Il nostro film gareggerà agli Oscar. Ma qui a Masafer Yatta ci stanno ancora eliminando

Basel Adra

10 febbraio 2025 – +972 Magazine

Mentre il mondo guarda il film ‘No other land’ i coloni israeliani aggrediscono e bruciano i nostri villaggi e i soldati ci arrestano, ci fanno violenza e demoliscono le nostre case.

Durante le riprese di “No other land” – il nostro documentario sulla lotta e la resilienza degli abitanti palestinesi di Masafer Yatta di fronte ai tentativi di Israele di espellerci – si riproponeva una sola domanda: ci sarà qualcuno che lo guarderà? Importerà a qualcuno?

Dal momento in cui il film ha debuttato a Berlino l’anno scorso la risposta è diventata chiara. Migliaia di messaggi di solidarietà, ricerche su come vederlo e inviti da festival cinematografici di tutto il mondo hanno dimostrato che vi era una voglia travolgente di ascoltare la nostra storia. E il mese scorso è stato addirittura nominato per un Oscar.

È un risultato formidabile – non solo per noi registi, ma per gli attivisti, gli amici e i compagni nella lotta, che passano lunghe ore sul campo, affrontando violenze e arresti nella lotta contro l’oppressione e la colonizzazione. È anche un riconoscimento per gli avvocati che perseverano nei tribunali israeliani, determinati a garantire ogni mezzo per aiutare i palestinesi a rimanere sulla loro terra all’interno di un sistema concepito per legittimare l’occupazione.

Ma prima e soprattutto è una vittoria per la gente di Masafer Yatta, un insieme di piccoli villaggi nella punta meridionale della Cisgiordania occupata, la cui resilienza riflette il suo incrollabile impegno nei confronti della propria terra. Mentre l’occupazione cerca di cancellare la loro esistenza, la loro risolutezza continua a spingerci a resistere, documentare e lottare per la giustizia.

Tuttavia, nonostante il sensazionale successo del film nei festival e tra i giornalisti e il pubblico di tutto il mondo, la situazione qui sul campo sta rapidamente peggiorando e il futuro appare cupo. Negli ultimi 16 mesi i coloni e i soldati israeliani si sono avvantaggiati del clima di guerra per ridisegnare la realtà a Masafer Yatta a favore dei coloni e dei loro avamposti, intensificando gli sforzi per espellerci dalla nostra terra. Anche mentre sto scrivendo l’esercito israeliano sta compiendo un’importante operazione di demolizione nella comunità di Khalet-A-Daba, abbattendo case, gabinetti, pannelli solari e alberi.

Anche se questo articolo non può ragionevolmente dar conto di tutti i recenti attacchi o atti di spossessamento contro gli abitanti palestinesi, volevo evidenziare alcuni dei più notevoli incidenti delle ultime settimane, per mostrare che, mentre noi stiamo ricevendo un riconoscimento internazionale, la nostra concreta realtà resta una lotta quotidiana contro la cancellazione.

Nulla di ciò che fanno mi costringerà a lasciare questo luogo’

Khaled Musa Abdel Rahman Al-Najjar, di 72 anni, vive con i 10 membri della sua famiglia nella comunità di Oawawis. Per la maggior parte delle notti rimane sveglio per paura di attacchi dei coloni. “L’insediamento di Mitzpe Ya’ir è ad un chilometro a sud est della nostra comunità e dopo l’inizio della guerra a ottobre 2023 è stato creato un avamposto illegale a 400 metri di distanza”, mi dice. “I coloni hanno anche costruito una struttura di legno ad appena 200 metri dalla mia casa, consentendogli una chiara vista su di essa.”

Il 3 gennaio Al-Najjar era in casa quando ha sentito un cane fuori abbaiare forte poco dopo le 3 del mattino. “Ho afferrato la mia torcia elettrica e sono andato a controllare il mio asino, che avevo legato (vicino alla casa) per timore che i coloni potessero rubarlo. Ma non ho visto nulla per cui sono tornato dentro.”

Dieci minuti dopo ha nuovamente sentito abbaiare. “Sono tornato fuori e ho improvvisamente visto un colono avvicinarsi a me”, racconta Al-Najjar. “Ha detto ‘Vieni qui’ e ha cercato di afferrare la mia torcia, ma io l’ho spinto via. Allora altri tre coloni mascherati hanno iniziato a correre verso di me, brandendo bastoni.

Ho cominciato a gridare chiedendo aiuto, ma nessuno mi sentiva”, continua. “Il primo colono che avevo visto mi ha colpito il braccio facendomi cadere la torcia dalla mano. Gli altri l’hanno raggiunto gettandomi a terra e colpendomi su tutto il corpo finché ho iniziato a perdere conoscenza. È stato come se fossi caduto dentro un vespaio.” 

Dopo parecchi minuti di aggressione i coloni sono andati via, lasciando Al-Najjar a terra sanguinante. “Ho raccolto le mie forze e sono tornato dentro casa, con il sangue che mi colava dalla testa e dalla fronte. Non riuscivo a parlare.” Poco dopo sono arrivati degli attivisti internazionali ed hanno condotto Al-Najjar ad un’ambulanza che lo ha portato in un ospedale nella vicina città di Yatta.

Dopo le prime cure Al-Najjar è stato trasferito in un ospedale più grande ad Hebron, dove un’ecografia ha rivelato un’emorragia cerebrale. “Sono stato ricoverato in terapia intensiva in condizioni critiche”, dice. “Due giorni dopo sono stato dimesso, ma sono ancora convalescente da questa brutale aggressione.”

Non è stata la prima volta che Al-Najjar è stato attaccato dai coloni. Nel 2001 un colono gli ha sparato al ventre usando un fucile prestatogli da un soldato israeliano. Gli restano le cicatrici ancora adesso.

Eppure, nonostante le sue gravi ferite e i reiterati attacchi, Al-Najjar resta indomito. “Nulla di ciò che fanno mi costringerà a lasciare questo luogo”, mi dice mentre gli do un passaggio di ritorno da Yatta il giorno dopo la dimissione dall’ospedale. “Tutto ciò che voglio è vedere i miei nipoti e passare del tempo con loro a casa.”

Con tutta la disperazione che proviamo e la mancanza di speranza, sono persone come Khaled Al-Najjar, che rifiutano di lasciare la loro terra nonostante subiscano brutali aggressioni, che ci spingono a continuare a resistere, per quanto ci sentiamo impotenti.

Terrorismo dei coloni al servizio del furto di terre

Dal 7 ottobre i coloni hanno costruito almeno otto nuovi insediamenti in diverse zone di Masafer Yatta. Nel villaggio di Tuba i coloni dell’avamposto illegale di Havat Ma’on hanno creato un nuovo avamposto non residenziale – consistente in altalene e una bandiera israeliana – a soli 100 metri dalle case della famiglia Awad, dove si radunano frequentemente prima di provocare e attaccare gli abitanti palestinesi.

Nel pomeriggio del 25 gennaio il ventiseienne Ali Awad era seduto nella sua jeep parcheggiata vicino alla casa della sua famiglia quando ha visto sei coloni mascherati che correvano verso di lui. Uno aveva un fucile, un altro una bottiglia di benzina. “Volevo mettere in moto la macchina e scappare, ma poi ho visto il mio cuginetto e i miei anziani nonni”, racconta. “Sono uscito dalla macchina e sono andato verso i bambini per spostarli dalla casa. Poi ho sentito il vetro andare in frantumi.”

Quando ha guardato verso la sua macchina Awad ha visto che ne usciva del fumo. I coloni le avevano dato fuoco. “Sapevano che usavo portare i bambini a scuola e trasportare gli abitanti in città per le loro necessità, da quando l’esercito ha bloccato la strada normale (per i veicoli non fuoristrada)”, spiega.

Dopo aver incendiato la jeep di Awad i coloni hanno spostato l’attenzione sul magazzino adiacente alla sua casa, che conteneva 10 tonnellate di cibo per animali e hanno dato fuoco anche a quello. “Per fortuna il fuoco non si è propagato”, mi dice Awad.

Ma la situazione è presto ulteriormente peggiorata. Uno dei coloni è entrato con la forza nella casa dello zio di Awad, Mahmoud, mentre i suoi cuginetti – Jouri di 6 anni e Jude di 9 – erano all’interno. “L’attacco è durato circa 10 minuti”, racconta Awad. “Il colono ha frantumato il vetro in cucina, ha distrutto due armadi ed ha mischiato le scorte di farina e riso nella dispensa. Ha anche rovesciato sul pavimento un contenitore di 100 chili di yogurt e spaccato un lavandino.”

Più tardi la famiglia ha scoperto che anche i bambini potevano essere stati aggrediti. “Jouri aveva una visibile traccia di un colpo sulla schiena, mentre Jude è stato colpito al braccio destro”, dice. Awad ha sporto denuncia alla polizia israeliana sull’incidente, ma finora non ha ricevuto riscontro.

Quattro giorni dopo, mentre la famiglia si stava ancora riprendendo dal precedente attacco, un pastore colono, accompagnato dalla polizia israeliana e da soldati, è arrivato di mattina al villaggio con il suo gregge ed è entrato nel terreno agricolo di proprietà palestinese.

Mi sono svegliato e c’era un intero esercito di fronte a casa mia”, racconta Awad. È risultato che il colono ha sostenuto che alcuni abitanti di Tuba lo avevano attaccato e gli avevano rubato il telefono. Ma, nonostante che Awad non fosse nemmeno tra coloro che il colono aveva accusato, è stato arrestato dall’esercito insieme ad altri quattro abitanti.

Durante l’arresto i soldati mi hanno umiliato”, mi dice Awad. “Mi hanno gettato con la faccia a terra sulla jeep militare. I soldati mi stavano intorno e uno di loro mi ha tenuto il piede sulla schiena durante tutto il viaggio. La mano destra mi sanguinava per quanto mi avevano stretto le manette.”

Awad è rimasto ammanettato per ore prima di essere trasferito alla stazione di polizia della colonia di Kiryat Arba per l’interrogatorio. Lui e altri due arrestati sono stati rilasciati più tardi nello stesso giorno, mentre altri due, compreso lo zio di Awad, Khalil, sono stati trattenuti per diversi altri giorni prima di essere rilasciati.

Mentre i coloni attaccano, i soldati stanno a guardare

All’ombra della guerra di Israele contro Gaza, l’esercito ha cominciato a mettere in atto nuove restrizioni sui proprietari di terreni in Cisgiordania, obbligandoli a ottenere un permesso dall’Amministrazione Civile (ente governativo israeliano che si occupa della Cisgiordania, ndtr.) prima di ogni uscita nei loro terreni agricoli. In molti casi i coloni entrano illegalmente in questi terreni, mentre i proprietari palestinesi ne restano esclusi.

Nel villaggio di Oawawis l’esercito ha concesso ai proprietari dei terreni, compresa la famiglia Hoshiyah, il permesso di accedere ai loro campi il 14 gennaio, ma poi ha annullato il permesso senza spiegazioni solo 10 minuti prima che loro incominciassero a lavorare. Una settimana dopo, il 22 gennaio, finalmente l’esercito ha permesso alla famiglia di accedere alla sua proprietà.

Nelle prime ore del mattino di quel giorno la famiglia ha preso i due trattori ed è andata ad arare la propria terra, ma presto ha incontrato i coloni. “Ero vicino a casa mia intorno alle 8,30 quando ho visto un gruppo di circa 30 coloni provenienti da Susya, Mitzpe Yair e da avamposti vicini correre verso la terra degli Hoshiyah per impedire ai trattori di arare”, racconta Taleb Al-Nu’amin, un abitante del luogo.

Il guidatore del trattore si è velocemente ritirato verso Oawawis per evitare i coloni, alcuni dei quali erano mascherati ed armati di bastoni ed altre armi”, continua. “Uno dei coloni ha tagliato le gomme di uno dei trattori con un coltello, costringendo il guidatore a fuggire verso Yatta, mentre l’altro è riuscito a nascondere il suo trattore tra le case della comunità.”

Le forze dell’esercito e il personale dell’Amministrazione Civile che erano presenti sul luogo “non hanno fatto niente per intervenire”, ha sottolineato Al-Nu’amin. “Mentre noi chiamavamo la polizia israeliana e la informavamo dell’incidente, i coloni hanno preso un gregge di pecore e lo hanno fatto entrare nei nostri campi di grano. Io, i miei figli e altri abitanti del villaggio abbiamo gridato ai coloni di portare via le pecore, ma gli agenti della polizia di frontiera ci hanno impedito di avvicinarci a loro.” 

Dopo un po’ gli agenti di polizia hanno fatto uscire i coloni dalla zona e sono andati via. Ma alcuni minuti dopo circa 15 coloni sono tornati, uno con un fucile e gli altri con dei bastoni. “Hanno iniziato a lanciarci delle pietre e alcuni palestinesi hanno risposto rilanciando le pietre per proteggere le loro case”, dice Al-Nu’amin. “Io ho ripetutamente chiamato la polizia che alla fine ha detto di essere per strada, ma non è mai arrivata.”

I coloni hanno presto raggiunto i proprietari dei terreni e le loro famiglie. “Mio nipote, il 21enne Nour Al-Din Abdul Aziz Abu Arama, è stato colpito in fronte da una pietra che ha provocato un forte sanguinamento”, dice Al-Nu’amin. “Jibreel Abu Aram, di 65 anni, è stato colpito alla gamba destra. Un altro abitante, Jaafar Nu’aman, di 29 anni, è stato colpito dietro alla testa ed è stato asfissiato dallo spray al peperoncino usato da uno dei coloni.”

Jibreel, la cui casa è stata demolita l’anno scorso, è stato in seguito arrestato in casa sua ed è tuttora in prigione. Le ferite di Nour Al-Din – una frattura alla testa e un’emorragia cerebrale – hanno richiesto un intervento chirurgico il giorno seguente. Attualmente è convalescente a casa.

Caos autorizzato dallo Stato

Il 2 febbraio intorno alle 8 del mattino, mentre ero a casa, ho ricevuto una telefonata che diceva che i coloni stavano attaccando il villaggio di Susiya. Ho radunato in fretta alcuni amici e siamo andati là in macchina il più velocemente possibile.

Quando siamo arrivati abbiamo saputo che decine di coloni erano calati sulla casa del mio amico Nasser Nawajah, bersagliandola di pietre mentre la sua famiglia terrorizzata era dentro. Hanno fracassato la sua auto, tagliato le gomme coi coltelli e poi sono andati alla casa di suo fratello, dove hanno perforato il serbatoio dell’acqua.

Dopo che quei coloni se ne sono andati altri 15 sono usciti dalle auto che arrivavano dal vicino insediamento ebraico, Susya. Mentre si lanciavano verso di noi Nawajah ha chiamato la polizia – che era stata già avvisata almeno 15 minuti prima, ma doveva ancora arrivare. Alcuni coloni hanno lanciato pietre nella nostra direzione, mentre altri prendevano di mira una casa vicina fracassando un’auto parcheggiata, distruggendo la videocamera di sicurezza e bersagliando di sassi l’edificio. All’interno la famiglia terrorizzata ha sprangato la porta e ha gridato aiuto.

In mezzo alla confusione io e i miei amici abbiamo cercato di documentare quanto più potevamo. Alla fine, dopo mezz’ora, è arrivata una macchina della polizia e i coloni si sono ritirati. Abbiamo acceso le nostre torce elettriche e abbiamo gridato all’agente di arrestarli, ma lui non ha fatto niente fino a quando loro non erano già ritornati all’avamposto. Mentre lui andava a cercarli loro erano già scappati.

Una delle auto dei coloni è rimasta parcheggiata nella strada, abbandonata. Abbiamo chiesto all’agente di perquisirla o confiscarla, ma lui si è rifiutato.

Nel frattempo nel vicino villaggio di Umm Al-Khair i coloni hanno usato dei bulldozer per scavare proprio vicino alle case palestinesi e al centro della comunità locale, che dal 2 febbraio include un giardino infantile. Secondo il capo del consiglio regionale Har Hevron intendono costruire un parco per soli coloni all’interno del villaggio palestinese.

Lo stanno facendo col pretesto che si tratta di “terra dello Stato”, nonostante il fatto che il terreno sia stato di proprietà degli abitanti palestinesi per decenni. Questo progetto è un chiaro esempio di come lo Stato israeliano utilizza l’espansione delle colonie per soffocare le comunità palestinesi in questa zona.

Per molti anni Israele ha tentato di nascondere l’aspetto brutale dell’occupazione dietro una facciata “democratica”. Usando diversi ambigui concetti giuridici come “costruzione illegale” (su una terra occupata illegalmente), ha cercato di demolire e cancellare intere comunità palestinesi dalle terre su cui erano esistite per decenni, se non per secoli.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato, in risposta alle domande di +972, di non essere a conoscenza degli incidenti citati nell’ articolo e che le violazioni della legge da parte di Israele cadono sotto la giurisdizione della polizia israeliana. La polizia non ha risposto alle domande di +972 riguardo a nessuno degli incidenti.

Basel Adraa è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani nelle colline a sud di Hebron.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




“Umiliante e doloroso”: testimonianze dalle evacuazioni di massa nella Cisgiordania settentrionale  

Qassam Muaddi  

11 febbraio 2025 Mondoweiss

L’evacuazione forzosa di oltre 40.000 persone nella Cisgiordania settentrionale sta riproponendo scene viste a Gaza e alimenta il timore di una pulizia etnica. “La cosa più importante è restare a casa nostra”, dice a Mondoweiss una residente del campo profughi di al-Far’a

Israele ha esteso la sua offensiva nella Cisgiordania settentrionale dal campo profughi di Jenin ai campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Far’a a Tubas. Denominato “Operazione Muro di Ferro”, secondo una dichiarazione dell’UNRWA di lunedì, l’attacco israeliano è in corso da tre settimane, ha ucciso almeno 25 palestinesi ferendone oltre 100 e costringendo 40.000 persone a lasciare le loro case. “Lo sfollamento forzato delle comunità palestinesi nella Cisgiordania settentrionale sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha affermato l’UNRWA. “L’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati, esplosioni controllate e armi avanzate da parte delle forze israeliane è diventato una cosa normale, una ricaduta della guerra a Gaza”.

La settimana scorsa le forze israeliane hanno fatto esplodere 20 edifici residenziali nel campo profughi di Jenin, una delle più grandi demolizioni in Cisgiordania degli ultimi anni. I residenti locali e le fonti dei media hanno paragonato l’effetto della distruzione alla strategia della “cintura di fuoco” impiegata a Gaza da Israele, che prevede il bombardamento concentrato e ripetuto di piccole aree che distrugge interi isolati residenziali. L’offensiva di Israele in Cisgiordania è in corso da metà gennaio, di fatto l’invasione militare più lunga e di più ampia portata dalla Seconda Intifada. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che l’offensiva si estenderà al resto della Cisgiordania con le invocazioni dei politici israeliani di estrema destra di trasferire la guerra da Gaza alla Cisgiordania prima di annetterla ufficialmente. Si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump farà presto un annuncio sulla possibilità che gli Stati Uniti sostengano una simile mossa.

“È stato umiliante e doloroso”

Come conseguenza i palestinesi della Cisgiordania hanno visto le loro vite paralizzate e sconvolte dalla repressione israeliana. Le chiusure e i blocchi stradali israeliani sono diventati una pratica quotidiana, rendendo gli spostamenti tra città e paesi carichi di incertezze per centinaia di migliaia di palestinesi. Questi fatti hanno trasformato la Cisgiordania in una zona di guerra, soprattutto nei campi profughi. “Prima di essere costretti a lasciare la nostra casa con mio marito e i miei figli abbiamo trascorso due giorni senza acqua, poiché le forze di occupazione hanno tagliato l’acqua all’intero campo”, ha detto a Mondoweiss Nehaya al-Jundi, residente del campo profughi di Nur Shams e direttrice del locale Centro di Riabilitazione per Disabili.

“I soldati dell’occupazione andavano di casa in casa e costringevano la gente ad andarsene, mentre io e la mia famiglia abbiamo aspettato due giorni che arrivasse il nostro turno”, ha continuato al-Jundi. “La mia vicina, Sundos Shalabi, incinta all’ottavo mese, ha deciso con suo marito di andarsene domenica per paura di dover partorire durante l’assedio del campo”. La straziante tragedia di Sundos Shalabi ha fatto notizia all’inizio di questa settimana. “Suo marito stava guidando sulla strada verso la città di Bal’a, appena fuori dal campo profughi, quando i soldati dell’occupazione hanno aperto il fuoco contro l’auto”, ha raccontato al-Jundi. “Lui è stato ferito e ha perso il controllo, quindi l’auto si è ribaltata e Sundos e il suo bambino non ancora nato sono rimasti entrambi uccisi. Suo marito è ancora in terapia intensiva nell’ospedale di Tulkarem”.

“Lunedì i soldati hanno demolito il muro esterno della mia casa, poi con gli altoparlanti hanno invitato tutti i residenti del quartiere ad andarsene”, ha continuato al-Jundi. “Ho preso un po’ di cose necessarie e qualche cambio di vestiti, poi abbiamo chiuso a chiave le porte di casa e ci siamo uniti agli altri residenti in strada, mentre i soldati dell’occupazione separavano gli uomini dalle donne”. “Ci hanno perquisito e interrogato, e ci hanno fatto andare dieci alla volta in una certa direzione”, ha ricordato. “Camminavamo per le strade piene di buche e distrutte in mezzo a pozze di acqua piovana. Alcuni inciampavano e cadevano, uomini e donne, bambini e anziani. Alcuni piangevano. È stato molto umiliante e doloroso”.

La cosa più importante è restare nella nostra casa”

Dopo aver bloccato per dieci giorni gli ingressi del campo profughi ad al-Far’a a Tubas l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni. Martedì i residenti hanno riferito che le forze israeliane stavano iniziando a demolire negozi e case all’interno del campo.

Avevamo sperato che oggi l’occupazione si sarebbe ritirata dal campo, ma siamo rimasti senza parole nel vederli demolire e in alcuni casi far esplodere i negozi nelle strade interne, senza sosta dalla mattina”, ha detto martedì a Mondoweiss Lara Suboh, una residente di al-Far’a di circa venti anni.

Per dieci giorni non abbiamo avuto acqua, perché la prima cosa che hanno fatto le forze di occupazione è stata di far saltare le tubature dell’acqua e noi dipendiamo dalle cisterne di riserva idrica sui nostri tetti”, ha spiegato. “Alcune persone se ne sono andate subito perché hanno familiari malati o disabili, ma altre persone sono state costrette ad andarsene ieri. I soldati dell’occupazione hanno intimato loro di andarsene entro dieci minuti”.

“Nella nostra strada non l’hanno ancora fatto”, ha aggiunto. “Siamo in cinque in casa, con i miei due fratelli e entrambi i miei genitori. Stiamo sopravvivendo con il cibo che avevamo comprato prima che iniziasse l’assedio, sperando che l’offensiva finisse prima del nostro cibo e della nostra acqua. La cosa più importante per me è che restiamo nella nostra casa, anche se la distruggono e distruggono tutto il resto, possiamo ricostruirla più tardi. Ma non voglio che la mia famiglia e io veniamo sfollati”. In una dichiarazione di martedì il Comitato di Emergenza del campo profughi di al-Far’a ha detto che le forze israeliane hanno già sfollato 3.000 persone su una popolazione del campo di 9.000. A Tulkarem il Comitato di Emergenza del campo profughi di Nur Shams ha affermato che metà della popolazione del campo è stata sfollata e che le forze israeliane hanno distrutto completamente 200 case e “parzialmente” altre 120.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La politica di giudaizzazione di Israele sta inglobando le città arabe e costruendovi sinagoghe

Editoriale/Redazione di Haaretz

6 gennaio 2025, Haaretz

A soli 100 metri dal nuovo quartiere che si sta costruendo a Dimona circa 500 beduini vivono nel villaggio non riconosciuto di Ras Jrabah. Quel villaggio è stato costruito prima della fondazione dello Stato [di Israele].

I suoi abitanti più anziani ricordano ancora quando hanno aiutato a costruire il villaggio vicino. Da allora Dimona si è sviluppato e li ha progressivamente cacciati. Ora pianifica di “inglobare” il loro villaggio senza lasciarne traccia. Secondo il sindaco di Dimona, Benny Biton il sito deve essere sgomberato per fare spazio ad una “popolazione di alto livello”.

Il piano per espellere gli abitanti di Ras Jrabah ed espandere Dimona è un esempio del trattamento brutale, arrogante, discriminatorio e violento del governo nei confronti dei suoi cittadini non ebrei. Tutto è permesso in nome della politica di giudaizzazione.

L’attuale governo tratta i beduini persino peggio dei governi precedenti. Nel 2024 c’è stato un incremento del 400% nell’esecuzione di ordini di demolizione nel Negev.

Inoltre il Comitato Ministeriale per le Questioni dei Beduini ha concordato che il piano del ministro Amichai Chikli di concentrare gli abitanti dei villaggi beduini non riconosciuti in poche cittadine verrà esteso ad altre parti del Negev.

Dei circa 35 villaggi non riconosciuti nel Negev, 10 sono a rischio immediato di demolizione. In alcuni casi lo Stato programma di costruire nuove comunità ebraiche o di ampliare quelle esistenti sulle loro rovine.

A tale scopo il governo sta portando avanti un piano che consentirebbe di trasferire migliaia di beduini in parchi roulotte provvisori che saranno costruiti nelle attuali città beduine. Ma il livello di infrastrutture in questi parcheggi sarebbe inferiore a quello richiesto per le cittadine stanziali. Se questo piano fosse approvato potrebbe facilmente consentire un veloce trasferimento forzato di migliaia di beduini in quartieri di baraccopoli con inadeguate condizioni di vita.

Sedici delle 18 comunità la cui creazione è stata approvata dal governo nell’ultimo decennio sono destinate agli ebrei. Il risultato pratico è che la terra disponibile per i beduini si è ridotta e loro non hanno potuto regolarizzare i propri villaggi.

Un esempio è la sequela di comunità che si prevede sorgano lungo la Route 25 tra Be’er Sheva e Dimona. Quasi tutte sono destinate ad essere costruite su terre, o nei loro pressi, dei villaggi beduini non riconosciuti.

Invece di agire a vantaggio della popolazione che vive nel Negev il governo sta promuovendo una soluzione suburbana costosa ed ingiusta destinata a persone che vivono all’esterno. I primi sono beduini, i secondi ebrei.

Analogamente, in seguito alle decisioni di progettazione e vendita, solo un quarto degli appartamenti nel nuovo quartiere di Jisr al-Zarqa, che avrebbe dovuto alleviare la carenza di case nell’impoverita cittadina araba, è stato in realtà acquistato dagli abitanti del villaggio.

I nuovi abitanti, per la maggioranza ebrei, ora sono preoccupati di quando verrà costruita una circonvallazione e se sarà possibile costruire una sinagoga nel loro “esclusivo complesso di lusso recintato”, come viene definito dal materiale pubblicitario dei progettisti.

Questa discriminazione nella pianificazione contro la comunità araba, incrementata dalla legge sullo Stato-nazione, condanna molti membri della comunità ad una vita di povertà senza alcun futuro. Tutto ciò deve finire.

Questo articolo è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Tutta la storia delle ingiustizie del sionismo in un solo villaggio beduino

Orly Noy

20 novembre 2024 – +972 Magazine

In collaborazione con LOCAL CALL

La distruzione di Umm Al-Hiran esemplifica la visione sionista dei palestinesi come transitori; pedine di scacchi movibili in un gioco di ingegneria demografica.

La settimana scorsa lo Stato di Israele ha appeso alla sua cintura lo scalpo di un’altra comunità palestinese portando a termine la demolizione di Umm Al-Hiran. La mattina del 14 novembre centinaia di poliziotti hanno preso d’assalto il villaggio beduino – situato nel deserto del Negev/Naqab nel sud di Israele – accompagnati da ufficiali delle forze speciali ed elicotteri. Gli abitanti, cittadini israeliani che hanno a lungo temuto che ciò accadesse, avevano già distrutto essi stessi la maggior parte delle strutture nel villaggio, per evitare di dover pagare multe salate. Ciò che è rimasto da distruggere alla polizia era la moschea.

E così 25 anni di battaglie legali per salvare il villaggio sono finite e gli abitanti sono rimasti senza casa. Se si vuole capire l’intera storia delle ingiustizie del sionismo contro i palestinesi – con tutte le discriminazioni, il razzismo, le espropriazioni e la violenza radicate in una visione di supremazia ebraica e in una concomitante ossessione per la questione demografica – non c’è bisogno di guardare più in là di Umm Al-Hiran.

Nel discorso ebreo-israeliano la distruzione di una comunità beduina a malapena fa alzare un sopracciglio, non parliamo di meritare titoli di giornali. Dopotutto era un “villaggio non riconosciuto” – un espediente linguistico che Israele utilizza per dipingere i cittadini beduini come invasori nelle loro stesse terre. Il pubblico israeliano percepisce la distruzione sistematica di queste comunità come una mera repressione di trasgressori. Ma gli abitanti di Umm Al-Hiran non solo non erano invasori, ma sono stati trasferiti là dallo Stato stesso.

Prima della nascita di Israele gli abitanti della comunità diventata Umm Al-Hiran vivevano nel nordovest del Negev. Nel 1952 il governo militare di Israele li trasferì con la forza più ad est, per espropriare la loro terra per la costruzione del Kibbutz Shoyal. Quattro anni dopo lo Stato decise di sradicarli nuovamente, spingendoli in una zona appena all’interno della Linea Verde, vicina all’estremità sudoccidentale della Cisgiordania, dove sono rimasti fino alla settimana scorsa.

In tutti questi decenni lo Stato non si è preoccupato di regolarizzare lo status del villaggio. Non ha fornito agli abitanti infrastrutture o servizi basilari come elettricità, acqua, educazione o impianti igienici. Questa è l’indecente immoralità del sionismo: privare gli abitanti palestinesi del Negev delle più elementari condizioni di vita per generazioni, per rimpiazzarli un giorno con una comunità ebraica in nome del “far fiorire il deserto”.

Il Negev costituisce più della metà del territorio dello Stato di Israele e vaste aree di esso sono vuote. Eppure lo Stato insiste nel distruggere villaggi arabi “non riconosciuti” per costruirne di nuovi ebraici. Nel caso di Umm Al-Hiran la nuova comunità originariamente doveva recare la versione ebraicizzata del nome del villaggio che stava rimpiazzando: Hiran. Qualcuno ha pensato di meglio e adesso verrà chiamata Dror – “libertà”.

Ovviamente non è una novità. Israele ha distrutto le comunità palestinesi e ha insediato ebrei al loro posto fin dalla sua fondazione. Solo nel corso della Nakba del 1948 ha spopolato centinaia di città e villaggi palestinesi. Ma la storia di Umm Al- Hiran presenta un altro aspetto dell’atteggiamento di Israele verso i palestinesi, che è essenziale per comprendere il modus operandi del sionismo: la percezione della presenza dei palestinesi come provvisoria.

Questa è una delle più violente espressioni della supremazia ebraica. I palestinesi sono visti come polvere umana che può essere semplicemente spazzata via, o come pedine di scacchi che possono essere spostate da un quadrato all’altro secondo l’eterno progetto di Israele di ingegneria demografica tra il fiume e il mare. E’ un aspetto essenziale della disumanizzazione di coloro sulle cui terre lo Stato ha posto le mire: la convinzione profonda che queste persone non abbiano radici e perciò spostarle da una parte all’altra non possa assolutamente essere considerato una rimozione.

In tal modo è possibile continuare ad ignorare le rivendicazioni degli abitanti dei villaggi della Galilea Iqrit e Bir’em, dopo più di mezzo secolo da quando l’Alta Corte ha sentenziato che deve essere loro permesso ritornare alle loro terre da cui furono espulsi durante la Nakba; è possibile condurre una vasta pulizia etnica in Cisgiordania col pretesto della sicurezza e della legalità; è possibile ordinare a centinaia di migliaia di abitanti di Gaza di evacuare ancora e ancora e ancora, trasformandoli in eterni nomadi come progettato dal sionismo – e, in cima a tutto ciò, considerare questo un atto umanitario.

L’ingegneria demografica del sionismo non si limita ai palestinesi. La storia di Givat Amal, un quartiere mizrahi (ebrei orientali, provenienti da Medio Oriente e Maghreb, ndtr.) di Tel Aviv che è stato sgomberato con la forza e demolito nel 2021, presenta molti parallelismi con la storia di Umm Al-Hiran: anche là lo Stato ha costretto una comunità emarginata a spostarsi in una zona di frontiera, non ha mai regolarizzato il suo status o i diritti alla terra e appena il valore del terreno è aumentato ha espulso gli abitanti per avidità. Intanto i “comitati di ammissione” approvati dallo Stato continuano a sostenere l’apartheid in centinaia di comunità ebree nel Negev e in Galilea, garantendo che le “persone giuste” vivano nei posti giusti.

Ma sono stati i palestinesi ad essere trasformati dal sionismo in un popolo precario con un’identità transitoria. E’ questo l’assunto che sta alla base del piano di scambio di terre sostenuto dieci anni fa da Avigdor Liberman, che contemplerebbe il trasferimento di parecchie comunità palestinesi all’interno di Israele in Cisgiordania insieme all’annessione da parte di Israele di alcuni insediamenti coloniali: oggi i palestinesi possono essere cittadini di Israele, ma domani, muovendo un dito, possono smettere di esserlo. (Liberman, un tempo considerato all’estrema destra della politica israeliana, è recentemente diventato una specie di eroe del centro-sinistra).

Forse ciò su cui poggia questa determinazione sionista di strappare i palestinesi dai loro luoghi è una paura interiorizzata del loro legame profondo con la terra. Forse è l’illusione che se vengono sradicati e scacciati da un posto all’altro un numero sufficiente di volte – vuoi con le marce della morte a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania, o la distruzione e l’espulsione nel Negev – alla fine si arrenderanno e se ne andranno.

Otto anni fa il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha scritto un tributo al movimento Hashomer Hachadash, in cui ha detto che “un uomo che pianta un albero non andrà da nessuna parte”. C’è qualcosa di notevole nei modi in cui a volte il subconscio fuoriesce dalla penna, a dispetto della persona che la impugna. Dopotutto lo Stato sa esattamente chi ha piantato gli ulivi che l’esercito bombarda a Gaza e i coloni bruciano in Cisgiordania. Ma anche dopo decenni di distruzioni, espulsioni e carneficine il sionismo rifiuta di accettare che non se ne andranno da nessuna parte.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa Farsi. E’ capo del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti si occupano delle linee di intersezione e definizione della sua identità come mizrahi, donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive entro un’incessante migrazione, e il costante dialogo tra di esse.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




78 palestinesi uccisi e 340 demolizioni registrate a Gerusalemme dal 7 ottobre 2023

Redazione di MEMO

9 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Ieri la Palestinian Press Agency [agenzia di stampa palestinese, ndt.] (SAFA) ha riferito che il governatorato di Gerusalemme ha affermato che dal 7 ottobre 2023 le forze di occupazione israeliane hanno ucciso 78 palestinesi, ne hanno arrestati 1.791 e hanno effettuato 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer nel governatorato.

In un rapporto che dettaglia la situazione a Gerusalemme durante l’ultimo anno, il governatorato ha evidenziato la crescita senza precedenti di incursioni nella moschea di Al-Aqsa. Ha registrato che 50.475 coloni hanno preso d’assalto la moschea, azione che è parte di un più ampio piano per imporre divisioni temporali e spaziali sul luogo santo.

In aggiunta il rapporto ha rivelato che Gerusalemme ha visto una campagna senza precedenti di sfollamenti forzati di palestinesi dai loro quartieri storici come Sheikh Jarrah e Silwan che l’occupazione cerca di svuotare dei loro abitanti per far posto ai coloni illegali.

Durante lo scorso anno la demolizione ed il sequestro di case palestinesi non sono cessati ma sono sistematicamente raddoppiati per creare una nuova situazione funzionale al progetto di colonizzazione, con 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer registrate nel governatorato.

Inoltre nel rapporto si afferma che l’occupazione ha imposto un soffocante assedio economico ai palestinesi di Gerusalemme, limitando il movimento di beni e persone, insieme a misure arbitrarie contro commercianti e investitori gerosolimitani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il più grande fondo pensioni della Norvegia vende il suo pacchetto di azioni Caterpillar a causa dell’espansione coloniale israeliana

Redazione di MEE

26 giugno 2024 – Middle East Eye

l maggior fondo pensioni della Norvegia ha revocato la propria partecipazione in Caterpillar Inc. a causa del suo coinvolgimento nelle violazioni dei diritti nei territori occupati palestinesi.

La KLP con sede a Oslo all’inizio di questo mese ha venduto le proprie azioni e obbligazioni della società per un valore di 728 milioni di corone norvegesi (69 milioni di dollari).

Kiran Aziz, capo del settore investimenti responsabili dell’azienda, ha detto che le attrezzature della società con sede in Texas vengono usate “per demolire case ed infrastrutture palestinesi per sgombrare il terreno alle colonie israeliane” ed ha anche fatto riferimento all’uso dell’equipaggiamento Caterpillar da parte dell’esercito israeliano.

Benché Caterpillar si sia mostrata disposta ad aprire un dialogo con KLP, le risposte della società non sono risultate credibili riguardo alla sua capacità di ridurre realmente il rischio di violazione dei diritti di persone in situazioni di guerra o conflitto, o di violazione del diritto internazionale”, ha detto Aziz secondo Bloomberg [compagnia leader globale nelle informazioni economiche e finanziarie, ndt.].

La società non è in grado di fornirci assicurazioni che non stia facendo niente del genere.”

Caterpillar è tra le società citate dall’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i Diritti Umani che sarebbero a rischio di “complicità in gravi violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani e del diritto umanitario internazionale” a causa delle sue forniture a Israele.

In marzo il governo norvegese ha emesso un avviso formale contro ogni attività commerciale o finanziaria con le colonie illegali israeliane nei territori palestinesi occupati.

Il Ministro degli Esteri norvegese ha affermato in una dichiarazione che l’avviso è stato emesso nel contesto della crescente espansione delle colonie e della “accresciuta violenza coloniale contro i palestinesi”.

KLP ha fatto riferimento all’avviso del governo norvegese nella sua decisione di disinvestimento.

Dal 7 ottobre, quando un attacco di combattenti di Hamas nel sud di Israele ha ucciso 1.140 persone, le aggressioni dei coloni in Cisgiordania sono sempre più frequenti.

Secondo l’ONU e le associazioni per i diritti, da allora centinaia di palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dalle truppe israeliane e dai coloni.

Israele ha anche incrementato la costruzione di insediamenti illegali.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Aggiornamento sulla Cisgiordania – Due giovani uccisi, diversi arrestati, città saccheggiate dalle forze israeliane

Redazione di Palestine Chronicle

2 giugno 2024 Palestine Chronicle

Secondo l’agenzia di stampa ufficiale palestinese WAFA il numero dei palestinesi uccisi dalle forze israeliane in Cisgiordania dal 7 ottobre è salito a 521, tra cui 131 minori.

Due giovani palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane nella città di Gerico, nella Cisgiordania occupata.

Secondo l’agenzia di stampa ufficiale palestinese WAFA sabato notte le forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di Aqabat Jaber e hanno aperto il fuoco su due giovani vicino al cimitero occidentale.

Uno dei giovani, Ahmed Hamidat, 15 anni, è stato ucciso e Mohammed Al-Baytar, 17 anni, è rimasto ferito ma è morto domenica mattina presto a causa delle ferite. Al-Baytar è stato arrestato dopo che è stato impedito alle squadre sanitarie di raggiungerlo.

Al-Baytar è stato trasportato in condizioni critiche dalle forze israeliane in un ospedale della Gerusalemme occupata, dove è morto.

Con l’uccisione di Al-Baytar, il numero dei palestinesi uccisi dalle forze israeliane in Cisgiordania dal 7 ottobre è salito a 521, tra cui 131 minori, ha riferito WAFA.

Raid nelle città

Le forze di occupazione israeliane hanno preso dassalto diverse città nel territorio occupato, tra cui la città di Jaba, a sud di Jenin e Beit Ummar, a nord di Hebron (Al Khalil).

A Jabale forze israeliane hanno arrestato due palestinesi, Baraa Malaysha e Adnan Khaliliya.

Coloni ebrei illegali hanno attaccato le case palestinesi nel villaggio di Madaman, nella Cisgiordania occupata. Dopo l’attacco le forze israeliane hanno preso d’assalto il villaggio. I filmati condivisi dal Quds News Network (QNN) mostrano veicoli militari che sfrecciano per le strade della città.

Diversi arrestati

Secondo WAFA le forze israeliane hanno arrestato durante la notte e fino a domenica mattina 15 palestinesi nel corso delle operazioni in diverse aree della Cisgiordania occupata.

La Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex Detenuti e la Associazione dei Prigionieri Palestinesi (PPS) hanno affermato in una dichiarazione congiunta che le operazioni di arresto hanno avuto luogo nei governatorati di Jenin, Hebron, Betlemme e Nablus.

Dal 7 ottobre 2023 il numero totale di palestinesi arrestati nella Cisgiordania occupata è salito a oltre 8.985, riferisce WAFA.

Casa demolita

Domenica le forze di occupazione hanno demolito anche la casa di Ghassan al-Atrash nel villaggio di Al-Walaja, a sud-ovest di Gerusalemme.

Secondo WAFA Khader Al-Araj, capo del consiglio del villaggio di Al-Walaja, ha detto che un grande contingente di soldati israeliani, accompagnati da un bulldozer militare, ha fatto irruzione nel quartiere Ain Juwaiza del villaggio. Hanno proceduto alla demolizione della casa di Al-Atrash, un abitante del luogo, che misurava circa 120 metri quadrati.

Al-Araj afferma che le autorità di occupazione israeliane impiegano spesso tali misure per tormentare gli abitanti e spingerli a lasciare il villaggio, adducendo futili pretesti per le demolizioni.

Le autorità israeliane rifiutano di consentire praticamente qualsiasi costruzione palestinese nellArea C, che costituisce il 60% della Cisgiordania occupata e rientra sotto il pieno controllo militare israeliano, riferisce WAFA. Ciò ha costretto i residenti a costruire senza ottenere permessi, raramente concessi, per fornire riparo alle loro famiglie.

Terreni agricoli dati alle fiamme

Wafa fa sapere che nel frattempo coloni ebrei illegali hanno appiccato il fuoco a terreni agricoli nel villaggio di Duma, a sud di Nablus.

Suleiman Dawabsheh, capo del Consiglio del villaggio di Duma, ha detto che i coloni hanno appiccato incendi nel terreno agricolo a ovest del villaggio, coltivato ad ulivi e grano.

Dawabsheh afferma che i coloni hanno impedito agli abitanti del villaggio di accedere ai terreni in fiamme.

In un precedente incidente, circa due mesi fa, i coloni avevano incendiato la stessa zona. In quell’occasione le forze di occupazione israeliane non hanno permesso alle squadre di protezione civile di avvicinarsi e spegnere lincendio, riporta WAFA.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I pogrom funzionano: gli sfollamenti sono già in atto

B’Tselem

21 Settembre 2023 – B’Tselem Publications

Da decenni Israele mette in pratica una serie di misure programmate per rendere invivibile la vita all’interno di decine di comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Ciò fa parte di un tentativo di costringere gli abitanti di queste comunità ad andarsene via, apparentemente di propria iniziativa. Una volta raggiunto questo scopo lo Stato potrà realizzare il suo obiettivo di impossessarsi del territorio. Per raggiungere questo obiettivo Israele vieta ai componenti di queste comunità di costruire case, strutture agricole o edifici pubblici. Non consente loro di collegarsi alle reti idriche ed elettriche o di costruire strade e quando, non avendo altra scelta, lo fanno Israele minaccia la demolizione, passando spesso alle vie di fatto.

La violenza dei coloni è un altro strumento utilizzato da Israele per creare ulteriori tormenti ai palestinesi che vivono in queste comunità.

Sotto lattuale governo tali aggressioni sono notevolmente peggiorate trasformando la vita in alcuni luoghi in un incubo senza fine e negando agli abitanti qualsiasi possibilità di vivere con un minimo di dignità. La violenza ha privato gli abitanti palestinesi della loro capacità di continuare a guadagnarsi da vivere. Li ha terrorizzati al punto da temere per le loro vite e ha inculcato in loro la consapevolezza che non c’è nessuno che li protegga.

Questa realtà non ha lasciato a queste comunità altra scelta e molte di loro si sono sradicate, abbandonando le proprie abitazioni per luoghi più sicuri. Vivono in simili condizioni decine di comunità sparse in tutta la Cisgiordania. Se Israele continuasse questa politica tutti gli abitanti potrebbero essere sfollati, permettendo a Israele di raggiungere il suo obiettivo e di impossessarsi della loro terra.

Lo sfondo

Decine di comunità di pastori palestinesi sono sparse in tutta la Cisgiordania. Poiché Israele classifica queste comunità come non riconosciute, non consente loro di collegarsi alle reti idriche ed elettriche o al sistema stradale. Israele considera inoltre illegalitutti gli edifici costruiti in queste comunità (case, edifici pubblici e strutture agricole) ed emette ordini di demolizione nei loro confronti, che in alcuni casi esegue. Alcuni edifici sono stati demoliti e ricostruiti più volte.

Negli ultimi anni i coloni hanno costruito con laiuto dello Stato decine di avamposti e piccole fattorie vicino a queste comunità e da allora la violenza contro i palestinesi che vivono nellarea è aumentata, con un’impennata particolare sotto lattuale governo. Durante questi attacchi violenti, diventati una terrificante routine quotidiana, i coloni mandano via i pastori e gli agricoltori palestinesi dai loro pascoli e campi, aggrediscono fisicamente gli abitanti delle comunità, entrano nelle loro case nel cuore della notte, danno fuoco a proprietà palestinesi, spaventano il bestiame, distruggono i raccolti, compiono dei furti e bloccano le strade. Gli abitanti palestinesi hanno anche riferito che i coloni hanno aperto le valvole dei serbatoi dell’acqua e hanno condotto le loro greggi a bere nei bacini idrici palestinesi.

In tali circostanze gli abitanti di queste comunità non hanno più potuto continuare a recarsi nei loro pascoli e campi agricoli. In alcuni luoghi, in assenza dei palestinesi, i coloni hanno iniziato a coltivare i loro campi sotto la protezione dei soldati. In altri luoghi i coloni hanno iniziato a far pascolare le greggi di loro proprietà in pascoli che fino a poco tempo fa erano stati utilizzati dai pastori palestinesi. Senza accesso ai pascoli, i palestinesi sono stati costretti ad acquistare a costi elevati foraggio e acqua per le loro greggi, il che ha causato perdite finanziarie significative, distruggendo di fatto i loro mezzi di sussistenza.

Lattuale governo gioca un ruolo significativo in questo stato di cose. Sebbene non abbia introdotto restrizioni riguardo alla costruzione e demolizione di case palestinesi e alluso della violenza da parte dei coloni per prendere il controllo della terra palestinese, conferisce piena legittimità alla violenza dei coloni contro i palestinesi incoraggiando e sostenendo pubblicamente i responsabili. Membri di questo governo sono stati in passato artefici di tali violenze. Ora sono loro le persone incaricate di programmare la politica. Stanziano i fondi che finanziano la violenza e sono responsabili dellapplicazione della legge sui coloni che attaccano i palestinesi.

Questo governo non si preoccupa nemmeno di esprimere quelle vuote condanne che un tempo si udivano dopo questi atti di violenza, elogiando al contrario i coloni violenti. Laddove i governi precedenti insistevano nel mantenere in piedi la farsa di un sistema giudiziario efficiente nell’indagare e perseguire gli israeliani che provocassero dei danni ai palestinesi, i membri di questo governo sono impegnati a cancellarne ogni traccia, con un ministro che chiede di cancellare Huwarah” [il ministro delle finanze Bezalel Smotrich a proposito del pogrom nella città palestinese nella Cisgiordania settentrionale, ndt.], membri dei partiti della coalizione che visitano in ospedale un israeliano sospettato di aver ucciso un palestinese e ministri che si rifiutano di condannare la violenza, il tutto tollerando e giustificando un pogrom dopo l’altro nelle comunità palestinesi.

Le prime a subire le conseguenze di questo cambiamento sono le comunità palestinesi più isolate e vulnerabili. Queste comunità vivono nelle condizioni più elementari, circondate da avamposti di insediamento coloniale i cui abitanti hanno carta bianca per far loro del male impunemente. Se i palestinesi di comunità più consolidate come Turmusaya e Um Safa non hanno ricevuto alcuna protezione mentre i soldati e gli agenti di polizia spalleggiavano i responsabili dei pogrom, che speranza hanno gli abitanti di sperdute comunità di pastori? Il timore per la loro stessa sopravvivenza, la consapevolezza che insieme ai propri figli essi siano stati abbandonati al loro destino, il tutto perdendo le fonti di reddito, li ha, comprensibilmente, privati della possibilità di continuare a vivere nelle loro comunità e li ha costretti ad andarsene.

Le comunità sfollate

Negli ultimi due anni almeno sei comunità della Cisgiordania sono state costrette a sfollare.

Quattro delle comunità vivevano a nord e nord-est di Ramallah. Alcuni dei loro componenti abitavano su terreni di proprietà di altri palestinesi che avevano accettato di lasciarli vivere lì dopo la loro cacciata da altri luoghi in Israele e in Cisgiordania. Negli ultimi anni, con laiuto dello Stato, attorno a queste comunità sono stati creati diversi avamposti coloniali residenziali e agricoli israeliani, il primo dei quali, Michas Farm, è stato fondato nel 2018. Come altrove in Cisgiordania, questi avamposti coloniali sono stati quasi immediatamente collegati alle reti idriche ed elettriche, nonché alla rete stradale. Hanno goduto dellimmunità dalle demolizioni e i loro abitanti lavorano in pieno concerto con i militari, che forniscono loro protezione. Alcuni di questi avamposti sono stati realizzati in aree dove, ufficialmente, non può essere costruita alcuna comunità, poiché Israele le ha dichiarate zone di tiro, ma hanno comunque ricevuto il sostegno dello Stato.

Le quattro comunità sfollate in quest’area sono:

  • Ras a-Tin: Il 7 luglio 2022, i circa 120 componenti di questa comunità, circa la metà dei quali minorenni, se ne sono andati via. La comunità venne fondata alla fine degli anni ’60 da palestinesi che Israele aveva sfollato dalle colline a sud di Hebron su terreni palestinesi di proprietà privata e registrati appartenenti ai residenti di Kafr Malik e al-Mughayir. Nel corso degli anni, lamministrazione civile ha emesso ordini di demolizione contro alcuni edifici degli abitanti e fino ad oggi Israele aveva demolito tre edifici non residenziali della comunità. L’Amministrazione Civile aveva emesso un ordine di demolizione anche per la scuola costruita dagli abitanti della comunità. Nel 2018 vicino alla comunità è stata costruita Michas Farm, un avamposto di insediamento coloniale, e in seguito alla sua fondazione gli abitanti della comunità hanno segnalato un aumento significativo di episodi di violenza, tra cui molestie, furti, atti di vandalismo e violenze verbali, che sono diventati una routine quotidiana.

  • Ein Samia: il 22 maggio 2023 gli ultimi abitanti rimasti della comunità di Ein Samia costituita da 28 famiglie per un totale di circa 200 componenti, hanno abbandonato le loro case. La comunità si stabilì in quel sito su terreni dati in affitto dagli abitanti della vicina Kafr Malik nel 1980, dopo essere stata costretta dagli israeliani a sfollare più volte da altre località. Nel corso degli anni l’amministrazione civile ha emesso ordini di demolizione contro alcuni edifici degli abitanti e fino ad oggi Israele ha demolito 21 case della comunità, che ospitavano 83 persone, tra cui 52 minori, oltre ad altri 28 edifici non residenziali. LAmministrazione Civile ha inoltre emesso un ordine di demolizione per la scuola della comunità, utilizzata da circa 40 bambini. Nell’ottobre 2022 il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha respinto una petizione presentata dagli abitanti del luogo perché ne venisse sospesa la demolizione. Gli abitanti se ne sono andati prima che l’ordine di demolizione fosse eseguito. Anche gli abitanti di Ein Samia hanno segnalato un aumento significativo della violenza dei coloni a partire dal 2018. Una settimana prima che la comunità se ne andasse, la polizia ha confiscato agli abitanti decine di pecore e capre con la falsa accusa che fossero state rubate ai coloni. Durante la notte i coloni sono entrati nella comunità, hanno attaccato gli abitanti e la scuola, hanno fatto volare un drone sopra di loro e hanno dato fuoco ai pascoli. Inoltre hanno lasciato libero il loro gregge nei campi agricoli della comunità e gli animali hanno consumato lintero raccolto.

  • al-Baqah: Il 10 luglio 2023 33 persone, tra cui 21 minori, sono state costrette a sfollare. Il 1 settembre 2023 è stata allontanata anche lultima famiglia rimasta, composta da 5 persone di cui un minore. La loro partenza è stata preceduta da attacchi quotidiani da parte di coloni che avevano costruito una fattoria a circa 50 metri dalle case della comunità, avevano installato pannelli solari, si erano collegati alle infrastrutture idriche che servono il vicino avamposto di Neve Erez e avevano preso il controllo della via di accesso della comunità alla strada principale. I coloni facevano anche pascolare il loro gregge, che contava tra 60 e 70 capi di pecore, nei pascoli della comunità e molestavano i pastori del luogo che portavano al pascolo le proprie greggi. Il 7 luglio 2023, intorno alle 6,30, una tenda della comunità, più isolata rispetto alle altre, è stata incendiata. La famiglia in quel momento era fuori, poiché sin dalla fondazione dell’avamposto trascorreva le notti altrove per paura di attacchi da parte dei coloni. La famiglia ha visto l’incendio da lontano e ha chiamato la polizia, ma non è intervenuto nessuno.

  • al-Qabun: La comunità, che ospitava 12 famiglie per un totale di 86 residenti, tra cui 26 minori, è stata costretta a sfollare all’inizio dell’agosto del 2023. La comunità viveva in quel luogo dal 1996, dopo che Israele, nei primi anni ’50, aveva costretto i suoi componenti a lasciare il deserto del Negev. Nel corso degli anni lamministrazione civile ha emesso ordini di demolizione contro alcuni edifici degli abitanti e fino ad oggi Israele ha demolito sei case che ospitavano 41 persone, tra cui 18 minori, e 12 edifici non residenziali. Nel febbraio di questanno i coloni hanno realizzato un avamposto vicino alla comunità, allinterno di unarea che Israele aveva dichiarato zona di tiro. Gli abitanti hanno riferito di essere stati perseguitati dai coloni, che giravano intorno alle loro case fino ad entrarvi, arrivavano a tarda notte a cavallo e in fuoristrada, li intimidivano, si impossessavano dei loro campi coltivati e gli impedivano di portare al pascolo il loro gregge.

Nelle colline a sud di Hebron almeno altre due comunità sono state costrette a sfollare con la forza. La prima era Khirbet Simri, una frazione di due famiglie appartenenti a due fratelli con un totale di 20 componenti, di cui otto minorenni. Nel 1998 in cima alla collina dove viveva la comunità venne fondato l’avamposto coloniale di Mitzpe Yaire e ne seguì un aumento delle violenze. I coloni importunavano i membri della comunità, li minacciavano, entravano nelle loro case e impedivano loro di far pascolare le greggi. Nel 2020 i coloni hanno portato una mandria di bovini, che hanno pascolato su un terreno utilizzato dagli abitanti della comunità. Nel luglio 2022 questi hanno deciso di andarsene.

La seconda comunità ad andare via è stata Widady a-Tahta, anch’essa composta da 20 abitanti, tra cui 12 minori. La comunità viveva nel sito da circa 50 anni. Circa due anni fa i coloni hanno realizzato un avamposto a circa 500 metri dalle case della comunità. Da allora, i coloni hanno ripetutamente bloccato laccesso dei componenti della comunità ai pascoli attorno alle loro case, anche utilizzando un drone per spaventare e disperdere il gregge. Inoltre coloni armati penetravano ripetutamente a tutte le ore nelle case degli abitanti, in alcuni casi con un cane, aggredendo i componenti della comunità, picchiandoli e minacciandoli con le armi. Inoltre, circa un anno fa l’Amministrazione Civile ha emesso ordini di demolizione di tutti gli edifici del piccolo borgo: tre strutture residenziali e un recinto per il bestiame. Il 27 giugno 2023 due coloni armati sono entrati nella comunità e hanno minacciato uno degli abitanti che stava portando al pascolo le sue pecore vicino a casa. È fuggito per chiedere aiuto ai familiari e i coloni hanno cercato di rubare le pecore, ma quando hanno visto gli abitanti avvicinarsi le hanno abbandonate e sono tornati all’avamposto. La famiglia ha contattato la polizia, ma questa si è rifiutata di aiutarli. Dopo questo incidente la famiglia è giunta alla decisione che il pericolo era troppo grande e hanno dovuto andarsene.

Parte di una politica di lunga data

Queste comunità non hanno preso la decisione di lasciare tutto senza un motivo. È il risultato diretto della politica di Israele, progettata per raggiungere questo esatto risultato: costringere i palestinesi a sfollare e ridurre il loro spazio vitale per trasferire la loro terra in mani ebraiche. La politica si basa su una serie di restrizioni, misure e pratiche abusive da parte dello Stato e dei suoi rappresentanti, con vari livelli di durezza e perseguite sia ufficialmente che ufficiosamente.

Il percorso ufficiale: restrizioni estreme ad edilizia e ampliamento

Israele di fatto vieta ai palestinesi edilizia e ampliamento nellArea C [sotto controllo civile e di sicurezza israeliano, ndt.], che comprende il 60% della Cisgiordania. Larea ospita 200.000-300.000 palestinesi, migliaia dei quali vivono in decine di comunità di pastori e agricoltori. Sebbene la maggior parte degli abitanti palestinesi della Cisgiordania viva nelle aree definite A e B dagli Accordi di Oslo, firmati circa 30 anni fa sotto forma di intesa ad interim quinquennale, tutti i palestinesi sono colpiti dal divieto di costruire. Il motivo è che quando furono firmati gli Accordi di Oslo le Aree B[sotto controllo civile palestinese e di sicurezza israeliano, ndt.] e A [sotto totale controllo palestinese, ndt.] erano già in gran parte popolate, mentre le aree con un potenziale di sviluppo urbano, agricolo ed economico rimanevano per lo più nellArea C, e da allora la popolazione palestinese è quasi raddoppiata.

Per impedire l’edilizia palestinese nellArea C Israele ne ha stabilito il divieto per circa il 60%, assegnando diverse definizioni legali ad aree vaste (e talvolta sovrapposte): il terreno statalecomprende circa il 35% dellArea C, i campi di addestramento militare (zone di tiro) comprendono circa il 30%, le riserve naturali e i parchi nazionali coprono un altro 14% e le giurisdizioni degli insediamenti coloniali comprendono un altro 16% della stessa area. Israele sta conducendo una guerra incessante contro i palestinesi che vivono in queste aree, allontanandoli ripetutamente dalla loro terra con falsi pretesti, come l’addestramento militare, demolendo le loro case e confiscando le loro proprietà.

Nel restante 40% dellArea C Israele, che ha il controllo pieno ed esclusivo sull’edificazione e pianificazione in Cisgiordania, impone restrizioni estreme a edificazioni e ampliamenti. LAmministrazione Civile si rifiuta di preparare piani regolatori per la stragrande maggioranza delle comunità palestinesi in questarea. I pochi piani regolatori approvati dall’Amministrazione Civile, che rappresentano meno dell’1% dell’Area C e in aree in gran parte già edificate, non soddisfano i criteri di pianificazione accettati oggi nel mondo.

Le probabilità che un palestinese riceva un permesso di costruzione, anche su un terreno di proprietà privata, sono minime. Secondo i dati forniti dallAmministrazione Civile a da Peace Now [movimento progressista pacifista non-governativo israeliano, ndt.] nel decennio tra il 2009 e il 2018 sono stati approvati solo 98 permessi per costruzioni residenziali, industriali, agricole e infrastrutturali su 4.422 domande di autorizzazione presentate (2%). Secondo i dati forniti alla ONG israeliana Bimkom, su 2.550 domande presentate tra il 2016 e il 2020 ne sono state approvate 24 (meno dell1%). Il numero di domande di permesso presentate non riflette necessariamente le esigenze edilizie dei palestinesi, dal momento che la maggior parte dei palestinesi non si prende più la briga di presentare domande di permesso di costruzione, sapendo che verranno comunque respinte.

La mancanza di piani regolatori impedisce non solo ledilizia residenziale ma anche la costruzione per scopi pubblici, come scuole e strutture mediche, nonché le infrastrutture, compresi i collegamenti alla rete stradale e alle reti idriche ed elettriche. A causa del cambiamento climatico le restrizioni sulle infrastrutture rendono di anno in anno la vita più difficile per gli abitanti palestinesi. Non solo Israele nega agli abitanti il collegamento alle infrastrutture ma impedisce loro anche di prendersi cura dei propri bisogni in modo indipendente, vietando lo scavo di cisterne per lacqua e linstallazione di impianti solari e confiscando regolarmente i serbatoi dellacqua. Senza collegamenti allacqua corrente il consumo di acqua in queste comunità è di 26 litri al giorno per persona, equivalente al consumo di acqua nelle zone disastrate e circa un quarto dei 100 litri al giorno per persona raccomandati dallOrganizzazione Mondiale della Sanità.

Date queste condizioni i palestinesi sono costretti a promuovere l’ampliamento delle loro comunità e a costruire le loro case senza permessi. Lo fanno non perché siano criminali ma perché non hanno la possibilità di costruire legalmente. L’Amministrazione Civile emette ordini di demolizione contro questi edifici, talvolta con successiva messa in atto. Secondo i dati di BTselem, tra il 2006 e il 31 luglio 2023 Israele ha demolito in Cisgiordania 2.123 case. A causa di queste demolizioni 8.580 persone, tra cui 4.324 minori, hanno perso la casa. Durante questo periodo Israele ha demolito anche 3.387 edifici non residenziali.

Pertanto, utilizzando uno sterile vocabolario giuridico e di pianificazione urbana e agganciandosi a ordini militari e leggi sulla pianificazione e sull’edilizia, Israele riesce a cacciare i palestinesi dalle vaste aree che sono oggetto delle sue mire e a confinarli in aree più piccole dove tiene in sospeso le loro vite e applica politiche volte a negare loro qualsiasi sviluppo. I palestinesi sono costretti a vivere in una costante incertezza riguardo al loro futuro e nella paura senza fine che si presenti il personale dellamministrazione civile per consegnare ordini di demolizione o per demolire ciò che hanno già costruito. Vivono in uno stato di costante deprivazione, in condizioni che non possono essere paragonate a quelle degli insediamenti coloniali costruiti vicino alle loro comunità e spesso sulle loro terre.

Il percorso non ufficiale: la violenza dei coloni

Laccaparramento di terre da parte di Israele viene perseguito anche attraverso atti quotidiani di violenza compiuti da bande di coloni che operano senza timore di conseguenze, armate, sostenute, incoraggiate e finanziate dallo Stato, direttamente o indirettamente. Questi atti di violenza fanno parte di unampia strategia progettata per costringere i palestinesi dallArea C a sfollare.

Negli ultimi anni sono state create in tutta la Cisgiordania circa 70 fattorie agricole. Avviare unazienda agricola richiede molte meno risorse rispetto alla costruzione di un insediamento coloniale e attraverso il pascolo di pecore e bovini queste aziende agricole consentono una facile acquisizione di vaste aree che si estendono su migliaia di dunam, che di solito contengono pascoli, risorse idriche e terre coltivate dai palestinesi. I coloni che vivono in queste fattorie terrorizzano i palestinesi che abitano vicino a loro.

Le tattiche principali utilizzate dai coloni comprendono l’occupazione dei pascoli facendovi pascolare pecore e bovini, la corsa di quad contro greggi palestinesi e il sorvolo di droni per spaventare e disperdere gli animali, l’uso della violenza fisica contro gli abitanti palestinesi delle comunità, nei pascoli, nei campi coltivati e allinterno delle loro case, e il danneggiamento delle fonti dacqua.

Usando queste tattiche i coloni sono riusciti ad allontanare pastori e agricoltori palestinesi dai campi, dai pascoli e dalle fonti dacqua su cui hanno fatto affidamento per generazioni e a prenderne il controllo. Una ricerca condotta da B’Tselem circa due anni fa ha rilevato che cinque piccole fattorie di coloni, con solo poche decine di abitanti, di solito una famiglia o due e alcuni giovani, hanno preso il controllo di un’area che si estende per un totale di oltre 28.000 dunam (1 dunam = 1.000 metri quadrati) di terreni agricoli e pascoli utilizzati dalle comunità palestinesi per generazioni.

I militari, che sono ben consapevoli di queste azioni, evitano di affrontare i coloni violenti per una questione politica mentre invece a volte partecipano essi stessi a questi atti o proteggono i coloni a distanza. Linerzia di Israele continua dopo che si sono verificati gli attacchi dei coloni contro i palestinesi, dato che le autorità preposte allapplicazione della legge fanno tutto il possibile per evitare che qualcuno risponda a questi incidenti. Le denunce sono difficili da presentare e nei pochissimi casi in cui vengono effettivamente aperte le indagini il sistema le insabbia rapidamente. Non vengono quasi mai presentate accuse contro i coloni che danneggiano i palestinesi, e quelle che vengono stilate di solito citano reati minori, con sanzioni simboliche comminate nel raro caso di una condanna.

Non è una novità. La violenza commessa dai coloni contro i palestinesi è stata registrata fin dai primi giorni delloccupazione in innumerevoli documenti e dossier governativi; migliaia di testimonianze di palestinesi e soldati; libri; rapporti di organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani e migliaia di storie dei media. Questa documentazione ampia e coerente non ha avuto praticamente alcun effetto sulla violenza dei coloni contro i palestinesi, che da tempo è diventata parte integrante della vita sotto loccupazione in Cisgiordania.

Questa politica ha lasciato i palestinesi senza alcuna protezione, negando loro persino il diritto di difendersi dalle persone che invadono le loro case. Quando i palestinesi cercano di respingere lattacco dei coloni, anche lanciando pietre, i soldati che fino a quel momento erano rimasti a guardare o avevano partecipato allattacco sparano contro di loro lacrimogeni, granate stordenti, proiettili di metallo rivestiti di gomma e persino proiettili veri. In alcuni casi i palestinesi vengono anche arrestati e alcuni vengono incriminati.

Lo Stato legittima non solo la violenza contro i palestinesi ma anche le conseguenze di questi atti, consentendo ai coloni di rimanere sulla terra che hanno sottratto con la forza ai palestinesi. Lesercito proibisce ai palestinesi di entrare in quelle aree e lo Stato sostiene pienamente gli insediamenti coloniali realizzati su di esse. Decine di avamposti, anche agricoli, costruiti senza permesso ufficiale vengono lasciati in piedi, mentre Israele fornisce sostegno attraverso i ministeri, la Divisione per gli Insediamenti dellOrganizzazione Sionista Mondiale e i consigli regionali in Cisgiordania. Inoltre lo Stato sovvenziona gli sforzi finanziari negli avamposti coloniali, comprese le strutture agricole, fornisce sostegno ai nuovi agricoltori e alla pastorizia, assegna lacqua e difende sul piano giuridico gli avamposti coloniali nel caso di petizioni a favore della loro rimozione.

Così è iniziato il trasferimento forzato, ed è così che Israele continua ad impegnarsi per rendere miserabile la vita di chi abita nelle comunità situate nelle aree ambite, fino al punto che non possono più restarvi e le abbandonano, lasciando le loro case e la loro terra allo Stato. Questa politica viene attuata utilizzando due binari paralleli. Da un lato, sotto l’egida delle ordinanze militari, dei consulenti legali e della Corte Suprema lo Stato sfratta i palestinesi dalle loro terre. Sull’altro binario i coloni usano la violenza contro i palestinesi, aiutati e incoraggiati e talvolta con la collaborazione delle forze statali. Questa politica ha portato al trasferimento forzato di almeno sei comunità, ma molte altre in tutta la Cisgiordania sperimentano la stessa brutalità e sono sotto minaccia immediata di espulsione.

Questa è una politica illegale che implica per Israele il crimine di guerra del trasferimento forzato. Il diritto internazionale, che Israele è obbligato e si è impegnato a rispettare, vieta il trasferimento forzato degli abitanti di un territorio occupato, indipendentemente dalle circostanze. Il fatto che questo caso particolare non comporti che i soldati arrivino nelle case degli abitanti e li costringano fisicamente ad andarsene è irrilevante. Creare un ambiente coercitivo che non lasci agli abitanti altra scelta è sufficiente per ritenere Israele responsabile di questo crimine.

Queste comunità non vengono costrette a sfollare a causa di disastri naturali o altre circostanze inevitabili. È una scelta che il regime dell’apartheid sta facendo per realizzare il suo obiettivo di Cin tutta l’area compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Questo regime considera la terra come una risorsa destinata esclusivamente al popolo ebraico, e quindi la terra viene utilizzata quasi esclusivamente per lo sviluppo e l’espansione delle colonie ebraiche esistenti e per la creazione di nuove.

Pertanto opporsi ai trasferimenti in corso è un dovere e, ovviamente, non vi è alcun obbligo di continuare a collaborare all’attuazione delle politiche che li guidano. Segmenti crescenti dellopinione pubblica israeliana hanno recentemente dichiarato il loro rifiuto di prestare servizio nellesercito in un Paese non democratico. Non c’è niente di più degno del rifiuto ad essere partecipi nell’esecuzione di un crimine di guerra e nellattuazione di una politica di trasferimenti.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto OCHA del periodo 22 agosto – 4 settembre 2023

Versione Originale

1). Forze israeliane hanno ucciso due palestinesi, tra cui un minore. Un altro palestinese è morto per le ferite riportate durante una delle operazioni condotte dalle forze israeliane in Cisgiordania, alcune delle quali hanno comportato scontri a fuoco (seguono dettagli).

Il 22 agosto, ad Az Zababida (Jenin), durante un’operazione di ricerca-arresto, forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese di 17 anni; durante l’operazione le forze israeliane hanno sparato proiettili veri e i palestinesi hanno lanciato ordigni esplosivi.

Il 25 agosto, un palestinese di Jaba’ (Jenin) è morto a causa delle ferite riportate durante un’operazione condotta nel Campo profughi di Jenin il 3 e 4 luglio 2023. L’uomo era stato colpito, con arma da fuoco, dalle forze israeliane. Il bilancio totale delle vittime palestinesi di quell’operazione è arrivato a 13, segnando il numero più alto di palestinesi uccisi in una singola operazione in Cisgiordania dal 2005.

Il 1° settembre, forze israeliane hanno fatto irruzione ad Aqqaba (Tubas) ed hanno circondato una casa palestinese. Ne è seguito uno scontro a fuoco con palestinesi; le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, uccidendo un passante palestinese e ferendone un altro. Nello stesso episodio sono rimasti feriti altri 33 palestinesi. Secondo la Comunità locale, le forze israeliane hanno utilizzato proiettili esplosivi sparati a spalla ed hanno arrestato due persone. Ai paramedici è stato impedito di curare i feriti per oltre un’ora e un’ambulanza ha subito danni da proiettili rivestiti di gomma. Dieci persone, tra cui sei minori, sono state sfollate a causa dei danni arrecati alle loro case. Finora, nel 2023, in Cisgiordania e Israele, le forze israeliane hanno ucciso 17 palestinesi, superando già il bilancio delle vittime delle forze israeliane in Cisgiordania rispetto a qualsiasi anno intero dal 2005.

2). Nel Campo profughi di Tulkarem, un palestinese è rimasto ucciso, con colpi di arma da fuoco, nel corso di uno scontro a fuoco tra forze palestinesi e altri palestinesi (seguono dettagli).

Il 30 agosto, nel Campo profughi di Tulkarem, forze palestinesi hanno iniziato a rimuovere dalla strada gli ostacoli stradali che erano stati posizionati dai residenti palestinesi per impedire ai veicoli militari israeliani di entrare nel Campo. Durante l’operazione ha avuto luogo uno scontro a fuoco tra le stesse forze palestinesi e residenti palestinesi. Un passante è rimasto ferito e successivamente dichiarato morto. Nella stessa circostanza sono rimaste ferite altre otto persone.

3). In Cisgiordania, nel corso due distinti attacchi, tentativi di attacco o presunti attacchi perpetrati da persone ritenute palestinesi, un soldato israeliano è stato ucciso e quattro israeliani e due palestinesi sono rimasti feriti; inoltre, sono morti due palestinesi (di cui uno minorenne) ad opera delle forze israeliane e di un membro fuori servizio delle stesse forze (seguono dettagli). Il 31 agosto, al checkpoint di Maccabim sul Raad 443 vicino a Ramallah, un palestinese ha investito un gruppo di persone, uccidendo un soldato israeliano e ferendo quattro israeliani e un ragazzo palestinese, dandosi poi alla fuga. Poco dopo, al checkpoint di Ni’lin, le forze israeliane gli hanno sparato, arrestandolo. Ore dopo, è stato dichiarato morto in un ospedale israeliano.

Il 30 agosto, un palestinese si è lanciato con la sua auto contro i soldati israeliani che presidiavano un checkpoint vicino all’insediamento di Beit Haggai (Hebron), ferendone uno; è stato quindi colpito con arma da fuoco, ferito e arrestato. Successivamente, le forze israeliane hanno chiuso i due principali ingressi meridionali di Hebron dalla Strada 60, causando gravi congestioni del traffico e ritardi per i viaggiatori, minando l’accesso ai mezzi di sussistenza e ai servizi.

Lo stesso giorno, in una stazione della metropolitana leggera nella zona di Al Musrara, tra Gerusalemme Est e Ovest, un membro delle forze israeliane fuori servizio ha sparato, uccidendo un ragazzo palestinese di 14 anni. Secondo fonti israeliane, il ragazzo aveva accoltellato e ferito un israeliano. Successivamente, il membro delle forze israeliane fuori servizio, in abiti civili, ha sparato al ragazzo che appariva immobilizzato e non presentava alcun rischio, come mostrato nelle riprese video. In seguito all’accaduto, forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di famiglia del ragazzo, nella zona di Beit Hanina, a Gerusalemme Est, arrestando i suoi genitori, il fratello e la sorella. Le forze israeliane hanno sparato proiettili rivestiti di gomma e lacrimogeni contro i palestinesi che si erano radunati vicino alla casa, provocando 18 feriti, tra cui quattro minori e due donne.

4). In Cisgiordania, durante il periodo in esame, sono stati feriti dalle forze israeliane 282 palestinesi, tra cui almeno 29 minori, 17 colpiti da proiettili veri. La maggior parte dei feriti (150) sono stati segnalati in quattro episodi seguiti all’ingresso di coloni israeliani, accompagnati dalle forze israeliane, a Burqa, Qusra e Qaryut (tutti a Nablus) e nella Tomba di Giuseppe nella città di Nablus. Negli episodi registrati nel villaggio di Burqa, coloni israeliani hanno lanciato pietre contro case e veicoli palestinesi, danneggiando tre veicoli. I residenti palestinesi hanno lanciato pietre e le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni. Nell’episodio di Qusra coloni hanno aggredito fisicamente e lanciato pietre contro agricoltori palestinesi che lavoravano nelle proprie terre; successivamente gli agricoltori palestinesi hanno lanciato pietre e le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni e proiettili di gomma. Durante l’episodio riferito alla città di Nablus, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri e proiettili di gomma, granate assordanti e gas lacrimogeni contro palestinesi che lanciavano pietre e ordigni esplosivi. L’esercito israeliano ha riferito che quattro membri delle forze israeliane sono rimasti feriti da un ordigno esplosivo. Altri 44 palestinesi feriti sono stati segnalati in due manifestazioni contro l’espansione degli insediamenti a Beit Dajan (Nablus) e le restrizioni all’accesso legate agli insediamenti a Kafr Qaddum (Qalqilya). Altri 86 feriti si sono verificati durante 11 operazioni di ricerca-arresto e altre operazioni condotte da forze israeliane in tutta la Cisgiordania. Altri due palestinesi sono rimasti feriti ai checkpoint militari israeliani nella città di Qalqiliya e A Seefer (Hebron). A Qalqiliya, centinaia di lavoratori palestinesi hanno organizzato una manifestazione, bloccando la Strada 55 per protestare contro il ritiro, da parte delle forze israeliane, degli autobus che li trasportavano ai luoghi di lavoro in Israele. Forze israeliane hanno lanciato granate stordenti, bombolette di gas lacrimogeno e granate assordanti ferendo uno dei lavoratori. Ad A Seefer (Hebron), al checkpoint di Beit Yatir, forze israeliane hanno ferito un membro delle forze palestinesi. Complessivamente, 211 palestinesi sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno, 17 sono stati colpiti da proiettili veri, 34 sono stati feriti con proiettili di gomma, sette con schegge, uno con granate assordanti e 12 sono stati aggrediti fisicamente. In Cisgiordania, dall’inizio dell’anno, 722 palestinesi sono stati feriti con armi da fuoco dalle forze israeliane, quasi il doppio del numero registrato nello stesso periodo del 2022 (432).

5). In Cisgiordania undici palestinesi, tra cui un minore e due donne, sono stati feriti da coloni israeliani, e persone conosciute come coloni, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi in altri 15 casi. A ciò si aggiungono le vittime palestinesi delle forze israeliane nei suddetti episodi, registrati a Nablus, collegati a coloni (seguono dettagli).

Il 22 agosto, nella Comunità di pastori di Tuba di Masafer Yatta, a sud di Hebron, tre membri della stessa famiglia, tra cui una donna, sono rimasti feriti, dopo che un gruppo di coloni israeliani, secondo quanto riferito provenienti dall’insediamento di Nof Nesher, hanno spruzzato gas al peperoncino, hanno aggredito fisicamente e manomesso i loro averi all’interno della loro casa.

Il 26 e il 31 agosto, cinque palestinesi sono rimasti feriti e i loro veicoli hanno subito danni quando, vicino al checkpoint di Beit El DCO all’ingresso di Ramallah, coloni israeliani hanno lanciato pietre.

Il 30 agosto, nella Comunità di Ein al Hilwa, nella valle settentrionale del Giordano, a Tubas, un gruppo di israeliani, provenienti dall’insediamento di Maskiyot e dai suoi avamposti adiacenti, hanno attaccato un pastore palestinese che stava pascolando il proprio bestiame. I coloni hanno usato dei bastoni per aggredire fisicamente e ferire l’uomo.

Il 3 settembre, vicino all’ingresso del villaggio di Majdal Bani Fadil, a sud-est di Nablus, un palestinese è rimasto ferito e il suo veicolo ha subito danni quando coloni israeliani hanno lanciato pietre.

Il 4 settembre, nella Comunità Halawh di Masafer Yatta (Hebron), un gruppo di coloni israeliani ha aggredito e ferito un palestinese, rubandogli l’asino. Inoltre, secondo fonti delle Comunità, durante il periodo in esame, vicino agli insediamenti israeliani ma su territorio palestinese, più di 350 alberi e alberelli sono stati vandalizzati; questo in cinque episodi registrati a Madama (Nablus), Tuqu’ (Betlemme), Al Mughayyir (Ramallah), Azzun (Qalqiliya) e Ni’lin (Ramallah). Tre episodi registrati a Fer’a (Hebron), Al Baqa’a (Gerusalemme) e Wadi as Seeq (Ramallah) hanno coinvolto coloni che, entrati nelle Comunità, hanno causato danni a un rifugio per animali e parti di una rete idrica, oltre a ferire il bestiame.

6). In Cisgiordania undici coloni israeliani sono rimasti feriti in cinque episodi. Questi includono gli attacchi (già citati) con accoltellamento e speronamento avvenuti a Gerusalemme e Ramallah in cui sono rimasti feriti tre israeliani. Inoltre, in due casi separati, il 29 agosto e il 2 settembre, sei coloni sono rimasti feriti mentre sconfinavano nelle Comunità palestinesi di Wadi As Seeq (Ramallah) e Qusra (Nablus), dove sono stati segnalati lanci di pietre tra residenti palestinesi e coloni. In un altro caso, avvenuto il 31 agosto, un colono israeliano è rimasto ferito e danni alla proprietà sono stati causati da persone conosciute come palestinesi, o ritenute tali, che hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani che circolavano sulle strade della Cisgiordania. Secondo fonti israeliane almeno tre veicoli israeliani sono stati danneggiati.

7). L’unica famiglia palestinese rimasta nella Comunità di pastori di Al Baqa’a (Gerusalemme) se n’è andata, citando la violenza da parte degli israeliani provenienti da una fattoria recentemente creata all’interno della Comunità (seguono dettagli). Il 1° settembre, l’unica famiglia palestinese rimasta, composta da otto persone, tra cui cinque minori, ha lasciato la Comunità in seguito a una serie di attacchi ad opera di coloni; incluso uno avvenuto il 26 agosto, quando 13 mangiatoie per animali e altri averi sono stati rubati da coloni israeliani. All’inizio di luglio, otto famiglie, comprendenti 43 persone, tra cui 25 minori, appartenenti alla stessa Comunità, avevano smantellato le loro case e le strutture di sostentamento e si erano trasferite in luoghi più sicuri. L’avamposto dell’insediamento è stato rimosso dalle autorità israeliane il 18 luglio, ma è stato ristabilito subito dopo e ha continuato a essere fonte di violenza contro la Comunità di pastori, ora completamente svuotata. Tra il 2022 e il 2023, circa 500 persone, tra cui 267 minori, sono partite dalle Comunità di Ras al Tin, Wadi as Seeq, Ein Samiya (tutte a Ramallah), Al Baqa’a (Gerusalemme), Lifjim (Nablus) e Wedadie e Khirbet Bir al ‘Idd (entrambi a sud di Hebron), citando come ragioni principali la violenza dei coloni e la perdita di accesso ai pascoli. Di conseguenza, quattro di queste sette Comunità sono state completamente svuotate, mentre nelle altre sono rimaste solo poche famiglie.

8). A Gerusalemme Est e nell’Area C della Cisgiordania, le autorità israeliane, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, che sono quasi impossibili da ottenere, hanno demolito, confiscato o costretto le persone a demolire 14 strutture comprese sette case. Di conseguenza, nove palestinesi, tra cui cinque minori, sono stati sfollati e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di oltre 50 altre persone. Otto delle strutture colpite sono state demolite in Area C, comprese cinque strutture agricole demolite ad At Taybeh (Hebron). Nella stessa circostanza è stato distrutto un serbatoio d’acqua e sono stati sradicati nove alberi. Le restanti sei strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, provocando lo sfollamento di due famiglie, composte da nove persone, tra cui cinque minori. Cinque delle sei strutture demolite a Gerusalemme Est sono state distrutte dai proprietari per evitare il pagamento di multe alle autorità israeliane.

9). In diverse località della Cisgiordania le forze israeliane hanno limitato il movimento dei palestinesi (seguono dettagli).

In seguito all’uccisione di tre coloni israeliani il 19 e 21 agosto, a Nablus e Hebron, le forze israeliane hanno intensificato le restrizioni alla circolazione attorno a Nablus e alla città di Hebron, impedendo il movimento di centinaia di migliaia di palestinesi in entrata e in uscita dalle città di Nablus e Hebron.

Il 25 agosto, le forze israeliane hanno chiuso il cancello metallico installato all’ingresso occidentale di Husan (Betlemme), limitando il movimento di oltre 7.000 palestinesi.

Il 29 agosto, le forze israeliane hanno chiuso il cancello della Barriera di Al ‘Isawiya, situato sul lato della Barriera in Cisgiordania. Questo cancello è il principale punto di accesso per circa 100 palestinesi, costretti a fare deviazioni più lunghe e ostacolati nell’accedere ai propri mezzi di sussistenza e ai servizi.

Nella Striscia di Gaza, in almeno 25 casi, vicino alla recinzione perimetrale di Israele o al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto un “fuoco di avvertimento”. Durante questi episodi, due pescatori sono rimasti feriti, altri cinque sono stati arrestati e due pescherecci sono stati confiscati. In tre occasioni, le forze israeliane hanno spianato il terreno vicino alla recinzione perimetrale a est della città di Gaza, di Khan Younis e della zona centrale. Separatamente, quattro palestinesi sono stati arrestati dalle forze israeliane mentre tentavano di attraversare la recinzione per entrare in Israele.

10). Sempre nella Striscia di Gaza, il 25 agosto e il 1 settembre, centinaia di persone hanno partecipato a proteste vicino alla recinzione perimetrale israeliana con Gaza. I manifestanti hanno bruciato pneumatici e lanciato pietre contro i posti di osservazione israeliani, e le forze israeliane hanno sparato proiettili veri e lacrimogeni, provocando il ferimento di 18 palestinesi, tra cui quattro minori.

11). Il 1 settembre, la centrale elettrica di Gaza ha spento la sua quarta turbina, che era in funzione dal 1 agosto in seguito alla consegna di carburante da parte del governo del Qatar. In questo modo la produzione della centrale elettrica è stata ridotta da 95 a 65 megawatt. Nel mese di agosto, la fornitura giornaliera di energia elettrica ha raggiunto in media fino a 13 ore, rispetto alle 11 ore di media di luglio. Dal 1° settembre la riduzione della fornitura di energia elettrica sta sconvolgendo la vita quotidiana e la fornitura di servizi sanitari, idrici, igienici e igienico-sanitari.

Ultimi sviluppi (dopo il periodo di riferimento)

Questa sezione si basa sulle informazioni iniziali provenienti da diverse fonti. Ulteriori dettagli confermati saranno forniti nel prossimo rapporto.

– Il 5 settembre, nel Campo profughi di Nur Shams (Tulkarm), durante un’operazione di ricerca-arresto, si è verificato uno scontro a fuoco tra palestinesi e forze israeliane e un palestinese è stato ucciso.

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Note a piè di pagina

1 Vengono conteggiati separatamente i palestinesi uccisi o feriti da persone che non sono membri delle forze israeliane; ad esempio da civili israeliani o con razzi palestinesi che non hanno raggiunto il bersaglio, così come coloro la cui causa immediata di morte o l’identità dell’autore del reato rimangono controverse, poco chiare o sconosciute. In questo periodo di riferimento, un palestinese ucciso da un colono israeliano viene conteggiato separatamente.

2 Le vittime israeliane in questi rapporti includono persone ferite mentre correvano verso i rifugi durante gli attacchi missilistici palestinesi. I cittadini stranieri uccisi negli attacchi palestinesi e le persone la cui causa immediata di morte o l’identità dell’autore rimane controversa, poco chiara o sconosciuta, vengono conteggiati separatamente.

La protezione dei dati dei civili da parte dell’OCHA include gli episodi avvenuti al di fuori dei territori palestinesi occupati (oPt) solo se hanno coinvolto i residenti dei territori occupati come vittime o autori.

Il presente rapporto riflette le informazioni disponibili al momento della pubblicazione. I dati più aggiornati e ulteriori suddivisioni sono disponibili su ochaopt.org/data.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 8 – 21 agosto 2023

Versione Originale

1). In Cisgiordania, durante operazioni condotte da forze israeliane, alcune delle quali comportavano scontri a fuoco con palestinesi, sono rimasti uccisi sei palestinesi, compreso un minore (seguono dettagli).

Il 10 agosto, un’unità israeliana sotto copertura ha fatto irruzione nella città di Nablus, dove è seguito uno scontro a fuoco con palestinesi, uno dei quali, ventitreenne, è rimasto ucciso.

L’11 agosto, forze israeliane hanno fatto irruzione nel Campo profughi di Tulkarem ed hanno sparato, uccidendo un palestinese di 25 anni. Almeno altri tre sono rimasti feriti, di cui due colpiti da proiettili veri. Secondo un’Organizzazione per i diritti umani, l’uomo ucciso non era coinvolto nello scontro a fuoco tra forze israeliane e palestinesi.

Il 15 agosto, durante un’operazione di ricerca-arresto condotta nel Campo profughi di Aqabet Jaber Camp (Gerico), forze israeliane hanno sparato, uccidendo due palestinesi, tra cui un ragazzo di 16 anni. È stato segnalato uno scontro a fuoco tra forze israeliane e palestinesi che lanciavano pietre; un palestinese è stato arrestato.

Il 17 agosto, nella città di Jenin, un’unità israeliana sotto copertura ha fatto irruzione in un edificio residenziale e ha ucciso un palestinese che, secondo l’esercito israeliano, aveva sparato contro di loro. Durante il ritiro delle forze israeliane è stato segnalato uno scontro a fuoco: ne sono conseguiti due feriti, tra cui una passante che è stata colpita da proiettili veri; inoltre due palestinesi sono stati arrestati e un membro delle forze israeliane è stato ferito da un ordigno esplosivo artigianale.

Il 19 agosto, un palestinese di 20 anni è morto a causa delle ferite riportate il 16 agosto, nel Campo profughi di Balata (Nablus), dove era stato colpito durante un’operazione delle forze israeliane. Durante tale operazione aveva avuto luogo uno scontro a fuoco tra palestinesi e forze israeliane; queste ultime avevano danneggiato numerosi edifici. Inoltre altri cinque palestinesi erano rimasti feriti, compreso un minore.

Ad oggi, nel 2023, il numero (172) di palestinesi uccisi in Cisgiordania e in Israele da forze israeliane ha superato il numero totale di uccisi in tutto il 2022 (155); anno che aveva già visto il numero più alto di vittime in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, dal 2005.

2). Tre israeliani sono stati uccisi in due attacchi condotti a Nablus e Hebron (seguono dettagli).

Il 19 agosto, a Huwwara (Nablus), un padre e un figlio israeliani di Ashdod (Israele) sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco da un uomo, ritenuto palestinese, che è fuggito. Forze israeliane hanno arrestato il proprietario e due lavoratori dell’autolavaggio dove è avvenuto l’omicidio.

Il 21 agosto, in un attacco a fuoco lungo la strada 60 a sud della città di Hebron, palestinesi hanno sparato, uccidendo una donna israeliana e ferendo un colono israeliano. Gli autori del reato sono fuggiti.

Il 22 agosto, forze israeliane hanno arrestato nella città di Hebron due palestinesi sospettati di aver effettuato l’attacco a fuoco e il giorno successivo hanno effettuato un sopralluogo presso le loro case di famiglia; secondo quanto riferito, in preparazione della loro demolizione punitiva. In seguito ad entrambi gli episodi, forze israeliane hanno lanciato cacce all’uomo, chiudendo i checkpoint e gli ingressi delle città limitrofe (vedi sotto).

In un ulteriore episodio, avvenuto il 20 agosto, nei pressi del villaggio di Turmusa’yya (Ramallah), palestinesi hanno lanciato pietre contro un veicolo israeliano, ferendo un colono israeliano e poi appiccando il fuoco al suo veicolo. Ciò porta a 29 il numero di israeliani uccisi, finora nel 2023, da palestinesi (o in attacchi palestinesi) in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e in Israele (oltre a un cittadino straniero) rispetto a un totale di sei vittime registrato nello stesso periodo del 2022.

3). In Cisgiordania, durante il periodo in esame, sono stati feriti da forze israeliane 559 palestinesi (21 colpiti con proiettili veri), tra cui almeno 148 minori. La maggior parte dei feriti (192) sono stati segnalati durante una demolizione punitiva, durata più di sei ore, nel Campo profughi di Askar (Nablus), durante la quale le forze israeliane hanno utilizzato proiettili veri, proiettili metallici rivestiti di gomma e lacrimogeni, mentre i palestinesi hanno lanciato pietre. Altri 195 feriti si sono verificati nel corso di undici operazioni di ricerca-arresto e altre operazioni condotte da forze israeliane Cisgiordania, di cui due segnalate nel villaggio di Beita (Nablus) come parte di una vasta caccia all’uomo per i sospettati della sparatoria del 19 agosto a Huwwara. Durante una di queste operazioni, forze israeliane hanno sparato e ferito sei palestinesi con proiettili veri, compreso un palestinese colpito alla nuca mentre cercava di aiutare un’altra persona ferita. Secondo le autorità israeliane, su questa sparatoria è stata aperta un’indagine. In altri due episodi, forze israeliane hanno ferito 100 palestinesi, in seguito all’ingresso di coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, nel villaggio di Qaryut (Nablus) e nella Tomba di Giuseppe nella città di Nablus. Altri 69 feriti sono stati segnalati durante manifestazioni contro l’espansione degli insediamenti a Beit Dajan (Nablus) e le restrizioni di accesso causate dall’insediamento a Kafr Qaddum (Qalqilya). Altri due feriti palestinesi, tra cui un minore e un uomo con disabilità mentale, si sono verificati quando palestinesi hanno lanciato pietre contro forze israeliane posizionate a un checkpoint militare all’ingresso della città di Qalqilya; le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili di gomma e lacrimogeni. I restanti ferimenti sono stati riportati a Gerusalemme Est, dopo che forze israeliane hanno sparato e ferito alla testa, con proiettili veri, un ragazzo palestinese di 14 anni. Secondo le forze israeliane il ragazzo aveva lanciato una bottiglia incendiaria; questa accusa è stata contestata da fonti della Comunità locale. Complessivamente, 505 palestinesi sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno, 21 sono stati colpiti da proiettili veri, 14 sono stati feriti da proiettili di gomma, 14 da schegge, tre da bombolette di gas lacrimogeni e due sono stati aggrediti fisicamente. Dall’inizio dell’anno, in Cisgiordania, sono stati feriti, con armi da fuoco, da forze israeliane un totale di 705 palestinesi, quasi il doppio del numero registrato nello stesso periodo del 2022 (411).

4). In Cisgiordania quattro palestinesi sono stati feriti da coloni israeliani, e persone conosciute come coloni, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi in altri 19 casi. A ciò si aggiungono le vittime palestinesi delle forze israeliane nei suddetti episodi collegati a coloni, registrati a Nablus (seguono dettagli).

Il 21 agosto, un palestinese è rimasto ferito e il suo veicolo ha subito danni quando coloni israeliani hanno lanciato pietre nei pressi del villaggio di Halhul (Hebron). Lo stesso giorno, tre palestinesi sono rimasti feriti e i loro veicoli hanno subito danni quando coloni israeliani hanno lanciato pietre vicino al checkpoint di Beit El DCO, all’ingresso di Ramallah. Secondo fonti della Comunità, più di 40 alberi e alberelli sono stati vandalizzati durante il periodo in esame su terreni palestinesi prossimi agli insediamenti israeliani, in due casi, a Kafr ad Dik (Salfit) e Al Khadr (Betlemme). Dieci casi registrati a Kisan (Betlemme), Rujeib, Khirbet Tana e Burin (tutti a Nablus), Al Jwaya (Hebron), Farkha (Salfit) e Al Farisiya-Nab’a al Ghazal (Tubas), includevano casi di coloni che, introdottisi nelle Comunità, causavano danni a strutture agricole, colture, muri in pietra, reti idriche e serbatoi d’acqua, oltre al ferimento di bestiame. In altri sei episodi, coloni israeliani hanno lanciato pietre e hanno danneggiato sei veicoli palestinesi.

5). Nel governatorato di Ramallah le autorità israeliane hanno demolito una scuola finanziata da donatori (seguono dettagli). Il 17 agosto, le autorità israeliane hanno demolito una scuola finanziata da donatori e frequentata da studenti della Comunità di pastori sfollati di Ein Samiya (Ramallah). La scuola ospitava 17 bambini, di età compresa tra i sei e i 12 anni, della Comunità di Ein Samiya. All’inizio di maggio, i membri della Comunità, composta da 132 persone, tra cui 68 minori, si sono trasferiti in aree in cui, secondo quanto riferito, si sentivano più sicure, citando la violenza dei coloni come motivo principale della loro partenza. Dal 2010, nell’Area C della Cisgiordania e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno effettuato 41 demolizioni/confische contro 22 scuole.

6). Oltre alla scuola di cui sopra, a Gerusalemme Est e nell’Area C della Cisgiordania le autorità israeliane, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, che sono quasi impossibile da ottenere, hanno demolito, confiscato o costretto le persone a demolire altre 33 strutture, comprese dieci case. Di conseguenza, 22 palestinesi, tra cui dieci minori, sono stati sfollati e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di oltre 100 altri.

Tre delle strutture colpite erano state fornite da donatori in risposta a precedenti demolizioni avvenute nella Comunità di Isteih (Gerico) e nella Comunità di Humsa Al Farsheh (Nablus). Ventinove (29) delle strutture interessate sono state demolite in Area C, comprese quattro strutture demolite a Ein Shibli (Nablus), situate in una area dichiarata da Israele riserva naturale, dove la costruzione palestinese è vietata.

Altre due strutture sono state demolite nella Comunità di Humsa Al Farsheh (Nablus) situata in un’area chiusa per scopi di addestramento militare (“zona di fuoco”), dove è vietata la costruzione palestinese. Questa designazione si applica a circa il 18% del territorio della Cisgiordania, principalmente nella Valle del Giordano.

Altre quattro strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, provocando lo sfollamento di due famiglie, composte da nove persone, tra cui tre minori. Due delle strutture demolite a Gerusalemme Est sono state distrutte dai proprietari per evitare il pagamento di multe alle autorità israeliane.

7). L’8 agosto, forze israeliane hanno fatto irruzione nel Campo profughi di Askar (Nablus), in area B, e hanno demolito per motivi punitivi la casa di famiglia di un uomo accusato di aver ucciso due coloni israeliani nel febbraio 2023. Una famiglia composta da quattro persone, tra cui una minore, è stata sfollata. Durante la demolizione durata più di sei ore, un totale di 197 palestinesi sono rimasti feriti, tra cui 75 minori, ad opera delle forze israeliane; vedere i dettagli sopra. Dall’inizio del 2023, 16 case e una struttura agricola sono state demolite per motivi punitivi, rispetto a 14 strutture demolite in tutto il 2022 e tre nel 2021. Le demolizioni punitive sono una forma di punizione collettiva e come tali sono illegali secondo il diritto internazionale.

8). Forze israeliane hanno limitato il movimento in varie località della Cisgiordania, impedendo l’accesso di migliaia di palestinesi ai mezzi di sussistenza e ai servizi (seguono dettagli).

In seguito agli attacchi a fuoco in cui sono rimasti uccisi tre israeliani, forze israeliane hanno lanciato una caccia all’uomo, comprese frequenti operazioni notturne di ricerca-arresto, ed hanno costituito checkpoint volanti a tutti gli ingressi/uscite delle città di Nablus e Hebron e dei villaggi circostanti, ostacolando il movimento dei palestinesi per almeno tre giorni. L’ingresso al villaggio di Yanun (Nablus) è stato tenuto rigorosamente chiuso per un totale di cinque giorni, senza che quasi nessuno potesse uscire. Le eccezioni erano riservate a studenti e insegnanti, i quali hanno dovuto, comunque, affrontare ritardi significativi. In due occasioni, i militari hanno consentito ai residenti, attraverso il coordinamento e per tempi limitati, l’accesso ai mercati per l’acquisto di medicinali essenziali, cibo e foraggio.

Il 9 agosto, forze israeliane hanno installato tre nuovi cancelli stradali nell’area di Al Marba’a, sulla strada che porta ai villaggi di Tell, Burin e Madama (tutti a Nablus), e hanno posizionato blocchi di cemento all’ingresso di Burin e Madama, limitando gli spostamenti di oltre 11.000 palestinesi.

Dal 14 agosto, nella città di Hebron, forze israeliane hanno chiuso due cancelli stradali lungo la strada 60, per circa quattro ore al giorno, limitando l’accesso dei palestinesi alla città di Hebron.

9). Nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale di Israele o al largo della costa, in almeno otto casi, forze israeliane hanno aperto il “fuoco di avvertimento”. Durante questi episodi due pescatori, tra cui un minore, sono rimasti feriti e sono stati arrestati da forze navali israeliane, mentre la loro barca e le relative attrezzature sono state confiscate. Durante gli stessi episodi sono stati arrestati anche altri quattro pescatori.

10). Sempre nella Striscia di Gaza, il 21 agosto, in occasione del 54° anniversario dell’incendio della moschea di Al-Aqsa, palestinesi hanno manifestato lungo la recinzione perimetrale di Israele. Sono stati bruciati pneumatici e lanciate pietre e ordigni esplosivi verso la recinzione israeliana. Forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili di gomma e bombolette di gas lacrimogeno, ferendo 19 palestinesi, tra cui 12 minori.

Ultimi sviluppi

Questa sezione si basa sulle informazioni iniziali provenienti da diverse fonti. Ulteriori dettagli confermati saranno forniti nel prossimo rapporto.

– Il 22 agosto, ad Az Zababida (Jenin), durante un’operazione di ricerca-arresto, forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese di 17 anni.

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Note a piè di pagina

1- Vengono conteggiati separatamente i palestinesi uccisi o feriti da persone che non sono membri delle forze israeliane; ad esempio da civili israeliani o da lanci di razzi palestinesi non riusciti; così come coloro la cui causa immediata di morte o l’identità dell’autore del reato rimangono controverse, poco chiare o sconosciute. In questo periodo di riferimento, un palestinese ucciso da un colono israeliano viene conteggiato separatamente.

2- Le vittime israeliane in questi rapporti includono persone ferite mentre correvano verso i rifugi durante gli attacchi missilistici palestinesi. I cittadini stranieri uccisi negli attacchi palestinesi e le persone la cui causa immediata di morte o l’identità dell’autore rimane controversa, poco chiara o sconosciuta, vengono conteggiati separatamente.

La protezione dei dati dei civili da parte di OCHA include gli episodi avvenuti al di fuori dei territori palestinesi occupati (oPt) solo se hanno coinvolto i residenti dei territori occupati come vittime o autori.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it