La realtà e la sua maschera

Giorgio M., Cruciati C., Israele, mito e realtà. Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo, Edizioni Alegre, Roma, 2018, 15 €.

Amedeo Rossi

Il libro di Michele Giorgio e Chiara Cruciati, giornalisti de “Il Manifesto”, rappresenta un utile strumento per fare un bilancio di 70 anni della nascita di Israele, ma soprattutto per misurare quanto la realtà storica e l’attualità siano lontane dall’opinione corrente su questa vicenda.

Il libro è strutturato in due parti e tre appendici: una cronologia fondamentale, un glossario e alcune immagini relative a questioni affrontate nei precedenti capitoli. Nella prima parte gli autori ripercorrono la storia del sionismo dalle sue origini nel XIX° secolo alla fondazione dello Stato di Israele. Nonostante le differenze tattiche tra le sue varie correnti, dal capitolo emerge una sostanziale condivisione dell’obiettivo da raggiungere, e ciò implicasse la negazione del diritto dei palestinesi alla terra su cui avevano vissuto per secoli. Anzi, nel negare la loro stessa esistenza, in quanto intralcio per la realizzazione del progetto sionista. Questa è stata una delle ragioni delle aspre critiche nei confronti del movimento da parte di intellettuali ebrei, tra cui Martin Buber, Hannah Arendt, Marek Edelman, Noam Chomsky. Oltre all’estrema coerenza e determinazione con cui i dirigenti sionisti, contro ogni ragionevolezza, hanno perseguito, realizzato ed ampliato il sogno di Herzl, emerge la spietatezza nei confronti della popolazione autoctona che ha guidato l’azione politica sionista fin dai primi tempi. Gli autori citano ad esempio Israel Zangwill, scrittore ebreo britannico: “Non esiste alcuna ragione particolare perché gli arabi debbano restare aggrappati a questi pochi chilometri di terra. Ripiegare le tende e andarsene di soppiatto è la loro proverbiale abitudine. Che lo facciano anche ora […] Dobbiamo garbatamente convincerli a mettersi in marcia.” Il brano mette in luce gli stereotipi orientalisti del suo autore e la convinzione che i palestinesi avrebbero facilmente lasciato posto ai nuovi venuti. I sionisti si resero presto conto che invece erano tenacemente legati alla propria terra, e passarono a metodi tutt’altro che “garbati”.

La seconda parte costruisce, per lo più attraverso una serie di interviste ad intellettuali sia israeliani che palestinesi, una sorta di mosaico a partire da alcune questioni cruciali che costituiscono la narrazione prevalente sul conflitto israelo-palestinese. E’ su questi punti che si è costruito il mito citato nel titolo del volume: il rapporto tra ebrei, Olocausto e Israele; la Palestina, i palestinesi e gli ebrei prima e dopo la nascita di Israele, tra ritorno negato agli uni e “ritorno” promesso agli altri; il sionismo e i Israele come esperienze socialiste; la questione di stretta attualità dei diritti di cittadinanza e nazionalità tra ebrei e palestinesi in Israele; il rapporto tra antisemitismo e filo-sionismo; infine, l’idea di Israele come parte dell’Occidente e quindi dei palestinesi come intrusi.

I capitoli-interviste sono sintetici ma ricchi di notazioni e spunti interessanti. Per ragioni di spazio mi limiterò a citarne solo alcuni.

Lo storico palestinese Salim Tamari smentisce una delle asserzioni della narrazione sionista: il fatto che il nazionalismo palestinese sia stato una reazione tardiva al sionismo. Secondo Tamari in realtà tra la fine dell’XIX° secolo e i primi del XX° si era risvegliato tra i palestinesi un sentimento nazionale anti-turco prima e antisionista poi. In particolare divenne centrale la questione delle terre: “I sionisti compravano terreni per dare vita a colonie per ebrei e cacciavano via i contadini palestinesi che in molti casi le avevano coltivate per generazioni, sebbene per conto dei proprietari. E questo problema rappresentò un punto centrale per la mobilitazione nazionalista palestinese.” La citazione per un verso individua nel problema della terra e non nell’odio razziale o religioso la causa dei primi conflitti tra palestinesi e sionisti. Dall’altro evidenzia una delle caratteristiche costanti del progetto sionista: separare la popolazione autoctona dalla terra. Ciò ebbe in Palestina, come in altre realtà coloniali pre-capitaliste, effetti dirompenti sulla popolazione e sull’economia locali.

Il risultato di questo processo viene analizzato in un capitolo successivo, costruito con inserti di un’intervista a Wasim Dahmash, docente di lingua e letteratura araba all’università di Cagliari, che riguarda il “ritorno” degli ebrei e la contemporanea espulsione dei palestinesi. Si tratta di una situazione caratterizzata da una serie di palesi contraddizioni. Agli ebrei di qualunque Paese al mondo viene concessa l’aliyah (letteralmente la “salita”, dalla diaspora alla biblica terra degli antenati), ai palestinesi è negato questo diritto e vengono considerati “infiltrati”, ed alcuni di quelli rimasti nello Stato d’Israele sono considerati “presenti assenti”. La recentissima legge, approvata a luglio relativa allo “Stato-Nazione ebraico” attribuisce valore costituzionale alle discriminazioni cui è già soggetto il 20% della popolazione non ebraica di Israele e di cui parla un capitolo del libro.

Due capitoli si occupano invece del mito relativo ad Israele come Paese “socialista”, che in Occidente ha affascinato parte della sinistra. Il primo riguarda l’Histadrut, il sindacato sionista. Esso si adeguò a quanto affermato da Ben Gurion già nel 1934: “Se non facciamo ogni genere di lavoro, facile e difficile, specializzato e non, se resteremo dei meri proprietari, questa patria non sarà mai nostra.” Il corollario di questa affermazione è stata naturalmente l’espulsione della maggioranza dei palestinesi. Tuttavia Israele ha utilizzato prigionieri arabi della guerra del ’48 come lavoratori forzati internati in veri e propri lager, e l’Histadrut è stato un sindacato di regime. È dal sindacato che nacque la principale milizia armata sionista, l’Haganah. Dopo la fondazione di Israele, fino al 1959 ai palestinesi con cittadinanza israeliana venne negata l’iscrizione al sindacato e imposte discriminazioni salariali. Un sindacalista britannico ha affermato: “Il principale ruolo di Histadrut non era la difesa dei salari e le condizioni di lavoro dei suoi membri ma la colonizzazione della Palestina […] Histadrut fu un sindacato capitalista.” Dopo l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, ai lavoratori palestinesi nelle colonie o in territorio israeliano è stato imposto il pagamento delle quote sindacali senza però il godimento dei relativi diritti assistenziali e previdenziali.

Il secondo riguarda il modello del kibbutz, a lungo considerato come una sorta di comune. In realtà anch’esso è strettamente legato all’ideologia sionista, che esclude i palestinesi, ed anzi è stato storicamente uno degli strumenti per la loro espulsione dalle terre. È significativa a questo proposito la citazione presente nel libro dell’episodio narrato in un’intervista da Moshe Dayan, protagonista della vittoria militare del ’67: una delegazione di membri di kibbutz del nord di Israele si recò dall’allora primo ministro Levy Eshkol per intimargli di aprire le ostilità contro la Siria per occupare le fertili terre del Golan. Nel capitolo Sergio Yahni, giornalista e analista di origini argentine che ha vissuto a lungo in un kibbutz, racconta il ruolo attivo dei kibbutzim nel Palmach, reparto d’élite dell’Haganah, responsabile di massacri ed espulsioni di palestinesi. Inoltre per molti anni nei kibbutz non vennero accolti gli ebrei provenienti dai Paesi arabi. A partire dagli anni ‘80, con l’avanzare delle politiche neoliberiste, anche queste esperienze comunitarie sono diventate sempre più marginali o si sono trasformate a tutti gli effetti in aziende di tipo capitalistico.

In estrema sintesi, questo libro ricostruisce un’immagine di Israele ben lontana da quella più diffusa e mette in luce quello che hanno rappresentato e continuano a rappresentare il sionismo e il suo Stato, non solo negli anni di Netanyahu e dell’estrema destra al potere, ma fin dalle loro origini: nazionalismo, colonialismo e, con la nascita dello Stato di Israele, regime di apartheid, per certi versi peggiore di quello sudafricano. Lo denunciano, inascoltati, anche intellettuali e giornalisti israeliani, lo tacciono invece i nostri mezzi di comunicazione ed i nostri politici.

C’è da sperare che il lavoro di Giorgio e Cruciati non venga letto solo nella ridotta cerchia di chi già è impegnato nella lotta a favore dei diritti del popolo palestinese, ma soprattutto da chi continua a credere al mito dell’”unica democrazia del Medio Oriente”.




Protesta di donne a Gaza per i diritti

‘La resistenza è donna’: la protesta delle donne di Gaza per il diritto al ritorno.

Centinaia di donne si sono riunite vicino alla barriera orientale di Gaza per chiedere la fine dell’assedio ed il diritto al ritorno.

Middle East Eye

Maha Hussaini

Martedì 3 luglio 2018

 

GAZA – Martedì centinaia di donne e ragazze palestinesi si sono riunite vicino alla barriera est che separa l’enclave costiera da Israele, in quella che le organizzatrici hanno definito la protesta “delle donne palestinesi per il ritorno e per rompere l’assedio”.

In una conferenza stampa tenuta a Gaza lunedì, l’”Alta Commissione Nazionale della Grande Marcia per il Ritorno e per Rompere l’Assedio” ha invitato le donne palestinesi a “partecipare in gran numero alla protesta” e a chiedere il loro diritto al ritorno.

“Questo evento è in appoggio alle donne palestinesi che rimangono determinate nonostante l’assedio. Trasmette un chiaro messaggio: che nessuno può negarci i nostri diritti, soprattutto il diritto al ritorno, e le nostre richieste di togliere l’assedio”, ha detto Iktimal Hamad, la presidentessa del comitato delle donne della Commissione.

Madri, mogli, figlie e sorelle dei morti e dei feriti durante le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’, come anche donne giornaliste e studentesse universitarie, hanno portato le bandiere palestinesi e cartelli che chiedono il diritto al ritorno ed hanno affermato la propria volontà di mantenere vive le proteste.

“Chi ha detto che le donne non possono lottare con la stessa efficacia degli uomini?” ha esclamato Suheir Khader, di 39 anni, che è venuta alla manifestazione con la sua famiglia e gli amici.

“Siamo cresciute con l’idea che la resistenza è donna. Le nostre nonne hanno sempre appoggiato i nostri nonni e lottato insieme a loro durante la Nakba (la catastrofe) e la prima Intifada.

“Sono qui oggi perché noi (donne) non possiamo stare semplicemente sedute a guardare i nostri padri e mariti che vengono uccisi e feriti. È nostro dovere condividere almeno questa lotta con loro”, ha aggiunto Khader.

Anche donne rimaste ferite durante le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ hanno preso parte alla protesta di martedì, chiedendo il diritto a cure mediche e il diritto al ritorno.

Amani al-Najjar, di 25 anni, ha detto che niente le potrebbe impedire di partecipare alle proteste, “nemmeno la mia ferita”.

“Sono stata ferita al petto da un candelotto lacrimogeno la terza settimana delle proteste”, ha spiegato. “Tre giorni dopo, quando ho incominciato a guarire, sono tornata qui per riprendere la protesta.”

Najjar, il cui fratello è stato ucciso da un cecchino israeliano l’anno scorso mentre partecipava alle proteste vicino alla barriera orientale, ha detto: “Sono qui per proseguire ciò che mio fratello ha iniziato. Se loro (i soldati israeliani) lo hanno ucciso per intimidirci e costringerci a smettere, si sbagliano. Al contrario ci hanno dato una ragione in più per continuare.”

Le proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ sono iniziate il 30 marzo e sono proseguite consecutivamente per quattro mesi, per chiedere il diritto al ritorno per i palestinesi e la fine dell’assedio israeliano a Gaza.

Secondo Ashraf al-Qidra, portavoce del ministero della Sanità di Gaza, dall’inizio delle proteste 134 palestinesi, compresi 16 minori e una donna, sono stati uccisi e altri 15.200, compresi 2.536 minori e 1.160 donne, sono stati feriti.

Um Khaled Loulo, di 71 anni, ha detto di aver partecipato alle proteste almeno una volta alla settimana con i suoi figli e nipoti. “Porto sempre qui i miei nipoti per insegnargli nella pratica il diritto al ritorno”, ha detto a MEE.

“Non li lascio avvicinare alla barriera perché so che i soldati israeliani non lesineranno i tentativi di sparargli, ma almeno possono  capire che il ritorno alla loro patria d’origine è qualcosa per cui lottare quando diventeranno grandi.”

Loulo ha aggiunto che portare i suoi nipoti alle manifestazioni fa parte dell’insegnamento dei valori fondamentali della vita e di educarli alla difesa dei loro diritti.

“Li porto qui ogni settimana e cantiamo canti nazionali. È così che si cresce un figlio sotto l’occupazione.”

Loulo ha detto che quando era più giovane partecipava alle proteste e tirava pietre ai soldati israeliani.

“La donna è uguale all’uomo in casa e in prima linea. Se lui lotta per una causa, lo fa anche lei”, ha aggiunto.

Israa Areer, una giornalista di 26 anni, ritiene che la partecipazione delle donne alla lotta palestinese “non è nulla di nuovo”.

“Più di 60 anni fa mia nonna cacciò fuori da casa sua i soldati israeliani che cercavano di arrestare suo marito e i suoi figli. Anche questa è una forma di resistenza.”

Areer ha detto che, benché le autorità israeliane si siano ritirate dalla Striscia di Gaza nel 2005, “condizionano e controllano direttamente la vita delle donne palestinesi”.

“Anche se Gaza non è occupata, le autorità israeliane continuano a praticare ogni forma di oppressione contro le donne, imponendo un duro assedio che le priva dei loro fondamentali diritti”, ha aggiunto.

“Le donne palestinesi non solo allevano i combattenti per la libertà, ma hanno anche lottato insieme a loro e li hanno protetti contro l’occupazione per parecchi decenni”, ha detto.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Come i media negano l’umanità dei palestinesi

Gregory Shupak

giovedì 31 maggio 2018, Middle East Eye

A partire dall’inizio delle manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” il 30 marzo, Israele ha ucciso a Gaza almeno 116 palestinesi e ne ha feriti altre migliaia, sparando contro manifestanti disarmati.

Secondo “Medici senza frontiere” Israele ha utilizzato proiettili che provocano “ferite insolitamente gravi alle estremità inferiori…(e) un livello estremo di distruzione di ossa e tessuti molli”. Gli attacchi più pesanti di Israele contro dimostranti disarmati sono avvenuti il 14 maggio, quando le sue forze hanno ucciso 62 palestinesi.

Tuttavia nell’informazione sul massacro del 14 maggio, e più in generale sulle manifestazioni, i media hanno accuratamente disumanizzato i palestinesi e reso invisibili i loro diritti.

Rifiuto di criticare Israele

Se gli editorialisti vedessero i palestinesi come esseri umani, avrebbero condannato senza ambiguità il recente massacro di massa. Invece sul “New York Times” Shmuel Rosner ha apertamente appoggiato il massacro, scrivendo: “È cosa abituale adottare un tono apologetico quando vengono uccise decine di persone, come è successo questa settimana a Gaza. Ma eviterò questo istinto ipocrita e dichiarerò freddamente: Israele aveva un chiaro obiettivo quando ha sparato, a volte per uccidere… Quell’obiettivo è stato raggiunto.”

Nello stesso giornale Thomas Friedman si è rifiutato di criticare Israele, condannando Hamas che avrebbe “favorito le morti tragiche e inutili di circa 60 gazawi incoraggiando la loro manifestazione.”

Possiamo concluderne che questo tipo di appoggio agli squadroni della morte di Israele si estende persino all’uccisione da parte loro di bambini e disabili, dato che i summenzionati giornalisti non hanno niente da ridire in merito.

La più dura critica a Israele da parte di David Brooks del “Times” arriva quando dice che lui “non assolve i palestinesi dalla responsabilità delle loro scelte”, ma “non perdona neppure gli israeliani per la loro incapacità di affrontare in modo corretto l’estremismo.” Con un colpo della sua penna magica, l’uccisione di decine di manifestanti disarmati si trasforma nell’ ”incapacità di affrontare in modo corretto l’estremismo.”

Egli sostiene che quello che è successo durante la “Grande Marcia del Ritorno” è che i palestinesi hanno cercato “di creare una messa in scena del martirio che avrebbe mostrato al mondo quanto (i palestinesi) siano oppressi.” Allo stesso modo Max Boot del “Washington Post” descrive il massacro da parte di Israele come un “possibile errore tattico di valutazione” che “in nessun modo elimina la responsabilità fondamentale di Hamas per questo orrore.”

Uno “spettacolo grottesco”

Invece Bret Stephens del “Times” lamenta: “Ora il mondo chiede che Gerusalemme renda conto di ogni proiettile sparato contro i dimostranti, senza offrire una sola alternativa concreta per affrontare la crisi.” Suggerisce che i palestinesi attribuiscono un’indebita responsabilità a Israele per essere stati colpiti circa 3.500 volte da pallottole israeliane letali. L’idea che i palestinesi siano del tutto umani confonde talmente Stephens che si dimentica ciò che è più assurdamente ovvio: l’alternativa a sparare contro manifestanti palestinesi disarmati è non sparargli.

Per questi giornalisti i palestinesi non sono umani, ma piuttosto spiriti demoniaci di un culto della morte in grado di impossessarsi degli israeliani e fare in modo che sparino ai palestinesi. Gli esseri umani hanno diritti, ma per questi editorialisti i palestinesi non sono umani – per cui i loro diritti vengono trasformati in minacce per Israele.

Rosner dichiara che “proteggere il confine era più importante che evitare di uccidere, e proteggere il confine è quello che Israele ha fatto con successo.” Boot disumanizza i palestinesi dipingendoli come orde minacciose: “Israele è intrappolato in una situazione senza via d’uscita: non può consentire che il suo confine venga superato – nessuno Stato può farlo -, ma se cerca di difendere il proprio territorio corre il serio pericolo di una tragedia umana e di un incubo nelle pubbliche relazioni.”

Brooks descrive la “Grande Marcia del Ritorno” come “una massiccia invasione del confine” di Israele. Stephens scrive di quello che chiama “il grottesco spettacolo lungo in confine di Gaza durante le scorse settimane, in cui migliaia di palestinesi hanno tentato di violare la recinzione ed entrare a forza in Israele, spesso a costo della propria vita.”

Secondo le idiozie razziste di Stephens, le proteste simbolizzano una “cultura della vittimizzazione, violenza e fanatismo” da cui “non può emergere alcuna società palestinese rispettabile.”

Il diritto al ritorno

Quello che chiamano il “grottesco spettacolo” e “l’attraversamento” di un “confine” è in realtà il fatto che i palestinesi hanno coraggiosamente attirato l’attenzione sulle incredibili ingiustizie che gli sono state fatte ed hanno tentato di esercitare – forse solo simbolicamente – il diritto al ritorno nella loro patria, a lungo negato e previsto dalle leggi, attraversando una linea coloniale di armistizio che nessuna istituzione con una qualche legittimazione riconosce come un “confine” internazionale che Israele abbia il diritto di “proteggere”.

Per i giornalisti di cui ho parlato, gli israeliani sono umani, per cui hanno dei diritti, ma ciò non vale per i palestinesi. Il titolo dell’articolo di Rosner è “Israele deve proteggere i suoi confini. Con qualunque mezzo necessario.” Friedman scrive: “Capisco perché Israele non ha altra scelta che difendere il suo confine con Gaza con la forza bruta.”

Boot dice dell’assedio spietato di Israele contro Gaza: “Per proteggersi, Israele ha posto rigidi controlli di sicurezza attorno a Gaza, ma Hamas usa tunnel per far entrare di contrabbando missili e altri armamenti dall’Egitto.” Stephens sostiene che c’è uno schema in cui i palestinesi si fanno del male da soli e incolpano Israele, e che questo presunto andamento “meriterebbe di essere messo in luce in mezzo al torrente di critiche moralmente cieche e storicamente ignoranti a cui gli israeliani sono soggetti ogni volta che si difendono da un violento attacco palestinese.”

Questi commentatori insistono su quello che vedono come Israele che esercita i propri diritti alla “sicurezza” e all’”autodifesa”, ma, dato che vedono i palestinesi come non umani, è possibile ignorare il diritto dei palestinesi a difendersi da decenni di violenza israeliana arbitraria e far credere che i palestinesi non abbiano il diritto di liberarsi – un diritto che è protetto dalle leggi internazionali e include la lotta armata.

Per gli editorialisti, Israele e il suo protettore, gli USA, hanno il diritto di usare infiniti livelli di violenza per conservare l’occupazione e l’apartheid, ma i palestinesi non hanno diritti – solo l’obbligo di sottomettersi alla propria uccisione, spoliazione e oppressione.

Greg Shupak scrive fiction e analisi politiche e insegna “Studi sui media” all’università di Guelph-Humber [università canadese, ndt.]. Il suo libro, “The Wrong Story: Palestine, Israel, and the Media” [“La storia sbagliata: Palestina, Israele e i media], può essere ordinato da OR Books [casa editrice di New York, ndt.]

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Nuove prove di crimini di guerra a Gaza inviate alla CPI

Ali Abunimah

30 aprile 2018, Electronic Intifada

Secondo Tareq Zaqoot, un ricercatore del gruppo per i diritti umani “Al-Haq”, almeno 28 palestinesi hanno perso un arto inferiore in conseguenza del fatto che cecchini israeliani hanno sparato contro i partecipanti alle manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” nei pressi della frontiera di Gaza con Israele.

Zaqoot, che si trova a Gaza, e la sua collega Rania Muhareb nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, hanno raccontato a “the Real News” [sito nordamericano indipendente di notizie, ndt.] come stiano documentando i crimini israeliani per ottenere giustizia a favore delle vittime.

Muhareb ha rivelato che “Al-Haq”, insieme al “Centro Palestinese per i Diritti Umani” e ad “Al Mezan”, ha già “presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale in cui indica i nomi delle vittime e delle uccisioni perpetrate dalle forze di occupazione israeliane dal 30 marzo.”

Non solo abbiamo specificato i nomi degli uccisi, abbiamo anche evidenziato l’intenzione di uccidere e di sparare per uccidere manifestanti palestinesi, il che rappresenta un crimine di guerra di omicidio premeditato,” ha aggiunto Muhareb.

Muhareb cita come esempio di tali prove la recente intervista tradotta da “Electronic Intifada” in cui il generale israeliano Zvika Fogel spiega l’accurato processo attraverso il quale i cecchini ricevono l’autorizzazione di sparare al “piccolo corpo” di un bambino.

Questi gruppi per i diritti umani avevano consegnato in precedenza dei dossier di prove alla CPI in cui documentavano crimini contro palestinesi nella Cisgiordania occupata e durante i precedenti attacchi israeliani contro Gaza.

All’inizio di questo mese il procuratore generale della CPI ha emanato un avvertimento pubblico senza precedenti, secondo cui i dirigenti israeliani potrebbero dover affrontare un processo per la violenza contro civili palestinesi disarmati a Gaza. Nelle ultime due settimane durante le proteste lungo il confine le forze di occupazione israeliane hanno ucciso almeno 39 palestinesi, compresi cinque minori e due giornalisti.

I manifestanti chiedono la fine dell’assedio israeliano contro Gaza e il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi espulsi ed esclusi dalle loro terre in Israele perché non sono ebrei.

Si ha notizia che domenica altri tre palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione in seguito ad incidenti in cui secondo l’esercito israeliano i palestinesi avrebbero cercato di aprire una breccia nella barriera di confine con Gaza.

Parvenza di legalità

Lunedì l’Alta Corte israeliana ha tenuto un’udienza sulle richieste di vari gruppi per i diritti umani che chiedono la revoca delle regole dell’esercito per aprire il fuoco, che hanno portato all’impressionante bilancio di morti e feriti a Gaza.

La politica dell’esercito israeliano che consente di aprire il fuoco contro manifestanti a Gaza è palesemente illegale,” ha affermato Suhad Bishara, avvocatessa di uno di questi gruppi, “Adalah”. “Questa politica concepisce i corpi umani (palestinesi) come un oggetto sacrificabile, senza valore.”

Il gruppo [israeliano] per i diritti umani “B’Tselem” ha invitato i soldati a sfidare questi ordini illegali di sparare per uccidere e mutilare.

Prima dell’udienza, i militari israeliani si sono rifiutati di rendere pubblici gli ordini di aprire il fuoco, sostenendo che sono riservati.

Israele ha cercato di presentare le proteste di massa a Gaza come un complotto orchestrato da Hamas per coprire attività “terroristiche”.

Israele non è stato in grado di mostrare alcuna prova di attività armate durante le proteste e i suoi portavoce hanno fatto ricorso a montature – come false accuse secondo cui un video diffuso in rete mostra una ragazza di Gaza che dice degli israeliani “li vogliamo uccidere.”

Lunedì, durante l’udienza, pubblici ministeri dello Stato di Israele hanno continuato a insistere con questo discorso, sostenendo che “informazioni di intelligence riservate” mostrano che le proteste fanno “parte delle ostilità di Hamas contro Israele.”

La Corte israeliana ha aggiornato la seduta senza prendere una decisione, tuttavia storicamente il suo ruolo è stato quello di fornire una parvenza di legalità alle sistematiche violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e di contribuire a far passare Israele a livello internazionale come uno Stato che rispetta il principio di legalità, nonostante decenni di impunità senza controlli e di comportamenti illegali.

Contro le prove

Durante il fine settimana il quotidiano [israeliano] Haaretz ha citato la dichiarazione di un anonimo ufficiale dell’esercito israeliano secondo cui “la maggior parte delle uccisioni di palestinesi da parte dell’esercito israeliano durante le proteste sul confine di Gaza sono state causate da cecchini che miravano alle gambe dei manifestanti, mentre la morte è stato un risultato non intenzionale perché il manifestante si è chinato, un cecchino ha sbagliato il colpo, un proiettile è rimbalzato o circostanze simili.” Secondo l’ufficiale, ha affermato Haaretz, “gli ordini di aprire il fuoco sul confine consentono ai cecchini di sparare solo alle gambe di persone che si avvicinano alla frontiera, e che il petto di una persona può essere preso di mira solo in presenza di un’evidente volontà dell’altra parte di utilizzare armi e di minacciare la vita di israeliani.”

Ma ciò è in netto contrasto con le prove raccolte da ricercatori per i diritti umani e l’affermazione potrebbe indicare che alcuni ufficiali israeliani sono preoccupati delle conseguenze internazionali della politica di uccisioni e mutilazioni premeditate e calcolate. La scorsa settimana Amnesty International ha dichiarato che nella maggior parte dei casi mortali che ha preso in considerazione “le vittime sono state colpite alla parte superiore del corpo, compresi testa e petto, alcune alle spalle.”

Testimoni oculari, prove video e fotografiche suggeriscono che molti sono stati uccisi o feriti deliberatamente mentre non rappresentavano alcun pericolo immediato per i soldati israeliani,” ha aggiunto Amnesty.

Allo stesso modo “Adalah” ha sostenuto che “il 94% dei feriti a morte sono stati colpiti nella parte superiore del corpo (testa, collo, volto, petto, stomaco e schiena).”

Sono stati feriti più di 5.500 palestinesi, di cui 2.000 da proiettili veri.

Nessun israeliano risulta essere stato ferito in seguito alle proteste a Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Una balbettante risposta ad un rifugiato palestinese

Gideon Levy

4 febbraio 2018,Haaretz

Una pesante ombra morale ha oscurato la fondazione di Israele ed i palestinesi hanno il diritto ad una riparazione per l’ingiustizia.

AMMAN – A me è sembrato che l’uomo tremasse quando ha chiesto di parlare. Sembrava agitato. Voleva solo chiedere: “Come vi sentite vivendo in Israele, sulla nostra terra e nelle nostre case?” Una kefiah sulle spalle (il solo nella stanza ad indossarla), è il proprietario di un’agenzia giordana di pubbliche relazioni, un uomo anziano con i capelli brizzolati. Gli organizzatori avevano esitato ad invitarlo. È conosciuto come l’estremista del gruppo. Io ero felice che fosse venuto. Dice che non aveva mai incontrato un israeliano nella sua vita. Sua moglie non c’era; non aveva trovato il coraggio di venire.

La sera di martedì scorso l’ampia sala dell’appartamento nel quartiere occidentale Al Rabieh di Amman era gremito di rifugiati palestinesi – quelli nati sull’altro lato del fiume Giordano. Si incontrano una volta a settimana, ogni volta in una casa diversa, anziani cittadini borghesi invecchiati comodamente nel loro esilio. Alcuni sono stati espulsi o sono fuggiti dal loro Paese da bambini nel 1948; altri lo hanno dovuto fare nel 1967. Da allora si sono fatti una loro vita; sono gente che si è costruita una vita da benestanti. Alcuni di loro leggono Haaretz in inglese. Per la maggior parte hanno dato un taglio al passato e sono andati avanti.

Ma nessuno ha dimenticato e forse nessuno ha neppure perdonato. In Israele non hanno mai capito la forza di questi sentimenti e quanto siano profondi. Si possono accusare i palestinesi di crogiolarsi nel passato, si può sostenere che hanno avuto un ruolo nel decidere del proprio destino – ma non si possono ignorare i loro sentimenti.

Non sono possibili paragoni storici: è difficile paragonare l’espulsione di nativi centinaia di anni orsono all’espulsione di un popolo che ricorda ancora la propria casa in cui ora vivono degli stranieri. Gli ebrei d’Europa e dei Paesi arabi hanno ottenuto una nuova patria ed alcuni di loro hanno ricevuto addirittura un risarcimento. Non vale nemmeno la pena di discutere il maldestro confronto con una manciata di coloni evacuati.

La domanda è sorta nella sala del defunto “artista nazionale” palestinese Ismail Shammout e della sua vedova, l’artista Tamam al-Akhal, risuonando tra i muri coperti di quadri. Per un attimo la cruciale domanda resta là, messa a nudo: Com’ è vivere sulla terra rubata ad altri?

Un penoso silenzio è caduto nella stanza. Alcuni si sono sentiti a disagio. Non è bello mettere così in imbarazzo i propri ospiti.

Non so se ci sia una risposta. Bisogna riconoscerlo. Per la destra israeliana, i nazionalisti e i razzisti, per quelli che credono che questa terra appartenga agli ebrei perché Abramo è passato di qui ed ha acquistato una grotta o perché dio lo ha promesso, non è un problema rispondere. Si può anche sostenere che gli ebrei hanno sempre sognato questa terra, ma il fatto è che non si sono mai preoccupati di stanziarsi qui in massa. Si potrebbe dire – giustamente – che gli ebrei non avevano dove fuggire durante l’Olocausto. Ma queste non sono risposte per l’artista Akhal, nella cui casa d’infanzia a Jaffa vive un’artista israeliana, una donna che molti anni dopo l’ ha cacciata via e non le ha neanche permesso di vedere la casa.

Chi ha posto la domanda l’ ha ribadita: “Voglio capire come vi sentite vivendo in Israele.” Io ho risposto che mi sento molto in colpa verso il suo popolo, e provo anche vergogna. Non solo per il 1948, ma soprattutto per quanto accaduto da allora, che è stato una diretta continuazione della linea ideologica dell’espulsione del 1948 e che non è mai cessata.

Poi gli ho parlato di mio padre, che è stato gettato tra le onde in una barca illegale di migranti e di mia madre, che è venuta in Israele attraverso ‘Youth Aliyah’ [organizzazione sionista che ha salvato migliaia di bambini ebrei durante il nazismo portandoli in Palestina, ndtr.]. Non avevano altro luogo in cui fuggire se non questo Paese, che all’epoca non era il loro. Ed io non ho dove andare, perché questo Paese è oggi anche il mio Paese. “Ma voi tutte le mattine nuotate in una piscina su una terra che non vi appartiene”, ha insistito l’uomo. Io sono stato zitto.

Quale dovrebbe essere la risposta? Per loro questa è la loro terra che gli è stata tolta con la forza. Non si può negarlo. Una pesante ombra morale ha oscurato la fondazione dello Stato, anche se ciò era inevitabile e persino giustificato. Dobbiamo imparare a convivere con questo. E soprattutto dobbiamo trarre l’unica conclusione che ne emerge con forza: i palestinesi hanno il diritto ad una riparazione per l’ingiustizia, attraverso l’inizio di un nuovo capitolo, costruito interamente sull’uguaglianza in questa terra.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Jewish Voice for Peace  invita i giovani ebrei a boicottare “Birthright Israel”

Allison Kaplan Sommer – 2 settembre 2017,Haaretz

La campagna #ReturnTheBirthright dichiara che “è fondamentalmente ingiusto che a noi venga concesso un viaggio gratis in Israele mentre i rifugiati palestinesi non possono tornare alle loro case”

Il discusso gruppo filo-palestinese “Jewish Voice For Peace” [Voci Ebraiche per la Pace, ndt] ha lanciato una campagna per convincere giovani ebrei a non partecipare ai viaggi di “Birthright Israel”  [“Diritto di Nascita Israele”, ndt.], proprio mentre gli studenti dei college stanno tornando nei campus e riprendono le iscrizioni per le visite invernali.

Con lo slogan “#ReturnTheBirthright” [“Restituisci il diritto di nascita”], JVP sta lavorando per convincere ebrei dai 18 ai 26 anni, che possono essere scelti per un viaggio di 10 giorni gratis, a rifiutare l’allettante offerta.

Un “giuramento” sul suo sito web prende la forma di una petizione online in cui giovani ebrei dichiarano: “Non parteciperemo a un viaggio “Birthright” perché è fondamentalmente ingiusto che a noi venga concesso un viaggio gratis in Israele mentre i rifugiati palestinesi non possono tornare alle loro case. Ci rifiutiamo di essere complici di un viaggio di propaganda che maschera il razzismo sistematico e la quotidiana violenza che i palestinesi che vivono sotto un’occupazione senza fine devono affrontare. Il nostro ebraismo è fondato su valori di solidarietà e di liberazione, non di occupazione e di apartheid. Su queste basi restituiamo il “Birthright”, e chiediamo ad altri giovani ebrei di fare altrettanto.”

Birthright Israel” invia giovani adulti ebrei a fare un viaggio di dieci giorni in Israele con l’obiettivo di rafforzare l’identità ebraica e il rapporto con lo Stato ebraico. I viaggi sono finanziati attraverso una collaborazione tra lo Stato di Israele e un gruppo di donatori nordamericani. I primi finanziatori del progetto sono stati Michael Steinhardt e Charles Bronfman, ma negli ultimi anni Sheldon Adelson, miliardario delle case da gioco, grande donatore del partito Repubblicano e sostenitore del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha inondato il progetto con 250 milioni di dollari, diventando il suo principale benefattore.

Ben Lorber, responsabile di JVP per i campus, ha affermato che la nuova campagna nazionale è sorta da un certo numero di iniziative contro “Birthright Israel” in singoli campus, che hanno suggerito al gruppo di estendere il movimento ai campus di tutto il Paese.

E’ una cosa di cui gli studenti ebrei stanno discutendo e che stanno facendo da tempo,” ha detto Lorber. “E’ un’ingiustizia fondamentale che a noi, in quanto giovani ebrei, venga offerta la possibilità di questi viaggi gratis e che possiamo diventare cittadini di Israele se in seguito lo decidiamo, mentre ai nostri amici e compagni di classe palestinesi viene negata la stessa relazione con la terra da cui provengono i loro genitori o i loro nonni.”

La campagna, ha aggiunto, è rivolta, oltre che agli studenti, ai giovani adulti ebrei che hanno terminato l’università che potrebbero star pensando a viaggiare con “Birthright”. Lorber, che ha quasi trent’anni, ha detto di aver deciso per parte sua di non viaggiare con “Birthright” negli anni in cui poteva essere scelto.

E’ stata una decisione cosciente. Ero molto contrariato dall’annuncio pubblicitario che mi diceva: ‘Guarda questo bel viaggio gratis, puoi andare in spiaggia, fare un’escursione a Masada, metterti in rapporto con la tua patria,’ mentre i palestinesi che conosco hanno parenti che sono stati bombardati a Gaza, e non possono visitare Gerusalemme.”

Per contro, il capo di un’altra organizzazione studentesca ebraica, “J Street U”, che si definisce “filo-israeliana, per la pace”, ha detto di non credere che i giovani ebrei debbano essere dissuasi dal viaggiare in Israele grazie a “Birthright”.

Ben Elkind, direttore di “J Street U”, afferma che per lui fare un viaggio con “Birthright” è stato “una parte importante del mio impegno riguardo a Israele e al più generale conflitto israelo-palestinese” e di credere che “sia importante incoraggiare gli studenti a impegnarsi piuttosto che a non impegnarsi” sulla questione.

Mi sento profondamente coinvolto nelle questioni e nelle preoccupazioni” espresse dalla campagna di JVP, dice. “Penso che (gente come) Adelson non sia stata una forza produttiva nelle politiche su questo problema, e ritengo che ci siano ragioni per essere veramente preoccupati per la mancanza di libertà di movimento a danno dei palestinesi. Ma non sono sicuro che la risposta debba essere il boicottaggio di “Birthright”. Penso che potenzialmente ci siano iniziative alternative più utili.”

Elkind dice che “andare con “Birthright” non significa che la gente ne esca con le posizioni politiche di Sheldon Adelson.”

A questo scopo “J Street U” incoraggia i propri membri a rimanere in Israele oltre il periodo di viaggio con “Birthright” e ad approfittare del crescente numero di “programmi integrativi” in cui chi rimane dopo il tour con “Birthright” risulta “più profondamente impegnato nelle politiche della Cisgiordania.”

Mentre Lorber concorda con il fatto che  sia “uno sviluppo positivo” che alcuni dei giovani ebrei che vanno con “Birthright” prolunghino il proprio soggiorno con programmi alternativi e si informino ulteriormente sul dramma dei palestinesi, egli crede comunque che sia meglio rifiutare del tutto il viaggio. “Per noi si torna all’ingiustizia fondamentale. Accettando questo viaggio, diventi complice delle relazioni pubbliche di “Birthright” e sei parte di un viaggio che i palestinesi non possono fare.”

Il “manifesto” della campagna approfondisce con ulteriori dettagli queste ragioni: “Fare un viaggio di “Birthright” oggi significa giocare un ruolo attivo nell’aiutare la promozione da parte dello Stato del ‘ritorno’ degli ebrei, respingendo il diritto al ritorno dei palestinesi. Non è sufficiente accettare quest’offerta del governo israeliano e conservare una prospettiva critica durante il viaggio. Rifiutiamo l’offerta di un viaggio gratis da parte di uno Stato che non ci rappresenta, un viaggio che è ‘gratis’ solo perché è stato pagato con la spoliazione dei palestinesi.”

Il manifesto “supplica” i giovani ebrei di stare lontani da “un viaggio sponsorizzato da donatori reazionari e dal governo israeliano, dove la continua oppressione e l’occupazione dei palestinesi vi verranno nascoste, solo perché è gratis. Ci sono altri modi per noi di rafforzare la nostra identità ebraica, insieme con quelli che condividono i nostri valori.”

JVP si definisce contraria al “fanatismo e all’oppressione contro ebrei, islamici e arabi” e “chiede la fine dell’occupazione israeliana in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme est; sicurezza ed autodeterminazione per israeliani e palestinesi; una soluzione giusta per i rifugiati palestinesi basata sui principi stabiliti dalle leggi internazionali; la fine delle violenze contro i civili; pace e giustizia per tutti i popoli del Medio Oriente.”

Il gruppo è stato frequentemente e duramente criticato dalla maggior parte della comunità ebreo-americana per la sua partecipazione attiva alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Secondo l’“Anti-Defamation League” [“Lega contro la Diffamazione”, potente gruppo filo-israeliano statunitense, ndt.] “Jewish Voice for Peace (JVP) è il maggiore e più influente gruppo ebraico anti-sionista negli USA. Nonostante il tono neutrale del suo nome, JVP lavora per dimostrare l’opposizione ebraica allo Stato di Israele e per allontanare l’appoggio dell’opinione pubblica dallo Stato ebraico.”

Birthright Israel” non ha risposto alla richiesta da parte di Haaretz di una replica.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




Lieberman: neanche un solo rifugiato palestinese tornerà nella sua terra in Israele

23 giugno 2017,Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – In un discorso tenuto alla conferenza di Herzliya in Israele, in cui si discutono [periodicamente] le politiche nazionali del Paese, il ministro della Difesa di estrema destra Avigdor Lieberman ha negato la possibilità, per i palestinesi profughi dalla Palestina storica su cui è stato costruito Israele, di ritornare alle loro terre all’interno dei confini del 1967, diritto sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Non accetteremo il ritorno anche di un solo rifugiato all’interno dei confini del ‘67”, avrebbe detto Lieberman. “Non ci sarà mai più un altro primo ministro che faccia proposte ai palestinesi come ha fatto Ehud Olmert”, ha aggiunto, riferendosi ad una proposta di pace del 2008 avanzata dall’ex primo ministro.

Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è una delle principali richieste tra i palestinesi e i loro dirigenti. Essa rappresenta anche un potente legame simbolico con le loro terre e case da cui furono espulsi, in quanto molti palestinesi possiedono ancora le chiavi originali delle loro case occupate dallo Stato di Israele 69 anni fa.

Secondo i media israeliani, Lieberman ha anche detto che una conclusione del decennale conflitto israelo-palestinese “non risolverà i problemi – li peggiorerà”, ed ha sottolineato che Israele dovrebbe anzitutto “raggiungere un accordo regionale con gli Stati sunniti moderati e solo in seguito un accordo con i palestinesi.”

Ha poi messo in discussione anche la legittimità della presenza dei cittadini palestinesi al parlamento israeliano, la Knesset, evidenziando che il blocco politico ‘Lista Unita’ – che rappresenta nella Knesset partiti guidati da cittadini palestinesi di Israele – ha rifiutato di aderire alle ideologie sioniste.

L’unico luogo che non vogliono lasciare è Israele. Perché? Perché stanno bene qui”, ha detto, riferendosi ai palestinesi cittadini di Israele, che costituiscono circa il 20% della popolazione, le cui famiglie vivevano nelle terre della Palestina storica prima della creazione dello Stato di Israele.

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (PCBS), il 66% dei palestinesi che viveva nella Palestina del mandato britannico nel 1948 fu espulso dalla Palestina storica e scacciato dalle proprie case e terre durante il processo di creazione dello Stato di Israele, evento a cui i palestinesi si riferiscono come Nakba, o catastrofe.

Riguardo a Gaza, Lieberman avrebbe detto “Non credo che abbiamo bisogno di parlarne. Non finirà presto”, dopo aver definito la tremenda situazione nel territorio palestinese sotto assedio una “crisi interna ai palestinesi”, facendo eco alle dichiarazioni dell’ambasciatore USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, che ha attribuito tutta la colpa della tragica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza assediata ad Hamas, ed assolto Israele da ogni responsabilità per la perdurante crisi.

Lieberman ha anche accusato il presidente palestinese Mahmoud Abbas di cercare di spingere Hamas alla guerra contro Israele esacerbando la crisi a Gaza con il taglio dei pagamenti da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per l’elettricità fornita a Gaza da Israele.

Abbas sta per incrementare i tagli e presto interromperà i pagamenti dei salari a Gaza ed il rifornimento di carburante alla Striscia, nell’ambito di una strategia su due fronti: colpire Hamas e spingerlo alla guerra con Israele”, avrebbe detto.

Le dichiarazioni di Lieberman sono state rilasciate nel bel mezzo di un tentativo di ripresa del processo di pace tra israeliani e palestinesi da parte del destrorso Presidente USA Donald Trump.

Recentemente, mercoledì sera, nella città di Ramallah nella Cisgiordania occupata si è tenuto un incontro tra Abbas ed il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, per discutere di una ripresa dei colloqui di pace con Israele.

In quell’occasione il membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, Wasel Abu Yousif , in una dichiarazione ha detto che rilanciare un processo politico richiede certi requisiti basati sul diritto internazionale: deve essere fissato un limite di tempo per porre fine alla cinquantennale occupazione israeliana dei territori palestinesi, per stabilire uno Stato palestinese lungo i confini del 1967 con capitale Gerusalemme est, e i rifugiati palestinesi devono avere garanzia del diritto al ritorno alle case ed ai villaggi da cui sono stati espulsi.

Tuttavia i dirigenti israeliani sono stati espliciti nel respingere le pretese dell’ANP su Gerusalemme est, che è stata ufficialmente annessa da Israele nel 1980, e hanno ripetutamente proclamato la loro opposizione al ritorno dei rifugiati palestinesi o persino alla sospensione dell’espansione delle colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

Naftali Bennett, il ministro dell’Educazione della destra israeliana, ha anche presentato un disegno di legge al parlamento israeliano che impedirebbe ogni futura divisione di Gerusalemme, emendando la Legge Fondamentale israeliana su Gerusalemme in modo che sia necessaria l’approvazione di 80 dei 120 membri della Knesset per apportare cambiamenti alla legge, invece della maggioranza semplice.

Lo scopo di questa legge è di unificare Gerusalemme per sempre”, avrebbe detto Bennett, aggiungendo che la sua proposta di legge renderebbe “impossibile” dividere Gerusalemme.

Mentre l’ANP e la comunità internazionale non riconoscono la legittimità dell’occupazione di Gerusalemme est, di Gaza e della Cisgiordania a partire dal 1967, molti palestinesi ritengono che tutta la Palestina storica sia stata occupata fin dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Un crescente numero di militanti ha criticato la soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese come insostenibile e non atta a consentire una pace durevole, stante l’esistente contesto politico, proponendo al suo posto uno Stato binazionale con eguali diritti per israeliani e palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)