Proseguono gli scioperi della fame dei prigionieri

Alessandra Mincone

20 giugno 2019, Nena News

Dalla prigione di Ashqelon a quella di Damon i detenuti palestinesi, uomini e donne, portano avanti questa forma di protesta che riesce a frenare abusi e restrizioni attuate dalle autorità carcerarie israeliane

Dopo sabato 15 giugno, quando le celle della prigione centrale di Ashqelon, “Shikma”, sono state prese d’assalto dalle guardie carcerarie, più di quaranta detenuti hanno minacciato uno sciopero della fame ottenendo che numerose rivendicazioni venissero poste all’attenzione delle autorità israeliane. Tra queste, si chiede di mettere fine alle aggressioni da parte delle guardie; l’accesso all’acqua calda; il recupero di beni fondamentali per i prigionieri come cibo, indumenti, carta, penne e libri; il diritto a ricevere visite di legali e familiari; la possibilità di usufruire di cabine telefoniche, di poter godere di tempi e spazi d’aria adeguati alla luce del sole e di eliminare i ripetitori delle frequenze per i telefoni cellulari (usati dalle guardie) dannosi per la salute. Inoltre di mettere fine alla pratica dei trasferimenti eseguite in veicoli militari chiamati “bosta”, una sorta di “bara” in cui i prigionieri viaggiano piegati in strette gabbie di metallo e incatenati  braccia e gambe, persino quelli in precarie condizioni di salute, per tragitti che durano anche tre giorni.

La Società Palestinese dei Detenuti ha riscontrato un primo esito positivo dalla discussione con l’amministrazione carceraria, tanto da affermare che con lo sciopero ad Ashqelon è stato ottenuto un trattamento sanitario per quattro prigionieri gravemente malati e, inoltre, si consentirà il ritorno di un altro prigioniero a Shikma entro il 1 luglio.

Lo scorso aprile, circa 400 prigionieri avevano aderito ad uno sciopero della fame a tempo indeterminato al grido della parola “dignità”. Una protesta che nonostante abbia fallito nella trattativa con le istituzioni carcerarie, è comunque riuscita ad allargarsi ai centri di detenzione di massima sicurezza di Gilboa, Megiddo, Eshel, Ofer, Nafha e Ramon; questi ultimi due edifici formano un’unica prigione che si trova nell’area desertica a sud-est della Palestina. Nafha, denunciato come uno dei carceri più duri e severi attivo dagli anni ottanta, fu progettato per imprigionare i leader delle proteste palestinesi al fine di isolarli. I palestinesi affermano che vi vengono praticate “forme di tortura” con le quali i reclusi sono gradualmente “spinti verso la morte”. Mentre il complesso di Ramon, edificio più recente, proprio lo scorso 17 giugno è stato teatro di tensioni a causa di agguati e saccheggi da parte delle guardie penitenziarie.

Nelle prigioni israeliane la pratica dello sciopero della fame rappresenta storicamente un modello di lotta con cui i palestinesi hanno provato a contrastare l’abuso di potere esercitato quotidianamente dalle guardie. È l’esempio della prigione di Ramleh, dove nel 1953 furono imprigionati i primi palestinesi, e nel 1968 si assisté ai due primi scioperi della fame a causa degli abusi fisici, dell’esposizione costante alla pioggia e per ottenere quaderni, penne e libri nelle celle. Riguardo invece la prigione Shikma di Ashqelon, essa è conosciuta come una delle più dure sin dagli anni Settanta. Se inizialmente una parte dell’edificio di Ashqelon fu strutturato solo come centro per gli interrogatori ai detenuti (tutt’ora in vigore), in seguito fu furono costruite aree murate per imprigionare chi si opponeva all’occupazione israeliana delle terre palestinesi.

Proprio ad Ashqelon alcune indagini portate avanti da gruppi israeliani per i diritti umani – quali B’Tselem e HaMoked – dimostrano che le dinamiche di umiliazione così come i trattamenti degradanti hanno inizio proprio dalla fase dell’interrogatorio dei prigionieri: deprivazione del sonno e dei servizi igienici, isolamento ed esposizione a temperature estreme, minacce, violenze di vario genere, negazione a consultare degli assistenti legali. Tecniche che secondo Noga Kadman di B’Tslem sono orchestrate dall’intelligence israeliana, dagli uffici delle Procure e dall’intero apparato statale, con il beneplacito consenso addirittura dell’Autorità Nazionale Palestinese, al fine di estorcere delle dichiarazioni dall’interrogato completamente manovrate e distorte. Le due organizzazioni hanno congiuntamente scritto che: “hanno tutti contribuito a diversi aspetti di trattamenti abusivi, crudeli, disumani e degradanti subiti dai detenuti palestinesi a Shikma e in altri centri di detenzione”.

L’associazione per i diritti umani e il supporto ai prigionieri palestinesi, mostra sul proprio sito alcuni dati aggiornati fino a Maggio 2019. Sono 5350 i prigionieri politici nelle carceri israeliane, di cui 480 in “detenzione amministrativa” – ossia, reclusi senza processo e quindi formalmente senza aver commesso alcun reato e senza il diritto all’assistenza legale; mentre 210 sono i minori, di cui 26 al di sotto dei 16 anni.

Dal 1967 le forze israeliane hanno arrestato più di 50.000 bambini e giovanissimi. Dallo scoppio della Seconda Intifada, nell’anno 2000, sono stati imprigionati circa 16.500 bambini con un aumento vertiginoso degli arresti nel 2011. Le accuse di provocazione per il lancio di pietre contro i militari e i più recenti aquiloni incendiari (da Gaza verso il territorio meridionale israeliano), hanno prodotto pesanti abusi delle autorità israeliane contro i diritti di ragazzi e giovani a cui viene negata la libertà e possibilità a livello scolastico e sanitario.

Dal malcontento dei prigionieri e delle prigioniere, sottolinea la Rete di Solidarietà dei detenuti politici palestinesi Samidoun, si può sperare nel successo delle lotte avviate. In un comunicato dove si congratula per le proteste di Ashqelon, la Rete coglie l’occasione per lanciare un appello delle prigioniere palestinesi in vista del prossimo sciopero della fame collettivo, proclamato per il 1 luglio nel carcere di Damon. Nena News

“Canterò nella cella della mia prigione

nella stalla

sotto la sferza

tra i ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me milioni di usignoli

per cantare la mia canzone di lotta.”

Mahmoud Darwish




Come Israele è stato assolto per le violazioni dei diritti delle donne palestinesi

Yara Hawari

8 marzo 2019, Al Jazeera

Dagli accordi di Oslo sono stati fatti sistematici tentativi di de-politicizzare l’attivismo per i diritti delle donne in Palestina

Benché la Giornata Internazionale della Donna abbia le proprie radici nei movimenti di base rivoluzionari e anti-capitalisti delle donne, nel Sud del mondo la sua celebrazione è appannaggio di settori dell’ONU e delle Ong. L’occasione è spesso sfruttata per rafforzare certe narrazioni di sviluppo dei diritti delle donne e per raccogliere fondi per i progetti.

In Palestina quest’anno le agenzie ONU, varie organizzazioni internazionali e Ong locali hanno lanciato una campagna durata una settimana chiamata “I miei diritti, il nostro potere”, intesa a “sensibilizzare sui diritti umani fondamentali delle donne” e in particolare sulla violenza domestica. Si è concentrata su cinque aree di interesse: il diritto ad una vita senza violenza, il diritto ad avere giustizia, il diritto a chiedere aiuto, il diritto a pari opportunità e il diritto alla libertà di scelta.

Tuttavia nel messaggio della campagna gli organizzatori hanno fatto una palese omissione: non hanno menzionato l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza come il principale fattore che contribuisce alle violazioni dei diritti commesse contro le donne palestinesi. Le parole “occupazione” o “Israele” non si trovano da nessuna parte nel comunicato stampa e nei materiali della campagna.

Quindi, dovremmo credere che le donne palestinesi siano in grado di ottenere giustizia e una vita libera dalla violenza nel contesto di un continuo progetto israeliano di pulizia etnica e di cancellazione di una cultura?

Chiaramente questa omissione non è un errore o una svista, ma riflette piuttosto una tendenza evidente nel discorso della comunità internazionale di aiuti e donatori che parla di “problemi” e “barriere” nel campo dei diritti delle donne come se tutto ciò avvenisse in un vuoto politico.

In Palestina questa tendenza si è acuita dopo gli accordi di pace di Oslo, che sono serviti da catalizzatore della de-politicizzazione della Palestina. Venticinque anni fa Oslo introdusse una nuova cornice per la “pace” e la “costruzione dello Stato”, che non solo ha danneggiato il progetto di liberazione dei palestinesi, ma ha anche innescato una fondamentale trasformazione della società civile palestinese.

In base a questa nuova cornice, l’aiuto internazionale è stato convogliato in Palestina e utilizzato per de-politicizzare sistematicamente la società civile, rendendola dipendente da finanziamenti esterni e obbligandola a seguire l’agenda dei donatori stranieri.

Mentre questo processo di “ong-izzazione” ha smobilitato molti gruppi all’interno della società palestinese, le donne sono risultate particolarmente colpite. Anche le tendenze patriarcali all’interno delle istituzioni palestinesi hanno contribuito al processo di esclusione delle donne dalla sfera pubblica, compresa quella politica.

La de-politicizzazione delle donne è particolarmente evidente nell’uso del lessico successivo a Oslo sui diritti delle donne in Palestina. Le agenzie ONU e altre organizzazioni internazionali hanno intenzionalmente attribuito una definizione limitata a molti dei concetti riguardanti i diritti umani e l’attivismo. Un esempio è il termine “empowerment” [emancipazione, autoaffermazione, ndt.], che in apparenza sembra rivoluzionario, ma nel contesto dei progetti guidati dalle Ong e nel dibattito pubblico è quasi sempre limitato alla sfera socio-economica.

In pratica, il settore delle Ong non parla mai di emancipazione politica delle donne palestinesi, che potrebbe rafforzare la loro capacità di resistere alla violenza di genere e colonialista israeliana.

Dalla sua fondazione nel 1948 il regime israeliano ha costantemente e sistematicamente utilizzato l’oppressione di genere contro le donne palestinesi, in particolare contro quelle attive in politica.

La sua strategia include maltrattamenti, minacce di violenza e incarcerazione – quest’ultima è il modo più efficace di punire la politicizzazione.

Le donne palestinesi che sfidano attivamente l’occupazione israeliana e rifiutano di essere cooptate dal sistema politico ufficiale palestinese creato agli accordi di Oslo, come la deputata Khalida Jarrar [membro del parlamento dell’ANP e del gruppo della resistenza marxista FPLP, ndt.], che è stata in carcere per 20 mesi senza processo, e la poetessa Dareen Tartour, condannata a cinque mesi di prigione per aver scritto una poesia, sono presto diventate bersagli delle forze di sicurezza israeliane.

Gli interrogatori da parte di soldati o forze di sicurezza israeliani spesso includono molestie sessuali o minacce di violenza sessuale per fare pressione sulle donne e ragazze affinché firmino confessioni o diano informazioni.

Lo scorso anno un video filtrato clandestinamente ha mostrato l’adolescente palestinese Ahed Tamimi, arrestata per aver preso a schiaffi un soldato israeliano, sottoposta a maltrattamenti durante un interrogatorio.

Sfortunatamente le violazioni dei diritti delle donne palestinesi sono state accettate come una cosa della vita e quelli che dovrebbero garantire che questi diritti vengano rispettati sono diventati complici proprio delle loro violazioni.

Mentre le donne palestinesi dovrebbero essere messe nelle condizioni di combattere il patriarcato interno, soprattutto nella sfera privata, è indubitabile che la violenza di genere è intrinsecamente legata al regime israeliano che controlla la maggior parte degli aspetti della vita palestinese.

La comprensione del ruolo distruttivo che il colonialismo di insediamento israeliano gioca nelle vite delle donne palestinesi non assolve comunque la società palestinese nel suo complesso per il suo ruolo nell’oppressione delle donne.

L’incapacità a riconoscere come le strutture del potere colonialista e patriarcale si sovrappongano e siano al contempo complici nella persecuzione di donne e uomini palestinesi ha notevolmente limitato il progresso dei diritti delle donne in Palestina. In questo contesto faremmo bene a ricordarci che il femminismo radicale è stato fondato da donne di colore che hanno imposto una comprensione articolata e ricca di sfumature dell’oppressione femminile che è insita nel colonialismo, nelle strutture della gerarchia razziale, nella classe e nel capitalismo. È solo con questa consapevolezza in mente che possiamo sperare di smantellare l’oppressione delle donne in Palestina e nel resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Yara Hawari è l’esperta di politica palestinese di Al-Shabaka, la rete politica palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Khalida Jarrar lascia il carcere israeliano con “messaggi di libertà”

Tamara Nassar

2 marzo 2019, Electronic Intifada

Giovedì Israele ha rilasciato la parlamentare [del Consiglio Legislativo Palestinese dell’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] di sinistra Khalida Jarrar, dopo averla tenuta in carcere senza accuse né processo per 20 mesi.

È stata portata via da casa sua il 2 luglio 2017 durante un’incursione prima dell’alba nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

Israele ha incarcerato Jarrar molte volte.

“Hanno detto alla mia famiglia che sarei stata rilasciata a mezzogiorno al checkpoint militare di al-Jalameh, ma l’autorità penitenziaria ha fatto arrivare un bosta speciale e ha deciso di portarmi al checkpoint di Salem e di rilasciarmi al mattino presto”, ha detto Jarrar in un video.

Bosta è il nome di un veicolo usato per trasferire i prigionieri in piccole gabbie di metallo con braccia e gambe incatenate, spesso per lunghe ore – una crudele forma di violenza.

“Hanno rilasciato la mamma molto presto al mattino e in un luogo diverso e l’hanno lasciata a camminare da sola in mezzo al nulla. A dispetto dei tentativi di Israele di disturbare la festa [per accogliere il suo rilascio], la mamma è libera!”, ha detto sui social media la figlia di Jarrar, Yafa, secondo quanto riportato dall’associazione per i diritti dei prigionieri “Samidoun”.

Dopo il suo rilascio Khalida Jarrar ha fatto visita alla tomba del padre.

“ In definitiva, ci auguriamo il rilascio di tutti i prigionieri e portiamo i loro messaggi di libertà”, ha aggiunto Jarrar.

Le condizioni dei prigionieri

La parlamentare ha sottolineato “le difficili condizioni in cui vivono le donne detenute, soprattutto dopo che sono state raggruppate e trasferite dal carcere HaSharon a quello di Damon, dove vivono in condizioni disumane.”

La commissione per i prigionieri dell’Autorità Nazionale Palestinese ha dichiarato che le autorità penitenziarie israeliane distribuivano alle detenute di Damon cibo avariato e scaduto.

Ha aggiunto che vi sono ancora telecamere di sorveglianza installate nel cortile, che costringono le donne a indossare l’hijab – il velo sul capo – anche dentro le loro stanze.

Intanto i palestinesi delle prigioni israeliane nella regione del Naqab (Negev) nel sud di Israele stanno sciogliendo le organizzazioni dei prigionieri per protesta contro le repressioni delle autorità carcerarie israeliane.

Le donne palestinesi detenute nel carcere di HaSharon hanno contestato la decisione delle autorità di installare a settembre telecamere di sorveglianza nel cortile del carcere, rifiutandosi di andare in cortile.

Secondo The Times of Israel, Jarrar ha parlato del piano di peggiorare le condizioni dei palestinesi nelle prigioni israeliane e riportare il loro livello di vita al “minimo indispensabile” , annunciato il mese scorso, del ministro israeliano per la Pubblica Sicurezza Gilad Erdan.

Erdan fa parte di una commissione composta da diversi membri del parlamento israeliano, come anche lo Shin Bet [servizio di sicurezza interno, ndtr.], che stabilisce le condizioni dei prigionieri palestinesi ed impone loro ulteriori restrizioni.

“Parte dell’attacco è stato contro le donne detenute”, ha detto Jarrar alla rete televisiva Wattan dopo il suo rilascio. “Stanno cercando di ridurre le detenute in una situazione in cui ricomincino la loro lotta dal punto di partenza.”

“Le celle sono molto umide, le installazioni elettriche sono pericolose perché sono bagnate, soprattutto d’inverno, e questo provoca incendi”, ha detto Jarrar. “Il cortile è pieno di telecamere. Non abbiamo una biblioteca, non abbiamo un’aula scolastica. Non esiste cucina e le detenute sono costrette a cucinare nelle loro umide celle.”

Erdan ha annunciato il blocco dei fondi destinati dall’Autorità Nazionale Palestinese ai servizi per i detenuti, riducendo la loro autonomia e limitando le forniture d’acqua.

Secondo Haaretz, ha sostenuto che il consumo d’acqua dei prigionieri è “folle” ed è un loro modo “di sovvertire lo Stato”.

Il quotidiano non ha specificato quanta acqua si presume consumino i prigionieri palestinesi.

Citati in un rapporto del governo

Allo scopo di screditare e diffamare il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni [contro Israele] (BDS) per i diritti dei palestinesi, il governo israeliano il mese scorso ha pubblicato un rapporto intitolato “Terroristi in giacca: i legami tra le ONG che promuovono il BDS e le organizzazioni terroriste”.

Il rapporto definisce Jarrar, che fa parte del consiglio direttivo dell’associazione “Addameer” per i diritti dei prigionieri, come una dei “numerosi membri e agenti terroristi che sono diventati figure dirigenti in organizzazioni non governative che delegittimano e promuovono boicottaggi contro Israele, mentre nascondono o minimizzano il loro passato di terroristi.”

È da notare che Israele non ha mai formulato accuse contro Jarrar negli scorsi 20 mesi, nonostante sostenga che lei abbia legami “col terrorismo”.

Jarrar è membro del Consiglio Legislativo Palestinese e ex leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Israele considera quella fazione politica, come praticamente tutti gli altri partiti politici palestinesi, un’organizzazione “terroristica”. Attualmente ci sono otto parlamentari palestinesi nelle carceri israeliane, cinque dei quali in detenzione amministrativa [cioè senza accuse e senza processo, ndtr.].

Anche l’artista palestinese Mustapha Awad è citato nel rapporto.

E’ in carcere da luglio e a novembre è stato condannato ad una pena di un anno in una prigione israeliana.

Awad, che ha 36 anni, è nato nel campo profughi di Ein al-Hilweh in Libano e a 20 anni ha ottenuto asilo in Belgio.

Come molti rifugiati palestinesi, Awad non era mai stato in Palestina e ha deciso di visitarla la scorsa estate, ma è stato arrestato dalle autorità israeliane quando ha cercato di entrare nella Cisgiordania occupata dalla Giordania, e da allora è in carcere.

Israele accusa Awad, che è co-fondatore di un gruppo di danza popolare, di appartenere al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

L’Egitto rilascia membri di Hamas

Giovedì le autorità egiziane hanno rilasciato quattro membri di Hamas, che erano stati rapiti da uomini armati in Egitto nell’agosto 2015, e altri quattro palestinesi della Striscia di Gaza.

I membri di Hamas Abdeldayim Abu Libdah, Abdullah Abu al-Jubain, Hussein al-Zibdah e Yasir Zannoun sono arrivati attraverso il valico di Rafah nella Striscia di Gaza accompagnati dal membro dell’ufficio politico di Hamas Rawhi Mushtaha.

Il leader di Hamas Ismail Haniyeh, che era tornato nella Striscia il giorno prima, avrebbe ringraziato le autorità egiziane per aver rilasciato gli uomini.

I quattro membri di Hamas sono stati rapiti da uomini mascherati dopo essere entrati in Egitto da Gaza attraverso il valico di Rafah e si trovavano su un autobus diretto all’aeroporto internazionale del Cairo quando è avvenuto il rapimento.

L’Egitto non ha mai ammesso ufficialmente di detenerli in carcere.

Tamara Nassar è assistente di redazione di ‘The Electronic Intifada’

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




La strategia anti-BDS di Israele alimenta miti e falsità

Mohammad Makram Balawi

Middle East Monitor15 Febbraio, 2019

Il ministero degli Affari Strategici israeliano ha pubblicato un rapporto dal titolo Terrorists in Suits: The Ties Between NGOs promoting BDS and Terrorist Organizations [Terroristi in cravatta: i legami tra ONG pro-BDS e organizzazioni terroristiche]. L’inchiesta ha i toni del melodramma, specialmente quando raffigura immagini di attivisti pro-BDS affisse su una bacheca in sughero e collegate le une alle altre da tratti rossi, come in una scena di un film giallo.

L’uomo dietro l’inchiesta è il ministro per la Pubblica Sicurezza e degli Affari Strategici Gilad Erdan; senza dubbio ha una fervida immaginazione. Un guazzabuglio di nomi, luoghi, date, eventi, assemblee e immagini mischiati insieme per presentare uno scenario che si presume dissuada la gente dall’appoggiare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni e spazzi via tutti i crimini di Israele nei confronti del popolo palestinese. Così facendo, non fa che spacciare miti e falsità.

Nel rapporto si asserisce che tutti gli attivisti pro-Palestina e a favore della giustizia che vi sono menzionati non siano in realtà ciò che sembrano. Viene ad esempio citata una descrizione fatta dalla Corte Suprema di Israele nel 2007 a proposito di Shawan Jabarin, direttore generale della Al-Haq Foundation, una delle più antiche organizzazioni per i diritti umani della Cisgiordania, come di una personalità alla “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”. Per “rilevanti questioni di sicurezza”, il tribunale ha appoggiato la decisione dell’esercito di vietargli di lasciare il Paese. Anche la vicedirettrice dell’organizzazione per i diritti Addameer, Khalida Jarrar, è stata descritta in modo analogo; dal 2017 si trova in stato di detenzione amministrativa per il suo ruolo come importante membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) e per le sue presunte attività terroristiche. La detenzione amministrativa consente a Israele di mantenere persone – guarda caso sempre palestinesi – dietro le sbarre senza alcuna accusa né processo, per periodi di sei mesi rinnovabili.

Una sezione del rapporto punta a presentare un atto di pirateria in mare aperto come una sorta di gesto eroico contro il terrorismo, ovvero quando nel 2010 le truppe israeliane attaccarono la Mavi Marmara, un’imbarcazione battente bandiera turca che faceva parte di un convoglio di navi che portava aiuti umanitari nella Striscia di Gaza assediata. In acque internazionali e nell’assoluto disprezzo del diritto internazionale e della vita umana, gli israeliani sequestrarono il convoglio e uccisero nove attivisti turchi: İbrahim Bilgen, Çetin Topçuoğlu, Furkan Doğan, Cengiz Akyüz, Ali Heyder Bengi, Cevdet Kılıçlar, Cengiz Songür, Fahri Yaldız, Necdet Yıldırım. Un decimo, Ugur Suleyman Soylemez, fu così gravemente ferito da morire dopo un coma di quattro anni. Israele alla fine ha accettato di pagare un risarcimento di più di 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. I propagandisti israeliani al servizio del ministro Erdan sono ancora oggi impegnati a infangare l’immagine dei martiri e distorcere la realtà riguardo l’accaduto. Difatti, chiunque abbia mai avuto un qualsiasi legame con la Mavi Marmara e il suo convoglio viene ancora accusato di “terrorismo”, compreso l’allora capo della Campagna Britannica di Solidarietà per la Palestina Sarah Colborne, Ismail Patel dell’associazione Amici di Al-Aqsa e i leader palestinesi esiliati Muhammad Sawalha e Zaher Birawi.

Le accuse contro tali attivisti includono: apparire su canali televisivi di Al-Aqsa, di proprietà di Hamas; incoraggiare le flottiglie di liberazione a rompere l’assedio di Gaza; chiedere la fine della vendita di armi ad Israele e organizzare manifestazioni in favore del legittimo diritto al ritorno dei palestinesi e le proteste nell’ambito della Grande Marcia del Ritorno. Secondo il rapporto di Erdan, sarebbe già sufficiente andare a Gaza per offrire supporto umanitario e morale ai palestinesi, o descrivere Israele come uno Stato di apartheid, per essere additati come terroristi, nonostante Israele rientri perfettamente nei criteri per essere definita tale.

In tutto il testo di Terroristi in cravatta… c’è uno sfrontato disprezzo per il diritto internazionale, per le risoluzioni dell’ONU e anche per il puro e semplice buonsenso, e rispecchia lo spregio che Israele mostra nei confronti di quelle leggi e convenzioni mirate a proteggere chi è più vulnerabile e a offrire loro giustizia. In nessun punto del testo pare che i suoi autori siano anche solo lontanamente consapevoli della brutale occupazione militare di Israele, a cui sono asserviti i tribunali del Paese e le sue agenzie di sicurezza. Il rapporto cita infatti sentenze e inchieste di Shin Bet, l’agenzia per la sicurezza interna, come se fossero documenti indipendenti e completamente imparziali, cosa del tutto irragionevole. Qualsiasi opposizione o resistenza all’occupazione illegale e belligerante viene classificata come terrorismo, e guai a chi la pensi diversamente.

Secondo Erdan e il suo staff, nessuno è immune a tali gravi accuse, siano essi organizzazioni di società civile, fazioni di palestinesi, intellettuali o attivisti. L’inchiesta sostiene che 42 fra le principali ONG su quasi 300 organizzazioni internazionali promuovano la “delegittimazione di Israele” e la campagna BDS contro lo Stato sionista. Anche solo questo, insiste il reportage, è ragione sufficiente per classificarli come “terroristi” e per screditarli, insieme al loro considerevole lavoro. Tale attivismo, agli occhi del ministero degli Affari Strategici, sarebbe accettabile solo quando ciò avvantaggia Israele, altrimenti è bollato come “terrorismo”.

Esattamente come quando il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, in seguito agli eventi dell’11 settembre, affermò che “chiunque non è con noi è con i terroristi”, non viene lasciato alcuno spazio alla via di mezzo, nonostante sia perfettamente ragionevole essere sia contro gli Stati Uniti che anche contro il terrorismo. Israele ha adottato la stessa filosofia, per cui o sei pro-Israele o sei un terrorista, non si può essere a favore della giustizia se quella giustizia va a vantaggio delle popolazioni della Palestina occupata.

Quando, mi chiedo, Israele e i suoi sostenitori si accorgeranno che l’attivismo a favore della giustizia e pro-Palestina non sono un problema, bensì che è l’occupazione israeliana a costituire il nocciolo della questione?

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Maria Monno)




Un rapporto riservato dell’UE denuncia l’ ‘apartheid’ giuridico in Cisgiordania

El País

Gerusalemme – 1 febbraio 2019

I rappresentanti europei sostengono che Israele sottopone i palestinesi a una “sistematica discriminazione”

L’adolescente Ahed Tamimi, icona della resistenza palestinese, è stata condannata a otto mesi di carcere per aver schiaffeggiato nel 2017 un militare israeliano nella sua casa di Nabi Saleh, a nord di Ramallah, capitale amministrativa della Cisgiordania. Il soldato Elor Azaria è rimasto dietro le sbarre per 14 mesi dopo essere stato condannato da un consiglio di guerra per aver giustiziato un aggressore palestinese a terra gravemente ferito nella città di Hebron (sud della Cisgiordania) nel 2016. Dopo mezzo secolo di occupazione i rappresentanti diplomatici dei 28 Paesi dell’UE constatano la “sistematica discriminazione giuridica” di cui sono vittime i palestinesi in Cisgiordania. In un rapporto riservato rivolto ai responsabili del Servizio Esteri a Bruxelles e al quale “El País” ha avuto accesso, gli ambasciatori a Gerusalemme est e a Ramallah chiedono che Israele riformi la giustizia militare per “garantire un processo e una sentenza equi in base alle leggi internazionali.”

I diplomatici che firmano il documento rappresentano governi che spesso divergono apertamente in merito al conflitto israelo-palestinese, che però concordano nel descrivere il modo di funzionare concreto dell’occupazione israeliana in Cisgiordania come un “regime duale”. Benché non figuri nel testo l’espressione apartheid giuridico, il suo contenuto dà conto di una giustizia segregata. “Il rapporto è una cartografia della situazione dei diritti nella cosiddetta Area C, sotto totale controllo israeliano e che rappresenta il 60% del territorio occupato, con una serie di raccomandazioni rivolte a Bruxelles sostenute da tutti i capi missione,” precisa una fonte europea a Gerusalemme.

Ai palestinesi vengono applicati la legge marziale e i regolamenti stabiliti da un dipartimento del ministero della Difesa, e sono sottoposti ai tribunali militari di “Giudea e Samaria”, denominazione biblica coniata in Israele per definire il territorio della Cisgiordania. Questi organi esecutivi e giudiziari si basano anche su norme ereditate dai precedenti poteri coloniali o amministrativi. Ci sono ancora in vigore leggi ottomane (per esempio per confiscare terre palestinesi apparentemente non coltivate), britanniche (per operare detenzioni amministrative, senza imputazioni e a tempo indefinito, che ora colpiscono circa 440 prigionieri) e persino giordane, quelle dell’amministrazione presente sul territorio fino al 1967, quando Israele occupò i territori palestinesi dopo la guerra dei Sei Giorni. Secondo il rapporto annuale dei tribunali militari israeliani del 2011, l’ultimo disponibile, i palestinesi sottoposti a processo penale sotto l’occupazione hanno una percentuale di condanne del 99,74%.

Documento riservato

Questo documento riservato dell’UE, con data 31 luglio scorso e che deve ancora essere preso in considerazione a Bruxelles, esamima la “la realtà di un’occupazione quasi permanente.” In Cisgiordania più di 2,5 milioni di palestinesi si vedono “privati dei loro diritti civili fondamentali” e devono far fronte a “numerose restrizioni della loro libertà di movimento.” Oltretutto da cinquant’anni l’economia palestinese è soggetta a un “sostanziale sottosviluppo”.

I rappresentanti diplomatici europei concordano nel difendere la soluzione dei due Stati come il percorso migliore verso una pace regionale. Riconoscono anche di comune accordo che lo sforzo della UE per “il processo di creazione di istituzioni statali e di sviluppo di un’economia palestinese sostenibile,” come prevedono gli accordi di Oslo del 1993, è compromesso dalle limitazioni giuridiche descritte nel rapporto, che tra i suoi destinatari ha anche i governi dei 28 Stati membri.

I 400.000 coloni ebrei che si sono stabiliti in Cisgiordania sono sottoposti solo alle leggi israeliane, in base ad uno status personale ed extraterritoriale. I 300.000 palestinesi che risiedono nell’Area C devono rispondere a una legislazione penale molto più rigida. Un colono deve comparire davanti a un giudice civile israeliano entro 24 ore, mentre un palestinese può essere portato davanti a una corte militare fino a 96 ore dopo.

I palestinesi vengono discriminati anche in materia di libertà civili, come quella d’espressione e di riunione, o di diritti urbanistici di edificazione. Le riunioni di più di 10 persone devono avere il permesso del comandante militare, che di rado lo concede. La pena per aver violato il divieto arriva fino a 10 anni di carcere. “Anche la riunificazione familiare, in particolare quando uno dei membri della famiglia ha doppia cittadinanza, palestinese e di un Paese europeo, viene resa difficile dalle autorità israeliane,” sottolinea la fonte europea consultata.

Tra il 2010 e il 2014 è stato concesso solo l’1,5% delle richieste di licenza edilizia presentate dai palestinesi nell’Area C della Cisgiordania. Di conseguenza più di 12.000 costruzioni sono state demolite in quanto accusate di essere illegali dagli amministratori militari dell’occupazione. L’Ue ha finanziato direttamente 126 progetti urbanistici palestinesi nell’Area C, dei quali sono 5 sono stati approvati da Israele.

I palestinesi della Cisgiordania sono soggetti a meccanismi (legali) sui quali non hanno nessun diritto di rappresentanza”, puntualizza il documento riservato europeo, “dato che i militari israeliani sono un’entità esterna che risponde solo a un governo straniero.” Nel giugno dell’anno scorso circa 6.000 palestinesi (di cui 350 erano minorenni, come Ahed Tamini) si trovavano rinchiusi in carceri situate in territorio israeliano come “prigionieri per questioni di sicurezza”, chiamati così perché si tratta di casi di “violenza di origine nazionalista.”

Diplomatici a Gerusalemme e a Ramallah

Il rapporto dei diplomatici dell’UE a Gerusalemme e Ramallah ritiene che Israele violi la legislazione internazionale per il fatto di spostare prigionieri e detenuti fuori dalla Cisgiordania, e nel contempo rende difficile il diritto di visita dei familiari.

Per delitti identici commessi nello stesso territorio esistono due diversi parametri giuridici. Le inchieste della polizia israeliana del “distretto di Giudea e Samaria” portano ad accuse formali contro coloni ebrei sono nell’8% dei casi di attacchi contro palestinesi o danni alle loro proprietà.

Secondo il giornale [israeliano] “Haaretz” il numero di “delitti dovuti al nazionalismo” commessi da abitanti delle colonie contro i palestinesi in Cisgiordania è aumentato di tre volte l’anno scorso, quando si sono registrati 482 incidenti di questo tipo, rispetto al 2017, durante il quale se ne sono contati 140. Nei due anni precedenti si era determinata una riduzione di questi attacchi in seguito alle conseguenze prodotte nel 2015 dalla morte di un bambino di 18 mesi, bruciato vivo, e dei suoi genitori in seguito a un attacco a Duma, località che si trova a nordest di Ramallah. Due giovani coloni sono in attesa di giudizio per questo attentato incendiario.

Il presidente Abbas volta le spalle alla società civile palestinese

Il rapporto dei capi missione europei presso l’Autorità Nazionale Palestinese che si trovano a Gerusalemme e a Ramallah è critico anche nei confronti del governo del presidente Mahmoud Abbas, che riceve dalla UE aiuti finanziari essenziali per la sua sopravvivenza. La politicizzazione del sistema giudiziario, gli arresti arbitrari (anche di giornalisti), gli abusi e le torture nei centri di detenzione e l’uso sproporzionato della forza contro manifestanti pacifici, tra le altre azioni del governo palestinese, ricevono le critiche del rapporto diplomatico dell’Unione. Il rais Abbas non è sottoposto a controllo parlamentare ed emana leggi attraverso decreti su una società civile molto giovane, ma limitata dall’egemonia del dirigente ottuagenario.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Cosa c’è dietro la repressione contro i prigionieri palestinesi?

Yara Hawari

venerdì 25 gennaio 2019, Middle East Eye

L’amara ironia è che i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza vivono già in una prigione a cielo aperto

Questa settimana le guardie della prigione militare israeliana di Ofer hanno messo in atto pesanti attacchi contro i prigionieri palestinesi.

Le celle sono state messe a soqquadro, effetti personali sono stati distrutti e sono state effettuate perquisizioni corporali invasive. Per molti prigionieri l’aspetto peggiore è stato la confisca di foto, lettere e semplici doni dei membri della famiglia raccolti nel corso degli anni – un’ancora di salvezza per quanti devono scontare decenni di carcere.

I prigionieri sono stati anche obbligati a togliersi i vestiti e ad attendere l’ispezione all’aperto con un freddo intenso.

Non si tratta di nuove tecniche o tattiche, ma piuttosto di quelle che vengono utilizzate periodicamente come forma di punizione collettiva contro i prigionieri palestinesi.

Punizione collettiva.

L’ultima repressione nel carcere di Ofer si è scontrata con la resistenza collettiva dei prigionieri, che si sono rifiutati di collaborare con le forze israeliane. In seguito a ciò, sono stati attaccati con lacrimogeni, taser, pestaggi, cani poliziotto e persino proiettili di acciaio ricoperti di gomma sparati da breve distanza.

Più di 150 hanno dovuto ricevere cure mediche, sei prigionieri hanno subito fratture e più di 40 sono stati feriti alla testa. Molti hanno patito per le gravi conseguenze dell’inalazione di gas lacrimogeni in seguito al fatto che sono stati lanciati candelotti lacrimogeni nelle celle chiuse.

Di conseguenza “Addameer”, l’associazione per il sostegno e i diritti umani dei prigionieri, ha emesso un comunicato in cui chiede al Comitato Internazionale della Croce Rossa di avviare un’inchiesta su queste “gravissime violazioni” delle leggi internazionali e di fornire protezione ai prigionieri palestinesi.

In risposta a queste azioni e in solidarietà con i prigionieri sono state organizzate manifestazioni sia a Ramallah [in Cisgiordania, ndtr.] che ad Haifa [in Israele, ndtr.]. Durante quest’ultima dimostrazione due attivisti palestinesi sono stati arrestati dalla polizia israeliana.

Torture e maltrattamenti

In effetti nella società palestinese il problema dei prigionieri è importante, e colpisce molte persone. Dal 1967 il 40% della popolazione maschile adulta in Cisgiordania e a Gaza – ossia circa 800.000 persone – è stato sottoposto a una qualche forma di detenzione da parte di Israele. 

La maggior parte delle comunità e delle famiglie è intimamente consapevole di cosa significhi avere un proprio caro in prigione. Attualmente, secondo i dati di “Addameer”, ci sono 5.500 prigionieri politici palestinesi.

Il sistema carcerario dell’esercito israeliano destinato specificamente ai palestinesi dei territori occupati nel 1967 è ingiusto e viola le leggi internazionali. I prigionieri sono sottoposti a torture, molestie sessuali, prolungati periodi in isolamento – a volte per un tempo fino a 10 anni – cure mediche inadeguate e condizioni di vita inumane, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, con la negazione dei diritti fondamentali dei detenuti.

Un altro meccanismo utilizzato dal regime israeliano è la detenzione amministrativa, che consente di trattenere i detenuti a tempo indeterminato senza un’imputazione o un processo. La detenzione più lunga di questo tipo è durata otto anni.

Tutto il sistema è essenzialmente destinato a sconvolgere e punire la società palestinese, con una percentuale del 99% di sentenze a lunghe pene detentive.

Violenza di genere

Anche nella prigione di Damon le prigioniere hanno dovuto affrontare la repressione. All’insaputa dei più fuori e dentro la Palestina, lo scorso mese il gruppo di detenute palestinesi (54 persone) è stato spostato dal carcere di Hasharon a quello di Damon, una struttura nei pressi di Haifa. Le condizioni sono significativamente peggiorate, con celle sovraffollate e docce all’esterno e al freddo, e a molte sono stati negati gli effetti personali che avevano nella prigione precedente.

La violenza di genere di Israele contro le detenute è ben documentata da ong e gruppi per i diritti umani palestinesi. Le strategie utilizzate contro di loro includono minacce, molestie sessuali, negazione di assorbenti igienici e umiliazioni generalizzate.

Israele è probabilmente l’unico Paese al mondo che processa metodicamente minorenni nel sistema dei tribunali militari. Migliaia di minori palestinesi sono stati arrestati e giudicati dai tribunali militari durante gli ultimi due decenni.

L’amara ironia è che i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza vivono già in una prigione a cielo aperto. Il loro movimento è limitato a determinate aree e sono costantemente sotto sorveglianza. Praticamente ogni aspetto della loro vita è controllato da Israele, mentre il sistema di incarcerazione continua a violare impunemente le leggi internazionali.

Yara Hawari è esperta di politica palestinese per “Al-Shabaka, The Palestinian Policy Network.” In possesso di un dottorato in politica del Medio Oriente all’università di Exeter, scrive spesso per diversi organi di informazione.

Le opinioni espresse in questo articolo impegnano solamente l’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché Israele ha paura di Khalida Jarrar?

Ramzy Baroud

8 novembre, Nena News 

da Dissident Voice

Roma, 8 novembre 2018, Nena News – Quando, il 2 aprile 2015, i soldati israeliani fecero irruzione in casa di Khalida Jarrar, parlamentare e avvocato palestinese, lei era assorta nella sua ricerca. Da mesi, Jarrar guidava l’iniziativa palestinese volta a portare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale (ICC). La sua ricerca, proprio quella sera, verteva su quel genere di condotta secondo cui un gruppo di soldati può ammanettare una rispettabile intellettuale palestinese e mandarla in galera senza processo, e non è considerato responsabile di tale azione.

Venne rilasciata nel giugno del 2016, dopo aver passato oltre un anno in prigione, solo per essere nuovamente arrestata il 2 luglio 2017. Si trova tutt’ora in un carcere israeliano.

 Il 28 ottobre di quest’anno, la sua “detenzione amministrativa” è stata rinnovata per la quarta volta.

Ci sono migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, la maggior parte dei quali detenuti al di fuori dei Territori Palestinesi Occupati, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Peraltro, circa 500 palestinesi rientrano in una diversa categoria, visto che sono detenuti senza processo per periodi di sei mesi che vengono rinnovati, a volte a tempo indeterminato, dai tribunali israeliani senza alcuna motivazione legale. Jarrar è una di questi detenuti. Non implora la libertà ai suoi carcerieri. Anzi, è impegnata a istruire le sue compagne prigioniere sulla legislazione internazionale, dando lezioni e rilasciando al mondo esterno dichiarazioni che rispecchiano non solo la sua mente raffinata, ma anche la sua risolutezza e forza di carattere.

Jarrar è inarrestabile. Nonostante le sue precarie condizioni di salute, – ha avuto più infarti ischemici, soffre di ipercolesterolemia ed è stata ricoverata a causa di una grave emorragia da epistassi – la dedizione alla causa della suo popolo non si è in alcun modo indebolita, né ha mai ha vacillato.

L’avvocato palestinese cinquantacinquenne ha sostenuto un discorso politico che è sostanzialmente inesistente nella faida in corso tra la fazione di maggioranza dell’Autorità Palestinese, Fatah, in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza sotto assedio.

Come membro del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC) e membro attivo all’interno del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), Jarrar sostiene un tipo di politica non disconnessa dalla gente e, soprattutto, dalle donne, che rappresenta con forza e senza compromessi.

Secondo lei, nessun funzionario palestinese dovrebbe impegnarsi in alcuna forma di dialogo con Israele, perché tale coinvolgimento aiuta la legittimazione di uno Stato che si fonda sul genocidio e sulla pulizia etnica, e che sta tuttora compiendo vari tipi di crimini di guerra; proprio quei crimini che lei ha tentato di denunciare alla Corte Penale Internazionale.

Com’era prevedibile, Jarrar rifiuta il cosiddetto “processo di pace”, un’operazione inutile, priva di qualsiasi intenzione o meccanismo per “l’applicazione di risoluzioni internazionali relative alla causa palestinese e il riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi”. Va da sé che una donna con una posizione così sagace e decisa rifiuti fermamente il “coordinamento per la sicurezza” tra l’Autorità Palestinese e Israele, considerando tale iniziativa un tradimento della lotta e dei sacrifici del popolo palestinese.

Mentre i funzionari dell’Autorità Palestinese continuano a godere dei vantaggi della “leadership”, tentando disperatamente  di rianimare l’ormai deceduto dibattito politico su “processo di pace” e “soluzione dei due Stati”, Jarrar, una leader palestinese donna di autentica lungimiranza, sopravvive nel carcere di HaSharon. Lì, insieme a decine di altre donne palestinesi, sperimenta ogni giorno l’umiliazione, la negazione dei diritti e le varie tecniche israeliane volte a piegare la sua volontà.

Ma Jarrar è un’esperta di resistenza a Israele tanto quanto lo è nella sua conoscenza della legge e dei diritti umani.

Nell’agosto 2014, mentre Israele portava avanti uno dei suoi più atroci atti di genocidio a Gaza – uccidendo e ferendo migliaia di persone nell’operazione bellica chiamata “Margine Protettivo” – Jarrar ricevette una visita indesiderata da parte dei soldati israeliani. Pienamente consapevole del lavoro di Jarrar e della sua credibilità come avvocato palestinese di portata internazionale – è la rappresentante palestinese al Consiglio d’Europa – il governo israeliano scatenò la campagna di persecuzione contro di lei, finita con l’incarcerazione. I soldati le consegnarono un decreto militare che le ordinava di lasciare la sua casa ad al-Bireh, vicino a Ramallah, e trasferirsi a Gerico.

Fallito il tentativo di metterla a tacere, venne arrestata nell’aprile dell’anno successivo, dando inizio a un capitolo di sofferenza, ma anche di resistenza, che non è ancora finito. Quando l’esercito israeliano andò a prelevare Jarrar, la sua casa venne circondata da un numero spropositato di soldati, come se l’eloquente attivista palestinese fosse, per Israele, il più grande “pericolo per la sicurezza”.

La scena era piuttosto surreale, e rappresentativa della vera paura di Israele: paura di quei palestinesi, come Khalida Jarrar, capaci di trasmettere un messaggio chiaro, che smaschera Israele agli occhi del mondo. Ricordava la frase iniziale del romanzo di Franz Kafka, “Il Processo”: “Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato” (“Il Processo”, F. Kafka, trad. Primo Levi, Einaudi 1983, n.d.t.)

La detenzione amministrativa in Israele è la ricostruzione all’infinito di quella scena kafkiana. Joseph K. è Khalida Jarrar con le migliaia di altri palestinesi che stanno pagando per il semplice fatto di aver rivendicato i diritti e la libertà del loro popolo.

Sotto pressione internazionale, Israele fu costretta a processare Jarrar, sollevando contro di lei dodici capi d’accusa, tra cui l’aver visitato un detenuto liberato e aver partecipato a una fiera del libro. L’altro arresto e le quattro proroghe della sua detenzione sono dimostrazione non solo della mancanza di prove concrete contro di lei, ma anche del fallimento morale di Israele.

Ma perché Israele ha paura di Khalida Jarrar?

La verità è che Jarrar, come molte altre donne palestinesi, rappresenta l’antidoto alla narrativa israeliana preconfezionata che promuove inesorabilmente Israele come un’oasi di libertà, democrazia e diritti umani in contrapposizione a una società palestinese che, presumibilmente, sarebbe l’opposto. Jarrar, avvocato, attivista per i diritti umani, importante esponente politica e sostenitrice delle donne, con la sua eloquenza, il coraggio e la conoscenza profonda dei propri diritti e di quelli del suo popolo, demolisce il castello di bugie israeliano.

È la quintessenza del femminismo: ma il suo “essere femminista” non è mera identità politica, o un’ideologia di facciata che evoca diritti “vuoti” ad uso e consumo delle platee occidentali. Al contrario, Khalida Jarrar lotta per le donne palestinesi, per la loro libertà e il loro diritto a ricevere una formazione adeguata, a cercare opportunità di lavoro e a migliorare la propria vita mentre affrontano gli enormi ostacoli dell’occupazione militare, il carcere e la pressione sociale.

“Khalida” in arabo vuol dire “Immortale”, definizione che calza a pennello per un’autentica combattente, incarnazione dell’eredità di generazioni di grandi donne palestinesi, la cui “sumoud” – determinazione – sarà sempre d’esempio per un’intera nazione. Nena News

Ramzy Baroud, scrittore e giornalista, è l’autore di “The Second Palestinian Intifada: A Chronicle of a People’s Struggle” e del più recente “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”.

(traduzione di Elena Bellini)




Un ballerino palestinese proveniente dal Belgio incarcerato da Israele

Ali Abunimah

22 agosto 2018, The Electronic Intifada

C’è crescente preoccupazione in Belgio per un ballerino rifugiato palestinese che è stato arrestato dalle autorità israeliane quando un mese fa ha cercato di entrare nella Cisgiordania occupata dalla Giordania.

Mustapha Awad, nato nel campo profughi di Ein al-Hilweh in Libano, ha ottenuto lo status di rifugiato e la cittadinanza in Belgio.

Secondo il gruppo di solidarietà con i prigionieri “Samidoun”, per due settimane dopo il suo arresto ad Awad non è stato consentito di vedere un avvocato. Ha potuto solamente incontrare qualcuno del consolato belga l’8 agosto, dopo 20 giorni di interrogatorio.

Secondo “Samidoun”, Awad è comparso in tribunale il 16 agosto ed è stato poi riportato in un centro israeliano di interrogatori.

“Il mio cliente è stato arrestato ad un posto di frontiera con l’accusa di appartenere ad una organizzazione terroristica, cosa che lui nega assolutamente”, ha detto ai media l’avvocato belga di Awad venerdì scorso.

Awad, di 36 anni, è il cofondatore di “Raj’een”, un gruppo di danza popolare palestinese.

“Era la prima volta che andava in Palestina per visitare la terra dei suoi genitori. Non ha mai vissuto là”, ha aggiunto l’avvocato.

L’emittente pubblica belga RTBF ha citato rapporti dei media israeliani che sostengono che Awad è affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) [storico gruppo armato palestinese di tendenza marxista, ndtr.].

Israele considera quella fazione politica, insieme a quasi tutti gli altri partiti politici palestinesi, come organizzazione “terroristica”.

Secondo la RTBF, Awad deve comparire nuovamente davanti ad un giudice israeliano il 3 settembre.

Il ministero degli Esteri belga ha confermato l’arresto di Awad e ha detto che sta “seguendo la situazione”, ma non ha fornito altri dettagli.

Il caso di Awad ricorda quello di Salah Hamouri, un difensore dei diritti umani franco-palestinese, che è stato detenuto in Israele per un anno senza accuse né processo.

Il governo francese ha fatto poco per ottenere la libertà per Hamouri.

Gli attivisti in Belgio stanno promuovendo una campagna per la liberazione di Awad.

Una delegazione del Comitato per la liberazione di Mustapha Awad mercoledì è stata ricevuta dal ministero degli Esteri a Bruxelles.

Hanno anche lanciato una pagina Facebook e una petizione che chiede al governo belga di “assumersi le proprie responsabilità per tutelare i suoi cittadini contro arresti arbitrari ed ogni forma di tortura o trattamento inumano.”

Waed Tamimi condannato

Un tribunale militare israeliano ha condannato Waed Tamimi a 14 mesi di reclusione per aver tirato pietre contro un poliziotto di frontiera israeliano lo scorso anno, e per un fatto simile un anno prima.

Waed, di 21 anni, è il fratello di Ahed Tamimi, la ragazza recentemente rilasciata dopo otto mesi di prigione per aver spinto e schiaffeggiato un soldato israeliano all’interno della proprietà della famiglia nel villaggio di Nabi Saleh, nella Cisgiordania occupata.

Anche la madre dei due fratelli, Nariman, ha passato otto mesi in prigione per aver filmato l’incidente che ha coinvolto Ahed.

Come nel caso di Ahed, la condanna di Waed è stata l’esito di un patteggiamento in cui lui ha ammesso le accuse rivoltegli dalle forze di occupazione israeliane.

Il tribunale militare israeliano nega ai palestinesi le fondamentali garanzie di un giusto processo e di certezza del diritto e presenta un tasso di condanne quasi del 100%.

Il quotidiano israeliano “Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha riferito che “il tribunale ha rilevato che le pietre scagliate da Waed Tamimi ed altri hanno colpito un poliziotto di frontiera, che indossava un elmetto, alla testa e a un braccio, ferendolo”.

Mentre i palestinesi vengono sistematicamente accusati dalle autorità militari israeliane di rispondere agli attacchi delle forze di occupazione lanciando pietre, i soldati israeliani che feriscono, rendono disabili ed uccidono i palestinesi godono di una quasi totale impunità.

Waed vedrà riconosciuto il periodo passato in prigione da quando è stato prelevato in maggio al mattino presto durante un’incursione delle forze di occupazione.

Suo padre Bassem all’epoca ha scritto in un post su Facebook che, dopo che i soldati israeliani lo hanno picchiato e ferito durante l’arresto, Waed è stato portato in ospedale.

Giornalisti arrestati

Il 15 agosto anche nella Cisgiordania occupata le forze israeliane hanno arrestato Ali Dar Ali, un giornalista di “Palestine TV”, [la televisione] dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Le forze israeliane hanno arrestato Dar Ali durante un’incursione all’alba nella sua casa nel villaggio di Burham in Cisgiordania ed hanno confiscato il suo cellulare e il suo computer.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a ‘The Times of Israel’ che Dar Ali è stato arrestato per “istigazione”, in quanto ha filmato e trasmesso in streaming le forze israeliane mentre si accingevano a demolire una casa nel campo profughi di Amari, vicino a Ramallah.

Sherif Mansour, del Comitato di Protezione dei Giornalisti, ha affermato: “Israele utilizza ogni mezzo legale a sua disposizione, comprese accuse di istigazione, per eliminare le informazioni critiche sulle sue politiche ed attività in Cisgiordania e incarcera giornalisti come Ali Dar Ali.

Facciamo appello alle autorità israeliane perché rilascino immediatamente Ali Dar Ali e lo lascino lavorare liberamente.”

Il tribunale militare della prigione di Ofer, dove è incarcerato Dar Ali, ha prorogato varie volte la sua detenzione. Adesso è prevista fino al 4 settembre.

A giugno il parlamento israeliano ha iniziato a prendere in esame una legge che punirebbe con fino a 10 anni di prigione chi filma o registra soldati israeliani e ne pubblica il contenuto.

“Reporters senza Frontiere ha chiesto di respingere la legge, definendola parte dell’inasprimento della repressione su giornalisti e difensori dei diritti umani che documentano gli abusi contro i palestinesi.

L’incarcerazione di Dar Ali è l’ultimo di una serie di arresti israeliani di giornalisti palestinesi.

Le forze di occupazione israeliane il 30 giugno hanno arrestato quattro giornalisti in Cisgiordania, tre dei quali sono stati rilasciati su cauzione.

Ma domenica un tribunale militare israeliano ha bloccato il rilascio del quarto, Ala al-Rimawi, su richiesta del procuratore militare.

In una dichiarazione rilasciata attraverso il suo avvocato, al-Rimawi ha detto che la campagna israeliana di arresti ha lo scopo di spaventare ed intimidire i giornalisti palestinesi perché non facciano il loro lavoro e non raccontino la realtà.

Al-Rimawi ha detto che dal suo interrogatorio era evidente che le autorità israeliane ritengono che termini usati dai giornalisti, come “martire”, “occupazione”, “scontro” e “tenacia”, costituiscano istigazione [alla violenza].

Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, attualmente sono detenuti da Israele 18 giornalisti palestinesi.

Solidarietà con lo sciopero delle prigioni

I prigionieri e gli ex prigionieri palestinesi affiliati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina hanno inviato un messaggio di solidarietà ai lavoratori incarcerati negli Stati Uniti, che hanno indetto uno sciopero nazionale il 21 agosto.

Lo sciopero delle prigioni del 2018 è la risposta ad un incidente avvenuto in aprile in cui numerosi prigionieri sono morti nella Carolina del sud.

“Sette compagni hanno perso la vita quando gli agenti penitenziari li hanno respinti durante una rivolta che avevano provocato”, hanno affermato gli organizzatori dello sciopero. “Chiediamo condizioni di vita umane, l’accesso alla riabilitazione, la riforma del sistema di condanne e la fine della schiavitù dei nostri giorni.”

Ci sono più di due milioni di persone nelle carceri americane, un aumento del 500% negli ultimi 40 anni, che non è collegato all’andamento della criminalità.

Le politiche di incarcerazione di massa che arricchiscono le imprese carcerarie private prendono di mira in modo sproporzionato i poveri e le persone di colore, in particolare i neri.

“Oggi i lavoratori delle carceri sono tra i lavoratori più sfruttati negli Stati Uniti e la stessa classe dominante che trae profitti dalla confisca della terra e dalle risorse palestinesi e dai bombardamenti sui bambini in Yemen, trae profitti anche dal lavoro forzato dei prigionieri”, affermano i prigionieri palestinesi.

“La vostra lotta è una lotta di lavoratori che fa parte del nostro conflitto mondiale contro il brutale sfruttamento che i nostri popoli oggi subiscono.”

Alì Abunimah

Cofondatore di The Electronic Intifada ed autore di ‘The battle for justice in Palestine’ [La lotta per la giustizia in Palestina], in uscita da Haymarket Books.

Ha scritto anche ‘One country: A bold-proposal to end the Israeli-Palestinian impasse’ [Un Paese: un’audace proposta per porre fine all’empasse tra israeliani e palestinesi] .

Le opinioni sono esclusivamente mie.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Quel boato? È la Palestina che scatena uno tsunami legale contro i crimini di guerra israeliani

Victor Kattan

25 maggio 2018, Haaretz

La Palestina è decisa a far cadere su Israele tutto il peso delle leggi internazionali. E sta cominciando adesso.

Questa volta il governo di Benjamin Netanyahu potrebbe essere andato troppo in là nella difesa delle azioni delle sue forze armate a Gaza. Ciò potrebbe portare al fatto che Israele sia obbligato a difendere le proprie azioni davanti a una corte di diritto internazionale.

L’affermazione del ministro della Difesa Avigdor Lieberman secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza”, dove più di 60 palestinesi sono stati uccisi durante manifestazioni il 14 maggio, non poteva essere ignorata dalla dirigenza palestinese. Secondo il rapporto presentato dalla Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI), le persone colpite da cecchini e dal fuoco dell’artiglieria comprendono sei minori, un amputato alle due gambe, un infermiere e 11 giornalisti.

Se teniamo conto della decisione del presidente USA Donald Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme – che in sé è stata una flagrante violazione delle leggi internazionali – nello stesso giorno in cui ha avuto luogo la sparatoria, la dirigenza palestinese ha capito di dover prendere l’iniziativa, almeno per conservare la propria credibilità agli occhi del suo stesso popolo.

Supportato dai festeggiamenti che hanno accompagnato la decisione di Trump sull’ambasciata, il primo ministro Benjamin Netanyahu sembra aver trascurato, o non avere preso sul serio, importanti iniziative diplomatiche palestinesi negli ultimi mesi che, prese insieme, potrebbero aver rovinato la festa.

Nel settembre 2017 la Palestina ha aderito all’Interpol, l’organizzazione internazionale di polizia; in aprile ha presentato una denuncia contro Israele per aver violato i suoi impegni in base alla “Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale”; e proprio la settimana scorsa il Consiglio ONU sui Diritti Umani ha deciso di inviare una commissione di inchiesta, appoggiata da quasi tutti i membri del Consiglio tranne gli USA e l’Australia, per indagare sull’uccisione di palestinesi sul confine di Gaza da parte di Israele.

Ora il ministro degli Esteri della Palestina Riyad al-Maliki ha presentato un ricorso su propria iniziativa alla Corte Penale Internazionale in cui si chiede alla procuratrice Fatou Bensouda di aprire un’indagine sui crimini commessi sul territorio dello Stato di Palestina.

La dirigenza palestinese potrebbe prendere ulteriori passi presso altre corti e tribunali internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia, chiedendo all’Assemblea Generale dell’ONU di fare richiesta di un parere consultivo a quella corte, se facendolo vi vedesse un beneficio politico.

Benché Israele non riconosca lo Stato di Palestina, oltre 130 Stati lo fanno. Dato che Israele sta occupando il territorio di uno Stato membro, in linea di principio la CPI ha giurisdizione in materia.

Il ricorso su propria iniziativa è stato presentato alla procuratrice Bensouda da funzionari del ministero degli Affari Esteri della Palestina. Lo Stato di Palestina ha goduto dello status di Paese osservatore nell’Assemblea Generale dell’ONU dal 29 novembre 2012, ed ha ratificato o aderito a numerosi trattati – compreso lo Statuto di Roma che ha creato la CPI.

Gli USA, per favorire Israele, potrebbero rendere questo ricorso alle leggi internazionali disagevole per i palestinesi. Nel 2015 il congresso USA ha approvato l’“Omnibus Appropriations Act” [“Legge per la Raccolta dei Finanziamenti”, ndt.] per impedire il trasferimento di un sostegno economico all’Autorità Nazionale Palestinese se questa avesse avviato “un’inchiesta giuridicamente autorizzata della Corte Penale Internazionale o avesse attivamente sostenuto un simile inchiesta, che sottoponga cittadini israeliani a un’inchiesta per presunti crimini contro i palestinesi.”

Ovviamente i consiglieri giuridici della Palestina potrebbero sostenere di non aver iniziato loro, ma solo richiesto, l’apertura di un’inchiesta: solo il procuratore può avviare un’inchiesta.

Ma comunque l’amministrazione Trump ha già tagliato gli aiuti all’UNRWA, l’agenzia ONU incaricata di occuparsi dei rifugiati palestinesi, e ha tentato di chiudere la missione diplomatica della Palestina a Washington. Queste azioni hanno eliminato gli incentivi ed i privilegi economici che il presidente Obama, e le precedenti amministrazioni USA, avevano concesso alla dirigenza palestinese.

Finora questi benefici sembravano aver evitato che la dirigenza palestinese presentasse le proprie richieste contro Israele di fronte a corti e tribunali internazionali. La minaccia di ulteriori tagli all’Autorità Nazionale Palestinese evidentemente non ha dissuaso la leadership palestinese dal prendere questa iniziativa, che potrebbe indicare che essa ha trovato altri finanziatori che la tengono a galla.

La decisione di presentare un ricorso su propria iniziativa alla CPI è significativa perché mette pressione sulla procura affinché velocizzi il terzo esame preliminare che sta già svolgendo sulla Palestina.

Questa indagine è stata aperta quando la Palestina ha aderito alla Corte nel gennaio 2015 ed attualmente è nella fase 2 di un processo in 4 fasi. (La fase 1 consiste in una valutazione informativa; la 2 si concentra sulla giurisdizione; la 3 sulla potenziale ammissibilità dei casi; la 4 esamina l’interesse della giustizia).

Il testo del ricorso della Palestina alla CPI indica che, da quando nel gennaio 2015 la Palestina ha aderito alla Corte, il ministro degli Affari Esteri della Palestina ed i suoi giuristi dell’Aia hanno inviato all’ufficio del procuratore tre comunicazioni, un’osservazione e 25 successivi rapporti mensili.

Il ricorso “chiede alla procura di indagare, in base alla giurisdizione temporale della Corte, crimini precedenti, in corso e futuri che ricadono sotto la giurisdizione della Corte, commessi in ogni parte del territorio dello Stato di Palestina.” Il ricorso chiarisce che “lo Stato di Palestina comprende i territori palestinesi occupati dal 1967 da Israele, come definiti dalla linea dell’armistizio del 1949, e include la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza.”

Nella sua dichiarazione sul ricorso, l’ufficio di Bensouda ha spiegato che ciò non porta automaticamente all’apertura di un’inchiesta.” Deve ancora completare le 4 fasi di esame preliminare.

Al momento tutti i ricorsi su propria iniziativa alla CPI sono stati presentati da Paesi africani, compresi la Repubblica centro-africana (due volte), la Repubblica Democratica del Congo, le Comore, il Gabon, il Mali e l’Uganda. L’attenzione esclusiva della Corte sul continente è stato argomento di critiche, anche se John Dugard, uno dei legali che questa settimana hanno accompagnato il ministro degli Esteri palestinese alla CPI, giustamente ha sostenuto che sono gli stessi Stati africani che hanno presentato questi ricorsi.

La Palestina è stato il primo Stato non africano a presentare un ricorso su propria iniziativa ed il secondo a prevedere accuse di crimini commessi da Israele.

Il primo venne fatto dalle Comore nel 2013 riguardo a presunti crimini commessi da Israele sulla nave Mavi Marmara, una nave passeggeri con bandiera delle Comore che nel 2010 portava pacifisti verso Gaza [10 passeggeri turchi vennero uccisi durante l’attacco israeliano in acque internazionali, ndt.]. Nonostante due ricorsi, in quel caso il procuratore decise di non aprire un’inchiesta e chiuse la sua inchiesta preliminare.

Non ci sono ragioni per cui il fatto di non essere arrivati a un processo riguardo alla Mavi Marmara possa impedire al procuratore di valutare con cura le denunce palestinesi di crimini commessi nello Stato di Palestina.

È vero, la procura potrebbe avere difficoltà a raccogliere prove, in quanto Israele difficilmente collaborerà, e non è obbligato a collaborare in quanto Israele non è uno Stato membro del Trattato di Roma. Tuttavia, come ben chiarisce il ricorso, i crimini commessi da Israele a Gerusalemme est, in Cisgiordania e a Gaza “sono tra i più ampiamente documentati nella storia contemporanea.”

Questi presunti crimini includono la politica di colonizzazione di Israele, che viola direttamente lo Statuto di Roma ed è stata una delle ragioni per cui Israele non l’ha firmato nel 1998. Secondo il ricorso palestinese, come documentato dall’Ufficio Statistico Centrale di Israele, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima c’è stato un aumento del 70% delle costruzioni di colonie tra l’aprile 2016 e il marzo 2017.

Il ricorso sostiene anche che l’esercito israeliano e i coloni hanno ucciso o ferito oltre 1.100 minori palestinesi nel solo 2017. Si riferisce alle uccisioni a Gaza del 14 maggio, alla demolizione di case a partire dal 2016, alla distruzione ed appropriazione di proprietà, alla detenzione illegittima, compresi 700 palestinesi tenuti in detenzione amministrativa che viene rinnovata indefinitamente, senza imputazioni o processo, sulla base di prove “segrete” tenute nascoste ai detenuti ed ai loro avvocati. Altre accuse, precisate in precedenti comunicazioni, osservazioni e rapporti mensili inviati all’ufficio della procura non sono state rese note.

Dei sei Stati che finora hanno fatto ricorso su propria iniziativa alla CPI, la procura ha aperto inchieste su cinque di essi: la Repubblica centro-africana (due volte), il Congo, il Mali e l’Uganda. Un altro (relativo al Gabon) è ancora nella fase 2. Rifiutando di aprire un’indagine sulla flottiglia di Gaza, la procura ha considerato i presunti crimini “non di una gravità sufficiente”. Ma è improbabile che questo argomento impedisca alla procura di indagare su presunti crimini di Israele in Cisgiordania e a Gaza, che sembrano essere molti gravi.

Se la prassi precedente insegna qualcosa, pare ci sia una notevole probabilità che la procura apra questa inchiesta sul caso palestinese. I ricorsi su propria iniziativa si sono conclusi con un processo e con arresti nei casi relativi alla Repubblica centro-africana, al Congo e all’Uganda, dove ordini di arresto sono stati emanati nel 2005 contro membri dell’Esercito di Liberazione del Signore [gruppo di guerriglia con connotazioni religiose responsabile di molte atrocità, ndt.]. I sospettati sono rimasti alla macchia per un decennio finché uno di loro, Dominic Ongwen, si è consegnato alla CPI. Il suo processo è in corso.

Il ricorso della Palestina alla CPI non rende pubblici i nomi delle persone accusate di aver commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Palestina, ma è probabile che comprendano autorità ai più alti livelli dello Stato, compresi politici e membri delle forze armate. 

Benché gli ingranaggi della giustizia internazionale siano lenti, sono stati messi in movimento. È solo questione di tempo, finché la procura dovrà decidere se aprire un’inchiesta. Se decidesse che ci sono informazioni sufficienti per acconsentire all’apertura di un’indagine, è probabile che chieda la presenza di persone che vorrebbe interrogare e indagare perché implicate nella perpetrazione di crimini, perché testimoni di questi crimini, oppure perché ne sono stati essi stessi vittime.

Resta da vedere se Netanyahu sarà ancora il primo ministro di Israele quando, e se, il procuratore decidesse di aprire un’inchiesta. Nel frattempo Netanyahu non solo si deve preoccupare dei suoi problemi legali in patria [per accuse di corruzione, ndt.], ma anche di potenziali problemi legali all’estero, che potrebbero sorgere in un futuro non molto lontano.

Per il momento potrebbe essere al sicuro – dato che gode di immunità da procedimenti penali in base alle leggi consuetudinarie internazionali in quanto capo del governo israeliano. Israele non fa parte dello Statuto di Roma e potrebbe sostenere che non è vincolato alle norme dello Statuto che tolgono l’immunità ai capi di Stato per crimini che ricadono sotto di esso. I giuristi della Palestina potrebbero sostenere al contrario che i capi di Stato non godono di immunità se sono responsabili di aver commesso crimini in base allo Statuto di Roma. Potrebbero affermare che le disposizioni dello Statuto che prevedono l’esclusione dell’immunità dei capi di Stato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità riflettono le leggi internazionali consuetudinarie, che sono vincolanti per ogni Stato, compreso Israele, anche se Israele non ha ratificato lo Statuto.

In base alle leggi internazionali membri dell’esercito israeliano di rango inferiore ed ex-autorità di governo non sarebbero tuttavia immuni dalla giurisdizione penale. Se la CPI emanasse un mandato, qualunque Stato che faccia parte dello Statuto di Roma potrebbe applicare quel mandato agli israeliani menzionati se visitassero il loro territorio.

Come potrebbe proteggerli Israele? Potrebbe conferire lo status diplomatico a ex-ufficiali offrendo loro posizioni di ambasciatore in Stati che non sono parti in causa o promuovere funzionari a importanti posizioni nel governo.

In un caso tristemente noto, il Regno Unito fornì all’ex ministra israeliana Tzipi Livni [denunciata da uno studio legale di Londra per crimini durante l’operazione militare “Piombo fuso” contro Gaza nel 2008-09, ndt.] un’immunità per una “missione speciale”, addirittura una provvisoria competenza giurisdizionale, benché non avesse più un incarico di governo.

Dato che 123 Stati fanno parte dello Statuto di Roma, compresa la Palestina, importanti autorità israeliane potenzialmente implicate in crimini di guerra a Gaza o nell’attività di colonizzazione di Israele dovranno presumibilmente pianificare con cautela le proprie vacanze. E se i calcoli politici e legali in patria diventassero sfavorevoli, Netanyahu potrebbe unirsi a questo gruppo maledetto.

L’unica soddisfazione che questi funzionari israeliani potrebbero allora trovare è che un’indagine della CPI potrebbe probabilmente prendere di mira anche Hamas, date le sue azioni durante l’operazione “Margine protettivo” nel 2014. A differenza dei funzionari israeliani, i membri di Hamas, compresi i suoi principali dirigenti, non godono di immunità, e sarebbero un obiettivo molto più facile per la Corte.

Victor Kattan è ricercatore senior all’Istituto per il Medio Oriente dell’università nazionale di Singapore (NUS) e ricercatore associato alla facoltà di diritto nella NUS.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Con un eccesso di falsità, funzionari israeliani affermano che il quindicenne Mohammad non è stato colpito alla testa da un proiettile

Jonathan Ofir

27 febbraio 2018,Mondoweiss

L’esercito israeliano sta utilizzando ogni mezzo per vendicarsi dei Tamimi [la famiglia palestinese che guida la resistenza popolare nel suo villaggio, ndt.] e di Nabi Saleh per la loro resilienza e resistenza, incarnata da Ahed Tamimi, la ragazzina imprigionata per aver preso a schiaffi un soldato.

Ieri mattina, prima dell’alba, soldati israeliani hanno fatto un’incursione nel villaggio occupato di Nabi Saleh ed hanno arrestato dieci membri della famiglia estesa dei Tamimi – la metà dei quali minori.

Le forze [israeliane] hanno anche utilizzato quello che è noto come “skunk water” [lett. acqua della puzzola, liquido maledorante, ndt.], come si può vedere in un video del giornalista locale Bilal Tamimi (fornito da +972 Magazine) – che è apparentemente destinato al “controllo della folla”, solo che [nel video] non c’è nessuna folla. L’esercito israeliano sta usando il liquido puzzolente, spruzzato da un blindato, per punire collettivamente i palestinesi, come già documentato in passato, cospargendo case e scuole.

Tra gli arrestati durante l’incursione notturna c’era il quindicenne Mohammed Tamimi, che era stato colpito alla testa a distanza ravvicinata da un proiettile ricoperto di gomma, appena prima dei famosi schiaffi di Ahed circa due mesi e mezzo fa. Mohammed era stato in coma farmacologico e gli è stata rimossa una parte del cranio, il che lo ha lasciato deforme. La sua situazione è particolarmente delicata, e c’è da chiedersi perché non sia stato risparmiato dalla violenza durante l’incursione notturna. Poche ore dopo l’arresto ed un interrogatorio relativamente breve è stato rilasciato.

Ed ecco stamattina la “notizia”.

Il generale Yoav Mordechai, il Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT), ha sostenuto in un post su Facebook che Mohammad non è stato colpito da un proiettile, ma piuttosto è caduto dalla sua bicicletta. Mordechai è la più alta autorità diretta dell’occupazione israeliana e sulla pagina Facebook ufficiale del COGAT in arabo ha scritto questo:

Una cultura di menzogne e di incitamento alla violenza continua per i giovani e gli adulti della famiglia Tamimi”.

Il post è stato segnato con un timbro rosso che diceva “notizia falsa” in arabo.

Nel suo post Haaretz ha informato, e si è stupito di come fosse possibile, che l’affermazione di Mordechai è stata contraddetta da “documenti medici, resoconti di testimoni e da immagini della pallottola rimossa dalla sua testa ottenute da Haaretz”. Inoltre persino la risposta ufficiale dell’esercito ad Haaretz è sembrata contraddire la sicurezza di Mordechai: vengono citate fonti militari che hanno affermato che “Tamimi è stato interrogato dalla polizia, e loro non possono confermare l’origine della sua ferita.”

Chi conosce la cultura dell’interrogatorio nell’apparato di sicurezza israeliano quando si tratta di palestinesi non si stupisce. Gli investigatori israeliani possono estorcere praticamente tutto quello che vogliono dai palestinesi, soprattutto se minori, ed è così che l’esercito può vantare un sorprendente tasso di condanne del 99,74%. Spesso i ragazzini sono obbligati a firmare documenti in ebraico, che non sanno neanche leggere, e durante questi interrogatori gli viene negata in modo praticamente sistematico la presenza di familiari o di un avvocato.

Da qui le affermazioni di Mordechai di aver ottenuto da Mohammed una “confessione”. E cosa ne dicono gli abitanti di Nabi Saleh? Sostengono che Mohammed “ha detto alla polizia di essersi ferito in un incidente in bicicletta e non dall’esercito israeliano per essere rilasciato dopo essere stato arrestato,” e che “aveva paura e temeva che se avesse detto di essere stato colpito da una pallottola, ci sarebbero state prove contro di lui e la sua detenzione sarebbe stata prolungata.”

È piuttosto ovvio, no? Questa “storia della bicicletta” è tutto quello che Mordechai voleva, o di cui aveva bisogno, come arma per screditare i palestinesi e provocare contro di loro. E non importa che persino l’esercito “non possa confermare”. È stato seminato il dubbio e quelli che sono propensi a credere alle menzogne dell’esercito israeliano, lo metteranno in dubbio.

Immaginate la situazione di Mohammed – immaginate di essere lui. Metà del tuo cervello è semplicemente senza protezione. Qualunque piccolo colpo può provocare un danno imprevedibile ed irreversibile, e sei nelle mani di gente violenta contro di te in modo sistematico. Tutto quello che vuoi fare è uscire e tornare a casa. Faresti qualunque cosa, diresti qualunque cosa.

È ovvio che tenere Mohammed in arresto prolungato sarebbe stato un danno per l’immagine pubblica di Israele. Egli è direttamente legato ad Ahed Tamimi, in quanto il suo ferimento è stato l’antecedente diretto degli schiaffi di Ahed. Il suo cranio deformato è una raffigurazione dello stato di Nabi Saleh: essere continuamente colpito dall’esercito israeliano. Ovviamente non volevano tenerlo in arresto a lungo, quantunque non sappiano cosa fare con Ahed, perché rilasciarla sarebbe troppo offensivo per moltissimi israeliani che non possono sopportare di essere presi a schiaffi. Perciò hanno rilasciato Mohammed molto presto, ma ora vediamo il tranello. Se Mordechai riesce a convincere qualche sciocco che la ferita di Mohammed è una “notizia falsa”, allora, di conseguenza, la storia di Ahed e quello che l’ha preceduta vengono indeboliti.

Una fonte ufficiale di B’Tselem [associazione israeliana dei diritti umani, ndt.] afferma che il governo israeliano deve mentire agli israeliani per salvare l’illusione:

Quello che stupisce dell’affermazione di ‪@cogat_israel secondo cui Muhammad Tamimi “è caduto dalla bicicletta” (non gli è stato sparato in faccia) non è quanto grande sia la menzogna: abbiamo già visto bugie orwelliane (Beitunia 2014). Ma queste menzogne così facili da smentire mostrano che l’unico pubblico a cui si mira è la destra israeliana.”

La narrazione delle “notizie false” e l’idea riguardo ai palestinesi sono state storicamente inculcate dalla dirigenza israeliana a livello ossessivo, come parte del suo tentativo di cancellare la Palestina. Ciò si può vedere nella grande narrazione, come nell’affermazione della defunta prima ministra Golda Meir che in realtà i palestinesi non esistono, o più tardi della ministra della Giustizia Ayelet Shaked alla federazione nazionale di basket secondo cui la Palestina è uno “Stato immaginario”. E può essere visto nei più puntuali tentativi di sostenere che la famiglia Tamimi non è una “vera famiglia”, come abbiamo visto con l’affermazione del parlamentare Michael Oren e la sua inchiesta parlamentare, niente di meno, su questa stessa “questione”. Recentemente Oren si è messo in difficoltà da solo con il post di un’immagine allo specchio della famiglia Tamimi, sostenendo che non poteva essere vera, dato che Mohammed, il fratello di Ahed, aveva un braccio ingessato a destra, poi a sinistra. La famiglia Tamimi quindi si stupisce ora di come “quello che è iniziato come un bizzarro tentativo di provare che non siamo neppure una famiglia è degenerato in una negazione della realtà.”

E si noti come Ahed Tamimi, con la sua semplice resilienza e con il suo coraggio, con il mantenere un contegno calmo e fiero, abbia creato una situazione che fa impazzire gli israeliani. È come se lei stesse continuamente schiaffeggiando Israele, semplicemente non arrendendosi. E ciò sta mettendo in luce un paradigma di oppressione istituzionalizzata e di violenza di Stato contro minori, che c’è stata da sempre, ma ora sta avendo un’attenzione particolare grazie ad Ahed. Israele non può sopportare questo smascheramento, e perciò tenta disperatamente di screditare l’oppresso – ma ogni passo che fa accentua solo ulteriormente la sua stessa corruzione.

Non ci si sbagli in merito – stiamo vedendo una violenza colonialista, è proprio davanti ai nostri occhi. La giornalista di Haaretz Amira Hass oggi lo ha chiamato “colonialismo ebraico”. Infatti è una violenza messa in atto in nome dello Stato ebraico. E questa non è una notizia falsa. Sta effettivamente avvenendo.

Su Jontathan Ofir

Musicista, conduttore e blogger / writer che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)