Eurovision 2026: Oltre 1000 artisti chiedono il boicottaggio contro la “normalizzazione” del genocidio israeliano

Dalia Anis

21 aprile 2026- Middle East Eye

Brian Eno, Macklemore e Sigur Rós tra gli artisti che accusano l’emittente di “reazioni ipocrite ai crimini di Russia e Israele”

Oltre 1100 musicisti e operatori culturali hanno chiesto il boicottaggio della 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest per via della partecipazione di Israele in un quadro di crescente pressione per escludere il paese a causa del genocidio a Gaza.

I gruppi di attivisti No Music for Genocide e Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel (più comunemente noto come movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni) hanno pubblicato martedì una lettera aperta per “rifiutare l’uso dell’Eurovision per insabbiare e normalizzare il genocidio, l’assedio e la brutale occupazione militare israeliana contro i palestinesi”.

«Visti i piani israelo-americani per la creazione di campi di concentramento iper-sorvegliati nella “Nuova Gaza” come può un artista o un fan dell’Eurovision partecipare in coscienza alla prossima edizione del concorso in Austria, “?» si legge nella lettera firmata anche da artisti come Macklemore, Paloma Faith, Kneecap, Massive Attack e da ex vincitori dell’Eurovision.

«Ci sono momenti in cui il silenzio passivo non è un’opzione. Ci rifiutiamo di tacere quando la violenza genocida di Israele fa da colonna sonora e mette a tacere le vite dei palestinesi». L’Eurovision, organizzato annualmente dall’Unione Europea di Radiodiffusione (UER), è stato accusato di doppi standard per aver escluso la Russia dalla competizione poco dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, citando le preoccupazioni per una “crisi senza precedenti in Ucraina” che avrebbe potuto “screditare il concorso”.

Dopo oltre due anni e mezzo di genocidio perpetrato da Israele a Gaza, con un bilancio di oltre 72.000 morti secondo il Ministero della Salute di Gaza, l’Eurovision ha ripetutamente difeso la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana Kan al concorso.

“Le risposte ipocrite dell’EBU ai crimini di Russia e Israele hanno infranto ogni illusione di ‘neutralità’ dichiarata dall’Eurovision. Nel 2022, l’EBU affermò che la presenza della Russia avrebbe ‘screditato la competizione'”, continua la lettera.

“Eppure oltre 30 mesi di genocidio a Gaza, insieme alla pulizia etnica e all’espropriazione di terre nella Cisgiordania assediata, non sono considerati sufficienti per applicare la stessa politica a Israele”.

L’EBU ha rifiutato di sottoporre l’esclusione di Israele ad un voto durante la sua riunione di dicembre e in risposta cinque paesi – Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – hanno annunciato il loro ritiro dall’Eurovision 2026 a Vienna.

L’anno scorso il sito israeliano Ynet ha riportato che il presidente israeliano Isaac Herzog aveva formato una squadra per promuovere la partecipazione di Israele con alcune “attività di lobbying dirette ai membri dell’EBU con l’obiettivo di impedire all’assemblea di procedere a una votazione vincolante che Israele temeva di perdere”.

La lettera aggiunge: “Applaudiamo al ritiro etico delle emittenti spagnole, irlandesi, islandesi, slovene e olandesi, e dei numerosi finalisti della selezione nazionale che si sono impegnati a rifiutarsi di partecipare all’Eurovision”.

In una protesta simile contro la decisione dell’EBU il vincitore svizzero dell’Eurovision Song Contest 2024, Nemo, ha restituito il premio dopo che Israele ha ottenuto il via libera per partecipare all’evento di quest’anno.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Ostaggi, detenuti, prigionieri: i mezzi di comunicazione occidentali privilegiano ancora le vite degli israeliani su quelle dei palestinesi

Mohamad Elmasry

14 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’informazione mainstream sullo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas evidenzia la persistente tendenziosità filo-israeliana dei media occidentali, per cui gli israeliani vengono umanizzati mentre i palestinesi vengono cancellati dalla vista.

Lunedì Israele e Hamas hanno scambiato prigionieri come parte del piano di cessate il fuoco del presidente statunitense Donald Trump.

L’informazione dei principali mezzi di comunicazione occidentali ha riproposto gli stessi pregiudizi filo-israeliani che hanno a lungo caratterizzato i reportage su Israele e Palestina che danno la priorità alle vite degli israeliani su quelle dei palestinesi.

Le principali testate come la BBC, il New York Times, il Wall Street Journal, la CNN, l’Associated Press, il Washington Post, la Reuters, la Deutsche Welle e l’Agence France-Presse hanno messo in primo piano gli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre hanno in buona misura minimizzato quanto hanno subito i palestinesi.

Su giornali, reti televisive, siti web e reti sociali gli ostaggi israeliani e le loro famiglie hanno ricevuto molta più attenzione – e sono stati resi umani con dettagli personali e immagini emotive – rispetto ai palestinesi.

Per esempio sette su otto tweet dell’AFP sullo scambio si sono concentrati esclusivamente sui prigionieri israeliani. La Reuter ha pubblicato una serie di 36 foto, 26 delle quali ospitavano gli ostaggi israeliani, le loro famiglie o cittadini qualunque che festeggiavano, mentre solo 9 ritraevano palestinesi.

Anche se il sito della BBC ha presentato vari articoli sullo scambio, compresi alcuni sui prigionieri palestinesi e sulle loro famiglie, ha pubblicato anche un profilo dettagliato ed empatico dei 20 ostaggi israeliani rilasciati intitolato “Chi sono gli ostaggi rilasciati?”, senza una empatia simile per i palestinesi.

La CNN ha informato del rilascio di “prigionieri” palestinesi ed ha incluso alcuni dettagli che li rendevano umani, ma il titolo della sua notizia principale, “Le famiglie degli ostaggi riunite mentre Trump è acclamato nel parlamento israeliano”, ha menzionato solo gli israeliani.

Allo stesso modo la lista del Washington Post di sei “sviluppi chiave” inizia con il discorso di Trump, la guerra a Gaza e il summit di Sharm el-Sheikh. Il seguente elenco di punti si concentra sugli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre solo l’ultimo punto cita i palestinesi.

Il Post ha proposto un certo livello di umanizzazione dei palestinesi, ma lo sbilanciamento a favore di Israele rimane evidente.

Attenzione diseguale

Da quando due settimane fa Trump ha annunciato il suo piano l’informazione occidentale si è concentrata molto di più sulle richieste ad Hamas per la consegna dei resti dei 28 ostaggi israeliani morti. Molta meno attenzione è stata dedicata agli obblighi di Israele, in base al punto 5 del piano, di restituire i resti di 420 palestinesi che ha trattenuto a lungo.

Questo sbilanciamento è continuato lunedì. Ricerche sugli archivi di notizie mostrano un’ampia attenzione sui corpi degli israeliani e praticamente nessuna citazione dei resti di palestinesi.

Questo eclatante doppio standard riflette radicati problemi nell’informazione occidentale, che ignora e minimizza sistematicamente le violazioni israeliane dei diritti umani.

Secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem Israele ha una “prassi consolidata” di trattenimento dei corpi dei palestinesi per utilizzarli come “merce di scambio” nei negoziati. Le leggi israeliane contro il terrorismo consentono al governo di tenere i cadaveri dei palestinesi e di impedirne i funerali. Più di 600 corpi di palestinesi sono attualmente trattenuti da Israele, una situazione di cui i mezzi di comunicazione occidentali raramente rendono nota.

Doppio standard linguistico

Praticamente tutti i mezzi di informazione occidentali fanno riferimento ai prigionieri israeliani come a “ostaggi”, un uso giustificabile in base al diritto internazionale, dato che quelli presi da Hamas rispondono alla classica definizione giuridica di presa di ostaggi. Tuttavia la domanda è perché i palestinesi presi prigionieri da Israele non vengono descritti allo stesso modo.

Dopo il 7 ottobre Israele ha arrestato più di 1.700 civili di Gaza, comprese molte donne e minori che non hanno avuto alcun ruolo nell’attacco. Sono stati imprigionati senza alcuna imputazione per circa due anni.

Data l’evidente intenzione israeliana di utilizzare quei detenuti come merce di scambio nei negoziati, in base alle leggi internazionali senza dubbio anche loro corrispondono alla definizione di ostaggi. Ciononostante i media occidentali continuano ad etichettarli solo come “detenuti” o “prigionieri”, riflettendo un persistente doppio standard linguistico che modella le percezioni di innocenza, colpa e sofferenza.

Ricerche accademiche hanno a lungo documentato questo modello in base al quale i mezzi di comunicazione occidentali riservano le descrizioni più crude alle azioni palestinesi mentre attenuano quelle riguardanti Israele. Decenni di studi dimostrano anche che l’informazione occidentale su Israele e Palestina spesso omette un contesto fondamentale, che riguarda soprattutto le violazioni da parte di Israele. L’informazione di lunedì sullo scambio di prigionieri non ha fatto eccezione.

La mia verifica ha scoperto poche citazioni dell’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania, del continuo assedio a Gaza o delle accuse di genocidio contro Israele. Dove è stato inserito il contesto spesso si è concentrato sugli attacchi di Hamas il 7 ottobre.

Un’omissione particolarmente rivelatrice nell’informazione occidentale sullo scambio di prigionieri è il fatto che ai palestinesi è stato esplicitamente vietato di festeggiare il ritorno delle persone rilasciate. Mentre gli israeliani sono stati incoraggiati a fare festa per il ritorno degli ostaggi, i palestinesi presenti fuori dal carcere di Ofer, nella Cisgiordania occupata, sono stati accolti dalla polizia israeliana che ha sparato gas lacrimogeni contro le famiglie e i giornalisti. Il Guardian è stato tra i pochi giornali importanti ad aver evidenziato il divieto.

Tali momenti non sono dettagli secondari: il tentativo israeliano di controllare persino le manifestazioni emotive dei palestinesi evidenzia ulteriormente sia l’asimmetria di potere che la crudeltà della sua occupazione militare.

Ripensamento dei media

Il racconto dei mezzi di comunicazione occidentali dello scambio di prigionieri è andato oltre al fatto di privilegiare una parte, ha rafforzato una gerarchia di valore tra gli esseri umani in cui le vite degli israeliani sono intrinsecamente più importanti e degne di compassione di quelle dei palestinesi.

Ciò è in linea con una ricerca più ampia sul modo in cui i media hanno informato sulla guerra. Per esempio uno studio pubblicato lo scorso anno riguardo alle prime due settimane della guerra, quando erano stati uccisi circa 3.000 palestinesi e circa 1.200 israeliani, ha rilevato che i giornali presi a campione hanno pubblicato notizie quattro volte più emotive e personali sulle vittime israeliane che su quelle palestinesi.

Altri studi confermano la cronica fiducia eccessiva dei mezzi di comunicazione occidentali nelle fonti filo-israeliane. Ma su Israele e Palestina i lettori stanno cambiando, così come l’opinione pubblica. Negli ultimi due anni la simpatia per i palestinesi è nettamente aumentata tra le opinioni pubbliche occidentali, soprattutto tra i giovani e, mentre la fiducia nei principali mezzi di comunicazione declina, questi sono sottoposti a critiche sempre crescenti.

Alla luce di questo cambiamento non sorprende che molte persone, soprattutto giovani, si rivolgano invece a piattaforme di notizie indipendenti o alternative per informarsi su Israele e Palestina.

Anche nelle redazioni monta il dissenso. Sono scoppiate proteste dei giornalisti nei principali mezzi di informazione, tra cui il Los Angeles Times, il New York Times e la BBC, dove centinaia di giornalisti hanno manifestato rabbia contro le politiche editoriali palesemente filo-israeliane.

Quando le redazioni riconosceranno la gravità di questa crisi? Per il bene di lettori, giornalisti e palestinesi che soffrono, un ripensamento non arriverà mai troppo presto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Mohamad Elmasry is Professor of Media Studies at the Doha Institute for Graduate Studies.

Mohamad Elmasry è docente di Studi sui Media presso l’Istituto per gli Studi Superiori di Doha.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cartellino rosso per genocidio: perché la FIFA deve essere ritenuta responsabile

Ramzy Baroud

12 giugno 2025 – Middle East Monitor

I tifosi di tutto il mondo stanno contestando senza mezzi termini il continuo sostegno della FIFA a Israele, organizzandosi con una coesione senza precedenti a sostegno della Palestina. A differenza di azioni precedenti, questa mobilitazione è ora notevolmente ben coordinata, ampia e solida. Sono lontani i tempi in cui gran parte della solidarietà sportiva emergeva dalla tifoseria di club come il Celtic, il Deportivo Palestino o squadre arabe. Gaza è ora il fulcro indiscusso della solidarietà sportiva mondiale. Le conseguenze di ciò sono probabilmente le più significative in termini di raggiungimento di una consapevolezza globale totale in particolare del genocidio israeliano a Gaza, ma anche dell’occupazione militare israeliana e dell’apartheid in tutta la Palestina occupata.

Per anni, i media mainstream hanno fatto del loro meglio per ignorare bandiere, striscioni e cori pro-Palestina. Quando la solidarietà ha superato livelli tollerabili, che si trattasse di Scozia o Cile, la FIFA ha represso con multe e varie altre misure punitive. Oggi, tuttavia, tali tattiche stanno fallendo completamente. A volte, il Celtic Park sembra essere un’enorme manifestazione pro-Palestina, e numerosi altri club si stanno unendo o stanno intensificando i loro sforzi.

Il 31 maggio, durante la finale di UEFA Champions League del Paris Saint-Germain contro l’Inter, è sembrato che tutte le attività dei tifosi del PSG si siano concentrate sulla Palestina. I cori di “Nous sommes tous les enfants de Gaza” – “Siamo tutti i bambini di Gaza” – risuonavano ovunque, dentro e fuori dallo stadio. Non appena Achraf Hakimi ha segnato il gol del vantaggio, sullo sfondo si è srotolata un’enorme bandiera: “FERMATE IL GENOCIDIO A GAZA”.

Questi atti di solidarietà sportiva senza precedenti sono molto simili al boicottaggio sportivo del Sudafrica dell’apartheid, iniziato a metà degli anni ’60. Questi boicottaggi sono stati determinanti nello scatenare il dibattito e spostare la discussione sull’apartheid dalle aule accademiche alle piazze.

Sebbene quanto sopra sia vero, i due casi non sono sempre paragonabili. All’epoca, grazie agli sforzi dei governi del Sud del mondo, i boicottaggi iniziarono in gran parte a livello istituzionale e ottennero gradualmente un massiccio sostegno popolare.

Nel caso palestinese, invece, si registra un completo collasso morale da parte di istituzioni come la FIFA, mentre sono i tifosi a sostenere la solidarietà.

Ma la FIFA non ha ancora preso alcuna misura contro Israele, nonostante il palese razzismo all’interno delle istituzioni sportive israeliane e il danno diretto che sta infliggendo allo sport palestinese. La scusa preferita dalla FIFA è lo slogan: “Sport e politica non vanno d’accordo”. Ma se così fosse, perché allora la FIFA ha combinato perfettamente le due cose dopo l’invasione russa dell’Ucraina?

Quasi subito dopo l’inizio della guerra i paesi occidentali, con la pretesa di parlare a nome della comunità internazionale, hanno iniziato a imporre centinaia, e poi migliaia, di sanzioni contro la Russia, che si è ritrovata isolata in ogni ambito, incluso lo sport. La FIFA si è subito schierata.

Sebbene sia iniziata molto prima del genocidio israeliano a Gaza, riguardo alla Palestina l’ipocrisia è sconfinata. Ogni sforzo palestinese, spesso sostenuto da associazioni arabe, musulmane e del Sud del mondo, per ritenere Israele responsabile dell’apartheid e dell’occupazione militare si è scontrato con un fallimento sistematico. Ogni volta, la risposta è la stessa. La dichiarazione imbarazzante della FIFA dell’ottobre 2017 ne è un esempio lampante.

La dichiarazione era una risposta al rapporto finale del “Comitato di monitoraggio FIFA Israele-Palestina” che faceva seguito alle ripetute richieste da parte di organizzazioni internazionali di indagare sulla questione dell’occupazione israeliana e sulla necessità che la FIFA chiamasse Israele a rispondere delle proprie azioni.

La replica è stata netta: “La situazione attuale (…) non ha nulla a che fare con il calcio”. È di “eccezionale complessità e delicatezza” e non può essere “modificata unilateralmente da organizzazioni non governative come la FIFA”. Lo “status finale dei territori della Cisgiordania” è di competenza delle competenti autorità di diritto pubblico internazionale.

La dichiarazione concludeva che “la FIFA… deve rimanere neutrale rispetto alle questioni politiche”, aggiungendo che l’associazione “si asterrà dall’imporre sanzioni” a Israele e che “la questione è dichiarata chiusa”.

Da allora molto è cambiato. Ad esempio, nel luglio 2018, Israele si è dichiarato un paese riservato agli ebrei, da cui la Legge sullo Stato nazionale. Ha inoltre approvato una legge nel luglio 2020 che consente l’annessione della Cisgiordania occupata. Dal 7 ottobre 2023 ha lanciato un genocidio contro Gaza.

I termini delle accuse questa volta non provengono dai palestinesi e loro alleati. È il linguaggio delle istituzioni internazionali che stanno indagando attivamente sulle orribili violazioni commesse da Israele a Gaza.

Sebbene la FIFA possa ancora affermare che la questione sia troppo “complessa” e “delicata”, come può ignorare che oltre 700 atleti palestinesi sono stati uccisi e oltre 270 impianti sportivi sono stati distrutti nei primi 14 mesi di guerra?

Qui va detto qualcosa sulla tenacia dei palestinesi, una qualità che non dipende dall’azione o dall’inazione della FIFA. La nazionale di calcio palestinese continua a crescere e, cosa ancora più impressionante, i bambini palestinesi di Gaza riescono in qualche modo a crearsi spazi persino tra le rovine delle loro città per calciare un pallone, rubando così un momento di gioia agli orrori del genocidio.

Sebbene la FIFA continui a deludere la Palestina, gli appassionati di sport si rifiutano di essere parte di questa farsa morale. E, in definitiva, saranno la tenacia dei palestinesi e la crescente solidarietà con la loro giusta causa a costringere la FIFA ad agire, non solo per il bene della Palestina, o anche per il futuro dello sport, ma per la rilevanza stessa della FIFA.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Può la presidente del più importante tribunale del mondo essere una giudice con tendenze sioniste?

Muhammad Jamil

23 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Mentre la polvere della guerra si sta posando sulla Striscia di Gaza e da domenica 19 gennaio 2025 è entrato in vigore il cessate il fuoco, si fanno sempre maggiori le speranze che commissioni d’inchiesta internazionali entrino a Gaza e documentino le catastrofiche conseguenze della guerra di sterminio durata 15 mesi. I resoconti dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni internazionali non riescono a cogliere le reali dimensioni della tragedia, rendendo imperativo che équipe investigative si rechino sul terreno per raccogliere prove. Queste prove giocheranno un ruolo fondamentale nella denuncia per genocidio presentata alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e aiuteranno la Corte Penale Internazionale (CPI) nell’incriminazione di altri dirigenti militari e politici coinvolti nei crimini.

Il tempo è cruciale, in quanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu minaccia di riprendere i combattimenti dopo la fine della fase iniziale del cessate il fuoco. Questa urgenza necessita di un’azione rapida da parte dei tribunali internazionali per perseguire la giustizia e chiamare i responsabili a rendere conto delle proprie azioni. Tuttavia la CPI è stata lenta nella risposta, interrompendo il suo cammino, senza prendere ulteriori iniziative dopo l’approvazione mesi fa di mandati di arresto contro Netanyahu e l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant. Questo ritardo continua nonostante la lunga lista di persone accusate di aver commesso crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania.

Le lungaggini processuali e l’esitazione nel chiamare a rispondere i responsabili derivano da varie ragioni, in primo luogo dalle pressioni e minacce politiche che la corte deve affrontare. Ciò richiede che gli attori internazionali appoggino la creazione di uno specifico tribunale internazionale, simile a quelli per la Jugoslavia e il Ruanda, perché agisca concretamente libero da pressioni esterne e con più estese facoltà di affrontare l’ingente numero di crimini commessi.

La causa intentata davanti alla CIG dal Sudafrica, che accusa Israele di genocidio, è altrettanto significativa. E’ trascorso più di un anno da quando il caso è stato presentato, eppure l’iter processuale procede lentamente. Ad aggravare questo problema sono le dimissioni del giudice Nawaf Salam dalla presidenza della CIG a causa della sua nomina per la formazione del governo libanese. Ciò apre la possibilità che la sua vice, simpatizzante di Israele, assuma potenzialmente quella posizione, ritardando ulteriormente le udienze.

Le dimissioni di Salam hanno lasciato vacante la presidenza della CIG, e la giudice ugandese Julia Sebutinde ha assunto temporaneamente il suo ruolo. Sebutinde, nota per l’ incondizionato sostegno a Israele, è diventata la prima giudice africana a raggiungere questa prestigiosa posizione. Mentre l’elezione dei giudici dovrebbe basarsi su competenza e requisiti, spesso fattori politici e geografici giocano un ruolo nella loro selezione.

Durante la sua permanenza in carica Sebutinde, oltre al fatto di essere la prima donna africana in questo ruolo, non si è fatta notare per la sua imparzialità o correttezza. Proveniente da un continente scosso da colonialismo, massacri e saccheggio delle risorse, ci si aspettava che attraverso la corte garantisse giustizia per promuovere pace e sicurezza in un mondo segnato da conflitti.

Queste aspettative sono state deluse quando Sebutinde, insieme ad altri giudici, ha intralciato la causa per genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele. Ha fatto parlare di sé per le opinioni contrarie alle sentenze della corte, compresa l’opinione consultiva approvata dalla corte sull’illegalità dell’occupazione. Il suo dissenso era basato su argomenti peculiari e senza fondamento, derivanti da convinzioni religiose e false narrazioni storiche.

Un’attenta analisi delle dettagliate opinioni di Sebutinde rivela la manipolazione dei principi delle leggi internazionali per adeguarle alla sua tendenziosità e alle sue convinzioni. Le sue conclusioni sembrano influenzate da miti simili a quelli degli estremisti sionisti religiosi, che non sono né riconosciuti dall’ordinamento della corte né sorretti dalle leggi internazionali. Ciò è particolarmente preoccupante data la gravità del caso, che riguarda la minaccia esistenziale per un gruppo nazionale sulla sua terra.

Il confronto tra la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele e quella sulla causa per genocidio dell’Ucraina contro la Russia rivela evidenti contraddizioni. In quest’ultima Sebutinde e gli altri giudici hanno esaminato le prove presentate e hanno applicato la legge senza prendere in considerazione le dimensioni religiose o politiche, dichiarando le azioni della Russia una mera aggressione contro uno Stato sovrano.

Le misure precauzionali emanate nel caso dell’Ucraina sostenute dalla maggioranza dei giudici, inclusa Sebutinde, hanno ordinato un cessate il fuoco. Ciò ha privato la Russia del suo presunto diritto all’autodifesa contro la diffusione di “neonazisti”, accusati di commettere massacri contro i cittadini ucraini di origine russa.

In palese contrasto, la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele è stata profondamente viziata. Nonostante la gravità della situazione, le misure precauzionali della corte non hanno incluso un cessate il fuoco, un grave errore che riflette l’influenza delle politiche nazionali a favore di Israele su alcuni giudici. Sebutinde ha addirittura rifiutato queste misure, ignorando le prove e le leggi umanitarie internazionali. La sua opinione dissenziente, segnata dal fatto di basarsi sulle sue convinzioni religiose e da tendenziosità politica, ha ignorato i fatti presentati nel processo.

Nella sentenza della corte del 26 gennaio 2024, che ha incluso sei misure precauzionali approvate da 15 giudici contro 2 voti contrari, Sebuninde si è opposta a tutte le disposizioni. Ciò ha incluso misure che invitavano Israele a consentire un afflusso illimitato di aiuti internazionali. Sorprendentemente persino il magistrato nominato da Israele tra i giurati, Aharon Barak, ha approvato due misure: una che obbligava Israele a impedire istigazioni al genocidio e un’altra che garantiva l’afflusso di aiuti umanitari.

La mancanza di imparzialità e la ferma convinzione di Sebuninde riguardo all’assoluto diritto di Israele ad agire a suo piacere sono risultati evidenti nel suo parere. Ha lanciato accuse non verificate contro le fazioni palestinesi relative a crimini efferati come lo stupro e l’uccisione di bambini. Al contrario le sue affermazioni sulle sofferenze di Gaza difettavano di dettagli o riferimenti specifici, smentendo come false le prove del Sudafrica e sostenendo il difetto di giurisdizione della corte in quella fase. Contrariamente all’opinione della maggioranza, ha negato che le prove dimostrassero un genocidio potenziale.

Le sue opinioni hanno danneggiato la credibilità della corte e sollevato preoccupazioni riguardo alla sua adeguatezza per un ruolo che richiede obiettività e aderenza alla giustizia.

Sebutinde si è anche opposta ad altre tre disposizioni aggiuntive (approvate con 13 voti contro 2) incluse nella sentenza della corte del 24 maggio 2024 in seguito all’attacco israeliano contro Rafah. Pare che il giudice Barak abbia imparato dalla sua posizione, in quanto era inconcepibile che lei potesse sembrare più allineata con il sionismo di lui. Barak si è unito a Sebutinde nel rifiuto di queste misure, smentendo persino le sue precedenti posizioni e opponendosi alla prima misura che ribadiva le disposizioni precauzionali indicate nella sentenza della corte a gennaio.

Nonostante fossero passati quattro mesi dalla decisione iniziale della corte, Sebutinde non ha modificato la sua posizione, benché il numero di morti fosse salito e le dimensioni delle distruzioni e della fame si fossero accentuate. Al contrario ha ignorato questa situazione, descrivendola semplicemente come una “complessa crisi umanitaria”. Invece ha ampiamente approfondito le sofferenze degli israeliani, citando dati e incidenti specifici che avevano avuto come conseguenza pochi morti e feriti. Sebutinde ha persino sottolineato il coinvolgimento di nuovi attori nel conflitto, come il movimento Houti e l’incremento delle operazioni di Hezbollah nel sud [del Libano], utilizzando quegli sviluppi per giustificare il rifiuto di misure precauzionali per porre fine all’attacco contro Rafah.

I commenti di Sebutinde su queste e sulle precedenti disposizioni rappresentano un sostegno ai massacri. Ha appoggiato la continuazione delle operazioni militari, sostenendo che la loro interruzione avrebbe danneggiato la sicurezza di “100 ostaggi nelle mani dell’organizzazione terroristica Hamas.” Tuttavia le prove, comprese le ammissioni ufficiali dell’esercito israeliano, hanno confermato che molti ostaggi sono stati uccisi durante queste operazioni.

Nel suo parere consultivo del 19 luglio 2024 ha dissentito dall’opinione maggioritaria riguardo alle “conseguenze legali delle politiche e pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.” Mentre la maggioranza dei giudici ha definito illegale l’occupazione ed ha chiesto che venga smantellata, Sebutinde ha sostenuto che in primo luogo la corte non avrebbe dovuto emettere l’opinione consultiva. Ha affermato che ciò avrebbe complicato il problema eludendo il contesto negoziale pattuito tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele. Così facendo Sebutinde ha apertamente criticato i suoi colleghi giudici e rivelato le sue profonde convinzioni religiose, radicate nell’Antico Testamento, insieme a interpretazioni di testi religiosi e scoperte archeologiche di 3.000 anni fa che dimostrerebbero la presenza di una “nazione ebraica”, negando l’esistenza della Palestina.

L’opinione dissenziente di Sebutinde afferma:

“Le prove includono ritrovamenti archeologici nella Città di Davide. Scavi nella “Città di Davide” a Gerusalemme hanno scoperto strutture, fortificazioni e oggetti che datano al tempo tradizionalmente associato al regno di re Davide. Questi reperti forniscono prove dell’insediamento di una società colta impegnata in commerci, agricoltura e attività di governo. La Bibbia ebraica (il Vecchio Testamento) offre dettagliate testimonianze di storia, cultura e governo degli israeliti durante questo periodo. Mentre questi testi per loro natura sono religiosi, molti studiosi li considerano affidabili documenti storici. Queste prove archeologiche, testuali e storiche confermano l’esistenza e la continua presenza del popolo ebraico nell’antico Israele durante il periodo dal 1000 al 586 a.C.”

Immaginate un contenzioso sulla titolarità della proprietà portato davanti a un qualunque tribunale al mondo, tranne Israele. Una parte presenta un testo religioso preso da un libro sacro sostenendo che esso dimostra la proprietà risalendo a centinaia di anni fa, mentre l’altra sottopone al tribunale contratti ufficialmente documentati e un titolo di proprietà certificato rilasciato dalle competenti autorità. Quale sarebbe la reazione del giudice? Immagino che ordinerebbe che la prima venisse portata in un’istituzione psichiatrica oppure condannata per oltraggio alla corte per averle fatto perdere tempo.

Nel suo parere dissenziente Sebutinde si contraddice da sola, utilizzando simultaneamente la Dichiarazione Balfour e il piano di partizione per legittimare Israele, negando nel contempo in base agli stessi documenti i loro diritti ai palestinesi. Il suo travisamento si estende alla Cisgiordania e a Gerusalemme, che considera territori contesi invece che occupati. Ignora le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che affermano la loro condizione di territori occupati.

Le convinzioni religiose accecano Sebutinde, proprio come i coloni estremisti che manipolano la storia a favore della loro ideologia. Accusa gli arabi, dal periodo del Mandato [britannico] a oggi, per aver rifiutato qualunque soluzione proposta per condividere la terra e vivere in pace con i loro vicini ebrei. Secondo lei ogni atto di terrorismo da parte delle milizie sioniste e ogni guerra combattuta da Israele sono stati preventivi e difensivi.

Attraverso le sentenze della corte Sebutinde si aggrappa alla sua visione secondo cui il conflitto è ideologico e politico e non risolvibile all’interno del contesto giuridico. Questa posizione è rimasta tale nonostante le prove schiaccianti che sono state presentate, che dimostrano che la macchina da guerra ha sistematicamente preso di mira persone, alberi e pietre in meticolose campagne di sterminio pianificato. Decine di migliaia [di persone] sono state uccise o ferite, intere città distrutte e oltre due terzi della popolazione sfollata.

Un giudice divorato da miti e stravolgimenti religiosi non può occuparsi della giustizia tra le Nazioni. Il luogo adeguato per esprimere tali convinzioni è un tempio, un partito politico o persino un’organizzazione criminale come l’esercito israeliano, dove potrebbe partecipare attivamente a tali atrocità come soldatessa o ufficiale. Consentirle di presiedere alla più alta autorità giudiziaria incaricata di risolvere conflitti internazionali e salvaguardare la pace e la sicurezza è una caricatura della giustizia.

Fortunatamente le decisioni della corte sono prese dal voto a maggioranza, come evidenziato dall’approvazione a stragrande maggioranza delle sentenze che lasciano il suo dissenso senza un’influenza significativa. Tuttavia nei casi in cui la corte è divisa il voto decisivo del presidente diventa fondamentale. Benché questo scenario sia raro, la potenziale elezione di Sebutinde come presidentessa solleva preoccupazioni. L’aspetto allarmante di ciò, con l’autorità di Sebutinde come supervisora delle commissioni tecniche della corte, è che potrebbe giocare un ruolo nel rallentare le procedure, complicando i processi e rimandando le udienze. Dato il suo estremismo, la situazione potrebbe accentuarsi facendo trapelare discussioni o documenti riservati riguardanti il caso.

Perciò i giudici della corte non devono eleggere per una posizione così importante una collega che adotta un’ideologia estremista. C’è una chiara contraddizione tra la missione della Corte di risolvere le dispute internazionali e raggiungere pace e sicurezza e gli obiettivi dell’orientamento ideologico a cui lei appartiene, che semina caos, alimenta guerre e sparge sangue. Quindi si deve impedire che Sebutinde assuma la posizione di presidente della corte.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una petizione firmata da migliaia di artisti e curatori chiede di escludere Israele dalla Biennale di Venezia

Naama Riba

26 febbraio 2024 – Haaretz

In una lettera aperta alla mostra internazionale d’arte i firmatari auspicano che non ci sia un ‘padiglione del genocidio’ e sostengono che la prevista esposizione israeliana rappresenta uno Stato ‘implicato in atrocità contro i palestinesi’.

Una lettera aperta, che nei giorni scorsi sta avendo grande successo tra migliaia di artisti, curatori e personaggi della cultura, chiede alla Biennale di Venezia di escludere la partecipazione di Israele all’esibizione internazionale prevista in aprile.

La lettera afferma che “mettere in mostra un’arte che rappresenta uno Stato coinvolto nelle continue atrocità contro i palestinesi a Gaza è inaccettabile. No a un padiglione del genocidio alla Biennale di Venezia.” Essa specifica che il gruppo proponente, l’Alleanza per l’Arte non per il Genocidio, è stato creato specificamente a questo proposito. Finora la petizione è stata pubblicata su siti isolati come il sito online ARTNET.

Uno dei firmatari della lettera è Faisal Saleh, il fondatore del Palestinian Museum US, situato in Connecticut. Saleh ha criticato il rifiuto della Biennale di accogliere un padiglione palestinese per il fatto che l’Italia non riconosce la Palestina.

Il padiglione israeliano prevede di esporre le opere dell’artista Ruth Patir, curate da Mira Lapidot e Tamar Margalit. L’esposizione, intitolata “Madrepatria”, verrà collocata in una specie di padiglione della “fertilità e creatività”, che occupa tre piani pieni di nuovi video che verranno posizionati in tre spazi, ciascuno con un differente disegno e carattere, ma tutti riconducibili al mondo emotivo e materiale dei luoghi descritti nei film: un museo, una clinica, un sito archeologico e una casa.

La petizione contro la partecipazione di Israele è stata firmata finora da personalità come la fotografa ebrea americana Nan Goldin; la storica dell’arte britannica Claire Bishop; il fotografo ebreo sudafricano Adam Broomberg, che lavora nei territori palestinesi; la studiosa israeliana Ariella Azoulay, che vive negli Stati Uniti; l’artista israeliano Oreet Ashery, che vive nel Regno Unito e il direttore israeliano Eyan Sivan, che vive in Francia.

Secondo quanto scritto nella lettera aperta, che è circolata nei gruppi WhatsApp in tutto il mondo, per anni la Biennale è stata invitata a riconoscere le “atrocità” commesse dai Paesi partecipanti. Per esempio, tra il 1950 e il 1968 il Sudafrica non ha esposto alla Biennale a causa della condanna diffusa in tutto il mondo e degli appelli a boicottarlo per il suo regime di apartheid. È stato applicato un divieto ufficiale a partire dal 1968, sulla base della Risoluzione ONU 2396 che prevedeva di sospendere “gli scambi con il regime razzista.” Il Sudafrica non è stato riammesso come Paese partecipante alla Biennale fino al 1993, quando il governo di apartheid stava per essere abolito.

La lettera specifica inoltre che nel 2022, con l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, la Biennale e i suoi curatori hanno rilasciato diverse dichiarazioni pubbliche di sostegno al diritto del popolo ucraino all’autodeterminazione, alla libertà e all’umanità. La condanna pubblica da parte della Biennale della “inaccettabile aggressione militare della Russia” comprendeva la dichiarazione di rifiuto di “ogni forma di collaborazione con coloro che hanno condotto o sostenuto un così atroce atto di aggressione”. Dall’inizio della guerra in Ucraina la Russia non ha aperto il suo padiglione per partecipare alla Biennale.

La Biennale è rimasta in silenzio rispetto alle atrocità contro i palestinesi. Siamo sgomenti per questo doppio standard. L’aggressione di Israele a Gaza rappresenta uno dei più intensi bombardamenti nella storia”, asserisce la lettera. “Dalla fine di ottobre 2023 Israele ha già sganciato tonnellate di esplosivi su Gaza di potenza equivalente alla bomba nucleare sganciata su Hiroshima in Giappone nel 1945.” La lettera non fa riferimento al massacro compiuto dai terroristi di Hamas in Israele il 7 ottobre, in cui 1200 persone, in maggioranza civili, sono state uccise e centinaia rapite e portate nella Striscia di Gaza. Non fa neppure menzione del fatto che il padiglione israeliano è stato imbrattato a novembre con la frase “autorizzati a commettere un genocidio pianificato” scritta con lo spray sull’edificio e vernice rossa spruzzata sulla facciata e sul marciapiede.

La lettera aperta fa anche riferimento al tema principale della mostra di Patir nel padiglione: “Mentre il pool di curatori di Israele programma il “Padiglione della Fertilità” riflettendo sulla maternità contemporanea, Israele ha assassinato più di 12.000 bambini ed impedito l’accesso alle cure riproduttive e alle strutture mediche. Il risultato è che le donne palestinesi subiscono il taglio cesareo senza anestesia e partoriscono per strada.” In conclusione la petizione afferma che “ogni rappresentazione ufficiale di Israele sulla scena culturale internazionale è un sostegno alle sue politiche e al genocidio a Gaza.”

Haaretz ha sollecitato commenti da parte della Biennale di Venezia, del Ministro degli Esteri israeliano, dei curatori del padiglione israeliano e di Patir. Non è stata ancora ricevuta alcuna risposta.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cosa hanno detto sulla Palestina i leader del mondo durante il dibattito all’assemblea generale dell’ONU?

Redazione di Palestine Chronicle

26 settembre 2023 – Palestine Chronicle

Nonostante i tentativi di USA e Israele di distrarre l’attenzione dall’occupazione israeliana della Palestina molti leader mondiali la pensano diversamente. Qui di seguito un estratto delle loro opinioni…

La discussione plenaria dell’assemblea generale delle Nazioni Unite è iniziata martedì 19 settembre ed è durata fino a martedì 26 settembre.

La Palestina e i diritti dei palestinesi sono stati citati, a volte diffusamente, da importanti leader mondiali, dalla Cina alla Russia, all’Arabia Saudita e al Sudafrica.

Ecco qui di seguito una selezione di alcune delle affermazioni di leader mondiali o alti rappresentanti dei rispettivi governi.

Cina: appoggio alla richiesta palestinese di giustizia

Han Zheng, vice presidente della Repubblica Popolare Cinese:

La questione palestinese è al centro della questione mediorientale. La soluzione fondamentale si trova nella soluzione a due Stati.

La Cina continuerà a sostenere il popolo palestinese nel perseguimento della giusta causa per recuperare i suoi legittimi diritti.

Dobbiamo rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di ogni Paese e osservare gli intenti e i principi della Statuto dell’ONU. La Cina si oppone all’egemonismo.”

Russia: la Palestina sta aspettando

Sergei Lavrov, ministro degli Esteri della Russia: 

La piena normalizzazione della situazione in Medio Oriente è impossibile senza la soluzione del problema principale – la soluzione del prolungato conflitto israelo-palestinese sulla base delle risoluzioni dell’ONU e dell’Iniziativa di Pace Araba.

I palestinesi stanno aspettando da più di 70 anni la solenne promessa di uno Stato, ma gli americani, che hanno monopolizzato il processo di mediazione, stanno facendo tutto quello che possono per impedirlo. Invitiamo ogni Nazione responsabile a unire le forze e a preparare il terreno per negoziati diretti tra la Palestina e Israele.

È incoraggiante che la Lega Araba sia in fase di ripresa del suo ruolo nelle questioni regionali.”

Arabia Saudita: la stabilità risiede nella giustizia

Faisal bin Farhan, ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita

La stabilità della regione risiede nella soluzione giusta e complessiva della causa palestinese e nella fondazione di uno Stato palestinese sulla base dei confini del 1967 con Gerusalemme est come capitale.” L’Arabia Saudita “respinge e condanna ogni passo unilaterale che costituisca una flagrante violazione delle leggi internazionali, che contribuisca al fallimento dei tentativi regionali e internazionali di pace e che ostacoli il cammino di una soluzione diplomatica.”

Sud Africa: Negazione della dignità

Cyril Ramaphosa, presidente del Sud Africa

Dobbiamo lavorare per la pace in Medio Oriente. Finché la terra palestinese rimarrà occupata, finché i loro diritti verranno ignorati e la loro dignità negata, tale pace rimarrà irraggiungibile.

Le azioni del governo di Israele hanno messo a rischio la possibilità di una soluzione a due Stati praticabile.

In questa situazione devono essere applicati i principi dello Statuto dell’ONU sull’integrità territoriale e sul divieto di annessione di terre attraverso l’uso della forza.”

Cile: non rimanere in silenzio

Gabriel Boric, presidente del Cile:

Il mondo non deve “rimanere in silenzio quando vediamo l’occupazione illegale della Palestina e l’impossibilità della Palestina di diventare uno Stato. Dobbiamo riconoscere i suoi diritti in base alle leggi internazionali.” Gli Stati membri devono appoggiare la “formazione di uno Stato palestinese indipendente.”

Colombia: Doppio standard

Presidente della Colombia Gustavo Petro:

La guerra in Ucraina gode del favore dei poteri mondiali, mentre il loro approccio alla Palestina è diverso.

Le Nazioni Unite dovrebbero tenere al più presto due conferenze di pace, una sull’Ucraina e l’altra sulla Palestina.

Ciò aprirebbe la strada per contribuire a portare la pace in ogni regione del pianeta, perché solo entrambe porrebbero fine all’ipocrisia come pratica politica.”

Brasile: Garanzie per la Palestina

È inquietante vedere che antichi conflitti non sono ancora stati risolti e che la loro minaccia è poco alla volta in aumento.

Ciò è chiaramente dimostrato dalla difficoltà di garantire la formazione di uno Stato per il popolo palestinese.”

Cuba: Solidarietà con la Palestina

Miguel Díaz-Canel Bermudez, presidente di Cuba:

Rinnoviamo la nostra solidarietà alla causa del popolo palestinese.”

Bolivia: autodeterminazione

Luis Alberto Arce Catacora, presidente della Bolivia:

Ha invitato la comunità internazionale a porre fine all’occupazione israeliana in Palestina e a consentire al suo popolo di esercitare i suoi diritti all’autodeterminazione in uno Stato libero, indipendente e sovrano con Gerusalemme occupata come sua capitale.

Le crisi attuali richiedono Nazioni Unite forti, coerenti con i principi che le hanno create, impegnate per la pace, che conservino il loro carattere intergovernativo e non siano subordinate ad alcun potere egemonico.”

Turchia: pace permanente

Recep Tayyip Erdogan, president della Turchia:

Una pace permanente in Medio Oriente è possibile solo attraverso una soluzione duratura del conflitto israelo-palestinese.

Continueremo ad appoggiare il popolo e lo Stato palestinesi nella lotta per i loro legittimi diritti sulla base delle leggi internazionali. Va ribadito nuovamente che senza la creazione di uno Stato indipendente e contiguo [a Israele] sulla base dei confini del 1967, è difficile anche per Israele trovare la pace e la sicurezza che desidera.

In questo contesto perseguiremo ogni tentativo in modo che venga rispettato lo status storico di al-Quds [Gerusalemme in arabo, ndt.] e soprattutto della Spianata delle Moschee.”

Giordania: il futuro della Palestina

Abdullah II, re di Giordania:

Nessuna costruzione della sicurezza e dello sviluppo regionali può fondarsi sulle ceneri fumanti di questo conflitto.

Senza chiarezza rispetto a quale sia il futuro dei palestinesi sarà impossibile accordarsi su una soluzione politica di questo conflitto.

Cinque milioni di palestinesi vivono sotto occupazione, senza diritti civili, senza libertà di movimento, per non parlare delle loro vite.

L’esigenza fondamentale per questo diritto è la fondazione di un loro Stato indipendente e sostenibile, sui confini del 4 giugno 1967 [cioè prima della guerra dei Sei Giorni, ndt.], con Gerusalemme est come capitale, che viva al fianco di Israele in pace, sicurezza e prosperità.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché Karim Khan ha congelato il fascicolo sulla Palestina: la CPI e i crimini di guerra israeliani a Gaza

Romana Rubeo Dott. Ramzy Baroud

24 maggio 2023 – Middle East Monitor

L’ultima guerra di Israele contro Gaza, iniziata il 9 maggio, ha causato la morte di 33 palestinesi, tra cui sei bambini, e il ferimento di altre centinaia. La maggior parte delle persone uccise e ferite erano civili.

Il primo giorno di guerra Maurice Hirsh, ex capo della procura militare dell’IDF [esercito israeliano, ndt.], ha espresso una giustificazione “giuridica” della guerra israeliana. Ha scritto il seguente passaggio su Twitter: “Se si considera il vantaggio militare ottenuto eliminando questi importanti terroristi è irrilevante chiedersi quanti bambini siano stati uccisi accidentalmente”.

Hirsh ha già usato in precedenza questo tipo di logica. Ad esempio, nell’agosto 2022 ha scritto un articolo sul quotidiano israeliano Jerusalem Post in cui ha giustificato gli attacchi dell’esercito israeliano contro la popolazione civile di Gaza. “Nel mondo della propaganda anti-israeliana e dei cicli apparentemente infiniti di violenza contro i terroristi a Gaza, la moltitudine di odiatori e irragionevolmente ignoranti spesso usa le parole ‘sproporzionato’ e ‘proporzionalità’ come mezzo per rimproverare lo Stato ebraico.”

Sebbene per molti tale logica equivalga all’incitamento all’odio e alla totale giustificazione dei crimini di guerra abbiamo deciso di chiedere il parere legale di un esperto di diritto internazionale. Gli abbiamo chiesto se le opinioni di Hirsh sono in qualche modo giustificate.

Triestino Mariniello è un esperto di diritto internazionale e membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza davanti alla Corte penale internazionale (CPI).

Abbiamo chiesto al dott. Mariniello un parere sui commenti di Hirsh all’interno del contesto della legalità, o illegalità, dell’ultima guerra israeliana a Gaza.

“Il principio di distinzione”

“La dichiarazione di Hirsh non ha validità in termini di diritto internazionale o diritto umanitario”, afferma Mariniello.

“Anche in quest’ultima operazione militare le autorità israeliane sembrano aver violato i principi fondamentali della legge sui conflitti armati, in particolare il principio di distinzione, che vieta a qualsiasi Paese di attaccare direttamente obiettivi civili”, aggiunge.

Secondo Mariniello il comportamento dell’esercito israeliano nel suo ultimo attacco alla Striscia assediata ha seguito uno schema simile alle guerre precedenti.

“I crimini più evidenti presumibilmente commessi durante l’ultima operazione militare israeliana sono gli attacchi deliberati e intenzionali contro obiettivi civili e l’uso eccessivo della forza. Queste violazioni non sono una novità. Hanno caratterizzato nel corso degli anni ogni singola operazione militare israeliana contro Gaza assediata, compresi gli attacchi contro scuole, ospedali, luoghi religiosi e uffici giornalistici”.

Obiettivi militari?

Tuttavia Israele ribatte sostenendo che i suoi attacchi prenderebbero di mira le infrastrutture militari e accusa i cosiddetti militanti di rifugiarsi in mezzo ai civili.

Ma è così?

Gli attacchi israeliani sono stati effettuati su edifici residenziali di notte, mentre la popolazione civile dormiva, con la presenza di persone non direttamente coinvolte nelle ostilità, e in assenza di ostilità in corso. In sostanza, secondo le leggi internazionali non erano obiettivi militari”, dice Mariniello.

Nel suo articolo sul Jerusalem Post Hirsh attacca “la moltitudine di denigratori e irriducibili ignoranti” per aver enfatizzato concetti come proporzionalità e sproporzione nel diritto internazionale.

Tuttavia per Mariniello questi principi non sono opinabili ma fondamentali per il diritto internazionale durante i conflitti armati.

“L’altro pilastro del diritto internazionale e umanitario che sembra essere stato ignorato da Israele è il principio di proporzionalità che proibisce attacchi sproporzionati. Questo è già accaduto nei precedenti attacchi militari a Gaza”.

Mariniello prosegue parlando di altri due importanti principi del diritto internazionale anch’essi ‘presumibilmente’ violati da Israele, in questa guerra e nelle guerre precedenti: “Il principio di necessità e l’obbligo di precauzione, che prevede che ‘la popolazione civile e i singoli civili godano di una protezione globale contro i pericoli derivanti dalle operazioni militari.'”

Israele ha agito in aperta violazione di questi principi “perché non c’è stato alcun preavviso (nonostante) la consapevolezza che i civili si trovassero nell’edificio durante la notte”.

Contesto mancante

Quello che di solito manca nelle tipiche analisi delle operazioni militari israeliane sulla [Striscia di] Gaza assediata è il più ampio contesto. Ma questo contesto è rilevante quando si esamina la legalità o illegalità della guerra secondo il diritto internazionale?

Mariniello risponde: Contesto e ostilità non possono essere analizzati separatamente. Lanci di razzi e bombardamenti fanno notizia, ma bisogna ricordare l’impatto permanente e quotidiano dell’occupazione israeliana e del controllo militare sulla popolazione civile (che ne paga il prezzo più alto), sia in Cisgiordania e Gaza”.

“Gaza è ancora in stato di occupazione sulla base del diritto internazionale ed è soggetta a un blocco che è entrato nel suo 17esimo anno. Il blocco ha un impatto devastante sulla vita dei residenti della Striscia, come evidenziato dalle organizzazioni per i diritti umani palestinesi, internazionali e israeliane, che lo descrivono apertamente come una catastrofe umanitaria.”

Giustizia ritardata

Una cosa che frustra costantemente i palestinesi è il doppio standard esibito dalle istituzioni legali e politiche internazionali nei riguardi di Israele come violatore seriale del diritto internazionale, rispetto a molti altri Paesi o entità.

Israele non è mai stato veramente chiamato a rispondere della sua occupazione militare, del regime di apartheid o dei numerosi crimini di guerra commessi contro i palestinesi.

Ma i palestinesi e i loro sostenitori non si arrendono.

Abbiamo chiesto a Mariniello se le vittime palestinesi possono sperare in qualche forma di giustizia e risarcimento.

“Gli attacchi rivolti contro i civili e l’uso sproporzionato della forza non sono solo violazioni del diritto umanitario ma sono anche crimini di guerra, che possono essere perseguiti anche in conformità con l’articolo 8 dello Statuto di Roma”, che riguarda i crimini di guerra, dice Mariniello.

Doppi standard

La storia recente ci ha insegnato che quando la comunità internazionale è decisa a punire e sanzionare un Paese che viola il diritto internazionale sono molte le misure che possono essere adottate. Immediatamente dopo il lancio dell’operazione militare russa in Ucraina nel febbraio 2022, ad esempio, sono state imposte migliaia di sanzioni a Mosca.

La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto per il presidente russo Vladimir Putin e la Commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, nonostante il fatto che né la Russia né l’Ucraina siano membri della CPI. Ciò significa che alla Corte non è stata concessa una giurisdizione automatica per indagare sui crimini commessi durante il conflitto in corso.

Nel caso della Palestina, nonostante l’avvio di un’indagine nel marzo 2021, il procedimento investigativo della CPI sembra trovarsi a un punto morto. Come spiegare tutto questo? Questo è l’ennesimo caso di doppi standard?

Spiega Mariniello: Dal punto di vista legale la politica del doppio standard applicata dai Paesi occidentali è inaccettabile. I meccanismi del diritto internazionale non possono essere applicati in alcuni casi e ignorati in altri. Ad esempio, nel caso dell’Ucraina 43 Paesi si sono rivolti alla CPI, di cui cinque si sono opposti all’indagine della CPI in Palestina”.

“Questa selettività non riguarda solo la comunità internazionale ma anche la CPI. La CPI rappresenta l’unica possibilità di giustizia per le vittime di crimini di guerra o crimini contro l’umanità, considerando gli attacchi sistematici contro le popolazioni civili”.

Quanto all’affermazione che Israele è una democrazia con un sistema giudiziario vitale e plausibilmente in grado di processare i propri presunti criminali di guerra, Mariniello ribatte: “Il sistema giudiziario israeliano ha dimostrato più e più volte di non essere in grado di rendere giustizia alle vittime di questi abusi. Ne abbiamo avuto recentemente la conferma nel caso dell’uccisione della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh”.

Karim Khan

Considerando che la CPI è uno dei più importanti tribunali in cui le vittime di crimini di guerra possano in una qualche misura ottenere giustizia, pur tenendo presente i doppi standard e le carenze della stessa CPI, cosa possono aspettarsi i palestinesi?

Questa domanda diventa ancora più rilevante se teniamo presente il fatto che, secondo il rapporto dell’Assemblea degli Stati aderenti alla CPI, il budget stanziato per l’indagine sulla Palestina è molto piccolo. Ciò non è affatto promettente.

“Sfortunatamente, dall’avvento di Karim Khan come procuratore capo della CPI le indagini si sono fermate”, dice Mariniello. “Khan ha dimostrato che in altri casi le procedure possono essere molto rapide, quando c’è la volontà di andare avanti, come nel caso dell’Ucraina”.

Purtroppo la “volontà di procedere” sembra assente nel caso della Palestina.

“Nonostante il procedimento relativo alla Palestina sia ben documentato e sia stato avviato già nel 2009, l’attuale Procuratore non sembra avere alcuna intenzione di portarlo avanti”. Per Khan, “la Palestina non sembra una priorità”.

Molte voci critiche hanno condannato questo atteggiamento, sottolineando come la Procura sia interessata solo alle indagini che godono dell’appoggio degli Stati Uniti e dei suoi potenti alleati. Queste accuse sembrano trovare riscontro nella decisione di congelare le indagini su presunti crimini di guerra sia in Afghanistan che in Palestina”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’uccisione di Shireen Abu Akleh: come i media occidentali hanno ripetuto a pappagallo la propaganda israeliana

Abir Kopty

13 maggio 2022 – Middle East Eye

Invece di confidare nelle dichiarazioni dei testimoni oculari palestinesi, i giornalisti occidentali hanno ripreso le argomentazioni di Israele

Questa settimana noi palestinesi siamo rimasti tutti scioccati nel commemorare l’uccisione della celebre giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh. Ma nel nostro cordoglio siamo obbligati a testimoniare come ancora una volta i mezzi di comunicazione occidentali ci stiano deludendo.

Quando un palestinese viene ucciso da forze israeliane il fatto è sempre descritto in termini passivi. Moriamo sempre per conto nostro, nessuno ci uccide. A volte moriamo come danni collaterali in “scontri”, senza che venga descritto il contesto, come sia scoppiato lo scontro o la sproporzione delle forze in gioco.

Poi scatta l’automatica adozione del punto di vista israeliano, che è sempre manipolatorio. La strategia israeliana è negare immediatamente ogni responsabilità, poi mettere in dubbio i testimoni palestinesi, ponendo le basi per l’affermazione che ci sono “due versioni” della vicenda. Quindi i media lo ripetono in modo acritico.

Il giorno in cui Abu Akleh è stata giustiziata ho ascoltato per un paio d’ore il BBC World Service [servizio della televisione pubblica britannica sulle notizie internazionali, ndt.]. L’inviato ha ripetuto la versione israeliana secondo cui è stata uccisa dal fuoco palestinese, poi ha notato che i palestinesi hanno detto che è stata uccisa dal fuoco israeliano. Il servizio ha anche incluso l’affermazione di Israele secondo cui ha chiesto all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di condurre un’inchiesta congiunta, ma che l’offerta è stata respinta. Inizialmente l’ANP ha negato di essere stata contattata dalle autorità israeliane, ma i media hanno continuato a riportare le affermazioni israeliane.

La maggior parte dei media internazionali ha adottato la stessa impostazione, quasi come se avessero scritto i loro articoli in collaborazione su un documento Google condiviso.

Tuttavia, mentre si sono assicurati di diffondere per intero la versione israeliana, i media occidentali non hanno dato la stessa importanza alla versione palestinese. Giovedì l’ANP ha spiegato perché ha rifiutato di partecipare a un’indagine insieme a Israele, cercando invece di esaminare la questione in modo indipendente. I palestinesi hanno tutte le ragioni di diffidare di Israele, che abitualmente utilizza queste inchieste per insabbiare i casi – ma i media occidentali non sembrano preoccupati di questo contesto fondamentale.

Scavare più in profondità

L’informazione distorta è continuata persino durante il funerale di Abu Akleh. Dopo che forze israeliane hanno attaccato i palestinesi in lutto, con immagini dal vivo che mostravano un’aggressione deliberata e non provocata, i principali mezzi di comunicazione hanno scritto falsamente che sono scoppiati “scontri” o che “si è scatenata la violenza”.

In effetti la maggior parte dei mezzi di informazione occidentali attinge a un copione standardizzato. Invece di scavare più in profondità per trovare la verità e per sfidare le affermazioni israeliane, gli inviati aiutano Israele ad avvolgere i fatti nell’ambiguità. E non importa quello che ne consegue: anche se l’articolo successivo include una riga sulla reazione palestinese, la prima impressione è già stata data.

Nel caso di Abu Akleh ci voleva poco per respingere la versione israeliana dei fatti. Era accompagnata da molti altri giornalisti le cui testimonianze coincidono. Dicono tutti la stessa cosa: Abu Akleh è stata presa di mira da un cecchino israeliano. Sfortunatamente sembra che le parole dei giornalisti palestinesi non siano sufficientemente credibili per i media occidentali.

Le testimonianze di giornalisti come Shatha Hanaysha, che stava vicino ad Abu Akleh quando è morta, di Ali al-Samoudi, anche lui colpito e ferito nell’incidente, e di Mujahid al-Saadi, un altro testimone dell’uccisione, non sono accettate senza ulteriori conferme da parte di gruppi israeliani per i diritti umani come B’Tselem o fonti giornalistiche come Haaretz.

Persino allora, quando i media occidentali non possono più evitare di evidenziare le menzogne israeliane, possono aggiungere ai loro articoli qualche riga qua e là, ma quando la correttezza di questi articoli è fondamentale, nelle ore immediatamente successive a questo tipo di avvenimenti, gli inviati di solito si attengono alla propaganda israeliana. A sua volta questa rimane impressa nelle menti dei loro lettori e telespettatori.

Quando si tratta della guerra tra Russia e Ucraina non vediamo le stesse esitazioni ad attribuire la responsabilità a chi le ha. Quando dei giornalisti vengono uccisi in Ucraina i servizi dei media occidentali citano immediatamente i bombardamenti russi. Le fonti e i giornalisti ucraini sono considerati di per sé sufficientemente credibili da essere citati, e una risposta russa non è necessaria, né lo sono le richieste di un’inchiesta per determinare chi ne è stato responsabile.

Questo doppio standard evidenzia la complicità dei media occidentali nel nascondere i crimini israeliani. Porvi fine non richiederebbe molto, solo che i mezzi di comunicazione internazionali trattassero i palestinesi, compresi i giornalisti, con il rispetto che si sono meritati.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Carrefour si unisce a chi trae profitto dalle colonie israeliane

Ali Abunimah

14 marzo 2022 – Electronic Intifada

Durante il fine settimana l’hashtag #boycottcarrefour ha fatto tendenza sulle reti sociali francesi. È stato suggerito da notizie secondo cui il gigante della distribuzione ha deciso di ritirare prodotti russi dai suoi punti vendita per protestare contro l’invasione dell’Ucraina.

Una foto che ha avuto ampia circolazione su Twitter mostra chiaramente un cartello presso un supermercato Carrefour a Nizza. Vi si legge: “Cari consumatori, in seguito agli attuali avvenimenti ogni prodotto russo è stato ritirato dai nostri scaffali per appoggiare l’Ucraina.”

Molti utenti delle reti sociali hanno manifestato rabbia nei confronti di Carrefour, in quanto da anni i sostenitori dei diritti dei palestinesi hanno avviato una campagna perché la catena commerciale smetta di vendere prodotti israeliani, tra cui quelli provenienti da colonie nella Cisgiordania occupata.

In Francia alcuni attivisti sono stati persino perseguitati penalmente per aver chiesto il boicottaggio dei prodotti israeliani in quanto questo appello sarebbe razzista.

Nel 2020 la Corte Europea dei Diritti Umani ha annullato la condanna di 11 attivisti che avevano protestato in negozi Carrefour chiedendo il boicottaggio di prodotti israeliani. I giudici hanno stabilito all’unanimità che le condanne violavano i diritti politici degli attivisti e il diritto di espressione.

Tuttavia né sui suoi account nelle reti sociali né sulle pagine di notizie dell’impresa la francese Carrefour sembra aver annunciato alcun bando nei confronti dei prodotti russi.

È possibile che il ritiro dei prodotti russi in alcuni negozi di Carrefour sia stata un’iniziativa locale, benché in tutta Europa alcuni supermercati lo stiano facendo come politica aziendale.

Ciò avviene nel bel mezzo della frenesia a stigmatizzare qualunque cosa sia russa che va molto oltre il tipo di boicottaggio mirato di prodotti israeliani e di istituzioni complici che i palestinesi hanno sollecitato per anni.

Rifornire l’esercito israeliano

Ma, con l’attenzione concentrata sulla guerra in Ucraina, la scorsa settimana Carrefour ha fatto un annuncio che è passato inosservato.

Carrefour gestisce migliaia di supermercati e minimarket in tutto il mondo, ma finora non in Israele.

Ciò cambierà, in quanto il gigante della distribuzione sta iniziando una collaborazione con l’impresa israeliana Electra Consumer Products e la catena di supermercati che essa gestisce, Yenot Bitan.

“Questa collaborazione vedrà insegne di Carrefour in Israele prima della fine del 2022 e consentirà a tutti i negozi di Yenot Bitan, al momento più di 150, di aver accesso ai prodotti Carrefour prima dell’estate,” ha affermato Carrefour.

In base all’accordo Carrefour aprirà in Israele anche “negozi in franchigia”.

Ciò significa che Carrefour si assocerà a imprese che sono direttamente coinvolte nell’occupazione israeliana e nella colonizzazione della Cisgiordania – crimini di guerra.

Yenot Bitan gestisce negozi all’interno di colonie nella Cisgiordania occupata, comprese i grandi insediamenti di Ariel e Maaleh Adumim.

In base agli annunci di Carrefour, prima della fine di quest’anno l’impresa francese trarrà quindi profitto dalla vendita dei suoi prodotti all’interno di colonie.

Electra Consumer Products, proprietaria di Yenot Bitan, è parte di un consorzio di imprese che utilizza il marchio Electra in Israele. Esse condividono la stessa società madre, ELCO.

I marchi Electra sono profondamente coinvolti nella colonizzazione israeliana della terra palestinese occupata.

Secondo Who Profits, un’associazione che monitora le aziende complici della colonizzazione israeliana, Electra Consumer Products “ha installato condizionatori in edifici pubblici nelle colonie di Modiin Illit, Maaleh Adumim e Givat Zeev, in Cisgiordania.”

Varie altre aziende di Electra sono ancor più coinvolte nella costruzione di colonie, delle loro infrastrutture e nell’assistenza all’esercito israeliano.

Per esempio una consociata, FK Electra, ha fornito generatori almeno a un posto di controllo israeliano nella Cisgiordania occupata e, afferma Who Profits, “generatori all’esercito israeliano durante l’attacco militare contro Gaza del 2014 [Operazione “Margine protettivo”, ndtr.]”.

In seguito a ciò Electra è stata inserita nella banca dati dell’ONU delle imprese coinvolte nelle colonie all’interno dei territori palestinesi.

Parole vuote

Come altri membri dell’Unione Europea, la Francia sostiene di opporsi all’occupazione israeliana della Cisgiordania e ritiene che le colonie israeliane lì siano illegali.

Il governo francese mette persino in guardia: “Transazioni finanziare, investimenti, acquisti, approvvigionamenti e altre attività economiche nelle colonie o che favoriscano le colonie implicano rischi giudiziari ed economici legati al fatto che, in base alle leggi internazionali, le colonie israeliane sono state costruite su territori occupati e non sono riconosciute come parte del territorio di Israele.

Come minimo Carrefour approvvigionerà le colonie e ne beneficerà quando i prodotti del suo marchio arriveranno nei negozi di Yenot Bitan nelle colonie.

Che una grande azienda internazionale come Carrefour abbia preso la decisione non solo di associarsi con aziende che traggono profitto dalle colonie, ma di fare una qualunque attività commerciale in uno Stato di apartheid è un indicatore dell’impunità di cui godono Israele e i suoi complici.

Di fatto, guidati dalla Francia, che attualmente detiene la presidenza di turno della UE, gli Stati europei stanno cercando sempre più “opportunità di cooperazione” con Israele.

In questo contesto i dirigenti di Carrefour sanno sicuramente che, qualunque cosa dicano il governo francese o la UE a proposito delle colonie, sono solo parole vuote.

Mentre i cosiddetti oligarchi russi sono privati dei loro beni in base al semplice sospetto di legami con il presidente Vladimir Putin, gli oligarchi francesi possono godere della loro redditizia collaborazione con quanti sono coinvolti in crimini di guerra contro i palestinesi.

Ma il tempo dirà se i festeggiamenti di Carrefour sono giustificati.

Grazie agli sforzi degli attivisti solidali con la Palestina in tutto il mondo negli ultimi anni altre importanti imprese francesi, in particolare Orange [impresa di telecomunicazioni, ndtr.] e Veolia [multinazionale che opera nei settori dell’acqua, dei rifiuti e dell’energia, ndtr.], sono state obbligate a porre fine alla loro complicità con i crimini israeliani.

Gli attivisti prenderanno sicuramente in considerazione la decisione di Carrefour di trarre profitti dalla colonizzazione e dall’apartheid israeliani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Niente fa sì che i progressisti abbandonino i loro valori, o il loro coraggio, quanto menzionare la Palestina

Arwa Mahdawi

12 marzo 2022, The Guardian

Come il padre di Gigi Hadid, anche il mio è un rifugiato palestinese e sono stata vessata per aver sostenuto che anche i palestinesi sono degni dei diritti umani

Progressisti tranne che per la Palestina

Cosa inizia con “P” e finisce con “A” ed è una parola troppo terrificante per molte persone persino da menzionare? “Palestina”, ovviamente! Semplicemente citare la parola con la P in modo anche solo vagamente empatico è sufficiente a suscitare accuse in malafede di antisemitismo. L’argomento è diventato talmente scottante da far pensare che alcune persone preferiscano sostenere che la Palestina e i palestinesi non esistono e ignorare semplicemente tutta la questione. Niente fa sì che i progressisti abbandonino i loro valori, o il loro coraggio, quanto menzionare la Palestina.

Vogue, qui sto parlando di te. Recentemente la rivista ha pubblicato un riferimento alla Palestina tratto da un post su Instagram sulla sua pagina ufficiale nella rete sociale dedicato alla promessa della supermodella Gigi Hadid di donare tutto il suo compenso per la Settimana della Moda alle attività di soccorso in Ucraina e in Palestina. La scorsa domenica Gigi, che è per metà palestinese, ha annunciato che avrebbe devoluto il suo compenso “all’aiuto di quanti sono vittime della guerra in Ucraina, e anche per continuare a sostenere quanti hanno subito la stessa sorte in Palestina. I nostri occhi e i nostri cuori devono essere sensibili a tutte le ingiustizie del mondo.” Inizialmente Vogue ha incluso il riferimento alla Palestina nel post, ma poi lo ha tolto dopo che è stato accusato da alcune voci filo-israeliane, decisamente in malafede, di promuovere l’antisemitismo. Dopo la protesta di persone che hanno evidenziato che non è antisemita appoggiare i palestinesi, Vogue ha poi corretto per la terza volta il post reinserendo il riferimento.

Peraltro non è la prima volta che una Hadid vede cancellare su Instagram i propri commenti sulla Palestina. Lo scorso anno Bella Hadid ha postato su Instagram una foto del passaporto statunitense di suo padre, in cui viene indicata la Palestina come luogo di nascita. La rete sociale l’ha subito cancellata. Perché? Secondo Instagram il post violava “le linee guida della comunità su persecuzione o bullismo”, così come regole sul “discorso d’odio”. Dopo che Bella ha protestato Instagram ha fornito qualche altra spiegazione per la rimozione e poi ha affermato: “Ops, è stato un errore!”

Come il padre delle sorelle Hadid anche il mio è un rifugiato palestinese. Come le sorelle Hadid, anch’io sono stata aggredita e vilipesa per aver osato suggerire che i palestinesi sono degni dei diritti umani. (A differenza delle sorelle Hadid, purtroppo io non sono una supermodella). Come ho scritto in precedenza, a quanto pare per i palestinesi non c’è un modo accettabile di protestare contro l’oppressione o di difendere i propri diritti.

L’invasione russa dell’Ucraina è straziante. Ma voglio essere molto chiara sul fatto che stare dalla parte degli ucraini, come tutti noi dobbiamo fare, non significa ignorare ingiustizie e oppressione altrove. Sollevare domande sul doppio standard non sminuisce la lotta del popolo ucraino. Per esempio, non svia né distrae da quello che sta avvenendo in Ucraina chiedere perché una foto virale di una ragazzina bionda che affronta un soldato davanti a un carrarmato è stata esaltata quando la gente pensava che la ragazza fosse un’ucraina, ma trattata in modo molto diverso quando è stato sottolineato che in realtà si trattava Ahed Tamimi, una palestinese, che affrontava un soldato israeliano.[vedi su Zeitun]

Invece è assolutamente fondamentale fare questo tipo di domande. “L’ingiustizia in qualunque luogo è una minaccia alla giustizia ovunque,” ha affermato Martin Luther King. Queste non sono solo belle parole. Quando ignori le leggi internazionali in un’area ciò contribuisce a indebolire le leggi internazionali in tutto il mondo. Quando alzi le spalle riguardo all’oppressione in un luogo, contribuisci ad aprirle la porta altrove. La solidarietà non è una distrazione, è un verbo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)