“Uno sterminio silenzioso”: Israele bombarda i magazzini di medicinali di Gaza, peggiorando ulteriormente la catastrofica crisi sanitaria nella Striscia

Tareq S. Hajja

4 agosto 2026, Mondoweiss

Israele ha colpito due importanti depositi di medicinali a Deir al-Balah, l’ultimo di una serie di attacchi israeliani al precario sistema sanitario di Gaza. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza la carenza di medicinali sta uccidendo tre malati di tumore al giorno.

Domenica 2 agosto, prima dell’alba, l’esercito israeliano ha colpito un deposito di medicinali accanto all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, in quello che le autorità sanitarie palestinesi hanno descritto come l’ultimo passo in una campagna sistematica mirata a smantellare il sistema sanitario di Gaza.

L’attacco ha provocato danni estesi oltre gli obiettivi principali. Due dei quattro magazzini di medicinali dell’ospedale sono stati completamente distrutti, mentre gli altri due hanno subito importanti danni strutturali, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Sanità di Gaza. L’esplosione ha inoltre devastato anche decine di tende che ospitavano famiglie di sfollati che si erano rifugiate nel complesso ospedaliero dopo avere perduto le loro case.

Secondo il Ministero della Sanità, l’attacco ha anche provocato danni significativi a un vicino ambulatorio e ha distrutto le scorte già criticamente basse di medicinali e forniture sanitarie.

L’attacco segue mesi di restrizioni all’entrata di aiuti sanitari mentre a migliaia di pazienti è stato impedito di recarsi all’estero per ricevere cure mediche”, prosegue il comunicato, che accusa Israele di compiere attacchi “sistematici e deliberati”.

Fin dall’inizio del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il sistema sanitario della Striscia è stato al centro di ripetute crisi. Le strutture sanitarie sono state ripetutamente attaccate, gli ospedali e le cliniche danneggiate o distrutte in tutta la Striscia. Solo un piccolo numero degli ospedali che una volta offrivano servizi alla popolazione di Gaza continua a essere operativo e a ricevere pazienti.

Il dottor Khalil al-Daqran, portavoce dell’Ospedale dei Martiri di al-Aqsa, ha detto che l’attacco di domenica è parte di un più ampio assalto al settore sanitario di Gaza. “L’obiettivo dell’occupazione è il crollo totale del sistema sanitario di Gaza”, ha aggiunto il dottor al-Daqran. “I missili hanno completamente distrutto il deposito, è rimasto solo un enorme cratere e tantissimi pazienti in grave pericolo”.

Secondo il medico i magazzini distrutti contenevano medicinali per pazienti con malattie croniche, comprese malattie renali. La distruzione di quei medicinali, ha avvertito, significa un’immediata minaccia alle vite di molti pazienti.

Il dottor al-Daqran ha osservato che i medicinali che riforniscono gli ospedali di Gaza provengono principalmente da organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della Sanità, ma che Israele “non tiene in alcuna considerazione il diritto internazionale o le organizzazioni internazionali”, citando la distruzione dei magazzini come prova.

Il cratere provocato dai missili israeliani sul magazzini dei medicinali dell’ospedale Martiri di Al Aqsa a Deir al Balah. Foto (Ahmed Ibrahim/APA Images)

Ho visto mio padre morire di cancro. Ora è il turno di mio figlio”

Sei settimane fa, Jihad Abu Hamida, di 61 anni, combatteva contro un tumore mentre lottava per la sopravvivenza nel sistema sanitario di Gaza al collasso. Sfollato nella zona di Al-Mawasi di Khan Younis dopo che la sua casa in città era stata distrutta, Abu Hamida non ha mai ricevuto le cure necessarie a combattere la malattia. Nel giro di sei settimane è morto dopo mesi di cure inadeguate, perché la sua famiglia non ha potuto ricevere i medicinali di cui aveva bisogno né ottenere il permesso di lasciare Gaza per essere curato all’estero.

Suo figlio, Ali Abu Hamida, di 41 anni, ha detto che la famiglia ha esaurito tutte le possibili strade, contattando organizzazioni e enti dentro e fuori Gaza nel tentativo di salvare suo padre. “Abbiamo lottato per lui e ci siamo rivolti a tutti quelli che potevamo, ma senza ottenere alcun risultato”, Ali ha raccontato a Mondoweiss. “Mio padre è morto davanti ai miei occhi senza avere la possibilità di essere curato”.

Ma la famiglia ha dovuto affrontare anche altro, oltre alla morte di suo padre.

Ali ha detto che anche suo figlio, Abdulazziz, di 14 anni, soffre di malattie al cuore e ai reni e che prima della guerra si recava regolarmente in ospedale nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme per cure specialistiche. Dallo scoppio della guerra nell’ottobre del 2023, però, non ha più potuto continuare le cure. Il risultato è stato un deterioramento continuo delle sue condizioni che hanno determinato uno stadio avanzato della malattia.

Ora vedo mio figlio morire davanti ai miei occhi, proprio come ho visto morire mio padre”, ha detto Ali, secondo cui la morte del padre è stata causata semplicemente dal fatto che le cure non erano disponibili. Oggi, vede la salute di suo figlio peggiorare di giorno in giorno. Il ragazzo ha anche sviluppato sintomi da acuto trauma psicologico, provocati dalla costante paura dei bombardamenti e dall’impossibilità di continuare le cure.

In qualsiasi altro paese i governi e le organizzazioni umanitarie si prendono cura dei malati e forniscono loro le cure di cui hanno bisogno per avere la possibilità di guarire”, ha detto Ali. “Solo a Gaza i malati vengono deliberatamente lasciati morire mentre il mondo guarda le loro sofferenze senza offrire alcun vero aiuto”.

Questa è l’occupazione”, ha aggiunto Ali, “questo è quello che ha fatto alla nostra vita di tutti i giorni. Malattie che sono curabili altrove da noi diventano mortali perché le persone non hanno accesso alle cure mediche di base”.

Le conseguenze sulle tende dei civili presenti nel cortile dell’ospedale Martiri di Al Aqsa .Foto: Ahmed Ibrahim Apa Images

La carenza di medicinali comporta tre decessi collegati ai tumori ogni giorno

Storie come quelle di Ali Abu Hamida fanno parte di quello che in una dicharazione dello scorso lunedì il Ministero della Sanità di Gaza ha definito “uno sterminio silenzioso” di malati da parte di Israele durante il genocidio.

Il Ministero ha detto che le restrizioni di Israele continuano a bloccare e limitare gravemente l’ingresso di medicinali a Gaza, e che le forniture in ingresso sono ben al di sotto del minimo richiesto per le cure mediche. Le maggiori carenze, fino al 61%, riguardano i farmaci oncologici ed ematologici, mettendo i pazienti oncologici a “imminente rischio di morte” a causa dell’interruzione dei protocolli terapeutici, ha detto il Ministero.

Secondo il Ministero, manca il 47% dei medicinali e il 58% dei medicinali deperibili. C’è una carenza critica di materiali per gli esami di laboratorio, che in alcuni casi raggiunge l’85%, facendo temere che molti servizi terapeutici e diagnostici essenziali potrebbero presto cessare del tutto.

Il ministero ha detto che quasi tutti i principali settori sanitari sono ora carenti. Manca il 56% dei medicinali per la salute delle madri e dei bambini; il 55% dei medicinali per le cure primarie; il 46% dei farmaci per la cura dei reni e le dialisi; il 35% dei farmaci psichiatrici e neurologici; il 33% dei farmaci per le cure di emergenza e intensive; il 39% delle forniture chirurgiche; e il 48% dei materiali ortopedici.

Ha aggiunto che la grave carenza di materiali per gli esami di laboratorio sta direttamente mettendo a repentaglio la capacità dei medici di salvare vite. Tra i materiali di cui c’è bisogno con più urgenza ci sono gli esami dell’emocromo completo (CBC), l’analisi dei gas ematici e gli esami di chimica clinica, tutti fondamentali per la gestione quotidiana dei pazienti in condizioni critiche nelle unità di terapia intensiva e nei reparti chirurgici.

In un altro comunicato il ministero ha affermato che “la crisi che devono affrontare i malati di tumore ha raggiunto livelli catastrofici: tre pazienti ora muoiono ogni giorno a causa della mancanza di cure specialistiche”.

Il dottor Muhammad Abu Nada, direttore del Centro per la cura dei tumori di Gaza, ha avvertito, in una dichiarazione video pubblicata dal Ministero della Sanità, che si tratta di un deterioramento senza precedenti delle condizioni dei malati di tumore nella Striscia. Circa 11.000 pazienti sono ora a rischio a causa della grave carenza di medicinali essenziali e delle continue restrizioni che impediscono loro di ricevere cure all’estero.

Secondo il dottor Abu Nada, il crollo delle cure specialistiche per i tumori e l’assenza di terapie essenziali hanno come conseguenza tre decessi collegati ai tumori ogni giorno. Circa 4.000 pazienti sono in possesso di un’impegnativa medica ufficiale per cure o diagnosi all’estero ma non possono lasciare Gaza perché le frontiere sono chiuse.

La distruzione dei centri di trattamento specialistici, ha detto il dottor Abu Nada, ha forzato i medici a prendere delle decisioni cliniche sempre più drastiche. In alcuni casi di tumore al seno, comprese pazienti diagnosticate precocemente, “i medici non hanno potuto fare altro che portare a termine mastectomie complete perché la radioterapia non è disponibile e le pazienti non possono viaggiare all’estero per ricevere le cure”.

Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




La cessazione delle attività dell’UNRWA lascia molte persone in esilio con gravi difficoltà economiche

Khuloud Rabah Sulaiman 

23 luglio 2026 – The Electronic Intifada

Quando la 37enne Fatima ha lasciato Gaza nel novembre 2023 per salvare la vita di suo figlio malato pensava di andarsene solo temporaneamente.

Invece lo avrebbe sepolto in esilio e poi avrebbe perso il suo lavoro di insegnante di inglese presso l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi con cui aveva lavorato per 12 anni.

La storia di Fatima è simile a quelle di centinaia di dipendenti palestinesi che sono stati licenziati nei mesi scorsi in quanto l’UNRWA affronta una crisi finanziaria che secondo alcuni è stata provocata deliberatamente per pregiudicare i diritti dei rifugiati palestinesi.

Come gli altri impiegati dell’UNRWA licenziati che hanno accettato di parlare a The Electronic Intifada per questo articolo, Fatima non ha voluto che venisse usato il suo vero nome.

In agosto 2023 al figlio di Fatima Abdullah è stato diagnosticato un tumore alle ossa e si sottoponeva alla chemioterapia ogni due giorni all’ospedale dei bambini Al-Rantisi a Gaza City. Era un lungo viaggio dalla casa di famiglia a Rafah nell’estremo sud, ma era necessario.

Ma quando Israele ha iniziato la sua campagna militare genocida a Gaza nell’ottobre di quell’anno gli spostamenti tra Gaza City e Rafah sono stati interrotti come anche la possibilità per Fatima di raggiungere l’Al-Rantisi. La chemioterapia di cui Abdullah aveva bisogno non era disponibile al sud.

La sua condizione si è velocemente deteriorata, ha detto a The Electronic Intifada. È diventato pallido e debole, non poteva più camminare. Si lamentava di dolori persistenti alle ossa nella maggior parte del corpo e i parametri del sangue sono scesi a livelli critici.

Il 6 novembre 2023, dopo essersi procurati un riferimento medico, madre e figlio sono stati fatti uscire attraverso il valico di Rafah vero l’Egitto dove Abdullah ha ricevuto la chemioterapia in uno degli ospedali pubblici per 20 giorni.

Però il dolore è aumentato, forti mal di testa lo facevano gridare e agitarsi dal male. È stato trasportato d’urgenza in Giordania dove, dice la madre, è migliorato benché solo temporaneamente.

Un anno dopo il tumore è ritornato in modo aggressivo, estendendosi ai polmoni. I medici non hanno potuto fare niente e lui è morto il 28 dicembre 2024.

Fatima è rimasta in lutto, sola in esilio, contando sull’assistenza finanziaria giordana e sul suo salario dell’UNRWA.

Tuttavia circa due mesi dopo ha ricevuto una email dall’UNRWA con cui veniva posta in “congedo eccezionale” non pagato, adducendo come motivo la crisi finanziaria dell’organizzazione.

Un anno dopo è stata licenziata.

Licenziamenti “arbitrari”

Dopo che ho perso mio figlio sono caduta in una grave depressione”, ha detto Fatima a The Electronic Intifada. Essere licenziata “non ha fatto che peggiorare la situazione”.

I medici le hanno diagnosticato un principio di diabete dovuto in parte allo stress emotivo prolungato, in parte all’alimentazione insufficiente.

Prima del genocidio di Israele Fatima, che è divorziata, era stata l’unica fonte di reddito per i suoi genitori e i suoi fratelli, solo uno dei quali è sposato e nessuno ha un lavoro. Così lei provvedeva alle loro spese e alle medicine della madre. Quando è venuto a mancare il suo salario la famiglia è sopravvissuta grazie agli aiuti e ai debiti.

Con la quasi distruzione di Rafah adesso le resta poco a casa.

“”Non ho più niente a Gaza”, dice. “Ho perso la mia casa, mio figlio e il mio lavoro. Ho perso tutto.”

A gennaio 2026 l’UNRWA ha licenziato 571 impiegati palestinesi a Gaza dopo un anno di “congedo eccezionale”, con la motivazione di una crisi finanziaria.

Il Commissario Generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini nel novembre dello scorso anno aveva avvertito che l’agenzia doveva far fronte a 200 milioni di dollari di deficit per il 2026, dopo che gli USA – storicamente il principale finanziatore dell’UNRWA – ha sospeso i finanziamenti nel 2024.

Ma Hamed al-Wadi, un membro del sindacato dei dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ha condannato i licenziamenti come ingiusti ed arbitrari, dicendo che molti dipendenti hanno lasciato Gaza per cure mediche, per accompagnare qualcuno che necessitava di cure o per sopravvivere, spesso previa autorizzazione.

L’UNRWA aveva in precedenza ordinato ai dipendenti, soprattutto internazionali, di andarsene dal nord di Gaza verso il sud per sicurezza e loro hanno creduto che, dato che lasciare il sud di Gaza in seguito è diventato una questione di sopravvivenza, questo non avrebbe compromesso la loro situazione lavorativa.

Non c’erano direttive che vietassero ai dipendenti di lasciare la Striscia di Gaza, né sono stati avvertiti di eventuali conseguenze di ciò”, ha detto al-Wadi a The Electronic Intifada.

L’UNRWA, in quanto maggior fornitore di aiuti a Gaza, è più che mai fondamentale. Circa il 90% delle scuole di Gaza sono state danneggiate o distrutte. Dall’ottobre 2023 circa il 94% degli ospedali sono stati anch’essi distrutti o danneggiati insieme alla maggior parte dei centri sanitari, mentre quasi 400 dipendenti e personale di supporto dell’UNRWA sono stati uccisi.

L’UNRWA ha il compito di fornire servizi ai rifugiati palestinesi “fino a che una soluzione giusta e duratura” non sia raggiunta e, a differenza di altre agenzie dell’ONU, si avvale esclusivamente di donazioni volontarie. Anche prima delle accuse israeliane senza prove circa un coinvolgimento di dipendenti UNRWA nel 7 ottobre 2023, l’UNRWA ha affrontato una grave crisi finanziaria in quanto i donatori hanno tergiversato riguardo al loro supporto e alla missione dell’agenzia.

Debito

Al-Wadi ha detto che i licenziamenti sono stati fatti in modo collettivo senza controllo di merito sui casi individuali.

Secondo i dati forniti a The Electronic Intifada da una fonte UNRWA che ha richiesto l’anonimato il 55% dei licenziati aveva lasciato Gaza per cure mediche o per accompagnare familiari feriti, mentre il 5% aveva avuto l’autorizzazione ad uscire prima dell’ottobre 2023.

Al-Wadi ha criticato la mancanza di trasparenza del processo di selezione. Si è chiesto perché la maggior parte di coloro che hanno perso il lavoro facesse parte del settore educativo dell’UNRWA: secondo una fonte si tratta almeno dell’80%.

Il sindacato dei dipendenti ha chiesto all’amministrazione di revocare la decisione”, ha detto al-Wadi a The Electronic Intifada. “Abbiamo proposto che i dipendenti continuino a lavorare online finché il confine non riaprirà, che quelli che tornano mantengano il proprio lavoro e che venga quindi licenziato chi rifiuta.”

L’amministrazione dell’UNRWA ha respinto la proposta, ha detto, e il sindacato non è in grado di intraprendere ulteriori iniziative. L’unica opzione adesso è che il personale colpito si appelli al tribunale dell’UNRWA per le controversie.

Taghreed, di 52 anni, un’insegnante di arabo dell’UNRWA, ha lasciato Gaza il 5 marzo 2024 alla ricerca di cure mediche per sua figlia Layla di 3 anni, gravemente ferita in un attacco israeliano.

Il 15 novembre 2023 la casa di tre piani di Taghreed nel campo profughi di al-Nuseirat nel centro di Gaza è stata danneggiata quando missili israeliani hanno colpito un edificio vicino a pochi metri di distanza. 29 membri della sua famiglia, compresa Layla, sono stati feriti nell’attacco.

Layla ha riportato le ferite più serie, subendo fratture alle gambe, al viso e al bacino, e anche ustioni di terzo grado su gran parte del corpo.

Il padre di Layla era morto anni prima e Taghreed era l’unica persona in grado di accompagnare sua figlia all’estero. È riuscita a ottenere un riferimento medico in Oman.

Layla ha trascorso due settimane in un ospedale pubblico a Muscat, in Oman, sottoponendosi a diversi interventi chirurgici prima di essere dimessa e a lei e sua madre è stata offerta una stanza in un albergo della città. Layla continua la sua terapia lì.

Nonostante questi interventi Layla ha ancora bisogno di parecchie operazioni ricostruttive e dermatologiche per le sue ustioni, che non sono pagate dal governo dell’Oman.

Mia figlia è stata fortunata ad essere operata mentre io stavo ancora ricevendo il salario”, ha detto Taghreed a The Electronic Intifada. “Ma dopo che sono stata licenziata non potevo continuare (a pagare): ogni intervento costa almeno 1.200 dollari”, l’equivalente di un salario mensile.

Rawan, di 40 anni, insegnante di studi sociali per 14 anni, ha lasciato Gaza il 7 novembre 2023 con suo marito e 5 figli piccoli. I due figli maggiori sono ancora a Gaza, vivendo con il salario di suo marito dell’Autorità Palestinese di 630 dollari e metà del suo salario dell’UNRWA di 1.300 dollari.

Al Cairo Rawan e la sua famiglia vivevano con il resto del suo salario, spendendo 300 dollari per l’affitto e le esigenze di base. Quando il suo reddito è stato tagliato hanno dovuto sopravvivere unicamente con il salario di suo marito, accumulando quello che attualmente ammonta a 15.000 dollari di debito.

Vivono in un alloggio rurale non ammobiliato fuori dal Cairo, mentre i suoi figli a Gaza non riescono a riprendere i loro studi universitari.

Due anni prima dell’ottobre 2023 Rawan aveva contratto un prestito bancario di 75.000 dollari per comprare un appezzamento di terra nel campo profughi di al-Maghazi, terra che ora si trova dietro la “linea gialla” di Israele.

A febbraio 2026 sono ricominciate le detrazioni del prestito bancario: in precedenza l’Autorità Palestinese aveva chiesto una moratoria sui rimborsi durante l’aggressione genocida di Israele. Non avendo risparmi sul suo conto, il salario di suo marito, a garanzia del prestito, è stato ridotto a circa 150 dollari al mese.

Adesso la famiglia ha a malapena il necessario per vivere.

Non so come potrà sopravvivere la mia famiglia”, dice. “Ho contratto il prestito prevedendo di ripagarlo col mio salario.”

Indebolire l’UNRWA

Mustafa Ibrahim, analista politico e direttore della Fondazione Al Dameer per i diritti umani di Gaza, ha descritto il taglio dei finanziamenti all’UNRWA da parte dei donatori e i conseguenti licenziamenti dei dipendenti trasferiti come un tentativo politico di porre fine al ruolo dell’UNRWA e compromettere la questione dei rifugiati palestinesi col pretesto di una crisi finanziaria.

Ha attribuito tutto ciò alla pressione israelo-americana con le campagne di disinformazione che hanno accusato 12 dipendenti UNRWA di coinvolgimento negli attacchi del 7 ottobre, accuse che non sono mai state provate e per le quali l’agenzia è stata discolpata dalla Corte Internazionale di Giustizia nell’ottobre 2025.

La perdurante sospensione dei finanziamenti USA e i tagli da parte di molti Paesi donatori europei in seguito alle accuse di Israele sono altamente dannosi per l’UNRWA, ha aggiunto Ibrahim, poiché l’agenzia dipende unicamente dalle donazioni volontarie.

Questo rende l’UNRWA vulnerabile alle “fluttuazioni politiche e all’instabilità finanziaria” e suggerisce che l’annullamento dei finanziamenti sia “un atto di natura politica”, ha detto Ibrahim a The Electronic Intifada.

La gestione della crisi da parte del Commissario UNRWA – tagliare i servizi, i salari e i dipendenti invece di cercare nuovi donatori per coprire il deficit – risponde agli interessi israelo-americani, ha aggiunto, che consistono nell’indebolire l’UNRWA e, con l’agenzia, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

La pressione USA garantisce il silenzio dei principali soggetti coinvolti, ha aggiunto, compresi la stessa ONU, altri donatori e Paesi ospitanti, come anche l’Autorità Palestinese.

Ola, di 38 anni, insegnante di arabo con 15 anni di esperienza, ha lasciato Gaza il 30 marzo 2024 in quanto paziente bisognosa di un medico specialista, con l’approvazione dell’UNRWA: necessitava di cure in Egitto per un tumore all’utero.

Poiché gli alloggi per i pazienti erano sovraffollati ha affittato un appartamento a proprie spese. Sua figlia Jamileh, di 15 anni, che l’ha accompagnata da Gaza, non poteva iscriversi alle scuole egiziane a causa delle restrizioni alla residenza per i palestinesi. Perciò Ola è stata costretta a cercare altrove una maggiore stabilità.

Nel 2022 Ola aveva ottenuto una borsa di studio per un dottorato di ricerca da un’università algerina, che fino ad allora non era riuscita a prendere. Questo alla fine ha permesso a lei e Jamileh di andare in Algeria a fine ottobre 2025. La borsa di studio tuttavia non copriva le spese quotidiane, perciò Ola contava sul suo salario UNRWA per le bollette e il cibo.

Questo fino a quando è stata posta in congedo obbligatorio. Quando ha presentato la documentazione che confermava che la sua partenza da Gaza era collegata a cure mediche, è stata bruscamente licenziata, ha detto, da un funzionario UNRWA in Giordania con le parole: “La tua salute adesso è stabile.”

Da allora ha dovuto contare su 2.000 dollari di indennità di congedo non utilizzata per pagare l’affitto mensile di 200 dollari. Suo marito Muhammad, segretario nell’ospedale Al-Shifa di Gaza City, fino al giugno dell’anno scorso, quando è stato ucciso in un attacco aereo israeliano nel loro edificio nel quartiere Al-Karama di Gaza City, le inviava più di 300 dollari dal suo salario ogni 50 giorni

Ola non ha avuto altra scelta che trovare lavoro come insegnante in Algeria per 200 dollari al mese, ma il suo tumore è peggiorato e l’ha costretta a smettere dopo tre mesi. Adesso sopravvive dando ripetizioni e con i 100 dollari al mese che Jamileh riceve attraverso un sostegno separato.

A causa delle mie difficoltà finanziarie ho dovuto ripetutamente rimandare i miei controlli oncologici fino a quando potrò pagarli”, ha detto Ola a The Electronic Intifada.

Quando mia figlia ha avuto bisogno di un intervento al collo non ho potuto far altro che farlo in un ospedale pubblico”, ha aggiunto. Ciò che ha definito sutura “di bassa qualità” dopo l’intervento ha lasciato una cicatrice nella zona vicina al collo di Jamileh.

I risparmi di Ola copriranno l’affitto solo per altri tre mesi e lei teme che le detrazioni per il prestito possano ridurre la sua liquidazione a 7.000 dollari, appena sufficienti a mantenerle.

Non riesco a dormire di notte”, ha detto. “Continuo a preoccuparmi di come ce la caveremo.”

Khuloud Rabah Sulaiman è un giornalista che vive a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sta costruendo una barriera di terra lunga vari km all’interno di Gaza, consolidandone la divisione

Lee Keath e Julia Frankel

22 luglio 2026 – Associated Press

Secondo immagini satellitari l’esercito israeliano sta costruendo in modo discreto ma rapido un’enorme barriera di terra che separa più della metà della Striscia di Gaza sotto il suo controllo dal resto del territorio, rafforzando ulteriormente la divisione della piccola enclave palestinese.

Il Cairo (AP). Secondo immagini satellitari l’esercito israeliano sta costruendo in modo discreto ma rapido un’enorme barriera di terra che separa più della metà della Striscia di Gaza sotto il suo controllo dal resto del territorio, rafforzando ulteriormente la divisione della piccola enclave palestinese.

Negli ultimi mesi sono stati costruiti più di 23 km che corrono attraverso comuni palestinesi demoliti dall’esercito. Ciò equivale a più di metà dell’estensione della striscia costiera, che è lunga circa 40 km ed ospita oltre 2 milioni di palestinesi.

Quando ha ricevuto le immagini satellitari l’esercito israeliano ha confermato all’Associated Press di aver costruito una barriera fisica nella zona della cosiddetta “Linea Gialla”, il confine oltre al quale le truppe israeliane si sono ritirate in base all’accordo di cessate il fuoco con Hamas dell’ottobre [2025]. La linea era stata prevista dall’accordo mediato dagli USA come una divisione transitoria del territorio in previsione di un totale ritiro israeliano.

La costruzione del muro nella Striscia di Gaza

Ma mentre la tregua ristagna si scopre che Israele sta consolidando la posizione, mentre aumentano i timori palestinesi che la linea si stia trasformando in un confine. Né il Comando Centrale USA, incaricato di monitorare il cessate il fuoco, né il Board of Peace, l’entità guidata dal presidente USA Donald Trump pensata per supervisionare ad un certo punto Gaza, hanno voluto commentare la barriera.

L’esercito ha detto all’AP di aver istituito attorno alla linea insieme alla barriera una “zona di sicurezza” equipaggiata con strumentazione tecnologica e di intelligence. Quando è stato chiesto quanto si estenderà la barriera si è rifiutato di fornire dettagli sul suo percorso. Ha affermato che si intende impedire infiltrazioni e proteggere le truppe e le comunità israeliane nei pressi di Gaza.

La costruzione della barriera sta procedendo rapidamente

È da quando è entrato in vigore l’accordo di cessate il fuoco che i palestinesi di Gaza temono che Israele non restituisca la parte di Gaza che controlla. Ma sembra che, a causa del pericolo anche solo di avvicinarsi a quella zona, pochi si siano resi conto dei terrapieni che ora gli stanno costruendo attorno.

Secondo le immagini satellitari fornite da Planet Labs PBC [società statunitense specializzata nel controllo satellitare del pianeta, ndt.] questo mese una parte della rete di barriere nella zona meridionale di Gaza è stata estesa per più di 2 km in due settimane.

Il primo luglio il terrapieno era lungo circa 500 metri, ma il 15 luglio era di circa 2,4 km, separando le rovine della città di Rafah sotto controllo israeliano da Mawasi, il luogo in cui si trova uno dei più grandi accampamenti palestinesi di tende.

Se la costruzione continua nell’attuale direzione si congiungerà con il tratto più lungo della barriera, che corre praticamente senza interruzioni per circa 17 km dalla città meridionale di Khan Younis fino nei pressi di Gaza City, nel nord.

In base alle immagini satellitari in quel tratto la costruzione è iniziata a febbraio e sembra che il lavoro per estenderla ulteriormente a sud stia continuando. Più di 1 km è stato aggiunto tra il 21 giugno e il 7 luglio nei pressi di una base militare israeliana sulle rovine della città di Bani Suheila, vicino a Khan Younis.

Nell’estremo nord di Gaza vari tratti non collegati del terrapieno corrono appena fuori dalla città di Beit Lahia, in buona parte distrutta.

L’altezza dei terrapieni in ogni luogo rimane incerta. In alcuni posti le barriere sembrano correre fuori dalla Linea Gialla.

Israele ha in gran parte distrutto e spopolato metà della Gaza che controlla

La popolazione di Gaza è stata ammassata nella zona costiera a ovest della Linea Gialla, per lo più vive in miseri campi di tende e dipende dagli aiuti.

Dall’altra parte della linea le immagini satellitari mostrano che le forze israeliane hanno spianato la grande maggioranza degli edifici utilizzando bulldozer ed esplosivi, cancellando praticamente varie cittadine e Rafah, che una volta ospitava più di 400.000 persone.

Hanno tracciato una nuova rete viaria ed eretto nuove basi sulle rovine delle città palestinesi. Anche i terreni agricoli sono stati distrutti. L’esercito israeliano afferma che sta demolendo infrastrutture utilizzate da Hamas.

La Linea Gialla non è mai stata definita con precisione né nell’accordo di cessate il fuoco né dai politici israeliani o statunitensi ed è stata tracciata in modo irregolare sul terreno. L’esercito ha detto all’AP che sta lavorando per segnare in modo chiaro il suo percorso per “ridurre le frizioni ed impedire danni a persone non coinvolte.”

Le forze israeliane hanno ucciso i palestinesi che si sono avvicinati alla linea o l’hanno attraversata. L’esercito israeliano afferma di aver sparato a quelli che credeva fossero miliziani che minacciavano le sue truppe. Ma le persone uccise comprendevano minori e altri civili che sembravano non sapere della linea. Alcuni soldati hanno detto che non sempre sapevano a chi stavano sparando e di aver ricevuto l’ordine di uccidere chiunque attraversasse il confine.

Dal cessate il fuoco gli attacchi israeliani hanno ucciso centinaia di palestinesi

Da quando è iniziato il cessate il fuoco le forze israeliane hanno ucciso più di 1.100 palestinesi, soprattutto in attacchi aerei e con i droni in tutta Gaza. Nello stesso periodo gli attacchi di miliziani hanno ucciso 5 soldati israeliani.

Secondo l’ospedale Shifa martedì mattina presto un attacco israeliano a Gaza City ha ucciso Firas al-Masri, sua moglie e i loro quattro figli dai 6 ai 13 anni d’ età. L’esercito israeliano ha detto solo di aver condotto in quel momento un attacco contro miliziani di Hamas nella zona.

Il fratello di Firas, Ahmad al-Masri, vive nei pressi e ha detto di aver sentito le voci dei bambini al momento dell’esplosione.

Mi stavano chiamando, ‘Zio! Zio!’” ha affermato. “Ma il fuoco stava divampando e non abbiamo potuto fare niente.”

In base all’accordo di cessate il fuoco si prevedeva che col tempo Israele avrebbe ritirato le sue truppe oltre i confini di Gaza perché venissero sostituite da una forza di sicurezza internazionale. Ma l’applicazione dell’accordo è rimasta in stallo per mesi.

Un ex-diplomatico dell’ONU ora incaricato di coordinare il cessate il fuoco ha attribuito la colpa al mancato disarmo di Hamas. Pare che colloqui sporadici per trovare una formula per la consegna delle armi abbiano fatto scarsi progressi e in cambio Hamas accusa Israele di violare il cessate il fuoco.

La guerra è iniziata dopo che il 7 ottobre 2023 miliziani guidati da Hamas hanno attaccato le comunità israeliane uccidendo circa 1.200 persone, per lo più civili, e ne ha prese altre 251 in ostaggio. Israele ha risposto con un’offensiva militare punitiva che secondo il ministero della Sanità di Gaza ha ucciso più di 73.000 persone.

Il ministero, che fa parte del governo guidato da Hamas recentemente disciolto, tiene una documentazione dettagliata, considerata generalmente attendibile dalle agenzie dell’ONU e dalle organizzazioni internazionali. Non distingue tra civili e combattenti, ma sostiene che donne e minori rappresentano circa metà di tutte le vittime.

Lee Keath

Keath è caporedattore per gli articoli di approfondimento sul Medio Oriente presso l’Associated Press. È inviato al Cairo dal 2005.

Julia Frankel

Frankel, residente a Gerusalemme, è inviata da Israele e dalla Cisgiordania occupata da Israele. I suoi articoli riguardano la guerra, i diritti umani, lo sfollamento e la giustizia penale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Noi vogliamo semplicemente vivere”: i palestinesi a Gaza reagiscono alle elezioni di Hamas

Maram Humaid

21 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza ci sono reazioni contrastanti al fatto che Khalil al-Hayya sia stato eletto leader di Hamas, dato che gli abitanti mettono a confronto la politica con le privazioni quotidiane.

Gaza City, Striscia di Gaza – Ci sono state reazioni contrastanti tra i palestinesi di Gaza riguardo all’elezione di Khalil al-Hayya a leader di Hamas e all’impatto che questo avvenimento potrebbe avere sulle loro vite.

Questa settimana al-Hayya ha vinto le elezioni interne contro l’ex-leader politico di Hamas Khaled Meshaal. Per molti l’annuncio è stato oscurato da preoccupazioni più immediate, riguardanti in particolare una casa decente e dignitosa, trovare cibo, garantirsi acqua potabile e sopravvivere a un altro giorno di guerra.

Noman Saleh, 63 anni, ha perso la sua fabbrica durante il genocidio israeliano in corso a Gaza, una cosa che ha segnato ogni aspetto della sua vita.

“Qui tutti stanno soffrendo. Le persone sono affamate, sono state umiliate. Chi è dalla parte della gente oggi? Nessuno,” dice Saleh.

“Accuso tutte le fazioni [politiche]. Se ci sono fazioni, c’è un fallimento. La causa nazionale non dovrebbe essere utilizzata a favore delle organizzazioni.”

Gaza continua ad essere pressoché completamente distrutta dalla guerra genocida di Israele iniziata il 7 ottobre 2023.

L’assedio israeliano contro Gaza ha anche lasciato i palestinesi intrappolati e impossibilitati a trovare i prodotti fondamentali.

“Che vinca al-Hayya o qualcun altro per noi non fa nessuna differenza,” dice Saleh. “”Vogliamo solo qualcuno che sia fedele al paese, che sia onesto, che creda nelle persone che stanno vivendo tutto questo.”

Ahmed, autore di contenuti sulle reti sociali da Gaza City di 40 anni, afferma che l’elezione del nuovo leader giunge in un momento critico.

“La vittoria di al-Hayya arriva nella fase più difficile della storia di Hamas dai tempi della sua nascita alla guerra genocida che ha ucciso i suoi dirigenti,” sostiene Ahmed, che rifiuta di fornire le sue generalità per questioni di sicurezza.

“Lui (il nuovo leader) deve affrontare una grande prova e la sua ascesa alla presidenza riflette il desiderio del movimento di mantenere la propria coesione. L’occupazione israeliana stava cercando di creare un vuoto di potere, ma il movimento ha dimostrato la sua capacità di resistere,” afferma.

“La gente a Gaza ha bisogno di una dirigenza che gli sia vicina, che l’ascolti e capisca le sue sofferenze; dunque tutti sono in attesa della nuova fase in questo periodo critico,” aggiunge Ahmed.

Una generazione concentrata sulla sopravvivenza

Ali Abu Amshi, 28 anni, ha perso 22 membri della sua famiglia, compresi sua madre, suo padre e un fratello, e durante la guerra è stato sfollato dalla sua casa a Gaza City.

Afferma che le sofferenze che lui e altri a Gaza hanno affrontato dal 7 ottobre hanno ridotto l’importanza delle questioni politiche nella lista delle preoccupazioni della gente.

“Le notizie per noi non cambiano un granché. Vogliamo vivere. Vogliamo che i valichi riaprano, vogliamo mangiare, bere e avere una vita normale,” dice ad Al Jazeera.

“Non vogliamo continuare a chiederci chi ci guiderà, che sarà eletto o chi ci governerà. Noi vogliamo semplicemente vivere, chiunque ci governi.”

Sostiene che non si tratta di accuse di carattere politico, ma della fine delle privazioni che deve affrontare la gente normale. “La guerra è stata molto difficile. Ho perso dei cari. Mi sento morto dentro, eppure sono ancora vivo,” afferma Abu Amsha.

“Ogni anno torniamo alle stesse pene, alle stesse guerre. Quello che chiediamo è se ci danno da mangiare, ci danno acqua, se ci aiutano ad avere una vita dignitosa. Guarda Gaza oggi. Le strade sono piene di rifiuti. È vita questa? Ovviamente no. Speriamo che le cose cambino.”

Un messaggio di continuità

Eppure il giornalista palestinese Mahmoud Haniyeh vede l’elezione di Khalil al-Hayya come un importante messaggio politico da parte di Hamas. Sostiene che riflette essenzialmente la decisione del movimento di conservare la continuità della sua dirigenza e della direzione politica.

“L’importanza di aver eletto Khalil al-Hayya in questo momento è che Israele lo considera una delle figure rimaste che sono state coinvolte nella decisione che sta dietro al 7 ottobre,” dice Haniyeh ad Al Jazeera. “Scegliendo lui Hamas sta mandando il messaggio che non prende le distanze dal 7 ottobre e lo considera ancora parte del suo indirizzo strategico.”

Mentre durante l’attuale fase Hamas ha mostrato flessibilità nelle sue posizioni politiche, non ha abbandonato il suo obiettivo di resistere a Israele.

Le elezioni interne di Hamas, afferma Haniyeh, dovrebbero essere viste essenzialmente all’interno del più complessivo panorama politico palestinese, compresi i preparativi per possibili elezioni legislative che potrebbero portare a un maggior impegno politico. “I cittadini palestinesi avranno più spazio per scegliere la dirigenza politica che lo rappresenti,” sostiene.

Dopo quasi vent’anni di governo della Striscia di Gaza Hamas ha già annunciato che avrebbe sciolto il suo governo e consegnato il potere a una nuova autorità di governo tecnocratica palestinese. La mossa è giunta mentre il processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti, che lo scorso anno ha portato al cessate il fuoco, è sostanzialmente in stallo e comunque i bombardamenti della Striscia da parte di Israele continuano.

Hamas dice che trasferirà il potere al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), una commissione tecnica palestinese sostenuta dalle Nazioni Unite come parte del cessate il fuoco mediato dagli USA. E’ stato formato nel gennaio 2026 in base alla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come parte del piano di pace in 20 punti sostenuto dagli USA per porre fine alla guerra di Israele contro Gaza.

Si tratta di un organismo transitorio guidato da tecnocrati palestinesi, tra cui il commissario ad interim Ali Abdel Hamid Shaath, visti come neutrali e non di parte.

Tuttavia Israele non ha ancora consentito ai membri della commissione di entrare nella Striscia di Gaza. Il comitato ha temporaneamente sede al Cairo.

Una crisi di fiducia

Per molte persone nella Striscia di Gaza le prospettive di pace e stabilità rimangono una realtà distante. Mustafa Ibrahim, un analista politico di Gaza, afferma che le reazioni alle elezioni interne di Hamas riflettono una crisi di fiducia più generale tra i palestinesi e le fazioni politiche. Vivere per anni sotto bombardamenti e ordini di sfollamento forzato israeliani hanno portato molti ad avere una visione critica di Hamas, che ha governato Gaza dal 2007.

“Molte persone non vedono più un futuro politico per Hamas e alcune appoggiano accordi che impediscano al movimento di avere un ruolo nel governo civile o amministrativo di Gaza,” sostiene Ibrahim.

Finché a Gaza i cambiamenti politici non si trasformeranno in passi concreti molti palestinesi vedranno le elezioni interne di Hamas come distanti dalle loro difficoltà quotidiane.

“La gente vuole che la guerra finisca,” afferma Ibrahim. “Se potesse scegliere tra nuove elezioni che portino figure politiche e partiti diversi o la fine delle sofferenze che stanno attraversando sceglierebbero la fine della guerra.”

La domanda che le persone si stanno facendo non è chi è stato eletto a capo di un ufficio politico, vogliono sapere quali decisioni questa dirigenza possa prendere per porre fine alla guerra, raggiungere un accordo e cambiare la loro situazione.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Quasi metà del governo israeliano si unisce alla marcia che promette insediamenti a Gaza

Oren Ziv

20 luglio 2026 – +972 Magazine

Migliaia di attivisti di destra hanno attraversato una zona militare chiusa fino alla barriera di Gaza, cantando inni genocidi mentre i soldati distribuivano bottiglie d’acqua

Difficilmente la “Marcia dei mille” potrebbe essere definita una manifestazione o una protesta. Simili azioni vengono di solito intraprese in opposizione al governo o per chiedere qualcosa dall’esterno. Ma quando domenica alcune migliaia di attivisti di destra hanno marciato fino alla barriera che circonda Gaza chiedendo che Israele ristabilisse gli insediamenti nella Striscia lo hanno fatto con la partecipazione di quasi metà del governo e sotto gli auspici della polizia – nonostante l’area fosse stata dichiarata dall’esercito zona militare chiusa, l’ingresso nella quale è un reato passibile di arresto.

La marcia aveva l’obiettivo dichiarato di esercitare pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché promuovesse la costruzione di insediamenti a Gaza, cosa che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva promesso a giugno sarebbe avvenuta “non appena il Primo ministro avesse dato la sua approvazione”. Ma l’evento intendeva anche dimostrare chi comanda, chi sta al di sopra della legge e può ottenere ciò che vuole, come hanno già fatto a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, con o senza il Primo ministro.

I manifestanti, molti dei quali erano stati portati in autobus dagli insediamenti della Cisgiordania occupata, sono partiti dalla spiaggia di Zikim, appena a nord della Striscia di Gaza. A poche centinaia di metri dalla spiaggia la polizia militare aveva allestito un posto di blocco e i soldati, con impassibile serietà, presentavano ai partecipanti l’ordinanza in base alla quale l’accesso all’area era precluso in quanto zona militare e cercavano di costringere i veicoli a tornare indietro.

Ma le orde giunte sul posto non avevano alcuna intenzione di desistere: hanno proseguito la marcia, superando un posto di blocco dopo l’altro e incontrando scarsa resistenza. Come già in occasioni precedenti, l’obiettivo era raggiungere un punto di ritrovo vicino alla barriera perimetrale di Gaza, un luogo dove al pubblico è generalmente vietato l’accesso.

Per un momento è sembrato che la polizia – che aveva schierato agenti in tenuta antisommossa e unità equipaggiate con sofisticati veicoli fuoristrada tipicamente impiegati in operazioni contro i beduini palestinesi nel vicino Naqab (o Negev) – stesse davvero cercando di respingere i manifestanti. Ma l’esito finale e la presenza tra i manifestanti del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir hanno chiarito che si trattava soltanto di una messinscena, dato che è lui ad avere il comando della polizia. Per tutta la durata dell’evento, protrattosi fino a dopo il tramonto, la folla ha continuato ad affluire nella zona vicino alla barriera.

Solo un anno fa gli attivisti di sinistra che manifestavano vicino alla barriera venivano aggrediti violentemente e arrestati. Ieri l’atmosfera era diversa: era evidente che la polizia e l’esercito temevano scontri con i manifestanti ed evitavano di intraprendere azioni serie per impedire loro di avvicinarsi alla barriera.

“Cosa possono farci?” ha chiesto retoricamente una giovane donna alla sua amica, mentre i veicoli della polizia avanzavano verso di loro. Altri si chiedevano se sarebbero effettivamente riusciti a entrare a Gaza. Lungo tutto il percorso della marcia, le case distrutte di Beit Lahiya erano chiaramente visibili.

Nemmeno quando centinaia di manifestanti sono scesi sulla strada a uso esclusivamente militare proprio accanto alla barriera, mentre danzavano e cantavano il popolare canto genocida che invoca vendetta contro i palestinesi, nessuno ha tentato di allontanarli. Gli organizzatori del movimento di coloni Nachala [movimento oltranzista e ultranazionalista israeliano fondato nel 2005, ndt.] hanno chiesto educatamente ai partecipanti di tornare in cima, dove si sarebbe tenuto il comizio, ma nessuno ha dato loro ascolto.

È stato sconcertante vedere come, nonostante il caos generale, l’esercito distribuisse grandi bottiglie d’acqua minerale ai presenti all’interno di una zona militare chiusa, proprio accanto alla barriera, e per tutta la durata dell’evento diversi soldati si fermassero a dire ai manifestanti “bravi”. Con il calare del buio, i veicoli militari hanno riportato alcuni delle centinaia di partecipanti giunti fino alla barriera al punto di raccolta delle navette.

Nel corso degli anni ho documentato centinaia di proteste in tutto il territorio israelo-palestinese. Ma in nessuna di esse i manifestanti hanno mai ricevuto trasporto se non verso la stazione di polizia dopo essere stati fermati, e l’unica “bevanda” offerta loro dall’esercito e dalla polizia è sempre stata “acqua skunk” [liquido maleodorante usato per disperdere i manifestanti, ndt.] o gas lacrimogeno.

“Non ci saranno più arabi a Gaza”

La richiesta specifica dell’evento era quella di stabilire tre insediamenti nel nord di Gaza “ancora prima delle elezioni”, secondo la portavoce di Nachala Daniela Weiss, che si è rivolta alla folla rimasta sulla strada sopra la barriera. “Siamo qui per rendere Gaza di nuovo ebraica” ha dichiarato. “Ventun anni fa, 10.000 ebrei sono stati espulsi (un riferimento al piano di ‘disimpegno’ del governo israeliano del 2005) e il luogo si è trasformato in una tana di mostri.

“La gente mi chiede: ‘Cosa succederà agli arabi a Gaza?’ Non ci saranno più arabi a Gaza – punto e basta” – ha detto Weiss, tra gli applausi.

“Questa è casa mia; io c’ero. Torneranno tutti” – ha detto Mazal Haniya, che viveva nell’insediamento di Neve Dekalim prima del disimpegno. Alla domanda su cosa ne sarebbe stato dei palestinesi a Gaza, ha risposto: “Ci ho vissuto per 20 anni e non ho mai infastidito nessuno; loro hanno attaccato me e ucciso i miei amici. Sarei felice se decidessero che non vale la pena restare in un posto così difficile. Dovrebbero andarsene perché stanno soffrendo.”

Alcune magliette dei manifestanti recavano lo slogan “Occupazione, Espulsione, Insediamenti”, accompagnato dall’immagine di un bulldozer. Altre magliette proclamavano: “Ebrei di Gaza: non è un sogno, è realtà.”

Durante la marcia Ben Gvir ha osservato con orgoglio che “se tre anni fa qualcuno avesse detto che avremmo controllato il 70% della Striscia di Gaza nessuno ci avrebbe creduto”. Non ha fatto menzione, naturalmente, del genocidio che ha reso possibile l’occupazione israeliana dell’enclave.

Nir Barkat, ministro dell’Economia e dell’Industria israeliano, ha ringraziato Weiss per i suoi sforzi costanti volti a favorire la creazione di nuovi insediamenti ebraici a Gaza, osservando che lo stava facendo “in coordinamento con il governo israeliano”.

Dopo il 7 ottobre, le attività degli attivisti di destra vicino alla barriera – tra cui un’irruzione a Gaza e una conferenza a Gerusalemme, dove migliaia di persone ballavano ed esultavano mentre la maggior parte del pubblico era ancora sotto shock – avevano suscitato inquietudine e persino indignazione. Oggi persino questo si è normalizzato, nell’ambito della campagna elettorale della destra, ufficialmente iniziata ieri.

+972 Magazine ha contattato la polizia e l’esercito israeliani per un commento. L’ufficio del portavoce della polizia ci ha rimandati all’ufficio del portavoce dell’esercito, il cui commento verrà aggiunto qui non appena ricevuto.

Oren Ziv

Oren Ziv è fotogiornalista, reporter per Local Call [edizione israeliana di +972, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi impegnati nella copertura di lotte sociali e politiche in Israele-Palestina, spesso legate ai diritti umani e al conflitto israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un attacco israeliano cancella a Gaza una intera famiglia palestinese di 6 persone nonostante il cessate il fuoco

Redazione di MEMO

21 luglio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia ufficiale di notizie Wafa ha riferito che una intera famiglia palestinese di 6 persone è stata uccisa martedì all’alba dopo che l’esercito israeliano ha bombardato la loro casa a Gaza City, nonostante il cessate il fuoco in corso.

Sono stati uccisi nella via Al-Thalathini nel contesto delle continue violazioni del cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025.

La Mezzaluna palestinese ha affermato che i suoi soccorritori inizialmente hanno recuperato i corpi della madre e dei suoi quattro figli dopo un attacco israeliano che ha avuto come obiettivo un appartamento nell’area di Al-Samer.

Una fonte medica ha detto che i minori uccisi nell’attacco avevano una età compresa tra 6 e 13 anni.

Secondo la fonte, i corpi delle vittime sono arrivati bruciati all’ospedale Al-Shifa.

Successivamente è stato confermato che il padre è morto nello stesso attacco.

La difesa civile di Gaza ha affermato che dopo l’attacco israeliano i suoi membri hanno spento un ampio incendio nella casa della famiglia.

L’artiglieria israeliana ha bombardato aree a sud-est del quartiere di Zeitoun a Gaza City, mentre veicoli militari fermi nelle vicinanze hanno aperto pesantemente il fuoco.

Secondo fonti locali e testimoni oculari nella zona centrale di Gaza i veicoli israeliani si sono spinti 100 metri dentro la zona di Abu Ghraba, ad est di Deir al-Balah, accompagnati da un bulldozer militare che ha aperto fuoco pesante e ha spianato il terreno prima di andare via molte ore dopo.

Ufficiali israeliani dicono che l’esercito israeliano occupa più del 70% dell’enclave rispetto al 53% previsto dall’accordo del cessate il fuoco dell’ottobre 2025.

Secondo il ministero della salute di Gaza nonostante il cessate il fuoco l’esercito israeliano ha continuato i suoi attacchi giornalieri a Gaza, uccidendo almeno 1.158 palestinesi e ferendone 3.756.

Da quando il genocidio israeliano è cominciato l’8 ottobre 2023, circa 73.300 palestinesi sono stati uccisi e 174.000 feriti, mentre il 90% delle infrastrutture civili di Gaza è stato danneggiato o distrutto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La piattaforma virale araba che cela legami con Israele

Yossi Bartal e Amin Al Magrebi 

13 luglio 2026 +972 Magazine

Jusoor News dice di riportare le voci di strada dal mondo arabo. Tuttavia i documenti trapelati suggeriscono legami con l’intelligence israeliana e un’agenda con profonde radici filo-israeliane

Nel maggio del 2024 l’offensiva israeliana contro Gaza aveva provocato una grave crisi alimentare. Nel sud dell’enclave l’esercito israeliano aveva bloccato le vie di accesso essenziali agli aiuti umanitari. Nel nord il 30% dei neonati soffriva di malnutrizione acuta, un tasso raddoppiato in poche settimane.

Con centinaia di migliaia di palestinesi già sfollati, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite riferiva che le scorte di cibo e carburante di Gaza si sarebbero esaurite entro pochi giorni. “La minaccia della carestia a Gaza non è mai stata così incombente”, segnalava.

E nello stesso mese un redattore senior della piattaforma mediatica in lingua araba Jusoor News contattava un attivista anti-Hamas di Gaza, chiedendogli di inviare filmati di specifiche scene dalle strade.

La testata richiedeva filmati di “mercati di Gaza” che mostrassero “frutta, verdura e altri alimenti”, nonché “persone che facevano la spesa (incluse madri con neonati che acquistavano latte artificiale o altri alimenti per bambini)”. Il referente chiedeva anche dei video di persone che “cucinavano”, “mangiavano”, “riempivano secchi d’acqua” e “bambini che giocavano con l’acqua”, secondo i messaggi visionati da +972 Magazine.

Nonostante la crescente preoccupazione internazionale per la situazione umanitaria a Gaza sempre più disperata, Jusoor sembrava cercare filmati che ritraessero esattamente il contrario, da utilizzare poi per respingere le accuse di una carestia imminente. (La fonte non ha fornito a Jusoor il materiale richiesto e +972 non è riuscita a trovare alcun filmato di questo tipo risalente a quel periodo sui canali dell’emittente).

Sul suo sito web Jusoor si descrive come una “piattaforma mediatica indipendente” che “non è affiliata ad alcuna entità politica”, che cerca storie che “rispecchino il sentire di tutte le società e popoli” del Medio Oriente e del Nord Africa. Il notiziario principale consiste in brevi video diffusi principalmente attraverso i social media, dove il suo pubblico è cresciuto rapidamente: solo su Facebook ha recentemente superato il milione di follower.

Ma Jusoor nasconde più di quanto mostri. Comunicazioni trapelate di recente da un think tank israeliano sulla sicurezza suggeriscono un collegamento tra la testata e i servizi segreti israeliani. Un esame dell’organizzazione e dell’individuo che la gestisce svela inoltre il ruolo di Jusoor all’interno di una vasta operazione segreta estesa nel tempo volta a manipolare l’opinione pubblica del mondo arabo a favore di Israele e dei suoi alleati.

Di chi è la voce?

Lanciata nel marzo 2024, Jusoor (che in arabo significa “Ponti”) si occupa di storie provenienti da tutto il mondo arabo, e tratta di politica, questioni sociali, cultura e sport. I suoi primi contenuti spaziavano dai corsi di autodifesa per donne in Egitto, al reclutamento di bambini da parte degli Houthi in Yemen fino alle difficoltà affrontate dai rifugiati siriani in Libano. In poco più di due anni la testata ha pubblicato su YouTube quasi 6.000 video, accumulando oltre 80 milioni di visualizzazioni e 150.000 iscritti alla piattaforma.

In una recente intervista ad Haaretz la caporedattrice di Jusoor ha attribuito il successo della testata alla sua attenzione nel dare voce “al pubblico”, spiegando: “Un video di una giovane donna [che parla] per strada in un paese arabo a volte riceve più visualizzazioni e più attenzione di un programma politico prodotto nei più moderni studi televisivi”. In effetti molti dei video di Jusoor sono proprio questo: presentano le opinioni di persone apparentemente scelte a caso nelle città arabe, molte delle quali esprimono sostegno ai negoziati con Israele o frustrazione nei confronti di soggetti ad essi ostili come Hamas o Hezbollah.

All’inizio una delle principali fonti del successo di Jusoor è stata la sua copertura della Siria durante e dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad. Il sito è riuscito a realizzare interviste non solo con celebrità siriane di spicco ma anche con ministri, governatori e altre figure politiche di rilievo di fresca nomina, nonché con detenuti rilasciati dalle famigerate prigioni di Assad. Pubblicava reportage da diverse aree del paese, sia sotto il controllo della nascente struttura di potere a Damasco sia sotto il controllo delle milizie curde o druse nel sud e nell’est del paese. (Il sito non sembra essere collegato a diverse altre ONG in Siria, tra cui un altro sito di notizie con lo stesso nome).

Gran parte della crescente visibilità di Jusoor è stata tuttavia raggiunta verso la fine del 2025, quando ha iniziato a pubblicare regolarmente reportage dall’interno di alcune zone di Gaza dove l’esercito israeliano aveva deportato la popolazione palestinese ad eccezione dei gruppi di miliziani anti-Hamas che lo stesso esercito arma e sostiene.

È singolare che a una rete araba sia permesso di operare liberamente in un’area sotto il pieno controllo dell’esercito israeliano e interdetta ai media palestinesi, internazionali e persino alla maggior parte dei media israeliani. Eppure nell’ultimo anno l’emittente ha regolarmente trasmesso filmati esclusivi da quella che è ora nota come Rafah orientale, sede della Milizia delle Forze Popolari (più comunemente chiamata Abu Shabab dal nome del suo leader, ucciso l’anno scorso). Il video di Jusoor più visto su YouTube mostra una visita guidata dall’attuale leader del gruppo Ghassan Duhine lo scorso dicembre.

Jusoor ha pubblicato l’anno scorso anche un reportage video che metteva a confronto diretto le pratiche di detenzione e tortura nelle prigioni gestite da Hamas a Gaza e quelle della Siria di Assad. Il reportage includeva le testimonianze di tre attivisti anti-Hamas con il titolo “Non è diverso da Saydnaya”, riferendosi alla prigione di Assad che Amnesty International ha definito un “mattatoio umano”.

La testata non ha mai denunciato le diffuse torture e gli abusi che palestinesi e siriani subiscono nelle carceri e nei centri di detenzione militari israeliani. E anche questo non è un caso.

Collaborazioni ricercate e acquisite

Negli ultimi due anni alcuni hacker presumibilmente affiliati all’intelligence iraniana hanno diffuso pubblicamente milioni di file e comunicazioni dalle caselle di posta elettronica di politici, ministeri e altre importanti istituzioni e organizzazioni israeliane.

Uno di questi recenti attacchi informatici, reso accessibile ai giornalisti tramite l’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, ha preso di mira il principale think tank israeliano in materia di sicurezza, l’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS), che collabora strettamente con la comunità dell’intelligence israeliana – composta da Mossad, Shin Bet e dalla Direzione dell’Intelligence Militare – e i cui membri provengono spesso direttamente dai quei ranghi.

L’istituto gestisce un programma di ricerca su quello che definisce “asse sciita”, che comprende l’Iran e i suoi alleati tra cui Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e, prima del suo crollo, il regime di Assad in Siria. Tra le migliaia di file e messaggi trapelati da questo programma sono emersi indizi su chi si cela realmente dietro Jusoor e quale sia la sua vera missione.

Nell’ottobre del 2024 un’e-mail inviata al team del programma invitava i membri a una riunione su Zoom con Joseph Braude. L’e-mail presentava Braude come il fondatore del Center for Peace Communications (CPC), il cui lavoro, si leggeva nel messaggio, “contrasta le narrazioni estremiste in Medio Oriente”.

Secondo l’e-mail, a questo scopo il CPC “utilizza piattaforme mediatiche di contrasto a quelle narrazioni e gestisce stazioni radiofoniche in regioni sensibili come la Siria, con l’obiettivo di influenzare le popolazioni locali”, aggiungendo che Braude “cerca collaborazioni con entità politiche e di sicurezza in Israele per sostenere le attività del CPC”. Un altro messaggio trapelato afferma che l’organizzazione mira a “gestire campagne creative di sensibilizzazione contro i nemici di Israele, con una recente attenzione ad Hamas e Hezbollah”.

Sebbene non sia emerso alcun verbale dell’incontro, un documento separato che descrive dettagliatamente le attività del programma ne illustra così l’esito: “Ha messo in contatto Joseph Braude con le fonti pertinenti all’interno dei servizi segreti” al fine di sostenere il lavoro del CPC “nel promuovere il pensiero filo-occidentale e filo-israeliano nei paesi dell’Asse [sciita]”.

I nomi delle piattaforme utilizzate dal CPC per promuovere il “pensiero filo-israeliano” non sono specificati. Tuttavia, un altro documento trapelato dall’attacco hacker all’INSS indica che Jusoor è attore primario di questo progetto.

Un incontro segreto

Nel settembre 2025 si è tenuto a Cipro un incontro segreto a cui hanno partecipato un membro dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale e diversi giornalisti, ricercatori e personalità influenti provenienti da Israele e Giordania. Era presente anche il vice ambasciatore israeliano in Giordania.

Secondo un resoconto dell’incontro, redatto da un membro dell’INSS e poi trapelato, l’attenzione si è concentrata sulle “azioni nei media necessarie a migliorare le relazioni tra Israele e Giordania”. Il workshop, prosegue il resoconto, “è stato organizzato dal Center for Peace Communications e dal canale Jusoor sotto la guida di Joseph Braude e del suo team”.

Il resoconto afferma inoltre che la maggior parte dei partecipanti giordani “prende parte, apertamente o segretamente, alle attività di Jusoor”. Aggiunge che il gruppo ha concordato di creare un team per progetti futuri, in particolare per supportare “video che saranno prodotti dal CPC e trasmessi sul canale Jusoor” con l’obiettivo di “smentire le teorie di un complotto anti-israeliano” e di presentare oratori israeliani “che esprimono apprezzamento per la casa reale giordana”.

In quel periodo Jusoor iniziò a pubblicare video che mostravano milizie filo-israeliane all’interno delle aree della Striscia di Gaza controllate da Israele. Poco dopo i giornalisti israeliani che avevano partecipato all’incontro di Cipro pubblicarono servizi sui propri canali televisivi elogiando il lavoro di Jusoor e difendendolo dagli attacchi.

Lo scorso dicembre Lior Ben Ari, corrispondente per il mondo arabo di Ynet [la maggior fonte israeliana in inglese, ndt.] ha intervistato Hadeel Oueis, caporedattrice di Jusoor, per un articolo sulle minacce di Hamas ai giornalisti di Jusoor a Gaza. “Ogni volta che vedono qualcuno intervistato da Jusoor contro Hamas, lo inseguono e mandano le Brigate Al-Qassam a chiedere chi ha condotto l’intervista”, ha raccontato Oueis. “Alcuni dei nostri reporter si nascondono, spostandosi di tenda in tenda”.

E dopo che Jusoor è stato temporaneamente bandito dal governo siriano nel marzo di quest’anno (con la motivazione che operava senza la necessaria licenza), Roi Kais, corrispondente per il mondo arabo dell’emittente pubblica israeliana Kan, ha presentato un servizio in difesa della rete, descrivendola come “un organo di informazione che ha essenzialmente sede a Washington, ma il cui obiettivo è combattere tutte le manifestazioni di estremismo nella regione, come l’asse filo-iraniano e l’asse dei Fratelli Musulmani… e che cerca di sostenere anche… le milizie che contrastano Hamas”.

Né l’INSS, né Ben Ari, né Kais hanno risposto alle richieste di commento di +972.

La mano non così nascosta

Secondo i documenti fiscali statunitensi il Center for Peace Communications è un’organizzazione relativamente piccola con sede a Long Island, New York, e un budget annuale ufficiale di circa 1,5 milioni di dollari. Tutti i suoi donatori, una lista pubblica, sostengono iniziative ebraiche e filo-israeliane.

Fondata nel 2019, l’organizzazione è guidata da Braude, studioso di Medio Oriente e scrittore di origini ebraico-irachene, che si descrive come uno che ha “lavorato per 30 anni nel campo della promozione dei legami [tra Israele e il mondo arabo]”. Braude aveva pianificato una carriera al Pentagono prima di essere condannato nel 2004 per furto di antichità irachene. In seguito ha lavorato per think tank come il neoconservatore Foreign Policy Research Institute e l’emiratino Al-Mesbar Studies and Research Center, e ha collaborato intensamente con il Washington Institute for Near East Policy (WINEP), affiliato all’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, lobby americana di pressione filo-israeliana, ndt.]

Nel 2019 Braude ha pubblicato con WINEP un libro intitolato Reclamation: A Cultural Policy for Arab-Israeli Partnership [Riconquista: una politica culturale per il partenariato arabo-israeliano], descritto in quarta di copertina come il “primo passo per la creazione del Center for Peace Communications”. Nel libro propone “una massiccia campagna di riconquista dello spazio culturale della regione a favore dei sostenitori di un partenariato arabo-israeliano”, attraverso un “think tank d’azione”.

In 160 pagine il libro delinea il piano di una vasta campagna di propaganda, ispirata alla ormai defunta U.S. Information Agency [agenzia governativa statunitense di propaganda attiva 1953-1999 in collaborazione con regimi autocratici e i loro apparati di sicurezza, ndt.] Braude suggerisce che i governi degli Stati Uniti e di Israele possano perseguire sistematicamente questa strategia “aiutando e mettendo in contatto gli attori non statali che già operano sul campo”.

Nel 2023 il CPC ha iniziato a collaborare con The Free Press, una testata americana di destra considerata vicina al presidente Donald Trump. Da allora il CPC ha co-prodotto decine di articoli per la testata riguardanti Gaza, la Siria e il Libano, tra cui poco più di un anno fa un video-ritratto molto favorevole a Yasser Abu Shabab, all’epoca leader della Milizia filo-israeliana Forze Popolari a Gaza.

In quel video, assumendo un ruolo a metà tra quello di esperto e quello di portavoce di Abu Shabab, Braude stesso spiega come “la presenza di una milizia apertamente anti-Hamas a Gaza rappresenti una minaccia diretta alla pretesa di Hamas di essere l’unico organo di governo nella Striscia”, e presenta il gruppo come “un serio esperimento politico di autogoverno a Gaza dopo la caduta di Hamas”.

L’anno scorso CPC ha persino tentato – seppur senza successo – di stabilire contatti tra Abu Shabab e alcuni parlamentari tedeschi, evidenziando il ruolo di Braude come agente non ufficiale di pubbliche relazioni della Milizia. E mentre Braude e CPC lavorano per amplificare la visibilità in Occidente delle milizie filo-israeliane e anti-Hamas di Gaza, Jusoor ha svolto un’analoga attività di pubbliche relazioni nel mondo arabo.

Negli ultimi mesi la testata ha pubblicato interviste esclusive e filmati con altri leader di milizie a Gaza le cui bande ricevono aiuti e supporto militare da Israele, tra cui Shawqi Abu Nusaira e Hussam Al-Astal. (Jusoor ha talvolta descritto quest’ultimo come un “coordinatore della zona umanitaria” o un “coordinatore della zona sicura”, adottando la terminologia israeliana per le aree sotto il controllo delle milizie).

Sebbene gran parte di ciò che Braude e CPC condividono sui social media sia costituito da filmati raccolti da Jusoor, la saldezza del legame è sotto gli occhi di tutti. Dai registri di trasparenza sulla pagina Facebook di Jusoor emerge che l’account è stato originariamente creato nel 2019 con il nome di Consiglio Arabo per l’Integrazione Regionale, e che rappresentava la prima grande iniziativa del CPC. (L’account ha cambiato nome in Jusoor News solo nel marzo 2024.)

Non più attivo e ormai per lo più dimenticato, il Consiglio Arabo – composto da 35 personalità pubbliche – criticava le iniziative del movimento BDS contribuendo al contempo a gettare le basi per gli Accordi di Abramo. Nonostante le dimensioni modeste godeva di accesso a influenti circoli politici: alla fine del 2019 l’allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo elogiò pubblicamente il Consiglio per aver promosso “una visione regionale di pace e coesistenza”; in un videomessaggio pubblicato nell’agosto successivo sull’account YouTube del CPC l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair si congratulava con il Consiglio alla sua riunione inaugurale.

La caporedattrice di Jusoor Hadeel Oueis è assunta direttamente dal CPC che sul suo sito web la descrive come “responsabile della comunicazione in lingua araba per conto del Centro”. Originaria della Siria e ora residente negli Stati Uniti, è salita alla ribalta con il nome di Hadeel Kouki all’inizio della rivolta siriana nel 2011; all’epoca studentessa diciannovenne, apparve sui media arabi e internazionali per denunciare il regime di Assad.

Nel 2012, ancora con il nome di Kouki, fu invitata dal gruppo filo-israeliano UN Watch [ONG statunitense con sede a Ginevra, nata nel 1993 per “monitorare le Nazioni Unite”, ndt.] a una conferenza da questo co-organizzata, nonché a una riunione del Consiglio per i Diritti Umani. Da lì, secondo la biografia di Oueis sul sito web del Washington Institute for Near East Policy, incontrò una delegazione statunitense che la aiutò a trasferirsi negli Stati Uniti.

Una delle ultime iniziative di Oueis è un programma settimanale sulla piattaforma mediatica recentemente lanciata Al-Janoub Al-Youm (“Il Sud Oggi”). La piattaforma online è dedicata alla copertura del sud dello Yemen, un’area strategicamente importante dove i movimenti separatisti – sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti e disposti ad aderire agli Accordi di Abramo – hanno recentemente acquisito importanza. La prima edizione di “The American Window”, condotta da Oueis, ha presentato un’intervista con un ex direttore del Dipartimento della Difesa statunitense sui “gruppi filo-iraniani”. (Braude e Oueis non hanno risposto alle richieste di informazioni in merito a un eventuale collegamento tra la nuova testata yemenita e Jusoor e il CPC).

Dissenso di un solo tipo

Nella regione il lavoro sul campo di Jusoor si basa su interviste e riprese video effettuate da persone del posto. Tuttavia alcuni collaboratori che hanno lavorato per la testata sia in Siria che a Gaza hanno dichiarato a +972 di non essere a conoscenza dei legami di Jusoor con il CPC, con gruppi di pressione filo-israeliani o con l’intelligence israeliana, e di aver operato nella convinzione di contribuire a una testata indipendente che condivideva i loro valori di pace e democrazia.

Fonti in Siria hanno riferito a +972 che per i collaboratori di Jusoor la norma era uno stipendio mensile di 600 dollari e un compenso di 100 dollari a pezzo per i freelance. A Gaza le tariffe variano dai 200 ai 400 dollari per ogni reportage video.

Un collaboratore di Jusoor in Siria ha dichiarato a +972 che la testata “pubblicava contenuti che rischiavano di intensificare le divisioni in una società già lacerata da anni di guerra”. Come esempio ha citato un’intervista di strada in cui un uomo criticava la presenza nella capitale di persone provenienti da fuori Damasco. “Questi contenuti a volte diventano virali, ma tendono ad aggravare le tensioni sociali esistenti”, ha spiegato la fonte.

Una fonte a Gaza che ha collaborato con la testata ha espresso obiezioni anche sulle scelte editoriali di Jusoor, che, secondo la fonte, rappresentano una severa repressione del dissenso contro Israele e i suoi alleati. “Esprimere a Jusoor la propria opinione contro la condotta sia di Israele che di Hamas a Gaza potrebbe significare che le proprie parole vengano filtrate, lasciando intatta solo una delle due critiche”, ha spiegato la fonte.

A differenza della Siria, dove i giornalisti di Jusoor spesso portano con sé microfoni con il logo della testata, i reporter che lavorano a Gaza per la testata non lo fanno. Di conseguenza, ha spiegato una fonte che ha lavorato con Jusoor nella Striscia, le persone intervistate non sono sempre consapevoli di parlare con Jusoor, cosa che è stata ripetutamente stigmatizzata da Hamas. Quindi gli intervistati vengono inconsapevolmente messi a rischio quando i miliziani di Hamas cercano le persone apparse nei reportage di Jusoor, interrogandole per identificare i giornalisti che lavorano per la testata.

In una recente intervista con Haaretz Oueis si è rifiutata di rispondere a una domanda sulle fonti di finanziamento di Jusoor e ha respinto le critiche alla sua “iniziativa mediatica non convenzionale” come proveniente da siti di notizie affiliati ad Hamas. “Gran parte degli attacchi sono di natura personale, diretti contro di me come donna e non come giornalista o caporedattrice di una piattaforma di notizie”, ha affermato. “Qualsiasi posizione che si discosti dalla generale ‘linea di resistenza’ araba è accusata di essere essenzialmente uno ‘strumento’ [degli israeliani]”.

Il rifiuto di Jusoor di rivelare i suoi finanziamenti e la sua insistenza nell’essere visto come un media indipendente impegnato nella libertà di stampa si scontra con l’approccio del suo apparente fondatore e leader nei confronti di altri media critici nei confronti di Israele. Il libro di Braude del 2019, che delineava un progetto per quello che sarebbe diventato Jusoor, parlava dell’importanza di “denigrare le affermazioni di soggetti ostili”. Questo, ha continuato, “comporterebbe la preparazione di dossier su ciascun canale preso di mira, inclusa non solo una trattazione del suo contenuto ma anche un’indagine sulla proprietà, la struttura gestionale e il personale”.

Questo approccio si riflette anche nella partnership del CPC con The Free Press, con la ripresa di materiale dell’organizzazione in un rapporto video contro Al Jazeera pubblicato nel settembre 2025, condiviso da Oueis su X insieme all’ambasciata americana di Israele. Il video, basato su testimonianze anonime, ipotizzava che i giornalisti che lavorano per Al Jazeera a Gaza abusino del loro presunto status protetto e siano in realtà agenti attivi di Hamas.

Il video proseguiva difendendo l’assassinio di Anas Al-Sharif di Al Jazeera e dei suoi tre colleghi in un attacco israeliano alla tenda dei media fuori dal cancello principale dell’ospedale Al-Shifa a Gaza City, affermando senza prove che “tali tende spesso fungono anche da centri di comando di Hamas”.

Joseph Braude e Hadeel Oueis non hanno risposto a nessuna delle specifiche domande di +972 riguardanti i documenti dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale trapelati o la natura del rapporto di Jusoor e del CPC con The Free Press e le milizie filo-israeliane a Gaza.

Oueis ha inviato un’e-mail di una sola frase: “Jusoor News è orgoglioso di amplificare le voci messe a tacere in tutto il mondo arabo; confermiamo tutti i nostri resoconti”. Braude ha seguito pochi minuti dopo con una risposta altrettanto secca: “Mentre voi elaborate teorie del complotto, il CPC lavora instancabilmente per promuovere lo sviluppo umano e la pace tra i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa”.

Yossi Bartal è un giornalista investigativo con sede a Berlino, in Germania. Il suo ultimo progetto, #Israelfiles, sulla guerra legale israeliana contro i diritti umani, sostenuto dalla rete European Investigative Collaboration (EIC), è stato pubblicato da numerose testate in tutta Europa.

Amin Al Magrebi è un giornalista indipendente con sede a Berlino, nato e cresciuto nel campo profughi di Yarmouk a Damasco.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Notiziario palestinese: Israele attacca bambini e ospedali in una settimana di sangue a Gaza

Redazione di Al Jazeera

14 luglio 2026 Al Jazeera

La morsa di Israele sulla Cisgiordania occupata si rafforza con avamposti, demolizioni e incursioni di coloni appoggiati dall’esercito, mentre i militari uccidono operatori umanitari e bambini a Gaza

Nell’ultima settimana diversi bambini sono stati uccisi dagli attacchi israeliani a Gaza, portando il bilancio delle vittime dal cessate il fuoco di ottobre ad almeno 1.108.

Tra gli attacchi si annoverano i raid israeliani dell’8 luglio che hanno causato la morte di almeno otto persone tra cui un bambino di 10 anni, ucciso nell’attacco a una tenda nella “zona umanitaria” di al-Mawasi, e un bambino di sei anni colpito da un proiettile nel quartiere di Zeitoun a Gaza City, secondo quanto riferito da funzionari sanitari palestinesi. Il giorno dopo un autista della World Central Kitchen [ONG che fornisce aiuti alimentari fondata nel 2010 dallo chef José Andrés in seguito al terremoto di Haiti, ndt.], Ahmad Nasser Saleem, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre con le mani alzate trasportava aiuti concordati dal valico di Karem Abu Salem.

Il 12 luglio Tala Jumaa Abu Matar, una bambina di nove anni, è stata uccisa da fuoco israeliano vicino al campo profughi di Nuseirat, secondo fonti mediche citate da Wafa [agenzia di stampa ufficiale palestinese, ndt.]. L’attivista Hamza al-Masri, residente a Gaza, riferisce che per tutta la settimana si sono verificati attacchi contro le tende che ospitano gli sfollati di al-Mawasi.

Il 10 luglio un drone israeliano ha colpito il cortile dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza, ferendo membri del personale – nonostante la struttura si trovi all’interno della “zona verde” controllata da Israele; il Ministero della Sanità di Gaza l’ha definito parte della “campagna sistematica contro le strutture sanitarie” da parte di Israele.

La cifra totale delle vittime dall’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023 ha ora raggiunto la cifra di 73.231 morti e 173.686 feriti.

Dichiarazioni e realtà

Accanto a questi rapporti quotidiani dal campo il COGAT, l’organismo militare israeliano che coordina gli aiuti, ha pubblicato un rapporto in cui affermava che i rifornimenti umanitari entrati a Gaza fossero in quantità che “supera significativamente” i bisogni riconosciuti dalle Nazioni Unite. Il suo capo, il maggiore generale Yoram Halevy, ha dichiarato che chiunque contestasse le cifre pubblicate dal COGAT stava “amplificando la propaganda di Hamas”, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

Al contrario i dati delle Nazioni Unite, pubblicati il ​​giorno successivo, descrivevano la scarsità, voluta, di beni di prima necessità a Gaza. Nel suo rapporto del 10 luglio sulla situazione l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha affermato che i pacchi alimentari distribuiti a oltre 53.500 persone all’inizio di luglio coprivano solo il 75% del fabbisogno calorico minimo e che la fornitura di biscotti ad alto contenuto energetico era stata sospesa per preservare le scorte di emergenza in via di esaurimento.

Solo il 56% degli aiuti umanitari transitati attraverso il corridoio egiziano è stato scaricato con successo al valico di Karem Abu Salem. Il numero di famiglie che ricevono assistenza e rifugio è diminuito del 37% tra maggio e giugno a causa della carenza di fondi e delle restrizioni israeliane sui beni.

I servizi essenziali per circa 350.000 persone affette da malattie croniche continuano a essere gravemente irregolari a causa delle restrizioni all’ingresso. Di conseguenza in una sola settimana i partner del Coordinamento Sanitario dell’OCHA hanno registrato oltre 18.000 nuovi casi di varicella, infezioni cutanee e infestazioni parassitarie.

Sul campo le strutture mediche di Gaza sono rimaste al buio a causa della carenza di carburante, con 38 ospedali già distrutti o resi inutilizzabili e i chirurghi costretti a ridurre la durata degli interventi. Il Ministero della Salute ha avvertito che i suoi laboratori e le banche del sangue rischiano la chiusura totale.

Promesse nuove elezioni

Pochi giorni dopo che il governo di Gaza guidato da Hamas aveva annunciato le proprie dimissioni per lasciare spazio a un comitato tecnocratico non ancora entrato a Gaza, il 9 luglio il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha emanato un decreto che fissa al 28 novembre le elezioni legislative palestinesi – le prime in 20 anni. L’annuncio, ampiamente interpretato come risposta alle pressioni internazionali per una riforma dell’Autorità Palestinese, si scontra con notevoli ostacoli: Israele non ha ancora autorizzato il voto a Gerusalemme Est occupata, le infrastrutture di Gaza sono in rovina e il registro della popolazione è obsoleto.

Annessione in cifre

Un rapporto pubblicato il 7 luglio dai gruppi di ricerca e difesa israeliani Peace Now e Kerem Navot ha documentato quella che viene definita annessione di fatto della Cisgiordania, occupata a un ritmo senza precedenti: tra il 2023 e il 2025, si è scoperto, sono stati creati 185 nuovi avamposti e 118 comunità di pastori palestinesi sono state espulse, 102 nuovi insediamenti sono stati creati e gli avamposti agricoli illegali sono arrivati a controllare più di 1,1 milioni di dunam (110.000 ettari) di territorio – il 18% dell’intera Cisgiordania – il tutto nel contesto di “una politica governativa unica e sistematica”.

Gli sviluppi nell’intera Cisgiordania tracciano l’attuazione di questa politica nel suo complesso. Nella parte settentrionale della Valle del Giordano i bulldozer israeliani hanno sradicato più di 300 ulivi e viti vicino ad Atuf e hanno tagliato le condutture idriche che servivano circa 45.000 dunam [4.500 ettari, ndt.] di terreni agricoli nell’ambito del progetto di strade e muri militari denominato “Crimson Thread”, secondo quanto riferito da Mutaz Bisharat, funzionario di Tubas. A Zububa, vicino a Jenin, dall’inizio di luglio più di 1.500 ulivi sono stati distrutti dalle forze israeliane, secondo quanto riportato da Wafa.

Le demolizioni sono portate avanti in parallelo: nel corso della settimana le forze israeliane hanno raso al suolo case, strutture agricole e un edificio di quattro appartamenti a Shuqba, Jit, Nablus, Sur Baher, Khirbet al-Miyah e Bruqin, secondo quanto riportato da Wafa e da attivisti locali. Sempre secondo Wafa i coloni hanno demolito la scuola elementare di Yanun, che ospitava 15 bambini, circa otto mesi dopo la pulizia etnica della comunità. Il 13 luglio Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno costretto la famiglia Abu Tir ad auto-demolire la propria casa nella Gerusalemme Est occupata, multandoli di 80.000 shekel [23.187 euro, ndt.] e lasciando sette persone senza tetto.

La Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha affermato che nella prima metà del 2026 le autorità israeliane hanno emesso 49 ordini di esproprio militare di terreni – superando i 47 già emessi in tutto il 2025 – riguardanti 2.093 dunam (210 ettari ca), per lo più lungo le strade di circonvallazione dei coloni, tra cui la Strada Statale 60.

La violenza dei coloni continua – senza impedimenti

Gran parte delle violenze della settimana in Cisgiordania hanno seguito uno schema ben noto: coloni che attaccano sotto protezione militare israeliana. Per cinque giorni consecutivi, come riportato dall’attivista Osama Makhamreh, i coloni hanno attaccato la famiglia dell’anziano Ibrahim Ismail al-Jabour nella zona di Huwara a Masafer Yatta; i soldati sono intervenuti per proteggere gli aggressori e il 12 luglio hanno arrestato lo stesso al-Jabour, mentre sette suoi parenti, tra cui due bambini, sono stati feriti dai coloni. In quei giorni nessun colono è stato arrestato.

In altre zone il 9 luglio circa 150 coloni hanno attaccato Deir Jarir, a est di Ramallah, da quattro direzioni, mentre le forze israeliane bloccavano le ambulanze, secondo quanto riportato da Wafa. Ad al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, ripetuti raid hanno lasciato alcuni abitanti feriti da colpi d’arma da fuoco, proiettili di gomma e granate stordenti – tra cui un bambino di 10 anni colpito alla testa – mentre le forze israeliane confiscavano le chiavi delle ambulanze, secondo Wafa e fonti locali sul campo. Vicino a Jenin coloni e soldati insieme hanno espulso quattro famiglie da Khirbet Asaeed dove risiedevano da oltre 70 anni, ha riferito Wafa.

L’OCHA nel suo ultimo rapporto ha registrato in una sola settimana almeno 35 incidenti con coloni che hanno causato vittime o danni alle proprietà, portando il totale del 2026 a più di 1.200 attacchi in oltre 240 comunità – circa sei al giorno.

Più difficile da spiegare

Mentre dall’estero si intensifica il controllo sulle azioni di Israele, le controversie intorno alla realtà dei fatti sul terreno hanno coinvolto persino politici statunitensi in visita. Il deputato americano Ro Khanna ha affermato che durante una visita al villaggio abbandonato di Khirbet Zanuta in Cisgiordania lui e il suo gruppo sono stati bloccati per oltre un’ora dai coloni e che poi i soldati gli hanno impedito di andarsene. L’esercito israeliano ha dichiarato che al loro arrivo i soldati hanno “disperso” i coloni; “l’esercito israeliano sta mentendo”, ha detto Khanna alla NBC News.

Lo stesso apparente disprezzo per gli osservatori internazionali si è visto anche nei tribunali israeliani. Haaretz ha riportato che il Servizio Penitenziario Israeliano ha imposto nuove e drastiche restrizioni alle visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, nonostante la sentenza unanime dell’Alta Corte del mese scorso. Oded Feller dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha affermato che lo scopo della decisione era “continuare a nascondere gli abusi che avvengono nelle strutture del Servizio Penitenziario Israeliano”.

Persino la diplomazia di routine è stata messa in discussione; secondo Wafa Israele ha impedito al segretario generale della Lega Araba di entrare in Cisgiordania per incontrare il presidente Abbas – un’altra mossa che, insieme agli avamposti, alle demolizioni e alle sentenze dei tribunali disattese delinea una traiettoria che muove costantemente in un’unica direzione, con impudente disprezzo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rubio dichiara che gli Stati Uniti smantelleranno la Corte Penale Internazionale “mattone dopo mattone”.

Redazione MEE

13 luglio 2026 – Middle East Eye

Il Segretario di Stato attacca duramente la Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che l’amministrazione Trump sta lavorando per “smantellare la Corte Penale Internazionale mattone dopo mattone”, lanciando una sfida pubblica alla Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“L’interferenza della CPI nelle operazioni militari e di polizia americane non è solo un grave abuso dei suoi presunti poteri. Significherebbe la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente”, ha scritto Rubio in un articolo di opinione pubblicato lunedì dal Wall Street Journal.

“Utilizzando tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo, lavorando a fianco di ogni alleato disposto a collaborare, smantelleremo la CPI, mattone dopo mattone, se necessario”, ha affermato.

Rubio ha anche registrato una dichiarazione su questo tema, pubblicata lunedì su X, in cui accusa la Corte di voler privare gli americani del diritto di rispettare le proprie leggi e di essere giudicati da una giuria di propri pari quando accusati di aver commesso un crimine.

“Ma oggi persone potenti in luoghi distanti vogliono portarcelo via. Credono di dover essere loro a decidere sulle vostre leggi, sul vostro paese, la vostra vita, e non gli importa se siate d’accordo o meno”, ha affermato nel video.

Ha detto che gli americani probabilmente non conoscono i nomi dei giudici, dei procuratori o dei presidenti della Corte Penale Internazionale e che “non dovrebbero essere costretti a conoscerli”, accusando al contempo la CPI di condurre una guerra contro gli Stati Uniti.

Le critiche di Rubio hanno evidenziato l’opposizione “bipartisan” alla Corte, fondata nel 2002 in risposta ai genocidi e alle atrocità commesse in zone di guerra come il Ruanda e l’ex Jugoslavia.

In particolare Rubio non ha fatto alcun riferimento diretto al mandato di arresto emesso nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, per i presunti crimini contro l’umanità commessi a Gaza, dove dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 73.000 palestinesi.

La Corte aveva emesso mandati di arresto anche nei confronti dei leader di Hamas per i presunti crimini di guerra commessi durante l’attacco del 7 ottobre 2023 contro il sud di Israele. Leader successivamente assassinati da Israele.

“Globalisti arroganti”

Rubio ha presentato la decisione della Casa Bianca contro la Corte con toni nazionalistici affermando: “Gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna diplomatica con un messaggio semplice: gli Stati sovrani prima del globalismo.”

I nostri progenitori hanno combattuto una rivoluzione contro una potenza straniera che ci deportava oltreoceano per perseguirci per crimini pretestuosi”, ha affermato Rubio, ricordando una politica coloniale britannica vecchia di 200 anni.

L’indipendenza è un nostro diritto innato. Non intendiamo barattarla con il dominio da parte di un’autoproclamata casta sacerdotale del ‘diritto internazionale’ “.

Rubio ha citato l’indagine del 2020 della Corte Penale Internazionale (CPI) sui soldati statunitensi per presunti crimini di guerra in Afghanistan. Ha aggiunto che la Corte potrebbe eventualmente indagare anche sugli agenti della polizia di frontiera e sui marines statunitensi.

La CPI è sostenuta e gestita da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra, globalisti arroganti e governi ostili del Terzo Mondo, uniti dalla loro inimicizia verso gli Stati Uniti”, ha concluso.

Nel suo video su X ha affermato che, sebbene la Corte fosse stata ufficialmente creata per perseguire i crimini più gravi nei Paesi in cui i tribunali nazionali non potevano farlo, “la verità è che si trattava di qualcosa di molto più radicale ed estremo: un tribunale globale composto da burocrati globalisti non eletti che rivendicano un potere pressoché illimitato”.

In realtà la Corte conta 125 Paesi membri, compresi tutti quelli dell’Unione Europea.

I Paesi più ostili alla Corte sono da tempo le principali potenze mondiali, che non vogliono sottomettersi alla sua giurisdizione. I principali avversari geopolitici degli Stati Uniti, cioé Russia e Cina, non sono membri della CPI.

Nel 2002 il presidente George W. Bush ha formalmente ritirato gli Stati Uniti dalla Corte Penale Internazionale e ha promulgato lAmerican Service members’ Protection Act (ASPA, Legge di protezione degli agenti al servizio degli Stati Uniti), che limitava la cooperazione degli Stati Uniti con la CPI. L’ASPA autorizza persino l’uso della forza per liberare il personale militare statunitense detenuto, guadagnandosi il soprannome di “Legge di invasione dell’Aia”.

Washington ha inoltre esercitato pressioni sui Paesi affinché firmassero accordi bilaterali di immunità per impedire loro di consegnare cittadini statunitensi alla CPI.

Guerra diplomatica

Lattacco sferrato da Rubio contro la Corte conferma la tesi secondo cui gli Stati Uniti e i loro partner più stretti stanno conducendo una guerra diplomatica contro tale istituzione a causa dei suoi sforzi volti a chiamare Israele a rispondere dei crimini di guerra commessi a Gaza, che sono stati definiti un genocidio dalle Nazioni Unite, dagli organismi per i diritti umani e dagli studiosi di genocidio.

Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che sanziona i giudici della CPI per le indagini su alti funzionari israeliani.

Come riportato in passato da MEE, tali misure hanno inciso sulla libertà di movimento dei giudici, sulla loro sicurezza fisica, sulle loro famiglie e sulla loro possibilità di svolgere le normali attività quotidiane.

MEE ha inoltre pubblicato in esclusiva un articolo sulla campagna condotta contro la Corte dall’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron.

MEE ha rivelato che nell’aprile del 2024 Cameron minacciò privatamente Karim Khan, il procuratore capo britannico presso la Corte Penale Internazionale, di tagliare i fondi e ritirare la Gran Bretagna dalla CPI se questa avesse emesso mandati di arresto nei confronti dei leader israeliani.

Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nella fase iniziale di sviluppo della CPI e hanno firmato lo Statuto di Roma nel 2000, sotto la presidenza di Bill Clinton. Tuttavia il documento non è mai stato sottoposto al Senato per la ratifica, per timore che la CPI potesse perseguire militari e funzionari statunitensi per presunti crimini di guerra, soprattutto in conflitti come quelli in Afghanistan e Iraq.

La CPI ha anche emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra in Ucraina.

Al termine della sua dichiarazione in video Rubio ha lanciato un duro avvertimento.

“Questa amministrazione non resterà a guardare mentre la CPI e i suoi alleati cercano di minacciare il nostro popolo. Se credono di poterci privare della nostra sovranità insegneremo loro il vero significato della determinazione americana.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gaza la ricerca dei dispersi comporta dolore ed estremo saluto per i propri cari

Lina Ghassan Abu Zayed

10 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati sotto le macerie delle loro case con un lungo e difficile lavoro di ricerca.

Il 16 novembre 2023 la casa della famiglia Haji nel quartiere di al-Zaitoun a Gaza City viveva felicemente sotto lo stesso tetto e nessuno si aspettava di stare insieme per l’ultima volta.

L’edificio di tre piani era pieno della vita di più di 30 membri della famiglia estesa, dai 4 ai 40 anni, finché un attacco aereo israeliano ha ridotto in macerie la loro casa.

Fidaa Haji, 34 anni, e i suoi 4 figli – Raed, Mohammed, Hala e Raghad – che vivevano in una stanza esterna sono sopravvissuti, ma gli altri membri della famiglia [che si trovavano] nell’edificio principale sono stati uccisi, compreso il marito di Fidaa, Andan Haji, di 34 anni.

Fidaa e i suoi figli si sono diretti a sud in una zona relativamente sicura di Gaza, dove hanno piazzato delle tende sulla spiaggia. Quando nell’ottobre 2025 è stata annunciato un cessate il fuoco sono tornati ad al-Zaitoun e si sono sistemati provvisoriamente nei pressi della loro precedente casa, ma le macerie sono diventate un ricordo quotidiano del tragico lutto che opprime i loro cuori.

Non posso immaginare che le persone che amo siano ancora sotto le macerie… ogni giorno il solo pensiero mi spezza il cuore,” dice ad Al Jazeera. “Quello che mi ferisce più della perdita è non aver potuto dare loro l’ultimo addio o seppellirli… come se il lutto rimanesse sospeso.”

In seguito suo fratello è riuscito a recuperare il corpo di Adnan e lo ha sepolto nel giardino dell’ospedale al-Shifa, per porre provvisoriamente fine allo straziante limbo di Fidaa, ma mancano ancora un funerale e un ultimo addio adeguati.

Non più un ricordo

Fidaa descrive il momento del ritorno come doversi confrontare inaspettatamente con un luogo che non è più lo stesso che avevano lasciato. Ha esitato ad avvicinarsi ai resti della sua casa pensando: come si può tornare in uno spazio che una volta conteneva tutte le persone che amava, alcune delle quali sono ancora sotto le macerie?

Ogni volta che torno in quel posto cerco di convincermi che non è così… ma la mia mente si rifiuta di credere che siano finiti sottoterra senza l’ultimo addio,” afferma.

Mentre cercavano di risistemarsi nella loro casa uno strano odore ha riempito la zona. Ha cercato di ignorarlo, ma non poteva accettare totalmente quello che era successo. Per i bambini l’esperienza è stata ancora più dura. Avevano paura di avvicinarsi alla cucina o a parti della casa, consapevoli del fatto che alcuni dei cugini stavano ancora vicino a loro.

Sua figlia Hala ha sofferto di un evidente trauma psicologico che ha colpito la sua capacità di alimentarsi ed è rimasta in preda alla paura per il fatto che i corpi dei suoi cugini erano a pochi metri da lì.

Nella casa distrutta i ricordi non erano solo immagini ma una fonte quotidiana di ansia incorporata all’interno dei piccoli dettagli della vita dei bambini.

Tra le storie rimaste profondamente impresse nella memoria di Fidaa c’è quella di Shireen, sua nipote ventenne e figlia unica. È stata uccisa nell’attacco, lasciando i suoi genitori di nuovo soli.

Vivo tra la necessità di continuare la mia vita e il fatto che gran parte di essa è ancora sotto le macerie,” afferma.

Confrontarsi con la verità

Il 1° luglio la famiglia Haji ha cercato di recuperare da sola i corpi dei propri cari. Nonostante la mancanza di risorse e di macchinari pesanti sono riusciti a estrarre sei corpi della loro famiglia.

Ciò ha significato confrontarsi duramente con una verità rimandata per più di due anni, soprattutto in quanto identificare i resti è stato estremamente difficile a causa del lasso di tempo passato dalla morte.

La loro sofferenza riflette una situazione più generale vissuta da migliaia di famiglie di Gaza. Secondo la Protezione Civile di Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati tra le rovine di edifici distrutti, mentre le operazioni di recupero continuano a un ritmo molto lento a causa della grave carenza di macchinari per scavare.

Le organizzazioni umanitarie hanno avvertito che i ritardi nel recupero dei corpi causano danni psicologici alle famiglie che vivono in uno stato di “lutto sospeso”. I loro cari sono contemporaneamente assenti e presenti, né sepolti né congedati, senza una chiara fine del cordoglio.

Nel corso del tempo l’identificazione dei resti diventa sempre più difficile a causa della decomposizione, aggiungendo un ulteriore peso psicologico sulle famiglie che hanno atteso per anni risposte che devono ancora arrivare.

La mancanza di risorse rende più grave la catastrofe

Ismail al-Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza, afferma che la situazione riflette una complessa crisi umanitaria che crea un profondo impatto psicologico e sociale sulle famiglie.

“A causa della difficoltà di accesso e della mancanza dei macchinari pesanti necessari alle operazioni di recupero migliaia di corpi sono ancora sotto le macerie,” dice Thawabta.

La mancanza di mezzi continua a ostacolare il lavoro della Protezione Civile di Gaza e crea uno “stato sospeso di perdita” in cui le famiglie sopportano un trauma costante a causa dell’impossibilità di dare l’ultimo saluto ai propri cari.

Ciò ha lasciato profonde ferite psicologiche all’interno delle famiglie e nella società di Gaza, soprattutto tra i bambini che crescono senza risposte definitive riguardo alla sorte delle loro madri, dei loro padri o fratelli.

La ‘guerra silenziosa’ della Protezione Civile

Abdullah al-Majdalawi, direttore delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa della Protezione Civile afferma che le sue squadre stanno lavorando con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che è riuscita a fornire scavatrici per le operazioni di recupero.

La durata del progetto è solo di 400 ore, che è a malapena sufficiente per un piccolo numero di case,” sostiene.

Ciò ha obbligato le squadre a dare la priorità ad aree in base a criteri specifici, spesso dove c’è stato un grande numero di vittime. Il processo si basa su piccoli dettagli, come testimonianze di sopravvissuti o vicini, beni personali come un pezzo di vestito o occhiali da lettura, che possano aiutare le squadre di ricerca a individuare resti umani.

A volte andiamo con strumenti rudimentali, tagliando il ferro con martelli e attrezzi semplici, rimanendo impotenti di fronte a migliaia di tonnellate di cemento,” afferma.

Uno dei momenti più difficili è quando mi ritrovo con tre o quattro ossa di un corpo umano e li consegno alla famiglia che stava aspettando di trovare il figlio o la figlia. A volte le famiglie ci dicono: portateci qualunque cosa di loro, ogni ricordo, ogni osso che possiamo seppellire.”

Queste scene provocano un profondo impatto psicologico sui lavoratori della Protezione Civile. Nonostante la percezione che ha di loro l’opinione pubblica come risoluti e resilienti, indifferenti al loro lavoro, devono costantemente confrontarsi con i resti di corpi e con le grida delle madri. Diventa parte della “guerra silenziosa” che li accompagna molto dopo la fine della loro giornata di lavoro.

La gente vede gli uomini della Protezione Civile come forti e valorosi, ma dentro di sé sono sul punto di piangere,” dice.

Per me i momenti più duri sono durante le pause, perché è allora che mi tornano in mente le voci dei bambini sotto le macerie: ‘Zio, perché ci uccidono? Zio, dove siamo?’ La nostra preghiera costante come squadre della Protezione Civile è: Dio, non farci impazzire dopo tutto il terrore e l’orrore che abbiamo visto.”

Al-Majdalawi ricorda un momento durante un’operazione di recupero che probabilmente rimarrà nella sua mente per sempre, quando la sua squadra stava lavorando in mezzo alle rovine per trovare un corpo mentre la famiglia aspettava nelle vicinanze.

Hanno trovato i resti di una ragazzina, ma solo parte del cranio, che ha reso possibile l’identificazione solo attraverso piccoli dettagli, come il colore dei capelli e i tratti del volto parzialmente conservati. Dice che è stato uno dei momenti più difficili che ha passato nella sua vita.

Durante gli scavi in una casa bombardata che si riteneva contenesse circa 45 corpi il lavoro è continuato per tre giorni di seguito, eppure ne sono stati trovati solo due, una madre e suo figlio. Nonostante tutti i loro sforzi le squadre non sono state in grado di individuare gli altri.

Non erano rimaste tracce… non abbiamo trovato ossa né altro,” aggiunge. “Le famiglie si aggrappano ad ogni piccolo segno … qualunque cosa dimostri che si tratta del figlio o della figlia.”

Queste esperienze creano uno “shock continuo” alle squadre della protezione civile, con una nuova serie di sofferenze a ogni tentativo di identificazione, riconoscimento o accettazione [di una salma].

Tra immagini indelebili, luoghi che non sono più sicuri per la memoria e corpi ancora insepolti il lutto si trasforma in un peso a lungo termine senza un reale estremo saluto o una consolazione possibile sia per le famiglie che per i soccorritori.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)