Perché il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan è stato sospeso e cosa potrebbe succedere

Imran Mulla

9 giugno 2026 MiddleEastEye

L’organo esecutivo della Corte ha ignorato le conclusioni di una commissione giudiziaria che aveva scagionato Khan dalle accuse di cattiva condotta

La Corte Penale Internazionale si trova in uno stato di incertezza senza precedenti.

Il suo procuratore capo Karim Khan è stato sospeso nel corso di una campagna per rimuoverlo dall’incarico.

Gli Stati membri dell’ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), l’organo esecutivo della CPI, hanno votato lunedì per sospendere Khan ignorando l’esito di un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di molestie e abusi sessuali contro Khan – un’indagine che loro stessi avevano commissionato.

I giudici incaricati di esaminare le conclusioni dell’indagine hanno scagionato il procuratore all’inizio di quest’anno, concludendo che non vi erano prove di illeciti.

Ma l’Ufficio ASP ha deciso di compiere il passo decisamente non convenzionale di ignorare i risultati e di dare invece una propria valutazione dell’indagine.

Khan è in congedo da già più di un anno. È stato sanzionato dagli Stati Uniti per la sua richiesta di mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Anche i suoi due vice e numerosi giudici sono stati sanzionati.

Il mese scorso, in un’intervista a Middle East Eye, Khan ha descritto le incredibili intimidazioni e pressioni che, a suo dire, avrebbe subito in relazione alla sua attività di perseguimento dei mandati di arresto per i ministri israeliani, ed anche le minacce ricevute da parte dell’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron e del senatore statunitense Lindsey Graham.

Ha accusato l’organo di governo della Corte di condurre una campagna “pericolosa” e di parte per rimuoverlo dall’incarico con accuse infondate di abusi sessuali, a causa della sua indagine sui presunti crimini di guerra israeliani.

Sebbene l’Ufficio dell’ASP sia un comitato esecutivo composto da 21 membri, tutti i 125 Stati membri della CPI sono rappresentati nell’organo di governo della Corte, appunto l’ASP.

Saranno questi Stati membri a votare in ultima istanza sul destino di Khan.

Se il verdetto di cattiva condotta grave da parte dell’Ufficio dell’ASP venisse confermato da almeno due terzi dei membri, l’ASP terrebbe una seconda votazione per la rimozione del procuratore.

Come si è arrivati ​​a questo punto?

Indagine sui crimini di guerra israeliani

Khan è un avvocato britannico che in passato ha servito come assistente del segretario generale delle Nazioni Unite. Ha svolto inoltre attività di difensore in tribunali penali nazionali ed internazionali.

Nel febbraio 2021 è stato eletto dall’ASP procuratore capo della CPI, diventando la terza persona a ricoprire tale incarico dalla fondazione della Corte nel 2002.

Khan è stato il primo consigliere speciale e capo della squadra investigativa delle Nazioni Unite a muovere accuse al gruppo iracheno dello Stato Islamico (IS) per i crimini commessi tra il 2018 e il 2021.

È stato eletto procuratore capo della Corte Penale Internazionale nel 2021 e da allora il suo ufficio ha indagato su gravi crimini internazionali commessi presumibilmente da leader di Stato in tutto il mondo, fra cui la richiesta di mandati di arresto per i leader della giunta birmana e per i funzionari talebani in Afghanistan.

Quando ha proposto un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin, a seguito della sua invasione dell’Ucraina, Khan è stato sanzionato dalla Russia.

L’indagine penale sui presunti crimini di guerra nei territori palestinesi occupati era stata avviata pochi mesi prima dell’insediamento di Khan dalla sua predecessora Fatou Bensouda, ex ministro della Giustizia gambiana e ora ambasciatrice del suo paese a Londra.

Nel 2024 il Guardian ha rivelato che il Mossad aveva esercitato pressioni e verosimilmente minacciato Bensouda senza successo in una campagna di anni per impedirle di avviare l’indagine, e che in seguito aveva messo sotto sorveglianza il suo successore Khan.

Le pressioni su Khan iniziarono ad aumentare nell’aprile del 2024 mentre preparava la richiesta di mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo allora ministro della difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra, e di nuovo nell’ottobre del 2024, un mese prima che i giudici della Corte Penale Internazionale emettessero i mandati. Nel maggio 2024 Khan aveva richiesto i mandati di arresto, che il tribunale emise nel novembre dello stesso anno.

Lo scorso agosto MEE ha riferito che le pressioni esercitate sul procuratore durante quel periodo includevano minacce e avvertimenti rivolti a Khan da parte di importanti politici e accuse da parte di stretti colleghi e amici di famiglia; i timori per la sua incolumità erano alimentati dalla presenza di una squadra del Mossad all’Aia e da scoop sui media riguardanti le accuse di abusi sessuali.

Il mese scorso Khan ha dichiarato a MEE di aver ricevuto informazioni secondo cui sarebbe sotto stretta sorveglianza da parte dei servizi segreti russi e israeliani e di averne informato le autorità.

Ha confermato che il senatore statunitense Lindsey Graham lo aveva minacciato di sanzioni se avesse richiesto i mandati di arresto, come già riferito da MEE.

“È stata una conversazione piuttosto cordiale fino al momento in cui ha detto: ‘Se fai quello che ho sentito dire che farai, ci saranno delle conseguenze'”. Ha anche riportato la sua conversazione del 23 aprile 2024 con l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron, che minacciò Khan del ritiro del Regno Unito dalla Corte Penale Internazionale e del definanziamento della stessa se la Corte avesse emesso mandati di arresto per i funzionari israeliani.

La telefonata è stata riportata per primi da MEE nel giugno dello scorso anno.

Khan ha affermato che Cameron, ex primo ministro e ora membro della Camera dei Lord, gli aveva detto “che avevo perso la testa, o che sarei stato considerato fuori di testa se avessimo proceduto [con i mandati] come lui aveva sentito. Mi ha posto diverse domande e mi ha illustrato le conseguenze, o le probabili conseguenze, ed è stata sicuramente una conversazione difficile”.

Khan ha aggiunto: “Chiaramente non era contento di ciò che aveva sentito e che, dal suo punto di vista, avrebbe causato delle difficoltà. E direi che non avevo dubbi dato che naturalmente, come mi disse, il Regno Unito è uno dei maggiori finanziatori della Corte e se il Regno Unito, il partito [conservatore], il partito all’epoca al governo, e anche gli Stati Uniti avessero pensato che avrei perso il controllo della situazione politica, questo avrebbe portato a delle difficoltà. E naturalmente aveva ragione.”

Il procuratore ha confermato che se la Commissione Affari Esteri avviasse un’inchiesta sulla telefonata e gli chiedesse di testimoniare, “certo che ci penserei e collaborerei”.

Accuse di abusi sessuali

Nel 2025, con Donald Trump presidente degli Stati Uniti, Khan fu colpito da sanzioni.

Le sanzioni furono in seguito estese a due viceprocuratori e otto giudici della Corte Penale Internazionale coinvolti nelle indagini sulla Palestina e sull’Afghanistan, alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, nonché alle ONG palestinesi che avevano fornito prove alla Corte.

Riferendosi alle crescenti pressioni subite dalla Corte col ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025 Khan ha dichiarato: “A febbraio [2025] sono stato la cavia del presidente Trump appena insediato. Poi, ad agosto, sono stati sanzionati i viceprocuratori. E poi alcune ONG palestinesi e persone come Francesca Albanese, relatrice speciale. Gli Stati Uniti ovviamente lo hanno fatto per nuocere, per dissuadere, per garantire il rispetto della loro migliore opzione, ovvero nessuna indagine in Palestina.”

Allo stesso tempo la Corte fu travolta da uno scandalo per le accuse di abusi sessuali contro Khan, che lui ha sempre negato.

Il 29 aprile 2024, oltre un mese dopo la decisione di richiedere i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant, una collaboratrice di Khan presentò un’accusa di molestie nei suoi confronti.

Le accuse di molestie furono deferite al Meccanismo di Vigilanza Interna (OIM), l’organo investigativo della Corte, il 3 maggio, ma l’indagine fu archiviata pochi giorni dopo, in seguito alla dichiarazione della donna di non voler collaborare.

Un’altra indagine dell’OIM sulle accuse fu aperta e chiusa più tardi nello stesso anno, prima dell’avvio di un’indagine esterna delle Nazioni Unite.

Il mese scorso Khan ha dichiarato a MEE di non aver goduto dell’anonimato durante le indagini per la denuncia a suo carico, a differenza di quanto accaduto in precedenza ad altri funzionari della Corte accusati di cattiva condotta.

Il suo nome era stato confermato ai media dal presidente dell’Ufficio alla fine del 2024.

La pressione sul procuratore si intensificò ulteriormente all’inizio del 2025, quando si diffuse la notizia che Khan stava cercando di ottenere mandati di arresto per altri ministri israeliani, insieme a ulteriori fughe di notizie sui media riguardanti le accuse di abusi sessuali. L’amministrazione Trump sanzionò Khan nel febbraio dello stesso anno.

Khan si prese poi un periodo di congedo a metà maggio, poco dopo che un tentativo di sospenderlo, sollecitato da un alto funzionario del suo stesso ufficio, era fallito, e nel bel mezzo dell’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di cattiva condotta.

A marzo un collegio di giudici nominato dall’ASP concluse che l’indagine non aveva accertato alcuna “cattiva condotta o violazione del dovere” da parte di Khan.

Tuttavia la maggioranza dei membri dell’Ufficio dell’ASP appoggiò una mozione per ignorare la relazione dei giudici e formulare una propria valutazione dell’indagine.

“Territori inesplorati”

MEE ha saputo che il procuratore ha presentato il mese scorso all’ASP delle prove fornite da Ben Swanson, ex vicesegretario generale dell’Organizzazione per il Meccanismo di Controllo Interno (OIOS) delle Nazioni Unite, l’organismo che ha indagato su Khan.

Swanson ha lasciato il suo incarico nel febbraio 2025, il che significa che il suo periodo in carica si è sovrapposto all’indagine su Khan, iniziata alla fine del 2024.

Swanson ha dichiarato: “Né il rapporto d’indagine dell’OIOS, né il materiale relativo forniscono prove sufficienti a supportare qualsiasi giudizio di cattiva condotta secondo lo standard di prove richiesto”.

Il mese scorso Khan ha avvertito che la campagna contro di lui ha spinto la Corte in un “territorio inesplorato”, che a suo dire rischia di creare un pericoloso precedente per la rimozione di funzionari eletti a causa di pressioni politiche.

“Se un processo può essere manipolato, se può essere sovvertito, se può essere minato perché i funzionari statali e i diplomatici, per qualsiasi motivo, pensano di saperne di più, allora si crea un modello per sbarazzarsi di qualsiasi funzionario eletto, ora o in futuro, con motivazioni pretestuose, inconsistenti, inventate o infondate”, ha dichiarato Khan a MEE.

Khan ha affermato che, se l’ASP avesse cercato di rimuoverlo, avrebbe fatto appello al Tribunale Amministrativo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILOAT), l’organismo a cui il personale della CPI può appellarsi contro le decisioni sul rapporto di lavoro.

In un parere legale condiviso il mese scorso con gli Stati membri della Corte Penale Internazionale, Abdul Koroma, ex giudice della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), ha affermato che l’ILOAT potrebbe ordinare alla Corte Penale Internazionale di reintegrare Khan e pagare fino a 1,5 milioni di euro (1,74 milioni di dollari) a titolo di risarcimento se l’organo di governo della Corte lo rimuovesse o lo sanzionasse.

Il viceministro degli Esteri norvegese Andreas Kravik ha detto a MEE la scorsa settimana che l’ufficio dell’ASP dovrebbe “rispettare le procedure” che ha messo in atto per esaminare le accuse di cattiva condotta contro il procuratore.

“Quello che abbiamo detto è che la Corte Penale Internazionale deve esaminare questo caso in conformità con le procedure stabilite per esaminare le accuse di cattiva condotta”, ha detto Kravik.

Ha avvertito che “altrimenti ci sarà come minimo una percezione di politicizzazione del processo. E ciò danneggerebbe l’integrità del tribunale.

È qualcosa che non possiamo permetterci, soprattutto in questo momento in cui la Corte è sottoposta a forti pressioni da parte di altri Stati e in cui alcuni Stati stanno cercando, per quanto possibile, di dipingere la Corte come un’entità politicizzata che non opera in conformità con i principi fondamentali del diritto internazionale”.

Ora che Khan è stato sospeso, l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) ha dichiarato di aver deciso di convocare al più presto una sessione speciale per esaminare la questione.

La valutazione dell’Ufficio si è basata sulla relazione di un’indagine condotta dall’Ufficio dei Servizi di Controllo Interno delle Nazioni Unite (OIOS), sulle prove raccolte, sul parere di un gruppo ad hoc di esperti giuridici e sugli scritti presentati”, si legge nella nota.

La decisione dell’Ufficio e la relativa documentazione rimarranno riservate. L’Ufficio continua a chiedere il dovuto rispetto della privacy e dei diritti di tutte le parti coinvolte, nonché dell’integrità del procedimento in corso”, conclude la nota.

Secondo le regole dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), qualsiasi giudizio di cattiva condotta richiederebbe la maggioranza di due terzi degli Stati membri presenti e votanti dell’Assemblea.

Se l’ASP votasse decretando la grave cattiva condotta si procederebbe a una seconda votazione sulla rimozione del procuratore.

In tale votazione sarebbe necessaria una maggioranza assoluta di almeno 63 voti per rimuovere Khan.

Il team legale di Khan ha dichiarato lunedì: “La decisione è illegittima, proceduralmente scorretta e non supportata da prove. Ignora la conclusione unanime della Commissione Giudiziaria indipendente nominata dallo stesso Ufficio, la quale ha stabilito che gli accertamenti di fatto dell’OIOS non hanno dimostrato cattiva condotta o violazione dei doveri ai sensi del quadro giuridico pertinente.”

Hanno affermato che “intraprenderanno tutte le misure necessarie per contestare la decisione, tutelare i suoi diritti e garantire il rispetto del giusto processo.”

Ora è in ballo il futuro di Khan, insieme a quello della stessa Corte Penale Internazionale.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti”

Sophie Bessis, Dominique Eddé 

18 febbraio 2026 – Orient XXI

L’11 febbraio 2026 Jean- Noel Barrot ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati a causa di frasi che non ha mai pronunciato. Il ministro ha a sua volta ripreso un’accusa formulata dalla deputata di area Macron Caroline Yadan sulla base di un video incompleto.

La storica Sophie Bessis e la saggista Dominique Eddé denunciano una politica estera francese senza bussola, che sceglie di attaccare Francesca Albanese mentre tace sulla guerra genocidaria condotta contro Gaza e sulle violazioni quotidiane del cessate il fuoco in Libano.

Da Kabul, dove alle ragazze è proibito andare a scuola e le donne sono coperte da una prigione ambulante, fino all’isola di Epstein, paradiso dei pedo-criminali, dove personaggi celebri in tutti i campi hanno abusato e umiliato, un decennio dopo l’altro, ragazzine e donne importate dai quattro angoli del mondo, non vi è più un centimetro del pianeta che non sia ricoperto dal fango. La “rivoluzione” iraniana che nel 1979 rivendicava tra l’altro di combattere contro l’arroganza occidentale, promettendo al suo popolo di ripristinare i suoi diritti, ha superato ogni record nella repressione della sua popolazione e nella negazione di quegli stessi diritti.

Dovunque l’immagine della tenaglia è al suo culmine. Il nemico interno e quello esterno ne impugnano ciascuno una leva, confiscano miliardi di destini col pretesto di decidere per loro. Incancreniti entrambi dal potere della menzogna e della voracità, l’Occidente e l’Oriente ormai dialogano soltanto attraverso la logica oscena del più forte, del più ricco, di chi offre di più. Mentre in Sudan gli Emirati Arabi Uniti proseguono i loro aiuti di varia natura ad un’impresa genocidaria, l’esercito israeliano porta a termine la propria in Palestina, spezzando le ultime sacche di vita a Gaza e annettendo la Cisgiordania. Che cosa propongono, che cosa fanno nel frattempo i governanti dei Paesi che si vantano ancora di essere democratici di fronte a questo tsunami? Che cosa fa la Francia?

Una diplomazia senza colonna vertebrale

Trattandosi di Israele e Palestina, la sua politica estera è diventata indecifrabile. Non ha più colonna vertebrale. Dopo aver sostenuto l’estensione ai palestinesi di ‘Pause’, il programma di accoglienza d’emergenza di scienziati e artisti in esilio creato nel 2017 su iniziativa del Collège de France, nell’estate 2025 decide improvvisamente di bloccarlo, col pretesto del tweet antisemita di una gazawi che non compariva neanche fra i candidati. Dopo aver riconosciuto alcuni mesi fa lo Stato palestinese, la Francia oggi reclama, per voce del suo Ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, le dimissioni nientemeno che della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

Perché? Perché Caroline Yadan [del partito di Macron], deputata eletta dai francesi all’estero [nella circoscrizione sud est, che include Israele, ndt.] e partigiana appassionata dell’estrema destra israeliana, non sopporta che i palestinesi, difesi così male dai propri rappresentanti politici, lo siano così bene da una voce straniera e libera. È abbastanza logico, si può capirla. Ma perché è bastato che Caroline Yadan snaturasse le frasi di Francesca Albanese, secondo il metodo spudorato di un Donald Trump o di un Benjamin Netanyahu, perché Jean-Noel Barrot ne seguisse l’esempio?

È la stessa persona che ha definito il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del presidente Macron un “errore politico, morale e storico”. La stessa che ha presentato all’Assemblea Nazionale una proposta di legge che, con il pretesto di lottare contro l’antisemitismo, intende avallare la legge israeliana del 2018 che definisce Israele “Stato-nazione del popolo ebraico” e solo di esso. Se questa legge venisse approvata chiunque contesti questo fatto, noi tra questi, potrebbe essere denunciato.

Centoventi personalità francesi hanno sottoscritto questa proposta di legge. Tra esse l’ex capo di Stato François Hollande, dal quale aspettiamo di sapere se anch’egli auspichi le dimissioni di Francesca Albanese. I tentativi di chiarimento avanzati dal Quai d’Orsay (Ministero Affari Esteri, ndt.) non hanno cambiato nulla nella sostanza. La Francia per voce del suo ministro insiste a reclamare la testa di Francesca Albanese.

Si può anche non essere d’accordo con alcune dichiarazioni espresse da quest’ultima, ma con quale diritto le si travisa? Ha riconosciuto di aver mancato di tempestività non ritirandosi da una riunione alla quale era presente, senza che lei ne fosse stata informata, uno dei dirigenti di Hamas, Khaled Meshal. Che cosa è questo errore, per di più riconosciuto, di fronte all’incredibile acquiescenza di una maggioranza di Stati europei nei confronti del governo israeliano?

Ricordiamo tra l’altro che la Francia, co-garante del cessate il fuoco in Libano, non dice una parola contro le violazioni quasi quotidiane di cui esso è oggetto. Mentre assistiamo, in una pressocché generale indifferenza, all’attuazione della fase finale di un piano di eliminazione dei palestinesi dalla loro terra, la Francia non trova niente di meglio da fare che attaccare una donna che ha alzato la voce contro questa infamia? Niente di meglio che attirare Germania e Austria nella sua scia?

Contro il silenzio e l’impunità

Molte voci ridotte al silenzio, spaventate dall’impunità di cui gode la politica israeliana, si sono sentite ascoltate e comprese da Francesca Albanese e dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres. Bisogna che gli ultimi sussulti di coraggio dell’ONU siano proibiti mentre Netanyahu e Trump tolgono di mezzo l’Ufficio di soccorso e lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) e il secondo ambisce a mettere fine all’esistenza stessa delle Nazioni Unite?

Sono queste voci, come anche le tantissime voci dissidenti tra gli ebrei di tutto il mondo, che consentono alla ragione di tener ancora testa alla follia generale. Per fortuna non si contano coloro che remano contro l’attuale regno dell’inconcepibile, contro un degrado planetario della salute mentale. Dobbiamo aiutarli o esortarli a scomparire?

Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa voler sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti. Significa inoltre calpestare l’eredità inestimabile del pensiero ebraico moderno. Poiché chi, da Franz Kafka a Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin, Canetti, Freud o Einstein, avrebbe avallato una simile pretesa? Condividerla significa privare i senza voce delle poche risorse che gli restano. Significa favorire l’odio col pretesto di combatterlo. Significa consegnare il treno del futuro a binari che vanno contro un muro. Ci aspettiamo di meglio dalla diplomazia francese.

Sophie Bessis 

Storica e giornalista franco- tunisina. Ultimi scritti pubblicati: La civilisation judeo-chretienne : Anatomie d’une imposture [La civiltà giudaico-cristiana: anatomia di un’impostura. Ed. italiana (con Duccio Sacchi): La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Einaudi, Torino, 2026], ed. Les liens qui libèrent, 2025; Je vous écris d’une autre rive : lettre à Hannah Arendt [Vi scrivo da un’altra sponda: lettera a Hannah Arendt], ed. Elyzad 2021; Histoire de la Tunisie de Carthage à nos jours [Storia della Tunisia da Cartagine ai giorni nostri], ed. Tallandier 2029.

Dominique Eddé

Scrittrice e saggista. Ultimo lavoro pubblicato: La mort est en train de changer [La morte sta cambiando], ed. Les liens qui libèrent 2025.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Il rapporto delle Nazioni Unite elenca le aziende complici del genocidio di Israele: chi sono?

Federica Marsi

1 luglio 2025 – Al Jazeera

La Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese ha pubblicato un rapporto che fa il nome di diverse grandi aziende statunitensi che sostengono l’occupazione israeliana e la guerra contro Gaza. Ci sono anche diverse aziende di altri Paesi, dalla Cina al Messico.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ha pubblicato un nuovo rapporto che traccia una mappa delle aziende che sostengono Israele nell’espulsione dei palestinesi e nella guerra genocida contro Gaza, in violazione del diritto internazionale.

L’ultimo rapporto di Francesca Albanese, presentato il 3 luglio durante una conferenza stampa a Ginevra, fa il nome di 48 aziende multinazionali, tra cui i giganti tecnologici statunitensi Microsoft, Alphabet Inc. (la casa madre di Google) e Amazon. Come parte dell’indagine è stata inoltre creata una banca dati di più di 1000 aziende.

L’occupazione perenne [di Israele] è diventata il terreno di prova ideale per i produttori di armi e per le grandi aziende tecnologiche, con un’offerta e una domanda significative, poco controllo e zero responsabilità, consentendo a investitori e istituzioni pubbliche e private di trarne profitto liberamente” si legge nel rapporto.

Le aziende non sono più semplicemente implicate nell’occupazione, potrebbero essere coinvolte in un’economia di genocidio”, si legge, in riferimento all’attacco in corso contro la Striscia di Gaza da parte di Israele. Lo scorso anno, in un parere tecnico, Albanese aveva detto esserci “ragionevoli motivi” per ritenere che Israele stesse commettendo un genocidio nell’enclave palestinese assediata.

Nel rapporto si sostiene che i risultati dell’indagine illustrano “il motivo per cui il genocidio di Israele continua”, ovvero “perché è economicamente vantaggioso per molti”.

Quali aziende di armi e tecnologie sono identificate nel rapporto?

L’acquisto da parte di Israele di aerei da combattimento F-35 fa parte del più ampio programma di approvvigionamento di armi al mondo, che coinvolge almeno 1600 aziende in otto Stati. Fa capo all’azienda statunitense Lockheed Martin, ma i componenti degli F-35 sono costruiti in tutto il mondo.

L’azienda italiana Leonardo S.p.A. è indicata come quella che offre il principale contributo al settore militare, mentre l’azienda giapponese FANUC fornisce i macchinari automatizzati per le linee di produzione delle armi.

Nel contempo il settore tecnologico ha consentito la raccolta, la conservazione e l’uso governativo di dati biometrici dei palestinesi, “in sostegno alla politica discriminatoria dei permessi di Israele”, si legge nel rapporto. Microsoft, Alphabet e Amazon consentono a Israele “un accesso governativo virtualmente illimitato alle loro tecnologie cloud e di IA” potenziando le sue capacità di elaborazione dati e sorveglianza.

L’azienda tecnologica statunitense IBM è anche responsabile dell’addestramento di personale militare e dei servizi segreti, oltre a gestire la banca dati centrale dell’autorità per la Popolazione, l’Immigrazione e le Frontiere (PIBA) di Israele che contiene i dati biometrici dei palestinesi, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto sin dall’inizio della guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 la piattaforma software statunitense Palantir Technologies ha ampliato il suo sostegno all’esercito Israeliano, e vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che l’azienda fornisca la tecnologia automatizzata di controllo predittivo usata per l’automazione delle decisioni durante le operazioni militari, per elaborare dati e produrre elenchi di obiettivi come quelli generati da sistemi di intelligenza artificiale come “Lavender”, “Gospel” e “Where’s Daddy?”

Le società complici che supportono Israele

Quali altre aziende sono identificate nel rapporto?

Il rapporto elenca anche numerose aziende che sviluppano tecnologie civili utilizzate come “strumenti a doppio uso” per l’occupazione di territorio palestinese da parte di Israele. Tra queste vi sono Caterpillar, Rada Electronic Industries di proprietà di Leonardo, HD Hyundai della Corea del Sud e il gruppo Volvo svedese, che forniscono macchinario pesante per la demolizione di abitazioni e la costruzione di colonie illegali in Cisgiordania.

Anche le piattaforme Booking e Airbnb sostengono le colonie illegali perché promuovono stanze d’albergo e altre proprietà in affitto nei territori occupati da Israele. Il rapporto indica la statunitense Drummond Company e la svizzera Glencore come i principali fornitori di carbone, importato principalmente dalla Colombia, per produrre l’elettricità per Israele.

Nel settore agricolo, la cinese Bright Dairy & Food è proprietaria della maggioranza di Tnuva, la più grande azienda alimentare israeliana, che trae beneficio dalla terra sottratta ai palestinesi dagli avamposti coloniali illegali di Israele. Netafim, un’azienda che fornisce tecnologia di irrigazione a goccia e che è per l’80 % di proprietà della messicana Orbia Advance Corporation, fornisce infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse idriche nella Cisgiordania occupata.

Anche i buoni del tesoro hanno svolto un ruolo cruciale nel finanziamento dell’attuale guerra contro Gaza. Secondo il rapporto alcune delle più grandi banche del mondo, tra cui la francese BNP Paribas e la Barclays del Regno Unito sono intervenute per permettere a Israele di contenere il premio sui tassi di interesse nonostante il declassamento del credito.

Chi sono i principali investitori dietro queste aziende?

Il rapporto identifica le aziende di investimento multinazionali BlackRock e Vanguard come i principali investitori di diverse tra le aziende elencate.

BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, è il secondo più grande investitore istituzionale in Palantir (8,6 %), Microsoft (7,8 %), Amazon (6,6 %), Alphabet (6,6 %) e IBM (8,6 %), e il terzo in Lockheed Martin (7,2 %) e Caterpillar (7,5 %).

Vanguard, il secondo gestore patrimoniale al mondo, è il primo investitore in Caterpillar (9,8 %), Chevron (8,9 %) e Palantir (9,1 %), e il secondo investitore in Lockheed Martin (9,2 %) e nel produttore di armi israeliano Elbit System (2 %).

Le aziende traggono profitto dai rapporti con Israele?

Nel rapporto si legge che “le imprese coloniali e i genocidi a queste associate sono state nel corso della storia promosse e favorite dal settore aziendale”. L’espansione di Israele in terra palestinese è un esempio di “capitalismo coloniale razziale”, in cui le aziende traggono profitto da un’occupazione illegale.

Da quando Israele ha lanciato la guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 “le entità che prima avevano permesso e tratto profitto dall’eliminazione e cancellazione dei palestinesi in un’economia di occupazione, invece di disimpegnarsi sono ora coinvolte nell’economia di genocidio”, sostiene il rapporto.

Per le aziende di armi straniere la guerra è stato un affare lucroso. La spesa militare di Israele tra il 2023 e il 2025 è aumentata del 65 %, salendo a 46,6 miliardi di dollari, una delle più alte al mondo pro capite.

Diverse imprese quotate in borsa, in particolare nei settori delle armi, della tecnologia e delle infrastrutture, dall’ottobre 2023 hanno registrato un aumento dei profitti. Anche la borsa di Tel Aviv è salita come mai prima, del 179 %, con un aumento di valore di mercato di 157,9 miliardi di dollari.

Le compagnie di assicurazione internazionali, tra cui Allianz e AXA, hanno investito ingenti somme in azioni e obbligazioni legate all’occupazione israeliana, si legge nel rapporto, in parte come riserve di capitali ma in primo luogo per generare profitti.

Anche Booking e Airbnb continuano a trarre profitto da proprietà date in affitto nelle terre occupate da Israele. Airbnb per un breve periodo nel 2018 ha tolto dagli annunci le proprietà nelle colonie illegali, ma è poi tornata a donare i profitti da lì derivati a cause umanitarie, una pratica che nel rapporto viene definita di “humanitarian-washing” [un tentativo di migliorare la propria reputazione distogliendo l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani di cui si rende complice, N.d.T.].

Le aziende private sono responsabili secondo il diritto internazionale?

Secondo il rapporto di Albanese, sì. Le aziende hanno l’obbligo di non violare i diritti umani attraverso azioni dirette o dei loro partner commerciali.

Gli Stati hanno la principale responsabilità di assicurarsi che le aziende rispettino i diritti umani e devono prevenire, indagare e punire gli abusi del settore privato. Le aziende devono però rispettare i diritti umani anche se gli Stati in cui operano non lo fanno.

Secondo il rapporto, un’azienda deve quindi valutare se le attività o le relazioni lungo la sua catena di approvvigionamento rischiano di causare violazioni dei diritti umani o di contribuirvi.

Il non agire in linea con il diritto internazionale può comportare una responsabilità penale. I singoli dirigenti possono essere ritenuti penalmente responsabili, anche davanti ai tribunali internazionali.

Il rapporto invita tutte le aziende a disinvestire da tutte le attività legate all’occupazione da parte di Israele del territorio palestinese, che è illegale secondo il diritto internazionale.

Nel luglio 2014 la Corte Internazionale di Giustizia  ha emesso un parere consultivo che stabilisce che la presenza di Israele nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est deve cessare “il più rapidamente possibile”. Alla luce di questo parere consultivo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto a Israele di porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati entro settembre 2025.

Secondo il rapporto di Albanese la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia “qualifica di fatto l’occupazione come un atto di aggressione… Di conseguenza, qualsiasi accordo che sostenga o appoggi l’occupazione e l’apparato ad essa associato può costituire una complicità secondo il diritto internazionale ai sensi dello statuto di Roma.

Gli Stati non devono fornire aiuti o assistenza o partecipare ad accordi economici o commerciali e devono prendere provvedimenti per prevenire relazioni commerciali o finanziarie che aiutino a mantenere la situazione illegale creata da Israele nei territori palestinesi occupati”.

(traduzione di Federico Zanettin)




Funzionaria ONU: il governo israeliano è il più criminale di tutti

Redazione di MEMO

6 maggio 2025 – Middle East Monitor

Quds Press ha riferito che Francesca Albanese, la Relatrice Speciale ONU sulla Situazione dei Diritti Umani nel territorio palestinese occupato dal 1967, ha descritto il governo israeliano come “il più criminale tra i governi,” aggiungendo che “Israele sta usando la fame come un’arma.”

Albanese ha accusato Israele di commettere un genocidio nella Striscia di Gaza ed ha affermato che l’assedio che continua ad imporre va contro il diritto umanitario internazionale.

Ha anche dichiarato che Israele deve essere sanzionato per le sue violazioni del diritto internazionale a Gaza, affermando che prima o poi i principi del diritto umanitario internazionale prevarranno sulla brutalità israeliana.

Israele ha completamente chiuso tutti i valichi verso Gaza il 2 marzo, vietando l’ingresso di cibo, acqua e carburante.

L’esercito di occupazione israeliano ha ripreso la sua aggressione a Gaza il 18 marzo, rompendo il cessate il fuoco e l’accordo di scambio dei prigionieri del 19 gennaio.

Dall’ottobre 2023 Israele ha ucciso più di 52.200 palestinesi nell’enclave, molti dei quali donne e minori.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Una vittoria contro la macchina della disinformazione: come Albanese ha sconfitto la lobby israeliana

Robert Inlakesh

6 aprile 2025 – The Palestine Chronicle

Francesca Albanese, forse la funzionaria delle Nazioni Unite più attaccata, è diventata uno delle più strenui difensori dei diritti umani nella Palestina occupata. Nonostante le innumerevoli accuse rivoltele, i divieti d’ingresso in diversi Paesi e persino le minacce di morte, è riuscita a ottenere il rinnovo del suo incarico alle Nazioni Unite.

Dopo aver ricevuto la nomina a Relatrice Speciale per i Territori Palestinesi Occupati nel maggio 2022, la studiosa e avvocata di diritto internazionale italiana, Francesca Albanese, ha rischiato di essere eventualmente estromessa dal suo incarico.

A seguito di notizie secondo cui una sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) avrebbe deciso se la nota Relatrice Speciale avrebbe mantenuto il suo incarico, è emersa l’ennesima campagna diffamatoria.

L’UNHRC ha ufficialmente ribadito che Albanese manterrà il suo incarico fino al 2028, dissipando diverse voci su una sua possibile estromissione. Sebbene accuse infondate di “antisemitismo”, “sostegno ad Hamas” e “terrorismo” siano state a lungo rivolte al Relatore Speciale delle Nazioni Unite (UNSR), di recente i gruppi di pressione filo-israeliani hanno ovviamente intensificato le loro campagne.

Mentre la rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite ha recentemente tentato di esercitare pressioni per far licenziare Albanese, sostenendo che avesse sposato un “antisemitismo virulento, che demonizza Israele e sostiene Hamas”, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’UNHRC in buona misura a causa delle sue critiche a Israele.

Questo fatto indebolisce la posizione del governo statunitense, fermamente filo-israeliano e anti-palestinese. Lo stesso Donald Trump usa persino il termine “palestinese” come insulto contro i suoi oppositori politici.

Albanese è stata oggetto di critiche fin dal suo ingresso alle Nazioni Unite nel 2022, il che ha spinto circa 65 studiosi ebrei a difenderla firmando una dichiarazione in cui si legge: “È evidente che la campagna contro (Albanese) non mira a combattere l’antisemitismo dei nostri giorni. Si tratta essenzialmente di tentativi di metterla a tacere e di indebolire il suo mandato di alto funzionario delle Nazioni Unite che denuncia le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele”.

Dopo il 7 ottobre 2023, con l’inizio della guerra a Gaza, le accuse contro Albanese hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Si è rifiutata di moderare la sua opposizione ai crimini di guerra ed è stata una delle prime funzionarie delle Nazioni Unite a opporsi ai governi occidentali che cercavano di affermare che la storia fosse iniziata il 7 ottobre.

La rappresentante speciale dell’ONU ha ricevuto persino un divieto di ingresso in Francia dopo aver dichiarato che le affermazioni secondo cui l’attacco di Hamas sarebbe stato motivato da “antisemitismo” erano errate. Fin dall’inizio del conflitto ha lanciato l’allarme sui piani israeliani di pulizia etnica a Gaza, venendo etichettata come “sostenitrice di Hamas”, “antisemita” e “di parte”. Mentre il governo israeliano e i suoi difensori hanno sostenuto che tale politica non esistesse, definendo tali accuse “antisemite”, Israele ora persegue apertamente la pulizia etnica.

Nel marzo 2024 Albanese ha anche pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Anatomia di un genocidio”, che ha ricevuto un’enorme quantità di reazioni negative. I gruppi filo-israeliani sono stati implacabili nei loro attacchi alla Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite (UNSR). UN Watch, un sito web filo-israeliano che perseguita le figure di spicco che criticano le politiche di Tel Aviv, ha persino pubblicato un rapporto di 60 pagine in cui si afferma che la Relatrice Speciale promuove la propaganda di Hamas, alimentando “l’antisemitismo e il terrorismo jihadista”.

La litania di attacchi alla sua figura ha spaziato dal definirla “antisemita”, “simpatizzante del terrorismo”, fino a “negazionista dell’Olocausto” il tutto senza prove. Ha anche ricevuto attacchi personali e affermazioni infondate sui suoi finanziamenti.

Nel luglio del 2024 una notizia falsa utilizzata per delegittimare Albanese è stata quella secondo cui avrebbe ricevuto finanziamenti da una serie di gruppi di attivisti filo-palestinesi in Australia. Il sito web UN Watch ha affermato che associazioni australiane erano “filo-Hamas”, un’accusa anch’essa senza prove.

Tuttavia i media israeliani e alcuni settori dei media occidentali hanno diffuso la notizia secondo cui l’UNSR era accusata di ricevere fondi da un “gruppo filo-Hamas”. Queste affermazioni sono rimaste senza fondamento per mancanza di prove, mentre la funzionaria delle Nazioni Unite ha dichiarato pubblicamente che il suo lavoro non è retribuito.

Il 1° ottobre Francesca Albanese ha pubblicato un altro rapporto per le Nazioni Unite intitolato “Genocidio come cancellazione colonialista”. Proseguendo nel suo impegno per la causa dei diritti umani dei palestinesi, Albanese viaggia frequentemente, partecipa a conferenze e rilascia interviste, fornendo informazioni

A marzo, un gruppo estremista sionista chiamato “Betar”, che ha apertamente elogiato e minacciato tattiche descritte dall’ex direttore della CIA, Leon Panetta, come “terrorismo”, ha persino minacciato di consegnare un cercapersone ad Albanese. Questa intimidazione si basa sugli attacchi esplosivi con cercapersone perpetrati indiscriminatamente in tutto il Libano da Israele, che hanno ucciso e ferito civili e membri di Hezbollah.

Il fatto che la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati rimanga al suo posto è una vittoria contro una montagna di organizzazioni filo-israeliane e funzionari governativi occidentali finanziati da gruppi della lobby filo-israeliana. È anche una prova del fatto che le accuse mosse contro Albanese sono infondate.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Una funzionaria delle Nazioni Unite denuncia la ‘pausa umanitaria’ di quattro ore a Gaza come ‘assolutamente cinica’

Redazione di MEMO

10 novembre 2023 – Middle East Monitor

Francesca Albanese, la relatrice speciale per i diritti umani nei territori occupati palestinesi, ha criticato la proposta dello Stato di Israele di mettere in atto “una pausa umanitaria” giornaliera di quattro ore nelle operazioni militari nel nord di Gaza, permettendo ai civili di muoversi verso sud, descrivendola come “assolutamente cinica ed inumana”.

Venerdì Albanese ha affermato che “ci sono stati bombardamenti continui, 6.000 bombe ogni settimana sulla Striscia di Gaza, su questo minuscolo pezzo di terra dove le persone sono intrappolate e la distruzione è enorme. Non ci sarà alcun modo di ritornare dopo quello che Israele sta facendo alla Striscia di Gaza.”

Quindi quattro ore di cessate il fuoco, sì, per permettere alle persone di respirare e ricordare quale sia il suono della vita senza bombardamenti prima di cominciare a bombardarli nuovamente. E’ molto cinico e crudele.”

Ciò accade dopo che l’esercito israeliano e la Casa Bianca hanno annunciato ieri che lo Stato di Israele ha accettato di permettere pause giornaliere di quattro ore nella parte nord della Striscia di Gaza in modo che i palestinesi fuggano.

Secondo il portavoce statunitense presso il Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti John Kirby, “gli israeliani ci hanno detto che non ci saranno operazioni militari in queste aree durante le pause e che questo modo di procedere inizia oggi.” Egli ha chiamato le pause un “primo passo” per l’alleviare la crisi umanitaria di Gaza, facendo “passi nella giusta direzione.”

Kirby ha affermato che gli accordi per implementare le pause, le cui tempistiche a quanto si dice sarebbero annunciate da Israele tre ore prima, sono giunti dopo “un’enorme quantità di impegni da parte dell’amministrazione [il Presidente Joe Biden] per cercare di assicurarsi che l’assistenza umanitaria possa entrare e le persone possano uscire in sicurezza.”

Lo Stato di Israele ha bombardato Gaza ripetutamente in risposta all’incursione di Hamas sul confine sud di Israele il 7 ottobre, nella quale uomini armati hanno ucciso 1.400 persone e hanno preso 240 ostaggi. Funzionari palestinesi hanno affermato che fino a giovedì 10.812 abitanti di Gaza sono stati uccisi, di cui il 40% minori. I critici dicono che le richieste devono insistere su un cessate il fuoco e non una “pausa” nelle uccisioni.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina: Israele ha trasformato tutta la Palestina in “una prigione a cielo aperto” per ulteriori piani di annessione

Jeff Wright

16 luglio 2023 – Mondoweiss

Il rapporto di giugno di Francesca Albanese al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU afferma che Israele usa mezzi fisici, burocratici, militari e di sorveglianza per “de-palestinizzare” il territorio occupato, minacciando “l’esistenza dei palestinesi come popolo”.

Nel suo rapporto di giugno al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, descrive in dettaglio come, attraverso “un sistema di controllo composto da livelli multipli e interconnessi di confinamento“, Israele “ha trasformato la vita dei palestinesi in un continuum carcerario” – equivalente, come scrive, a una prigione a cielo aperto costantemente sorvegliata.

Il suo rapporto documenta i tanti mezzi fisici, burocratici, militari e di sorveglianza che consentono il “sequestro arbitrario di terra e lo sfollamento forzato dei palestinesi” da parte di Israele: caratteristiche, scrive, del colonialismo di insediamento.

Lunedì, nel corso della presentazione del rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Albanese ha dichiarato: Questi reati sembrano far parte di un piano per de-palestinizzare il territorio. Minacciano l’esistenza dei palestinesi come popolo, come compagine nazionale coesa”.

Esperta di diritto internazionale, Albanese consente al lettore una visione dettagliata dello specifico attraverso una descrizione delle leggi internazionali riguardanti il diritto umanitario e il diritto penale, che nel loro insieme mostrano chiaramente l’illegalità delle azioni di Israele relative ai palestinesi in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e a Gaza.

È fondamentale, ha detto ai membri del Consiglio per i Diritti Umani, che la comunità internazionale riconosca l’illegalità dell’occupazione israeliana che conduce naturalmente all’apartheid. Questa non può essere rettificata. Non può essere resa più umana semplicemente affrontando alcune delle sue conseguenze più gravi. E’ necessario porvi fine, per ripristinare lo stato di diritto e la giustizia”.

Israele ha sempre negato che il diritto internazionale si applichi alle sue azioni nel territorio occupato, sostenendo che il territorio è conteso, non occupato. Il rifiuto da parte di Israele dell’applicabilità del diritto internazionale, riferisce la Relatrice Speciale, ha portato a violazioni dei principi fondamentali che regolano le situazioni di occupazione, tra cui l’impossibilità di acquisire una sovranità, i doveri di amministrare il territorio occupato a beneficio della popolazione protetta, e [il principio di] provvisorietà.”

In una conferenza stampa che ha fatto seguito alla pubblicazione della relazione di 21 pagine Albanese ha affermato di aver scritto il suo rapporto sul tema della privazione arbitraria della libertà “a causa della estrema gravità della situazione sul terreno“.

Il suo rapporto aggiorna la documentazione delle Nazioni Unite sulle politiche e pratiche israeliane familiari a molti: detenzione arbitraria e arresto senza mandato; incursioni notturne con arresto di minori; il sistema legale su due livelli in Cisgiordania, uno per i cittadini israeliani che vivono in insediamenti illegali, sotto la giurisdizione di tribunali civili, l’altro creato per i palestinesi, sotto l’amministrazione e il sistema giudiziario delle forze di occupazione; il blocco illegale della Striscia di Gaza; un sistema di autorizzazioni arbitrario privo di trasparenza; 270 colonie e basi militari che circondano città, paesi e villaggi palestinesi, impedendone l’espansione; il Muro, posti di blocco, blocchi stradali e strade divise con criteri di segregazione; e la parcellizzazione dei palestinesi in aree separate con leggi diverse che regolano quasi ogni aspetto della loro vita. “L’architettura di confinamento a più livelli”, la chiama nel suo rapporto.

Uno dei contributi significativi del rapporto della Relatrice Speciale è la sua descrizione della sorveglianza digitale da parte di Israele. L’interferenza con il diritto alla privacy, come l’uso di tecnologie di sorveglianza, è regolamentata dal diritto internazionale e deve essere utilizzata solo quando strettamente necessario.

Albanese scrive:

Al contrario, la sorveglianza digitale rafforza in modo pervasivo il controllo delle forze israeliane sullo spazio e sulla vita della popolazione occupata. I palestinesi sono costantemente monitorati attraverso telecamere a circuito chiuso e altri dispositivi ai posti di blocco, negli spazi pubblici, in occasione di eventi e proteste collettive. I loro spazi privati sono spesso invasi a loro insaputa, attraverso il monitoraggio su piattaforme online come Facebook di chiamate e conversazioni online considerate “minacciose” e il tracciamento della posizione e connessione dei telefoni cellulari per stabilire reti e potenziali associazioni, o persino attraverso le loro cartelle cliniche.

“L’occupazione”, riferisce Albanese, “ha favorito da parte di Israele lo sviluppo di potenti tecnologie di sorveglianza, tra cui riconoscimento facciale, droni e monitoraggio dei social media”. Descrive l’uso di sistemi israeliani – come Blue Wolf, Red Wolf e Wolf Pack – che contribuiscono al database israeliano di immagini, informazioni personali e valutazione di sicurezza dei palestinesi della Cisgiordania, compresi quelli che vivono in quartieri di Gerusalemme come Silwan e Sheikh Jarrah. Hanno “creato una ‘sorveglianza trasformata in gioco‘”, scrive Albanese, “in base alla quale le unità militari israeliane fotografano i palestinesi senza consenso impegnandosi persino in inquietanti competizioni“.

“La sorveglianza digitale serve in definitiva a facilitare la colonizzazione”, scrive.

Incaricata nel suo mandato di documentare la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Albanese elenca anche le violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità palestinesi che contribuiscono a rafforzare la morsa del regime imposto dall’occupazione”.

“Gli arresti e le detenzioni arbitrarie effettuati dall’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e dalle autorità de facto nella Striscia di Gaza hanno contribuito a soffocare i diritti e le libertà dei palestinesi”, scrive. “Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato pratiche abusive, insulti, segregazione in celle di isolamento e percosse spesso per estorcere confessioni, punire e intimidire gli attivisti”, riferisce.

Albanese descrive come il coordinamento sulla sicurezza tra l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele “ha aperto la strada a un collegamento diretto tra gli apparati di detenzione palestinesi e israeliani”. Le vittime palestinesi, scrive, sono affidate a una “politica della porta girevole”, un ciclo in cui “i palestinesi vengono prima arrestati, interrogati, detenuti e spesso sottoposti a maltrattamenti da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese e poi, una volta rilasciati, dalle forze di occupazione, o vice versa.”

Mentre la Legge Fondamentale palestinese, emendata nel 2003, dovrebbe proteggere i diritti e le libertà fondamentali, Albanese scrive che altre leggi palestinesi ancora assegnano delle ampie interpretazioni ad alcuni reati [e] possono includere insulti o calunnie nei confronti di un pubblico ufficiale o di un’autorità superiore, diffamazione a mezzo stampa, o provocazione di un ‘conflitto settario’”.

I palestinesi sospettati di collaborare con Israele affrontano un trattamento ancora più severo”, scrive, e nella Striscia di Gaza possono essere puniti con la pena di morte”.

La relatrice speciale sottolinea anche come l’Autorità Nazionale Palestinese abbia fatto propria la repressione israeliana degli studenti nei campus palestinesi, “detenendo studenti e altri per opinioni politiche dissenzienti, comprese quelle condivise sui social media”.

Tra le conclusioni del suo rapporto:

    • Sotto l’occupazione israeliana generazioni di palestinesi hanno subito una diffusa e sistematica privazione arbitraria della libertà, spesso per i più elementari atti della vita…”.

    • Col privare i palestinesi delle protezioni garantite dal diritto internazionale l’occupazione li riduce a una popolazione ‘de-civilizzata’, spogliata del loro status di persone protette e dei diritti fondamentali. Trattare i palestinesi come una minaccia collettiva da recludere sottrae loro la protezione in quanto “civili” ai sensi del diritto internazionale, li priva delle loro libertà fondamentali e li espropria del loro libero arbitrio e possibilità di restare uniti, autogovernarsi e progredire sul piano politico… “

    • Col passare dalla sicurezza del potere occupantealla sicurezza delloccupazione stessaIsraele ha camuffato la sicurezzasotto la forma di controllo permanente del territorio che occupa e cerca di annettere…. Ciò ha radicato la segregazione, la sottomissione, la frammentazione e, in ultima analisi, l’espropriazione delle terre palestinesi e lo sfollamento forzato dei palestinesi”.

    • “… Sulla base della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, in particolare la legge sulla responsabilità dello Stato, gli Stati terzi hanno il dovere di non favorire o legittimare l’apartheid coloniale di Israele…”

Albanese cita diversi modi per raggiungere la prima delle due raccomandazioni del suo rapporto: che “il sistema israeliano rivolto a privare arbitrariamente i palestinesi della loro libertà nel territorio palestinese occupato… sia abolito tout court”. La seconda raccomandazione invita il Procuratore della Corte Penale Internazionale ad esaminare, nell’ambito dell’indagine sulla Situazione in Palestina, la possibile perpetrazione dei crimini internazionali da lei descritti.

Alla richiesta di Mondoweiss di un parere sul rapporto della Relatrice Speciale Jonathan Kuttab, esperto di diritto internazionale e attivista per i diritti umani, ha affermato: A differenza di altri commentatori, la signora Albanese applica il diritto internazionale con immediatezza e specificità e non consente che le sue osservazioni vengano travisate da altri attraverso il silenzio o l’esplicita accettazione delle continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Altri agiscono come se tale silenzio persistente e prolungato avesse in qualche modo normalizzato o legittimato ciò che costituisce chiaramente un comportamento illegale e un insieme di flagranti violazioni delle norme imposte dal diritto internazionale in relazione al comportamento di una “potenza occupante” nei confronti di una “popolazione civile protetta”.

Essendole stato rifiutato l’ingresso nel territorio occupato da Israele, la Relatrice Speciale ha condotto il suo studio di sei mesi a distanza, con visite in Giordania, incontri e sopralluoghi virtuali, analisi di fonti primarie e pubbliche e [esame di] rapporti di organizzazioni della società civile palestinese.

Al momento della stesura di questo articolo, non abbiamo ancora visto una risposta dallo Stato di Israele. Ma le critiche sono attese a meno che, come successo per la riunione del Consiglio dei Diritti Umani di lunedì, Israele semplicemente ignori il rapporto.

In un articolo pubblicato all’inizio di questo mese Avi Shlaim, professore emerito di relazioni internazionali all’Università di Oxford, ha difeso Albanese dopo le accuse contro di lei di antisemitismo in risposta al suo rapporto di settembre. Schlaim ha scritto che l’approccio di Israele nei confronti delle Nazioni Unite, spesso caratterizzato da disprezzo, si trasforma in “derisione [che] lascia il posto a un’inesorabile denigrazione” di coloro che indagano sulle pratiche di Israele e cercano di indurlo a risponderne”.

“Albanese è un’ esperta internazionale straordinariamente competente e coscienziosa”, scrive Schlaim. Non merita altro che credito per il coraggio e l’impegno che ha dimostrato nell’adempimento del suo mandato presso le Nazioni Unite. Può persino esibire come simbolo d’onore la maggior parte degli attacchi contro di lei da parti sioniste.

“I tre pilastri principali dell’ebraismo sono verità, giustizia e pace”, scrive Schlaim. Albanese incarna questi valori in misura straordinariamente alta. E ci saranno molti ebrei in tutto il mondo, turbati dal tradimento da parte di Israele di questi fondamentali valori ebraici, soprattutto dopo la formazione del governo di coalizione violentemente anti-palestinese, di estrema destra, xenofobo, omofobo e apertamente razzista guidato da Benjamin Netanyahu, che dovrebbero ringraziarla per aver sostenuto questi valori in un momento critico della storia di Israele”.

I sostenitori di una pace giusta dovrebbero stampare il rapporto della Relatrice Speciale, aggiungere una breve nota personale e spedire copie evidenziate ai loro rappresentanti politici eletti e ai media locali.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)