I palestinesi hanno bisogno di una visione alternativa

Haidar Eid


3 ottobre 2020 – Al Jazeera

Sono già stati scritti molti articoli che criticano l’accordo di normalizzazione firmato da Emirati Arabi Uniti (EAU), Bahrain e Israele e che lo definiscono una pugnalata alle spalle per il popolo palestinese. Altri hanno affermato che non è stata una sorpresa dato che da anni le oligarchie al potere negli EAU e in Bahrain sono conniventi con Israele, in cui vige l’apartheid ed era solo questione di tempo che lo rendessero pubblico per rafforzare la loro alleanza contro i due pericoli principali: Iran e la diffusione della democrazia nel mondo arabo.

Questo articolo non segue lo stesso percorso, ma è piuttosto un tentativo di interagire con quella che sembra essere una formulazione sociale, politica, economica e storica di un programma alternativo a quello offerto dai poteri egemonici imperialisti, sionisti e reazionari, non solo per la Palestina, ma anche per il resto del mondo arabo.

È utile citare, in questo contesto, il critico letterario americano Fredric Jameson e la sua teoria delle “mappe cognitive”, un processo che ripete, aggiunge e rispetta profondamente le leggi della dialettica (lo sviluppo e il movimento degli opposti). In altre parole, interpretare e comprendere questo accordo solo nel quadro del contesto storico in cui è stato firmato non è sufficiente, si deve invece offrire un programma progressista che lo metta in discussione basandosi sul cambiamento delle condizioni che, in ultima analisi, l’hanno originato: colonialismo e apartheid in Palestina.

Indubbiamente la firma dell’accordo fra Israele, Bahrain e EAU avvenuta il 15 settembre alla Casa Bianca è l’inizio di una nuova era in Medio Oriente, ma comunque, con relazioni di potere così squilibrate, non porterà a una soluzione equa della questione palestinese.

Camp David (1979), Oslo (1993), Wadi Araba (1994) e quest’ultimo di Abramo (2020), tutti nati da accordi commerciali e diplomatici dietro le quinte fra Israele e gli altri Paesi arabi, hanno completamente svenduto la causa palestinese. Nessuno ha preso in considerazione i loro diritti fondamentali, il diritto al ritorno dei rifugiati, all’auto-determinazione, all’uguaglianza e alla libertà.

In breve, tutti hanno garantito il controllo israeliano sulla Palestina storica, dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, una realtà de facto creata dalla parte più forte e colonialista e senza alcun compromesso.

Indubbiamente la situazione attuale è il prodotto degli squilibri internazionali e regionali prevalenti in questa specifica fase, che però non è né statica né eterna, ma anzi è passeggera e inevitabilmente verrà seguito da altre fasi, secondo le leggi della dialettica.

Non c’è dubbio che questa specifica fase storica rappresenti l’apice della passività palestinese e araba a causa dell’indebolimento del nazionalismo arabo progressista e del fatto che i leader palestinesi di destra sono caduti nella trappola dell’“industria della pace”. Comunque, si prevede che ogni fase che sta per arrivare vada contro quello che ci è offerto in queste stesse circostanze: “Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria,” avrebbe detto Karl Marx.

L’opposizione da parte del mondo arabo, in generale, e degli Stati del Golfo in particolare, crescerà esattamente come gli egiziani e i giordani si sono opposti e hanno lottato contro gli accordi di Camp David e Araba [il trattato di pace tra Giordania e Israele nel 1994, ndtr.] dopo la loro firma.

La visione alternativa che i palestinesi devono adottare è una produzione geopolitica che metta in discussione lo spazio recentemente definito da Stati Uniti, Israele e dai loro alleati arabi – il cosiddetto nuovo Medio Oriente – e che presenti una nuova mappa di una Palestina secolare e democratica nel cuore di un mondo arabo democratico.

Abbiamo bisogno di una rappresentazione alternativa dell’intera “realtà” sociopolitica ora in crescita in quest’area che si distacchi dal mantra spesso ripetuto della soluzione razzista dei due Stati.

I palestinesi devono voltare pagina, ma con idee nuove scaturite da una profonda convinzione che “gli uomini (e noi aggiungiamo: le donne) fanno la storia, ma non in circostanze scelte da loro stessi”, come aveva detto Marx. Per troppo tempo i palestinesi sono stati guidati da politici di destra che non sono riusciti a ottenere nessun diritto fondamentale nemmeno per uno dei tre gruppi che compongono il popolo palestinese: per chi vive nella diaspora, per gli abitanti di Gaza e Cisgiordania e per i cittadini palestinesi di seconda classe in Israele.

Da qui la necessità di sottolineare l’importanza di un’azione palestinese a guida progressista che sia contro tutte le forme di sfruttamento di classe, nazionale, sessuale o religiosa, una leadership necessariamente secolare con una profonda conoscenza della questione palestinese.

Tale leadership non può prendere in considerazione soluzioni razziste. Deve raccogliere la sfida storica rappresentata dalla nuova-vecchia alleanza fra Israele, gli USA e i regimi arabi reazionari e perciò diventare uno stimolo per attività di carattere locale/nazionale e internazionale tramite la promozione del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele fino a quando esso non obbedirà alle leggi internazionali.

C’è un bisogno urgente di andare oltre l’attuale fase storica caratterizzata da una forma prevalente di dogmatismo nazionalista rappresentato da slogan come “due Stati per due popoli”, “L’unica soluzione è la soluzione dei due Stati” e altri. Tali slogan, in un certo senso, sono il prodotto di ondate di normalizzazione con l’Israele dell’apartheid, un processo per riplasmare la mente araba e palestinese tramite “apparati di Stato ideologici”, come i media, l’istruzione, le moschee, le leggi, che cercano di manipolare e modellare la coscienza degli individui, specialmente di quelli con potenziale rivoluzionario.

C’è anche un bisogno urgente di staccarsi dall’atteggiamento nichilista che ultimamente ha dominato gran parte del discorso della sinistra stalinista palestinese e di sottolineare l’importanza delle attività umane e la necessità di una comprensione storica post-Oslo del momento storico corrente.

Abbiamo bisogno di una visione alternativa che porti alla pace e alla giustizia. E sembra che i palestinesi colonizzati debbano essere quelli che offrono una visione che riumanizzi loro e i loro oppressori. Pare sia loro la responsabilità morale, dato che sono loro le vittime di un sistema di oppressione coloniale con tanti livelli.

Quando le cose erano così desolanti per i neri africani che soffrivano sotto un altro regime coloniale, in una situazione simile in cui si trovano i palestinesi, Nelson Mandela offrì questa visione alternativa: “Io ho lottato contro il dominio dei bianchi e contro il dominio dei neri. Io ho amato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone possono vivere insieme in armonia e con le stesse opportunità. È un ideale per cui vivo e che spero di raggiungere.”

Per i palestinesi l’alternativa deve essere quella di uno Stato secolare e democratico nella Palestina storica, uno Stato in cui tutti i cittadini abbiano parità di trattamento indipendentemente da religione, sesso e colore. Questo Stato deve favorire il ritorno dei rifugiati e adottare l’autodeterminazione, un passo verso la soluzione delle questioni palestinese ed ebraica. Per questo il popolo palestinese deve lottare: ribaltare completamente l’equilibrio dell’egemonia politica.

Haidar Eid è professore associato (di letteratura postcoloniale e postmoderna) all’università Al-Aqsa di Gaza

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




I palestinesi sono privi di una voce politica e i loro leader non fanno nulla al riguardo

Ramona Wadi

13 agosto 2020 – Middle East Monitor

I rifugiati palestinesi sono al centro delle narrazioni palestinesi. La comunità internazionale, tuttavia, ha classificato [quella dei] rifugiati palestinesi come una questione umanitaria. In mezzo a queste rappresentazioni divergenti, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) cerca di cimentarsi con entrambe le parti per sollecitare la “protezione internazionale” nel contesto della pandemia del coronavirus.

Mentre gli aiuti internazionali a favore dei rifugiati palestinesi sono appena sufficienti per i beni di prima necessità (e questo contribuisce ad accentuare la loro vulnerabilità), l’OLP ha chiesto protezione e sostegno economico all’ONU. Secondo quanto riportato, “tale protezione e sostegno devono continuare fino a quando non verrà trovata una soluzione per il problema dei rifugiati sulla base della Risoluzione 194”.

Lo sfruttamento politico dei profughi palestinesi non conosce limiti. La Risoluzione 194 delle Nazioni Unite, che era stata ciecamente accettata come la cornice entro cui avrebbe dovuto essere trovata una soluzione, viene raramente criticata per aver spostato la responsabilità [del problema, ndtr.] sulla popolazione colonizzata, piuttosto che sulla struttura di colonizzazione e insediamento che usurpa il territorio palestinese e che ha come prima cosa fatto dei palestinesi dei rifugiati. La risoluzione 194 fa parte della narrazione internazionale sulla Palestina e ha poco a che fare con la salvaguardia dei diritti dei rifugiati perché non chiede la decolonizzazione della loro terra.

Ai rifugiati palestinesi non è data una tribuna politica a livello internazionale. Da qui il costante “parlare per” i rifugiati all’interno di un contesto umanitario che a sua volta giustifica il ruolo della comunità internazionale nel decidere come debba essere promossa la causa dei profughi palestinesi per enfatizzarne l’aspetto umanitario.

L’aiuto umanitario è prima di tutto una faccenda della comunità internazionale. I destinatari sono costretti a svolgere un ruolo in questa farsa, che ignora la colonizzazione israeliana della Palestina come causa dell’intera questione.

Inoltre, la richiesta di aiuto dell’OLP promuove la narrazione internazionale del rimandare. Gli aiuti devono essere forniti finché non verrà trovata una soluzione, insiste l’OLP, ma quanta enfasi viene posta sulla ricerca e attuazione di tale soluzione? La comunità internazionale e la leadership palestinese hanno trasformato i rifugiati palestinesi in accessori per convenienza politica. In effetti, non si fa quasi mai menzione dei rifugiati palestinesi, a meno che non venga evocato un contesto umanitario, o nel caso in cui le Nazioni Unite lancino un progetto per sfruttare l’illusione dell’ “autonomia palestinese” – inesistente in un contesto umanitario compromesso a causa di carenze e di alleanze politiche con il progetto coloniale sionista.

Quindi ho un suggerimento: che ne dite di ricordare i rifugiati palestinesi come le principali vittime della colonizzazione sionista; come persone che sono state private dei loro diritti dalla comunità internazionale che permette a quella colonizzazione di procedere indisturbata? Sono passati decenni da quando l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro è stata incaricata di provvedere ai rifugiati palestinesi e vincolata a una visione “neutrale”, nonostante sia finanziata da Paesi che danno la priorità ai legami diplomatici ed economici con Israele a scapito dei diritti umani e della giustizia. L’autonomia palestinese per i palestinesi, compresi i rifugiati, è ancora un concetto inesistente, perché la comunità internazionale ha monopolizzato la politicizzazione degli aiuti umanitari senza consentire ai palestinesi di partecipare al processo.

Ogni volta che il legittimo diritto al ritorno dei palestinesi viene legato a richieste di aiuti umanitari, il “diritto” viene ulteriormente sminuito. Tale retorica mette ingiustamente i palestinesi in posizione passiva, posizione che l’Autorità Palestinese ama definire “di attesa”. Tali prospettive sono dannose per i palestinesi; non stanno aspettando, sono stati privati di una voce politica e la loro leadership non sta facendo nulla per contrastare questa violazione internazionale dei diritti umani.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ANP prospetta uno Stato demilitarizzato come controproposta al piano Trump

Ali Younes

9 giugno 2020 – Al Jazeera

I palestinesi inviano una risposta ai mediatori sul piano americano, il quale favorisce Israele con l’annessione di parti della Cisgiordania occupata.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) afferma di aver inviato ai mediatori internazionali una controproposta al piano mediorientale del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, proponendo l’istituzione di uno Stato palestinese demilitarizzato e sovrano nella Cisgiordania occupata, Gerusalemme est e Gaza.

Martedì, nel corso di una conferenza stampa con giornalisti stranieri, il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha affermato che la proposta è stata presentata al Quartetto, un organo internazionale composto da Nazioni Unite, Unione Europea, Stati Uniti e Russia che ha il compito di mediare i colloqui di pace tra Israele e i palestinesi.

Secondo Shtayyeh, la proposta palestinese mira alla creazione di uno “Stato palestinese sovrano, indipendente e demilitarizzato”, con Gerusalemme est come capitale. Inoltre lascia aperta la porta a modifiche dei confini tra lo Stato proposto e Israele, così come a scambi di aree di territorio uguali “per dimensioni, volume e valore – uno contro uno”.

Nessun altro dettaglio è al momento disponibile.

La proposta palestinese è arrivata in risposta al controverso piano di Trump che dà il via libera all’annessione da parte di Israele di ampie zone della Cisgiordania occupata, comprese le colonie illegali e la Valle del Giordano.

Presentato alla fine di gennaio, il piano di Trump propone l’istituzione di uno Stato palestinese demilitarizzato sul restante mosaico di parti sconnesse dei territori palestinesi senza Gerusalemme est, che i palestinesi vogliono come capitale del loro Stato.

I palestinesi hanno respinto il piano di Trump in quanto del tutto fazioso a favore di Israele e hanno minacciato di ritirarsi dagli accordi di Oslo.

La leadership palestinese aveva già tagliato i rapporti con l’amministrazione Trump nel 2017 a proposito della sua posizione pro-Israele, compreso il suo riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento lì dell’ambasciata americana nel maggio 2018.

La prevista annessione da parte israeliana priverebbe i palestinesi delle principali risorse agricole di terra e acqua, specialmente nella regione della Valle del Giordano. Inoltre affosserebbe definitivamente la soluzione dei due Stati al conflitto arabo-israeliano basata sull’idea di terra in cambio della pace.

Shtayyeh ha avvertito che se il governo israeliano andasse avanti con la prevista annessione, “il governo palestinese annuncerà la costituzione dello Stato [previsto] e l’istituzione di un Consiglio” che svolgerebbe le funzioni di Parlamento.

Questi sforzi, ha detto ad Al Jazeera, mirano a contrastare le politiche sia israeliane che statunitensi volte a minare il “diritto” palestinese ad uno Stato indipendente e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi che furono espulsi con la forza dalle loro case e città quando fu fondato Israele nel 1948.

Wasel Abu Yousef, alto dirigente e membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), ha descritto l’annuncio di martedì come “parte di diversi passi su cui sta lavorando la leadership palestinese, come raggiungere l’unità palestinese, boicottare i prodotti israeliani e portare avanti presso la Corte Penale Internazionale (CPI) le incriminazioni per crimini di guerra di Israele per la sua guerra contro Gaza del 2014”.

Abu Yousef ha affermato che la leadership palestinese non ha altra scelta se non quella di controbattere agli obiettivi statunitensi e israeliani di negare ai palestinesi i loro diritti e di respingere le attuali proposte di “pace” che vanno ben al di sotto delle richieste dei palestinesi.

“Nessun leader palestinese – ha detto – può essere d’accordo con le condizioni poste da americani e israeliani di dover rinunciare ai diritti o al ritorno dei rifugiati palestinesi, accettando l’annessione di Gerusalemme o permettendo a Israele di annettere parti della Cisgiordania dove ha costruito le sue illegali colonie ebree”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il piano di annessione di Israele è la riproposizione della Nakba

David Hearst

15 maggio 2020 – Middle East Eye

Nella sua visione attuale Israele conosce un solo percorso: intensificare il suo dominio su un popolo a cui ha rubato e continua a rubare la terra

Gli anniversari commemorano eventi passati. E sarebbe lecito pensare che un evento accaduto 72 anni fa faccia parte davvero nel passato.

Questo è vero per la maggior parte degli anniversari, tranne che nel caso della Nakba, il “disastro, catastrofe o cataclisma” che segna la ripartizione del Protettorato della Palestina del 1948 e la creazione di Israele.

La Nakba non è un evento passato. Da allora, la spoliazione di terre, case e la creazione di rifugiati è proseguita quasi senza sosta. Non è qualcosa che è successo ai nostri nonni.

Succede o potrebbe succedere a noi in qualsiasi momento della nostra vita.

Un disastro ricorrente

Per i palestinesi la Nakba è un disastro ricorrente. Nel 1948 almeno 750.000 palestinesi furono sfollati dalle loro case. Un numero ulteriore, da 280.000 a 325.000, abbandonarono nel 1967 le loro abitazioni situate nei territori conquistati da Israele.

Da allora, Israele ha escogitato mezzi più sottili per spingere i palestinesi fuori dalle loro case. Uno di questi strumenti è la revoca della residenza. Tra l’inizio dell’occupazione israeliana di Gerusalemme est nel 1967 e la fine del 2016, Israele ha revocato, nella Gerusalemme est occupata, lo status di almeno 14.595 palestinesi.

Altri 140.000 abitanti di Gerusalemme est sono stati “tacitamente trasferiti” dalla città nel 2002, con la costruzione del muro di separazione, attraverso il blocco dell’accesso al resto della città. Quasi 300.000 palestinesi di Gerusalemme est possiedono una residenza permanente rilasciata dal ministero degli interni israeliano.

Due aree sono state tagliate fuori dalla città, sebbene si trovino all’interno dei suoi confini municipali: Kafr ‘Aqab a nord e Shu’fat Refugee Camp a nord-est.

I residenti dei quartieri in queste aree pagano le tasse municipali e di altro genere, ma né le istituzioni comunali di Gerusalemme né quelle governative si occupano di questo territorio o lo considerano sottoposto alla loro responsabilità.

Di conseguenza, queste parti di Gerusalemme est sono diventate terra di nessuno: la città non fornisce servizi comunali di base come la rimozione dei rifiuti, la manutenzione delle strade e l’istruzione, e mancano le aule e le strutture per gli asilo nido.

Gli impianti idrici e fognari non soddisfano i bisogni della popolazione, tuttavia le autorità non fanno nulla per ripararli. Per raggiungere il resto della città, i residenti devono quotidianamente passare sotto le forche caudine dei posti di blocco.

Un altro strumento di esproprio è l’applicazione della Legge sulla Proprietà degli Assenti, che, quando venne approvata, nel 1950, fu concepita come fondamento per poter trasferire le proprietà dei palestinesi allo Stato di Israele.

Il ricorso ad essa a Gerusalemme est venne generalmente evitato fino alla costruzione del muro. Sei anni dopo, fu usata per espropriare il “territorio abbandonato” dai residenti palestinesi di Beit Sahour per la costruzione di 1.000 unità abitative ad Har Homa, a Gerusalemme sud. Ma generalmente il suo scopo è quello di fornire uno stratagemma per un”espropriazione strisciante”.

Una Nakba in tempo reale

Il fulcro della campagna elettorale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il fine giuridico essenziale dell’attuale coalizione di governo israeliana costituirebbero un altro capitolo, nel 2020, dell’ espropriazione nei confronti dei palestinesi. Tali sono i piani per annettere un terzo – o peggio due terzi – della Cisgiordania.

Tre scenari sono attualmente in discussione: il piano radicale dell’annessione della Valle del Giordano e di tutto ciò che gli Accordi di Oslo definiscono Area C. Questa costituisce circa il 61 % del territorio della Cisgiordania che è amministrato direttamente da Israele e ospita 300.000 palestinesi.

Il secondo scenario è rappresentato dall’annessione della sola Valle del Giordano. Secondo i sondaggi israeliani e palestinesi condotti nel 2017 e nel 2018, c’erano 8.100 coloni e 53.000 palestinesi che vivevano in questa terra. Israele ha diviso questo territorio in due entità: la valle del Giordano e il Consiglio Regionale di Megillot-Mar Morto.

Il terzo scenario consiste nell’annessione delle colonie intorno a Gerusalemme, la cosiddetta area E1, che comprende Gush Etsion e Maale Adumin [insediamenti coloniali israeliani situati rispettivamente a Sud e a Est di Gerusalemme, ndtr.]. In entrambi i casi i palestinesi che vivono nei villaggi vicini a questi insediamenti sono minacciati di espulsione o trasferimento. Ci sono 2.600 palestinesi che vivono nel villaggio di Walaja e in parti di Beit Jala che sarebbero coinvolti nell’annessione di Gush Etsion, nonché 2.000-3.000 beduini che vivono in 11 comunità intorno a Maale Adumin, come Khan al-Ahmar.

Cosa succederebbe ai palestinesi che vivono nei territori annessi da Israele?

In teoria potrebbe venire loro offerta la residenza, come nel caso dell’annessione di Gerusalemme est. In pratica, la residenza sarebbe offerta solo a pochi eletti. Israele non vorrà risolvere un problema creandone un altro.

La maggior parte della popolazione palestinese delle aree annesse sarebbe trasferita nella grande città più vicina, come è accaduto per i beduini del Negev e gli abitanti di Gerusalemme est, che si ritrovano in aree isolate dal resto della città.

Il monito dei generali

Questi piani hanno generato reazioni di allarme nei responsabili della sicurezza di Israele, che sono abituati ad essere ascoltati, ma che ora esercitano una minore influenza rispetto al passato sui processi decisionali.

Ciò non è dovuto al fatto che gli ex generali abbiano alcuna obiezione morale riguardo l’espropriazione delle terre palestinesi o perché ritengano che i palestinesi abbiano un diritto legale ad esse. No, le loro obiezioni si basano sull’eventualità che l’annessione possa mettere in pericolo la sicurezza di Israele.

Un interessante riassunto del loro pensiero è fornito da un documento accessibile pubblicato anonimamente dall’Institute for Policy and Strategy (IPS) di Herzliya [Centro di studi internazionale e interdisciplinare privato situato nel distretto di Tel Aviv, ndtr.]. Essi affermano che l’annessione destabilizzerebbe il confine orientale di Israele, che è “caratterizzato da grande stabilità e da un grado molto basso di attività terroristiche” e che provocherebbe una “scossa profonda” alle relazioni di Israele con la Giordania.

“Per il regime hascemita, l’annessione è sinonimo dell’idea di una patria alternativa per i palestinesi, vale a dire la distruzione del regno hascemita a favore di uno stato palestinese.

“Per la Giordania – afferma il documento dell’ IPS – una tale mossa costituirebbe una violazione materiale dell’accordo di pace tra i due paesi. In queste circostanze, la Giordania potrebbe violare l’accordo di pace. Accanto a ciò, potrebbe esserci una minaccia strategica alla sua stabilità interna, a causa di possibili inquietudini tra i palestinesi, in combinazione con le gravi difficoltà economiche che la Giordania sta affrontando “

Ciò costituirebbe per la Giordania solo il primo dei problemi legati all’annessione. Anche un’opzione minimalista di annettere la E1 – l’area adiacente a Gerusalemme – separerebbe Gerusalemme est dal resto della Cisgiordania, mettendo a rischio la custodia da parte della Giordania dei siti sacri islamici e cristiani di Gerusalemme.

L’annessione, sostiene l’IPS, porterebbe anche alla “graduale disintegrazione” dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ancora una volta, non c’è nessuno spirito di bontà qui. Ciò che preoccupa gli analisti israeliani è l’onere che graverebbe sull’esercito. “L’efficacia della cooperazione con Israele in materia di sicurezza si deteriorerà e si indebolirà, e chi la sostituirà? l’IDF [forze di difesa israeliane, ndtr]! Costringendo ingenti forze ad occuparsi del contrasto delle rivolte e delle violazioni dell’ordine e del mantenimento del sistema organizzativo sui palestinesi”.

I responsabili della sicurezza continuano affermando che l’annessione potrebbe innescare un’altra intifada e rafforzare l’idea di una soluzione di un solo Stato “che sta già acquisendo una presa crescente nella comunità palestinese”.

Il fattore saudita

Nell’ambito più esteso del mondo arabo, il documento rileva che Israele perderebbe molte delle alleanze che ritiene di aver realizzato in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Oman e, sul piano internazionale, determinerebbe uno sviluppo della campagna sul Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.

Il ruolo dell’Arabia Saudita nel domare le fiamme della reazione araba al piano di annessione di Netanyahu è stato recentemente menzionato specificamente negli ambienti della sicurezza israeliani. Il sostegno saudita a qualsiasi forma di annessione è stato ritenuto cruciale.

Come al solito, il regime del principe ereditario Mohammed bin Salman ha cercato di attenuare l’ostilità saudita nei confronti di Israele attraverso i media e in particolare le serie televisive. Una serie dal titolo Exit 7 prodotta dalla MBC TV dell’Arabia Saudita recentemente conteneva una scena con due attori che discutevano del processo di normalizzazione con Israele.

“L’Arabia Saudita – afferma uno dei personaggi – non ha ottenuto nulla quando sosteneva i palestinesi e ora deve stabilire relazioni con Israele … Il vero nemico è colui che ti maledice, rinnega i tuoi sacrifici e il tuo sostegno e ti maledice giorno e notte più degli israeliani”.

La scena ha provocato una reazione sui social media e infine una piena dichiarazione di sostegno alla causa palestinese da parte del ministro degli Esteri degli Emirati.

Il tentativo ha dimostrato i limiti del controllo sulle menti da parte dello Stato saudita, che sarà ulteriormente indebolito dal calo del prezzo del petrolio e dall’avvento dell’austerità nel mondo arabo.

Il futuro re saudita non sarà più in grado di risolvere i suoi problemi.

Il Comitato

Vale la pena ripetere ancora una volta che il motivo alla base dell’elenco degli effetti destabilizzanti dell’annessione non è una qualche inquietudine inerente alla perdita della proprietà o dei diritti. La preoccupazione centrale dei responsabili della sicurezza deriva dalla possibilità che le frontiere esistenti di Israele possano essere messe in pericolo a causa della voglia di strafare.

Per ragioni analoghe, un certo numero di giornalisti israeliani ha previsto che l’annessione non avverrà mai.

Potrebbero avere ragione. Il pragmatismo potrebbe avere la meglio. Oppure potrebbero sottovalutare la parte che svolgono nei calcoli di Netanyahu il fondamentalismo religioso nazionalista, David Friedman, ambasciatore degli Stati Uniti e il miliardario statunitense Sheldon Adelson, i tre architetti dell’attuale politica.

Mentre il ruolo degli Stati Uniti come “l’onesto mediatore” nel conflitto è stato a lungo messo in scena come una finzione, questa è la prima volta che io ricordi che un ambasciatore USA e un importante finanziatore americano fanno sì che i coloni siano più zelanti dello stesso primo ministro del Likud.

Friedman è presidente del comitato congiunto USA-Israele sull’annessione delle colonie, che dovrebbe determinare i confini di Israele dopo l’annessione. Questo comitato è insignificante sul piano internazionale, poiché non rappresenta nessun’altra parte in conflitto, senza poi parlare dei palestinesi, i cui leader hanno boicottato il processo.

Due fonti separate del comitato congiunto hanno dichiarato a Middle East Eye che esso si sta orientando verso l’espansione, una volta per tutte, di Israele in Cisgiordania, e non in modo graduale. Una fonte ha detto che riguarderà l’intera area C – in altre parole l’opzione radicale.

Ancora una volta potrebbero sbagliarsi. Entrambi sostengono che l’annessione perseguita seguirà i tratti dell’ “Accordo del Secolo” di Donald Trump, che riduce l’attuale 22 % della Palestina storica a un gruppo di bantustan sparsi per il Grande Israele.

Il culmine

La Nakba, che oggi compie 72 anni, continua a vivere e a respirare veleno. La Nakba non riguarda solo i rifugiati originari ma i loro discendenti – oggi circa cinque milioni di loro sono idonei a ricevere i servizi dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi (UNWRA).

La decisione di Trump di interrompere il finanziamento dell’UNWRA e l’insistenza di Israele sul fatto che solo i sopravvissuti originari del 1948 dovrebbero essere riconosciuti [rifugiati palestinesi, ndtr.], hanno scatenato una campagna internazionale con cui i palestinesi sottoscrivono una dichiarazione in cui rifiutano di rinunciare al loro diritto al ritorno.

La dichiarazione afferma: “Il mio diritto al ritorno in patria è un diritto inalienabile, individuale e collettivo, garantito dalle leggi internazionali. I rifugiati palestinesi non cederanno mai ai progetti su “una patria alternativa”. Qualsiasi iniziativa che colpisca le basi intrinseche del diritto al ritorno e lo annulli è illegittima e inefficace e non mi rappresenta in alcun modo”.

Significativamente è stata diffusa dalla Giordania, un altro segno che gli animi si stanno lì accendendo.

La valutazione da parte della sicurezza israeliana, secondo cui la soluzione dei due stati è morta nelle menti della maggioranza dei palestinesi, è sicuramente corretta. La maggior parte dei palestinesi vede l’annessione come il culmine del progetto sionista per stabilire uno stato a maggioranza ebraica e la conferma della loro convinzione che l’unico modo in cui questo conflitto finirà è nella sua dissoluzione.

Ma per lo stesso motivo, i piani di annessione in discussione dovrebbero costituire una prova per la comunità internazionale, se ne fosse necessaria una, che Israele, tanto lontano dall’essere un Paese che viva nella paura e sotto attacco permanente da parte di oppositori irrazionali e violenti, sia uno Stato che non può condividere il territorio con i palestinesi, e tanto meno tollerare l’autodeterminazione dei palestinesi in uno Stato indipendente.

Nella sua attuale visione, Israele conosce un solo percorso: approfondire il suo dominio su un popolo del quale ha rubato e continua a rubare la terra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst

David Hearst è caporedattore di Middle East Eye. Ha lasciato The Guardian come capo redattore esteri. Nel corso di 29 anni di carriera ha scritto sulla bomba di Brighton [attentato dell’IRA contro la Thatcher il 12 ottobre 1984 con l’uccisione di 5 membri del Partito Conservatore, ndtr.], sullo sciopero dei minatori, sul contraccolpo lealista sulla scia dell’accordo anglo-irlandese nell’Irlanda del Nord, sui primi conflitti, dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, in Slovenia e Croazia, sul crollo dell’Unione Sovietica, sulla Cecenia, e sui conseguenti molteplici conflitti. Ha descritto il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le condizioni che hanno creato l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente dall’Europa per la sezione europea del Guardian, poi è entrato a far parte dell’ufficio di Mosca nel 1992, prima di diventare direttore di redazione nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per entrare nell’ufficio esteri, è diventato direttore per l’Europa e quindi direttore associato per gli esteri. E’ passato a The Guardian da The Scotsman, dove ha lavorato come corrispondente per il settore istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Settant’anni dopo i palestinesi sfollati interni aspettano ancora di ritornare a casa

Orly Noy

15 maggio 2020 – +972Magazine

Muhammad Kayal è uno delle centinaia di migliaia di cittadini palestinesi in Israele che, 72 anni dopo la Nakba, restano rifugiati all’interno del Paese e a cui Israele non permette di ritornare a quelle che erano le loro terre, ora spesso abbandonate.

Le restrizioni imposte dalla pandemia da coronavirus e il divieto di assembramenti quest’anno hanno attutito, in un certo modo, la tensione emotiva, simbolica e fisica in occasione della Festa dell’Indipendenza/ Giornata della Nakba.

Ogni anno Israele si compiace nell’autocelebrazione con massicci sorvoli dell’aeronautica e fuochi di artificio, ignorando con tutte le sue forze il fatto che questo per i palestinesi è il giorno della catastrofe. Ogni volta gli israeliani restano sorpresi del fatto che né il passare del tempo né le leggi draconiane sono riusciti a cancellare il disastro o a estirparne il ricordo fra i palestinesi.

Non è chiaro quanto gli israeliani siano consapevoli del fatto che persino mentre ogni anno loro stanno celebrando il Giorno dell’indipendenza nei parchi in tutto il paese i cittadini palestinesi tengono annualmente marce del ritorno verso le diverse comunità da cui i loro anziani furono espulsi nel 1948 e a cui non sono mai più potuti tornare.

Sebbene la data ufficiale che segna la Giornata della Nakba sia il 15 maggio, le marce del ritorno si svolgono tradizionalmente durante la Festa dell’Indipendenza di Israele (che cambia in base al calendario ebraico). La pandemia ha spostato su Zoom le commemorazioni, che includono altre attività organizzate dal

, con una minore partecipazione rispetto agli anni scorsi.

Quando il tema del ritorno appare nei discorsi israeliani, essi tendono a focalizzarsi sul ritorno dei rifugiati palestinesi che al momento vivono fuori dai confini del Paese. Eppure il Comitato stima che fra i cittadini di Israele ci siano circa 400.000 sfollati interni (IDPs).

Muhammad Kayal, consigliere ed ex direttore del Comitato, è un giornalista e traduttore la cui famiglia fu espulsa da al-Birwa, vicino a San Giovanni d’Acri, nel nord del Paese. Kayal lo chiama orgogliosamente “il villaggio di Mahmoud Darwish,” il defunto poeta palestinese. Oggi vive a Jedeidi-Makr, a circa due chilometri da al-Birwa, dove ora ci sono un kibbutz e un insediamento agricolo.

Cosa rispondi quando la gente ti chiede da dove vieni?

Dico che sono di al-Birwa e che vivo a Jedeidi. Mio padre ha detto per tutta la sua vita: ‘Sono di al-Birwa’, anche se ha abitato a Jedeidi per circa 60 anni. Quando parlava della ‘gente del nostro villaggio,’ si riferiva ad al-Birwa”.

I discendenti degli abitanti originari si tengono in contatto? Conosci altri che fanno parte di quella comunità, che condividono la tua identità?

Sicuro, siamo in contatto costante. Ogni anno per la Festa dell’Indipendenza, o, per meglio dire, la giornata della Nakba, gli abitanti originari di al-Birwa e ora residenti in tutto il Paese si incontrano sui terreni del villaggio. Quando ci sono delle celebrazioni e nelle giornate di lutto invitiamo centinaia di espulsi e loro discendenti, in migliaia vengono al paese per trovare conforto.”

Come instillate questo senso di appartenenza nelle generazioni dei più giovani? Se tuo padre ha detto fino al giorno della sua morte che era di al-Birwa e tu dici che sei di al-Birwa e Jedeidi, cosa diranno le future generazioni?

Nella giornata della Nakba durante le marce del ritorno portiamo bambini e giovani al villaggio. Organizziamo per i giovani delle visite ai paesini spopolati, stampiano t-shirt con la scritta ‘Sono di al-Birwa’ in arabo e abbiamo un gruppo attivo su Facebook per i discendenti degli espulsi.

Promuoviamo anche la poesia nazionale come quella di Mahmoud Darwish e progetti come ‘Udna’ (che in arabo significa “siamo ritornati”, un progetto congiunto del Comitato, della ONG israeliana Zochrot, che si focalizza sulla Nakba, e altri, nda). Va avanti da tre anni e porta i giovani ai villaggi spopolati, con molte conferenze e produzione di materiali scritti.

Ci sono anche film che trattano il tema. Abbiamo un progetto speciale, ‘Il cammino del ritorno delle donne’, rivolto a centinaia di donne di diverse comunità che partecipano a visite, conferenze e film sui villaggi, che includono molte attività mirate alle giovani.”

Ti sembra che stia funzionando? Che questo senso di appartenenza si stia diffondendo fra le generazioni dei più giovani?

Sai, è come per tutte le cose: ci sono quelli più coinvolti e attivi e quelli meno. Ma se prendi come esempio le marce, più del 70% dei partecipanti sono giovani di seconda, terza e quarta generazione dalla Nakba.”

Il compito principale del Comitato è la conservazione della memoria e la creazione della consapevolezza. Evitate intenzionalmente le attività politiche concrete che mirano a ottenere il diritto al ritorno di rifugiati e sfollati interni?

Noi ci coordiniamo con l’High Follow-Up Commitee [Alto Comitato per il Seguimento, ndtr.], che include i partiti arabi, per esempio quando organizziamo le marce annuali. Tutti i movimenti politici vi partecipano.”

C’è l’impressione che la Lista Unita vada cauta sul conflitto sollevato da questo tema. Il ritorno di rifugiati e IDPs non è ai primi posti nei programmi.

Durante la campagna elettorale ho sollevato precisamente questo problema con un gruppo di attivisti della Lista Unita. Loro hanno detto che se ne è parlato nelle pubblicazioni della Lista Unita rivolte alla società araba. Ma per noi non è abbastanza. Sia l’Autorità Nazionale Palestinese che la Lista Unita sottovalutano il tema e non mettono in evidenza la Nakba e il diritto al ritorno, per concentrarsi invece su altre questioni. Eppure parlarne è esattamente quello che farebbe ottenere loro un maggiore sostegno nella società araba.

È vero che questo è un dibattito impopolare nella società ebraica. Loro cercano di insabbiare e minimizzare, eppure eccoci qua: Benny Gantz non voleva la Lista Unita. Persino l’Autorità Nazionale Palestinese parla della fine dell’occupazione e del blocco agli insediamenti, ma non si preoccupa del diritto al ritorno. Così tutto è nelle mani di Abu Mazen (il presidente palestinese Mahmoud Abbas) e della Lista Unita. Tutto ciò mentre ci sono decine di marce del ritorno a Gaza.

È anche importante sottolineare che la Nakba non si è conclusa, ma continua, con demolizioni di case, espropri di terreni, politiche di espulsione, la legge dello Stato Nazione (ebraico). Fino ad oggi non un solo rifugiato è potuto ritornare al villaggio da cui era stato espulso.”

Le marce annuali di solito si dirigono verso zone remote e non c’è stata una marcia di massa, per esempio, su Manshiyyeh o Sheikh Muwannis [quartieri palestinesi distrutti che ora si trovano rispettivamente a sud e a nord di Tel Aviv]. Si teme che queste marce diventino il luogo di uno scontro diretto con l’establishment israeliano?

Nel 1948 sono stati spopolati 531 villaggi e 11 città, per esempio San Giovanni d’Acri, Haifa, Yaffa, Be’er Sheva e altre. Fino ad ora ci sono state 22 marce e quest’anno il coronavirus ne ha impedito lo svolgimento. In passato abbiamo organizzato una marcia a Wadi Zubala nel Naqab e nelle zone intorno a Tiberiade, San Giovanni d’Acri e Haifa. Ci sono molti posti in cui non siamo ancora andati. Stiamo decisamente considerando l’idea di organizzarne in una delle grandi città.

In tutta sincerità, il Comitato e i suoi amministratori sono rappresentanti dei villaggi e delle città spopolate e non tutti la pensano allo stesso modo. Alcuni sono più cauti, altri meno. Alcuni si battono per i propri diritti, in questo caso il diritto di protestare e sollevare il dibattito sui IDPs, mentre altri preferiscono organizzare le marce in zone dove gli scontri sono meno probabili.

Cinque anni fa abbiamo tenuto un incontro ad Haifa e per noi è stato importante che i rappresentanti della zona fossero preparati a tenere là una marcia. Ma poi ci sono state le elezioni e la gente ha detto che voleva concentrarsi su quello. Non stiamo dicendo di no, al contrario siamo assolutamente intenzionati a fare una delle prossime in una delle grandi città da cui i palestinesi sono stati espulsi.”

Durante tutta la nostra conversazione, Kayal ha frequentemente menzionato i rifugiati palestinesi della diaspora e il loro diritto al ritorno. Mi chiedo cosa sia più difficile: desiderare ardentemente la propria terra da lontano, dall’esilio fuori dai confini del Paese, o da una casa le cui finestre quasi si affacciano sui terreni a cui ti è proibito tornare.

Ancora oggi, alcuni degli anziani di al-Birwa sanno indicare esattamente il pezzo di terra che apparteneva loro,” dice Kayal. “Dobbiamo tenerlo bene in mente. Un piccolo kibbutz occupa un’area gigantesca, mentre a Jedeidi la gente vive in condizioni di sovraffollamento. Quindi è ovvio che vogliono ritornare, che rivogliono la loro terra.”

Quando parli di ritornare ad al-Birwa intendi dire che vorresti vivere accanto al kibbutz e all’insediamento agricolo o al loro posto? Quando si parla del ritorno molti ebrei fanno proprio questa domanda.

Nella vasta maggioranza dei casi, le zone costruite dei villaggi originari sono ora terre abbandonate. È così per esempio a Iqrit e Bir’im e in molti altri posti, eppure la gente non può ritornarci. Noi non ignoriamo la realtà presente, ma crediamo che ristabilire il diritto al ritorno sia possibile. L’ostacolo è rappresentato dal pensiero ideologico e politico sionista.

Noi facciamo visite dal Naqab all’Alta Galilea. Per la maggior parte dei territori vuoti è stato dichiarato che il proprietario non esiste, anche se i proprietari ci sono e sono cittadini dello Stato che li ha cacciati. È una decisione politica basata su un’ideologia razzista.”

Quest’articolo è apparso la prima volta in ebraico su Local Call [edizione in ebraico di +972, ndtr.].

Orly Noy è una redattrice di Local Call, un’attivista politica e una traduttrice di poesia e prosa in farsi. Fa parte del consiglio di amministrazione di B’Tselem [ong israeliana per la difesa dei diritti umani, ndtr.] ed è un’attivista del partito politico Balad [partito ebreo e palestinese che fa parte della Lista Unita, ndtr.]. Nei suoi scritti parla delle linee che intersecano e definiscono la sua identità di ebrea mizrahi [cioè originaria di un Paese musulmano, ndtr.], di donna di sinistra, di donna, una migrante temporanea che vive dentro un’immigrata perpetua e del dialogo costante fra entrambe.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un noto chirurgo britannico afferma che alcuni feriti nelle manifestazioni del 2018 a Gaza non sono ancora stati curati

Peter Oborne e Jan-Peter Westad

30 marzo 2020 – Middle East Eye

Terence English parla con MEE del coronavirus, del disinteresse di Israele e dei fallimenti della politica britannica a Gaza

Terence English è un celebre chirurgo britannico. Nel 1979 ha eseguito il primo trapianto di cuore riuscito nel Regno Unito.

Ha ricoperto la carica di presidente del Royal College of Surgeons e della British Medical Association, nonché di rettore del St Catharine’s College di Cambridge. Nel 1991 ha avuto un riconoscimento per i suoi successi chirurgici con la nomina a cavaliere.

Così, quando si è ritirato 20 anni fa con molte onorificenze avrebbe avuto tutto il diritto di riposarsi e di dedicarsi al giardinaggio nella sua casa di Oxford. Invece Terence English è andato a Gaza.

Dapprima si è dedicato alla creazione di programmi di formazione dei medici palestinesi negli interventi di primo soccorso. Quindi lui e suoi colleghi chirurghi hanno contribuito alla realizzazione di vari progetti sanitari e alla formazione dei medici locali.

Uno dei progetti più importanti ha aiutato centinaia di persone bisognose di complessi interventi di ricostruzione degli arti.

Molti di questi pazienti erano adolescenti e giovani colpiti alle gambe dalle forze di sicurezza israeliane mentre prendevano parte alle proteste della Grande Marcia del Ritorno nei pressi della barriera perimetrale che circonda i due milioni di abitanti di Gaza.

Nel corso dei mesi di proteste settimanali almeno 190 persone sono state uccise da colpi d’arma da fuoco, di cui almeno 68 il 14 maggio 2018, quando a Gaza migliaia di persone hanno protestato contro l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

Nel secondo anniversario dell’inizio di quelle proteste, e con la situazione a Gaza più disperata che mai e complicata dalla diffusione della pandemia da coronavirus, English, ora 87enne, ha deciso per la prima volta di parlare.

Il chirurgo britannico ha una buona rete di contatti, tanto da aver avuto negli ultimi anni la possibilità di esprimere in privato le sue preoccupazioni con importanti ministri del governo britannico. Eppure, dice, i suoi sforzi non hanno dato alcun risultato.

“Gaza ora si trova in una grave crisi umanitaria”, dice English al Middle East Eye.

Le marce a Gaza sono iniziate il 30 marzo 2018, quando Ahmed Abu Artema, un giornalista palestinese, ha invitato i rifugiati palestinesi a radunarsi pacificamente vicino alla recinzione per chiedere il diritto di tornare nelle terre da cui furono costretti a fuggire o furono espulsi durante gli eventi che portarono alla creazione di Israele nel 1948.

La risposta israeliana è stata violenta. “Quando sono iniziate le proteste presso la recinzione c’è stato un numero enorme di feriti”, ricorda English.

“Adolescenti e giovani hanno avuto il ginocchio trapassato dai colpi dei cecchini israeliani dall’altra parte della barriera, che hanno utilizzato proiettili ad alta velocità”.

Egli descrive le orribili ferite caratterizzate da ossa e tessuti maciullati. Altri sono stati uccisi.

Israele ha sostenuto che stesse proteggendo la recinzione da manifestanti e attivisti violenti. English dice che le persone che ha curato erano manifestanti arrabbiati ma pacifici.

“Si immaginava – afferma – che le manifestazioni si svolgessero in tutta la Cisgiordania e a Gaza in segno di protesta per il diritto al ritorno, un bisogno particolarmente forte a Gaza”.

“Ora un numero enorme di palestinesi sono stati resi disabili”.

Per coloro che vengono operati con successo, possono essere necessari fino a sei mesi prima che possano camminare di nuovo, e c’è una lunga lista di attesa.

Ma molti non sono così fortunati. “Ci sono stati altri casi in cui l’unico modo per evitare mesi di sofferenza è stato eseguire un’amputazione”, dice English.

È difficile sapere con precisione quanti abbiano ancora bisogno di un intervento chirurgico, ma si stima che 500 di queste complesse operazioni siano state eseguite, con altre 700 persone ancora in attesa di cure.

Questo è comunque un risultato straordinario, date le condizioni dei servizi sanitari a Gaza.

Dice English: “Il primo problema è il blocco, che rende difficile garantire le risorse mediche necessarie. L’altro problema è che il conflitto ha distrutto gran parte delle infrastrutture. I generatori ospedalieri non sono affidabili, gran parte dell’acqua non è potabile e le scorte sanitarie sono scarse.”

English ricorda di aver chiesto alcuni anni fa al dottor Yousef Abu Reesh, viceministro della sanità di Gaza, quali fossero le gravi carenze da superare nella fornitura di assistenza sanitaria. Reesh rise e rispose: “Tutto!”

Il blocco israeliano di Gaza è in atto da quando Hamas ha assunto il controllo nel 2007, dopo aver vinto le elezioni legislative e poi estromesso dall’enclave costiera [l’organizzazione] Fatah del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, a seguito di violenti scontri tra le fazioni rivali.

Ora English ritiene che la minaccia del coronavirus, con una serie di casi già segnalati sul territorio, renda ancora più urgente la necessità di revocare il blocco.

“Densamente popolato in una stretta striscia di terra e con un servizio sanitario già sottoposto a uno sforzo enorme, si teme che il virus sarebbe impossibile da controllare e avrebbe effetti catastrofici”, afferma.

La gente di Gaza è molto più vulnerabile. Vivono in condizioni di sovraffollamento e non hanno nessuna possibilità di auto-isolarsi in modo efficace.”

English ritiene che il governo britannico abbia l’obbligo di fare di più per i palestinesi, a causa della sua storica responsabilità per la Dichiarazione Balfour del 1917, in cui si impegnò a sostenere la creazione di un focolare ebraico in Palestina.

“L’ultima frase della Dichiarazione Balfour chiarisce che fornire un focolare nazionale agli ebrei in Palestina non dovrebbe ‘pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina’. Questo chiaramente non è quello che è successo.

“Sono rattristato del fatto che la Gran Bretagna non abbia fatto di più per onorare le proprie responsabilità nei confronti dei palestinesi”.

Il suo messaggio è chiaro: “Dobbiamo fare pressione sui nostri parlamentari affinché sostengano il popolo di Gaza. La Gran Bretagna deve assumersi le sue responsabilità”.

Un modo in cui English crede che il governo britannico possa offrire un aiuto è quello di discutere con Hamas, con l’obiettivo finale di ricostruire una leadership unita in grado di rappresentare tutti i palestinesi in negoziati sostenuti a livello internazionale con Israele.

“È nell’interesse di entrambi i popoli e nel nostro interrompere il ciclo di conflitti e sofferenze a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni”, sostiene il chirurgo.

Una tale mossa richiederebbe un coraggio diplomatico e politico, dal momento che dal 2001 nel Regno Unito l’ala militare di Hamas è considerata un’organizzazione terroristica messa al bando.

Il governo britannico descrive la sua politica nei confronti della Palestina l’istituzione di “una pace giusta tra uno Stato palestinese democratico stabile e Israele, sulla base sui confini del 1967, che ponga fine all’occupazione di comune accordo”.

Ma English teme che una tale politica rischi di essere superata dagli eventi, in quanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, incoraggiato dal sostegno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e con macchinazioni politiche interne che sembrano destinate a tenerlo in carica, minaccia di indebolire ulteriormente le prospettive di un accordo futuro sensato, lasciando ancora una volta i palestinesi nella sofferenza.

“I servizi sanitari dipendono inevitabilmente dalla politica”, dice English.

“Con Trump in carica, Netanyahu crede di poter fare né più né meno ciò che vuole e con lui al potere potrebbe mirare ad annettere ciò che resta della Cisgiordania.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La diplomazia di Trump / Netanyahu: Orientalismo con un altro nome [intervista a Richard Falk]

Javad Heiran-Nia

1 febbraio 2020 – wordpress.com

Articolo basato sull’intervista di Javad Heiran-Nia a Richard Falk [professore emerito di diritto internazionale presso la Princeton University, ex relatore delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori occupati e autore di numerosi libri, tra cui Chaos e Counterrevolution: After the Arab Spring, ndtr.] sull’ “accordo del secolo”.

1-Trump l’ha dichiarato alla presentazione dell’ “accordo del secolo” e ha insistito sul fatto che queste proposte siano un equo piano per la pace. Pensa che il piano soddisfi gli interessi dei palestinesi?

Questo cosiddetto contributo alla “pace” richiede che la Palestina rinunci ai suoi diritti fondamentali e accetti una condizione permanente di sottomissione e vittimizzazione. È talmente a favore di Israele da far pensare che sia stato ideato per garantirne il rifiuto immediato e definitivo da parte dei rappresentanti del governo e dell’opinione pubblica palestinesi. Il piano non è altro che un gioco di potere geopolitico sotto mentite spoglie, orchestrato da Netanyahu e Trump per promuovere i propri programmi politici e salvaguardare le proprie posizioni di governo, attualmente sotto attacco sia in Israele che negli Stati Uniti.

Il piano di Trump perpetua, istituzionalizza, acuisce e cerca di legittimare l’attuale stato di apartheid israeliano, e pretende anche di estenderne la protezione legale conferendo la sovranità israeliana alle terre rubate, quei territori palestinesi che hanno languito sotto l’occupazione e una continua serie di usurpazioni israeliane dal 1967. Il piano riduce la legittima presenza palestinese dal 22% sotto occupazione dopo la guerra del 1967 a un residuo 15%, essenzialmente le comunità palestinesi nelle città della Cisgiordania e alcune terre inabitabili nel Negev occidentale. 

2-Uno degli obiettivi di Trump nel proporre il piano è di aiutare Netanyahu a risolvere i propri problemi interni. Può aiutare Netanyahu a mantenere il potere in Israele, visto che potrebbe essere processato?

Sembra esprimere l’opinione, probabilmente popolare presso alcuni elettori in Israele, che Netanyahu è stato in grado di forzare la mano a Trump come nessun altro politico israeliano avrebbe potuto fare, abbastanza da raggiungere quasi tutto ciò che il movimento sionista avrebbe mai sognato di realizzare: una soluzione di fatto con uno Stato unico che sottopone permanentemente tutta la Palestina al controllo diretto e indiretto di Israele, dichiarato dalla Legge Fondamentale israeliana del 2018 Stato-Nazione esclusivamente del popolo ebraico, cancellando i diritti e la parità per le minoranze non ebree. Quello che viene chiamato “uno Stato” nel testo del piano non è uno Stato come previsto dalla diplomazia, in quanto vi vengono negati i diritti elementari di uno Stato sovrano ai sensi del diritto internazionale, costringendo i palestinesi che vivono sotto l’occupazione a condizioni permanenti come quelle di Gaza ed escludendo cinque milioni di rifugiati palestinesi, negando loro il diritto al ritorno ovunque abitassero prima di diventare profughi. 

3-Cosa dovrebbero fare i palestinesi per opporsi a questo piano?

Alzare la voce alle Nazioni Unite e altrove per chiarire che il piano è una farsa e una frode e, peggio ancora, un crimine internazionale; manifestare con risolutezza e con slogan efficaci, anche sulla vergogna dei Paesi arabi che hanno mostrato sostegno all’accordo; incoraggiare la campagna BDS a esercitare la massima pressione; chiedere ai governi e alle Nazioni Unite di imporre sanzioni; chiedere la conferma legale dei diritti dei palestinesi presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia; insistere su un nuovo quadro diplomatico per affrontare il conflitto israelo-palestinese senza la guida distorta e assurdamente di parte fornita dagli Stati Uniti per molti anni, compreso il periodo pre-Trump. È più che mai chiaro che i diritti dei palestinesi saranno ottenuti solo attraverso una lotta risoluta, isolando Israele, con le pressioni della solidarietà globale e accusando il governo israeliano e i suoi leader di avere imposto politiche criminali.

4-Perché Paesi arabi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrein, Egitto hanno accettato il piano? 

Per due ragioni principali: 1) quei governi arabi sono minacciati dai movimenti per la democrazia, in particolare tra gli arabi, e temono che il raggiungimento dell’autodeterminazione palestinese destabilizzi i loro oppressivi sistemi di governo; 2) per assicurarsi il sostegno continuo alle priorità regionali sunnite e anti-iraniane da parte della presidenza Trump.

Tale accordo tra le élite al governo non riflette affatto i sentimenti popolari in quei Paesi, i cui popoli continuano a sostenere fortemente la lotta palestinese, ma non sono in grado di influenzare i loro governi autocratici. 

5. Questo piano è in contraddizione con le risoluzioni delle Nazioni Unite e non vi è stata alcuna consultazione con la parte palestinese. In che modo gli Stati Uniti e Israele lo faranno accettare alla Palestina?

 Il piano Trump non solo ignora il diritto internazionale, ma contempla proposte che violano in modo flagrante e sprezzante disposizioni fondamentali come il divieto di acquisizione di territorio con la forza, ribadito nella risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza. Inoltre, istituzionalizzando un regime di governo oppressivo che si basa sulla discriminazione razziale, il piano istituzionalizza l’apartheid, definito come “un crimine contro l’umanità” nell’articolo 7 (j) dello Statuto di Roma che regola le attività della Corte Penale Internazionale.

Israele e gli Stati Uniti dovranno prima accettare di smantellare le caratteristiche di apartheid dello Stato israeliano come presupposto essenziale del processo diplomatico verso una pace sostenibile e giusta, che rifletta un impegno per la parità di ebrei e arabi, di israeliani ebrei e palestinesi. Senza soddisfare questa condizione preliminare ad un processo di pace, è illusorio aspettarsi la fine di un conflitto su terra e diritti che dura da più di un secolo. 

 6. Trump definisce giusto il piano, anche se viola i diritti del popolo palestinese. Questo piano è concretizzabile?

Il piano è così evidentemente ingiusto che si potrebbe pensare sia stato progettato per fallire, un risultato già prefigurato dal rifiuto quasi unanime dei palestinesi. Pertanto, l’approccio di Trump / Netanyahu si basa apparentemente sulla capacità di imporre una soluzione al popolo palestinese e di etichettarla come “pace”. Visto più realisticamente, il piano è un mero tentativo di dichiarare unilateralmente la vittoria israeliana e di far credere al mondo che la lotta palestinese sia una causa persa, sperando che una specie di provvedimento truffaldino faccia sì che se i palestinesi ammetteranno la sconfitta e faranno una dichiarazione formale di resa politica, la loro vita migliorerà se misurata in base alla situazione economica. Le misure offerte ai palestinesi nel loro complesso assomigliano a ciò che il popolo di Gaza ha sopportato dal 2007 e a ciò che è stato tentato dall’apartheid sudafricano nelle sue ultime fasi attraverso l’istituzione di bantustan assediati e impotenti in aree remote del Paese in cui alla popolazione africana era richiesto di vivere nella miseria e nell’umiliazione. Nel mondo post-coloniale un tale progetto è la ricetta per una lotta violenta e non deve essere confuso con autentici tentativi di passare di comune accordo dalla guerra alla pace o dall’oppressione alla democrazia costituzionale. L’” accordo del secolo” si rivela essere orientalismo coi muscoli!

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il BDS ha bisogno di una visione politica sulla costruzione di uno Stato palestinese

Haidar Eid

24 gennaio 2020 – Al Jazeera

Finora la campagna del BDS ha evitato questa questione, ma prima o poi dovrà fare una scelta.

Sono passati quasi 15 anni da quando il movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) è stato promosso dalla Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI).

L’obiettivo della campagna è costringere Israele e i suoi sostenitori a riconoscere che lo status quo nelle terre palestinesi e in Israele non è sostenibile a lungo termine e che non può esserci soluzione senza rispetto del diritto internazionale, della civiltà e della democrazia. Ciò significa porre fine all’occupazione illegale della Cisgiordania e all’assedio di Gaza, garantire uguali diritti all’interno di Israele per i suoi cittadini palestinesi e concretizzare il diritto di tornare alle loro case per i palestinesi cacciati durante la diaspora.

Oggi la campagna del BDS gode del sostegno della stragrande maggioranza della società civile palestinese. La tendenza sta cambiando anche in Occidente, dove il sistema di oppressione a più livelli da parte di Israele, in particolare l’occupazione, la colonizzazione e l’apartheid, sono sempre più condannati.

La società civile internazionale sembra aver raggiunto la conclusione che, come per il Sudafrica, il sistema di oppressione israeliano non può essere arrestato senza che si ponga fine alla complicità internazionale e si intensifichi la solidarietà globale, in particolare attraverso il BDS. Pertanto, la campagna si sta rapidamente avvicinando al modello sudafricano per maturità e impatto.

Personalmente, sono stato coinvolto nel BDS sin dalle sue origini e lo sostengo con tutto il cuore. Tuttavia, sono anche preoccupato che l’attenzione del pubblico si limiti alle richieste immediate della campagna a spese dello sviluppo di un piano coerente per il futuro politico della Palestina. In altre parole, poiché la campagna si limita a garantire il rispetto dei diritti dei palestinesi, manca una visione della realtà politica all’interno della quale tali diritti saranno collocati.

La campagna del BDS è stata volutamente ambigua sulla forma che lo Stato palestinese dovrebbe prendere e ci sono ragioni tattiche per questo – evitare principalmente disaccordi all’interno del movimento.

Tuttavia, sono del parere che optare per il silenzio su importanti questioni politiche sul futuro della Palestina sia una tattica sbagliata. Concentrarsi sulla fine dell’occupazione, i diritti dei palestinesi in Israele e il diritto al ritorno deve essere inserito in un programma politico che promuova la soluzione dello Stato unico.

Questo è il motivo per cui ho co-fondato, con un gruppo di accademici e attivisti, il One Democratic State Group [Organizzazione per lo Stato unico democratico]. Il gruppo, che fa parte della One State Campaign [ODSC, Campagna per lo Stato unico democratico, organizzazione con adesioni palestinesi e israeliane fondata nel 2017, ndtr.], ha presentato un programma che non solo ribadisce il diritto al ritorno, i diritti dei cittadini palestinesi di Israele e la fine dell’occupazione, ma propone anche una visione riguardo a un’organizzazione statale, uno sviluppo economico, una giustizia sociale e una politica internazionale responsabile.

La premessa centrale è che la soluzione dei due Stati è morta e dovrebbe essere dichiarata tale, nonostante l’attaccamento che molti gruppi, specialmente quelli di sinistra, [continuano ad] avere.

È tempo che tutti coloro che nella discussione pubblica in Palestina e all’estero continuano a proporre la soluzione dei due Stati si rendano conto che la strategia israeliana di colonizzazione della Cisgiordania e la graduale espulsione dei residenti palestinesi col proposito di una futura annessione l’ha resa impossibile.

A questo punto, attenersi alla visione dei due Stati – una soluzione impossibile – significa semplicemente la continuazione dell’occupazione, della colonizzazione e dell’apartheid.

Anche se capisco perfettamente la posizione assunta dai difensori dell’approccio basato sui diritti, penso ancora che vi sia un urgente bisogno di una visione politica che aiuti a portare una luce alla fine del tunnel per quei milioni di persone che vivono tra il fiume Giordano e il Mediterraneo e per gli oltre cinque milioni di rifugiati palestinesi sparsi in tutto il mondo.

Secondo me, il diritto all’autodeterminazione non dovrebbe tradursi in una soluzione razzista in cui vi siano due Stati, uno dei quali viola i diritti dei due terzi del popolo palestinese. Vale a dire, uno Stato israeliano continuerebbe a trattare i suoi cittadini palestinesi come di seconda classe e continuerebbe a negare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Non sarebbe diverso dal Sudafrica del governo bianco, uno Stato che ha concesso diritti esclusivi a una razza escludendone tutte le altre. Se vogliamo imparare dal movimento anti-apartheid sudafricano, allora dovremmo prestare attenzione alla sua visione politica: democrazia, uguaglianza razziale e fine della segregazione.

Questa strategia ha portato alla creazione di uno Stato laico e democratico nella terra del Sudafrica, che appartiene a tutti i sudafricani, proprio come previsto dalla Carta della libertà dell’Alleanza congressuale sudafricana [The Congress South African Alleance è un’organizzazione anti-apartheid fondata in Sud Africa, su iniziativa dell’African National Congress, negli anni ‘50 del secolo scorso ndtr.].

È incredibile che alcune persone che hanno sostenuto la fine dell’apartheid non vedano la contraddizione intrinseca nel loro sostegno a uno Stato etnico palestinese, che soddisferebbe il diritto all’autodeterminazione solo di quei palestinesi che risiedono in Cisgiordania e a Gaza e priverebbe di questo diritto la diaspora e i cittadini palestinesi di Israele.

Ciò equivale a sostenere il “diritto” dei quattro famigerati Bantustan [i Bantustan, vere e proprie riserve per le popolazioni di colore, conseguenza delle politiche di aparheid portate avanti in Sud Africa dal 1948 al 1991 dal National Congress, ndtr.], Transkei, Bophuthatswana, Venda e Ciskei, all’ “indipendenza”

La soluzione dei due Stati non garantirà la democrazia, la fine della segregazione e i pieni diritti politici per tutti i palestinesi. Non fornirà l’autodeterminazione per tutti i palestinesi. In realtà, escluderà milioni di palestinesi che vivono in Israele sia nella diaspora dalla cittadinanza palestinese sia dal riconoscimento dei diritti.

Dobbiamo andare oltre il dibattito sulla soluzione tra uno e due Stati e cercare di perseguire un approccio più accurato : la lotta basata sui diritti unita a una visione politica ben definita che può essere realizzata nel quadro di uno Stato unitario con garanzia di uguaglianza per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla religione, dall’etnia o dal genere.

Per il momento la campagna del BDS potrebbe attendere nel prendere una posizione, ma prima o poi dovrà farlo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera

Haidar Eid è professore associato presso l’Università Al-Aqsa di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Salute e diritti umani a Gaza: vergogna del mondo

 Richard Falk,

27 novembre 2019 R.Falk Blog

Nota preliminare:

Questo post è dedicato alla salute e ai diritti umani a Gaza. Si basa su una presentazione video di alcune settimane fa a una conferenza su questo tema tenutasi a Gaza. Non fa alcuno sforzo di aggiornamento in riferimento all’ultimo ciclo di violenza scatenato dall’assassinio mirato di Baha Abu-Ata, un comandante militare della Jihad islamica, il 12 novembre. Sono profondamente convinto delle questioni sollevate da questo post non solo perché sono stato testimone delle condizioni di vita a Gaza e ho amici a Gaza che hanno sopportato difficoltà e ingiustizie per così tanto tempo senza perdere il loro calore umano o persino la loro speranza. I miei contatti con Gaza e i Gazawi nel corso di molti anni sono stati allo stesso tempo stimolanti e profondamente scoraggianti, da una profonda comprensione delle carenze della condizione umana unita a uno sguardo edificante, al coraggio spirituale di persone che sono così pesantemente perseguitate.
Riflettendo sul terrificante destino imposto al popolo di Gaza, ho provato vergogna dei silenzi assurdi, in particolare di quei governi e dei loro leader nella regione e in quei paesi con una responsabilità storica (il Regno Unito) e influenza geopolitica (gli Stati Uniti). Prendo inoltre nota con allarme del rifiuto dei media mainstream di prestare attenzione allo squallore sopportato da così tanto tempo dal popolo di Gaza. Se mai la norma della “responsabilità di proteggere” venisse applicata in base alle necessità umanitarie, Gaza sarebbe in cima alla lista, ma ovviamente non c’è nessuna lista, e se mai ce ne fosse una, data l’attuale atmosfera internazionale, Gaza rimarrebbe tra quelli non elencati! Questa inattenzione verso il popolo di Gaza è così acuta da estendere la rete della complicità criminale ben oltre i confini di Israele.]
 
 

Salute e diritti umani a Gaza: vergogna del mondo

Voglio iniziare porgendo i miei saluti a tutti coloro che sono qui oggi. Vorrei che le condizioni a Gaza fossero diverse, permettendomi di condividere l’esperienza della conferenza direttamente con voi prendendovi parte personalmente e attivamente. Il tema della conferenza tocca le politiche e la pratica degli abusi israeliani che stanno perseguitando la popolazione di Gaza da così tanto tempo. La popolazione di Gaza sta affrontando una situazione deplorevole da quando l’occupazione è iniziata nel 1967, ma tale situazione è molto peggiorata dopo le elezioni di Gaza del 2006, rafforzata dai cambiamenti nell’amministrazione politica avvenuti l’anno successivo. Le politiche di Israele sono state sistematicamente crudeli e aggressive, ignorando gli standard legali e i valori morali applicabili al comportamento di una Potenza Occupante. Tali standard e valori sono incorporati nel diritto internazionale umanitario (IHL) e nel diritto internazionale dei diritti umani (IHRL).

Promuovere il diritto alla salute è tra i più fondamentali dei diritti umani, articolati per la prima volta nella Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità del 1946: “Il diritto di ciascuno al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale”. Questo diritto è ulteriormente articolato nella Dichiarazione universale dei diritti umani, in particolare nell’articolo 25, e poi messo in forma di trattato dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali nel 1966. L’interferenza deliberata con il diritto alla salute è tra i peggiori abusi collettivi immaginabili di un popolo soggetto a un’occupazione militare. Israele, che fa affidamento su un regime di apartheid per mantenere il controllo sul popolo palestinese a fronte del suo diritto di resistenza protetto a livello internazionale, è stato particolarmente colpevole di un comportamento che ha palesemente, costantemente e intenzionalmente ostacolato e violato il diritto alla salute dell’intera popolazione civile di Gaza in vari modi.

La Grande Marcia del Ritorno incarna le brutalità della politica di occupazione israeliana, che include uno scioccante disprezzo per la salute fisica e mentale della popolazione civile palestinese che prende parte alle manifestazioni. Ci offre anche una metafora degli abusi del diritto alla salute e di altri diritti della popolazione di Gaza considerata come entità collettiva. Questo modello di abuso avviene nel contesto di persistenti e coraggiosi atti di resistenza palestinese a sostegno del loro diritto al ritorno in patria, un diritto affermato alle Nazioni Unite e chiaramente stabilito nella legislazione internazionale, che Israele ha rifiutato di sostenere per sette decenni, cioè fin dalla Nakba. Di fronte a un tale fallimento dei procedimenti internazionali per difendere i diritti dei palestinesi, il ricorso a una politica autonoma sembra ragionevole e, di fatto, l’unico percorso attualmente in grado di produrre risultati positivi. Il popolo di Gaza ha atteso abbastanza a lungo, anzi troppo a lungo, senza che i suoi diritti internazionali più elementari fossero protetti dalla comunità mondiale organizzata.

Una questione preliminare è se, come sostiene Israele, esso possa essere sollevato da tutti gli obblighi legali internazionali nei confronti del popolo di Gaza a causa del suo presunto “disimpegno” da Gaza nel 2005. Da una prospettiva di diritto internazionale, la rimozione fisica delle truppe occupanti dell’IDF dal territorio di Gaza e lo smantellamento degli insediamenti israeliani illegali non ha influito sullo status giuridico di Gaza come “territorio palestinese occupato”. Israele ha mantenuto uno stretto controllo su Gaza, che ha incluso massicci attacchi militari nel 2008-09, 2012 e 2014, nonché l’uso frequente di forza eccessiva, armi e tattiche illegali e il mancato rispetto dei vincoli della legge. Nonostante il “disimpegno”, Israele mantiene un effettivo e completo controllo sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque marittime offshore di Gaza. In realtà, a seguito del blocco in atto dal 2007, l’occupazione è più intensa e violenta della forma di occupazione oppressiva che esisteva a Gaza prima del disimpegno. Dal punto di vista del IHL e IHRL, Israele è pienamente obbligato dal diritto internazionale a esercitare il suo ruolo di potere occupante e le sue affermazioni contrarie sono giuridicamente irrilevanti. Sfortunatamente, a causa delle realtà geopolitiche e della debolezza delle Nazioni Unite, queste affermazioni israeliane continuano ad avere una rilevanza politica poiché gli obblighi di Israele rimangono non rispettati e per lo più ignorati, creando una situazione inaccettabile in cui Israele gode di fatto dell’impunità e sfugge a tutte le procedure per rendere conto del proprio operato a disposizione mediante il ricorso al diritto internazionale e alle istituzioni giudiziarie internazionali.

È anche importante, a nostro avviso, comprendere il significato dei risultati del rapporto ESCWA (UN Economic and Social Commission for Western Asia) 2017 preparato da Virginia Tilley e da me stesso. Dopo aver esaminato le prove abbiamo concluso che Israele mantiene una struttura di controllo di apartheid sul popolo palestinese nel suo insieme, che ovviamente include la popolazione di Gaza. Il nostro punto principale è che Israele usa una varietà di mezzi per soggiogare e opprimere i palestinesi in modo da stabilire e sostenere uno Stato ebraico esclusivista in cui, secondo la Legge fondamentale israeliana del 2018, solo gli ebrei hanno l’autorità di rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Circoscrivere il diritto all’autodeterminazione secondo esclusivi criteri razziali è un riconoscimento virtuale di un’ideologia di apartheid.

Occorre prendere atto più ampiamente che l’apartheid è un crimine contro l’umanità, secondo l’articolo 7 (j) dello Statuto di Roma che regola i lavori del Tribunale penale internazionale. Il carattere criminale dell’apartheid era stato in precedenza confermato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1973 sulla repressione e la punizione del crimine di apartheid. Se l’apartheid è effettivamente presente, tutti i governi hanno essi stessi degli obblighi legali e morali di unirsi allo sforzo di reprimere e punire. Come per le IHL e IHRL, la criminalizzazione dell’apartheid non è perseguita con meccanismi intergovernativi formali a causa di barriere erette dalla geopolitica e dalla relativa debolezza delle Nazioni Unite, ma ciò non significa che la designazione sia politicamente e moralmente insignificante. Poiché i governi si rifiutano di agire, la responsabilità e l’opportunità per l’applicazione della legge spetta ai popoli del mondo per fare ciò che il contesto formale dell’ordine mondiale non è in grado di fare.

Una tale ondata anti-apartheid di base si è verificata rispetto al regime sudafricano dell’apartheid, producendo un’inversione del tutto inaspettata dell’approccio da parte della leadership afrikaner del paese con conseguente rilascio di Nelson Mandela dal carcere dopo 27 anni di prigionia seguito dalla transizione pacifica verso una democrazia costituzionale multirazziale con i diritti umani promessi a tutti indipendentemente dalla razza. Un simile risultato era considerato impossibile in tutto lo spettro politico in Sudafrica fino al 1994, quando è effettivamente accaduto.

Non possiamo garantire, naturalmente, che la storia si ripeterà e libererà il popolo palestinese dal suo calvario secolare, ma nemmeno possiamo escludere la possibilità che la combinazione di resistenza palestinese e solidarietà globale avrà un effetto di empowerment e liberatorio. In parte, il movimento nazionale palestinese è l’ultima grande lotta incompiuta contro il colonialismo di insediamento europeo. Considerato in questo modo, il Progetto Sionista attraverso l’istituzione di Israele ha temporaneamente invertito il flusso della storia in Palestina per una serie di ragioni complicate, ma il destino finale della Palestina rimane in dubbio fino a quando la resistenza palestinese viene sostenuta e la solidarietà rimane solida. A questo proposito, la Grande Marcia del Ritorno è un potente segnale che la resistenza palestinese qui a Gaza continua a offrire energia ispiratrice a quelli di noi in tutto il mondo che credono che questa particolare lotta per la giustizia individuale e collettiva da parte di un popolo oppresso sia ciò che i diritti umani significano alle loro fondamenta.

La Grande Marcia è una metafora perfetta sia per il tema di questa conferenza che per la lotta che ha motivato i residenti indifesi di Gaza a chiedere questo diritto fondamentale di tornare in patria da cui sono stati ingiustamente e forzatamente espulsi. Questa richiesta è stata riaffermata in modo impressionante ogni venerdì per più di un anno di fronte al feroce accanimento di Israele sulla forza eccessiva sin dal suo inizio nel marzo 2018. Israele fin dall’esordio delle proteste ha adottato un approccio di forza eccessiva mirato a terrorizzare i manifestanti ricorrendo alla violenza letale nel duro tentativo di punire e distruggere questa formidabile sfida creativa al controllo israeliano di apartheid / coloniale. L’obiettivo di Israele sembra essere uno sforzo vano e illegale di minare la volontà palestinese di resistere dopo decenni di segregazione, scoraggiamento e abusi indicibili.

Allo stesso tempo, una tale risposta criminale da parte di Israele a questa angosciante rivendicazione del diritto da parte del popolo di Gaza è stata anche l’espressione culminante dell’assalto israeliano alla salute fisica e mentale della popolazione civile di Gaza. Non sorprende che gli oneri creati da 20.000 feriti Gaza abbiano travolto le già sopraffatte capacità mediche di Gaza. Molti dei feriti hanno sofferto ferite da arma da fuoco che hanno messo a repentaglio la vita e gli arti, con gravi infezioni e con bisogno di amputazione. Questa situazione di crisi nell’assistenza sanitaria è stata aggravata dalla carenza di medicinali antibiotici necessari e dalle tristi esperienze dei feriti abitanti di Gaza che richiedono un’attenzione specializzata che può essere ottenuta solo al di fuori di Gaza. Quelli così disperatamente bisognosi di cure mediche al di fuori di Gaza hanno incontrato difficoltà quasi insuperabili per ottenere i necessari permessi di uscita e di ingresso che Israele spesso ha rifiutato persino in circostanze normali. In relazione ai feriti negli eventi della Grande Marcia, la situazione era molto peggiore. Israele non era più disposto a concedere permessi di uscita ai feriti nella Grande Marcia, discriminando qualsiasi palestinese che avesse osato protestare pacificamente contro la negazione dei diritti a cui ogni essere umano sulla terra ha diritto. Un simile abuso viene intensificato penalmente in relazione agli abitanti di Gaza che dovrebbero essere particolarmente protetti in virtù della Quarta Convenzione di Ginevra e dell’IHL più in generale. Invece della protezione, l’approccio israeliano è stato quello di imporre una prolungata punizione collettiva non solo ai resistenti palestinesi, ma all’intera popolazione di Gaza in violazione diretta dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, e non per un breve intervallo associato a circostanze speciali, ma nel corso di decenni.

Al di là di queste eccezionali condizioni associate alle conseguenze mediche della Grande Marcia, Israele, non riuscendo a proteggere la popolazione civile di Gaza in condizioni di occupazione prolungata ingiustificata, è colpevole di diverse forme aggiuntive di punizione collettiva, ognuna delle quali ha un impatto negativo sulla salute di Gaza. Queste conseguenze con effetti negativi derivano dal mantenimento di un blocco spietato, dall’applicazione periodica di forza eccessiva ben oltre ogni ragionevole giustificazione della sicurezza e dall’applicazione di politiche e pratiche che riflettono il carattere apartheid / coloniale del suo approccio al popolo palestinese, che ha a lungo assunto una forma sinistra a Gaza. I risultati sulla salute sono disastrosi, come confermato da affidabili misure statistiche delle condizioni fisiche e mentali della popolazione, come dimostrato dall’indisponibilità di acqua potabile sicura, dall’esistenza di fognature aperte non trattate, dalla frequenza di lunghe interruzioni di corrente che interferiscono con gli ospedali e attrezzature mediche e studi che documentano l’elevata incidenza di gravi traumi vissuti da molti residenti di Gaza, compresi i bambini piccoli e particolarmente vulnerabili. Per quelli di noi che hanno visitato Gaza anche in quelle che potrebbero essere descritte come condizioni “normali”, siamo arrivati a chiederci come chiunque potesse sopportare tale stress senza soffrire una reazione traumatica.

Questa grave violazione del diritto alla salute della popolazione di Gaza dovrebbe essere motivo di oltraggio nella comunità internazionale e ricevere adeguata attenzione da parte dei media, ma le violazioni deliberate e massicce di Israele nei confronti di IHL e IHRL sono protette dalla geopolitica dalla censura e dalle sanzioni contro parte dei governi e delle Nazioni Unite, una realtà ulteriormente oscurata da media occidentali mainstream compiacenti che vengono fuorviati e manipolati da una campagna di propaganda israeliana attentamente orchestrata che presenta la sua condotta criminosamente illegale come un comportamento ragionevole intrapreso per proteggere la sicurezza nazionale di uno stato sovrano, un aspetto del suo diritto legale di difendersi da ciò che definisce un nemico terroristico. Tale propaganda israeliana falsifica le realtà della situazione in molti modi, ma crea alquanta confusione al di fuori di Gaza per distogliere l’attenzione dalla sofferenza imposta al popolo palestinese nel suo complesso, e in particolare alla popolazione civile di Gaza.

In questo contesto, diventa chiaro che gli sforzi di solidarietà di base per svelare queste verità ed esercitare pressioni nonviolente su Israele mediante la campagna BDS [Boicottaggio, Disinvestimento , Sanzioni, ndt] e altre iniziative sono contributi essenziali alle continue lotte di resistenza del popolo palestinese. E a differenza della risposta sudafricana, Israele con la sua sofisticata capacità di penetrazione globale ha tentato in ogni modo di screditare tale lavoro di solidarietà globale, arrivando persino a sfruttare la sua influenza all’estero per criminalizzare la partecipazione all’attività BDS incoraggiando l’uscita di leggi punitive e l’adozione di politiche amministrative restrittive in Europa e Nord America.

Consentitemi di porre fine a queste osservazioni affermando che, nonostante l’apparente squilibrio delle forze sul campo, la storia rimane fortemente dalla parte della lotta palestinese contro questo regime di apartheid israeliano. Gran parte del mondo si rende conto che il coraggioso popolo di Gaza è stato a lungo nell’occhio di una terribile e apparentemente infinita tempesta. È mio onore sostenere al mio meglio possibile la realizzazione del diritto all’autodeterminazione. Nonostante le apparenze contrarie, sono fiducioso che prevarrà la giustizia, che i palestinesi raggiungeranno i loro diritti e sorprenderanno il mondo come hanno fatto gli avversari dell’apartheid sudafricano una generazione fa. Spero di vivere abbastanza a lungo da visitare Gaza in futuro in un momento di libertà e celebrazione. Nel frattempo, auguro alla conferenza un grande successo.

Richard Falk è Professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University e Presidente del Board of Trustees dell’ Euro-Mediterranean Human Rights Monitor

Traduzione di Angelo Stefanini




L’Autorità Palestinese fa il lavoro sporco per Israele: è per questo che fu creata

Asa Winstanley

30 Ottobre 2019 Middle East Monitor

Nonostante ciò che ne avrete sentito dire, l’Autorità Nazionale Palestinese non è un “governo palestinese”. Infatti, “Autorità Nazionale Palestinese” è una denominazione impropria, perché l’organismo non è dotato di autorità vera e propria e non agisce nell’ interesse della maggioranza dei palestinesi.

Innanzitutto, non è sicuramente un’istituzione democratica. Sono almeno 14 anni che non si tengono elezioni per l’Autorità Nazionale Palestinese, se escludiamo le votazioni interne.

L’ultima volta che il parlamento fittizio dell’ANP ha indetto elezioni effettivamente democratiche è stato nel 2006. Dal punto di vista dell’imperialismo USA e dei suoi alleati, però, vinse il partito sbagliato. Il Movimento Islamico di Resistenza, Hamas, vinse grazie a un programma di welfare e lotta alla corruzione, con una lista di candidati chiamata Change and Reform [Cambiamento e Riforma, ndt]. Gli elettori palestinesi votarono per Hamas vedendo in esso un cambiamento rispetto alla corruzione, ritenuta dilagante nel partito di maggioranza Fatah di Mahmoud Abbas.

Anche il fallimento della strategia del “processo di pace” del presidente dell’ANP, cioè la resa ad Israele attraverso i negoziati, ebbe un certo peso nella sorprendente sconfitta del suo partito. Eppure, invece di riflettere sul messaggio forte e chiaro inviato dagli elettori, e prepararsi a vivere all’opposizione, Fatah rifiutò di accettare il risultato delle elezioni “libere e democratiche” e di trasferire il potere ad Hamas, il nuovo governo eletto. La leadership di Fatah venne incoraggiata a questa pericolosa reazione dagli americani, dagli europei, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita. Il risultato fu la spietata guerra civile palestinese del 2007.

Le forze armate a Gaza, guidate da Mohammed Dahlan, all’epoca influente personaggio di Fatah, erano pronte a realizzare un colpo di stato contro Hamas e i suoi combattenti. Hamas scoprì il piano ed espulse da Gaza Dahlan e i suoi uomini. Venne quindi organizzato da Abbas un colpo di stato in Cisgiordania contro il governo eletto di Hamas.

Nonostante anni di interminabili e intermittenti negoziati tra Hamas e Fatah per un “governo di unità nazionale”, da allora non ci sono state elezioni, né legislative né presidenziali. L’“Autorità Nazionale Palestinese”, quindi, non ha alcun mandato democratico. E, di fatto, non lo ha nemmeno Abbas; il suo incarico avrebbe dovuto concludersi nel 2009.

Ancor più importante, l’ANP non ha il mandato della totalità dei palestinesi, la maggior parte dei quali vivono in esilio, come rifugiati. I loro diritti non sono tutelati dall’Autorità Nazionale Palestinese. Secondo il fallimentare processo degli Accordi di Oslo, iniziato negli primi anni ‘90, il loro legittimo diritto al ritorno non è stato rispettato né tutelato.

Inoltre, anche relativamente alla limitata sfera d’influenza e alla parte di popolazione palestinese che sostiene di rappresentare nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza – che insieme costituiscono appena il 22% della Palestina storica – l’Autorità Nazionale Palestinese agisce per far rispettare la volontà di Israele. Il settore più attivo e meglio finanziato dell’autorità è quello della sicurezza, con circa 70.000 funzionari che operano in una mezza dozzina di servizi di sicurezza.

Gli addetti alla sicurezza dell’ANP vengono addestrati da USA ed Europa, ed esistono unicamente per controllare il popolo palestinese. Il loro unico compito è prevenire la resistenza, armata o pacifica che sia, contro Israele, proteggere Israele e tutelare i leader dell’ANP. Gli ordini loro impartiti sono di farsi da parte se, sulla scena di qualsiasi evento, arriva il personale della sicurezza israeliano.

Nel 2014 Abbas definì “sacro” il coordinamento per la sicurezza tra ANP e Israele. Con il passare degli anni, però, ha più volte minacciato di porre fine a tale collaborazione con Israele, di solito quando sono stati a rischio i finanziamenti all’ANP. Eppure è rimasto fedele al suo discorso del 2004, e il coordinamento per la sicurezza tra ANP e Israele rimane ben saldo.

L’ ANP, quindi, può essere ragionevolmente considerato una marionetta, un organismo collaborazionista che esegue gli ordini dell’occupazione israeliana. Non sorprende, quindi, scoprire che sta impedendo la libertà di parola e agendo in modo autoritario e oppressivo. In questo, l’ ANP è complementare alla politica israeliana nei confronti dei palestinesi, che è sempre stata dittatoriale.

Con la sua ultima mossa autoritaria, l’ANP ha oscurato un gran numero di siti e social network palestinesi e arabi. Su richiesta del Procuratore Generale dell’ANP, il 17 ottobre la pretura di Ramallah ha ordinato il blocco di altri 59 siti web e pagine di notizie in rete.

Secondo l’ordinanza, i siti violavano la legge sui crimini informatici, approvata dall’ANP nel 2017. I gruppi per i diritti umani hanno definito la legge uno “strumento per mettere a tacere la legittima libertà di espressione e la critica alle autorità”.

La lista dei siti oscurati include Arab48, Wattan TV, Shebab News Agency, Quds News Network, Gaza Now e Metras. È da sottolineare che nessuno dei siti oscurati è israeliano.

L’Autorità Nazionale Palestinese sta nascondendo la testa sotto la sabbia, cercando di impedire la libertà di espressione e rispedendo i media nazionali in quell’oscurità in cui aveva tentato di relegarli l’occupazione israeliana, senza riuscirci”, ha dichiarato Husam Badran, portavoce di Hamas. “Il nuovo divieto può significare solo che l’ ANP e l’occupazione stanno lottando dalla stessa parte contro l’espressione nazionale palestinese, che denuncia le violazioni da parte dell’occupazione, la corruzione e il crimine”.

L’ANP si vende come strumento utile all’occupazione israeliana; riesce a fare cose che Israele non può fare. Eppure, gli israeliani considerano l’ANP sempre più irrilevante. Perché dovrebbero impiegare un subappaltatore per l’occupazione, quando possono direttamente portarla avanti loro? Questo è il dilemma in cui si trova l’ANP, da qui le periodiche e vuote minacce di chiudere la collaborazione per la sicurezza.

Tuttavia, almeno per ora, possiamo aspettarci che l’Autorità Nazionale Palestinese continuerà a fare il lavoro sporco per Israele. Dopotutto, è esattamente il motivo per cui fu creata.

Le opinioni espresse nell’articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Elena Bellini)