Perché una forza di interposizione per Gaza potrebbe essere un’idea pericolosa

Haidar Eid  e Jamal Juma*

9 settembre 2025 – Al Jazeera

Israele e gli USA non permetteranno la presenza di una forza neutrale in nessun luogo vicino a Gaza. Ciò significa che uno spiegamento di forze straniere potrebbe solo favorire i piani di pulizia etnica.

L’idea di dispiegare una forza di interposizione o di peacekeeping in Palestina non è nuova. Dopo la nascita di Israele attraverso gli orrendi massacri e la pulizia etnica di massa del 1948, le Nazioni Unite crearono l’Organizzazione di Supervisione della Tregua (UNTSO) per monitorare l’attuazione degli accordi dell’armistizio arabo-israeliano del 1949. Nel 1974 inviò la Forza delle Nazioni Unite di Monitoraggio del Disimpegno (UNDOF) per sostenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria e nel 1978 venne dispiegata sul territorio libanese la Forza ad Interim in Libano (UNIFIL). Nessuna di queste forze è stata in grado di fermare l’aggressione israeliana.

Dopo la seconda invasione israeliana della Cisgiordania occupata e il massacro a Jenin del 2002 l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton riesumò l’idea di una forza internazionale nei territori palestinesi occupati.

Con l’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023 questo proposito ha iniziato a costituire nuovamente un’attrattiva diplomatica. Nel maggio 2024 la Lega Araba invocò una forza di peacekeeping per i territori palestinesi occupati. Il gradimento del Consiglio Atlantico sostenne l’idea e lo stesso fecero diversi dirigenti occidentali, compresa la Ministra degli Esteri della Germania Annalena Baerbock, accusata di complicità in genocidio [accusa sostenuta da diverse ONG per il suo sostegno all’invio di armi in Israele, ndt.].

Nel luglio di quest’anno una conferenza di alto livello guidata da Francia e Arabia Saudita ha suggerito anche una “missione internazionale di stabilizzazione” a Gaza, sulla base di un invito da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. L’idea è stata riproposta in seguito alla molto tardiva dichiarazione della Integrated Food Security Phase Classification (IPC) sulla carestia a Gaza.

Senza dubbio un simile intervento, armato o disarmato, non solo sarebbe legale ai sensi del diritto internazionale, ma sarebbe anche un modo per adempiere al principio giuridico internazionale di responsabilità di protezione. Tuttavia la questione chiave è: come potrebbe una tale forza di interposizione agire nel mondo reale?

Considerando la realtà geopolitica, è difficile immaginare che potrebbe funzionare senza il consenso di Israele. Israele gode del pieno e incondizionato appoggio degli USA ed agisce impunemente. Ha già dimostrato che agirebbe in modo aggressivo contro ogni tentativo di rompere l’assedio di Gaza; è arrivato al punto di invadere lo spazio aereo dell’Unione Europea per attaccare una nave umanitaria diretta a Gaza. Qualunque forza di interposizione che tenti di entrare in Palestina senza il consenso di Israele verrebbe attaccata prima ancora che si avvicini.

Perciò l’unica possibilità sarebbe che Israele e gli USA la permettessero. Questo è possibile, ma avverrebbe alle loro condizioni, che molto probabilmente porterebbero all’internazionalizzazione e alla normalizzazione del genocidio.

Il primo passo in quella direzione è già stato compiuto a fine maggio col dispiegamento della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sostenuta dagli USA. Da allora Israele e i mercenari della GHF hanno ucciso almeno 2.416 palestinesi in cerca degli aiuti e feriti più di 17.700.

Philippe Lazzarini, alto commissario dell’UNRWA, lo ha definito “un abominio” e “una trappola mortale che è costata più vite di quante ne abbia salvate”. Esperti dell’ONU hanno denunciato “il coinvolgimento dell’intelligence israeliana, di contractors USA e di non precisati enti non governativi”. L’agenzia dell’ONU per il coordinamento degli aiuti di emergenza (OCHA) ha denunciato le operazioni della GHF come un pericoloso e “deliberato tentativo di militarizzare gli aiuti”.

Le recenti rivelazioni del Washington Post, secondo cui il piano del presidente USA Donald Trump di trasformare Gaza in una “riviera del Medio Oriente” è tuttora all’ordine del giorno, indicano in che modo la forza di interposizione potrebbe diventare una realtà.

Il piano, denominato Ricostruzione, Accelerazione e Trasformazione Economica di Gaza (GREAT), vedrebbe il dispiegamento di una forza straniera come parte della gestione fiduciaria decennale sponsorizzata dagli USA sulla Striscia di Gaza. Il contingente sarebbe composto da contractors privati assunti dalla GHF, mentre l’esercito israeliano sarebbe responsabile dell’ “intera sicurezza”. Ciò significherebbe di fatto la continuazione del genocidio e della pulizia etnica dei palestinesi sotto la supervisione di mercenari stranieri.

Non è certo questo il tipo di forza di interposizione che vorrebbero vedere i promotori filopalestinesi dell’idea, ma ad oggi è l’unico realisticamente possibile.

Tutti noi auspichiamo che il genocidio abbia fine e che i palestinesi siano protetti dall’aggressione israeliana fino a che non finisca il suo regime di apartheid, pulizia etnica ed occupazione illegale. Una forza di interposizione avrebbe dovuto essere dispiegata molto tempo fa, quando il movimento sionista per primo iniziò il suo progetto genocida in Palestina nel 1947.

Oggi promuovere l’idea di una forza di interposizione non solo aprirebbe la strada alla realizzazione del piano di Trump, ma distrarrebbe dalla forma di intervento più strategica e incisiva: porre fine alla complicità internazionale e imporre sanzioni a Israele. Questo è ciò che è possibile e realistico. Questo è ciò che gli Stati che vogliono proteggere i palestinesi e difendere i nostri diritti e il diritto internazionale devono e possono fare, senza dipendere da alcun altro soggetto.

Vent’anni fa lanciammo l’appello per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e aprimmo la strada verso le sanzioni. Adesso siamo sul punto di vedere le sanzioni divenire reali e incisive.

L’anno scorso l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato una risoluzione che impegna gli Stati membri a sanzioni parziali ad Israele. Se riusciamo ad attuarla, questo minerà efficacemente la capacità di Israele di continuare ad alimentare la sua macchina genocidaria.

Nel frattempo l’azione del BDS sta avendo effetti. Stiamo cominciando ad essere in grado di interferire nella catena di rifornimento del genocidio. Abbiamo impedito che alcune spedizioni di acciaio e forniture militari raggiungessero gli acquirenti israeliani.

In agosto il presidente della Colombia Gustavo Petro ha emesso un secondo decreto di messa al bando dell’esportazione di carbone a Israele. Poco tempo dopo la Turchia ha annunciato un completo stop a tutti gli accordi commerciali e la chiusura dei suoi porti e aeroporti alle navi e aerei israeliani; il paese era il quinto principale partner di Israele per le importazioni.

Uomini d’affari israeliani stanno ammettendo ai media locali che “ha preso forma una realtà di silenzioso boicottaggio da parte dei fornitori europei e specialmente da parte di Paesi vicini come la Giordania e l’Egitto”.

Se il Sudafrica, il Brasile e la Nigeria interrompessero le forniture di energia ad Israele, questo avrebbe un enorme impatto a breve termine. La Cina potrebbe impedire alle sue imprese di far funzionare il porto di Haifa. Il sud globale ha il potere di bloccare da solo la catena globale di rifornimento del genocidio fermando il continuo flusso di materie prime e componenti.

Anche in Europa alcuni legami di complicità stanno iniziando a sciogliersi. In Olanda cinque ministri, compreso il ministro degli Esteri e il vice Primo Ministro, si sono dimessi dopo che il gabinetto di governo non è stato in grado di concordare sanzioni contro Israele, provocando una crisi di governo. La Slovenia e la Spagna hanno annunciato un embargo delle armi. Le mobilitazioni dei portuali in tutto il Mediterraneo e oltre hanno reso ancor più difficili i trasporti marittimi di materiale militare verso Israele.

Sta crescendo la pressione popolare sui governi perché rispettino i loro obblighi legali e morali ed impongano sanzioni a Israele. Non è il momento di promuovere progetti impossibili o insidiosi che potrebbero fornire loro una scusa per non agire.

Abbiamo visto tutti come Israele abbia fatto a pezzi i piani di Oslo per una soluzione di due Stati. Quegli accordi non sono mai stati niente di più che uno sforzo per far sentire meglio soprattutto l’Europa riguardo al suo ruolo nella nostra espropriazione.

Cerchiamo di non cadere nuovamente nella stessa trappola sostenendo iniziative che consentirebbero soltanto al mondo di sentirsi un po’ meglio riguardo al genocidio di Israele. Concrete pressioni e sanzioni restano le misure più efficaci a disposizione, che l’asse USA-Israele non può manipolare più di tanto.

Rafforziamo concrete iniziative globali multilaterali a supporto della Palestina e del diritto internazionale, come il Gruppo dell’Aja (gruppo di nazioni del sud del mondo creato nel gennaio 2025 per sostenere le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, ndtr.). Facciamo pressione sugli Stati perché impongano sanzioni e interrompano la catena di rifornimento del genocidio.

Deve esserci una pressione costante fino a quando l’apartheid e il colonialismo di insediamento vengano eliminati tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

*(Attivista BDS e attivista indipendente per i diritti umani. Coordinatore della Campagna del Muro Anti-apartheid)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un contractor statunitense della sicurezza: “Ho visto Israele commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza”

Michael Arria

29 luglio 2025-Mondoweiss

Un contractor della sicurezza statunitense che lavorava per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza corroborando le denunce palestinesi che durano da mesi secondo cui i siti di distribuzione degli aiuti sono “trappole mortali”.

Un ex contractor della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti gestiti dall’agenzia americana sostenuta da Israele.

In una serie di interviste l’ex dipendente della GHF ed ex- Berretto Verde [membro delle forze speciali dell’esercito USA, ndt.] Anthony Aguilar ha affermato di aver visto soldati israeliani fare uso indiscriminatamente della forza contro i civili in vari siti di distribuzione degli aiuti a Gaza.

“Ad essere sincero direi che sono dei criminali”, ha detto Aguilar. “In tutta la mia carriera non ho mai assistito a un simile livello di brutalità e all’uso di una tale forza indiscriminata e non necessaria contro una popolazione civile, una popolazione disarmata e affamata.”

Ha proseguito: “Fino a Gaza e per mano delle IDF e dei contractor statunitensi non ho mai assistito a una cosa del genere in tutti i luoghi in cui sono stato impegnato in guerra “.

In un’intervista a Democracy Now Aguilar ha affermato che i siti di distribuzione degli aiuti erano “progettati come trappole mortali”.

“Tutti e quattro i siti di distribuzione sono stati intenzionalmente, deliberatamente costruiti, pianificati e realizzati nel mezzo di una zona di combattimento attiva.

“Quei siti sono stati costruiti intenzionalmente in quelle aree. Non è un caso. Ciò, ovvero designare siti di distribuzione umanitaria per assistere una popolazione disarmata e affamata e costruirli deliberatamente in una zona di combattimento attiva di per sé è una violazione dei protocolli della Convenzione di Ginevra”, ha continuato. “È una violazione del diritto umanitario. E, a mio parere, è una violazione dell’umanità in generale”.

In una conversazione con il gruppo israeliano anti-Netanyahu UnXeptable Aguilar ha raccontato la storia di un ragazzo affamato e scalzo che lo ha ringraziato per il cibo prima di essere ucciso dai soldati israeliani.

“Il 28 maggio, al sito di distribuzione sicuro n. 2, questo ragazzo, Amir, si avvicina a me, mi allunga la mano e mi bacia”, ha spiegato Aguilar. “Questo ragazzo non indossa scarpe. I suoi vestiti gli cadono addosso perché è così magro… Non ha un contenitore una scatola, ha mezzo sacco di riso e lenticchie e ci stava ringraziando. Ha camminato per 12 chilometri per arrivare lì… e quando è arrivato ci ha ringraziato per quel poco che aveva ricevuto… mi ha baciato e mi ha detto ‘grazie'”.

“[Amir] è tornato tra la folla, poi è stato colpito con spray al peperoncino, gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili, gli hanno sparato ai piedi e in aria e lui è scappato… e le IDF [esercito israeliano] sparavano sulla folla… Palestinesi, civili, esseri umani, si sono accasciati a terra e Amir è stato uno di loro”, ha continuato. “Amir ha camminato per 12 chilometri per procurarsi del cibo, non ha ottenuto altro che degli avanzi, ci ha ringraziato ed è morto”.

In risposta alle affermazioni di Aguilar la GHF ha rilasciato una dichiarazione in cui insiste sul fatto che queste “non hanno alcun fondamento”.

“Va sottolineato che il signor Aguilar era impiegato come subcontrator ed è stato licenziato più di un mese fa per comportamento inappropriato”, afferma la fondazione. “In seguito al licenziamento abbiamo ricevuto minacce secondo cui, se non fosse stato reintegrato, sarebbero stati presi provvedimenti contro di noi, sollevando dubbi sulle motivazioni alla base delle sue interviste.”

“Abbiamo anche prove che probabilmente ha falsificato documenti e presentato video fuorvianti per promuovere la sua falsa narrazione”, ha aggiunto l’associazione. Tuttavia non ha prodotto alcuna delle presunte prove.

Questa settimana, un gruppo di senatori statunitensi, guidato dal senatore (della minoranza democratica eletto nel Maryland) Chris Van Hollen, ha inviato al Segretario di Stato Marco Rubio una lettera in cui chiede all’amministrazione Trump di interrompere i finanziamenti alla GHF e di riprendere il sostegno al programma di distribuzione alimentare delle Nazioni Unite.

“Confondere i confini tra la distribuzione degli aiuti e le operazioni di sicurezza viola norme consolidate che regolano la distribuzione degli aiuti umanitari sin dalla ratifica delle Convenzioni di Ginevra nel 1949”, si legge nella lettera

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che a Gaza non c’è fame, ma in recenti dichiarazioni ai giornalisti il Presidente Trump ha riconosciuto la gravità della situazione.

“A giudicare dalla televisione, … quei bambini sembrano molto affamati”, ha detto Trump. “Ma stiamo dando un sacco di soldi e cibo, e altre Nazioni stanno intensificando gli aiuti”.

“Alcuni di quei bambini sono… si tratta veramente di denutrizione”, ha aggiunto.

Venerdì della scorsa settimana il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che dalla fine di maggio un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nel tentativo di procurarsi cibo.

“Facciamo videochiamate con i nostri operatori umanitari che stanno morendo di fame davanti ai nostri occhi”, ha detto Guterres. “Continueremo a denunciarlo apertamente in ogni occasione. Ma le parole non sfamano i bambini che muoiono di fame”.

La scorsa settimana, donne palestinesi di Gaza hanno raccontato a Mondoweiss di essere state attirate in un sito della GHF con la promessa di aiuti solo per essere picchiate e fatte segno di colpi d’arma da fuoco, con la conseguente morte di almeno due donne. Le testimonianze di queste donne rispecchiano precedenti episodi in cui la GHF è stata accusata di attirare persone nei suoi punti di distribuzione dove poi le forze israeliane compiono quelli che molti descrivono come “massacri degli aiuti” con il pretesto della distribuzione umanitaria.

Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, da maggio scorso [quando è iniziata l’attività sul campo della GHF, ndt.] il numero di palestinesi colpiti dalle forze israeliane all’interno o nelle vicinanze dei centri di distribuzione della GHF ha superato i 1.000 morti e oltre 6.011 feriti.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le autorità di Gaza affermano che sono state trovate pillole di oppioidi negli aiuti alimentari forniti dagli Stati Uniti.

Shradda Joshi

27 giugno 2025 MiddleEastEye

La Gaza Humanitarian Foundation, l’ente israelo-statunitense che distribuisce gli aiuti umanitari a Gazai, è stata ampiamente condannata per possibile complicità in crimini di guerra.

Venerdì l’Ufficio Stampa del governo di Gaza ha denunciato la presenza di pillole di ossicodone che sarebbero state trovate nei sacchi di farina distribuiti dai centri di aiuto “israelo-statunitensi”.

“Finora abbiamo quattro testimonianze documentate di cittadini che hanno trovato queste pillole all’interno dei sacchi di farina”, si afferma in un comunicato, segnalando la “possibilità che alcune di queste sostanze stupefacenti siano state deliberatamente macinate o disciolte nella farina stessa”.

L’ossicodone è un oppioide indicato per il trattamento del dolore acuto e cronico, spesso prescritto ai pazienti oncologici.

Il farmaco crea una forte dipendenza e può avere effetti potenzialmente letali, tra cui complicazioni respiratorie e allucinazioni.

La dichiarazione dell’Ufficio Stampa arriva dopo che diversi post sui social media hanno condiviso immagini di pillole presumibilmente rinvenute in sacchi di farina a Gaza.

Il farmacista palestinese Omar Hamad ha definito le pillole scoperte come “la forma più spregevole di genocidio”.

Anche Khalil Mazen Abu Nada, un medico palestinese di Gaza, ha pubblicato su Facebook un post sulla droga descrivendola come un “mezzo per cancellare la nostra consapevolezza sociale”.

L’Ufficio Stampa del governo di Gaza ha dichiarato di ritenere Israele “pienamente responsabile di questo crimine atroce di diffusione della dipendenza e di distruzione del tessuto sociale palestinese dall’interno”.

L’ufficio ha anche denunciato lo “sfruttamento del blocco di Gaza da parte dell’esercito israeliano per contrabbandare queste sostanze come ‘aiuto e assistenza'”, e ha definito i centri di assistenza gestiti da Israele e Stati Uniti delle “trappole mortali”.

La Gaza Humanitarian Foundation (GHF), la controversa organizzazione israelo-americana che gestisce i punti di assistenza a Gaza, è stata ampiamente condannata dalle organizzazioni per i diritti umani per la sua mancanza di trasparenza e responsabilità.

Mercoledì 15 le associazioni per i diritti umani e legali hanno chiesto la sospensione dell’incarico a GHF per via del suo ruolo nello scalzare le organizzazioni umanitarie internazionali e favorire lo “sfollamento forzato” dei palestinesi a Gaza, ciò che potrebbe costituire complicità in “crimini di diritto internazionale, inclusi crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio”.

Le autorità sanitarie di Gaza hanno riferito che nell’ultimo mese di attività del GHF almeno 516 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nei pressi dei siti di distribuzione aiuti.

Venerdì il quotidiano israeliano Haaretz ha riportato la notizia che dei soldati israeliani hanno ammesso di aver sparato e ucciso direttamente palestinesi disarmati nei siti di distribuzione aiuti gestiti dal GHF.

Middle East Eye ha richiesto un commento al GHF.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)