Ingerenze straniere nelle elezioni palestinesi

Adnan Abu Amer

21 Marzo 2021 Al-Jazeera

Mentre i palestinesi iniziano il conto alla rovescia per le loro elezioni legislative e presidenziali rispettivamente in maggio e luglio, sembra crescere l’interesse tra soggetti stranieri nel manipolare il loro esito. Questo ha iniziato a preoccupare la leadership palestinese.

Il 16 febbraio il general maggiore Jibril Rajoub, segretario generale del Comitato Centrale di Fatah, ha dichiarato alla televisione palestinese che alcuni Paesi arabi hanno cercato di interferire pesantemente nelle elezioni palestinesi e nei colloqui di riconciliazione tra Fatah e Hamas.

Tre giorni dopo Bassam al-Salhi, segretario generale del Partito del Popolo Palestinese e membro del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), in un’intervista sul sito web Arabi21 ha detto: “Molti Paesi invieranno ingenti quantità di denaro perché vogliono influenzare il Consiglio Legislativo. Siamo di fronte ad interferenze da parte di molti Paesi, arabi e stranieri.”

Benché questi dirigenti palestinesi non abbiano fatto i nomi dei soggetti stranieri a cui si riferiscono, sembra che siano preoccupati soprattutto per le pressioni di Egitto, Giordania e Emirati Arabi Uniti (EAU). Tutti loro hanno parecchie poste in gioco nelle elezioni e preconizzano determinati risultati in linea con i loro interessi regionali e interni.

Interessi stranieri

Non è un segreto che indire le elezioni da parte del presidente (dell’ANP) Mahmoud Abbas non è stata una decisione volontaria o dovuta a iniziative arabe, ma il risultato di pressioni americane ed europee. L’Unione Europea ha persino minacciato di interrompere il supporto finanziario che fornisce a Ramallah se fossero state cancellate le elezioni. Sia Bruxelles che Washington vogliono che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) riconquisti legittimità prima di procedere con le loro trattative con i palestinesi. Le elezioni sono anche appoggiate da altri due importanti attori regionali: la Turchia e il Qatar.

Tuttavia l’annuncio delle votazioni non è stato ben accolto da alcune capitali arabe, soprattutto Il Cairo e Amman. Entrambe temono il ripetersi delle elezioni del 2006, quando Hamas riportò una netta vittoria a Gaza, che condusse ad un conflitto armato con Fatah. Se ciò accadesse di nuovo, potrebbe avere un effetto destabilizzante sugli affari interni sia dell’Egitto che della Giordania.

In particolare il regime egiziano considera Hamas un ramo della Fratellanza Musulmana, che ha cercato di sradicare fin dal colpo di Stato contro il presidente Mohamed Morsi nel 2013. Una vittoria potrebbe rendere Hamas più sordo alle pressioni del Cairo, dal momento che otterrebbe una legittimazione elettorale. Potrebbe anche ridare vigore alla Fratellanza (Musulmana) in Egitto.

Anche la Giordania teme un rafforzamento di Hamas, ma è preoccupata anche da una possibile instabilità post-elettorale, che potrebbe provocare agitazioni all’interno della vasta popolazione palestinese che vi abita.

Gli Emirati Arabi Uniti mostrano altresì un serio interesse nelle elezioni palestinesi. Guidando l’azione della normalizzazione araba con Israele, hanno tentato di strappare la questione palestinese ai suoi sponsor tradizionali – Egitto e Giordania – per rinsaldare ulteriormente le relazioni con Israele ed assicurarsi l’appoggio USA.

Neanche Israele è stato felice all’annuncio delle nuove elezioni palestinesi. Anche se i suoi propri cittadini sono stati chiamati a quattro elezioni in due anni, Israele preferisce che i palestinesi non vadano affatto alle urne perché vuole mantenere lo status quo. Israele vuole che Abbas resti al potere e continui a collaborare con i servizi di sicurezza israeliani, consentendo ad Israele di espandere costantemente l’occupazione e l’apartheid. Perciò chiunque formi il governo israeliano dopo le elezioni del 23 marzo probabilmente auspicherà una vittoria di Fatah (specialmente della componente vicina a Abbas) e cercherà di indebolire Hamas.

Le forze israeliane hanno già cercato di intimidire i membri di Hamas in Cisgiordania, arrestando alcuni loro leader e attaccandone altri per scoraggiarli dal partecipare alle elezioni.

Diplomazia della pressione

La prima avvisaglia che le elezioni palestinesi non sarebbero state una questione interna è giunta il 17 gennaio, meno di 48 ore dopo che Abbas ha emesso il decreto presidenziale con l’annuncio della data delle elezioni, con i capi dell’intelligence egiziana e giordana, Abbas Kamel e Ahmed Hosni, arrivati a Ramallah.

Ho saputo da fonti palestinesi informate su questa prima visita che Kamel e Hosni hanno discusso con Abbas i dettagli procedurali delle elezioni, compresa la situazione politica di Fatah, che ha affrontato divisioni interne e potrebbe andare incontro a defezioni prima del voto.

Attualmente non vi è accordo all’interno del partito riguardo alla rielezione di Abbas e c’è la possibilità che emergano degli sfidanti. C’è un ormai crescente sostegno alla candidatura di Marwan Barghouti, un leader di Fatah che sta scontando diversi ergastoli in un carcere israeliano.

Inoltre all’interno di Fatah non c’è accordo nemmeno sui candidati al Consiglio Legislativo. Al momento si stanno predisponendo diverse liste elettorali che cercheranno di attrarre l’elettorato tradizionale di Fatah: una della cerchia di Abbas; una di Nasser al-Qudwa, nipote del defunto leader palestinese Yasser Arafat; e una di Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Gaza, espulso da Fatah nel 2011.

Questi disaccordi all’interno di Fatah prima delle elezioni sicuramente favoriranno Hamas, che è riuscito a garantire una coesione interna e avrà gioco facile nello sconfiggere il suo indebolito e diviso antagonista.

E’ per questo motivo che Egitto e Giordania vogliono assicurarsi che Fatah abbia una lista elettorale unica ed un candidato condiviso per l’elezione presidenziale. Ed è per la stessa ragione che stanno facendo pressione su Abbas perché si riconcili con Dahlan.

L’ex dirigente di Fatah è stato uno stretto alleato degli EAU, che negli ultimi dieci anni lo hanno appoggiato, sponsorizzato e sostenuto in tutti i modi. Alcuni osservatori ritengono che Abu Dhabi abbia formato Dahlan come futuro capo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ciò ha provocato molta ansia ad Abbas, che finora ha rifiutato di riammettere Dahlan nel partito.

Dahlan ed i suoi sostenitori non fanno mistero dell’appoggio politico, mediatico e finanziario che ricevono dagli Emirati per poter rientrare nella politica palestinese. Questo appoggio li ha messi in grado di creare alleanze con forze politiche palestinesi, compresi personalità di Fatah scontente di Abbas.

Hamas, contrario al ritorno di membri della fazione di Dahlan nella Striscia di Gaza a causa del loro ruolo nel conflitto armato del 2007, alla fine ha accettato di lasciarli tornare dopo aver ricevuto pressioni dall’Egitto. Questo ha permesso a Dahlan di annunciare diversi progetti umanitari per i palestinesi, compresa la distribuzione di vaccini anti Covid, senza coordinarsi con l’Autorità Nazionale Palestinese.

Lo scopo finale di tutte queste attività è assicurare che qualunque nuova leadership palestinese venga eletta sarà facilmente influenzabile da quelle potenze straniere e spinta ad accettare qualunque nuova richiesta proverrà da Israele. Ciascuno di questi attori vuole giocare un ruolo importante nella questione palestinese, sperando di ingraziarsi gli USA e ottenere il loro appoggio.

Ma ciò che faranno queste ingerenze sarà minare il processo democratico in Palestina e sabotare ancora una volta l’autorità del volere del suo popolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Adnan Abu Amer

Il dott. Adnan Abu Amer è capo del Dipartimento di Scienze Politiche all’università Ummah di Gaza. E’ ricercatore a tempo parziale presso molti centri di ricerca palestinesi ed arabi e scrive periodicamente per Al Jazeera, The New Arabic e The Monitor. Ha scritto più di 20 libri sul conflitto arabo-israeliano, sulla resistenza palestinese e su Hamas.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele imprigiona i politici palestinesi prima delle elezioni nell’Autorità Nazionale Palestinese

Tamara Nassar 

2 marzo 2021, ElectronicIntifada

In vista delle elezioni legislative e presidenziali palestinesi che si terranno nei prossimi mesi Israele sta inasprendo il giro di vite su personalità della società civile e politica palestinese nella Cisgiordania occupata.

Lunedì Israele ha condannato la parlamentare palestinese Khalida Jarrar a due anni di carcere, a una multa di 1.200 dollari [1000 € ca, ndtr.] e una pena sospesa di un anno.

Il suo crimine? Essere un membro di un partito politico di sinistra, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Israele considera gruppi “terroristici” praticamente tutti i partiti palestinesi e le organizzazioni di resistenza, il che significa che qualsiasi persona politicamente attiva può essere arrestata.

“La scelta del momento non è casuale”, ha detto l’avvocato palestinese Yafa Jarrar della condanna di sua madre, riferendosi alle elezioni palestinesi.

Khalida Jarrar è stata arrestata con una imponente incursione militare notturna nella sua casa nell’ottobre 2019 e da allora è trattenuta senza accusa né processo.

La sua detenzione è avvenuta solo otto mesi dopo il suo rilascio da un precedente periodo di 20 mesi di detenzione amministrativa – senza accusa né processo.

È stata arrestata nell’ambito di quella che il gruppo per i diritti dei prigionieri palestinesi Addameer ha affermato essere una campagna israeliana iniziata nella seconda metà del 2019 contro attivisti politici e studenti.

Addameer ha aggiunto che Israele ha falsamente accusato Jarrar di essere coinvolta nell’uccisione dell’adolescente israeliana Rina Shnerb.

Shnerb è stata uccisa nell’agosto 2019 da quello che i militari israeliani hanno stabilito essere un ordigno esplosivo improvvisato vicino all’insediamento di Dolev in Cisgiordania.

Ma lunedì il procuratore militare israeliano ha cambiato l’accusa contro Jarrar includendo solo le sue attività politiche, e le accuse di coinvolgimento nell’omicidio di Shnerb sono cadute.

Jarrar ha già trascorso anni nelle carceri israeliane e le è stato proibito viaggiare a causa della sua appartenenza al FPLP.

Il primo voto in 15 anni

Le elezioni legislative e presidenziali palestinesi previste per maggio e luglio sarebbero le prime dalle elezioni legislative del 2006, quando Hamas vinse con una vittoria schiacciante battendo Fatah, fazione dell’Autorità Nazionale Palestinese al potere guidata da Mahmoud Abbas.

Tuttavia, il partito di Abbas, sostenuto da Israele, Stati Uniti, Unione Europea e alcuni stati arabi, non ha permesso ad Hamas di assumere il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Invece, le milizie allineate con Fatah a Gaza, in accordo con gli Stati Uniti, hanno cercato di rimuovere Hamas dal potere con la forza.

Ma nel giugno 2007 Hamas si è preventivamente mosso contro di loro, espellendo da Gaza le forze di Fatah sostenute dagli Stati Uniti.

Il tentativo di golpe contro Hamas dopo la sua vittoria alle elezioni ha portato all’attuale divisione per cui l’ANP di Abbas sostenuta dall’occidente ha mantenuto il controllo in Cisgiordania mentre Hamas, isolata a livello internazionale, ha governato all’interno della Striscia di Gaza assediata.

Non vi è alcuna garanzia che si svolgeranno le elezioni, poiché negli ultimi anni sono state programmate numerose votazioni poi rinviate a tempo indeterminato.

Le elezioni sono largamente viste come un modo per rafforzare la legittimità dei principali partiti politici palestinesi a 15 anni dall’ultima votazione e alla luce della nuova amministrazione statunitense.

Come ha scritto di recente Ali Abunimah di The Electronic Intifada, non è chiaro perché Hamas si fidi che lo stesso partito di Abbas e Fatah che ha guidato il colpo di stato contro Hamas nel 2007 rispetterà ora i risultati.

“Qualsiasi riconciliazione o ‘unità nazionale’ può basarsi solo sul fatto che Fatah di Abbas abbandoni la collaborazione con Israele e che Hamas abbandoni la resistenza”, ha scritto Abunimah.

L’arresto dei membri di Hamas

Israele ha regolarmente incarcerato funzionari palestinesi eletti solo perché non approva il loro punto di vista, e ora sta incrementando tali arresti in vista delle elezioni programmate. Questo fa “parte dello sforzo israeliano in corso per sopprimere l’esercizio della sovranità politica e dell’autodeterminazione dei palestinesi”, ha affermato Addameer. Nelle ultime settimane Israele ha operato molti arresti di personalità appartenenti ad Hamas nella Cisgiordania occupata.

A febbraio le forze israeliane hanno arrestato Adnan Asfour e Yasser Mansour di Hamas e hanno disposto che Asfour fosse tenuto in detenzione amministrativa per sei mesi.

Mansour è anche membro del Consiglio legislativo palestinese.

Hamas ha detto che l’arresto dei suoi politici in Cisgiordania “conferma il fatto che l’occupazione ha preso di mira il processo elettorale”.

Naif al-Rajoub, membro del Consiglio legislativo palestinese, ha detto che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella sua casa a febbraio e gli hanno intimato di non partecipare alle elezioni.

Al-Rajoub ha detto all’agenzia di stampa Shehab che le forze israeliane gli hanno detto di non candidarsi alle elezioni e di non partecipare alla campagna elettorale e che gli permetterebbero solo di andare alle urne.

Altre figure di Hamas arrestate da Israele nelle ultime settimane includono Khalid al-Haj, Abd al-Baset al-Haj, Omar al-Hanbali e Fazee al-Sawafta.

La scorsa settimana un tribunale militare israeliano ha prorogato di quattro mesi la detenzione amministrativa di Khitam Saafin, a capo dell’Unione dei Comitati delle Donne palestinesi. Saafin è stata arrestata insieme ad altri attivisti politici palestinesi a novembre e da allora è detenuta senza accusa né processo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il rivale di Abbas, Dahlan, coordina l’aiuto degli EAU a Gaza mentre si avvicinano le elezioni palestinesi

Rasha Abou Jalal

15 gennaio 2021 – Al-Monitor

Gli Emirati Arabi Uniti hanno inviato un nuovo carico di aiuti sanitari alla Striscia di Gaza, il secondo in un mese, per aiutare ad affrontare la crisi da coronavirus, sollevando interrogativi sul ruolo di Mohammede Dahlan, leader espulso da Fatah e acerrimo nemico del presidente Mahmoud Abbas.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 10 gennaio un impianto per la produzione di ossigeno liquido per curare casi gravi che soffrono di problemi respiratori a causa del coronavirus ha raggiunto la Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah. L’impianto per la produzione di ossigeno, il più grande di Gaza, è giunto come parte di un invio di medicinali offerti al ministero della Sanità dell’enclave assediata.

Il convoglio ha raggiunto Gaza grazie all’impegno della Corrente Democratica Riformista, guidata da Mohammed Dahlan, espulso da Fatah, che vive negli Emirati Arabi Uniti (EAU). Dahlan è il principale avversario politico del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

L’arrivo del convoglio nella Striscia di Gaza coincide con l’imminente annuncio di un decreto presidenziale di Abbas per fissare la data delle elezioni politiche palestinesi. L’aiuto sembra essere parte dei tentativi di Dahlan di rafforzare la sua popolarità in vista delle elezioni.

Il convoglio degli EAU comprendeva una grande quantità di equipaggiamenti sanitari per affrontare la crisi da coronavirus, tra cui 30 ventilatori, 2.000 tamponi, 12.000 camici e 10 bombole d’ossigeno.

Ghazi Hamad, dirigente di Hamas e sottosegretario del ministero per gli Affari Sociali, ha accolto il convoglio al valico di Rafah alla presenza di vari dirigenti della Corrente Democratica Riformista.

In una conferenza stampa tenutasi per accogliere il convoglio, Hamad ha ringraziato gli EAU per la loro assistenza medica di supporto alle autorità sanitarie nell’affrontare l’epidemia da coronavirus nella Striscia di Gaza, una delle aree più popolate al mondo, con più di 2 milioni di persone che vivono in una zona di 365 km2.

Ha anche ringraziato la Corrente Democratica Riformista del suo contributo per l’arrivo degli aiuti alla Striscia di Gaza.

Il 25 novembre 2020 il ministero della Sanità di Gaza ha avvertito che nell’Ospedale Europeo del sud di Gaza l’ossigeno liquido stava finendo.

Secondo le ultime statistiche del ministero della Sanità pubblicate il 12 gennaio a Gaza i morti per coronavirus hanno raggiunto i 453, e 211 casi hanno richiesto l’ospedalizzazione, di cui 112 pazienti hanno bisogno di respirazione forzata.

Il convoglio degli EAU è il secondo a Gaza in un mese: lo Stato del Golfo ha già inviato un carico di aiuti sanitari il 17 dicembre 2020.

Ashraf Gomaa, un dirigente della Corrente Democratica Riformista, ha detto ad Al-Monitor: “Il recente invio degli EAU è stato effettuato in risposta ad una richiesta di aiuto del ministero della Sanità a causa della scarsità di ossigeno liquido. Il convoglio migliorerà la situazione sanitaria nella Striscia di Gaza mentre cresce giornalmente il numero di casi di coronavirus.”

Gomaa ha affermato che finora gli EAU hanno donato a Gaza 130 ventilatori, quando nella Striscia di Gaza ne erano disponibili solo 100.

Ha evidenziato che Dahlan è impegnato in colloqui con politici degli EAU per la fornitura di vaccini contro il coronavirus e li ha offerti come aiuto gratuito immediato per la Striscia di Gaza.

Il 21 maggio 2020 l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha rifiutato di accettare gli aiuti sanitari degli EAU contro il coronavirus inviati in Cisgiordania attraverso Israele, a causa dei tentativi di quel periodo degli EAU rivolti a normalizzare i rapporti con Israele. Il 13 agosto questa normalizzazione è stata ufficializzata.

Mahmoud al-Aloul, vice capo di Fatah, ha detto ad Al-Monitor: “Ogni aiuto inviato ai palestinesi attraverso la normalizzazione con Israele e senza coordinamento con l’ANP è considerato ambiguo e viene respinto.”

Egli ha notato che gli EAU stanno sfruttando l’epidemia da coronavirus nei territori palestinesi per raggiungere obiettivi politici, soprattutto per placare la rabbia palestinese riguardo all’accordo di normalizzazione degli EAU con Israele e per ripulire l’immagine di Dahlan agli occhi dei palestinesi.

Aloul ha affermato: “La candidatura di Dahlan alle elezioni palestinesi è assolutamente respinta, dato che un tribunale palestinese lo ha accusato di delitti relativi alla corruzione e al furto di denaro pubblico, ed egli è un latitante (che si è rifugiato) negli EAU.”

Il membro dell’ufficio politico di Hamas Mousa Abu Marzouk ha detto ad Al-Monitor: “Accogliamo con favore qualunque aiuto umanitario che ci giunga attraverso ogni Stato e non rifiuteremo ogni forma di assistenza per ragioni politiche.”

Lo ha sorpreso che l’ANP non abbia accettato aiuto sanitario a causa della normalizzazione tra gli EAU e Israele.

Ha aggiunto: “L’ANP porta avanti il coordinamento per la sicurezza con Israele che sta occupando i territori palestinesi, poi rifiuta di accettare aiuti dagli EAU perché hanno normalizzato i rapporti con Israele. È una bizzarra contraddizione.”

Abu Marzouk ha affermato che l’aumento dell’aiuto degli EAU ai palestinesi arriva mentre si stanno avvicinando le elezioni palestinesi. Sostiene: “Penso che Dahlan voglia assolutamente partecipare alle elezioni palestinesi e a noi non importa la sua candidatura. La gente stabilirà la popolarità e l’influenza politica di Dahlan in futuro attraverso le elezioni.”

Talal Okal, giornalista del quotidiano palestinese Al-Ayyam [secondo quotidiano palestinese, vicino all’ANP, ndtr.], ha dichiarato ad Al-Monitor che il recente invio di aiuti degli EAU e le imminenti elezioni generali sono legati: “Gli EAU vogliono rafforzare la popolarità di Dahlan in ambienti palestinesi per designarlo a rimpiazzare Abbas, che non ha fatto un passo avanti nel processo di pace,” ha affermato.

Ha sottolineato che Dahlan, appoggiato dagli EAU, gode del sostegno degli Stati Uniti e di altri Paesi arabi, come l’Egitto.

Ahmad Awad, professore di scienze politiche all’università Al-Quds di Abu Dis [nei pressi di Gerusalemme est, ndtr.] ha detto ad Al-Monitor: “Dahlan farà di tutto per candidarsi alle imminenti elezioni, dato che è la sua unica speranza di tornare nell’arena politica palestinese.”

Ha aggiunto: “Ma Dahlan non è molto popolare tra i palestinesi, soprattutto in Cisgiordania. È ricercato dalla giustizia palestinese. Penso che il suo ritorno non sarà facile.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il 2021 offre alla Palestina un’opportunità di reagire

Ramzy Baroud

5 gennaio 2021 – Middle East Monitor


Un anno fa il 2020 è iniziato con un’indiscutibile spinta da parte americana a trasformare la sua nuova visione politica in azioni decisive. Il 28 gennaio il cosiddetto “Accordo del secolo” è stato dichiarato una vera dottrina politica. Molto velocemente ha preso piede un nuovo lessico politico. Il “processo di pace”, che ha dominato il linguaggio di Washington per parecchi decenni, è apparso un antico ricordo. Poiché l’Autorità Nazionale Palestinese, anch’essa per decenni, ha improntato la propria strategia all’accondiscendenza verso le richieste e le aspettative degli USA, il cambiamento a Washington le ha lasciato ben poche scelte.
Gli ultimi dodici mesi entreranno nella storia come l’anno in cui si è chiuso il “processo di pace” israelo-palestinese sponsorizzato dall’America. Se il 2021 non ribalterà l’enorme cambiamento negli atteggiamenti e negli obbiettivi degli Stati Uniti in Palestina, Israele e Medio Oriente, offrirà però ai palestinesi l’opportunità di pensare al di fuori degli schemi legati all’America.

Il primo febbraio dello scorso anno il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha dichiarato che avrebbe annullato tutti i rapporti diplomatici con Israele e gli USA. A ciò ha fatto seguito in maggio l’annuncio che la leadership palestinese stava cancellando tutti gli accordi con Israele, inclusi quelli sulla sicurezza. Tuttavia, mentre questa decisione avrebbe dovuto avere lo scopo di placare la rabbia dei palestinesi, non ha avuto effetti concreti e comunque è durata poco.

Il 17 novembre l’ANP ha annunciato di aver ripristinato tutti i rapporti per le questioni civili e sulla sicurezza con Israele, vanificando i nuovi colloqui sull’unità tra Fatah e Hamas. I colloqui erano iniziati a luglio e, a differenza di precedenti incontri, le due principali fazioni palestinesi sembravano unite su una serie di concetti politici, primo fra tutti il rigetto dell’“Accordo del secolo” e dei piani israeliani di annettere larga parte dei territori occupati.

In ultima analisi l’ANP, che del resto non ha mai goduto di molta credibilità tra i palestinesi, ha perso tutta la fiducia che ancora vantava tra i suoi rivali. Abbas è sembrato utilizzare i colloqui sull’unità come mezzo per avvertire Washington e Tel Aviv che politicamente aveva ancora in mano alcune carte.

Tuttavia, se in passato la leadership palestinese è riuscita a giocare la tattica attendista che fin dalla sua nascita nel 1994 le garantiva il flusso di denaro estero, quella strategia sta arrivando ora alla sua fine. Le priorità degli USA in Medio Oriente sono ovviamente cambiate e persino gli alleati europei dell’ANP difficilmente considerano come una priorità Abbas e la sua autorità. Un’Unione Europea indebolita dall’uscita del Regno Unito e dal devastante impatto economico della pandemia da Covid-19 ha relegato la Palestina in fondo agli interessi dell’Occidente.

Se il 2021 dovrà portare qualche cambiamento positivo nelle prospettive della lotta dei palestinesi per la libertà, devono essere introdotte nuove strategie. Il ragionamento dovrebbe rivolgersi completamente verso un panorama politico totalmente nuovo.

Per prima cosa deve essere ridefinita l’unificazione palestinese in modo che non si limiti ad una mera intesa politica tra i rivali Hamas e Fatah, ognuno motivato dai propri programmi e dall’autoconservazione. L’unificazione dovrebbe arrivare ad includere un dialogo nazionale che riguardi tutti i palestinesi – in Israele, nei territori occupati e anche nella diaspora – che dovrebbe avere un ruolo nella formazione in una nuova visione del proprio Paese che sia palestinese invece che settaria.

Questa nuova visione dovrebbe essere sviluppata ed articolata in modo da sostituire logori luoghi comuni, dogmi e velleitarismi. Una soluzione a due Stati, per esempio, è semplicemente irraggiungibile, non solo perché Israele e USA hanno fatto il possibile per affossarla, ma perché, anche se realizzata, non soddisferebbe le minime aspettative in termini di legittimazione dei diritti dei palestinesi.

In uno scenario a due Stati i palestinesi rimarrebbero frammentati geograficamente e politicamente e ben difficilmente potrebbe essere attuata una realistica ed equa applicazione del diritto al ritorno. Un “unico Stato democratico” in Palestina ed Israele forse non può risolvere tutte le ingiustizie del passato, ma è il passaggio più significativo per poter immaginare un possibile e sicuramente miglior futuro per tutte le persone che vivono tra il fiume [Giordano, ndtr.] e il mare [Mediterraneo, ndtr.].

Inoltre dovrebbe cessare l’ossessiva fiducia in Washington come unica parte in grado di mediare tra Israele e la Palestina. Non solo gli USA, attraverso il generoso e continuo appoggio militare e politico a Israele, hanno dimostrato la loro inaffidabilità, ma si sono anche rivelati un grave ostacolo sulla via della libertà e della liberazione palestinese.

Spetta alla leadership palestinese capire che gli equilibri dei poteri globali stanno fondamentalmente cambiando e che USA ed Israele non sono più i soli ad avere l’egemonia nel Medio Oriente. È ora che i palestinesi diversifichino le proprie scelte, rafforzino i rapporti con le potenze asiatiche emergenti e si alleino con i Paesi sudamericani e africani per ribaltare la totale dipendenza politica ed economica dagli USA e dai loro alleati.

Cosa ancor più importante, benché la resistenza popolare in Palestina si sia costantemente espressa sotto varie forme, deve ancora essere messa in grado di costituire un’adeguata base di resistenza che si possa trasformare in capitale politico. Lo scorso anno è iniziato con l’interruzione delle manifestazioni della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, che ha visto decine di migliaia di palestinesi unirsi in una storica dimostrazione di unità. Tuttavia i palestinesi nella Cisgiordania occupata stanno disperatamente cercando di districarsi tra due fonti di controllo sovrapposte: l’occupazione israeliana e l’ANP. Questo si è dimostrato un danno, in quanto marginalizza il popolo palestinese e gli impedisce di giocare un ruolo fondamentale nel delineare la propria lotta. La resistenza popolare deve costituire la spina dorsale di qualunque autentica prospettiva di liberazione.

Infine, perché la nuova narrazione politica palestinese si imponga a livello internazionale, deve essere sostenuta da un movimento di solidarietà globale, che si allinei ad una visione palestinese unitaria, promuovendo i diritti dei palestinesi a livello locale, statale e nazionale. Il duro attacco di USA e Israele al Movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è una prova del successo di questa tattica nel modificare la narrazione su Palestina e Israele. Eppure, seppure ormai esista una solida base di solidarietà verso la Palestina in tutto il mondo, questo movimento non dovrebbe puntare solo su ambiti accademici e circoli intellettuali: dovrebbe lavorare per coinvolgere la gente comune, dovunque essa sia.

È vero che il 2020 è stato un anno devastante per la Palestina, ma un’analisi più rigorosa ci può portare a vederlo come prodromo di un’opportunità sulla quale può essere costruita una nuova prospettiva politica complessiva palestinese. L’anno 2021 offre alla Palestina un’opportunità per reagire.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Lunga vita al (defunto) processo di pace”: Abbas dà la priorità ai rapporti con gli USA rispetto all’unità nazionale palestinese

Ramzy Baroud

9 dicembre 2020 – Palestine Chronicle

Nessuno più del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas pare entusiasta dell’elezione di Joe Biden come prossimo presidente degli Stati Uniti. Quando sembrava persa ogni speranza e Abbas si era ritrovato alla disperata ricerca di riconoscimento politico e finanziamenti, Biden è arrivato come un prode cavaliere su un cavallo bianco e ha trascinato in salvo il leader palestinese.

Abbas è stato uno dei primi leader mondiali a congratularsi con il presidente democratico eletto per la sua vittoria. Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyhua ha ritardato il suo comunicato di congratulazioni nella speranza che alla fine Donald Trump fosse in grado di ribaltare il risultato, Abbas non si è fatto illusioni. Considerando l’umiliazione subita dall’Autorità Nazionale Palestinese per mano dell’amministrazione Trump, Abbas non aveva niente da perdere. Per lui Biden, nonostante il suo lungo innamoramento con Israele, rappresentava ancora un barlume di speranza. Ma si può riportare indietro la ruota della storia? Nonostante il fatto che l’amministrazione Biden abbia messo in chiaro che non annullerà nessuna delle iniziative prese dall’uscente amministrazione Trump a favore di Israele, Abbas rimane fiducioso che almeno il “processo di pace” possa essere ripreso.

Questa potrebbe essere vista come una dicotomia impossibile perché, come può un “processo di pace” dare pace se tutte le componenti di una pace giusta sono già state tolte di mezzo?

È ovvio che non ci può essere alcuna vera pace se il governo USA insiste sul riconoscimento di tutta Gerusalemme come capitale “eterna” di Israele. Non ci può essere pace se gli USA continuano a finanziare illegali colonie ebraiche, foraggiare l’apartheid israeliano, negare i diritti dei rifugiati palestinesi, far finta di non vedere l’annessione di fatto in corso nella Palestina occupata e riconoscere come parte di Israele le Alture del Golan siriane illegalmente occupate, ed è probabile che ognuna di queste iniziative rimanga immutata anche sotto l’amministrazione Biden.

È improbabile che il “processo di pace” possa portare a un qualche tipo di pace giusta e sostenibile in futuro, quando ha già fallito negli ultimi 30 anni.

Eppure, nonostante le numerose lezioni del passato, Abbas ha deciso di nuovo di scommettere sul futuro del suo popolo e di mettere a repentaglio la sua lotta per la libertà e una pace giusta. Abbas non solo sta montando una campagna che coinvolge gli Stati arabi, ossia la Giordania e l’Egitto, per resuscitare gli “accordi di pace”, sta anche rimangiandosi tutte le promesse e decisioni di cancellare gli accordi di Oslo e di porre fine al “coordinamento per la sicurezza” con Israele. Così facendo Abbas ha tradito i colloqui per l’unità nazionale tra il suo partito, Fatah, e Hamas.

I colloqui per l’unità tra i gruppi palestinesi rivali sembravano aver preso una seria svolta lo scorso luglio, quando i principali partiti politici palestinesi hanno emesso un comunicato congiunto in cui dichiaravano la loro intenzione di sconfiggere l’“accordo del secolo” di Trump. Il linguaggio usato in quel comunicato ricordava il discorso rivoluzionario di questi gruppi durante la Prima e la Seconda Intifada (rivolta), di per sé un indicatore che Fatah si era finalmente riorientato riguardo alle priorità nazionali e allontanato dal discorso politico “moderato” forgiato dal “processo di pace” sostenuto dagli USA.

Persino quanti si sono stancati e sono diventati cinici riguardo ai trucchetti di Abbas e dei gruppi palestinesi si chiedevano se questa volta sarebbe stato diverso, se i palestinesi avrebbero finalmente trovato un accordo su una serie di principi con cui avrebbero espresso ed incanalato la loro lotta per la libertà. Paradossalmente i quattro anni di presidenza Trump sono stati la cosa migliore che sia avvenuta per la lotta nazionale palestinese. La sua amministrazione è stata uno stridente e indiscutibile promemoria che gli USA non sono, e non sono mai stati, “un leale mediatore per la pace” e che i palestinesi non possono orientare la propria agenda politica per soddisfare le richieste di USA e Israele e ottenere legittimazione politica e appoggio economico.

Con il taglio dei finanziamenti USA all’Autorità Nazionale Palestinese nell’agosto 2018, seguito dalla chiusura della missione diplomatica palestinese a Washington, Trump ha liberato i palestinesi dai tormenti di un’impossibile equazione politica. Senza la proverbiale carota americana, la dirigenza palestinese ha avuto la rara opportunità di riorganizzare la casa palestinese a beneficio del popolo palestinese.

Ahimé, questi sforzi hanno avuto vita breve. Dopo molteplici incontri e videoconferenze tra Fatah, Hamas e altre delegazioni che rappresentavano i gruppi palestinesi, il 17 novembre Abbas ha dichiarato la ripresa del “coordinamento per la sicurezza” tra la sua autorità e Israele. Ciò è stato seguito il 2 dicembre dall’annuncio israeliano della consegna di oltre un miliardo di dollari dei fondi palestinesi illegalmente trattenuti da Israele come forma di pressione politica.

Ciò riporta l’unità palestinese al punto di partenza. Ormai Abbas trova totalmente inutili i colloqui per l’unità con i suoi rivali palestinesi. Dato che Fatah domina l’Autorità Nazionale Palestinese, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), dare spazio o condividere il potere con altre fazioni palestinesi sembra autolesionista. Ora che Abbas è rassicurato del fatto che l’amministrazione Biden gli concederà, ancora una volta, il titolo di “partner per la pace”, alleato degli USA e moderato, il leader palestinese non trova più necessario cercare l’approvazione dei palestinesi. Poiché non ci può essere una via di mezzo tra adeguarsi a un piano di USA e Israele e rivendicare un progetto nazionale palestinese, il dirigente palestinese ha optato per il primo e, senza esitazione, ha abbandonato il secondo.

Mentre è vero che Biden non soddisferà mai nessuna delle richieste del popolo palestinese né annullerà nessuno dei passi sbagliati del suo predecessore, Abbas può ancora beneficiare di quello che vede come uno stravolgimento della politica estera USA, non a favore della causa palestinese ma personalmente di Abbas, un dirigente non eletto il cui principale successo è stato appoggiare lo status quo imposto dagli USA e tener tranquillo il popolo palestinese il più a lungo possibile.

Benché in molteplici occasioni il “processo di pace” sia stato dichiarato “morto”, Abbas sta ora cercando disperatamente di risuscitarlo, non perché lui, o qualunque palestinese sensato, creda che la pace sia a portata di mano, ma a causa del rapporto esistenziale tra l’ANP e il suo schema politico sponsorizzato dagli USA. Mentre la maggior parte dei palestinesi non ha niente da guadagnare da ciò, qualche palestinese ha accumulato benessere, potere e prestigio in quantità. Secondo tale cricca questa è l’unica causa per cui vale la pena lottare.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo lavoro è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle prigioni israeliane] (Clarity Press). Baroud è ricercatore non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA) e anche presso il Centro Afro-Mediorientale (AMEC).

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le crescenti richieste di sostituire la leadership palestinese

27 ottobre 2020 – Middle East Monitor

I palestinesi sono ancora sorpresi del ripetersi periodico di appelli e dichiarazioni locali, regionali e internazionali che chiedono la “sostituzione” della leadership palestinese, in concomitanza con l’attuale verificarsi di un processo di normalizzazione, presupposto all’introduzione di una leadership che accetti e condivida questo percorso. I palestinesi sono ancora più sorpresi nel momento in cui queste richieste vengono fatte da consessi e figure che fino a poco tempo fa facevano parte dei circoli vicini alla leadership palestinese e con cui hanno lavorato per molti anni.

L’ex primo ministro britannico Tony Blair ha richiesto la sostituzione dell’attuale leadership palestinese dicendo: “Dobbiamo cercare di portare avanti una generazione di politici palestinesi che capiscano che l’unico modo per ottenere [la costituzione di] uno Stato palestinese è mediante un’intesa onesta e profonda tra popoli, tra culture e non solo [attraverso] un negoziato sui territori”.

Nel frattempo è stata erroneamente attribuita all’ambasciatore americano in Israele David Friedman una dichiarazione secondo cui gli Stati Uniti stavano valutando la possibilità di sostituire il presidente palestinese Mahmoud Abbas con il leader cacciato da Fatah, Muhammad Dahlan [espulso nel 2011 dal partito in seguito alle accuse di Mahmoud Abbas di aver ucciso Arafat avvelenandolo e per corruzione, ndtr.].

Tale dichiarazione è stata successivamente corretta con le parole: “Non abbiamo alcun desiderio di inventarci la leadership palestinese” e “la leadership palestinese non sta servendo adeguatamente il popolo”.

Quanto al colonnello Dror Shalom, a capo della divisione di ricerca dell’intelligence militare dell’esercito israeliano, egli ha affermato che ci sono due principali pericoli per Israele, uno dei quali è il crollo dell’Autorità Nazionale Palestinese, perché la sua posizione è diventata un indicatore strategico, soprattutto nella fase successiva ad Abbas, in cui dovremo affrontare una bomba a orologeria.

Nel frattempo, in seguito alla firma degli accordi di normalizzazione con Israele, gli organi di informazione sauditi ed emiratini hanno lanciato un ampio attacco contro l’Autorità Nazionale Palestinese e il suo presidente e hanno pubblicato articoli e rapporti che chiedono la fine dell’era di Abbas coinvolgendo Dahlan, loro alleato.

È chiaro che i rapidi sviluppi nell’agone palestinese possono minare la stabilità dell’Autorità Nazionale Palestinese, soprattutto con l’intensificarsi delle dichiarazioni sulla possibile defezione del presidente Abbas, per motivi di salute o politici. Questo soprattutto con la diffusione in corso del coronavirus in Cisgiordania, con le crescenti pressioni degli ultimi mesi sull’Autorità Nazionale Palestinese e mentre l’opinione pubblica palestinese si rende conto dell’entità delle difficoltà da affrontare.

Resta la domanda sulla possibilità che Abbas accetti di dimettersi dal suo incarico se si terranno le elezioni presidenziali – cosa su cui ha tenuto la bocca cucita – con l’accrescersi degli inviti dall’estero perché ponga fine al suo mandato e lasci l’incarico. Ma chi potrebbe succedergli?

Sebbene Israele sappia che Abbas ha molti difetti, ci sono buone ragioni per cui tema il giorno in cui non sarà più al comando dell’Autorità Nazionale Palestinese. È vero che ha interrotto il coordinamento sulla sicurezza e ha tagliato i rapporti politici, ma non ha ancora rotto tutti i legami.

Il capo del servizio di sicurezza israeliano Shin Bet Nadav Argaman ha messo in guardia riguardo l’indebolimento della posizione di Abbas, il rafforzamento di Hamas in Cisgiordania e il declino della popolarità nell’agone palestinese di quelli che ha definito “moderati”.

Esiste una serie di scenari essenziali per il dopo Abbas: il primo, ottimista, prevede che il potere sia trasferito con tranquillità e che il prossimo presidente segua l’approccio di Abbas, attuando le sue politiche. Ciò eviterebbe la violenza e si concentrerebbe sul versante diplomatico.

Il secondo scenario, rappresentato dal caos, vedrebbe la presa del controllo della disputa da parte delle fazioni di Fatah più preoccupanti [per Israele]. Ciò potrebbe consentire ad Hamas di imporre la sua autorità sulla Cisgiordania, nonostante l’organizzazione venga continuamente perseguitata da Israele per cui in Cisgiordania farebbero la loro ricomparsa gli attacchi armati.

Per quanto riguarda il terzo scenario, sarebbe una via di mezzo, con un periodo di transizione in cui guiderebbe l’ANP una figura debole, ma con l’approvazione di tutte le parti fino al momento delle elezioni generali.

Gli israeliani considerano l’era di Abbas solo dal punto di vista della sicurezza. A differenza del suo predecessore Yasser Arafat, egli si è opposto alle operazioni armate e il suo governo ha visto il coordinamento israelo-palestinese sulla sicurezza raggiungere uno stadio molto avanzato. Esso comprendeva il coordinamento tra le forze di sicurezza di entrambe le parti, l’amministrazione civile [organo militare che governa i territori palestinesi occupati, ndtr.] e l’esercito israeliano, e il risultato è stato salvaguardare la vita degli israeliani. Israele potrebbe non trovare un presidente che cooperi più di Abbas, in quanto egli ha “fornito i benefici” che Israele voleva.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I palestinesi indicono la “giornata della rivolta” contro l’accordo di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain

Shatha HammadMohammed al-Hajjar

15 settembre 2020 – Middle East Eye

Un nuovo gruppo della società civile palestinese costituito da diverse fazioni ha protestato martedì contro la firma dei controversi accordi.

I palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata sono scesi in piazza per denunciare gli accordi di normalizzazione firmati martedì a Washington tra Israele, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti (EAU).

Sia l’Autorità Palestinese (ANP) che il movimento di Hamas, che governa la Striscia di Gaza, hanno condannato gli accordi mediati dagli Stati Uniti come una “pugnalata alle spalle” al loro popolo.

Dalla prima mattina di martedì si sono svolte manifestazioni nella Cisgiordania occupata a Ramallah, Tulkarem, Nablus, Gerico, Jenin, Betlemme e Hebron, in altre località più piccole nonché a Gaza.

I manifestanti hanno cantato ed esposto cartelli che denunciavano la normalizzazione e si appellavano all’unità araba contro l’occupazione israeliana. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli alti diplomatici degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain hanno firmato gli accordi per normalizzare le loro relazioni, senza alcun progresso verso un accordo israelo-palestinese.

Ismail Haniyeh, leader di Hamas, che martedì era a Beirut per un incontro con i segretari delle fazioni palestinesi, ha detto al presidente Mahmoud Abbas al telefono che tutte le fazioni palestinesi erano unite contro l’accordo e “non permetteranno che la causa palestinese sia un ponte per il riconoscimento e la normalizzazione della potenza occupante a scapito dei nostri diritti nazionali, della nostra Gerusalemme e del diritto al ritorno”.

Lunedì, il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha descritto gli accordi come un altro “giorno nero” per il mondo arabo.

“Un’altra data da aggiungere al calendario della disgrazia palestinese”, ha detto, aggiungendo che l’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe “rettificare” le proprie relazioni con la Lega Araba a causa del rifiuto di condannare i due accordi di normalizzazione conclusi nel mese scorso.

Il ministro degli Esteri del Bahrain Abdullatif al-Zayani e il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan sono arrivati a Washington domenica, mentre Netanyahu è arrivato lunedì nel pieno delle molte richieste in Israele di dimissioni per le indagini in corso sulla sua corruzione e la cattiva gestione del suo governo della pandemia di coronavirus.

Il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti non hanno combattuto guerre contro Israele, a differenza di Egitto e Giordania, che hanno firmato trattati di pace con Israele rispettivamente nel 1979 e nel 1994.

“Giornata di rivolta popolare”

Un nuovo gruppo della società civile, costituito da varie fazioni, ha chiamato martedì a una “giornata di rivolta popolare” in coincidenza con la firma dell’accordo.

Il gruppo, chiamato Leadership Palestinese Unita per la Resistenza Popolare (UPLPR), si è formato la scorsa settimana dall’incontro tra i leader di tutte le fazioni politiche palestinesi nella capitale libanese Beirut.

Nella sua prima dichiarazione, il gruppo ha lanciato un appello per manifestazioni nazionali –definite “il giorno nero” – in tutti i territori palestinesi per chiedere la cancellazione del cosiddetto “accordo del secolo” e dell’occupazione israeliana. 

Ha lanciato anche un altro giorno di protesta – denominato “giorno di lutto” – per venerdì, durante il quale dovranno essere issate bandiere nere per esprimere il rifiuto dell’accordo di normalizzazione.

Martedì, le proteste sono iniziate alle 11 in tutta la Cisgiordania occupata.

A Hebron, secondo un corrispondente di Middle East Eye, a Bab al-Zaweya, al termine di una manifestazione sono scoppiati piccoli scontri tra giovani palestinesi e forze israeliane.

Fahmy Shaheen, rappresentante delle forze nazionali e islamiche a Hebron, ha affermato che le proteste in città riflettono la rabbia per i conflitti praticamente quotidiani tra gli abitanti, i coloni israeliani e le forze dell’esercito a causa della continua espansione degli insediamenti nella città storica.

“Stiamo manifestando il nostro rifiuto alla normalizzazione perché avviene a scapito dei diritti e dei sacrifici del popolo palestinese”, ha detto Shaheen a MEE.

“È anche un omaggio gratuito a Stati Uniti e Israele, offerto a scapito delle aspirazioni arabe alla libertà. Non contiamo sui regimi arabi che stanno svendendo le aspirazioni dei loro popoli e la nostra causa palestinese. Contiamo piuttosto sul popolo arabo che è unito [nella sua convinzione] che la causa della Palestina sia fondamentale”.

Anche Jamal Zahalka, a capo del partito Assemblea Nazionale Democratica, che martedì stava prendendo parte a una protesta a Wadi Ara, ha descritto la firma dell’accordo di normalizzazione come “un regalo pericoloso dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein a Trump e Netanyahu, vittime di una soffocante crisi politica nei loro paesi”.

“Oggi, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain dichiarano di sostenere l’occupazione israeliana contro il popolo palestinese. Ciò che si sta discutendo non è la normalizzazione, ma piuttosto un’alleanza strategica”, ha detto.

“Chiunque stringa alleanza con Israele non potrà mai stare con il popolo palestinese e con i suoi giusti diritti”.

Faisal Salameh, capo del comitato popolare di Tulkarem, ha detto a MEE che le manifestazioni hanno portato “un messaggio di amore e rispetto per tutti i popoli arabi”, nonostante le critiche ai governi degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain.

Razzi e proteste da Gaza

Appena firmati gli accordi a Washington, sono giunte notizie di diversi razzi lanciati verso Israele dalla Striscia di Gaza. Sebbene non sia chiaro quale fosse il gruppo responsabile del lancio di razzi, Israele ritiene il movimento di Hamas responsabile di tutti gli attacchi dall’enclave.

Si sono viste a Gaza anche manifestazioni per tutto il giorno, con centinaia di persone che marciavano contro l’accordo di normalizzazione.

I manifestanti si sono radunati davanti al palazzo dell’Unesco a Gaza per esprimere la loro disapprovazione all’accordo.

Abdel-Haq Shehadeh, membro della più alta leadership del movimento di Fatah a Gaza, ha criticato gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain per non aver rispettato l’Iniziativa di Pace araba del 2002, che delineava tutti i passi per porre fine al conflitto israelo-palestinese.

Shehadeh ha detto che vorrebbe chiedere a qualsiasi paese stia pensando di seguire le orme degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain di fermarsi e riconsiderare, sottolineando di non credere che la gente nel mondo arabo sia d’accordo con una scelta simile – messaggio rimbalzato martedì durante le proteste palestinesi.

Durante la manifestazione Ismail Radwan, alto funzionario di Hamas, ha definito l’iniziativa guidata dagli Stati Uniti “un pugnalata alle spalle del popolo palestinese” e ha assicurato che si stava organizzando “una strategia globale e unificata di tutte le fazioni palestinesi per contrastare Israele”.

“Ai governanti degli Emirati e del Bahrain: avete dismesso il sostegno al popolo palestinese ma le generazioni palestinesi non dimenticheranno le vostre scelte”, ha detto Radwan, lodando i cittadini che nei due paesi si erano espressi contro le decisioni dei loro governi.

A Washington, 50 ONG hanno lanciato una protesta davanti alla Casa Bianca durante la cerimonia della firma per esprimere la loro opposizione.

Martedì anche le fazioni palestinesi in Libano hanno organizzato proteste per condannare l’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I palestinesi si uniscono mentre gli Stati arabi “normalizzano” le relazioni con Israele

Ali Adam

15 settembre 2020 Al Jazeera

Fatah, Hamas e le altre fazioni si riunificano dopo la “pugnalata alle spalle” degli Stati arabi negli accordi con Israele.

Gaza – Spinte dagli Stati arabi che vanno normalizzando le relazioni con Israele, le frammentate fazioni politiche palestinesi stanno lavorando scrupolosamente in colloqui multilaterali per ripristinare l’unità e ricucire la divisione tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, in negoziati molto più promettenti rispetto agli sforzi precedenti.

I Ministri degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti (EAU) e del Bahrain firmeranno martedì alla Casa Bianca un trattato con Israele che stabilisce pieni accordi in violazione all’Iniziativa Araba di Pace [iniziativa di pace per il conflitto arabo-israeliano proposta nel 2002 al vertice di Beirut della Lega Araba, ndtr.] La decisione è una minaccia per le richieste arabe di vecchia data, che Israele ponga fine alla decennale occupazione e concordi con i palestinesi una soluzione a due Stati.

Sabato i gruppi palestinesi di Hamas e Fatah hanno concordato una “leadership unificata sul campo” che comprenda tutte le fazioni per guidare “una resistenza popolare totale” contro l’occupazione israeliana, si legge in un comunicato.

Vi si fa appello affinché martedì – quando la cerimonia della firma si svolgerà a Washington – sia un giorno di “rifiuto popolare”. I palestinesi a Gaza e in Cisgiordania stanno pianificando dimostrazioni da “giorno della rabbia” e sono previste altre proteste davanti alle ambasciate di Israele, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti e Bahrain in tutto il mondo.

La formazione di un gruppo di leadership congiunto e il progresso nei colloqui per l’unità intra-palestinese sono arrivati dopo il tanto atteso incontro del 3 settembre tra il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, Ismail Haniya di Hamas, il capo della Jihad islamica Ziyad al-Nakhala e i leader di varie entità palestinesi. Le riunioni si sono svolte a Ramallah nella Cisgiordania occupata e a Beirut, in Libano.

Erano anni che Hamas e altri partiti palestinesi chiedevano che si tenesse un simile incontro, ma Abbas aveva sempre rifiutato, chiedendo che prima Hamas onorasse precedenti patti di unità.

Ma con le tante sfide che ultimamente sta affrontando la causa palestinese – la più grave delle quali è la normalizzazione tra i paesi arabi e Israele – Abbas ha accettato di intrattenere i colloqui

Un grande progresso”

Husam Badran, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha elencato ad Al Jazeera i diversi fattori che stanno riunificando i palestinesi, tra cui “l’accordo del secolo” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, i piani di annessione di Israele delle aree palestinesi e la normalizzazione da parte degli Stati arabi delle relazioni con “l’occupazione, e come questa rappresenti una sleale pugnalata alle spalle dei palestinesi “.

Badran ha definito l’incontro fra i dirigenti un “importante passo avanti”, che ha prodotto decisioni chiare su diverse questioni urgenti.

“La fretta di molti paesi arabi nel normalizzare le loro relazioni con lo Stato di occupazione ha spinto in cima all’agenda delle azioni palestinesi la questione della formazione di una leadership unificata per la resistenza popolare “, ha detto Badran.

Ha aggiunto che le decisioni di normalizzazione “richiedono che i palestinesi cooperino e rafforzino il fronte interno, e mettano da parte tutte le differenze per salvare la causa palestinese”.

“I leader palestinesi stanno trasformando il rifiuto di tutti i piani che vogliono liquidare la causa palestinese in realistiche azioni sul campo”, ha detto Badran.

Durante gli incontri sono stati formati tre comitati: il primo centrato sulla formazione di una leadership unitaria sul campo per sollevare la lotta popolare contro l’occupazione israeliana; il secondo responsabile del raggiungimento di una visione concordata per porre fine alla divisione tra Gaza e la Cisgiordania; un terzo incaricato di rilanciare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Ai comitati è stato fissato un termine di cinque settimane per presentare suggerimenti al presidente palestinese. Abbas ha promesso che accetterà qualunque suggerimento gli arriverà.

Riconciliazione tra Hamas e Fatah

Hamas e Fatah sono divise dal 2007, quando dopo mesi di tensione Hamas ha destituito le forze di sicurezza di Fatah a Gaza. Da allora sono stati fatti diversi tentativi per colmare il divario tra i due, ma senza successo.

Le relazioni tra Hamas e Fatah, tuttavia, hanno di recente registrato significativi miglioramenti.

Negli ultimi due mesi, i due principali movimenti palestinesi, a causa del piano di annessione israeliano, si sono impegnati in colloqui positivi centrati sulla presentazione di un rifiuto unitario ai piani israelo-americani.

“L’intento di unità dei palestinesi arriva in un momento molto delicato, in cui la causa palestinese è sottoposta a serie minacce e sfide strategiche, a cominciare dagli sforzi dell’amministrazione americana di imporre sul terreno realtà che legittimino l’occupazione israeliana, e ai piani israeliani di annessione della Cisgiordania “, ha detto ad Al Jazeera l’analista politico palestinese Husam al-Dajani.

“L’ultima di queste minacce è stata la decisione degli Emirati Arabi Uniti di normalizzare le relazioni con Israele senza riguardo per i diritti palestinesi o per la causa palestinese. La decisione di normalizzazione degli Emirati Arabi Uniti ha reso urgente e accelerato i colloqui intra-palestinesi e ha convinto tutte le parti a riunirsi”.

Al-Dajani ha detto che se la causa palestinese vuole sopravvivere la divisione deve finire per sempre.

“Si deve fare un lavoro tenace per ripristinare l’attenzione sul progetto nazionale palestinese. Questo lavoro inizia con la fine della divisione, per essere in grado di affrontare tutte le minacce e le sfide”, ha detto al-Dajani.

Iyad Nasser, alto funzionario e portavoce di Fatah, ha dichiarato ad Al Jazeera: “Le minacce e i pericoli che il popolo palestinese deve affrontare e la causa palestinese sono ciò che ha portato al successo nella formazione dei comitati e nella istituzione di una leadership nazionale sul campo per la resistenza popolare”.

Nasser ha detto che il suo partito è ottimista sul fatto che gli sforzi per ricucire le divisioni avranno esito positivo.

“In questa fase, è necessaria l’unità per contrastare tutti i progetti e i piani che mirano a liquidare la causa palestinese e i diritti dei palestinesi. In questo momento critico, dobbiamo mettere da parte le piccole controversie delle fazioni per una piena dedizione nel difendere e far avanzare il problema centrale, che è il problema Palestina “, ha aggiunto Nasser.

“Contrastare la normalizzazione richiede l’accelerazione nel raggiungimento dell’unità nazionale e l’intensificarsi della resistenza popolare nella terra palestinese occupata”.

Contrastare Israele”

Il successo negli sforzi di riconciliazione tra Hamas e Fatah è stato invano perseguito per più di un decennio, e dunque il popolo palestinese generalmente guarda ogni nuovo tentativo con scetticismo.

Al-Dajani ha osservato: “La ragione dei progressi tra Hamas e Fatah è che questa volta il punto di partenza per i colloqui tra i due movimenti è stato di contrastare Israele e proteggere la causa palestinese, in contrapposizione alla divisione del potere e alle ambizioni politiche di ciascuno.

“Se l’equazione si mantiene, e il progresso della causa palestinese rimane la ragione dei colloqui per l’unità palestinese, allora questa verrà e sarà naturalmente raggiunta”.

Il dialogo tra Hamas e Fatah negli ultimi due mesi si è concentrato sulla messa da parte dei disaccordi e la ricerca di un terreno comune. 

Oltre all’unanime rifiuto dei provvedimenti israeliani e americani contro i palestinesi, i due movimenti hanno concordato che la resistenza popolare non violenta è la migliore strategia.

La leadership congiunta, guidata da Hamas e Fatah, dovrebbe attivare la resistenza popolare in Cisgiordania questa settimana, anche se non è stato progettato un piano in dettaglio.

Jibril Rajoub, segretario generale del comitato centrale di Fatah – che ha proposto all’interno di Fatah l’idea di rilanciare i colloqui con Hamas a giugno – ha detto ai giornalisti che le fazioni palestinesi hanno concordato che ci sarà un cambiamento nelle regole di ingaggio con le forze di occupazione israeliane.

“Non permetteremo all’occupazione di sradicare un ulivo o di ferire un palestinese senza pagarne il prezzo”, ha detto Rajoub.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Questa non è la pace. È la normalizzazione dell’occupazione”: per i palestinesi l’accordo tra Israele e gli Emirati è pericoloso

Akram Al-Waara Betlemme, Cisgiordania occupata

domenica 16 agosto 2020 – Middle East Eye

In tutti i territori i palestinesi ritengono che questo patto incoraggi l’occupazione israeliana a danno dei loro legittimi diritti.

In questi giorni nei territori palestinesi occupati l’annuncio dell’accordo di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) è stato sulle prime pagine dei giornali locali: i palestinesi e i loro dirigenti vi esprimono la propria indignazione di fronte a quello che considerano un “tradimento” da parte di un altro Paese arabo.

L’accordo, annunciato giovedì sera, è stato negoziato dal presidente americano Donald Trump e stabilisce che Israele sospenderà l’annessione di alcune parti della Cisgiordania in cambio di relazioni diplomatiche con gli EAU.

Se gli EAU sono il primo Stato arabo del Golfo a raggiungere un tale accordo pubblico con Israele, da molto tempo il Paese, come la vicina Arabia Saudita, si dimostra amichevole nei confronti di Israele e ha messo in pratica una normalizzazione “nascosta”.

Un comunicato congiunto del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed ben Zayed (MBZ) ha celebrato questa decisione definendola “un progresso diplomatico storico” in grado di far avanzare la pace nella regione mediorientale. Tuttavia i palestinesi ritengono che questo nuovo accordo otterrà l’effetto contrario.

È una decisione pericolosa che non porterà che ulteriori persecuzioni contro i palestinesi,” garantisce a Middle East Eye Iyad Nasser, segretario generale di Fatah nel sud della Striscia di Gaza. Egli dice a MEE che, come tutti i palestinesi, giovedì, all’annuncio di questo accordo, gli abitanti della Striscia di Gaza assediata da Israele sono stati sopraffatti da disillusione e frustrazione.

Si percepiva nell’aria la sensazione di essere stati traditi dai nostri fratelli,” racconta. “Con questa decisione gli EAU non tradiscono solo il popolo palestinese, ma l’insieme degli arabi e persino la loro stessa popolazione.”

A Gerusalemme est occupata, Jawad Siyam, direttore del centro d’informazione Wadi Hilweh nel quartiere di Silwan, esprime un’opinione simile: “La normalizzazione è un tradimento. Nient’altro che questo.”

Se per lui come per molti altri il momento scelto per annunciare questa decisione è una sorpresa, Siyam precisa che la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti era prevista da molto tempo. “Bisognava essere ciechi per pensare che non sarebbe successo,” afferma Jawad Siyam. Secondo lui “da anni si poteva vederli agire insieme. Non sono solo gli Emirati, ci sono l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo. Sono i servi di Israele e degli Stati Uniti.”

A Betlemme, città della Cisgiordania occupata, gli effetti dell’occupazione israeliana sono assolutamente visibili. Circondati da muri e colonie in espansione, i palestinesi che vi abitano vivono con il ricordo costante che Israele controlla le loro vite.

George Zeidan, 30 anni, attivista locale e cofondatore del gruppo “Diritto di Muoversi”, dichiara a MEE che l’annessione è una “realtà quotidiana per i palestinesi in Cisgiordania. Utilizzare l’annessione come giustificazione per la normalizzazione è scandaloso,” ritiene l’attivista, in riferimento alla presunta promessa di Israele di sospendere questa politica in cambio delle relazioni diplomatiche con gli EAU.

L’annessione è una pratica illegale,” afferma. “Quindi il congelamento di una politica illegale non dovrebbe concedere ad Israele la pace con le Nazioni arabe. Non è una cosa per la quale dovrebbe essere ricompensato.”

D’altra parte, secondo George Zeidan l’idea che l’annessione sia stata congelata in conseguenza di questo accordo è una farsa: “Solo un’ora o due dopo questo annuncio, Netanyahu ha chiaramente promesso che non smetterà di perseguire l’annessione. È veramente patetico. Per ottenere questo rapporto diplomatico Israele non ha ceduto su niente.”

Tutti amano la pace,” continua. “Ma questa non è la pace. È la normalizzazione di un’occupazione. È un’occupazione quotidiana sul terreno, con la quale Israele continua a umiliare tutti i giorni la popolazione palestinese nei territori occupati.”

Una farsa”

Se l’annessione ufficiale della Cisgiordania è stata sospesa, il furto e l’appropriazione continui delle terre palestinesi non sono cessati, sottolinea, aggiungendo che l’annessione era stata ufficialmente rimandata parecchi mesi fa.

George Zeidan, Iyad Naser e Jawad Siyam hanno espresso la stessa opinione: che gli EAU si attribuiscano il merito della sospensione dell’annessione è una farsa.

È demoralizzante vedere che gli EAU utilizzano l’annessione per mascherare le loro iniziative di normalizzazione,” insiste Jawad Siyam con MEE. “Cercano di mostrare che attraverso questo accordo sostengono la Palestina, ma si capisce chiaramente il loro gioco.”

Si sa che non è così. Con questo accordo gli EAU hanno offerto a Trump e a Netanyahu un regalo per aiutarli a realizzare il loro programma politico,” spiega.

Trump utilizza questo successo per la sua campagna elettorale e Netanyahu per portare avanti le sue politiche nei territori occupati,” continua Jawad Siyam. “Da quando in luglio ha sospeso ufficialmente l’annessione, Netanyahu è soggetto ad una forte pressione da parte della destra israeliana, così questo accordo lo aiuta a tenersi a galla.”

Iyad Naser sottolinea che alla fine l’annessione non è stata ufficialmente annunciata come previsto il primo luglio a causa della crescente pressione internazionale, delle minacce di condizionare l’aiuto a Gerusalemme da parte del Congresso americano e della posizione dei cittadini palestinesi e dei loro dirigenti.

Con l’aiuto della comunità internazionale abbiamo fatto pressione su Israele e sugli Stati Uniti per bloccare l’annessione,” dice. “Gli emirati non hanno fatto niente. Non gli permetteremo di usarla come scusa per mascherare la loro vergogna.”

Iyad Naser ricorda l’iniziativa di pace del 2002, che offriva un più ampio riconoscimento di Israele se quest’ultimo si fosse ritirato all’interno delle frontiere del 1967 e avesse risolto il problema dei rifugiati palestinesi.

Nel quadro dell’iniziativa di pace araba la normalizzazione con Israele avrebbe dovuto essere l’ultima tappa di questo processo,” insiste. “Prima avrebbero dovuto essere garantiti i diritti dei palestinesi, restituite le loro frontiere e le loro terre, la loro libertà, poi sarebbe venuta la normalizzazione. E non il contrario.” 

In tutto lo spettro politico gli attivisti e i dirigenti palestinesi sono d’accordo sul fatto che questo accordo tra Israele e gli EAU costituisca un pericoloso precedente nella regione e a livello internazionale.

La Giordania, l’Egitto e ora gli EAU sono per il momento gli unici Paesi arabi ad avere ufficialmente relazioni diplomatiche con Israele. I palestinesi ritengono che questo nuovo accordo aprirà la strada ad altri Paesi della regione. 

Questo accordo è pericoloso perché legittima l’occupazione dal punto di vista internazionale,” dice a MEE George Zeidan.

Quando le persone vedranno che i Paesi arabi cominciano a firmare accordi con Israele sarà più difficile fare pressioni su Israele per porre fine alle sue violazioni dei diritti umani nei territori occupati.”

Il sostegno alla nostra causa e alla liberazione tra gli Stati arabi verrà inevitabilmente indebolita,” prevede il responsabile di Fatah. “Oggi dirigenti come MBZ e MBS (il principe ereditario saudita Mohammed ben Salman) tradiscono le politiche dei loro nonni che appoggiavano la Palestina. E altri Paesi finiranno per seguire l’esempio degli Emirati.”

Nonostante un futuro che sembra oscuro e la possibilità di una normalizzazione regionale con Israele, i palestinesi dicono di sperare ancora che il sostengo alla loro causa si manifesterà tra i popoli di tutto il mondo.

Malgrado il sostegno degli Stati del Golfo a Israele, abbiamo potuto constatare più volte che i popoli arabi sostengono sempre i palestinesi e la nostra lotta per la libertà,” nota Jawad Siyam.

Anche se non abbiamo il sostegno dei loro dirigenti, speriamo che i popoli di tutto il mondo continueranno a sostenere i diritti dell’uomo e a fare pressione su Israele per mettere fine all’occupazione.”

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’occupante israeliano teme una possibile riconciliazione palestinese

Adnan Abu Amer

11 luglio 2020 – Chronique de Palestine

I recenti incontri tra i rappresentanti di Fatah e di Hamas hanno ricevuto ampia copertura da parte dei media israeliani.

Queste riunioni sono fonte di grande inquietudine se servono a garantire al movimento Hamas una copertura politica e relativa alla sicurezza nella Cisgiordania occupata, consentendogli di riprendere le azioni di resistenza contro Israele. Soprattutto se l’Autorità palestinese pone fine alla persecuzione del movimento di resistenza islamica…

L’ultimo incontro a distanza si è svolto tra Jibril Rajoub, segretario generale del Comitato Centrale di Fatah ed ex capo della Forza di Sicurezza preventiva (dell’Autorità Nazionale Palestinese, o ANP), e Saleh Al-Arouri, vice-responsabile dell’ufficio politico di Hamas, che Israele presenta come “l’ideatore degli attacchi armati in Cisgiordania”.

Gli israeliani ritengono che questa riunione abbia dato semaforo verde ad Hamas per agire in Cisgiordania, anche se Mahmoud Abbas [presidente dell’ANP, ndtr.] non auspica il ritorno della resistenza armata.

Quello tra Rajoub- Al-Arouri è stato seguito da un altro incontro, tra Ahmed Helles, responsabile di Fatah per le questioni di Gaza, e Husam Badran, responsabile delle relazioni nazionali di Hamas. L’occupante israeliano teme che ciò sia il segnale della fine della situazione relativamente sotto controllo sul terreno.

Negli ultimi dieci anni si è assistito a parecchi incontri tra Fatah e Hamas e a tanti abbracci, sorrisi e strette di mano. In quasi tutte queste occasioni – troppo numerose per contarle – si è sentito affermare da Gaza, dal Cairo, da Beirut, da Doha e da Mosca, come da altri luoghi mantenuti segreti, che si è aperta una nuova pagina nelle loro relazioni. Tuttavia il punto comune di tutti questi annunci è che non hanno dato alcun risultato.

Questa volta ci si può aspettare qualcosa di diverso?

Non abbiamo altro nemico che Israele”

A proposito di queste recenti riunioni, gli israeliani hanno notato due novità: 1) né Rajoub né Al-Arouri hanno fatto dichiarazioni pubbliche sulla fine delle divisioni, la formazione di un governo di unità o l’indizione di nuove elezioni; 2) chi ha spinto i vecchi dirigenti a riprendere i colloqui è stato Israele.

Dal punto di vista israeliano, durante la conferenza stampa successiva alla riunione l’ANP ha avuto un chiaro obbiettivo, e non si è trattato di una riconciliazione con Hamas. Ha inteso solo contrariare Israele dopo aver messo fine al coordinamento in materia di repressione. Ma dare semaforo verde a Hamas per agire in Cisgiordania è la tappa successiva della campagna contro l’annessione [di parti della Cisgiordania, ndtr.].

Certo non l’hanno detto così, ma era questa la conclusione, dopo che si sono ascoltate espressioni come “una lotta comune sul terreno”. Rajoub ha dichiarato: “Non abbiamo altro nemico che Israele” e Al-Arouri è parso felice di questo annuncio ed ha chiamato ad una lotta comune in Cisgiordania.

Nonostante tutti questi aspetti, gli israeliani sono convinti che Abbas si atterrà alla sua politica di opposizione alla lotta armata. Si può immaginare che non voglia davvero vedere le bandiere verdi di Hamas sventolare ad ogni angolo di strada nel territorio palestinese sotto occupazione…

Tuttavia, quando Rajoub parla di Hamas in termini di lotta comune contro il piano israeliano di annessione, e seduto virtualmente accanto alla persona responsabile della creazione dell’infrastruttura militare di Hamas in Cisgiordania, corre il rischio di “cavalcare la tigre”. Questo incontro tra Fatah e Hamas può avere conseguenze immediate sulla volontà di quest’ultimo di condurre attacchi di resistenza armata nei territori occupati.

Semaforo verde” per il movimento Hamas nella Cisgiordania occupata?

Quanto ai dibattiti in Israele, essi insistono sul fatto che l’incontro tra Rajoub e Al-Arouri è il segnale di un partenariato tra Fatah e Hamas. Una simile cooperazione inquieta al massimo grado gli israeliani perché, per quanto limitata possa essere, resta un elemento di primaria importanza per il loro Paese. La velocità con cui è stato raggiunto l’accordo tra i due movimenti ha sorpreso i servizi di sicurezza israeliani, anche se non avevano escluso questa possibilità dal momento in cui Benjamin Netanyahu ha annunciato il suo piano di annessione.

Gli israeliani non prestano molta attenzione a ciò che viene detto durante le conferenze stampa palestinesi organizzate congiuntamente da Fatah e Hamas, poiché quel che conta è ciò che avviene sul terreno. Tutto dipende quindi dal possibile annuncio da parte dell’ANP che non fermerà i membri di Hamas e li lascerà agire liberamente in Cisgiordania.

Parlando di queste riunioni tra Fatah e Hamas, gli israeliani rivelano alcune informazioni importanti relativamente ai partecipanti. Rajoub, per esempio, è uno dei principali aspiranti alla successione di Abbas, e si è alleato con l’ex capo dei servizi di informazione, Tawfik Tirawi, e con il nipote di Yasser Arafat, Nasser Al-Qudwa.

Recentemente si è anche in parte riconciliato con il suo antico rivale Mohammed Dahlan, che è stato cacciato dalla Palestina occupata e vive in esilio a Abu Dhabi e in Serbia, da dove cerca continuamente di conquistarsi amicizie ed influenza tra le fila di Fatah.

Sempre secondo quanto si discute in Israele, Rajoub non è il prescelto di Abbas per la sua successione, né quello dell’ANP. Tuttavia il capo dell’ANP ha scelto Rajoub per coordinare le proteste contro i piani di annessione israeliani, e Rajoub si presenta anche come il solo uomo di Fatah in grado di raggiungere un accordo con Hamas.

Del resto, il fratello di Rajoub, Sheikh Nayef Rajoub, è un alto dirigente di Hamas in Cisgiordania.

Al-Arouri è un uomo molto astuto e di grande acume ed ha subito capito i vantaggi di un incontro con Rajoub. Ora è convinto che Hamas sarà in grado di organizzare grandi manifestazioni in Cisgiordania, cosa che Fatah non è stata capace di fare. I militanti di Hamas non rischieranno un arresto da parte delle forze di repressione dell’ANP e potranno riunirsi, almeno nei circoli politici.

Secondo l’interpretazione israeliana, le riunioni tra Fatah e Hamas potrebbero creare una situazione positiva per la resistenza sulla scena palestinese, dato che gli scontri tra i dirigenti dei due movimenti sarebbero sostituiti da un coordinamento e da garanzie reciproche. È davvero l’ultima cosa che Israele si augura….

Adnan Abu Amer dirige il dipartimento di scienze politiche e di mezzi di comunicazione dell’università Umma Open Education di Gaza, dove tiene corsi sulla storia della causa palestinese, la sicurezza nazionale e Israele. È titolare di un dottorato in storia politica all’università di Damasco e ha pubblicato parecchi libri sulla storia contemporanea della causa palestinese e del conflitto arabo-israeliano. Lavora anche come ricercatore e traduttore per centri di ricerca arabi ed occidentali e scrive regolarmente su quotidiani e riviste arabi.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)