L’IDF ammette di aver ucciso 70.000 palestinesi a Gaza. Quali altre accuse potrebbero rivelarsi fondate?

Nir Hasson

29 gennaio 2026 – Haaretz

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che il dibattito sulle loro identità continuerà ad andare avanti. L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa voglia dire questo tardivo riconoscimento per la credibilità dell’esercito e del governo in merito alla condotta di Israele a Gaza.

Il tardivo riconoscimento da parte di Israele del bilancio delle vittime riportato dal Ministero della Salute di Gaza non dovrebbe sorprendere. Sebbene i funzionari israeliani abbiano attentamente esaminato i dati dall’inizio della guerra, nessun importante portavoce israeliano li ha contestati per diversi mesi.

Il dibattito sulla credibilità del Ministero si svolge quasi esclusivamente sui social media e sui principali media israeliani. Ogni singolo governo, organizzazione no-profit e studioso che si occupa di Gaza accetta i dati del Ministero e li considera molto affidabili.

Per capire perché i rapporti del Ministero della Salute siano affidabili dobbiamo prima chiederci quali informazioni contrarie esistano. Ma non ci sono rapporti in contrasto. L’ultima guerra a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è la prima guerra nella storia israeliana in cui le IDF non hanno pubblicato dati ufficiali sulle vittime della parte avversa.

Invece il Ministero della Salute di Gaza ha pubblicato non solo il bilancio complessivo delle vittime, ma ha anche compilato un elenco dettagliato della maggior parte dei decessi, compresi i loro nomi completi, i nomi dei loro padri e nonni, le date di nascita e i numeri di identificazione.

L’elenco ottenuto da Haaretz, che comprende i palestinesi uccisi a Gaza da ottobre 2023 a ottobre 2025, include i dettagli di 68.844 vittime, pari al 96% del bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute.

Complessivamente l’elenco contiene circa mezzo milione di informazioni verificabili. Le vittime conteggiate nel bilancio, ma di cui non vengono riportati i dettagli, sono corpi non identificati o di cui il Ministero della Salute non dispone di dati completi.

Il Ministero afferma che 80% dei dati utilizzati per compilare l’elenco sono stati forniti dagli obitori degli ospedali della Striscia. Il resto dei decessi è stato inserito nel bilancio in seguito alle segnalazioni dei familiari. Tuttavia il Ministero ha spiegato che questi decessi sono stati inseriti solo a seguito di un’indagine legale che ha esaminato le prove dei decessi.

Nei mesi immediatamente successivi all’inizio della guerra gli elenchi del Ministero risultavano meno affidabili e i ricercatori avevano riscontrato errori e duplicazioni. Tuttavia nel corso dell’ultimo anno gli errori sono stati corretti. Alcuni nomi registrati sono stati rimossi per essere riesaminati e non tutti sono stati nuovamente inseriti nell’elenco.

A seguito di queste modifiche la credibilità delle liste è notevolmente cresciuta e i ricercatori che hanno tentato di contestarle non hanno trovato errori di rilievo. Alcuni studiosi ritengono che il bilancio complessivo delle vittime della guerra – compresi coloro che sono morti a causa delle sue conseguenze e coloro che sono rimasti uccisi e sepolti sotto le macerie – sia significativamente superiore a 70.000. In effetti studi accademici degli ultimi mesi stimano che la guerra abbia causato la morte di oltre centomila palestinesi.

L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa indichi il tardivo riconoscimento da parte dell’IDF del numero di vittime palestinesi rispetto alla credibilità delle affermazioni dell’esercito e del governo riguardo ad altri aspetti dei combattimenti a Gaza: dalle norme di ingaggio agli abusi sui detenuti palestinesi, ai saccheggi, alla posizione degli ospedali rispetto alle strutture di Hamas, e all’enormità delle distruzioni.

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che continueranno a trascinarsi le polemiche sulla loro identità. Tuttavia il riconoscimento da parte delle IDF del conteggio del Ministero della Salute non fa che convalidare l’affermazione secondo cui i dati israeliani sul tasso di vittime civili non corrispondono alla realtà.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che il rapporto tra combattenti e civili è di 1:1 o 1:1,5. L’organizzazione no-profit britannica Action on Armed Violence [Azione contro la violenza armata, n.d.t.] ha pubblicato questa settimana uno studio che lo smentisce secondo cui per ogni combattente ucciso dal fuoco israeliano cinque civili sono stati uccisi, il che significa che l’83% di tutte le vittime sono state civili.

Lo studio di Action on Armed Violence è uno dei tanti che stimano che il tasso di vittime civili sia significativamente più alto di quello dichiarato da Israele. Proprio come i funzionari israeliani stanno iniziando ad accettare il bilancio delle vittime palestinesi inizialmente respinto, potrebbero anche ammettere la validità dell’elevato tasso di vittime civili. Accettare il conteggio del ministero significa anche accettare l’autenticità del suo elenco di nomi. Molti dei nomi inseriti sono di donne, minori e neonati.

Molti degli uomini uccisi probabilmente non erano combattenti. In qualsiasi guerra gli uomini rappresentano una parte significativa dei civili uccisi e anche a Gaza corrono rischi maggiori per portare cibo e raccogliere legna da ardere. Inoltre le IDF hanno trovato molto più facile definirli come militanti.

Riconoscere la credibilità della lista palestinese è il primo passo per ammettere ciò che abbiamo fatto a Gaza negli ultimi due anni: uccidere decine di migliaia di palestinesi, distruggere intere città, sfollare quasi due milioni di persone e farne morire di fame centinaia.

Uno sguardo più attento all’elenco rivela la gravità delle atrocità: 17 bambini sono morti il ​​giorno stesso della nascita, 115 entro un mese e 1.054 prima di aver compiuto un anno.

Le atrocità sono aggravate dal fatto che, per molti israeliani, non sono affatto atroci. Decine di israeliani hanno sfacciatamente pubblicato commenti di gioia e giubilo per la morte per ipotermia di Ayesha, una neonata di appena poche settimane.

Ofek Azulay ha scritto che si tratta di una notizia meravigliosa. Arella Schreiber ha scritto: “Bellissimo”. Avshalom Weinberg ha scritto: “Che ce ne siano molte altre”. Tzipi David ha scritto: “Fantastico”. Barak Levinger ha aggiunto: “La morte a sangue freddo è giusta per chi ha ucciso a sangue freddo”. E questi commenti sono solo la punta dell’iceberg.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il governo israeliano informa la Corte Suprema che non permetterà ai pazienti di Gaza di ricevere cure in Cisgiordania o a Gerusalemme

Redazione di MEMO

27 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Secondo il quotidiano Haaretz nella versione in ebraico, Israele ha informato la Corte Suprema che non permetterà l’evacuazione di pazienti gravemente ammalati dalla Striscia di Gaza verso ospedali nella Cisgiordania o a Gerusalemme Est occupate, citando quelli che ha definito come problemi di sicurezza.

La posizione del governo è stata inviata lunedì in risposta all’esposto presentato da organizzazioni israeliane per i diritti umani che cercano di costringere le autorità a permettere ai pazienti di Gaza di accedere alle cure mediche negli ospedali della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Secondo Haaretz il governo ha detto alla Corte che “continua a rifiutare” di approvare il trasferimento di abitanti di Gaza gravemente malati per cure in quelle aree, argomentando che i loro spostamenti potrebbero rappresentare rischi per la sicurezza, incluso il presunto trasferimento di informazioni e “l’esportazione di una struttura terroristica.”

Nonostante il mantenimento di un blocco contro Gaza, le autorità israeliane hanno suggerito che invece i pazienti dovrebbero viaggiare verso un Paese terzo per ricevere le cure.

Il governo ha dichiarato che migliaia di palestinesi di Gaza sono già stati trasferiti all’estero per cure mediche in nazioni tra cui Emirati Arabi Uniti, Romania, Giordania, Turchia, Francia, Italia, Belgio, Egitto, Lussemburgo, Malta e Norvegia.

Attivisti per i diritti umani hanno avvertito che tale politica nega di fatto cure salvavita a molti pazienti a Gaza, dove il settore della sanità è stato devastato e deve affrontare gravi carenze di medicine, strumentazione e servizi specializzati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La “sindrome della tenda bagnata” sta uccidendo i neonati di Gaza

Michal Feldon

26 gennaio 2026 – +972 Magazine

Le restrizioni israeliane su strutture di riparo e medicinali hanno lasciato indifese le famiglie sfollate, mentre i neonati soccombono all’esposizione alle intemperie e a malattie prevenibili.

La scorsa settimana Mohamed Abu Jarad è tornato nella sua tenda nel quartiere di Al-Daraj a Gaza City e ha trovato la figlia di tre mesi, Shaza, congelata e senza più respiro. La famiglia ha portato d’urgenza la bambina in ospedale, dove i medici ne hanno dichiarato il decesso per ipotermia.

Questa tragedia è avvenuta solo una settimana dopo la morte per ipotermia di Aisha Ayesh Al-Agha, di un mese, a Khan Younis, e due settimane dopo il decesso per il freddo di altri due bambini palestinesi nel nord e nel centro della Striscia, a poche ore di distanza l’uno dall’altro: Mahmoud Al-Akra, di appena una settimana, e Mohammed Wissam Abu Harbid, di due mesi.

Secondo le autorità sanitarie locali e Save the Children quest’inverno sono morti per ipotermia e freddo estremo 10 bambini di età inferiore a un anno, portando il totale dall’inizio dell’attacco israeliano all’enclave nell’ottobre 2023 a circa due decine. Tutte le vittime vivevano in tende, e le loro famiglie non sono riuscite a tenerli al caldo a causa delle gelide temperature invernali.

I medici esperti di Gaza hanno coniato un nuovo termine per descrivere queste tragiche perdite. In un’intervista rilasciata all’inizio di questo mese il Dott. Abdul Raouf Al-Manama, professore di microbiologia presso l’Università Islamica di Gaza, ha usato l’espressione “sindrome della tenda bagnata” per lanciare l’allarme sull’intensificarsi della crisi sanitaria a Gaza. Una condizione piuttosto che una specifica malattia, ha spiegato, causata da condizioni di vita difficili, tra cui freddo estremo, umidità e scarsa ventilazione, tutti fattori che caratterizzano la vita all’interno delle tende.

Chi vive in tenda è esposto a molteplici rischi per la salute. Principalmente è vulnerabile a malattie respiratorie, tra cui infezioni ricorrenti delle vie respiratorie, bronchite, polmonite e peggioramento dell’asma. L’umidità e la mancanza di condizioni igieniche nelle tende, insieme all’accesso limitato a docce, indumenti asciutti e lavaggio delle mani, tendono anche a causare malattie della pelle, tra cui infezioni fungine, impetigine (un’infezione batterica), eruzioni cutanee e prurito.

È questo afflusso di stress simultanei sull’organismo a causare la “sindrome della tenda bagnata”, che colpisce principalmente bambini piccoli, anziani, donne incinte, malati cronici e persone con disabilità. E l’attuale situazione umanitaria a Gaza fa sì che centinaia di migliaia di persone siano a rischio.

Quasi tutti gli abitanti della Striscia sono attualmente sfollati, con 1,5 milioni di persone tre quarti della popolazione che vivono in tende o strutture provvisorie. La maggior parte dei campi profughi è esposta alle inondazioni; solo il mese scorso e non oltre 30.000 tende sono state distrutte o gravemente danneggiate a causa del maltempo, lasciando circa 250.000 persone senza riparo.

Nonostante il cessate il fuoco Israele impedisce l’ingresso a Gaza di roulotte, alloggi temporanei o materiali da costruzione, classificandoli come articoli “a duplice uso” utilizzabili, a suo dire, per scopi militari da Hamas. E sebbene l’esercito israeliano affermi di aver facilitato l’ingresso di “quasi 380.000 tende familiari, teloni e materiali per ripari” dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, le organizzazioni umanitarie affermano che si trattasse soprattutto di teloni, con l’arrivo di poco più di 90.000 tende, ben lungi da poter soddisfare le terribili esigenze della popolazione di Gaza dopo oltre due anni di genocidio.

Lezioni dall’estero

Sebbene nella letteratura medica non vi siano precedenti riferimenti ad una “sindrome della tenda bagnata”, le malattie associate alla condizione di profughi che vivono in tende in condizioni igieniche precarie sono comuni nelle zone di guerra e disastri. Negli ultimi anni il fenomeno è stato riscontrato in Afghanistan, Yemen e Siria.

La ricerca di un’analogia medica comparabile nel mondo occidentale mi ha portato a studiare le popolazioni senza fissa dimora negli Stati Uniti e in Canada durante la pandemia di COVID-19. Tra i senzatetto il tasso di infezione era molto più elevato. Anche le segnalazioni di complicazioni e ricoveri in terapia intensiva erano 20 volte superiori a quelle della popolazione generale e i tassi di mortalità cinque volte superiori a quelli delle persone che vivevano in case sicure.

Da molti anni l’opinione medica è unanime sul fatto che le condizioni di umidità favoriscano la crescita di muffe e batteri, aumentando di conseguenza il rischio di infezioni respiratorie, asma, allergie e, infine, gravi malattie polmonari croniche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno pubblicato linee guida nel 2009 e nel 2015, riconoscendo tali rischi, onde evitare condizioni di umidità inadeguate nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni.

Nel 2020 a Manchester, in Inghilterra, Awaab Ishak, un bambino di 2 anni, è morto a causa di una malattia respiratoria inspiegabile. Due anni dopo un’autopsia tardiva ha stabilito che il decesso era stato causato dall’esposizione a muffa nera sviluppatasi a causa di una ventilazione inadeguata e di un’eccessiva umidità nel monolocale della sua famiglia.

In risposta, nel 2023 il governo britannico ha emanato un emendamento alla legge sull’edilizia popolare la “Legge Awaab” che stabilisce che i proprietari di immobili devono rimediare ai rischi di umidità e muffa in qualsiasi immobile residenziale di loro proprietà. Inoltre nell’agosto 2024 il Ministero della Salute del Regno Unito ha aggiornato le sue linee guida sulla questione, stabilendo che, oltre a causare malattie respiratorie come nel caso di Awaab, condizioni abitative scadenti influiscono anche sulla salute della pelle, degli occhi e della mente.

Mentre la morte di un singolo bambino a causa di condizioni abitative inadeguate ha portato a cambiamenti nelle politiche pubbliche nel Regno Unito, centinaia di migliaia di persone a Gaza vivono in tende senza pavimenti o tetti, letti o coperte, elettricità o riscaldamento, e poco si sta facendo per garantire che le vittime della scorsa settimana siano le ultime.

Mancanza di strumenti essenziali

L’ondata di influenza A che ha colpito Israele a novembre e dicembre si è recentemente diffusa anche a Gaza. Di conseguenza i principali ospedali Al-Shifa a nord e Nasser a sud hanno segnalato un aumento significativo dei ricoveri e della morbilità, nonché complicazioni influenzali come bronchite, attacchi d’asma e polmonite.

Come pediatra che lavora in un grande ospedale pubblico nel centro di Israele non ricordo di aver visto un tasso di morbilità influenzale così grave come quello delle ultime settimane, a partire dalla pandemia di influenza suina del 2009. E ogni volta che ho trasferito un bambino con una complicazione influenzale come una polmonite estesa o un grave attacco d’asma da un reparto pediatrico alla terapia intensiva, pensavo a quanto possa essere mortale un’epidemia influenzale simile a Gaza.

All’interno della Striscia non solo le terribili condizioni di vita impediscono la guarigione dai virus respiratori, ma c’è anche una grave carenza di strumenti essenziali, inclusiolorifici, farmaci antipiretici e dispositivi medici necessari per il trattamento dell’asma.

All’inizio del mese il Dott. Ezz Al-Din Shahab, un medico di famiglia nel nord della Striscia che è in contatto con molti di noi in Israele, mi ha felicemente informato che i distanziatori piccoli dispositivi di plastica con una mascherina che si attaccano a un inalatore per somministrare il farmaco in modo più efficace erano arrivati ​​nella Striscia dopo un’attesa lunghissima. Questo è attualmente l’unico modo per curare i bambini piccoli di Gaza sofferenti di asma, poiché non c’è elettricità per far funzionare i nebulizzatori.

Ma il sollievo seguito al messaggio di Shahab è durato poco. Due settimane fa il Dott. Ahmed Al-Farra, primario del reparto di pediatria e maternità dell’Ospedale Nasser, mi ha informato che non ci sono inalatori Ventolin da nessuna parte nella Striscia, il che significa che, sebbene ci siano i distanziatori, non c’è nulla a cui collegarli.

La mancanza di attenzione della ricerca scientifica verso la morbilità causata dalle cattive condizioni abitative tra gli sfollati nelle zone di guerra e disastri non sorprende. Sebbene le ragioni siano molteplici, la principale è la mancanza di sufficienti dati clinici.

La portata della distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele ha reso impossibile la documentazione informatizzata; persino la documentazione cartacea non è sempre stata possibile, costringendo i medici stranieri che si sono offerti volontari a Gaza a portare con sé carta e penna.

Le poche informazioni raccolte al di fuori della Striscia sulla situazione sanitaria al suo interno si basano su descrizioni di casi o resoconti verbali di squadre di medici sul campo, ma l’assenza di dati impedisce che questi resoconti possano essere inseriti in una ricerca formale. Pertanto presumo che non saremo mai in grado di dimostrare ufficialmente l’esistenza della “sindrome della tenda bagnata” in un modo che consenta la pubblicazione su riviste scientifiche e sensibilizzi gli operatori sanitari e umanitari.

Ma dubito che siano necessarie “prove” scientifiche per convincersi che le condizioni di vita nelle tende soprattutto durante la pioggia, il freddo e le inondazioni che l’inverno porta con sé – combinate con il collasso quasi totale del sistema sanitario di Gaza abbiano creato una catastrofe umanitaria. E ancora, nel pieno del suo terzo inverno, non c’è alcun segnale che possa cessare.

Il dott. Michal Feldon è un esperto pediatra presso lo Shamir Medical Center.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le esportazioni agricole israeliane rischiano un imminente “collasso” poiché il mondo rifiuta i suoi prodotti a causa del genocidio di Gaza

Jonathan Ofir

19 gennaio 2026 – Mondoweiss

I coltivatori israeliani segnalano che le esportazioni agricole del Paese stanno affrontando un imminente “collasso” dovuto all’opposizione internazionale al genocidio di Gaza. Recenti reportage mostrano l’impatto del boicottaggio contro Israele e perché il “marchio” Israele potrebbe non riprendersi mai più.

Negli ultimi mesi la rete pubblica israeliana ha messo in onda vari reportage sul grave problema in Israele per l’esportazione di frutta, soprattutto sui mercati europei. Trasmessi da Kan 11 [canale pubblico israeliano, ndt.], i servizi indicano quello che gli stessi agricoltori descrivono come un imminente “collasso”, testimoniando involontariamente l’importanza del continuo boicottaggio internazionale contro Israele.

Uno dei reportage della rete pubblica afferma che ora Israele si trova accanto alla Russia nell’ “alleanza dei boicottati”. È difficile identificare un unico soggetto responsabile di questa situazione di isolamento, ma l’Europa ha una parte importante nella vicenda.

“Non vogliono i nostri manghi,” dice a Kan 11 un coltivatore di manghi in uno dei servizi. “In Europa trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Solo allora comprano da noi. Se hanno un’alternativa evitano di farlo.”

Un altro aspetto della faccenda è Ansar Allah dello Yemen, più comunemente noto come “gli Houti”. Il blocco del Mar Rosso a sud — nonostante l’accordo di maggio con gli USA, che non li ha fatti desistere dal minacciare Israele — ha obbligato le compagnie di navigazione a ricorrere a rotte più lunghe e costose. Ciò ha compromesso anche il mercato asiatico.

Ma, nonostante non ci sia un unico fattore evidente, il genocidio israeliano a Gaza rimane chiaramente una causa comune ai vari fattori. Gli israeliani lo negano e contemporaneamente dichiarano il proprio appoggio, come evidenziato lo scorso anno da un ampio sondaggio che ha mostrato che la grande maggioranza di israeliani crede che non ci siano “innocenti a Gaza”.

A causa dell’arroganza nazionale degli israeliani, e della loro sensazione di aver il diritto di commettere un genocidio con il pretesto dell’“autodifesa”, la prima vittima della crisi delle esportazioni è l’ego collettivo israeliano. Nei reportage si vedono agricoltori che piangono e naturalmente la simpatia nazionale va ai coltivatori di agrumi e manghi, anche se uno di loro, un generale in congedo, dice a tutti quanto “ne abbia abbastanza” dei palestinesi.

In altre parole la reazione israeliana contro il boicottaggio globale accentua implicitamente l’odio verso i palestinesi e il disprezzo verso quanti non stanno con Israele.

Ma quello che di fatto subisce dei danni in Israele non è un settore economico piuttosto che un altro, ma il marchio Israele, che potrebbe non riprendersi.

Ironicamente la migliore rappresentazione di questo marchio sono gli “aranci Jaffa”, un marchio che di per sé rappresenta l’espropriazione della cultura palestinese da parte del colonialismo di insediamento israeliano, praticamente sparito dal mercato internazionale.

Prendiamo in considerazione due importanti servizi televisivi, uno sugli agrumi e l’altro sui manghi, che rappresentano due dei principali prodotti agricoli esportati da Israele.

Dove sono le arance?”

Il primo servizio di Kan 11, messo in onda alla fine di novembre 2025 e diffuso con il titolo di “Fine della Stagione delle Arance”, citando una canzone popolare israeliana, si concentra sugli agrumeti del kibbutz Givat Haim Ichud. Per inciso, è il kibbutz in cui sono nato e cresciuto.

Il campo si trova proprio vicino al punto in cui è ancora possibile trovare i cactus del villaggio di Khirbet al-Manshiyya in cui si è consumata la pulizia etnica [a danno dei palestinesi]. Il coltivatore del frutteto del kibbutz, Nitzan Weisberg, spiega che tutti gli agrumeti sono a rischio di essere sradicati per la mancanza di commesse per l’esportazione.

Weisberg ha iniziato a gestire le coltivazioni del kibbutz due anni fa e inizialmente aveva tagliato metà degli alberi di agrumi nel tentativo di rendere di nuovo conveniente il settore.

Ma poi hanno cominciato ad essere cancellati gli ordini dall’Europa e ora non può neppure vendere la produzione della metà rimasta. “Nonostante la sua alta qualità la frutta israeliana è attualmente meno richiesta in Europa,” afferma. “Dall’inizio della guerra (a Gaza) di fatto stiamo producendo in perdita.”

Se le cose peggiorano, dice Weisberg, ciò porterà al “collasso”.

Il giro prosegue appena dall’altra parte della strada, nelle coltivazioni del kibbutz Ein Hahoresh, dove è nato lo storico Benny Morris. Lì Gal Alon, un coltivatore di agrumi di terza generazione, parla di come la sua famiglia abbia deciso di non esportare niente dall’inizio della guerra. Quello dei mercati esteri è “un mondo molto difficile e aggressivo,” sostiene, quindi ha deciso di basarsi solo sul mercato interno.

La troupe televisiva poi si sposta di tre chilometri verso Hibat Zion, un moshav (insediamento agricolo) dove il coltivatore Ronen Alfasi sta contrattando il prezzo dei pompelmi con un mediatore che vuole venderli sui mercati di Gaza. Alfasi dice che i prodotti confezionati saranno troppo cari per loro, benché i suoi magazzini e depositi refrigerati siano pieni. Mostra che i frutti sugli alberi hanno superato il limite delle loro dimensioni e non potranno essere commercializzati come frutta, ancor meno per l’esportazione. Dovranno essere venduti localmente per farne dei succhi.

Il reportage nota anche che solo qualche arancio è coltivato. Ce ne sono alcuni, ma solo per il mercato locale. Il marchio “arancia Jaffa” è storico, ma era stato reso famoso in tutto il mondo dagli agricoltori palestinesi a metà dell’‘800, prendendo il nome dalla città portuale di Jaffa che li esportava, una città che subì una pulizia etnica quasi totale da parte delle milizie sioniste nel 1948. Allora Israele si impossessò del marchio, una parte della stessa appropriazione culturale che considera hummus e falafel come israeliani.

“Prima della guerra esportavamo alcune (arance) in Scandinavia,” dice Daniel Klusky, segretario generale dell’associazione israeliana dei coltivatori di agrumi. “Ma dopo la guerra non ne abbiamo esportato neppure un container.”

Alleanza dei boicottati”

Ronen Alfasi afferma che la maggior parte dei raccolti del suo settore venivano esportati in Paesi asiatici, ma cita il “problema logistico contro gli Houti” come la ragione per la quale “tutte le tratte della logistica sono cambiate.” Si sono cercati percorsi più lunghi e più costosi, dice Alfasi, con container che arrivano con un ritardo da 90 a 100 giorni. “E arrivano con gravi problemi di qualità,” racconta.

L’unico mercato rimasto, afferma Alfasi, è la Russia. Benché come coltivatore di agrumi stia perdendo soldi, sta esportando in Russia solo per coprire le spese di magazzino.

A un certo punto l’intervistatore gli fa una domanda scomoda: “Possiamo dire che la Russia è l’unico mercato che tratta ancora con noi?”

“Trattano ancora con noi,” dice Alfasi, “ma in Europa molto meno… trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Se hanno un’alternativa evitano di comprare da noi.”

“E si dice esplicitamente che è a causa della… situazione nazionale di Israele?” chiede più esplicitamente l’intervistatore.

“Sì,” risponde chiaramente Alfasi.

“Quindi gli europei non ci prendono in considerazione e i mercati asiatici sono bloccati. Almeno i russi comprano ancora qualche prodotto da noi: l’alleanza dei boicottati,” conclude l’intervistatore [Israele è l’unico Paese occidentale che non ha aderito al boicottaggio della Russia, ndt.].

Manghi marciti

Il quadro è simile in un altro reportage di Kan sulla raccolta dei manghi nel nord della fine di agosto 2025. Qui viene presentato un generale a riposo ed ex-portavoce dell’esercito, Moti Almoz, ora coltivatore di manghi. Lo si vede mentre urla ordini ai lavoratori utilizzando un gergo militare.

I frutti sembrano abbastanza buoni, ma la voce narrante descrive la stagione come “una delle più dure vissute dai coltivatori di mango in Israele”. “Si parla di un vero collasso.” Almoz dice che non è a causa della cattiva produzione, questa stagione ha avuto “un raccolto pazzesco”, sostiene, ma piuttosto perché “il 25% è per terra.”

“Perché non li ha raccolti?” chiede l’intervistatore.

“Perché non avrei potuto farci niente. Dopo che i refrigeratori sono pieni e i mercanti hanno preso quello che avevano ordinato… la gente in Israele deve mangiare anche carne, un po’ di pane e formaggio. Non può mangiare solo manghi.”

Il reportage dice che quest’anno molti mercati agricoli si sono chiusi per i produttori di mango e Almoz nota che sta perdendo centinaia di migliaia di shekel, mentre le fattorie più grandi stanno perdendo milioni. Dodi Matalon, un agricoltore delle piantagioni collettive di mango dei kibbutz Moran e Lotem, dice che quest’anno non hanno neppure mandato frutta ai magazzini perché non sarebbe stato conveniente. Invece la gente arriva con la propria auto e compra casse direttamente dal campo. “Spero che ci aiuterà a rimanere almeno a galla,” commenta Matalon. “Ma non ci salverà”.

Su 1.200 tonnellate di frutta 700 rimarranno sugli alberi, cadranno a terra e marciranno. “Una crisi come questa non l’avevamo mai vissuta prima,” spiega Matalon.

Poi arriva l’inquadramento della voce narrante. Come l’altro reportage anche questo fa allusione al genocidio. “Questa crisi è stata creata dalla combinazione di vari fattori arrivati simultaneamente, e in maggioranza sono relativi alla guerra,” afferma il narratore. “Gaza, che detiene il 15% del mercato, è completamente chiusa. Anche i palestinesi della Cisgiordania comprano molto meno. Ma il colpo più duro è arrivato dall’estero: il 30% dei manghi israeliani va all’esportazione, soprattutto in Europa, ma quest’anno i porti hanno iniziato a chiudere.”

“A causa della guerra a Gaza stanno riducendo l’entità degli acquisti da Israele,” dice Almoz. “Non vogliono i nostri manghi.”

Matalon afferma che in Europa ci sono “piccole etichette che indicano da dove arriva il prodotto,” notando che “possiamo vedere che questo ha un effetto.”

Egli crede che il peggioramento dello stato dell’agricoltura da esportazione israeliana richiede un intervento del governo, se la si vuole salvare, oppure, avverte, “ci ritroveremo semplicemente senza esportazioni agricole.”

Andrebbe in rovina piuttosto che vendere ai gazawi

La voce narrante dice che Almoz è un vecchio militante del partito laburista, un “falco della sicurezza” che è diventato ancora più falco dal 7 ottobre. La posizione predominante di questo genere di persone è stata espressa nel marzo 2024 dal capo del movimento dei kibbutz Nir Meir: “Molti degli abitanti dei kibbutz che hanno subito il 7 ottobre non sopportano di sentir parlare arabo e vogliono vedere Gaza cancellata.”

Almoz ripete sentimenti simili, sostenendo che dopo il 7 ottobre “dobbiamo ripensare tutto, tutto. Io ero uno che diceva che più lavoratori (palestinesi) in Israele avrebbero significato meno terrorismo.”

“Ti sbagliavi?” gli chiedono.

“Certo, cosa credi? Ne ho abbastanza di loro,” dice enfaticamente. “Stai parlando con una persona che ne ha abbastanza di loro. Qualunque cosa tu mi possa dire, che potrebbero cambiare… è una favoletta…”

In effetti Almoz dice di non voler vendere a Gaza anche se ciò gli farebbe guadagnare qualcosa: “Se c’è una sola possibilità che io perda soldi perché questo (mango) si potrebbe trasformare in un beneficio per Hamas, allora preferisco perdere soldi.”

Nel reportage Matalon è scoppiato letteralmente a piangere, ma per il momento il senso generale di supponenza in Israele ha impedito a lui e a quelli come lui di riconoscere che il genocidio ha un prezzo. Questi sono i frutti amari del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cos’è il “Consiglio per la Pace” di Trump e chi governerà Gaza?

Faisal Edroos

19 gennaio 2026 – Middle East Eye

Una potenziale alternativa alle Nazioni Unite guidata dagli Stati Uniti, il Consiglio e gli organismi che operano sotto di esso emarginano i palestinesi e rafforzano gli esponenti filo-israeliani.

In base ad una copia del suo Statuto visionata da Middle East Eye l’iniziativa “Consiglio per la Pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe competere con le Nazioni Unite e mediare in altri conflitti globali.

L’organismo è stato originariamente concepito come parte dell’iniziativa di Trump volta alla creazione di un nuovo quadro di governance per la Striscia di Gaza devastata dalla guerra sulla scia del genocidio israeliano in corso da due anni.

Ma il testo del suo Statuto, che non menziona l’enclave palestinese, evoca un “organismo internazionale per la costruzione di una pace più agile ed efficace”, suggerendo che il suo ambito di azione potrebbe essere molto più ampio.

“Il Consiglio per la Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, afferma lo Statuto.

“Una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”, aggiunge.

Lo Statuto conferisce a Trump ampi poteri in qualità di presidente del Consiglio per la Pace, consentendogli di nominare e rimuovere gli Stati membri, una decisione che può essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri.

Vi si legge che i paesi che aderiscono al consiglio ricopriranno un mandato limitato di tre anni, a meno che non contribuiscano con oltre un miliardo di dollari entro il primo anno di attività.

Da quando è stato presentato sono stati invitati ad aderire diversi capi di Stato e di governo e, secondo fonti di MEE, il primo tra questi è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Il 18 gennaio Egitto, India, Pakistan e Arabia Saudita sono stati tra le decine di paesi che hanno dichiarato di essere stati invitati e di stare valutando la questione.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro se fosse stato invitato anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu [in realtà il 21 gennaio è stato comunicato il sì di Netanyahu all’adesione, ndt.].

Cos’è il comitato esecutivo costituente per Gaza?

Alla base della struttura gerarchica del Consiglio per la Pace si trova il comitato esecutivo costituente” per Gaza.

Il 16 gennaio la Casa Bianca ha presentato il comitato esecutivo costituente, un organismo che, a suo dire, guiderà la prossima fase di governance e ricostruzione nel territorio devastato dalla guerra.

La Casa Bianca ha affermato che il comitato esecutivo costituente, composto da sette membri, è formato da persone con “esperienza in diplomazia, sviluppo, infrastrutture e strategia economica”.

Ha specificato che ciascun membro del consiglio sarebbe stato responsabile di una serie di compiti fondamentali per la stabilizzazione di Gaza”, tra cui lo sviluppo delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali”.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro chi sarebbe stato responsabile di quali priorità.

Nella sua dichiarazione la Casa Bianca ha anche annunciato la nomina di due controversi consiglieri senior che riferiranno al comitato e supervisioneranno “la strategia e le operazioni quotidiane”.

Ha inoltre nominato un Alto Rappresentante per Gaza, annunciato i membri di un Consiglio Esecutivo separato per Gaza e indicato il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), un organismo la cui composizione resta avvolta nell’incertezza da mesi.

Gli annunci hanno immediatamente attirato critiche da parte di analisti e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, che hanno sottolineato come nessuno dei suoi membri più importanti sia palestinese e come quasi tutti i componenti siano strettamente legati a Israele.

Non c’è stata alcuna risposta immediata da parte di Hamas, che in precedenza aveva dichiarato di essere pronta ad abbandonare i suoi compiti di governo nell’enclave, come delineato nel piano di Trump di ottobre.

Tuttavia la Jihad Islamica, la seconda organizzazione più rappresentativa a Gaza, ha criticato la composizione del consiglio, affermando che le nomine “sono in linea con le direttive israeliane” e servono gli interessi di Israele.

Chi sono i sette membri del consiglio esecutivo fondatore?

Marco Rubio

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è stato indicato come primo membro del comitato esecutivo fondatore.

Da sempre sostenitore di Israele, Rubio si è ripetutamente opposto all’imposizione di vincoli agli aiuti militari statunitensi al Paese.

Come senatore, Rubio ha sponsorizzato il Combating BDS Act per contrastare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che prendeva di mira Israele, sostenendo che boicottaggi e sanzioni discriminassero ingiustamente Israele e ne minassero la sicurezza e la posizione diplomatica.

All’indomani degli attacchi del 7 ottobre ha ripetutamente sostenuto gli attacchi israeliani a Gaza, definendo la guerra cruciale per la sicurezza di Israele.

Ha ripetutamente sostenuto che Hamas deve essere “sradicata” e ha respinto le indagini internazionali sulla condotta dell’esercito israeliano.

Dal momento della sua nomina a Segretario di Stato Rubio ha ribadito questa posizione, ma ha elogiato la prima fase dell’accordo di cessate il fuoco come il piano “migliore” e “unico”.

Jared Kushner

Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti, ha acquisito notorietà internazionale nel 2020 come uno degli artefici dell’ampiamente deriso “Accordo del Secolo” [piano di pace presentato da Donald Trump nel 2020 per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Proponeva uno Stato palestinese limitato, Gerusalemme come capitale indivisa di Israele e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania, ndt.].

Nonostante non avesse alcuna esperienza pregressa in politiche di governo o relazioni internazionali il suo controverso piano prevedeva l’annessione di ampie zone della Cisgiordania occupata e della Valle del Giordano in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese disarticolato, senza alcun controllo sui propri confini o spazio aereo.

Kushner si è scagliato contro i palestinesi quando hanno respinto il piano, definendoli “stupidi” e persino consigliando loro di “farsi una doccia fredda” e di valutarlo più attentamente.

L’anno scorso il piano ampiamente screditato di Trump di espellere con la forza i palestinesi e trasformare Gaza in una “riviera” di proprietà degli Stati Uniti riecheggiava quasi parola per parola i progetti precedentemente prospettati da Kushner per l’enclave.

Kushner ha lanciato per primo l’idea nel 2024 durante un discorso all’Università di Harvard, affermando che avrebbe “fatto del suo meglio per far evacuare la popolazione e poi ripulire la zona”.

“La proprietà costiera di Gaza potrebbe essere molto preziosa… se le persone si concentrassero sulla creazione di mezzi di sostentamento”, affermò all’epoca.

Secondo il piano ai palestinesi sarebbero stati pagati 5.000 dollari per lasciare la loro terra e Gaza sarebbe stata trasformata con la creazione di resort di lusso e isole artificiali.

Steve Witkoff

Steve Witkoff, un miliardario imprenditore immobiliare ebreo-americano, non aveva alcuna formazione diplomatica ufficiale prima di essere nominato inviato di Trump in Medio Oriente. Ma il 68enne ha ricevuto ampi elogi per aver portato a termine l’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Durante un incontro con i leader di Hamas a Sharm el-Sheikh, Witkoff ha condiviso nel corso dei negoziati con Khalil al-Hayya, alto dirigente dell’organizzazione palestinese, il dolore per la perdita del figlio a causa di un’overdose [Witkoff ha ricordato l’episodio, avvenuto nel 2011, nel formulare le condoglianze a Khalil al-Hayya per la morte del figlio, rimasto ucciso da un raid delle forze armate israeliane a Doha, ndt.].

All’inizio di questo mese Witkoff ha annunciato l’inizio della seconda fase del piano di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, aggiungendo di aspettarsi che Hamas “rispettassei pienamente i suoi obblighi” previsti dall’accordo, altrimenti avrebbe dovuto affrontare “gravi conseguenze”.

Tony Blair

L’ex Primo Ministro britannico Tony Blair era stato a lungo indicato come potenziale membro del comitato che avrebbe supervisionato la situazione di Gaza nel dopoguerra, nonostante avesse trascinato il suo Paese nella disastrosa invasione e occupazione dell’Iraq del 2003.

A parte il suo ruolo nella guerra in Iraq, il suo mandato come inviato di pace in Medio Oriente non è riuscito a raggiungere una soluzione di pace duratura per Israele-Palestina ed è stato ampiamente criticato da entrambe le parti.

Dopo aver lasciato la carica, l’organizzazione di consulenza di Blair, il Tony Blair Institute (TBI), è stata oggetto di ampie critiche per aver fornito assistenza a una serie di governi autocratici, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

L’istituto ha smentito le notizie secondo cui Blair avrebbe fornito consulenza al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi nel 2014, dopo che il generale aveva deposto il primo leader democraticamente eletto del Paese, Mohamed Morsi.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato agli insediamenti illegali israeliani e a una rete islamofoba americana.

Da quando ha lasciato l’incarico Blair è stato anche sponsor onorario della filiale britannica del Jewish National Fund (JNF) di Israele, che ha dovuto affrontare pesanti critiche per le sue attività, tra cui la donazione di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) a quella che è descritta come “la più grande milizia di Israele”, e la cancellazione della Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI è stato più recentemente associato a un piano postbellico per Gaza, ampiamente disapprovato, che prevedeva la trasformazione della Striscia in un centro commerciale e lo sfollamento forzato dei palestinesi dall’enclave devastata dalla guerra.

Ajay Banga

Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, è uno dei due esperti finanziari che entrano a far parte del comitato esecutivo costituente.

Dopo aver iniziato la sua carriera presso Nestlé India, ha poi svolto un ruolo decisivo nel lancio dei franchising di fast food di PepsiCo, Pizza Hut e KFC in India, durante la liberalizzazione dell’economia del paese.

In seguito ha svolto il ruolo di consulente per diversi politici statunitensi, tra cui l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per essere poi nominato nel 2023 alla guida della Banca Mondiale dall’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Nel 2024 Banga ha elogiato il Primo Ministro indiano Narendra Modi per quella che ha definito la costruzione di un solido rapporto con gli Stati Uniti.

Anni prima Banga aveva ricevuto il Padma Shri, una delle più alte onorificenze indiane, precedentemente conferita dal governo indiano a Jawaharlal Nehru.

Marc Rowan

L’imprenditore miliardario Marc Rowan è l’altro esperto finanziario che entrerà a far parte del consiglio direttivo

In qualità di amministratore delegato di Apollo Global Management, la sua società di investimento privato, è fortemente impegnato in attività commerciali in Israele.

La sua società ha precedentemente collaborato con aziende come Phoenix Holdings, ora nota come Phoenix Financial, che, secondo i dati consultati da Middle East Eye, nel marzo 2025 deteneva azioni di società accusate dalle Nazioni Unite di operare in insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati.

In diverse interviste Rowan, 63 anni, si è definito un “orgoglioso sostenitore dello Stato di Israele” e ha definito Israele un “rifugio” per gli ebrei.

Attualmente è presidente del consiglio di amministrazione della UJA-Federation di New York, una delle più grandi organizzazioni filantropiche locali al mondo, che avrebbe inviato fondi a organizzazioni che sostengono le colonie israeliane.

Nell’ottobre 2023, diverse settimane dopo che la sua alma mater, l’Università della Pennsylvania, aveva organizzato un festival pro-palestinese, Rowan chiese le dimissioni del preside e del presidente del consiglio di amministrazione dell’università.

Nonostante l’evento si sia tenuto settimane prima degli attentati del 7 ottobre, entrambi i funzionari si sono poi dimessi.

Nel dicembre 2025, durante una raccolta fondi che raccolse circa 57 milioni di dollari per cause pro-Israele, Rowan ha accusato Zohran Mamdani, che si stava candidando a sindaco di New York, di essere un “nemico” degli ebrei .

Mamdani ha poi vinto la competizione con una vittoria schiacciante diventando sindaco di New York.

Robert Gabriel

Anche Robert Gabriel, relativamente sconosciuto, è stato nominato nel comitato esecutivo.

Gabriel è stato consulente politico nella prima campagna presidenziale di Trump e durante le rivolte del 6 gennaio scrisse un messaggio a una persona anonima, dicendo: “Sono sicuro che il POTUS [il Presidente degli Stati Uniti] sia entusiasta di questo“.

Secondo Politico Gabriel ha lavorato a stretto contatto con la responsabile dello staff Susie Wiles in qualità di “consigliere principale” e durante la campagna presidenziale del 2024 è stato il suo assistente.

Chi sono i consulenti senior nominati nel “Consiglio per la Pace“?

La Casa Bianca ha annunciato che sono stati nominati anche due consulenti senior per gestire la strategia e le operazioni quotidiane del Consiglio per la Pace: Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum.

Lightstone è stato consulente senior di David Friedman, un convinto difensore del movimento israeliano delle colonie illegali, quando questi era ambasciatore degli Stati Uniti in Israele tra il 2017 e il 2021.

È stato anche un ex direttore esecutivo di Shining Light, un’organizzazione statunitense per la raccolta fondi legata alla destra israeliana.

Secondo Haaretz Lightstone è stato anche profondamente coinvolto nella creazione della controversa Gaza Humanitarian Foundation.

Meno noto al grande pubblico è Gruenbaum, descritto dalla Casa Bianca come consulente senior responsabile del coordinamento operativo.

Tuttavia Gruenbaum è noto per aver collaborato con Kushner al piano “riviera” di Trump per Gaza.

Chi è l’Alto Rappresentante per Gaza?

La Casa Bianca ha anche annunciato che l’ex inviato delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov è stato nominato Alto Rappresentante per Gaza e fungerà da collegamento chiave tra il Consiglio Esecutivo Costituente per Gaza e il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato tecnico composto da funzionari palestinesi che dovrebbe gestire l’enclave.

Mladenov, che risiede negli Emirati Arabi Uniti, ha stretto buoni rapporti con Kushner quando quest’ultimo stava negoziando gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan normalizzare i rapporti con Israele, come precedentemente riferito a MEE da funzionari arabi e occidentali.

Kushner ha dichiarato al New York Times che l’amministrazione Trump ha dato fiducia al diplomatico bulgaro durante i negoziati e ha tenuto conto dei suoi commenti costruttivi”.

Cos’è il Consiglio Esecutivo per Gaza?

La Casa Bianca ha anche nominato un “Consiglio Esecutivo per Gaza” composto da 11 membri, incaricato di garantire il coordinamento regionale e internazionale.

Non è chiaro quali responsabilità avrebbero il consiglio o i suoi membri.

Secondo l’elenco pubblicato dalla Casa Bianca il consiglio include Blair, Kushner, Rowan e Witkoff, molte delle stesse figure presenti nel consiglio esecutivo.

Il Consiglio Esecutivo per Gaza comprenderebbe anche alti funzionari degli Stati della regione, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il funzionario dell’intelligence egiziana Hassan Rashad e il ministro degli Emirati Arabi Uniti Reem al-Hashimy.

Anche Sigrid Kaag, politica olandese e coordinatrice delle Nazioni Unite a Gaza, è stata nominata per un ruolo.

Il canale israeliano Channel 12 ha riferito che anche l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, che ha avuto stretti legami con Blair e Kushner, avrebbe fatto parte del consiglio.

Cos’è il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza?

Istituito a ottobre nell’ambito del piano di pace in 20 punti di Trump per Gaza.

Annunciato formalmente il 15 gennaio, i suoi membri devono ancora essere confermati ufficialmente, ma, secondo un elenco visionato da MEE, il comitato sarà guidato da Ali Shaath, ex viceministro palestinese per la pianificazione.

Parlando ai giornalisti il ​​18 gennaio Shaath ha affermato che l’organismo cercherà di ripristinare i servizi essenziali a Gaza e di coltivare una società “radicata nella pace”.

“Sotto la guida del Consiglio per la Pace, presieduto dal Presidente Donald J. Trump, e con il supporto e l’assistenza dell’Alto Rappresentante per Gaza, la nostra missione è quella di ricostruire la Striscia di Gaza non solo nelle infrastrutture, ma anche nello spirito”, ha affermato Shaath.

Ha aggiunto che il NCAG si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza nell’enclave, di cui poco meno della metà è controllata da Hamas.

In seguito all’accordo di cessate il fuoco di ottobre Israele controlla almeno il 53% di Gaza occupando il territorio a est di un confine invisibile e in continua espansione noto come “Linea Gialla”.

Secondo l’elenco visionato da MEE gli altri membri dell’NCAG includono Omar Shamali, che supervisionerà le comunicazioni, Abdul Karim Ashour, incaricato dell’agricoltura, Aed Yaghi, responsabile del malandato sistema sanitario dell’enclave, e Aed Abu Ramadan, che guiderà l’industria e l’economia.

L’elenco indica inoltre che Jabr al-Daour si occuperà delle questioni relative all’istruzione, Bashir al-Rayes delle finanze, Ali Barhoum dell’acqua e dei comuni, Hanaa Tarzi dei soccorsi e della solidarietà e Adnan Salem Abu Warda della magistratura.

Precisa inoltre che Rami Tawfiq Helles si occuperà delle dotazioni e degli affari religiosi, Osama Hassan al-Saadawi supervisionerà l’edilizia abitativa e i lavori pubblici, mentre Samira Helles si occuperà dell’energia e dei trasporti.

Infine Sami Nasman, alto funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione e critico di lunga data di Hamas, diventerà ministro della sicurezza.

Nel 2015 un tribunale di Gaza aveva condannato Nasman in contumacia a 15 anni di carcere per aver istigato al “caos” e presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i leader di Hamas.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




UNRWA: rischi di malattie a Gaza ai massimi livelli a causa della carenza di vaccini

Redazione di MEMO

19 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che lunedì l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvertito che i rischi di malattie nella Striscia di Gaza hanno raggiunto livelli record, dato che ai minori continuano a mancare vaccinazioni essenziali in mezzo a due anni di guerra, condizioni invernali difficili e il collasso del sistema sanitario.

Il commissario generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini ha affermato che dall’inizio del conflitto i minori a Gaza sono stati ripetutamente privati dei cicli di immunizzazione necessari per proteggerli da malattie che possono essere prevenute.

In più di due anni di guerra a Gaza i minori hanno ripetutamente saltato le vaccinazioni di cui hanno bisogno per avere garantita la salute,” ha detto Lazzarini in una dichiarazione.

Ha affermato che le difficili condizioni atmosferiche invernali, incluse basse temperature, pesanti precipitazioni e inondazioni, stanno aggravando i rischi nell’enclave.

Queste condizioni si aggiungono ai già elevati rischi di malattie causate dall’acqua e dai servizi di sanitizzazione scadenti, ai rifugi sovrappopolati e al collasso del sistema sanitario,” ha aggiunto.

Lazzarini ha detto che domenica lo staff dell’UNRWA, in coordinamento con l’UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e partner locali, ha cominciato il secondo ciclo di una campagna di vaccinazione di recupero avente come soggetti i bambini sotto i tre anni.

La vaccinazione in tali condizioni è più che mai importante,” ha detto, sottolineando che l’UNRWA continua a lavorare per salvare vite a Gaza.

L’esercito israeliano da ottobre 2023 ha ucciso più di 71.000 persone, molte delle quali donne e minori e ne ha ferite oltre 171.000 in una brutale offensiva che ha lasciato la Striscia di Gaza in macerie.

Nonostante un cessate il fuoco cominciato il 10 ottobre, secondo il ministero della sanità di Gaza l’esercito israeliano ha continuato i suoi attacchi, uccidendo 465 palestinesi e ferendone 1.287 altri.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Tre mesi dopo il cessate il fuoco a Gaza: Israele espande il proprio controllo e rade al suolo interi quartieri

Yarden Michaeli

15 gennaio 2026 – Haaretz

Mentre l’inviato USA Steve Witkoff annuncia la prossima fase del piano di Trump per Gaza, immagini satellitari rivelano che l’esercito israeliano sta estendendo la linea gialla sotto il suo controllo più profondamente entro le aree controllate da Hamas, mentre Hamas costruisce tendopoli

A tre mesi dall’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas immagini satellitari rivelano sviluppi significativi sul terreno in tutta la Striscia di Gaza.

Ciò include il consolidamento delle Forze di Difesa di Israele (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] lungo il confine della sua area di controllo nella Striscia. Questo confine, noto come Linea Gialla, in alcuni casi si estende per centinaia di metri entro il territorio che è ufficialmente considerato essere sotto il controllo di Hamas. Le immagini mostrano anche zone di distruzione che si sono ampliate dopo l’inizio del cessate il fuoco, compresa l’area di Jabalya e il quartiere di Shujaiyeh, entrambi all’interno e oltre la zona sotto il controllo dell’IDF. Nel territorio controllato da Hamas sono state costruite nuove tendopoli per ospitare decine di migliaia di sfollati gazawi.

Tutti questi sviluppi avvengono mentre la Striscia, in seguito all’attuazione solo parziale del piano del presidente USA Donald Trump per porre fine alla guerra di Gaza, resta in una situazione di limbo, mentre continuano regolarmente a verificarsi spari, attacchi aerei e scontri. La cessazione ufficiale delle ostilità in ottobre e il rilascio degli ostaggi dalla detenzione di Hamas sono stati considerati una fase transitoria in vista della piena attuazione dell’accordo di Trump che prometteva, tra le altre cose, di gestire il ritiro dell’IDF dalla maggior parte di Gaza, la ricostruzione dell’enclave, il rifornimento di soccorsi per le masse di gazawi sfollati e il disarmo di Hamas.

Alcuni di questi passi in effetti sono stati compiuti: gli ostaggi in vita e tutti i cadaveri tranne uno sono stati restituiti a Israele, l’IDF ha ritirato in parte le sue forze e la Striscia adesso è divisa lungo una linea di controllo, la Linea Gialla. Tuttavia le parti devono ancora procedere alla fase successiva dell’accordo e la situazione ad interim si sta trascinando. Mercoledì l’inviato USA Steve Witkoff ha annunciato l’inizio della fase successiva del piano, mentre il primo ministro [israeliano] Benjamin Netanyahu ha affermato che si tratta solo di un passo simbolico.

L’esercito israeliano controlla circa il 54% del territorio di Gaza. Qui si possono vedere la divisione del controllo nella Striscia e alcune delle aree di attività documentate dal satellite:

Modifiche avvenute durante il cessate il fuoco

Le ultime immagini satellitari sono state riprese da Planet Labs [società statunitense che monitora quotidianamente la situazione del pianeta tramite immagini satellitari, ndt.]. Un esame delle immagini mostra che dopo l’entrata in vigore dell’accordo l’IDF ha riorganizzato e dispiegato le sue forze, tra gli altri luoghi, lungo la Linea Gialla, che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha recentemente definito come “il nuovo confine di Israele.” Nel quadro di questi sviluppi l’IDF ha creato nuovi avamposti nelle zone sotto il suo controllo.

Secondo l’organizzazione britannica Forensic Architecture [guidata dal noto architetto israeliano Eyal Weizman, ndt.] dall’inizio del cessate il fuoco fino alla metà di dicembre l’IDF ha creato 13 nuovi avamposti all’interno della Striscia. Tra questi due grandi avamposti nell’area di Jabalya. Gli avamposti sono alti, sovrastano il territorio e consentono un’ampia visuale. La loro costruzione ha implicato la demolizione di edifici e lo sgombero di terreni, nonché l’utilizzo di pesante tecnologia ingegneristica per costruire alti terrapieni dai quali è possibile osservare tutto il nord di Gaza. I palestinesi hanno postato dei video online che li mostrano.

Le immagini satellitari mostrano anche che dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire centinaia di ulteriori edifici a Jabalya intorno all’ospedale indonesiano. La gran parte delle distruzioni si trova sul lato israeliano della Linea Gialla, come compare sulle pubblicazioni ufficiali dell’IDF, ma è chiaro che molti altri edifici sono stati distrutti anche ad ovest della Linea. Un video a livello del suolo mostra la considerevole altezza dei nuovi avamposti a Jabalya. Uno di questi video è stato diffuso da Canale 11.

Secondo dichiarazioni ufficiali dell’IDF e testimoni palestinesi la zona della Linea Gialla è un costante punto caldo per incidenti, compresi colpi di arma da fuoco e vittime. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, che nei suoi rapporti non fa distinzione tra civili e combattenti, dall’annuncio del cessate il fuoco in varie località della Striscia sono stati uccisi 449 palestinesi e altri 1.246 sono stati feriti. Secondo l’UNICEF 100 delle vittime sono minorenni. In un incidente due bambini di 10 e 12 anni, che secondo le loro famiglie stavano cercando legna per il fuoco, sono stati uccisi in un attacco aereo. In seguito l’IDF ha detto di aver preso di mira due sospetti che attraversavano la Linea Gialla e di aver agito per “neutralizzare la minaccia.” Dopo il cessate il fuoco tre soldati dell’IDF sono stati uccisi nel sud della Striscia da spari anticarro e da cecchini di Hamas.

. La linea non è segnata in modo continuo sul terreno: l’IDF ha posizionato grossi blocchi gialli di cemento, a volte distanti tra loro centinaia di metri, per indicare il tracciato. I palestinesi hanno testimoniato che ogni tanto l’IDF sposta i blocchi verso ovest, dentro al territorio controllato da Hamas. L’analisi delle immagini satellitari mostra che in varie zone lungo la Linea Gialla c’è sicuramente una differenza tra la posizione dei blocchi gialli sul terreno e quella della Linea Gialla così come segnalata nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito, compresa la mappa pubblicata dall’Unità portavoce dell’IDF in arabo per la popolazione di Gaza. Per esempio nel quartiere di Shujaiyeh, nella parte orientale di Gaza City, nelle immagini satellitari si possono identificare i blocchi di cemento gialli posti a circa 300 metri ad ovest della Linea Gialla ufficiale segnalata nella mappa dell’IDF.

Organi di informazione internazionali hanno identificato altri luoghi in cui le pubblicazioni ufficiali non coincidono con la realtà sul terreno. Come rivelato da Haaretz un mese fa, dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire altre centinaia di edifici a Shujaiyeh, ad ovest della linea ufficiale, oltre la linea dei blocchi gialli.

In risposta, l’IDF ha affermato: “All’interno del quadro del cessate il fuoco, le operazioni dell’IDF sono condotte per contrastare le minacce delle organizzazioni terroriste a Gaza, guidate da Hamas, che hanno ripetutamente violato il cessate il fuoco. L’IDF lavora per marcare in modo visibile la Linea Gialla, conformemente alle condizioni del terreno e alle valutazioni operative aggiornate e svolge le necessarie attività operative nell’area sforzandosi di minimizzare il più possibile i danni ai civili, nel rispetto del diritto internazionale.”

L’esercito non ha risposto a specifiche domande, quali: perché la posizione dei blocchi sul terreno non è aggiornata sulla mappa ufficiale, perché la linea non è segnata in modo continuo sul terreno in modo da ridurre i danni ai civili e perché la distruzione di edifici si sta espandendo anche al di là della Linea Gialla, in aree sotto il controllo di Hamas.

La distruzione avvenuta negli ultimi mesi si aggiunge alla cancellazione di intere città nella Striscia durante la guerra. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Satelliti delle Nazioni Unite, che misura la portata della distruzione nella Striscia fino a metà ottobre, durante la guerra più dell’80% delle strutture sono state distrutte o danneggiate.

Il risultato diretto dell’estesa distruzione è uno sfollamento di massa che provoca durissime sofferenze ai gazawi. Secondo l’ONU centinaia di migliaia di persone lottano per sopravvivere in tende danneggiate dalla pioggia, dal vento e dalle mareggiate o in edifici a rischio di crollo. In totale 1,3 milioni di persone necessitano di assistenza. Solo negli ultimi giorni migliaia di tende e rifugi di fortuna che ospitavano decine di migliaia di persone sono state distrutte o danneggiate dalla pioggia e dai forti venti.

Recentemente Haaretz ha riferito che i medici nella Striscia hanno rilevato un aumento delle malattie e delle ospedalizzazioni, attribuibili in parte al fatto di aver vissuto a lungo in tende umide. Il Ministero della Sanità palestinese ha riferito che sette persone sono morte di freddo dall’inizio dell’inverno e che altri 25 gazawi sono stati uccisi dal crollo di edifici.

A fronte di questo scenario le immagini satellitari ottenute da Haaretz mostrano che nel territorio controllato da Hamas nelle scorse settimane sono state allestite almeno quattro grandi tendopoli, due nel centro della Striscia e altre due nel nord di Gaza City.

Secondo il Comitato egiziano, un ente impegnato a fornire aiuti nella Striscia, la tendopoli vicina al Corridoio Netzarim [strada costruita da Israele che taglia a metà la Striscia di Gaza, ndt.] dovrebbe ospitare 15.000 famiglie. Nell’ambito degli sforzi per assistere gli sfollati le agenzie dell’ONU hanno anche bonificato e livellato il terreno nel quartiere Hamad di Khan Younis, allestendovi una tendopoli per spostare una parte degli sfollati lontano dalle durissime condizioni sulla costa. Nonostante questi sforzi ci vorranno enormi risorse per assistere la massa di sfollati che sono vissuti nelle tende per due anni.

All’interno della transizione alla fase due dell’accordo di Gaza si prevede che sia creata un’area residenziale per gazawi non affiliati ad Hamas nel territorio sotto controllo israeliano. Immagini satellitari pubblicate da Haaretz la scorsa settimana mostrano scavi, sgombero di macerie e livellamenti vicino a Rafah in un’area che secondo l’esercito sarebbe destinata a questo scopo. I lavori di sterro, iniziati circa un mese fa, coprono un km2. Fonti militari hanno affermato che nella fase iniziale l’area ospiterà 20.000 gazawi.

Tuttavia per ora non è chiaro se e quando le parti avvieranno realmente la fase successiva.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna, Amedeo Rossi)




Una associazione della stampa condanna Israele per il mantenimento del divieto di accesso a Gaza per i media

Redazione di MEMO

7 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che l’associazione no-profit della stampa estera [Foreign Press Association, FPA] con sede negli Stati Uniti ha espresso “profonda delusione” nei confronti del governo israeliano perché continua a impedire ai media internazionali libero accesso alla Striscia di Gaza.

Invece di presentare un piano per permettere l’ingresso indipendente a Gaza dei giornalisti e per permetterci di lavorare insieme ai coraggiosi colleghi palestinesi, il governo [israeliano, ndt.] ha deciso ancora una volta di tagliarci fuori,” ha affermato in una dichiarazione l’associazione di corrispondenti esteri con sede negli Stati Uniti. “Questo avviene anche adesso che è in corso il cessate il fuoco.”

Da quando nel 2023 è cominciata la guerra le autorità israeliane hanno ristretto l’accesso indipendente a Gaza ai giornalisti internazionali, permettendo solo a un numero limitato di reporter di entrare sotto scorta militare e su base individuale.

Secondo la stampa israeliana domenica il governo ha detto alla Corte Suprema che il divieto deve rimanere in vigore a causa di quelli che sono descritti come “rischi per la sicurezza.”

L’FPA ha affermato che vuole sottoporre alla corte una “vigorosa risposta” nei prossimi giorni.

L’FPA è fiduciosa che la corte farà giustizia a fronte della continua violazione dei principi fondamentali della libertà di parola, del diritto dell’opinione pubblica di sapere e della libertà di stampa,” si afferma nella dichiarazione.

All’inizio di dicembre 2025 l’ufficio governativo dei media di Gaza ha detto che 257 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante il genocidio israeliano a Gaza, cominciato l’8 ottobre 2023 e durato due anni fino all’accordo per il cessate il fuoco che è entrato in vigore a ottobre 2025.

Da quando tale accordo è diventato effettivo secondo il ministero della Salute [di Gaza, ndt.] l’esercito israeliano ha commesso centinaia di violazioni, uccidendo 420 palestinesi e ferendone 1.184 altri.

Il cessate il fuoco ha posto fine alla guerra di due anni che ha ucciso circa 71.400 palestinesi, molti dei quali donne e bambini, ferito più di 171.200 altri e lasciato l’enclave in macerie.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Antisionismo, antisemitismo: le falsità di Eva Illouz

Gilbert Achcar

29 dicembre 2025 – Orient XXI

Nel suo editoriale pubblicato da Le Monde il 18 dicembre 2025 la sociologa [Eva Illouz] pretende di dimostrare che l’antisionismo, presentato come il volto dell’antisemitismo contemporaneo, condivide le due basi fondamentali della “cultura dell’antisemitismo”: la “negazione” e “l’inversione accusatoria”. Tuttavia, come dimostra il ricercatore e scrittore Gilbert Achcar, nella sua argomentazione l’autrice riproduce lei stessa questi meccanismi.

L’editoriale di Eva Illouz comincia con un commento sulla nascita dell’antisemitismo nel corso dell’ultimo quarto del XIX° secolo, quando il tradizionale odio cristiano verso gli ebrei venne trasformato in “teoria quasi sociologica” per adeguarlo allo spirito del tempo. Questo preambolo serve da preludio all’argomento centrale dell’articolo, secondo il quale l’antisionismo a sua volta non è che un’incarnazione dell’antisemitismo più rispondente allo spirito della nostra epoca.

Come “esempio probatorio” della “negazione” del crimine commesso contro un gruppo e dell’“inversione accusatoria” che trasforma le vittime, membri di un gruppo, in colpevoli del crimine che esse subiscono, Eva Illouz cita la dichiarazione redatta sotto l’impatto del 7 ottobre 2023 dal Comitato di Solidarietà con la Palestina dei laureandi di Harvard e co-firmata da molte organizzazioni studentesche. Questa dichiarazione, afferma Eva Illouz, “considera il regime israeliano ‘interamente responsabile’ della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas, cancellando totalmente le responsabilità dell’organizzazione terroristica nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi.

L’autrice non cita che un brano della dichiarazione studentesca. Ma questa afferma: “Noi, le associazioni studentesche firmatarie, riteniamo il regime israeliano totalmente responsabile di ogni violenza in corso.” In altri termini, nella frase incriminata non è “della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas” che la potenza israeliana è considerata “interamente responsabile”, ma della spaventosa guerra genocida e devastante che quel potere ha scatenato contro Gaza subito dopo l’attacco omicida del 7 ottobre.

La dichiarazione studentesca prosegue:

Gli avvenimenti di oggi non sono sopravvenuti fuori contesto. Per 20 anni milioni di palestinesi di Gaza sono stati obbligati a vivere in una prigione a cielo aperto. I responsabili israeliani promettono di ‘aprire le porte dell’inferno’ e i massacri a Gaza sono già iniziati. I palestinesi di Gaza non hanno nessun luogo in cui rifugiarsi o scappare. Nei prossimi giorni dovranno inevitabilmente subire l’impatto della violenza israeliana. Il regime di apartheid è l’unico responsabile. La violenza israeliana ha strutturato tutti gli aspetti dell’esistenza palestinese durante 75 anni.

Segue una sintesi di quello che il popolo palestinese ha subito, che si conclude con un invito ad opporsi allo “sterminio dei palestinesi in corso”. È un breve appello a un’azione urgente di assistenza a un popolo in pericolo. Sostenere che questo stesso appello avrebbe dovuto sottolineare “la responsabilità” di Hamas “nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi” vuol dire confondere le cose e ignorare l’urgenza di fronte a un genocidio annunciato.

Per fare bella figura Eva Illouz menziona una volta nel suo editoriale “i veri palestinesi, quelli che soffrono amaramente gli abusi [sic] da parte del governo israeliano e che hanno bisogno dell’aiuto del mondo intero”, ma è unicamente per deplorare che “la causa palestinese (sia) giunta a incarnare e a sintetizzare tutte le lotte femministe, trans, climatiche, omosessuali, nere.” L’autrice prosegue mettendo in modo assolutamente improprio sullo stesso piano uno slogan antisemita molto volgare (“Fuck the Jews” [Fanculo gli ebrei]) e gli slogan che chiedono di “globalizzare l’Intifada” o una “Palestina libera dal fiume al mare”. Seguono tre ragioni che spiegano perché l’antisionismo costituisce, secondo lei, “una nuova forma di antisemitismo”.

Lo Stato d’Israele contro gli ebrei

La prima ragione, la più importante, è che “l’antisionismo rimette in discussione la stessa legittimità del nazionalismo e del focolare nazionale ebraico. Non esiste nessun altro caso in cui un popolo si veda negato il diritto di continuare a vivere nel suo Stato con una tale insistenza ossessiva da parte di un’ideologia politica.” L’idea secondo la quale lo Stato di Israele sarebbe il “focolare nazionale ebraico” è al cuore della dichiarazione Balfour con la quale il governo britannico aveva dato il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina nel 1917. Questa idea all’epoca era stata denunciata da Edwin Samuel Montagu, unico membro ebraico del governo al quale apparteneva Arthur Balfour e il solo ad essersi opposto alla sua dichiarazione in termini premonitori: “Per me è importante che sia resa nota la mia opinione che la politica del governo di Sua Maestà è antisemita per il risultato che ne consegue e si dimostrerà essere un punto di riferimento degli antisemiti in tutto il mondo.”

Montagu riteneva “inconcepibile che il governo britannico riconosca ufficialmente il sionismo e che il signor Balfour sia autorizzato a dire che la Palestina debba essere trasformata in ‘focolare nazionale del popolo ebraico’. Ignoro ciò che questo implichi, ma suppongo che ciò significa che i maomettani e i cristiani dovranno far posto agli ebrei e che questi ultimi saranno favoriti e associati in modo esclusivo con la Palestina come l’Inghilterra lo è con gli inglesi o la Francia con i francesi, che i turchi e altri maomettani in Palestina saranno considerati stranieri, così come gli ebrei lo saranno ormai in tutti i Paesi meno che in Palestina.”

L’effetto dell’antisemitismo,” spiega Eva Illouz, “è privare gli ebrei del focolare, negando loro la cittadinanza o espellendoli. Quello era lo scopo del tradizionale antisemitismo europeo.” È vero, ed è precisamente quello che Montagu deplorava: invitando il movimento sionista a creare un “focolare nazionale del popolo ebraico” in Palestina la dichiarazione Balfour privava gli ebrei dei loro focolari ebraici legittimi nei vari Paesi ai quali appartenevano per assegnare loro un focolare unico in Palestina.

Montagu si trovava nella posizione giusta per capire quello che il padre fondatore del sionismo statale, Theodor Herzl, intendeva scrivendo nel suo diario il 12 giugno 1895: “Gli antisemiti diventeranno i nostri più affidabili amici.” Questa profezia si trova oggi realizzata nel modo più clamoroso nell’alacre adesione alla causa dello Stato sionista da parte dei depositari dell’antisemitismo tradizionale europeo, così come Eva Illouz finge di ignorare che l’antisemitismo non consiste nel contestare al popolo ebraico-israeliano “il diritto di continuare a vivere nel suo Stato,” ma piuttosto il suo diritto a vivere in uno Stato etnocratico fondato su un territorio conquistato nel 1948 da coloni europei a detrimento della popolazione nativa che vi viveva da secoli.

La grandissima maggioranza di questa popolazione fu allora vittima di una “epurazione etnica”; un’altra parte dopo il 1967 si è trovata ridotta allo status di popolazione sotto un regime d’occupazione, dovendo affrontare una colonizzazione graduale e brutale del suo territorio. Quello che gli antisionisti rifiutano è il diritto degli ebrei israeliani a considerare la terra della Palestina come loro “focolare nazionale” esclusivo, diritto ora consacrato dalla legge “Israele Stato Nazione del popolo ebraico” adottata nel 2018 dal parlamento israeliano. Contrario a questo esclusivismo etno-nazionalista è il principio della coesistenza egualitaria dei popoli israeliano e palestinese in una Palestina “libera dal fiume al mare” che sostengono gli antisionisti, molti dei quali, come è ben noto, sono di origine ebraica.

Analogie grossolane

La seconda ragione che secondo Eva Illouz fa dell’antisionismo “una nuova forma di antisemitismo” sarebbe che l’antisionismo “ripropone tutti i pregiudizi, i luoghi comuni e le fantasie dell’antisemitismo.” Così “invece di uccidere i bambini per utilizzare il loro sangue per farne del pane azzimo, un’altra diceria ossessiva vorrebbe che Israele prelevi gli organi dei palestinesi morti.” Con analogie così grossolane sarebbe sufficiente citare le numerose parole sioniste estremiste antipalestinesi, molto meno marginali perché pronunciate da responsabili di alto livello dello Stato israeliano per sostenere che il sionismo, in tutte le sue tendenze, è uguale al nazismo nel suo intento genocida. Ci sono affermazioni esagerate, e persino oltraggiose, in ognuno dei campi politici: ridurre l’insieme del campo a tali affermazioni è un metodo polemico deprecabile.

Quanto alla terza ragione, essa sarebbe che “l’antisionismo contiene un programma di negazione dell’antisemitismo, in quanto la sua denuncia è sospetta di strumentalizzazione. Ciò a sua volta rende meno scandaloso e più legittimo uccidere ebrei.” Per sostenere il suo argomento Eva Illouz spinge la distorsione fino all’estremo: “Slogan come ‘Globalize the Intifada’ (Globalizzare l’Intifada) sono in realtà appelli all’uccisione indiscriminata di civili ebrei ovunque nel mondo, perché la Seconda Intifada [2000-2005] fu una serie di attentati terroristi contro più di 1.000 civili israeliani per 5 anni.

L’autrice decide così, arbitrariamente e perentoriamente, che il termine Intifada (‘rivolta’ in arabo) rinvia alla “Seconda Intifada” piuttosto che alla prima, la rivolta di massa non violenta che raggiunse il suo apice nel 1988 e fece entrare il termine Intifada nel vocabolario internazionale. Inoltre riduce a “una serie di attentati terroristici” la “Seconda Intifada”, ribellione che fu il risultato dell’esasperazione della popolazione palestinese nei territori occupati del 1967 di fronte all’accelerazione della colonizzazione che fece seguito agli accordi di Oslo del 1993. Eva Illouz omette infine di dire che durante la “Seconda Intifada” ci furono da 3 a 4 volte più vittime palestinesi che israeliane e sembra ignorare che circa un terzo dei “più di 1.000 civili israeliani” che menziona erano in realtà militari.

Sarebbe noioso continuare a smascherare le falsità incluse nell’articolo di Eva Illouz. Arriviamo quindi alla conclusione:

“È tutta la terra che ormai ci è divenuta inospitale. Per la prima volta gli ebrei non hanno più il sogno di un altrove accogliente, trasformando in realtà l’antica maledizione antisemita dell’ebreo errante.

Il pathos eccessivo di questa conclusione è una constatazione del tragico fallimento del sionismo. Lungi dal risolvere la “questione ebraica” e di assicurare agli ebrei un rifugio in cui possano vivere sicuri, il sionismo ha creato uno Stato in cui l’insicurezza degli ebrei è più grande che nel resto del mondo. Attraverso la sua violenza omicida e distruttrice, portata al suo apice sotto il governo dell’estrema destra, ha anche attizzato un antisemitismo che si sperava fosse in via di estinzione in Occidente.

Gilbert Achcar

Accademico franco-libanese, docente emerito all’École des études orientales et africaines [scuola di studi orientali e africani] (SOAS) dell’università di Londra e autore di Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale [Gaza, un genocidio annunciato. Un punto di svolta nella storia mondiale] (La Dispute, 2025).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele sta per ricominciare il genocidio? Tre scenari possibili per il futuro

Robert Inlakesh

30 dicembre 2025, The Palestine Chronicle

Dato che Tel Aviv rifiuta apertamente il ritiro e insiste sul disarmo, il cessate il fuoco” rischia di degenerare in una nuova strage di massa o in un lento tentativo di imporre il controllo e il trasferimento forzato della popolazione. Il dibattito su come sarà la Fase Due del cessate il fuoco a Gaza infuria, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiede il disarmo della resistenza palestinese. Nel frattempo, Gaza si rifiuta di consegnare le armi. Tuttavia la maggior parte delle analisi non coglie nel segno quando si tratta di interpretare i calcoli di Tel Aviv.

Il cosiddetto cessate il fuoco di Gaza si è dimostrato poco più di una pausa prolungata nel corso del massacro di civili. Sebbene sia ancora descritto come un cessate il fuoco, durante la “Fase Uno” si sono verificati tre importanti cambiamenti nella situazione sul terreno, mentre la guerra continuava a infuriare.

Il primo cambiamento importante, forse il più notevole, è stato l’impegno degli israeliani a non uccidere più una media di circa 100 civili al giorno. Il secondo è stato l’ingresso di maggiori aiuti a Gaza, sebbene non in quantità minimamente vicina a quella richiesta o concordata. Il terzo è stato uno scambio reciproco di prigionieri.

Valutare l’efficacia e le prospettive della prima fase del cessate il fuoco è importante per capire cosa potrebbe riservare la seconda fase, ammesso che venga raggiunta.

Per gli israeliani i vantaggi dell’attuazione parziale della Fase Uno sono stati numerosi. Innanzitutto l’elemento meno significativo è il fatto che si sono liberati dall’onere di rilasciare i prigionieri. Questo è stato importante per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che è riuscito a chiarire la questione del ritorno dei prigionieri, soprattutto in vista di una nuova tornata elettorale.

Poi ci sono altri vantaggi per gli israeliani. Gaza è uscita dalle prime pagine dei giornali internazionali, poiché le uccisioni quotidiane sono apparse troppo basse per essere considerate un problema importante dalla stampa occidentale di parte. Nel frattempo i soldati israeliani hanno potuto continuare a svolgere all’interno di Gaza lo stesso identico lavoro che ha costituito la maggior parte delle sue operazioni militari durante il genocidio: la demolizione di edifici.

Queste operazioni di demolizione, per le quali è stata impiegata forza lavoro israeliana privata a fianco delle unità del genio dell’esercito di occupazione, hanno costituito la stragrande maggioranza degli sforzi militari sul campo. Il combattimento faccia a faccia sul terreno non è mai stato una caratteristica rilevante del genocidio israeliano; Israele si è semplicemente rifiutato di combattere realmente le organizzazioni di resistenza palestinesi.

Una cosa che disturbava gli israeliani era che questi interventi di demolizione, che includevano talvolta la distruzione di ingressi dei tunnel, comportavano un alto rischio di imbattersi in imboscate armate. I combattenti palestinesi, infatti, preparavano trappole e organizzavano operazioni di imboscata contro le loro forze, specialmente quando Israele invadeva o rioccupava nuove aree in cui non aveva mantenuto una presenza permanente.

Quindi la Fase Uno dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza garantiva che i soldati non sarebbero stati esposti agli stessi pericoli di prima, poiché le organizzazioni di resistenza palestinesi avrebbero interrotto tutte le operazioni contro l’esercito invasore.

È importante tenere presente questa realtà quando si analizzano le decisioni prese da Israele, perché ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio, non una guerra convenzionale. L’intento di Israele è quello di annientare Gaza, rendendola totalmente inabitabile, con l’intenzione di procedere ad un’espulsione di massa. Questo è anche il motivo per cui raramente hanno preso di mira i bracci armati delle fazioni palestinesi, concentrandosi invece sul massimo danno alla popolazione civile.

Qualsiasi altro modo di inquadrare la questione è fuorviante e nasconde ciò che il regime israeliano ha commesso dal 7 ottobre 2023. Inoltre impedisce a qualsiasi analista di valutare criticamente le mosse di Israele.

Considerando tutto ciò, si consideri che gli israeliani hanno ormai trascorso oltre due mesi in cui le loro forze armate sono ancora operative, ma hanno avuto una pausa dai combattimenti o dal timore di essere vittime di imboscate. Inoltre, mentre i decisori di Tel Aviv e Washington elaboravano nuovi piani per i loro fronti contro Iran, Yemen e Libano, sono stati riparati i carri armati, i veicoli trasporto truppe e altri equipaggiamenti israeliani.

Inoltre è stata ridotta la necessità della presenza militare per motivi di sicurezza, poiché un cosiddetto Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) ha assunto il controllo della situazione e ha contribuito a plasmare la realtà sul campo. Ogni Paese coinvolto nel CMCC è stato quindi complice del genocidio.

Questa fase ha portato l’ulteriore vantaggio per gli israeliani di avere ora lo spazio per sperimentare nuovi approcci, evocare ulteriori complotti e cercare di trovare un modo per garantire la pulizia etnica della Striscia di Gaza. Come ha dichiarato esplicitamente il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il suo esercito non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio costiero assediato.

Fase Due e cosa ci riserverà

Se accettiamo il fatto che gli israeliani sono determinati a realizzare la pulizia etnica, che le loro operazioni militari hanno sempre cercato di raggiungere questo obiettivo e che continuano a tramare per ottenerlo, allora siamo arrivati al punto di partenza da cui valutare l’attuazione della cosiddetta Fase Due.

Durante la prima fase sono state gettate le basi per una nuova serie di atti criminali contro la popolazione di Gaza. La popolazione è stata sottoposta a innumerevoli pressioni, supervisionate dal criminale CMCC, tra cui la privazione di condizioni di vita sostenibili, con solo poche organizzazioni non governative che hanno sollevato la questione.

Le forze di sicurezza governative affiliate ad Hamas, nonostante i massimi sforzi per ristabilire l’ordine, si sono trovate ad affrontare una situazione impossibile: più di un milione di persone vivono in tende instabili o esposte a condizioni meteorologiche avverse, con carenza di forniture mediche adeguate; prodotti igienici e molti generi alimentari sono addirittura vietati. In questo contesto, la maggior parte delle persone non ha un lavoro, pochi ricevono stipendi adeguati e anche coloro che godono di una situazione economica migliore rimangono traumatizzati e impossibilitati a tornare a casa. Inevitabilmente, questo porta a problemi sociali che nessuna forza di sicurezza regolare può contrastare completamente.

Nel frattempo gli israeliani espandono la cosiddetta Linea Gialla dietro la quale avrebbero dovuto rimanere, usandola invece per giustiziare chiunque si avvicini a poche centinaia di metri da essa, dissuadendoli così dal tornare alle proprie case o terre, dove potrebbero eventualmente coltivare piccoli raccolti. Dietro questa linea di occupazione in continua espansione l’esercito israeliano e i mercenari distruggono sempre più infrastrutture. Tutto questo è monitorato dal CMCC, guidato da Stati Uniti e Israele.

Il piano è piuttosto esplicito nei suoi obiettivi ma ancora vago nelle sue precise fasi di attuazione. Sia i funzionari statunitensi che quelli israeliani hanno chiarito che mirano alla ricostruzione solo all’interno della parte della Striscia di Gaza controllata da Israele, dove cinque squadroni della morte legati all’ISIS vengono sostenuti da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti (EAU).

La vergognosissima Risoluzione 2803 dell’ONU, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) a novembre, rende evidente che l’obiettivo è quello di istituire un “Board of Peace”(BoP) [Tavolo della Pace, ndt.] e una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF). Il BoP rende Donald Trump il governatore di fatto di Gaza, e l’ISF è destinata a diventare una forza d’invasione multinazionale incaricata di combattere le fazioni della resistenza palestinese.

Lunedì scorso il nuovo portavoce delle Brigate Qassam di Hamas, che ha anche assunto lo pseudonimo di Abu Obeida, ha annunciato una ferma opposizione al disarmo, invitando invece gli israeliani a cedere le armi, in quanto responsabili di un genocidio. Tutte le fazioni palestinesi, ad eccezione del ramo principale di Fatah, che controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sono unite su questo punto.

L’ANP è favorevole al piano di Donald Trump di governare la Striscia di Gaza e disarmare la resistenza con la forza, ma è irrilevante in termini di rappresentanza dei palestinesi. Questa autorità continua a esistere solo perché è sostenuta da israeliani, americani, sauditi ed europei, e il suo consenso presso il popolo palestinese, al di là della sua base di dipendenti, è inferiore al 10%. Non rappresenta nemmeno più i sentimenti della maggioranza dei sostenitori di Fatah.

Tutto questo per dire che se una Fase Due dovesse essere attuata, nessuna delle due parti sarebbe d’accordo. Il governo di Netanyahu chiede il disarmo, mentre le fazioni palestinesi chiedono l’autogoverno di Gaza e cederanno le armi solo se queste saranno consegnate a un nuovo Stato palestinese. Hamas ha chiarito che consentirà che un’amministrazione tecnocratica assuma il controllo di Gaza e non chiede che rimanga al governo della Striscia.

Considerando che nessuna delle due parti riesce a concordare sulle basi su cui avviare la Fase Due e tenendo presente che Israele e gli Stati Uniti sono le parti in possesso del predominio militare, ci sono tre modi in cui tale fase potrebbe svilupparsi:

Stati Uniti e Israele procederanno con l’attuazione violenta del loro piano, come stabilito nella vergognosa Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inizieranno a schierare una forza per il cambio di regime e tenteranno di attuare una serie di piani per avviare una lenta pulizia etnica del territorio.

Israele riprenderà il suo genocidio su vasta scala.

Il precario cessate il fuoco continuerà, ma rimarrà in una situazione di stallo. Ciò comporterà periodici episodi di violenza, mentre Israele e gli Stati Uniti tenteranno di attuare lentamente e parzialmente l’agenda ISF-BoP. Questo sarà un processo durante il quale la popolazione di Gaza sarà sottoposta a maggiori pressioni, ma non sufficienti a far crollare del tutto l’accordo.

Una Fase Due aggressiva?

Il primo modo possibile di attuazione della fase successiva dell’iniziativa di cessate il fuoco a Gaza rischierebbe probabilmente di soccombere alle immense pressioni che inevitabilmente si abbatterebbero su di esso. Se consideriamo solo l’ISF, si tratta di una ricetta per un disastro totale.

Imporre in modo aggressivo la Forza Internazionale di Stabilizzazione” alla popolazione di Gaza significa che questa inizierà a prendere di mira le fazioni della resistenza palestinese. Due problemi principali emergerebbero immediatamente. La resistenza ucciderebbe con certezza alcuni di questi soldati stranieri, che tornerebbero nei loro Paesi dorigine in sacchi per cadaveri, causando caos interno. Un approccio così pesante rischierebbe inoltre di provocare la morte di civili, un altro grave fallimento di per sé.

Gli israeliani sono irremovibili sul fatto che Turchia, Qatar e altre nazioni a maggioranza musulmana con cui sono in disaccordo non possano schierare le loro forze armate a Gaza. Che ottengano o meno ciò che vogliono, si consideri che questa forza armata significherebbe riunire alcune centinaia di soldati da un Paese, alcune migliaia da un altro, e così via.

Se questo contingente ISF venisse inviato a Gaza con un approccio aggressivo, considerando che finora non è stato raggiunto alcun accordo su come attuare questa iniziativa di invasione né su quali i Paesi coinvolti, esso si troverebbe catapultato in un complesso contesto di guerra urbana. I membri di questo contingente parleranno lingue diverse, seguiranno dottrine militari diverse, saranno impreparati, probabilmente mal equipaggiati per i compiti che dovranno svolgere e, secondo quanto riportato, saranno solo poche decine di migliaia.

Donald Trump si è recentemente vantato che le nazioni che, a suo dire, stanno partecipando al suo cosiddetto “piano di pace” lavoreranno per distruggere Hamas se si rifiutasse di disarmarsi, vantandosi persino che le forze israeliane non sarebbero obbligate ad agire e che le forze d’invasione straniere farebbero tutto il lavoro per loro.

Per condurre un’operazione di cambio di regime di questa natura, la ISF dovrebbe essere forte di almeno 250.000 uomini. Si tenga presente che mobilitare una forza d’invasione multinazionale di questo tipo richiederebbe molti mesi, un’enorme quantità di finanziamenti e il requisito fondamentale sarebbe che combattesse davvero, a differenza dell’esercito israeliano, che si è rifiutato di attaccare sul campo le fazioni della resistenza palestinese.

Se un’ISF composta da poche decine di migliaia di uomini cercasse di sconfiggere la resistenza palestinese subirebbe perdite più gravi di quelle subite dall’esercito israeliano. Qualsiasi nazione araba o a maggioranza musulmana che schierasse delle forze potrebbe subire proteste di massa o ribellioni contro il proprio ruolo nel genocidio. Senza entrare nei dettagli, ciò non ha senso e se venisse tentato fallirebbe rapidamente. Persino gli egiziani, che insieme a Israele saranno i garanti della strategia, hanno raccomandato l’ingresso di una forza analoga alla UNIFIL libanese a Gaza, cosa che non è stata approvata dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Israele infrange il cessate il fuoco

Un’altra possibile evenienza è che Benjamin Netanyahu decida di infrangere il cessate il fuoco. Alcuni sostengono che ciò non accadrebbe perché gli Stati Uniti sono impegnati nel loro “piano di pace”. Questa non è un’argomentazione seria. Donald Trump ha dimostrato di essere disposto ad accettare qualsiasi scelta israeliana. Non è un leader forte su questo tema e possiede chiaramente un livello di conoscenza della regione che ci si potrebbe aspettare da uno studente di scuola superiore pubblica che ha studiato storia senza prestare molta attenzione.

Ci sono solo due circostanze in cui gli israeliani potrebbero rompere completamente il cessate il fuoco. La prima è che non credano più che i piani che hanno cercato di attuare nell’ambito del cosiddetto cessate il fuoco possano funzionare e che ci sia un qualche vantaggio politico nel tornare a combattere senza esclusione di colpi. La seconda è che temano che la resistenza palestinese possa lanciare un’offensiva mentre l’esercito israeliano fosse impegnato anche contro Hezbollah e l’Iran.

La violazione del cessate il fuoco dimostrerebbe come gli israeliani siano privi di una direzione e di un piano coerente per porre effettivamente fine ai combattimenti sul fronte di Gaza. Ciò significherebbe che stanno semplicemente tornando al genocidio totale, con la speranza che alla fine si presenti un’opportunità che permetta una pulizia etnica di massa, o un lento processo di pulizia etnica attraverso lo sterminio di altre decine di migliaia di civili.

In bilico tra la fase uno e la fase due

Un’altra opzione è che israeliani e americani ritardino la rottura del cessate il fuoco. Significherebbe lasciare la situazione in una fase di stallo, non permettere il suo crollo totale, ma intraprendere un processo di tentativi ed errori attraverso il quale tentare lentamente di realizzare gli elementi della “Fase Due”.

Questa è un’evenienza molto probabile, pensata per mantenere chiuso il fronte di Gaza e concentrarsi maggiormente su Iran, Libano e forse persino sullo Yemen. Potremmo quindi aspettarci di vedere l’ISF dispiegata in modo meno consistente di quanto attualmente previsto a Washington, l’attuazione di piani disastrosi che coinvolgano mercenari e la distribuzione di aiuti, e qua e là tentativi di pulizia etnica della popolazione. Tutti questi piani fallirebbero miseramente, ma non senza infliggere sofferenze alla popolazione civile di Gaza.

Nel frattempo l’alleanza USA-Israele terrà Teheran nel mirino. L’idea alla base di tutto ciò sarebbe quella di schiacciare la popolazione civile di Gaza dando la priorità ad Iran e Hezbollah quali principali minacce strategiche.

Israele fallisce nel proteggersi dall’Iran e da Hezbollah

Le cospirazioni di Washington e Tel Aviv contro Gaza possono essere sconfitte, ma questo dipende in gran parte da Hezbollah e Iran. Se Iran e Hezbollah riuscissero a infliggere colpi gravissimi agli israeliani, rifiutandosi di stare al loro gioco di conflitti difensivi di breve durata, allora Israele verrebbe trascinato a fondo.

Tutto ciò che si richiede a Hezbollah e all’Iran è che non smettano di colpire, indipendentemente dal grado di carneficina inflitta al loro popolo. Se Hezbollah trascina l’esercito israeliano in territorio libanese e rifiuta le richieste di cessate il fuoco, costringendo invece gli israeliani a una guerra destinata a protrarsi per molti mesi, e l’Iran fa lo stesso, gli israeliani si troveranno in una grave crisi.

I dettagli di tali conflitti sono argomento di approfondimento e potrebbero verificarsi molteplici esiti, ma è sufficiente dire che mosse importanti da parte di Libano e Iran potrebbero mettere gli israeliani in una posizione di grande debolezza, tale da consentire persino azioni rilevanti da parte di Gaza.

Se Iran e Hezbollah venissero sconfitti o messi fuori gioco per un periodo ancora più lungo dopo aver accettato dei cessate il fuoco insensati dopo brevi periodi di combattimento, subendo anche l’assassinio di personaggi di spicco, questo sarebbe l’esito più favorevole per Benjamin Netanyahu. Le vittorie in questi campi aprirebbero la porta alla pulizia etnica della Striscia di Gaza, anche se lentamente piuttosto che con una fuga precipitosa verso la penisola del Sinai. Questo, naturalmente, presupponendo che non si aprano improvvisamente altri fronti importanti a preoccuparli.

Allo stato attuale gli israeliani si trovano in una posizione di grande debolezza, non essendo riusciti a sconfiggere nessuno dei loro nemici. L’unica eccezione è la caduta del precedente regime siriano, che non combatteva direttamente contro Israele ma costituiva un importante ponte di terra per l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran. Per ora la Siria può essere considerata una vittima di Israele, ma non rappresenta una minaccia immediata.

In definitiva Israele ha combattuto per oltre due anni e non è riuscito a sconfiggere la resistenza palestinese, Hezbollah, Ansarallah [gruppo armato yemenita, ndt.], l’Iran o qualsiasi altro suo avversario, anche dopo aver inferto colpi di varia entità a ciascuno di loro. La “vittoria totale” a lungo agognata da Netanyahu non sembra probabile, eppure continua a raddoppiare gli sforzi per raggiungere questo obiettivo. La ragione principale di ciò è il rifiuto della popolazione di Gaza, e anche del Libano, di arrendersi.

Robert Inlakesh è giornalista, scrittore e documentarista. Si occupa principalmente del Medio Oriente, con particolare attenzione alla Palestina. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)