L’ONU avverte che, nel contesto di una carenza di cure protesiche, 1 amputato su 5 a Gaza è un minore

Redazione di MEMO

4 maggio 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che lunedì le Nazioni Unite hanno avvisato che un amputato su cinque nella Striscia di Gaza è un minore, mentre una mancanza critica di specialisti protesici e l’ingresso ristretto di ausili lasciano migliaia di malati senza adeguate cure.

Durante una conferenza stampa il portavoce ONU Stephane Dujarric ha affermato che “riguardo alla salute, rimangono preoccupazioni relative alle malattie della pelle e ad altre questioni mediche legate a parassiti e roditori,” aggiungendo che più di 6.600 persone hanno bisogno di protesi e cure di riabilitazione.

Ciò include migliaia di persone che da ottobre 2023 hanno ricevuto amputazioni, e tuttavia solo otto tecnici protesisti sono in grado di intervenire,” ha detto.

Avvisando che “con una grave mancanza di specialisti e un ingresso ristretto di materiali protesici, potrebbero volerci cinque anni o più per soddisfare gli attuali bisogni,” Dujarric ha sottolineato che “uno su cinque amputati è un minore.”

Dujarric ha evidenziato che “internazionali sono necessari urgentemente tecnici protesici, così come l’ingresso senza impedimenti di materiale protesico che rimane molto limitato dalle autorità israeliane.”

Dal 2007 Israele ha imposto un devastante blocco sulla Striscia di Gaza, lasciando 2,4 milioni di abitanti del territorio sull’orlo della carestia.

Nell’ottobre 2023 ha lanciato una brutale offensiva di due anni contro Gaza, uccidendo più di 72.000 persone, ferendone oltre 172.000 e causando una distruzione massiccia in tutto il territorio assediato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Nuove prove che è la lobby israeliana a dettare le linee guida dell’UE

David Cronin 

23 aprile 2026 The Electronic Intifada

Questa settimana Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ha offerto un mix di farsa e disonestà.

“L’Europa è la più grande sostenitrice del popolo palestinese”, ha dichiarato lunedì.

Il giorno successivo i governi dell’UE hanno dimostrato quanto sia grande il loro sostegno, rifiutandosi ancora una volta di imputare a Israele la sua violenza genocida contro il popolo palestinese.

Un milione di cittadini dell’UE ha firmato una petizione per la revoca dei privilegi commerciali a Israele. Invece di compiere questo passo fondamentale, i governi dell’UE hanno imposto ulteriori sanzioni all’Iran, bersaglio dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti.

I diplomatici che lavorano alle dipendenze di Kallas non possono certo essere considerati i maggiori sostenitori del popolo palestinese.

Un documento che ho ottenuto grazie a una richiesta di accesso agli atti dimostra che, a più di due anni dall’inizio del genocidio di Gaza, la lobby israeliana continua a dettare le regole a cui obbediscono i principali funzionari di Bruxelles.

Hélène Le Gal, capo della divisione Medio Oriente del servizio diplomatico dell’UE, sembra particolarmente disposta a farsi scrivere la sceneggiatura.

Il documento dimostra che Le Gal ha accettato di ospitare un “dialogo strategico” organizzato congiuntamente dal servizio diplomatico e dal gruppo filo-israeliano European Leadership Network (Elnet). L’evento, previsto per il 12 e 13 maggio, vedrà la partecipazione di “30 figure di spicco nel campo politico e dell’opinione pubblica – 15 provenienti dall’UE e 15 da Israele”, come si legge nell’invito.

Le Gal, secondo alcuni messaggi di posta elettronica scambiati tra Elnet e i suoi colleghi del servizio diplomatico, ha acconsentito che l’invito fosse emesso a suo nome, chiedendo solo “piccole modifiche”.

È significativo che Le Gal e il suo entourage abbiano richiesto solo “piccole modifiche” all’invito. La bozza originale afferma che il servizio diplomatico “espone le posizioni e gli interessi dell’UE al governo di Israele, con l’obiettivo generale di promuovere le relazioni tra l’UE e Israele”.

Sebbene tale formulazione non sembri aver incontrato obiezioni sostanziali, almeno un collega di Le Gal l’ha ritenuta troppo riduttiva. È stata proposta una modifica per chiarire che il servizio opera “in tutto il mondo”, anche per quanto riguarda le relazioni UE-Israele.

Nessuno sembrava preoccupato dall’obiettivo dichiarato di “promuovere le relazioni” con uno Stato che perpetra un genocidio.

Linea rossa?

Secondo l’invito le discussioni che si terranno durante l’evento di maggio saranno “completamente” riservate. Come di consueto, l’opinione pubblica dovrà rimanere all’oscuro su questioni di evidente interesse pubblico.

Tali questioni, stando all’ordine del giorno, includeranno il Board of Peace [“Consiglio per la Pace”] istituito dal presidente statunitense Donald Trump, le elezioni israeliane del 2026 e la “crescente influenza” di Turchia e Qatar. Anche l’Iran e il “futuro della normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani” saranno all’ordine del giorno.

Un altro tema in discussione sarà il finanziamento delle “tecnologie a doppio uso” nell’ambito di Horizon Europe, un importante programma di ricerca scientifica.

Dato che il termine “doppio uso” si riferisce ad applicazioni sia civili che militari, possiamo fare un’ipotesi plausibile sul contenuto di tali discussioni. Quasi certamente si sosterrà che l’UE dovrebbe finanziare lo sviluppo delle future armi israeliane [Dal 2021 Horizon Europe ha elargito a Israele 3 miliardi e 400 milioni di euro, ndt.]

Con ogni probabilità gli eleganti partecipanti non saranno così volgari da sottolineare che Israele brama più armi per poter sterminare le famiglie palestinesi e distruggere le loro case.

L’assenza di volgarità non dev’essere interpretata come ritegno da parte dei sostenitori di Israele.

L’European Leadership Network non si fa scrupoli a collaborare con personaggi che possono essere considerati “controversi” – per usare un eufemismo. All’inizio di quest’anno ha organizzato la visita di Eyal Hulata al quartier generale della NATO a Bruxelles, come dimostra il documento ottenuto in base alle norme sulla libertà d’informazione.

Hulata potrebbe non essere un nome noto in Europa, ma è ben conosciuto in certi ambienti: per 23 anni ha fatto parte del Mossad, l’agenzia responsabile dello spionaggio e degli omicidi mirati.

A causa di altri impegni Hélène Le Gal “purtroppo non può ricevere” Hulata, si legge in un messaggio di posta elettronica del suo ufficio. Non c’è alcun indizio che suggerisca che abbia espresso disappunto per le attività del Mossad quando i suoi amici di Elnet le hanno chiesto se potesse incontrare Hulata.

La nuova legge israeliana sulla pena di morte era stata descritta come una sorta di linea rossa per l’UE. Eppure il disegno di legge sulla pena di morte era già in discussione alla Knesset – il parlamento israeliano – da alcuni mesi prima di essere formalmente adottato alla fine di marzo. Il “dialogo strategico” UE-Israele previsto per maggio è stato preparato mentre la legge era prossima all’approvazione.

La conclusione inevitabile è che alcune delle figure più importanti della burocrazia di Bruxelles non hanno linee rosse. Hanno solo tappeti rossi, che stendono ogni volta che i sostenitori di Israele glielo chiedono.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le donne raccontano gli abusi subiti ad opera dei militari israeliani

Ohood Nassar

15 aprile 2026 – The Electronic Intifada

Mentre cercano un qualche conforto tra le rovine di ciò che resta della loro terra gli abitanti di Gaza sono anche consapevoli che gli efferati crimini di Israele non devono essere dimenticati.

Sono le donne palestinesi, in particolare, ad aver sofferto. Le Nazioni Unite stimano che a maggio 2025 siano state uccise a Gaza oltre 28.000 donne e ragazze.

Il dottor Hussein Hammad, ricercatore sui diritti umani a Gaza, ha dichiarato a The Electronic Intifada che è evidente che Israele ha “perpetrato un genocidio contro tutte le fasce della società palestinese, comprese le donne”, in totale disprezzo del diritto internazionale umanitario, inclusa la Quarta Convenzione di Ginevra.

“Durante la sua guerra genocida a Gaza [Israele] ha commesso gravi violazioni contro le donne.”

Le testimonianze di Sharifa Qudih di Khan Younis e di Saja Abdel Aal di Jabaliya rivelano parte di ciò che le donne hanno subito durante le incursioni militari israeliane nei quartieri di Gaza – un percorso che inizia, ma non finisce, con i raid aerei e gli sfollamenti.

In uno stretto corridoio all’interno di una scuola statale trasformata in rifugio nella città di Khan Younis, nel sud di Gaza, Sharifa Qudih, 50 anni, siede su un pezzo di cartone circondata da famiglie che le passano di continuo accanto.

Nubile e senza figli di cui prendersi cura, questo corridoio “è tutto ciò che resta”, ha detto, dopo che la sua casa nella città di Abasan al-Kabira, a est di Khan Younis, è stata distrutta.

Nel febbraio 2024 intorno alle 5:30 del mattino, ha raccontato Sharifa, stava dormendo quando la sua casa è stata bombardata.

«Mi sono svegliata per una fortissima esplosione e poi mi sono ritrovata sotto le macerie», ha raccontato.

Non ha riportato ferite gravi, ma è rimasta intrappolata sotto i detriti per quasi due ore prima che le truppe israeliane la sentissero e la tirassero fuori.

«Quando mi hanno fatta uscire ho pensato che sarei morta o che mi avrebbero fatta prigioniera».

Invece, ha raccontato a The Electronic Intifada, i soldati le hanno ordinato di togliersi l’hijab, il velo che le copre i capelli, e le hanno legato le mani.

Poi l’hanno interrogata.

«Mi hanno chiesto perché fossi in casa e i nomi di alcune persone. Non ne conoscevo nessuna».

I soldati l’hanno fatta sedere su una sedia, sul pavimento devastato di casa sua, mentre continuavano le operazioni. Sharifa ha raccontato che i soldati l’hanno poi usata come scudo umano, insieme a un gruppo di giovani.

«Ci hanno costretti a camminare davanti a loro», ha detto.

Violaioni premiate

Hammad ha affermato che i centri per i diritti umani hanno documentato centinaia di casi in cui l’esercito israeliano ha violato il diritto internazionale, incluso l’utilizzo di donne e bambini come scudi umani.

Sharifa è stata fotografata mentre era seduta su una sedia su un cumulo di terra, con soldati israeliani accovacciati dietro di lei, apparentemente pronti al combattimento. Lo ha scoperto solo in seguito, quando un soldato israeliano ha ricevuto un premio per la foto, scattata a quanto pare da un drone, e ha dichiarato di non aver dato alcun consenso, né che gli sia mai stato chiesto.

“Sono rimasta scioccata quando dei conoscenti mi hanno mandato una mia foto esposta in una galleria d’arte a Tel Aviv. Non avevo idea che mi avessero fotografata.”

Dopo che i soldati hanno finito con lei l’hanno lasciata andare, con un drone di sorveglianza che la monitorava dall’alto, ha raccontato. Ha dovuto camminare sulle macerie per più di un’ora per allontanarsi dalla zona e mettersi in salvo.

Sharifa ora vive nel corridoio della scuola governativa di Khan Younis. Non ha né materasso né coperta. Dorme e si siede su un pezzo di cartone distribuito come aiuto umanitario. La sua casa è stata completamente distrutta e non ha nessun altro posto dove andare.

Saja Abdel Aal, 23 anni, ora vive in una fragile tenda a Deir al-Balah che non la protegge né dal freddo né dal caldo.

Saja è stata sfollata dal campo profughi di Jabaliya, al nord di Gaza, nell’ottobre del 2024.

“Eravamo seduti in famiglia a mangiare”, ha ricordato. Intorno alle 16 del 6 ottobre di quell’anno sono iniziati i pesanti bombardamenti vicino alla loro casa.

La famiglia è fuggita in fretta, rifugiandosi presso un parente nella vicina Beit Lahiya. Durante i giorni dello sfollamento, ha raccontato, non avevano acqua potabile da bere, non avevano niente da mangiare e sono rimasti assediati in casa fino al 18 ottobre.

Quel giorno droni israeliani dotati di altoparlanti hanno sorvolato la zona, ordinando ai residenti di evacuare immediatamente: gli uomini alla Scuola del Kuwait, le donne alla Scuola Hamad, entrambe a Beit Lahiya vicino all’Ospedale Indonesiano.

“Per un attimo ho provato un po’ di sollievo”, ha raccontato Saja. “Ho pensato che l’assedio fosse finito, che il pericolo fosse cessato e che avrei potuto mangiare e bere di nuovo”.

Ma mentre si dirigeva verso la scuola è stata colpita dalla scheggia di un proiettile di carro armato sparato nella loro direzione, ed è rimasta ferita alla mano sinistra.

“Ho fasciato la ferita con un vecchio pezzo di stoffa, ma il sangue non si fermava”.

La scuola era diventata un posto di blocco e centro di interrogatori. Le donne venivano perquisite e interrogate, poi costrette a camminare a piedi verso sud. Durante la terribile esperienza, Saja ha chiesto dell’acqua a una delle soldatesse, che “me l’ha rifiutata e l’ha versata per terra davanti a me ridendo”.

Dentro un carro armato

Hammad ha affermato che durante gli sfollamenti forzati le truppe israeliane hanno allestito posti di blocco dove le donne venivano perquisite in modi che “violano la loro dignità e le sottopongono a umiliazioni durante gli interrogatori e i controlli “.

A volte il trattamento che subiscono è di gran lunga peggiore e include violenze sessuali e torture.

Mentre le donne se ne stavano andando, i soldati hanno chiamato Saja e le hanno ordinato di salire su un carro armato.

“Il mio cuore si è quasi fermato. Ho pensato che mi avrebbero arrestata.”

Saja ha raccontato che dentro il carro armato i soldati le hanno prestato i primi soccorsi, poi l’hanno filmata – per fingere, ha aggiunto, di trattare le donne con “gentilezza e umanità” – prima di ordinarle di continuare a camminare verso sud.

Ha camminato per più di un’ora tra macerie e carri armati, con la mano ancora sanguinante.

“I droni quadricotteri ci circondavano e ci impedivano di fermarci o di fare alcun movimento.”

Giunta nella parte occidentale di Gaza City è stata trasferita all’ospedale Al-Shifa, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla mano. In seguito la casa della sua famiglia nel campo profughi di Jabaliya è stata distrutta.

Sebbene l’attenzione si sia allontanata da Gaza a causa dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran e di un cessate il fuoco che tale non è mai stato, la difficile situazione della popolazione permane. Entrambe le donne intervistate in questo articolo hanno affermato che per loro è importante che il mondo conosca le loro storie.

“Anche se le donne a Gaza non portano armi vengono trattate come fossero combattenti della resistenza”, ha detto Saja a The Electronic Intifada. “Abbiamo bisogno di protezione e sicurezza”.

Sharifa ha affermato di voler dire al mondo “che le donne palestinesi sono pazienti nonostante le sofferenze che stiamo sopportando”. Ma, ha aggiunto, “abbiamo bisogno di aiuto”.

Ohood Nassar è una giornalista e insegnante originaria di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Con una decisione senza precedenti l’UE sanziona un giornalista tedesco per i reportage su Gaza

Ali Abunimah

19 febbraio 2026 – The Electronic Intifada

A gennaio sono rimasto scioccato da un post pubblicato su Twitter/X.

URGENTE: al momento non ho alcun accesso al denaro” ha scritto Hüseyin Dogru. A causa delle sanzioni dellUE non posso provvedere al sostentamento della mia famiglia, compresi due bambini molto piccoli”

Dogru è un giornalista, un cittadino tedesco residente a Berlino.

Dopo aver letto il suo post gli ho inviato un messaggio privato offrendomi di ordinare la spesa e fargliela consegnare a casa.

La risposta mi ha scioccato ancora di più. “Purtroppo non mi è permesso accettare alcun sostegno finanziario o materiale”, ha scritto Dogru.

Dogru è il primo cittadino dell’Unione Europea residente all’interno dell’UE a subire sanzioni extragiudiziali imposte da Bruxelles che lo privano dei diritti civili e umanitari fondamentali.

È anche la prima persona a essere sanzionata specificamente per i suoi reportage sulla Palestina.

“Non mi è più permesso vivere, non mi è permesso fornire ai miei figli beni di prima necessità”, ha spiegato questa settimana al podcast di The Electronic Intifada.

“Non posso pagare l’affitto, non posso pagare i miei avvocati e sì, non mi è nemmeno permesso accettare cibo, acqua o medicine di alcun tipo da terze parti”.

Tecnicamente queste sanzioni coinvolgono anche la moglie.

Dogru è nato in Germania, dove ha sempre vissuto. È stato il fondatore di Red, una pubblicazione indipendente che ha ampiamente documentato le proteste in Germania contro il genocidio di Israele a Gaza.

È improbabile che sia l’ultima persona a subire questa nuova forma di scomunica, dato che il governo tedesco sta ora minacciando apertamente i giornalisti che potrebbero essere i prossimi se si allontanano troppo dalla linea ufficiale.

Le sanzioni bloccano tutti i beni di Dogru e gli impediscono di viaggiare. In teoria, gli è concesso un prelievo dal suo conto di 600 dollari al mese, ma in pratica la sua banca ha ripetutamente impedito anche tale operazione.

In ogni caso 600 dollari non sono per nulla sufficienti in una città costosa come Berlino. Dogru e la sua famiglia hanno dovuto ridurre drasticamente le spese per cercare di sopravvivere.

Dogru potrebbe andare incontro a pene severe se accettasse aiuto da qualcuno.

Le draconiane direttive dell’UE prevedono fino a cinque anni di carcere per chiunque violi le sanzioni contro Dogru e altri individui.

“Condanna a una morte socio-economica”

Come è potuto succedere tutto questo?

Nel maggio dello scorso anno l’Unione Europea ha adottato il suo diciassettesimo pacchetto di sanzioni apparentemente dirette contro la Russia.

Ma quelle sanzioni e le successive non sono state utilizzate solo contro entità e individui russi.

Bruxelles ha iniziato a prendere di mira, a quanto pare per la prima volta, anche i cittadini dell’UE e di altri Paesi europei.

Ciò che è particolarmente scioccante è che questi individui siano stati sanzionati semplicemente per aver espresso opinioni – giornalistiche o in disaccordo con le politiche estere dei loro governi, della NATO e dell’Unione Europea.

Tra questi Xavier Moreau, ex ufficiale dell’esercito francese e fondatore a Mosca di Stratpol, un sito web critico nei confronti della NATO e del governo francese, e i cittadini tedeschi Alina Lipp e Thomas Röper, sanzionati per i loro reportage dalla Russia.

A dicembre l’UE ha sanzionato anche Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista di intelligence, noto nei media indipendenti per le sue analisi sulla NATO e la strategia occidentale nel contesto della guerra in Ucraina.

Baud vive a Bruxelles, ma a causa delle sanzioni non può tornare in Svizzera, che non è uno Stato membro dell’UE.

Secondo il giornalista Patrick Baab, che gli ha recentemente fatto visita nella capitale belga, Baud sopravvive con le poche centinaia di dollari che gli è consentito prelevare dal suo conto bancario in base alle sanzioni, e “i vicini cucinano per lui”.

Baud, come Dogru, sta lottando.

L’UE ha sanzionato anche Nathalie Yamb, una studiosa anticolonialista svizzero-camerunense.

Yamb ha descritto l’impatto devastante delle sanzioni, nonostante non viva né viaggi in Europa: afferma di non essere in grado di pagare l’affitto o le medicine e di non poter tornare in Svizzera perché le sanzioni impediscono di sorvolare il territorio dell’UE.

Yamb definisce le sanzioni una “condanna a una morte socio-economica” e anche lei sta lottando in tribunale.

Sanzionato per aver scritto sulla Palestina

Oltre a essere il primo cittadino dell’UE a essere punito mentre viveva sul territorio dell’UE, Dogru è unico anche per un altro aspetto che crea un precedente.

Come gli altri, è stato sanzionato in base ad accuse generiche di presunta diffusione di quella che l’UE considera “disinformazione” filo-russa.

Ma è l’unica persona ad essere stata finora punita specificamente per aver documentato la situazione in Palestina, in particolare i crimini israeliani nel contesto del genocidio in corso a Gaza.

Anche la pubblicazione di Dogru, Red, è stata sottoposta a sanzioni da parte dell’UE. Per giustificare l’attacco a Red l’UE sostiene che la pubblicazione “ha diffuso sistematicamente false informazioni su argomenti politicamente controversi con l’intento di creare discordia etnica, politica e religiosa tra il suo pubblico di riferimento prevalentemente tedesco, anche diffondendo le narrazioni di gruppi terroristici islamici radicali come Hamas”.

Non è difficile immaginare come un’affermazione così vaga e generica, che ricorda le accuse di Israele secondo cui qualsiasi critico è un sostenitore di Hamas, possa essere utilizzata per mettere a tacere qualsiasi pubblicazione che smentisca le narrazioni ufficiali.

Le sanzioni contro Red si sono rivelate superflue: la pubblicazione è stata di fatto costretta a chiudere prima ancora che le misure entrassero in vigore.

Questo è avvenuto dopo quella che la pubblicazione ha definito una “campagna coordinata” di accuse false e persino criminali, lanciate da “una scellerata alleanza di organi di stampa tedeschi, giornalisti, rappresentanti sindacali e ONG, alcune delle quali sono state persino fondate o finanziate direttamente dagli Stati tedesco e israeliano”.

Un’eco inquietante del passato tedesco

Queste sanzioni personali vengono adottate dai ministeri degli Esteri dell’UE, senza alcun procedimento giudiziario o possibilità per le persone prese di mira di difendersi, e sono vincolanti per tutti gli Stati membri.

A quanto pare per privare Dogru di qualsiasi diritto legale di cui godrebbe in quanto cittadino dell’UE, la decisione dell’UE sulle sanzioni lo identifica come cittadino turco, sebbene sia in realtà un cittadino esclusivamente tedesco e non turco.

La Germania e l’UE sembrano negare la cittadinanza tedesca a Dogru basandosi esclusivamente sulla sua etnia, una scelta di comodo e un’eco terrificante di come un precedente governo tedesco trattava i suoi cittadini ebrei qualche tempo prima di decidere di sterminarli.

Il messaggio a milioni di europei con antenati nelle ex colonie europee non potrebbe essere più chiaro.

La battaglia difensiva

Dogru sta contestando le sanzioni dinanzi ai tribunali dell’Unione Europea, un processo lungo e costoso che potrebbe richiedere anni senza offrire a lui e alla sua famiglia alcun aiuto immediato.

Il fatto che Dogru non sia stato accusato di alcun reato e non gli sia stato concesso alcun giusto processo sembra essere proprio il cardine delle sanzioni.

L’UE stessa afferma che “le sanzioni non sono punitive e mirano piuttosto a provocare un cambiamento nella politica o nella condotta di coloro che sono colpiti, al fine di promuovere gli obiettivi della Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’UE”.

Inoltre Bruxelles ammette che nel sanzionare persone come Dogru per aver pubblicato notizie e opinioni che l’UE preferirebbe sopprimere le stia prendendo di mira per comportamenti “non illegali”.

In altre parole l’Unione Europea sta privando i giovanissimi figli di Dogru dei diritti e delle necessità essenziali finché il loro padre non si adeguerà alle sue politiche: una versione personalizzata delle guerre occidentali attraverso le sanzioni condotte contro intere popolazioni a Cuba, in Venezuela, a Gaza, in Siria, Iraq o Iran.

Tuttavia Dogru è fermamente convinto che il tentativo non avrà successo.

“L’unico modo per combattere è fare esattamente l’opposto di quello che loro vogliono”, afferma Dogru. “Non promuoverò mai la sicurezza e la politica estera europea, quindi la combatterò.”

Nonostante la chiusura di Red Dogru continua ad esprimersi su Twitter/X, Instagram e YouTube. Gestisce ancora l’account @redstreamnet su Twitter/X.

La sua opera include un documentario sulla resistenza palestinese alla colonizzazione israeliana, all’apartheid e al terrorismo dei coloni, girato nella Cisgiordania occupata nel 2022.

Per Dogru, non è un caso che lui, con la sua particolare attenzione alla Palestina e al genocidio di Gaza, sia il primo cittadino dell’UE a essere sanzionato sul suolo europeo.

“Stanno testando tale tipo di intervento su di me perché mettere a tacere le voci palestinesi o filo-palestinesi è attualmente la cosa che suscita meno polemiche” afferma Dogru. E una volta raggiunto questo obiettivo e creato un precedente, si rivolgeranno anche contro tutte le voci non filo-palestinesi”.

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di “The Battle for Justice in Palestine” [La battaglia per la giustizia in Palestina, ndt.], ora pubblicato da Haymarket Books.

Ha anche scritto “One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse” [Un solo Paese: una proposta ambiziosa per porre fine alla situazione di stallo israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli edifici sventrati di Gaza sono l’ultima risorsa per le famiglie in cerca di riparo

Huda Skaik

23 dicembre 2025 – The Electronic Intifada

Intorno all’ospedale Al-Shifa di Gaza City intere strutture ed edifici sono accartocciati, con i muri che sono inclinati ad angolo acuto. I pavimenti e i soffitti cedono, come se si stessero sgretolando, e le scale sono sospese a mezz’aria.

Queste rovine inzuppate dalla pioggia non sono adatte ad essere abitate; sono così instabili che una raffica di vento o una notte di pioggia intensa potrebbero farle crollare. Eppure, a causa della mancanza di tende e di spazio disponibile nei rifugi di Gaza, gli sfollati vivono al loro interno.

Sono andata in scuole e rifugi, ma nessuno ci ha accettati,” afferma Sumaya Nabhan, 32 anni.

“Semplicemente non c’era spazio. Ho un marito ferito e tre figli. Se avessi una tenda, anche se significasse vivere per strada, la preferirei a questo edificio.”

Prima del genocidio Nabhan e la sua famiglia vivevano in una modesta abitazione con una sola stanza nella zona di Tel al-Zaatar, nella Striscia di Gaza settentrionale, ma quella casa è stata distrutta dai bombardamenti israeliani.

Da sette mesi occupano questo edificio pericolante nel quartiere di al-Rimal, che pende così tanto verso destra che gli occupanti istintivamente cercano di mantenere l’equilibrio per contrastare la pendenza.

“Persino il bollitore del tè è inclinato”, dice Nabhan.

Nabhan e suo marito hanno rimosso le macerie quanto basta per potersi infilare all’interno dell’edificio, ma ogni volta che piove il tetto perde come un tubo rotto e di notte entrano cani randagi.

“Resto sveglia tutta la notte per proteggere i miei figli dai cani”, dice.

“Cosa significa questa casa per me?” afferma. “Un rifugio. Niente nella vita conta di più, nemmeno il cibo.”

Secondo la Protezione Civile palestinese almeno 17 edifici residenziali sono crollati in seguito alle tempeste invernali che hanno colpito Gaza nel mese di dicembre, mentre l’UN Agency for Palestine Refugees [agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] (UNRWA) ha segnalato 16 decessi come conseguenza delle stesse tempeste, in alcuni casi a causa del crollo di edifici allagati su famiglie che vi avevano trovato rifugio”.

Utenti di social media e organi di informazione hanno documentato il crollo di numerosi edifici a Gaza, con palestinesi rimasti intrappolati sotto le macerie di edifici che, danneggiati dai bombardamenti israeliani, sono poi collassati sotto la pioggia invernale.

Sumaya Nabhan afferma di essere ossessionata dal pericolo di vivere in un simile edificio.

Purtroppo le sue possibilità di trovare un alloggio sono molto limitate, dato che, secondo un’analisi delle immagini satellitari fatta dall’ONU, nell’ottobre 2025 l’81% degli edifici a Gaza è danneggiato.

“Vivo con tristezza e disperazione”, dice. “A volte desidero la morte piuttosto che questo”.

Il suo unico sogno ora è “una tenda chiusa”.

“Mi sento come se vivessi in un posto inadatto agli esseri umani”, afferma.

Come uno scivolo in un parco divertimenti

Nella stessa strada di al-Rimal dove vivono Nabhan e la sua famiglia, anche Serene al-Farra, 31 anni, occupa con il marito e i due figli una struttura parzialmente crollata.

Prima del genocidio la sua casa a Tel al-Zaatar era un luogo stabile e semplice, con “due stanze, un soggiorno, una cucina e un bagno”. Amava soprattutto il soggiorno.

Ma la loro casa fu distrutta nei primi giorni del genocidio e da allora si sono trasferiti da un posto all’altro, fino a stabilirsi, nel maggio 2025, in questa struttura vicino all’ospedale Al-Shifa.

Ci sentiamo abbastanza al sicuro anche sotto le macerie”, dice, ma quando si entra sembra di stare su uno scivolo in un parco giochi”.

L’edificio è talmente inclinato che gli occupanti più anziani, come i suoi genitori, spesso non riescono a stare in piedi.

Già nell’ottobre 2023 i raid aerei israeliani “rasero al suolo” il quartiere di al-Rimal, un tempo brulicante di vita: le riprese aeree di quel periodo mostravano una distruzione diffusa e cumuli di macerie.

Da allora non è cambiato molto, poiché interi isolati sono ancora irriconoscibili e il cessate il fuoco non ha contribuito in alcun modo a ridurre il pericolo di crollo di queste abitazioni.

Al-Farra racconta che quando piove la casa si allaga, quindi infila coperte negli angoli per assorbire l’acqua, cercando di evitare che raggiunga i suoi figli mentre dormono.

Non ci sono finestre, quindi il freddo è insopportabile,” dice. Non abbiamo un bagno. Per costruirne uno dovremmo scavare attraverso due piani crollati”.

Afferma che il suo carattere è completamente cambiato.

“Sono più irritabile e più apprensiva verso i miei figli.”

Teme che da un momento all’altro un muro crolli sul figlio mentre è chinato sul quaderno cercando di disegnare, o sulla figlia mentre gioca.

«Se mi sento al sicuro? No. Provo solo paura.»

Il suo desiderio è semplice come quello di Nabhan: “Una stanza. Una tenda. Qualsiasi cosa sia stabile.”

Pietre che cadono

Islam al-Faram, 37 anni, ha piantato una tenda in quello che un tempo era il cortile davanti alla sua casa, tra due strutture parzialmente crollate e pericolosamente inclinate.

“Da lì cadono detriti”, dice riferendosi agli edifici vicini. “Oggi delle pietre ci sono cadute addosso a causa della pioggia.”

Al-Faram e suo marito hanno rimosso le macerie dalla loro vecchia casa ad al-Rimal per poter montare dei teloni dove un tempo c’era il cortile. Hanno deciso di rimanere qui perché questa era la loro casa, anche se resta solo il terreno sottostante.

“Questo posto custodisce i nostri ricordi”, dice. “Anche se siamo in una tenda, sembra che parte della nostra anima sia ancora qui”.

Ma la tenda ha portato con sé le sue difficoltà: “Quando soffia il vento, vola via tutto. Quando piove, l’acqua inonda l’interno. Lavare, cucinare, tutto è una lotta“.

Afferma di sentirsi più al sicuro qui che in un rifugio affollato dove “non c’è nemmeno spazio per respirare”.

“Mi sento al sicuro perché qui c’era la mia casa”, sostiene.

La figlia di Al-Faram, Ghina, di 8 anni, dice: “Voglio guardare di nuovo la TV”.

Quando a dicembre è arrivata la pioggia l’acqua ha allagato la tenda e le macerie delle case circostanti, ormai pericolanti, sono crollate nelle vicinanze.

“A volte ho paura”, afferma Ghina.

La sua distrazione preferita è giocare a nascondino con suo cugino.

Le manca “molto” la scuola.

Huda Skaik è una studentessa di inglese e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La violenza dei coloni tocca un livello record

Tamara Nassar 

10 novembre 2025 – The Electronic Intifada

La violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata ha raggiunto livelli record.

Ottobre si avvia ad essere “il mese più violento” da quando l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha iniziato a documentare le violenze dei coloni nel 2013.

L’agenzia di monitoraggio dell’ONU OCHA ha anche registrato il più alto numero di attacchi di coloni in un solo mese da quando ha iniziato a documentare gli incidenti nel 2006, con oltre 260 attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà.

Si tratta di una media di otto incidenti al giorno.

OCHA ha documentato al momento circa 150 attacchi di coloni ai raccolti contro palestinesi e loro proprietà nella Cisgiordania occupata durante la stagione, in confronto a 110 nello stesso periodo dello scorso anno e dai 30 ai 46 attacchi tra il 2020 e il 2023.

In questi attacchi sono stati feriti più di 140 palestinesi.

I coloni ebrei estremisti hanno provocato più danni durante la stagione di raccolta delle olive di quest’anno che in tutti gli anni dal 2020. Oltre 4.200 alberi e virgulti di ulivo sono stati vandalizzati dai coloni – più del doppio del numero registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Anche l’ampiezza degli attacchi è significativamente aumentata”, ha riferito OCHA la settimana scorsa.

Sono stati presi di mira più di 75 cittadine e villaggi, circa il doppio del numero delle comunità colpite nel 2023 e tre volte quello del 2020.

Gli attacchi dei coloni durante la stagione della raccolta hanno incluso aggressioni violente ai contadini, furto delle olive e degli attrezzi per la raccolta, abbattimento o sradicamento degli alberi, ostruzione dell’accesso alla terra e incendio di veicoli appartenenti a abitanti palestinesi.

La raccolta annuale delle olive è la principale fonte di sussistenza per decine di migliaia di palestinesi e gli ulivi sono profondamente radicati nella tradizione e nell’identità palestinesi”, ha affermato Roland Friedrich in quanto capo degli affari dell’UNRWA per la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

Questi attacchi “minacciano il modo di vivere di molti palestinesi”.

OCHA ha registrato circa 1.500 attacchi di coloni contro palestinesi dall’inizio dell’anno, la maggior parte dei quali ha riguardato danneggiamenti delle proprietà palestinesi.

Più di 180 di questi casi hanno anche provocato vittime palestinesi.

Accesso alla terra

Inoltre i coloni hanno pesantemente limitato l’accesso dei palestinesi alle proprie terre, anche quando i contadini avevano un esplicito permesso da parte dell’esercito israeliano per entrarvi.

Un esempio delle intimidazioni dei coloni è il villaggio di Burin, nel governatorato di Nablus nel nord della Cisgiordania occupata.

I contadini palestinesi avevano un “accordo preliminare” con le autorità israeliane per accedere alle loro terre per la raccolta. Ma i cosiddetti custodi della colonia di Yitzhar, che ospita alcuni dei coloni più violenti in Cisgiordania, ha impedito ai palestinesi l’ingresso sparando colpi in aria per costringerli ad andarsene.

Di conseguenza circa 74 acri di uliveti sono rimasti non raccolti.

Questo è il terzo anno consecutivo in cui alcuni villaggi sono stati completamente privati di accesso ai loro uliveti all’interno delle colonie israeliane.

In alcuni casi ai contadini che avevano il permesso di accesso ai loro uliveti è stato dato un periodo di tempo limitato, come nel villaggio di Ein Yabrud vicino Ramallah, dove sono stati concessi tre giorni di tempo. Se venivano attaccati dai coloni non vi tornavano.

In particolare i nuovi avamposti di coloni hanno compromesso la possibilità dei contadini di accedere alle loro terre, anche nelle aree A e B – piccole zone della Cisgiordania occupata in cui l’Autorità Nazionale Palestinese detiene il controllo nominale.

Quelli che Israele definisce “avamposti” spesso sono costruiti senza il permesso di Israele e sono considerati illegali per la legge israeliana.

Nel dicembre 2024 due associazioni israeliane che monitorano l’attività dei coloni hanno riferito che gli avamposti di pastorizia includono il 14% della Cisgiordania, più di 194.000 acri di terra.

In meno di tre anni il 70% di tutta la terra requisita dai coloni ad oggi è stato preso con il pretesto di attività di pascolo”, hanno riferito Peace Now e Kerem Navot.

I coloni iniziano la requisizione delle terre espellendo con la forza i pastori e gli agricoltori palestinesi dalla loro terra e insediando avamposti di pastorizia.

Poi incominciano ad aggredire, intimidire e attaccare le comunità palestinesi, non lasciando loro altra scelta che andarsene, spiegano le associazioni. Dopo di che i coloni si prendono la terra e costruiscono nuovi avamposti, che inizialmente consistono di poche roulotte o strutture in genere non collegate a infrastrutture idriche, elettriche o fognarie.

L’attuale governo israeliano sta lavorando per sveltire il processo di riconoscimento di questi avamposti come colonie.

Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme est e le alture del Golan siriane, sono illegali ai sensi del diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

La settimana scorsa il consiglio di pianificazione dell’Amministrazione Civile si è riunito per discutere piani per 1973 nuove unità abitative per coloni che dovrebbero essere costruite nella Cisgiordania occupata. Dal novembre scorso questo “Alto Consiglio di Pianificazione” ha tenuto riunioni mensili con lo scopo di sviluppare progetti abitativi per le colonie.

Dall’inizio del 2025, includendo i piani destinati all’approvazione in questa settimana, il consiglio ha promosso un totale di 28.183 unità abitative”, ha riferito Peace Now [il più numeroso e longevo movimento israeliano che sostiene la pace, ndt.] la settimana scorsa.

E’ un “record assoluto.”

All’inizio di questo mese il Ministero dell’Edilizia Abitativa di Israele ha pubblicato piani attuativi per la costruzione di un nuovo quartiere in una colonia a sud est di Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata.

La colonia di Geva Binyamin aggiungerebbe 342 unità e 14 nuove case per singole famiglie, in particolare per soldati riservisti nell’esercito israeliano.

Questo consente gare d’appalto emesse in agosto dal governo israeliano per più di 4.000 unità nella mega colonia di Maale Adumim, vicino a Gerusalemme, e di Ariel.

Dall’inizio dell’anno Israele ha emesso gare d’appalto per circa 5.700 unità abitative per coloni, definite da Peace Now “un record assoluto” e approssimativamente un aumento del 50% dall’ultimo picco del 2018.

Questi piani potrebbero portare circa 25.000 nuovi coloni a vivere in colonie esclusivamente per ebrei in Cisgiordania.

Deportazioni

Israele ha espulso decine di attivisti stranieri che cercavano di portare aiuto o protezione ai contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata durante la stagione della raccolta.

Rudy Schulkind, un attivista inglese di 30 anni, era uno degli espulsi.

Tutti i contadini con cui abbiamo parlato erano incredibilmente generosi e amichevoli e grati per il sostegno da parte dei volontari internazionali”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ma la sua permanenza in Cisgiordania è stata interrotta.

Ho raccolto le olive solo per un giorno intero e il secondo giorno sono stato arrestato ed espulso”, ha detto a The Electronic Intifada.

Schulkind ha raccontato che in quel secondo giorno i coloni israeliani con mitragliatrici pesanti “hanno cercato, sia verbalmente che fisicamente, di impedire il lavoro che stavamo facendo e di interrompere la nostra raccolta delle olive.”

Schulkind ha aggiunto che quando poi è arrivato l’esercito è stato chiaro che “non era interessato a dissuadere i coloni e che era lì essenzialmente per aiutare i coloni ad impedire ai contadini palestinesi di accedere al diritto alla propria terra.”

Una volta arrivati in un altro luogo i volontari sono stati arrestati ed informati dall’esercito israeliano che la zona in cui si trovavano era stata dichiarata cosiddetta zona militare.

Schulkind ha detto che lui e parecchi altri attivisti sono stati caricati su un autobus e condotti in una stazione di polizia dove sono stati interrogati uno per volta con differenti accuse, comprese accuse di terrorismo.

Le forze israeliane hanno trattenuto Schulkind per circa tre giorni prima di rimpatriarlo in Inghilterra il 19 ottobre.

Non abbiamo mai avuto la possibilità di parlare con le nostre famiglie”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ha aggiunto che gli è stata concessa una breve telefonata con un avvocato prima dell’interrogatorio, ma non è stato mai portato davanti a un giudice prima di essere espulso.

Tamara Nassar è assistente di redazione per The Electronic Intifada.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Chi ha tratto profitto dal 7 ottobre?

Jim DeBrosse

25 settembre 2025 – The Electronic Intifada

Mentre l’invasione militare israeliana, i massacri indiscriminati e la fame imposta a Gaza continuano, restano senza risposta le domande su come circa 3.000 combattenti guidati da Hamas siano riusciti a violare le barriere di sicurezza israeliane il 7 ottobre 2023.

Il governo israeliano continua a respingere un’indagine indipendente e si stanno accumulando prove che i massimi vertici civili e militari dello Stato non solo non abbiano colto i segnali di un imminente attacco, ma potrebbero averli volutamente ignorati. Il motivo era giustificare la pulizia etnica di Gaza, l’annessione della Cisgiordania e la creazione di un Israele più grande nella Palestina occupata.

Inoltre l’attività sospetta del mercato azionario avvenuta pochi giorni prima dell’attacco di ottobre, sorprendentemente passata sotto silenzio, avvalora la teoria che qualcuno da qualche parte sapesse qualcosa.

All’inizio di questo mese un’inchiesta di Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndt.] ha scoperto che il comandante in capo militare israeliano per l’area di Gaza aveva visitato il luogo del rave Supernova il 7 ottobre solo un’ora prima dell’attacco e non aveva preso alcuna precauzione.

Il tenente colonnello Haim Cohen, comandante della Brigata Nord della Divisione di Gaza, ha notato che solo un piccolo contingente di agenti di polizia era in servizio al festival molto affollato, ma ha dichiarato agli investigatori militari di non aver avuto informazioni che suggerissero che avrebbe dovuto disperdere la folla o rafforzare la sicurezza.

Il rave Supernova, dove sono state uccise 378 persone e 44 sono state prese in ostaggio, è stato il singolo luogo con il maggior numero di vittime in una giornata che ha visto un totale di 1.139 persone uccise e 240 prese in ostaggio.

Non è ancora chiaro quanti dei morti siano stati uccisi dai combattenti palestinesi e quanti siano stati uccisi da Israele stesso, a causa della sua mortale Direttiva Annibale [impedire il rapimento di civili o soldati israeliani anche a costo di ucciderli, n.d.t.].

Anche la risposta immediata del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla crisi è stata oggetto di esame. Il suo capo di stato maggiore e confidente più stretto, Tzachi Braverman è accusato di aver alterato i registri telefonici di Netanyahu per far sembrare che i suoi primi ordini ai militari, la mattina del 7 ottobre, fossero arrivati ​​prima di quanto non fosse in realtà.

La notte prima

Tuttavia, l’esercito israeliano aveva ricevuto avvertimenti su un altissimo rischio imminente la notte prima del 7 ottobre, ma i massimi livelli di comando avevano scelto di ignorarli.

Secondo quanto riportato da Ynet, il più grande sito web di notizie israeliano, un’unità di intelligence militare aveva notato segnali di un imminente lancio di razzi su Israele e “insolite attività delle forze aeree di Hamas” che avrebbero dovuto far scattare l’allarme. Invece l’esercito “ha scelto di evitare di rivelare fonti di intelligence sensibili piuttosto che [adottare misure per] essere pronto a reagire”.

Davvero? La protezione di pochi agenti [dello spionaggio] valeva il rischio di un massiccio attacco missilistico sul territorio israeliano senza avvertire i civili? Dieci giorni dopo che tali segnalazioni sono diventate di dominio pubblico, l’ufficio di Netanyahu ha riconosciuto di non aver trasmesso il promemoria che descriveva dettagliatamente le attività sospette la notte prima del 7 ottobre, ma la giustificazione per non averlo fatto è che l’allerta era etichettata come “non urgente”.

I leader israeliani sembrano essere stati più preparati a espellere i palestinesi da Gaza che a sventare un possibile attacco. Pochi mesi dopo l’attacco di ottobre, chiedevano già la “migrazione volontaria” dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza, mentre negoziavano con diversi Paesi per il loro reinsediamento.

Tali idee sono state rapidamente respinte da Egitto, Giordania e una serie di altre Nazioni arabe, ma Israele continua a prendere in considerazione altri Paesi per la deportazione forzata dei palestinesi da Gaza, tra cui Indonesia, Etiopia e Libia, con l’aiuto dell’amministrazione statunitense di Donald Trump.

Ancora più sconcertante è che i funzionari israeliani fossero in possesso, con un anno di anticipo, di una copia del piano d’assalto di 40 pagine e siano rimasti a guardare mentre Hamas si addestrava e preparava lo sfondamento, come riportato dal New York Times nel novembre 2023.

A confermare il sospetto che i principali dirigenti israeliani abbiano volontariamente ignorato lo sconcertante numero di segnali premonitori, l’ufficio di Netanyahu si è rifiutato di consentire che venga avviata un’inchiesta sui suoi errori il 7 ottobre consentendo invece un’indagine sul ruolo e la risposta dell’esercito. Netanyahu continua ad opporsi a una commissione statale indipendente che prenda in considerazione “l’immagine complessiva” del coinvolgimento politico, civile e militare.

Come se i piani dettagliati e persino le registrazioni video pubbliche delle esercitazioni di Hamas non fossero sufficienti, gli investigatori finanziari israeliani non hanno notato un altro campanello d’allarme: un improvviso picco, nei giorni precedenti il ​​7 ottobre, di contrattazioni che scommettevano sul crollo imminente dei valori dei principali titoli azionari israeliani. La ragione più probabile della scommessa era che gli investitori sapevano che la guerra sarebbe presto scoppiata e avrebbe messo a dura prova l’economia israeliana.

Operazioni sospette

La tempistica sospetta dell’attività del mercato azionario è stata rivelata in uno studio di 67 pagine pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti dalla CNN.

Gli autori dello studio hanno scoperto che investitori non identificati in Israele e negli Stati Uniti avevano venduto le loro azioni di importanti società israeliane pochi giorni prima dell’attacco di Hamas.

Con una pratica nota come “vendita allo scoperto” gli investitori hanno poi riacquistato le loro azioni a un prezzo molto più basso, ricavandone milioni di dollari di profitti.

Lo studio, intitolato “Trading on Terror?” [Fare affari con il terrorismo], è stato redatto dall’ex presidente della Securities and Exchange Commission [Commissione per i Titoli Bancari e gli Scambi, entre federale USA che controlla le attività in borsa, ndt.] Robert Jackson Jr., ora professore alla New York University, e dal professore di diritto della Columbia University Joshua Mitts, esperto nel monitoraggio delle attività di vendita allo scoperto sui mercati azionari.

“I nostri risultati suggeriscono che i trader informati degli imminenti attacchi abbiano tratto profitto da questi tragici eventi”, hanno scritto gli autori, aggiungendo che “giorni prima dell’attacco, i trader sembravano anticipare gli eventi a venire”. Lo studio ha rilevato che il 2 ottobre “quasi il 100% del volume di scambi fuori borsa nel [mercato azionario israeliano]… consisteva in vendite allo scoperto”.

Nessuno degli autori del rapporto né gli uffici stampa della Columbia University hanno risposto alle richieste di interviste.

Nel servizio della CNN del 4 dicembre 2023, Jonathan Macey, professore alla Yale Law School, ha dichiarato al canale di notizie che i risultati erano “scioccanti”. “Le prove che i trader informati abbiano tratto profitto anticipando l’attacco terroristico del 7 ottobre sono solide”, ha affermato Macey. “Le autorità di regolamentazione sembrano non essere in grado di individuare le entità responsabili di queste operazioni, il che è deplorevole”.

Un articolo apparso lo stesso giorno su Haaretz ipotizzava che fossero stati investitori legati ad Hamas a ritirare i loro soldi, non israeliani o filo-israeliani, sebbene gli autori dell’articolo affermassero di non essere in grado di identificare gli investitori.

Tuttavia se i venditori allo scoperto avessero effettivamente avuto legami con Hamas è probabile che gli israeliani lo avrebbero saputo.

Il New York Times ha scritto che almeno dal 2015 l’intelligence israeliana ha monitorato i finanziamenti che sostengono Hamas, chiudendo un occhio. I critici ritengono che la strategia dei leader israeliani fosse quella di sostenere la leadership di Hamas a Gaza contro il controllo limitato dell’Autorità Nazionale Palestinese su alcune parti della Cisgiordania occupata, in modo che le due fazioni continuassero a dividere il popolo palestinese e a impedire la creazione di uno Stato palestinese unificato.

Chi ne ha tratto profitto? Le autorità di regolamentazione statunitensi della Securities and Exchange Commission e di Wall Street hanno dichiarato alla CNN che la loro politica prevede di non confermare né smentire alcuna indagine. Questo accadeva 19 mesi fa.

Le autorità di regolamentazione israeliane hanno promesso di indagare sull’insolita attività, ma, solo un giorno dopo, hanno dichiarato di non aver trovato prove di vendite allo scoperto. I funzionari della Borsa di Tel Aviv hanno criticato il rapporto “Trading on Terror?” definendolo inaccurato e irresponsabile e hanno sottolineato che un errore di calcolo della valuta da parte degli autori ha gonfiato i potenziali profitti delle vendite allo scoperto da circa 9,5 milioni di dollari a poco meno di 1 miliardo. Indipendentemente dall’errore di calcolo, gli autori del rapporto hanno dichiarato a Institutional Investor [rivista finanziaria USA, ndt.] di essere ancora convinti della veridicità della sostanza del loro rapporto.

Yaniv Pagot, responsabile del trading per la Borsa di Tel Aviv, ha dichiarato a Reuters che era improbabile che gli investitori legati ad Hamas potessero aver violato le norme di sicurezza della borsa contro il “riciclaggio di denaro o simili”. Quindi, forse, la vendita allo scoperto è stata opera di investitori israeliani o filo-israeliani informati da funzionari dell’intelligence israeliana o da leader politici. O forse magari i funzionari israeliani a conoscenza dell’imminente attacco erano essi stessi venditori allo scoperto.

Dato che Israele ha finora sistematicamente eliminato cinque alti dirigenti militari di Hamas, 11 membri dei suoi uffici politici e ha tentato di assassinarne altri proprio questo mese con un attacco militare contro il Qatar, alleato degli Stati Uniti, scoprire chi ha tratto profitto dal 7 ottobre dovrebbe essere una priorità assoluta per i leader israeliani.

O, a giudicare dalla riluttanza del governo israeliano a indagare sul proprio ruolo, forse no.

Jim DeBrosse, Ph.D., a veteran reporter and a retired assistant professor of journalism, is the author of See No Evil: The JFK Assassination and the US Media.

Jim DeBrosse, dottorato, giornalista veterano e professore associato di giornalismo in pensione, è autore di “See No Evil: The JFK Assassination and the US Media” [Non vedere il male: l’assassinio di JFK e i media USA].

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Come von der Leyen ha sposato il movimento dei coloni israeliani

David Cronin  

19 agosto 2025 – The Electronic Intifada

La Palestina viene fatta a pezzi e l’Unione Europea risponde con frasi vuote.

Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze di Israele dichiaratamente fascista, sta ripristinando il progetto E-1 che rilancerà la colonizzazione nell’area che connette Gerusalemme est con il resto della Cisgiordania. Smotrich non fa segreto del fatto che il suo piano è seppellire la prospettiva di uno Stato palestinese.

Lo sta facendo nel momento in cui diversi paesi occidentali vanno verso il riconoscimento di una cosa chiamata Stato di Palestina.

Lo strangolamento delle comunità palestinesi che Smotrich sta promuovendo in Cisgiordania non va considerato prescindendo da come si è vantato di aver annientato ogni speranza per la popolazione di Gaza.

Lui ed altri ministri del governo hanno massacrato l’intero corpo delle leggi internazionali entrate in vigore in seguito all’Olocausto. Le convenzioni dell’ONU che mettono fuori legge il furto delle terre e sanciscono la necessità di impedire e punire il genocidio sono state formulate nella seconda parte degli anni ’40 del novecento.

Invece di richiamare Israele alle sue responsabilità, Kaja Kallas, la responsabile della politica estera dell’UE, ha emesso un blando richiamo a Israele a “desistere” dal portare avanti la decisione sul progetto E-1. Il richiamo si basa sulla “necessità di agire per tutelate la fattibilità della soluzione dei due Stati.”

Se Kallas crede davvero in queste fesserie, allora dovrebbe consultare qualche mappa geografica. La semplice realtà è che l’incessante inglobamento da parte di Israele della terra palestinese significa che la soluzione dei due Stati è da tempo insostenibile.

La devozione dell’UE alla soluzione dei due Stati ha le caratteristiche della fantasia. Ma la politica realmente perseguita è un inganno.

Ripetendo l’espressione “soluzione dei due Stati” come fosse un mantra del buon senso, i politici di Bruxelles vorrebbero ingannare l’opinione pubblica facendole credere contro ogni plausibilità che stanno lavorando per la pace.

Inoltre la soluzione dei due Stati è sempre stata pensata per perpetuare l’apartheid. È una ricetta presuntamente progressista per preservare Israele come Stato legato alla supremazia ebraica, confinando i palestinesi in un frammento della loro patria storica.

Adeguamento

In tutti i loro discorsi su una soluzione a due Stati i rappresentanti dell’UE si adeguano totalmente al movimento dei coloni israeliani.

Nel gennaio 2024 Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha accolto a Bruxelles Dani Dayan, un dirigente di spicco del movimento dei coloni.

Avvalendomi delle norme sulla libertà di informazione, ho finalmente ottenuto la richiesta che l’ambasciata di Israele a Bruxelles ha inviato a von der Leyen quando la visita di Dayan era in corso di preparazione.

La richiesta – vedi sotto– sottolinea che Dayan è stato capo dello Yesha Council. Mentre l’ambasciata israeliana non ha esplicitato quel che fa tale organizzazione, una veloce ricerca su internet da parte dello staff di von der Leyen sarebbe stato sufficiente a chiarire che lo Yesha Council è un’organizzazione che riunisce le principali colonie israeliane in Cisgiordania.

In quel ruolo Dayan ha affermato che è “grande interesse di Israele sviluppare il progetto E-1”

La “filosofia” di Dayan è stata sintetizzata in un suo articolo del 2012 per il New York Times. “La nostra presenza in tutta la Giudea e Samaria (la Cisgiordania) – non solamente nei cosiddetti blocchi di insediamenti – è un fatto irreversibile,” ha affermato, bollando come “vani” i tentativi di fermare l’espansione delle colonie

Dato che Dayan sostiene l’esatto contrario di ciò che predicano i rappresentanti dell’UE, perché l’anno scorso Ursula von der Leyen lo ha accolto a Bruxelles?

La risposta sta nel suo attuale incarico. Oggi Dayan è a capo dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Israele a Gerusalemme.

Come non pochi politici tedeschi, von der Leyen insiste molto sull’Olocausto, mentre permette un olocausto attuale a Gaza.

A ottobre 2023 è andata in visita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli ha garantito che avrebbe potuto “contare sul” sostegno dell’UE nella guerra contro Gaza. Se aveva intenzione di appoggiare tanto calorosamente un genocidio, è logico che non debba avere scrupoli ad abbracciare Dayan.

Adesso che lui ha raggiunto una posizione di rilievo gestendo un museo dell’Olocausto con cui l’UE collabora abitualmente, la dirigenza di Bruxelles è pronta a chiudere un occhio sul sostegno di Dayan all’espansione delle colonie, una posizione che non ha mai rinnegato.

Il tappeto rosso offerto a Dayan non è stato un incidente isolato. Lo staff alle dipendenze della citata Kaja Kallas ha di recente accolto a Bruxelles Elie Pieprz, un altro veterano dello Yesha Council.

Intanto nei giorni scorsi la Francia ha affermato di “condannare fermamente” la distruzione da parte di Israele di una scuola nel nord della Cisgiordania. La scuola era stata finanziata dalla Francia, congiuntamente all’Unione Europea.

Come ha sottolineato Gerard Araud, un ex diplomatico francese, una simile distruzione è “un classico” dell’occupazione israeliana. La risposta dell’UE agli attacchi ad una infrastruttura da essa finanziata non ha mai comportato azioni concrete contro Israele.

L’ultima protesta francese è in linea con un modello ben consolidato da cui gli Stati e le istituzioni dell’UE raramente si allontanano.

Mostrare orrore per gli effetti della violenza israeliana – violenza che l’Occidente permette – è obbligatorio. Punire Israele non è mai contemplato.

David Cronin è un redattore di The Electronic Intifada. Tra i suoi libri: Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Zionism and Israel  [L’ombra di Balfour: un secolo di sostegno britannico al sionismo e a Israele] e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation [L’alleanza dell’Europa con Israele: aiuto all’occupazione].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La complicità di Dell nel genocidio di Israele

 

Omar Zahzah 

22 luglio 2025 The Electronic Intifada

 

Nel gennaio 2023 Dell Technologies Inc, una multinazionale americana, si è aggiudicata una gara d’appalto del Ministero della Difesa israeliano per la fornitura di server e relativi servizi all’esercito israeliano, ad altri enti di sicurezza e al Ministero stesso.

L’accordo è stato valutato oltre 150 milioni di dollari.

L’organismo di controllo aziendale WhoProfits.org ha fatto una relazione sulla gara d’appalto e ha rivelato che aziende satelliti di Dell come VMware ed EMC Israel Advanced Information Technologies, insieme al personale di Dell, hanno fornito tecnologia e formazione all’esercito israeliano e hanno collaborato a iniziative legate all’occupazione come il National Cyber Park nel Naqab, istituito da Israele in seguito a “una decisione governativa volta a promuovere le competenze nazionali nel cyberspazio come parte di un’idea di collaborazione tra governo, mondo accademico, industria e forze armate”.

Tuttavia documenti interni ottenuti da The Electronic Intifada suggeriscono che Dell sia più strettamente legata all’esercito israeliano di quanto si pensasse in precedenza, in particolare con la fornitura di tecnologia per il supporto dell’intelligenza artificiale (IA) al genocidio israeliano a Gaza.

I legami di Dell con Israele risalgono a due decenni fa: nel 2006 si aggiudicò una gara d’appalto per la fornitura di 50.000 computer all’esercito israeliano e un’altra per la fornitura di computer portatili al governo.

Nel 2016, dopo la fusione con la software house EMC Corporation, Dell ha cambiato nome in Dell Technologies, prestando maggiore attenzione alle tecnologie cloud emergenti.

Dell ha inoltre inglobato la vasta presenza di EMC in Israele, che vi era attiva dal 1996 e aveva fondato il suo primo centro di ricerca e sviluppo a Ramat Gan nel 2006.

Nel 2011, dopo l’acquisizione di diverse start-up israeliane, il centro di ricerca e sviluppo è stato ribattezzato “centro di eccellenza”.

Profondamente impegnata”

Michael Dell, fondatore e CEO dell’azienda che porta il suo nome, ha dichiarato alla Conferenza “Dell per il Futuro” del maggio 2016 che Dell è “profondamente impegnata in Israele”.

“Vogliamo essere qui, vogliamo essere partner dell’incredibile innovazione che vi avviene”.

Alla Conferenza ha anche incontrato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ora ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Nel gennaio 2024, dopo mesi di genocidio israeliano a Gaza, Dell ha condiviso una sua foto con il Presidente israeliano Isaac Herzog le cui parole, che accusavano “un’intera nazione” a Gaza per il 7 ottobre, sarebbero state citate più tardi nello stesso mese nella sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ordinava a Israele di cessare tutti gli atti genocidi a Gaza.

“È un onore stare accanto a @Isaac_Herzog e Israele”, aveva scritto Dell.

Si dice che Dell sia anche un importante donatore di Friends of the Israel Defense Forces [organizzazione americana dal 1981 di supporto ai veterani e soldati israeliani, ndt].

Di per sé l’attività dell’azienda di rafforzare tecnologicamente le politiche oppressive di Israele non è esattamente un segreto. Tuttavia l’attenzione tende a concentrarsi principalmente su come l’azienda consolidi l’occupazione militare.

Dopo quasi due anni di genocidio a Gaza Google, Amazon e Microsoft hanno subito gli attacchi e le critiche per la loro partecipazione a Project Nimbus e Azure, progetti tecnologici che forniscono servizi di intelligenza artificiale e cloud che alimentano la sorveglianza dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, e potenzialmente contribuiscono alla creazione di liste di uccisioni.

“Fabbrica di assassini di massa”

Un rapporto del novembre 2023 di +972 Magazine e Local Call ha rivelato che l’esercito israeliano stava utilizzando “The Gospel”, un programma di intelligenza artificiale che genera liste di infrastrutture da colpire, comprese residenze private. Una fonte lo ha descritto come la creazione di una “fabbrica di omicidi di massa”.

Nell’aprile 2024 il rapporto di un collaboratore ha rivelato che l’esercito israeliano stava utilizzando un altro programma di intelligenza artificiale, “Lavender”, per generare liste di uccisioni.

Lavender ha notoriamente un margine di errore del 10%. Questo è aggravato dai criteri che l’esercito israeliano fornisce al programma per automatizzare l’identificazione di potenziali obiettivi, talmente ampi da rendere le liste di uccisioni sostanzialmente arbitrarie.

Un altro programma automatizzato, “Where’s Daddy”, consente all’esercito israeliano di tracciare i palestinesi con l’esplicito scopo di effettuare attentati una volta che l’individuo è tornato a casa.

Queste operazioni assistite dall’intelligenza artificiale garantiscono esecuzioni di massa.

Con sistemi così palesemente omicidi non sorprende che vi siano crescenti proteste contro il ruolo delle Big Tech nel genocidio israeliano.

Lo scioccante rapporto di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Situazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, rivela come “l’eterna occupazione di Israele sia diventata il banco di prova ideale per i produttori di armi e le grandi aziende tecnologiche, offrendo domanda e offerta illimitate, scarsa supervisione e zero responsabilità, mentre investitori e istituzioni pubbliche e private ne traggono profitto senza limiti”.

Il suo rapporto dice chiaramente che le aziende avrebbero la diretta responsabilità di non commettere potenziali violazioni dei diritti umani né di intraprendere azioni che possano compromettere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi. Le aziende e i dirigenti che violano tali diritti possono essere potenzialmente oggetto di azioni legali a livello nazionale e internazionale.

“L’intelligenza artificiale è una delle armi di distruzione di massa odierne e Google volutamente trae profitto dalla guerra”, hanno scritto su The Nation Mohammad Khatami, Zelda Montes e Katie Sim, tre dipendenti di Google licenziati per aver preso parte a una disobbedienza civile di massa contro il Progetto Nimbus nell’aprile 2024.

“Sistemi come The Gospel e Lavender sono resi possibili grazie al tipo di infrastruttura di cloud computing fornita da aziende come Google, [Amazon Web Services] e Intel”.

Sembra ora che anche Dell sia coinvolta in questo processo.

Documenti interni condivisi con The Electronic Intifada rivelano che la tecnologia Dell supporta una serie di operazioni militari israeliane tra cui l’impiego della IA per monitorare e colpire i palestinesi. I materiali mostrano come sia utilizzato l’hardware Dell durante l’esecuzione di Lavender e The Gospel per automatizzare le decisioni di targeting e ridurre al minimo la supervisione umana, aumentando la velocità degli attacchi militari.

La famigerata forza di guerra informatica israeliana, l’Unità 8200, utilizza i laptop Pro-Rugged 13 di Dell potenziati da IA per la raccolta di informazioni, la sorveglianza e le operazioni militari.

Dell fornisce anche laptop e server che abilitano i sistemi di riconoscimento facciale dell’azienda israeliana di IA AnyVision, che facilitano la sorveglianza di massa dei palestinesi ai checkpoint e in altri luoghi.

Operazioni di facciata

La tecnologia che Dell fornisce ad AnyVision, così come a CISCO Israel (laptop, server mirati, hypervisor, soluzioni di rete) e Cognyte Technologies Israel Ltd. (laptop, server, soluzioni di rete), facilita la sorveglianza di massa dei palestinesi.

CISCO [multinazionale americana di tecnologia delle comunicazioni digitali, ndt.] fornisce infrastrutture di comunicazione per la sorveglianza, consentendo il monitoraggio in tempo reale della popolazione civile e delle attività militari. Cognyte Technologies Ltd. [azienda leader nei software di analisi investigativa per molte organizzazioni governative, ndt.] utilizza la tecnologia Dell per i sistemi di cyberintelligence che tracciano le persone a Gaza e in Cisgiordania.

I documenti rivelano inoltre che tra i beneficiari delle tecnologie Dell figurano la Brigata Golani dell’esercito israeliano, implicata nell’omicidio di 15 paramedici e soccorritori a Rafah ad aprile, l’unità navale Flottiglia 13 e l’aeronautica militare israeliana.

Anche Elbit Systems Land & C41, la divisione tecnologica per le comunicazioni militari del produttore di armi israeliano, riceverebbe laptop, server e soluzioni di rete da Dell Technologies.

Contattata per un commento, Dell ha inizialmente inviato la seguente dichiarazione:

“Dell si impegna a rispettare gli standard più elevati e le leggi e i regolamenti locali nei luoghi in cui operiamo. Si prega di fare riferimento alla nostra politica sui diritti umani, riportata di seguito”.

Tale politica stabilisce quanto segue: “Dell rispetta i diritti umani di tutte le persone, come sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.

Prosegue affermando che l’azienda “non è complice di violazioni dei diritti umani e richiede ai propri fornitori e altri partner commerciali di rispettare gli stessi standard”.

Infine questa politica afferma che l’azienda rispetta “le leggi e i regolamenti locali ovunque operiamo. Qualora le leggi locali dovessero entrare in conflitto con i principi di questa politica, nei limiti delle leggi locali cerchiamo di rispettare i principi dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale e di influenzare il progresso verso standard più elevati”.

Poi stranamente l’azienda, che utilizza Outlook per le comunicazioni, ha apparentemente cercato di ritirare la dichiarazione inviata al giornalista (ma poiché il messaggio era già stato aperto, il suo contenuto era ancora disponibile).

Poco dopo la notifica del tentativo di ritiro, è arrivato un ultimo messaggio dal team media di Dell, che chiedeva di “attendere la dichiarazione. Potremmo mandarvene una aggiornata”.

Al momento della stesura di questo articolo, questa dichiarazione “aggiornata” non è ancora pervenuta.

La stretta associazione di Dell con uno Stato accusato di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia indebolisce sicuramente gli sforzi dell’azienda di presentarsi come un’azienda etica.

Il sito web di Dell si vanta di essere stata riconosciuta per la tredicesima volta nel 2025 come “Una delle aziende più etiche al mondo” dall’Ethisphere Institute, un ente commerciale.

Nel maggio 2024 Dell ha persino annunciato una partnership con i governi di tutto il mondo per affrontare le problematiche etiche relative all’intelligenza artificiale.

Ma questi sono gesti di facciata: Ethisphere fa pagare delle commissioni per le valutazioni aziendali, e tra i vincitori del titolo di “Aziende più etiche” figurano il produttore di armi statunitense Leidos ed Elbit Systems America, una società sussidiaria dell’israeliana Elbit Systems.

Il curriculum di Dell è particolare, anche se non nel modo in cui vorrebbe essere percepita:

fornendo le tecnologie che alimentano la macchina di sorveglianza e uccisione razziale di Israele basata sui programmi di intelligenza artificiale, Dell si colloca accanto a Google, Amazon, Intel e Microsoft come un’azienda che trae profitto dall’occupazione, dall’apartheid e dal primo genocidio della storia trasmesso in diretta.

Il libro di Omar Zahzah, Terms of Servitude: Zionism, Silicon Valley, and Digital Settler Colonialism in the Palestinian Liberation Struggle (Rapporti di servitù: sionismo, Silicon Valley e colonialismo digitale nella lotta di liberazione palestinese), sarà pubblicato da The Censored Press e Seven Stories Press il 16 settembre 2025.

(tradotto dall’inglese da Luciana Galliano)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)