Ciò che Papa Leone non dice su Gaza sta mettendo alla prova la Chiesa cattolica

Paola Caridi

10 luglio 2026 – +972 Magazine

Leone XIV ha fatto propria l’etica dell’empatia del suo predecessore. Ma all’interno della Chiesa, in molti chiedono che si esprima in modo più chiaro contro i crimini di Israele.

Il primo Papa proveniente dagli Stati Uniti si trovava ben lontano dalle celebrazioni del 4 luglio per il 250° anniversario dell’indipendenza della colonia dal Regno Unito. Papa Leone XIV si trovava invece ai margini dell’Europa, di fronte alla costa settentrionale dell’Africa, sull’isola di Lampedusa – primo approdo per migliaia di migranti che affrontano il pericoloso viaggio verso nord in cerca di una vita migliore.

Dopo aver visitato il piccolo cimitero dove sono sepolti i migranti morti nei naufragi nel Mediterraneo, Leone si è fermato sotto la Porta d’Europa, un monumento all’ospitalità che si affaccia sul mare. “Sono qui” – ha dichiarato – “sulle orme di Papa Francesco, che scelse di recarsi a Lampedusa l’8 luglio 2013 per il suo primo viaggio come Successore di Pietro.”

Collegando la sua visita al primo viaggio papale di Francesco, Leone stava facendo qualcosa di più che rendere omaggio al suo predecessore o segnalare continuità. Si stava schierando dalla parte dei migranti che avevano rischiato tutto per poi incontrare persecuzione e violenza una volta giunti in Europa e negli Stati Uniti.

Eppure il suo messaggio andava anche oltre la solidarietà con i migranti. Come già Francesco prima di lui, ha chiamato l’umanità intera – credenti e non – a fare i conti tanto con le nostre azioni quanto con le nostre omissioni. Tredici anni prima, dopo uno dei naufragi di migranti più tragici nel Mediterraneo, Francesco aveva condannato quella che chiamava la “globalizzazione dell’indifferenza”. Leone ha fatto sua la stesa istanza morale.

In effetti il primo anno del pontificato di Leone si è costantemente concentrato attorno a questo tema: la necessità dell’empatia come tratto distintivo della condotta tanto personale quanto collettiva. Il passo del Vangelo che ha scelto per Lampedusa è la parabola del Buon Samaritano, che rifiuta di passare oltre lo straniero ferito, il suo “prossimo”, lungo la strada da Gerusalemme a Gerico.

È esattamente su quella strada – da Gerusalemme a Gerico, oggi soffocata da posti di blocco militari – che le domande sul pontificato di Leone emergono con chiarezza. Egli parla costantemente di pace. Ha evocato ripetutamente Gaza e l’immensa sofferenza del popolo palestinese. Eppure non ha indicato Israele come responsabile, né ha usato la parola “genocidio”. Le parole che Leone tace, e che Francesco era invece pronto a pronunciare, sono l’assenza che ha caratterizzato questo capitolo del suo pontificato.

Pressione dal basso

Mentre le proteste popolari in tutta Italia contro l’assalto israeliano a Gaza si sono intensificate nell’ultimo anno – da scioperi nazionali e blocchi portuali a occupazioni studentesche e manifestazioni di massa – parallelamente è emersa una frattura all’interno della Chiesa cattolica.

Questa frattura è diventata visibile pubblicamente in occasione dell’assemblea di maggio della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) a Roma, quando l’Associazione dei Sacerdoti Contro il Genocidio – una rete di circa 3.000 membri del clero provenienti da 58 paesi, fondata nel settembre 2025 – ha inviato una lettera aperta esortando i vescovi italiani ad abbandonare il loro linguaggio cauto su Gaza.

Sebbene l’associazione sia composta principalmente da parroci italiani, tra i suoi membri figurano anche due cardinali non italiani, otto arcivescovi italiani e 17 vescovi. Le donne consacrate non hanno alcuna presenza, almeno ufficialmente, nonostante le suore cattoliche siano diventate tra le voci più schiette della Chiesa italiana nel chiedere un’azione per Gaza.

“Chiediamo che dall’Assemblea Generale della CEI si levi una parola più chiara, più profetica e più concreta” – si legge nella lettera. “Una parola che chieda un cessate il fuoco immediato e permanente. Una parola che chieda la fine dell’assedio di Gaza e l’ingresso libero e sicuro degli aiuti umanitari. Una parola che chieda il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Una parola che esorti il governo italiano a porre fine a ogni complicità militare, economica e diplomatica con le politiche di occupazione, apartheid e distruzione.”

L’Associazione ha inoltre chiesto “l’impegno a lavorare per il bene di questa terra e dell’intera umanità sulla base della nostra comune umanità”, avvertendo che “le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità”.

L’appello rifletteva una frustrazione crescente verso la retorica sempre più prudente del Vaticano, in particolare dopo l’elezione di Papa Leone XIV. Sotto Francesco, il Vaticano aveva spesso incrinato i rapporti con Israele parlando in modo più diretto della sofferenza palestinese e mantenendo legami stretti e personali con la comunità cristiana sotto assedio a Gaza. Leone ha continuato a chiedere pace, accesso umanitario e la fine delle sofferenze a Gaza, ma i riferimenti espliciti alla responsabilità israeliana sono diventati sensibilmente più rari.

Alcune figure di spicco della Chiesa italiana si sono tuttavia spinte oltre. L’Arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, ha condannato pubblicamente e senza mezzi termini le azioni di Israele a Gaza. Eppure né Battaglia né altri importanti vescovi italiani – incluso lo stesso Leone – le hanno definite genocidio, nonostante il termine sia stato adottato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite, da organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani, e da più di una dozzina di Stati.

Questa cautela segna un distacco dall’approccio adottato sotto Francesco. Ben prima del 7 ottobre, le tensioni tra il Vaticano e Israele erano già in aumento, alimentate da dispute di lunga data sullo status legale e fiscale delle istituzioni e delle proprietà cattoliche a Gerusalemme, oltre che dai gesti di solidarietà verso i palestinesi che Francesco compiva sempre più pubblicamente. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa del 2014, Francesco fece una sosta non prevista dal programma presso il muro di separazione israeliano a Betlemme, dove appoggiò la fronte e la mano al cemento accanto a una scritta murale con le parole “Free Palestine”. Viaggiò inoltre in elicottero tra Betlemme e Gerusalemme, evitando così il muro di separazione israeliano lungo il tragitto tra le due città.

Dopo l’inizio dell’attacco israeliano a Gaza, è stato reso pubblico che, fino a poco prima della sua morte, Francesco era solito telefonare ogni sera alle 19 alla Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City, parlando con il parroco e con i membri della comunità cristiana che avevano rifiutato di lasciare il complesso.

Come Papa Francesco, anche il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme e francescano italiano che ha trascorso più di trent’anni in Terra Santa, si era affermato come uno dei critici più severi di Israele all’interno della Chiesa già prima del 7 ottobre. Ha denunciato ripetutamente la violenza dei coloni sostenuta dallo Stato contro le comunità cristiane palestinesi nella Cisgiordania occupata, ha visitato villaggi cristiani come Taybeh, colpiti da ripetuti assalti, e ha criticato le crescenti restrizioni imposte da Israele alla libertà di movimento dei palestinesi. Dopo l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh nel maggio 2022 ha inoltre condannato la violenza della polizia israeliana contro i partecipanti al suo corteo funebre a Gerusalemme.

“Aggredire i partecipanti al corteo funebre, colpirli con manganelli, usare granate fumogene, sparare proiettili di gomma, spaventare i pazienti dell’ospedale, costituisce una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, incluso il diritto umano fondamentale alla libertà di religione, che deve essere rispettato anche in uno spazio pubblico” – ha dichiarato in un comunicato.

Il genocidio di Gaza ha tuttavia segnato una svolta. Dopo quattro visite nella Striscia durante il conflitto, il linguaggio di Pizzaballa è diventato progressivamente più esplicito, fino a culminare in una lettera pastorale pubblicata in aprile. “C’è una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato” – ha scritto. “Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto per la giustizia e la verità.”

Il Cardinale ha ribadito questa distinzione in dichiarazioni successive, il che lo rende una delle voci più chiare all’interno dell’alta gerarchia cattolica nel riconoscere l’asimmetria fondamentale che caratterizza il dominio di Israele sui palestinesi.

La fine dell’eccezionalismo cristiano

Nel novembre 2025, un documento ecumenico approvato dalle 13 confessioni che compongono il cristianesimo palestinese ha invocato il kairòs – termine greco che designa un momento decisivo che richiede azione. Rivolto alla Chiesa globale, il documento ha chiamato i cristiani a difendere non solo i fedeli palestinesi, ma il popolo palestinese nel suo complesso.

L’appello arrivava in un momento critico. Gli ebrei israeliani di destra e nazional-religiosi hanno a lungo preso di mira chiese, membri del clero, pellegrini e istituzioni cristiane a Gerusalemme Est e in Cisgiordania occupata. Ma il recente aumento di questi attacchi segnala uno spostamento più ampio all’interno della destra israeliana, in particolare nel movimento dei coloni: l’erosione dell’eccezionalismo informale a lungo riservato ai cristiani.

Durante la Marcia delle Bandiere per il Giorno di Gerusalemme [corteo nazionalista che ogni anno a Gerusalemme celebra la riunificazione della città, ndt.] di quest’anno, nazionalisti ebrei israeliani hanno aggredito palestinesi nel Quartiere Cristiano della Città Vecchia, mentre altre riprese hanno mostrato manifestanti sputare in direzione di un santuario dedicato alla Vergine Maria. Dall’ascesa di figure nazional-religiose come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich nel 2022, la distinzione che i governi israeliani successivi tracciavano un tempo tra palestinesi cristiani e musulmani – spesso favorendo i primi – è in gran parte scomparsa.

Per la leadership nazional-religiosa israeliana la priorità assoluta è la giudaizzazione della terra tra il fiume e il mare, incluse le città e i villaggi cristiani palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza. Riconoscere la presenza storica del cristianesimo in Terra Santa non è più considerato una necessità strategica, così come non lo è preservare il turismo religioso e l’incentivo economico che esso rappresenta. Le successive guerre israeliane e il genocidio a Gaza hanno reso il pellegrinaggio sempre più insostenibile, spingendo molti cristiani a scegliere destinazioni come Grecia, Turchia o Spagna al posto della Terra Santa.

Mentre le critiche da parte dei leader religiosi si moltiplicavano, Israele si è mosso per riparare i propri rapporti con il cristianesimo mondiale. Ad aprile ha nominato George Deek, cittadino palestinese di Israele e diplomatico di carriera, Inviato Speciale per il Mondo Cristiano, incaricato di “approfondire i legami di Israele con le comunità cristiane in tutto il mondo”. Il messaggio pubblico di Deek, tuttavia, si è rivolto meno ai cristiani palestinesi che al pubblico occidentale. Ha descritto Israele come il “custode dei luoghi santi” e “l’avamposto del mondo occidentale”, legato all’Europa da comuni “radici giudaico-cristiane”.

Quelle dichiarazioni sono arrivate solo pochi giorni dopo che le autorità israeliane avevano imposto una chiusura record di 40 giorni di Haram Al-Sharif/Monte del Tempio durante il Ramadan e l’Eid Al-Fitr [festa di fine del Ramadan, ndt.], e avevano limitato l’accesso dei fedeli cristiani alla Chiesa del Santo Sepolcro per la Pasqua. Per le comunità musulmane e cristiane palestinesi di Gerusalemme, queste misure hanno rafforzato l’idea che la libertà di religione non possa essere difesa in modo selettivo, privilegiando una fede a scapito di un’altra.

Se la missione di Deek avrà successo da qualche parte, sarà probabilmente in Italia. Il paese non è solo il cuore geografico del cattolicesimo mondiale, ma con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni rappresenta anche un avamposto chiave dei valori dell’estrema destra europea, in particolare dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria. Eppure persino Meloni, il cui governo si è generalmente allineato tanto con Benjamin Netanyahu quanto con Donald Trump, ha recentemente preso posizione contro entrambi i leader, mentre i rapporti tra Israele e la gerarchia cattolica si sono deteriorati.

Meloni ha criticato pubblicamente le autorità israeliane dopo che al Cardinale Pizzaballa e al Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, fu impedito l’ingresso alla Chiesa del Santo Sepolcro. Ha inoltre biasimato Trump per i suoi attacchi verbali contro Papa Leone XIV. Insieme, questi scontri hanno rivelato tensioni all’interno di quella che sembrava essere una solida alleanza transatlantica di destra.

Agendo come capo di una Chiesa universale impegnata per la pace piuttosto che per blocchi geopolitici, Papa Leone ha scompaginato quell’allineamento. Rispondendo a Trump in aprile ha dichiarato: “Non ho paura”, affermando che la Chiesa avrebbe continuato a parlare con la propria voce, indipendentemente dal fatto che questa voce fosse gradita a Washington o a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




L’Occidente deve agire per salvare il dottor Hussam Abu Safiya prima che sia ucciso da Israele

James Smith

6 giugno 2026 Middle East Eye

Il dottor Abu Safiya deve essere rilasciato immediatamente. Lo stesso vale per tutti i detenuti palestinesi, compresi gli altri 82 operatori sanitari ancora nelle carceri israeliane.

Dopo due anni c’è il rischio imminente che venga ucciso nella famigerata prigione israeliana di Nitzan, dopo essere stato tenuto prigioniero per oltre 550 giorni.

Quel giorno di maggio 2024 l’equipaggio della nostra ambulanza si unì a un piccolo convoglio delle Nazioni Unite in viaggio verso il nord di Gaza. Ci era stato concesso un breve spiraglio per portare un’équipe medica norvegese all’ospedale Al Awda e poi trasferire dei pazienti di Kamal Adwan al sud di Gaza, dove avrebbero dovuto attendere l’evacuazione.

Ad Al Awda vedemmo i segni dei ripetuti attacchi israeliani all’ospedale. Le pareti erano crivellate di fori di proiettili di grosso calibro. Tra il terzo e il quarto piano c’era una enorme cavità spalancata dall’attacco israeliano all’ospedale nel novembre 2023, che aveva ucciso tre medici e l’accompagnatore di un paziente.

Raggiungemmo l’ospedale Kamal Adwan ben dopo mezzogiorno. I soldati israeliani ci avevano fermati al posto di blocco di Netzarim per quasi tre ore, il che significava che avevamo pochissimo tempo per identificare e trasferire in sicurezza i pazienti della nostra lista.

Venimmo accolti dal dottor Abu Safiya nel suo ufficio. Erano presenti anche rappresentanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di Medici Senza Frontiere (MSF), e fummo invitati a sederci mentre lui e i suoi colleghi ci spiegavano le numerose sfide che affrontavano come ospedale più a nord di Gaza.

Il ronzio assordante dei droni israeliani era incessante. Nonostante la costante minaccia di attacchi e la precaria scarsità di cibo, ci vennero offerti acqua e biscotti secondo la tradizione dell’ospitalità palestinese.

Maltrattamenti sfrontati

Il dottor Abu Safiya ci fece fare un giro dell’ospedale. I cortili e le scale erano affollati e i reparti pieni.

Fummo portati nel reparto di pediatria per vedere i bambini affidati alle sue cure: decine di bambini in condizioni critiche, alcuni visibilmente malnutriti e altri con urgente bisogno dei farmaci che Israele aveva bloccato impedendo che arrivassero agli ospedali di Gaza.

Quel giorno trasferimmo quattro bambini al sud di Gaza. Tre di loro avevano riportato ferite orribili a causa di un attacco israeliano, mentre il quarto necessitava di evacuazione urgente per un trapianto. Tutti erano stati curati meticolosamente dal dottor Abu Safiya e da infermieri e medici del Kamal Adwan con le poche risorse rimaste.

La volta successiva che vidi il dottor Abu Safiya fu otto mesi dopo, in un video che circolava online: si vedeva il medico camminare verso due veicoli blindati israeliani parcheggiati in una strada adiacente all’ospedale.

Era in piedi, procedeva dritto davanti a sé con indosso il camice bianco. Nelle settimane precedenti la struttura ospedaliera era stata ripetutamente attaccata, presa d’assalto e circondata. Decine di pazienti e membri dello staff erano stati uccisi all’interno dell’ospedale, e molti altri nelle immediate vicinanze.

Poi il dottor Abu Safiya fu fatto sparire con la forza. Si sapeva ben poco di dove si trovasse, o se fosse ancora vivo, finché un avvocato di al-Mezan [ONG palestinese in difesa dei diritti umani, ndt.] non riuscì a fargli visita nel febbraio del 2025.

A quel punto era già stato sottoposto a torture: spogliato, picchiato ripetutamente e tenuto in isolamento per lunghi periodi.

Due settimane dopo i media israeliani pubblicarono un video del dottor Abu Safiya, incatenato mani e piedi e circondato da guardie carcerarie israeliane. I loro volti erano ovviamente coperti: le guardie carcerarie e i soldati israeliani sanno che difficilmente saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni, ma nonostante ciò non vogliono correre rischi.

Il dottor Abu Safiya è detenuto da allora senza accusa né condanna, in base all’illegittima legge israeliana sui combattenti illegali, e durante questo periodo è stato sottoposto a torture e maltrattamenti sfrontati.

Violenza sadica

Nessuna prova è mai stata presentata per giustificare la detenzione del dottor Abu Safiya, né alcuna prova potrebbe mai giustificare la violenza sadica inflittagli.

Il suo crimine? Il fatto che abbia insistito a restare con i suoi pazienti. Che, a differenza del personale delle agenzie delle Nazioni Unite e delle ONG internazionali, si sia rifiutato di andarsene, e così facendo non abbia dato alcuna legittimità ai ripetuti tentativi di pulizia etnica da parte di Israele.

Le mani che curano e resistono alla cancellazione salvando vite umane saranno sempre considerate una minaccia per coloro la cui ambizione è il genocidio.

Ed è così che Israele genocida ha trattato il dottor Abu Safiya. Durante l’ultima visita del suo avvocato, il 2 luglio, era stato picchiato così brutalmente da essere quasi irriconoscibile.

Aveva difficoltà a respirare, era debole, sembrava sul punto di perdere conoscenza ed era profondamente angosciato.

“Questa è l’ultima volta che mi vedi… Mi hanno portato qui [nella prigione di Nitzan] per uccidermi”, ha detto il dottor Abu Safiya al suo avvocato.

La sua vita è in grave pericolo. Non c’è dubbio che il rischio sia reale; sei operatori sanitari palestinesi sono già stati uccisi nei centri di detenzione israeliani dall’ottobre 2023.

Dobbiamo agire

Coloro che avevano il potere di agire hanno invece scelto di restare a guardare mentre Israele semina morte e distruzione in tutta la Palestina e in altri paesi della regione.

La detenzione, la tortura e l’uccisione di palestinesi all’interno del sistema carcerario israeliano non sono un’eccezione, né opera di poche guardie carcerarie corrotte; rappresentano una delle conseguenze più nefaste dell’intrinseco bisogno di Israele di disumanizzare e opprimere il popolo palestinese.

Il dottor Hussam Abu Safiya deve essere rilasciato immediatamente. Così come tutti i detenuti palestinesi, compresi gli altri 83 operatori sanitari che ad aprile si trovavano ancora nelle carceri israeliane, 23 dei quali avevano lavorato anche all’ospedale Kamal Adwan.

Il nostro compito non può certo fermarsi qui. Non esiste un colonialismo di insediamento che rispetti i diritti umani, un apartheid dignitoso o un’occupazione umana.

La sopravvivenza di Israele come colonia di insediamento è imperniata sulla continua tortura e detenzione dei palestinesi e perciò non vi può essere alcuna prospettiva di por fine a questa depravazione finché al colonialismo di insediamento sarà permesso di prosperare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

James Smith è docente di Politiche e Pratiche Umanitarie presso l’UCL (University College London) e medico di pronto soccorso con sede a Londra. Ha lavorato a Gaza tra dicembre 2023 e gennaio 2024 e tra aprile e giugno 2024.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il 30% degli ebrei americani adulti afferma che Israele ha commesso un genocidio a Gaza

A.P.

7 luglio 2026 –Haaretz

Per come la vedo io stanno cercando di spazzare via una civiltà” ha affermato dell’azione militare israeliana contro i palestinesi Harold Kalmus, un democratico di 69 anni di Arden, Delaware, che si descrive come un ebreo per nascita.

Dopo decenni di solido sostegno bipartisan a Israele un nuovo sondaggio di AP e NORC rivela una netta erosione dell’appoggio verso l’alleato di lungo corso degli USA, con una crescente opposizione da parte dei democratici e segni di divisione tra i repubblicani.

La ricerca di Associated Press e NORC (Center for Public Affairs Research) [Centro di Ricerca per le Questioni Pubbliche] giunge in un momento in cui quello che una volta era il consenso su una questione di politica estera sta polarizzando sempre più gli americani in base a linee partitiche e generazionali animate dalla critica per il comportamento di Israele quasi tre anni dopo lo scoppio della sua ultima guerra contro Hamas a Gaza.

Circa un terzo degli adulti statunitensi, compresa più o meno metà dei democratici, ritiene che durante la guerra a Gaza Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi, un’accusa sollevata da alcune organizzazioni per i diritti umani e negata con veemenza da Israele e dal governo USA. Circa 2 americani su 10 affermano che Israele non lo ha fatto e il resto, approssimativamente la metà, non ne sa abbastanza per avere un’opinione.

Una percentuale simile, il 30%, di ebrei adulti sostiene che Israele ha commesso un genocidio, mentre circa la metà (il 49%) dice il contrario.

Harold Kalmus, un sessantanovenne democratico di Arden, nel Delaware, che si descrive come un ebreo per nascita, ha affermato che ricorda di essere stato orgoglioso di Israele quando era giovane. Ora non più.

Mi rendo conto che c’è una minaccia da parte di Hamas e che si trovano in una situazione molto difficile, ma quello che hanno fatto è semplicemente un orrore indicibile,” ha detto dell’azione militare israeliana contro i palestinesi. “Per come la vedo io stanno cercando di spazzare via una civiltà”

Quasi tre anni dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 con un bilancio di 1.200 persone uccise in Israele, in maggioranza civili mentre 251 ostaggi sono stati portati a Gaza, i dati mostrano opinioni su Israele nettamente peggiorate negli USA. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, e che non fa distinzione tra vittime civili e miliziani, a Gaza sono morti più di 73.000 palestinesi, compresi più di 1.000 uccisi dall’inizio dell’ultimo cessate il fuoco.

Secondo un altro sondaggio le simpatie americane si sono spostate verso i palestinesi e allontanate dagli israeliani più o meno dal 2020, ma da quando è iniziata l’ultima guerra a Gaza il divario si è notevolmente ampliato.

Molti americani, circa 4 su 10, non ne sanno abbastanza da dire se l’immediata risposta militare di Israele contro l’attacco di Hamas o le sue continue operazioni militari siano giustificate. Tra quanti hanno un’opinione in entrambi i casi molti dicono che la rappresaglia iniziale era motivata, ma una maggioranza [di questi] ritiene che le attuali azioni non lo siano.

Circa tre quarti degli ebrei adulti hanno detto che la risposta iniziale di Israele era giustificata, ma solo circa 4 su 10 lo pensano riguardo alle sue operazioni in corso.

Solo un terzo degli adulti statunitensi vede Israele come una questione “estremamente” o “veramente” importante per loro personalmente. Ma è stato un argomento scottante nella politica americana in quanto, a soli quattro mesi da elezioni di medio termine di cruciale importanza che determineranno l’equilibrio dei poteri nel Congresso per gli ultimi due anni di mandato del presidente Donald Trump, i rapporti tra i due Paesi rimangono tesi.

Recentemente il vice presidente JD Vance ha criticato i dirigenti israeliani che hanno manifestato frustrazione nei confronti di Trump mentre di recente nelle primarie di New York e del Colorado oppositori di Israele hanno sconfitto [candidati] sostenuti dall’establishment democratico.

Il sostegno democratico per Israele si riduce

Il sondaggio AP-NORC rileva uno cambiamento decisivo nel partito democratico. Circa il 58% dei democratici ora afferma che gli USA “appoggiano troppo” gli israeliani, in crescita rispetto al 45% di un sondaggio AP-NORC del gennaio 2024, quando era al potere l’ex-presidente Joe Biden. Ciò include nella nuova rilevazione il 51% degli ebrei democratici.

Circa 6 democratici su 10, il 62%, afferma che gli USA “non appoggiano abbastanza” i palestinesi, in aumento rispetto al 49% del 2024. I giovani democratici dai 45 anni in giù sono ancora più propensi rispetto ai più anziani a sostenere che gli Stati Uniti “non appoggiano abbastanza” i palestinesi, ma i democratici più anziani si stanno mettendo al passo con i giovani. Circa il 57% dei democratici anziani, rispetto al 39% di due anni fa, ora afferma che gli USA dovrebbero fare di più per i palestinesi.

Joy Jennik, democratica di 73 anni originaria di Brookfield, Wisconsin, ha affermato di non aver avuto forti convinzioni sui rapporti tra USA e Israele fin dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre.

Ora crede che Israele sia colpevole di genocidio.

Della Striscia di Gaza non è rimasto quasi niente. Quella povera gente sopravvive a stento” ha detto Jennik, insegnante di economia domestica in pensione.

Solo una piccola percentuale di repubblicani, il 13%, descrive le azioni di Israele come genocide, benché ci sia un’evidente differenza in base all’età. Circa 2 repubblicani su 10 sotto i 45 anni afferma che Israele ha commesso un genocidio, mentre lo dice solo 1 su 10 con un’età superiore ai 45 anni.

Nel complesso il 60% dei repubblicani descrive il sostegno degli USA a Israele come “giusto”. Solo circa 2 repubblicani su 10 sostengono che gli Stati Uniti sono “troppo favorevoli” agli israeliani, anche se i repubblicani sotto i 45 anni sono più propensi ad affermarlo.

La percentuale complessiva dei repubblicani secondo cui gli USA “appoggiano troppo” Israele non è cambiata in modo significativo dal 2024, ma quella di quanti sostengono che gli USA non lo fanno abbastanza è crollata dal 39% al 15%.

Mike Cardona, un repubblicano settantenne della periferia di Phoenix, ha affermato di essere soddisfatto del livello di appoggio che gli USA stanno fornendo a Israele e ha rifiutato l’opinione secondo cui Israele ha commesso un genocidio.

Speravo che intervenissero in modo più duro e meglio,” ha detto Cardona, venditore di prodotti industriali in pensione, riferendosi alle azioni militari di Israele a Gaza. “Sfortunatamente verranno uccisi alcuni innocenti, ma Hamas ed Hezbollah non ne hanno mai tenuto conto quando hanno ucciso bambini e donne in Israele.”

Netanyahu è generalmente impopolare, mentre le opinioni su Mamdani sono contrastanti

Nelle interviste varie persone interpellate hanno sottolineato che le loro critiche nei confronti di Israele erano concentrate sui suoi dirigenti, soprattutto sul primo ministro Benjamin Netanyahu, che dopo i ripetuti scontri con i presidenti democratici è percepito come strettamente associato a Trump.

Nel complesso solo il 20% degli adulti statunitensi ha un’opinione positiva del primo ministro israeliano, mentre quasi il doppio, 38%, esprime un parere negativo. Circa il 41% non ne sa abbastanza per esprimere un opinione.

Netanyahu è particolarmente impopolare tra gli ebrei adulti: approssimativamente 6 su 10 lo vedono negativamente, mentre un terzo circa positivamente.

I giovani adulti, indipendentemente dal partito, affermano con maggiore probabilità rispetto ai più anziani di non avere un’opinione su Netanyahu. Ma mentre i repubblicani più anziani lo vedono più positivamente che negativamente, le opinioni dei repubblicani più giovani tendono ad essere sfavorevoli.

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha assunto un certo rilievo come critico esplicito di Israele, e il 27% degli adulti statunitensi ha un’opinione favorevole del trentaquattrenne democratico socialista. Un altro 28% degli adulti USA ha un’opinione negativa, mentre il 44% non è in grado di esprimere un’opinione.

Gli ebrei adulti, che nella stragrande maggioranza si identificano con i democratici, ha un’opinione più positiva di Mamdani che di Netanyahu, con il 44% che vede il sindaco di New York positivamente, il 39% negativamente e il 17% non si esprime.

Complessivamente circa la metà dei democratici ha un’idea favorevole di Mamdani e solo 1 su 10 lo vede negativamente, mentre il resto, circa il 39%, non ha un’opinione.

Nel contempo i rapporti tra gli USA e Israele non sono in cima alle preoccupazioni di molti americani quando pensano alle imminenti elezioni di medio termine.

Per persone come Michael Ripka, addetto al palco di 34 anni di Casper, Wyoming, che in genere vota repubblicano, l’economia è di gran lunga la questione più importante a cui pensare.

Tutto quanto è terribilmente caro,” ha sostenuto. I conflitti in Medio Oriente, ha aggiunto, sono “al 100 per 100 un enorme diversivo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo un esperto la decisione di Hamas di sciogliere il governo di Gaza è un gesto di apertura verso Trump.

Sean Mathews

6 luglio 2026 – Middle East Eye

Il disarmo di Hamas è la questione “più spinosa” da risolvere, mentre Israele si consolida a Gaza e il cessate il fuoco è in fase di stallo.

La decisione di Hamas di sciogliere il proprio governo a Gaza, come spiegano gli esperti a Middle East Eye, vuole essere un messaggio rivolto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per fargli capire che l’organizzazione non rappresenta un ostacolo al suo traballante piano di pace per lenclave.

Lunedì Hamas ha annunciato lo scioglimento dell’organo che ha governato la Striscia di Gaza per quasi due decenni.

“Il capo del comitato di emergenza del governo, Mohammed al-Farra, ha ufficialmente presentato le sue dimissioni”, ha dichiarato all’AFP [agenzia di stampa francese, ndt.] Ismail al-Thawabta, responsabile dell’ufficio stampa del governo di Hamas.

“Ha anche deciso di sciogliere il comitato per facilitare la transizione amministrativa e governativa al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG)”, ha aggiunto.

Hamas governa Gaza dal 2006, anno in cui ha ottenuto la maggioranza nel parlamento palestinese e formato un governo. Poco dopo sono scoppiati i combattimenti tra Hamas e il suo rivale laico, Fatah. Hamas ha consolidato il suo controllo a Gaza mentre Fatah ha mantenuto quello della Cisgiordania attraverso l’Autorità Palestinese.

«Hamas sta segnalando a Trump di non essere un ostacolo al suo accordo di pace, a differenza di Israele, che bombarda e uccide ogni giorno», ha dichiarato a MEE Khaled Elgindy, ricercatore esperto nell’ambito del programma sul Medio Oriente presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft [Centro studi statunitense di politica estera, ndt.].

«Hamas è in realtà più propenso dell’Autorità Palestinese a rinunciare al governo civile di Gaza in favore del NCAG», ha aggiunto Elgindy, riferendosi al rivale di Hamas, che esercita un governo limitato nella Cisgiordania occupata.

«Questa mossa non è sorprendente né inaspettata, ma è degna di nota», ha concluso.

Il NCAG è il comitato di tecnocrati palestinesi di Gaza incaricato di governare gli affari quotidiani nell’enclave nell’ambito dell’accordo di pace mediato da Stati Uniti, Qatar ed Egitto nel settembre 2025 per porre fine al genocidio israeliano nell’enclave, dove sono stati uccisi oltre 73.000 palestinesi.

Il comitato non è stato in grado di entrare a Gaza, per cui ha sede al Cairo.

Violazioni israeliane

Nel frattempo Israele ha continuato a lanciare attacchi contro Gaza, uccidendo oltre 1.000 persone da quando è stato firmato il cessate il fuoco.

Israele ha limitato l’ingresso degli aiuti umanitari nell’enclave e negli ultimi mesi ha anche ampliato la sua presenza militare, prendendo il controllo di quasi il 70% del territorio di Gaza.

Il “Comitato per la Pace” di Trump non ha condannato i continui attacchi contro Gaza e le appropriazioni di terra da parte di Israele. Secondo il quotidiano israeliano Israel Hayom, starebbe anche supervisionando un piano per confinare i palestinesi nelle cosiddette “zone umanitarie libere da Hamas”.

Il Comitato ha dichiarato di aver “preso atto” della decisione di Hamas e ha chiesto un “raggruppamento di tutte le armi sotto il controllo del NCAG”.

Il NCAG ha affermato di essere pronto ad assumere il governo civile di Gaza.

Dichiariamo che il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza è pienamente preparato ad assumere le proprie responsabilità nazionali non appena saranno disponibili le risorse e le capacità necessarie”, ha scritto su X Ali Shaath, capo del comitato, aggiungendo: “I requisiti fondamentali per il successo del comitato sono un’autorità unica, una legge unitaria con un mandato chiaro e un’unica forza armata sotto l’autorità di questa singola entità“.

Israele ha risposto all’annuncio di Hamas chiedendo la “completa smilitarizzazione della Striscia di Gaza”.

In base al piano di pace del 2025 Hamas ha accettato di disarmare le proprie truppe in seguito al ritiro di Israele dall’enclave. Tuttavia, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato pubblicamente che Israele intende rafforzare il proprio controllo territoriale su Gaza.

Elgindy ha spiegato a MEE che l’annuncio di Hamas mira a dimostrare la propria buona fede riguardo al piano di pace, rimandando al contempo la questione “più spinosa” della smilitarizzazione.

“Hamas vuole rimuovere un pretesto che permette a Israele di continuare ad attaccare Gaza. Ma Netanyahu vuole una guerra permanente e la questione delle armi di Hamas è l’argomento più spinoso”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Secondo B’Tselem Israele in Cisgiordania sta uccidendo il maggior numero di minori palestinesi dal 1967

Redazione di MEE

29 giugno 2026 – Middle East Eye

L’associazione per i diritti umani afferma che, nonostante l’elevato numero di vittime, nessuno è stato incriminato per l’uccisione di minori palestinesi dall’ottobre 2023 nella Cisgiordania occupata

Lunedì B’Tselem ha detto che le forze israeliane stanno uccidendo il maggior numero di minori palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 1967, contando nel 2025 54 minori uccisi da colpi di arma da fuoco.

Il gruppo israeliano per i diritti umani ha affermato che quasi un palestinese su quattro ucciso dalle forze israeliane nei territori occupati dall’ottobre 2023 era minorenne, la percentuale più alta dall’inizio dell’occupazione.

Nonostante l’elevato numero di minori morti, nessuno è stato ritenuto responsabile e non sono note incriminazioni legate agli omicidi dall’ottobre 2023.

B’Tselem ha affermato che le morti non sono state “errori isolati o violazioni degli ordini militari”.

Al contrario, l’organizzazione ha affermato che tali uccisioni sono il risultato di una politica israeliana che consente regole di ingaggio permissive, etichetta sistematicamente i palestinesi come “terroristi” e protegge i soldati che fanno uso di forza letale.

“L’uccisione diffusa e senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania è il risultato di una più ampia politica israeliana che permette l’uccisione di palestinesi praticamente senza che i responsabili vengano chiamati a risponderne”, ha dichiarato Yuli Novak, direttore esecutivo di B’Tselem.

“Quando il comandante militare dell’area si vanta che Israele sta uccidendo palestinesi ‘come non si uccideva dal 1967’, sta confermando esattamente questo: il sistema non si limita a sostenere chi preme il grilletto, ma di fatto gli concede la licenza di uccidere”.

Via libera all’uccisione di minori

All’inizio di quest’anno il comandante militare israeliano della Cisgiordania occupata, Avi Bluth, ha affermato che l’esercito stava uccidendo palestinesi a livelli “mai visti dal 1967”.

Ha rilasciato queste dichiarazioni in un incontro riservato in cui ha anche difeso le regole di ingaggio più permissive che consentono alle truppe di aprire il fuoco su palestinesi disarmati.

Bluth ha riconosciuto un approccio discriminatorio in base al quale gli israeliani ebrei che lanciano pietre non vengono presi di mira, mentre i palestinesi che compiono azioni simili vengono uccisi.

“In tre anni abbiamo ucciso 1.500 terroristi”, ha detto, riferendosi ai palestinesi.

“Allora come mai non c’è un’intifada? Perché non scendono in piazza? Perché l’opinione pubblica palestinese è indifferente? Perché non ci sono disordini?”

Bluth, un colono che comanda le forze israeliane in Cisgiordania dal 2024, ha aggiunto: “Gli arabi capiscono che ‘se qualcuno si alza per ucciderti, uccidilo per primo’ fa parte delle regole in Medio Oriente, e quindi stiamo uccidendo come non facevamo dal 1967”.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno ucciso 1.105 palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, tra cui almeno 242 minori.

B’Tselem ha affermato che in quasi un quarto dei casi documentati le forze israeliane hanno “ritardato o impedito al personale medico” di raggiungere i minori feriti, contribuendo alla loro morte.

L’associazione ha anche affermato che Israele ha sequestrato decine di corpi di palestinesi uccisi. [Le salme di] almeno 18 minori uccisi nel 2025 sono ancora detenute dalle autorità israeliane.

Sebbene la dichiarazione di B’Tselem si concentri principalmente sulla Cisgiordania occupata, l’organizzazione afferma che le uccisioni sono collegate a quelle di Gaza. Una caratteristica particolare del genocidio israeliano a Gaza è stato che si sia concentrato in particolare sui minori.

“Le uccisioni in Cisgiordania non possono essere separate dall’uccisione da parte di Israele di oltre 21.000 minori palestinesi nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato B’Tselem.

“Permettendo a Israele di uccidere su tale scala a Gaza senza conseguenze, la comunità internazionale gli ha di fatto dato il via libera per perseguire la stessa politica mortale in Cisgiordania. Finché Israele continuerà a godere di un’impunità pressoché totale nel mondo, le vite dei palestinesi, compresi i bambini, rimarranno indifese e in pericolo”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Prima non c’erano innocenti a Gaza. Adesso l’IDF sta applicando la stessa politica in Cisgiordania

Gideon Levy

28 giugno 2026 – Haaretz

Il 7 ottobre, che ha giustificato un genocidio a Gaza, ha eliminato ogni ritegno anche in Cisgiordania. Adesso la sentenza che non ci sono civili innocenti è stata applicata anche ai palestinesi della Cisgiordania

Il 7 ottobre ha sconvolto la Cisgiordania.

Come in Israele, niente è come era prima del 7 ottobre tra Jenin e Hebron. E’ un’occupazione con nuove regole, più crudele di sempre. Il 7 ottobre non è stato sparato un solo colpo dai palestinesi in Cisgiordania, e neppure nella maggior parte dei tanti giorni seguenti, eppure vengono puniti da Israele come non lo sono mai stati dalla Nakba.

La sentenza secondo cui non ci sono civili innocenti nella Striscia di Gaza è stata applicata anche agli abitanti della Cisgiordania, cosa per cui è consentito e necessario fare loro violenza più che mai. La Cisgiordania da parte sua sta rispondendo con una totale impotenza, come accadde ai suoi abitanti nel 1967.

Dal 7 ottobre Israele ha adottato una politica di vessazioni continue e

crescenti, nonostante il lungo periodo trascorso da allora. La punizione della Cisgiordania si sta configurando come un ergastolo. I suoi abitanti si sono comportati perfettamente per quanto riguarda Israele, sottomessi, sanguinanti e senza leadership. Non hanno espresso alcuna significativa opposizione a ciò che si sta facendo ai loro fratelli a Gaza, ma questo non li ha aiutati. La loro colpa era e resta il fatto che sono palestinesi. Terrorismo o no, sono sempre colpevoli.

Il 7 ottobre, che ha reso possibile un genocidio a Gaza, ha anche spento ogni ritegno in Cisgiordania. Mentre Israele piangeva i suoi morti e i suoi ostaggi i coloni sono stati veloci a cogliere un’opportunità d’oro. Con la loro astuzia hanno capito che era arrivato il momento per cui avevano pregato per tutti quegli anni: una grande guerra motivata da un desiderio di vendetta, con la cui copertura si può fare qualunque cosa.

La rivoluzione in Cisgiordania è avvenuta lungo diversi binari, ben pianificati e coordinati, soffocando i suoi abitanti in tutti i modi. Ciò ha comportato mosse draconiane che non sono cambiate da allora e sono probabilmente destinate a restare per sempre. Da tutte le parti è un inferno e gli israeliani hanno distolto lo sguardo da ciò che accade a ovest della linea verde

La Cisgiordania è stata accerchiata quasi ermeticamente. Centinaia di cancelli gialli che erano stati installati all’entrata di ogni città e villaggio palestinese sono stati chiusi e sbarrati. Ad oggi non esiste una comunità in Cisgiordania che non sia sotto assedio almeno parziale. Le principali entrate in città come Nablus, Hebron e Ramallah sono state chiuse come le entrate ai villaggi e gli abitanti sono costretti a percorrere strade sterrate. Non ci sono più strade normali per i palestinesi.

Il folle assedio continua fino ad oggi. Non ha niente a che fare con la sicurezza. La settimana scorsa il consulente legale dell’esercito israeliano responsabile della Cisgiordania si è ricordato di rimarcare che l’esercito stava limitando illegalmente la libertà di movimento dei palestinesi (come ha riferito giovedì il giornalista di Haaretz Yaniv Kubovich). E’ gentile che se ne sia ricordato, ma la sua dichiarazione non cambierà nulla. I coloni vogliono strade su cui i palestinesi non possono circolare, ed è quello che otterranno.

La seconda disgrazia capitata ai palestinesi è stato il totale divieto di lavorare in Israele, che significa un totale divieto di guadagnarsi da vivere per quasi tre anni.

Anche le incursioni dell’esercito sono diventate più frequenti e arbitrarie di prima. Poi sono arrivati i pogrom. E poi le “squadre di sicurezza” dei coloni locali, un mistificante nome per le milizie dei coloni. Ogni coordinatore locale per la sicurezza è diventato un generale e ogni colono un re. Sono stati installati con la violenza circa 150 avamposti, che si sono impossessati di centinaia di migliaia di acri, più di qualunque altro programma “ufficiale” di insediamento.

E poi è arrivato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che ha trasformato le prigioni dove sono detenuti migliaia di prigionieri – alcuni dei quali innocenti, per la maggioranza prigionieri politici, molti altri detenuti senza processo – in terribili centri di tortura. Le persone vi muoiono di fame.

Inoltre l’esercito ha allentato le sue regole d’ingaggio. Dal 7 ottobre più di un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nella tranquilla Cisgiordania, compresi oltre 200 minori. Ben pochi di loro costituivano un pericolo, se poi lo costituivano, per qualcuno. I soldati che hanno combattuto nella Striscia di Gaza, i loro invidiosi amici e gli squilibrati coloni assetati di sangue hanno tutti abbracciato le uccisioni indiscriminate come un modus operandi anche in Cisgiordania.

Tutto questo è accaduto senza che vi fosse quasi nessuna attività terroristica in Cisgiordania. Tutto questo è accaduto per oltre tre anni, senza che se ne veda la fine. Forse è ora di dire basta?

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ONU sostiene che Israele perpetra il genocidio mirando ai bambini palestinesi

Redazione di Middle East Monitor

23 giugno 2026 Middle East monitor

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato martedì Israele continua a commettere genocidio e altri crimini atroci prendendo deliberatamente di mira i bambini palestinesi.

“Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi macchiandosi di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza e di crimini di guerra in Cisgiordania”, si legge nel rapporto pubblicato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est, e Israele.

La Commissione ha affermato di aver concluso lo scorso anno che Israele ha operato un genocidio contro i palestinesi a Gaza, e ha constatato che l’intensità e la sistematicità delle operazioni militari israeliane sono continuate causando morti, feriti e traumi senza precedenti tra i bambini palestinesi.

“Il deliberato attacco ai bambini è uno degli elementi chiave che dimostrano l’intento genocida delle autorità e delle forze di sicurezza israeliane nel distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese a Gaza”, ha affermato la Commissione.

“Le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”, ha dichiarato Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione.

“Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 i bambini continuano a essere uccisi e gravemente feriti, con il continuo disprezzo da parte di Israele per il cessate il fuoco e per la protezione dovuta ai bambini palestinesi secondo il diritto internazionale”, ha aggiunto.

“Bambini palestinesi sono stati arrestati e sottoposti a torture e altre gravi forme di maltrattamento nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani, senza che fossero rilasciate informazioni sulla loro ubicazione”, ha concluso la Commissione.

“Le forze di sicurezza israeliane hanno usato anche violenza sessuale contro i bambini come parte di un processo collettivo di umiliazione e oppressione, radicato in un esteso modello etnico, di genere e intergenerazionale di occupazione e aggressione israeliane”, aggiunge il rapporto.

Il documento afferma che gli attacchi israeliani contro i centri di assistenza neonatale e materna a Gaza hanno danneggiato direttamente la sopravvivenza dei neonati e il futuro riproduttivo dei palestinesi, causando un aumento degli aborti spontanei, delle malformazioni congenite e di vulnerabilità permanenti tra i neonati.

“La fame imposta da Israele attraverso il blocco e l’assedio ha ulteriormente causato la morte di bambini palestinesi e ha gravemente compromesso la salute di molti altri, privandoli di un’alimentazione essenziale e aumentando il rischio di malattie in un contesto di ridotta copertura vaccinale, insicurezza alimentare e servizi sanitari distrutti”, prosegue il rapporto.

“Anche se le bombe e le armi tacessero a Gaza e in Cisgiordania, i bambini palestinesi non si riprenderebbero semplicemente da un giorno all’altro”, ha affermato Muralidhar. “La distruzione della loro salute, istruzione e sviluppo è irreversibile”.

“La protezione, la cura e la sopravvivenza dei bambini palestinesi sono inseparabili dal diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”, ha affermato Muralidhar. “Prendendo di mira i bambini, Israele attacca la capacità stessa del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro”.

La Commissione ha dichiarato di aver identificato unità militari israeliane responsabili dell’uccisione e del ferimento di bambini palestinesi e ha formulato raccomandazioni a Israele e agli Stati membri delle Nazioni Unite per garantire che i responsabili vengano incriminati.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza dalla fine del 2025 gli attacchi israeliani hanno ucciso 1.021 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.249, in violazioni quotidiane del cessate il fuoco in vigore.

La guerra genocida di Israele contro Gaza, iniziata nell’ottobre 2023, ha causato la morte di 73.032 persone, il ferimento di oltre 173.300 e la distruzione di circa il 90% delle infrastrutture dell’enclave; le Nazioni Unite stimano che i costi di ricostruzione ammontino a circa 70 miliardi di dollari.

Dall’ottobre 2023 le città e i paesi della Cisgiordania sono stati teatro di raid israeliani quasi quotidiani, con arresti e perquisizioni domiciliari. Secondo i dati ufficiali palestinesi l’intensificarsi degli attacchi da parte dell’esercito israeliano e degli occupanti ha causato la morte di 1.173 palestinesi, il ferimento di 12.666, l’arresto di circa 23.000 persone e lo sfollamento di 33.000.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La Corte Penale internazionale deve indagare sull’uso genocidario della violenza sessuale da parte di Israele.

Triestino Mariniello e Mariagiulia Giuffré

22 giugno 2026 – Al Jazeera

Esistono sempre più prove della natura sistematica delle aggressioni sessuali contro i detenuti palestinesi.

Prima degli eventi dell’ottobre 2023 le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato per decenni accuse di violenza e abuso sessuale contro i detenuti palestinesi reclusi nelle carceri israeliane. Dall’ottobre 2023 queste organizzazioni hanno segnalato un netto aumento della frequenza e della gravità di tali violazioni, documentando violente aggressioni perpetrate da guardie carcerarie e soldati israeliani.

Il documentario di Al Jazeera recentemente pubblicato, “Bodies of Evidence” [Corpi di Reato, ndt.], offre scioccanti testimonianze personali di sopravvissuti palestinesi e ulteriori dettagli sul funzionamento interno del sistema che ha portato alla costituzione della commissione sulle torture sessuali contro donne, uomini e bambini palestinesi.

Con l’accumularsi di queste prove sta emergendo un quadro inquietante di un più ampio schema di violenza sessuale nel sistema carcerario israeliano, finalizzato all’umiliazione, al dominio, alla disumanizzazione e alla distruzione. Sembra sempre più evidente che Israele abbia utilizzato la violenza sessuale come arma nel quadro della sua campagna genocidaria contro il popolo palestinese.

Israele utilizza un vasto apparato penitenziario per controllare la popolazione palestinese occupata dal 1967. Secondo le stime, da allora oltre 750.000 palestinesi sono stati reclusi nel sistema carcerario israeliano. Attualmente nelle prigioni israeliane ci sono almeno 9.500 detenuti palestinesi, tra cui oltre 360 ​​minori. Circa 3.500 palestinesi sono imprigionati in regime di “detenzione amministrativa”, ovvero senza accusa né processo. Inoltre più di 1.300 palestinesi provenienti da Gaza sono detenuti in carceri militari.

Le testimonianze dei sopravvissuti dimostrano che gli abusi non si limitano alle prigioni ma si verificano in ogni fase della detenzione: dall’arresto durante perquisizioni domiciliari, alle irruzioni in ospedale, ai controlli ai posti di blocco o durante le operazioni militari, fino al trasferimento, all’interrogatorio, alla reclusione e alla comparizione davanti ai tribunali militari.

Di conseguenza la responsabilità è condivisa tra diversi attori all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano: l’esercito, la polizia, il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che dipende dal Ministero della Sicurezza Nazionale, e il servizio di intelligence Shin Bet, che opera sotto l’autorità del Primo Ministro.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha recentemente indicato diversi funzionari israeliani come “collaboratori” negli abusi sui prigionieri palestinesi, tra cui il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, il commissario capo, il consulente legale e il responsabile medico dell’IPS, rispettivamente: Kobi Yaakobi, Eiran Nahon, il dottor Liav Goldstein.

I detenuti palestinesi hanno denunciato di essere stati sottoposti a vari abusi: spogliazione forzata, bendaggio, ammanettamento, percosse, fame, privazione del sonno, aggressioni ai genitali, violenza sessuale, stupro con oggetti o cani, umiliazioni di fronte a soldati e altri detenuti, negazione di cure mediche e intralcio al procedimento giudiziario.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha iniziato ad arrestare in massa i palestinesi di Gaza e a inviarli in campi di detenzione gestiti da militari. Sde Teiman, una base militare israeliana convertita in centro di detenzione è diventata tristemente nota per gli abusi generalizzati, grazie anche ad un video trapelato che mostrava dei soldati aggredire un detenuto palestinese, video che ha suscitato una condanna internazionale ma non ha portato ad alcuna azione di accertamento delle responsabilità.

L’importanza di documentare questi ripetuti abusi risiede anche nel modello che essi rivelano. Rapporti, testimonianze di sopravvissuti e informazioni raccolte da organizzazioni per i diritti umani smentiscono l’affermazione che tali episodi siano atti isolati commessi da poche “mele marce”. Al contrario, indicano un modello più ampio di violenza sistematica perpetrata da autorità dello stato.

Dal punto di vista legale la distinzione è cruciale: un singolo atto di violenza sessuale viene trattato in modo molto diverso da aggressioni ripetute e generalizzate. Un singolo atto di violenza sessuale commesso nel contesto di un’occupazione bellica può configurarsi come crimine di guerra. Tuttavia quando tali atti sono sistematici possono costituire crimini contro l’umanità. Quando la tortura sessuale viene inflitta a membri di un gruppo protetto con l’intento di distruggere tale gruppo in tutto o in parte può anche configurarsi come genocidio.

Nei contesti genocidari la violenza sessuale ha lo scopo di attaccare l’individuo attraverso il gruppo e il gruppo attraverso l’individuo. Utilizza lo stigma come arma. Trasforma il corpo nel campo di battaglia per la distruzione del gruppo.

Le testimonianze dei sopravvissuti palestinesi mostrano chiaramente la disumanizzazione – il fondamento ideologico del genocidio – in atto. L’azione genocida inizia con un cambiamento della percezione del gruppo preso di mira. La vittima viene prima privata della sua individualità, poi della sua dignità, infine della sua umanità. Fin dall’inizio del genocidio a Gaza i palestinesi sono stati identificati come “animali umani” da alti funzionari israeliani. Di conseguenza la violenza non solo è diventata ammissibile ma addirittura incoraggiata.

Le testimonianze di soldati che ridono, filmano, applaudono, deridono e si vantano di violenze sessuali e di altro genere hanno una rilevanza giuridica. Suggeriscono non solo che gli abusi si siano verificati ma anche che siano stati normalizzati.

La Convenzione sul genocidio non definisce il genocidio solo come uccisione. Include anche il causare gravi danni fisici o mentali ai membri di un gruppo protetto, l’infliggere deliberatamente condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione del gruppo e l’imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo.

La violenza sessuale può rientrare in queste categorie. Non è necessario che comporti la sterilizzazione per essere rilevante ai fini del divieto, sancito dalla Convenzione, di misure volte a impedire le nascite. La tortura sessuale può causare danni fisici permanenti agli organi riproduttivi, aumentando il rischio di infertilità, complicazioni in gravidanza e problemi cronici di salute riproduttiva.

Può inoltre portare a gravi traumi psicologici e difficoltà nelle relazioni intime, nelle relazioni interpersonali e nella futura genitorialità. La violenza mirata ai genitali, lo stupro con oggetti, l’elettrocuzione, la nudità forzata, le minacce di esposizione sessuale e la distruzione psicologica della vita sessuale e familiare possono quindi essere tutte pratiche perpetrate con l’intento di annientare la capacità di un gruppo di riprodursi biologicamente e socialmente.

Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda lo ha riconosciuto nella storica sentenza Akayesu. In quel caso il Tribunale ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire genocidio se commessi con intento genocida. In altre parole, ha ammesso che la violenza sessuale può essere un metodo di distruzione di un gruppo. In Ruanda è stata effettivamente utilizzata con l’intento di distruggere la popolazione dei Tutsi.

In Bosnia la violenza sessuale è stata usata come arma di persecuzione etnica, con l’intento di contribuire alla distruzione o all’allontanamento di gruppi specifici da determinate aree. In Myanmar, i crimini di genere contro i Rohingya sono parte integrante della campagna genocidaria.

Come ampiamente riportato il sistema giudiziario israeliano è restio, e probabilmente persino incapace, di perseguire qualsiasi crimine grave, compresa la violenza sessuale, commesso da cittadini israeliani contro palestinesi. Commissioni d’inchiesta indipendenti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato che il sistema di giustizia militare israeliano presenta carenze strutturali, procedurali e istituzionali che compromettono l’effettiva individuazione dei responsabili delle presunte violazioni del diritto internazionale. Quando un sistema giudiziario è strutturato in modo tale da proteggere di fatto i presunti autori dei reati anziché garantire che questi rendano conto delle proprie azioni davanti alle vittime, esso non riesce a scoraggiare le violazioni gravi e, di conseguenza, favorisce il protrarsi di comportamenti illeciti, comprese le forme più gravi di abuso.

Laddove si riscontri uno schema coerente di gravi accuse è necessario avviare con urgenza un’indagine al livello giuridico competente. La Corte penale internazionale (CPI) deve indagare sulla violenza sessuale contro i palestinesi non solo come crimine di guerra. Alla luce della natura diffusa e sistematica di tale violenza l’Ufficio del Procuratore della CPI deve considerare questi atti come potenziali crimini contro l’umanità. Nel contesto della devastazione di Gaza, delle detenzioni di massa, degli sfollamenti forzati, della fame, della disumanizzazione e delle torture sistematiche la Corte deve anche indagare sulla violenza sessuale come potenziale atto genocida.

La natura sistematica della presunta violenza sessuale contro i palestinesi richiede che le indagini non si limitino ai diretti o materiali autori di tali crimini. Laddove tali atti siano stati denunciati in carceri o strutture di detenzione militari l’ambito investigativo deve estendersi all’intera catena di responsabilità, includendo singole guardie o soldati accusati di aver commesso gli abusi, supervisori diretti responsabili della loro condotta e comandanti delle strutture che sovrintendono alle operazioni di detenzione.

Nel caso di detenzione militare la responsabilità può estendersi ai comandanti di unità, alle autorità di polizia militare e al Procuratore Generale Militare israeliano, responsabile della supervisione delle indagini e dei procedimenti giudiziari nell’ambito del sistema di giustizia militare.

Laddove la detenzione sia amministrata da strutture carcerarie civili, come l’IPS (Servizio Penitenziario Israeliano), la responsabilità può estendersi anche ai direttori delle carceri, ai comandanti regionali e agli alti funzionari amministrativi responsabili delle politiche e delle condizioni di detenzione.

A livello di politica e supervisione il controllo può inoltre includere le autorità del Ministero della Difesa e, ove pertinente, i funzionari di livello ministeriale responsabili dell’amministrazione penitenziaria, delle politiche di detenzione e dell’approvazione delle prassi sistemiche che riguardano i detenuti.

Se la Corte Penale Internazionale non persegue questi atti criminali la conseguenza non sarà solo l’impunità, ma anche l’erosione della funzione deterrente del diritto penale internazionale stesso. In contesti in cui gravi violazioni sono ampiamente e ripetutamente documentate la persistente mancata persecuzione rischia di normalizzare modelli di abuso e di radicarli nella prassi istituzionale.

L’assenza di un effettivo accertamento di responsabilità crea quindi le condizioni in cui l’impunità si autoalimenta: un ambiente permissivo in cui le violazioni possono ripetersi con un ridotto timore di indagini o sanzioni. In questo senso, l’impunità non è semplicemente la conseguenza dell’abuso, ma il terreno fertile in cui esso può persistere ed espandersi, includendo le forme più gravi di maltrattamento come la tortura sessuale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Triestino Mariniello è professore di diritto presso la Liverpool John Moores University nel Regno Unito. È inoltre membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza dinanzi alla Corte penale internazionale (CPI).

La dottoressa Mariagiulia Giuffré è una giurista di fama internazionale specializzata in diritto internazionale ed europeo, diritti umani e diritto dell’immigrazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il killer silenzioso di Gaza

Taqwa Ahmed Alwawi

15 giugno 2026 – Palestine Deep Dive

Mentre gli ospedali collassano e la fame aumenta un’epidemia respiratoria espone la crescente catastrofe sanitaria di Gaza.

A metà gennaio 2026 il collasso del sistema sanitario di Gaza aveva raggiunto un punto di svolta catastrofico. I corridoi degli ospedali erano già sovraffollati di pazienti affetti da malnutrizione, malattie croniche e lesioni legate al genocidio quando una nuova ondata di malattie respiratorie ha iniziato a diffondersi rapidamente nella Striscia. Il 14 gennaio il dottor Muhammad Abu Salmiya, direttore del complesso medico Al-Shifa, ha avvertito pubblicamente che i virus respiratori si diffondevano a una velocità allarmante, travolgendo un sistema sanitario che aveva perso da tempo la capacità di rispondere.

I medici riscontravano un significativo aggravarsi delle malattie respiratorie stagionali. Il personale medico ha riferito sintomi insolitamente gravi, tra cui febbre alta prolungata, estrema stanchezza, intenso dolore corporeo e difficoltà respiratoria acuta. Questi sintomi sono più pericolosi tra i bambini malnutriti, i pazienti anziani e quelli con preesistenti patologie.

A causa della distruzione dei laboratori, dellassenza di test diagnostici e della mancanza di strutture operative in grado di effettuare test su larga scala, i medici non sono in grado di confermare lesatto ceppo del virus a Gaza, né sono autorizzati a inviare test al di fuori di Gaza. Di conseguenza i medici non hanno accesso ai vaccini specifici per la malattia in circolazione. Si basano invece sui sintomi clinici e sui modelli ricorrenti tra i pazienti per acquisire una comprensione della malattia. Molti sospettano che si tratti di un ceppo influenzale mutato o di uninfezione respiratoria simile al coronavirus, esacerbata dalla fame e dallo stress cronico.

Le malattie che i medici non riescono a identificare con precisione a causa della mancanza di test diagnostici e di laboratori funzionanti possono includere sia infezioni comuni che ceppi potenzialmente sconosciuti. Ciò che è evidente tuttavia è che in un sistema sanitario privato di medicinali, attrezzature e personale, e in una popolazione già indebolita da una crisi prolungata, queste malattie stanno diventando molto più gravi di quanto sarebbero normalmente. Condizioni patologiche che di solito si risolverebbero con riposo e cure di base si stanno invece aggravando, trasformandosi in malattie prolungate e debilitanti, sempre più difficili da trattare.

Abu Salmiya, direttore del Complesso Medico Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza, ha sottolineato che la diffusione delle infezioni non avviene nel nulla; il sistema immunitario della popolazione di Gaza è stato sistematicamente indebolito dalla fame prolungata, dai ripetuti spostamenti forzati e da oltre due anni di incessanti attacchi militari israeliani. I virus respiratori agiscono su corpi già debilitati dalla fame, dalla disidratazione, dallo stress cronico e dai traumi.

I medici spiegano che la mancanza di cibo ha lasciato molti pazienti con una risposta immunitaria gravemente compromessa. Le infezioni minori persistono, peggiorano e si diffondono, mentre la guarigione diventa lenta o impossibile. In questo contesto un virus stagionale che altrimenti sarebbe gestibile è diventato potenzialmente fatale.

Strutture sanitarie al collasso

Gli ospedali di Gaza operano ben oltre le loro capacità. In diverse strutture l’occupazione dei posti letto ha superato il 150%, mentre l’assistenza preventiva di routine, comprese le vaccinazioni annuali per bambini, anziani e persone con malattie croniche, è di fatto collassata. In molti casi i vaccini sono semplicemente non disponibili.

Quello che sta accadendo a Gaza è la prevedibile conseguenza di una distruzione deliberata e sistematica delle infrastrutture sanitarie pubbliche.

Dall’ottobre 2023 i raid aerei e le operazioni di terra israeliane hanno danneggiato o distrutto ospedali, cliniche, ambulanze e infrastrutture mediche, mentre centinaia di operatori sanitari sono stati uccisi e feriti durante l’offensiva.

Alla fine del 2025 solo una frazione degli ospedali di Gaza era seppure solo parzialmente funzionante. Le unità di terapia intensiva operavano regolarmente oltre la loro capacità, mentre la carenza di carburante, elettricità, acqua potabile e forniture mediche paralizzava i servizi essenziali. Bambini e anziani sono particolarmente vulnerabili. I medici sono stati costretti a eseguire interventi chirurgici senza un’anestesia adeguata e, a volte, senza un’illuminazione affidabile a causa delle interruzioni di corrente.

Nel corso del genocidio l’ospedale Al-Shifa, il più grande complesso medico di Gaza, è stato ripetutamente attaccato, assediato ed evacuato con la forza. Ai pazienti veniva ordinato di andarsene anche in condizioni critiche, alcuni costretti a percorrere lunghe distanze sotto il fuoco nemico.

Il 23 novembre 2023 il dottor Muhammad Abu Salmiya è stato arrestato dalle forze israeliane mentre accompagnava un convoglio di evacuazione medica coordinato dalle Nazioni Unite. È stato detenuto in Israele per circa sette mesi senza accusa né processo ed è stato rilasciato il 1° luglio 2024 senza alcuna incriminazione formale. La sua detenzione ha allontanato uno dei più alti dirigenti sanitari di Gaza in un momento in cui il sistema sanitario era già al collasso.

Collasso sistematico

Nei campi profughi e nei rifugi sovraffollati le famiglie sono costrette a sopravvivere con un apporto calorico minimo e a bere acqua non potabile, con servizi igienici inadeguati. In alcune zone del nord di Gaza, in seguito alla chiusura delle stazioni di pompaggio per carenza di carburante, le acque reflue si riversano nelle aree residenziali. In queste condizioni le malattie infettive si diffondono rapidamente. Le infezioni respiratorie acute, le malattie simil-influenzali e altre patologie trasmissibili sono aumentate vertiginosamente, soprattutto nei rifugi sovraffollati dove il distanziamento fisico e l’igiene di base sono impossibili.

Per capire come l’epidemia stia influenzando la vita quotidiana ho parlato con diversi abitanti di Gaza che, in base ai loro sintomi, i medici ritengono siano contagiati da un virus respiratorio. Le loro testimonianze erano sorprendentemente simili e riflettevano un’esperienza condivisa e ricorrente in tutta la Striscia. “Qui la gente non muore più solo per le bombe”, mi ha detto un abitante del luogo, “muore di fame e di malattie”.

Osama, un diciannovenne che vive nella zona centrale di Gaza, ha descritto sintomi iniziati solo due giorni prima del nostro incontro, ma che si sono aggravati rapidamente. Ha parlato di forti mal di testa, estrema debolezza muscolare, nausea e completa perdita di appetito: sintomi che, a suo dire, erano di gran lunga peggiori di qualsiasi influenza avesse mai avuto. Come altre persone con cui ho parlato, Osama aveva cercato di farsi curare, ma aveva scoperto che non cerano farmaci disponibili.

Aggravata dalla grave carenza di cibo e medicine la malattia lo ha lasciato esausto e in gran parte incapace di muoversi durante il giorno, impedendogli di svolgere le attività più elementari. La sua più grande paura è che, senza accesso a cure adeguate, le sue condizioni peggiorino. Il suo messaggio riecheggiava quello espresso, seppur con parole diverse, da tutti gli intervistati: “Le persone a Gaza sono esseri umani, proprio come tutti gli altri fuori”.

Morti silenziose

Queste testimonianze riflettono una realtà condivisa: la malattia si sta diffondendo in un luogo dove riposo, nutrimento, calore e cure mediche sono in gran parte inesistenti.

Organizzazioni umanitarie internazionali hanno ripetutamente avvertito che la catastrofe sanitaria di Gaza non è casuale. Associazioni mediche hanno descritto l’attuale situazione degli ospedali di Gaza come sovraffollata e insicura, mentre funzionari sanitari internazionali hanno sottolineato che la distruzione delle infrastrutture sanitarie ha reso quasi impossibile il controllo delle malattie.

Ai sensi del diritto internazionale umanitario gli attacchi alle strutture sanitarie, il blocco degli aiuti medici e la privazione di cibo ai civili costituiscono gravi violazioni. Eppure non c’è nessun addebito delle responsabilità, anche quando malattie prevenibili diventano letali.

Il virus respiratorio che si sta diffondendo a Gaza dall’inizio del 2026 è la conseguenza biologica dell’assedio, della carestia e della distruzione sistematica del sistema sanitario.

I medici avvertono che senza un intervento immediato che includa cibo, medicine, carburante e protezione per le strutture mediche l’epidemia continuerà, mietendo silenziosamente vittime mentre il mondo distoglie lo sguardo.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Oltre mille professionisti della Sanità chiedono il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana per il genocidio di Gaza

Redazione MEMO

15 giugno 2026 – Middle East Monitor

Oltre 1.150 professionisti e organizzazioni sanitarie hanno firmato una petizione che chiede il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana (IMA) accusandola di non aver difeso l’etica medica durante il genocidio perpetrato da Israele a Gaza.

La campagna, guidata dal People’s Health Mment (PHM), da Artsen voor Gaza (Medici per Gaza) e dal Consiglio Consultivo Sanitario di Jewish Voice for Peace, chiede la sospensione dell’IMA dall’Associazione Medica Mondiale (WMA).

Gli attivisti accusano l’IMA di silenzio di fronte alla distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele, all’uccisione e alla detenzione di operatori sanitari palestinesi e alle torture nei centri di detenzione israeliani.

Secondo il PHM la campagna mira a “porre fine alla complicità medica” e a spingere la comunità medica globale ad agire contro quello che definisce il fallimento dell’IMA nel condannare gli attacchi contro le strutture sanitarie di Gaza. Il gruppo afferma che 1.722 operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi dall’ottobre 2023, mentre ospedali, ambulanze e cliniche sono stati ripetutamente attaccati o distrutti, paralizzando il sistema sanitario di Gaza.

La rivista The Lancet ha riferito che la campagna chiede che la sospensione dell’IMA venga inserita all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale dell’Associazione Medica Mondiale (WMA) di ottobre. La rivista ha anche osservato di non aver individuato alcuna dichiarazione pubblica in cui l’IMA abbia condannato gli attacchi israeliani contro il sistema sanitario di Gaza, criticato la condotta di Israele nel genocidio, chiesto un cessate il fuoco o reagito ai rapporti delle Nazioni Unite sul genocidio contro i palestinesi.

Leslie London, professoressa emerita di sanità pubblica all’Università di Città del Capo e membro di People’s Health Movement Sudafrica, ha dichiarato a The Lancet che l’IMA è stata “collusa con l’indicibile trattamento dei palestinesi durante quest guerra”. Ha accusato l’Associazione di non aver riconosciuto le prove del deliberato attacco mirato contro strutture e operatori sanitari, nonché le condizioni crudeli, disumane e degradanti” a cui sono sottoposti i detenuti palestinesi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani

La PHM afferma che gli operatori sanitari palestinesi sono stati “sistematicamente presi di mira” nell’ambito della distruzione del sistema sanitario palestinese, descrivendo questo fenomeno come centrale nel genocidio di Gaza e nella pulizia etnica nella Cisgiordania occupata. La campagna chiede che le associazioni membri della WMA sollevino formalmente la questione, sostengano misure disciplinari e riconoscano la rappresentanza medica palestinese all’interno della WMA.

In una dichiarazione rilasciata a The Lancet l’IMA ha respinto le accuse definendole “bugie” o “accuse fortemente contestabili presentate come fatti”. Ha sostenuto che le richieste di una sua espulsione confondono le azioni di un governo con quelle di un’associazione medica e ha avvertito che una tale mossa danneggerebbe la collaborazione scientifica e indebolirebbe il dialogo medico internazionale.

Anche la WMA ha dichiarato a The Lancet di apprezzare il dialogo con le 117 associazioni mediche nazionali aderenti e di opporsi all’esclusione di membri a causa delle azioni dei loro governi. Si afferma che il dialogo tra i medici è essenziale durante i conflitti globali e le crisi umanitarie.

Tuttavia gli attivisti sostengono che un dialogo senza assunzione di responsabilità rischia di normalizzare la distruzione del sistema sanitario di Gaza. Derek Summerfield, docente senior onorario di medicina al King’s College di Londra e firmatario della petizione, ha dichiarato a The Lancet che l’IMA ha “violato ogni regola della WMA”.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)