devono affrontare un crescente isolamento, fino al punto che, per esempio, l’opposizione dell’UE alla proposta di pena di morte si è ridotta a un generico tweet. Le richieste di ministri del governo e di coloni di far sparire palestinesi non hanno suscitato reazioni a livello internazionale.

Cosa significa per i palestinesi questo silenzio collettivo e premeditato? Con la resistenza e la sopravvivenza minacciate da misure punitive, i palestinesi – sia che resistano o che rimangano passivi – stanno affrontando un programma di eliminazione che non viene messo in discussione dalla comunità internazionale.

Quanto ci vorrà per denunciare a voce alta la degenerazione delle istituzioni internazionali e il loro sfruttamento dei diritti umani? La storia ha mostrato che la pulizia etnica della Palestina nel 1948 venne ignorata dall’ONU per dare il benvenuto alla nascita di Israele.

Senza un approccio collettivo e internazionale, la sparizione dei palestinesi completerà il ciclo di isolamento, concludendosi nell’oblio.

– Ramona Wadi è una ricercatrice indipendente, giornalista freelance, critica letteraria e blogger specializzata nella lotta per la memoria in Cile e in Palestina.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 27 marzo- 9 aprile 2018 (due settimane)

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, durante il periodo di riferimento, nella Striscia di Gaza sono stati uccisi dalle forze israeliane 32 palestinesi e 3.078 sono stati feriti.

La maggior parte delle vittime [vedi paragrafo successivo] si sono avute nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno”: una serie di proteste iniziate il 30 marzo e che è previsto continuino fino al 15 maggio, data del 70° anniversario di ciò che i palestinesi chiamano “Nakba” [la Catastrofe: cioè la proclamazione dello stato di Israele, avvenuta nel maggio 1948]. Le dimostrazioni si sono svolte sul lato di Gaza della recinzione di confine con Israele, dove l’esercito israeliano, tuttavia, adducendo problemi di sicurezza, impone una “No Go Zone”. Non sono state registrate vittime israeliane.

Ventisei [dei 32] morti (3 dei quali minori) e praticamente la totalità dei ferimenti [3.078] (445 dei quali di minori) si sono avuti nel contesto delle dimostrazioni di cui sopra. La grande maggioranza delle vittime sono state contate venerdì 30 marzo e venerdì 6 aprile, presso diversi attendamenti posizionati a circa 700 metri dalla recinzione con Israele. Alcune centinaia di manifestanti, su decine di migliaia, si sono avvicinati ed hanno tentato di aprire la recinzione, hanno bruciato pneumatici, lanciato pietre e, secondo fonti israeliane, bombe incendiarie contro le forze israeliane. Queste ultime (tra esse un centinaio di cecchini schierati lungo il recinto) hanno risposto sparando con armi da fuoco, con proiettili gommati e con gas lacrimogeno. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, circa il 40% di tutti i feriti (1.236 persone) sono stati colpiti con armi da fuoco. Le autorità israeliane hanno dichiarato che alcune delle vittime erano membri di gruppi armati palestinesi ed hanno accusato il Ministero della Salute di esagerare il numero dei feriti da arma da fuoco.

Questi fatti hanno suscitato preoccupazione per l’uso eccessivo della forza da parte delle forze israeliane. Il portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha affermato che “constatato il gran numero di feriti e morti e le minacciose dichiarazioni rilasciate dalle autorità israeliane nei giorni precedenti la protesta; considerato che le persone uccise o ferite erano disarmate o non rappresentavano una seria minaccia per le ben protette forze di sicurezza (in alcuni casi i palestinesi stavano addirittura scappando dalla recinzione), sussistono fondate indicazioni che le forze di sicurezza abbiano usato una forza eccessiva”. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha espresso la sua profonda preoccupazione per gli scontri e le vittime ed ha chiesto un’indagine indipendente e trasparente sull’accaduto. L’esercito israeliano ha annunciato che svolgerà una propria indagine interna.

In tre diversi episodi, verificatisi vicino alla recinzione perimetrale, sono stati uccisi dalle forze israeliane cinque palestinesi, di cui almeno due membri dell’ala armata di Hamas. I due sono stati uccisi il 30 marzo da colpi di cannone sparati da carri armati contro un sito militare di Hamas. Secondo fonti israeliane, sono stati colpiti dopo che essi avevano aperto il fuoco contro le forze israeliane. Lo stesso giorno, altri due palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e uccisi dopo aver aperto un varco nella recinzione ed essere entrati in Israele. I loro corpi sono stati trattenuti dalle autorità israeliane. Il 5 aprile, ad est di Gaza City, le forze israeliane hanno colpito ed ucciso un uomo di 22 anni armato che, a quanto riferito, si avvicinava alla recinzione. Il 9 aprile, l’aviazione israeliana ha lanciato un numero di missili contro siti di addestramento militare a Gaza, senza provocare vittime. Secondo fonti israeliane, il raid aereo è stato compiuto in risposta all’infiltrazione in Israele di tre palestinesi [vedere il Rapporto precedente] che avevano posizionato un ordigno esplosivo ed erano rientrati a Gaza illesi. Altri cinque palestinesi sono stati arrestati nella parte settentrionale di Gaza mentre cercavano di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale.

In Gaza, il 30 marzo, prima dell’inizio delle manifestazioni, in prossimità della recinzione che circonda la Striscia, un contadino palestinese 31enne che stava lavorando sul proprio terreno, ad est di Khan Younis, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane. In almeno altre 34 occasioni, nelle zone lungo la recinzione ed in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso contadini e pescatori, provocando il ferimento di tre pescatori. In cinque occasioni, le forze israeliane [sono entrate] all’interno della Striscia e, in vicinanza della recinzione, hanno effettuato operazioni di spianatura e di scavo.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, 715 palestinesi, tra cui 165 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Circa il 76% di queste lesioni si è verificato durante scontri seguiti alle manifestazioni di solidarietà con la “Grande Marcia del Ritorno” svolta nella Striscia di Gaza ed in commemorazione del “Giorno della Terra”. Il maggior numero di feriti si è avuto durante gli scontri nella città di Qalqiliya; a seguire, nei villaggi di Kafr Qalil e di Lubban ash Sharqiya (entrambi a Nablus) e durante scontri avvenuti nei pressi del checkpoint DCO (Ramallah) e di Huwwara (Nablus). A causa di scontri connessi a sette operazioni di ricerca-arresto, sono stati segnalati altri feriti (16%); la maggior parte di essi (90) sono stati registrati durante un’operazione in Abu Dis (Gerusalemme). La maggior parte delle lesioni (80%) sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche, seguite da ferite da proiettili gommati (13%) e da proiettili di armi da fuoco (3%). Le lesioni dovute ad inalazione di gas lacrimogeno includono quelle occorse a 25 studenti: il 3 aprile, nella zona H2 della città di Hebron, sono stati colpiti da bombolette sparate da forze israeliane nei cortili di due complessi scolastici.

Due palestinesi sono morti per le ferite riportate in due separati episodi, a quanto riferito, di aggressioni con coltello. L’8 aprile, un colono israeliano aveva sparato e ferito un palestinese di 30 anni che, secondo quanto riferito, aveva tentato di accoltellarlo all’ingresso dell’area industriale dell’insediamento colonico di Mishor Adumim (Gerusalemme). L’uomo era stato trasferito in un ospedale israeliano, dove è morto il giorno seguente. Il 2 aprile, un palestinese 46enne era stato colpito e ferito dalle forze israeliane al posto di blocco di Jubara (Tulkarm), dopo che, stando a quanto riferito, aveva tentato di pugnalare un soldato israeliano; è morto sei giorni dopo per le ferite riportate. In nessuno di tali episodi è stato segnalato il ferimento di israeliani. Sale a quattro, dall’inizio del 2018, il numero di palestinesi uccisi da forze israeliane o da coloni israeliani nel corso di attacchi e presunti attacchi.

In Area C e Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o sigillato 15 strutture, sfollando 11 palestinesi e colpendone, in diverso modo, più di 80. Cinque delle strutture prese di mira erano a Gerusalemme Est; una di queste è stata demolita dagli stessi proprietari in seguito al ricevimento dell’ordine di demolizione. Le altre dieci strutture si trovavano in Comunità dell’Area C. Una delle comunità interessate è quella di Khirbet Zanuta, nel sud di Hebron, dove sono state sequestrate due strutture adibite a scuola elementare per 24 studenti. Una recente valutazione ha indicato che 44 scuole primarie (36 nella zona C e 8 a Gerusalemme Est), che attualmente servono circa 5.000 bambini, sono a rischio di demolizione o sequestro per mancanza di permessi di costruzione.

Il 10 aprile, in occasione della stagione delle sardine, le autorità israeliane hanno annunciato un’estensione temporanea, da 6 a 9 miglia nautiche, della zona di pesca consentita lungo la costa meridionale di Gaza. Nel 2016 e nel 2017, estensioni simili della zona di pesca hanno portato a un incremento significativo del pescato totale. Tuttavia tale incremento rimane limitato principalmente alle sardine di basso valore, e ne minimizza l’importanza economica; pertanto, i pescatori continuano a incontrare difficoltà ad avere un reddito sufficiente.

Sono stati segnalati almeno sei attacchi da parte di coloni israeliani che hanno provocato ferimenti di palestinesi o danni alle proprietà. Nel villaggio di At Tuwani, nel sud di Hebron, un 20enne palestinese è stato ferito da un gruppo di coloni israeliani che lo hanno aggredito fisicamente ed investito con una moto. In tre distinti episodi, a Beit Hanina (Gerusalemme Est), Far’ata (Qalqiliya) e Beita (Nablus), coloni israeliani hanno dato fuoco a undici veicoli di proprietà palestinese ed hanno spruzzato sui muri di due case palestinesi scritte razziste e di tipo: “questo è il prezzo che dovete pagare”. Lungo strade vicino a Dura (Hebron) e all’ingresso nord della città di Hebron, uno scuolabus e due veicoli palestinesi hanno subito danni in due distinti episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di coloni israeliani. In altri due casi, in seguito all’ingresso di coloni israeliani in vari siti religiosi della Cisgiordania e conseguenti alterchi e scontri con i palestinesi, 19 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri con le forze israeliane.

Secondo rapporti di media israeliani, lungo strade vicine a Yabrud (Ramallah), Tuqu ‘(Betlemme) ed al Campo Profughi di Al ‘Arrub (Hebron), un colono israeliano è stato ferito e due veicoli sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah è rimasto chiuso in entrambe le direzioni sul lato egiziano. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 23.000 persone, compresi casi umanitari prioritari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Rapporto OCHA del periodo 13-26 marzo 2018 (due settimane)

In Cisgiordania, nel corso di due aggressioni compiute da palestinesi, sono rimasti uccisi tre israeliani (due soldati e un colono) ed un attentatore palestinese.

Il 16 marzo, nei pressi dell’insediamento colonico di Mevo Dotan (Jenin), un palestinese di 26 anni ha guidato il suo veicolo contro un gruppo di soldati israeliani uccidendone due; ha continuato a guidare e, prima di essere arrestato dalle forze israeliane, ha investito un altro gruppo di soldati ferendone due. Secondo testimoni oculari palestinesi, quanto accaduto è sembrato essere un incidente d’auto; al contrario, secondo fonti dei media israeliani, l’autista avrebbe confessato di aver portato un attacco deliberato. Il 18 marzo, nella Città Vecchia di Gerusalemme, un palestinese di 28 anni ha accoltellato e ucciso un colono israeliano di 32 anni. L’aggressore, proveniente dal villaggio di Aqraba (Nablus), è stato ucciso sul posto da un ufficiale della polizia israeliana e il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Dall’inizio del 2018, nel contesto di attacchi o presunti attacchi palestinesi, sono stati uccisi cinque israeliani e due aggressori palestinesi.

Lungo la recinzione perimetrale che circonda Gaza, in seguito a molteplici attacchi, scontri e altri episodi di violenza, la tensione è aumentata. Il 15 e il 17 marzo, nella parte settentrionale di Gaza, vicino alla recinzione, sono stati fatti detonare ordigni esplosivi; secondo quanto riferito, ad opera di membri di gruppi armati palestinesi che avevano preso di mira soldati israeliani: non ci sono stati feriti. Il 24 marzo, quattro palestinesi si sono infiltrati in Israele attraverso la recinzione; hanno danneggiato apparecchiature di ingegneria utilizzate dall’esercito israeliano e sono ritornati a Gaza illesi. In risposta a questi episodi, le forze israeliane hanno lanciato diversi raid aerei e sparato colpi di carro armato contro Gaza, mirando, secondo quanto riferito, a siti militari; non sono stati segnalati feriti. Inoltre, in dodici occasioni, sempre nei pressi della recinzione, manifestanti palestinesi si sono scontrati con forze israeliane: 43 palestinesi, di cui 13 minori, sono rimasti feriti; 31 dei feriti sono stati colpiti con armi da fuoco.

Sempre a Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, in almeno 35 occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento per far rispettare il divieto di accesso, interrompendo le attività di sussistenza di agricoltori e pescatori palestinesi, ma senza causare feriti. Dall’inizio del 2018, nelle Aree ad Accesso Riservato, ci sono stati almeno 181 episodi di spari verso contadini e pescatori, con due morti e 13 feriti. Durante il periodo di riferimento, all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, per altre nove volte le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi. In un altro caso, al valico di Erez, tre palestinesi, di cui due malati in viaggio per cure mediche, sono stati trattenuti dalle forze israeliane.

A partire dal 30 marzo, i principali partiti politici di Gaza hanno promosso una serie di proteste di massa lungo la recinzione perimetrale, inclusa una marcia dei manifestanti verso Israele. Lungo la recinzione sono stati approntati diversi siti dove erigere tende per accogliere i manifestanti. Sebbene gli organizzatori abbiano chiesto dimostrazioni non violente, c’è la preoccupazione che gli eventi possano degenerare in scontri violenti con le forze israeliane e causare un numero elevato di vittime. L’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i diritti umani ha esortato tutti “a rispettare il diritto al raduno pacifico e alla libertà di espressione” e ha esortato Israele “a conformarsi agli obblighi previsti dalle norme sui diritti umani e ad esercitare il massimo controllo sull’uso della forza durante le operazioni di accertamento del rispetto della legge”.

In Cisgiordania, durante numerose proteste e scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 646 palestinesi, tra cui 181 minori. La stragrande maggioranza dei ferimenti (89%) è avvenuta nel contesto delle proteste settimanali contro le restrizioni di accesso e contro l’espansione degli insediamenti colonici, nonché durante manifestazioni contro il riconoscimento da parte degli Stati Uniti (6 dicembre 2017) di Gerusalemme quale capitale di Israele. Altri 59 ferimenti sono avvenuti durante scontri scoppiati nel corso di sei delle 176 operazioni di ricerca-arresto effettuate nel periodo di riferimento. Il maggior numero di feriti è stato registrato durante scontri nella città di Qalqiliya, seguita dai villaggi Kafr Qalil e Al Lubban ash Sharqiya (entrambi in Nablus) e Abu Dis (Gerusalemme). Di tutte le ferite, 38 sono state causate da armi da fuoco, 99 da proiettili gommati e 507 da inalazione di gas lacrimogeno, richiedente cure mediche oppure direttamente dalle bombolette lacrimogene sparate. Da evidenziare il caso di un ragazzo palestinese di 13 anni: è stato colpito agli occhi da un proiettile gommato sparato dalle forze israeliane durante scontri presso la scuola di Burin (Nablus); il fatto ha innescato una sospensione delle lezioni per il resto della giornata.

Il 22 marzo, nella striscia di Gaza, nel Campo Profughi di An Nuseirat, durante scontri armati innescati da un’operazione di arresto condotta da forze palestinesi, due agenti di polizia palestinesi e altri due palestinesi sono rimasti uccisi. Secondo quanto riferito, l’operazione mirava a catturare gli autori di un attacco avvenuto il 13 marzo, quando un ordigno esplosivo venne fatto detonare vicino a un convoglio di auto con cui viaggiavano il Primo Ministro palestinese ed alti funzionari. L’esplosione si verificò poco dopo l’ingresso dei veicoli nella Striscia di Gaza e ferì sette palestinesi addetti alla sicurezza.

A scopo “punitivo” le autorità israeliane hanno sigillato con calcestruzzo una stanza nella città di Qabatiya (Jenin), colpendo sei palestinesi. Il locale fa parte della casa di famiglia di uno degli autori palestinesi di un attacco avvenuto nell’ottobre 2017 a Kafr Qasem, in Israele, dove fu ucciso un colono israeliano.

In area C e nella zona est di Gerusalemme, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate altre dodici strutture, sfollando 18 palestinesi, tra cui sei minori, e diversamente colpendo altre 14 persone. Nove delle strutture prese di mira erano a Gerusalemme Est (Jabal al Mukabir, Ath Thuri e Al Watta), le altre tre nella zona C dei villaggi Kafr Malik e Silwad (entrambi a Ramallah).

Sono stati segnalati undici attacchi di coloni israeliani con conseguenti ferimenti di palestinesi o danni alle loro proprietà. In cinque diversi episodi, cinque contadini palestinesi che lavoravano sulle proprie terre, nei villaggi di Turmus’ayya (Ramallah), Immatin (Qalqiliya), At Tuwani (Hebron), Huwwara e Burin (entrambi in Nablus), sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni israeliani; in quest’ultima località è stato danneggiato anche un trattore. Inoltre, a Gerusalemme Est, un ragazzo palestinese di 16 anni è stato aggredito fisicamente e ferito. Nella città di Hizma e nel villaggio di Beit Iksa (entrambi a Gerusalemme), coloni israeliani hanno vandalizzato cinque veicoli di proprietà palestinese ed hanno spruzzato sui muri di una casa palestinese scritte razziste e “Questo è il prezzo che dovete pagare”. In tre diversi episodi, coloni israeliani hanno tagliato 17 alberi di proprietà palestinese nei villaggi di Qaryut (Nablus) e Al Jab’a (Betlemme) ed hanno rubato il bestiame di un contadino del villaggio di Urif (Nablus). In As Sawiya e Madama (Nablus), Kardala e Khirbet Tell el Himma (Tubas) ed in A Seefer e At Tuwani (Hebron), coloni hanno sparato o lanciato pietre contro contadini palestinesi che lavoravano vicino alle aree di insediamento colonico; non sono stati segnalati feriti. Dall’inizio del 2018, la media settimanale degli attacchi di coloni con ferimenti di palestinesi o danni alle proprietà, ha registrato un aumento del 50 % rispetto al 2017 e del 67% rispetto al 2016.

In Cisgiordania, secondo quanto riportato dai media israeliani, sono stati segnalati, almeno dodici episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, con conseguenti danni a tre veicoli. Gli episodi sono stati segnalati nelle aree di Hebron e Betlemme. Inoltre, a Gerusalemme Est sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera nell’area di Shu’fat.

Il 27 marzo, nell’area (H2) di Hebron sotto controllo israeliano, coloni israeliani, sotto la protezione delle forze israeliane, hanno occupato due case disabitate, sostenendo di averne acquisito la proprietà. Da parte palestinese vengono respinte queste affermazioni. Una delle case era stata precedentemente occupata da coloni nel gennaio 2016 e successivamente evacuata in seguito a una decisione dell’Alta Corte di Giustizia Israeliana. La stretta vicinanza di abitazioni di coloni alla Moschea di Ibrahimi solleva preoccupazioni in merito a potenziali restrizioni di accesso a questo sito religioso, ma anche di ulteriori tensioni e scontri nella zona. Il 22 marzo, nella stessa zona, coloni israeliani hanno evacuato, sempre in conseguenza di una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia, parti di un edificio di proprietà palestinese (Abu Rajab), che erano state occupate nel luglio 2017.

Il 24 marzo, l’unica Centrale Elettrica di Gaza è stata spenta avendo esaurito le riserve di carburante; le interruzioni di corrente sono così salite a 20 ore al giorno. Ciò consegue all’interruzione, a partire dal 21 gennaio, delle importazioni di carburante dall’Egitto. Una delle due turbine della Centrale è rientrata in funzione il 26 marzo, a seguito della ripresa delle consegne di carburante. La grave crisi dell’elettricità ha continuato a minare la fornitura di servizi essenziali, tra cui sanità, acqua potabile e servizi igienici, incidendo direttamente sulla vita dei 2 milioni di persone che vivono a Gaza.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato aperto per tre giorni (23-25 marzo): un giorno in entrambe le direzioni e due giorni in una direzione, permettendo a 830 palestinesi di entrare in Gaza e a 620 di uscirne. Secondo le autorità palestinesi a Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah. Dall’inizio del 2018, il valico è stato aperto solo per dieci giorni: cinque giorni in entrambe le direzioni e cinque giorni in una direzione.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Rapporto OCHA del periodo 27febbraio- 12 marzo ( due settimane)

Nell’area di Nablus, durante scontri seguiti a cinque episodi di infiltrazione di coloni israeliani armati all’interno di comunità palestinesi, un palestinese è stato ucciso e altri 50 sono stati feriti dalle forze israeliane.

Quattro degli episodi si sono verificati attorno agli insediamenti colonici di Yitzhar e Bracha. Da lunga data questi insediamenti sono fonte di vessazioni e violenze sistematiche nei confronti dei palestinesi residenti nei sei villaggi circostanti. L’uccisione del palestinese ventiduenne [di cui sopra] ed il ferimento, con arma da fuoco, di un quindicenne sono stati registrati entrambi il 10 marzo, nel villaggio di ‘Urif (Nablus). Su questo episodio le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine penale. Nei giorni precedenti, in Burin ed Einabus, ed anche in ‘Urif, si erano già verificati scontri simili che avevano causato il ferimento di 44 palestinesi. I restanti quattro feriti sono stati registrati nella città di Nablus, durante scontri seguiti all’ingresso di coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, in visita ad un sito religioso (la Tomba di Giuseppe).

Nei Territori palestinesi occupati, ulteriori scontri tra palestinesi e forze israeliane hanno portato all’uccisione di un palestinese e al ferimento di altre 478 persone, tra cui 219 minori. La vittima, un 24enne sordo, è stato ucciso il 12 marzo, nella città di Hebron, durante una manifestazione. Secondo l’esercito israeliano, gli spari che hanno provocato l’uccisione erano in risposta al lancio di bottiglia incendiaria. Testimoni oculari palestinesi hanno dichiarato che, quando gli hanno sparato, l’uomo non era coinvolto negli scontri. Cinquanta dei ferimenti di questo periodo si sono verificati in scontri vicino alla recinzione perimetrale di Gaza, i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte di questi ultimi hanno avuto luogo durante le dimostrazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni all’accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya), An Nabi Saleh e Al Mazra’a al Qibliya (entrambi a Ramallah); altre durante le manifestazioni contro il riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme quale capitale d’Israele, le più vaste delle quali si sono verificate in Al Bireh / DCO (Ramallah), nella città di Hebron e al checkpoint di Huwwara (Nablus); altre ancora nel corso di una protesta contro un’operazione militare condotta dalle forze israeliane nell’università di Birzeit (Ramallah). Ulteriori scontri, che non hanno provocato feriti, si sono verificati nella scuola di Lubban ash Sharqiya (Nablus), dopo che le forze israeliane hanno impedito agli studenti di entrare nella loro scuola, secondo quanto riferito, come punizione per aver lanciato pietre contro veicoli israeliani.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 457 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 243 palestinesi, compresi 21 minori. La maggior parte degli arresti (60, di cui 12 minori), si sono avuti nel governatorato di Gerusalemme, mentre nel governatorato di Ramallah è stato registrato il maggior numero di operazioni (84), compresa l’operazione nell’università di Birzeit (Ramallah), citata al paragrafo precedente.

In Cisgiordania, oltre alle incursioni riportate sopra, in dieci episodi di violenza ad opera di coloni, otto palestinesi sono stati feriti direttamente da coloni e proprietà palestinesi sono state vandalizzate oppure rubate. Tre di questi casi si sono verificati attorno ai già menzionati insediamenti di Yitzhar e Bracha a Nablus: l’aggressione fisica di tre contadini e il danneggiamento di un veicolo a Einabus; la vandalizzazione di 115 ulivi a Madama; il furto di un asino a Burin. Altri tre episodi di lancio di pietre contro veicoli palestinesi hanno provocato il ferimento di tre studenti che viaggiavano su uno scuolabus vicino a Salfit e danni a due veicoli. In tre diverse occasioni, coloni israeliani, secondo quanto riferito, provenienti dall’avamposto [= insediamento colonico non autorizzato da Israele] di Havat Ma’on, hanno danneggiato 18 alberi di proprietà palestinese nei pressi del villaggio di At Tuwani (Hebron). Dall’inizio del 2018, la media settimanale di attacchi di coloni, con vittime palestinesi o danni alle proprietà, è aumentata del 50%, rispetto al 2017 e del 67% rispetto al 2016.

Il 4 marzo, ad est di Khan Younis, vicino alla recinzione perimetrale che circonda Gaza, nel contesto della persistente imposizione, da parte di Israele, delle restrizioni di accesso alle ARA [cioè le zone che Israele ha stabilito come “Aree ad Accesso Riservato”], un agricoltore palestinese di 59 anni, al lavoro sulla propria terra, è stato ucciso dalle forze israeliane. Secondo un gruppo per la difesa dei diritti umani, il contadino si trovava a circa 200 metri dalla recinzione [all’interno di essa]. In almeno altre 31 occasioni, nelle zone lungo la recinzione e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso contadini e pescatori, senza provocare feriti. Dall’inizio del 2018, in “Aree ad Accesso Riservato”, di terra o di mare, sono stati segnalati almeno 142 episodi di spari verso contadini o pescatori palestinesi, che hanno provocato 2 morti e 11 feriti. In un caso, undici pescatori, tra cui un minore, sono stati costretti a togliersi i vestiti e a nuotare verso le imbarcazioni militari israeliane, dove sono stati arrestati; le loro barche e le reti da pesca sono state sequestrate. All’interno della Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, in cinque occasioni, le forze israeliane [sono entrate ed] hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo. Agricoltori palestinesi hanno riferito che, il 4 marzo, vicino alla recinzione nel nord di Gaza, aerei israeliani hanno irrorato erbicidi su terreni agricoli.

Il 10 marzo, a Beit Lahiya (Gaza Nord), un palestinese è morto ed altri due sono rimasti feriti (tutti membri di un gruppo armato) dall’esplosione, nel sito del lancio, di un razzo che gruppi armati palestinesi di Gaza stavano tentando di sparare verso il sud di Israele.

In Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato otto strutture di proprietà palestinese: non ci sono stati sfollamenti, ma sono stati colpiti i mezzi di sostentamento di circa 50 persone. Tutti gli episodi si sono verificati a causa della mancanza di permessi di costruzione. Quattro delle strutture colpite erano a Gerusalemme Est (Silwan, Beit Hanina e Al ‘Isawiya) e le altre quattro nell’Area C, ad Al’ Auja (Jericho) e Hizma (Gerusalemme).

Nell’area H2 di Hebron, controllata da Israele, a conclusione di una lunga controversia, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha ordinato l’evacuazione di alcune parti di un edificio di proprietà palestinese (Abu Rajab), che, nel luglio 2017, erano state occupate da coloni israeliani. Altre parti dell’edificio erano già state occupate da coloni nel 2012 e nel 2013. Nella città di Hebron, le politiche e le pratiche attuate dalle autorità israeliane e giustificate da ragioni di sicurezza, hanno portato al trasferimento forzato di palestinesi dalle loro case, riducendo una zona fiorente ad una “città fantasma”.

In Cisgiordania, secondo quanto riportato dai media israeliani, sono stati segnalati almeno otto episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte palestinese, contro veicoli israeliani: un israeliano è stato ferito e sette veicoli sono stati danneggiati. Gli episodi si sono verificati su strade vicino ad Al Khadr e Husan (entrambi a Betlemme), vicino al Campo profughi di Tuqu’ e Al ‘Arrub (entrambi in Hebron) e vicino a Gerico. Inoltre, a Gerusalemme Est, nella zona di Shu’fat, sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato aperto solo per un giorno in una direzione, consentendo a 22 palestinesi di entrare a Gaza. Secondo le autorità palestinesi a Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah. Dall’inizio del 2018, il valico è stato aperto solo per 7 giorni; quattro giorni in entrambe le direzioni e tre giorni in una direzione.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 13-26 febbraio ( due settimane)

Gaza: il 17 febbraio, a sud-est di Rafah, due minori palestinesi di 15 e 17 anni sono stati uccisi ed altri due sono rimasti feriti dalle forze israeliane che hanno aperto il fuoco contro un gruppo di palestinesi che, a quanto riferito, si avvicinava al recinto per entrare in Israele.

Lo stesso giorno, presso la recinzione, ad est di Khan Younis, quattro soldati israeliani sono rimasti feriti per l’esplosione di un ordigno. In conseguenza di questo episodio, le forze israeliane hanno lanciato numerosi attacchi, a quanto riferito contro siti militari ed aree aperte all’interno di Gaza. Tre case adiacenti a questi obiettivi hanno subito danni. Gruppi palestinesi hanno lanciato diversi razzi verso il sud di Israele, uno dei quali ha colpito e danneggiato una casa israeliana.

Sempre a Gaza, al largo di Beit Lahiya, il 25 febbraio, un pescatore palestinese di 18 anni è stato ucciso e altri due sono stati feriti dalle forze navali israeliane che hanno aperto il fuoco contro una barca da pesca. Secondo un portavoce dell’esercito israeliano, il pescatore stava navigando oltre la zona consentita e si è rifiutato di fermarsi, nonostante diversi avvertimenti. In almeno altre 22 occasioni, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso pescatori che navigavano nell’Area di mare ad Accesso Riservato (ARA), provocando il ferimento di un altro pescatore. Finora, nel 2018, in mare, ci sono stati almeno 68 casi di apertura del fuoco [verso pescatori palestinesi] che hanno provocato l’uccisione di cui sopra e undici feriti.

Il 22 febbraio, nella città di Gerico, durante un’operazione di ricerca-arresto, un palestinese è stato ucciso dai soldati israeliani. Una sequenza videoregistrata mostra l’uomo che corre con un grosso oggetto verso un gruppo di soldati che gli sparano da distanza ravvicinata, quindi lo aggrediscono fisicamente e lo trascinano in un veicolo militare. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine penale. Il corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Ciò porta a cinque, dall’inizio del 2018, il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane in operazioni di ricerca-arresto; le uccisioni nel 2017erano state nove. In aggiunta a quanto sopra, in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est , le forze israeliane hanno condotto 258 operazioni di ricerca-arresto; di queste almeno 61 hanno innescato scontri nel corso dei quali 55 palestinesi sono stati feriti.

Un palestinese è morto per le ferite riportate durante una manifestazione che ha avuto luogo nel precedente periodo di riferimento [30 gennaio -12 febbraio] mentre, nel periodo relativo al presente bollettino, 384 palestinesi, tra cui almeno 115 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane in manifestazioni e scontri. Il giovane deceduto aveva18 anni ed era stato ferito durante una manifestazione che si era tenuta il 16 febbraio in Gaza, vicino alla recinzione perimetrale. Dei [384] feriti di questo periodo [13-26 febbraio], 74 si sono avuti in scontri vicino alla recinzione di Gaza ed i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte di questi ultimi si sono verificati durante le dimostrazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya), An Nabi Saleh, Ni’lin, Bil’in e Al Mazra’a al Qibliya (tutti a Ramallah), e in manifestazioni contro il riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme come capitale d’Israele. Di queste, le più ampie si sono verificate ad Al Bireh (Ramallah) e al checkpoint di Huwwara (Nablus). Altri feriti sono state segnalati durante scontri all’ingresso di Beit ‘Ummar e del Campo profughi Al ‘Arrub (entrambi a Hebron); altri ancora per l’intervento delle forze israeliane a seguito di scontri tra palestinesi e gruppi di coloni israeliani (vedi sotto). Di tutte le lesioni, 59 sono state causate da armi da fuoco, 102 da proiettili di gomma e 205 da inalazione di gas lacrimogeno, richiedente un intervento medico, o perché colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

Nella Striscia di Gaza, due bambini palestinesi (di 6 e 11 anni) sono rimasti feriti in seguito alla detonazione di un ordigno inesploso (UXO). L’episodio è avvenuto a Jabalia (nel nord della Striscia), quando uno dei bambini ha raccolto e cominciato a maneggiare l’ordigno trovato sul terreno, innescando la sua esplosione.

In Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 20 strutture di proprietà palestinese, sfollando 18 persone, tra cui 10 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 70 persone circa. Tutti i provvedimenti di cui sopra sono stati motivati con la mancanza dei permessi di costruzione. 15 delle strutture prese di mira si trovavano in Gerusalemme Est e cinque in Area C, nelle Comunità di Al Baqa’a, Al Bowereh e Khirbet al Hasaka, a Hebron, e nella Comunità beduina di Jabal al Baba nel governatorato di Gerusalemme. Tre delle cinque strutture in Area C erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni.

In attacchi e incursioni ad opera di coloni israeliani sono stati feriti sedici palestinesi, e proprietà palestinesi sono andate perdute o sono state danneggiate. Quattro degli episodi si sono verificati nei villaggi di Einabus e Asira al Qibliya (Nablus) e, a quanto riferito, sono opera di coloni provenienti dagli insediamenti di Yitzhar, Bracha e dai loro circostanti avamposti: è stato aggredito fisicamente e ferito un vecchio di 91 anni; sono state uccise 17 pecore e rubate altre 37; una abitazione è stata vandalizzata. Nella stessa zona, cinque palestinesi sono stati feriti dai soldati israeliani durante scontri scoppiati dopo un’incursione di coloni all’interno di un villaggio. Nella Zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno lanciato pietre contro tre case palestinesi e, negli scontri successivi, hanno ferito sei palestinesi, tra cui due minori. Altri quattro palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni in quattro distinti episodi verificatisi in altre località della Cisgiordania. Sei veicoli di proprietà palestinese sono stati danneggiati in cinque episodi di lancio di pietre. Dall’inizio del 2018, la violenza dei coloni è in aumento, con una media settimanale di sei attacchi, contro una media di tre nel 2017 e di due nel 2016.

Da media israeliani sono stati segnalati almeno tredici episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani con conseguenti danni a cinque veicoli. Gli episodi si sono verificati su strade vicino a Umm Safa e Sinjil (Ramallah), vicino a Tuqu’, Beit’ Ummar e nei pressi del Campo profughi di Al ‘Arrub (Hebron) e vicino ad Al Khadr (Betlemme). Inoltre, nella zona di Shu’fat a Gerusalemme Est sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato aperto per due giorni in entrambe le direzioni e per un giorno in una sola direzione, consentendo a 1.665 persone di attraversare (1.317 in uscita, 348 in entrata). Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah. Dall’inizio del 2018 il valico è stato aperto per 6 giorni (nel 2017 lo era stato per 36 giorni); in alcuni di questi giorni, l’attraversamento è stato consentito solo in una direzione.

Nella Striscia di Gaza proseguono le interruzioni di energia elettrica fino a 20 ore al giorno, compromettendo gravemente l’erogazione dei servizi. Rispetto al periodo precedente ciò rappresenta un leggero aumento dei blackout elettrici, attribuibile alla interruzione della fornitura di energia elettrica egiziana, determinata dal malfunzionamento tecnico delle tre linee di alimentazione.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Protezione per i ladri di terra

Editoriale Haaretz, 27 febbraio 2018

Un governo è obbligato a proteggere i diritti delle persone sotto occupazione. Ayelet Shaked lo sta rendendo difficile.

La motivazione del recente disegno di legge, promosso dalla ministra della Giustizia Ayelet Shaked, che toglie l’autorità di esaminare le petizioni dei palestinesi della Cisgiordania all’Alta Corte di Giustizia e la attribuisce alla Corte Distrettuale di Gerusalemme, è stata sintetizzata dalla ministra sulla sua pagina Facebook. In seguito alla legge, ha scritto, “Il ricorso automatico all’Alta Corte da parte dei palestinesi e dalle associazioni di sinistra finanziate da denaro straniero non avverrà più.”

Il significato del disegno di legge approvato domenica dalla Commissione Ministeriale per la Legislazione è che l’Alta Corte non sarà più il tribunale di prima istanza per i reclami palestinesi sulle decisioni relative a pianificazione e edificazione, ingresso e uscita dai territori e richieste di libertà di informazione. La rivoluzione prodotta da questa legge mira a rendere ancor più difficili le azioni dei palestinesi danneggiati da azioni governative.

Ciò che è peggio, la promessa di Shaked che la nuova legge ridurrà la pressione sulla corte non è convincente, dato che nessuno garantisce che questi casi non saranno alla fine impugnati presso la Corte Suprema. Shaked semplicemente non tollera l’intervento dell’Alta Corte contro il furto di terre e la costruzione illegale su terreni palestinesi, intervento che ha già portato alla demolizione di case di coloni e la restituzione dei terreni su cui erano state costruite quelle case ai proprietari, come è successo ad Amona e Netiv Ha’avot. Shaked intende porre una barriera tra i palestinesi e l’Alta Corte di Giustizia sotto forma della Corte Distrettuale di Gerusalemme.

Nel 2000 è stata approvata la Legge sui Tribunali per le Questioni Amministrative, in base alla quale certe questioni legali su cui la legge è chiara e coerente, e non necessita di frequenti aggiornamenti, sono state spostate dall’Alta Corte di Giustizia alle corti distrettuali. Ma qualunque caso di carattere fondamentale, o che riguardi decisioni del governo centrale, viene ancora esaminato dai giudici della più alta corte.

Nel caso dei palestinesi, che sono soggetti al governo militare in un’area sotto occupazione, il loro timore di vedere messi a repentaglio i propri diritti umani si realizza quotidianamente, da cui l’importanza di consentire all’Alta Corte di continuare ad occuparsi delle loro istanze. Lo scopo era di attribuire adeguato peso al diritto internazionale, alle iniquità perpetrate dal governo ed all’obbligo di Israele di rispettare i diritti dei palestinesi. Questi principi, che sono considerati dall’attuale governo come ostacoli al totale ed aggressivo controllo dei territori, non sono abitualmente presi in considerazione dalla corte distrettuale.

Shaked sostiene: “Non meno importante è porre fine alla discriminazione contro i residenti di Giudea e Samaria (nome storico della Cisgiordania, ndtr). I loro diritti devono essere uguali a quelli di ogni altro cittadino.” Il cinismo di Shaked non ha limiti. In un luogo in cui non vi è eguaglianza tra lo status di un residente palestinese e quello di un israeliano, ed un grande solco separa i diritti dei due gruppi di residenti, il governo è obbligato a proteggere realmente i diritti di coloro che sono soggetti all’occupazione. Questa nuova legge deve essere immediatamente abrogata.

Questo articolo è l’editoriale di apertura di Haaretz, pubblicato sui giornali ebraici e inglesi in Israele.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)