Una generazione dopo, un altro crimine di guerra

Maureen Clare Murphy

19 gennaio 2018 Electronic Intifada

Un’operazione militare notturna tra la notte di mercoledì e la mattina di giovedì a Jenin, una città del nord della Cisgiordania occupata, non ha rappresentato la prima volta che Israele ha commesso un crimine di guerra mentre inseguiva un membro della famiglia Jarrar.

Più di 15 anni fa i soldati israeliani usarono un civile palestinese come scudo umano quando fecero irruzione nel nascondiglio del leader militare di Hamas Nasser Jarrar, il padre di Ahmad Nasser Jarrar, che Israele sostiene di aver ucciso nella mortale operazione di questa settimana.

Durante l’incidente del 14 agosto 2002 nella città cisgiordana di Tuba furono uccisi sia il civile palestinese, a cui sparò Jarrar, convinto che fosse un soldato israeliano, che il combattente ricercato.

Il civile ucciso era Nidal Abu Muheisen, 19 anni. Si dà il caso che Abu Muheisen fosse il nipote di Ali Daraghmeh, un ricercatore sul campo del gruppo per i diritti umani israeliano B’Tselem.

Daraghmeh, presente alla scena, disse che suo nipote era stato preso dai soldati e obbligato ad andare nella casa di Jarrar con un’arma puntata alla schiena,” affermò all’epoca B’Tselem.

Israele ha fatto frequentemente uso di civili palestinesi come scudi umani durante la Seconda Intifada, nel periodo in cui vennero uccisi Abu Muheisen e Nasser Jarrar.

Nota come la “procedura del vicino”, palestinesi che vivevano nei pressi di case prese di mira sarebbero stati obbligati a “bussare alla porta, individuare oggetti sospetti e camminare davanti ai soldati mentre l’esercito di occupazione circondava il suo obiettivo,” secondo il gruppo per i diritti umani “Adalah” [associazione arabo-israeliana formata da esperti di diritto, ndt.].

Le forze israeliane hanno ripetutamente fatto uso di minori palestinesi come scudi umani durante le invasioni a Gaza.

L’utilizzo di civili come scudi umani è un crimine di guerra in base alle leggi internazionali.

Macchinari da costruzione utilizzato per incursioni letali

Invece di utilizzare scudi umani durante la sua incursione di questa settimana, l’esercito israeliano ha portato con sé mezzi meccanici per l’edilizia e movimento terra pesanti quando ha invaso Jenin.

L’esercito sostiene che stavano cercando membri di una cellula responsabile di aver ucciso la scorsa settimana un colono israeliano nel nord della Cisgiordania.

Israele potrebbe aver utilizzato a Jenin la cosiddetta “procedura della pentola a pressione”, in cui macchinari da costruzione sono utilizzati come un’arma, insieme ad armi da fuoco ed esplosivi, per obbligare palestinesi ricercati ad arrendersi uscendo da un edificio in cui si sono nascosti.

I video postati da Jenin questa settimana sembrano mostrare l’esercito israeliano trasportare macchinari prodotti dalla ditta USA Caterpillar. Ciò include un escavatore blindato Bagger E-349, una versione bellica dell’escavatore idraulico 349E della Caterpillar.

Lo stesso macchinario della Caterpillar è stato utilizzato in una palese esecuzione extragiudiziaria nella città della Cisgiordania di Surif nel luglio 2016 e nelle distruzioni di case per punizione.

Con la procedura “della pentola a pressione”, i palestinesi che rifiutano di arrendersi vengono uccisi quando il macchinario da costruzione ed altri armamenti vengono progressivamente usati per distruggere l’edificio sopra di loro.

Testimoni hanno raccontato ai media che le forze israeliane hanno distrutto la casa di Jenin in cui si erano barricati dei palestinesi.

I mezzi di comunicazione israeliani hanno informato che uno scontro a fuoco è scoppiato quando le forze di occupazione sono arrivate alla casa in cui secondo l’esercito si erano rifugiate persone ricercate.

Tre case di proprietà della famiglia Jarrar sono state distrutte durante l’incursione.

Israele demolisce metodicamente case di proprietà delle famiglie di sospetti aggressori. Le demolizioni punitive delle case sono un atto di punizione collettiva e sono crimini di guerra in base al diritto internazionale.

Informazioni contrastanti

Giovedì ci sono state informazioni contrastanti sull’identità dell’uomo ucciso durante l’incursione di questa settimana.

Israele sostiene di aver ucciso Ahmad Nasser Jarrar, il figlio del combattente di Hamas ucciso nel 2002 e che Israele afferma sia stato responsabile dell’uccisione la scorsa settimana di un rabbino di una colonia.

Ma la famiglia Jarrar ha annunciato che Ahmad Nasser Jarrar è riuscito a scappare prima dell’incursione ed è fuggito disarmato.

Il ministro della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese ha identificato la persona uccisa come Ahmad Ismail Jarrar, un cugino di Ahmad Nasser Jarrar.

La madre di Ahmad Nasser Jarrar ha detto ai media di aver visto un corpo quando ha lasciato la sua casa, “ma non ho potuto identificarlo e non confermo che si trattasse di mio figlio.”

Altri cinque palestinesi sono rimasti feriti durante l’incursione. Due soldati israeliani sono stati feriti, uno dei quali in modo grave.

Centinaia di palestinesi si sono scontrati con i soldati israeliani durante il massiccio raid durato alcune ore.

Finora quest’anno cinque palestinesi, tre dei quali minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane. Il colono ucciso la scorsa settimana è l’unico israeliano assassinato dai palestinesi fino ad oggi nel 2018.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 2 – 15 gennaio 2018

Nei Territori palestinesi occupati (oPt) [Cisgiordania e Striscia di Gaza], in quattro diversi episodi, le forze israeliane hanno ucciso quattro civili palestinesi, tre dei quali minori.

Tre delle uccisioni (due minori di 15 e 17 anni e un uomo di 25) sono avvenute in tre distinti episodi di proteste e scontri, il 3, 11 e 15 gennaio, nel villaggio di Deir Nidham (Ramallah), vicino alla recinzione perimetrale, ad est del Campo profughi di Al Bureij (Gaza) e nel villaggio di Jayyus (Qalqiliya); proteste seguenti al riconoscimento, da parte dell’amministrazione statunitense, di Gerusalemme quale capitale d’Israele. Un altro ragazzo di 17 anni è stato ucciso con arma da fuoco l’11 gennaio, in Iraq Burin (Nablus), durante scontri con lancio di pietre contro le forze israeliane.

Il 9 gennaio, sulla Strada 60, vicino all’incrocio di Sarra-Jit (Nablus), un colono israeliano di 35 anni è stato ucciso da palestinesi che hanno sparato da un’auto in corsa. A seguito dell’attacco, le forze israeliane hanno imposto restrizioni di accesso alla città di Nablus ed ai villaggi circostanti. Le operazioni di ricerca sono state intensificate, causando l’interruzione degli ingressi e delle uscite dalla città di Nablus.

Nei Territori palestinesi occupati, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito complessivamente, 269 palestinesi, tra cui 83 minori. 67 di tali ferimenti si sono avuti nella Striscia di Gaza, in scontri verificatisi durante proteste vicino alla recinzione perimetrale. I rimanenti (202) sono stati registrati in Cisgiordania; la maggioranza durante proteste vicino al checkpoint di Huwwara (Nablus); a seguire, le città di Al Bireh (Ramallah), Abu Dis e Al ‘Eizariya (Gerusalemme). Altri 28 feriti sono stati registrati durante operazioni di ricerca-arresto, la maggior parte nel Campo profughi di Ad Duheisha (Betlemme). 61 dei feriti sono stati colpiti con armi da fuoco, 62 da proiettili di gomma, 137 hanno inalato gas lacrimogeno, con necessità di trattamento medico, o sono stati colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 176 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 261 palestinesi, tra cui almeno 22 minori. Dieci di queste operazioni hanno provocato scontri con i residenti. Nella Striscia di Gaza, nei pressi di Khan Younis e Beit Hanoun, in due occasioni le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Gaza, in almeno 13 casi, le forze israeliane, al fine di imporre le restrizioni di accesso, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori presenti in zone limitrofe alla recinzione perimetrale ed in zone di pesca lungo la costa. Cinque pescatori sono stati feriti, altri otto, tra cui due minori, sono stati arrestati e tre barche sono state confiscate. È stato riferito che, in almeno quattro occasioni, membri di un gruppo armato di Gaza hanno sparato razzi verso Israele, tre dei quali atterrati nel sud di Israele: non sono stati segnalati feriti. In risposta, le autorità israeliane hanno portato quattro attacchi aerei e lanciato missili contro siti di addestramento militare ed aree aperte: segnalati danni, ma non feriti.

Secondo agricoltori palestinesi di Gaza, in quattro diverse occasioni, il 7 e il 9 gennaio, aerei israeliani hanno irrorato erbicidi su terreni agricoli situati lungo la recinzione perimetrale con Israele.

Il 13 gennaio, nei pressi della Striscia meridionale di Gaza, le forze navali egiziane hanno aperto il fuoco verso una barca da pesca, uccidendo un pescatore palestinese di 33 anni; non sono chiare le circostanze dell’episodio.

In Area C e in Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito e/o sequestrato tre strutture, sfollando due palestinesi e colpendo le proprietà di altri 16. Due delle strutture prese di mira (una abitativa ed una agricola) erano a Beit Hanina e Silwan (Gerusalemme Est); la terza (una struttura agricola) nella parte del villaggio di Al Khadr (Betlemme) che si trova in Area C. Sempre in Area C, le autorità israeliane hanno emesso sei ordini di arresto lavori contro tredici strutture nel villaggio di Duma e nella comunità di Khirbet al Marajim (Nablus); tra queste, due strutture abitative in uso e dodici rifugi per animali.

In 14 diversi episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani, cinque palestinesi sono rimasti feriti, 115 alberi e sette veicoli di proprietà palestinese sono stati vandalizzati. Secondo quanto riferito, sette di questi episodi sono stati perpetrati da coloni dell’insediamento di Yitzhar contro abitanti dei villaggi di Madama, Burin, Yatma, Urif e Al Lubban ash Sharqiya (tutti a Nablus): 100 alberi danneggiati, un uomo aggredito fisicamente e quattro veicoli palestinesi danneggiati da lancio di pietre. Su terreni appartenenti a palestinesi di Deir al Hatab (Nablus), altri 15 alberi sono stati vandalizzati, a quanto riferito, da coloni dell’insediamento di Elon Moreh. Dopo l’attacco in cui è stato ucciso un colono israeliano [vedi sopra], coloni hanno attaccato abitazioni nei villaggi di Sarra, Huwwara (Nablus), Far’ata (Qalqiliya) e in Al Lubban ash Sharqiya (Nablus); sono stati segnalati danni alle abitazioni. In quest’ultima località, 42 palestinesi sono rimasti feriti negli scontri che hanno coinvolto forze israeliane. Nella città di Nablus, in seguito all’ingresso di coloni israeliani nel sito della Tomba di Giuseppe, altri cinque palestinesi sono rimasti feriti durante scontri con forze israeliane.

Secondo resoconti di media israeliani, ci sono stati almeno cinque casi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, con conseguente danno a cinque veicoli privati: nei pressi di Betlemme, Gerusalemme e Ramallah. Inoltre, a Gerusalemme Est, nell’area di Shu’fat, sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

In seguito alla scoperta di un tunnel (successivamente distrutto), le autorità israeliane hanno chiuso per due giorni (il 14 e il 15 gennaio) Kerem Shalom, l’unico valico per il transito delle merci di Gaza.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Nella notte di mercoledì 17 gennaio 2018, le forze israeliane hanno effettuato un’operazione di ricerca-arresto in una casa situata tra il villaggio di Birqin (Jenin) e il Campo profughi di Jenin. Secondo fonti giornalistiche, nel corso dell’operazione sarebbe stato ucciso un palestinese coinvolto, a quanto riferito, nell’uccisione del colono israeliano avvenuta il 9 gennaio (vedi sopra). Durante l’operazione sono rimasti feriti altri tre palestinesi e due membri delle forze israeliane; tre abitazioni sono state demolite.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 19 dicembre 2017 – 1 gennaio 2018

Nei Territori palestinesi occupati (TPO), durante il periodo di riferimento del presente bollettino, l’ondata di proteste e scontri è continuata, seppur con intensità ridotta; era iniziata il 6 dicembre, dopo il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele da parte degli Stati Uniti.

Dall’inizio delle proteste, complessivamente, 14 palestinesi sono stati uccisi e 4.549 sono stati feriti dalle forze israeliane. Le persone ferite durante tale periodo rappresentano circa il 56% del totale dei feriti nel 2017.

Nella Striscia di Gaza, in scontri correlati alle summenzionate proteste, tre civili palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e 280 sono rimasti feriti; altri due civili sono morti per le ferite riportate in episodi simili accaduti durante il precedente periodo di riferimento. Gli episodi si sono svolti vicino alla recinzione perimetrale tra Gaza e Israele ed hanno comportato lanci di pietre contro le forze israeliane schierate dalla parte israeliana. Queste, a loro volta, hanno sparato contro i manifestanti con armi da fuoco, proiettili di gomma e bombolette lacrimogene. I tre morti, tutti uomini, si sono avuti in distinti episodi accaduti il 22 ed il 30 dicembre: ad est di Jabalia, nella città di Gaza e ad est di Deir al-Balah. Gli altri due, sempre uomini, sono morti per le ferite riportate l’8 e il 17 dicembre. Dei feriti registrati, almeno 27 erano minori; più di un terzo (103) sono stati colpiti con armi da fuoco; i rimanenti sono stati medicalizzati per inalazione di gas lacrimogeno o perché colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

1.386 palestinesi, di cui almeno 226 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane nel corso di scontri; la maggioranza (93%) nel contesto delle proteste sopra menzionate. Il numero più consistente di feriti durante proteste è stato registrato nella città di Nablus, seguita dalla città di Jericho, dalla città di Al Bireh (Ramallah) e dalla città di Abu Dis (Gerusalemme). Degli altri feriti, la maggior parte è stata registrata nel corso di operazioni di ricerca-arresto, le più vaste delle quali si sono svolte nella città di Qalqiliya e nel Campo profughi di Aqbat Jaber (Gerico). Così come era avvenuto nel precedente periodo di riferimento, la maggior parte delle lesioni (68%) sono state causate da inalazioni di gas lacrimogeni con esigenza di trattamento medico, seguite da ferite causate da proiettili di gomma (21%).

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 170 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 214 palestinesi, di cui almeno 18 minori. Più di un terzo di queste operazioni ha provocato scontri con i residenti. Altri tre palestinesi, tra cui una donna e un minore, sono stati arrestati, in tre diversi episodi mentre, secondo fonti israeliane, tentavano di aggredire con coltello forze israeliane (in due casi) e per possesso di esplosivi (un caso).

Gruppi armati palestinesi di Gaza hanno sparato numerosi razzi in direzione del sud di Israele: due di questi sono caduti in Israele ed hanno danneggiato un edificio; la maggior parte sono stati intercettati in aria da missili israeliani o sono ricaduti nella Striscia di Gaza. I lanci di razzi sono stati seguiti da attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza, con danni a numerosi siti che, secondo quanto riferito, apparterrebbero a gruppi armati palestinesi.

In almeno 22 occasioni, le forze israeliane, allo scopo di imporre le restrizioni di accesso, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori presenti in zone limitrofe alla recinzione perimetrale ed in zone di pesca lungo la costa di Gaza: quattro pescatori sono stati arrestati, uno dei quali ferito con arma da fuoco, e una barca è stata confiscata. In cinque occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza, vicino a Khan Younis e nell’area centrale, ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale.

In Area C e Gerusalemme Est, per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato cinque strutture, sfollando cinque palestinesi e coinvolgendone altri 33. Tre delle strutture prese di mira, una delle quali demolita dai proprietari dopo aver ricevuto ordini di demolizione, erano in Gerusalemme Est; le altre due nelle parti locate in Area C dei villaggi di Tarqumiya (Hebron) ed Al Walaja (Betlemme).

Sempre in Area C, nel villaggio di Bani Na’im (Hebron), le autorità israeliane hanno emesso ordini di demolizione ed arresto lavori contro otto strutture finanziate da donatori; tra queste una scuola, una clinica sanitaria, una moschea e cinque strutture residenziali. Tre di queste strutture erano state finanziate dal Fondo Umanitario per i Territori occupati [Organismo delle Nazioni Unite].

Il 21 dicembre, nella Città Vecchia di Gerusalemme, la polizia israeliana ha costretto una famiglia palestinese a svuotare delle loro merci un magazzino-negozio e l’ha consegnato ad un’organizzazione di coloni israeliana che ne rivendicava la proprietà. Lo sfratto conclude lunghi procedimenti presso tribunali israeliani, dove la famiglia aveva contestato, senza successo. lo sfratto, sostenendo di essere un “inquilino protetto”. A Gerusalemme Est, sono state presentate almeno 180 istanze di sfratto contro famiglie palestinesi. La maggior parte di queste istanze, avviate da organizzazioni di coloni israeliani, si basano sia su rivendicazioni di proprietà, sia su attestazioni che gli affittuari non sono più “inquilini protetti”.

L’esercito israeliano ha bloccato un certo numero di strade, sia di accesso che interne all’area di Massafer Yatta di Hebron, ed ha emesso un ordine militare che impone ai palestinesi l’acquisizione di permessi per superare i nuovi ostacoli. Per circa 1.400 persone, residenti in 12 comunità, le nuove restrizioni hanno interrotto l’accesso ai servizi ed ai mezzi di sussistenza. Queste comunità si trovano in una zona designata da Israele “area chiusa per addestramento militare” (zona per esercitazioni a fuoco 918) e sono considerate ad alto rischio di trasferimento forzato. Nella Cisgiordania centrale, il 1° gennaio, dopo averlo bloccato per sette giorni consecutivi, l’esercito israeliano ha riaperto il checkpoint principale che controlla, da est, l’accesso a Ramallah (checkpoint DCO).

Il 29 dicembre, una ragazzina palestinese di 9 anni, malata e con bisogni speciali, è morta mentre si recava in un ospedale della città di Nablus: al checkpoint di Awarta (Nablus) i soldati israeliani le avevano negato l’accesso. Secondo la famiglia della ragazza, dopo aver discusso per circa mezz’ora con i soldati, hanno fatto una deviazione verso il checkpoint di Huwwara. A causa di scontri in corso, anche questo risultava bloccato; dopo un lungo ritardo sono riusciti comunque a superarlo. Circa 90 minuti dopo aver lasciato la loro casa nel villaggio di Awarta, sono arrivati all’ospedale dove la ragazza è stata dichiarata morta. La durata normale del viaggio tra il villaggio e l’ospedale è di 15 minuti.

Sono stati segnalati almeno otto attacchi da parte di coloni israeliani con conseguenti lesioni a palestinesi o danni a proprietà. Secondo quanto riferito, quattro di questi episodi sono stati perpetrati da coloni dell’insediamento di Yitzhar contro abitanti dei villaggi di Madama e Burin (Nablus), ed hanno comportato danni a 62 alberi, l’aggressione fisica a due uomini palestinesi e l’incursione in una scuola. In conseguenza di quest’ultimo episodio, le forze israeliane sono intervenute, scontrandosi con gli studenti e ferendone 11. Altri 22 palestinesi sono rimasti feriti nella città di Nablus, durante scontri con le forze israeliane in seguito all’ingresso di coloni israeliani nel sito della Tomba di Giuseppe. A Ya’bad (Jenin) e Beit Safafa (Gerusalemme Est), in due distinti episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di coloni israeliani, tre veicoli palestinesi e una casa hanno subito danni.

Sono stati segnalati almeno undici episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani nelle zone di Hebron, Ramallah e Gerusalemme. Secondo rapporti di media israeliani, sono stati provocati danni a cinque veicoli privati e alla metropolitana leggera nell’area di Shu’fat di Gerusalemme Est.

Il valico di Rafah sotto controllo egiziano è stato aperto un giorno, il 19 dicembre, in entrambe le direzioni, consentendo a 569 persone di lasciare Gaza e a 92 di tornarvi. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, compresi casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 3 gennaio, in scontri scoppiati durante una manifestazione nel villaggio di Deir Nidham (Ramallah), un ragazzo palestinese di 17 anni è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 21 novembre- 4 dicembre 2017 ( due settimane)

Il 30 novembre, un agricoltore palestinese 48enne è stato colpito con arma da fuoco ed ucciso da un colono israeliano che accompagnava un gruppo di giovani coloni in escursione in un’area agricola prossima al villaggio di Qusra (Nablus).

Mentre testimoni oculari palestinesi hanno riferito che lo sparo è stato preceduto da un alterco tra i coloni e l’agricoltore, i media israeliani hanno riferito che lo sparatore ha aperto il fuoco in risposta al lancio di pietre da parte del palestinese. Per due giorni il corpo dell’agricoltore è stato trattenuto dalle autorità israeliane per autopsia. Immediatamente dopo l’omicidio, abitanti di Qusra sono arrivati sul posto ed hanno lanciato pietre ai coloni, che si erano nascosti in una grotta; questi ultimi hanno risposto sparando e ferendo un palestinese; due coloni sono stati feriti da pietre. La polizia israeliana ha aperto un’indagine sul caso.

Più tardi, nello stesso giorno, in due episodi separati, nei villaggi di Qusra ed ‘Asira al Qibliya (Nablus), altri 34 palestinesi sono stati feriti durante scontri con coloni israeliani armati e soldati. Uno dei feriti è stato colpito con arma da fuoco, 15 da pallottole di gomma, 15 hanno subìto lesioni da inalazione di gas lacrimogeno, tutti da parte dei soldati israeliani, mentre tre palestinesi sono stati feriti da pietre lanciate da coloni. Altri tre palestinesi sono stati aggrediti e feriti da coloni in due distinti episodi in Gerusalemme Est e nel villaggio di Susiya (Hebron).

Inoltre, 36 palestinesi, sette dei quali minori, sono stati feriti da forze israeliane durante scontri avvenuti in Cisgiordania: 19 di questi ferimenti sono stati registrati nel villaggio di Qusra il 2 dicembre, in occasione del funerale dell’agricoltore di cui sopra, e due nella città di Nablus, in seguito all’entrata di coloni israeliani nel sito della Tomba di Giuseppe. La maggior parte degli altri ferimenti sono avvenuti in questi contesti: operazioni di ricerca-arresto che hanno innescato scontri, i più ampi dei quali nel governatorato di Hebron; durante la dimostrazione settimanale contro l’espansione dell’insediamento colonico israeliano e contro le restrizioni di accesso in Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Nabi Saleh (Ramallah); e prima di una demolizione punitiva nel villaggio di Qabatiya (Jenin).

Il 30 novembre, tre civili palestinesi, tra cui una donna, sono stati feriti nel corso di attacchi israeliani a postazioni militari nella città di Gaza e nella parte nord della Striscia: i siti presi di mira hanno subìto danni. A quanto riferito, gli attacchi sono stati condotti in risposta al lancio di 12 granate di mortaio effettuato nello stesso giorno da un gruppo armato palestinese. Le granate erano cadute in Israele, senza causare feriti o danni.

Ancora in Gaza, durante scontri scoppiati nel corso di due proteste svolte vicino alla recinzione perimetrale, le forze israeliane hanno ferito con arma da fuoco due minori palestinesi. Inoltre, in almeno 35 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in direzione di civili presenti in Aree ad Accesso Riservato, in terra ed in mare, senza causare feriti, ma interrompendo il lavoro di agricoltori e pescatori. Nella zona settentrionale della Striscia di Gaza un minore palestinese è stato arrestato ed un altro è stato ferito e arrestato mentre tentavano di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale.

Per punizione, le autorità israeliane hanno demolito una casa nel villaggio di Qabatiya (Jenin), sfollando cinque persone, tra cui tre minori. La casa demolita apparteneva ad uno dei due palestinesi, attualmente in carcere, che uccisero un colono israeliano il 4 ottobre 2017. Dall’inizio del 2017, nove case sono state demolite o sigillate per motivi punitivi, sfollando 49 palestinesi.

Citando la mancanza delle licenze edilizie israeliane, le autorità israeliane hanno demolito 13 strutture in Area C e Gerusalemme Est, sfollando 24 palestinesi, tra cui 12 minori; altre 78 persone sono state diversamente toccate dalle demolizioni. Otto delle strutture demolite erano in Area C, e tre di esse appartenevano a comunità di pastori: in Al Jiftlik-Abu al ‘Ajaj e in Al Jiftlik-ash-Shuneh (entrambe in Jericho) e nella comunità di Halaweh, situata nel sud di Hebron, nella “zona 918 per esercitazioni a fuoco”. Le restanti quattro strutture erano in Gerusalemme Est, nei quartieri di Shu’fat, Beit Hanina, Al ‘Isawiya ed Umm Tuba.

Il 4 dicembre, le autorità israeliane hanno informato la Corte Suprema Israeliana della loro intenzione di demolire 46 strutture nel villaggio di Susiya (Hebron). Come conseguenza quaranta persone, tra cui 14 minori, saranno sfollate, mentre tutti i suoi 160 residenti in Area C si troveranno ad alto rischio di trasferimento forzato. L’intera Comunità (327 abitanti) sarà colpita dalla demolizione delle 46 strutture, che includono otto abitazioni, due strutture sanitarie, 12 locali usati per la scuola, altre due strutture di sussistenza ed un impianto di pannelli solari. Secondo le autorità, queste strutture furono realizzate senza i permessi necessari, a partire dal 2014, in violazione di un’ingiunzione del tribunale.

I media israeliani hanno riportato cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: vicino a Betlemme, Hebron e Ramallah; in almeno due di tali episodi sono stati danneggiati veicoli.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato aperto in una direzione per un solo giorno, permettendo a 174 persone di entrare in Gaza. Secondo le autorità palestinesi in Gaza, più di 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate ed in attesa per attraversare il valico. Nonostante la chiusura al transito di viaggiatori, il valico di Rafah è stato aperto per nove giorni per il transito di combustibile importato dall’Egitto e destinato alla Centrale Elettrica Gaza.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Rapporto OCHA del periodo 7 – 20 novembre 2017 (due settimane)

Il 17 novembre, in due episodi distinti ma consecutivi, prima all’incrocio Efrata e poi al raccordo stradale di Gush Etzion (Betlemme), un 17enne palestinese ha guidato il suo veicolo contro coloni israeliani, ferendone due; successivamente è stato colpito e gravemente ferito dai soldati israeliani.

In quest’ultima circostanza, prima di essere colpito, il giovane era uscito dall’auto e aveva tentato di accoltellare un soldato. Da ottobre 2015, presso il raccordo di Gush Etzion, si sono verificati 20 aggressioni e presunte aggressioni palestinesi che hanno causato l’uccisione di 4 israeliani e 12 palestinesi (questi ultimi, eccetto uno, tutti aggressori o presunti aggressori).

In Cisgiordania, durante scontri, 21 palestinesi, dieci dei quali minori, sono stati feriti dalle forze israeliane; in sei casi si è trattato di ferite da arma da fuoco. Gli scontri più ampi sono scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto svolte nei villaggi di Tuqu’ (Betlemme), Deir Nidham (Ramallah), Fahma (Jenin) e Azzun (Qalqiliya); durante scontri avvenuti per gli stessi motivi nel Campo Profughi di Al Jalazun (Ramallah); durante la dimostrazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya) ed, infine, vicino ad uno degli ingressi all’area H2 (Bab az Zawiya) della città di Hebron, a controllo israeliano.

Nella zona H2 della città di Hebron, il 9 novembre, le forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni nel cortile di un complesso scolastico, provocando lesioni a cinque minori. Secondo fonti israeliane, il lancio di lacrimogeni è stato conseguente al lancio di pietre, effettuato dall’interno del complesso, contro veicoli di coloni israeliani. Sono stati arrestati anche due insegnanti e, per il resto della giornata, le lezioni sono state sospese per oltre 1.200 studenti. Inoltre, un 13enne palestinese, mentre tornava a casa nella zona H2, è stato aggredito fisicamente e ferito da coloni israeliani. Infine, in tre casi, presso checkpoint della zona H2, tre palestinesi, tra cui un 17enne e una donna, sono stati arrestati perché in possesso di coltelli. Negli ultimi due anni, nella città di Hebron, migliaia di palestinesi che risiedono vicino agli insediamenti colonici israeliani sono stati soggetti ad intensificate restrizioni della mobilità e ad un contesto sempre più coercitivo che prefigura il rischio di trasferimenti forzati.

Per far osservare le restrizioni di accesso alle aree [interne della Striscia di Gaza] adiacenti la recinzione perimetrale ed alle zone di pesca della costa [della Striscia di Gaza], in almeno 27 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori; un pescatore è rimasto ferito. In due occasioni, le forze israeliane sono entrate in Gaza, vicino a Beit Lahiya e Jabalia (nella parte nord di Gaza), ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi nei pressi della recinzione perimetrale.

A scopo punitivo, le autorità israeliane hanno demolito un appartamento (danneggiandone altri due) in un edificio a Beit Surik (Ramallah) ed hanno sigillato l’ampliamento di una casa a Yatta (Hebron); 11 palestinesi, tra cui sette minori, sono stati sfollati. L’appartamento apparteneva al responsabile di un attentato (settembre 2017) nel quale furono uccisi tre membri delle forze di sicurezza israeliane e lo stesso aggressore. L’ampliamento sigillato apparteneva all’autore di un attacco in cui furono uccisi quattro israeliani (giugno 2016). Dall’inizio del 2017, otto abitazioni sono state demolite o sigillate a scopo “punitivo”, provocando lo sfollamento di 44 palestinesi.

Per mancanza di permessi di costruzione, altre 17 strutture sono state demolite o sequestrate nell’Area C e a Gerusalemme Est, sfollando 49 palestinesi, tra cui 25 minori, e colpendone altri 81. Undici delle strutture prese di mira (tutte non abitative, tranne una) erano in Gerusalemme Est. Tre di queste sono state demolite dai proprietari per evitare multe. Le restanti sei strutture si trovavano in tre comunità parzialmente o totalmente situate in Area C, tra cui i villaggi Ni’lin (Ramallah), Al Jiftlik ash Shuneh e Frush Beit Dajan: questi due ultimi si trovano nella Valle del Giordano.

L’esercito israeliano ha emesso ordinanze militari che circoscrivono le aree in cui vivono tre comunità pastorali palestinesi; su tali aree ha imposto la “rimozione di tutte le proprietà”. Le comunità colpite sono: Ein al Hilwe e Um al Jmal, nel nord della Valle del Giordano, e Jabal al Baba, nel governatorato di Gerusalemme. Quest’ultima si trova nella zona inclusa nel piano di insediamento E1, progettato per collegare [l’insediamento colonico di] Ma’ale Adumim a Gerusalemme. Come conseguenza degli ordini di cui sopra, un totale di 520 strutture, tra cui 130 precedentemente fornite come aiuto umanitario, sono a rischio di distruzione o di sequestro e 419 persone, metà circa delle quali minori, sono ad elevato rischio di trasferimento forzato.

Il 10 novembre, e fino alla fine del periodo di riferimento di questo Rapporto, l’esercito israeliano ha bloccato tre delle quattro strade sterrate che collegano 12 comunità della parte meridionale di Hebron (Massafer Yatta) al resto della Cisgiordania. Di conseguenza è stato sconvolto l’accesso ai servizi e ai mezzi di sostentamento di circa 1.400 palestinesi, costretti a lunghe deviazioni. Questa zona è stata destinata [da Israele] all’addestramento militare e designata come “zona per esercitazioni a fuoco”, mettendo i residenti a rischio di trasferimento forzato.

Nel contesto della raccolta delle olive (ancora in corso), sono stati registrati tre episodi che hanno avuto coloni come protagonisti. In uno di questi, un gruppo di coloni israeliani ha attaccato contadini del villaggio di Urif (Nablus), ferendone due, colpiti alla testa con pietre. Gli agricoltori, che avevano ricevuto dalle autorità israeliane un’autorizzazione speciale, stavano raccogliendo le loro olive vicino all’insediamento di Yitzhar; dopo questo episodio, altre 40 famiglie che lavoravano nella zona hanno ricevuto l’ordine di andarsene. Negli altri due episodi, è stato riferito che coloni hanno raccolto le olive di alberi appartenenti ad agricoltori di Burin, anch’essi vicino a Yitzhar, ed hanno rubato un asino appartenente a contadini del villaggio di Jit (Qalqiliya). Sono stati segnalati ulteriori episodi di lancio di pietre da parte di coloni contro agricoltori palestinesi.

Gruppi di coloni israeliani sono entrati, sotto la protezione delle forze israeliane, in siti religiosi che si trovano in aree palestinesi, scatenando scontri che si sono conclusi senza feriti. I siti interessati includevano il complesso Haram ash Sharif / Monte del Tempio a Gerusalemme Est ed altri due siti: nell’area H1 della città di Hebron e nel villaggio di Halhul (Hebron).

Secondo resoconti di media israeliani, nella Città Vecchia di Gerusalemme e su strade vicino a Sinjil e Deir Nidham (entrambi in Ramallah), Tuqu’ (Betlemme) e il Campo Profughi di Al ‘Arrub (Hebron) tre coloni israeliani, tra cui una donna, sono rimasti feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati, a causa del lancio di pietre da parte di palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, il valico di Rafah, sul lato controllato dall’Egitto, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni (18-20 novembre) per casi umanitari urgenti, consentendo a 3.837 persone di attraversare in entrambe le direzioni. Questa è la prima volta, dal giugno 2007, che il lato del valico di pertinenza della Striscia di Gaza viene gestito da personale dell’Autorità Palestinese; il 1° novembre ne ha infatti assunto il controllo in base all’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas. Il valico è stato ufficialmente chiuso dal 24 ottobre 2014; per specifiche categorie di persone sono state consentite aperture sporadiche. Dall’inizio del 2017 i giorni di apertura sono stati 31.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Perché la Palestina è ancora il problema

John Pilger

18 settembre 2017,Defend Democracy Press

Quando andai per la prima volta in Palestina come giovane reporter negli anni ’60, soggiornai in un kibbutz. Le persone che incontrai erano grandi lavoratori, coraggiosi e si definivano socialisti. Mi piacevano.

Una sera a cena domandai chi fossero le figure che si vedevano in lontananza, al di là dell’area (del nostro kibbutz).

Arabi”, mi dissero, “nomadi”. Le parole vennero quasi sputate. Israele, dissero, intendendo la Palestina, era per la maggior parte una terra deserta e una delle grandi opere dell’impresa sionista è stata rendere verde il deserto.

Portarono ad esempio il loro raccolto di arance di Jaffa, che veniva esportato nel resto del mondo. Che grande vittoria sulle bizzarrie della natura e l’incuria degli uomini.

Fu la prima menzogna. La maggior parte degli aranceti e dei vigneti appartenevano a palestinesi che avevano coltivato la terra ed esportato arance ed uva in Europa fin dal diciottesimo secolo. L’ex città palestinese di Jaffa veniva chiamata dai precedenti abitanti come “il posto delle arance tristi”.

Nel kibbutz il termine “palestinese” non veniva mai pronunciato. Chiesi il perché. La risposta fu un silenzio imbarazzato.

In tutto il mondo colonialista, la vera sovranità del popolo autoctono fa paura a coloro che non possono mai nascondere del tutto il fatto, ed il crimine, che vivono su una terra rubata.

La negazione dell’umanità della popolazione è il passo successivo – come il popolo ebraico sa fin troppo bene. Infamare la dignità, la cultura e l’orgoglio del popolo viene di conseguenza, in modo altrettanto logico della violenza.

A Ramallah, dopo un’invasione della Cisgiordania da parte del defunto Ariel Sharon nel 2002, camminavo attraverso strade costellate da automobili sfasciate e case demolite, verso il “Centro Culturale Palestinese”. Fino a quel mattino i soldati erano accampati là.

Mi accolse la direttrice del Centro, la scrittrice Liana Badr, i cui manoscritti originali erano sparsi e a pezzi sul pavimento. Il disco rigido contenente il suo romanzo ed una raccolta di racconti e poesie erano stati portati via dai soldati israeliani. Quasi ogni cosa era in frantumi e insudiciata.

Neanche un libro era rimasto integro; neanche una bobina di una delle migliori collezioni del cinema palestinese.

I soldati avevano urinato e defecato sui pavimenti, sui tavoli, sui ricami e i manufatti artistici. Avevano imbrattato di escrementi i dipinti dei bambini e avevano scritto – con le feci – “Nato per uccidere”.

Liana Badr aveva gli occhi pieni di lacrime, ma la schiena dritta. “Lo rimetteremo a posto di nuovo”, disse.

Ciò che fa imbestialire quelli che colonizzano ed occupano, rubano ed opprimono, vandalizzano e violano, è il rifiuto delle vittime di piegarsi. E questo è il prezzo che tutti noi dobbiamo pagare ai palestinesi. Il rifiuto di sottomettersi. Loro tirano dritto. Aspettano – finché ricominceranno la lotta. E fanno così anche quando chi li governa collabora con i loro oppressori.

Nel mezzo dei bombardamenti israeliani su Gaza del 2014, il giornalista palestinese Mohammed Omer non ha mai smesso di scrivere. Lui e la sua famiglia erano stati danneggiati; lui faceva la coda per il cibo e l’acqua e li trasportava attraverso le macerie. Quando gli telefonavo potevo sentire le bombe fuori dalla sua porta. Si è rifiutato di arrendersi.

Gli articoli di Mohammed, accompagnati dalle sue fotografie, sono stati un esempio di giornalismo professionale che faceva vergognare il giornalismo corrivo e codardo del cosiddetto ‘mainstream’ britannico e statunitense. Il concetto di obbiettività della BBC – che diffonde le falsità e le menzogne dell’autorità, prassi di cui si fa vanto – viene quotidianamente confutato da gente come Mohammed Omer.

Per oltre 40 anni ho constatato il rifiuto del popolo palestinese di piegarsi ai suoi oppressori: Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Europea.

Dal 2008 la sola Gran Bretagna ha assicurato licenze di esportazione di armi e missili, droni e fucili di precisione verso Israele per un valore di 434 milioni di sterline.

Quelli che hanno resistito a questo, senza armi, quelli che hanno rifiutato di piegarsi, sono tra i palestinesi che ho avuto il privilegio di conoscere:

Il mio amico, il defunto Mohammed Jarella, che lavorava per l’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA [per i rifugiati palestinesi, ndt.], nel 1967 mi ha mostrato per la prima volta un campo profughi palestinese. Era un gelido giorno d’inverno e gli scolari tremavano di freddo. “Un giorno….”, diceva. “Un giorno…”

Mustafa Barghouti, la cui eloquenza rimane intatta, ha descritto lo spirito di tolleranza che c’era in Palestina tra ebrei, musulmani e cristiani fino a quando, come mi disse, “I sionisti pretesero uno Stato a spese dei palestinesi.”

La dottoressa Mona El-Farra, medico a Gaza, la cui passione era raccogliere denaro per la chirurgia plastica per i bambini sfigurati dalle pallottole e dalle granate israeliane. Il suo ospedale è stato raso al suolo dalle bombe israeliane nel 2014.

Il dottor Khalid Dahlan, psichiatra, i cui ambulatori per bambini a Gaza – bambini resi quasi pazzi dalla violenza israeliana – erano oasi di civiltà.

Fatima e Nasser sono una coppia la cui casa si trovava in un villaggio vicino a Gerusalemme, designato come “Zona A e B”, che significava che la terra era destinata ai soli ebrei. I loro genitori avevano vissuto là; i loro nonni avevano vissuto là. Oggi i bulldozer spianano strade per soli ebrei, protetti da leggi per soli ebrei.

Era passata la mezzanotte quando Fatima iniziò il travaglio del suo secondo figlio. Il bimbo era prematuro; quando arrivarono ad un checkpoint in vista dell’ospedale, il giovane israeliano disse che c’era bisogno di un altro documento.

Fatima stava perdendo molto sangue. Il soldato rideva e imitava i suoi gemiti e disse loro: ”Andatevene a casa”. Il bambino nacque là in un camion. Era cianotico per il freddo e in breve, senza cure, morì assiderato. Il suo nome era Sultan.

Per i palestinesi, queste storie sono consuete. La domanda è: perché non lo sono a Londra e Washington, a Bruxelles e Sydney?

In Siria una recente campagna progressista– una campagna di George Clooney – viene lautamente finanziata in Gran Bretagna e Stati Uniti, anche se i beneficiari, i cosiddetti ribelli, sono capeggiati da jihadisti fanatici, il prodotto dell’invasione di Afghanistan e Iraq e della distruzione della moderna Libia.

E ancora, non viene riconosciuta la più lunga occupazione dell’epoca moderna. Quando le Nazioni Unite improvvisamente si risvegliano e definiscono Israele uno Stato di apartheid, come hanno fatto quest’anno, si grida allo scandalo – non contro uno Stato il cui “obiettivo fondamentale” è il razzismo, ma contro una commissione dell’ONU che ha osato rompere il silenzio.

La Palestina”, ha detto Nelson Mandela, “è la più grande questione morale dei nostri tempi.”

Perché questa verità è negata, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno?

Su Israele – lo Stato di apartheid, colpevole di un crimine contro l’umanità e di violazioni del diritto internazionale più numerose di qualunque altro Stato – persiste il silenzio tra coloro che sanno ed il cui compito è di dire come stanno effettivamente le cose.

Riguardo a Israele, moltissimi giornalisti vengono intimiditi e controllati da un pensiero unico che chiede silenzio sulla Palestina, mentre il giornalismo onesto è diventato dissidenza: un metaforico movimento clandestino.

Una sola parola – “conflitto” – consente questo silenzio. “Il conflitto arabo-israeliano”, scandiscono i robot nelle loro suggestioni televisive. Quando un reporter della BBC di lunga esperienza, uno che conosce la verità, parla di “due narrazioni”, la distorsione morale è completa.

Non c’è un conflitto, non ci sono due narrazioni, con un proprio fulcro etico. C’è un’occupazione militare messa in atto da una potenza nucleare appoggiata dal potere militare più grande al mondo; e c’è un’enorme ingiustizia.

Il termine “occupazione” può essere bandito, cancellato dal vocabolario. Ma la memoria della verità storica non può essere cancellata: quella della sistematica espulsione dei palestinesi dalla loro patria. Gli israeliani nel 1948 l’hanno chiamata “Piano D”.

Lo storico israeliano Benny Morris racconta di quando uno dei suoi generali domandò a Ben-Gurion, il primo capo del governo israeliano: “Che cosa dobbiamo fare degli arabi?”

Il Primo Ministro, ha scritto Morris, “fece uno sprezzante e vigoroso gesto con la mano”. “Espelleteli!” disse.

Settant’anni dopo, questo crimine è sparito dalla cultura intellettuale e politica dell’Occidente. Oppure è opinabile, o semplicemente controverso. Giornalisti ben pagati accettano volentieri i viaggi, l’ospitalità e le lusinghe offerti dal governo israeliano, poi sono durissimi nel professare la propria indipendenza. Il termine “utili idioti” è stato coniato per loro.

Nel 2011 mi ha colpito la leggerezza con cui uno dei più famosi scrittori britannici, Ian McEwan, un uomo intriso dell’alone di illuminismo borghese, ha accettato il Jerusalem Prize per la letteratura nello Stato dell’apartheid.

McEwan sarebbe andato a Sun City nel Sudafrica dell’apartheid? Anche là attribuivano premi, con tutte le spese pagate. McEwan giustificò il suo comportamento con parole evasive circa l’indipendenza della “società civile”.

La propaganda – del tipo che McEwan ha espresso, con la sua simbolica tirata d’orecchi per i suoi deliziati ospiti – è un’arma in mano agli oppressori della Palestina. Come lo zucchero, oggi permea quasi ogni cosa.

Il nostro compito più importante è comprendere e decostruire la propaganda statale e culturale. Stiamo andando velocemente verso una seconda guerra fredda, il cui scopo finale è sottomettere e balcanizzare la Russia e intimidire la Cina.

Quando Donald Trump e Vladimir Putin hanno parlato in privato per oltre due ore al meeting del G20 di Amburgo, apparentemente della necessità di non entrare in guerra tra loro, gli oppositori più accesi sono stati quelli che si sono appropriati del liberismo, come il commentatore politico sionista del Guardian.

Non c’è da stupirsi che Putin sorridesse ad Amburgo”, ha scritto Jonathan Freedland. “Sa di aver raggiunto il suo principale obbiettivo: ha reso l’America di nuovo debole.”

Questi propagandisti non hanno mai conosciuto la guerra, ma amano il gioco imperialista della guerra. Ciò che McEwan chiama “società civile” è diventata una ricca fonte di propaganda ad esso connessa.

Prendete un termine spesso usato dai tutori della società civile – “diritti umani”. Come un altro nobile concetto, “democrazia”, “diritti umani” è stato semplicemente svuotato del suo significato e del suo scopo.

Così come il “processo di pace” e la “road map”, i diritti umani in Palestina sono stati sequestrati dai governi occidentali e dalle ONG da loro finanziate, che si arrogano un’utopica autorità morale.

Perciò quando Israele viene richiamata da governi ed ONG a “rispettare i diritti umani” in Palestina, non succede niente, perché tutti sanno che non c’è niente da temere; niente cambierà.

Notate il silenzio dell’Unione Europea, che accontenta Israele mentre rifiuta di mantenere gli impegni verso la popolazione di Gaza – come mantenere aperto il varco del confine di Rafah: una misura concordata come parte del suo ruolo nel cessate il fuoco del 2014. [Il progetto di] un porto marittimo per Gaza – concordato da Bruxelles nel 2014 – è stato abbandonato.

La commissione dell’ONU di cui ho parlato – il suo nome esatto è Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale – ha descritto Israele come, e cito testualmente, “finalizzato all’obiettivo fondamentale” della discriminazione razziale.

Milioni di persone lo capiscono. Ciò che i governi a Londra, Washington, Bruxelles e Tel Aviv non possono controllare è che l’opinione pubblica sta cambiando, forse come mai prima d’ora.

La gente ovunque si sta risvegliando ed è più consapevole, secondo me, di quanto lo sia mai stata prima d’ora. Alcuni sono già apertamente in rivolta. L’atrocità della Grenfell Tower [grattacielo con appartamenti popolari bruciato il 14 giugno 2017, ndt.] di Londra ha unificato la collettività in una attiva resistenza praticamente in tutta la Nazione.

Grazie ad una campagna popolare, la magistratura sta ora esaminando le prove di una possibile imputazione contro Tony Blair per crimini di guerra. Anche se questo non avverrà, si tratta di un importante sviluppo, che elimina un’ ulteriore barriera tra l’opinione pubblica ed il riconoscimento della natura vorace dei crimini del potere statale – il sistematico disprezzo dell’umanità perpetrato in Iraq, alla Grenfell Tower, in Palestina. Questi sono i punti che attendono di essere uniti.

Per la maggior parte del XXI secolo, l’imbroglio del potere delle imprese camuffato da democrazia ha poggiato sulla propaganda del diversivo: soprattutto su un culto dell’individualismo finalizzato a disorientare la nostra capacità di guardare agli altri e di agire insieme, il nostro senso di giustizia sociale e di internazionalismo.

Classe, genere e razza sono stati separati. Il personale è diventato politico e i media sono diventati il messaggio. La promozione dei privilegi borghesi è stata presentata come politica “progressista”. Non lo era. Non lo è mai stata. E’ la valorizzazione del privilegio e del potere.

Tra i giovani l’internazionalismo ha trovato una nuova vasta platea. Guardate l’appoggio a Jeremy Corbin e l’attenzione che ha ricevuto il G20 ad Amburgo. Se comprendiamo la verità e gli imperativi dell’internazionalismo, e rifiutiamo il colonialismo, comprendiamo la lotta della Palestina.

Mandela lo ha espresso così: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi.”

Il cuore del Medio Oriente è la storica ingiustizia in Palestina. Finché questa non venga risolta e i palestinesi abbiano la loro libertà e la loro patria e ci sia eguaglianza di fronte alla legge tra israeliani e palestinesi, non vi sarà pace nella regione, o forse in nessun luogo.

Ciò che Mandela diceva è che la libertà stessa è precaria finché i governi potenti possono negare la giustizia ad altri, terrorizzarli, imprigionarli ed ucciderli, in nostro nome. Certamente Israele comprende il rischio che un giorno potrebbe dover essere normale.

Ecco perché il suo ambasciatore in Gran Bretagna è Mark Regev, ben noto ai giornalisti come propagandista di professione, e perché il “grande bluff” delle accuse di antisemitismo, come lo ha definito Ilan Pappe, ha potuto sconvolgere il partito laburista e indebolire Jeremy Corbin come leader. Il punto è che non ci è riuscito.

I fatti procedono in fretta adesso. La notevole campagna per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) sta funzionando, ogni giorno di più; città e comuni, sindacati e organismi studenteschi la stanno supportando. Il tentativo del governo britannico di impedire agli enti locali di sostenere il BDS è stato sconfitto nei tribunali.

Queste non sono parole al vento. Quando i palestinesi si solleveranno di nuovo, e lo faranno, potrebbero non vincere subito – ma alla fine vinceranno, se noi comprendiamo che loro sono noi, e noi siamo loro.

Questa è una versione ridotta dell’intervento di John Pilger al Palestinian Expo di Londra l’8 luglio 2017.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Le forze israeliane mandano avvisi di sgombero a 300 palestinesi in un villaggio beduino

Ma’an News

17 novembre 2017

BETLEMME (Ma’an) – Secondo l’agenzia di informazioni Wafa, di proprietà dell’ANP, venerdì le autorità israeliane avrebbero distribuito avvisi di sgombero a tutti i 300 palestinesi residenti nel villaggio beduino di Jabal al-Baba, nel distretto centrale di Gerusalemme della Cisgiordania occupata.

La Wafa ha riferito che il personale dell’amministrazione civile israeliana, spalleggiato dall’esercito israeliano, avrebbe preso d’assalto il villaggio ed ordinato ai suoi abitanti di lasciare le proprie case.

Secondo la Wafa, Jabal al-Baba comprende 100 edifici, 58 dei quali sono case, mentre i restanti sono strutture per uso agricolo. “Poiché la comunità non è riconosciuta, la popolazione di Jabal al-Baba vive senza elettricità e riceve acqua solo da camion cisterna”, ha detto Wafa.

Negli ultimi anni le forze israeliane hanno demolito decine di case nella zona di Jabal al-Baba, molte delle quali costruite con l’aiuto dell’UE e di organizzazioni umanitarie.

In agosto hanno demolito un asilo infantile del villaggio.

La collina è popolata da circa 55 famiglie di beduini che hanno vissuto nella zona per 65 anni e sono costantemente minacciate di espulsione dalle loro case.

Circa 90 beduini palestinesi, in maggioranza bambini, sono rimasti senza casa quando, nel maggio 2016, le forze israeliane hanno smantellato le case prefabbricate donate dall’UE a Jamal al-Baba.

Jamal al-Baba, come altre comunità beduine della regione, è minacciata da Israele di espulsione forzata per il fatto di essere situata nel conteso “corridoio E1”, creato dal governo israeliano per collegare Gerusalemme est annessa con la grande colonia di Maale Adumim.

Le autorità israeliane pianificano di costruire nell’area E1 migliaia di case per colonie di soli ebrei , il che dividerebbe di fatto la Cisgiordania e renderebbe quasi impossibile la creazione di uno Stato palestinese contiguo – come ipotizzato dalla soluzione di due Stati al conflitto israelo-palestinese.

Le associazioni per i diritti umani e membri della comunità beduina hanno aspramente criticato i piani israeliani di ricollocazione dei beduini residenti vicino alla colonia israeliana illegale di Maale Adumim, sostenendo che lo sgombero espellerebbe palestinesi autoctoni in favore dell’espansione delle colonie israeliane in tutta la Cisgiordania occupata, in violazione del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




L’esercito israeliano si prepara a demolire centinaia di case palestinesi nel nord della Valle del Giordano

Amira Hass, 12 novembre 2017,Haaretz

E’ la prima volta che l’esercito utilizza un’ordinanza di sgombero contro i palestinesi basata su un ordine militare diretto a consentire l’evacuazione di insediamenti [israeliani] non autorizzati.

L’esercito ha ordinato a circa 300 palestinesi, che per decenni hanno vissuto nel nord della Valle del Giordano, di portare via dalla zona ogni loro proprietà – il che viene interpretato come un ordine di evacuazione e demolizione delle case.

A giudicare dalla risposta dell’esercito ad Haaretz, esso ha cambiato la sua posizione in seguito ad un’obiezione avanzata dall’avvocato degli abitanti.

E’ la prima volta che l’esercito utilizza un’ordinanza di sgombero contro i palestinesi basata su un ordine militare diretto a permettere l’evacuazione di avamposti di insediamenti [israeliani] non autorizzati. L’ordine in questione è noto come “ordine relativo a costruzioni non autorizzate.”

L’ordine non è stato consegnato a nessuno dei palestinesi colpiti dal provvedimento. Invece, giovedì mattina i soldati lo hanno semplicemente lasciato in strada accanto alle loro case, situate vicino al villaggio di Al-Maleh.

L’avviso, in data primo novembre, è stato firmato dal comandante dell’esercito israeliano in Cisgiordania, general maggiore Roni Numa. Conosciuto ufficialmente come “dichiarazione di terreno delimitato”, fa divieto a chiunque di entrare nell’area specificata con lo scopo di costruirvi ed ordina la rimozione di ogni proprietà dall’area entro otto giorni dalla data in cui è stato reso noto l’avviso.

L’ordine non specifica quante persone verranno sgomberate né fornisce i loro nomi. Ma, considerando la mappa allegata, riguarda un’area di circa 550 dunams ( 55 ettari) in cui vivono circa 300 palestinesi in due comunità di pastori, Ein al-Hilweh e Umm Jamal. Entrambi i villaggi rientrano nella giurisdizione del consiglio rurale di Al-Maleh.

I pastori allevano circa 4.000 pecore, 200 cammelli e 600 mucche. Tutta la terra in questione è proprietà privata di palestinesi o appartiene alla chiesa cattolica.

L’ “ordine relativo alle costruzioni non autorizzate”, sul quale si basa l’avviso di sgombero, sancisce al paragrafo 6 (b) che non si applica a “chiunque sia registrato nell’anagrafe dell’area”, intendendo i residenti palestinesi della Cisgiordania.

Perciò l’avvocato Tawfique Jabareen di Umm al-Fahm, che rappresenta gli abitanti, sostiene che l’avviso di sgombero non ha valore legale e non è valido. Questa è la sostanza dell’obiezione che ha presentato sabato mattina al comandante militare tramite il consulente legale di quest’ultimo.

Jabareen ha anche affermato che l’ordine non era stato consegnato ai residenti interessati, ma è stato semplicemente lasciato nella zona otto giorni dopo essere stato firmato. “ Ad un primo esame, è stata un’azione in malafede, dietro alla quale si nasconde l’intenzione di negare ai residenti palestinesi il loro diritto ad un’udienza o a presentare opposizione sia contro l’ordine che contro la dichiarazione”, ha scritto.

Come ha detto Jabareen, “Questo è un ordine di espulsione di massa contro la popolazione palestinese, che viola il diritto internazionale.”

Da parte sua, il Coordinatore israeliano delle Attività Governative nei Territori [palestinesi occupati, ndt.] ha dichiarato: “Il 9 novembre 2017 sono stati inviati gli ordini come parte dei tentativi di applicazione di misure contro le costruzioni illegali nel luogo. Gli ordini sono stati notificati secondo il protocollo, inclusa la consegna fisica nel luogo a cui l’ordine si riferisce. Il nuovo ordine è rivolto alle strutture costruite illegalmente, non alla presenza nel luogo.”

Tuttavia il COGAT non ha stabilito dove potrebbe andare la gente che vive là se le strutture venissero demolite. E nemmeno ha risposto alla domanda di Haaretz su quante persone sarebbero interessate dall’ordine.

Venerdì i residenti di Ein al-Hilweh hanno detto che circa due settimane fa nelle loro capanne si sono presentati dei soldati chiedendo di vedere le loro carte di identità, senza dare spiegazioni.

I soldati hanno anche usato un drone per scattare fotografie aeree delle comunità. Compilare elenchi di carte di identità e fare fotografie sono iniziative che spesso precedono gli sgomberi e le demolizioni da parte dell’esercito israeliano e della sua Amministrazione Civile in Cisgiordania, anche se i residenti hanno detto di non aver visto questa volta nessun addetto dell’Amministrazione Civile.

Nabil Daragmeh ha detto a Haaretz di aver visto giovedì scorso dei soldati che mettevano qualcosa sotto un masso sulla strada di fronte alla collina dove lui vive. Li ha anche visti fotografare quello che avevano lasciato sulla strada. Dopo che se ne sono andati, è andato a vedere che cosa fosse.

Ha trovato un ordine in ebraico firmato e datato, un altro ordine in ebraico senza firma né data ed un terzo ordine in arabo anch’esso senza firma né data. Lo ha immediatamente comunicato agli altri abitanti, che erano spaventati e confusi.

Queste comunità di pastori hanno vissuto nella zona per decenni, ma Israele non permette loro di collegarsi alle infrastrutture o di aggiungere nuove case ed edifici pubblici in base alla crescita della popolazione ed alle mutate necessità.

Israele ha anche usato il proprio controllo sull’anagrafe palestinese per impedire all’Autorità Nazionale Palestinese di avere un elenco dei villaggi dei pastori in base alla riga relativa alla residenza delle loro carte di identità. Ribadisce invece che la loro città di residenza figura come Bardala, Ein al-Beida o qualche altro villaggio.

Ordini di sgombero, demolizione e sequestro di beni sono stati emessi contro i residenti per anni, ma mai contro tutti contemporaneamente né mai sulla base di un “ordine relativo a costruzioni non autorizzate.”

Nel 2008, nel tentativo di ovviare alla carenza di abitazioni per i residenti, la FAO ha costruito per loro strutture in metallo, finanziate dal Giappone. Nella sua lettera al comandante militare, Jabareen ha scritto che il Giappone e le Nazioni Unite non avrebbero costruito quelle strutture senza il permesso dell’Amministrazione Civile e che quel permesso era stato effettivamente concesso. Ma ha detto che in seguito l’amministrazione ha revocato il suo consenso.

“Negli ultimi anni molte famiglie hanno ripetutamente costruito illegalmente nell’area. Chiunque ritenga di essere ingiustamente colpito dall’ordinanza può rivolgersi alle autorità entro otto giorni”, ha aggiunto il COGAT.

“Relativamente ad alcune delle strutture, le autorità stanno esaminando i ricorsi (da parte dei proprietari). Riguardo ad esse, non verrà attuata nessuna misura finché l’esame non sarà completato.”

Su una collina ad est dell’area destinata allo sgombero c’è la colonia di Maskiot. Nel 2005 vi è arrivato un flusso di coloni [israeliani] che erano stati evacuati dalla Striscia di Gaza.

Negli ultimi due anni sono sorti anche due avamposti di insediamenti [israeliani], uno a nord e l’altro a sud di Ein al-Hilweh. L’Amministrazione Civile ha emesso ordini di interruzione lavori contro gli avamposti, ma essi continuano ad espandersi. Uno di questi è una propaggine di un altro avamposto illegale in corso di legalizzazione – Givat Salit. Il secondo si trova nella riserva naturale di Umm Zuka.

In entrambi gli avamposti si allevano pecore e mucche e, secondo palestinesi del luogo ed attivisti delle organizzazioni (israeliane) Ta’ayush e MachsomWatch, i pastori degli avamposti spesso impediscono ai palestinesi di pascolare i loro greggi. Nel 2011 un abitante di Ein al-Hilweh è stato costretto a togliere la propria tenda a causa delle ripetute aggressioni dei coloni.

Ein al-Hilweh e Umm Jamal non sono gli unici casi. Nei mesi scorsi l’esercito israeliano e l’Amministrazione Civile hanno anche fatto dei passi per sgomberare altre tre comunità palestinesi nel nord della Valle del Giordano – Khalat Makhoul, Al-Farisiya (che ospita circa 150 persone) e Khumsa.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Rapporto OCHA del periodo 24 ottobre – 6 novembre (due settimane)

Il 30 ottobre, le forze israeliane hanno fatto esplodere un tunnel sotterraneo che, a quanto riferito, correva sotto la recinzione che separa Gaza da Israele; 12 membri di gruppi armati palestinesi sono morti e altri 12 sono rimasti feriti. Si tratta del maggior numero di vittime registrate in un singolo episodio dopo le ostilità del 2014. Il 5 novembre, l’esercito israeliano ha recuperato dal tunnel cinque cadaveri che, al momento, sono trattenuti da Israele. Altri cinque addetti della Difesa Civile palestinese sono rimasti feriti durante un tentativo di salvataggio delle vittime.

L’UNRWA ha annunciato che il 15 ottobre ha scoperto quello che sembrava essere un tunnel sotto una delle sue scuole in Gaza. Secondo l’Agenzia, essa attuò tutte le misure necessarie per rendere la scuola sicura, consentendo la ripresa della attività dopo dieci giorni. L’UNRWA ha chiesto a tutti i soggetti interessati il ​​pieno rispetto per la neutralità e l’inviolabilità dei locali dell’ONU in ogni tempo.

[nota: UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) è stata istituita nel 1948 dalle Nazioni Unite per il soccorso, lo sviluppo, l’istruzione, l‘assistenza sanitaria, i servizi sociali e gli aiuti di emergenza ad oltre cinque milioni di rifugiati palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza.]

Il 31 ottobre, le forze israeliane hanno fatto fuoco, uccidendo un palestinese 29enne e ferendo la sorella; i due stavano viaggiando sulla strada 465, nei pressi dell’insedia-mento colonico di Halamish (Ramallah). Secondo fonti israeliane, i soldati hanno aperto il fuoco contro il veicolo poiché il conducente ha proseguito nonostante gli fosse stato ordinato di fermarsi. Le autorità israeliane hanno riferito di aver avviato un’indagine penale sulle circostanze dell’episodio. Il corpo dell’uomo, che era del villaggio di Deir Ballut (Salfit), è stato trattenuto per tre giorni.

29 palestinesi, nove dei quali minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante scontri nei territori palestinesi occupati [Cisgiordania e Gaza]. Diciotto feriti sono stati registrati nel contesto di operazioni di ricerca-arresto condotte in Campi Profughi, tra cui: Al Jalazun (Ramallah), Qalandiya (Gerusalemme), Ad Duhaisha e Ayda (Betlemme), Balata (Nablus), Jenin ed anche nelle città di Al Bireh (Ramallah) ed Hebron. In totale, le forze israeliane hanno condotto 166 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 179 palestinesi. Altri 11 feriti sono stati segnalati a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la manifestazione settimanale contro le restrizioni di accesso e durante quattro proteste attuate accanto alla recinzione perimetrale che circonda Gaza.

In almeno 15 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori per far rispettare le restrizioni di accesso imposte ai palestinesi in terraferma [ai terreni di Gaza lungo la recinzione] e nelle zone di pesca; due pescatori sono stati feriti, arrestati e la loro barca confiscata. In due occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, vicino a Khan Younis e nell’area centrale, ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale. Due palestinesi, tra cui un paziente, sono stati arrestati dalle forze israeliane al valico di Erez controllato da Israele.

Per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito cinque strutture in due località solo parzialmente situate nell’Area C, compromettendo il sostentamento di nove famiglie. Si tratta di quattro botteghe artigiane in Barta’a ash Sharqiyeh (Jenin), un villaggio situato nell’area chiusa dietro la Barriera (la zona di Seam), e una struttura agricola nel Campo Profughi di Al ‘Arrub (Hebron).

Presso la Comunità di Ad Dawa (Nablus), un’altra struttura agricola è stata colpita e distrutta da un colpo di cannone durante una esercitazione militare; ne risulta compromesso il sostentamento di quasi 100 persone. La Comunità si trova in un’area dichiarata da Israele “zona per esercitazioni a fuoco”. Negli ultimi anni, a causa soprattutto della violenza e delle intimidazioni dei coloni, i residenti in questa comunità hanno abbandonato le proprie abitazioni, accedendovi esclusivamente per le attività agricole.

In un’altra “zona per esercitazioni a fuoco” situata nel sud di Hebron, la vita di tre comunità è stata stravolta da esercitazioni, svolte con elicotteri, in prossimità delle loro abitazioni. Le comunità coinvolte sono Tuba, Sfai e Majaz, situate in un’area conosciuta come Massafer Yatta. Le coperture di alcuni ripari e i foraggi per gli animali sono stati spazzati via, mentre i bambini hanno sofferto paura e traumi. Le “zone per esercitazioni a fuoco” coprono quasi il 30% della Zona C ed in esse vivono circa 6.200 persone, distribuite in 38 comunità che presentano alti livelli di necessità umanitaria.

A metà ottobre, la sentenza di una corte israeliana ha aperto la strada alla demolizione (per mancanza di permessi edilizi) di quattro edifici nella zona Kafr ‘Aqab di Gerusalemme Est. Gli edifici comprendono circa 100 unità abitative, di cui sei abitate, e si trovano sul tracciato di una strada progettata per raggiungere il checkpoint di Qalandiya. Di conseguenza, sei famiglie (25 persone, tra cui 13 minori) rischiano lo sfollamento. Successivamente, a seguito dell’emissione di un provvedimento provvisorio, l’esecuzione delle demolizioni è stata sospesa fino a dicembre. Kafr ‘Aqab si trova all’interno dei confini comunali di Gerusalemme, ma dal 2002 è stata fisicamente separata dal resto della città dalla costruzione della Barriera; fruisce quindi di pochissimi servizi comunali.

Nel contesto della raccolta delle olive, ancora in corso, sono stati segnalati otto episodi di intimidazione e/o furto di prodotti da parte di coloni israeliani. Sette di questi episodi sono avvenuti in aree vicine agli insediamenti colonici; per i palestinesi, l’accesso a tali aree è soggetto a “coordinamento preventivo” con le autorità israeliane. Le comunità colpite comprendono: Deir al Hatab, As Sawiya, Deir Sharaf e Huwwara (Nablus), At Tuwani (Hebron), Sinjil (Ramallah), Al Jaba’a (Betlemme). Secondo quanto riferito, da ottobre di quest’anno, inizio della stagione della raccolta delle olive, almeno 1.073 alberi di proprietà palestinesi sono stati vandalizzati da coloni israeliani. Sono stati inoltre segnalati alcuni episodi di lancio di pietre ad opera di coloni contro agricoltori palestinesi.

Due palestinesi sono stati feriti e una rete di irrigazione è stata vandalizzata da coloni israeliani. I ferimenti si sono verificati nel contesto di due aggressioni fisiche: nella Città Vecchia di Gerusalemme e nei pressi della Comunità di Ein al Beida, nella valle del Giordano settentrionale. In quest’ultima zona si è avuto un secondo episodio: secondo testimoni oculari palestinesi, un gruppo di coloni israeliani ha divelto circa 1.000 metri di tubature per l’acqua da una rete di irrigazione e li ha gettati in una fossa vicino al confine con la Giordania. Le tubature erano state collocate nell’ambito di un progetto umanitario finanziato da donatori a sostegno degli agricoltori della zona che, in seguito ad una sentenza della Corte Suprema israeliana, avevano riacquistato il diritto di accesso ai propri terreni privati.

Secondo rapporti di media israeliani, a Ramallah e nei governatorati di Betlemme ed Hebron, un colono israeliano è stato ferito e diversi veicoli sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di palestinesi. Per gli stessi motivi ha subito danni anche la metropolitana leggera nel tratto che attraversa il quartiere di Shu’fat (Gerusalemme Est).

Il 1° novembre le Autorità di Hamas hanno ceduto all’Autorità Nazionale Palestinese il controllo, sul versante di Gaza, dei valichi di Erez e Kerem Shalom [confine israeliano] e Rafah [confine egiziano]. In conseguenza, le precedenti restrizioni imposte dalle autorità di Hamas, sono state attenuate. Questo passaggio fa parte degli accordi di riconciliazione nazionale tra Fatah e Hamas, raggiunti il 12 ottobre. Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah sotto controllo egiziano è rimasto chiuso in entrambe le direzioni.

[nota: Gli accordi di riconciliazione nazionale sono stati raggiunti grazie alla mediazione dell’Egitto. Il valico di Rafah, fra due settimane, riaprirà al transito di persone e merci sotto la sorveglianza della guardia presidenziale di Abu Mazen e possibilmente del contingente europeo di osservatori. (fonte ANSA)]

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 ottobre (due settimane)

In Cisgiordania, durante scontri, 38 palestinesi, di cui 24 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane.

La maggior parte dei feriti (30) sono stati registrati durante operazioni di ricerca-arresto compiute nelle seguenti località: Al Isawiya (vedi più avanti) e At Tur (quartieri di Gerusalemme Est), nei Campi profughi di Al Jalazun (Ramallah), Askar (Nablus), Ad Duhaisha (Betlemme) e nelle città di Al Bireh (Ramallah) e Qalqiliya. In quest’ultima località, i lacrimogeni sparati dalle forze israeliane durante gli scontri sono caduti all’interno dell’ospedale ed hanno causato gravi inalazioni di gas lacrimogeno a parecchi pazienti. Nella città di Nablus, altri sette palestinesi sono stati feriti negli scontri conseguenti all’ingresso di un gruppo israeliano in un sito religioso (Tomba di Giuseppe). Il 18 ottobre, al raccordo stradale di Gush Etzion (Betlemme), le forze israeliane hanno sparato e ferito un 19enne palestinese che, secondo fonti israeliane, aveva tentato di accoltellare un soldato.

Nel quartiere Al ‘Isawiya di Gerusalemme Est, in segno di protesta per le operazioni di polizia israeliane nelle vicinanze delle scuole è stato indetto uno sciopero di tre giorni (17-19 ottobre). A seguito di uno sciopero dichiarato dal Comitato dei genitori, in dieci scuole sono state sospese le lezioni, coinvolgendo 6.000 studenti. Le ricorrenti operazioni di ricerca-arresto condotte in questo quartiere hanno causato scontri in prossimità delle scuole, provocando lesioni e stati di ansia tra i ragazzi. Durante il periodo di riferimento, il numero più alto di operazioni di ricerca-arresto (13) condotte in singole località del governatorato di Gerusalemme è stato registrato proprio nel quartiere di Al ‘Isawiya.

Altri sei palestinesi, tra cui tre minori, sono stati colpiti e feriti dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza, durante due proteste nei pressi della recinzione perimetrale. In almeno 16 casi, le forze israeliane, per far rispettare le restrizioni di accesso ai terreni lungo la recinzione ed alle aree di pesca, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori; non vi sono stati feriti. In uno di questi casi, quattro pescatori sono stati costretti a nuotare verso le imbarcazioni israeliane, dove sono stati trattenuti per breve tempo; una delle loro barche da pesca è stata sequestrata; in un altro caso una barca da pesca è stata distrutta da un missile sparato dalla marina israeliana.

Il 18 ottobre le autorità israeliane hanno provvisoriamente esteso da sei a nove miglia marine la zona di pesca consentita lungo la costa meridionale di Gaza; il provvedimento coincide con la stagione di pesca delle sardine e sarà valido fino alla fine di dicembre. Lungo la costa settentrionale di Gaza permane invece il divieto di accesso alle zone di pesca oltre le sei miglia marine. La precedente analoga estensione era stata autorizzata nel maggio-giugno 2017.

In diverse località della Cisgiordania la raccolta delle olive è stata sconvolta dalla violenza di coloni: due agricoltori sono stati aggrediti fisicamente e feriti, 550 alberi sono stati vandalizzati e diverse tonnellate di raccolto sono state rubate. Dei nove episodi documentati otto si sono verificati in aree prossime agli insediamenti colonici; aree il cui accesso, da parte palestinese, è limitato dalle autorità israeliane. Le comunità colpite includono: Yanun, Qaryut e Burin (Nablus), Far’ata e Jit (Qalqiliya), Al Janiya e Al Mughayyir (Ramallah), Al Khadr (Betlemme). Sono stati inoltre segnalati alcuni episodi di lancio di pietre ad opera di coloni contro agricoltori palestinesi. Per i palestinesi la stagione della raccolta delle olive, che si svolge ogni anno tra ottobre e novembre, è un evento con una elevata valenza economica, sociale e culturale.

Anche nell’area chiusa dietro la Barriera (“Seam Zone”) del Governatorato di Salfit, la raccolta delle olive è stata resa problematica dai prolungati ritardi nell’apertura delle porte agricole. In quest’area, almeno 170 agricoltori (metà donne e bambini) sono stati direttamente danneggiati dalla conseguente riduzione del tempo, già limitato, a loro disposizione per effettuare la raccolta. Per attraversare una di queste porte, gli agricoltori devono avere un permesso speciale, difficile da ottenere; tale permesso viene rilasciato dalle autorità israeliane ed è subordinato a controlli relativi alla proprietà dei terreni e alla sicurezza.

In Area C e Gerusalemme Est, per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 20 strutture in nove comunità palestinesi, sfollando 60 persone, di cui 35 minori, e compromettendo i mezzi di sostentamento di altre 40. Due degli episodi si sono verificati nelle comunità palestinesi di Massafer Yatta (Hebron), all’interno di un’area chiusa dall’esercito israeliano per espletarvi “esercitazioni a fuoco” (“firing zone 918”). Questi episodi aggravano il contesto coercitivo e creano pressione sui residenti per l’abbandono della zona. Tre delle strutture colpite erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni; tra queste un riparo residenziale, una cisterna per l’acqua ed un ricovero per animali. Sale a 99, dall’inizio del 2017, il totale delle strutture finanziate da donatori e successivamente distrutte o sequestrate. Nelle città di Nablus e Ramallah (Area A)* le forze israeliane hanno anche chiuso, con ordinanza militare, quattro radio ed hanno sequestrato computer e attrezzature, a quanto riferito, per “attività di istigazione”.

* [In base agli Accordi di Oslo (1993-95) l’Area A è sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. È costituita dal 18.2% del territorio ed è abitata dal 55% della popolazione palestinese; include le principali città]

Cinque palestinesi, di cui quattro minori, sono stati fisicamente aggrediti e feriti da coloni israeliani in due distinti episodi registrati nella zona (H2) della città di Hebron, controllata da Israele, e nella Città Vecchia di Gerusalemme. In quest’ultima località sono state anche danneggiate proprietà palestinesi: una caffetteria, una motocicletta, porte, finestrini e parabrezza di tre veicoli parcheggiati e sono state scassate le serrature di una decina di negozi, compromettendo così i mezzi di sostentamento di oltre 30 persone.

Secondo i rapporti dei media israeliani, due israeliani, uno dei quali minore, sono stati feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di palestinesi. Gli episodi si sono verificati nella Città Vecchia di Gerusalemme, nei pressi del villaggio di Shuqba (Ramallah) e nella zona H2 della città di Hebron. Dopo l’ultimo episodio, le forze israeliane hanno dichiarato l’area chiusa per motivi militari, hanno chiuso, per quattro ore, uno dei checkpoint di accesso alla zona ed hanno condotto un’operazione di ricerca. Inoltre, a causa del lancio di pietre da parte palestinese, ha riportato danni la metropolitana leggera in transito nel quartiere di Shu’fat (Gerusalemme Est).

Durante periodo di riferimento, il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2017 il valico è stato parzialmente aperto per soli 29 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrati e in attesa di attraversare.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

traduzione di

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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