Isolamento non separazione: l’economia di guerra di Israele Super-Sparta. Prima parte

Ahmed Alqarout

11 marzo 2026 – Al Shabaka

Scheda di sintesi

A settembre 2025 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha spronato gli israeliani a trasformare il Paese in una “Super Sparta” del Medio Oriente: più militarizzato, economicamente autosufficiente e in grado di sostenere un conflitto prolungato nonostante la crescente pressione esterna. Questa sintetica analisi politica sostiene che questa retorica rispecchia una dottrina emergente: un progetto politico-economico strutturato attorno ad una permanente mobilitazione nazionale, uno stato di guerra preventivo e un’espansione accelerata dell’industria della difesa.

Però lo spostamento del regime israeliano verso l’autosufficienza non sta producendo una piena autarchia. Al contrario l’economia di guerra si sta consolidando in un modello ibrido che combina la nuova produzione interna nei settori critici della difesa ad una maggiore integrazione nelle reti transnazionali di approvvigionamento, in modo da allontanare il rischio di sanzioni. Questa configurazione smussa l’impatto degli strumenti convenzionali di attribuzione di colpa, come l’embargo di armi frammentario o attuato debolmente. Di conseguenza le risposte internazionali devono andare al di là del quadro di sanzioni tradizionali e invece puntare all’infrastruttura materiale e ai gangli di dipendenza che reggono l’economia di guerra di Israele.

Raccomandazioni

La società civile e i movimenti di base dovrebbero esercitare pressioni ampliando le campagne al di là del boicottaggio dei consumatori per concentrarsi sulle infrastrutture logistiche e di servizi. Le catene di approvvigionamento marittimo restano un punto chiave: azioni coordinate di lavoratori portuali e blocchi dei porti possono aggiungere costi diretti al trasferimento di armi. Prendere di mira gli assicuratori, gli enti di certificazione, gli spedizionieri e i servizi portuali può aumentare ulteriormente i rischi connessi al trasporto di materiali militari verso Israele. L’organizzazione del settore tecnologico rappresenta un secondo elemento di leva. L’ecosistema dell’innovazione nella difesa di Israele è profondamente incorporato nell’infrastruttura globale dei cloud, nei servizi di intelligenza artificiale e nelle piattaforme di elaborazione dati. Campagne quale ” Nessuna tecnologia per l’apartheid” dimostrano che l’organizzazione dei lavoratori, le minacce all’approvvigionamento e la pressione degli azionisti possono interrompere queste dipendenze nei servizi. La pressione dovrebbe anche concentrarsi sull’infrastruttura fisica che rende possibili i sistemi di guerra digitale.

I governi nazionali e gli enti di regolamentazione mantengono una notevole influenza poiché il settore della difesa di Israele rimane dipendente dai componenti importati e dalla permissività normativa degli Stati partner. Rafforzare i controlli sull’esportazione dei componenti dual use [doppio uso, civile e militare, ndtr.], applicare provvedimenti contro il trasbordo e la rietichettatura e ampliare i requisiti di dovuta diligenza per assicuratori, finanzieri e intermediari logistici può porre limiti a questi fattori abilitanti esterni. I governi possono anche limitare i partenariati d’appalto, le collaborazioni nella ricerca e i contratti di concessione di licenze tecnologiche che coinvolgano aziende implicate.

Le coalizioni del sud globale possono contribuire a colmare le lacune nella applicazione delle sanzioni causate da regimi sanzionatori frammentati. L’applicazione coordinata degli embargo, la cooperazione doganale, il blocco della logistica e la condivisione di informazioni di intelligence possono impedire le strategie di dirottamento attraverso giurisdizioni permissive. Le esportazioni di prodotti strategici, come energia e materie prime, possono anch’esse funzionare da strumenti coordinati di pressione economica.

Le istituzioni finanziarie e multilaterali costituiscono un altro elemento di pressione, poiché l’economia di guerra di Israele resta inserita nei sistemi di finanza e di innovazione globale. Condizionare gli investimenti, le garanzie del credito e i servizi finanziari al rispetto del diritto umanitario internazionale, accrescendo al contempo il controllo sul capitale a rischio e sul finanziamento della tecnologia dual use può limitare l’espansione dell’industria della difesa e l’accesso a infrastrutture finanziarie cruciali. Nascenti iniziative di de-dollarizzazione dei BRICS offrono ulteriori percorsi per attuare mirate restrizioni finanziarie indipendenti dalle limitazioni normative USA.

Introduzione

A settembre 2025 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spronato gli israeliani a prepararsi ad intensificare l’isolamento internazionale trasformando il Paese in una “Super Sparta” del Medio Oriente, più militarizzato, economicamente autosufficiente e in grado di sostenere un conflitto duraturo nonostante la crescente pressione esterna. Infatti dopo ottobre 2023 la leadership israeliana ha posto in atto, e iniziato a perseguire in modo selettivo, uno spostamento verso una maggiore autonomia strategica tesa a sviluppare un’economia di guerra resiliente rispetto alle sanzioni.

Il presente documento programmatico situa questi sviluppi all’interno di ciò che definisce una nascente dottrina “Super-Sparta”. Il termine, in questo contesto, va oltre la retorica politica per descrivere un progetto istituzionale politico-economico strutturato attorno ad una mobilitazione nazionale permanente, una dottrina di guerra preventiva ed un’accelerata espansione dell’industria della difesa. Questo cambiamento si sviluppa nel contesto dei ripetuti attacchi militari israeliani contro l’Iran, a dimostrazione di come l’economia di guerra operi in pratica per consolidare l’impunità e vanificare l’attribuzione di responsabilità. Ma anche se lo Stato sionista porta avanti un programma di autonomia, questa traiettoria non rispecchia un consenso nazionale consolidato ed è segnata da tensioni istituzionali che rivelano vulnerabilità strutturali.

Di conseguenza, piuttosto che perseguire una piena autarchia (autosufficienza economica nazionale) l’economia di guerra di Israele sembra consolidarsi in un modello ibrido che unisce la nuova produzione interna all’integrazione strategica globale. Questa configurazione distribuisce i rischi su tutte le reti transnazionali piuttosto che concentrarli entro un unico canale di scambio sanzionabile. Il primo pilastro di questa strategia consiste nell’espandere la capacità di produzione interna in settori chiave della difesa, mentre il secondo accresce l’integrazione transnazionale per distribuire le vulnerabilità su reti diversificate e spesso resilienti alle sanzioni. In questo contesto chi scrive sostiene che gli strumenti tradizionali di responsabilizzazione internazionale, in particolare gli embarghi saltuari o attuati incoerentemente, stanno diventando meno efficaci, evidenziando la necessità di strategie che prendano di mira l’infrastruttura materiale e i nuclei di dipendenza che sostengono l’economia di Israele.

Il perseguimento dell’autarchia strategica

La dottrina “Super Sparta” si traduce in proposte politiche incentrate sulla “sovranità industriale”, anche se l’attuazione resta discontinua e contestata a livello istituzionale. L’applicazione più formale di questa autonomia strategica si trova nel rapporto della Commissione Nagel, presentato a gennaio 2025, che invita ad una più vasta produzione interna di armamenti essenziali per ridurre la dipendenza da forniture estere. Questo cardine industriale si accompagna ad uno slittamento dottrinale verso una posizione di “attacco proattivo e preventivo”. Per sostenere questa transizione la Commissione raccomanda un sostanziale incremento della spesa per la difesa che va da un attuale aumento di 36 miliardi di dollari a 74 miliardi nel prossimo decennio. Tra le priorità principali c’è l’espansione su larga scala delle scorte di munizioni per raggiungere l’indipendenza produttiva entro il 2034.

A settembre 2025 il Ministro della Difesa ha istituito una Direzione Nazionale degli Armamenti per centralizzare gli approvvigionamenti, accelerare le catene di produzione interna e implementare lo sviluppo di armi di precisione e droni. I funzionari israeliani hanno riferito di un’accresciuta capacità produttiva locale di diverse munizioni, comprese pesanti bombe aeree, accanto a nuovi impianti per energia e materie prime cruciali e un’ampliata produzione di munizioni. Questa espansione è supportata da programmi di sovvenzioni e incentivi destinati alle tecnologie per la difesa e di dual use.

Il Ministro della Difesa si è posto come guida istituzionale centrale di questa strategia di innovazione della difesa bellica. Nel solo 2024 ha ingaggiato più di 80 startup, molto al di sopra dei livelli precedenti la guerra, elargendo circa 255 milioni di dollari attraverso canali di appalti veloci. Questi contratti funzionano implicitamente come sussidi, che finanziano la ricerca iniziale e lo sviluppo assicurando la domanda, riducendo il rischio commerciale e segnalandone l’attendibilità agli investitori privati. Gli investimenti si sono concentrati in settori strategici come droni, intelligenza artificiale e sistemi autonomi di IA ad uso bellico.

Sono stati anche attivati meccanismi paralleli di finanziamento attraverso l’Autorità Israeliana di Innovazione (IIA). Il suo Programma di incentivi alle imprese in fase iniziale offre sovvenzioni fino a 2,7 milioni di dollari, coprendo fino alla metà dei bilanci approvati e rimborsabili attraverso royalties una volta che si concretizzano le vendite. Dato che queste sovvenzioni non richiedono che le imprese cedano quote azionarie, immettono finanziamenti in tecnologie a lungo ciclo per la difesa e il dual use.

Inoltre il governo israeliano ha riavviato il modello Yozma [progetto per replicare il sistema della Silicon Valley, ndt.] attraverso un’iniziativa “Yozma 2.0”, collocando capitale pubblico in fondi di rischio con un contributo del 30%. Anche se considerate un forte impulso all’innovazione, le priorità belliche hanno diretto gli investimenti sostanziali verso le tecnologie avanzate collegate alla sicurezza. Il finanziamento alle startup dell’IIA, che attualmente distribuisce circa 135 milioni di dollari all’anno, rafforza ulteriormente il canale dell’innovazione. Collettivamente questi strumenti inseriscono le priorità della difesa nell’ecosistema dell’innovazione nazionale di Israele.

Oltre all’industria, la spinta di Israele verso l’autarchia strategica si è allargata alla militarizzazione della società. Dato che la carenza di manodopera è aumentata nel corso della guerra su molti fronti di espansione, una sentenza della Corte Suprema israeliana del 25 giugno 2024 ha eliminato l’esenzione legale al servizio militare per gli studenti ultraortodossi delle yeshiva [scuole per lo studio della Torah, ndtr.], nello sforzo di allargare il bacino di reclutamento. Ne sono seguite precettazioni di massa, comprese 54.000 convocazioni nel luglio 2025. L’iniziativa ha destabilizzato le coalizioni di governo ed ha messo in luce tensioni tra la domanda di personale militare e la stabilità politica, mentre i livelli di reclutamento restano al di sotto degli obbiettivi operativi.

Anche la scarsità di manodopera civile si è aggravata, soprattutto in seguito alla revoca su larga scala di permessi di lavoro ai palestinesi. Gli sforzi per rimpiazzare questa forza lavoro con lavoratori da India, Sri Lanka e Cina hanno faticato a soddisfare la domanda, aumentando i costi e rallentando la produzione. L’allontanamento dal lavoro palestinese riflette la tendenza del colonialismo di insediamento a rimuovere la popolazione indigena dalla sua terra ed un modello occupazionale che privilegia la sicurezza e il controllo rispetto all’efficienza economica. La politica coloniale istituzionalizza un regime di lavoratori segregati in linea con la più vasta architettura del regime militarizzato di apartheid israeliano.

Limitazioni e vincoli della dottrina

La dottrina “Super Sparta” non rappresenta un consenso nazionale consolidato, ma piuttosto un progetto politico-economico contrastato, segnato da fratture interne che probabilmente si allargheranno. Il piano Nagel ha già attirato critiche sulla sua coerenza strategica, la praticabilità fiscale e la responsabilizzazione istituzionale. Il rapporto delinea un esteso programma di espansione industriale ma non stabilisce una strategia politica o operativa pienamente integrata. I meccanismi di finanziamento restano incerti e gli aumenti di budget proposti non si basano su un credibile modello di entrate.

Queste sfide sono complicate da una più ampia frammentazione nella gestione. Studiosi hanno identificato persistenti limitazioni nella capacità di Israele di una elaborazione politica strategica sostenibile, compreso un debole coordinamento interministeriale e lacune nella realizzazione. In quanto organo consultivo la Commissione Nagel manca di formale autorità esecutiva, lasciando le sue raccomandazioni subordinate ad un’approvazione politica all’interno di un sistema di coalizioni frammentato. Al tempo stesso limitazioni materiali, compresa la dipendenza dalla catena di approvvigionamento, la carenza di manodopera specializzata e l’accesso a materie prime cruciali ne complicano la realizzazione. Israele inoltre resta dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori, componentistica avanzata e sistemi di propulsione, evidenziando i limiti strutturali del perseguire una piena autarchia.

Parimenti il rapporto si occupa poco delle sfide della forza lavoro o della iniqua distribuzione degli obblighi di servizio militare, in particolare tra le comunità ultra-ortodosse: omissioni che indeboliscono la sostenibilità a lungo termine della forza lavoro. Nel loro insieme queste carenze mettono in luce crescenti tensioni tra l’ambizione strategica e i limiti materiali che deve affrontare il regime israeliano alla ricerca di indipendenza industriale. Esse mettono inoltre in chiaro la distanza tra il discorso sulla “Super Sparta” e la realtà, segnalando che il modello che emerge non è la piena autarchia, ma una limitata forma di autonomia strategica plasmata dal costante riallineamento globale teso a rafforzare la resilienza alle sanzioni.

Ahmed Alqarout

Ahmed Alqarout è un esperto di economia politica specializzato nel Medio Oriente e nella regione nordafricana, con un focus sulla competizione tra grandi potenze e sulla economia politica dei conflitti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)