Le ragioni per cui l’attaccante palestinese a Gerusalemme non è stato scoraggiato.

Amira Hass | 9 gennaio, 2017 |Haaretz

Fadi al-Qanbar conosceva tutte le conseguenze della sua azione, le ha viste molte volte prima, ma i palestinesi considerano le ritorsioni israeliane come parte naturale di una politica complessiva nei loro confronti, non come una reazione.

Che Fadi-al-Qanbar abbia programmato l’attacco di domenica con il camion a Gerusalemme oppure che si sia trattato di una decisione presa d’impulso, sapeva benissimo quale punizione collettiva era in serbo per la sua famiglia.

Sapeva che il suo corpo non sarebbe stato restituito alla famiglia per la sepoltura – un atto particolarmente umiliante e doloroso. Sapeva che i suoi parenti sarebbero stati immediatamente arrestati e picchiati durante la detenzione. Che alcuni avrebbero potuto essere cacciati dal lavoro che hanno a Gerusalemme Ovest .Che le parenti prive di una carta d’identità israeliana sposate a residenti di Gerusalemme si sarebbero trovate espulse dalle loro case e separate dai loro figli. La sua famiglia sarebbe stata perseguitata dalla polizia e dalle autorità dello Stato, sapeva queste cose da mesi, e forse da anni, che la casa della famiglia sarebbe stata demolita. Tutte queste cose sono successe ad altri aggressori palestinesi di Gerusalemme Est.

Nel solo quartiere di Jabal Mukkaber, negli ultimi sei mesi del 2015 Israele ha demolito tre case e sigillato altre due. Tutte appartenevano a famiglie di terroristi. “Sigillare” significa versare cemento nell’appartamento fino a pochi centimetri dal soffitto.

Secondo Hamoked – il Centro per la Difesa degli Individui –, tra il luglio del 2014 e la fine di dicembre del 2016 Israele ha demolito 35 case palestinesi e ne ha sigillate altre sette; di queste sei e quattro rispettivamente erano a Gerusalemme Est.

Il fatto che i genitori, i figli, i nonni, i nipoti e le nipoti che hanno perso le loro case e che non avevano niente a che fare con l’attacco è irrilevante. Israele e i giudici della Suprema Corte considerano le demolizioni come una punizione legittima e un efficace strumento di deterrenza nei confronti di coloro che pensano di compiere un attacco terroristico.

Inoltre, Qanbar sicuramente sapeva che i suoi figli non soltanto avrebbero sofferto della perdita del padre ma che sarebbero diventati o violenti o isolati, e che, se in età scolare, i loro risultati scolastici ne avrebbero sofferto come anche la loro salute. Ma non è stato scoraggiato.

Il fallimento della deterrenza

Gli analisti e i politici nel caso di Qanbar hanno trovato ogni genere di ragioni del fallimento della deterrenza: lo Stato islamico; un attacco dovuto all’emulazione; l’essere stato un ex detenuto ( un’ apparentemente falsa rivendicazione fatta da Hamas che Israele si è affrettata a fare propria) e un incitamento dell’Autorità palestinese riguardante il possibile spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Come al solito le interpretazioni sono fuorvianti e fuori luogo.

Un gruppo di soldati in divisa non è una visione neutrale per qualsiasi palestinese. Quelli sono l’aspetto e la divisa di chi irrompe a decine ogni notte nelle case dei palestinesi, di chi uccide donne e minori ai checkpoint, di chi viene mandato ad attaccare la Striscia di Gaza e di chi accompagna le forze della Amministrazione Civile per demolire le cisterne d’acqua, i gabinetti chimici, le baracche di lamiera e le tende. Il fatto che gli israeliani abbiano cancellato questi avvenimenti dalla loro agenda non significa che non esistano.

Senza dubbio gli israeliani ritengono che senza queste misure di deterrenza il numero degli aggressori palestinesi sarebbe più alto. O al contrario che vi sarebbe una maggiore repressione. I palestinesi, tuttavia, considerano le ritorsioni israeliane come una parte naturale di una politica complessiva nei loro confronti, non come una reazione. Quando Israele non demolisce come misura punitiva , sta demolendo non consentendo di costruire e di svilupparsi. Quando non arresta la gente per attacchi mortali o per averli presumibilmente progettati, Israele arresta bambini per cercare di reprimere la lotta popolare. Con o senza attacchi mortali espande le colonie, strangola l’economia palestinese e pianifica espulsioni forzate dai villaggi e dalle case di Gerusalemme.

Così il motivo per cui questi episodi non organizzati e individuali non si sono trasformati in una più ampia insurrezione non deve essere attribuito all’ intrinseca abilità israeliana di produrre sofferenze sempre maggiori. Per quanto Hamas cerchi di dare pubblicità a questo attacco quale prova che l’Intifada di Gerusalemme non è morta, è chiaro che la gente più in generale non è interessata a ciò. Nonostante la frammentazione sociale e geografica, una dirigenza debole e litigiosa, nel popolo palestinese c’è una maturità politica che è consapevole della inevitabilità dell’insurrezione, ma che si devono aspettare tempi migliori.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Primo fine settimana del 2017: Israele ha demolito le case di 151 palestinesi, circa quattro volte la media dello scorso anno

Amira Hass – 7 gennaio 2017 Haaretz

L’amministrazione civile dell’IDF [l’esercito israeliano] sta adempiendo alla promessa di Netanyahu di demolire per vendetta le case degli arabi.

La promessa del primo ministro Benjamin Netanyahu ai coloni dell’avamposto illegale di Amona di applicare la legge “equamente”, demolendo le case di arabi, sta essendo pienamente rispettata.

Il numero di edifici palestinesi demoliti nella prima settimana del gennaio 2017 è quasi quattro volte maggiore della media settimanale nel 2016: 20 strutture. Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), nel 2015 la media era stata di 10 alla settimana.

Nell’area C, sotto totale controllo civile e militare israeliano, tra lunedì e giovedì l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha demolito 65 strutture e 7 cisterne per la raccolta di acqua piovana in comunità palestinesi. Il Comune di Gerusalemme ha demolito altre due case a Gerusalemme est. Circa 151 persone, compresi 90 bambini, vivevano negli edifici che sono stati demoliti.

Lunedì, il giorno in cui la commissione Costituzione, Legge e Giustizia della Knesset [il parlamento israeliano. Ndtr.] ha discusso l’annessione a Israele della cittadina di Ma’aleh Adumim (a est di Gerusalemme), l’amministrazione civile e l’esercito israeliano hanno demolito dodici capanne in legno e lamiera – di cui otto utilizzate come abitazioni – in due comunità beduine della tribù Jahalin, a sud della colonia; tre baracche a Bir al-Maskub e nove a Wadi Sneysel. In totale 84 persone, 68 delle quali bambini, sono rimaste senza tetto nel giro di poche ore.

Lo scorso agosto l’amministrazione civile ha demolito strutture in quelle comunità. Ma i residenti non hanno un altro posto in cui vivere e sono state obbligate a costruire nuove baracche. Negli anni ’90 dozzine di famiglie della tribù Jahalin furono espulse dalla zona per consentire l’espansione della colonia.

Martedì l’amministrazione civile ha demolito 49 strutture a Khirbet Tana, nel nordovest della valle del Giordano: 13 strutture abitative, 9 gabinetti mobili e per il resto costruzioni agricole di vario genere. Ventotto adulti e 22 bambini hanno perso la casa a causa delle demolizioni. Altre 71 persone sono state danneggiate dalla distruzione delle strutture agricole.

Circa 40 famiglie (250 tra uomini e donne) vivono in quell’antico villaggio di grotte a est del villaggio di Beit Furik. In quattro precedenti incursioni lo scorso anno l’amministrazione civile ha demolito 150 baracche, ovili, tende e varie strutture igieniche – così come una scuola che è stata costruita grazie a fondi europei. Durante l’attacco di martedì, è stato anche consegnato un ordine di interruzione dei lavori per la nuova scuola, che sta per essere costruita, di nuovo con donazioni europee. L’Alta Corte di Giustizia [israeliana] ha respinto un ricorso degli abitanti di Khirbet Tana contro l’ordine di abbandonare definitivamente le loro case, ma i residenti hanno semplicemente costruito nuove abitazioni e una scuola perché si rifiutano di abbandonare il villaggio in cui le loro famiglie hanno vissuto molto prima del 1948 e prima che l’IDF dichiarasse la zona servitù militare.

Mercoledì una consistente forza militare ha fatto un’incursione sulle terre del villaggio di Tekoa, a sudest di Betlemme. Qui i bulldozer dell’amministrazione civile hanno demolito sette cisterne per l’acqua piovana e altre tre rimesse per scopi agricoli. Il capo del consiglio di villaggio ha raccontato ad Haaretz che una delle cisterne era stata scavata 25 anni fa, mentre le altre erano più recenti. Circa 180 persone dipendono da quelle cisterne per la loro vita. E giovedì mattina l’amministrazione civile ha demolito una struttura agricola nel villaggio di Jinsafut, a est di Qalqiliyah, in Cisgiordania.

A metà dicembre l’Amministrazione Civile ha detto ad Haaretz di essere in possesso di 11 macchine agricole, per lo più trattori, confiscate a contadini palestinesi dopo che l’IDF ha trasformato le loro terre nella zona settentrionale della valle del Giordano in servitù militare.

I palestinesi devono pagare all’Amministrazione Civile un’ammenda di qualche migliaio di shekel [1.000 shekel= 247 €. Ndtr.] per il rilascio di ogni trattore, e impegnarsi a non commettere una seconda volta l’ “infrazione”. Nel 2016 solo due trattori sono stati restituiti, previo pagamento dell’ammenda. Oltre ad uso agricolo, i trattori servono anche a trasportare acqua agli abitanti ed ai loro armenti dalle sorgenti che si trovano a qualche chilometro dalle stalle. Israele non consente alle comunità palestinesi residenti in zone sotto il suo controllo di collegarsi alle infrastrutture idriche.

Il 21 dicembre un altro trattore è stato confiscato ai contadini nel nord della valle del Giordano, dopo che avevano tentato di raggiungere le loro terre sul lato orientale dell’autostrada 90 (chiamata come quel sostenitore del trasferimento della popolazione palestinese, l’ex ministro Rehavam Ze’evi [del partito di estrema destra Modelet e assassinato nel 2001 da un palestinese. Ndtr.]).

Negli ultimi tre mesi del 2016 l’IDF ha condotto 20 esercitazioni di addestramento con proiettili letali sulla terra delle comunità palestinesi nella zona settentrionale della valle del Giordano. Secondo l’organizzazione israeliana dei diritti umani B’Tselem, queste esercitazioni significano che a circa 220 persone – compresi circa 100 minori delle comunità di Al-Ras al-Ahmar, Khirbet Khumsa e Abzik – è stato ordinato di lasciare temporaneamente le proprie case in 19 diverse occasioni.

B’Tselem ha segnalato che nel villaggio di Al-Farisiyah, che non è stato evacuato, l’esercito ha proibito agli abitanti di portare al pascolo le greggi nelle terre circostanti, poi si è addestrato su terreni coltivati e vi ha persino sistemato bagni provvisori. Inoltre le truppe hanno dissodato parte delle terre dell’area per rendere più agevole il passaggio dei mezzi militari, e in questo modo hanno provocato ulteriori danni ai terreni agricoli.

L’ufficio del portavoce dell’IDF ha detto ad Haaretz che “le zone di servitù militare, soprattutto nella valle del Giordano, e in generale in Giudea e Samaria, sono state dichiarate tali con un’ordinanza dell’autorità del comando militare della regione fin dagli anni ’70, in base a necessità di sicurezza. Gli abitanti che si trovano in quelle zone di addestramento lo stanno facendo in violazione della legge.

“Prima di ogni addestramento militare, si prendono iniziative con lo scopo di evitare danni fisici o alle proprietà, tali come controlli a vista, pattugliamenti, piazzando protezioni e dialogando con gli abitanti della zona attraverso l’Amministrazione Civile. Durante le esercitazioni, agli abitanti viene richiesto di lasciare la zona delle manovre. Le attività menzionate al riguardo sono state approvate dalla Corte Suprema in richieste che sono state presentate in modo simile,” ha affermato l’ufficio del portavoce dell’IDF.

Martedì 20 dicembre 2016 Dafna Banai, di Machsom Watch [associazione di pacifiste israeliane che controllano il comportamento dei militari nei Territori Occupati. Ndtr.] ha riferito: “Tutti i sentieri che collegano la valle del Giordano palestinese alle località di Aqraba, Beit Furik e Tubas, in Cisgiordania, sono ora bloccati da mucchi di terra, fossati, enormi massi e cancellate chiuse. Persino quelli aperti negli scorsi anni sono stati ora nuovamente interrotti.”

“Solo il cancello di Gokhia, che separa la valle del Giordano da Nablus e Tubas oggi è aperto (da domenica, secondo gli abitanti del posto). Tutto ad un tratto non ci sono “ragioni di sicurezza”, né “pericolo per i palestinesi perché l’area è utilizzata per le manovre militari” – da sempre, quando le manovre sono in corso, il cancello è aperto (per consentire il libero passaggio ai mezzi militari senza perdita di tempo ogni volta che deve essere aperto o chiuso). Nei pressi del cancello si vedono tre veicoli blindati e soldati annoiati. Si sta di nuovo svolgendo un’esercitazione militare nella valle del Giordano. Siamo entrate ad Al-Ras al-Ahmar, ma non abbiamo potuto andare oltre il primo accampamento a causa del fango spesso. Stava piovendo a dirotto quella mattina e tutta la regione si è trasformata in un grande pantano,” ha scritto.

“Da mezzogiorno alle 16,30 del pomeriggio la strada che sale a Tyassir ed il resto della Cisgiordania sono state interrotte a causa delle manovre militari. Si vedevano lunghe file di veicoli palestinesi da Al-Malih, dove due soldati annoiati stavano bloccando il traffico. I soldati non avevano nessuna idea di quando sarebbe stata riaperta la strada,” ha raccontato Banai.

“I palestinesi, per lo più maschi, lavoratori a giornata sulla strada di casa dal loro lavoro nelle colonie, stavano ad oziare sulla strada, fumando. Qualcuno ci ha domandato di chiedere ai soldati di lasciarli andare a casa – qui, là, a 200 metri di distanza, a Al-Burj. Ma i soldati sostenevano di avere l’ordine di non lasciar passare nessuno, senza eccezioni. Eravamo anche in contatto telefonico con Mahdi, che si trovava sull’altro lato (occidentale) del blocco, ed ha parlato di lunghe code in attesa anche là. Peggio di tutto, bambini dell’asilo e delle elementari (come Rina, di 5 anni) hanno dovuto aspettare sulla strada per 4-5 ore! Gironzolavano in mezzo ai carri armati israeliani, chiedendo un po’ di cibo ai soldati; non avevano mangiato niente dalla mattina,” ha scritto.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA 13 – 26 dicembre 2016 ( due settimane)

Nel corso di due diversi scontri, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, due palestinesi 19enni.

Uno degli scontri è scoppiato il 17 dicembre nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme), dopo una demolizione punitiva (vedi sotto), l’altro durante una operazione di ricerca-arresto effettuata il 22 dicembre nel villaggio di Beit Rima (Ramallah).

Ulteriori scontri, con conseguenti ferimenti di palestinesi, sono scoppiati nel villaggio di Beit Ummar (Hebron), dopo i cortei funebri di accompagnamento dei corpi di due palestinesi che erano stati trattenuti dalle forze israeliane, ma anche durante operazioni di ricerca-arresto e nel corso delle manifestazioni settimanali nei villaggi di Kafr Qaddum (Qalqiliya) e di Ni’lin (Ramallah). Complessivamente, nel periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ferito 72 palestinesi, di cui almeno otto minori.

Nello stesso periodo sono state registrate sei aggressioni e presunte aggressioni palestinesi, che hanno causato l’uccisione di un aggressore palestinese e il ferimento di due coloni israeliani. In particolare, il 14 dicembre, nella città vecchia di Gerusalemme, le forze israeliane hanno ucciso un 21enne palestinese che, con un cacciavite, aveva colpito un poliziotto israeliano di frontiera; nel corso di questo episodio è stato ferito un astante palestinese di 13 anni. Inoltre, due coloni israeliani sono rimasti feriti in due distinte aggressioni, con coltello e con arma da fuoco, rispettivamente presso gli insediamenti di Efrat (Betlemme) ed Hallamish (Ramallah). I due aggressori sono riusciti a fuggire. Infine tre tentate aggressione che non hanno causato ferimenti: un tentativo di accoltellamento al checkpoint di Jaljuliya (Qalqiliya), un presunto speronamento con auto al checkpoint di Qalandiya (Gerusalemme) ed una aggressione con arma da fuoco al checkpoint di Al Jalama (Jenin).

Finora, nel 2016, in Cisgiordania, nel corso di episodi collegati al conflitto, sono stati uccisi 101 palestinesi, 80 di questi durante aggressioni e presunte aggressioni contro israeliani. Numeri in diminuzione, rispetto ai 145 uccisi nel 2015.

Il 23 dicembre, un 15enne palestinese è morto per le ferite riportate nel Campo profughi di Al Jalazunun (Ramallah), nell’ottobre 2016, quando le forze israeliane spararono e lo colpirono durante scontri all’ingresso del Campo.

Le autorità israeliane hanno restituito alle loro famiglie i cadaveri di 16 palestinesi sospettati di aver perpetrato attacchi contro israeliani; alcuni dei corpi erano stati trattenuti per diversi mesi. Allo stato attuale, sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane i corpi di altri 11 presunti aggressori palestinesi, alcuni da otto mesi.

Secondo quanto riferito dai media israeliani, nove soldati israeliani sono rimasti feriti in due distinti episodi di lancio di pietre: presso il villaggio di Beit Ummar (Hebron) e nel Campo profughi di Shu’fat (Gerusalemme).

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto quasi 180 operazioni di ricerca ed hanno arrestato più di 240 palestinesi; tra queste, una operazione di ricerca all’interno dell’Università Birzeit (Ramallah) e un’altra presso una associazione giornalistica (Hebron); nelle due sedi sarebbero stati confiscati diversi computer. La quota più alta di operazioni (46) e di arresti (100) è stata rilevata nel governatorato di Gerusalemme. Tre commercianti palestinesi sono stati arrestati al valico di Erez [Israele] mentre rientravano a Gaza.

In zona C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato undici strutture, sfollando un palestinese e coinvolgendone altri 250. Una delle strutture sequestrate era una roulotte, fornita alla Comunità di Al Mirkez in Masafer Yatta da un’organizzazione umanitaria, perché fosse impiegata come centro di prima assistenza sanitaria. La Comunità si trova in una zona destinata all’addestramento militare e designata dalle autorità israeliane come “zona per esercitazioni a fuoco”. Tali aree costituiscono quasi il 30% dell’Area C e sono abitate da più di 5.000 palestinesi.

Per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno temporaneamente sfollato, per diverse ore in due giorni diversi, circa 90 persone, tra cui 40 minori, della Comunità pastorale di Ibziq nel nord della Valle del Giordano. Per tale Comunità questo è il quarto sfollamento nel corso degli ultimi due mesi. Durante questo periodo, presso la Comunità pastorale di Khirbet Yarza, una esercitazione simile ha provocato danni ad una conduttura per l’acqua che era stata precedentemente fornita come assistenza umanitaria: penalizzati 65 palestinesi. Queste esercitazioni inaspriscono ulteriormente il contesto coercitivo che spinge i residenti ad abbandonare le aree di residenza.

Il 22 dicembre, a Kafr ‘Aqab nella zona di Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno demolito la casa di famiglia di un palestinese che lo scorso ottobre aveva messo in atto una aggressione a Sheikh Jarrah, nel corso della quale furono uccisi due israeliani. Una donna e cinque minori palestinesi sono stati sfollati e altri due sono stati coinvolti. Questa demolizione ha innescato scontri vicino al Campo profughi di Qalandiya, durante i quali le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese (citato sopra). Il Coordinatore Umanitario per i Territori Occupati, Robert Piper, ha invitato [14 novembre 2016] le autorità israeliane a fermare la pratica delle demolizioni punitive che, essendo una forma di punizione collettiva, è illegale in base al diritto internazionale.

Coloni israeliani hanno fisicamente aggredito un contadino palestinese del villaggio di Deir Istiya (Salfit) che stava coltivando il suo terreno agricolo nei pressi dell’insediamento colonico di Immanuael; il suo trattore è stato danneggiato. Inoltre, coloni israeliani ed altri gruppi si sono introdotti in vari siti religiosi, tra cui il complesso Al Haram Ash Sharif / Monte del Tempio a Gerusalemme Est, un santuario religioso nel villaggio di Haris Kifl a Salfit e la Tomba di Giuseppe nella città di Nablus.

Nell’arco delle due settimane, i media israeliani hanno anche riferito undici episodi di lancio di pietre ed aggressioni con armi da fuoco ad opera di palestinesi contro veicoli israeliani: in nessun caso sono state riportate vittime, ma danni a diversi veicoli. Inoltre è stato riferito che, nei pressi dell’insediamento Gush Etzion, vicino a Betlemme, un colono israeliano è stato ferito da palestinesi nel corso di un distinto episodio di lancio di pietre contro veicoli israeliani.

Dopo gli spari e i lanci di pietre (di cui sopra) da parte di palestinesi contro coloni israeliani, le forze israeliane hanno bloccato temporaneamente sette strade principali, impedendo l’accesso veicolare a servizi e mercati per migliaia di palestinesi: il villaggio di Hizma (Gerusalemme), i villaggi An Nabi Saleh, Deir Nidham, Rantis, Deir Ibzi’, Umm Safa e il collegamento tra la città di Al Bireh e il Campo profughi di Al Jalazun (tutti a Ramallah). Alcune di queste strade risultavano ancora bloccate al termine del periodo di riferimento [26 dicembre 2016].

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto, per i casi umanitari, per tre giorni (17-19 dicembre): è stata consentita l’uscita dalla Striscia di Gaza a 1.869 persone ed il rientro a 466. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Il testo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulle colonie israeliane

“Le colonie israeliane non hanno alcuna validità legale, costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”.

https://www.un.org/press/en/2016/sc12657.doc.htm

Il Consiglio di Sicurezza,

riconfermando le sue risoluzioni sull’argomento, comprese le 242 (1967), 338 (1973), 446 (1979), 452 (1979), 465 (1980), 476 (1980), 478 (1980), 1397 (2002), 1515 (2003 e 1850 (2008),

guidato dalle intenzioni e dai principi della Carta delle Nazioni Unite e riaffermando, tra le altre cose, l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza,

riconfermando l’obbligo di Israele, potenza occupante, di attenersi scrupolosamente ai suoi obblighi legali ed alle sue responsabilità in base alla Quarta Convenzione di Ginevra riguardanti la protezione dei civili in tempo di guerra, del 12 agosto 1949, e ricordando il parere consuntivo reso dalla Corte Internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004,

condannando ogni misura intesa ad alterare la composizione demografica, le caratteristiche e lo status dei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme est, riguardante, tra gli altri: la costruzione ed espansione di colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terre, la demolizione di case e lo spostamento di civili palestinesi, in violazione delle leggi umanitarie internazionali e importanti risoluzioni,

esprimendo grave preoccupazione per il fatto che le continue attività di colonizzazione israeliane stanno mettendo pericolosamente in pericolo la possibilità di una soluzione dei due Stati in base ai confini del 1967,

ricordando gli obblighi in base alla Roadmap del Quartetto, appoggiata dalla sua risoluzione 1515 (2003), per il congelamento da parte di Israele di tutte le attività di colonizzazione, compresa la “crescita naturale”, e lo smantellamento di tutti gli avamposti dei coloni costruiti dal marzo 2001,

ricordando anche l’obbligo, in base alla Roadmap del Quartetto, delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese di mantenere operazioni concrete intese a prendere misure contro tutti coloro che sono impegnati in azioni terroristiche e a smantellare gli strumenti terroristici, compresa la confisca di armi illegali,

condannando ogni atto di violenza contro i civili, comprese le azioni terroristiche, così come ogni atto di provocazione, incitamento e distruzione,

riprendendo la propria visione di una regione in cui due Stati democratici, Israele e Palestina, vivano uno di fianco all’altro in pace all’interno di frontiere sicure e riconosciute,

sottolineando che lo status quo non è accettabile e che passi significativi, coerenti con la transizione prevista nei precedenti accordi, sono urgentemente necessari per (i) stabilizzare la situazione e ribaltare le tendenze negative sul terreno, che stanno costantemente erodendo la soluzione dei due Stati e rafforzando una realtà dello Stato unico, e (ii) creare le condizioni di efficaci negoziati sullo status definitivo e per il progresso della soluzione dei due Stati attraverso questi negoziati e sul terreno,

1. Riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e un gravissimo ostacolo per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e di una pace, definitiva e complessiva;

2. insiste con la richiesta che Israele interrompa immediatamente e completamente ogni attività di colonizzazione nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, e che rispetti totalmente tutti i propri obblighi a questo proposito;

3. ribadisce che non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, comprese quelle riguardanti Gerusalemme, se non quelle concordate dalle parti con i negoziati;

4. sottolinea che la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispendabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati e invoca che vengano intrapresi immediatamente passi positivi per invertire le tendenze in senso opposto sul terreno che stanno impedendo la soluzione dei due Stati;

5. chiede a tutti gli Stati, tenendo presente il paragrafo 1 di questa risoluzione, di distinguere, nei loro contatti importanti, tra il territorio dello Stato di Israele e i territori occupati dal 1967;

6. Chiede passi immediati per evitare ogni atto di violenza contro i civili, compresi atti di terrorismo, così come ogni azione di provocazione e distruzione, chiede che a questo proposito i responsabili vengano chiamati a risponderne, e invoca il rispetto degli obblighi in base alle leggi internazionali per rafforzare i continui sforzi di combattere il terrorismo, anche attraverso l’attuale coordinamento per la sicurezza, e la condanna esplicita di ogni atto di terrorismo;

7. Chiede ad entrambe le parti di agire sulla base delle leggi internazionali, comprese le leggi umanitarie internazionali, e dei precedenti accordi ed obblighi, di mantenere la calma e la moderazione e di evitare azioni di provocazione, di incitamento e di retorica incendiaria, con il proposito, tra le altre cose, di attenuare l’aggravamento della situazione sul terreno, di ricostituire la fiducia, dimostrando attraverso politiche e azioni concrete un effettivo impegno a favore della soluzione dei due Stati, creando le condizioni necessarie alla promozione della pace;

8. chiede alle parti di continuare, nell’interesse della promozione della pace e della sicurezza, di esercitare sforzi congiunti per lanciare negoziati credibili sulle questioni riguardanti lo status finale nel processo di pace del Medio Oriente e nei tempi definiti dal Quartetto nella sua dichiarazione del 21 settembre 2010;

9. Invita a questo proposito ad intensificare ed accelerare gli sforzi e il sostegno ai tentativi diplomatici internazionali e regionali che intendono raggiungere senza ulteriori ritardi una pace complessiva, giusta e definitiva in Medio Oriente sulla base delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, dei parametri di Madrid, compreso il principio di terra in cambio di pace, dell’iniziativa araba di pace e della Roadmap del Quartetto e una fine dell’occupazione israeliana iniziata nel 1967; sottolinea a questo proposito l’importanza dei continui sforzi di promuovere l’iniziativa di pace araba, della Francia per la convocazione di una conferenza di pace internazionale, i recenti tentativi del Quartetto, così come quelli dell’Egitto e della Federazione Russa;

10. Conferma la propria determinazione ad appoggiare le parti attraverso i negoziati e nella messa in pratica di un accordo;

11. Riafferma la propria determinazione ad esaminare mezzi e modi per garantire la completa applicazione delle sue risoluzioni a questo proposito;

12. Chiede al segretario generale di informare il Consiglio ogni tre mesi sull’attuazione delle decisioni della presente risoluzione;

13. Decide di seguire attivamente la questione.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto Ocha del periodo 29 novembre- 12 dicembre ( due settimane)

L’8 dicembre, al checkpoint di Za’tara (Salfit), le forze israeliane hanno ucciso un 18enne   palestinese;secondo quanto riferito, avrebbe tentato un’aggressione con il coltello.

Dall’inizio del 2016, questo è il secondo episodio del genere accaduto presso questo checkpoint, collocato in un nodo strategico che consente il controllo della principale arteria di traffico verso il nord della Cisgiordania (Road 60) e verso la Valle del Giordano. Un episodio simile, accaduto il 10 dicembre al posto di blocco di Qalqiliya Nord, si è concluso con l’arresto di una ragazza palestinese di 15 anni, sospettata di aver tentato di accoltellare un soldato israeliano; non sono stati segnalati feriti israeliani.

Le autorità israeliane hanno trattenuto il cadavere del giovane palestinese ucciso nell’episodio di cui sopra. Al momento risultano trattenuti 27 cadaveri di palestinesi, alcuni dei quali da più di otto mesi.

Il 4 dicembre la Protezione Civile Palestinese di Gaza ha recuperato i corpi di quattro persone da un tunnel utilizzato per il contrabbando nel tratto lungo il confine con l’Egitto; il tunnel era crollato il 27 novembre scorso. In quest’area l’attività di contrabbando è in gran parte ferma dalla metà del 2013, dopo la distruzione o il blocco della stragrande maggioranza delle gallerie ad opera delle autorità egiziane. Inoltre, in seguito al crollo di un tunnel militare ad est di Gaza City, il 7 dicembre due membri palestinesi di un gruppo armato sono morti ed un altro è rimasto ferito.

In Cisgiordania, nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 39 palestinesi, tra cui 11 minori. Cinque dei feriti si sono avuti nella Striscia di Gaza, vicino al valico di Nahal Oz (chiuso da tempo), durante scontri scoppiati nel corso di proteste in prossimità della recinzione perimetrale. I restanti ferimenti (34) si sono verificati in Cisgiordania: nel corso di operazioni di ricerca-arresto (la maggior parte), durante la manifestazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya), e durante scontri con le forze israeliane presenti all’ingresso del Campo profughi di Shu’fat (Gerusalemme Est). Inoltre, secondo i media israeliani, in due distinti episodi verificatisi vicino all’incrocio di Jaba’ (Gerusalemme) e nel villaggio di Deir Nidham (Ramallah), quattro soldati israeliani sono stati feriti dal lancio di pietre ad opera di palestinesi.

A Gaza, in almeno 24 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti o in avvicinamento ad Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare. In un’altra occasione, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno effettuato un’operazione di spianatura del terreno. Non sono stati segnalati feriti, ma il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto.

In Cisgiordania, forze israeliane hanno condotto quasi 100 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato circa 120 palestinesi, tra cui 29 minori; tre di questi sono sospettati di aver partecipato al lancio di pietre contro le forze israeliane presenti all’ingresso della Scuola Maschile di As Sawiya (Nablus). Una delle operazioni di ricerca, per la quarta volta nel corso del 2016, ha avuto come obiettivo l’Università Al Quds di Gerusalemme. A Gaza, sei palestinesi, tra cui quattro pescatori, un uomo che tentava di entrare illegalmente in Israele ed un mercante che rientrava in Gaza, sono stati arrestati dalle forze israeliane. Inoltre, una barca da pesca è stata sequestrata.

In zona C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 17 strutture, sfollando 17 persone e diversamente coinvolgendone altre 356. La metà delle strutture colpite si trovavano in Area C, presso quattro comunità beduine e pastorali palestinesi; tra esse quella di Susiya (Hebron), dove sono state sequestrate parti di un impianto fotovoltaico utilizzato dalla Comunità. Sulla maggior parte delle strutture di Susiya incombono ordini di demolizione e la Comunità è esposta ad un elevato rischio di trasferimento forzato.

In quattro occasioni, per consentire l’addestramento militare, le forze israeliane hanno temporaneamente sfollato, per diverse ore ogni volta, 85 persone appartenenti a due comunità di pastori nel nord della Valle del Giordano (Khirbet ar Ras al Ahmar e Humsa al Bqai’a). Nella prima Comunità, le autorità israeliane hanno anche sequestrato un trattore e consegnato un ordine di arresto lavori per una rete elettrica. Entrambe le comunità si trovano in un’area designata come “zona per esercitazioni a fuoco”; tali zone costituiscono quasi il 30% dell’Area C. Finora, nel 2016, ci sono stati 27 episodi di sfollamento temporaneo per consentire esercitazioni militari; tali episodi sono parte del contesto coercitivo che spinge i residenti ad andarsene.

Sempre in Area C, nel governatorato di Hebron, le autorità israeliane hanno emesso ordini di demolizione e di stop-lavori contro due abitazioni in costruzione ed un muro di contenimento ad Al Baqa’a e Beit Ummar, e contro quattro strutture abitative e di sussistenza nella zona di Masafer Yatta. Inoltre, le autorità israeliane hanno sequestrato quattro veicoli di proprietà palestinese: un bulldozer utilizzato per un progetto di ristrutturazione/risanamento (finanziato da un donatore), nel villaggio di As Sawiya (Nablus); una autocisterna per le acque reflue in Einun (Tubas); due veicoli privati nel villaggio di Azzun Atma (Qalqiliya). Per questi ultimi c’era il sospetto che fossero coinvolti nel trasporto di lavoratori illegali in Israele.

A Gerusalemme Est, per mancanza dei permessi di costruzione rilasciati da Israele, il Comune ha consegnato ordini di demolizione contro 13 edifici in Al Bustan, zona di Silwan, minacciando di sfollare circa 100 palestinesi. Negli ultimi anni, Silwan è stato soggetto ad intense attività di insediamento, incluso un progetto per la realizzazione di un complesso turistico in Al Bustan che, se fosse realizzato, comporterebbe lo sfollamento di più di 1.000 residenti palestinesi; altre centinaia di residenti sono a rischio di sfollamento a motivo delle procedure di sfratto avviate da organizzazioni di coloni.

Nel periodo di riferimento sono stati registrati cinque attacchi di coloni israeliani con conseguenti ferimenti di palestinesi o danni alle proprietà; tra questi la vandalizzazione di almeno 200 alberelli di ulivo di proprietà palestinese nel villaggio di Turmus’ayya (Ramallah). Altri due episodi si sono verificati nella zona di Nablus: l’aggressione fisica di un anziano palestinese vicino al villaggio di As Sawiya e il danneggiamento del raccolto dovuto a bestiame lasciato pascolare su un terreno coltivato presso il villaggio di Salim. Altri due episodi collegati a coloni si riferiscono a lancio di pietre contro veicoli palestinesi, presso il villaggio di Nahhalin (Betlemme) e il villaggio di Deir Istiya (Salfit), con relativo danneggiamento di due veicoli.

Coloni israeliani hanno collegato una rete idrica alla sorgente naturale di “Ein al Sha’ra” nel villaggio di Madama (Nablus), per pompare l’acqua verso l’insediamento colonico Yitzhar. Una indagine effettuata da OCHA nel 2011* aveva rilevato che, in Cisgiordania, trenta sorgenti erano sotto il pieno controllo di coloni ed inaccessibili ai palestinesi, mentre altre 26 sorgenti erano a rischio di acquisizione / impossessamento da parte di coloni.

* nota: in calce al presente report sono riportate le prime righe di tale indagine

I media israeliani hanno riferito che, durante il periodo di due settimane, si sono verificati quattro episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: non sono state provocate vittime, ma sono stati segnalati danni a parecchi veicoli.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni (10, 11 e 12 dicembre) per i casi umanitari: è stata consentita l’uscita dalla Striscia di Gaza a 2.021 persone ed il rientro a 1.510. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate ed in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

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* Quanto segue è tratto dall’indagine OCHAoPt: “Come avviene l’espropriazione – impatto umanitario dell’impossessamento delle sorgenti da parte dei coloni”

“Negli ultimi anni, in Cisgiordania, un numero crescente di sorgenti d’acqua locate nei dintorni di insediamenti israeliani sono diventate bersaglio di azioni di coloni che hanno eliminato, o mettono a rischio, l’accesso a queste sorgenti ed il loro utilizzo da parte dei palestinesi. Un’indagine effettuata da OCHA nel corso del 2011 ha individuato un totale di 56 di tali sorgenti che, in grande maggioranza, si trovano in Area C (93%), su appezzamenti di terreno registrati dall’Amministrazione Civile Israeliana (ICA) come proprietà privata di palestinesi (almeno 84%).

Trenta (30) di queste sorgenti sono risultate essere sotto il pieno controllo dei coloni ed i palestinesi non hanno possibilità di accedere ad esse. In tre quarti di questi casi (22 sorgenti), i palestinesi sono stati dissuasi dall’accesso alle sorgenti tramite atti di intimidazione, minacce e violenze perpetrate da coloni israeliani. Nei restanti 8 casi di sorgenti sotto il pieno controllo dei coloni, l’accesso dei palestinesi è stato impedito da ostacoli fisici, tra cui la recinzione delle aree in cui si trovano le sorgenti e la loro annessione de facto agli insediamenti colonici (quattro casi) o l’isolamento, causato dalla Barriera, delle aree sorgive dal resto della Cisgiordania e la loro successiva designazione come “zona militare chiusa” (quattro casi).

Le altre 26 sorgenti sono a rischio di impossessamento da parte di coloni. Questa categoria comprende le sorgenti che sono diventate l’obiettivo di sistematici “tour” da parte di coloni, e/o di pattugliamento da parte degli incaricati della sicurezza degli insediamenti colonici. Mentre, al momento del sondaggio, i palestinesi potevano comunque accedere ed utilizzare queste sorgenti, agricoltori e residenti palestinesi hanno riferito che la presenza costante di gruppi di coloni armati nella zona ha un effetto intimidatorio che ne scoraggia l’accesso e l’uso.

Contemporaneamente all’eliminazione o alla riduzione degli accessi dei palestinesi, in 40 delle 56 sorgenti individuate nell’indagine, coloni israeliani hanno cominciato a modificare le aree circostanti come “aree di attrazione turistica”. Lavori realizzati per questo scopo comprendono, tra gli altri, la costruzione o la ristrutturazione di piscine; la messa in opera di tavoli da picnic e di ripari per l’ombreggiatura; la pavimentazione di strade che conducono alla sorgente; l’installazione di cartelli che riportano il nome ebraico della sorgente … ”

Indagine completa (in lingua inglese):

https://www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_springs_report_march_2012_english.pdf

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Il sionismo nella sua espressione migliore

di Amira Hass, 30 novembre 2016 , Haaretz

La terra che Israele ha destinato ai giubilanti coloni si chiama Atir/Umm al Hiran e per 60 anni ha ospitato i membri della tribù beduina di Al-Qi’an.

I video prodotti dal gruppo di coloni di Hiran mostra molti ebrei festanti, che amano cantare e suonare, raccontare barzellette e divertirsi. Saranno presto ancor più contenti, quando si sposteranno nel luogo della loro comunità defintiva nel nordest del Negev.

La terra che lo stato ha destinato a loro si chiama Atir/Umm al-Hiran e per 60 anni ha ospitato i membri della tribù beduina di Al-Qi’an. In altri termini, le case ed i parchi giochi per i bambini ebrei che verranno costruiti là, ed i parchi che vi verranno piantati, saranno tutti edificati sulle rovine delle case e delle vite di circa 1000 altre persone, che sono anch’esse cittadini israeliani (alcuni dei quali hanno servito nell’esercito, se a qualcuno importa).

Adesso ogni giorno i bulldozer dell’Amministrazione per la Terra di Israele, e/o i suoi subappaltatori, vanno a demolire le case di questi cittadini beduini per fare spazio alla fiorente comunità di giubilanti cittadini ebrei. In una parola, il sionismo.

Non si tratta di un atto di guerra o nemmeno di spirito di vendetta; tutto è stato pianificato attentamente e con calma. Il governo di Ariel Sharon ha preso la decisione, il Consiglio per la Pianificazione e l’Edificazione Nazionale ha approvato e le commissioni per i ricorsi hanno respinto tutte le contestazioni presentate.

Il piano per distruggere le vite dei beduini, per i quali il Negev è stata la casa per centinaia di anni, per favorire e promuovere un gruppo di ebrei raccolti da tutto il paese viene anche approvato e sancito da sei giudici di tre differenti tribunali: Israel Pablo Akselrad della Corte di giustizia di Kyriat Gat; i giudici Sarah Drovat, Rachel Barkai e Ariel Vago della Corte distrettuale di Be’er Sheva e i giudici Elyakim Rubinstein e Neal Hendel della Corte Suprema (il giudice Daphne Barak-Erez si è opposta alla demolizione).

Questi giudici sapevano che la tribù di Al-Qi’an viveva a Umm al-Hiran dal 1956, dopo esservi stata trasferita su ordine del governatore militare. Dopo il 1948 quei pochi beduini che Israele non ha espulso verso Gaza, la Cisgiordania o la Giordania furono obbligati a rimanere in un’area a loro destinata del Negev, che gradualmente è stata ridotta. La tribù di Al-Qi’an è stata costretta ad abbandonare le terre in cui aveva vissuto per parecchie generazioni e su cui è stato costruito il kibbutz Shoval. Dopo anni di nomadismo ed espulsioni, è arrivato il permesso di stabilirsi nell’area di Wadi Yatir. Ciononostante lo stato non ha mai riconosciuto ufficialmente il loro villaggio. Ciò significa 60 anni senza elettricità, senza servizio idrico e senza finanziamenti governativi per l’istruzione, la salute o il welfare. Oltre a questo, tutte le strutture sono definite “illegali”.

La “Nazione delle Startup” (slogan israeliano, ndtr.) vuole trasferirli nel villaggio beduino di Hura. Ecco quindi un’altra mini-lezione di sionismo: gli ebrei israeliani possono decidere da soli dove e come vivere. Gli arabi? Dovrebbero esserci grati perché non li espelliamo; loro vivranno dove e come decidiamo noi.

Il giudice Akselrad ha scritto: “Possiamo dire che l’interesse personale dei ricorrenti riguardo al fatto che i tetti sopra le loro teste non vengano demoliti non ha rilievo in queste circostanze, e in ogni caso non può prevalere rispetto al pubblico interesse di impedire che si costruisca su terreni statali.”

E i giudici di Be’er Sheva: “Una volta stabilito che il permesso concesso ai ricorrenti di usare il terreno è revocabile, il convenuto ha il diritto di richiedere il loro sfratto dal terreno…L’accusa che il convenuto abbia motivazioni nascoste o anche palesi per espellerli dalla terra al fine di stabilirvi una comunità di ebrei….(deve essere dibattuta) in un differente tribunale.”

E che cosa hanno detto i due giudici del tribunale speciale, la Corte Suprema? Si sono nascosti dietro la motivazione procedurale che i residenti avevano presentato in ritardo i loro ricorsi contro la distruzione delle loro case e delle loro vite.

La decisione presa a maggioranza da Rubinstein e Hendel, che consente la demolizione del villaggio, è stata pronunciata nel maggio 2015. Ora i bambini e gli adulti di Umm al-Hiran sanno che da un momento all’altro i bulldozer e i funzionari ebrei che recano ordini ufficiali arriveranno per cacciarli via.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Rapporto OCHA del periodo 15 -28 novembre 2016 (due settimane)

Il 22 e 25 novembre, in due distinti episodi verificatisi a Gerusalemme Est, al checkpoint di Shu’fat ed a quello di Qalandiya, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, due palestinesi, uno dei quali quattordicenne: secondo fonti israeliane, si presume che entrambi fossero aggressori con coltello.

Nessun soldato israeliano è rimasto ferito negli episodi citati. Le autorità israeliane hanno trattenuto i corpi dei palestinesi uccisi; in totale sono ora trattenuti sei cadaveri di palestinesi. Dall’inizio del 2016, 73 palestinesi, tra cui 21 minori, e otto israeliani, tra cui una ragazza, sono stati uccisi durante aggressioni e presunte aggressioni effettuate da palestinesi della Cisgiordania. Le risposte delle forze israeliane ad alcuni di questi episodi hanno sollevato preoccupazione circa un possibile uso eccessivo della forza ed esecuzioni extragiudiziali.

Un altro palestinese di 22 anni è stato ucciso dalle forze israeliane il 18 novembre, con armi da fuoco, in scontri avvenuti nel corso di una manifestazione presso la recinzione perimetrale della Striscia di Gaza. Nei Territori palestinesi occupati (oPt), nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno anche ferito 34 palestinesi, tra cui quattro minori. In Cisgiordania, tali scontri sono scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto, durante le manifestazioni settimanali a Ni’lin (Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro la Barriera e contro gli insediamenti, e contro la costruzione di un nuovo insediamento-avamposto [illegale anche per la legge israeliana] nel nord della Valle del Giordano. Tre soldati israeliani sono rimasti feriti ad opera di palestinesi, per lancio di bottiglie incendiarie e pietre.

Una donna palestinese è stata uccisa il 16 novembre nel Campo Profughi di Balata (Nablus), durante uno scontro a fuoco tra Forze di Sicurezza palestinesi e civili palestinesi. La donna non era coinvolta negli scontri, scoppiati nel corso di una operazione di ricerca-arresto nel Campo. Tre membri delle Forze di Sicurezza sono rimasti feriti.

Gli incendi boschivi, divampati tra il 22 e il 27 novembre in molteplici località israeliane ed in alcune zone dei Territori palestinesi occupati (oPt), hanno determinato vasti sfollamenti di popolazione. La polizia israeliana ha avviato indagini su possibili casi di incendio doloso ed ha arrestato alcuni sospetti. In Cisgiordania, circa 380 famiglie sono state temporaneamente evacuate dalle loro case negli insediamenti colonici israeliani di Dolev, Talmon e Halamish (Ramallah); secondo i media, in quest’ultimo insediamento 15 case sono state bruciate completamente e altre 25 sono state danneggiate. Almeno sei persone hanno riportato lesioni per inalazione di fumo. Gli incendi hanno raggiunto la città di Huwwara (Nablus), dove è stato danneggiato un ettaro di terra coltivata. Le forze antincendio palestinesi sono state dispiegate sia in Israele che negli insediamenti colonici della Cisgiordania per sostenere gli sforzi di Israele contro gli incendi.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 252 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 243 palestinesi. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato la più alta quota di arresti (103, di cui 35 minori) e di operazioni (62), incluse le due operazioni compiute nell’Università Al Quds, in Abu Dis (Gerusalemme).

A Gaza, in almeno 16 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti o in avvicinamento alle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare. In un’altra occasione, le forze israeliane sono entrate in Gaza ed hanno svolto un’operazione di spianatura del terreno. Non sono stati segnalati feriti, ma il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. Sei palestinesi sono stati arrestati, tra cui due pescatori che sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso le imbarcazioni della marina israeliana, mentre la loro barca e le reti da pesca sono state sequestrate. Altri quattro civili sono stati arrestati mentre tentavano di entrare illegalmente in Israele.

Per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o requisito 18 strutture, sfollando 42 palestinesi, tra cui 30 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 60 persone. In Ma’azi Jaba, una delle comunità colpite nel governatorato di Gerusalemme, le autorità hanno demolito nove tra strutture abitative e di sostentamento che erano state fornite come assistenza umanitaria. Questa è una delle 46 comunità della Cisgiordania centrale a rischio trasferimento forzato in conseguenza di un piano israeliano per “rilocalizzarli”.

In cinque comunità dell’Area C, Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq (entrambe in Tubas), Jit (Qalqiliya) e Ash Shuyukh (Hebron), le autorità israeliane hanno sequestrato tre trattori e due bulldozer, adducendo quale motivazione il loro impiego in costruzioni illegali. Nel villaggio di Ya’bad (Jenin), per violazione delle norme ambientali, le forze israeliane hanno sequestrato quattro veicoli e 150 tonnellate di legna per la produzione di carbone, fonte di sostentamento per almeno 1.000 lavoratori.

In cinque occasioni, per consentire l’addestramento militare, le forze israeliane hanno sfollato temporaneamente 210 persone, inclusi 123 minori, appartenenti a due comunità di pastori palestinesi nel nord della Valle del Giordano (Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq). Le due comunità devono far fronte a ripetute demolizioni e restrizioni ai loro spostamenti che acuiscono le crescenti preoccupazioni legate al rischio di trasferimento forzato. In altre tre occasioni, nella stessa area, le forze israeliane hanno effettuato esercitazioni militari in prossimità della comunità di pastori palestinesi di Khirbet Tel al Himma, con conseguenti danni alle proprietà e limitazioni negli spostamenti; per due volte, dalla fine del settembre 2016, tale comunità ha subito demolizioni.

Sono stati registrati tre attacchi di coloni israeliani che hanno causato lesioni a palestinesi o danni alle loro proprietà; in particolare, l’aggressione fisica e il ferimento di tre uomini palestinesi in due distinti episodi avvenuti nella zona H2 di Hebron e danni ad un veicolo palestinese, per lancio di pietre, ad Hebron. Inoltre, non inclusi nel conteggio, a Gerusalemme Est, Hebron e Tubas sono stati segnalati almeno tre episodi di aggressione e intimidazione contro palestinesi.

Secondo i media israeliani, ci sono stati otto casi di lancio di pietre ad opera di palestinesi contro veicoli israeliani; ne sono conseguiti il ferimento di un colono israeliano e danni ad almeno sei veicoli, oltre che alla metropolitana leggera di Gerusalemme.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni (16-18 novembre): è stata consentita l’uscita dalla Striscia di Gaza a 1.702 persone e il rientro a 947. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.




Nonostante le obiezioni degli Stati Uniti, Netanyahu pensa di trasferire i coloni nelle terre palestinesi abbandonate

di Barak Ravid, 20 novembre 2016 Haaretz

 

Il primo ministro dice di star lavorando ad una soluzione per bloccare la demolizione dell’avamposto illegale di Amona rilanciando una vecchia idea.

Domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che sta ancora cercando una soluzione per impedire l’evacuazione dell’avamposto illegale di Amona, costruito su terreno privato palestinese.

Ha detto ai ministri del suo partito Likud che sta considerando l’idea di spostare le case dei coloni su una terra che si crede sia appartenuta ai palestinesi fuggiti durante e dopo la Guerra del 1967 – terra rivendicata da Israele come “abbandonata e non reclamata.”

Il ministro degli esteri ha già messo in guardia contro tale trasferimento, nel timore che violi il diritto internazionale e rechi un danno diplomatico ad Israele.

Anche l’amministrazione americana ha sollevato obiezioni a questa soluzione, benché la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali potrebbe aver incoraggiato Netanyahu ad ignorare l’ammonimento.

Gli americani considerano questo piano come un allontanamento dall’impegno, preso da Netanyahu verso il presidente Barak Obama, che Israele non si sarebbe appropriato della terra palestinese in Cisgiordania per costruire nuovi insediamenti o espandere quelli già esistenti.

La demolizione di Amona – che l’Alta Corte di Giustizia ha ordinato che avvenga entro il 25 dicembre – ha scatenato tensioni all’interno del governo Natanyahu.

Tribunale della terra’

Domenica Netanyahu ha anche detto che sta promuovendo la costituzione di un “tribunale della terra” in vista di altri casi di strutture costruite illegalmente e su terreni privati palestinesi come insediamenti e avamposti che potrebbero rischiare la demolizione.

Nelle ultime settimane la proposta di tribunale della terra è stata criticata dalla ministra della giustizia Ayelet Shaked, dal ministro della difesa Avigdor Lieberman e dal procuratore generale Avichai Mendelblit.

La proposta è un tentativo di adottare il modello arbitrale utilizzato per risolvere le dispute territoriali tra Cipro e la parte settentrionale del paese , sotto il controllo militare della Turchia. Il sistema consente ai residenti di ricevere compensi in denaro per i terreni di loro proprietà su cui sono state fatte delle costruzioni.

In una riunione di pochi giorni fa Netanyahu e i ministri competenti hanno discusso la questione con il professor Joseph Weiler, esperto di diritto internazionale presso il dipartimento di giurisprudenza dell’università di New York.

Secondo Netanyahu, verrà costituito un gruppo di esperti legali guidato da Roy Schondorf, vice procuratore generale per le leggi internazionali e da Ahaz Ben-Ari, consulente legale alla difesa. Il gruppo dovrebbe suggerire al governo un modo per istituire un tribunale sulla base del modello cipriota.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Migliaia di persone protestano contro la demolizione di case nel Negev

La protesta è stata innescata da bulldozer israeliani, al lavoro sotto la protezione della polizia.

17 ottobre 2016, pubblicato su:

Middle East Monitor,

https://www.youtube.com/watch?v=iCmg-S6vCLY

Migliaia di abitanti del Negev hanno manifestato ieri di fronte all’edificio del Consiglio Regionale di Ramat Hanegev, per protestare contro la demolizione di case nel Negev ed il feroce attacco a Bir Hadaj, dove sono state demolite parecchie case con il pretesto di licenze di costruzione illegali. I manifestanti hanno bloccato il traffico sull’autostrada 40, in accordo con la polizia, impugnando cartelli di condanna contro le demolizioni e di appello per la cessazione di questi crimini nel Negev. Vi erano sindaci, attivisti pubblici e politici e forze nazionali.

La protesta è iniziata dopo che bulldozer israeliani, sotto la protezione della polizia, hanno demolito le case di famiglie vissute nella comunità per generazioni, lasciandole senza casa e costringendole a spostarsi in tende per ripararsi.

Poiché il governo israeliano rifiuta di riconoscere i 51 villaggi del Negev – compresi quelli costituitisi prima della nascita dello stato di Israele – i residenti si sono trovati di fronte al trasferimento dopo che le forze israeliane hanno incrementato le demolizioni nella zona e confiscato la loro terra e proprietà. La zona viene destinata alla costruzione di città e fattorie ebree sulle rovine dei villaggi arabi.

I cittadini arabi del Negev e dei territori palestinesi hanno fatto appello alle organizzazioni internazionali umanitarie e per i diritti umani perché si rechino nella zona e testimonino i crimini compiuti contro i suoi abitanti.

 

Traduzione di Cristiana Cavagna




Rapporto OCHA del periodo 4 – 17ottobre 2016 (2 settimane)

Il 9 ottobre, nella zona di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est, un 40enne palestinese originario di Silwan (Gerusalemme Est), ha compiuto un attacco con arma da fuoco, uccidendo una donna israeliana di 60 anni, un ufficiale della polizia israeliana e ferendo altre cinque persone.

L’autore è stato ucciso dalle forze israeliane nel corso dell’episodio. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente, ha condannato l’attacco.

Inoltre, nel villaggio di Beit Surik (Gerusalemme), nei pressi della Barriera, un ufficiale della polizia di frontiera israeliana è stato accoltellato e ferito, secondo quanto riferito, da un palestinese poi fuggito, mentre, a Gerusalemme Ovest, un 26enne palestinese è stato accoltellato e ferito da un israeliano. Dall’inizio del 2016, nel corso di aggressioni e di sospette aggressioni effettuate da palestinesi contro israeliani, sono stati uccisi 68 palestinesi, tra cui 20 minori, e 16 israeliani, tra cui una ragazza. In una conferenza tenuta il 19 ottobre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Sottosegretario Generale per gli Affari Umanitari, Stephen O’Brien, ha detto che continua “ad essere allarmato dalle aggressioni palestinesi contro civili israeliani, ma anche dalle molteplici risposte date dalle forze israeliane a tali aggressioni o presunte aggressioni; molte di queste risposte hanno sollevato accuse di uso eccessivo della forza”.

L’11 ottobre, a Silwan (Gerusalemme Est), durante scontri scoppiati nel corso di una operazione di ricerca-arresto presso la casa del palestinese che aveva effettuato l’attacco del 9 ottobre (vedi sopra), le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, un 20enne palestinese e ne hanno ferito altri nove. Secondo fonti mediche palestinesi, l’uomo è stato lasciato sanguinante per più di due ore, prima che ai sanitari fosse consentito di intervenire.

Durante il periodo di riferimento (due settimane), in scontri avvenuti con le forze israeliane nei Territori Palestinesi Occupati (oPt), sono stati feriti 115 palestinesi, tra cui 22 minori e tre donne. Due dei ferimenti sono stati registrati nella Striscia di Gaza, in scontri verificatisi nel corso di proteste a ridosso della recinzione perimetrale, vicino al valico chiuso di Nahal Oz. I rimanenti feriti (113) sono stati registrati in Cisgiordania; il numero più alto (76) è stato registrato nel governatorato di Gerusalemme, durante operazioni di ricerca-arresto, la più vasta delle quali è stata svolta nelle vicinanze dell’Università di Al Quds, nella città di Abu Dis ed ha causato 52 feriti. Tre soldati israeliani sono stati feriti dal lancio di pietre ad opera di palestinesi.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto complessivamente 178 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 295 palestinesi. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato il numero più alto sia di operazioni (70) che di arresti (136); tra esse l’incursione nella scuola Dar al Aytam, nella Città Vecchia di Gerusalemme: arrestati 14 studenti ed il Direttore della scuola; arrestato anche il Direttore della scuola di Al Waqf a Gerusalemme. Inoltre, a Gerusalemme, la polizia israeliana ha emanato ordini di interdizione all’ingresso nel Complesso di Haram al Sharif / Monte del Tempio per 15 palestinesi: tre mesi per due di loro e almeno due settimane per i rimanenti. Nello stesso periodo, nella Striscia di Gaza, in prossimità della recinzione perimetrale, in due occasioni le forze israeliane hanno spianato il terreno ed hanno effettuato scavi.

Nella Striscia di Gaza, all’interno delle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, sono stati registrati almeno dieci casi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso civili palestinesi. Non sono stati segnalati feriti, ma due pescatori, tra cui un 17enne, sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso le imbarcazioni israeliane, dove sono stati arrestati mentre la loro barca e le reti da pesca sono state sequestrate. Inoltre, secondo quanto riferito, un commerciante palestinese è stato arrestato al valico di Erez. Sempre nella Striscia di Gaza, in almeno due occasioni, secondo quanto riferito, smembri di un gruppo armato hanno lanciato diversi razzi verso Israele: due di essi hanno raggiunto il sud di Israele senza provocare feriti. In risposta, il 5 ottobre, le autorità israeliane hanno bombardato con aerei e cannoni, provocando danni materiali, ma nessun ferito.

In Area C, a motivo della mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o confiscato 70 strutture in nove comunità palestinesi, sfollando 91 persone, tra cui 40 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 88. Cinque degli episodi si sono verificati in comunità beduine e pastorali palestinesi a rischio di trasferimento forzato e, pertanto, inaspriscono il contesto coercitivo che spinge i residenti ad andarsene. Ventisette delle strutture coinvolte – tra cui ricoveri abitativi, latrine e una cisterna per acqua – erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Dall’inizio del 2016, ammonta a 273 il numero delle strutture finanziate da donatori e poi distrutte o confiscate [dalle autorità israeliane]: più del doppio del numero relativo a tutto il 2015.

L’11 ottobre, nella città di Nablus, le forze israeliane hanno distrutto la casa di famiglia di un palestinese accusato di aver partecipato, nel mese di ottobre 2015, ad un attacco nei pressi dell’insediamento colonico di Itamar, nel corso del quale furono uccisi due coloni israeliani. In seguito alla demolizione, otto persone, tra cui cinque minori, sono state sfollate. Da quando questa pratica è ripresa, nel luglio 2014, le autorità israeliane hanno demolito o sigillato per motivi punitivi 58 case, sfollando 345 persone, tra cui 153 minori. Nel mese di novembre 2015, il Coordinatore Umanitario per i Territori Palestinesi Occupati, Robert Piper, ha chiesto alle autorità israeliane di fermare questa pratica, una forma di punizione collettiva, illegale secondo il diritto internazionale.

Il 10 ottobre, un palestinese è stato folgorato mentre lavorava all’interno di un tunnel che corre sotto il confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. A partire dalla metà del 2013, in seguito alla distruzione o al blocco da parte delle autorità egiziane della stragrande maggioranza delle gallerie in questa area, le attività di contrabbando lungo il confine con l’Egitto si sono in gran parte interrotte. Secondo quanto riferito, solo pochi tunnel rimangono parzialmente operativi per il contrabbando.

Durante il periodo di due settimane, sono stati registrati cinque attacchi di coloni israeliani con conseguenti danni a proprietà palestinesi: nei villaggi di As Sawiya (Nablus) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) sono stati vandalizzati 47 alberi di proprietà palestinese, secondo quanto riferito ad opera di coloni israeliani degli insediamenti colonici di Rechalim e di Qadumim, rispettivamente; nei governatorati di Betlemme, Gerusalemme e Nablus, in tre diversi episodi, tre veicoli palestinesi sono stati colpiti da pietre lanciate da coloni israeliani ed hanno subìto danni. Inoltre (non incluso nel conteggio), in Azzun (Qalqiliya), un palestinese è stato urtato e ferito da un veicolo israeliano che si è allontanato.

Secondo i media israeliani, nei governatorati di Hebron e Betlemme, tre israeliani, tra cui un ragazzo di 17 anni, sono stati feriti e diversi veicoli israeliani hanno riportato danni per lancio di bottiglie incendiarie e pietre da parte di palestinesi. Inoltre, sempre per lancio di pietre da parte di palestinesi, la metropolitana leggera ha subito danni nel tratto in Shu’fat (Gerusalemme Est).

Nella Striscia di Gaza, nel periodo di riferimento, la fornitura di energia elettrica è nuovamente peggiorata e in molti casi le interruzioni di corrente sono passate da 12-16 a 18-20 ore al giorno. Tale situazione è da imputare alla mancanza di carburante provocata da chiusure ricorrenti in coincidenza con le festività ebraiche e alle continue controversie tra le autorità di Ramallah e quelle di Gaza, in relazione ad una esenzione fiscale sul carburante acquistato per l’impianto. Ciò ha costretto la centrale elettrica di Gaza a fermare una delle due turbine in funzione, condizionando la fornitura dei servizi di base e compromettendo i già precari mezzi di sussistenza, nonché le condizioni di vita.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per due giorni (15 e 16 ottobre) in entrambe le direzioni; secondo quanto riferito, 1.368 palestinesi sono transitati da Gaza verso l’Egitto e 1.296 sono rientrati. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 27.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso il valico di Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 19 ottobre, al checkpoint di Za’tara (Nablus), una donna palestinese di Asira ash Shamaliya è stata uccisa dalle forze israeliane durante un presunto tentativo di accoltellamento.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli