Hamas è orgogliosa dei suoi “successi”, ma non ha convinto gli abitanti di Gaza che ne pagano il prezzo

Amira Hass

27 dicembre 2025 – Haaretz

In un documento autocelebrativo, pubblicato dall’organizzazione in occasione del secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, Hamas non spiega come la lotta armata, che definisce necessaria, non abbia mai fermato quello che definisce l’Israele colonialista

Proprio come le istituzioni efficienti – governative o non governative – che presentano rapporti periodici sulle proprie attività e risultati, Hamas ha appena pubblicato una valutazione dell’attacco del 7 ottobre e delle sue conseguenze fino al cessate il fuoco siglato due anni dopo.

Come tali istituzioni Hamas sta presumibilmente pensando alle parti interessate che leggeranno il suo rapporto. Nel documento pubblicato mercoledì – 36 pagine in arabo, 42 in inglese – è chiaro che la popolazione della Striscia di Gaza non è tra le parti interessate. Non può essere parte integrante del quadro di successi e resilienza descritto nel testo.

Nel corso di conversazioni con amici e familiari, pur non destinate alla pubblicazione o alla discussione nei media israeliani, anche i fedeli sostenitori di Hamas nell’enclave nutrono dubbi sull’attacco e sulle motivazioni che lo hanno determinato. E non ottengono risposte.

Coloro che non sono sostenitori di Hamas a Gaza, persone che chiedono a Hamas di fare un bilancio su di sé, non troveranno alcun cenno a questo nel testo. Troveranno “disprezzo per il loro sangue e sofferenza… un palese ignorare la realtà, un tentativo di convincere la gente che la più grande tragedia nella storia moderna della Palestina e di Gaza è stata una ‘esigenza nazionale’ e una conquista storica”, come ha scritto un abitante di Gaza rimasto nella Striscia.

Una donna che ha lasciato l’enclave all’inizio della guerra e ha letto il documento di Hamas ne conclude che “queste persone non ammetteranno mai i loro disastrosi errori e non sentiranno mai la sofferenza e le tragedie del nostro popolo, poiché sono insensibili e privi di coscienza”.

Gli autori di questi commenti non hanno mai sostenuto l’organizzazione rivale, Fatah, e non possono essere sospettati di essere filoisraeliani. Entrambi – come tutti i palestinesi e non solo loro – sottoscriverebbero volentieri la cornice principale del rapporto sulla storia del conflitto: il sionismo come movimento di insediamento coloniale, con Israele come entità per natura espropriatrice ed espulsiva. Non dimenticano nemmeno per un istante che Israele ha scelto, come politica, di uccidere i loro familiari, gli amici e i vicini, distruggendo al contempo le loro case e l’intera Gaza.

Ma sono anche tra i non pochi a Gaza che chiedono ad Hamas di assumersi le proprie responsabilità e di non crogiolarsi sugli allori autocelebrativi per il “glorioso attraversamento” del confine e per i 20 “risultati più importanti” del 7 ottobre (il che significa che ce ne sono altri), come indicato nel rapporto. Tra i risultati elencati ci sono l’isolamento di Israele, la sua disintegrazione interna e il sabotaggio del processo di normalizzazione con i paesi arabi.

Chiunque cerchi voci critiche come quelle sopra menzionate può trovarle, ma non sono le voci dominanti e certamente non ottengono il posto che meritano nei resoconti di importanti media arabi come Al Jazeera.

A differenza dei cittadini di Gaza sopra menzionati che hanno definito le dichiarazioni di Hamas “illusioni”, altri probabilmente rimarranno colpiti dalla realtà alternativa che emerge dal rapporto dell’organizzazione, intitolato “La nostra narrazione: Il Diluvio di Al Aqsa: due anni di determinazione e volontà di liberazione”.

Con il suo documento Hamas si rivolge a: i palestinesi della diaspora; la Ummah (il mondo musulmano), un termine ripetuto più volte nel rapporto; i palestinesi della Cisgiordania e al vasto movimento di solidarietà a sostegno della Palestina e di Gaza, menzionato come uno dei risultati raggiunti. Queste comunità ci ricordano che il governo di Hamas a Gaza è percepito come un punto di partenza. L’organizzazione continua ad aspirare a una posizione che gli consenta di guidare l’intera nazione palestinese in qualità di membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che necessita di essere riformata dopo essere stata completamente svuotata di significato dall’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.

Ma Hamas non intende aspettare che tutto questo si realizzi. Sta rafforzando la propria posizione nei luoghi in cui ciò è possibile. Il successo apparente della lotta armata è uno strumento per consolidare questa forza.

“La lotta armata”, come immagine speculare della glorificazione degli eserciti ufficiali negli Stati regolari, rimane un ethos fondamentale e una componente vitale nella costruzione del potere politico nelle organizzazioni che ambiscono a tale potere. Ciò era vero per i palestinesi e per altre nazioni in altri periodi. Poiché la Ummah è un destinatario importante, il testo collega delicatamente questo ethos all’Islam. Chiunque non ascolti le voci di critica e rabbia a Gaza potrebbe rimanere colpito dagli elogi del rapporto all’uso delle armi, ignorandone le falsità e contraddizioni.

Portando avanti la lunga tradizione di esagerare il numero di israeliani morti negli scontri militari con Hamas, gli autori affermano che a Gaza siano stati uccisi 5.942 soldati israeliani. Questo numero è attribuito al Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir.

Complessivamente, secondo i “resoconti medici” citati nel testo, Israele avrebbe subito 13.000 vittime su tutti i fronti (Libano, Cisgiordania e Gaza). Il rapporto è mendace anche riguardo alla coesione sociale di Gaza. All’ombra di incessanti bombardamenti, della distruzione dalle case, dell’impoverimento e della morte, la società di Gaza ha vissuto fenomeni prevedibili di disintegrazione interna, sfruttamento della debolezza e speculazione bellica ad un livello sconfortante.

Il testo mente anche quando elogia il rifiuto degli abitanti di Gaza di arrendersi ai tentativi di espulsione da parte di Israele. La gente semplicemente non ha potuto andarsene. Chi è riuscito a farlo ha lasciato l’enclave e molti continuano a sognare di andarsene. Questi fatti sono incompatibili con la narrazione.

Una delle spiegazioni fornite dagli autori del rapporto riguardo alla scelta della lotta armata sottolinea un fatto: Israele ha sabotato l’attuazione degli Accordi di Oslo continuando a costruire insediamenti. Gli autori omettono opportunisticamente di menzionare che negli anni ’90 Hamas era altrettanto determinata a sabotare gli accordi e il programma di Yasser Arafat, come dimostra la serie di attentati suicidi compiuti dall’organizzazione.

Gli autori considerano il 7 ottobre come un capitolo nella storia della lotta armata, ma dimenticano di esaminare i risultati dei capitoli precedenti in cui non si riuscì a impedire la conquista del territorio da parte di Israele, dato che Israele fece esattamente ciò che si voleva evitare. Gli attentati suicidi degli anni ’90 furono utilizzati da Israele come spiegazione o pretesto per fermare il trasferimento del territorio dell’Area C della Cisgiordania ai palestinesi.

Gli attacchi del primo decennio del secolo portarono alla costruzione del muro di separazione e alla definitiva separazione di Gaza dalla Cisgiordania. Nel secondo decennio, Hamas e la Jihad Islamica non tentarono nemmeno di respingere la crescente violenza dei coloni in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti.

L’obiettivo di Hamas – secondo cui è impossibile isolarli e farli scomparire – è liberare tutta la Palestina oppure ottenere uno Stato palestinese accanto a Israele? Come nei messaggi che ha diffuso fin dalla sua fondazione nel 1987, anche quello attuale è ambiguo e confuso.

Nel rapporto il tono prevalente è a favore della liberazione di tutta la Palestina. In una rassegna storica che inizia dal 1948 e anche prima si afferma che “il progetto sionista … non ha compreso che il suo destino sarà come quello di ogni ondata di invasione che ha preso di mira la nostra benedetta e santa terra nel corso della storia: o ne verrà espulso o vi verrà sepolto”.

D’altra parte rileva come risultato positivo il crescente numero di paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina” entro i confini del 1967. Il documento indica ciò che occorre fare per fermare la giudaizzazione” a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, ma non fa riferimento a ciò che sta accadendo all’interno dello stesso Israele. In una frase tipicamente vaga il rapporto descrive una visione di libertà, liberazione della terra compresa la città santa di Gerusalemme, e la creazione del nostro Stato”.

Il rapporto è inutile ai fini di negoziati diretti o indiretti con Israele. La sicurezza di sé che traspare – reale o finta che sia – conferma ciò che afferma: Hamas non ha intenzione di lasciare la scena.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli edifici sventrati di Gaza sono l’ultima risorsa per le famiglie in cerca di riparo

Huda Skaik

23 dicembre 2025 – The Electronic Intifada

Intorno all’ospedale Al-Shifa di Gaza City intere strutture ed edifici sono accartocciati, con i muri che sono inclinati ad angolo acuto. I pavimenti e i soffitti cedono, come se si stessero sgretolando, e le scale sono sospese a mezz’aria.

Queste rovine inzuppate dalla pioggia non sono adatte ad essere abitate; sono così instabili che una raffica di vento o una notte di pioggia intensa potrebbero farle crollare. Eppure, a causa della mancanza di tende e di spazio disponibile nei rifugi di Gaza, gli sfollati vivono al loro interno.

Sono andata in scuole e rifugi, ma nessuno ci ha accettati,” afferma Sumaya Nabhan, 32 anni.

“Semplicemente non c’era spazio. Ho un marito ferito e tre figli. Se avessi una tenda, anche se significasse vivere per strada, la preferirei a questo edificio.”

Prima del genocidio Nabhan e la sua famiglia vivevano in una modesta abitazione con una sola stanza nella zona di Tel al-Zaatar, nella Striscia di Gaza settentrionale, ma quella casa è stata distrutta dai bombardamenti israeliani.

Da sette mesi occupano questo edificio pericolante nel quartiere di al-Rimal, che pende così tanto verso destra che gli occupanti istintivamente cercano di mantenere l’equilibrio per contrastare la pendenza.

“Persino il bollitore del tè è inclinato”, dice Nabhan.

Nabhan e suo marito hanno rimosso le macerie quanto basta per potersi infilare all’interno dell’edificio, ma ogni volta che piove il tetto perde come un tubo rotto e di notte entrano cani randagi.

“Resto sveglia tutta la notte per proteggere i miei figli dai cani”, dice.

“Cosa significa questa casa per me?” afferma. “Un rifugio. Niente nella vita conta di più, nemmeno il cibo.”

Secondo la Protezione Civile palestinese almeno 17 edifici residenziali sono crollati in seguito alle tempeste invernali che hanno colpito Gaza nel mese di dicembre, mentre l’UN Agency for Palestine Refugees [agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] (UNRWA) ha segnalato 16 decessi come conseguenza delle stesse tempeste, in alcuni casi a causa del crollo di edifici allagati su famiglie che vi avevano trovato rifugio”.

Utenti di social media e organi di informazione hanno documentato il crollo di numerosi edifici a Gaza, con palestinesi rimasti intrappolati sotto le macerie di edifici che, danneggiati dai bombardamenti israeliani, sono poi collassati sotto la pioggia invernale.

Sumaya Nabhan afferma di essere ossessionata dal pericolo di vivere in un simile edificio.

Purtroppo le sue possibilità di trovare un alloggio sono molto limitate, dato che, secondo un’analisi delle immagini satellitari fatta dall’ONU, nell’ottobre 2025 l’81% degli edifici a Gaza è danneggiato.

“Vivo con tristezza e disperazione”, dice. “A volte desidero la morte piuttosto che questo”.

Il suo unico sogno ora è “una tenda chiusa”.

“Mi sento come se vivessi in un posto inadatto agli esseri umani”, afferma.

Come uno scivolo in un parco divertimenti

Nella stessa strada di al-Rimal dove vivono Nabhan e la sua famiglia, anche Serene al-Farra, 31 anni, occupa con il marito e i due figli una struttura parzialmente crollata.

Prima del genocidio la sua casa a Tel al-Zaatar era un luogo stabile e semplice, con “due stanze, un soggiorno, una cucina e un bagno”. Amava soprattutto il soggiorno.

Ma la loro casa fu distrutta nei primi giorni del genocidio e da allora si sono trasferiti da un posto all’altro, fino a stabilirsi, nel maggio 2025, in questa struttura vicino all’ospedale Al-Shifa.

Ci sentiamo abbastanza al sicuro anche sotto le macerie”, dice, ma quando si entra sembra di stare su uno scivolo in un parco giochi”.

L’edificio è talmente inclinato che gli occupanti più anziani, come i suoi genitori, spesso non riescono a stare in piedi.

Già nell’ottobre 2023 i raid aerei israeliani “rasero al suolo” il quartiere di al-Rimal, un tempo brulicante di vita: le riprese aeree di quel periodo mostravano una distruzione diffusa e cumuli di macerie.

Da allora non è cambiato molto, poiché interi isolati sono ancora irriconoscibili e il cessate il fuoco non ha contribuito in alcun modo a ridurre il pericolo di crollo di queste abitazioni.

Al-Farra racconta che quando piove la casa si allaga, quindi infila coperte negli angoli per assorbire l’acqua, cercando di evitare che raggiunga i suoi figli mentre dormono.

Non ci sono finestre, quindi il freddo è insopportabile,” dice. Non abbiamo un bagno. Per costruirne uno dovremmo scavare attraverso due piani crollati”.

Afferma che il suo carattere è completamente cambiato.

“Sono più irritabile e più apprensiva verso i miei figli.”

Teme che da un momento all’altro un muro crolli sul figlio mentre è chinato sul quaderno cercando di disegnare, o sulla figlia mentre gioca.

«Se mi sento al sicuro? No. Provo solo paura.»

Il suo desiderio è semplice come quello di Nabhan: “Una stanza. Una tenda. Qualsiasi cosa sia stabile.”

Pietre che cadono

Islam al-Faram, 37 anni, ha piantato una tenda in quello che un tempo era il cortile davanti alla sua casa, tra due strutture parzialmente crollate e pericolosamente inclinate.

“Da lì cadono detriti”, dice riferendosi agli edifici vicini. “Oggi delle pietre ci sono cadute addosso a causa della pioggia.”

Al-Faram e suo marito hanno rimosso le macerie dalla loro vecchia casa ad al-Rimal per poter montare dei teloni dove un tempo c’era il cortile. Hanno deciso di rimanere qui perché questa era la loro casa, anche se resta solo il terreno sottostante.

“Questo posto custodisce i nostri ricordi”, dice. “Anche se siamo in una tenda, sembra che parte della nostra anima sia ancora qui”.

Ma la tenda ha portato con sé le sue difficoltà: “Quando soffia il vento, vola via tutto. Quando piove, l’acqua inonda l’interno. Lavare, cucinare, tutto è una lotta“.

Afferma di sentirsi più al sicuro qui che in un rifugio affollato dove “non c’è nemmeno spazio per respirare”.

“Mi sento al sicuro perché qui c’era la mia casa”, sostiene.

La figlia di Al-Faram, Ghina, di 8 anni, dice: “Voglio guardare di nuovo la TV”.

Quando a dicembre è arrivata la pioggia l’acqua ha allagato la tenda e le macerie delle case circostanti, ormai pericolanti, sono crollate nelle vicinanze.

“A volte ho paura”, afferma Ghina.

La sua distrazione preferita è giocare a nascondino con suo cugino.

Le manca “molto” la scuola.

Huda Skaik è una studentessa di inglese e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La macchina propagandistica israeliana mette in pericolo ogni ebreo sul pianeta, me compreso

Antony Loewenstein

23 dicembre 2025 – Middle East Eye

Inquadrando gli orrori di Bondi come giustificazione delle sue azioni genocide questo governo si sta dibattendo per riconquistare la sua legittimità

Dopo poche ore dall’orribile attacco antisemita di Bondi Beach a Sidney di questo mese il governo israeliano e i suoi sostenitori hanno iniziato a fare pressioni su una Nazione in lutto con false narrazioni, sfacciate menzogne e razzismo

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e importanti ministri israeliani hanno accusato il governo australiano di “aver normalizzato il boicottaggio contro gli ebrei”, riconosciuto quest’anno lo Stato di Palestina e rifiutato di reprimere le manifestazioni a favore della Palestina.

L’ex-portavoce dell’esercito israeliano Eylon Levy ha postato su X (l’ex Twitter): “Gli ebrei di tutto il mondo vivono nella paura perché siamo braccati. Il 7 ottobre ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo e dato il via a una guerra globale contro gli ebrei.”

Non c’erano né logica né senso per questo attacco nel momento in cui a Bondi Beach i cadaveri erano ancora caldi. A quel punto, e ancora adesso, non c’è un’immagine chiara delle motivazioni del padre e del figlio accusati del massacro, soprattutto di ebrei che si erano riuniti per celebrare la prima notte di Hannukkah, benché sia stato preso in considerazione un rapporto con lo Stato Islamico.

È stato un intervento vergognoso da parte di uno sciagurato governo israeliano accusato di aver commesso un genocidio a Gaza, eppure ancora in troppi sui media australiani e internazionali hanno trattato Netanyahu e i suoi compari come commentatori credibili, affidandosi alla loro presunta saggezza.

Molti giornalisti ed editori, persino quelli che potrebbero essere in sintonia con un’opinione più scettica, in conseguenza della strage di Bondi Beach sono terrorizzati dall’idea di esprimersi, soprattutto di criticare il governo israeliano e la lobby filo-israeliana, per timore di venire accusati di antisemitismo. Il risultato sono il silenzio e l’acquiescenza.

Per il governo israeliano e per molti dei suoi sostenitori in tutto il mondo demonizzare i difensori pacifici della Palestina e vomitare odio contro i musulmani è diventato all’ordine del giorno nel momento in cui stanno perdendo la guerra di propaganda dopo più di due anni di stragi di massa a Gaza.

Fomentare paure

Un recente studio commissionato dal ministero degli Esteri israeliano ha scoperto che dal 7 ottobre 2023 l’immagine del Paese è stata pregiudicata e il suo consulente per le pubbliche relazioni ha proposto di combattere questo fatto fomentando la paura dell’Islam radicale e del “jihadismo”. La risposta israeliana al massacro di Bondi Beach si inserisce chiaramente in questo piano.

Quello che Israele e i suoi difensori continuano volontariamente a ignorare è che è difficile convincere un’opinione pubblica internazionale della giustezza della propria causa quando l’esercito israeliano continua la pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Il problema non è un malfunzionamento nelle pubbliche relazioni, ma le politiche e azioni di odio contro i palestinesi. Ciononostante Israele sta intensificando la sua propaganda, prevedendo nel suo bilancio 2026 di spendere 2.35 miliardi di shekel (oltre 626.000 €) in campagne di sostegno.

Che cosa otterrà con questo? La comunità evangelica USA viene bombardata da contenuti filo-sionisti. Recentemente mille pastori statunitensi si sono recati in Israele per un viaggio pagato dal governo Netanyahu per addestrarli come ambasciatori del Paese. I cristiani palestinesi locali sono stati ignorati.

Israele sta tentando di rafforzare la sua base di appoggio all’interno della numerosissima comunità evangelica statunitense, tradizionalmente la sua maggior fonte di sostegno, perché i giovani evangelici stanno esprimendo uno scetticismo molto maggiore verso Israele e le sue politiche in Palestina.

Le mie fonti nella comunità evangelica mi dicono che il genocidio a Gaza ha avuto un profondo effetto sulle menti e sulle opinioni di molti giovani evangelici. In questi contesti religiosi preoccupazioni riguardo all’ingiustizia, in Palestina e altrove, stanno ricevendo il giusto spazio mediatico e Israele è preoccupato; da qui l’investimento di non si sa quanti milioni per diffondere propaganda a queste menti turbate.

Genocidio trasmesso in diretta

Israele deve affrontare un mondo che cambia, con il movimento MAGA di Trump sempre più diviso riguardo al suo, una volta solido, sostegno al sionismo. Gli ebrei progressisti negli USA e altrove sono largamente persi. L’estrema destra, dalla Svezia alla Francia, accoglie calorosamente Israele e la sua agenda etno-nazionalista.

Questo è l’effetto di anni di genocidio trasmesso dal vivo sulla reputazione di un Paese.

Il comportamento di Israele sta mettendo in pericolo direttamente ogni ebreo sul pianeta, me compreso. L’antisemitismo è reale e in crescita e ciò mi preoccupa profondamente in quanto ebreo. Ma l’Australia non è Berlino nel 1933, quando gli ebrei vennero improvvisamente trasformati in cittadini di seconda classe. È difficile prendere seriamente gli ebrei filoisraeliani che sostengono di sentirsi insicuri quando vedono un’anguria o sentono lo slogan “Palestina libera”.

Ma il desiderio di Tel Aviv di demonizzare il governo australiano non riguarda la protezione degli ebrei dall’antisemitismo: è un vergognoso tentativo di manipolare una discussione in cui i dirigenti israeliani non hanno un ruolo né importanza, in quanto si agitano per ristabilire la loro legittimità dopo anni di immagini quotidiane del massacro a Gaza.

Abbiamo bisogno di una classe giornalistica disposta a mettere in discussione le motivazioni di Netanyahu.

C’è una lunga storia di propaganda sionista, che risale a molto prima della nascita di Israele nel 1948, che intendeva spiegare e giustificare una presenza ebraica colonialista sulla terra.

Oggi gli strumenti di propaganda sono diffusi sulle reti sociali, e Israele sta scommettendo di poter riconquistare i sostenitori persi presentandosi come in prima linea nella “guerra al terrorismo” contro l’islamismo.

Consideratemi come profondamente scettico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di bestseller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, the New York Times, the New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina: come Israele Esporta la Tecnologia dell’Occupazione in Tutto il Mondo (Fazi Editore, 2024). Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke [Pillole, Polvere e Fumo], Disaster Capitalism [Capitalismo del disastro] e My Israel Question [La mia domanda Israele]. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis [La crisi degli oppioidi in Africa occidentale] e Under the Cover of Covid [Sotto la copertura del COVID]. Ha vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il ministro della Difesa israeliano promette che non ci sarà un ritiro totale né da Gaza né dai territori siriani occupati

Redazione di MEMO

23 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che il quotidiano Yedioth Ahronoth ha riportato che martedì il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha promesso che Tel Aviv non si ritirerà dalla Striscia di Gaza né dai territori siriani occupati.

Noi ci troviamo in profondità dentro Gaza e non la lasceremo mai completamente,” ha detto Katz durante una conferenza stampa nella colonia Beit El, vicino a Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania.

Si è anche impegnato a creare nuove basi militari nel nord di Gaza al posto delle colonie che erano state evacuate dopo il disimpegno israeliano del 2005.

Quando arriverà il momento, nel nord di Gaza … noi costruiremo le unità Nahal al posto delle comunità (israeliane) che sono state sfollate,” ha affermato, elogiando l’attuale governo israeliano come quello della “colonizzazione.”

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz i siti Nahal fanno parte di un programma militare nel quale gruppi di giovani israeliani vanno insieme come volontari e successivamente formano delle comunità civili.

Secondo il portale del Times of Israel le affermazioni di Katz sulla costruzione di colonie nel nord di Gaza pongono una sfida al primo ministro Benjamin Netanyahu e a Washington. Ci si aspetta che il premier visiti gli Stati Uniti al termine del mese per colloqui con il presidente statunitense Donald Trump.

Sebbene il governo israeliano non abbia rilasciato chiarimenti relativamente alla dichiarazione di Katz, i leader dei coloni e l’opposizione l’hanno ritenuta una chiamata per la costruzione delle colonie.

Tuttavia l’ufficio di Katz ha chiarito in una dichiarazione che il governo non intende creare nessuna colonia nella Striscia di Gaza.

Ha affermato che il riferimento del ministro della Difesa alla costruzione degli avamposti Nahal nel nord di Gaza “è stato fatto solo in un contesto di sicurezza.”

Circa 750.000 coloni israeliani illegali, di cui 250.000 a Gerusalemme Est, vivono in centinaia di colonie in tutta la Cisgiordania. I coloni illegali portano avanti attacchi giornalieri contro i palestinesi con l’obiettivo di sfollarli con la forza.

Riguardo alle violazioni israeliane della sovranità siriana, Katz ha affermato: “Noi non ci ritireremo di un centimetro dalla Siria,” senza fornire ulteriori dettagli.

I dati del governo siriano mostrano che da dicembre 2024 Israele ha effettuato oltre 1.000 attacchi aerei in Siria e più di 400 incursioni lungo i confini nelle province del sud.

Dopo la caduta del regime di Bashar Al-Assad alla fine del 2024 Israele ha espanso la sua occupazione nelle Alture siriane del Golan confiscando la zona cuscinetto demilitarizzata, una azione che ha violato l’accordo del 1974 con la Siria.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




A fronte della recente ondata di dimissioni l’esercito di Israele teme un “esodo in massa del personale”

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto segnala che con la guerra a Gaza c’è stata un’impennata delle domande di cessazione anticipata dal servizio tra le unità dell’esercito.

L’esercito israeliano ha messo in guardia circa un “esodo in massa del personale”, visto il considerevole aumento delle richieste di dimissioni da parte di militari d’ogni rango, ha reso noto martedì l’agenzia di stampa turca Anadolu.

L’esercito israeliano è afflitto da un “esodo in massa di ufficiali e sottufficiali che hanno presentato istanza di cessazione volontaria dal servizio”, scrive il quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronoth.

Finora ci sono state 500 richieste da parte di ufficiali e sottufficiali in forza all’esercito regolare che volevano essere rimossi dalla loro posizione nell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.]”, afferma il giornale, pur senza specificare quando siano state presentate.

L’esercito “segnala un costante incremento delle domande di dimissioni, indice di una vera e propria crisi di organico riguardante ogni classe di età e ogni grado gerarchico, un fenomeno che ha raggiunto ormai proporzioni allarmanti”.

Secondo il quotidiano l’esercito israeliano prevede ulteriori defezioni da parte di membri dell’organico in pianta stabile che prestano servizio nelle forze regolari.

Il rapporto in questione rivela che alla Knesset sono attualmente al vaglio modifiche legislative che consentirebbero — a titolo d’incentivo — di apportare alle spettanze pensionistiche di ufficiali e soldati una maggiorazione compresa tra il 7% e l’11%.

Il giornale spiega che le 500 domande di dimissioni non sono state presentate da riservisti, ma da militari di professione impiegati nelle forze regolari, e sono riconducibili alla bassa retribuzione unita al notevole tasso di abbandono del servizio militare, che ha avuto i suoi effetti soprattutto durante la logorante guerra nella Striscia di Gaza.

L’esercito sta “faticando parecchio a convincere migliaia di ufficiali e sottufficiali affinché seguitino a prestare servizio stabilmente, con il prevedibile risultato che vi sarà un calo nelle prestazioni complessive dell’esercito”.

Dal mese di ottobre 2023 Israele ha ucciso quasi 70.700 persone a Gaza, per lo più donne e bambini, ferendone oltre 171.000, e ha ridotto l’enclave a un cumulo di macerie.

(Traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




La Corte Penale Internazionale rigetta l’appello e quindi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant rimangono validi

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

La Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja ha rigettato un appello presentato dal governo israeliano contro i mandati di cattura emessi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant.

Con una maggioranza di tre giudici a due la Corte d’Appello ha deciso di confermare i mandati, che rimangono in tal modo validi legalmente. I due politici sono accusati di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare nella Striscia di Gaza.

Israele ha presentato l’appello dopo che la Corte ha deciso di aprire un’inchiesta preliminare sulla guerra di Israele contro Gaza in seguito all’attacco condotto da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. La Corte ha basato la sua decisione sul principio di complementarietà, che permette alla CPI di agire solo quando uno Stato non è in grado o non vuole perseguire dei sospetti attraverso il proprio sistema legale.

Nel suo appello Israele ha sostenuto che l’ufficio del procuratore avrebbe dovuto informare il governo in anticipo riguardo l’apertura del procedimento. Secondo Israele questo avrebbe permesso alle autorità di affrontare le accuse in Israele.

La Corte ha rigettato questo argomento, stabilendo che una notifica preliminare non era richiesta in questa fase del procedimento giudiziario.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’espansione della ‘Linea Gialla’ da parte di Israele ingloba i distretti di Gaza e sradica le famiglie

Maha Hussaini, Gaza City, Palestina occupata

13 dicembre 2025 – Middle East Eye

Le famiglie palestinesi sono costrette ad andarsene dalle proprie case in silenzio mentre le forze israeliane sono sempre più vicine, nonostante il cessate il fuoco

Quando Ahmed Hamed è tornato a casa sua dopo il cessate il fuoco questa si trovava a circa 1,5 chilometri ad ovest della cosiddetta ‘Linea Gialla’ imposta da Israele.

Due mesi dopo quella distanza si è ridotta a circa 200 metri.

Prima della fine della guerra la nostra casa si trovava in una zona pericolosa ed era difficile per noi ritornarci”, ha detto a Middle East Eye il giornalista palestinese di 31 anni.

Abbiamo aspettato due settimane dopo il cessate il fuoco per essere certi che fosse sicura.”

Alla fine la famiglia è ritornata nella propria casa vicino al quartiere di Shujaiya nella parte orientale di Gaza City.

Quasi immediatamente il fragore della guerra l’ha nuovamente raggiunta.

Fin dal primo giorno in cui siamo tornati abbiamo sentito bombardamenti, demolizioni e spari”, dice Hamed.

Cominciavano al tramonto e proseguivano fino all’alba.”

All’inizio pensavano che le esplosioni fossero lontane, credendo che la Linea Gialla fosse ancora distante.

Ma ora Hamed può vedere i blocchi di cemento gialli piazzati dalle forze israeliane dalla sua finestra – cosa che non era possibile solo alcune settimane fa.

In tutta Gaza la linea provvisoria di demarcazione si è spostata, avvicinandosi ancor di più alle zone densamente popolate e alimentando il timore di nuovi sfollamenti e violenze da parte di Israele.

Fuggire in silenzio’

La Linea Gialla è un confine militare che è stato imposto e contrassegnato unilateralmente dalle forze israeliane all’interno della Striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco mediato ad ottobre dagli USA.

Definita zona interdetta, impedisce ai palestinesi di entrare in ampie aree di terra a nord, sud ed est.

Dall’inizio del cessate il fuoco la linea è costantemente avanzata verso ovest, inglobando quartieri e occupando attualmente circa il 53% del territorio.

Ogni nuova progressione viene segnalata con blocchi di cemento gialli piazzati all’interno dei quartieri civili.

Secondo Hamed migliaia di case si trovano all’incirca entro un chilometro quadrato tra la posizione originaria della linea e quella attuale.

Dopo il cessate il fuoco molte famiglie sono tornate in queste case, cercando di riprendere la propria vita.

Le persone hanno installato dei generatori ed anche internet”, spiega.

Poi una notte sono stati svegliati da un’intensa sparatoria ed hanno trovato un blocco di cemento giallo in mezzo alla strada. Hanno raccolto le proprie cose e sono scappati sotto il fuoco in piena notte.”

Alcune famiglie sono rimaste intrappolate nelle loro case per ore a causa dei pesanti bombardamenti prima di poter uscire e scoprire che il confine si era già spostato.

Complessivamente la linea è avanzata di oltre un chilometro durante il cessate il fuoco, provocando silenziose ondate di sfollati che non hanno ricevuto quasi alcuna attenzione dai media.

C’è una potente ondata di abitanti in fuga e nessuno informa di questo”, dice Hamed.

Le famiglie scappano in silenzio. Durante la guerra si parlava della nostra sofferenza e questo leniva un poco il dolore. Adesso nessuno ne parla.

Immaginate l’angoscia: abbiamo ringraziato dio perché le nostre case hanno resistito a due anni di genocidio ed ora la gente le sta perdendo durante il cessate il fuoco.”

La casa della famiglia di Hamed adesso sta proprio di fronte alla Linea Gialla. Dalla sua finestra lui può vedere i carrarmati israeliani e i veicoli militari che pattugliano e sparano verso i quartieri al di là del confine.

La moglie di suo cugino, Samar Abu Waked, trentenne madre di tre figli, è stata uccisa all’ingresso della casa della sua famiglia da un proiettile in testa, evidentemente sparato da un soldato israeliano dalla Linea Gialla, secondo i suoi parenti.

Più di una volta ho dovuto strisciare con mia moglie e i bambini dalla stanza che affaccia sulla strada verso le stanze più interne, a causa delle intense sparatorie”, dice Hamed a MEE.

E’ come un fuoco che brucia in tutto il quartiere e ci aspettiamo che le fiamme ci raggiungano. Nessuno può fermare questa avanzata.”

Dall’inizio della guerra genocidaria ad ottobre 2023 Hamed è stato sfollato molte volte.

Nei primi sfollamenti ho impacchettato solo quel che ci serviva, sapendo che alla fine saremmo tornati”, dice il giovane padre.

Ma adesso, aggiunge, teme che lo sfollamento sarà permanente.

Quartieri ridotti in macerie

Quando le forze israeliane sono avanzate verso ovest hanno usato veicoli carichi di esplosivi per demolire edifici residenziali in un sol colpo a Gaza est, spianando aree e impedendo agli abitanti di tornare.

Domenica il capo dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha definito la Linea Gialla un “nuovo confine”.

In base al piano di cessate il fuoco appoggiato dagli USA la Linea Gialla è una linea di ripiegamento temporaneo per le forze israeliane, mentre ulteriori ripiegamenti verso la frontiera di Gaza sono previsti in successive fasi dell’accordo.

Tuttavia Zamir ha affermato che l’esercito mantiene “il controllo operativo su ampie parti della Striscia di Gaza” e rimarrà sulle posizioni lungo quelle linee difensive.

La Linea Gialla è un nuovo confine, utilizzato come linea difensiva avanzata per le nostre comunità e come linea di attività operative”, ha detto.

Il mese scorso l’abitante di Shujaiya Reem Mortaja è stata sfollata dalla sua casa per l’undicesima volta.

L’aspetto più demoralizzante è che in base all’accordo di cessate il fuoco ci è stato permesso di tornare solo per trovare le nostre case gravemente danneggiate”, ha detto a MEE la ventisettenne.

Eppure eravamo contenti che alcuni muri fossero ancora in piedi. Abbiamo comprato nuove cose e effettuato piccole riparazioni, avendo la sensazione di essere più stabili rispetto ai precedenti sfollamenti.”

Ma quella sensazione di stabilità è durata poco.

Tre settimane fa abbiamo dovuto nuovamente scappare e non abbiamo potuto portare molto con noi”, dice.

Una mattina la sua famiglia al risveglio ha trovato un blocco di cemento giallo piazzato a pochi metri dalla casa. Hanno afferrato quel che potevano e sono scappati.

Pochi giorni dopo che noi e i nostri vicini ce ne siamo andati hanno bombardato le nostre case e ridotto in macerie l’intero quartiere”, dice.

Il mondo pensa che il cessate il fuoco sia in vigore. Ma noi stiamo ancora attraversando fasi di guerra, mentre l’occupazione prosegue senza essere condannata poiché agisce silenziosamente e rapidamente.

Ogni giorno ci sono spostamenti in avanti, attacchi aerei e fuoco d’artiglieria. L’espulsione non si ferma mai, e tutto questo avviene nel silenzio totale.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Secondo un rapporto nel 2025 Israele è stato responsabile del 43% delle morti di giornalisti in tutto il mondo

Redazione di MEMO

9 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che secondo un rapporto pubblicato martedì l’esercito israeliano è stato ritenuto responsabile per circa la metà delle morti dei giornalisti in tutto il mondo nel 2025.

Secondo Reporter Senza Frontiere, una organizzazione non governativa con sede a Parigi che difende i diritti dei giornalisti, il 2025 ha visto una impennata del numero di giornalisti uccisi nel mondo.

Il rapporto mostra che nel corso di un anno 67 professionisti dei media sono stati uccisi e almeno 53 di questi sono stati vittime di “pratiche criminali di gruppi militari e del crimine organizzato.”

Nel rapporto si afferma che “circa la metà (43%) dei giornalisti assassinati negli ultimi 12 mesi è stata uccisa a Gaza dalle forze armate israeliane.”

Inoltre da ottobre 2023 sono stati uccisi dall’esercito israeliano circa 220 giornalisti, 65 dei quali sono stati colpiti per la loro professione o mentre lavoravano.

Secondo i dati dell’ufficio dei media del governo di Gaza almeno 257 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza dall’inizio della guerra genocida.

Nel rapporto si afferma che Israele è al secondo posto [al mondo] per numero di detenzioni di giornalisti stranieri, in quanto nel 2025 sono stati imprigionati 20 giornalisti palestinesi in aggiunta ai 16 arrestati a Gaza e nella Cisgiordania occupata negli ultimi due anni.

Da ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza più di 70.000 persone, per la maggior parte donne e minori, e ne ha ferite oltre 171.000.

Secondo il rapporto il Messico è la “seconda Nazione più pericolosa al mondo per i giornalisti con nove uccisi e la Cina è il Paese che costituisce la più grande prigione al mondo per i giornalisti, in quanto tiene in arresto 121 reporter.

I giornalisti affrontano rischi maggiori nelle loro Nazioni, ha affermato l’organizzazione, dato che tutti i professionisti uccisi eccetto due sono stati uccisi mentre svolgevano i loro compiti nei propri Paesi d’origine.

In Sudan i giornalisti affrontano gravi abusi in quanto il conflitto continua a infuriare,” si dice nel rapporto, osservando che nel 2025 le Forze Paramilitari di Supporto Rapido hanno ucciso quattro giornalisti, inclusi due che erano stati sequestrati dal gruppo di ribelli.

Secondo il rapporto un totale di 37 giornalisti su 135 scomparsi durante il regime del deposto presidente Bashar al-Assad sono al momento dispersi in Siria dopo essere stati imprigionati dalle autorità del regime o presi in ostaggio dall’ISIS (Daesh).

Assad, leader della Siria per circa 25 anni, si è rifugiato in Russia l’8 dicembre 2024, ponendo fine al regime del partito Baath, rimasto al potere dal 1963.

Al-Sharaa, che ha guidato le forze antiregime che hanno cacciato Assad, lo scorso gennaio è stato dichiarato presidente per un periodo transitorio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I palestinesi affermano che, contrariamente alle affermazioni della propaganda israeliana, l’ospedale Al-Shifa di Gaza è “ben lungi dall’essere pienamente operativo”

Nagham Zbeedat

5 dicembre 2025 – Haaretz

Sui social media alcuni influencer filoisraeliani hanno diffuso video del reparto maternità restaurato dell’ospedale Al-Shifa per mettere in dubbio la distruzione del complesso da parte di attacchi aerei e raid dell’IDF. Le immagini satellitari e le testimonianze di palestinesi di Gaza dimostrano il contrario.

All’ingresso di quello che un tempo era il più grande e importante complesso medico di Gaza, su un muro di cemento è stato scritto un messaggio in arabo e in inglese: “Giuriamo di ricostruirlo

Il graffito è stato dipinto nell’ambito di un impegno congiunto, durato oltre un anno, di organizzazioni umanitarie, governi stranieri e cittadini comuni per ristrutturare l’ospedale Al-Shifa di Gaza City.

Eppure, quando la scorsa settimana sono circolati online dei video che mostravano muri appena ridipinti e corridoi riparati ad Al-Shifa, è scoppiata una polemica. In post che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni degli influencer filoisraeliani hanno falsamente affermato che le immagini costituissero la “prova” che gli ospedali di Gaza non fossero mai stati bombardati da attacchi aerei israeliani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i media in lingua araba hanno riferito che, come appare in alcuni filmati che mostrano delle impalcature su alcune delle strutture sopravvissute, la ristrutturazione dell’ospedale Al-Shifa sarebbe iniziata all’inizio del 2024, nonostante le operazioni militari israeliane in corso in quel periodo.

L’edificio che appare nei video virali è il reparto maternità, una struttura situata all’estremità sud-occidentale del complesso di Al-Shifa. È stato costruito di recente, alla fine del 2020, e rispetto ad altri edifici ospedalieri ha subito danni minimi durante le diverse settimane di attacchi da parte delle IDF dell’anno scorso. Grazie a una rete elettrica funzionante nelle vicinanze e all’accesso a delle materie prime come la vernice, è stata una delle poche strutture che gli operai rimasti a Gaza hanno potuto riparare.

“Quello che si vede in quei video è solo un po’ di vernice e piccole riparazioni”, spiega Hajar, 32 anni, di Gaza City. “Quell’edificio ha subito danni minimi perché è separato dal complesso principale. Si trova a sud-est dell’ospedale e non è stato colpito direttamente dai raid, solo da alcuni colpi di artiglieria. Il resto dell’ospedale è stato spazzato via.”

Queste strutture, che un tempo costituivano la spina dorsale del sistema sanitario di Gaza, sono state ridotte a lamiere contorte, soffitti crollati e sale operatorie bruciate. La loro ricostruzione richiede risorse ben oltre l’attuale capacità di Gaza: equipaggiamento specializzato, materiali importati, macchinari pesanti e manodopera qualificata sono stati tutti dissipati dalla guerra.

“Condividere queste immagini senza spiegazioni serve all’occupazione e alla sua narrazione”, afferma Kamel, un infermiere di 28 anni del quartiere Shujaiyeh di Gaza City, che si è offerto volontario in ospedale all’inizio della guerra nel 2023 e da allora vi è tornato più volte. Questa opinione è ampiamente diffusa tra abitanti e operatori sanitari di Gaza.

In ogni modo “gli edifici principali – il reparto di chirurgia, il pronto soccorso, l’unità di dialisi, la medicina interna, le sale operatorie, la terapia intensiva e altro ancora – sono completamente distrutti e del tutto irreparabili”, afferma Kamel.

Più di un ospedale

Prima della guerra l’ospedale Al-Shifa (in arabo “l’ospedale della guarigione”) era la principale istituzione medica di Gaza, la più grande, la più attrezzata e fondamentale. Ma i palestinesi della Striscia raccontano ad Haaretz che l’ospedale costituisce un simbolo della resistenza di Gaza, un luogo in cui le vite sono state consegnate, salvate e perse durante decenni di blocco e attacchi ripetuti.

La sua distruzione durante i due anni di guerra ha rappresentato un punto di rottura per molti palestinesi, non solo per il suo ruolo cruciale nell’assistenza sanitaria, ma anche per ciò che rappresentava per una popolazione già stremata dalla devastazione.

Dopo mesi di bombardamenti e due incursioni su larga scala da parte delle IDF, l’ospedale è ormai in gran parte irriconoscibile. Gli edifici principali – tra cui chirurgia, pronto soccorso, terapia intensiva, dialisi e medicina interna – sono distrutti o incendiati. I corridoi che un tempo ospitavano famiglie sfollate a causa della guerra sono ridotti in macerie. Le sale operatorie sono carbonizzate. Gli impianti elettrici, le condutture dell’ossigeno e le reti idriche sono state recise. Solo un paio di strutture periferiche ha subito danni minimi, consentendo ai volontari di ridipingere ed eseguire riparazioni di base.

A marzo Hajar, madre di tre figli, stava andando a prendere l’acqua per la sua famiglia quando un inaspettato attacco aereo israeliano ha fatto tremare il terreno sotto i suoi piedi. Spaventata, è caduta rovinosamente, fratturandosi un braccio. Poiché Al-Shifa si trovava a corto di forniture mediche e prestava assistenza solo ai casi più gravi causati dalla guerra ha dovuto recarsi all’ospedale Al-Quds, situato a 2,6 km di distanza. “Nemmeno lì hanno potuto operarmi, anche se avevo davvero bisogno di un intervento chirurgico. Tutto quello che hanno potuto fare è stato mettermi una fasciatura e dirmi di aspettare che il braccio guarisse da solo”, spiega. “Al-Shifa era tutto per noi quando c’era bisogno di cure mediche.”

L’ospedale e il suo vasto complesso hanno subito alcuni dei colpi più duri della guerra, tra cui due massicce incursioni che hanno lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche alla popolazione di Gaza: nel corso della prima, ampie parti del complesso sono state bombardate, le sue aree mediche sono state invase dai corpi e l’elettricità e l’ossigeno sono venuti a mancare; la seconda incursione, la scorsa primavera durante gli ultimi giorni del Ramadan, è stata ancora più distruttiva. “Hanno bruciato tutto. Hanno spianato i cortili dell’ospedale con i bulldozer”, ricorda Hajar. “Quando l’esercito si è ritirato e finalmente ci è stato permesso di rientrare, abbiamo trovato una fossa comune. Corpi ammucchiati uno sopra l’altro. Alcuni erano stati sepolti dalle ruspe. Non posso dimenticare quella scena.”

Secondo Human Rights Watch, la distruzione degli ospedali Al-Shifa, Nasser e Kamal Adwan ha seguito uno schema costante – incursioni, evacuazioni forzate, negazione di forniture salvavita e demolizione di edifici – che, sempre secondo HRW, indica un attacco deliberato alle infrastrutture mediche di Gaza. Le Nazioni Unite hanno descritto la condotta delle IDF come “medicidio”.

Ancora “lungi dall’essere pienamente operativo”

Nonostante la distruzione, sul campo è proseguito un intervento umanitario silenzioso, spontaneo e spesso pericoloso. Volontari, ingegneri, personale medico locale e ONG hanno svolto compiti un tempo riservati a istituzioni pienamente funzionanti: rimuovere manualmente i detriti, riallacciare le linee elettriche interrotte, recuperare attrezzature dalle macerie dell’ospedale, costruire in modo creativo letti ospedalieri e tentare di ripristinare la funzionalità di base in alcune parti del complesso.

L’edificio della maternità, ora parzialmente restaurato, è diventato un esempio non di ripresa, ma di determinazione – un piccolo segno di ciò che i palestinesi sperano di ricostruire se ne avranno i mezzi.

Dopo il primo cessate il fuoco nel gennaio 2024 sono iniziati immediatamente gli sforzi per riparare i danni infrastrutturali e riavviare le attività dell’ospedale Al-Shifa. Tra le istituzioni che hanno facilitato la riabilitazione figurano il governo malese, l’organizzazione no-profit britannica SKT Welfare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria fondata in Sudafrica nel 1992.

Tutti i medici e gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato, sia come membri di una delegazione medica sia come persone che hanno lavorato a Gaza, hanno confermato che gli edifici dell’ospedale sono stati gravemente danneggiati. La distruzione è stata pesante e ingiustificabile”, ha dichiarato Abou Rageila ad Haaretz. Ci siamo concentrati su un unico edificio perché le nostre precedenti strutture mediche erano insufficienti per i casi gravi che richiedevano interventi chirurgici o trattamenti complessi. Il collasso delle infrastrutture nel settore sanitario di Gaza ha reso questo progetto unico nel suo genere”.

Il fine dell’organizzazione non era solo quello di ripristinare i servizi medici, ma anche di sostenere l’economia locale. Attraverso i propri programmi, ha fornito opportunità di lavoro agli abitanti colpiti dalla guerra. Gift of the Givers ha collaborato con alcune organizzazioni per ripristinare un piano dell’ospedale. Il costo totale del progetto è stato di 1,5 milioni di dollari, di cui 300.000 sono stati donati da Gift of the Givers.

Abou Rageila sottolinea che il termine “recupero” deve essere usato con cautela. “L’edificio è ora utilizzabile per ricevere pazienti, ma richiede ancora importanti lavori. Mancano pannelli solari, attrezzature mediche essenziali e materiali di consumo. La maggior parte dei dispositivi attualmente in uso è stata recuperata da ospedali distrutti durante la guerra. Abbiamo pulito e riparato muri, chiuso le fessure danneggiate dalle bombe e coordinato gli interventi al fine di rendere lo spazio funzionale, ma Al-Shifa è ben lungi dall’essere pienamente operativo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele ammette di aver ucciso due minori nel nord di Gaza

Redazione di MEMO

2 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì l’esercito israeliano ha affermato che le sue forze hanno ucciso due palestinesi nel nord di Gaza, dichiarando che essi erano entrati in un’area sotto il suo controllo in base all’accordo del cessate il fuoco.

In una dichiarazione l’esercito ha detto che le truppe della brigata Carmeli hanno colpito a morte i due palestinesi in incidenti diversi nel nord della Striscia, sostenendo che ponevano “una minaccia immediata.” Questa è la stessa affermazione che Israele usa spesso quando viola il cessate il fuoco.

La dichiarazione aggiunge che i soldati hanno sparato loro non appena sono entrati nella zona controllata da Israele secondo l’accordo del cessate il fuoco e li ha uccisi per “eliminare la minaccia.”

Il cessate il fuoco è entrato in vigore il 10 ottobre 2025. Secondo valutazioni dell’esercito israeliano Israele controlla più della metà del territorio di Gaza secondo quanto previsto dalla prima fase dell’accordo.

Lunedì mattina un altro palestinese è stato ucciso dal fuoco di un drone quadricottero israeliano ad est del quartiere Zeitoun, nella zona sud-orientale di Gaza City.

L’attacco ha colpito un’area fuori dalla zona dalla quale Israele si è ritirato secondo il cessate il fuoco con Hamas.

Dati precedenti provenienti da enti governativi, gruppi palestinesi e organizzazioni per i diritti umani mostrano che Israele ha commesso decine di violazioni del cessate il fuoco, uccidendo e ferendo centinaia di palestinesi, inclusi minori e donne.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)