il doppio standard di Israele riguardo all’uso di scudi umani

Ma’an News 8 agosto 2016 

di Ben White

Nonostante il fatto che le fonti ufficiali israeliane abbiano ripetutamente sostenuto che nell’estate 2014 [durante l’operazione militare “Margine protettivo” contro Gaza. Ndtr.] le fazioni palestinesi hanno metodicamente fatto ricorso a scudi umani, ci sono scarse prove, se non nessuna, che questo crimine, come definito dalle leggi internazionali, sia stato commesso da Hamas e da altri gruppi.

Anche se fosse stato così, ciò non assolverebbe Israele dalla sua responsabilità di rispettare le leggi.

Ci sono prove che non siano state prese sufficienti precauzioni riguardo al fatto di aver lanciato attacchi nelle vicinanze di non combattenti – benché lo stesso esercito israeliano abbia dichiarato che solo il 18% dei razzi sono stati sparati “da strutture civili”. Quindi, dato il ricorso della propaganda israeliana a questo cliché, la scarsità di prove che i palestinesi abbiano fatto ricorso a scudi umani è sorprendente.

Nel contempo, tuttavia, c’è un’attendibile ed abbondante documentazione del fatto che le truppe israeliane hanno utilizzato scudi umani per molti anni. Come elencato dall’ong israeliana B’Tselem, durante la seconda Intifada, iniziata nel settembre 2000, “l’esercito israeliano ha utilizzato civili palestinesi come scudi umani” come “applicazione di una decisione presa da alti gradi dell’esercito.” Secondo fonti ufficiali, fin quando nel 2005 la Corte Suprema israeliana non ha dichiarato questa prassi illegale, l’esercito israeliano ha seguito la procedura degli scudi umani in 1.200 occasioni nei 5 anni precedenti.

Eppure, nonostante la decisione della corte, ci sono stati numerosi esempi documentati della persistenza di questa pratica. Nel novembre 2006 i soldati israeliani hanno utilizzato un palestinese come scudo umano durante un’operazione militare a Betlemme. Nel 2007 B’Tselem ha documentato 14 casi di uso di scudi umani – compresi due bambini a Nablus. Nell’ottobre 2007, l’attuale vicecomandante dell’esercito israeliano, Yair Golan [che nel maggio 2016 durante una commemorazione dell’Olocausto Golan ha tracciato un parallelo tra il clima politico in Israele e la Germania degli anni ’30. Ndtr.], è stato oggetto di un semplice “biasimo” per aver ordinato ai soldati di utilizzare scudi umani. Quando due soldati sono stati arrestati per aver usato un bambino palestinese come scudo umano durante l’operazione “Scudo protettivo”, sono stati condannati a tre mesi con sospensione condizionale della pena e degradati.

Questo tipo di impunità è stato condannato nel giugno del 2013 dal Comitato ONU sui diritti del bambino, che ha citato 14 casi di “bambini palestinesi” utilizzati come “scudi umani ed informatori” dal gennaio 2010 alla fine del marzo 2013. Nonostante la condanna internazionale, gli esempi sono continuati: nell’aprile 2013 i soldati israeliani hanno usato ragazzini palestinesi ammanettati come scudi umani mentre sparavano contro manifestanti in Cisgiordania, mentre nel luglio 2014 i soldati “hanno obbligato i membri di una famiglia ad accompagnarli” durante un’irruzione in una casa a Hebron.

In realtà, tutte le accuse fatte dai portavoce israeliani contro le fazioni palestinesi- con scarse o nulle prove a sostenerle, tranne creative vignette o infografiche – hanno un parallelo nei crimini documentati dell’esercito israeliano. Utilizzare case per operazioni militari? L’esercito israeliano ha occupato e trasformato in avamposti case palestinesi, mentre i residenti sono stati confinati in alcune parti delle loro proprietà. Mascherarsi da non combattente per commettere attacchi violenti? Nel novembre 2015 le forze di occupazione israeliane si sono vestite con abiti civili – compreso un travestimento da donna incinta su una sedia a rotelle- durante un’irruzione in un ospedale di Hebron dove hanno ucciso a sangue freddo un uomo.

Le forze israeliane hanno utilizzato scudi umani anche durante le invasioni di Gaza. Nel luglio 2006, per esempio, a Beit Hanoun alcuni soldati hanno tenuto sei civili, compresi due bambini, “all’ingresso di stanze in cui i soldati si sono piazzati, per circa 12 ore,” durante “un’intensa sparatoria tra i soldati e palestinesi armati.” Il rapporto Goldstone ha documentato incidenti anche durante l’operazione “Piombo fuso”, in cui civili “sono stati bendati e ammanettati e sono stati obbligati ad entrare in alcune case davanti ai soldati israeliani.” La commissione d’inchiesta ONU che ha stilato il rapporto ha concluso che “questa pratica rappresenta un uso dei civili palestinesi come scudi umani,” e che “non sarebbe difficile concludere che si è trattato di una prassi ripetutamente adottata…durante l’operazione militare a Gaza.”

L’operazione “Margine protettivo” non è stata un’eccezione nelle attività dell’esercito israeliano che provano l’uso di civili palestinesi come scudi umani. In base a un resoconto registrato da “Difesa Internazionale dei Bambini- Palestina”, alcuni soldati israeliani “hanno usato ripetutamente” un 17enne palestinese “come scudo umano per cinque giorni,” obbligandolo sotto la minaccia delle armi a “cercare tunnel”, e sottoponendolo a maltrattamenti fisici. Il direttore esecutivo dell’ Ong, Rifat Kassis, ha sottolineato come “fonti ufficiali israeliane abbiano mosso accuse generiche (che i combattenti di Hamas utilizzassero scudi umani), mentre i soldati israeliani hanno adottato una condotta che rappresenta un crimine di guerra.”

La Commissione d’inchiesta ONU sul conflitto a Gaza del 2014 ha segnalato “informazioni sull’uso di scudi umani (da parte di soldati israeliani) nel contesto di operazioni di perlustrazione” sul terreno a Gaza. La commissione ha citato un caso in cui le forze israeliane “hanno sparato da dietro.. uomini nudi, utilizzandoli come scudi umani” per ore. Agli uomini “era stato detto dai soldati che erano stati piazzati davanti a una finestra per impedire ai combattenti di Hamas di rispondere al fuoco.” La commissione ha concluso che “il modo in cui i soldati israeliani hanno obbligato civili palestinesi a stare in piedi davanti alle finestre, a entrare in abitazioni/ in zone sottoterra e/o a svolgere funzioni pericolose di natura militare, costituisce una violazione del divieto dell’uso di scudi umani contenuta nell’articolo 28 della IV convenzione di Ginevra e può rappresentare un crimine di guerra.”

Ben White è uno scrittore, giornalista, ricercatore e attivista inglese specializzato in Palestina e Israele. Quello che segue è un estratto tratto dall’ultimo e-book di White, “La guerra del Gaza del 2014: 21 domande e risposte.” Ulteriori informazioni si possono trovare qui

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica

Haaretz – 11 settembre 2016

di Gideon Levy

Trasformare i coloni israeliani in vittime è l’atto di impudenza più strabiliante da parte del primo ministro fino ad ora.

L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948, quando circa 700.000 arabi sono stati obbligati a lasciare le loro terre.

Israele ne sa qualcosa di pulizia etnica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ne sa qualcosa di propaganda. Il video che ha postato venerdì dimostra entrambe le cose. Ecco la verità, ancora un’altra testimonianza della faccia tosta israeliana: l’evacuazione dei coloni dalla Cisgiordania (che non è mai avvenuta, e presumibilmente non avverrà mai) è pulizia etnica.

Sì, lo Stato che ti ha portato la grande pulizia etnica del 1948, che non ha mai, in fondo al suo cuore, abbandonato il sogno dell’espulsione, e che non ha mai smesso di portare avanti metodicamente micro-espulsioni nella Valle del Giordano, nelle colline meridionali di Hebron, nella zona di Ma’aleh Adumim [grande colonia nei pressi di Gerusalemme est. Ndtr.] e anche nel Negev [zona meridionale di Israele, da cui vengono espulse le comunità beduine con cittadinanza israeliana. Ndtr.] – questo Stato chiama lo spostamento dei coloni pulizia etnica. Questo Stato paragona gli invasori dei territori occupati ai figli della terra che si aggrappano alle loro terre e case.

Netanyahu ha dimostrato ancora una volta di essere quello vero, il più autentico rappresentante della “israelicità”, che ha creato una realtà tutta sua: trasformare la notte in giorno, senza vergogna e senza alcun senso di colpa, senza inibizioni.

In Israele molta gente, forse la maggioranza, lo prenderà per buono. I coloni della Striscia di Gaza sono diventati “espulsi”, la loro evacuazione una “deportazione”. Non solo è legittimato un atto aggressivo e violento – la colonizzazione -, ma i suoi attori sono vittime.

Gli ebrei sono vittime. Sempre gli ebrei, solo gli ebrei. Un primo ministro israeliano meno sfrontato ed arrogante di Netanyahu non oserebbe pronunciare il termine “pulizia etnica”, per via della trave nel suo stesso occhio. Poche campagne di propaganda oserebbero arrivare così lontano. Eppure ogni tanto la realtà si intromette.

E la realtà è affilata come un rasoio. L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948. Circa 700.000 esseri umani, la maggioranza, sono stati obbligati a lasciare le loro case, le loro proprietà, i loro villaggi e le terre che sono state loro per secoli. Alcuni sono stati espulsi con la forza, fatti salire su dei camion e portati via; alcuni sono stati intenzionalmente spaventati perché scappassero; altri ancora se ne andarono, forse senza ragione. Non gli è mai stato consentito di tornare, tranne pochi, anche solo per ricuperare le loro cose.

Non poter tornare è stato ancora peggio che essere espulsi. Ciò prova che la pulizia etnica è stata intenzionale. Non è rimasta neanche una comunità araba tra Jaffa e Gaza, e tutte le altre aree sono sfregiate dai resti di villaggi, le vestigia della vita. Questa è una pulizia etnica – non c’è altro termine per definirla. Più di 400 villaggi e cittadine sono stati spazzati via dalla faccia della terra, le loro rovine coperte da comunità ebraiche, foreste e bugie. La verità è stata celata dagli ebrei israeliani e ai discendenti dei deportati è stato vietato di commemorarli – né un monumento né una lapide, per parafrasare Eugeny Yevtushenko.

Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro, con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero, e sapevano che la loro impresa era costruita sul ghiaccio. Loro e i governi israeliani non solo hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata.

Il furto di terra è anche una violazione della legge messa in pratica in Israele e nei territori. Quando israeliani, e il resto del mondo, hanno cominciato ad abituarsi a questa situazione, ad accettarla come inevitabile, salta fuori il primo ministro e alza il livello della sua sfacciataggine: i coloni sono in realtà vittime. Non quelli che loro hanno espulso, non quelli che hanno spogliato della loro terra. Nella realtà, secondo Netanyahu, i coloni che hanno costruito con il proposito di escludere un compromesso con i palestinesi non sono un ostacolo, e lui li equipara ai ” she’erit haplita” – ciò che resta dei palestinesi che sono rimasti in Israele, per prendere in prestito un termine da ciò che è restato dopo l’Olocausto.

Il linguaggio può essere distorto per qualunque scopo, propaganda per ogni perversione morale. Addio, realtà, qui tu non conti più niente.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele sta spingendo verso una guerra civile palestinese?

Maannews 7 settembre 2016

Di Ramzy Baroud

La divisione all’interno della società palestinese ha raggiunto livelli inediti, diventando un grave ostacolo sul cammino verso una strategia unitaria per porre fine alla violenta occupazione israeliana o compattare i palestinesi dietro un singolo obbiettivo.

Il neoeletto Ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, ultranazionalista, lo ha capito fin troppo bene. La sua tattica, fin dalla sua nomina lo scorso maggio, è incentrata nell’investire maggiormente su queste divisioni, come via per annientare ancor di più la società palestinese.

Lieberman è un “estremista”, anche rispetto ai bassi standard dell’esercito israeliano. Il suo passato è pieno di dichiarazioni violente e razziste. Tra i suoi più recenti exploit troviamo l’attacco a Mahmoud Darwish, il più famoso poeta palestinese. E’ arrivato al punto di paragonare la poesia di Darwish – che si schiera per la libertà del suo popolo – all’autobiografia di Adolph Hitler, Mein Kampf.

Ma non è certo la dichiarazione più scandalosa di Lieberman.

Le passate provocazioni di Lieberman sono moltissime. Recentemente, nel 2015, ha minacciato di decapitare con un’ascia i cittadini palestinesi di Israele, se non fossero totalmente fedeli allo “stato ebraico”, ha propugnato la pulizia etnica dei cittadini palestinesi di Israele ed ha lanciato una minaccia di morte all’ex Primo Ministro palestinese, Ismail Haniye.

A parte le scandalose dichiarazioni, l’ultima trovata di Lieberman è comunque la più stravagante.

Il Ministro della Difesa israeliano sta pianificando di evidenziare in diversi colori le comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata, distinguendole in verdi e rosse, dove verde significa “buono” e rosso “cattivo”; in base a ciò, le prime dovranno essere premiate per il loro buon comportamento, mentre le seconde subiranno una punizione collettiva, se anche un solo membro della comunità oserà opporre resistenza all’esercito di occupazione israeliano.

Un piano di questo genere è stato tentato circa 40 anni fa, ma è del tutto fallito. Il fatto che un’idea così mostruosa si palesi nel XXI° secolo senza scatenare lo scalpore internazionale è vergognoso.

Le mappe colorate di Lieberman verranno accompagnate da una campagna per far rinascere le “Leghe di villaggio”, un altro esperimento israeliano fallito, mirante ad imporre una leadership palestinese “alternativa”, “reclutando” notabili palestinesi – leaders non eletti democraticamente.

La soluzione di Lieberman sta nel costituire una leadership che, come le Leghe di villaggio degli anni ’70 e ’80, sicuramente sarà considerata collaborazionista e traditrice dall’insieme della società palestinese.

Ma che cosa sono esattamente le “Leghe di villaggio”, e questa volta funzioneranno?

Nell’ottobre 1978 dei sindaci palestinesi eletti, insieme a consiglieri comunali e diverse istituzioni nazionaliste, iniziarono una campagna di mobilitazione di massa sotto l’egida del National Leadership Committee, il cui principale obbiettivo era contestare il Trattato di Camp David – firmato da Egitto ed Israele – e le sue conseguenze politiche di emarginazione dei palestinesi.

In quel momento, il Movimento era la rete di palestinesi più strutturata ed unitaria che fosse mai stata creata nei territori occupati. Israele immediatamente represse con durezza i sindaci, i dirigenti sindacali ed i nazionalisti di diverse istituzioni professionali.

La risposta a livello nazionale fu ribadire l’unità dei palestinesi a Gerusalemme, in Cisgiordania ed a Gaza, tra cristiani e musulmani, tra palestinesi in patria ed in “shattat”, o diaspora. La risposta di Israele fu analogamente dura. A partire dal 2 luglio 1980 partì una campagna di uccisioni contro i sindaci democraticamente eletti.

Gli accordi di Camp David ed i tentativi di eliminare i leader nazionalisti nei territori occupati, e poi la crescente violenza degli ebrei estremisti in Cisgiordania, determinarono proteste di massa, scioperi generali e violenti scontri tra giovani palestinesi e soldati israeliani.

Il governo israeliano fece in modo di destituire i sindaci eletti della Cisgiordania, poco dopo aver insediato, nel novembre 1981, una “Amministrazione Civile” per governare i territori occupati direttamente attraverso il proprio esercito. L’amministrazione militare aveva l’obbiettivo di emarginare qualunque leadership palestinese effettivamente rappresentativa e consolidare ulteriormente l’occupazione. Ancora una volta i palestinesi risposero con uno sciopero generale e una mobilitazione di massa.

Israele ha sempre cercato di creare una leadership alternativa per i palestinesi. Questi sforzi culminarono nel 1978, quando costituì le “Leghe di Villaggio”, conferendo ai loro membri poteri relativamente ampi, incluso quello di approvare o respingere i progetti di sviluppo nei territori occupati. Furono date loro armi e usufruirono anche della protezione militare israeliana.

Ma anche questo era destinato al fallimento, in quanto i membri della Lega vennero considerati dei collaborazionisti da tutte le comunità palestinesi.

Qualche anno dopo Israele riconobbe il carattere artificioso della sua creatura, ed il fatto che i palestinesi non potevano essere indotti ad accettare l’impostazione israeliana di occupazione militare permanente e di autonomia di facciata.

Nel marzo 1984 il governo israeliano decise di sciogliere le “Leghe di villaggio”. Non che Lieberman sia un brillante studente di storia, ma che cosa spera comunque di ottenere da questo stratagemma?

Le elezioni municipali del 1976 galvanizzarono le energie dei palestinesi per raggiungere l’unità; misero insieme idee comuni e trovarono una piattaforma unitaria nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Oggi la discordia interna alla Palestina è inequivocabile. Il protratto conflitto tra Fatah e Hamas ha alterato profondamente il discorso nazionalista sulla Palestina, trasformandolo in una forma di tribalismo politico.

La Cisgiordania e Gaza sono divise, non solo geograficamente, ma anche geopoliticamente. Fatah, che è già in difficoltà su più di un fronte, sta precipitando in ulteriori divisioni tra sostenitori dell’attuale anziano leader, Mahmoud Abbas, e l’ esiliato, benché onnipresente, Mohammed Dahlan.

Ancor più pericoloso di tutto questo è il fatto che il sistema israeliano di premi o punizioni ha effettivamente diviso i palestinesi in classi: quelli molto poveri, che vivono a Gaza e nell’area C della Cisgiordania, e quelli relativamente benestanti, la maggior parte dei quali è legata all’Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah. Dal punto di vista di Lieberman, deve essere una buona occasione per perfezionare e imporre di nuovo le “Leghe di villaggio”. Che funzionino nella forma originale o falliscano poco importa, poiché l’idea è di creare ulteriore divisione tra i palestinesi, generare disordine sociale, conflitto politico e, forse, replicare la breve guerra civile di Gaza dell’estate 2007.

La comunità internazionale dovrebbe respingere del tutto questi progetti arcaici e queste idee distruttive, e costringere Israele a rispettare il diritto internazionale, i diritti umani, e le scelte democratiche del popolo palestinese.

Quelle potenze che si sono imposte come “mediatori di pace” e garanti del diritto internazionale dovrebbero capire che Israele è bravissimo ad appiccare incendi, ma quasi mai capace di spegnerli.

E Lieberman – il buttafuori russo diventato uomo politico e poi ministro della difesa – non deve essere lasciato libero di colorare la mappa delle comunità palestinesi, di premiarle e punirle a suo piacimento.

Una breve occhiata alla storia ci dice che le tattiche di Lieberman falliranno; il problema però è: a quale costo?

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà. Storia non raccontata di Gaza’.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale della Ma’an News Agency.

Traduzione di Cristiana Cavagna




Rapporto Ocha della settimana 16 – 22 agosto

Scontri armati tra forze di sicurezza palestinesi e civili palestinesi, verificatisi il 18 agosto nella città di Nablus, hanno causato la morte di cinque uomini, tra cui due membri delle forze di sicurezza;

altre venti persone hanno subìto lesioni provocate da inalazione di gas lacrimogeno. Gli scontri sono scoppiati nel corso di una operazione di ricerca-arresto che, da quanto riferito, intendeva accertare il possesso illegale di armi. Due uomini, sospettati di aver aperto il fuoco contro le forze di sicurezza, sono stati successivamente arrestati.

Il 21 agosto, nella Striscia di Gaza, l’esercito israeliano ha effettuato decine di attacchi aerei e sparato colpi di carro armato contro centri di addestramento militare e strutture, causando il ferimento di quattro palestinesi, due dei quali civili (uno minore). I siti presi di mira sono stati gravemente danneggiati, così come un serbatoio d’acqua non utilizzato. Gli attacchi (i più intensi dal cessate il fuoco del 26 agosto 2014) hanno fatto seguito al lancio di un razzo, effettuato da un gruppo armato palestinese, verso il sud di Israele, dove non ha provocato feriti né danni.

Sempre a Gaza, nei pressi della recinzione perimetrale, durante scontri scoppiati nel corso di due manifestazioni di protesta, le forze israeliane hanno sparato con armi da fuoco e ferito quattro civili palestinesi, tra cui un 17enne. Inoltre, in almeno sette occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso persone presenti in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare: non sono stati segnalati feriti, anche se il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. In mare, due pescatori sono stati arrestati e la loro barca sequestrata, mentre altri quattro civili, tra cui due ragazzi, sono stati arrestati mentre tentavano di entrare illegalmente in Israele.

In Cisgiordania, nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ucciso un giovane palestinese e ferito altre 88 persone, tra cui 14 minori. L’episodio più grave, che ha portato all’uccisione del giovane e a 52 ferimenti (32 dei quali causati da armi da fuoco), ha avuto luogo nel Campo Profughi di Al Fawwar (Hebron), nel corso di una vasta operazione militare. La maggior parte degli altri feriti sono stati registrati vicino ai checkpoint di Beituniya (Ramallah) ed Huwwara (Nablus) e nella città di Abu Dis (Gerusalemme), durante manifestazioni di solidarietà con i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Le autorità israeliane hanno restituito alla famiglia il cadavere di un palestinese sospettato di aver compiuto un attacco contro israeliani; il corpo era trattenuto da più di cinque mesi. Attualmente, sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane i corpi di 15 presunti responsabili palestinesi; alcuni da parecchi mesi.

In Area C e a Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione israeliani, le autorità israeliane hanno demolito 28 strutture di proprietà palestinese: sfollate 55 persone, tra cui 20 minori, e coinvolte, in modi diversi, altre 800. Tra le strutture demolite: sette abitazioni, otto latrine, un ricovero per animali nella comunità pastorizia di Jurat al Kheil (Hebron), una strada agricola in Qusra (Nablus) utilizzata da circa 120 famiglie. Sei di queste strutture erano state finanziate da donatori internazionali e fornite come assistenza umanitaria.

In Area C, in separati episodi, adducendo la mancanza dei necessari permessi, le autorità israeliane hanno confiscato attrezzature e alberi di proprietà palestinese. Coinvolte cinque comunità: nei villaggi di Duma (Nablus), Turmus’ayya (Ramallah) e Al Jiftlik (Jericho) sono stati confiscati un serbatoio per l’acqua, una scavatrice, un generatore di energia elettrica e una saldatrice; in Shufa (Tulkarem) e Beit Ula (Hebron), sostenendo che erano stati piantati in aree designate [da Israele] come “terra di stato”, le autorità israeliane hanno sradicato e sequestrato circa 330 piante di vite e di ulivo.

Sempre in Area C, nel governatorato di Gerusalemme, le autorità israeliane hanno tagliato un allacciamento, non autorizzato, ad una conduttura che forniva acqua potabile a 41 famiglie di quattro comunità beduine; è stato riferito che questo allacciamento era attivo da dieci anni. Nella stessa zona, altre due comunità beduine, Sateh al Bahr e Abu Nuwwar, hanno ricevuto 15 ordini di demolizione e arresto-lavori per abitazioni, una scuola materna, e strutture correlate a mezzi di sussistenza. Questa settimana, a seguito di una visita presso quest’ultima comunità, Robert Piper, Coordinatore Umanitario per i Territori palestinesi occupati, ha dichiarato: “La serie ripetuta di demolizioni, le restrizioni all’accesso ai servizi di base e le visite periodiche da parte del personale di sicurezza israeliano per promuovere ‘piani di rilocalizzazione’, sono tutti elementi di un contesto coercitivo” che accresce il rischio di trasferimento forzato di questi palestinesi indifesi.

Secondo quanto riferito, un colono israeliano è stato ferito e tre proprietà danneggiate nei pressi di Husan (Betlemme), Hizma e Shu’fat (entrambi a Gerusalemme), in conseguenza del lancio di pietre da parte di palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Dall’inizio del 2016, il valico è stato parzialmente aperto per soli quattordici giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 27.000 persone sono registrate ed in attesa di attraversare.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Gaza assetata

Gaza assetata

di Sami Abu Salem – Newsweek, 17 agosto 2016

Inquinamento, salinizzazione e razionamento stanno minacciando la fornitura di acqua a Gaza

Nel campo di rifugiati di Jabalia, al nord di Gaza, i bambini e le donne anziane trasportano bottiglie di plastica raccolte vicino a rubinetti per riempirle di acqua potabile da un recente pozzo artesiano costruito dal Comune.

Dalal Awwad, un’anziana donna palestinese che vive da sola in una casa vicina, dice di usare regolarmente il pozzo per rifornirsi quotidianamente di acqua potabile.

“Non ho figli che mi aiutino e questa per me è la principale fonte di acqua potabile,” racconta a Newsweek Middle East.
Mentre Awwad riempie il suo contenitore, Abboud Masoud, di 6 anni, e sua sorella Noura, di 8, stanno con altri bambini vicino ai rubinetti, aspettando il loro turno.

“Veniamo qui perchè quest’acqua è gratis. Non abbiamo acqua potabile in casa,” dice, mentre sta per andarsene sulla sua piccola bicicletta, già carica di contenitori pieni d’acqua.

A causa del decennale blocco israeliano, circa due milioni di persone nella Striscia di Gaza stanno affrontando una crisi idrica che ha colpito la qualità e quantità dell’acqua nella piccola area geografica lungo al mare, di non più di 360 km².

Benché negli ultimi anni organizzazioni internazionali abbiano messo in guardia sulla gravissima situazione a Gaza a causa della scarsità di acqua, le cose sembrano peggiorare senza alcuna soluzione a disposizione.

Nel 2012 l’ONU ha avvertito che la fornitura di acqua a Gaza “potrebbe diventare insostenibile entro il 2016″, ed i danni causati potrebbero essere irreversibili entro il 2020.”

Ad aggiungere disgrazia a disgrazia, la maggior parte dell’acqua potabile di Gaza è diventata salata.

Monther Shoblaq, direttore generale dell’azienda municipale per le forniture idriche costiere, dice a Newsweek Middle East che “il 95% dell’acqua di Gaza non è adatta all’uso domestico a causa degli alti livelli di inquinamento e di salinità.”

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) la percentuale di cloruri non dovrebbe superare i 250 mg al litro. Tuttavia a Gaza è di 1.500 mg/l, racconta Shoblaq a Newsweek Middle East.

Aggiunge che anche la concentrazione di nitrati è ben al di sopra dei 50 mg/l raccomandati dall’OMS.

“A Gaza è di 150 mg/l. Se la situazione idrica non cambia entro il 2020, Gaza non avrà più acqua potabile,” aggiunge.
L’inquinamento, insieme all’alta percentuale di sale nell’acqua di Gaza ha provocato malattie letali tra la popolazione locale.

“Questi fattori sono la principale ragione delle malattie renali ed infezioni delle vie urinarie a Gaza,” dichiara a Newsweek Middle East il dottor Abdallah Al Qishawi, primario del reparto di disturbi renali e dialisi all’ospedale Shifa di Gaza.

“Nitrati e cloruri provocano calcolosi renali così come infiammazioni, che portano a insufficienze renali.. .e causano malattie tra le donne incinte ed i bambini piccoli,” dice Al Qishawi.

Secondo quanto afferma, ci sono 550 pazienti in dialisi e circa lo stesso numero soffre di infezioni croniche.

Shoblaq accusa l’occupazione israeliana di Gaza come la principale ragione della crisi, oltre al comportamento irresponsabile delle persone.

Egli sostiene che Israele ha tagliato le risorse idriche trans-frontaliere installando pozzi di bonifica e bacini artificiali non lontano dalle falde acquifere sotterranee di Gaza. Così facendo, secondo Shoblaq, Gaza perde tra i 10 ed i 20 milioni di litri ogni anno.

“Questo modo di procedere impedisce il flusso naturale di acqua a Gaza…è totalmente illegale e viola le leggi internazionali,” aggiunge.

Le necessità di consumo della Striscia di Gaza sono circa dai 180 ai 200 milioni di m³ d’acqua all’anno, ma riceve meno di un terzo di questa quantità – da 55 a 60 milioni di m³ circa all’anno -, il che dimostra una gravissima carenza nell’approvvigionamento.

Nonostante  il ritiro ufficiale dalla Striscia nel 2006, Israele ha continuato a bloccare lo spazio terrestre e marittimo di Gaza.

I palestinesi si lamentano del fatto che, prima del ritiro di Israele, quest’ultimo ha fatto in modo di inquinare il luogo per la popolazione assediata.

“Una delle principali cause di inquinamento sono le vasche di acque reflue costruite da Israele in due zone, a sud e a nord di Gaza…quando si tratta di acqua, l’occupazione israeliana ha lasciato Gaza in condizioni disastrose,” dice Shoblaq. Il blocco israeliano ha avuto anche un impatto sulla fauna e la flora della Striscia, che aggrava ulteriomente il problema.

Rebhi Al Sheikh, vicedirettore dell’Autorità Palestinese per le Acque, dice che gli israeliani hanno messo i bastoni tra le ruote, sia sul campo che a livello politico, ostacolando ogni sforzo di risolvere la crisi idrica di Gaza.

Richiesto di fare un commento sul problema, il portavoce dell’esercito israeliano si è rifiutato di rispondere alle domande di Newsweek Middle East.

“Israele fornisce a Gaza 10 milioni di m³ d’acqua all’anno, così come offre assistenza per lo sviluppo delle infrastrutture idriche,” dice a Newsweek Middle East un portavoce del Coordinamento delle Attività di Governo di Israele nei Territori Palestinesi (COGAT).

“In base all’articolo 40 dell’accordo del 1995 [tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina] Israele dovrebbe consentire ai palestinesi di avere un supplemento di 70-80 milioni di m³ d’acqua all’anno, di cui 5 milioni sono per Gaza,” dice Al Sheikh.

E’ stato dopo 20 anni di negoziati che gli israeliani hanno consentito ai palestinesi di comprare 5 milioni di m³.

“Ma non possiamo comprarli integralmente perché i jet israeliani hanno distrutto il serbatoio per l’acqua in cemento ed altri impianti durante l’ultima aggressione [nel 2014],” racconta Al Shiekh a Newsweek Middle East.

“In uno dei progetti abbiamo perso circa un anno solo nell’attesa che gli israeliani autorizzassero l’attrezzatura,” afferma.

Ma gli israeliani negano l’ingresso di materiale da costruzione a Gaza, sostenendo che potrebbe essere usato per scopi terroristici.

“L’ingresso di materiale a doppio uso, che potrebbe servire a propositi terroristici, richiede un controllo di sicurezza per determinare la destinazione e l’utilizzo dei materiali per fini civili,” ha detto il portavoce del COGAT in una risposta via mail a Newsweek Middle East.

I palestinesi dicono che le affermazioni israeliano sono assurde.

“Immagina, in uno dei progetti in corso gli israeliani ci hanno chiesto di cambiare la ditta contrattata, che ha bloccato i lavori per parecchi mesi,” dice Al Sheikh.

Egli sostiene che Gaza sta costruendo tre impianti temporanei di desalinizzazione dell’acqua di mare di modesta entità per produrre 13 milioni di  m³ all’anno.

A peggiorare ulteriormente la situazione di Gaza, in seguito alla travolgente vittoria di Hamas nelle elezioni del 2006, i donatori internazionali hanno scelto di interrompere i finanziamenti dei principali progetti a Gaza, compresi gli impianti di desalinizzazione,  dice Shoblaq a Newsweek Middle East.

Ciò, oltre ai danni e alle disfunzioni della rete fognaria dovuti alle ripetute aggressioni israeliane, ha provocato l’infiltrazione di acque reflue nell’acquifero della Striscia.

Va rilevato che l’ONU ha dichiarato che, senza trattamento, il 90% dell’acqua di Gaza proveniente dall’acquifero non è potabile.
Se la situazione non viene risolta, anche l’acqua di mare si infiltrerà completamente nell’acquifero, prevede Al Sheikh.

Nel contempo anche comportamenti irresponsabili da parte della gente sta minacciando quello che rimane delle forniture idriche a Gaza.

Shoblaq dice che almeno 4.000 pozzi illegali sono stati costruiti dai gazawi e che questi costituiscono un vero depauperamento delle fonti naturali della Striscia.

“Un sacco di gente ha costruito alberghetti, villette e persino pozzi artigianali illegali che provocano una perdita di 150.000 litri al giorno.”

Allo stesso tempo, la maggioranza del milione 800mila abitanti di Gaza continua a comprare l’acqua dalle autobotti di acqua potabile del settore privato, che si riforniscono dai pozzi scavati lungo tutta la Striscia.

Assef Mousa, proprietario di un camion che vende acqua potabile, afferma che la maggior parte della gente compra “acqua filtrata” dalle autocisterne.

E apparentemente secondo Mousa, che progetta di espandere il suo giro di affari, questa attività sta andando molto bene.

“Sto pensando di comprare un nuovo camion. Abbiamo molte richieste. I nostri clienti sono in aumento,” aggiunge con un sorriso.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




L’apartheid idrico israeliano asseta la Cisgiordania

Electronic Intifada

Charlotte Silver – 1 agosto 2016

La mancanza d’acqua non è una novità per i palestinesi. Sia nella Striscia di Gaza occupata che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, la fornitura di acqua che scorre nelle case palestinesi è rigidamente limitata od ostacolata da Israele.

Appena durante l’estate la temperatura sale, i rubinetti si prosciugano. Clemens Messerschmid, un idrologo tedesco che ha lavorato per due decenni con i palestinesi nel loro servizio idrico, chiama la situazione ” apartheid idrico”.

Quest’anno la giornalista israeliana Amira Hass ha pubblicato dati che provano che l’Autorità Idrica Israeliana ha ridotto la quantità di acqua distribuita ai villaggi della Cisgiordania.

In alcuni luoghi l’approvvigionamento è stato ridotto alla metà. I suoi dati contraddicono le smentite ufficiali che la fornitura d’acqua alle città e villaggi palestinesi sia stata tagliata durante l’estate, benché neanche questo sia una novità.

Quest’estate cittadine e piccoli villaggi sono rimasti fino a 40 giorni senza acqua corrente, obbligando quelli che se lo possono permettere a rifornirsi da cisterne d’acqua.

Quando Israele ha occupato la Cisgiordania nel 1967 ha anche preso il controllo dell’Acquifero Montano della Cisgiordania, la principale riserva naturale d’acqua del territorio.

Gli accordi di Oslo dei primi anni ’90 hanno concesso ad Israele l’80% delle riserve dell’Acquifero. I palestinesi avrebbero dovuto avere il restante 20%, ma negli ultimi anni hanno potuto avere a disposizione solo il 14%, in conseguenza delle restrizioni israeliane alle perforazioni.

Per garantire le necessità minime della popolazione, l’Autorità Nazionale Palestinese è obbligata a comprare il resto dell’acqua da Israele. Ma anche così, non è sufficiente.

Israele ha intenzione di vendere solo una limitata quantità di acqua ai palestinesi. In conseguenza di ciò, i palestinesi utilizzano molta meno acqua degli israeliani, e un terzo in meno rispetto alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute di 100 litri a testa al giorno per uso domestico, ospedali, scuole e altre istituzioni.

“Electronic Intifada” ha parlato della programmata scarsità d’acqua per i palestinesi in Cisgiordania con Clemens Messerschmid, che ha lavorato nel settore idrico in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza fin dal 1997.

Charlotte Silver: la causa della crisi idrica in Cisgiordania è la scarsità d’acqua nella zona? O la scarsità è programmata?

Clemens Messerschmid: Ovviamente non c’è scarsità d’acqua in Cisgiordania. Quello che noi soffriamo in conseguenza di questa scarsità indotta si chiama l’occupazione. Questo è il regime imposto ai palestinesi subito dopo la guerra del giugno 1967.

Israele governa attraverso ordini militari, che hanno il diretto ed intenzionale risultato di tenere i palestinesi a corto d’acqua. Non si tratta di una costante e graduale espropriazione come con la terra e le colonie, ma è stato fatto in un colpo solo grazie all’ordine militare n° 92 dell’agosto 1967.

La Cisgiordania possiede una vasta falda acquifera. Ci sono grandi precipitazioni a Salfit, nella Cisgiordania settentrionale, ora nota per restrizioni idriche particolarmente drastiche.

La Cisgiordania beneficia di un tesoro di acque sotterranee. Ma questo è anche la sua maledizione, perchè Israele l’ha preso di mira immediatamente dopo averne assunto il controllo.

Quello di cui abbiamo bisogno è semplice: pozzi freatici per accedere a questo tesoro. Ma l’ordine militare israeliano n° 158 proibisce rigidamente di scavare pozzi o qualunque altro lavoro di carattere idrico, comprese le sorgenti, condutture, reti, stazioni di pompaggio, pozze utilizzate per l’irrigazione, riserve d’acqua, semplici cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, che raccolgono la pioggia che cade sui tetti.

Ogni cosa è proibita, o piuttosto non “permessa”, dall’Amministrazione Civile, il regime di occupazione di Israele. Anche riparare o fare la manutenzione dei pozzi richiede permessi militari. E semplicemente noi non li otteniamo.

E’ semplicemente un caso di apartheid idrico – ben oltre qualunque altro regime del passato di cui io sia a conoscenza.

CS: Israele ha incrementato la quantità di acqua che vende ai palestinesi, ma non è ancora sufficiente ad evitare che i villaggi rimangano a secco. A parte il fatto che il controllo di Israele sulle risorse dell’Acquifero è un grave problema, perchè Israele non vuole vendere più acqua ai palestinesi?

CM: Innanzitutto Israele ha drasticamente ridotto la quantità di acqua a disposizione dei palestinesi. Ha vietato ogni accesso al fiume Giordano, che ora è letteralmente prosciugato nei pressi del lago di Tiberiade.

Inoltre Israele impone una quota sul numero di pozzi e nega metodicamente i permessi per le più indispensabili riparazioni dei vecchi pozzi dei tempi giordani – la Giordania ha amministrato la Cisgiordania dal 1948 fino all’occupazione israeliana -, soprattutto i pozzi per l’agricoltura. Ciò significa che il numero dei pozzi è costantemente in diminuzione. Ne abbiamo meno che nel 1967.

Ora, l’unica cosa che è aumentata è la dipendenza dall’acquisto di acqua dagli espropriatori, Israele e Mekorot, la società idrica pubblica israeliana.

Ciò è riportato continuamente nella stampa occidentale, perchè questo è il punto che Israele sottolinea: “Vedete quanto siamo generosi?”

Per cui, sì, da Oslo gli acquisti da Mekorot sono aumentati costantemente. Ramallah ora riceve il 100% della sua acqua da Mekorot. Neanche una goccia proviene da un solo pozzo che abbiamo noi.

La fornitura ai villaggi da parte di Israele non è stata fatta come un favore. E’ stata iniziata nel 1980 da Ariel Sharon, allora ministro dell’Agricoltura, quando è cominciata il rapido aumento della colonizzazione. La fornitura di acqua è stata “incorporata”, per rendere irreversibile l’occupazione.

Quello che più importa qui è l’apartheid strutturale, cementato e incastonato nel ferro di queste condutture. Una piccola colonia è rifornita attraverso grandi tubature di trasmissione da cui se ne dipartono altre più piccole per andare verso le aree palestinesi.

Israele è molto contento di Oslo, perchè ora i palestinesi sono “responsabili” della fornitura. Responsabili, ma senza un briciolo di sovranità sulle risorse.

La cosiddetta crisi idrica attuale non è affatto una crisi. Una crisi è un cambiamento improvviso, una novità o un punto di svolta durante lo sviluppo. La riduzione nella fornitura ai palestinesi è voluta, pianificata e accuratamente eseguita. La “crisi idrica estiva” è la più prevedibile caratteristica nel calendario dell’acqua per i palestinesi. E la quantità annuale di piogge o la siccità non hanno alcun rapporto con la presenza e le dimensioni di questa “crisi”.

Vorrei sottolineare che per quanto questo succeda regolarmente, in ogni singolo caso si tratta di una decisione consapevole di qualche burocrate e ufficio in Israele o nell’Amministrazione civile. Qualcuno deve andare sul campo e chiudere le valvole della deviazione verso il villaggio palestinese. Questo, come ogni estate, è stato fatto agli inizi di giugno. Da qui, crisi idrica in Cisgiordania.

CS: Quali fattori possono aver contribuito all’aggravamento di quest’anno nelle interruzioni della fornitura d’acqua?

CM: Sembra che la domanda [di acqua] delle colonie sia aumentata drasticamente dallo scorso anno. L’Autorità Israeliana per le Acque ha riscontrato una maggiore domanda dal 20 al 40%, che è molto significativa.

Alexander Kushnir, il direttore generale dell’Autorità per le Acque, la attribuisce all’espansione delle irrigazioni dei coloni sulle montagne melle colonie a nord della Cisgiordania, attorno a Salfit e a Nablus.

CS: Com’è possibile che la gente dell’attuale Israele sembri godere di un surplus di acqua da quando il Paese ha iniziato ad utilizzare la desalinizzazione, mentre la gente sotto occupazione in Cisgiordania è rimasta con così poca [acqua]? Si dice che anche i coloni israeliani abbiano riscontrato una riduzione nelle forniture idriche.

CM: E’ vero che per la prima volta Israele ha dichiarato qualche anno fa che ha un’economia con eccedenza d’acqua ed è interessato a vendere più acqua ai suoi vicini, a cui in primo luogo ha espropriato l’acqua.

I palestinesi stanno già comprando l’acqua che Israele ha rubato, ma, come segnalato, non in modo affidabile o in percentuali sufficienti.

Francamente non lo so. Perchè questo particolare, elevato ed aggravato desiderio di Israele di non vendere neppure acqua sufficiente alla Cisgiordania?

In alcune zone, come nella Valle del Giordano, l’acqua è attivamente utilizzata come uno strumento per la pulizia etnica. Fin dal primo giorno dell’occupazione l’agricoltura è sempre stata presa di mira.

Ma questa logica non si applica ai centri urbani palestinesi densamente popolati nella cosiddetta Area A della Cisgiordania [sotto totale controllo dell’ANP. Ndtr.], che stanno ancora lottando. Dopo 20 anni, mi lascia ancora perplesso.

E’ importante capire un altro elemento: Israele deve continuamente impartire una lezione ai palestinesi. Ogni fornitura di acqua, ogni goccia fornita deve essere intesa come un generoso favore, come un atto di pietà, non come un diritto.

Israele ha incrementato la vendita di acqua alla Cisgiordania da 25 milioni di m³ all’anno nel 1995 ai circa 60 milioni di m³ di oggi. Perchè non ne vende molta di più? Sicuramente dal punto di vista di una politica idrica oculata se lo potrebbe permettere – ha un enorme surplus.

Uno dei problemi materiali che posso riscontrare è quello del prezzo, e quindi il significato dell’acqua.

Israele vuole ottenere finalmente il prezzo più alto per l’acqua desalinizzata che vende ai palestinesi. Mentre si parla solo di qualche centinaio di milioni di shekel all’anno (qualche decina di milioni di dollari) – che per Israele non è molto -, Israele vuole chiudere una volta per tutte la discussione in merito ai diritti palestinesi sull’acqua.

Israele non chiede niente di meno che una resa totale: i palestinesi devono accettare che l’acqua sotto i loro piedi non appartiene a loro, ma per sempre agli occupanti.

Con la richiesta del prezzo intero per l’acqua desalinizzata, i palestinesi ammetterebbero ed accetterebbero una nuova formula.

Una parola sulla Striscia di Gaza: a differenza della Cisgiordania, Gaza non ha fisicamente un accesso possibile all’acqua. La circoscritta e densamente abitata Striscia non potrà mai essere autosufficiente. tuttavia Gaza non riceve simili forniture di acqua da Israele. Solo recentemente Israele ha iniziato a vendere a Gaza i 5 milioni di m³ all’anno stabiliti da Oslo. E’ stato adottato un piccolo aumento di facciata.

In un certo modo si potrebbe interpretare questo trattamento differenziato tra Gaza e la Cisgiordania come un’ammissione israeliana di un certo grado di dipendenza idrologica.

Israele riceve la maggior parte della sua acqua dai territori conquistati nel 1967, comprese le Alture del Golan, ma neppure una goccia da Gaza.

Dal punto di vista di una politica idrica oculata, Gaza non ha risorse da offrire a Israele. Ciò vale anche per la risorsa principale: la terra. Da qui un approccio molto diverso a Gaza fin da subito, nel 1967. Israele non dipende da Gaza da nessun punto di vista materiale. Fin da Oslo Israele ha chiesto a Gaza di rifornirsi da sola con i suoi mezzi, come attraverso la desalinizzazione dell’acqua di mare.

CS: In questo contesto, come si sono comportati i Paesi donatori? Hanno difeso gli standard minimi internazionali o hanno affermato e rafforzato il controllo israeliano sulle risorse idriche nella Cisgiordania occupata?

CM: Purtroppo nel secondo modo. Quando è iniziato Oslo, noi tutti ci siamo illusi che sarebbe iniziata una fase di sviluppo. Pozzi di cui era stata vietata la trivellazione per 28 anni sarebbero finalmente stati messi in funzione.

Abbiamo rapidamente imparato che Israele nei fatti non aveva mai voluto concedere “permessi…per espandere l’agricoltura o l’industria, che possano competere con lo Stato di Israele,” come l’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin disse nel 1986.

Quello di cui c’era bisogno allora e adesso – e tutti quanti lo sapevano – era una pressione politica per ottenere il minimo di permessi di perforazione garantiti dagli accordi tra palestini e israeliani. Questa pressione non c’è mai stata. L’Ue o il mio governo tedesco non hanno mai diramato una dichiarazione pubblica nella quale “deplorassero” o “si dispiacessero” per gli ostacoli nel settore idrico. E’ un vero scandalo.

Ma ancora peggio, qual è stata la risposta di noi occidentali a tutto ciò? Tutti i progetti finanziati dai donatori hanno addirittura abbandonato il settore vitale della perforazione di pozzi. L’ultimo pozzo finanziato dalla Germania è stato trivellato nel 1999.

Come per l’attuale cosiddetta crisi idrica, noi come donatori siamo ora impegnati a finanziare generosamente un’anacronistica distribuzione di acqua con cisterne ai centri urbani palestinesi tagliati fuori [dall’erogazione d’acqua] – adeguandoci e stabilizzando lo status quo dell’occupazione e dell’apartheid idrico.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA della settimana 2-8 agosto 2016

In Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, in 14 distinti episodi le autorità israeliane hanno distrutto, obbligato i proprietari a distruggere, o confiscato 42 strutture: 30 persone sono state sfollate e altre 1.200 sono state coinvolte in modi diversi.

Sei degli episodi si sono verificati in comunità pastorali beduine palestinesi a rischio di trasferimento forzato, intensificando in tal modo il contesto coercitivo che spinge i residenti ad andare via. Dodici delle strutture distrutte o confiscate erano state fornite precedentemente come assistenza umanitaria; ne facevano parte ripari di emergenza, stalle, latrine, un centro sociale ed un allacciamento per l’acqua; la confisca di quest’ultimo significa che quasi 1.000 palestinesi, distribuiti in cinque comunità pastorali nella Valle del Giordano, continueranno a soffrire la carenza d’acqua. Le azioni di cui sopra portano a 200 il numero di strutture di assistenza distrutte o confiscate dall’inizio del 2016; quasi il doppio delle 108 riferite all’intero 2015.

In Yatta (Hebron), le forze israeliane hanno distrutto le case di famiglia di due autori di una aggressione con arma da fuoco, avvenuta a Tel Aviv il 8 giugno 2016, durante la quale furono uccisi quattro israeliani; 13 persone, tra cui sei minori, sono rimaste senza casa. Una delle abitazioni in questione è stata fatta saltare con cariche esplosive che hanno danneggiato altri due appartamenti dello stesso edificio abitati da 20 persone. Dall’inizio del 2016 le autorità israeliane hanno demolito o sigillato, per punizione, 21 case, sfollando 116 persone; un numero quasi equivalente a quello riguardante l’intero 2015.

Scontri con le forze israeliane, avvenuti nei territori palestinesi occupati (oPt), hanno provocato il ferimento di 65 palestinesi, tra cui 15 minori. Otto di questi ferimenti, tra cui quello di un ragazzo di 17 anni, si sono avuti nella Striscia di Gaza, durante una manifestazione vicino alla recinzione perimetrale. Gli altri ferimenti si sono verificati in Cisgiordania: i più gravi sono stati registrati nella città di Al ‘Eizariyeh (Gerusalemme), durante una protesta in solidarietà con i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, e durante le manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Ni’lin (Ramallah). Ulteriori scontri sono stati registrati durante operazioni di ricerca-arresto; tra esse quelle effettuate nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), in Burin e Beita (entrambi a Nablus) ed in Beit Ummar (Hebron).

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno sei occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso agricoltori e pescatori palestinesi; non sono state registrati feriti o danni. In un caso, le forze israeliane sono entrate nella Striscia, in ARA di terra, ed hanno spianato il terreno ed effettuato scavi.

Un gruppo di coloni israeliani armati ha ucciso undici pecore appartenenti a palestinesi della Comunità beduina di Est Tayba (Ramallah); il gregge era condotto al pascolo da una donna, nei pressi dell’insediamento colonico israeliano di Rimonim. Sempre questa settimana, nella zona H2 di Hebron sotto controllo israeliano, un ragazzo palestinese disabile di dieci anni è stato aggredito fisicamente e ferito da un gruppo di coloni.

Durante la settimana, secondo quanto riportato da media israeliani, nei pressi di Hizma (Gerusalemme) e Halhul (Hebron), due veicoli israeliani sono stati danneggiati da lanci di pietre effettuati da palestinesi.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Dall’inizio del 2016, il valico è stato parzialmente aperto per soli quattordici giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 27.000 persone sono registrate ed in attesa di attraversare.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 9 agosto, in tre comunità dell’Area C, le autorità israeliane hanno demolito otto strutture palestinesi, sfollando 22 persone e coinvolgendone più di 80; tre delle strutture demolite erano ripari di emergenza forniti in risposta a precedenti demolizioni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Rapporto Ocha della settimana 26 luglio – 1 agosto 2016

Nel corso di due distinte presunte aggressioni con coltello, rispettivamente ai checkpoints di Huwwara (Nablus) e Qalandiya (Gerusalemme), le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, un 31enne palestinese e ferito una ragazza palestinese di 21 anni.

Nessun soldato israeliano è rimasto ferito nel corso dei due episodi. In Cisgiordania, dall’inizio del 2016, nel corso di aggressioni e presunte aggressioni effettuate da palestinesi, sono stati uccisi 60 palestinesi, tra cui 16 minori, e 11 israeliani, tra cui una ragazza. Alcuni di questi episodi hanno sollevato preoccupazione per un possibile uso eccessivo della forza e per esecuzioni extragiudiziali ad opera delle forze israeliane.

Nel villaggio di Surif (Hebron), in uno scontro a fuoco verificatosi nel corso di una operazione di ricerca-arresto che lo aveva come obiettivo, le forze israeliane hanno ucciso un 29enne palestinese. Durante l’operazione le forze israeliane hanno abbattuto, usando esplosivi e bulldozer, l’edificio di tre piani dove l’uomo si nascondeva; tre famiglie (otto persone, tra cui tre minori) sono rimaste senza casa. Nella stessa circostanza altri cinque palestinesi, tra cui due minori, sono rimasti feriti e sei sono stati arrestati; tra questi ultimi anche una donna. Il palestinese ucciso era sospettato di aver ucciso un colono israeliano e ferito la moglie e due figli in una aggressione con arma da fuoco, verificatasi il 1 luglio 2016.

Nei Territori palestinesi occupati (oPt), scontri con le forze israeliane hanno provocato il ferimento di 67 palestinesi, tra cui 14 minori. Due dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte degli scontri sono scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto, tra cui il sopraccitato episodio verificatosi nel villaggio di Surif, e durante una protesta, svoltasi nella città di Abu Dis (Gerusalemme), in solidarietà con i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto, complessivamente, oltre 100 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato circa 150 palestinesi.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno sette occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso agricoltori e pescatori palestinesi; non sono stati segnalati feriti o danni. In due degli episodi verificatisi nelle ARA di mare, otto pescatori sono stati arrestati e due barche sono state confiscate; i pescatori sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso le imbarcazioni militari israeliane.

A Gerusalemme Est, a causa della mancanza dei permessi edilizi israeliani, sono state demolite venti strutture di proprietà palestinese; sfollate 17 persone e coinvolte, in modi diversi, altre 221. L’episodio più significativo ha avuto luogo il 26 luglio in una sezione del villaggio Qalandia: tale sezione rientra nei confini municipali israeliani di Gerusalemme, ma è separata dalla città dalla Barriera; in questo caso, solo una delle 15 strutture demolite era abitata. A Gerusalemme Est salgono così a 114 le strutture di proprietà palestinese demolite dall’inizio del 2016, con un incremento del 40% rispetto alle 80 strutture demolite in tutto il 2015.

In Area C, durante la settimana, non sono state registrate demolizioni; tuttavia le autorità israeliane hanno emesso molteplici ordini di demolizione e arresto-lavori per mancanza dei permessi edilizi [israeliani], permessi che è quasi impossibile ottenere. Sei delle strutture interessate al provvedimento si trovano nel villaggio di Qusra (Nablus) e sono state finanziate da donatori internazionali; fra esse figurano due pozzi d’acqua e una strada agricola. Nella stessa comunità, hanno ricevuto ordini di sfratto anche tre appezzamenti di terreno, dissodati e coltivati di recente, ma designati [da Israele] come “terra di stato”.

Nei pressi dell’insediamento di Ariel (Salfit), coloni israeliani hanno lanciato bottiglie di vetro vuote contro un veicolo palestinese, ferendo un giovane 20enne. Nei governatorati di Ramallah ed Hebron, i media israeliani hanno riferito di sei distinti episodi di lancio di bottiglie incendiarie o pietre, da parte di palestinesi, contro veicoli israeliani e verso torri militari. Nessuno di questi episodi ha causato lesioni o danni.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Dall’inizio del 2016, il valico è stato parzialmente aperto per soli quattordici giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 30.000 persone, con esigenze urgenti, sono registrate ed in attesa di attraversare.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Rapporto OCHA della settimana 19 – 25 luglio 2016

Il 19 luglio, durante scontri vicino all’ingresso settentrionale della città di Ar Ram (Gerusalemme), le forze israeliane (a quanto riferito, si trattava di agenti della polizia di confine) hanno colpito con un proiettile di gomma un ragazzo palestinese di 12 anni, uccidendolo.

Dal 12 luglio, Ar Ram è stata un luogo critico di operazioni militari e scontri. Il caso sopraccitato porta a 76, di cui 22 minori, il numero totale dei palestinesi uccisi nel 2016 dalle forze israeliane nei Territori occupati; 18 di questi sono stati uccisi durante proteste e scontri.

In Cisgiordania, nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 74 palestinesi, tra cui 15 minori. La maggior parte degli scontri, e dei feriti (46), sono stati registrati durante le proteste tenutesi nella città di Abu Dis (Gerusalemme), in solidarietà con i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, e nel corso della manifestazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya). Gli altri scontri sono stati registrati durante operazioni di ricerca-arresto, la più ampia delle quali ha avuto luogo a Jayyus (Qalqiliya), dove si sono registrati dieci feriti. Nel complesso, durante la settimana, sono stati registrati 135 operazioni di ricerca-arresto; 150 i palestinesi arrestati, la quota più alta (21%) nel governatorato di Gerusalemme.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno dieci occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi, causando il ferimento di un agricoltore palestinese che stava lavorando la sua terra nei pressi della recinzione perimetrale. In un caso, verificatosi in mare, quattro pescatori, tra cui un 17enne, sono stati arrestati; in un altro caso, un pescatore è stato costretto a nuotare verso l’imbarcazione militare israeliana. Nelle ARA di terra, in tre circostanze, le forze israeliane hanno spianato il terreno ed effettuato scavi. Analogamente a quanto avvenuto per i pescatori, l’operato delle forze israeliane ha sconvolto il sostentamento di centinaia di agricoltori i cui terreni sono vicini alla recinzione.

A Gerusalemme Est, in quattro casi, per mancanza di permessi edilizi rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito sette strutture palestinesi, sfollando una persona e coinvolgendone, in modi diversi, altre 71, tra cui 19 minori.

Il 20 luglio, nel villaggio di Duma (Nablus), ignoti hanno appiccato il fuoco ad una casa palestinese. Gli occupanti sono riusciti a fuggire, ma il padre è stato intossicato dal fumo ed ha avuto bisogno di cure mediche. A causa dei danni subiti dall’abitazione, i cinque membri della famiglia, tra cui tre minori, sono stati costretti allo sfollamento. Nello stesso villaggio di Duma, nei mesi di luglio 2015 e marzo 2016, coloni israeliani praticarono due attacchi incendiari simili, nel primo dei quali morì un bambino ed entrambi i suoi genitori. Sull’accaduto le autorità palestinesi e israeliane hanno avviato separate indagini.

Nel governatorato di Hebron l’esercito israeliano ha riaperto al traffico palestinese otto importanti snodi stradali che, dall’inizio del mese, erano stati bloccati in seguito a due attacchi palestinesi verificatisi nella zona. L’apertura ha notevolmente facilitato l’accesso delle persone ai servizi ed ai mezzi di sussistenza. Tuttavia, permane ancora una serie di blocchi, imposti nella stessa circostanza, che costringono i residenti a ricorrere a lunghe deviazioni; tra i più colpiti, i villaggi di Ad Dahriyya, Karma, Deir Razeh e Ar Ramadin (circa 44.500 persone).

Coloni israeliani armati hanno fatto irruzione in una zona agricola vicino alla città di Al-Khader e all’insediamento colonico di El’azar (Betlemme); hanno sparato in aria e costretto i contadini palestinesi, intenti a coltivare la terra, a lasciare la zona; nella circostanza uno dei contadini è stato aggredito fisicamente e ferito. Nella stessa area, in altri due episodi, secondo quanto riferito ad opera di palestinesi, un veicolo israeliano è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco e un altro da pietre; entrambi i veicoli hanno riportato danni.

Il 19 luglio, nella Striscia di Gaza, un uomo è stato condannato a morte. Altre due condanne a morte, emesse in precedenza, sono state convalidate da un tribunale militare palestinese; tutte le condanne sono state emesse per “collaborazione con Israele”.

A Gaza circa 600.000 persone sono colpite da una significativa riduzione nella fornitura di acqua corrente. Questa riduzione è stata provocata dall’aumento delle interruzioni di energia elettrica in programma dal 14 luglio; interruzioni dovute ad un parziale spegnimento dell’unica Centrale elettrica di Gaza.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Dall’inizio del 2016, il valico è stato parzialmente aperto per soli quattordici giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 30.000 persone, con esigenze urgenti, sono registrate ed in attesa di attraversare.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 27 luglio, nel villaggio di Surif (Hebron), nel corso di una operazione di ricerca-arresto, a quanto riferito dopo uno scambio di colpi di arma da fuoco, le forze israeliane hanno ucciso un palestinese sospettato di aver effettuato, il 1° luglio, un’aggressione con arma da fuoco, nel corso della quale fu ucciso un colono israeliano. Durante l’operazione, i soldati hanno bombardato l’edificio di tre piani in cui l’indagato si era nascosto, distruggendolo completamente e sfollando tre famiglie.

Il 26 luglio, a causa della mancanza di permessi di costruzione, in una sezione del villaggio di Qalandiya che rientra nei confini municipali israeliani di Gerusalemme, ma dai quali la Barriera la separa, le autorità israeliane hanno demolito 15 strutture; in conseguenza delle demolizioni sei persone sono state sfollate e altre 180 circa sono state in vario modo colpite.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Rapporto OCHA della settimana 12 – 18 luglio

In Cisgiordania, in due distinti episodi, le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi.

Nel primo caso, il 18 luglio, all’ingresso del Campo profughi di Al Arrub (Hebron), un palestinese ha accoltellato e ferito due soldati israeliani; successivamente è stato a sua volta ferito gravemente con arma da fuoco ed è morto il giorno seguente.

Nel secondo caso, il 12 luglio, durante una operazione di ricerca-arresto svoltasi nella città di Ar Ram (Gerusalemme), le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro un veicolo uccidendo un giovane palestinese di 22 anni e ferendone altri due; secondo i media israeliani, i soldati sospettavano che i palestinesi stessero per investirli; tale versione dei fatti è stata smentita da fonti locali palestinesi.

In Qabatiya (Jenin), le forze israeliane hanno demolito la casa di famiglia di un uomo sospettato di aver aiutato gli autori di un accoltellamento, avvenuto il febbraio 2016, durante il quale fu ucciso un poliziotto israeliano; per effetto della demolizione, una famiglia di dieci persone, tra cui un minore, è stata sfollata. Prima della demolizione, gli abitanti della città si sono scontrati, anche con l’impiego di armi da fuoco, con le forze israeliane e otto palestinesi sono rimasti feriti. Dall’inizio del 2016 le autorità israeliane, per motivi punitivi, hanno demolito o sigillato 22 case, sfollando 110 persone; in tutto il 2015, per gli stessi motivi, vi erano state 25 demolizioni e 157 persone sfollate.

Nei Territori palestinesi occupati, in totale, le forze israeliane hanno ferito 44 palestinesi, tra cui 13 minori. 42 di questi ferimenti sono stati registrati in Cisgiordania, di cui 10 verificatisi durante gli scontri in Ar Ram e Qabatiya [vedi i paragrafi precedenti] e 29 durante operazioni di ricerca-arresto, le più vaste delle quali hanno avuto luogo in Al Mazra’a al Qibliya (Ramallah) e nel campo profughi di Ayda (Betlemme). Due palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e feriti nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA): uno nel corso di una protesta ed un altro, secondo quanto riferito, mentre cacciava uccelli. Nel corso della settimana, in altri cinque casi le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti nelle ARA, a terra e in mare: non sono stati registrati feriti.

Il 17 luglio, a Gerusalemme Ovest, le forze israeliane hanno arrestato un palestinese che trasportava ordigni esplosivi e coltelli che, secondo la polizia israeliana, intendeva utilizzare per effettuare un attentato alla Metropolitana leggera di Gerusalemme.

Durante la settimana, in tutto il governatorato di Hebron sono state mantenute le restrizioni ai movimenti imposte [da Israele], dall’inizio di luglio, in seguito a due attacchi palestinesi; restrizioni che ostacolano l’accesso ai servizi e ai mezzi di sostentamento per centinaia di migliaia di residenti. La comunità più colpita è Bani Na’im, con una popolazione 26.500 abitanti, dove i tre ingressi principali sono rimasti bloccati per il movimento veicolare; una parziale eccezione è consentita per i casi di emergenza, a fronte di accordi preventivi. Secondo la Camera di Commercio palestinese, l’attività economica di tutto il governatorato di Hebron è stata notevolmente influenzata, tra le altre cause, dalle restrizioni imposte alla circolazione dei veicoli commerciali.

In Area C e in Gerusalemme Est, in quattro casi, per la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito 23 strutture palestinesi, sfollando 43 persone, tra cui 25 minori, e coinvolgendone altre 43. Il caso più grave, che comprende tutti gli sfollamenti di questa settimana, è stato registrato in una comunità beduina a nord della città di ‘Anata (Gerusalemme), in cui le autorità israeliane hanno demolito 14 strutture, una delle quali era stata fornita precedentemente come assistenza umanitaria. Questa è una delle 46 comunità beduine nella Cisgiordania centrale a rischio di trasferimento forzato a causa di un piano israeliano di rilocalizzazione.

Per gli stessi motivi, sempre nella zona C e in Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno consegnato almeno 13 ordini di demolizione e arresto dei lavori contro case, strutture commerciali e cisterne d’acqua. Le comunità colpite includono: Frush Beit Dajan, Qusra (entrambe a Nablus), Susiya (Hebron), Silwan (Gerusalemme Est).

Questa settimana vengono riportati nove attacchi da parte di coloni israeliani con conseguenti ferimenti o danni alle proprietà palestinesi: dall’inizio del 2016 questo è il più alto numero di attacchi condotti da coloni in una sola settimana. In particolare: tre palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni israeliani, in tre distinti casi, a Al-Khader (Betlemme), ad Haris (Salfit) e nella città di Hebron; altri tre episodi hanno riguardato l’incendio di 150 ulivi secolari a Betlemme, la devastazione di una piantagione di sorgo di 5.000 mq vicino a Huwwara (Nablus); il furto di più di 50 sacchi di fieno e di grano nel villaggio di Qusra (Nablus), a quanto riferito, sempre ad opera di coloni israeliani. Inoltre, nei governatorati di Qalqiliya, Salfit ed Hebron, in tre diverse occasioni, per il lancio di pietre da parte di coloni, sei veicoli palestinesi hanno riportato danni.

Il 14 luglio, per carenza di carburante, la centrale elettrica di Gaza è stata costretta a fermare una delle due turbine attive, innescando interruzioni di corrente per 18-20 ore al giorno; in precedenza le interruzioni erano di 16-18 ore. Questo ha avuto un impatto significativo sulla fornitura dei servizi di base, l’approvvigionamento idrico e, in particolare, sui servizi sanitari. Sembra che la carenza di carburante sia causata dalle continue controversie, tra le autorità di Ramallah e quelle di Gaza, in merito ad una esenzione fiscale relativa al carburante acquistato per l’impianto.

Durante il periodo di riferimento il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Durante la notte del 19 luglio, ignoti hanno dato fuoco ad una casa nel villaggio di Duma (Nablus); anche se i residenti sono riusciti a mettersi in salvo, la casa è stata gravemente danneggiata. Nel luglio 2015, nello stesso villaggio, un attacco incendiario simile, operato da coloni israeliani, uccise un bambino ed entrambi i suoi genitori.

Il 19 luglio, durante scontri con le forze israeliane nei pressi dell’ingresso settentrionale della città Ar Ram (Gerusalemme), un dodicenne palestinese è stato ucciso da un proiettile di gomma.

Il 19 luglio, nella Striscia di Gaza, un uomo è stato condannato a morte. Questa e altre due condanne a morte, emesse in precedenza, sono state convalidate da un tribunale militare palestinese, motivate da “collaborazione con Israele”.

Il 19 luglio, dopo più di tre settimane di rigida chiusura, è stato riaperto uno dei tre ingressi del villaggio di Bani Na’im (Hebron).

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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