All’ombra della guerra con l’Iran Israele trova un altro modo per punire Gaza

Ohood Nassar, Gaza

1 marzo 2026 – Aljazeera

La repressione delle attività delle ONG e il blocco degli aiuti causato dalla chiusura dei valichi di frontiera costituiscono un’altra punizione collettiva

Quando Israele e gli Stati Uniti hanno sferrato l’attacco all’Iran i palestinesi nella Striscia di Gaza hanno iniziato a essere presi dal panico.

Si sono ricordati di come nel passato i valichi fossero stati chiusi causando carestie e si sono precipitati nei mercati per acquistare tutto ciò che potevano. A causa di ciò i prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle. Ben presto è giunta la notizia della chiusura dei valichi di frontiera.

Tutto questo è accaduto proprio mentre scadeva il periodo di tolleranza concesso da Israele a 37 ONG prima del loro ritiro da Gaza per non aver soddisfatto i requisiti di registrazione. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere (noto anche con l’acronimo francese MSF), Medical Aid for Palestinians UK, Handicap International – Humanity & Inclusion, ActionAid, CARE, ecc. avrebbero dovuto smettere di operare a Gaza.

All’ultimo momento una sentenza della Corte Suprema israeliana ha permesso alle ONG di continuare ad operare nell’attesa che venga esaminato il loro ricorso contro il divieto. Ma nonostante la decisione queste organizzazioni non possono continuare a funzionare pienamente. Questo perché l’occupazione israeliana continua a impedire l’ingresso dei loro rifornimenti e del personale straniero a Gaza.

Secondo queste ONG esse insieme sono responsabili della metà delle distribuzioni alimentari nella Striscia e del 60% dei servizi forniti negli ospedali da campo.

Per molte famiglie a Gaza questo significa fame, perché i pacchi alimentari non verranno distribuiti e i mezzi di sussistenza andranno persi.

Sappiamo che non è che le ONG non rispettino le nuove regole di registrazione, così come la chiusura dei valichi di frontiera non è una questione di sicurezza. Si tratta dell’imposizione di un’ennesima forma di punizione collettiva ai palestinesi.

Anche se la Corte Suprema si pronunciasse miracolosamente contro il divieto imposto alle ONG, l’occupazione israeliana troverebbe comunque un altro modo per cacciare queste organizzazioni straniere da Gaza. Ciò è stato reso chiaro questo mese, quando è stato rivelato che World Central Kitchen, che gestisce decine di mense popolari in tutta la Striscia e che non è nella lista delle espulsioni, potrebbe sospendere le sue attività.

Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza ciò è avvenuto perché Israele ha bloccato l’ingresso della maggior parte dei camion di rifornimento dell’organizzazione. Di conseguenza non ci sono abbastanza rifornimenti per continuare a cucinare. World Central Kitchen aveva precedentemente affermato di servire 1 milione di pasti al giorno.

Quindi ora nel mezzo della guerra con l’Iran, che potrebbe durare settimane o mesi, centinaia di migliaia di famiglie non avranno più cibo a sufficienza.

Tutto questo si aggiunge alla continua guerra di Israele contro l’UNRWA. Fin dalla sua creazione alla fine del 1949 l’agenzia delle Nazioni Unite è stata la spina dorsale del sostegno internazionale ai rifugiati palestinesi. Ha la maggiore capacità di risposta alle emergenze e la più ampia gamma di servizi offerti. Eppure, Israele ne ha vietato le operazioni e ha bloccato l’ingresso dei suoi rifornimenti nella Striscia.

Attraverso un’incessante attività di lobbying Israele è riuscita a ottenere tagli sostanziali al bilancio dell’UNRWA. Di conseguenza, il mese scorso 600 dipendenti sono stati licenziati. Gli stipendi dei restanti sono stati ridotti del 20%.

Il divieto imposto alle ONG probabilmente comporterà anche la perdita del lavoro per migliaia di persone. E questo in un momento in cui la disoccupazione a Gaza ha superato l’80%.

Anche la mia famiglia ne soffrirà. In passato, abbiamo beneficiato di aiuti alimentari e di beni di prima necessità da parte delle ONG, e mio fratello è riuscito a trovare un lavoro temporaneo come autista per una di esse.

La possibile chiusura delle organizzazioni internazionali rappresenta una minaccia diretta per la vita di centinaia di migliaia di civili che dipendono da loro per i servizi e l’impiego. La chiusura dei valichi di frontiera potrebbe significare un’altra crisi alimentare.

Si tratta di una forma di punizione collettiva che ancora una volta non farà notizia. Israele è costantemente alla ricerca di nuovi modi per rendere le nostre vite sempre più insopportabili, ancora più impossibili nella nostra patria devastata.

Due anni e mezzo di genocidio israeliano hanno distrutto ospedali, scuole, università, strade, reti fognarie e di acqua potabile, impianti di trattamento delle acque, la rete elettrica e innumerevoli generatori e pannelli solari.

La stragrande maggioranza della popolazione vive vite primitive in tende o rifugi di fortuna che non possono proteggere le persone dal caldo o dal freddo estremi.

L’acqua è contaminata, il cibo è insufficiente, la terra è stata distrutta e avvelenata.

Ora saremo privati ​​di quel poco di sostegno internazionale che abbiamo ricevuto.

E qual è l’obiettivo di tutto questo? Spingerci sempre più vicini alla disperazione e alla resa definitiva, farci desiderare di lasciare la nostra patria da soli. Una pulizia etnica col generale beneplacito.

Tutte le organizzazioni che Israele sta cercando di bandire sono straniere. La maggior parte di esse ha sede in paesi occidentali. Eppure i governi occidentali non hanno quasi mai condannato le azioni intraprese da Israele contro le proprie organizzazioni. Non c’è stata indignazione per il fatto che l’occupazione stia cercando di distruggere le forniture umanitarie internazionali per avere il controllo totale sulla distribuzione degli aiuti.

La punizione collettiva è una violazione del diritto internazionale. Gli Stati sono obbligati ad andare oltre le condanne verbali e ad agire imponendo sanzioni. Finché ciò non accadrà noi a Gaza continueremo a essere sottoposti ad atti di punizione collettiva sempre più brutali da parte dei nostri occupanti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Scrittrice residente a Gaza, Ohood Nassar è una giornalista e insegnante di Gaza. Ha scritto per We Are Not Numbers, New Arab, Institute for Palestine Studies, Electronic Intifada e Prism.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La guerra a Gaza: come Israele ha ucciso i palestinesi in attesa dei camion alimentari nel nord di Gaza

Corrispondente di MEE nel nord di Gaza, Palestina occupata

15 gennaio 2024 – Middle East Eye

L11 gennaio carri armati e droni israeliani hanno aperto il fuoco sui palestinesi in attesa dei camion alimentari in via Al-Rasheed, uccidendo e ferendo decine di civili.

Per i palestinesi sfollati avrebbe dovuto costituire una zona dove ottenere le forniture di cibo di cui nel nord di Gaza hanno disperatamente bisogno.

Ma testimoni oculari hanno raccontato a Middle East Eye come l’11 gennaio una grande folla in attesa di un camion carico di cibo in via al-Rasheed sia stata colpita dal fuoco dell’esercito israeliano, con decine di morti e feriti nell’attacco.

L’esercito israeliano ha bombardato la folla con il fuoco dei carri armati e dei droni. Muhammad Al-Salim, 27 anni, ha assistito al massacro e ha raccontato a Middle East Eye di aver visto decine di corpi sparsi lungo la strada.

“Alle 9 del mattino io e i miei due cugini siamo andati in via Al-Rasheed dopo che i nostri vicini ci avevano detto che stavano per passare camion che trasportavano farina”, ricorda.

Siamo arrivati lì alle 10 perché la maggior parte delle strade erano distrutte e piene di macerie, quindi le macchine non potevano passare.

Quando siamo arrivati cerano già centinaia di persone che aspettavano.

Mentre attraversavamo la rotonda di Nabulsi un carro armato dellesercito israeliano è apparso da dietro una collina di sabbia e ha iniziato a sparare a caso sulla gente.

Contemporaneamente i droni hanno iniziato ad attaccare noi e le centinaia di persone, compresi i bambini, che ci circondavano”.

Salim dice di aver visto due ragazze davanti a lui colpite da proiettili e le persone in prima fila uccise dal fuoco dei carri armati e droni.

Aggiunge di aver visto più di 50 morti e feriti, con centinaia di persone tra la folla che fuggivano nelle stradine adiacenti Al-Rasheed per evitare la pioggia di proiettili e granate.

Nonostante l’eccidio Salim è tornato sul posto insieme ad altre decine di persone quando intorno alle 11,30 sono arrivati finalmente i camion degli aiuti.

Ha visto sei camion in totale: quattro trasportavano farina e prodotti in scatola mentre gli altri due trasportavano medicinali.

Come noi, nonostante fossero feriti e fossimo circondati dai cadaveri, molte persone sono tornate per aspettare i camion. Cercavano di bloccarli per assicurarsi di poter portare del cibo alle proprie famiglie”, racconta, aggiungendo: “Ho visto due ragazze correre accanto al camion per prendere un po’ di farina; correvano davvero veloci ma sono state travolte. Sono morte subito.

La scena era spaventosa

Il racconto di Salim è confermato anche da altri testimoni, tra cui Ahmed Abed, 27 anni.

La mattina dell’11 gennaio alle 7:30 Abed e suo fratello si sono diretti con un gruppo di giovani in via Al-Rasheed dopo aver sentito che lì avrebbero potuto comprare della farina.

Sapeva che sarebbe stato rischioso, ma i camion che trasportano il cibo sono convenienti rispetto alla farina di provenienza locale.

Come per Salim, quando Ahmed ha raggiunto la rotonda di Nabulsi, il suo viaggio ha preso una brutta piega.

Dopo aver raggiunto il punto di riferimento vicino alla costa di Gaza si è unito a un folto gruppo di persone che ha pensato si stessero dirigendo verso i camion degli aiuti.

“All’improvviso e senza alcuna provocazione o avvertimento sono iniziati degli spari dal luogo in cui avrebbero dovuto arrivare gli aiuti e i camion con la farina”, ricorda, aggiungendo: “Contemporaneamente sopra di noi sono apparsi dei droni che hanno iniziato a spararci indistintamente.

“Le scene erano terrificanti: ho visto persone colpite da colpi di arma da fuoco cadere uccise accanto a me.”

Abed dice che poteva sentire i proiettili sfiorarlo e persino schiantarsi a terra vicino a lui.

Si è diretto verso le rovine delle case lungo via Al-Rasheed correndo veloce attraverso cumuli di macerie, incapace di pensare ad altro che a sfuggire ai proiettili.

“Ero così spaventato che mi sono dimenticato di mio fratello e dei ragazzi che erano con me.”

Dopo aver proseguito per qualche centinaio di metri è riuscito a riunirsi con alcuni dei suoi amici e a tornare nel suo quartiere.

Suo padre stava aspettando con ansia il suo ritorno insieme ad altre persone della comunità.

Due componenti del gruppo di Abed sono rimasti gravemente feriti: uno di loro è stato colpito al collo e un altro alla mano.

Cercavamo farina”, dice Abed. Non tornerò mai più a prendere la farina, anche se morissi di fame”.

“La sparatoria è iniziata all’improvviso”

Per la popolazione di Gaza la fame è ormai una realtà quotidiana e, sebbene nessuna parte del territorio assediato sia al sicuro dagli attacchi israeliani, per la popolazione del nord la minaccia è più pervasiva.

Vivendo tra le macerie e con una dieta insufficiente la scelta che devono affrontare è se restare nei loro rifugi sperando che il cibo duri il più a lungo possibile o rischiare la morte avventurandosi alla ricerca dei camion degli aiuti.

Mahmoud Hamdi, 33 anni, vive con la moglie e quattro figli a Gaza City e da quando è iniziata la guerra si sono uniti a loro i genitori di Hamdi e il fratello con la sua famiglia di tre persone, perché le loro case sono state distrutte.

Facciamo un pasto al giorno, principalmente riso o lenticchie, così possiamo far durare il cibo disponibile”, ha detto a Middle East Eye.

Quando ha saputo che l’11 gennaio i camion degli aiuti sarebbero arrivati vicino a via Al-Rasheed ha deciso di intraprendere il percorso nella speranza di ottenere delle scorte di cibo.

“Sapevo che la strada poteva essere pericolosa, ma ho deciso di andare perché non avevo altra scelta”, dice.

“I miei figli mi chiedevano costantemente di portare del cibo e dicevano alla madre che erano molto affamati. Non potevo sopportare di vedere i miei figli soffrire per la paura e la fame.”

Inizialmente Hamdi si sentiva al sicuro nel riunirsi alla folla presso la rotonda di Al-Nabulsi pensando che Israele non avrebbe sparato su un così esteso raduno di civili. Ma poi è iniziata la sparatoria.

“Ho visto molte persone colpite dai colpi di arma da fuoco cadere a terra morenti”, ricorda.

Non cerano ambulanze in giro e nessuno poteva fare nulla perché la sparatoria è iniziata allimprovviso e la gente correva nel caos travolta dalla paura”.

Hamdi dice di aver visto la gente del posto arrivata con carri trainati da asini per caricare la farina usarli invece per trasportare i morti e i feriti lontano dalla sparatoria.

Altri, che avevano l’auto, la usavano come ambulanza improvvisata.

Mi sono bloccato”, ricorda Hamdi. Ho iniziato a piangere perché non ero in grado di reagire o scappare. Non sapevo cosa fare.

Quando è riuscito a riprendersi Hamdi si è messo a correre ma nel mentre un proiettile gli ha sfiorato il piede.

Dice che la ferita erasuperficiale” e così ha continuato a scappare dagli spari, mentre il suo piede sanguinava.

“Quel giorno sono tornato a casa più tardi senza portare né farina né cibo per i miei figli”, afferma.

Se avessi saputo che ottenere degli aiuti avrebbe significato un massacro, non sarei mai andato.

“Ho ringraziato Dio per essere riuscito a tornare, questa volta.”

Nota dell’editore: i nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità degli intervistati

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)