La raccolta fondi per un terrorista israeliano evidenzia un razzismo antipalestinese profondamente radicato

Robert Andrews

22 settembre 2020 – Middle East Monitor

Un razzismo antipalestinese profondamente radicato è endemico in larghe fasce della società israeliana. Questo è stato nuovamente confermato la scorsa settimana, quando una campagna israeliana di raccolta fondi ha raccolto in soli 5 giorni oltre 1,38 milioni di shekel (equivalenti a 339.000 euro) per finanziare le spese legali dell’appello di Amiram Ben Uliel, il terrorista israeliano condannato a tre ergastoli per l’uccisione cinque anni fa di tre membri della famiglia palestinese Dawabsheh. L’attacco incendiario di Ben Uliel del 31 luglio 2015 uccise il piccolo Ali Dawabsheh, di 18 mesi, e i suoi genitori Saad e Riham. Ahmed Dawabsheh, unico sopravvissuto all’attacco e che all’epoca aveva solo cinque anni, subì ustioni di secondo e terzo grado su oltre il 60% del corpo.

La raccolta fondi razzista, organizzata dalla moglie di Ben Uliel, Orian, e dall’associazione di estrema destra di sostegno legale Honenu dopo la sua condanna lo scorso lunedì, in soli cinque giorni ha superato gli obiettivi della campagna. Finora essa ha ricevuto soldi da oltre 4.900 sottoscrittori ed è stata sostenuta da alcune importanti personalità israeliane, compresi più di una ventina di rabbini di tutto lo spettro nazional – religioso [tendenza religiosa e nazionalista dei coloni estremisti, ndtr.] e dal figlio maggiore di Netanyahu, Yair.

In previsione dell’appello alla Corte Suprema si è formata a caro prezzo un’equipe di difensori composto da ottimi avvocati,” hanno scritto i rabbini in un comunicato congiunto in cui si chiede il rilascio di Ben Uliel. “Chiediamo all’opinione pubblica di contribuire generosamente (a questa campagna di raccolta fondi), ognuno in base alle proprie possibilità, a questa campagna per salvare una vita.”

In un comunicato separato Elyakim Levanon, rabbino capo di Samaria [zona centrale della Cisgiordania, ndtr.] e capo della scuola religiosa di Elon Moreh [colonia israeliana particolarmente violenta, ndtr.] ha notato: “Tutto Am Yisrael [il popolo di Israele, ndtr.] è in crisi. Chiedo ad ognuno di unirsi alla campagna per il rilascio di questo innocente e per liberarlo da ogni colpa, sia con preghiere per Rosh HaShana [capodanno ebraico, ndtr.] che con contributi concreti.”

Il comunicato congiunto dei rabbini e tale chiaro appoggio da parte degli israeliani per il successo del processo di appello di Ben Uliel esemplificano una crescente ondata di sentimenti antipalestinesi nella società israeliana, che considera sempre di più gli israeliani che attaccano ed uccidono palestinesi degli eroi. Sulle reti sociali un video diventato virale che mostra gruppi di israeliani mentre ballano festeggiando la notizia della morte di Ali Dawabsheh illustra l’esultanza con cui tali notizie sono accolte in Israele.

Più di recente un soldato israeliano ha sparato in testa al palestinese Abdel Fattah Al-Sharif mentre era a terra ferito e disarmato. Elor Azaria è stato rilasciato nel maggio 2018 dopo aver scontato solo nove mesi dei 18 a cui era stato condannato per omicidio colposo. Azaria aveva giustiziato Al-Sharif 11 minuti dopo che era stato colpito ed era a terra: il soldato era stato inizialmente condannato per omicidio e solo per questo cacciato in fretta e furia dalla polizia militare israeliana.

Prevedibilmente la condanna di Azaria per omicidio colposo ha provocato una rivolta in tutto Israele ed ha portato una vasta gamma di dirigenti sociali e politici a solidarizzare con lui e a chiedere che venisse perdonato. Secondo il parlamentare della Knesset Yifat Shasha-Biton, fin da subito tutto questo caso è stato “radicalmente falsato”, mentre Netanyahu, dopo aver appreso della condanna di Azaria, ha rimarcato che si trattava di “un giorno difficile e penoso per tutti noi”. In tutto Israele si sono tenute proteste di massa che chiedevano il rilascio di Azaria; secondo stime della polizia, fino a 5.000 persone si sono riunite in piazza Rabin a Tel Aviv, con slogan come “morte agli arabi”.

Dal suo rilascio dalla prigione nel 2018 Azaria è diventato una celebrità in Israele, ha ricevuto un vasto appoggio popolare e nel 2019 è persino stato pagato per comparire sui manifesti della campagna politica del Likud insieme al viceministro della Difesa Ambientale Yaron Mazuz.

La crescente notorietà di Azaria si manifesta sullo sfondo di un sistema giudiziario in cui, per esempio, l’allora diciassettenne palestinese Ahed Tamimi è stata tenuta in una prigione militare per otto mesi per aver schiaffeggiato un soldato israeliano dopo che suo cugino era stato colpito alla testa con un proiettile ricoperto di gomma, mentre l’uccisione a sangue freddo di un palestinese comporta irrisorie condanne al carcere o, in molti casi, neppure quello. Ha scritto Allison Kaplan Sommer su Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.]: “Senza le immagini diventate virali nel Paese e in tutto il mondo… nessuno avrebbe conosciuto il suo (di Azaria) nome.”

La schiacciante accusa di razzismo all’interno della società israeliana, esemplificata dai diffusissimi appelli a rilasciare l’assassino della famiglia Dawabsheh e la mancata punizione garantita ai soldati che uccidono palestinesi, probabilmente sorprende quanti sono ancora assorbiti dal mito di un Israele egualitario e democratico. Fungono da campanello d’allarme che obbliga le persone ragionevoli a prendere in considerazione la situazione della società israeliana nel 2020, che è così diversa dall’immagine promossa dai suoi apologeti. Lontano dal contratto sociale tracciato dalla sua dichiarazione di fondazione, Israele è diventato un luogo in cui persino l’omicida condannato di un piccolo bambino di 18 mesi e dei suoi genitori è difeso in modo veemente e sostenuto finanziariamente in modo palese e, per eterna vergogna di Israele, entusiastico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli ebrei USA stanno dalla parte di Black Lives. Perché non facciamo altrettanto con i palestinesi?

Oren Kroll-Zeldin

4 giugno 2020 – +972

Non denunciando apertamente l’uccisione di palestinesi come Iyad al-Allaq le associazioni di ebrei americani stanno svalutando la nostra presa di posizione contro la violenza di Stato in patria.

George Floyd e Iyad al-Hallaq non si sono mai incontrati. Vivevano a circa 6.000 km di distanza uno dall’altro in mondi completamente diversi. Ma un unico tragico destino, determinato dalla violenza dello Stato, unisce per sempre questi due uomini: Floyd, un nero disarmato, è stato ucciso dalla polizia a Minneapolis e la stessa settimana Hallaq, un palestinese disarmato affetto da autismo, è stato ucciso dalla polizia israeliana a Gerusalemme.

Una settimana dopo la sua uccisione, che ha provocato massicce proteste in tutti gli USA e nel resto del mondo a favore della giustizia razziale e per la fine delle brutalità della polizia, George Floyd è diventato famoso. Egli si è aggiunto a una lista troppo lunga di nomi che includono Breonna Taylor, Ahmaud Arbery, Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice, Philando Castile, Oscar Grant e un numero infinito di neri americani, donne e uomini, uccisi dalla polizia.

Durante la scorsa settimana ho visto appelli di molte associazioni e dirigenti ebrei americani che chiedono alla propria comunità di familiarizzare con quei nomi e di unirsi alla lotta per la giustizia razziale. Queste azioni sono lodevoli e necessarie – in quanto ebrei dobbiamo partecipare attivamente a questi movimenti sociali sempre importanti e opportuni.

Eppure c’è un problema eclatante nel modo in cui molte importanti organizzazioni di ebrei americani stanno rispondendo a questo momento cruciale: non hanno applicato lo stesso approccio basato sui valori ai diritti dei palestinesi e alla violenza di Stato israeliana come fanno con la violenza poliziesca negli USA. A causa di questa incoerenza le risposte di molte associazioni ebraiche agli attuali avvenimenti negli USA sembrano nella migliore delle ipotesi vuote, nel peggiore opportuniste.

Non lo dico per sminuire l’appoggio ebraico al Movimento per la Vita dei Neri o per screditare la partecipazione degli ebrei alle attuali proteste. Non sto neppure mettendo sullo stesso piano la situazione dei neri negli Stati Uniti con quella dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana: sono contesti diversi dal punto di vista storico, politico, giuridico e culturale.

Tuttavia, date le loro terribili somiglianze e dato che la comunità ebraica americana è profondamente coinvolta in entrambi i Paesi, il silenzio delle organizzazioni ebraiche nei confronti della violenza di Stato israeliana parla da sé. Non schierandoci in modo inequivocabile a favore dei diritti dei palestinesi quando sono sottoposti a tali uccisioni extragiudiziarie stiamo svilendo la posizione della nostra comunità contro simili atti di violenza negli Stati Uniti.

Perché non c’è stata nessuna indignazione da parte dei dirigenti della comunità ebraica dopo che la polizia israeliana ha ucciso Iyad al-Hallaq? Perché nel 2016 i dirigenti della comunità ebraica non hanno alzato la voce dopo che Abdel Fattah al-Shafir, inerme dopo aver tentato di accoltellare un soldato israeliano, è stato giustiziato a bruciapelo da Elor Azaria, nonostante al-Shafir non rappresentasse una minaccia per i soldati? Perché è più probabile che ricordino il nome del soldato e non quello dell’uomo che ha ucciso?

E qual è stata la risposta due anni fa quando un cecchino dell’esercito israeliano ha colpito e ucciso Razan al-Najjar, l’infermiera volontaria palestinese di 21 anni assassinata durante la Grande Marcia del Ritorno di Gaza mentre stava curando un manifestante ferito? Perché la comunità ebraica ha risposto con indignazione quando la piattaforma politica del Movement for Black Lives [Movimento per le Vite dei Neri] ha incluso parole di solidarietà nei confronti dei palestinesi?

Quel silenzio di molte organizzazioni ebraiche americane è ora più che mai assordante. Per molti questa dissonanza rende più difficile prendere sul serio l’impegno degli ebrei per una giustizia razziale negli USA, mentre lo stesso gruppo lavora strenuamente per sostenere sistemi di oppressione simili in Palestina-Israele.

Il fatto che molti dipartimenti di polizia degli USA si addestrino con poliziotti israeliani rende ancora più sconvolgente il rifiuto di denunciare gli abusi nei confronti dei palestinesi. Secondo Amnesty International organizzazioni ebraiche come l’ Anti-Defamation League [Lega contro la Diffamazione, una delle principali organizzazioni della lobby filo-israeliana negli USA, ndtr.], l’American Jewish Committee [Comitato Ebraico Americano, una delle più antiche organizzazioni di difesa degli ebrei negli USA, ndtr.] e il Jewish Institute for National Security Affairs [gruppo di studio filo-israeliano con sede a Washington, ndtr.] hanno persino finanziato questi corsi di addestramento.

Quando la polizia negli USA e in Israele uccide persone disarmate nella stessa settimana dovremmo sentire le comunità e associazioni ebraiche esprimere lo stesso sdegno a favore della giustizia in entrambi i luoghi. Ma la triste verità è che non lo fanno.

Quindi sfido gli ebrei americani a chiedersi: come vi sentite riguardo al personale israeliano che addestra poliziotti americani? Se a questo riguardo qualcosa vi irrita, come si spiega ciò? Ne sapete qualcosa della campagna “Scambio letale” che intende porre fine alla collaborazione tra polizie degli USA e di Israele? La campagna vi scandalizza perché fa parte di Jewish Voice for Peace [organizzazione antisionista degli ebrei USA, ndtr.], che appoggia apertamente il BDS? Fin dove arriva il vostro impegno per la giustizia?

In definitiva essere un alleato si basa sull’impegno politico condiviso e sul rifiuto risoluto di accettare l’ingiustizia in ogni contesto. Ai dirigenti della comunità ebraica piace citare Martin Luther King, che com’è noto scrisse nella sua “Lettera dalla prigione di Birmingham” che “l’ingiustizia ovunque è una minaccia alla giustizia ovunque”. Per essere sinceri alleati nella lotta contro la disuguaglianza razziale noi ebrei dobbiamo portare avanti questa lotta sia negli Stati Uniti che in Israele e far leva sulla nostra influenza e sul nostro privilegio in entrambi i luoghi.

Il silenzio cui assistiamo oggi non è solo complicità, ma anche un tradimento dei valori ebraici e della ricca tradizione della partecipazione degli ebrei ai movimenti sociali. Dobbiamo unirci al Movimento per le Vite dei Neri e ad altri gruppi guidati dai neri e appoggiare attivamente le proteste nelle nostre strade. Ed è fondamentale che ci esprimiamo con lo stesso zelo e con la stessa giusta indignazione contro la violenza dello Stato israeliano e a favore della giustizia per i palestinesi.

Gli assassinii di George Floyd e di Iyad al-Hallaq dovrebbero essere di monito perché la natura interconnessa delle loro morti la raffiguri come la nostra lotta. Se siamo impegnati nella giustizia per tutti, allora dobbiamo rifiutare di sostenere i sistemi razzisti e disuguali che le rendono possibili.

Oren Kroll-Zeldin è il vicedirettore del Swig Program in Jewish Studies and Social Justice [Programma Swig per gli Studi Ebraici e la Giustizia Sociale] all’ università di San Francisco, dove è anche assistente nel dipartimento di Teologia e Studi religiosi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché Israele festeggia i suoi terroristi: Ben Uliel e l’assassinio della famiglia Dawabsheh

Ramzy Baroud

22 maggio 2020 – Middle East Monitor

I media israeliani e gli apologeti del sionismo in tutto il mondo sono impegnati a ripulire l’immagine di Israele gravemente danneggiata a livello mondiale utilizzando la rara condanna di un terrorista israeliano, Amiram Ben Uliel, che recentemente è stato ritenuto colpevole per l’uccisione della famiglia palestinese Dawabsheh, compreso un bambinetto di 18 mesi, nella cittadina di Duma, a sud di Nablus.

La condanna di Ben Uliel il 18 maggio da parte della corte israeliana composta da tre giudici è prevedibilmente acclamata da qualcuno come la prova che il sistema giudiziario israeliano è corretto e trasparente e che Israele non deve essere messo sotto inchiesta da soggetti esterni.

Il tempismo della decisione del tribunale israeliano nel condannare Ben Uliel per tre accuse di omicidio e due di tentato omicidio è stato particolarmente significativo, in quanto ha fatto seguito a una decisione della procuratrice generale della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, di proseguire l’indagine per crimini di guerra commessi nella Palestina occupata.

Visto come gli estremisti israeliani, soprattutto quelli che vivono illegalmente nella Cisgiordania occupata, sono governati attraverso un sistema separato, e molto più clemente del regime militare che governa i palestinesi, l’apparentemente netta condanna del terrorista israeliano merita un ulteriore esame.

Gli apologeti di Israele si sono affrettati a festeggiare il verdetto del tribunale fino al punto che lo stesso organo israeliano di intelligence interna, lo Shin Bet, noto per i suoi famigerati metodi di tortura dei prigionieri palestinesi, ha descritto la decisione come “un’importante pietra miliare nella lotta contro il terrorismo ebraico.” Altri hanno lavorato per scindere il macabro attacco di Ben Uliel dal resto della società israeliana, sottintendendo che l’uomo era un lupo solitario e non il risultato diretto del folle razzismo e dei discorsi violenti diretti contro palestinesi innocenti.

Nonostante la chiara condanna di Ben Uliel, il tribunale israeliano ha cercato di evidenziare che il terrorista israeliano ha agito da solo e non è membro di un’organizzazione terroristica. In base a questa logica il tribunale ha sostenuto che i giudici “non potrebbero scartare l’ipotesi che l’aggressione sia stata motivata dal desiderio di vendetta o razzismo senza che Ben-Uliel fosse effettivamente membro di un gruppo organizzato.”

Date le circostanze il verdetto è stato lo scenario più favorevole per l’immagine di Israele, in quanto assolve deliberatamente la massiccia rete terroristica che ha prodotto personaggi come Ben Uliel e l’esercito israeliano che protegge quotidianamente quegli stessi estremisti, mentre ripulisce la meritata pessima reputazione di Israele come una società violenta con un sistema giudiziario ingiusto.

Ma Ben Uliel non è affatto un lupo solitario.

Quando il terrorista israeliano, insieme ad altri aggressori mascherati, ha fatto irruzione nella casa di Sa’ad e Reham Dawabsheh alle 4 del mattino del 31 luglio 2015 era chiaramente impegnato a farsi un nome all’interno della società fervidamente razzista ed estremista che ha fatto dell’omicidio e della pulizia etnica dei palestinesi una missione divina.

Ben Uliel ha raggiunto in pieno i suoi obiettivi. Non solo ha ucciso Sa’ad e Reham, ma anche il loro figlio di 18 mesi, Ali. L’unico membro della famiglia sopravvissuto è stato Ahmed, di 4 anni, che è rimasto gravemente ustionato.

La morte della famiglia palestinese, in particolare del piccolo Ali, è diventata rapidamente fonte di gioia e di festeggiamenti tra gli estremisti ebrei. Nel dicembre 2015, sei mesi dopo l’uccisione della famiglia Dawabsheh, un video di 25 secondi diventato virale sulle reti sociali ha mostrato una folla di israeliani che festeggiava la morte di Ali.

Il video mostrava una “stanza piena di uomini con zuccotti bianchi che saltavano e danzavano, molti con i lunghi riccioli degli ebrei ortodossi. Alcuni di loro – ha riportato il New York Times – brandivano armi da fuoco e coltelli.”

“Due (degli israeliani che festeggiavano) appaiono mentre accoltellano pezzi di carta che hanno nelle mani, che la rete televisiva ha identificato come foto di un bambino di 18 mesi, Ali Dawabsheh.” Nonostante la polizia israeliana sostenga di avere in corso “indagini” sulla festa di odio, non c’è nessuna prova che qualcuno sia stato considerato responsabile della vera e propria celebrazione della violenza contro una famiglia innocente e un neonato. Di fatto i magistrati dello Stato di Israele hanno in seguito sostenuto di aver perso il video originale degli estremisti che ballavano.

La celebrazione del terrorismo israeliano è proseguita per anni senza tregua, fino al punto che il 19 giugno 2018 estremisti israeliani, minacciando il nonno di Ali mentre stava lasciando un tribunale israeliano, hanno apertamente gridato slogan osceni come “Dov’è Ali? Ali è morto,” “Ali è sulla griglia.”

L’efferata uccisione di Ali e della sua famiglia e il conseguente processo si sono aggiunti a una serie di altri avvenimenti che hanno chiaramente messo in discussione l’immagine creata con cura di Israele come una democrazia liberale. Il 24 marzo 2016 Elor Azaria ha ucciso a sangue freddo un palestinese, Fattah al-Sharif. Al-Sharif era stato lasciato a terra sanguinante privo di sensi dopo che, secondo quanto sostenuto dall’esercito israeliano, avrebbe cercato di accoltellare un soldato israeliano.

Azaria ha avuto una lieve condanna a 18 mesi, presto liberato tra festeggiamenti di massa come un eroe vittorioso. Importanti esponenti del governo israeliano, compreso il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno appoggiato l’assassino che ha agito a sangue freddo durante il processo. Non è affatto sorprendente che Azaria chieda di avere in futuro un ruolo importante nel governo israeliano.

I festeggiamenti per gli assassini e i terroristi come Ben Ulliel e Azaria non sono un fenomeno nuovo nella società israeliana. Baruch Goldstein, il terrorista israeliano che nel 1994 uccise molti fedeli palestinesi mentre erano inginocchiati in preghiera nella moschea Al-Ibrahimi di Al-Khalil (Hebron) ora è percepito come un moderno martire, un santo di proporzioni bibliche.

In questi casi, quando la natura del delitto è così terribilmente violenta, la cui gravità si impone ai mezzi di informazione internazionali, a Israele non rimane altra possibilità che utilizzare la condanna del “terrorismo ebraico” come un’opportunità per reinventare se stesso, il suo sistema “democratico”, i suoi procedimenti giudiziari “trasparenti”, e via di seguito. Nel contempo i media israeliani e i loro associati in tutto il mondo si danno da fare per descrivere lo “shock” e l’“indignazione” collettivi provati dagli israeliani “rispettosi della legge” e “amanti della pace”.

L’uccisione della famiglia Dawabshe, seppur uno dei numerosi atti di violenza perpetrati da estremisti ebrei e dall’esercito israeliano contro palestinesi innocenti, è un esempio perfettamente calzante.

In effetti un rapido sguardo ai dati e ai rapporti prodotti dalle Nazioni Unite indica che l’assassinio della famiglia palestinese da parte di coloni ebrei non è stato un’eccezione quanto la regola.

In un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le Questioni Umanitarie (OCHA) del giugno 2018 i ricercatori dell’ONU hanno parlato di un aumento esponenziale della violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi.

“Tra il gennaio e l’aprile 2018 l’OCHA ha documentato 84 incidenti attribuiti ai coloni israeliani che hanno provocato vittime palestinesi (27 casi) o danni a proprietà palestinesi (57),” afferma il rapporto. Questa tendenza prosegue, a volte con un aumento marcato, senza che nessuno ne debba rendere conto.

L’associazione israeliana per i diritti Yesh Din ha seguito la piccola percentuale di indagini sulle violenze dei coloni aperte dall’esercito e dalla polizia israeliani. L’associazione conclude che “su 185 inchieste aperte dagli investigatori tra il 2014 e il 2017 che sono arrivate a conclusione, solo 21, cioè l’11,4%, ha portato al procedimento penale contro i responsabili, mentre altre 164 denunce sono state chiuse senza un’imputazione.”

La ragione di ciò è semplice: le centinaia di migliaia di estremisti ebrei che sono stati trasferiti perché si insediassero stabilmente nei territori occupati, un atto che viola chiaramente il diritto internazionale, non operano al di fuori del paradigma colonialista disegnato dal governo israeliano. In qualche modo anche loro sono “soldati”, non solo perché sono armati e concordano i propri spostamenti con l’esercito israeliano, ma perché le loro colonie in continua espansione si trovano al centro dell’occupazione israeliana e del suo continuo processo di pulizia etnica.

Pertanto la violenza dei coloni ebrei come quella commessa da Ben Uliel non dovrebbe essere analizzata separatamente dalla violenza inflitta dall’esercito israeliano, ma vista all’interno del più vasto contesto della violenta ideologia sionista che governa la società israeliana nel suo complesso. Ne consegue che la violenza dei coloni può finire solo con la fine dell’occupazione militare in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza e con la fine dell’ideologia sionista razzista che diffonde odio, accoglie il razzismo e rende razionale l’assassinio.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un rapporto riservato dell’UE denuncia l’ ‘apartheid’ giuridico in Cisgiordania

El País

Gerusalemme – 1 febbraio 2019

I rappresentanti europei sostengono che Israele sottopone i palestinesi a una “sistematica discriminazione”

L’adolescente Ahed Tamimi, icona della resistenza palestinese, è stata condannata a otto mesi di carcere per aver schiaffeggiato nel 2017 un militare israeliano nella sua casa di Nabi Saleh, a nord di Ramallah, capitale amministrativa della Cisgiordania. Il soldato Elor Azaria è rimasto dietro le sbarre per 14 mesi dopo essere stato condannato da un consiglio di guerra per aver giustiziato un aggressore palestinese a terra gravemente ferito nella città di Hebron (sud della Cisgiordania) nel 2016. Dopo mezzo secolo di occupazione i rappresentanti diplomatici dei 28 Paesi dell’UE constatano la “sistematica discriminazione giuridica” di cui sono vittime i palestinesi in Cisgiordania. In un rapporto riservato rivolto ai responsabili del Servizio Esteri a Bruxelles e al quale “El País” ha avuto accesso, gli ambasciatori a Gerusalemme est e a Ramallah chiedono che Israele riformi la giustizia militare per “garantire un processo e una sentenza equi in base alle leggi internazionali.”

I diplomatici che firmano il documento rappresentano governi che spesso divergono apertamente in merito al conflitto israelo-palestinese, che però concordano nel descrivere il modo di funzionare concreto dell’occupazione israeliana in Cisgiordania come un “regime duale”. Benché non figuri nel testo l’espressione apartheid giuridico, il suo contenuto dà conto di una giustizia segregata. “Il rapporto è una cartografia della situazione dei diritti nella cosiddetta Area C, sotto totale controllo israeliano e che rappresenta il 60% del territorio occupato, con una serie di raccomandazioni rivolte a Bruxelles sostenute da tutti i capi missione,” precisa una fonte europea a Gerusalemme.

Ai palestinesi vengono applicati la legge marziale e i regolamenti stabiliti da un dipartimento del ministero della Difesa, e sono sottoposti ai tribunali militari di “Giudea e Samaria”, denominazione biblica coniata in Israele per definire il territorio della Cisgiordania. Questi organi esecutivi e giudiziari si basano anche su norme ereditate dai precedenti poteri coloniali o amministrativi. Ci sono ancora in vigore leggi ottomane (per esempio per confiscare terre palestinesi apparentemente non coltivate), britanniche (per operare detenzioni amministrative, senza imputazioni e a tempo indefinito, che ora colpiscono circa 440 prigionieri) e persino giordane, quelle dell’amministrazione presente sul territorio fino al 1967, quando Israele occupò i territori palestinesi dopo la guerra dei Sei Giorni. Secondo il rapporto annuale dei tribunali militari israeliani del 2011, l’ultimo disponibile, i palestinesi sottoposti a processo penale sotto l’occupazione hanno una percentuale di condanne del 99,74%.

Documento riservato

Questo documento riservato dell’UE, con data 31 luglio scorso e che deve ancora essere preso in considerazione a Bruxelles, esamima la “la realtà di un’occupazione quasi permanente.” In Cisgiordania più di 2,5 milioni di palestinesi si vedono “privati dei loro diritti civili fondamentali” e devono far fronte a “numerose restrizioni della loro libertà di movimento.” Oltretutto da cinquant’anni l’economia palestinese è soggetta a un “sostanziale sottosviluppo”.

I rappresentanti diplomatici europei concordano nel difendere la soluzione dei due Stati come il percorso migliore verso una pace regionale. Riconoscono anche di comune accordo che lo sforzo della UE per “il processo di creazione di istituzioni statali e di sviluppo di un’economia palestinese sostenibile,” come prevedono gli accordi di Oslo del 1993, è compromesso dalle limitazioni giuridiche descritte nel rapporto, che tra i suoi destinatari ha anche i governi dei 28 Stati membri.

I 400.000 coloni ebrei che si sono stabiliti in Cisgiordania sono sottoposti solo alle leggi israeliane, in base ad uno status personale ed extraterritoriale. I 300.000 palestinesi che risiedono nell’Area C devono rispondere a una legislazione penale molto più rigida. Un colono deve comparire davanti a un giudice civile israeliano entro 24 ore, mentre un palestinese può essere portato davanti a una corte militare fino a 96 ore dopo.

I palestinesi vengono discriminati anche in materia di libertà civili, come quella d’espressione e di riunione, o di diritti urbanistici di edificazione. Le riunioni di più di 10 persone devono avere il permesso del comandante militare, che di rado lo concede. La pena per aver violato il divieto arriva fino a 10 anni di carcere. “Anche la riunificazione familiare, in particolare quando uno dei membri della famiglia ha doppia cittadinanza, palestinese e di un Paese europeo, viene resa difficile dalle autorità israeliane,” sottolinea la fonte europea consultata.

Tra il 2010 e il 2014 è stato concesso solo l’1,5% delle richieste di licenza edilizia presentate dai palestinesi nell’Area C della Cisgiordania. Di conseguenza più di 12.000 costruzioni sono state demolite in quanto accusate di essere illegali dagli amministratori militari dell’occupazione. L’Ue ha finanziato direttamente 126 progetti urbanistici palestinesi nell’Area C, dei quali sono 5 sono stati approvati da Israele.

I palestinesi della Cisgiordania sono soggetti a meccanismi (legali) sui quali non hanno nessun diritto di rappresentanza”, puntualizza il documento riservato europeo, “dato che i militari israeliani sono un’entità esterna che risponde solo a un governo straniero.” Nel giugno dell’anno scorso circa 6.000 palestinesi (di cui 350 erano minorenni, come Ahed Tamini) si trovavano rinchiusi in carceri situate in territorio israeliano come “prigionieri per questioni di sicurezza”, chiamati così perché si tratta di casi di “violenza di origine nazionalista.”

Diplomatici a Gerusalemme e a Ramallah

Il rapporto dei diplomatici dell’UE a Gerusalemme e Ramallah ritiene che Israele violi la legislazione internazionale per il fatto di spostare prigionieri e detenuti fuori dalla Cisgiordania, e nel contempo rende difficile il diritto di visita dei familiari.

Per delitti identici commessi nello stesso territorio esistono due diversi parametri giuridici. Le inchieste della polizia israeliana del “distretto di Giudea e Samaria” portano ad accuse formali contro coloni ebrei sono nell’8% dei casi di attacchi contro palestinesi o danni alle loro proprietà.

Secondo il giornale [israeliano] “Haaretz” il numero di “delitti dovuti al nazionalismo” commessi da abitanti delle colonie contro i palestinesi in Cisgiordania è aumentato di tre volte l’anno scorso, quando si sono registrati 482 incidenti di questo tipo, rispetto al 2017, durante il quale se ne sono contati 140. Nei due anni precedenti si era determinata una riduzione di questi attacchi in seguito alle conseguenze prodotte nel 2015 dalla morte di un bambino di 18 mesi, bruciato vivo, e dei suoi genitori in seguito a un attacco a Duma, località che si trova a nordest di Ramallah. Due giovani coloni sono in attesa di giudizio per questo attentato incendiario.

Il presidente Abbas volta le spalle alla società civile palestinese

Il rapporto dei capi missione europei presso l’Autorità Nazionale Palestinese che si trovano a Gerusalemme e a Ramallah è critico anche nei confronti del governo del presidente Mahmoud Abbas, che riceve dalla UE aiuti finanziari essenziali per la sua sopravvivenza. La politicizzazione del sistema giudiziario, gli arresti arbitrari (anche di giornalisti), gli abusi e le torture nei centri di detenzione e l’uso sproporzionato della forza contro manifestanti pacifici, tra le altre azioni del governo palestinese, ricevono le critiche del rapporto diplomatico dell’Unione. Il rais Abbas non è sottoposto a controllo parlamentare ed emana leggi attraverso decreti su una società civile molto giovane, ma limitata dall’egemonia del dirigente ottuagenario.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele vuole agire con ancora maggiore impunità vietando di filmare i suoi soldati assassini

Asa Winstanley

31 agosto 2018, Middle East Monitor

Uno dei più noti criminali israeliani degli ultimi tempi dovrebbe essere Elor Azaria. Nel 2016 a Hebron il soldato israeliano ha ucciso un giovane palestinese che era a terra gravemente ferito e sanguinante. Abd Al-Fattah Yusri Al-Sharif era già stato ferito dopo essere stato accusato di aver cercato di attaccare un altro soldato che controllava un checkpoint. Hebron è una città palestinese in Cisgiordania, occupata illegalmente da Israele. Una vasta area della città ha una presenza militare israeliana più pesante delle altre, a causa del fatto di essere stata occupata da un gruppo dei coloni sionisti più estremisti.

Questi fanatici religiosi spesso maltrattano, sputano addosso ai palestinesi e li aggrediscono solo per il fatto di essere arabi in quella che essi sostengono essere una “città ebraica”. I coloni di Hebron sono in procinto di cercare di occuparla totalmente, di casa in casa. Per di più, sono difesi ed aiutati dall’esercito israeliano.

Di solito le famiglie palestinesi sono cacciate senza tante cerimonie. Se tentano di resistere anche nel modo più pacifico, i soldati israeliani li buttano a terra e spesso li uccidono con totale impunità.

In una situazione così intollerabile non c’è da stupirsi che qualche singolo giovane palestinese si prenda la responsabilità di lottare contro l’occupazione militare brutale e razzista. Il diritto alla resistenza armata all’occupazione e alla colonizzazione è sancito dalle leggi internazionali, da risoluzioni ONU e dall’etica. Quindi resistere è assolutamente legittimo. Ciò detto, le accuse israeliane di “attacchi all’arma bianca” contro i suoi soldati a volte sono inventati. C’è almeno un caso ben documentato di soldati che hanno messo un coltello sul corpo di un palestinese che avevano già ucciso.

Nel video dell’uccisione di Abd Al-Fattah Yusri Al-Sharif da parte di Azaria si può vedere il religioso fascista Baruch Marzel [dirigente di gruppi di estrema destra religiosa, tra cui il partito Kach, messo fuorilegge per terrorismo in Israele e negli USA, ndtr.] che stringe la mano all’assassino. Il filmato è stato ripreso da un volontario palestinese di un’organizzazione per i diritti umani. Mostra chiaramente che né Azaria né alcun altro soldato con lui erano in pericolo al momento dell’uccisione. Si vede Azaria che chiede tranquillamente ordini al suo superiore prima di prendere in modo assolutamente deliberato la mira e sparare in testa ad Al-Sharif.

Il video è diventato virale sulle reti sociali e il mondo è rimasto scioccato di vedere la crudele e brutale situazione dell’occupazione israeliana. In Israele, tuttavia, Azaria è stato acclamato come eroe nazionale.

Ciononostante, in seguito a pressioni internazionali, egli è stato giudicato, riconosciuto colpevole di – incredibilmente – “omicidio colposo” e condannato solo a 18 mesi di carcere, di cui ne ha scontati 9 simbolici. Significativamente questa è stata più o meno la stessa condanna che l’eroina disarmata della resistenza palestinese Ahed Tamimi ha scontato per aver schiaffeggiato un soldato israeliano che era entrato in casa sua il giorno in cui un suo parente era stato colpito alla testa da un altro membro delle forze armate israeliane. Nell’Israele dell’apartheid, le vite dei palestinesi non valgono niente.

Azaria è stato liberato dalla prigione all’inizio di maggio, e recentemente si è sfacciatamente vantato sui media israeliani che avrebbe di nuovo fatto la stessa cosa. Ha ribadito di “non avere rimorso” per quello che ha fatto. La triste verità è che quello che è successo a Hebron in quel fatale giorno non era niente di straordinario. Al contrario, durante il processo ad Azaria il dirigente di una delle milizie dei coloni ha testimoniato che si tratta della procedura standard. Molti assassinii simili di palestinesi– spesso giovani – in Cisgiordania sono stati documentati e nessuno è stato chiamato a risponderne. L’unico aspetto inusuale del caso di Azaria è che sia stato ripreso dalla videocamera di un coraggioso operatore sul campo palestinese per “B’Tselem”, l’associazione israeliana per i diritti umani.

In seguito a ciò, il volontario ha ricevuto gravi e credibili minacce di morte da coloni israeliani. E ora, invece di rendere responsabili i suoi soldati assassini, la cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente” sta progettando di evitare che si ripeta l’imbarazzo provocato dal fatto che i suoi crimini vengano resi pubblici: Israele sta per vietare a chiunque di filmare i suoi soldati. Come specificato in un articolo di informazione politica del centro palestinese per le libertà in internet “7amleh” (Hamleh sta per “campagna” in arabo), una legge che attualmente sta seguendo il suo iter alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] “punirebbe il fatto di filmare o fotografare l’esercito israeliano nel corso delle sue attività e proibirebbe la diffusione di foto o video che critichino l’esercito israeliano sulle reti sociali e sui principali mezzi di comunicazione.”

Il ministro israeliano della Difesa, l’estremista di destra Avigdor Lieberman [del partito ultranazionalista “Israele casa nostra”, ndtr.], è il promotore della legge. Il razzista antiarabo ha definito il fatto di filmare i suoi soldati un “fenomeno preoccupante” a cui Israele ha assistito per molti anni.

Quello che ciò realmente significa è che Israele vuole la libertà di torturare, mutilare, imprigionare e uccidere palestinesi con totale impunità e nel completo silenzio, senza neppure il minimo sussurro di inefficace “condanna” da parte dei suoi alleati nell’UE e negli USA. Il resto del mondo non può condannare quello che non vede.

La legge è parte di una serie di leggi israeliane simili denunciate da “7amleh”, che ridurranno la libertà su internet. Ciò include la proposta di istituire una nuova “Direzione Nazionale Informatica” che darà al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il potere di ordinare – senza nessuna supervisione giudiziaria – di violare computer e telefoni di chiunque egli ritenga una “minaccia per la sicurezza informatica di Israele.”

Considerando che attualmente Israele sostiene che l’attivismo popolare non violento per i diritti dei palestinesi in tutto il mondo costituisca “una minaccia strategica del massimo livello,” è tempo che i governi occidentali smettano di assecondare la fantasia che lo Stato [di Israele] sia una democrazia di qualunque genere. Devono far fronte alla minaccia che Israele rappresenta, non solo per i palestinesi, ma anche per ogni singolo individuo e istituzione al mondo, compresi i governi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Questa è la giustizia per chi uccide palestinesi

Yael Marom

22 marzo 2018, +972 Magazine

Ahed Tamimi è stata condannata a otto mesi di reclusione per avere schiaffeggiato un soldato. Il colonnello Israel Shomer, che ha sparato a un adolescente palestinese tre colpi alla schiena non ha passato neanche un giorno in prigione.

Fin da quando è stata arrestata in piena notte alla fine dello scorso dicembre, la diciassettenne Ahed Tamimi è stata tenuta in una prigione israeliana. Mercoledì Tamimi ha firmato un patteggiamento con il tribunale militare israeliano e sconterà otto mesi di prigione, compresi i tre mesi già passati in carcere. Anche sua madre, Nariman, e sua cugina, Nur, hanno firmato un patteggiamento. Nariman sconterà otto mesi e Nur è stata condannata ad una detenzione che corrisponde al tempo già passato in prigione.

Il sistema giudiziario militare israeliano utilizza spesso il sistema del patteggiamento. Circa il 70% delle condanne di minori nei tribunali militari israeliani si conclude con un patteggiamento, portando la percentuale totale dei minori condannati nei tribunali militari a uno sconcertante 95%. Per gli adolescenti palestinesi è evidente che se firmano un patteggiamento ci sono molte probabilità di tornare a casa dalle loro famiglie e dai loro amici più rapidamente che se insistono a voler andare a processo – anche quando hanno qualche possibilità di vincere. Spesso le cause penali possono persino durare più a lungo della pena a cui verrebbero condannati con un patteggiamento.

Nel caso della famiglia Tamimi, si potrebbe supporre che avessero ben chiaro che ciò che era iniziato come un “processo spettacolare” sarebbe prima o poi finito con la prigione. Quindi il cammino verso il patteggiamento era già stato aperto. L’insistenza del tribunale militare nel tenere il processo ad Ahed a porte chiuse, in modo che rimanesse nascosto al pubblico, non ha lasciato alla famiglia alcuna ragione per confidare neppure in quel poco di giustizia che l’occupante avrebbe potuto garantire.

La condanna di Ahed a otto mesi giunge in un momento particolare. È sufficiente che una ragazzina palestinese umili un soldato israeliano perché tutto il sistema venga coinvolto per garantire che lei e i suoi familiari finiscano in galera. Eppure non è mai capitato che un soldato sia stato giudicato per aver spintonato o insultato un palestinese.

Ma andiamo anche oltre nel confronto – per averlo ucciso.

Proprio questa settimana la commissione per la libertà condizionata dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha deciso di ridurre di un terzo la condanna di Elor Azaria, che in precedenza era già stata ridotta dal capo di stato maggiore dell’IDF. Al momento è stato rilasciato, e sconterà un totale di 9 mesi in prigione. Azaria non ha schiaffeggiato nessuno, ma ha sparato ed ucciso Abedel Fattah Sharif, un palestinese colpito e ferito a terra, che non rappresentava un pericolo per nessuno, dopo che, pochi minuti prima, aveva aggredito un soldato con un coltello nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron. Se non ci fosse stato sul posto un volontario di B’Tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndt.] a riprendere la scena in un video, Azaria sarebbe stato acclamato come un eroe che “ha neutralizzato un terrorista”.

Oppure, che dire del caso di Amir Awad, un adolescente palestinese che nel 2013 è stato colpito alla schiena da due soldati dell’IDF durante una protesta nel villaggio cisgiordano di Budrus? I soldati spararono otto proiettili nella schiena di Awad, uccidendo il sedicenne mentre cercava di scappare. In seguito a un’inchiesta fasulla i due soldati sono stati processati per uso incauto e negligente di un’arma da fuoco, eppure i loro legali non hanno accettato un patteggiamento della pena a tre mesi di servizi sociali. Durante un’udienza tenutasi la scorsa settimana, gli avvocati hanno presentato alla corte dati dell’esercito che mostrano come negli ultimi sette anni su 114 casi in cui dei soldati hanno sparato ed ucciso palestinesi sono stati presentati solo 4 atti di accusa. Ora il pubblico ministero sta prendendo in considerazione di ritirare tutti i capi d’imputazione.

Come se non bastasse, c’è il caso del colonnello Israel Shomer. Nel luglio 2015 Shomer, che all’epoca era comandante di brigata in Cisgiordania, ha sparato e ucciso il diciassettenne Muhammad al-Kasba. L’adolescente aveva lanciato pietre contro la jeep blindata di Shomer, dopodiché l’ufficiale è uscito dalla vettura e, insieme ad un altro soldato, si è messo ad inseguirlo. A un certo punto Shomer ha aperto il fuoco. Due proiettili hanno colpito il ragazzo alla schiena e un altro alla testa. Shomer non era in pericolo; forse voleva solo impartire una lezione al ragazzo. Un anno dopo l’accaduto il pubblico ministero militare ha chiuso il caso ed ha deciso che Shomer non sarebbe stato processato.

Le donne della famiglia Tamimi, che hanno osato resistere solo con pugni e parole ai soldati occupanti nel loro cortile, rimarranno in carcere per un tempo più lungo di Shomer, dei soldati che hanno ucciso Samir Awad e solo poco meno tempo di Elor Azaria. Questa è la giustizia del regime giudiziario dell’occupazione.

Yael Marom è gestore per il coinvolgimento del pubblico di “Just Vision” [organizzazione no profit che si occupa dei movimenti di base contrari all’occupazione israeliana, con sedi a Gerusalemme est e negli USA, ndt.] in Israele e co-redattore di “Local Call” [sito israeliano indipendente di informazione in ebraico, ndt.], su cui questo articolo è stato originariamente pubblicato in ebraico.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il soldato medico assassino israeliano “ha sofferto molto” – per cui una condanna breve è stata ridotta di quattro mesi

Jonathan Ofir

28 settembre 2017, Mondoweiss

Elor Azarya ha “sofferto molto”, ha detto un portavoce dell’esercito israeliano, annunciando la decisione del capo di stato maggiore Gadi Eisenkot di ridurre di 4 mesi la già mite condanna a 18 mesi del soldato medico per aver ucciso con una pallottola in testa a bruciapelo un presunto aggressore palestinese ferito ed immobile in una strada di Hebron nel 2016.

Non c’è fine alla vittimizzazione ebraica. Dopotutto egli è “figlio di tutti noi”, ha fatto eco una dichiarazione di Netanyahu.

Azarya ha appena iniziato a scontare la sua condanna lo scorso mese, e la scorsa settimana ha avuto un permesso per “Rosh Hashanah”, il capodanno ebraico – un’iniziativa inusuale dopo un periodo così breve di detenzione. Come ha notato Israel National News [rete informativa del movimento sionista religioso, ndt.], “ai soldati in genere vengono concesse licenze dal carcere solo dopo aver scontato un terzo della pena”.

L’avvocato di Azarya Yoram Sheftel è speranzoso:

Speriamo che questo sia una rondine che preannuncia la primavera e un rilevante alleggerimento della pena dell’esercito,” ha detto.

Ma la stagione delle feste ebraiche non è finita. Lo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, è domani, e il capo di stato maggiore ha forse sentito di dover espiare per i suoi peccati, in quanto in un primo tempo aveva detto che Azarya “aveva sbagliato” e poi che Azarya non era “figlio di tutti noi”.

Che traditore! Intendo dire, politici di destra e di sinistra (compresa Shelly Yachimovitch del partito Laburista) si sono messi in fila per chiedere la grazia per Azarya subito dopo il verdetto (ancor prima che la condanna venisse pronunciata).

Perciò Eisonkot ha dato ad Azarya un tardivo regalo per “Rosh Hashanah”, forse un precoce perdono per lo “Yom Kippur”. Eisenkot ha persino specificato che il fatto che Azarya non abbia manifestato pentimento per aver ucciso l’aggressore, Abdel Fattah al-Sharif, ha influenzato la sua decisione. Cioè – se egli si fosse detto pentito, gli avrebbe concesso di più.

Ma come i bambini viziati, che ricevono regali anche se si comportano male, Azarya doveva semplicemente ricevere fin d’ora questo regalo – ma lui viene “punito” con un regalo più piccolo di quello che altrimenti avrebbe ottenuto se almeno avesse “espresso pentimento”.

Non è che l’inizio. Su Haaretz Amos Harel ha calcolato:

Supponendo che ad Azaria venga annullato un terzo della condanna per buona condotta, potrebbe essere già rilasciato il 30 marzo 2018. Altrimenti dovrebbe scontrare la pena fino al 30 settembre del prossimo anno.”

Cioè, nel peggiore dei casi, Azarya sarà libero entro la fine della festa di “Sukkot” (la festa dei tabernacoli), che segue lo Yom Kippur, del prossimo anno. Ma ci sono buone possibilità che sia in realtà libero prima della prossima Pasqua, come una “rondine che preannuncia l’arrivo della primavera”, come l’ha descritto l’avvocato Sheftel.

Suppongo che allora aggiungeranno qualcosa nell’ “Haggadah” (la lettura tradizionale) della Pasqua, in cui, oltre alla commemorazione della liberazione dalla prigionia egiziana, si potrà festeggiare la liberazione di Elor Azarya dalla prigione. Perché abbiamo tutti “sofferto molto”, e Azarya sta “pagando per tutti noi”.

(traduzione di Amedeo Rossi)