Mandati di arresto della CPI: i palestinesi hanno prevalso nella “guerra della legittimità”

Richard Falk

22 novembre 2024-Middle East Eye

Il valore permanente dell’emissione dei mandati di arresto è quello di aiutare la Palestina a conquistare il primato del diritto, della moralità e del dibattito pubblico

La Corte penale internazionale (CPI) ha ritardato di sei mesi l’emissione formale di mandati di arresto per i principali leader politici israeliani che hanno diretto l’assalto genocida a Gaza, sebbene abbia risposto affermativamente nel giro di pochi giorni a una richiesta analoga che riguardava le accuse di responsabilità penale del presidente russo Vladimir Putin in Ucraina

Doppi standard, certo, ma l’azione della CPI è una valida alternativa al rifiuto della raccomandazione del procuratore capo Karim Khan del 20 maggio o al ritardo indefinito della decisione se emettere o meno i mandati di arresto.

La sentenza della Sezione preliminare n.1 della CPI di emettere mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, data l’evidenza schiacciante della loro responsabilità per gravi crimini internazionali, è una grande notizia.

È un colpo contro l’impunità geopolitica e a favore della responsabilità. Se questa azione della CPI viene valutata in base alla sua capacità di influenzare il comportamento a breve termine di Israele in direzioni più in linea con il diritto internazionale e con le opinioni prevalenti nelle Nazioni Unite, nel Sud del mondo e nell’opinione pubblica mondiale, questa decisione della CPI può essere cinicamente liquidata come un gesto vuoto.

Alcuni sostengono che l’impatto tangibile dei mandati di arresto, se pur ve ne sarà alcuno, consisterà solo nel modificare leggermente i piani di viaggio futuri di Netanyahu e Gallant. La decisione obbliga i 124 stati membri della CPI a effettuare l’arresto di questi individui, qualora fossero così audaci da avventurarsi nel loro territorio. Gli Stati non membri, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, Israele e altri, non sono nemmeno soggetti a questo minimo obbligo.

Limitazioni

Ricordiamo che la Palestina è parte del trattato della CPI.

Quindi se Netanyahu o Gallant dovessero mettere piede nei territori palestinesi occupati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’autorità governativa di Ramallah sarebbe legalmente obbligata ad arrestarli.

Tuttavia, se osasse arrestare un leader israeliano, per quanto forti siano le prove contro di lui, ciò metterebbe alla prova il coraggio dell’Autorità Nazionale Palestinese ben oltre il suo comportamento passato. Questa valutazione dell’effetto tangibile non coglie il punto del perché questo sia uno sviluppo storicamente significativo sia per la lotta palestinese che per la credibilità della CPI.

Prima di presentare un argomento sul perché questa mossa della CPI è un passo storico sembra opportuno riconoscerne i grandi limiti.

Innanzitutto, sebbene la raccomandazione del procuratore alla Camera dei giudizi preliminari della CPI sia stata fatta a maggio (o otto mesi dopo il 7 ottobre 2023), non includeva tra i crimini attribuiti a questi due leader il genocidio, che è, ovviamente, il principale crimine dell’assalto israeliano, nonché emanazione del loro ruolo.

Inoltre, un limite notevole è il lungo ritardo della CPI tra i mandati di arresto raccomandati e la sentenza della Sezione.

Ciò è stato sostanzialmente ingiustificabile date le terribili condizioni di emergenza di devastazione, carestia e sofferenza esistenti a Gaza durante questo intervallo, aggravate dal blocco da parte di Israele dell’assistenza umanitaria fornita da Unrwa e da altre organizzazioni umanitarie e degli aiuti internazionali alla popolazione civile di Gaza che aveva un disperato bisogno di cibo, carburante, elettricità, acqua potabile, forniture mediche e operatori sanitari.

La decisione della CPI è ulteriormente soggetta a contestazione giurisdizionale una volta che l’ordine di arresto è stato finalizzato. L’accettazione del provvedimento del 20 novembre è, in senso formale, provvisoria, poiché l’obiezione di Israele all’autorità giurisdizionale della CPI è stata fatta prematuramente, ma può essere fatta senza pregiudizio in futuro ora che la CPI ha agito.

Anche nell’improbabile caso in cui potessero essere effettuati arresti è dubbio che la detenzione potrebbe essere mantenuta, data la legislazione del Congresso degli Stati Uniti che autorizza l’uso della forza per “liberare” dalla prigionia della CPI cittadini statunitensi o alleati accusati.

Ci sono già state minacce da parte di alcuni membri del Senato e della Camera degli Stati Uniti che verranno emanate sanzioni contro Khan e i membri della Camera preliminare della CPI. Tali iniziative, se promulgate, indeboliranno ulteriormente la reputazione degli Stati Uniti come sostenitori dello stato di diritto negli affari internazionali

Significato duraturo

Nonostante queste formidabili limitazioni, questa invocazione dell’autorità procedurale della CPI è di per sé un triste promemoria per il mondo riguardo al fatto che la responsabilità per [perseguire, n.d.t] i crimini internazionali dovrebbe spettare a tutti i governi. Le prove sono state valutate da esperti oggettivi e professionalmente qualificati sotto gli auspici di un’istituzione internazionale che è autorizzata da un trattato ampiamente ratificato a determinare l’appropriatezza legale di prendere una decisione così controversa.

Le decisioni ufficiali della CPI vengono emesse senza essere soggette a un diritto di veto che ha paralizzato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite durante questo periodo di violenza a Gaza. Ciò non significa che seguirà l’attuazione o che l’azione penale andrà avanti, e tanto meno che le future conclusioni di colpevolezza saranno rispettate nell’improbabile eventualità che si verifichino, come ha scoperto, con suo sconcerto, la più anziana Corte internazionale di giustizia [organismo dell’ONU che giudica gli Stati, n.d.t.] sin dalla sua fondazione nel 1945.

Tuttavia, sia la CPI che la Corte internazionale di giustizia sono formalmente libere dal “primato della geopolitica” che così spesso prevale sulla rilevanza del diritto internazionale o della Carta delle Nazioni Unite in altre sedi non giudiziarie.

Un risultato come quello raggiunto dalla CPI in merito ai mandati di arresto è un’applicazione diretta e autorevole del diritto internazionale e, in tal senso, non produce controargomentazioni ma reazioni grossolane. Netanyahu definisce la sentenza della CPI “assurda” e una manifestazione di “antisemitismo”. Questo tipo di intemperanza verbale israeliana è simile a quanto affermato in passato contro l’ONU stessa e le sue attività.

Il significato duraturo dell’emissione dei mandati di arresto è quello di aiutare la Palestina a vincere la “guerra di legittimità” condotta per collocarsi sul terreno più elevato del diritto, della moralità e del discorso pubblico.

I seguaci della scuola “realista” che continuano a dominare le élite di politica estera negli Stati importanti liquidano il diritto internazionale e le considerazioni normative in materia di sicurezza globale e di contesti geopoliticamente infiammati come una distrazione fuorviante per situazioni che [ritengono, ndt.] sono meglio guidate e, in ogni caso, saranno determinate dai rapporti di forza militari.

Un simile modo di pensare trascura l’esperienza di tutte le guerre anticoloniali del secolo precedente vinte militarmente dalla parte più debole. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare questa lezione nella guerra del Vietnam dove hanno dominato i campi di battaglia aerei, marittimi e terrestri e tuttavia hanno perso la guerra.

La parte più debole ha prevalso militarmente, ovvero ha prevalso nella guerra per la legittimità che il più delle volte ha controllato gli esiti politici sin dal dal 1945 nei conflitti interni di identità nazionale. Questi esiti riflettono il declino dell’agenzia storica del militarismo anche di fronte a molte innovazioni tecnologiche, apparentemente rivoluzionarie, nella guerra.

Per questa ragione, ma indipendentemente da questa linea di analisi, sempre più osservatori attenti sono giunti alla sorprendente conclusione che Israele ha già perso la guerra e, nel farlo, ha messo a repentaglio la sua futura sicurezza e prosperità, e forse anche la sua esistenza.

Alla fine la resistenza palestinese potrebbe ottenere la vittoria nonostante il prezzo indicibile imposto da un così orribile assalto genocida.

Se questo risultato si avverasse, uno dei fattori internazionali a cui si darebbe attenzione è la decisione della CPI di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant, per quanto futile possa sembrare oggi tale azione.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il Consiglio per i Diritti Umani adotta la prima risoluzione a favore della Palestina

31 marzo 2022 – Middle East Monitor

Martedì il Consiglio per i Diritti Umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha approvato [quasi, n.d.t.] all’unanimità una risoluzione per accertare le responsabilità e per il conseguimento della giustizia in Palestina.

37 Paesi hanno votato a favore della risoluzione, 7 si sono astenuti e 3 hanno votato contro.

Il ministero palestinese per gli Affari Esteri e per gli Emigrati ha accolto positivamente la risoluzione dell’UNHRC, ringraziando gli Stati membri che hanno votato a favore della bozza di risoluzione presentata dallo Stato di Palestina.

In una dichiarazione il ministero ha affermato che il voto unanime riflette “la salda posizione degli Stati membri sull’importanza della responsabilità del regime coloniale e di apartheid israeliano”.

Secondo il comunicato, 37 Nazioni hanno votato a favore della risoluzione, tra cui Paesi arabi ed europei, la Cina e importanti Nazioni in Africa e in Asia, mentre sette si sono astenute, cioè Ucraina, Regno Unito, Camerun, Isole Marshall, India, Nepal e Honduras. Malawi, Brasile e Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione.

Il ministero ha affermato che “il consenso internazionale e il voto in favore della risoluzione sulla Palestina è una forma di protezione per il popolo palestinese e per preservare i suoi diritti, il che condurrebbe in ultima istanza allo smantellamento del regime israeliano di apartheid,” aggiungendo che il voto è una prova “dell’impegno di queste Nazioni nel garantire che sia chiesto conto a coloro che si sono macchiati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a danno del popolo palestinese.

Il ministero ha sollecitato la comunità internazionale a “chiedere conto allo Stato di Israele e ai criminali di guerra israeliani” e ha sottolineato che “la politica dei doppi standard e del carattere selettivo nell’implementazione delle leggi del diritto internazionale rischia di indebolire l’ordine internazionale basato sul diritto.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Guardare l’Ucraina attraverso gli occhi dei palestinesi

Yousef Munayyer

4 marzo 2022 – The Nation

La legittima corsa al sostegno dell’Ucraina ci insegna che quando vuole l’occidente può condannare l’occupazione.

Carri armati che sferragliano per le strade della città. Bombe sganciate dai caccia su palazzi civili. Posti di blocco militari. Città sotto assedio. Famiglie separate, in fuga per cercare rifugio e senza sapere quando rivedranno i loro familiari o le loro case. Quando un’occupazione militare inizia a prendere corpo davanti ai nostri occhi il mondo intero è costretto a prestare attenzione. Ma mentre possiamo guardare tutti la stessa cosa, alcuni di noi la vedono in modo leggermente diverso.

Il mio primo pensiero quando l’invasione russa dell’Ucraina è iniziata la scorsa settimana è stato per la popolazione civile in Ucraina che dovrà affrontare il fardello più pesante dato che una forza molto più potente cerca di imporre loro la propria volontà. Quanti devono morire? Quanti civili saranno uccisi da “bombe di precisione” tutt’altro che precise? Quando arriverà la libertà per loro? La vedranno durante la loro vita? Oppure, come noi palestinesi, vedranno la lotta durare per generazioni? Spero, per il loro bene, che la risposta sia la prima.

Tuttavia, anche se come palestinese è stato facile identificarsi con le scene di bombardamenti, distruzione e rifugiati, la risposta internazionale all’invasione russa dell’Ucraina è stata per noi qualcosa di totalmente alieno.

Da un giorno all’altro, il diritto internazionale sembra essere di nuovo importante. L’idea che un territorio non possa essere preso con la forza è divenuta improvvisamente una norma internazionale da difendere. I Paesi occidentali hanno cercato di promuovere una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannasse le azioni della Russia, nonostante sapessero perfettamente che la Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza, avrebbe posto il veto. “La Russia può porre il veto a questa risoluzione, ma non può porre il veto alle nostre voci”, ha affermato l’ambasciatrice degli Stati Uniti, Linda Thomas-Greenfield. “La Russia non può porre il veto alla Carta delle Nazioni Unite. E la Russia non porrà il veto alla sua responsabilità [di fronte alla comunità internazionale, ndt]”.

Quando è piombato l’inevitabile veto russo, i diplomatici occidentali hanno sottolineato come esso abbia messo in evidenza l’isolamento della Russia. In effetti, la Russia è stata isolata. Proprio come lo sono stati gli Stati Uniti ogni volta che hanno posto un veto solitario al Consiglio di Sicurezza su oltre 40 risoluzioni che condannano le violazioni israeliane del diritto internazionale e gli abusi contro i palestinesi.

Gli Stati Uniti hanno anche deciso di rientrare nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite proprio in questo momento. Avevano lasciato l’UNHRC diversi anni fa perché si opponevano agli sforzi del consiglio di chiedere conto a Israele. Nel frattempo, diversi paesi hanno chiesto alla Corte penale internazionale di agire sull’invasione della Russia, la stessa Corte il cui Pubblico Ministero è stato sottoposto a sanzioni dagli Stati Uniti per aver indagato sui crimini di guerra commessi in Palestina.

Poi c’è il regime delle “misure economiche restrittive” che gli Stati Uniti e i loro partner europei hanno adottato contro la Russia. Insieme non solo hanno imposto ampie sanzioni, ma hanno avviato una impressionante serie di sanzioni ad personam per colpire i potenti attori che ritengono responsabili dell’aggressione. Nel frattempo, non solo le nazioni occidentali si sono rifiutate di usare sanzioni per colpire le responsabilità di Israele per le sue violazioni, ma le hanno attivamente favorite attraverso sostegno economico, militare e diplomatico.

L’occidente annuncia anche iniziative di boicottaggio e disinvestimento. I negozi di liquori in Canada e negli Stati Uniti stanno ritirando dagli scaffali la vodka russa. Il Metropolitan Opera ha dichiarato che non impiegherà più artisti che supportano Putin. Entro due giorni dall’invasione, la Russia è stata espulsa dall’Eurovision. È stata anche sospesa dai principali campionati di calcio internazionali come FIFA e UEFA. I balletti russi vengono cancellati.

Tutto questo dopo appena cinque giorni. Non cinque settimane o mesi, per non parlare di decenni. Cinque giorni.

Sorprendentemente, boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni non sono controversi se usati per colpire le responsabilità di alcuni trasgressori, ma quando si tratta dei diritti dei palestinesi ci viene ripetutamente detto che misure economiche non violente come il boicottaggio sono sbagliate. In effetti, diversi Stati degli Stati Uniti che hanno preso provvedimenti per vietare l’uso del boicottaggio per i diritti dei palestinesi stanno ora approvando risoluzioni di boicottaggio e disinvestimento contro la Russia!

I doppi standard non si fermano alle iniziative non violente. In Ucraina l’occidente sostiene attivamente la resistenza armata sia inviando armi sia glorificandone l’uso. Anche in Palestina l’occidente sta inviando armi … a un governo israeliano che pratica l’apartheid.

Quando gli ucraini preparano bottiglie molotov da utilizzare nella resistenza contro l’esercito russo, li chiamiamo combattenti per la libertà e il New York Times esalta i loro sforzi con video girati da esperti che mostrano il processo di produzione degli ordigni. Quando i palestinesi lo fanno contro l’esercito israeliano, vengono invariabilmente uccisi da un’arma finanziata dall’occidente nelle mani di un soldato israeliano che poi proteggeremo dal renderne conto presso le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale.

E mentre i social media sono pieni di link di crowdfunding per aiutare l’acquisto armi per l’Ucraina, quelli di noi che cercano di inviare denaro per cibo o medicine alle famiglie a Gaza, in Siria o nello Yemen si vedono regolarmente respinte le loro transazioni.

Cosa potrebbe mai spiegare questi sbalorditivi doppi standard che sono stati applicati senza vergogna questa settimana?

Bene, alcuni giornalisti occidentali ci hanno offerto degli indizi. Gli ucraini, ci viene detto, non sono come gli iracheni o gli afgani, perché l’Ucraina è “relativamente civile, relativamente europea”. Questa non è “una nazione in via di sviluppo del terzo mondo”. Le loro auto “sembrano le nostre”. Sembrano “persone prospere della classe media… come qualsiasi famiglia europea a cui potresti vivere accanto”. Sono “persone con gli occhi azzurri e i capelli biondi. O, come ha detto un corrispondente, “sono cristiani. Sono bianchi”.

Quanto profondamente è radicato questo razzismo? Quando i soldati russi sono entrati in Ucraina, la foto di una giovane e bionda ragazza ucraina che si è fatta valere coraggiosamente davanti a un soldato russo è diventata virale sui social media. Cioè, stava diventando virale, finché non è stato rivelato che la ragazza non era ucraina ma palestinese e il soldato era israeliano, non russo.

Sembra che il motivo principale per cui gli occidentali si sono affrettati a difendere i diritti umani degli ucraini mentre hanno ignorato i diritti umani dei palestinesi e di tanti altri è che vedono alcuni di noi come meno umani di altri.

Per essere chiari, la comunità internazionale deve assolutamente chiedere conto a coloro che violano i diritti umani e le leggi: la rapida azione contro l’invasione russa dell’Ucraina dimostra inequivocabilmente che tale azione è possibile quando i governi hanno il coraggio politico di farlo. Ma non farlo quando i nostri alleati sono gli oppressori, o quando le vittime hanno un aspetto diverso da noi, ha costi significativi, più direttamente per persone come i palestinesi e altri con una carnagione e occhi generalmente più scuri, ma anche per il mondo in generale.

Quando il diritto internazionale viene applicato solo quando fa comodo a nazioni potenti farlo rispettare e viene ignorato quando fa comodo a nazioni potenti ignorarlo, allora il diritto internazionale esiste solo come strumento di potere. Se vogliamo che ci sia una norma internazionale contro l’aggressione, la colonizzazione e l’acquisizione di terra con la forza, non possiamo continuare a fare eccezioni per i nostri amici quando la violano.

Quando facciamo queste cose, e lo abbiamo fatto in modo sistematico, per esempio, quando si trattava di Israele, rendiamo evidente che non esiste un ordine internazionale basato su regole: esiste solo la regola della forza. La forza stabilisce il diritto.

Un mondo basato sulla forza che stabilisce il diritto è in definitiva una minaccia per tutti – umani con gli occhi azzurri e marroni allo stesso modo – e chiunque dubiti di questo dovrebbe semplicemente guardare l’Ucraina.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)