Nel sud del Libano i droni israeliani usano il suono di bambini che piangono per attirare i civili

Adam ChamseddineBeirut

9 giugno 2026 MiddleEastEye

Come a Gaza, i residenti affermano che Israele sta conducendo una guerra psicologica contro la vita dei civili e il suo paesaggio sonoro

Nel villaggio di Habboush, nel sud del Libano, il suono che ha squarciato il silenzio della notte non era quello di un attacco aereo. Era il grido di un bambino che chiedeva aiuto.

Hashem, un paramedico del villaggio, ha sentito le grida provenire da un quadricottero israeliano che sorvolava la zona.

Parlando con Middle East Eye ha detto che non si tratta di un episodio isolato, ma di una modalità ormai sempre più familiare agli abitanti dei villaggi del sud.

“Non è la prima volta che questi droni sorvolano la nostra zona e diffondono vari suoni “, ha detto Hashem.

“Ieri era il suono di bambini che urlavano e imploravano aiuto. Prima ancora avevano trasmesso il suono di un’ambulanza. Un’altra volta era il Corano. Un’altra volta ancora era la voce di una donna che chiedeva aiuto. Viviamo questa situazione quasi ogni giorno.”

Per le persone che hanno deciso di rimanere nelle proprie case nel sud del Libano nonostante l’occupazione israeliana e i bombardamenti quotidiani, i droni israeliani sono diventati una presenza costante nel cielo.

Sorvegliano, diffondono avvisi, trasmettono messaggi e suoni trasformando la notte in un campo di battaglia psicologico.

Residenti e soccorritori affermano che, oltre all’intimidazione, le forze israeliane usano i suoni dell’emergenza per attirare le persone fuori dalle loro case o dai rifugi, per paura, curiosità o istinto di soccorso.

Hashem ha affermato che la prima reazione nell’udire tali suoni è quasi automatica.

“Quando senti queste voci nel silenzio della notte, il tuo primo istinto è quello di uscire e vedere cosa sta succedendo”, ha detto. “È quello che mi è successo ieri. Ma ho capito subito che doveva provenire dal drone, perché era impossibile che ci fossero dei bambini in giro nel villaggio a quell’ora, soprattutto intorno a mezzanotte”.

Crede che l’obiettivo sia in parte quello di diffondere paura tra coloro che rimangono nei villaggi e spingerli ad andarsene dopo averli sfiniti psicologicamente. Ma vede anche un altro scopo, più immediato.

“Considerato che molti villaggi sono ormai privi di civili, e in alcune zone con la sola presenza dei combattenti della resistenza, penso che l’obiettivo possa essere anche quello di attirare qualcuno allo scoperto e identificarlo”, ha affermato Hashem.

L’esperienza di Gaza

Questa tattica non è nuova nelle ultime guerre di Israele.

A Gaza i gruppi per i diritti umani, i giornalisti e gli abitanti hanno documentato l’uso di droni israeliani dotati di altoparlanti che diffondono suoni di bambini che piangono, donne che urlano e richieste di aiuto nelle zone residenziali e nei campi profughi soprattutto di notte.

I residenti di Gaza hanno affermato che a volte questi suoni inducevano le persone a credere che ci fossero dei civili in pericolo nelle vicinanze, salvo poi rendersi conto che le grida provenivano da piccoli droni che sorvolavano i loro quartieri.

A Gaza i droni non erano solo strumenti di sorveglianza. Durante tutta la guerra medici, residenti e organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato il loro utilizzo su strade, case e ospedali dove venivano impiegati per monitorare i movimenti, impartire ordini, intimidire i civili e, in alcuni casi, aprire il fuoco.

Il loro utilizzo con altoparlanti è diventato parte di una più ampia forma di guerra psicologica: confondere i civili, offuscare il confine tra suoni reali e registrati e minare uno degli istinti umani più basilari: l’impulso a rispondere a una richiesta di aiuto.

Oggi gli abitanti del Libano meridionale affermano di riscontrare elementi di questo stesso metodo trasferiti nei loro villaggi, anche se in un contesto diverso. Le loro città sono state distrutte o sono quasi deserte, le famiglie sono intrappolate tra lo sfollamento e un ritorno temporaneo e la guerra ha rimodellato il rapporto tra persone, suoni e movimento.

Controllare il paesaggio sonoro

Tarek Mazaani, originario della devastata città meridionale di Houla, conosce bene questa oppressione. La sua casa è stata distrutta durante la guerra del 2024. In seguito si è trasferito a Zawtar al-Sharqiya durante il cessate il fuoco, prima che la ripresa dei combattimenti a marzo lo costringesse nuovamente a lasciare la proprie abitazione.

Durante quel periodo Mazaani ha fondato l’Assemblea del Popolo delle Città del Confine Meridionale, un’associazione che si batte per il diritto dei residenti a tornare nei loro villaggi distrutti e per l’avvio della ricostruzione.

Il 12 ottobre 2025, racconta, l’esercito israeliano ha inviato droni su diversi villaggi del sud che trasmettevano messaggi di avvertimento invitando i residenti a non parlargli e a boicottarlo. I messaggi lo accusavano di appartenere a Hezbollah.

Mazaani ha ricordato l’episodio essendo di nuovo sfollato, parlando da quello che è diventato il suo terzo sfollamento. Anche la casa in cui si era rifugiato a Zawtar al-Sharqiya è stata distrutta, ha dichiarato a MEE.

“Quando l’esercito israeliano ha trasmesso quei messaggi ho dovuto lasciare la casa, temevo per la vita dei residenti e dei vicini del complesso residenziale in cui alloggiavo”, ha detto Mazaani. “Sentivo che dopo quei messaggi avrebbero potuto prendermi di mira. Ho lasciato la mia famiglia e sono andato altrove”.

Ha detto che gli avvertimenti sono in seguito cessati quando il suo caso è diventato oggetto di interesse pubblico, è stato trattato da diversi media internazionali e ha suscitato dichiarazioni di solidarietà da parte di alti funzionari.

Ma secondo Mazaani l’impatto dell’incidente è andato oltre la sua sicurezza personale. Diffondere il suo nome nei villaggi del sud, ha detto, era un messaggio alla comunità circostante tanto quanto a lui stesso: chiunque si impegnasse nella questione del ritorno, chiunque contestasse lo sfollamento o chiunque chiedesse la ricostruzione poteva essere preso di mira, minacciato o socialmente isolato.

Le testimonianze di Hashem e Mazaani rivelano un altro aspetto della guerra nel sud del Libano. Non è solo una guerra di attacchi aerei, distruzione e sfollamento, ma anche di controllo sul panorama psicologico e sonoro della vita civile.

Questo uso del suono pone i civili in una posizione impossibile. Rispondere può significare cadere in una trappola; ignorarlo può significare trascurare un autentico grido di aiuto. Tra queste possibilità la paura si accumula, la fiducia si sgretola e la permanenza nel villaggio diventa una battaglia di nervi quotidiana.

Nel sud del Libano, dove la lunga memoria dell’occupazione si intreccia con i nuovi sfollamenti, questi quadricotteri sono visti come qualcosa di più di una semplice tecnologia militare. Sono vissuti come un’estensione del controllo israeliano: volteggiano sopra le teste, osservano, proiettano voci disincarnate e costringono i residenti a mettere in discussione ogni suono e movimento intorno a sé.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La produzione agricola israeliana contaminata da sostanze chimiche a causa delle esplosioni dell’esercito a Gaza

Mera Aladam

9 giugno 2926 – Middle East Eye

Da un nuovo studio emerge che è stato individuato del materiale pericoloso nel terreno agricolo a circa 20 km dal confine con Gaza

Da un nuovo studio emerge che la produzione agricola locale in Israele è stata contaminata da sostanze chimiche pericolose rilasciate dalle esplosioni dell’esercito durante i due anni di genocidio a Gaza.

La ricerca è stata condotta da esperti della Hebrew University, del Ministero della Sanità, dell’Istituto Volcani e dell’Organizzazione per la Ricerca Agricola dell’Arava meridionale [regione del distretto meridionale di Israele, ndtr.].

Essa ha rivelato che PFAS – un gruppo di prodotti chimici sintetici di lunga durata – sono stati individuati in patate campionate in decine di campi vicino al confine con Gaza.

Lo studio aggiunge che l’inquinamento da PFAS è stato rilevato in pozzi per l’acqua e terreni fino a 19 km da Gaza.

I ricercatori ipotizzano che il materiale chimico sia stato probabilmente trasportato dal vento sul terreno agricolo dopo essere stato rilasciato dagli esplosivi a Gaza, evidenziando l’impatto ambientale della devastante guerra di Israele.

I PFAS sono notoriamente di difficile smaltimento nell’ambiente e nel corpo umano e sono inoltre resistenti al calore, guadagnandosi il soprannome di “sostanze chimiche eterne”.

Certi tipi di PFAS sono stati collegati a diverse problematiche di salute, inclusi danni al sistema riproduttivo e immunitario, problemi di sviluppo nei feti e aumento del rischio di cancro.

In Israele circa il 15% dei pozzi di acqua potabile e il 70% delle sorgenti d’acqua usate per l’agricoltura contengono residui di PFAS, portando alla chiusura di importanti pozzi d’acqua in tutto il Paese.

L’impronta di CO2 causata dalla guerra genocida di Israele a Gaza ha peggiorato un ambiente già fragile con emissioni che nei primi 15 mesi dell’aggressione sono stimate superiori a quelle di 100 Paesi.

La Rete di Ricerca di Scienze Sociali [piattaforma scientifica statunitense in rete, ndtr.], ha evidenziato che il costo climatico della distruzione israeliana di Gaza – incluse la rimozione dei detriti e la ricostruzione – potrebbe superare l’equivalente di 31 milioni di tonnellate di diossido di carbonio.

E’ più delle emissioni annuali del 2023 di molti Paesi, compresi Costa Rica, Afghanistan e Zimbabwe.

Ha rilevato che l’impatto complessivo delle guerre di Israele a Gaza e Libano, come anche dei precedenti conflitti militari con Yemen e Iran, equivale all’attività di 84 centrali elettriche per un anno.

Il cambiamento climatico e gli attacchi di Israele alle infrastrutture ambientali hanno afflitto a lungo Gaza e altre parti della Palestina occupata.

Dopo la Nakba – la pulizia etnica e la distruzione delle comunità palestinesi nel 1948 da parte delle forze sioniste – il Jewish National Fund (JNF) ha piantato foreste di monocoltura di pini, spesso sulle rovine dei villaggi palestinesi.

Nel 2013 la Società per la Protezione della Natura in Israele ha rivelato che i progetti del JNF hanno avuto un impatto devastante sulla biodiversità locale.

Nel 2021 Fadel al-Jadba, direttore del dipartimento di orticoltura del Ministero dell’Agricoltura palestinese, ha detto a Middle East Eye che nel decennio scorso si è verificata una notevole diminuzione della produzione agricola.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli agricoltori di Gaza iniziano il duro lavoro di ricostruzione di un settore agricolo devastato dal genocidio israeliano.

Ansam al-Qitaa

8 giugno 2026 – Mondoweiss

I due appezzamenti di terreno che Jalal Arafat possiede da decenni si trovano ai lati opposti della linea che ha ridisegnato la mappa di Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Uno è fuori dalla sua portata, a tre metri da quella che ora è conosciuta come la “Linea Gialla”, che taglia Gaza approssimativamente a metà. L’altro, 800 metri più lontano, venne utilizzato da Israele come sede di baracche militari durante l’invasione del quartiere di al-Zaytoun a Gaza City.

Dopo una pausa delle ostilità nei pressi del secondo appezzamento, Arafat, nonostante gli avvertimenti, vi fece ritorno. L’area era stata ridotta a quello che lui stesso descrisse come “dune di sabbia distrutte”. Nonostante questa tremenda condizione, con l’aiuto dei figli bonificò il terreno, lo livellò e piantò fichi e ulivi, scelti per il loro scarso fabbisogno idrico e per la loro capacità di sopravvivere con l’acqua che arriva dal sottosuolo.

In tutta la Striscia assediata decine di agricoltori stanno facendo lo stesso. Tornano a piedi nei campi ricoperti di macerie, cingoli di carri armati e ordigni inesplosi. Trasportano l’acqua sulle spalle per lunghe distanze. Lo fanno perché per molti questo è tutto ciò che rimane loro.

Alcuni sono sostenuti in questa impresa dal Ministero dell’Agricoltura di Gaza, che a maggio ha avviato un progetto di bonifica d’emergenza nei quartieri meridionali di Gaza di al-Mughraqa, al-Sheikh Ajleen e in alcune zone di al-Zaytoun, in collaborazione con la Palestinian Agricultural Relief Society, l’Agricultural Relief Society, la Cooperative Association for Grape and Vegetable Producers e Oxfam.

L’obiettivo è rimettere in produzione 400 ettari e sostenere centinaia di agricoltori nella prima fase, ripristinando tra il 60 e il 70% della loro capacità produttiva prebellica. I lavori iniziano con lo sminamento per garantire che i terreni siano privi di ordigni inesplosi, seguito da livellamento, aratura, fertilizzazione e piantumazione.

“L’albero, se riceve cure, acqua e ciò di cui ha bisogno per crescere, sopravvive”, ha dichiarato Arafat, che ha aderito all’iniziativa, a Mondoweiss. E così fa l’essere umano. Dal nulla può costruire una nuova vita e rimettere in sesto tutto ciò che l’occupazione ha distrutto.”

Un’operazione di recupero coordinata

Ad al-Zaytoun le squadre della Palestinian Agricultural Relief Society hanno rimosso le macerie da 66 dunam (6,6 ettari) di terreno agricolo dove all’inizio dell’anno non era rimasta una sola piantina.

Hanno riaperto le strade agricole sepolte sotto i detriti, ripristinato i pozzi e posato le condutture idriche, consentendo agli agricoltori di tornare ai campi che avevano abbandonato durante la guerra. Nel giro di pochi mesi zucchine e cetrioli sono ricominciati a crescere su terreni che erano stati dati per spacciati.

“La distruzione non si è limitata ai terreni agricoli. Ha colpito le infrastrutture agricole, l’allevamento e la pesca, e ha influito direttamente sulla capacità produttiva del settore”, ha affermato Noha al-Sharif, responsabile per la comunicazione e la difesa dei diritti presso la Palestinian Agricultural Relief Society a Gaza.

L’organizzazione sta lavorando anche ad al-Sheikh Ajleen, il distretto viticolo a sud di Gaza City.

«Nella prima fase ci siamo rivolti ad almeno 150 agricoltori e ora stiamo ampliando il progetto per includerne di nuovi», afferma al-Sharif.

L’associazione ha fornito fertilizzanti, nutrienti e componenti per l’irrigazione di provenienza locale, e le piantine di vite stanno tornando a popolare i terreni che erano stati completamente devastati. Un lavoro simile è in corso nella parte settentrionale di Gaza City, nelle zone di al-Zarqa e al-Amn al-Aam.

Secondo al-Sharif la Palestinian Agricultural Relief Society ha creato circa 240 orti domestici all’interno delle case distrutte dove le famiglie sono tornate, fornendo piantine, semi e serbatoi d’acqua in modo che gli abitanti possano coltivare ortaggi e verdure a foglia verde per il proprio consumo.

«Questo ha alleviato il peso economico sulle famiglie, riducendo la necessità di acquistare verdure al mercato, con prezzi così alti e merci così scarse», dice al-Sharif.

L’organizzazione, con l’aiuto di partner internazionali, sta inoltre introducendo l’agricoltura all’interno degli stessi campi profughi. Hanno creato orti nei pressi e allinterno dei campi in gran parte dei distretti di Gaza, hanno fornito agli abitanti gli attrezzi e i materiali necessari per la loro manutenzione e hanno collaborato con i responsabili dei campi profughi per integrare la coltivazione di prodotti alimentari nella vita quotidiana.

Sono stati organizzati seminari di sensibilizzazione rivolti alle famiglie i cui figli mostrano segni di malnutrizione, per spiegare come utilizzare gli alimenti nel modo più nutriente possibile.

Abbiamo voluto trasformare i campi da luoghi estenuanti e psicologicamente logoranti in ambienti più vivaci, introducendovi spazi verdi e attività agricole”, dichiara a Mondoweiss.

L’organizzazione sta pianificando interventi più estesi nel prossimo futuro, ma al-Sharif sottolinea che la ripresa di cui il settore agricolo di Gaza ha bisogno non può essere raggiunta solo con l’improvvisazione locale: “Il successo di questi sforzi richiede un’azione internazionale urgente per esercitare pressioni sull’ingresso di beni agricoli a Gaza, tra cui sementi, fertilizzanti, attrezzature e reti di irrigazione, in modo che gli agricoltori possano ripristinare la loro capacità di produrre e preservare ciò che resta della sicurezza alimentare nella Striscia”.

Al di là di ciò che gli sforzi locali possono risolvere

Israele continua a impedire l’ingresso a Gaza di fertilizzanti, sementi, reti di irrigazione e macchinari, lasciando che gli sforzi di ripresa rimangano a carico di ciò che si può recuperare dalle risorse locali.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza il 96% dei terreni agricoli coltivati ​​è crollato da 9.300 ettari prima della guerra a 400 ettari oggi. Le perdite dirette per il settore agricolo e zootecnico sono stimate in 2,8 miliardi di dollari, con il 94% dei terreni agricoli danneggiati e l’85% delle serre distrutte.

Gli agricoltori descrivono prezzi che hanno reso impossibile una ripresa autonoma. Una confezione da 250 grammi di pesticida è passata da 500 shekel (149 euro) a 3.000 shekel (892 euro). Un carico di fertilizzante è passato da 1.000 shekel (298 euro) a 20.000 shekel (5.951 euro).

Secondo una recente valutazione della ricostruzione condotta dalla Banca Mondiale la sola ripresa dei sistemi agricoli e alimentari di Gaza costerà circa nove miliardi di dollari [7,80 miliardi di euro, ndt.], gran parte dei quali destinati a sfamare la popolazione di Gaza fino alla ricostruzione della produzione locale.

Samaher Abu Jameh, un’agricoltore, ha affermato che la guerra ha distrutto la maggior parte dei terreni e delle infrastrutture agricole di Gaza, lasciando vaste aree incoltivabili a causa di munizioni inesplose e detriti pericolosi. “Il protrarsi della guerra, l’impossibilità per gli agricoltori di accedere alle proprie terre e la mancanza di un adeguato sostegno hanno portato a un calo significativo della produzione agricola e hanno impedito a molti di continuare il proprio lavoro”, ha dichiarato.

Le forze israeliane, aggiunge Abu Jameh, hanno preso il controllo di vaste aree a est di Salah al-Din Road. Gli impianti solari che alimentavano le pompe idrauliche sono stati distrutti insieme ai pozzi. Serre, attrezzi, pesticidi, fertilizzanti, sementi e piantine scarseggiano. Molti agricoltori sono costretti a utilizzare attrezzature vecchie e danneggiate non avendo altro a disposizione.

Le analisi satellitari della FAO e dell’UNOSAT mostrano che il 98% delle aree coltivate ad alberi a Gaza è stato distrutto, insieme al 90% delle serre e all’82,8% dei pozzi agricoli. Prima della guerra il settore agricolo impiegava circa 560.000 persone.

“Gli agricoltori di Gaza stanno vivendo una vera catastrofe che minaccia la sicurezza e sovranità alimentare”, ha affermato Saed Ziada, coordinatore del settore agricolo presso la rete delle organizzazioni non governative palestinesi. “Quasi tutti faticano a trovare una fonte di reddito in condizioni economiche disastrose”.

Ziada cita la recente iniziativa a sostegno del settore attraverso il recupero dei terreni, la distribuzione di sementi, le reti di irrigazione e altre forme di supporto in natura e finanziario. Tuttavia afferma che l’entità di questi aiuti rimane ben al di sotto del necessario.

“Le istituzioni sono presenti in un modo o nell’altro, nonostante i finanziamenti limitati”, dice. “Ma i bisogni sono di gran lunga superiori alle risorse disponibili”.

Gli agricoltori che non possono ricominciare

Rushdi Ayyad, un agricoltore di Al-Zaytoun, possiede 11 dunam (1,1 ettari) di terreno agricolo, ora a circa 800 metri dalla Linea Gialla, che sono stati distrutti. Non riesce a raggiungere la zona da quasi due anni e mezzo, essendo stato sfollato con la forza a Deir al-Balah, nel centro della Striscia..

Non ci sono le condizioni essenziali per la vita né per ripristinare le coltivazioni” afferma. “Non c’è una fonte di reddito che ci aiuti a bonificare la terra e nessuna concreta possibilità di ricominciare”

Il terreno ospitava alberi di oltre 25 anni, da cui lui, la sua famiglia e diversi lavoratori dipendevano come unica fonte di reddito. Tra le perdite più dolorose c’è un ma’rish, un pergolato per viti, di tre dunam (0,3 ettari), la cui costruzione gli era costata circa 40.000 dollari [35.000 euro, ndt.].

E poi c’è il costo del recupero. Anche la bonifica dei terreni dai detriti militari, afferma, è al di là delle possibilità di qualsiasi agricoltore.

“Viviamo già al di sotto della soglia di povertà”, dichiara a Mondoweiss. “Oggi dipendiamo da una takiya [una mensa comunitaria] solo per mangiare”.

Nel corso di sei guerre e incursioni tra il 2008 e il 2021 Ayyad era riuscito ogni volta a riacquisire la sua terra e a ricominciare da capo.

“Questa volta è completamente diverso”, dice. “Non posso ricominciare da capo.”

Ziada afferma che il legame dei palestinesi con la terra racchiude dimensioni di identità, appartenenza e tenacia.

La maggior parte dei terreni agricoli ancora coltivati, spiega, si trova nelle zone più vicine alla Linea Gialla, ma “nonostante il pericolo di raggiungerla, qualsiasi agricoltore che riesca ad arrivare alla propria terra e a procurarsi acqua e beni di prima necessità si affretterà a coltivarla, perché abbiamo urgente bisogno di una fonte di reddito per noi stessi e per le nostre famiglie”.

Le indagini effettuate dalla sua rete rivelano che molti agricoltori si sono indebitati o hanno venduto parte delle loro proprietà per acquistare beni agricoli nella speranza di provvedere al cibo per le loro famiglie e a una fonte di reddito che li aiuti a sopravvivere.

“E poi c’è la paura che incombe su ogni solco tracciato”, spiega. «Un contadino potrebbe seminare, aspettare il raccolto e poi vedere una nuova incursione o operazione militare costringerlo alla fuga, con la perdita del raccolto di un’intera stagione».

Nonostante tutto questo Arafat continua a seminare. Parla della terra di sua madre e di suo padre, il luogo da cui trae il pane quotidiano.

Vede la distruzione come un altro capitolo di quello che ha definito «un piano metodico per distruggere il settore agricolo», parte di un modello più ampio di sfollamento e costruzione di insediamenti iniziato nel 1948, che a suo dire mira a «sradicare i palestinesi dalla loro terra».

Ma «il contadino palestinese non conosce altra via se non l’agricoltura, che ha ereditato dai suoi padri e nonni», spiega. «Vogliamo investire nella terra. La terra, per sua natura, genera. L’albero porta il frutto e il frutto ci restituisce vita e benessere».

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Egab [piattaforma globale che offre supporto editoriale ai giornalisti locali, ndt.]

Ansam al-Qitaa è una giornalista palestinese di Gaza che lavora nel giornalismo cartaceo, radiofonico e mobile. Appassionata di storie di interesse umano e desiderosa di mettere in luce le difficoltà delle persone, crede nel potere delle parole e delle immagini di generare un cambiamento.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




«Come si fa a curare artisticamente un genocidio?»

Oren Ziv

21 maggio 2026 – +972 Magazine

Segnata dalle proteste per la partecipazione di Israele, la Biennale di Venezia ospita una mostra con 100 ricami palestinesi ispirati alle strazianti immagini provenienti da Gaza. Il curatore Faisal Saleh racconta come è nato il progetto.

Alla vigilia della 61ª Biennale di Venezia, inaugurata all’inizio di questo mese, diversi artisti tra i più attesi del festival hanno annunciato il loro rifiuto di esporre le proprie opere. Lo sciopero di 24 ore, in segno di protesta contro la decisione del festival di includere padiglioni ufficiali di Israele e Russia, è stato organizzato dall’Art Not Genocide Alliance, che nei giorni precedenti aveva già mobilitato centinaia di attivisti per bloccare l’ingresso del padiglione israeliano con striscioni recanti la scritta “No artwashing genocide” [Nessuna pulizia mediante l’arte del genocidio, ndt.].

Circa una settimana prima dell’apertura i cinque membri della giuria della Biennale si sono dimessi dichiarando che non avrebbero giudicato i padiglioni rappresentativi di Paesi “i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”, ovvero Israele e Russia.

L’edizione di quest’anno del prestigioso festival internazionale d’arte vede la partecipazione di 100 padiglioni nazionali, ciascuno dei quali ospita artisti in rappresentanza del proprio Paese. Israele, che ha avuto un padiglione fin dal 1950, è rappresentato dallo scultore israeliano di origini romene Belu-Simion Fainaru. Il padiglione della Russia, dal canto suo, è stato riammesso dopo essere stato escluso in seguito all’invasione dell’Ucraina.

A questo punto lunico veto possibile sarebbe unesclusione preventiva”, ha affermato il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco in risposta alle critiche sollevate riguardo alla partecipazione di quei Paesi. Nominato dal governo di Giorgia Meloni nell’ottobre 2023, il giornalista di destra e intellettuale pubblico ha difeso la decisione aggiungendo: «Questa è una Biennale che non cerca di risolvere i problemi ma di metterli in mostra».

Sebbene la mostra principale della Biennale, «In Minor Keys», della compianta curatrice camerunese-svizzera Koyo Kouoh, contenga alcuni riferimenti a Israele-Palestina (i visitatori trovano all’ingresso la poesia «Se devo morire» dello scrittore gazawi assassinato Refaat Alareer accanto a un’installazione del collettivo di artiste queer Fierce Pussy” che presenta una bandiera palestinese strappata), l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina, lasciando i palestinesi senza un padiglione nazionale ufficiale.

Tuttavia oltre ai 100 padiglioni nazionali sono previsti 31 eventi collaterali, e uno di questi insiste nel dare centralità alle voci palestinesi. “‘ _____________* * Gaza – No Words See the Exhibit” [“‘ _____________* * Gaza – Senza Parole – Guardate la Mostra”, ndt.], organizzata dal Palestine Museum US e ufficialmente riconosciuta dalla Biennale, porta 100 opere di tatreez (ricamo tradizionale palestinese) nel cuore di Venezia. Ogni pannello ricamato ricrea un’immagine del genocidio israeliano a Gaza ed è stato realizzato a mano da donne palestinesi che vivono nei campi profughi in Cisgiordania, Libano e Giordania. Insieme, i pannelli formano quello che gli organizzatori chiamano l’arazzo del genocidio di Gaza”.

Faisal Saleh, imprenditore palestinese-americano e fondatore del Palestine Museum US di Woodbridge, nel Connecticut, è uno dei quattro curatori della mostra. La sua famiglia è originaria del villaggio di Salama, vicino all’odierna Tel Aviv, e fu sfollata durante la Nakba del 1948. Saleh è cresciuto a Ramallah e ha vissuto l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967 prima di trasferirsi negli Stati Uniti per studiare. In seguito, ha intrapreso una carriera da imprenditore e dopo il pensionamento ha fondato il primo museo palestinese negli Stati Uniti.

Mentre le proteste turbavano i primi giorni convulsi della Biennale ogni giorno migliaia di visitatori – tra cui molti turisti che non erano venuti a Venezia appositamente per il festival – hanno visitato la mostra gratuita, situata in posizione centrale. Percorrendo la galleria gli spettatori hanno riconosciuto le immagini suggestive su cui si basano le opere ricamate. Da vicino, i ricami intricati catturano lo sguardo, ma quando lo spettatore fa un passo indietro si svela l’immagine nella sua interezza.

In un’intervista rilasciata a +972 Magazine in occasione della mostra Saleh ha parlato del processo di ideazione e realizzazione del progetto all’interno di uno degli spazi artistici più politicamente pregnanti al mondo. L’intervista è stata modificata per ragioni di brevità e chiarezza.

Qual è stato l’intento alla base della mostra?

Noi [i curatori] vogliamo che il mondo si trovi faccia a faccia con ciò che permette che accada. Speriamo che le [opere darte] spingano le persone a riflettere sulla necessità dellassunzione di responsabilità e della giustizia. In altre parole, non vogliamo che queste cose vengano dimenticate. Sono dei moniti e saranno conservati per sempre.

E abbiamo voluto portare l’arte palestinese ai vertici del mondo dell’arte. La Biennale di Venezia costituisce le Olimpiadi del mondo dell’arte. Abbiamo voluto portare l’arte delle donne palestinesi che lavorano nei campi profughi allo stesso livello delle artiste di altri Paesi. I loro nomi contano. Molte di loro hanno realizzato molti progetti commerciali in cui i galleristi prendevano le loro opere e le vendevano. Ma ora [queste opere sono esposte pubblicamente] con il loro nome. Ottengono il giusto riconoscimento.

Perché avete scelto il tatreez come principale mezzo espressivo?

L’idea è quella di promuovere e presentare la storia e la narrazione politica palestinese. Abbiamo pensato di utilizzare il tatreez perché viene realizzato dalle donne palestinesi nei campi profughi in Libano, nei villaggi della Cisgiordania e in Giordania. Abbiamo sette gruppi, a cui assegniamo dei lavori, e la coordinatrice commissiona a donne specifiche la realizzazione di determinate opere. Le opere provenienti dalla Cisgiordania vengono raccolte e spedite ad Amman. Quelle provenienti da Ain Al-Hilweh [il più grande campo profughi palestinese in Libano, ndt.] sono inviate a Beirut, mentre affidiamo il loro trasporto a persone che si recano in Europa.

Ho detto al mio gruppo che volevamo creare 100 ricami in un anno. Sapevo che ci erano voluti 12 anni per realizzare i 100 ricami che avevamo nel museo sulla storia palestinese. Ma ho detto: «Per Gaza c’è una certa urgenza.»

Perché non la fotografia? E come avete scelto le immagini su cui basare i ricami?

Non ho voluto organizzare una mostra fotografica perché la gente aveva già visto tutte queste fotografie sui social media. Una foto è spesso molto esplicita, mentre un dipinto racchiude in sé un elemento di astrazione. Così come quest’opera: è realizzata con dei puntini. Se la si osserva da due metri di distanza sembra una fotografia. Ma avvicinandosi si iniziano a distinguere i puntini. Ogni pezzo è composto da 55.000 punti.

La tecnica del ricamo rallenta la percezione della terribile realtà rappresentata in queste immagini. Richiede molto tempo: una donna le osserva per due mesi e mezzo, vedendo l’immagine svilupparsi gradualmente e dovendo conviverci per tutto questo tempo.

In qualche modo è molto più toccante vederla ricamata e pensare a chi l’ha realizzata e a come l’ha fatta; è una sensazione diversa rispetto a guardare una fotografia. Le donne [che hanno fatto i ricami] sono rifugiate del 1948 e vedono ciò che sta accadendo a Gaza come una versione aggravata di quanto accaduto nel 1948, una continuazione della stessa politica.

Abbiamo assistito a proteste di massa e a uno sciopero che chiedevano l’esclusione di Israele dal festival, ma il presidente della Biennale ha affermato che il festival non avrebbe escluso nessuno. Come vede questi due approcci politici dal punto di vista di un artista?

Credo che fino ad ora fosse accettabile seguire il principio [che chiunque potesse partecipare]. Ma ciò che Israele ha fatto ha raggiunto livelli inaccettabili, livelli di atrocità e orrori indicibili che impongono un nuovo standard di comportamento umano. Al di sotto [di tale standard] nessuno dovrebbe essere autorizzato a partecipare a competizioni internazionali, non solo alla Biennale, ma anche all’Eurovision, alla FIFA, alle Olimpiadi, a tutti gli eventi internazionali e ai concorsi cinematografici di Hollywood. La Biennale, insieme a tutte le altre organizzazioni, deve definire dove inizia e dove finisce la condizione umana.

A che punto un Paese si autoesclude dall’essere tra le nazioni del mondo che credono nei diritti umani e che non sono disposte a scendere al di sotto di un certo livello? Chi va oltre tale soglia non dovrebbe essere autorizzato a partecipare. A mio parere a questo punto Israele non dovrebbe essere ammesso. Non vorrei trovarmi nello stesso posto di chi ha commesso tutte queste atrocità. Non è giusto aspettarsi che altri artisti di altri Paesi siano presenti, perché li si mette in una situazione imbarazzante, costretti a scegliere tra il rispetto della vita umana e l’esposizione delle proprie opere.

Come vede il fatto che la Palestina non abbia un padiglione ufficiale alla Biennale?

Sapete cosa succederà se l’Italia alla fine riconoscerà lo Stato di Palestina e la Palestina diventerà idonea ad avere un padiglione? Indovinate chi cercherà di controllarlo: l’Autorità Palestinese. Questo è un problema per noi, perché queste persone non rappresentano i palestinesi. Rappresentano sè stesse e non lavorano per il popolo. Fanno il lavoro sporco per Israele in Cisgiordania.

In nessun caso noi palestinesi accetteremo che siano loro a gestire qualcosa di così importante. Quindi si spera che se dovesse accadere qualcosa del genere ci sia una sorta di processo democratico che determini chi potrà esporre e in base a quale modalità: un processo aperto, senza corruzione e senza il controllo di un singolo partito.

In che modo la storia della sua famiglia, sopravvissuta alla Nakba del 1948, ha influenzato il suo lavoro?

Siamo originari del villaggio di Salama – Kfar Shalem, come lo ribattezzò Israele – nell’attuale zona sud di Tel Aviv. Il nostro villaggio fu completamente svuotato e distrutto [durante la Nakba]. Ci rifugiammo ad Al-Bireh [vicino a Ramallah], dove sono nato nel 1951. Ero l’undicesimo figlio e vivevamo in una sola stanza. Non è stata una vita facile, ma ce l’abbiamo fatta tutti.

Nel 1967, da Ramallah, potemmo assistere al bombardamento di Nabi Samwil e di Gerusalemme. L’esercito israeliano entrò a Ramallah e la bombardò, costringendo l’esercito giordano alla ritirata.

Sono arrivato negli Stati Uniti nel 1969, ho studiato, ho lavorato nel settore commerciale per 40 anni, poi sono andato in pensione e ho iniziato a impegnarmi per la causa palestinese. Ho collaborato con alcune persone che volevano allestire un museo, ma non mi piaceva il modo in cui lo stavano facendo, così le ho abbandonate e ho lavorato per conto mio, creando il primo museo [palestinese] nell’emisfero occidentale.

Pensa che questa mostra sia di per sé una sorta di risposta a coloro che affermano che l’arte dovrebbe essere apolitica, che dovrebbe essere neutrale?

Gaza ha infranto tutte le regole. Mi sono trovato di fronte alla domanda: come si cura artisticamente un genocidio? Non esiste un manuale. Non c’è un libro che ti spieghi come farlo.

Ho dovuto riflettere a lungo, collegare molti elementi e ideare qualcosa di potente, che raccontasse la storia palestinese a Gaza senza ombra di dubbio. Posso assicurarle che chiunque visiti questa mostra ne uscirà una persona diversa.

Oren Ziv è un fotoreporter, collaboratore di Local Call [rivista online in lingua ebraica edita in collaborazione con + 972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(Tradotto dall’inglese da Aldo Lotta)




Come Israele sta usando milizie e blocchi di cemento per impadronirsi di ciò che resta di Gaza  

Tareq S. Hajjaj  

19 maggio 2026 Mondoweiss

Le forze israeliane hanno oltrepassato la “Linea Gialla” che divide a metà la Striscia di Gaza e ora controllano il 65% del territorio. Gli abitanti chiamano il nuovo confine “muro dell’apartheid” di Gaza

La mattina del 13 maggio gli abitanti nei pressi della moschea di al-Hikma, nella parte orientale di Deir al-Balah, hanno iniziato a ricevere telefonate da una persona che affermava di essere il “Capitano Abu Omar”, ufficiale dell’esercito israeliano, che ordinava loro di evacuare le proprie case e spostarsi di oltre 200 metri a ovest della moschea. Il termine per andarsene era inferiore a una settimana.

Lo stesso pomeriggio dei combattenti armati fedeli a Shawqi Abu Nuseira, leader di una milizia di Gaza che, secondo i residenti, è armata e protetta dall’esercito israeliano, hanno fatto irruzione negli stessi quartieri che l’esercito aveva avvertito poche ore prima. Secondo i residenti, il messaggio era lo stesso: evacuare.

La scena di Deir al-Balah si inserisce in un quadro più ampio che si sta profilando in tutta Gaza. Dall’inizio di maggio le forze israeliane hanno spinto i blocchi di cemento gialli che delimitano la cosiddetta “Linea Gialla” sempre più in profondità nelle aree della Striscia nominalmente sotto il controllo di Hamas.

Secondo Reuters la Linea ha conquistato un ulteriore 11% del territorio di Gaza, portando la superficie totale sotto il controllo militare israeliano al 65%. All’inizio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025 Israele controllava il 53% della Striscia, con un accordo che avrebbe dovuto essere temporaneo e portare a un graduale ritiro israeliano dall’enclave. La nuova espansione è adesso nota come “linea arancione”, confinando oltre 2,2 milioni di palestinesi in ciò che resta di Gaza.

Abu Nuseira, secondo gli abitanti di Gaza centrale e Khan Younis, è un ex militante di lunga data delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza, con una lunga storia di lotta contro Israele. Ha perso un figlio nelle prime settimane della guerra del 2023, dopodiché ha iniziato ad agire in modo più aggressivo contro Hamas. Lui e la sua milizia ora operano in aree sotto controllo israeliano e sono ampiamente considerati a Gaza dei collaboratori che ricevono armi e supporto logistico da Israele.

In un video pubblicato sulla pagina Facebook della milizia, Abu Nuseira compare circondato da uomini pesantemente armati e mascherati. Afferma di “proteggere la vita delle persone” e che la loro “continua sofferenza è legata al rifiuto di Hamas di cedere l’amministrazione della Striscia di Gaza”. Al termine del suo discorso, i suoi uomini scandiscono ripetutamente “Morte ad Hamas”.

Muhammad al-Amour, residente nella parte orientale di Deir al-Balah, ha dichiarato a Mondoweiss che alcune famiglie hanno ricevuto chiamate dirette di evacuazione dall’esercito israeliano e che lo stesso giorno nelle stesse zone sono arrivate le milizie “ad avvisare gli abitanti tra cui decine di sfollati e quelli di case vicino alla Linea Gialla nella parte orientale di Deir al-Balah”. Al-Amour ha affermato che gli abitanti hanno preso sul serio gli avvertimenti e hanno iniziato ad evacuare le proprie case, temendo di essere uccisi dalle milizie o bombardati dall’esercito se fossero rimasti. “Questo è successo ripetutamente durante la guerra ad altre famiglie in diverse zone “, ha aggiunto.

Il nuovo “muro di Berlino” di Gaza

A Khan Younis, nel sud del Paese la linea arancione si è avvicinata a circa 200 metri dalle zone in cui si rifugiano gli sfollati. I palestinesi hanno paragonato le linee gialla e arancione al Muro di Berlino e, in altre circostanze, al muro dell’apartheid che attraversa la Cisgiordania occupata. Questo confine invisibile separa decine di migliaia di famiglie dalle loro case, terre e proprietà in aree dove l’esercito continua a demolire ciò che resta.

Mahmoud al-Raqab, uno sfollato di Khan Younis che vive a circa 300 metri dalla Linea Gialla, ha dichiarato a Mondoweiss che la continua avanzata della linea verso le zone residenziali è “estremamente pericolosa”.

“Tristezza, ansia e paura ci sopraffanno mentre questa espansione continua verso ciò che resta della nostra terra, del nostro quartiere e delle nostre tende”, ha affermato. “Sta riducendo gli spazi a nostra disposizione, impedendoci persino di camminare vicino alle nostre case e aumentando la probabilità che vengano confiscati altri terreni, case, tende e attività commerciali”.

Al-Raqab ha affermato di considerare quanto sta accadendo identico alla confisca dei terreni e alle restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi in Cisgiordania e nelle zone cuscinetto. “Sta distruggendo ogni speranza che il resto della mia famiglia e i nostri vicini possano un giorno tornare a vivere insieme “, ha dichiarato Al-Raqab a Mondoweiss.

“L’esercito sta espandendo la sua occupazione su vaste aree agricole e zone aperte vicino a via Salah al-Din e nelle regioni orientali, scavando profonde trincee per impedire l’accesso alla zona e negare ai palestinesi la possibilità di coltivarla di nuovo”, ha aggiunto. La regione orientale è considerata il “granaio” di Gaza, già sede di fattorie, uliveti e agrumeti e fonte di sostentamento per decine di migliaia di famiglie che possiedono terreni nella parte orientale di Khan Younis.

“Questo è un nuovo muro dell’apartheid che si sta erigendo nella Striscia di Gaza”, ha concluso. «Oggi posano blocchi di cemento. Domani costruiranno alti muri. Stanno sezionando le nostre terre, erigendo barriere tra noi e le nostre case, imponendo restrizioni alla nostra libertà di movimento verso le nostre abitazioni, fattorie e terreni, separando le persone dalle loro proprietà e dalle loro terre d’origine e inglobando gradualmente la nostra terra sotto i nostri occhi.»

Al-Raqab afferma di aver visto la linea avanzare circa otto volte negli ultimi 12 mesi e di aver assistito personalmente alla sua più recente espansione. Poiché vive in una zona adiacente racconta come la linea abbia isolato nuove aree che si estendono dall’ospedale Dar al-Salam alla rotonda di Bani Suhaila, a est di Khan Younis, lungo via Salah al-Din.

“Non possiamo fare nulla contro questa linea”, ha dichiarato. “Non possiamo ignorarla e tornare a casa: verremmo uccisi immediatamente. Non è eroismo andare a farsi uccidere. Non è una questione personale per me, la mia casa e la mia terra. L’occupazione sta rubando tutta la mia patria, non solo la mia terra. E se ora non possiamo fare nulla per riprenderci la nostra terra, questo non significa che ce ne dimenticheremo. La terremo nei nostri cuori e nelle nostre menti finché non torneremo.”

Tareq S. Hajjaj è corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi. È presente su Twitter/X all’indirizzo @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La scena culturale di Gaza rivive da sotto le macerie

Ruwaida Amer

15 maggio 2026 – +972 Magazine

Dopo che Israele ha distrutto le istituzioni letterarie e artistiche della Striscia, i palestinesi stanno lanciando nuove iniziative per preservare il sapere e rivendicare il diritto alla vita

Durante i primi due anni della guerra genocida israeliana quasi tutti i centri e le istituzioni culturali di Gaza sono stati distrutti e almeno 150 delle figure di spicco del panorama culturale uccise. Negli ultimi mesi, nonostante la fragilità del cosiddetto cessate il fuoco, sono emerse diverse iniziative per far rivivere la fiorente scena letteraria e artistica della Striscia.

Tra queste c’è la Biblioteca Phoenix, inaugurata a fine aprile, i cui fondatori hanno raccolto oltre 100.000 dollari tramite una campagna di crowdfunding per ristrutturare un edificio superstite nel centro di Gaza City. Fondata da due amici, Omar Hamad e Ibrahim Al-Masri, la nuova biblioteca di Gaza si propone di salvare dalle macerie ciò che resta della vita letteraria della Striscia.

Durante il genocidio, l’occupazione ha perseguito una politica di sradicamento dell’istruzione distruggendo scuole, università e biblioteche. Hanno distrutto centinaia di migliaia di libri, molti dei quali antichi e parte del patrimonio e dell’eredità palestinese, alcuni stampati prima del 1948 e altri risalenti all’epoca ottomana”, racconta a +972 Hamad, di 30 anni. “L’idea della biblioteca è nata dal desiderio di preservare ciò che era sopravvissuto e di far rivivere la lettura, la scrittura e la ricerca a Gaza, in mezzo all’immenso vuoto educativo creato dalla guerra”.

Al-Masri, 31 anni, afferma che il progetto è nato da un analogo senso di responsabilità. “Siamo persone che leggono, scrivono e che hanno a cuore la cultura, ed è stato difficile per noi vedere centri educativi e biblioteche distrutti e libri bruciati”, spiega. “Per fortuna siamo riusciti a recuperare libri dalle macerie di biblioteche private e universitarie. Altri libri appartenevano a persone martirizzate durante la guerra e ci sono stati donati dalle loro famiglie. Desideravano che altri potessero beneficiare di quei libri, che costituissero un atto di beneficenza duraturo [in onore dei loro cari].”

Abbiamo chiamato la biblioteca ‘Fenice’ perché evoca la rinascita dalle macerie e la speranza in mezzo al dolore», aggiunge. «Vogliamo vivere le nostre vite normalmente e dimostrare al mondo che, nonostante le circostanze, rimaniamo saldi nel nostro sapere, nella nostra cultura e nel nostro Paese”.

Per Hamad la biblioteca rappresenta anche un tentativo di condividere il rifugio che i libri gli hanno offerto durante la guerra. “Sono stato sfollato diverse volte ed ero molto affezionato ai miei libri. Passavo ore a leggere e cercavo persone che avessero libri per poterli scambiare”, racconta. “Continuavo a pensare a come avrei potuto mettere questi libri in un luogo adatto dove tutti potessero trarne beneficio, proprio come loro avevano aiutato me ad alleviare le difficoltà e l’amarezza dello sfollamento”.

La biblioteca ora ospita più di 6.000 libri in arabo e inglese che spaziano in campi quali scienza, linguistica, media, istruzione, management, economia, medicina, matematica, diritto e storia, oltre alla letteratura araba e internazionale, con una particolare attenzione alla scrittura palestinese e di Gaza. È diventata rapidamente un rifugio per lettori appassionati in cerca di pace e tranquillità, nonché uno spazio di studio per gli studenti le cui biblioteche universitarie sono state distrutte.

Khaled Radwan, uno studente universitario di 20 anni, afferma di frequentare la biblioteca sia per studiare che per la sua passione di sempre per la lettura. “Avevo bisogno di molti libri per i miei studi e tutte le biblioteche universitarie sono state completamente distrutte”, dice a +972. “Sono anche un appassionato lettore fin da bambino. Mio padre aveva alcuni libri e mi piaceva andare nella Città Vecchia di Gaza per trovarne di antichi. Sono particolarmente interessato ai libri di storia e sulle civiltà; amo leggere delle diverse epoche in Palestina e in altri Paesi”.

Radwan ora spera di contribuire ad ampliare la collezione della biblioteca cercando libri sotto le macerie di biblioteche e centri culturali distrutti. “È importante preservare la nostra storia dopo che l’esercito israeliano ha distrutto così tanti libri”, aggiunge. “Bruciano deliberatamente la storia in modo che non ci rimanga nulla, ma noi teniamo alla cultura e alla conoscenza e vogliamo che non vadano perdute a causa dei loro attacchi e delle loro guerre”.

Per Sarah Al-Taweel, 24 anni, che frequentava le biblioteche universitarie durante i suoi studi, la Biblioteca Phoenix rappresenta un rifugio. “Studiavo all’Università di Al-Azhar e mi spostavo tra le biblioteche per prendere in prestito libri da leggere”, racconta a +972. “Ho smesso di farlo durante la guerra. Ho provato a procurarmi libri e romanzi online, ma la sensazione è diversa quando tengo un libro tra le mani. Mi sento psicologicamente a mio agio, come se fossi libera tra le parole e le righe. Speravo di trovare anche un solo libro che mi tenesse occupata”.

Quando ha saputo dell’apertura della biblioteca Al-Taweel ha detto di essere stata tra le prime a visitarla. Rivedere i libri disposti sugli scaffali come prima della guerra le ha restituito un senso di normalità. “Ora posso dedicare del tempo alla lettura”, dice. “Isolarmi dalla difficile realtà in cui viviamo è importante per preservare la salute mentale. Ecco perché per me il risultato più importante dopo il cessate il fuoco è stata l’apertura della biblioteca.”

“La musica è un balsamo per l’anima”

Durante la guerra a Gaza la formazione musicale è rimasta una delle poche attività culturali e artistiche a continuare nonostante le difficili condizioni a stento immaginabili.

Ismail Daoud, insegnante di oud e direttore accademico del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said di Gaza, è stato tra coloro che hanno cercato di mantenere viva la musica. Insieme ad altri insegnanti del Conservatorio si spostava tra le tende dei bambini nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis per insegnare canto e strumenti musicali.

“All’inizio della guerra sono stato sfollato dalla mia casa nel nord di Gaza con i miei figli e pochi effetti personali essenziali, e ho lasciato indietro i miei strumenti musicali. Tutto è stato bombardato e distrutto”, racconta a +972. “Per i primi sette mesi di guerra non ho sentito musica né suonato. Ma nel maggio del 2024 il mio collega Ahmed Abu Amsha mi ha detto che il Conservatorio voleva far ripartire le attività musicali a Gaza.”

Anche la sede del Conservatorio è stata tra gli spazi culturali distrutti. Inaugurato nel 2012 in un edificio della Mezzaluna Rossa Palestinese a Tel Al-Hawa, a ovest di Gaza City, l’istituto è stato bombardato, saccheggiato e incendiato durante la guerra, con la conseguente perdita di mobili e strumenti. L’amministrazione è ora alla ricerca dei fondi necessari per ricostruire e riaprire la sede.

Nel frattempo il Conservatorio ha ripreso a offrire lezioni ai bambini, inizialmente nel nord di Gaza e in seguito in spazi di apprendimento improvvisati in tutta la Striscia. Col tempo, ha affermato Daoud, la musica, che definisce “un linguaggio universale di pace”, è diventata uno strumento importante per aiutare i bambini ad affrontare il trauma psicologico della guerra.

“All’inizio è stato difficile”, afferma. “Abbiamo perso uno studente di nome Youssef Salman di Khan Younis. Suo padre era in viaggio all’estero e comunicavano online.”

Un giorno Youssef non è venuto a lezione perché era andato in un bar a parlare con suo padre, e lì è stato colpito. Sua sorella era con noi ed era devastata dalla perdita del fratello, ma la musica è stata il nostro sostegno e la nostra consolazione in quelle situazioni: è un balsamo per l’anima.”

Oggi il Conservatorio offre lezioni di strumenti come tabla, oud, chitarra e flauto, oltre a canto corale, a bambini e ragazzi dagli 8 ai 20 anni. Abu Amsha, insegnante e coordinatore del Conservatorio nonché direttore del gruppo musicale Gaza Birds Singing, è diventato virale la scorsa estate con una sua suggestiva canzone che si armonizza con il ronzio costante dei droni israeliani, ora usata nella campagna globale per boicottare l’Eurovision Song Contest.

“C’è un aumento significativo del numero di persone che cercano una formazione musicale”, afferma Daoud. “Attualmente stiamo pianificando di organizzare concerti e festival culturali con organizzazioni locali a Gaza come l’UNICEF. Questo lavoro è stata la nostra principale fonte di sostegno dall’inizio della guerra. Vogliamo continuare a diffondere speranza e vita.”

Non un lusso, una umana necessità”

Prima della guerra il regista teatrale e produttore culturale palestinese Jamal Abu Al-Qumsan aveva dedicato parte della sua casa nella parte occidentale di Gaza City a quella che definiva una “galleria culturale”: uno spazio in cui ospitava intellettuali, scrittori, musicisti e artisti per vari eventi.

“Il teatro a Gaza era vitale per l’espressione artistica e la consapevolezza della comunità, nonostante le risorse limitate e il blocco”, dichiara a +972. “C’erano spettacoli, laboratori e iniziative regolari per bambini e bambine e ragazzi e ragazze, e il teatro rappresentava una finestra di speranza e un luogo di espressione e dialogo”.

Al-Qumsan metteva in scena spettacoli durante tutto l’anno, soprattutto per i bambini. “Per loro il teatro non era solo intrattenimento, ma uno spazio per imparare e riappropriarsi dell’infanzia”, ​​ afferma. “Durante la guerra sono stati privati ​​di spazi sicuri, creando un enorme vuoto psicologico e culturale che sentiamo ancora oggi”.

La vivace scena artistica di Gaza, un tempo fiorente, è stata quasi completamente spazzata via dalla guerra israeliana. Tra i luoghi demoliti è il Teatro Rashad Al-Shawa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City, il principale centro per le produzioni teatrali della Striscia.

Dalla fine del 2023, con l’invasione di terra di Gaza City da parte dell’esercito israeliano, la casa e la galleria di Al-Qumsan sono state distrutte. È stato costretto a vivere in una tenda nella zona di Al-Zawayda, nella Gaza centrale, dove si trova tuttora.

Eppure, anche in questa situazione di sfollamento, Al-Qumsan ha continuato a organizzare proiezioni cinematografiche e laboratori artistici per bambini nei campi profughi in diverse zone della Striscia. “Queste attività offrono ai bambini la possibilità di ridere e li aiutano a ritrovare un certo equilibrio psicologico, rafforzando in loro la consapevolezza di essere amati e di avere diritto alla gioia e alla vita”, afferma. “Per loro il teatro è un mezzo per esprimere le emozioni e ritrovare un senso di sicurezza durante la guerra”.

La perdita della galleria ha lasciato un segno indelebile su Al-Qumsan, “sia a livello personale che professionale”. Ciononostante sta cercando di trovare modi alternativi per continuare la sua attività teatrale, che descrive come “non un lusso, ma una necessità umana”.

“La Galleria Culturale di Jamal non era solo un luogo, ma una casa per artisti, bambini e persone creative”, afferma. “Credo però che la cultura non riguardi solo gli edifici, ma anche la volontà. Attualmente sto lavorando alla progettazione di una nuova galleria culturale utilizzando materiali semplici e reperibili localmente. C’è un grande desiderio tra i bambini e le famiglie di teatro e attività culturali”, conclude Al-Qumsan. “Ogni volta che presentiamo uno spettacolo o un’attività constatiamo quanto sia necessario questo tipo di spazi. Le persone non cercano solo intrattenimento, ma anche speranza e un senso di normalità. Questo conferma che il teatro rimarrà una necessità sociale e culturale, a prescindere dalle difficoltà.”

Ruwaida Amer è una giornalista indipendente di Khan Younis

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’aggressione a una suora francese e la storia dimenticata dei cristiani palestinesi

Ramzy Baroud  

14 maggio 2026 – The Palestine Chronicle

I cristiani palestinesi hanno subito le stesse politiche di pulizia etnica, razzismo e occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani.

Il video è terrificante, benché si tratti del genere di orrore che ora è sinonimo del comportamento di Israele, del suo esercito, dei suoi coloni armati e della società che è stata indotta a vedere l’ ‘altro’ come subumano.

Però non è il tipico video virale che quasi quotidianamente arriva dalla Palestina occupata. Questa volta la vittima non è un palestinese: è un’anziana suora francese.

Il primo maggio è arrivato da Gerusalemme un filmato che mostra un israeliano di 36 anni che insegue una suora francese – una ricercatrice presso la Scuola Francese di Ricerca Biblica e Archeologica – e la getta violentemente a terra.

In un’agghiacciante dimostrazione di crudeltà, l’assalitore non colpisce semplicemente e corre via. Si allontana di qualche passo e poi torna dalla donna a terra e la prende ripetutamente a calci senza pietà mentre giace impotente a terra.

Ciò che sconvolge di più è il senso di normalità che segue. L’aggressore rimane sulla scena, conversando con un altro uomo che appare del tutto imperturbato da ciò che in un altro contesto avrebbe dovuto essere un evento devastante.

Il video si è velocemente imposto sulla scena dei principali media, raccogliendo superficiali condanne. Molti hanno spiegato la vicenda come parte del più ampio repertorio delle violenze israeliane, sottolineando il perdurante genocidio a Gaza come l’esempio più ovvio di questa aggressione incontrollata.

Ma anche il contesto di violenza generalizzata non spiega del tutto perché sia stata presa di mira una suora francese. Non è una persona di colore, è europea, è cristiana e non sostiene rivendicazioni storiche o territoriali che potrebbero solitamente provocare la paranoia ‘securitaria’ dello Stato sionista.

Eppure l’incidente è tutt’altro che ‘isolato’, benché i dirigenti israeliani si siano precipitati a definirlo una ‘vergognosa’ eccezione. Al contrario, la suora è stata aggredita in quanto cristiana.

Questo pone una domanda: perché?

Per dare una risposta dobbiamo riconoscere che i cristiani palestinesi sono stati sistematicamente cancellati dalla storia della loro terra.

I cristiani palestinesi non sono semplicemente presenti sulla terra: sono tra le comunità storicamente più radicate in Palestina. Sono tutt’altro che ‘stranieri’ o ‘spettatori’ intrappolati in un ipotetico conflitto tra ebrei e musulmani.

Infatti la presenza arabo-cristiana in Palestina precede di secoli l’epoca islamica. Si tratta dei discendenti delle storiche tribù che hanno plasmato l’identità della regione molto prima della comparsa delle correnti politiche odierne.

L’emarginazione dei cristiani palestinesi è un fenomeno relativamente nuovo, profondamente connesso al colonialismo occidentale. Per secoli le potenze europee hanno usato il pretesto della ‘protezione’ delle comunità cristiane per giustificare i propri interventi imperialisti.

Di conseguenza questo ha inquadrato i cristiani nativi non come arabi sovrani con libero arbitrio, ma come guardiani dell’Occidente, una narrazione che di fatto li ha spogliati del loro status di autoctoni e li ha alienati agli occhi del mondo dal loro tessuto nazionale.

Il sionismo ha aggiunto a questa cancellazione una patina letale. Si è spesso fatto passare come ‘protettore’ dei cristiani per evitare di suscitare l’ira dei suoi sostenitori occidentali.

In realtà i cristiani palestinesi hanno subito le stesse politiche di pulizia etnica, razzismo e occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani. Come altro si può spiegare la catastrofica diminuzione della popolazione cristiana?

Prima della Nakba del 1948 i cristiani palestinesi costituivano circa il 12% della popolazione. Oggi quel numero è crollato all’1%. Solo durante la Nakba decine di migliaia di loro sono stati espulsi dalle proprie case a Gerusalemme ovest, Haifa e Giaffa, le loro proprietà sono state saccheggiate e le loro comunità smantellate.

Una veloce scorsa alla mappa di Gerusalemme e Betlemme oggi racconta la storia di una costante cancellazione. Gerusalemme viene sistematicamente svuotata dalla sua popolazione nativa, sia cristiana che musulmana. Le proprietà e i luoghi di culto cristiani sono soggetti a restrizioni e la ‘Little town of Bethlehem’ [‘La piccola città di Betlemme’, tradizionale canto natalizio di fine Ottocento, ndtr.] è stata inglobata in un anello di colonie illegali e da un muro dell’apartheid alto 8 metri che ha trasformato il luogo di nascita di Cristo in una prigione a cielo aperto.

Eppure nonostante questo è raro che sentiamo parlare della lotta per la sopravvivenza dei cristiani palestinesi. Invece il mondo occasionalmente assiste a ‘incidenti’, come la diffusa abitudine degli estremisti ebrei di sputare sui pellegrini e i preti stranieri a Gerusalemme. Questo comportamento si è così tanto normalizzato che ministri israeliani, come Itamar Ben Gvir, hanno preventivamente difeso quegli atti come “un’antica usanza” che non dovrebbe essere criminalizzata.

Il motivo per cui la storia dei cristiani palestinesi viene raramente raccontata è che non corrisponde esattamente alle accomodanti narrazioni utilizzate dai governi occidentali. Questi sono inclini a presentare il ‘conflitto’ come una lotta dello Stato ebraico per la propria identità contro una monolitica minaccia ‘islamica’. Israele è pesantemente coinvolto in questa stessa retorica dello ‘scontro di civiltà’, posizionandosi come avanguardia della “civilizzazione occidentale” contro l’estremismo arabo.

Ma alcuni palestinesi – sia musulmani che cristiani – sono in scala minore anch’essi colpevoli della caduta in questa trappola. I primi spesso dipingono la resistenza palestinese come una lotta esclusivamente musulmana; nel contempo alcuni cristiani condividono proprio quella narrativa che ha condotto fin dall’inizio alla loro emarginazione.

Il genocidio di Gaza tuttavia ha dimostrato che questa logica non è solo sbagliata, ma insostenibile. Nel corso della carneficina Israele ha distrutto più di 800 moschee, ma non ha risparmiato i santuari cristiani.

Il 19 ottobre 2023 un attacco aereo israeliano prese di mira un edificio all’interno del complesso della chiesa di San Porfirio, una delle più antiche chiese al mondo.

In quel massacro furono uccisi 18 cristiani palestinesi e il loro sangue intrise la polvere di un santuario che aveva 1.600 anni. E’ stato un ammonimento devastante del fatto che i missili israeliani non distinguono tra una moschea e una chiesa, né tra il sangue di un musulmano e quello di un cristiano.

La vicenda della suora francese vale ogni attimo di attenzione che ha ricevuto, come il prendere a bersaglio i pellegrini. Ma mentre i titoli cambiano, noi dobbiamo ricordare che i cristiani palestinesi sopportano una sofferenza che è collettiva e radicata nel suolo stesso della Palestina. Oggi sono una comunità in pericolo e Israele è il responsabile. Senza di loro la Palestina non è la stessa.

La patria palestinese è completa solo quando è la culla della coesistenza religiosa e i cristiani palestinesi stanno proprio al cuore di quella storia lunga due millenni. La loro sopravvivenza non è una ‘questione di una minoranza’, è la sopravvivenza della Palestina stessa.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. Ha scritto otto libri. Il suo ultimo, ‘Before the Flood’, è stato pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri libri: Our Vision for Liberation’, ‘My Father was a Freedom Fighter’ e ‘The Last Earth’. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e Affari Globali (CIGA).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)


 




Zochrot, l’ong israeliana che sensibilizza riguardo alla Nakba

Elias Feroz

20 febbraio 2025 – The New Arab

Approfondimento: Zochrot intende educare gli israeliani in merito all’espulsione di massa dei palestinesi durante la Nakba del 1948 e sfida i miti fondativi dello Stato di Israele

Sfidando la narrazione dominante e promuovendo il dialogo sulla storia della regione, Zochrot, che significa “ricordare” in ebraico, intende affrontare le radici del conflitto israelo-palestinese e prospetta un futuro condiviso e ugualitario. Lo slogan dell’associazione è “Dalla Nakba al Ritorno”.

Nel 2009 il ministero della Pubblica Istruzione israeliano ha vietato l’uso della parola “Nakba” nei libri di testo adottati per i cittadini palestinesi di Israele, mentre la “legge sulla Nakba” del 2011 autorizza il ministero delle Finanze israeliano a ritirare i finanziamenti pubblici alle istituzioni che commemorano la pulizia etnica del 1948.

All’inizio di quest’anno l’ufficio del ministero degli Esteri tedesco ha deciso di togliere i finanziamenti a Zochrot e a un’altra ong israeliana, New Profile, un movimento di volontari che offre aiuto agli obiettori di coscienza che rischiano la prigione in Israele.

The New Arab ha incontrato Rachel Beitarie, l’attuale direttrice, per parlare del lavoro di Zochrot.

The New Arab: Zochrot gioca un ruolo fondamentale nel conservare e promuovere la memoria della Nakba nella società israeliana, dove spesso questo argomento è evitato. Cosa motiva il vostro lavoro e quali sfide dovete affrontare?

Rachel Beitarie: Direi che ciò che motiva il nostro lavoro sono l’onestà e affrontare i capitoli più oscuri della nostra storia. La Nakba è una vicenda palestinese, ma anche israeliana, una cosa da cui non si può sfuggire e non dovrebbe essere ignorata. Siamo un’associazione attiva ormai da 23 anni. I fondatori dell’organizzazione erano per lo più israeliani impegnati per i diritti umani e la pace. Erano cosiddetti pacifisti, molto attivi e coinvolti negli ambienti pacifisti e per il dialogo, molto popolari durante gli anni ‘90 e all’inizio degli anni 2000, in seguito agli accordi di Oslo. Ma loro videro fallire questi accordi.

Gradualmente, e soprattutto imparando dai nostri amici e colleghi palestinesi, compresero che gli sforzi, sia a livello statale e persino personale e di gruppo, per promuovere il dialogo e la pace si scontravano praticamente sempre contro un ostacolo insormontabile. Ciò accade perché le due parti non hanno mai parlato delle stesse cose e non erano sincere, soprattutto la parte israeliana, che non lo era riguardo alla volontà di prendere in considerazione le radici del problema, che sono nella Nakba: l’espulsione della grande maggioranza del popolo palestinese nel 1948 da quello che è diventato lo Stato di Israele.

Nei circoli pacifisti spesso si parlava dell’occupazione del 1967 e del regime militare imposto ai territori palestinesi, che sono, ovviamente, problemi molto importanti. Tuttavia sono la continuazione della grande espulsione del 1948 e della spoliazione dei palestinesi, che è continuata da allora.

Finché non affrontiamo la radice del problema non possiamo realmente andare avanti o cercare soluzioni. E finché non riconosciamo l’esistenza di milioni di rifugiati palestinesi, molti dei quali rimangono tuttora senza uno Stato, non possiamo risolvere l’attuale situazione. Non solo non la risolviamo, ma l’oppressione e la spoliazione dei palestinesi continuano.

Che è quello che noi e i palestinesi chiamiamo la continua Nakba. Abbiamo tristemente assistito al suo culmine negli ultimi 15 mesi. L’incapacità o la mancanza di volontà di esaminare in modo critico i miti fondanti del passato e del presente di questo Paese e la continuazione di questa violenza hanno portato, molto tragicamente, prima all’attacco di Hamas il 7 ottobre e poi a tutto quanto ne è seguito. Ciò include gli attacchi contro Gaza, l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi, la fame, la tortura, la spoliazione e la creazione di milioni di nuovi rifugiati.

Cosa intende quando lei dice che israeliani e palestinesi non stanno parlando della stessa cosa? Quali sono le radici del problema dalla prospettiva israeliana dominante?

Fino a non molto tempo fa per la maggioranza di quello che potremmo chiamare il campo pacifista israeliano la radice del problema era vista come l’occupazione del 1967, quando Israele occupò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme est e le Alture del Golan. Quella delle Alture del Golan è una storia leggermente diversa, ma è comunque collegata.

Da allora la logica prevalente è stata la soluzione dei due Stati, basata sulla separazione. Molti nella sinistra israeliana si sono opposti, e a ragione, alle colonie in Cisgiordania, ma spesso non hanno visto il collegamento, anche se penso sia evidente. Le pratiche di colonizzazione in Cisgiordania – confisca delle terre, arresti e incarcerazioni, espropriazione delle terre dei palestinesi, impedimenti dell’accesso alle loro terre e separazione delle famiglie – tutto ciò c’era già prima del 1967.

Infatti le pratiche di furto delle terre iniziarono anche prima del 1948, fin dai primi giorni del movimento sionista. E’ la continuazione delle stesse pratiche e della stessa logica: occupare gradualmente quanto più possibile della Palestina, espellere i palestinesi quando è fattibile, e quando non è politicamente possibile confinarli in zone sempre più ridotte.

Quale approccio utilizza Zochrot per familiarizzare gli israeliani con la storia della Nakba? Come risponde l’opinione pubblica israeliana ai vostri programmi ed eventi educativi?

E’ difficile perché è un argomento assolutamente tabù. Penso che gli israeliani spesso vogliano credere che vivere qui sia giusto, che i nostri predecessori – i nostri nonni e persino i genitori, per molti di noi – abbiano costruito questa terra come persone oneste e buone. E forse lo erano, da un certo punto di vista.

Affrontare la Nakba è duro perché sfida proprio il mito fondativo dello Stato di Israele. Siamo stati educati a pensare che la gente torna alla sua terra ancestrale. Persino tra gli israeliani laici che non credono a una promessa divina è profondamente radicata l’idea di tornare alla terra dei nostri antenati. E’ legata alla convinzione che questa fosse una terra senza popolo per un popolo senza terra.

Quell’idea è essenzialmente il mito fondante di questo Paese. E’ la storia che ci viene raccontata dal giorno in cui nasciamo come israeliani. E’ una narrazione molto forte e convincente e non è facile accettare il fatto che alla fine si tratta solo di una favola. Penso sia un viaggio molto difficile perché ti obbliga a riesaminare le fondamenta stesse della tua educazione, dei tuoi rapporti familiari e del modo in cui sei cresciuto, e a fare i conti con tutto questo.

Ovviamente a volte le risposte sono ostili. In qualche caso lo rimangono, ma in altri vedi che le persone iniziano a pensare. Nel corso degli anni Zochrot ha coinvolto molte migliaia di israeliani e si può vedere come molti di loro sono cambiati politicamente, hanno aperto gli occhi di fronte agli avvenimenti della Nakba e dell’espropriazione dei palestinesi e hanno veramente cambiato opinione. Tra questi includo anche me stessa. Sono cresciuta come sionista e Zochrot, molto prima che ne diventassi una dipendente, ha giocato un ruolo fondamentale nell’aprirmi gli occhi sulla realtà di questo luogo che chiamo patria, su dove e come sono stata cresciuta.

Ha menzionato il fatto che le risposte a volte possono essere ostili. Che tipo di ostilità avete incontrato?

A volte si tratta di ostilità verbale. Molte delle nostre attività avvengono in luoghi pubblici, dove organizziamo dei tour. Nel passato molti di questi si svolgevano in aree aperte e a volte la gente si univa e iniziava a discutere appassionatamente, accusandoci di mentire o di non dire la verità.Talvolta queste reazioni erano solo casuali e le persone erano molto sconvolte da quello che stavano sentendo.

La cosa a volte degenerava verbalmente, e ogni tanto anche oltre, con tentativi di buttare giù i cartelli o interrompere le nostre attività. Ci sono anche molte reazioni denigratorie sui media e sulle reti sociali. Ma onestamente non è niente rispetto a quello che i palestinesi subiscono qui. Ovviamente dobbiamo continuare a dire la verità, anche se ciò infastidisce certe persone.

Recentemente la Germania ha deciso di interrompere i finanziamenti a Zochrot. Come ha risposto l’associazione a questa decisione, e quale impatto ha sulla continuazione delle vostre attività, soprattutto riguardo ai vostri programmi educativi, al lavoro di divulgazione pubblica e ai tentativi di promuovere la memoria della Nakba in Israele?

L’impatto è significativo e stiamo ancora cercando di capire come alleviarlo, perché si tratta di un grave taglio dei fondi. Rappresentavano circa un quarto del nostro bilancio annuale. Dovremo cercare altre fonti di entrate. Questo impatto richiederà alcuni aggiustamenti, ma non è una cosa che ci impedirà di fare quello che stiamo facendo. Continueremo ad educare e ad aprire gli occhi alla gente, perché questi sono la nostra missione e il nostro impegno.

Abbiamo risposto con un comunicato in cui abbiamo affrontato la decisione del governo tedesco di tagliare l’appoggio finanziario e operativo a Zochrot e abbiamo criticato questa decisione. Il comunicato evidenzia il diritto al ritorno come una questione di leggi internazionali e e critica la censura del governo tedesco nei confronti delle voci palestinesi.

Ci sono state discussioni o spiegazioni dirette da parte delle autorità tedesche riguardo a questa interruzione dei finanziamenti?

No, non ci sono state spiegazioni dirette né è stata accuratamente spiegata la decisione sui finanziamenti. Siamo stati informati da KURVE Wustrow, la nostra organizzazione partner tedesca, che il finanziamento e il sostegno al personale sarebbero finiti a causa di una decisione del governo, nonostante il massimo impegno [da parte dell’associazione] per garantirli .

Nel 2024 ci sono state discussioni in cui ci è stato chiesto di fornire più dettagli sulle nostre attività, cosa che abbiamo fatto, e sulle nostra posizione nell’appoggiare uno Stato ebraico e democratico. Tuttavia non c’è mai stata fornita un’argomentazione chiara della decisione di togliere il finanziamento. Non ci è stata data una ragione, per cui possiamo fare solo delle ipotesi.

Quale rapporto vedete tra la fine dei finanziamenti e la posizione politica della Germania su Israele e Palestina?

Penso che qui ci sia un forte allineamento. Ovviamente il governo tedesco ha il diritto di finanziare o meno ogni organizzazione a sua discrezione. Ma io vedo questa decisione come molto più in linea con l’appoggio incondizionato della Germania allo Stato di Israele, in particolare mentre continua con i suoi crimini a Gaza e più in generale con le sue azioni contro i palestinesi. Mentre il governo israeliano diventa più estremista e il discorso israeliano si sposta ulteriormente a destra, la Germania continua a fornire assistenza militare e protezione diplomatica a tutto ciò.

Togliere appoggio a organizzazioni che spingono per un dialogo democratico all’interno della società israeliana è in linea con la mancanza di interesse del governo israeliano per un cambiamento di questo genere. Di nuovo, mentre non abbiamo un diritto intrinseco al finanziamento tedesco, è significativo che il governo tedesco affermi di promuovere la pace, la comprensione e persino una politica estera femminista. Eppure quando si tratta di Palestina e Israele taglia i fondi proprio alle organizzazioni che sostengono la giustizia, promuovono un dibattito onesto e sfidano i discorsi e le azioni militariste e pressoché fasciste di Israele.

Tagliare i fondi a noi e a New Profile, che promuove la smilitarizzazione della società israeliana, così come tagliare i fondi a varie organizzazioni palestinesi per i diritti umani la dice lunga. Possono sostenere di promuovere la pace, ma in realtà stanno soffocando il lavoro dei costruttori di pace in Israele e Palestina. Penso che queste azioni parlino da sole.

Zochrot chiede il diritto al ritorno per i palestinesi, il che significa che i rifugiati palestinesi e i loro discendenti dovrebbero avere il diritto di tornare alle case e terre da cui sono stati obbligati ad andarsene nel 1948. Questa sembra essere una delle ragioni della fine dei finanziamenti dalla Germania. Come vede Zochrot questo rapporto e quale ruolo gioca il diritto al ritorno nei vostri tentativi di promuovere la memoria della Nakba e incoraggiare la riconciliazione?

Tanto per essere chiari, non è solo che promuoviamo il diritto al ritorno: i rifugiati palestinesi hanno il diritto di tornare. Ogni giorno in cui gli viene impedito di mettere in pratica questo diritto è una violazione dei diritti umani fondamentali. Quello che noi promuoviamo, soprattutto all’interno della società israeliana, e a volte al di là di essa, è la comprensione di quello che significa il diritto al ritorno, insieme a un immaginario politico che ci consenta di pensare a cosa possa essere questo posto e come possa accogliere sia i rifugiati che tornano che quanti vivono già qui.

Ovviamente non crediamo che rimediare ai mali del 1948 richieda commetterne altri oggi. Un’altra espulsione di massa, che sia di palestinesi o di ebrei israeliani, è per noi inaccettabile. La soluzione risiede nel trovare modi perché si viva tutti insieme. E questo, per noi, è il senso del diritto al ritorno: ricostruire e reimmaginare un’esistenza condivisa qui, che non sia separata ma connessa. La gente ha immaginato e praticato questa coesistenza da prima del sionismo. Prima del sionismo c’erano ebrei che vivevano con arabi, con palestinesi, gli ebrei erano palestinesi prima del sionismo. Come c’erano musulmani e cristiani palestinesi, c’erano ebrei palestinesi. Quindi stiamo parlando di una logica di connessione piuttosto che di separazione. Stiamo parlando del ritorno come mezzo per trasformare questo posto in uno che sia libero ed egalitario per tutto il suo popolo. Ciò è tutto quello che noi sosteniamo. Per qualche ragione è considerato radicale, anche se per me riguarda semplicemente i diritti umani basilari. Il diritto dei rifugiati a ritornare a casa dovrebbe essere un concetto davvero basilare.

Mia madre è nata in Austria ed arrivò in Palestina come rifugiata quando aveva due anni. Come direttrice di Zochrot, attivista politica e figlia di una rifugiata, credo che la voce che chiede il diritto al ritorno debba essere ovunque, in particolare all’interno della società israeliana. Perché se non parliamo di questo non affrontiamo le cause alla radice dei problemi che affrontiamo oggi. E non c’è bisogno di guardare lontano, basta guardare Gaza. La Striscia di Gaza è stata creata come risultato della Nakba, formata di fianco allo Stato di Israele come zona chiusa piena di rifugiati da altre zone. Tutta la violenza e lo spargimento di sangue derivano da questi fatti basilari.

Finché non ci sarà una soluzione giusta per i rifugiati di Gaza e di altri luoghi non credo sia possibile una reale soluzione. Non tutti devono essere d’accordo con me, ma dovremmo almeno parlarne. Il fatto che il governo tedesco consideri un tabù persino menzionare il diritto al ritorno, che educare e parlare di questo diritto fondamentale sia visto come una minaccia per lo Stato di Israele la dice lunga.

Se uno Stato non può esistere senza opprimere un intero popolo, allora forse non merita l’appoggio che sta ricevendo. Forse la Germania dovrebbe riconsiderare il suo sostegno e riflettere su quello che ciò significa. Quando dicono che appoggiano Israele, stanno sostenendo il popolo che ci vive – ebrei come me, il popolo palestinese – o stanno appoggiando un governo israeliano, non importa quanto estremista sia diventato?

Dati la vastità della distruzione a Gaza e il livello di risentimento verso i palestinesi nella società israeliana, in particolare dopo il 7 ottobre, che tipo di obiettivi ha Zochrot a lungo termine?

I nostri obiettivi rimangono gli stessi, ma alla luce dell’attuale catastrofe sono diventati ancor più urgenti. Dobbiamo parlare della questione centrale.

Dobbiamo affrontare la radice del problema. Non possiamo tornare allo status quo prima del 7 ottobre 2023, quando ogni due anni c’era un attacco contro Gaza, alcuni attacchi da Gaza verso i civili in Israele e un attacco in rivalsa con centinaia o migliaia di persone uccise a Gaza e addirittura tornare a una specie di ‘normalità’ in cui l’assedio a Gaza continua, facendo finta che non ci sia.

E’ così che sono andate avanti le cose qui per circa 20 anni. Il rifiuto di impegnarsi per una vera soluzione ci ha portati a questo punto.

Per noi è molto importante promuovere in modo ancora più deciso un discorso che guardi alla radice del problema dal 1948, dalla Nakba, e il diritto al ritorno come un risarcimento per la Nakba e un modo per costruire o far crescere qui una società che sia uguale, libera e condivisa da tutte le persone che ci vivono.

Le è mai capitato di perdere la speranza?

Sì, molte volte ogni giorno. Ma vedo la speranza meno come una cosa che ho o non ho e più come qualcosa che cerco di praticare ogni giorno. Dire la verità e ascoltare la verità dai palestinesi mi dà molta speranza. La capacità all’interno di Zochrot, dove siamo un gruppo di israeliani e palestinesi, di forgiare questi rapporti, essere sinceri gli uni con gli altri e costruire legami molto forti che hanno resistito e continuano a resistere a tempi molto duri mi dà speranza. Se possiamo farlo su piccola scala può essere fatto anche su una scala più ampia.

Parlo tutti i giorni con persone, anche israeliane. Abbiamo visto persone che hanno cambiato opinione, hanno aperto gli occhi alla verità della loro esistenza qui e alle proprie storie. Poi prendono la decisione di agire in modo diverso e forse insegnano ad altri, dicendo la verità nei loro ambienti e impegnandosi in questa materia. Quindi non solo penso che sia possibile, so che lo è. Questa è la pratica della speranza: dire la verità e mantenere i contatti.

Elias Feroz ha studiato religione e storia islamiche come parte della sua formazione come docente presso l’Università di Innsbruck in Austria. Ha anche lavorato come scrittore indipendente concentrandosi su vari argomenti, tra cui razzismo, antisemitismo, islamofobia, politica della storia e cultura della memoria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




OMS: da ottobre 2023 43.000 persone a Gaza hanno subito ferite permanenti

Redazione di MEMO

12 maggio 2026 – Middle East Monitor

Martedì l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che circa 43.000 dei 172.000 feriti a Gaza da ottobre 2023, inclusi approssimativamente 10.000 minori, hanno subito ferite permanenti.

Parlando ai giornalisti a Ginevra Reinhilde Van de Weerdt, la rappresentante dell’OMS per i territori palestinesi occupati, ha detto che le stime aggiornate riflettono il devastante impatto a lungo termine del conflitto contro la popolazione e il sistema sanitario di Gaza.

Ha affermato che dall’ultimo rapporto dell’OMS del settembre 2025 sono state registrate circa 5.000 feriti permanenti, quasi la metà dei quali dopo che è stato annunciato il cessate il fuoco a ottobre 2025.

Secondo i dati dell’OMS, le lesioni maggiori agli arti rappresentano la quota più ampia dei casi gravi, con più di 22.000 registrati, seguiti da oltre 5.000 amputazioni traumatiche, più di 3.400 ustioni gravi, oltre 2.000 ferite alla colonna vertebrale e più di 1.300 ferite traumatiche al cervello.

Van de Weerdt ha detto che al momento più di 50.000 ferite richiedono una riabilitazione di lunga durata.

Ha osservato che tra luglio 2025 e maggio 2026 circa 14.000 pazienti sono stati registrati per i servizi di ricostruzione degli arti e circa metà di quelli valutati richiedono operazioni chirurgiche aggiuntive.

Nel frattempo, a causa di gravi mancanze a Gaza, solo 500 dei 2.300 amputati valutati tra settembre 2024 e maggio 2026 hanno ricevuto protesi permanenti.

Secondo l’OMS, nonostante i bisogni crescano, i servizi di riabilitazione rimangono criticamente limitati, senza strutture riabilitative completamente funzionanti a Gaza.

Van de Weerdt ha affermato che più di 400 pazienti stanno aspettando letti specializzati per la riabilitazione, obbligando gli ospedali a dimettere in anticipo i pazienti e incrementando il rischio di disabilità permanente.

Ha anche avvisato che nessuna apparecchiatura per la riabilitazione è entrata a Gaza negli ultimi due anni, mentre 18 spedizioni di sedie a rotelle, arti artificiali e dispositivi per la riabilitazione rimangono in attesa di autorizzazione [all’ingresso].

Gli abitanti di Gaza hanno sopportato una sofferenza inimmaginabile,” ha detto. “Essi si meritano non solo cure di emergenza, ma il supporto continuativo necessario per guarire e riprendere la loro vita.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Lettera aperta a Jean-Noël Barrot

Rami Abou Jamous 

5 maggio 2026 – Orient XXI

Rami Abou Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. In questo articolo invia una lettera aperta al ministro degli Affari Esteri francese, Jean-Noël Barrot, dopo che quest’ultimo ha riproposto in Senato una citazione scioccante dell’ex prima ministra israeliana Golda Meir.

La settimana scorsa ho ripreso il mio diario di bordo dopo alcuni problemi di salute. Ve ne parlo perché, al di là del mio caso personale, dicono molto della situazione di tutti i gazawi.

Ho sofferto di dolori a un occhio di cui non si è potuta identificare la causa. Anche se sono riuscito a trovare un oftalmologo, lui non aveva gli strumenti necessari per poter effettuare l’esame. Ho anche avuto un episodio molto doloroso di gotta che mi ha bloccato a letto per una settimana abbondante. Questo disturbo può sembrare paradossale in un territorio sottoposto alla malnutrizione, ma esso non è legato solo a una dieta eccessivamente ricca. È provocato anche dal consumo eccessivo di legumi secchi come le lenticchie. E per me, come per gli altri abitanti di Gaza, le lenticchie sono il cibo quotidiano…

Durante questo periodo d’inattività ho passato il tempo a seguire l’attualità sul mio telefonino grazie a qualche connessione che ancora funziona. Ho sentito il capo della diplomazia francese, Jean-Noël Barrot, citare il 9 aprile davanti al Senato una nota formula di Golda Meir, prima ministra israeliana dal 1969 al 1974: “Noi possiamo perdonare agli arabi di aver ucciso i nostri bambini. Non possiamo perdonare loro di averci obbligati a uccidere i loro bambini.” Per il ministro degli Affari Esteri questa frase assurda illustra “l’etica umanitaria e universalista di Israele”!

Sono rimasto talmente scioccato che, nonostante il dolore, sono balzato giù dal letto. Credevo di aver capito male. Ho cercato il video integrale, l’ho visto varie volte per verificare se questa parte del discorso non fosse stata decontestualizzata. Quando ho capito che Barrot, sottolineando ogni sillaba per dimostrare la sua convinzione, opponeva “l’umanitarismo” di Golda Meir alla recente legge israeliana che impone la pena di morte solo per i palestinesi, mi sono venute le lacrime agli occhi per la disperazione. Secondo il ministro gli israeliani non hanno il diritto di impiccare la gente, ma possono uccidere i bambini perché sono obbligati a farlo. Ho detto a Sabah, mia moglie: “Pensi che rimanendo a Gaza obblighiamo gli israeliani ad uccidere i nostri bambinii?” Mi ha guardato con gli occhi sgranati. Le ho spiegato la ragione, ma lei non poteva credere che un ministro francese avesse potuto dire una cosa del genere.

Quindi ho deciso di mandare una lettera aperta a Jean-Noël Barrot.

Signor ministro,

Lei è la voce della Francia. E noi, i palestinesi, non capiamo come mai la voce della Francia ci insulti. Si rende conto di quello che significa questa citazione? Si rende conto che riassume in poche parole lo spirito colonialista?

Golda Meir diceva in faccia al mondo che le vere vittime dei massacri commessi dal 1948 non erano i morti, compresi i bambini morti, ma quelli che li avevano uccisi. Giustificava così l’occupazione e la colonizzazione. Secondo lei “gli arabi” – perchè lei negava l’esistenza di un popolo palestinese – dovevano accettare di essere colonizzati, così non ci sarebbe stato bisogno di uccidere loro nè i loro bambini.

Riesumando queste parole vecchie di più di 50 anni, lei giustifica l’occupazione di oggi. Essa continua ad estendersi in Cisgiordania, a Gaza e in parti del Libano e della Siria. Lei approva i massacri che continuano senza sosta. E lei ci dice che noi dobbiamo essere delle vittime gentili, animali docili, pecore che si ha il diritto di chiudere dietro a muri. E se ci muoviamo è normale uccidere i nostri bambini. Gli assassini rappresentano un’umanità superiore a cui noi non abbiamo accesso: sono capaci di “perdonarci di aver ucciso i loro bambini” e sono tristi di dover uccidere i nostri.

Per quanto ne so il presidente della Repubblica non ha reagito alle sue affermazioni, il che corrisponde alla condivisione. A quanto pare per il capo dello Stato ogni parola, anche la più estremista, a sostegno di Israele è autorizzata. Che contrasto rispetto alla reazione di un ex-presidente francese alle frasi del suo primo ministro che erano ben lontane dal livello di assurdità delle sue. Nel 1999, me ne ricordo molto bene, Jacques Chirac aveva ripreso severamente il suo primo ministro in coabitazione, Lionel Jospin, che durante una visita in Israele e Palestina aveva trattato come “terrorista” Hezbollah, opponendosi così frontalmente a un accordo di cui la Francia faceva parte1. Il giorno dopo all’università di Birzeit a Ramallah Jospin aveva dovuto scappare pietosamente sotto la sassaiola degli studenti.

Al suo ritorno a Parigi gli era stato imposto di telefonare al presidente prima della mattina dopo per farsi dare una strigliata.

Jacques Chirac non aveva sopportato questa scena umiliante per la diplomazia francese. Oggi Emmanuel Macron non si scompone affatto che lei l’abbia messo pubblicamente in ridicolo riprendendo gli slogan più logori della propaganda sionista. Ma la sua esibizione davanti al Senato non è stata solo risibile. Lei ha normalizzato la narrazione israeliana, che pretende che il suo esercito non faccia altro che “difendersi” aggredendo la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iran. Le vittime, dicono gli israeliani, siamo noi. Tutto il resto del mondo ci vuole uccidere, quindi abbiamo il diritto di uccidere tutti, bambini compresi, in Cisgiordania, a Gaza e ovunque all’estero.

Poiché ama citare Golda Meir, lei conosce sicuramente il seguito della frase che ha riportato: “Non avremo la pace con gli arabi, l’avremo quando ameranno i loro bambini più di quanto ci detestino.”

Sto per farle una rivelazione: amiamo i nostri bambini. Li proteggiamo a mani nude, temiamo per loro, ma l’occupazione li priva persino di quello che dovrebbe essere piú semplice ed elementare: un’infanzia normale. Non ha visto quello che è successo durante il genocidio a Gaza? Quanti minori sono morti dilaniati dalle bombe a Gaza, sepolti nei bombardamenti di case che ospitavano intere famiglie, spesso solo donne e bambini? Lei sa che dal cosiddetto “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 più di cento minori sono stati uccisi da Israele nella Striscia di Gaza? Pensa che noi, i palestinesi, abbiamo “obbligato” l’esercito israeliano ad assassinarli? Lei pensa che i coloni che nel 2015 hanno bruciato vivo insieme alla sua famiglia Ali Dawabcheh, un neonato di 18 mesi, a Douma, in Cisgiordania, siano stati “obbligati” a dare fuoco alla loro casa? Lei pensa che nel gennaio 2024 a Gaza i palestinesi abbiano “obbligato” l’esercito israeliano a crivellare di colpi Hind Rajab, 6 anni, che aveva chiesto aiuto per tre ore, intrappolata in un’auto in mezzo ai cadaveri della sua famiglia?

Lei pensa che il 21 aprile 2026 gli abitanti di Al-Moughaïr, in Cisgiordania, abbiano “obbligato” un riservista dell’esercito israeliano a uccidere con un proiettile in testa Hamdi Al-Naassan, 14 anni, davanti alla sua scuola? Lei sa che, secondo le organizzazioni per la difesa dei prigionieri, nelle carceri israeliane ci sono 350 minorenni?

I nostri bambini non trovano niente da mangiare perché a Gaza c’è un blocco. I nostri bambini sono nati nelle tende perché gli israeliani ci hanno sfollati più volte e hanno distrutto le nostre case. I nostri bambini nascono e crescono nella sofferenza. Spesso devono superare dei posti di blocco umilianti per andare a scuola. Non hanno un futuro perché in Cisgiordania e a Gerusalemme est gli verrà impedito di costruirsi una casa. E a Gaza di case non ce ne sono più. In Cisgiordania i bambini sono percossi e a volte assassinati da milizie di coloni fanatici protetti dall’esercito. I nostri bambini sono fiori. Fiori fragili che crescono in una terra innaffiata da lacrime e ricordi. Si cerca di proteggerli come si può, a mani nude davanti ai carri armati, agli aerei da caccia, alle bombe, ai droni, ai cecchini e ai coloni armati fino ai denti. E’ l’occupazione che strappa i nostri fiori uno per uno per appropriarsi di tutto il giardino.

Signor ministro,

noi non possiamo proteggere i nostri bambini. Gli israeliani li uccidono. Non perché obbligati, come le fa credere la sua totale assenza di riflessione, ma perché sanno che questi bambini, se li lasciano crescere, diventeranno dei difensori della Palestina. Si informi sul numero dei minori uccisi da Israele dal 1948 fino ai nostri giorni in Palestina e in Libano.

E si renda finalmente conto che queste morti derivano da una mentalità colonialista. Tre settimane dopo sono ancora distrutto dalle sue parole. Non riesco ancora a capire come lei abbia potuto causare alla diplomazia francese un tale disastro.

Per noi palestinesi la Francia era una importante rappresentante del rispetto del diritto internazionale e dei valori umani. E’ quello che ho imparato quando ho studiato in Francia: la vita umana è centrale. Apparentemente tutto ciò è finito. A Gaza molta gente è al corrente. Il suo video circola sulle reti sociali. Alcuni miei amici, che sanno che conosco bene la Francia fino al punto da vedermi a volte come il rappresentante del suo Paese a Gaza, non smettono di chiedermi: “Ma cosa sta succedendo? Come può la Francia dire simili cose?”

Lei, signor ministro, come d’altronde il resto del mondo, può sapere ciò che avviene in Palestina. Le immagini circolano in continuazione sulle reti sociali. Chiunque può vedere la colonizzazione con i propri occhi, ma a quanto pare ci sono delle persone che non hanno occhi autonomi. Chiunque può sentire con le proprie orecchie gli appelli dei dirigenti israeliani all’annessione, ma a quanto pare ci sono persone che non hanno le orecchie autonome.

Signor ministro, lei può ancora ascoltare nel suo Paese le testimonianze dei francesi che si sono difesi durante l’ultima guerra. E che non hanno obbligato nessuno ad uccidere bambini francesi. Ma forse lei non sa cosa sia un’occupazione. E’ la cosa peggiore. L’occupazione non ha bisogno di giustificazioni né di pretesti. L’occupazione vuol dire massacri, crimini, uccisioni e l’assassinio di bambini prima degli adulti per impedire che ci sia un avvenire.

Non so se lei ha dei figli. Io ne ho due. Cerco di proteggerli contro i massacri israeliani dal loro primo giorno di vita. Sono fortunati, sono tra i sopravvissuti di questo genocidio. Sono ancora vivi, ma non si sa mai.

L’occupazione genera la resistenza. La resistenza armata è legittima. Lei lo sa bene e l’ha dimostrato di recente. Quando l’ho sentita il 20 aprile annunciare l’appoggio della Francia a un tribunale internazionale ho creduto per un istante che lei parlasse di Gaza. Quel tribunale, lei ha detto, dovrebbe giudicare “i massacri, le deportazioni di bambini, gli attacchi contro i civili, la morte di giornalisti e tutti i crimini di guerra, ma anche la pianificazione e la messa in pratica di questa guerra d’aggressione coloniale, ingiustificabile e ingiustificata.” Ma no, lei parlava della Russia.

La sua umanità ha un colore, il bianco, e una geografia, l’Europa.

1 L’“accordo” dell’aprile 1996 era stato concluso tra Israele e il Libano per porre fine all’offensiva israeliana “Grappoli d’ira”, nel corso della quale un bombardamento israeliano contro una base dell’ONU aveva ucciso 118 civili. Negoziato dagli Stati Uniti e dalla Francia, l’accordo precisava che le due parti si astenessero dal prendere di mira i civili, autorizzando di fatto Hezbollah a colpire obiettivi militari, cosa che alcuni politici hanno definito “terrorismo”. Era stata creata una commissione di vigilanza cosstituita da Francia, Stati Uniti, Siria e anche da Israele e Libano.

Fondatore di GazaPress, un ufficio che forniva aiuto e traduzione ai giornalisti occidentali, nell’ottobre 2023 Rami Abou Jamous, sotto la minaccia dell’esercito israeliano, ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza City con sua moglie Sabah, i bambini di lei e il loro figlio Walid, di tre anni. Si sono rifugiati a Rafah, poi a Deir El-Balah e in seguito a Nusseirat. Dopo un nuovo sfollamento in seguito alla rottura del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo 2025, Rami è tornato a casa con la sua famiglia il 9 ottobre 2025.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)